Rapporto OCHA 27 dicembre- 9 gennaio 2017

L’8 gennaio, un 28enne palestinese ha guidato un camion contro un gruppo di soldati israeliani radunati sulla passeggiata panoramica vicina all’insediamento colonico di Talpiot Est, in Gerusalemme Est, uccidendo tre soldatesse e un soldato e ferendone altri 15.

L’autore, proveniente dalla vicina zona di Jabal al Mukabber, è stato ucciso sul posto e il suo corpo è stato trattenuto dalle autorità israeliane. Il Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, ha fortemente condannato l’attacco. Ancora in Gerusalemme Est (al checkpoint di Qalandiya), il 30 dicembre, le forze israeliane hanno sparato e ferito una 35enne palestinese che, secondo fonti israeliane, si era diretta verso di loro con un coltello e non si era fermata all’alt. Nel 2016, in attacchi e presunti attacchi da parte di palestinesi della Cisgiordania, sono stati uccisi 13 israeliani e 80 palestinesi aggressori e presunti aggressori.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 86 strutture, sfollando 160 palestinesi, tra cui 91 minori, e coinvolgendone altri 370. L’episodio più grave ha avuto luogo nella comunità pastorizia di Khirbet Tana (Nablus), dove sono state demolite 49 strutture abitative e di sussistenza, 30 delle quali fornite precedentemente come assistenza umanitaria. La comunità si trova in una zona designata dalle autorità israeliane come “zona per esercitazioni militari a fuoco”. Tali aree costituiscono quasi il 30% dell’Area C e sono abitate da più di 6.200 palestinesi. Nella prima settimana del 2017, il numero di strutture prese di mira è oltre tre volte la media settimanale del 2016, anno che ha visto il numero più alto di demolizioni da quando, nel 2009, OCHA ha iniziato il monitoraggio sistematico.

In Cisgiordania, durante molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 34 palestinesi, tra cui otto minori. I ferimento sono avvenuti durante quattro distinte operazioni di ricerca-arresto; nel corso della manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya), Ni’lin e Bil’in (Ramallah); all’ingresso della città di Ar Ram (Gerusalemme) e nel villaggio di Tuqu’ (Betlemme); nella città di Hebron, durante due cortei funebri seguiti alla restituzione dei corpi di due palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani. I corpi erano stati trattenuti per più di 100 giorni.

Complessivamente, in questo periodo, sono stati consegnati alle famiglie i corpi di quattro palestinesi sospettati di attacchi contro israeliani; i corpi di altri otto presunti autori sono ancora trattenuti dalle autorità israeliane; alcuni da più di otto mesi.

Il 4 gennaio, lungo la costa di Gaza, sono stati trovati i resti del corpo di un pescatore palestinese. Tre giorni dopo le forze navali israeliane hanno riferito di essersi scontrati con la sua barca e di averla danneggiata, causandone il rovesciamento. Nel complesso, durante il periodo di riferimento, in almeno 22 occasioni le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro palestinesi presenti o in avvicinamento ad Are ad Accesso Riservato (ARA), di terra o di mare. In un altro caso, le forze israeliane sono entrate nella Striscia ed hanno compiuto operazioni di spianatura del terreno.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 161 operazioni di ricerca e/o arresto ed hanno arrestato 212 palestinesi; 12 di questi sono stati arrestati presso checkpoints “volanti” e durante manifestazioni. Le quote più alte di operazioni (44) e di arresti (71, di cui 19 minori) si sono avute nel governatorato di Gerusalemme.

Coloni israeliani si sono trasferiti in due edifici vuoti nella zona di Silwan di Gerusalemme Est: secondo quanto riferito, dopo averli acquistati dai proprietari palestinesi. Silwan è stato il bersaglio di intensa attività di insediamento e di iniziative che comprendono un piano per la realizzazione di un complesso turistico nel quartiere di Al Bustan che, se venisse portato a compimento, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; nella stessa area altre centinaia di residenti rischiano lo sfollamento a causa di procedure di sfratto promosse da organizzazioni di coloni.

In Cisgiordania, in più occasioni durante il periodo di riferimento, coloni ed altri gruppi israeliani si sono introdotti in vari siti religiosi, innescando alterchi e scontri con palestinesi; non ci sono stati feriti. I siti interessati comprendono il Complesso di Al Haram Ash Sharif / Monte del Tempio, a Gerusalemme Est, un santuario nel villaggio di Kifl Haris (Salfit) e la Tomba di Giuseppe nella città di Nablus.

I media israeliani hanno riferito nove episodi di attacchi, con lancio di pietre e bottiglie incendiarie, da parte di palestinesi contro veicoli o abitazioni di coloni israeliani; non vi sono state vittime, ma sono stati segnalati danni a diversi veicoli.

Durante il periodo relativo al presente Rapporto, il lato egiziano del valico di Rafah è rimasto chiuso in entrambe le direzioni. Nel corso del 2016 il valico è stato parzialmente aperto per soli 44 giorni. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone, inclusi i casi umanitari, sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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Ultimi sviluppi (fuori dal periodo di riferimento)

In seguito all’aggressione verificatasi l’8 gennaio (vedi sopra), le Autorità israeliane hanno demolito quattro strutture nella zona di Jabal al Mukabber di Gerusalemme Est ed inoltre, adducendo la mancanza di permessi di costruzione, hanno emesso avvisi contro decine di case appartenenti alla famiglia allargata dell’aggressore. Il Ministero degli Interni israeliano ha anche espresso la sua intenzione di revocare i permessi di ricongiunzione familiare ad almeno 14 membri della famiglia allargata. È stato riferito che la casa di famiglia del responsabile dell’aggressione, prima della sua demolizione punitiva, era stata oggetto di misure da parte delle autorità. I provvedimenti di cui sopra hanno esposto decine di palestinesi al rischio di sfollamento.

Il 10 gennaio, nel corso di una operazione di ricerca nel Campo profughi di Al Far’a (Tubas), le forze israeliane hanno ucciso un palestinese; le circostanze dell’episodio rimangono controverse.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

la versione in italiano è scaricabile dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it

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Le ragioni per cui l’attaccante palestinese a Gerusalemme non è stato scoraggiato.

Amira Hass | 9 gennaio, 2017 |Haaretz

Fadi al-Qanbar conosceva tutte le conseguenze della sua azione, le ha viste molte volte prima, ma i palestinesi considerano le ritorsioni israeliane come parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione.

Che Fadi-al-Qanbar abbia programmato l’attacco di domenica con il camion a Gerusalemme oppure che si sia trattato di una decisione presa d’impulso, sapeva benissimo quale punizione collettiva era in serbo per la sua famiglia.

Sapeva che il suo corpo non sarebbe stato restituito alla famiglia per la sepoltura – un atto particolarmente umiliante e doloroso. Sapeva che i suoi parenti sarebbero stati immediatamente arrestati e picchiati durante la detenzione. Che alcuni avrebbero potuto essere cacciati dal lavoro che hanno a Gerusalemme Ovest .Che le parenti prive di una carta d’identità israeliana sposate a residenti di Gerusalemme si sarebbero trovate espulse dalle loro case e separate dai loro figli. La sua famiglia sarebbe stata perseguitata dalla polizia e dalle autorità dello Stato, sapeva queste cose da mesi, e forse da anni, che la casa della famiglia sarebbe stata demolita. Tutte queste cose sono successe ad altri aggressori palestinesi di Gerusalemme Est.

Nel solo quartiere di Jabal Mukkaber, negli ultimi sei mesi del 2015 Israele ha demolito tre case e sigillato altre due. Tutte appartenevano a famiglie di terroristi. “Sigillare” significa versare cemento nell’appartamento fino a pochi centimetri dal soffitto.

Secondo Hamoked – il Centro per la Difesa degli Individui –, tra il luglio del 2014 e la fine di dicembre del 2016 Israele ha demolito 35 case palestinesi e ne ha sigillate altre sette; di queste sei e quattro rispettivamente erano a Gerusalemme Est.

Il fatto che i genitori, i figli, i nonni, i nipoti e le nipoti che hanno perso le loro case e che non avevano niente a che fare con l’attacco è irrilevante. Israele e i giudici della Suprema Corte considerano le demolizioni come una punizione legittima e un efficace strumento di deterrenza nei confronti di coloro che pensano di compiere un attacco terroristico.

Inoltre, Qanbar sicuramente sapeva che i suoi figli non soltanto avrebbero sofferto della perdita del padre ma che sarebbero diventati o violenti o isolati, e che, se in età scolare, i loro risultati scolastici ne avrebbero sofferto come anche la loro salute. Ma non è stato scoraggiato.

Il fallimento della deterrenza

Gli analisti e i politici nel caso di Qanbar hanno trovato ogni genere di ragioni del fallimento della deterrenza: lo Stato islamico; un attacco dovuto all’emulazione; l’essere stato un ex detenuto ( un’ apparentemente falsa rivendicazione fatta da Hamas che Israele si è affrettata a fare propria) e un incitamento dell’Autorità palestinese riguardante il possibile spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Come al solito le interpretazioni sono fuorvianti e fuori luogo.

Un gruppo di soldati in divisa non è una visione neutrale per qualsiasi palestinese. Quelli sono l’aspetto e la divisa di chi irrompe a decine ogni notte nelle case dei palestinesi, di chi uccide donne e minori ai checkpoint, di chi viene mandato ad attaccare la Striscia di Gaza e di chi accompagna le forze della Amministrazione Civile per demolire le cisterne d’acqua, i gabinetti chimici, le baracche di lamiera e le tende. Il fatto che gli israeliani abbiano cancellato questi avvenimenti dalla loro agenda non significa che non esistano.

Senza dubbio gli israeliani ritengono che senza queste misure di deterrenza il numero degli aggressori palestinesi sarebbe più alto. O al contrario che vi sarebbe una maggiore repressione. I palestinesi, tuttavia, considerano le ritorsioni israeliane come una parte naturale di una politica complessiva nei loro confronti, non come una reazione. Quando Israele non demolisce come misura punitiva , sta demolendo non consentendo di costruire e di svilupparsi. Quando non arresta la gente per attacchi mortali o per averli presumibilmente progettati, Israele arresta bambini per cercare di reprimere la lotta popolare. Con o senza attacchi mortali espande le colonie, strangola l’economia palestinese e pianifica espulsioni forzate dai villaggi e dalle case di Gerusalemme.

Così il motivo per cui questi episodi non organizzati e individuali non si sono trasformati in una più ampia insurrezione non deve essere attribuito all’ intrinseca abilità israeliana di produrre sofferenze sempre maggiori. Per quanto Hamas cerchi di dare pubblicità a questo attacco quale prova che l’Intifada di Gerusalemme non è morta, è chiaro che la gente più in generale non è interessata a ciò. Nonostante la frammentazione sociale e geografica, una dirigenza debole e litigiosa, nel popolo palestinese c’è una maturità politica che è consapevole della inevitabilità dell’insurrezione, ma che si devono aspettare tempi migliori.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Le pazienti di Gaza[malate]di cancro: il divieto israeliano di lasciarci entrare per curarci è “una condanna a morte”

Jack Khoury | 7 gennaio 2017 | Haaretz

Le pazienti di Gaza definiscono il divieto e i ritardi che impediscono loro di accedere alle cure mediche in Israele e in Cisgiordania“ una condanna a morte premeditata ”

Decine di donne malate di cancro nella Striscia di Gaza hanno reso pubblica una protesta contro il rifiuto di Israele di farle entrare nel Paese per curarsi. Le donne affermano che gli impedimenti o i ritardi per essere curate sono “una condanna a morte premeditata”.

Questa è la prima protesta di pazienti gazawi contro il divieto israeliano di curarsi fuori dalla Striscia di Gaza organizzata da quando, nel 2006, è iniziata la chiusura dell’enclave. Le donne dicono che la protesta è la conseguenza di un forte aumento di malati, in particolare quelli di cancro, che non possono uscire da Gaza per curarsi in Israele, a Gerusalemme Est o in Cisgiordania dopo anni in cui ciò era consentito.

La protesta è guidata da Iman Shanan di 47 anni, a cui nel 1999 è stato diagnosticato un cancro al seno e le cui condizioni da allora sono migliorate grazie alla cura. Recentemente nel timore di una recrudescenza del male, è stata indirizzata all’ospedale Assuta di Tel Aviv per degli esami per individuare cellule cancerogene.

Per tre volte ha chiesto di andare all’ospedale [a fare] gli esami, ma ogni volta la sua richiesta è stata respinta. Shanan, che è a capo dell’ONG “Programma di aiuto e speranza per l’assistenza ai malati di cancro a Gaza”, ha riferito a Haaretz che l’iniziativa della protesta è partita dopo la richiesta di numerose donne per le quali il divieto di curarsi fuori da Gaza ha significato letteralmente una condanna a morte.

Shanan dice che il numero di rifiuti di lasciare Gaza per cure mediche è drammaticamente aumentato, per motivi definiti da Israele problemi di sicurezza.

Nelle ultime due settimane le donne hanno manifestato due volte davanti agli uffici della Croce Rossa e alla sede di Gaza degli uffici del Comitato di affari amministrativi palestinesi, che coordina con le autorità israeliane le partenze dei malati dalla Striscia. Nelle due proteste le donne portavano cartelli in cui chiedevano un permesso per andare a curarsi in Cisgiordania e in Israele. Hanno anche attuato per un giorno uno sciopero della fame .

Una delle manifestanti, la 27enne Majar Naizi, anche lei un tempo malata di tumore al seno, è stata indirizzata all’Assuta per esami al fine di localizzare cellule cancerogene. Ha subito cure a Gerusalemme Est nel 2014 e nel 2015, ma la sua richiesta di uscire per degli esami programmati per il 1 novembre [2016] è stata respinta.

“La mia salute peggiora e devo capire come andare avanti”, ha detto questa settimana. “Non posso assumere medicine senza conoscere le mie condizioni, i medici stanno pensando di prescrivermi le medicine senza che io abbia fatto gli esami per il fatto che non posso avere il permesso per farli, ma ciò potrebbe procurarmi gravi conseguenze”.

Sausen Kadih, di 49 anni, a cui è stato diagnosticato un tumore al cervello lo scorso giugno, in un primo tempo è stata autorizzata a curarsi in un ospedale di Ramallah, ma nell’ultimo mese i permessi non sono stati concessi e la sua domanda è stata respinta. L’esercito israeliano non ha risposto alle sue richieste di rispettare le visite previste.

Sihan al-Tatri di 53 anni, soffre di leucemia linfatica e deve sottoporsi alla chemioterapia una volta ogni tre settimane all’Ospedale Vittoria Augusta di Gerusalemme Est. Tatri è entrata in Israele due volte e ha fatto il trattamento, ma, nel momento in cui ha cercato di fare il terzo, le è stato negato l’ingresso. La sua domanda è “sotto esame” e [nel frattempo] ha già perso due appuntamenti per la cura. Il prossimo è fissato per lunedì [9 gennaio].

“A causa del ritardo nella cura, mi sento debole e devo ricominciare tutto da capo” ha detto. “Se non mi danno il permesso mi stanno condannando a morte. Quale Paese può acconsentire che noi moriamo perché non abbiamo avuto il diritto a curarci?

L’ONG “Medici per i Diritti Umani (PHR)”, che aiuta i malati di Gaza ad ottenere il permesso per uscire dalla Striscia di Gaza e curarsi, sostiene che lo scorso anno il numero dei dinieghi del permesso ai malati per andare a curarsi è aumentato del 44%. L’ONG afferma che nel 2016 sono state respinte 69 domande, rispetto alle 48 del 2015 e alle 23 del 2014.

L’ONG PHR ha chiesto al coordinatore dell’attività di governo nei territori occupati (COGAT) di permettere ad alcuni malati di partire da Gaza per curarsi. Il COGAT ha risposto che, per quanto riguarda Gaza, la politica di Israele verso i civili non cambia e che centinaia di persone entrano in Israele attraverso il checkpoint di Erez per ricevere cure mediche in Israele, in Cisgiordania e all’estero, e che il loro numero negli ultimi anni è persino aumentato.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Primo fine settimana del 2017: Israele ha demolito le case di 151 palestinesi, circa quattro volte la media dello scorso anno

Amira Hass – 7 gennaio 2017 Haaretz

L’amministrazione civile dell’IDF [l’esercito israeliano] sta adempiendo alla promessa di Netanyahu di demolire per vendetta le case degli arabi.

La promessa del primo ministro Benjamin Netanyahu ai coloni dell’avamposto illegale di Amona di applicare la legge “equamente”, demolendo le case di arabi, sta essendo pienamente rispettata.

Il numero di edifici palestinesi demoliti nella prima settimana del gennaio 2017 è quasi quattro volte maggiore della media settimanale nel 2016: 20 strutture. Secondo i dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nel 2015 la media era stata di 10 alla settimana.

Nell’area C, sotto totale controllo civile e militare israeliano, tra lunedì e giovedì l’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano ha demolito 65 strutture e 7 cisterne per la raccolta di acqua piovana in comunità palestinesi. Il Comune di Gerusalemme ha demolito altre due case a Gerusalemme est. Circa 151 persone, compresi 90 bambini, vivevano negli edifici che sono stati demoliti.

Lunedì, il giorno in cui la commissione Costituzione, Legge e Giustizia della Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.] ha discusso l’annessione a Israele della cittadina di Ma’aleh Adumim (a est di Gerusalemme), l’amministrazione civile e l’esercito israeliano hanno demolito dodici capanne in legno e lamiera – di cui otto utilizzate come abitazioni – in due comunità beduine della tribù Jahalin, a sud della colonia; tre baracche a Bir al-Maskub e nove a Wadi Sneysel. In totale 84 persone, 68 delle quali bambini, sono rimaste senza tetto nel giro di poche ore.

Lo scorso agosto l’amministrazione civile ha demolito strutture in quelle comunità. Ma i residenti non hanno un altro posto in cui vivere e sono state obbligate a costruire nuove baracche. Negli anni ’90 dozzine di famiglie della tribù Jahalin furono espulse dalla zona per consentire l’espansione della colonia.

Martedì l’amministrazione civile ha demolito 49 strutture a Khirbet Tana, nel nordovest della valle del Giordano: 13 strutture abitative, 9 gabinetti mobili e per il resto costruzioni agricole di vario genere. Ventotto adulti e 22 bambini hanno perso la casa a causa delle demolizioni. Altre 71 persone sono state danneggiate dalla distruzione delle strutture agricole.

Circa 40 famiglie (250 tra uomini e donne) vivono in quell’antico villaggio di grotte a est del villaggio di Beit Furik. In quattro precedenti incursioni lo scorso anno l’amministrazione civile ha demolito 150 baracche, ovili, tende e varie strutture igieniche – così come una scuola che è stata costruita grazie a fondi europei. Durante l’attacco di martedì, è stato anche consegnato un ordine di interruzione dei lavori per la nuova scuola, che sta per essere costruita, di nuovo con donazioni europee. L’Alta Corte di Giustizia [israeliana] ha respinto un ricorso degli abitanti di Khirbet Tana contro l’ordine di abbandonare definitivamente le loro case, ma i residenti hanno semplicemente costruito nuove abitazioni e una scuola perché si rifiutano di abbandonare il villaggio in cui le loro famiglie hanno vissuto molto prima del 1948 e prima che l’IDF dichiarasse la zona servitù militare.

Mercoledì una consistente forza militare ha fatto un’incursione sulle terre del villaggio di Tekoa, a sudest di Betlemme. Qui i bulldozer dell’amministrazione civile hanno demolito sette cisterne per l’acqua piovana e altre tre rimesse per scopi agricoli. Il capo del consiglio di villaggio ha raccontato ad Haaretz che una delle cisterne era stata scavata 25 anni fa, mentre le altre erano più recenti. Circa 180 persone dipendono da quelle cisterne per la loro vita. E giovedì mattina l’amministrazione civile ha demolito una struttura agricola nel villaggio di Jinsafut, a est di Qalqiliyah, in Cisgiordania.

A metà dicembre l’Amministrazione Civile ha detto ad Haaretz di essere in possesso di 11 macchine agricole, per lo più trattori, confiscate a contadini palestinesi dopo che l’IDF ha trasformato le loro terre nella zona settentrionale della valle del Giordano in servitù militare.

I palestinesi devono pagare all’Amministrazione Civile un’ammenda di qualche migliaio di shekel [1.000 shekel= 247 €. Ndtr.] per il rilascio di ogni trattore, e impegnarsi a non commettere una seconda volta l’ “infrazione”. Nel 2016 solo due trattori sono stati restituiti, previo pagamento dell’ammenda. Oltre ad uso agricolo, i trattori servono anche a trasportare acqua agli abitanti ed ai loro armenti dalle sorgenti che si trovano a qualche chilometro dalle stalle. Israele non consente alle comunità palestinesi residenti in zone sotto il suo controllo di collegarsi alle infrastrutture idriche.

Il 21 dicembre un altro trattore è stato confiscato ai contadini nel nord della valle del Giordano, dopo che avevano tentato di raggiungere le loro terre sul lato orientale dell’autostrada 90 (chiamata come quel sostenitore del trasferimento della popolazione palestinese, l’ex ministro Rehavam Ze’evi [del partito di estrema destra Modelet e assassinato nel 2001 da un palestinese. Ndtr.]).

Negli ultimi tre mesi del 2016 l’IDF ha condotto 20 esercitazioni di addestramento con proiettili letali sulla terra delle comunità palestinesi nella zona settentrionale della valle del Giordano. Secondo l’organizzazione israeliana dei diritti umani B’Tselem, queste esercitazioni significano che a circa 220 persone – compresi circa 100 minori delle comunità di Al-Ras al-Ahmar, Khirbet Khumsa e Abzik – è stato ordinato di lasciare temporaneamente le proprie case in 19 diverse occasioni.

B’Tselem ha segnalato che nel villaggio di Al-Farisiyah, che non è stato evacuato, l’esercito ha proibito agli abitanti di portare al pascolo le greggi nelle terre circostanti, poi si è addestrato su terreni coltivati e vi ha persino sistemato bagni provvisori. Inoltre le truppe hanno dissodato parte delle terre dell’area per rendere più agevole il passaggio dei mezzi militari, e in questo modo hanno provocato ulteriori danni ai terreni agricoli.

L’ufficio del portavoce dell’IDF ha detto ad Haaretz che “le zone di servitù militare, soprattutto nella valle del Giordano, e in generale in Giudea e Samaria, sono state dichiarate tali con un’ordinanza dell’autorità del comando militare della regione fin dagli anni ’70, in base a necessità di sicurezza. Gli abitanti che si trovano in quelle zone di addestramento lo stanno facendo in violazione della legge.

“Prima di ogni addestramento militare, si prendono iniziative con lo scopo di evitare danni fisici o alle proprietà, tali come controlli a vista, pattugliamenti, piazzando protezioni e dialogando con gli abitanti della zona attraverso l’Amministrazione Civile. Durante le esercitazioni, agli abitanti viene richiesto di lasciare la zona delle manovre. Le attività menzionate al riguardo sono state approvate dalla Corte Suprema in richieste che sono state presentate in modo simile,” ha affermato l’ufficio del portavoce dell’IDF.

Martedì 20 dicembre 2016 Dafna Banai, di Machsom Watch [associazione di pacifiste israeliane che controllano il comportamento dei militari nei Territori Occupati. Ndtr.] ha riferito: “Tutti i sentieri che collegano la valle del Giordano palestinese alle località di Aqraba, Beit Furik e Tubas, in Cisgiordania, sono ora bloccati da mucchi di terra, fossati, enormi massi e cancellate chiuse. Persino quelli aperti negli scorsi anni sono stati ora nuovamente interrotti.”

“Solo il cancello di Gokhia, che separa la valle del Giordano da Nablus e Tubas oggi è aperto (da domenica, secondo gli abitanti del posto). Tutto ad un tratto non ci sono “ragioni di sicurezza”, né “pericolo per i palestinesi perché l’area è utilizzata per le manovre militari” – da sempre, quando le manovre sono in corso, il cancello è aperto (per consentire il libero passaggio ai mezzi militari senza perdita di tempo ogni volta che deve essere aperto o chiuso). Nei pressi del cancello si vedono tre veicoli blindati e soldati annoiati. Si sta di nuovo svolgendo un’esercitazione militare nella valle del Giordano. Siamo entrate ad Al-Ras al-Ahmar, ma non abbiamo potuto andare oltre il primo accampamento a causa del fango spesso. Stava piovendo a dirotto quella mattina e tutta la regione si è trasformata in un grande pantano,” ha scritto.

“Da mezzogiorno alle 16,30 del pomeriggio la strada che sale a Tyassir ed il resto della Cisgiordania sono state interrotte a causa delle manovre militari. Si vedevano lunghe file di veicoli palestinesi da Al-Malih, dove due soldati annoiati stavano bloccando il traffico. I soldati non avevano nessuna idea di quando sarebbe stata riaperta la strada,” ha raccontato Banai.

“I palestinesi, per lo più maschi, lavoratori a giornata sulla strada di casa dal loro lavoro nelle colonie, stavano ad oziare sulla strada, fumando. Qualcuno ci ha domandato di chiedere ai soldati di lasciarli andare a casa – qui, là, a 200 metri di distanza, a Al-Burj. Ma i soldati sostenevano di avere l’ordine di non lasciar passare nessuno, senza eccezioni. Eravamo anche in contatto telefonico con Mahdi, che si trovava sull’altro lato (occidentale) del blocco, ed ha parlato di lunghe code in attesa anche là. Peggio di tutto, bambini dell’asilo e delle elementari (come Rina, di 5 anni) hanno dovuto aspettare sulla strada per 4-5 ore! Gironzolavano in mezzo ai carri armati israeliani, chiedendo un po’ di cibo ai soldati; non avevano mangiato niente dalla mattina,” ha scritto.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Analisi: un colpo di fortuna insperato? La presidenza Trump potrebbe essere un bene per la Palestina

4 gennaio 2017, Maannews
di Ramzy Baroud
Israele ha le vertigini. Il 20 gennaio ci sarà una specie di secondo natale e Donald Trump è un gioviale vecchio Babbo Natale che porterà doni.

Tutto è già scritto, dal momento che il presidente eletto Trump ha nominato, come prossimo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, un estremista, David Friedman, che ha intenzione di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e appoggia l’espansione delle colonie illegali che hanno già frantumato l’ipotetico stato di Palestina in bantustan di tipo sudafricano.

Quindi deve suonare strano, se non assolutamente provocatorio, insinuare che una presidenza Trump potrebbe essere il colpo di grazia di cui i palestinesi, e di fatto l’intero Medio Oriente, hanno bisogno per liberarsi del peso di una politica estera americana autoritaria, arrogante e futile che è durata per decenni.

Senza dubbio una presidenza Trump è palesemente terribile per i palestinesi nel breve termine. Il personaggio non prova nemmeno a mostrare la minima imparzialità o un’ombra di equilibrio nel suo approccio al più duraturo e delicato conflitto del Medio Oriente.

Secondo il flusso quasi ininterrotto dei suoi tweets, Trump sta contando i giorni fino a quando potrà mostrare ai leaders israeliani quanto filo-israeliana sarà la sua amministrazione. Poco dopo che gli Stati Uniti il 23 dicembre si sono astenuti dal voto sulla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha condannato le illegali colonie israeliane, il presidente eletto ha twittato: “Per quanto riguarda l’ONU, le cose cambieranno dopo il 20 gennaio.”

Trump è di nuovo ricorso a Twitter, poco dopo che John Kerry ha pronunciato un importante discorso politico sul conflitto israelo-palestinese, in cui il segretario di stato ha rimproverato Israele di compromettere la soluzione dei due stati ed ha definito l’attuale governo di Benjamin Netanyahu il più a destra della storia di Israele.

Nella sua replica Trump ha invitato Israele a “tener duro” fino al suo insediamento il 20 gennaio. Anche i leaders israeliani guardano a quella data, quelli del calibro di Naftali Bennett, capo del partito estremista Casa Ebraica, si attendono una ‘riconfigurazione’ delle relazioni tra Israele e Stati Uniti, una volta che Trump sarà presidente.

Inoltre Bennett, che è anche il ministro dell’educazione di Israele, lo scorso novembre ha dichiarato ai giornalisti: “Abbiamo l’opportunità di reimpostare la struttura di tutto il Medio Oriente, dobbiamo cogliere questa opportunità e sfruttarla.”

Una delle imminenti opportunità offerte dalla presidenza Trump, ha detto Bennett, è che “l’epoca dello stato palestinese è tramontata.”

Certo, Kerry ha ragione; l’attuale governo israeliano è il più di destra ed il più estremista, una prospettiva destinata a non cambiare presto, dato che riflette fedelmente il clima politico e sociale del paese.

Leggete come ha risposto Bennett al discorso di Kerry.

Kerry mi ha citato tre volte nel suo discorso, senza nominarmi, per dimostrare che noi siamo contrari ad uno stato palestinese”, ha detto, “perciò lasciatemelo dire esplicitamente: sì. Se dipendesse da me, non creeremo un altro stato terrorista nel cuore del nostro paese.”

All’insistenza di Kerry sul fatto che Gerusalemme dovrebbe essere la capitale sia di Israele che della Palestina, Bennett ha risposto: “Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei per 3.000 anni. Sta scritto nella Bibbia, apritela e leggetela.”

La presa del fanatismo religioso sulla politica di Israele è irreversibile, quanto meno nel futuro prevedibile. Mentre nel passato i politici ebrei laici utilizzavano i precetti religiosi per attrarre i fedeli ebrei in cambio dei loro voti e per popolare le colonie illegali, adesso sono i gruppi religiosi che stabiliscono i criteri delle principali politiche israeliane.

E allora come può tutto questo essere un bene per i palestinesi? In parole povere: la chiarezza.

Da quando funzionari statunitensi di medio livello hanno accettato di incontrare una delegazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) in Tunisia alla fine degli anni ’80, gli Stati Uniti hanno scelto un cammino piuttosto inverosimile per fare la pace. Subito dopo che gli Stati Uniti hanno “reclutato” con riluttanza l’OLP – una volta che quest’ultima ha dovuto superare mille ostacoli politici per ottenere un cenno di assenso americano – sono rimasti gli unici a definire che cosa comportasse la “pace” tra Israele ed i suoi vicini palestinesi ed arabi.

La Casa Bianca ha stabilito i parametri del “processo di pace”, ha costretto in parecchie occasioni gli arabi ad approvare qualunque “visione” della pace gli Stati Uniti ritenessero conveniente ed hanno diviso gli arabi tra ‘moderati’ e ‘radicali’, basandosi esclusivamente su come un determinato paese avrebbe recepito i dettami di ‘pace’ degli USA nella regione.

Senza alcun mandato, gli Stati Uniti si sono auto-nominati ‘ un onesto intermediario per la pace’, ed hanno fatto di tutto per compromettere il rispetto di quegli stessi parametri che avevano posto per raggiungere la supposta pace. Mentre arrivava a definire la costruzione delle colonie illegali israeliane un ‘ostacolo alla pace’, Washington finanziava le colonie e l’esercito di occupazione incaricato di proteggere quelle entità illegali; faceva appello a ‘costruire la fiducia’ mentre, nello stesso tempo, finanziava l’esercito israeliano e giustificava le guerre di Israele a Gaza e la sua eccessiva violenza nella Cisgiordania e a Gerusalemme occupate.

In altri termini, per decenni, gli Stati Uniti hanno fatto esattamente il contrario di ciò che predicavano pubblicamente.

La schizofrenia politica americana sta toccando il suo massimo in questo momento. Mentre Obama ha osato fare una cosa incredibile a dicembre – quando si è astenuto dal voto su una risoluzione che chiedeva ad Israele di porre fine alle sue colonie illegali in Cisgiordania – solo poche settimane prima ha concesso ad Israele “ il più cospicuo finanziamento militare nella storia.”

Nel corso degli anni il cieco appoggio americano ad Israele ha accresciuto le aspettative di quest’ultimo al punto che adesso prevede che il sostegno continui, anche quando Israele è governato da estremisti che stanno ulteriormente destabilizzando una regione già fragile ed instabile. Nella logica israeliana queste aspettative sono del tutto razionali.

Gli Stati Uniti hanno svolto la funzione di facilitatori dell’aggressività politica e militare israeliana, tenendo buoni i palestinesi e gli arabi con vuote promesse, a volte con minacce, elemosine e semplici parole.

I cosiddetti ‘palestinesi moderati’, del genere di Mahmoud Abbas e della sua Autorità Nazionale Palestinese, sono stati debitamente rabboniti, certo, perché hanno ottenuto i privilegi del ‘potere’, insieme al riconoscimento politico statunitense, permettendo intanto ad Israele di conquistare tutto ciò che rimaneva della Palestina.

Ma quel tempo è certamente finito. Finché gli USA continueranno a permettere l’intransigenza di Israele, una presidenza Trump probabilmente segnerà un totale abbandono del linguaggio ambiguo di Washington.

Il male non sarà più un bene, ciò che è sbagliato non è giusto e il militarismo non è fare la pace. Di fatto, Trump è destinato a mostrare la politica estera americana per quello che veramente è ed è stata per decenni. La sua presidenza probabilmente porrà tutte le parti in causa di fronte ad una difficile scelta su dove collocarsi riguardo alla pace, alla giustizia e ai diritti umani.

Anche i palestinesi dovranno fare una scelta, affrontare la realtà durata decenni con un fronte unito, oppure schierarsi al fianco di coloro che intendono ‘ riconfigurare’ il futuro del Medio Oriente sulla base di una fosca interpretazione delle profezie bibliche.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato internazionalmente, scrittore e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: storia non raccontata di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il processo a Elor Azaria, l’assassino di Hebron: l’agonia mortale di una società sana

di Gideon Levy, 4 gennaio 2017 Haaretz

Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non permetteranno che accada

Guardate bene il processo al soldato Elor Azaria: ecco a cosa assomiglia un’agonia mortale. Ecco a cosa assomigliano l’agonia di un buon governo e gli ultimi spasmi di una società sana. Ecco a cosa assomiglia l’apparente uguaglianza davanti alla legge – (che cosa sarebbe successo se Azaria fosse stato palestinese?) – quando quasi tutte le maschere sono già state strappate, compreso il velo della vergogna. Ecco a cosa assomiglia la democrazia quando pensa di poter continuare ad esistere indisturbata persino come brutale tirannia militare in casa propria. Ecco a cosa assomiglia un esercito di occupazione quando ancora insiste su un qualche sacro simulacro di legalità e valori.

Tutto precipita nella stessa direzione, e la corsa ha prodotto un ultimo e disperato tentativo di ammantarla di correttezza, sotto forma del processo ad Azaria o dell’evacuazione dell’avamposto di Amona, per esempio. Quando Moshe Ya’alon e Gadi Eisenkot, due comandanti militari responsabili di crimini di guerra ed occupazione, sono diventati i tutori della legge e della moralità in Israele, la situazione è più che disperata.

Vale la pena di soffermarsi su di loro: presto anche loro non saranno più lì. Il loro posto verrà occupato da gente persino peggiore. Ieri la folla minacciava: “Gadi, Gadi, stai attento, Rabin (primo ministro israeliano assassinato nel 1995 da un colono ebreo estremista, ndtr.) sta cercando un compagno.”

Forse perderemo Eisenkot. E’ difficile crederlo, ma anche lui ormai appartiene ad una specie a rischio. Persino il conduttore televisivo Dany Cushmaro ieri è stato preso di mira dalla gentaglia. Che cosa ridicola.

In tribunale un giudice militare ha pronunciato una sentenza circostanziata ed argomentata, chiara ed inequivocabile e che prescinde assolutamente da quanto stava avvenendo all’esterno. In tribunale l’imputato è stato applaudito, mentre i giornalisti facevano a gara su chi riuscisse a mostrare maggior compassione ed empatia per lui (per che cosa, esattamente?). E all’esterno centinaia di dimostranti minacciavano di assaltare il tribunale, l’esercito e i media, mentre il coro di incitamento dei politici li aizzava.

I ministri della cultura, dell’educazione e dell’interno stanno già perdonando Azaria. La deputata dell’Unione Sionista (coalizione di centro sinistra, ndtr) Shelly Yacimovich (!) si è già unita a loro. Le regole sono state invertite una dopo l’altra: una persona condannata per omicidio è un eroe; il capo di stato maggiore dell’esercito di occupazione è un modello di moralità; i ministri del governo stanno sovvertendo il sistema giudiziario e militare. E l’opposizione è inesistente.

Quanta strada ha fatto Israele dal perdono accordato ai predecessori di Azaria, gli esecutori dell’attacco al bus 300 nel 1984, quando due palestinesi che avevano sequestrato un autobus furono catturati vivi dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ed in seguito messi a morte. Loro per lo meno non sono diventati degli eroi. Forse hanno persino provato un momento di vergogna per le loro azioni.

Sono passati 13 anni dall’ultima volta che un soldato dell’esercito israeliano è stato condannato per aver commesso un omicidio in servizio e quella volta si è trattato di un soldato beduino, che ha passato 6 anni in prigione esclusivamente grazie alle pressioni internazionali (aveva ucciso un fotografo britannico). Le operazioni “Piombo fuso” e “Scudo Protettivo” a Gaza, con le centinaia di morti evitabili, si sono concluse senza alcuna condanna. Le esecuzioni di ragazze armate di forbici e di ragazzi con coltelli si sono succedute anch’esse senza che nessuno venisse processato, sotto gli occhi di Eisenkot.

C’è un giudice nel quartier generale dell’esercito?” Praticamente nessuno. Azaria non è stato il primo giustiziere e non sarà neanche l’ultimo.

E’ un bene che sia stato condannato. Se gli viene comminata una condanna adeguata forse questo impedirà qualche altra uccisione criminale. Ma non c’è da rallegrarsi per questo. Le telecamere di B’Tselem – quell’associazione di traditori e bugiardi – ha costretto l’esercito a metterlo sotto processo. Le prove hanno costretto il tribunale a condannarlo.

Ed è stato il canto del cigno. Non ci saranno altri processi Azaria. I politici e la gente non lo permetteranno.

La radice di tutto ciò è l’odio per gli arabi. Azaria è potenzialmente un eroe nazionale per una sola ragione: ha ucciso un arabo (il confine tra arabi e terroristi è labile in Israele). Ha fatto ciò che molta gente avrebbe voluto fare e ciò che molta di più pensa che avrebbe dovuto fare.

E’ stato un omicidio nato dalla pietà: l’autocommiserazione dell’occupante per l’amarezza del proprio destino. Povero soldato Azaria, costretto a sorvegliare un checkpoint a Hebron. Poveri i suoi compagni, che lo hanno mandato là. Povero Israele, che è costretto ad erigere checkpoints nel cuore di una città palestinese ed a strangolare i suoi abitanti. Ma nessuno è stato processato per questo.

Azaria non è né un eroe né una vittima. E’ un criminale. Ma al di sopra di lui ci sono criminali ancor più grandi.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Adeguarsi alla perniciosa occupazione israeliana

 Amira Hass – 1 gennaio 2017, Haaretz

A.B. Yehoshua si mette in riga dividendo i palestinesi in varie categorie e quindi ignora le loro difficoltà complessive.

Lo scrittore A.B. Yehoshua (“Alleviare la perniciosità dell’occupazione”, Haaretz, 31 dicembre) ha ragione quando collega la parola “perniciosità” a occupazione. Ma sotto le mentite spoglie dell’innovazione, dell’audacia e di considerazioni umanitarie, la sua proposta per un temporaneo e parziale allentamento della perniciosità si adegua alla tradizionale politica israeliana: dividere il popolo palestinese in varie categorie burocratiche, in enclaves separate e distanti, e naturalmente senza chiedere la loro opinione.

Per sembrare audace, ma per proporre qualcosa che è proprio quello che il governo del ministro dell’Educazione Naftali Bennett e la ministra della Giustizia Ayelet Shaked (entrambi di Habayit Hayehudi [estrema destra dei coloni. Ndtr.]) vogliono, alcuni dei fatti citati da Yehoshua vengono stravolti. Qui di seguito alcuni di questi stravolgimenti:

* “Uno spazio binazionale”. Non c’è bisogno di andare fino ai miseri quartieri congegnati da Israele a Gerusalemme est per giocare con l’idea di un “laboratorio” di vita binazionale. E’ vero che il popolo palestinese è stato disperso da quando è stato espulso dalla propria terra d’origine nel 1948. Ma non ha mai smesso di essere una nazione per questa ragione, compreso il milione e mezzo di palestinesi che sono attualmente cittadini israeliani. Israele nei suoi confini riconosciuti è uno spazio binazionale, indipendentemente della sue definizioni e dalle discriminazioni che opera a danno dei suoi cittadini palestinesi.

* “La Striscia di Gaza è del tutto separata da Israele.” Non è vero. I due milioni di residenti della Striscia di Gaza sono registrati nell’anagrafe controllata da Israele. Come i palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Come Yehoshua e come me. La carta d’identità rilasciata ad ogni sedicenne di Gaza necessita dell’approvazione israeliana. E’ Israele che decide se, quanti e quali palestinesi che tornano dall’estero otterranno la residenza in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. La moneta corrente in uso nella Striscia è lo shekel.

Circa un quarto dei gazawi ha familiari in Cisgiordania, nella Gerusalemme est occupata e nello stesso Israele. Tutti i residenti di Gaza hanno proprietà immobiliari del passato, di famiglia, e legami affettivi all’interno di Israele, indipendentemente da quello che noi decidiamo per loro.

* “L’Area A è soggetta alla legislazione civile e militare palestinese.” Non è esatto. Nell’Area A i palestinesi hanno poteri civili e di polizia, ma non militari. Quando ogni settimana i nostri soldati fanno incursioni nei quartieri e nelle case in questa zona, le forze di sicurezza palestinesi si devono nascondere nelle loro basi. Se si oppongono all’invasione dell’esercito israeliano – le uccidiamo o le condanniamo per terrorismo.

* “(Sono) i palestinesi che vivono nell’Area C che si confrontano con l’occupazione israeliana, affrontando sia i coloni che l’esercito.” Di cosa stai parlando? I coloni non discriminano e vessano chiunque, e sono impazienti di mettere le mani nella “C” sulla terra di palestinesi che vivono ovunque in Cisgiordania

* “Il numero di palestinesi che abitano nell’Area C è solo di circa 100.000.” Da dove esce questo numero? Bimkom [associazione di urbanisti e architetti israeliani che opera per una gestione collettiva del territorio. Ndtr.], “Pianificatori per diritti di progettazione”, nel 2008stimava che nell’Area C vivessero 150.000 palestinesi. Un mini-censimento condotto dall’ufficio Onu per il coordinamento degli Affari Umanitari nei territori palestinesi occupati ha trovato che alla fine del 2013 il numero era raddoppiato -300.000. Alcuni vivono in comunità che si trovano totalmente nell’Area C, altri in comunità divise tra C, A e B, che sono in ogni caso categorie artificiose, in contraddizione con qualunque logica di pianificazione. Quello che è certo è che circa 30.000 beduini nell’Area C sarebbero contenti di tornare nella loro terra nel Negev, da cui sono stati espulsi nel 1948. Accanto alle comunità di Al-Arakib e di Ummal-Hiran, che, come sappiamo, sono prospere e godono dei molti diritti che Israele ha concesso loro… [riferimento polemico al modo in cui sono trattati i beduini con cittadinanza israeliana. Ndtr.]

* “Residenza con diritti (sociali) di base.” Naturalmente il modello è quello dello status di residenti dei palestinesi di Gerusalemme est, o, per essere più precisi, i deliri israeliani su quanto sia bella lì la vita dei palestinesi. Se fosse così bella, come mai abbiamo trasformato circa l’80% di loro in poveri a carico dell’assistenza sociale? Oltre alla situazione di inferiorità socio-economica in cui abbiamo gettato i palestinesi di Gerusalemme, il loro stesso status di residenti è molto precario. Dipende dalle norme di ingresso in Israele, in altre parole, si riferisce a questi cittadini come se avessero scelto di spostarsi e vivere in Israele, piuttosto che essere stati invasi da Israele.

Pertanto è uno status sottoposto a condizioni, che Israele può revocare a suo piacimento, secondo criteri che esso stesso ha stabilito (provare di avere lì il “centro della propria vita” o “lealtà allo Stato”). Prima del 1994 (quando le autorità civili sono state trasferite all’Autorità Nazionale Palestinese), Israele poteva espellere residenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza come voleva, e revocare il loro status. Gli accordi di Oslo hanno abolito questa prerogativa dell’occupante (una delle poche clausole positive). A Gerusalemme i palestinesi rimangono più che mai esposti al pericolo di espulsione e di revoca della residenza. Ora Yehoshua vuole aggiungervi altre 100.000 persone?

* “Questo permesso di residenza impedirebbe l’espropriazione delle loro terre (o renderla molto più difficile).” Di cosa sta parlando Yehoshua? La residenza – proprio come la cittadinanza – non protegge i palestinesi dal furto della loro terra e dall’espulsione dalle loro case. Silwan. Isawiyah. Jabal Mukkaber. Sakhnin. Jaffa. Al-Arakib. Sono esempi sufficienti?

La deformazione rende più facile creare una separazione emotiva ed intellettuale dal siginificato dei fatti. La separazione è comprensibile. E’ difficile ammettere che l’ideologia sionista e la sua creazione – Israele – abbiano dato vita a un mostro ladro, razzista, arrogante che ruba acqua, terra e storia, che ha le mani insanguinate con la scusa della sicurezza, che per decenni ha deliberatamente pianificato l’attuale pericolosa situazione di bantustan, da entrambi i lati della Linea Verde [che divide Israele dai territori occupati. Ndtr.]. Tutto ciò che Yehoshua sta facendo è mettersi in riga e suggerire un’altra sotto-definizione che aiuti la burocrazia israeliana a dividere in categorie il popolo palestinese e separarlo dai suoi luoghi e dalla sua terra.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Alleviare la malvagità dell’occupazione israeliana

di A.B. Yehoshua | 31 dicembre, 2016 |Haaretz

Dobbiamo dare [il permesso di] residenza israeliano ai centomila palestinesi che vivono nella parte della Cisgiordania controllata da Israele, al fine di ridurre la sofferenza di coloro che vivono sulla prima linea dell’occupazione

Le osservazioni che ho fatto alla conferenza dell'”Istituto per la Ricerca Politica di Gerusalemme” agli inizi di questo mese hanno creato molto scalpore. Alla conferenza i relatori hanno presentato le attività nelle aree comuni a favore di differenti comunità dell’area della grande Gerusalemme, in particolare degli ebrei e dei palestinesi. Io ho parlato dell’importanza di questi territori anche come una sorta di laboratorio per una convivenza binazionale nell’intero territorio della Terra di Israele- considerando la deprimente e difficile eventualità che la soluzione dei due Stati non si possa realizzare e che israeliani e palestinesi verranno lentamente trascinati, lo vogliano o no, verso una qualche forma di Stato binazionale o federale.

Sono passati quasi 50 anni dalla guerra dei Sei Giorni nel 1967. Durante questo periodo sono rimasto attaccato con entusiasmo e determinazione all’idea della soluzione dei due Stati – Israele e Palestina, che vivano l’uno accanto all’altro in pace e riconoscendosi a vicenda – e ho agito coerentemente con tale convincimento.

Ritengo ancora che questa sia la soluzione giusta ed etica al conflitto. E benché alcuni in entrambi gli schieramenti, israeliani e palestinesi, hanno rifiutato per anni di riconoscere la legittimità di questa soluzione, lentamente è diventata la soluzione accettabile all’intera comunità internazionale, compresa larga parte del mondo arabo, fino a essere finalmente codificata negli accordi di Oslo del 1993.

Perfino l’attuale governo di estrema destra in Israele ha adottato ufficialmente la soluzione a due Stati; tuttavia sul terreno nell’ultimo decennio non si è visto alcun serio tentativo israeliano di fare un passo per la sua realizzazione. Parallelamente è chiaro che l’Autorità palestinese, che a sua volta ha ufficialmente adottato la soluzione a due Stati, sta sta evitando seri negoziati con il governo israeliano per realizzare concretamente questa soluzione.

La stessa Gerusalemme la cui parte orientale, secondo quanto prevede la soluzione a due Stati, avrebbe dovuto essere la capitale dello Stato palestinese, è diventata fisicamente sempre di più una città unica. La possibilità di istituire un confine internazionale che la attraversi sembra piuttosto irrealistica.

Gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno fallito nell’imporre ad entrambi i contendenti la soluzione a due Stati non solo a parole ma anche di fatto. Questo è particolarmente vero per la parte israeliana, che continua a espropriare terra palestinese per la crescita e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania.

I trattati di pace con la Giordania e l’Egitto possono ancora essere conservati, ma quei due Paesi sono costretti a fare i conti con i loro seri problemi, e le loro preoccupazioni a favore dei palestinesi sono solo belle parole. Il mondo arabo sta andando a pezzi e si sta disintegrando in guerre civili sanguinose e ha perso ogni influenza e interesse nei confronti del conflitto israelo-palestinese. Di conseguenza, l’idea dei due Stati sta diventando sempre più problematica.

E cosa sta succedendo nei territori palestinesi? La Striscia di Gaza è ora del tutto separata da Israele senza la presenza di israeliani, siano civili o militari. Per Israele Gaza è una sorta di piccolo Stato nemico, un posto dove scoppiano occasionalmente brevi guerre con Israele. Ma la Striscia di Gaza non è sotto totale assedio, dal momento che ha un confine indipendente con l’Egitto e vi è anche un varco per il cibo e le merci tra Gaza e Israele.

La Cisgiordania in base agli accordi di Oslo è divisa in tre aree: l’area A, B e C. Le aree A e B comprendono il 40% circa della Cisgiordania, mentre l’area C costituisce il rimanente 60% del territorio. Le aree A e B, dove si trovano le maggiori città e paesi palestinesi, sono sotto il governo dell’Autorità palestinese.

L’area A è soggetta alla legislazione civile e militare palestinese. L’area B è soggetta solamente dall’amministrazione civile palestinese, mentre quella militare è sotto il controllo di Israele. Questo significa che la maggior parte dei palestinesi in queste aree vivono sotto una forma di parziale e limitata autonomia e hanno una polizia semi-militarizzata al loro servizio che, in qualche misura, collabora con le forze di sicurezza israeliane per prevenire il terrorismo.

Tutte le colonie si trovano nell’area C. Secondo stime prudenti, il numero dei coloni [si aggira attorno ai] 450.000, circa la metà dei quali vive nelle città. Il numero dei palestinesi che abitano

nell’area C è solamente di circa 100.000 e sono persone che sono in continuo conflitto con i coloni, specialmente quelli estremisti, riguardo all’esproprio delle terre, alle minacce sulle strade, allo sradicamento degli olivi e al vergognoso sfruttamento come lavoratori sottopagati. Questi palestinesi sono sotto la continua sorveglianza dell’esercito israeliano, della polizia e dei servizi di sicurezza.

Data la situazione generale del mondo, che tende verso nazionalismi di destra estrema, data la deplorevole situazione del mondo arabo, lo scarso interesse nei confronti del conflitto israelo-palestinese in atto per più di 140 anni, e dati il governo di estrema destra d’Israele e la passività dell’Autorità palestinese- sembra chiaro che la soluzione dei due Stati per due popoli sta divenendo sempre più impossibile. Così dobbiamo cominciare a pensare ad altre soluzioni parziali, di natura federale , che aggirino l’attuale impossibilità di stabilire un confine internazionale definito tra i due popoli nella terra di Israele.

Nella prima fase, per alleggerire il peso dell’occupazione ( le cui propaggini avvelenano la democrazia anche all’interno dei confini israeliani), è necessario concedere il permesso di residenza ai 100.000 palestinesi che vivono nell’area C e che si confrontano con l’occupazione israeliana, affrontando sia i coloni che l’esercito.

Questi permessi di residenza ai palestinesi prima di tutto gli garantiranno i diritti fondamentali che hanno i coloni che abitano intorno e vicino a loro. In altre parole, i benefici del sistema di sicurezza sociale, l’accesso alle cure sanitarie, i sussidi di disoccupazione, il minimo salariale, la libertà di movimento e un migliore status legale nei confronti delle autorità giudiziarie e della legge israeliane. Tale permesso di residenza potrebbe prevenire l’esproprio delle loro terre ( o renderlo molto più difficile) per mezzo delle varie ignobili proposte di legge per legalizzare la costruzione su terra privata palestinese, oppure per mezzo di ordinanze militari arbitrarie, abusando di loro in quanto soggetti senza diritti.

Contrariamente a quello che è stato insinuato nelle reazioni al mio discorso, concedere il permesso di residenza non significherà l’annessione dell’area C ad Israele. Lo status di questo territorio rimarrebbe lo stesso di oggi: un territorio conteso il cui status sarà deciso in un futuro negoziato tra palestinesi e israeliani, analogamente a quello di Gerusalemme est. Se nel contesto di una soluzione a due Stati Gerusalemme sarà parte dello Stato palestinese, allora il permesso di residenza israeliano, che i 250.000 palestinesi che vivono lì già posseggono, non sarà di ostacolo ad un accordo.

Ho più volte detto che continuerò a sostenere la soluzione a due Stati, proprio come l’ho sostenuta nei 50 anni precedenti. Ma è impossibile non provare a migliorare , anche di poco, la situazione delle migliaia di palestinesi che vivono nell’area C, dove un’occupazione perniciosa avvelena la loro esistenza giorno e notte.

Il nostro urgente dovere umanitario di ridurre la sofferenza umana– nella misura in cui non confligga con il raggiungimento di un giusto accordo nel futuro – viene prima di principi semplicistici. Un palestinese cinquantenne che è nato durante l’occupazione e la affronta di continuo in prima linea, merita di ricevere da subito diritti sostanziali e immediati, anche se solo parziali, al fine di migliorare la sua situazione.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




2017: un anno in cui rievocare tre tristi anniversari palestinesi

Richard Falk– 27 dicembre 2016, Middle East Eye

Solo una resistenza non violenta dei palestinesi al loro prolungato calvario e l’attivismo della società civile internazionale sembrano avere forse la capacità di adoperarsi per cambiamenti positivi dello status quo.

I palestinesi sembrano sempre più condannati a diventare sudditi, o al massimo cittadini di seconda classe, nella loro terra d’origine. L’espansionismo israeliano, l’incondizionato appoggio degli USA e l’impotenza dell’ONU si combinano per creare fosche prospettive per l’autodeterminazione dei palestinesi e per una pace negoziata che sia sensibile ai diritti e alle rivendicazioni sia dei palestinesi che degli ebrei.

Rievocare tre importanti anniversari da commemorare nel 2017 può aiutarci a comprendere meglio quanto questa dolorosa narrazione palestinese si sia sviluppata nel corso degli ultimi 100 anni.

Forse tali rimembranze possono persino incoraggiare la correzione degli errori passati e i deboli tentativi di trovare una via d’uscita, seppure in ritardo. Le iniziative più promettenti sono ora legate al crescente movimento di solidarietà internazionale impegnato a raggiungere una pace giusta per entrambi i popoli.

Per il momento, né le Nazioni Unite né la diplomazia tradizionale sembrano avere molto potere sul gioco delle forze sociali e politiche che si trovano al centro della lotta dei palestinesi. Solo una resistenza non violenta dei palestinesi al loro prolungato calvario e l’attivismo della società civile internazionale sembrano forse avere la capacità di esercitare cambiamenti positivi dello status quo.

1917

Il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri britannico, Arthur Balfour, venne convinto a mandare una lettera al barone Lionel Rothschild, uno dei principali sostenitori del sionismo in Gran Bretagna, in cui esprimeva il sostegno alle aspirazioni del movimento. Il concetto più importante della lettera era la seguente:

“Il governo di sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare per il popolo ebraico, e farà uso del proprio massimo impegno per agevolare la realizzazione di questo obiettivo, essendo chiaro che non deve essere fatto nulla che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”.

Una prima e scontata osservazione è per quale motivo la Gran Bretagna si sia attivata per prendere una simile iniziativa nel bel mezzo della Prima Guerra Mondiale. La risposta più immediata è che la guerra non stava andando molto bene, alimentando nei dirigenti inglesi la convinzione e la speranza che, schierandosi con il movimento sionista, avrebbero incoraggiato gli ebrei in tutta Europa a sostenere la causa degli alleati, soprattutto in Russia e in Germania.

Una seconda motivazione era favorire gli interessi britannici in Palestina, a cui l’allora primo ministro Lloyd Geroge guardava come strategicamente vitale per proteggere la via commerciale terrestre verso l’India così come salvaguardare l’accesso al Canale di Suez.

Fin dal giorno della sua emanazione la Dichiarazione Balfour fu controversa, persino tra alcuni ebrei. Innanzitutto un simile impegno da parte dell’ufficio del ministero degli Esteri era prettamente colonialista, senza il benché minimo tentativo di prendere in considerazione i sentimenti della popolazione prevalentemente araba che viveva in Palestina all’epoca (gli ebrei erano meno del 10% della popolazione nel 1917) o di tener conto del crescente appoggio internazionale al diritto di auto-determinazione di cui gode ogni popolo.

Opposizione ebraica a Balfour

Ebrei importanti, guidati da Edward Montagu, all’epoca segretario di Stato per l’India, si opposero alla dichiarazione, temendo che ciò avrebbe fomentato l’antisemitismo, soprattutto nelle città europee e nordamericane.

Oltre a ciò, gli arabi si sentirono traditi in quanto l’iniziativa di Balfour era vista sia come una violazione delle promesse agli arabi durante la guerra di un’indipendenza politica dopo il conflitto in cambio della partecipazione alla lotta contro i turchi. Inoltre ciò faceva presagire futuri problemi che sarebbero scoppiati tra la promozione dell’immigrazione ebraica in Palestina da parte dei sionisti e le proteste della popolazione autoctona araba.

Bisognerebbe anche riconoscere che neppure tutti i dirigenti sionisti erano contenti della dichiarazione Balfour. C’erano deliberate ambiguità nella sua formulazione. Per esempio, i sionisti avrebbero preferito la parola “il” piuttosto che “un” davanti a “focolare nazionale [ebraico]”. Inoltre l’impegno a proteggere lo status quo dei non ebrei era visto come causa di guai futuri, benché, come si è visto in seguito, questo attestato di responsabilità colonialista non sia mai stato messo in pratica.

Infine i sionisti ricevettero un appoggio per un focolare nazionale, non per uno Stato sovrano, benché colloqui riservati con gli inglesi convenissero che uno Stato ebraico potesse nascere in futuro, ma solo dopo che gli ebrei fossero diventati maggioranza in Palestina.

Questo sguardo all’indietro alla Dichiarazione Balfour è utile per comprendere come le ambizioni coloniali si siano trasformate in senso di colpa liberale ed empatia umanitaria per la tragedia degli ebrei europei dopo la Seconda Guerra Mondiale, determinando invece un inferno senza fine di delusione e oppressione per la popolazione palestinese.

1947

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con scontri in Palestina che raggiunsero livelli molto intensi, e con l’impero britannico in caduta libera, la Gran Bretagna abbandonò il proprio potere mandatario e lasciò alla nascente ONU il compito di decidere cosa fare.

L’ONU creò un gruppo di alto profilo per abbozzare una proposta, che risultò essere una serie di raccomandazioni che contenevano la partizione della Palestina in due comunità, una per gli ebrei, un’altra per gli arabi. Gerusalemme fu internazionalizzata senza che nessuna comunità esercitasse l’autorità di governo né avesse il diritto di reclamare la città come parte della propria identità nazionale. Il rapporto dell’ONU venne adottato come proposta ufficiale nella forma della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale.

Il movimento sionista accettò la 181, mentre i governi arabi e i rappresentanti del popolo palestinese la rigettarono, sostenendo che questa violava i diritti di autodeterminazione ed era palesemente ingiusta. All’epoca gli ebrei rappresentavano meno del 35% della popolazione ma gli venne assegnato più del 55% della terra.

Com’é noto, ne derivò una guerra, con eserciti dei Paesi arabi vicini che entrarono in Palestina sconfitti da milizie sioniste ben addestrate ed armate. Israele vinse la guerra, ottenendo alla fine il controllo sul 78% della Palestina nel momento in cui fu raggiunto un armistizio, espropriando oltre 700.000 palestinesi e distruggendo molte centinaia di villaggi palestinesi. Questa vicenda è stata il momento più cupo vissuto dai palestinesi, noto tra loro come la nakba, o catastrofe.

1967

Il terzo anniversario del 2017 è relativo alla guerra del 1967, che portò a un’altra disfatta militare dei vicini arabi e all’occupazione israeliana di tutta la Palestina, comprese tutta la città di Gerusalemme e la Striscia di Gaza.

Gli Usa, alleati strategici

La vittoria israeliana ha cambiato in modo drastico la dimensione strategica. Israele, che in precedenza era stato visto come un peso strategico per gli USA, improvvisamente fu considerato un partner strategico degno di un appoggio geopolitico incondizionato.

Nella famosa risoluzione 242, il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decise all’unanimità che dovesse essere negoziato il ritiro delle forze israeliane, con qualche accordo di modifica dei confini, nel contesto della ricerca di un accordo di pace che includesse una soluzione amichevole della disputa relativa ai rifugiati palestinesi che vivevano in tutta la regione.

Durante i successivi 50 anni siamo arrivati alla conclusione che la 242 non è stata messa in atto. Al contrario, Israele ha ulteriormente invaso la Palestina occupata attraverso un’estesa colonizzazione e con le relative infrastrutture, e si è arrivati al punto che pochi credono che uno Stato palestinese indipendente che coesista con Israele sia ancora realizzabile o persino auspicabile.

Questi anniversari rivelano tre fasi della situazione dei palestinesi in continuo peggioramento. Rivelano anche l’incapacità dell’ONU o della diplomazia internazionale a risolvere il problema di come palestinesi ed ebrei dovrebbero condividere la terra.

E’ troppo tardi per invertire tutte queste solide tendenze storiche, ma la sfida per raggiungere una soluzione umana che consenta in qualche modo a questi due popoli di vivere insieme o in comunità politiche separate rimane acuta.

Speriamo ardentemente che una soluzione soddisfacente sia trovata prima che un altro anniversario si imponga alla nostra attenzione.

– Richard Falk è un docente di diritto e relazioni internazionali che ha insegnato per 40 anni all’università di Princeton. Nel 2008 è stato anche nominato dall’ONU per sei anni come Rapporteur speciale sui diritti umani dei palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




La palestina nel 2017: è tempo di dire addio a Washington e di abbracciare il mondo

Ramzy Baroud – 29 dicembre 2016, Ma’an News

Non ci sono dubbi che la condanna del Consiglio di Sicurezza dell’ONU ad Israele venerdì 23 dicembre sia stato un evento importante e degno di nota.

E’ vero, i principali organi delle Nazioni Unite (il Consiglio di Sicurezza e l’assemblea generale) e le sue

varie istituzioni, dalla Corte Internazionale di Giustizia all’agenzia ONU per la cultura, l’UNESCO, hanno ripetutamente condannato l’occupazione israeliana, le colonie ebraiche illegali e i soprusi contro i palestinesi. Nei fatti, a differenza della risoluzione 2334 del 23 dicembre, le precedenti condanne ONU sono state molto più forti – in quanto alcune risoluzioni non solo hanno chiesto un immediato blocco della costruzione di colonie ebraiche illegali, ma anche la rimozione di quelle esistenti.

Ci sono oltre 196 insediamenti illegali sul territorio palestinese occupato, oltre a centinaia di avamposti dei coloni. Questi insediamenti ospitano oltre 600.000 coloni ebrei, che si sono installati lì in violazione delle leggi internazionali e, in particolare, della Quarta Convenzione di Ginevra.

Ma cosa rende importante questa specifica risoluzione?

In primo luogo, gli USA non hanno posto il veto sulla risoluzione né hanno minacciato di farlo; non hanno neppure fatto seriamente pressioni, come hanno fatto spesso in precedenza per rendere più morbido il testo.

Secondo, è la prima condanna decisa e chiara di Israele da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in quasi otto anni – circa l’intero periodo del mandato del presidente Barak Obama.

Terzo, il voto ha avuto luogo nonostante le eccezionali pressioni israeliane sull’attuale amministrazione USA, su quella di Donald Trump che sta per iniziare e quelle che hanno avuto successo sul presidente egiziano, Abdul Fatah al-Sisi. Infatti l’Egitto ha rimandato il voto, previsto per il giorno precedente, prima che Nuova Zelanda, Senegal, Malaysia e Venezuela accellerassero e portassero al voto la risoluzione il giorno successivo.

Senza dubbio la risoluzione ONU – come tutte le altre – rimane alquanto simbolica finché non ci sono dei meccanismi concreti per garantire il rispetto delle leggi internazionali.

Non solo Israele non rispetta la volontà delle Nazioni Unite, ma nei fatti sta accelerando le attività di colonizzazione nella zona di Gerusalemme, sfidando questa decisione.

Mentre i membri del Consiglio di Sicurezza stavano preparando per il voto sull’ “invalidità legale” delle colonie ebraiche, il Comune di Gerusalemme ha annunciato che 300 unità abitative saranno costruite nelle colonie illegali di Ramat Shlomo, Ramot e Bit Hanina.

D’altra parte l’Autorità Nazionale Palestinese sta già festeggiando un’altra “vittoria” simbolica, che è stata prontamente venduta ai palestinesi, per niente entusiasti, come un passo fondamentale verso la loro libertà e verso uno Stato indipendente. La risoluzione ONU è stata certo desiderosa di garantire che l’illusione dei due Stati sia ulteriormente perpetuata, che è tutto ciò di cui la leadership di Mahmoud Abbas aveva bisogno per insistere su un miraggio irraggiungibile.

Tenendo conto di tutto ciò, c’è una lezione – e una lezione importante – che si deve trarre a questo punto: senza il sostengo degli USA, Israele, con tutta la sua potenza, è decisamente vulnerabile e isolato nell’arena internazionale. Il risultato della votazione è stato piuttosto eloquente: i 14 membri del Consiglio di Sicurezza hanno votato “sì”, mentre gli USA si sono astenuti. Il voto è stato seguito da un raro spettacolo in simili consessi, un prolungato applauso, in cui Paesi che difficilmente si trovano d’accordo tra loro hanno concordato con convinzione sulla giustezza delle aspirazioni palestinesi e sul rifiuto del modo di agire di Israele.

Pensateci per un momento: i continui sforzi di Israele e degli USA per intimidire, forzare e imbrogliare i membri dell’ONU in modo da tener fuori la comunità internazionale dal conflitto israelo-palestinese, sono completamente falliti. E’ bastata una semplice astensione USA dal voto per mettere in luce l’unanimità internazionale ancora solida riguardo alle azioni illegali di Israele in Palestina.

In un emblematico segnale di speranza, la votazione chiude il 2016, che è stato molto duro per i palestinesi. Centinaia di palestinesi sono stati uccisi durante quest’anno durante scontri a Gerusalemme, in Cisgiordania e a Gaza; centinaia di case sono state parzialmente o totalmente demolite e danneggiate; migliaia di ettari di terra sono stati confiscati da Israele, e innumerevoli alberi di olivo divelti.

Il prossimo anno difficilmente promette di essere migliore, in quanto la nuova amministrazione USA di Trump presenta tutti i requisiti che suggeriscono il fatto che il sostegno USA a Israele rimarrà saldo, se non prenderà una piega ancora più terrificante.

Friedman [nuovo ambasciatore americano in Israele nominato da Trump ed eslicitamente favorevole alle colonie. Ndtr.] e quelli come lui non tengono in alcuna considerazione le leggi internazionali né hanno rispetto per l’attuale politica estera USA riguardo all’occupazione israeliana, all’illegalità delle colonie (considerate un “ostacolo per la pace” da varie amministrazioni) e sono pronti a spostare l’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme.

Tutto ciò è inquietante, e la risoluzione appena approvata non deve illudere che le cose stiano cambiando.

Nondimeno c’è una speranza.

La risoluzione è un’ulteriore affermazione che la comunità internazionale è incondizionatamente dalla parte dei palestinesi e, nonostante tutti i fallimenti del passato, invoca ancora il rispetto delle leggi internazionali. Questo monito avviene nel momento in cui il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) si sta rafforzando, galvanizzando la società civile, i campus e i sindacati in tutto il mondo per prendere posizione contro l’occupazione israeliana.

Mentre i diritti dei palestinesi non registrano minimamente l’attenzione degli interessi della politica estera USA (che vede la sua alleanza con un forte Israele come molto più importante delle necessità dei Paesi arabi disuniti), i palestinesi possono ancora forgiare una nuova strategia fondata sul forte sostegno che continuano a raccogliere nel resto del mondo.

Israele può essere incolpato di molte cose, ma anche i palestinesi hanno buona parte della responsabilità per la loro divisione, le lotte intestine e la corruzione.

Non si possono aspettare che i loro sforzi, per quanto sinceri, producano libertà e liberazione quando sono incapaci di formare un fronte unitario.

Ciò dovrebbe essere fatto riorganizzando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e riunendo tutte le fazioni palestinesi sotto un’unica piattaforma politica che soddisfi le aspirazioni di tutti i palestinesi, in patria e nella “Shattat” (diaspora).

La dirigenza palestinese deve capire che l’epoca dell’inconcludente egemonia USA è finita. Non più vuote promesse di pace ed elemosina per l’ANP, mentre veniva finanziato l’esercito israeliano e sostenuto politicamente Israele. La prossima amministrazione è totalmente filo-israeliana.

Questa deve essere la chiarezza di cui i palestinesi hanno bisogno per comprendere che richieste ed implorazioni per ottenere la compassione degli americani non saranno più sufficienti.

Se una dirigenza palestinese unitaria non approfitta dell’opportunità e non riprende l’iniziativa nel 2017, tutti i palestinesi ne soffriranno.

E’ ora di allontanarsi da Washington e di abbracciare il resto del mondo.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’agenzia Ma’an News.

(traduzione di Amedeo Rossi)