Analisi: Fatah, tieniti i tuoi applausi – la classe politica palestinese è marcia fino al midollo

6 dicembre 2016   MA’AN NEWS AGENCY

di Ramzy Baroud

Nel luglio del 2003 l’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat definì Mahmoud Abbas un ‘traditore’, che “ha tradito gli interessi del popolo palestinese”.

Arafat ha detestato Abbas fino alla fine. Questo particolare sfogo si verificò durante un incontro con l’inviato delle Nazioni Unite Terje Larsen. L’incontro ebbe luogo pochi mesi dopo che Arafat era stato costretto dagli Stati Uniti, da Israele e da altre potenze occidentali a nominare Abbas primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Storicamente Abbas è stato il meno popolare tra i leaders di Fatah – gente come Abu Jihad, Abu Iyad e lo stesso Arafat. Questi leaders popolari per lo più sono stati assassinati, emarginati o sono morti in circostanze misteriose. Molti ritengono che Arafat sia stato avvelenato da Israele con l’aiuto di palestinesi, e Abbas recentemente ha asserito di sapere chi ha ucciso Arafat.

Eppure, nonostante la sua impopolarità, Abbas ha mantenuto sempre posizioni rilevanti. La lotta di potere tra lui ed Arafat, che è culminata nel 2003, durata fino alla morte di Arafat nel novembre 2004, non ha certo favorito la scialba immagine di Abbas tra i palestinesi.

Talvolta sembra che più Abbas diventa impopolare, più aumenta il suo potere. E’ stato appena rieletto capo del suo partito politico, Fatah, nel corso del suo settimo congresso tenuto a Ramallah il 29 novembre. A 81 anni è leader di Fatah, capo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Comunque il suo discorso tirato per le lunghe durante circa tre ore il 30 novembre non ha portato nulla di nuovo; slogan ritriti e sottili messaggi agli Stati Uniti e Israele che la sua ‘rivoluzione’ si manterrà moderata e nonviolenta.

Tenendo conto del momento critico nella storia della Palestina, l’astratta retorica di Abbas esprime la profondità della crisi interna dei gruppi dirigenti politici palestinesi.

I ripetuti scrosci di applausi che il noioso e banale discorso di Abbas ha ricevuto dai quasi 1400 sostenitori che partecipavano alla conferenza sono un riflesso dell’ incancrenito tribalismo politico che oggi pervade Fatah, il principale partito dell’OLP e, senza dubbio, il partito che lanciò la moderna rivoluzione palestinese.

Ma il partito di oggi è una pallida ombra di ciò che era in origine. I fondatori di Fatah erano giovani ribelli entusiasti e preparati. I loro principali scritti del 1959 rivelavano i loro primi modelli, soprattutto la guerriglia della resistenza algerina contro il colonialismo francese.

La guerriglia in Algeria ha avuto una profonda influenza su di noi”, dicevano i loro comunicati.

Quando ‘tutti’, ai vertici politici di Fatah, votano per Abbas, mentre la maggioranza dei palestinesi lo rifiuta, si è portati a concludere che Fatah non rappresenti in modo fedele il popolo palestinese, né che abbia neanche lontanamente il polso della piazza palestinese.

Se pur si volessero ignorare gli ‘yes-men’ di Fatah, non si può ignorare il fatto che l’attuale lotta tra le elites palestinesi è quasi totalmente slegata dalla lotta contro Israele.

I palestinesi subiscono quotidiane violenze: le colonie ebraiche occupano le colline palestinesi e continuano ad espandersi, i soldati israeliani scorazzano sulla terra palestinese occupata e lo stesso Abbas non può muoversi liberamente senza un previo ‘coordinamento di sicurezza’ con l’esercito israeliano.

Inoltre i palestinesi sono divisi in fazioni, regioni e clan; i favoritismi politici, la corruzione finanziaria e il palese tradimento stanno divorando il corpo politico palestinese come un cancro incurabile. Discorsi su ‘unità’, ‘riconciliazione’ e ‘costruzione dello stato’ non sono altro che parole, mentre i palestinesi conducono la loro triste esistenza sotto il tallone dei soldati, ai checkpoints e sotto il sordo ma esasperante ronzio dei droni militari.

Eppure le elites di Fatah hanno applaudito Abbas circa 300 volte durante il suo discorso di tre ore. Che cosa applaudono, esattamente? Che cosa è stato ottenuto? Quale strategia ha proposto per mettere fine all’occupazione israeliana?

Molta terra palestinese è stata persa tra il sesto congresso di Fatah nel 2009 ed il settimo. Questo non è un risultato, ma un motivo di allarme.

La triste verità è che nessun palestinese che si rispetti dovrebbe applaudire la vuota retorica; mentre i membri rispettabili di Fatah dovrebbero urgentemente riconsiderare tutti insieme questa devastante deriva.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non rispecchiano necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Ramzy Baroud è un giornalista accreditato a livello internazionale, scrittore e fondatore del sito PalestineChronicle.com. Il suo ultimo libro è ‘Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza’.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto Ocha del periodo 29 novembre- 12 dicembre ( due settimane)

L’8 dicembre, al checkpoint di Za’tara (Salfit), le forze israeliane hanno ucciso un 18enne   palestinese;secondo quanto riferito, avrebbe tentato un’aggressione con il coltello.

Dall’inizio del 2016, questo è il secondo episodio del genere accaduto presso questo checkpoint, collocato in un nodo strategico che consente il controllo della principale arteria di traffico verso il nord della Cisgiordania (Road 60) e verso la Valle del Giordano. Un episodio simile, accaduto il 10 dicembre al posto di blocco di Qalqiliya Nord, si è concluso con l’arresto di una ragazza palestinese di 15 anni, sospettata di aver tentato di accoltellare un soldato israeliano; non sono stati segnalati feriti israeliani.

Le autorità israeliane hanno trattenuto il cadavere del giovane palestinese ucciso nell’episodio di cui sopra. Al momento risultano trattenuti 27 cadaveri di palestinesi, alcuni dei quali da più di otto mesi.

Il 4 dicembre la Protezione Civile Palestinese di Gaza ha recuperato i corpi di quattro persone da un tunnel utilizzato per il contrabbando nel tratto lungo il confine con l’Egitto; il tunnel era crollato il 27 novembre scorso. In quest’area l’attività di contrabbando è in gran parte ferma dalla metà del 2013, dopo la distruzione o il blocco della stragrande maggioranza delle gallerie ad opera delle autorità egiziane. Inoltre, in seguito al crollo di un tunnel militare ad est di Gaza City, il 7 dicembre due membri palestinesi di un gruppo armato sono morti ed un altro è rimasto ferito.

In Cisgiordania, nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno ferito 39 palestinesi, tra cui 11 minori. Cinque dei feriti si sono avuti nella Striscia di Gaza, vicino al valico di Nahal Oz (chiuso da tempo), durante scontri scoppiati nel corso di proteste in prossimità della recinzione perimetrale. I restanti ferimenti (34) si sono verificati in Cisgiordania: nel corso di operazioni di ricerca-arresto (la maggior parte), durante la manifestazione settimanale a Kafr Qaddum (Qalqiliya), e durante scontri con le forze israeliane presenti all’ingresso del Campo profughi di Shu’fat (Gerusalemme Est). Inoltre, secondo i media israeliani, in due distinti episodi verificatisi vicino all’incrocio di Jaba’ (Gerusalemme) e nel villaggio di Deir Nidham (Ramallah), quattro soldati israeliani sono stati feriti dal lancio di pietre ad opera di palestinesi.

A Gaza, in almeno 24 casi, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento ad Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. In un’altra occasione, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno effettuato un’operazione di spianatura del terreno. Non sono stati segnalati feriti, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto.

In Cisgiordania, forze israeliane hanno condotto quasi 100 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato circa 120 palestinesi, tra cui 29 minori; tre di questi sono sospettati di aver partecipato al lancio di pietre contro le forze israeliane presenti all’ingresso della Scuola Maschile di As Sawiya (Nablus). Una delle operazioni di ricerca, per la quarta volta nel corso del 2016, ha avuto come obiettivo l’Università Al Quds di Gerusalemme. A Gaza, sei palestinesi, tra cui quattro pescatori, un uomo che tentava di entrare illegalmente in Israele ed un mercante che rientrava in Gaza, sono stati arrestati dalle forze israeliane. Inoltre, una barca da pesca è stata sequestrata.

In zona C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 17 strutture, sfollando 17 persone e diversamente coinvolgendone altre 356. La metà delle strutture colpite si trovavano in Area C, presso quattro comunità beduine e pastorali palestinesi; tra esse quella di Susiya (Hebron), dove sono state sequestrate parti di un impianto fotovoltaico utilizzato dalla Comunità. Sulla maggior parte delle strutture di Susiya incombono ordini di demolizione e la Comunità è esposta ad un elevato rischio di trasferimento forzato.

In quattro occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno temporaneamente sfollato, per diverse ore ogni volta, 85 persone appartenenti a due comunità di pastori nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Humsa al Bqai’a). Nella prima Comunità, le autorità israeliane hanno anche sequestrato un trattore e consegnato un ordine di arresto lavori per una rete elettrica. Entrambe le comunità si trovano in un’area designata come “zona per esercitazioni a fuoco”; tali zone costituiscono quasi il 30% dell’Area C. Finora, nel 2016, ci sono stati 27 episodi di sfollamento temporaneo per consentire esercitazioni militari; tali episodi sono parte del contesto coercitivo che spinge i residenti ad andarsene.

Sempre in Area C, nel governatorato di Hebron, le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione e di stop-lavori contro due abitazioni in costruzione ed un muro di contenimento ad Al Baqa’a e Beit Ummar, e contro quattro strutture abitative e di sussistenza nella zona di Masafer Yatta. Inoltre, le autorità israeliane hanno sequestrato quattro veicoli di proprietà palestinese: un bulldozer utilizzato per un progetto di ristrutturazione/risanamento (finanziato da un donatore), nel villaggio di As Sawiya (Nablus); una autocisterna per le acque reflue in Einun (Tubas); due veicoli privati nel villaggio di Azzun Atma (Qalqiliya). Per questi ultimi c’era il sospetto che fossero coinvolti nel trasporto di lavoratori illegali in Israele.

A Gerusalemme Est, per mancanza dei permessi di costruzione rilasciati da Israele, il Comune ha consegnato ordini di demolizione contro 13 edifici in Al Bustan, zona di Silwan, minacciando di sfollare circa 100 palestinesi. Negli ultimi anni, Silwan è stato soggetto ad intense attività di insediamento, incluso un progetto per la realizzazione di un complesso turistico in Al Bustan che, se fosse realizzato, comporterebbe lo sfollamento di più di 1.000 residenti palestinesi; altre centinaia di residenti sono a rischio di sfollamento a motivo delle procedure di sfratto avviate da organizzazioni di coloni.

Nel periodo di riferimento sono stati registrati cinque attacchi di coloni israeliani con conseguenti ferimenti di palestinesi o danni alle proprietà; tra questi la vandalizzazione di almeno 200 alberelli di ulivo di proprietà palestinese nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah). Altri due episodi si sono verificati nella zona di Nablus: l’aggressione fisica di un anziano palestinese vicino al villaggio di As Sawiya e il danneggiamento del raccolto dovuto a bestiame lasciato pascolare su un terreno coltivato presso il villaggio di Salim. Altri due episodi collegati a coloni si riferiscono a lancio di pietre contro veicoli palestinesi, presso il villaggio di Nahhalin (Betlemme) e il villaggio di Deir Istiya (Salfit), con relativo danneggiamento di due veicoli.

Coloni israeliani hanno collegato una rete idrica alla sorgente naturale di “Ein al Sha’ra” nel villaggio di Madama (Nablus), per pompare l’acqua verso l’insediamento colonico Yitzhar. Una indagine effettuata da OCHA nel 2011* aveva rilevato che, in Cisgiordania, trenta sorgenti erano sotto il pieno controllo di coloni ed inaccessibili ai palestinesi, mentre altre 26 sorgenti erano a rischio di acquisizione / impossessamento da parte di coloni.

* nota: in calce al presente report sono riportate le prime righe di tale indagine

I media israeliani hanno riferito che, durante il periodo di due settimane, si sono verificati quattro episodi di lancio di pietre e bottiglie incendiarie da parte di palestinesi contro veicoli israeliani: non sono state provocate vittime, ma sono stati segnalati danni a parecchi veicoli.

Durante il periodo di riferimento, il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (10, 11 e 12 dicembre) per i casi umanitari: è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 2.021 persone ed il rientro a 1.510. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate ed in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.

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* Quanto segue è tratto dall’indagine OCHAoPt: “Come avviene l’espropriazione – impatto umanitario dell’impossessamento delle sorgenti da parte dei coloni”

“Negli ultimi anni, in Cisgiordania, un numero crescente di sorgenti d’acqua locate nei dintorni di insediamenti israeliani sono diventate bersaglio di azioni di coloni che hanno eliminato, o mettono a rischio, l’accesso a queste sorgenti ed il loro utilizzo da parte dei palestinesi. Un’indagine effettuata da OCHA nel corso del 2011 ha individuato un totale di 56 di tali sorgenti che, in grande maggioranza, si trovano in Area C (93%), su appezzamenti di terreno registrati dall’Amministrazione Civile Israeliana (ICA) come proprietà privata di palestinesi (almeno 84%).

Trenta (30) di queste sorgenti sono risultate essere sotto il pieno controllo dei coloni ed i palestinesi non hanno possibilità di accedere ad esse. In tre quarti di questi casi (22 sorgenti), i palestinesi sono stati dissuasi dall’accesso alle sorgenti tramite atti di intimidazione, minacce e violenze perpetrate da coloni israeliani. Nei restanti 8 casi di sorgenti sotto il pieno controllo dei coloni, l’accesso dei palestinesi è stato impedito da ostacoli fisici, tra cui la recinzione delle aree in cui si trovano le sorgenti e la loro annessione de facto agli insediamenti colonici (quattro casi) o l’isolamento, causato dalla Barriera, delle aree sorgive dal resto della Cisgiordania e la loro successiva designazione come “zona militare chiusa” (quattro casi).

Le altre 26 sorgenti sono a rischio di impossessamento da parte di coloni. Questa categoria comprende le sorgenti che sono diventate l’obiettivo di sistematici “tour” da parte di coloni, e/o di pattugliamento da parte degli incaricati della sicurezza degli insediamenti colonici. Mentre, al momento del sondaggio, i palestinesi potevano comunque accedere ed utilizzare queste sorgenti, agricoltori e residenti palestinesi hanno riferito che la presenza costante di gruppi di coloni armati nella zona ha un effetto intimidatorio che ne scoraggia l’accesso e l’uso.

Contemporaneamente all’eliminazione o alla riduzione degli accessi dei palestinesi, in 40 delle 56 sorgenti individuate nell’indagine, coloni israeliani hanno cominciato a modificare le aree circostanti come “aree di attrazione turistica”. Lavori realizzati per questo scopo comprendono, tra gli altri, la costruzione o la ristrutturazione di piscine; la messa in opera di tavoli da picnic e di ripari per l’ombreggiatura; la pavimentazione di strade che conducono alla sorgente; l’installazione di cartelli che riportano il nome ebraico della sorgente … ”

Indagine completa (in lingua inglese):

https://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_springs_report_march_2012_english.pdf

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Via S. Allende, 5 – 10098 Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it




“Un’atmosfera di paura”: l’aumento delle operazioni dell’esercito israeliano preoccupa il campo profughi di Aida

di Chloe Benoist

11 dicembre 2016, Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – In un freddo pomeriggio di lunedì, un gruppo di quattro soldati israeliani stava sul terrazzo di quello che gli abitanti conoscono come l’edificio Cola nel cimitero del campo di rifugiati di Aida, puntando le loro armi contro un gruppo di cinque ragazzi palestinesi, nessuno con più di 11 anni, che sbirciavano da un angolo della strada a circa 50 metri di distanza.

La scena è diventata familiare nel campo di rifugiati nella Cisgiordania occupata, in quanto l’esercito israeliano ha intensificato le azioni militari ad Aida nel corso degli scorsi mesi, creando quella che alcuni abitanti hanno definito una costante “atmosfera di paura”.

Una presenza dell’esercito “praticamente continua”

Aida, abitata da circa 5.500 palestinesi, si trova a nord di Betlemme. Nei pressi del campo si trovano il muro di separazione di Israele, che divide in particolare la Tomba di Rachele dalla popolazione palestinese, e una base militare israeliana.

Il campo ha una lunga storia di manifestazioni contro Israele, anche durante la guerra del 2014 contro Gaza. Tuttavia gli abitanti hanno raccontato a Ma’an che l’esercito israeliano ha notevolmente incrementato l’uso della violenza e gli arresti negli ultimi due o tre mesi, nonostante non ci sia stato un aumento delle proteste o di altre azioni contro l’occupazione israeliana.

” Negli ultimi due mesi le forze israeliane hanno messo sotto controllo la maggior parte della zona,” dice a Ma’an Salah Ajarma, il responsabile del centro Lajee [centro culturale di base palestinese, Ndtr.] di Aida. “Scendono (nel campo) in continuazione e non lo avevamo mai visto prima nella nostra area.”

“(Operazioni militari) sono avvenute ad Aida da quando hanno costruito il muro (di separazione), ma negli ultimi due mesi le azioni di provocazione da parte dei soldati sono diventate molto pericolose,” dice a Ma’an Nidal al-Azza, abitante di Aida e direttore dell’ong BADIL. “Ciò crea un’atmosfera di paura tra la gente.”

Muhammad Abu Srour, un volontario del centro giovanile di Aida, dice a Ma’an che i soldati sono schierati in un certo numero di zone chiave, soprattutto di notte. “Ma anche durante il giorno sparano lacrimogeni, pallottole di metallo ricoperte di gomma e a volte anche proiettili letali”, afferma.

Ajarma sostiene di temere l’uso crescente di armi contro persone e case, affermando che mentre poche persone del posto sono state ferite da pallottole vere negli scorsi mesi, molti sono stati colpiti da proiettili in apparenza meno pericolosi, come pallottole di metallo ricoperte di gomma, o da gas lacrimogeni.

L’ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha detto a Ma’an di aver registrato ad Aida dal 1 settembre al 28 novembre almeno 43 palestinesi feriti dalle forze israeliane, compresi 14 bambini.

Mentre al-Azza conferma che le forze israeliane hanno usato gas lacrimogeni “ogni giorno”, lui sottolinea che anche l’uso da parte dell’esercito di riflettori nel campo ha un effetto deleterio sulla popolazione. “Di notte le luci arrivano fin dentro le case della gente – sembra di essere di giorno,” afferma. “Ti senti come se stessero seduti con te in casa tua. Non si tratta solo di paura, ti senti a disagio, come se qualcuno ti stesse guardando.”

Il portavoce dell’UNRWA Chris Gunness ha detto a Ma’an che l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce servizi ai rifugiati palestinesi è “preoccupata” per l’incremento dell’uso di munizioni letali da parte dell’esercito israeliano, sottolineando di aver registrato un aumento delle ferite e delle morti provocate da questi proiettili all’interno e nei pressi dei campi di rifugiati palestinesi nel 2016.

“L’ UNRWA continua a denunciare alle autorità competenti questa preoccupazione, così come l’uso spropositato di gas lacrimogeni nel campo densamente abitato di Aida,” ha aggiunto Gunness.

“L’impatto potenziale dell’uso massiccio di gas lacrimogeni sulla salute del personale dell’UNRWA e sulla popolazione del campo, soprattutto sulle persone vulnerabili, comprese donne incinte, anziani e bambini, è inquietante.”

Gunness ha anche affermato che “in numerose occasioni” le munizioni sparate dalle truppe israeliane hanno colpito una scuola e un ufficio dell’UNRWA ad Aida.

Bambini diventati bersagli

Ciò che ha maggiormente allarmato la popolazione di Aida, tuttavia, è il fatto che sempre più spesso l’esercito prende di mira i minori, in quanto sempre più giovani palestinesi del campo, alcuni di soli 12 anni, sono stati arrestati.

“Circa sei mesi fa l’esercito ha iniziato ad arrestare ragazzi di 16-17 anni. Tre mesi fa, hanno iniziato ad arrestare bambini,” ricorda Abu Srour. “Erano soliti arrestare uno o due bambini ogni due settimane circa, ma recentemente hanno cominciato ad arrestare più bambini in un periodo di tempo più breve.”

In ottobre forze israeliane in borghese travestite da turisti hanno picchiato ed arrestato otto minorenni che si erano riuniti nei pressi della “Chiave” – il cancello simbolo di Aida che si trova nei pressi della base militare israeliana.

“Ero alla finestra quando le forze in borghese sono saltate fuori ed hanno iniziato a picchiare un bambino. Pensavo che fosse un genitore che non voleva che suo figlio stesse nella zona perché è pericolosa,” ricorda Umm Muhammad, una residente dell’area. “Ma dopo hanno iniziato a catturare altri bambini, picchiandone due, poi tre. Dopodiché, soldati (in uniforme) sono usciti rapidamente dalla base militare.”

Solo più tardi Umm Muhammad ha scoperto che nell’incursione erano stati arrestati Mohammad, il figlio sedicenne, e il nipote disabile quattordicenne, Adam. “Non ci saremmo mai aspettati che potesse capitare a noi,” dice.

“Soldati in abiti civili sono arrivati da tre diverse direzioni, ” afferma Abu Srour, che ha assistito all’incidente. “I ragazzini non stavano protestando o facendo qualcosa, stavano solo seduti lì. I soldati sono arrivati ed hanno iniziato a picchiarli, a sbatterli contro il muro e ad arrestarli.”

Umm Muhammad dice di aver potuto visitare suo figlio in carcere per la prima volta il 4 dicembre, circa due mesi dopo che era stato arrestato, aggiungendo che stava bene, ma che il personale della prigione aveva respinto la sua richiesta di avere degli occhiali per ovviare alla sua miopia.

Secondo il padre di Mohammed, i minori rischiano di essere condannati a una pena da otto a dieci mesi di prigione e a un’ammenda di 2.000 shekel (circa 500 €) per aver lanciato pietre.

Abu Srour stima che tra i 30 e i 35 giovani di Aida di un’età compresa tra i 12 e i 17 anni sono stati imprigionati da Israele fino a fine novembre.

Da parte sua l’OCHA ha detto a Ma’an che almeno 35 palestinesi sono stati arrestati ad Aida tra il primo settembre e il 28 novembre.

“Siamo spaventati”

La gente del posto deve adeguare la propria vita quotidiana all’aumentata presenza dell’esercito, in quanto, come molti hanno detto, ha inciso sulla loro libertà di movimento così come sulla loro salute psicologica.

“Vivo in questa zona (nei pressi del muro) ed ero solito usare (l’ingresso principale nei pressi del cimitero) per uscire dal campo, ma ora non più,” dice Abu Srour. “Quando torno di notte passo da un’altra parte perché è pericoloso.”

Abu Srour ha inoltre affermato che la situazione ha danneggiato le aziende nella zona, che hanno dovuto chiudere durante le incursioni, e che alcune famiglie hanno anche iniziato ad aver paura di lasciare i propri figli giocare nell’unico parco giochi del campo a causa della sua vicinanza con la base militare.

Maya al-Orzza, una ricercatrice giuridica di BADIL che inoltre vive ad Aida, ha detto a Ma’an di aver smesso di portare giacche con il cappuccio di notte per non attirare l’attenzione dei soldati, ma che da quel momento è stata infastidita dai soldati israeliani. Alcuni dei suoi amici evitano di accendere le sigarette fuori di casa alla sera, per timore che le forze israeliane possano credere che si tratti di una bottiglia molotov, ha aggiunto al-Orzza.

Nel contempo Umm Muhammad afferma che Shadi, l’altro figlio, di 15 anni, dall’arresto di Muhammad si è chiuso in se stesso.

“Dopo che hanno arrestato suo fratello, è cambiato. Non va più a scuola, ha paura, piange, non dorme,” sostiene.

“Siamo preoccupati per Shadi,” aggiunge, sottolineando che in settembre aveva sofferto di gravi attacchi di asma a causa dell’esposizione a gas lacrimogeni e aveva dovuto stare in casa per due settimane per riprendersi.

“I cani vivono meglio di noi, “afferma Umm Mohammad. “Voglio avere una vita sicura, senza minacce, senza problemi. Voglio avere una vita normale.”

Ajarma sostiene che anche l’uso di forze in borghese vestite da turisti ha avuto conseguenze nel campo, che mantiene stretti rapporti con la comunità degli attivisti internazionali filo-palestinesi.

“E’ molto difficile…ospitiamo molti stranieri, per cui questo incrina la fiducia tra i palestinesi del posto e gli internazionali,” afferma.

Tattiche intimidatorie o l’inizio di una nuova normalità?

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che hanno “incrementato le operazioni nel campo” a causa delle “attività terroristiche ostili” da parte dei residenti di Aida, come il lancio di pietre o l’uso di bottiglie molotov, che secondo loro ha messo in pericolo i civili israeliani.

L’esercito non ha risposto a ulteriori domande riguardanti quanti israeliani, se ce n’è stato almeno uno, siano stati feriti da settembre, né quanti palestinesi siano stati arrestati ad Aida durante lo stesso periodo.

Gli abitanti di Aida hanno escluso che giovani del posto abbiano tirato più pietre e bottiglie molotov del solito negli ultimi mesi, e si chiedono le ragioni dell’estensione delle attività militari israeliane nella zona.

“Forse vogliono spezzare lo spirito di resistenza della gente,” dice al-Azza. “Vogliono che la nuova generazione cominci a pensare che non vale la pena resistere.”

Nel contempo Abu Srour sostiene che l’esercito sta cercando di provocare una reazione dei giovani del posto per avere un’ulteriore giustificazione per le sue azioni ad Aida.

“A volte sparano (lacrimogeni) per provocare i ragazzini, per iniziare scontri. A volte ci sono pochi ragazzini che tirano pietre lontano dalla Tomba di Rachele. Non colpiscono niente, ma per i soldati questo è un motivo per iniziare a sparare gas lacrimogeni,” sostiene Abu Srour. Sospetta che a volte la noia sia la ragione per cui i soldati israeliani aprono il fuoco.

Tuttavia più preoccupante è la teoria secondo cui la quasi continua presenza militare nel campo possa diventare la nuova normalità.

“Uno dei giovani mi ha parlato del fatto che la stessa cosa è successa anni fa nel campo profughi di Al-Arrub, quando hanno iniziato a fare incursioni nel campo ogni giorno, a sparare gas lacrimogeni e a creare questa atmosfera di paura,” afferma Al-Azza, riferendosi al campo nel distretto di Hebron. “Ora se vai ad al-Arrub, tutti i giorni ci sono checkpoint all’ingresso e gruppi di soldati che pattugliano il campo.”

Ajarma esprime il timore che la situazione di Aida attirerà l’attenzione esterna solo quando degenererà fino a provocare morti.

“Nelle ultime due settimane, quando abbiamo sentito (bottiglie molotov), subito dopo abbiamo sentito (i soldati) sparare pallottole letali” afferma. “Forse uccideranno qualcuno in futuro, ed è di questo che abbiamo paura.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ministro israeliano: non c’è nessun problema morale nell’espropriare terre in Cisgiordania

di Almog Ben Zikri – 30 novembre 2016. Haaretz

Il ministro dell’educazione Bennett afferma che il problema non sono i singoli avamposti, ma lo status complessivo delle case in Cisgiordania: “Quello che stiamo cercando di fare è inserire norme in vigore in Israele anche in Giudea e Samaria.”

Il ministro dell’Educazione Naftali Bennett ha affermato mercoledì [30 novembre] che non ci sono “problemi etici” per Israele nell’esproprio di terre ai palestinesi in Cisgiordania. Alla domanda se una nuova legge che renderà legali avamposti illegali dei coloni sarebbe in contraddizione con i valori etici ebraici, Bennett ha risposto che “non ci sono problemi etici per lo Stato” nell’appropriazione di terre di proprietari privati “nel caso ciò si ritenga necessario”, se viene pagata in cambio una compensazione.

Il governo israeliano è stato messo in agitazione dall’imminente evacuazione dell’avamposto illegale di Amona, costruito su terre palestinesi proprietà di privati e condannato alla demolizione dalla Corte Suprema israeliana. Mentre alcuni ministri e legislatori di destra, compreso Bennett, sperano di evitare l’evacuazione con una legge, altri, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, si sono uniti a consulenti legali del governo nel mettere in guardia sulle possibili conseguenze per Israele.

Parlando alla conferenza di Sderot nel collegio universitario “Sapir”, Bennett ha detto che “Amona non è il problema in Giudea e Samaria “, usando il nome biblico per riferirsi alla Cisgiordania. “Il problema sono le migliaia di unità abitative che hanno lo stesso status (legale).” Storicamente, ha affermato, “quando Israele ha voluto fondare delle comunità, ha espropriato terre private…è stato così a Carmiel, a Gerusalemme ed anche in Giudea e Samaria.”

Bennett ha aggiunto che “quello che stiamo cercando di fare a questo proposito è inserire norme in vigore in Israele anche in Guidea e Samaria. Questa è la ragione per cui si fa tanto rumore…ciò ha un’importanza rilevante. “

Tensioni politiche

Il consiglio per la sicurezza di Israele è stato convocato mercoledì mattina per oltre due ore per discutere della cosiddetta legge “per la regolarizzazione”, che intende legalizzare avamposti illegali dei coloni.

I parlamentari stavano per votare su due bozze della norma, ma il governo ha deciso di posticipare il voto al prossimo martedì dopo il lungo dibattito. Una delle due bozze propone di dare l’autorizzazione retroattivamente alle enclave [ebraiche] per evitare l’evacuazione della colonia di Amona in Cisgiordania, e l’altra contraria all’autorizzazione. Le votazioni erano previste nonostante l’opposizione del procuratore generale Avichai Mendelblit contro questa misura.

Il consiglio per la sicurezza ha rimandato a mercoledì mattina un dibattito su Amona programmato per martedì, dopo che Netanyahu si era ammalato d’influenza, ma poi lo ha di nuovo rinviato.

L’Alta Corte di Giustizia ha stabilito che Amona, costruita su terre palestinesi di proprietà di privati, deve essere evacuata entro il 25 dicembre.

Se approvate, entrambe le misure saranno discusse da uno speciale comitato della Knesset per decidere quale delle due debba essere sottoposta a una seconda o terza votazione in modo da essere convertita in legge.

Mercoledì di primo mattino il comitato per la Costituzione, la Legge e la Giustizia della Knesset ha votato a favore, aprendo la strada a un voto in seduta plenaria.

Il partito Kulanu [di centro. Ndtr.] del ministro delle Finanze Moshe Kahlon si oppone alla cosiddetta versione retroattiva.

Una fonte del partito di estrema destra Habayit Hayehudi [‘Casa ebraica’, del ministro Naftali Bennett. Ndtr.] ha affermato che Kulanu ha accettato di attenersi alla disciplina di coalizione su entrambe le versioni. Ma fonti di Kulanu hanno detto che “non c’è un nuovo accordo sulla questione”, e che il partito si oppone alla legge. Il portavoce di Kahlon ha rifiutato di pronunciarsi.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il sionismo nella sua espressione migliore

di Amira Hass, 30 novembre 2016 , Haaretz

La terra che Israele ha destinato ai giubilanti coloni si chiama Atir/Umm al Hiran e per 60 anni ha ospitato i membri della tribù beduina di Al-Qi’an.

I video prodotti dal gruppo di coloni di Hiran mostra molti ebrei festanti, che amano cantare e suonare, raccontare barzellette e divertirsi. Saranno presto ancor più contenti, quando si sposteranno nel luogo della loro comunità defintiva nel nordest del Negev.

La terra che lo stato ha destinato a loro si chiama Atir/Umm al-Hiran e per 60 anni ha ospitato i membri della tribù beduina di Al-Qi’an. In altri termini, le case ed i parchi giochi per i bambini ebrei che verranno costruiti là, ed i parchi che vi verranno piantati, saranno tutti edificati sulle rovine delle case e delle vite di circa 1000 altre persone, che sono anch’esse cittadini israeliani (alcuni dei quali hanno servito nell’esercito, se a qualcuno importa).

Adesso ogni giorno i bulldozer dell’Amministrazione per la Terra di Israele, e/o i suoi subappaltatori, vanno a demolire le case di questi cittadini beduini per fare spazio alla fiorente comunità di giubilanti cittadini ebrei. In una parola, il sionismo.

Non si tratta di un atto di guerra o nemmeno di spirito di vendetta; tutto è stato pianificato attentamente e con calma. Il governo di Ariel Sharon ha preso la decisione, il Consiglio per la Pianificazione e l’Edificazione Nazionale ha approvato e le commissioni per i ricorsi hanno respinto tutte le contestazioni presentate.

Il piano per distruggere le vite dei beduini, per i quali il Negev è stata la casa per centinaia di anni, per favorire e promuovere un gruppo di ebrei raccolti da tutto il paese viene anche approvato e sancito da sei giudici di tre differenti tribunali: Israel Pablo Akselrad della Corte di giustizia di Kyriat Gat; i giudici Sarah Drovat, Rachel Barkai e Ariel Vago della Corte distrettuale di Be’er Sheva e i giudici Elyakim Rubinstein e Neal Hendel della Corte Suprema (il giudice Daphne Barak-Erez si è opposta alla demolizione).

Questi giudici sapevano che la tribù di Al-Qi’an viveva a Umm al-Hiran dal 1956, dopo esservi stata trasferita su ordine del governatore militare. Dopo il 1948 quei pochi beduini che Israele non ha espulso verso Gaza, la Cisgiordania o la Giordania furono obbligati a rimanere in un’area a loro destinata del Negev, che gradualmente è stata ridotta. La tribù di Al-Qi’an è stata costretta ad abbandonare le terre in cui aveva vissuto per parecchie generazioni e su cui è stato costruito il kibbutz Shoval. Dopo anni di nomadismo ed espulsioni, è arrivato il permesso di stabilirsi nell’area di Wadi Yatir. Ciononostante lo stato non ha mai riconosciuto ufficialmente il loro villaggio. Ciò significa 60 anni senza elettricità, senza servizio idrico e senza finanziamenti governativi per l’istruzione, la salute o il welfare. Oltre a questo, tutte le strutture sono definite “illegali”.

La “Nazione delle Startup” (slogan israeliano, ndtr.) vuole trasferirli nel villaggio beduino di Hura. Ecco quindi un’altra mini-lezione di sionismo: gli ebrei israeliani possono decidere da soli dove e come vivere. Gli arabi? Dovrebbero esserci grati perché non li espelliamo; loro vivranno dove e come decidiamo noi.

Il giudice Akselrad ha scritto: “Possiamo dire che l’interesse personale dei ricorrenti riguardo al fatto che i tetti sopra le loro teste non vengano demoliti non ha rilievo in queste circostanze, e in ogni caso non può prevalere rispetto al pubblico interesse di impedire che si costruisca su terreni statali.”

E i giudici di Be’er Sheva: “Una volta stabilito che il permesso concesso ai ricorrenti di usare il terreno è revocabile, il convenuto ha il diritto di richiedere il loro sfratto dal terreno…L’accusa che il convenuto abbia motivazioni nascoste o anche palesi per espellerli dalla terra al fine di stabilirvi una comunità di ebrei….(deve essere dibattuta) in un differente tribunale.”

E che cosa hanno detto i due giudici del tribunale speciale, la Corte Suprema? Si sono nascosti dietro la motivazione procedurale che i residenti avevano presentato in ritardo i loro ricorsi contro la distruzione delle loro case e delle loro vite.

La decisione presa a maggioranza da Rubinstein e Hendel, che consente la demolizione del villaggio, è stata pronunciata nel maggio 2015. Ora i bambini e gli adulti di Umm al-Hiran sanno che da un momento all’altro i bulldozer e i funzionari ebrei che recano ordini ufficiali arriveranno per cacciarli via.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




La Palestina dopo Abbas: possibili scenari e strategie per affrontarli

22 novembre 2016

Al-Shabaka

di  Hani al-Masri, Noura Erakat, Jamil Hilal, Sam Bahour, Jaber Suleiman, Diana Buttu, Wajjeh Abu Zarifa, Alaa Tartir 

Sintesi

Nei mesi che hanno preceduto le elezioni americane, le dispute tra le fazioni palestinesi sono andare infiammandosi in previsione del dopo-Abbas.

Si spera che il settimo congresso di Fatah, a lungo rimandato, previsto per il 29 novembre 2016, dia qualche indicazione su quale sarà la transizione dei poteri, rispondendo alla domanda su come e quando Mahmoud Abbas darà le dimissioni da uno o tutti gli incarichi che ricopre: presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di Fatah, la più grande fazione politica palestinese.

Con l’elezione di Donald Trump Israele crede di avere le mani libere per fare tutto quello che vuole nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) e altrove, rendendo una transizione della dirigenza palestinese ancora più difficile. In questa tavola rotonda gli analisti politici di Al-Shabaka prendono in esame i diversi scenari di una Palestina del dopo-Abbas. Mentre alcuni, come Hani Masri, ritengono che i palestinesi abbiano molto da temere da un vuoto di potere in termini di ulteriore frammentazione e interferenze esterne, altri, come Noura Erakat sostengono che i palestinesi hanno molto da guadagnare, data l’opportunità per un cambiamento. Jamil Hilal mette in guardia contro i pericoli di uno scontro violento per il potere e invita ad un cambiamento in direzione di una lotta per i diritti collettivi del popolo palestinese nel suo complesso, piuttosto che sul destino di un singolo o del suo gruppo d’elite. Sam Bahour prende in esame i diversi precedenti ed attori e nota che le altre fazioni dell’OLP hanno perso ogni influenza che avrebbero potuto avere una volta perché la loro esistenza politica è garantita dall’autorità che essi potrebbero cercare di sfidare.

Jaber Suleiman, che scrive dal Libano, avverte che un collasso dell’ANP potrebbe provocare un’ondata di migrazioni o spostamenti verso la Giordania [ East Bank nell’originale] e una ripresa dei progetti israeliani che prevedono di governare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza insieme alla Giordania e all’Egitto, con conseguenze per le comunità palestinesi in Libano e altrove. Diana Buttu spera che nuovi dirigenti annullino i disastrosi effetti degli accordi di Oslo, chiedano conto ad Israele delle sue azioni e costruiscano strategie dal basso per rafforzare, piuttosto che semplicemente “gestire”, l’ANP. Riconsiderando i vari esiti possibili Wajjeh Abu Zarifa invita i palestinesi a consolidare lo Stato di Palestina riconosciuto dall’ONU creando un’assemblea costituente. Il direttore del programma di Al-Shabaka ha fatto da moderatore alla tavola rotonda.

Hani Al-Masri

Non è scontato che Abbas lasci presto il suo incarico. Ci sono indizi che suggeriscono che egli probabilmente cercherà di prolungare il suo mandato spingendo per convocare il settimo congresso generale di Fatah. Ciò bloccherebbe anche il ritorno di Mohammed Dahlan [dirigente di Fatah espulso dal partito ed attualmente residente negli Emirati Arabi Uniti. Ndtr.] nel Comitato Centrale di Fatah come successore di Abbas o come un attore che potrebbe decidere in merito e controllare il suo successore. Il fatto che non esistano alternative nazionali, poiché la maggior parte di coloro che sono citati come possibili successori sono della stessa scuola di pensiero, conferma questo scenario.

Lo scenario del post-Abbas dipende dai tempi della sua uscita di scena, cioè se in seguito al congresso generale di Fatah, o della riunione del Consiglio Nazionale Palestinese, o della fine delle divisioni tra Fatah e Hamas o del ritorno di Dahlan in Fatah. Se Abbas dovesse andarsene prima che si tenga il congresso e si ripristini l’unità, la lotta per la successione sarà durissima e porterà probabilmente al caos ed a lotte intestine. Ciò potrebbe provocare il collasso dell’ANP, la frammentazione in molte autorità diverse, o diventare subordinata a Israele sulla falsariga dell’Armata del Sud del Libano [corpo militare cristiano a cui Israele ha affidato il controllo del Sud del Libano dal 1979 al 2000. Ndtr.]. Se Abbas abbandona i suoi incarichi dopo aver raggiunto un accordo su un vice presidente di Fatah, un vice presidente dell’OLP e un vice presidente dell’ANP – invece di assegnare i tre incarichi a una sola persona, come è avvenuto da quando è stata fondata l’ANP – allora è probabile che ciò ridurrà il caos.

Gli scenari del dopo-Abbas dipendono anche dal modo in cui se ne andrà, se dando le dimissioni, per malattia o perché assassinato. Quest’ultima ipotesi scatenerebbe la prospettiva peggiore, alla luce della minaccia di Dahlan secondo cui non permetterà ad Abbas di impadronirsi di Fatah impossessandosi del suo settimo congresso. Un altro scenario prevede un’alleanza tra Dahlan e Hamas, benché quest’ultima non dovrebbe concretizzarsi, in quanto Hamas potrebbe capire che la sua ostilità contro Dahlan e l’alleanza di Paesi arabi che lo appoggia (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrain) è maggiore di quella contro Abbas.

I palestinesi hanno molto da temere dal vuoto di potere, che potrebbe dare ad Israele, al Quartetto Arabo [composto dai 4 Stati arabi succitati. Ndtr.], ai takfiri1 e a gruppi estremisti, o ad Hamas e ad altre fazioni palestinesi di sinistra o islamiste, l’opportunità per impadronirsi del potere. I due scenari più probabili sarebbero il controllo da parte di Israele o il ritorno della tutela araba sui palestinesi. Nessuno di questi scenari è auspicabile, soprattutto da quando i Paesi arabi, come l’Arabia Saudita, che cercherebbero di esercitare il proprio controllo, hanno stretti rapporti con Israele ed hanno intensificato la collaborazione con esso per lottare contro il terrorismo, i movimenti takfiri, l’Iran e la Fratellanza Musulmana.

Per scongiurare questi scenari sfavorevoli, i gruppi di sinistra ed altre forze politiche palestinesi, così come la società civile e i gruppi nazionali del settore privato, devono recuperare il discorso sulla liberazione e sui diritti, ridefinire il progetto nazionale e ricostituire il movimento nazionale in modo che si basi su una vera partecipazione politica democratica, con l’obiettivo di tenere elezioni a tutti i livelli. Queste elezioni non dovrebbero essere intese come un mezzo per vincere il conflitto interno, ma piuttosto come una competizione in un contesto unitario.

Il dibattito su questi problemi dovrebbe trascendere quello dei circoli elitari in modo che diventi più accessibile all’opinione pubblica nel suo complesso. Può essere fatto attraverso i media tradizionali e sociali, conferenze popolari e nazionali a livello regionale e nazionale, e possibilmente con petizioni, sit-in e manifestazioni.

Noura Erakat

Mahmoud Abbas controlla un’istituzione – l’ANP – che si riproduce in ognuna delle sue varie parti a prescindere dal capo dello Stato. La sua funzione dipende da finanziatori e controllori esterni, compresi gli Stati Uniti ed Israele, che hanno interesse a lasciarla intatta, soprattutto per la sua funzione amministrativa che riduce il peso quotidiano dell’occupazione mentre contribuisce a contenere il conflitto. In più, il 40% della popolazione palestinese lavora nel settore pubblico e quindi ha interesse nella prosecuzione dello status quo che, benché dannoso per i suoi interessi fondamentali, è al contempo indispensabile per il suo livello di vita e la sua sopravvivenza.

Lo scenario più probabile del dopo-Abbas vedrà un leader ad interim in carica finché potranno essere fissate le elezioni. La maggior parte delle previsioni su un successivo capo di Stato comprende attori ben noti, come Mohammed Dahlan e Jibril Rajoub. Basata sull’appoggio esterno ed interno come sull’ampiezza della minaccia che ha portato contro Abbas e la vecchia guardia di Fatah, la candidatura di Dahlan è realistica quanto terrificante. I passati tentativi di escludere dalle votazioni la Striscia di Gaza e di emarginare le prospettive elettorali di Hamas indicano che una simile scelta si dimostrerebbe estremamente conflittuale.

Gli scenari peggiori riguardano un collasso dell’ANP e la presa del potere da parte di Israele o delle forze rivali di Hamas. Tuttavia é improbabile che Hamas rischi uno scontro diretto con Israele in Cisgiordania, a meno che sia preparata anche ad un’altra escalation nella Striscia di Gaza e una contemporanea offensiva israeliana in Cisgiordania. Ciò è improbabile, a meno che il risultato ridefinisca lo status quo in suo favore, il che è poco plausibile dato il minor appoggio dal basso ad Hamas in Cisgiordania ed il costo di un impegno su due fronti. I dirigenti di Hamas probabilmente insceneranno proteste durante le elezioni e le utilizzeranno per legittimare ulteriormente il loro controllo sulla Striscia di Gaza, piuttosto che fare uso della forza.

Il popolo palestinese ha più da guadagnare che da perdere dal vuoto di potere, in quanto crea l’opportunità per un cambiamento, e un cambiamento strutturale è necessario per ottenere la liberazione dei palestinesi. Una nuova leadership dovrebbe sconfessare le deleterie strutture dell’ANP, dichiarare nullo e vuoto il contesto di Oslo, cessare la cooperazione economica e nel campo della sicurezza con Israele e insistere nel proseguire una lotta di liberazione.

Una simile ridefinizione radicale dipende dalla mobilitazione popolare da parte di un movimento di massa critico. La meticolosa frammentazione legale, politica e sociale della popolazione palestinese operata da Israele ha ostacolato ha formazione di un simile movimento. E’ necessaria una concomitanza imponderabile e imprevedibile di fattori per superare questa frammentazione. La rinuncia di Abbas potrebbe essere uno tra questo insieme di fattori, ma non è sufficiente.

Il cambiamento più probabilmente verrà in ultima analisi da un gruppo di giovani della base che non sia legato all’attuale contesto istituzionale e sia più creativo e meno timoroso riguardo alle prospettive future. Questo gruppo attualmente non esiste, se non in nuce nel panorama palestinese a Iqrit, Haifa, Ramallah, Gerusalemme, Gaza City e Nablus.

Jamil Hilal

Istituzioni nazionali aperte e legittime non si otterranno grazie alle elezioni di un successore di Abbas perché queste istituzioni non stanno funzionando. Il Congresso Nazionale Palestinese (CNP) non è stato operativo dagli accordi di Oslo, e le istituzioni legislative, giudiziarie ed esecutive dell’ANP sono state spaccate politicamente, territorialmente e istituzionalmente dal giugno 2007, quando Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Fatah, in quanto partito politico di governo, sta sperimentando i propri conflitti interni, con la fazione di Mohammed Dahlan opposta alla dirigenza di Abbas.

Di conseguenza, una piccola elite politica all’interno della dirigenza di Fatah, e non il popolo palestinese nel suo complesso, deciderà chi comanderà dopo Abbas. Senza istituzioni nazionali esistenti che rappresentino le varie comunità palestinesi nella Palestina storica e nella diaspora, la questione della dirigenza non può essere risolta in modo soddisfacente. Continueranno ad esserci conflitti finché non saranno costituite istituzioni nazionali rappresentative, ma, data la divisione tra Fatah e Hamas, la probabilità di una simile costituzione è remota.

Ogni lotta di potere violenta per la leadership all’interno di Fatah comporterà una maggiore frammentazione politica e geografica e una maggiore intromissione israeliana, regionale e internazionale nelle questioni politiche, economiche e sociali palestinesi.

Il gioco a indovinare chi probabilmente succederà ad Abbas non è giustificato da una preoccupazione per gli interessi nazionali palestinesi, ma dagli interessi israeliani e di quei poteri regionali ed internazionali che sono preoccupati per la propria posizione di potere.

L’attenzione dei palestinesi dovrebbe concentrarsi sulla ricostruzione della loro rappresentanza nazionale su basi democratiche ed inclusive, per includere tutte le comunità palestinesi all’interno e fuori dalla Palestina storica. La loro preoccupazione dovrebbe essere la lotta per i diritti collettivi del popolo palestinese nel suo complesso, piuttosto che il destino di un individuo o del suo gruppo dirigente. I palestinesi devono ricostituire l’influenza e la posizione palestinese sotto forma di istituzioni, associazioni, visioni e strategie che non scelgano solo i dirigenti politici ma anche quelli delle comunità. Questi dirigenti dovrebbero cercare di unificare tutti i palestinesi nella lotta per la libertà, la dignità, il diritto al ritorno e l’autodeterminazione. Qualunque altro sforzo è semplicemente un diversivo o un miraggio.

Sam Bahour

Quando nel 2004 è morto Arafat, la Legge Fondamentale Emendata della Palestina – l’equivalente di una costituzione – è stata rispettata: il Consiglio Legislativo Palestinese (CLP) e il suo presidente hanno assunto il potere per 60 giorni finché si sono tenute le elezioni. Oggi, dato che non c’è un CLP in funzione e il suo presunto presidente è di Hamas, è probabile che questa legge non verrà rispettata. Semmai verranno invocate “misure straordinarie” per mantenere il controllo. Ciò potrebbe significare che il Comitato Centrale di Fatah deciderà e ricorrerà al Comitato Esecutivo dell’OLP, controllato da Fatah, per mettere in atto la decisione. Le altre fazioni dell’OLP, avendo perso ogni influenza di secondo livello che una volta avevano, potrebbero opporsi a questa decisone, ma ciò determinerebbe uno scontro con i burocrati, che oggi ne certificano l’esistenza politica. Dato che Fatah è molto divisa, non è chiaro se sarà in grado di accordarsi su una singola personalità o su un meccanismo per svolgere il ruolo di comando. Per soddisfare progetti personali in conflitto, potrebbe verificarsi una divisione dei compiti tra i capi dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’OLP.

I timori per il futuro sono molti. Il principale è il timore di ingerenze regionali o internazionali nelle decisioni nazionali. I palestinesi ne hanno già fatto esperienza negli anni scorsi e queste ingerenze potrebbero avere effetti devastanti se verrà loro permesso di aggravarsi o incrementarsi. Un altro timore è che la dirigenza dell’ANP possa tentare di impossessarsi del potere, date le sue risorse, il riconoscimento internazionale e le forze di sicurezza. Un’altra preoccupazione è che uno dei capi delle forze di sicurezza possa tentare di prendere il controllo politico; tuttavia ciò non è probabile poiché nessuna delle forze di sicurezza è autosufficiente. Per ultimo c’è il rischio che Israele piazzi uno dei suoi agenti nel ruolo di comando. Un’altra e più probabile azione di Israele potrebbe essere dichiarare Gaza come Stato palestinese e rafforzare ulteriormente la presenza israeliana in Cisgiordania, forse con una totale annessione. Se Israele scegliesse questo approccio e Hamas a Gaza fosse disponibile a questa iniziativa, l’attuale divisione sarebbe irrimediabile.

Per garantire quel poco di rappresentatività che rimane nel sistema politico palestinese e per contrastare le minacce succitate, i palestinesi devono chiedere due azioni immediate: 1) che Abbas convochi elezioni per reinsediare il CLP, con la consapevolezza che, pur solo i palestinesi della Cisgiordania, potrebbe rapidamente essere operativo ed avere una qualche legittimazione popolare2; 2) che il Comitato Direttivo provvisorio dell’OLP, che comprende tutta l’OLP come anche le fazioni nazionali, sia convocato con il mandato di consentire la formazione e il riconoscimento di nuovi partiti politici. Ciò potrebbe fissare un percorso per ridefinire il sistema politico palestinese attraverso una rappresentanza proporzionale per mezzo dell’organo più importante dell’OLP, il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP).

Jaber Suleiman

Avremo probabilmente a che fare con due principali scenari del dopo-Abbas. Il primo è il caos. L’uscita di scena di un presidente che ha monopolizzato il processo decisionale, così come l’incapacità del sistema politico palestinese di rinnovare la propria legittimità scaduta, minaccia di rendere questa lotta per il potere non un disaccordo politico, ma uno scontro interno e un’ulteriore divisione. Tale situazione probabilmente provocherà una completa separazione delle due autorità a Gaza e a Ramallah, e divisioni ancora maggiori in Cisgiordania, con Hamas che controlla la sua parte meridionale. Le ingerenze arabe e regionali, soprattutto da parte del Quartetto Arabo, aggiungerebbero altra confusione. Anche Israele, che è interessato a confermare le sue asserzioni secondo cui i palestinesi sono incapaci di governarsi da soli e indegni di un’autorità autonoma, per non parlare di uno Stato, potrebbe avere un ruolo.

Questo scenario potrebbe culminare nel collasso dell’ANP e provocherebbe un’ondata di migrazioni o di spostamenti verso la Giordania [Easta Bank nel testo originale]. Questo spostamento di popolazione con ogni probabilità rilancerebbe progetti come lo schema di Shimon Peres di condivisione del governo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza con Giordania ed Egitto, ma in una nuova forma in cui l’ANP/OLP sostituirebbe Giordania ed Egitto. Una simile prospettiva avrebbe un impatto disastroso sull’unità della collettività palestinese in Libano, soprattutto a causa del fatto che i palestinesi in quel Paese a stento sono riusciti a evitare le conseguenze della divisione tra palestinesi e ad appoggiare un progetto nazionale unitario che riguardi i diritti inalienabili dei palestinesi, oltre alla loro lotta per i diritti umani fondamentali in Libano.

Il secondo scenario sarebbe una transizione pacifica del potere attraverso una dirigenza nazionale ad interim, accettata in seguito ad un accordo di riconciliazione come quello del Cairo. Questa dirigenza dovrebbe modificare i rapporti tra l’OLP e l’ANP, dato che l’ANP è uno strumento dell’OLP e non viceversa. E avrebbe la necessità di realizzare una riforma realmente democratica delle strutture dell’OLP, soprattutto il Consiglio Nazionale Palestinese, così come riguardo ai rapporti dell’ANP con lo Stato e i meccanismi del processo decisionale dell’ANP.

Israele ed alcuni partiti arabi avverserebbero questa prospettiva perché vorrebbero piuttosto controllare la “carta” palestinese. Quindi ciò non solo richiede la volontà politica di tutte le fazioni nazionali, soprattutto Fatah e Hamas, ma anche la mobilitazione della “maggioranza silenziosa” palestinese, cioè di tutti gli ambiti nazionali popolari in Palestina e nella diaspora. L’obiettivo sarebbe di riunire un blocco sociale di questa maggioranza in grado di esercitare pressione sulle fazioni in modo che scelgano una transizione pacifica e ricostruiscano il sistema politico e le sue istituzioni nazionali su basi democratiche.

Diana Buttu

Dopo Abbas, sono possibili vari scenari: una transizione pacifica del potere attraverso il presidente del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP); una lotta di potere tra singole personalità all’interno di Fatah o nell’OLP, che culmini in una molteplicità di “leader”; un vuoto di potere finché si organizzino e si tengano elezioni. Dato il caos che Abbas ha determinato, e la concomitante confusione nei partiti politici palestinesi, è improbabile che vengano organizzate elezioni in breve tempo.

I leader palestinesi dovrebbero attivarsi per una riconciliazione con Hamas e fare accordi per una ANP/OLP del dopo-Abbas che porti avanti una strategia per la liberazione della Palestina e inizi a rappresentare i palestinesi che vivono in Israele. Questa strategia vedrebbe nuovi dirigenti che annullino i disastrosi effetti degli accordi di Oslo, rendendo Israele responsabile delle sue azioni e costruendo strategie dal basso per rafforzare, piuttosto che semplicemente “gestire”, l’ANP.

Lo spettro politico e la società civile palestinese potrebbero anche utilizzare il cambiamento di leadership per ricostruire l’OLP in modo che sia rappresentativa della società palestinese ed anche del suo cambiamento generazionale. Tale strategia significherebbe anche capitalizzare la forza del popolo palestinese nel suo complesso e dei suoi movimenti e porre fine a inutili negoziati bilaterali. Come primo passo la Palestina deve rompere il giogo del ricatto finanziario che attualmente lega l’ANP/OLP a questi negoziati bilaterali. Oltre a ciò, coinvolgendo i palestinesi di Israele, l’OLP potrebbe finalmente iniziare a diventare rappresentativa di tutti i palestinesi, piuttosto che aderire solo formalmente a questa inclusione, mentre in realtà marginalizza i palestinesi che non vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Un vuoto di potere sarebbe un grave diversivo dal concentrarsi su questa strategia ed è certamente il sogno di Israele, permettendogli di dividere, conquistare ed usare il periodo di caos per costruire altre colonie.

Wajjeh Abu Zarifa

Se Abbas rimane al potere a breve termine, il primo scenario possibile è tenere elezioni presidenziali e legislative in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme come deciso nell’accordo del Cairo. Tuttavia questa eventualità è improbabile alla luce delle profonde divisioni e della diffidenza tra Fatah e Hamas. Il secondo scenario è tenere le elezioni presidenziali e legislative quando possibile, e se Gaza dovesse boicottarle, le elezioni sarebbero organizzate in Cisgiordania. Anche questa è un’ipotesi improbabile, in quanto approfondirebbe le divisioni e accentuerebbe le probabilità di una secessione. Oltretutto Israele non acconsentirebbe a tenere le elezioni a Gerusalemme, il che favorirebbe la separazione di Gerusalemme.

Se Abbas si dimettesse, ci sarebbe una serie di possibili scenari, compreso che il presidente della Corte Costituzionale diventi il presidente dell’ANP fino alle elezioni, o che la presidenza dell’ANP venga assegnata al Comitato Esecutivo dell’OLP, con il segretario dell’OLP come presidente interinale. C’è anche un’ipotesi che è più pratica e logica, benché non sia costituzionale o legale: il primo ministro, nelle sue funzioni di capo del potere esecutivo, assume i poteri del presidente dell’ANP. Le elezioni presidenziali e legislative si tengono entro 60 giorni e necessitano del consenso nazionale. Tuttavia, una simile prospettiva, benché sia la più logica, è praticamente impossibile date le attuali divisioni.

Quindi tutte le forze politiche devono essere invitate a un dialogo serio per mettere a punto i meccanismi necessari per superare le attuali divisioni, attuare l’accordo del Cairo e tenere elezioni presidenziali e legislative prima che Abbas dia le dimissioni. I palestinesi hanno anche bisogno di convocare la struttura della dirigenza provvisoria dell’OLP e il comitato incaricato di riformare l’OLP per ripristinare il Consiglio Nazionale Palestinese e tenere una seduta, riunendo tutti i partiti, comprese Hamas e la Jihad Islamica. Devono essere formati il Comitato Centrale dell’OLP e il Comitato Esecutivo e nominato un nuovo presidente. A più lungo termine i palestinesi devono consolidare lo Stato di Palestina riconosciuto dall’ONU creando un’assemblea costituente composta da membri del Comitato Centrale, del Consiglio Legislativo, del governo e del Comitato esecutivo per stilare una costituzione palestinese ed eleggere un presidente.

Note:

  1. Takfir è accusare una persona di essere un infedele ed è diventata un’ideologia fondamentale dei gruppi militanti (vedi ad esempio Oxford Islamic Studies e Le Monde Diplomatique)

  2. Haytham Al-Zubi ha proposto quest’ipotesi di accordo in un editoriale del 2013. Vedi “Calm Constitutional Advice to the Palestinian President,” Al-Quds, 20 luglio 2013.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Rapporto OCHA del periodo 15 -28 novembre 2016 (due settimane)

Il 22 e 25 novembre, in due distinti episodi verificatisi a Gerusalemme Est, al checkpoint di Shu’fat ed a quello di Qalandiya, le forze israeliane hanno ucciso, con armi da fuoco, due palestinesi, uno dei quali quattordicenne: secondo fonti israeliane, si presume che entrambi fossero aggressori con coltello.

Nessun soldato israeliano è rimasto ferito negli episodi citati. Le autorità israeliane hanno trattenuto i corpi dei palestinesi uccisi; in totale sono ora trattenuti sei cadaveri di palestinesi. Dall’inizio del 2016, 73 palestinesi, tra cui 21 minori, e otto israeliani, tra cui una ragazza, sono stati uccisi durante aggressioni e presunte aggressioni effettuate da palestinesi della Cisgiordania. Le risposte delle forze israeliane ad alcuni di questi episodi hanno sollevato preoccupazione circa un possibile uso eccessivo della forza ed esecuzioni extragiudiziali.

Un altro palestinese di 22 anni è stato ucciso dalle forze israeliane il 18 novembre, con armi da fuoco, in scontri avvenuti nel corso di una manifestazione presso la recinzione perimetrale della Striscia di Gaza. Nei Territori palestinesi occupati (oPt), nel corso di molteplici scontri, le forze israeliane hanno anche ferito 34 palestinesi, tra cui quattro minori. In Cisgiordania, tali scontri sono scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto, durante le manifestazioni settimanali a Ni’lin (Ramallah) e Kafr Qaddum (Qalqiliya) contro la Barriera e contro gli insediamenti, e contro la costruzione di un nuovo insediamento-avamposto [illegale anche per la legge israeliana] nel nord della Valle del Giordano. Tre soldati israeliani sono rimasti feriti ad opera di palestinesi, per lancio di bottiglie incendiarie e pietre.

Una donna palestinese è stata uccisa il 16 novembre nel Campo Profughi di Balata (Nablus), durante uno scontro a fuoco tra Forze di Sicurezza palestinesi e civili palestinesi. La donna non era coinvolta negli scontri, scoppiati nel corso di una operazione di ricerca-arresto nel Campo. Tre membri delle Forze di Sicurezza sono rimasti feriti.

Gli incendi boschivi, divampati tra il 22 e il 27 novembre in molteplici località israeliane ed in alcune zone dei Territori palestinesi occupati (oPt), hanno determinato vasti sfollamenti di popolazione. La polizia israeliana ha avviato indagini su possibili casi di incendio doloso ed ha arrestato alcuni sospetti. In Cisgiordania, circa 380 famiglie sono state temporaneamente evacuate dalle loro case negli insediamenti colonici israeliani di Dolev, Talmon e Halamish (Ramallah); secondo i media, in quest’ultimo insediamento 15 case sono state bruciate completamente e altre 25 sono state danneggiate. Almeno sei persone hanno riportato lesioni per inalazione di fumo. Gli incendi hanno raggiunto la città di Huwwara (Nablus), dove è stato danneggiato un ettaro di terra coltivata. Le forze antincendio palestinesi sono state dispiegate sia in Israele che negli insediamenti colonici della Cisgiordania per sostenere gli sforzi di Israele contro gli incendi.

In Cisgiordania le forze israeliane hanno condotto 252 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 243 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di arresti (103, di cui 35 minori) e di operazioni (62), incluse le due operazioni compiute nell’Università Al Quds, in Abu Dis (Gerusalemme).

A Gaza, in almeno 16 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento verso palestinesi presenti o in avvicinamento alle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare. In un’altra occasione, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno svolto un’operazione di spianatura del terreno. Non sono stati segnalati feriti, ma il lavoro di agricoltori e pescatori è stato interrotto. Sei palestinesi sono stati arrestati, tra cui due pescatori che sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni della marina israeliana, mentre la loro barca e le reti da pesca sono state sequestrate. Altri quattro civili sono stati arrestati mentre tentavano di entrare illegalmente in Israele.

Per la mancanza di permessi di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o requisito 18 strutture, sfollando 42 palestinesi, tra cui 30 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 60 persone. In Ma’azi Jaba, una delle comunità colpite nel governatorato di Gerusalemme, le autorità hanno demolito nove tra strutture abitative e di sostentamento che erano state fornite come assistenza umanitaria. Questa è una delle 46 comunità della Cisgiordania centrale a rischio trasferimento forzato in conseguenza di un piano israeliano per “rilocalizzarli”.

In cinque comunità dell’Area C, Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq (entrambe in Tubas), Jit (Qalqiliya) e Ash Shuyukh (Hebron), le autorità israeliane hanno sequestrato tre trattori e due bulldozer, adducendo quale motivazione il loro impiego in costruzioni illegali. Nel villaggio di Ya’bad (Jenin), per violazione delle norme ambientali, le forze israeliane hanno sequestrato quattro veicoli e 150 tonnellate di legna per la produzione di carbone, fonte di sostentamento per almeno 1.000 lavoratori.

In cinque occasioni, per consentire l’addestramento militare, le forze israeliane hanno sfollato temporaneamente 210 persone, inclusi 123 minori, appartenenti a due comunità di pastori palestinesi nel nord della Valle del Giordano (Khirbet ar Ras al Ahmar e Ibziq). Le due comunità devono far fronte a ripetute demolizioni e restrizioni ai loro spostamenti che acuiscono le crescenti preoccupazioni legate al rischio di trasferimento forzato. In altre tre occasioni, nella stessa area, le forze israeliane hanno effettuato esercitazioni militari in prossimità della comunità di pastori palestinesi di Khirbet Tel al Himma, con conseguenti danni alle proprietà e limitazioni negli spostamenti; per due volte, dalla fine del settembre 2016, tale comunità ha subito demolizioni.

Sono stati registrati tre attacchi di coloni israeliani che hanno causato lesioni a palestinesi o danni alle loro proprietà; in particolare, l’aggressione fisica e il ferimento di tre uomini palestinesi in due distinti episodi avvenuti nella zona H2 di Hebron e danni ad un veicolo palestinese, per lancio di pietre, ad Hebron. Inoltre, non inclusi nel conteggio, a Gerusalemme Est, Hebron e Tubas sono stati segnalati almeno tre episodi di aggressione e intimidazione contro palestinesi.

Secondo i media israeliani, ci sono stati otto casi di lancio di pietre ad opera di palestinesi contro veicoli israeliani; ne sono conseguiti il ferimento di un colono israeliano e danni ad almeno sei veicoli, oltre che alla metropolitana leggera di Gerusalemme.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per tre giorni (16-18 novembre): è stata consentita l’uscita dalla Striscia di Gaza a 1.702 persone e il rientro a 947. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, dall’inizio del 2016, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso Rafah.




Gli incendi in Israele sollevano brucianti domande sull’occupazione

di Amira Hass, 29 novembre 2016 Haaretz

Domanda: Perché non abbiamo sentito di arresti di ebrei che invocano l’uccisione degli arabi? Risposta: gli ebrei esercitano il proprio diritto alla libertà di parola.

Forse gli incendi provocati intenzionalmente per motivi politici o “nazionalisti” valgono di più dei comuni incendi? I criteri per i risarcimenti del governo ai cittadini israeliani che hanno avuto le case danneggiate la scorsa settimana verranno decisi sulla base dell’origine dell’incendio, creando una gerarchia di indennizzi ed assistenza?

Gli incendi classificati come atto terroristico ostile garantiranno alle vittime un rimborso più veloce e più consistente rispetto agli sfortunati le cui case, album fotografici e computer sono stati distrutti dal fuoco causato da un razzo della polizia o da un mozzicone di sigaretta gettato via negligentemente, la cui fiamma è stata attizzata dal vento?

Perché non sentiamo parlare di arresti di massa di ebrei i cui post sui social media invocano l’uccisione degli arabi e che hanno manifestato gioia per le loro disgrazie, ma abbiamo sentito dell’arresto di un attivista sociale di Rahat che ha schernito chi applaudiva gli incendi?

Alcune risposte:

* L’istigazione [alle violenze contro gli arabi. Ndtr.] da parte degli ebrei non è una notizia

* Gli ebrei dicono ciò che pensano ed esercitano il proprio diritto alla libertà di parola

* Gli istigatori ebrei che incitano ad uccidere i palestinesi non si trovano in carcere. Si trovano nella coalizione di governo o nella Knesset (il Parlamento israeliano. Ndtr.).

* Dichiarare che la cittadinanza dei piromani verrà revocata non è istigazione, ma parte di una politica di espulsione di vecchia data.

Com’ è che i giornalisti israeliani si affrettano a riportare le espressioni di “schadenfreude” (termine tedesco che significa “piacere provocato dalla sfortuna altrui”, ndtr.) postate sui social media arabi e palestinesi? Com’ è che sembrano non trovare i comunicati stampa, i report delle Nazioni Unite e di B’Tselem ed i post palestinesi che riferiscono dei quotidiani abusi e crudeltà perpetrati contro milioni di persone dall’esercito israeliano, dalla polizia di frontiera, dalla Municipalità di Gerusalemme, dal Ministero degli interni, dall’Amministrazione Civile, dagli Uffici di coordinamento distrettuale, dal Coordinatore delle attività governative nei territori (l’autorità militare israeliana in Cisgiordania, ndtr.), dal Ministero di pubblica sicurezza, dall’Autorità israeliana per la terra, ecc.?

Alcune risposte:

* Perché sono gli ufficiali dell’intelligence israeliana che danno la caccia ai sospetti a fornire le informazioni ai giornalisti.

* Perché i giornalisti israeliani non hanno familiarità con i siti web di B’Tselem e dell’Ufficio per il Coordinamento delle questioni umanitarie dell’ONU.

* Perché non vogliono turbare i loro amici, i loro compagni e i loro figli, che sono quei soldati, quei giudici e quel personale amministrativo che compiono gli abusi.

* Perché sono israeliani, prima che giornalisti.

* Perché sanno ciò che gli utenti israeliani delle informazioni vogliono sentire, e ciò che non può importargli di meno.

* Tutto quanto detto fin qui.

* Perché riferire come Israele domina i palestinesi non lascerebbe spazio ad altre notizie..

* Perché quello che è routine non merita i titoli.

Dobbiamo riconoscere che ci sono stati dei piromani palestinesi, così come ci sono state anche false accuse. Ma se vogliamo impedire una simile forma di sabotaggio dobbiamo comprenderne i motivi.

Queste azioni, a prescindere da quanto possano essere esecrabili, sono strettamente legate alle politiche di crudeltà. Chiunque non voglia vedere queste politiche o riconoscere che esistono dimostra di avere interesse nel mantenere vivo il problema per giustificare future espulsioni ed abusi.

Tre mappe

Dove si trovano Beit Meir, Nataf e Canada Park, tre località dove sono scoppiati gli incendi? Una risposta è che si trovano ad ovest di Gerusalemme. Un’altra è che Beit Meir è sulla terra del villaggio palestinese distrutto di Bayt Mahsir, che all’inizio del 1948 ospitava 3.000 persone. Nataf si trova dove c’era un tempo il villaggio di Beit Thul, anch’esso distrutto da noi in modo che i suoi 300 abitanti in fuga non potessero tornarvi.

Canada Park, che è gestito dal Fondo Nazionale Ebraico, sorge sulle rovine dei villaggi di Imwas e Yalo, i cui abitanti abbiamo espulso nel giugno 1967.

E dove si trova la colonia di Halamish? Sulla terra dei villaggi di Deir Nizam e Nabi Saleh. Halamish si sta espandendo; Israele impedisce ogni nuova costruzione nei villaggi palestinesi.

Gli incendi della scorsa settimana hanno abbozzato tre mappe del paese. Una è la mappa immaginaria del territorio solo degli ebrei da cui i palestinesi sono stati cancellati. La seconda è la triste mappa degli invasori e degli occupanti, dove troviamo i pochi piromani che presumibilmente hanno appiccato alcuni degli incendi e coloro che hanno gioito del loro divampare. Queste due mappe sono sorprendentemente simili.

La terza è quella delle persone legate alle loro case, che le hanno perse o le stanno perdendo, di quelle che vi torneranno dopo che saranno ricostruite e di quelle che non sono tornate.

Quante persone sono necessarie per evacuare interi quartieri di Gerusalemme? Solo alcuni piromani palestinesi condannati dalla loro società.

Quante persone sono necessarie per far fuggire mezzo milione di palestinesi da un incendio all’altro a Gaza? Molti israeliani – un governo al completo, lo staff generale, gli alti comandi e migliaia di soldati e piloti.

Quanti israeliani servono per uccidere, in una sola estate, 180 bambini da 0 a 5 anni, 346 ragazzi da 6 a 17 anni e 247 donne, come è accaduto nel 2014? Gli stessi governo al completo, staff generale, alti comandi e migliaia di soldati e piloti – insieme alla maggior parte di una nazione che plaude e li incoraggia a continuare.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un pogrom scuote un villaggio palestinese strangolato dai coloni israeliani

di Gideon Levy e Alex Levac – 11 novembre 2016 Haaretz

Una dozzina di coloni mascherati che brandivano coltelli e bastoni e gridavano “morte agli arabi” ha attaccato cinque contadini palestinesi che stavano raccogliendo olive. “Sono venuti per uccidere”, ha detto una vittima.

E’ stato un pogrom [attacchi antisemiti contro la popolazione ebraica nei Paesi dell’Est Europa. Ndtr.].

I sopravvissuti sono cinque pacifici contadini palestinesi che parlano un ebraico smozzicato e lavorano nell’edilizia in Israele, con permessi di ingresso validi. Durante i fine settimana coltivano ciò che è rimasto delle loro terre, la maggior parte delle quali sono state depredate a favore dei coloni che strangolano il loro villaggio, Janiya, fuori Ramallah. Sono convinti di essere sopravvissuti solo per miracolo all’attacco di sabato scorso.

“Pogrom” è davvero la sola parola per descrivere quello che hanno subito. “Vi uccideremo!” hanno gridato gli assalitori, mentre picchiavano gli uomini sulla testa e sul corpo con mazze e tubi di ferro, e brandivano coltelli a serramanico. L’unico “crimine” dei palestinesi, che stavano raccogliendo le loro olive quando i coloni si sono gettati su di loro, era il fatto di essere palestinesi che hanno avuto l’ardire di lavorare la loro terra.

Il periodo della raccolta delle olive è tradizionalmente la stagione dei pogrom in Cisgiordania, ma questo è stato uno dei più violenti. Nessun rappresentante ufficiale israeliano ha condannato l’assalto, nessuno si è indignato. Uno degli aggrediti è stato medicato con 10 punti in testa, un altro ha avuto un braccio e una spalla rotti, un terzo zoppica, un quarto ha perso gli incisivi. Solo uno è riuscito a scappare agli assalitori, ma anche lui si è fatto male quando si è ferito a una gamba sul terreno roccioso mentre fuggiva.

I contadini, che giorni dopo l’aggressione erano ancora in stato di shock per questa brutta esperienza, sono stati portati via dai compaesani; le olive sono rimaste sparse sul terreno. Ora hanno paura di tornare nell’oliveto. Questo fine settimana, si sono ripromessi, manderanno giovani di Janiya a prendere quello che avevano raccolto e a finire il lavoro. Per quanto riguarda loro, con il corpo e l’anima acciaccati, dicono di non essere in grado di fare niente.

Gli assalitori, circa una dozzina di coloni mascherati, si vedono in un video girato da un abitante, Ahmed al-Mazlim, mentre, palesemente in preda all’eccitazione per la loro azione, tornano alle loro baracche, sparse sotto la colonia di Neria, nota anche come “Nord Talmon”, tra Modi’in e Ramallah. Questo è stato il loro “oneg Shabbat” la loro festa del sabato: scendere nella valle e picchiare persone che stavano lavorando la propria terra, innocenti quanto indifese, forse addirittura con l’intenzione di uccidere. Un fine settimana pacifico.

Si vedono i coloni risalire lentamente verso le baracche del loro avamposto illegale, che si trova sulla collina sotto Neria. Non hanno fretta, in fin dei conti nessuno li sta inseguendo. Alla fine si siedono sulla soglia di una delle baracche per dissetarsi con una borraccia.

Non avevo mai visto prima criminali lasciare la scena del delitto con tale indifferenza. Forse erano esausti del loro lavoro – picchiare arabi – stanchi ma contenti. Yotam Berger, il giornalista di Haaretz che è stato il primo a pubblicare il video, ha visitato le baracche il giorno dopo il pogrom. Sapeva bene che dei coloni vivevano lì, anche se le strutture erano vuote quando è arrivato. Fino a quel momento non erano stati fatti arresti, ed esperienze precedenti suggeriscono che non ne verrà fatto nessuno. La polizia sta indagando.

Janiya, un piccolo villaggio di 1.400 anime nella parte centrale della Cisgiordania, si guadagnava di che vivere lavorando la sua terra finché gran parte di questa è stata portata via dalle vicine colonie, dalla fine degli anni ’80. Poche regioni sono altrettanto popolate di coloni come questa; pochi villaggi hanno avuto tanta terra rubata come Janiya. Degli originali 50.000-60.000 dunam (5.000-6.000 ettari) posseduti dai suoi abitanti, solo 7.000 (700 ettari) rimangono di loro proprietà. Il villaggio è stato strangolato.

Da una buona posizione ai suoi confini, si può vedere la valle in cui è stato perpetrato l’attacco, e le colonie vicine. La nostra guida è Iyad Hadad, un ricercatore sul campo dell’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. Sotto di noi le case di Talmon A confinano con le rimanenti terre di Janiya, molto vicino alle case dei paesani. Basta allungare la mano per toccarle; un altro progetto di espansione e arrivano fin dentro Janiya.

A destra, verso sudest, c’è la colonia di Dolev, a vantaggio dei cui abitanti Israele ha bloccato per anni la strada principale per Ramallah. Appollaiata sulla collina c’è Talmon B; lì vicino c’è Talmon C; e là, all’orizzonte, si trova Talmon D. Sulla cima della collina, ad una certa distanza, c’è una base dell’esercito israeliano.

Ogni cima di collina rappresenta un’altra minaccia per il tranquillo villaggio. Neria si trova sopra l’uliveto della famiglia Abu Fuheida e i pendii terrazzati che scendono da lì. Le costruzioni della “gioventù delle colline” [gruppo di giovani coloni molto violenti. Ndtr.] sono sparse su tutto il territorio, tra le varie Talmon, a decine di metri le une dalle altre.

La valle è tranquilla. Alcuni degli oliveti ora sono di proprietà delle colonie; quando si fa la raccolta, ci si mette d’accordo con l’esercito israeliano. Per esempio, la scorsa settimana le olive sono raccolte nelle parti di Talmon A coltivate dai palestinesi. Ma l’aggressione da parte dei coloni è stata perpetrata in un luogo in cui il coordinamento non è richiesto, perché non è proprietà di alcuna colonia.

Siamo alla fine della stagione del raccolto, e questo è un canalone chiamato Natashath. E’ sabato mattina, una giornata stupenda, e cinque membri della famiglia Abu Fuheida – Sa’il, Hassan, Sabar, Sa’ad e Mohammed – scendono all’oliveto di famiglia, dove hanno una settantina di ulivi. Sono circa le 8,30; non ci sono altri contadini lì attorno. Portano sacchi (“Nessun coltello”, chiarisce subito uno di loro) sparsi per terra per raccogliere le olive cadute, con una bottiglia di Coca Cola, pomodori, pane pita e affettati. Non è una buona annata per le olive, il raccolto è stato scarso.

Lavorano fino a mezzogiorno, si siedono per mangiare e ritornano alle scale. Il loro piano è di finire il raccolto entro il pomeriggio. Ma in quel momento gli aggressori gli piombano addosso all’improvviso: i raccoglitori, sulle scale, con la testa in mezzo ai rami, non li vedono. Solo Sa’il, con i suoi 57 anni il più vecchio del gruppo e l’unico che non è su una scala, riesce a scappare, ferendosi solo fuggendo in preda al panico.

Secondo Sa’il e il suo fratello ferito, Hassan, erano 10, forse 15 assalitori. Sembravano giovani e robusti. Uno dei quattro che hanno aggredito Hassan portava occhiali; Hassan ha visto solo i suoi occhi. E’ stato quello che gli ha inflitto i colpi peggiori, aggiunge Hassan. Tutti avevano tubi, mazze, randelli o coltelli. Ce n’era anche uno che sembrava di vedetta: è rimasto sulla collina vicino a Neria, con un fucile, osservando a quanto pare quello che stava succedendo. “Morte agli arabi! Morte agli arabi!” gridavano gli aggressori. “Vi uccideremo, porci.”

Sa’il: “Erano aggressivi, violenti, non ho mai visto un attacco del genere. Erano venuti per uccidere.”

I contadini si sono precipitati giù dalle scale, dritti nelle mani degli assalitori, che hanno afferrato prima Sabar, poi Hassan, circondandoli, alcuni coloni per ogni palestinese, e li hanno percossi. Sabar è stato il primo a perdere conoscenza, Hassan dice di essere svenuto anche lui. Gli autori del pogrom hanno cercato di colpirli in testa, ma Hassan se l’è protetta con le mani. La sua mano destra ora è bendata, con dei punti e fasciata, ha perso quattro denti e ha anche un labbro tagliato. Si muove a malapena e parla a fatica.

L’aggressione è durata tra i cinque e i dieci minuti. Uno dei cugini, Mohammed, ad un certo punto è riuscito a scappare, dopo essere stato leggermente ferito, e ha chiesto aiuto al villaggio. Quando gli aggressori se ne sono andati, i feriti sono stati portati via su ambulanze ed auto private all’ospedale pubblico di Ramallah. Hassan ha raccontato di aver ripreso conoscenza in casa di suo fratello, dove era stato portato dagli abitanti del villaggio prima di essere trasportato in ospedale. Quando si è alzato gli è venuto un capogiro. Era sicuro che sarebbe morto, dice Hassan, un lavoratore edile (“con regolare permesso”) a Rishon Letzion [in Israele. Ndtr.].

Solo Hassan e Sa’il erano al villaggio quando ci siamo andati questa settimana (le altre tre vittime erano andate al comando della regione di Binyamin per testimoniare alla polizia). La loro casa era affollata di visitatori che confortavano gli aggrediti. Gli assalitori sono pazzi, ci ha detto il loro cugino Sahar: “Odiano gli arabi, odiano l’odore degli arabi, vedono un arabo e lo vogliono calpestare. Vogliono ucciderci. Non vogliono arabi qui. E fanno quello che vogliono.”

Ci siamo seduti all’ombra della buganvillea nel cortile della casa della famiglia. Ho chiesto ad Hassan cosa pensi di quello che è successo. Un tenue sorriso ha attraversato le sue labbra ferite mentre ripeteva: “Non so cosa pensare. Succede ogni anno.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




I crescenti attacchi israeliani contro civili a Gaza mettono a rischio il cessate il fuoco in vigore da due anni.

Ben White, 8 settembre 2016 Middle East Monitor

Esprimendo preoccupazione che tale violenza possa mettere a rischio l’attuazione del cessate il fuoco che ha posto fine all’operazione “Margine Protettivo” nel 2014, un’informativa delle Nazioni Unite ha rivelato che nel secondo trimestre del 2016 l’esercito israeliano ha significativamente incrementato gli attacchi contro civili palestinesi nella Striscia di Gaza.

Nel periodo da aprile a giugno vi sono state in media più di 90 sparatorie al mese da parte delle forze armate israeliane nelle cosiddette zone ad accesso limitato (ARA) – circa 60 a terra e 30 in mare. Si tratta di oltre il doppio della media corrispondente a gli ultimi 6 mesi del 2015.

Le forze israeliane hanno attaccato da molto tempo agricoltori, pescatori ed altri civili nelle ARA di Gaza. Come ha riportato l’ONU a luglio, le limitazioni all’accesso imposte unilateralmente da Israele sono “applicate facendo fuoco con proiettili letali direttamente o con spari di avvertimento, con la distruzione di proprietà, arresti e confisca di attrezzature.”

Presentando gli ultimi dati in un aggiornamento trimestrale pubblicato il mese scorso, l’Ufficio per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie dell’ONU (OCHA) nei territori palestinesi occupati (OPT) ha definito “l’uso della forza da parte di Israele” nelle ARA “una particolare fonte di preoccupazione”.

Secondo James Heenan, capo dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU nei territori palestinesi occupati, “ci sono quasi quotidianamente episodi in cui le forze israeliane sparano a Gaza, causando spesso feriti o anche morti e distruzioni di proprietà.”

Nella maggior parte dei casi, ha detto Heenan a Middle East Monitor, “non ci sono indicazioni che le forze israeliane fossero di fronte a una minaccia imminente tale da giustificare il livello di forza impiegato, incluso l’uso di armi da fuoco. Spesso le vittime sono contadini, pescatori, bambini e manifestanti.”

Il 3 aprile le autorità israeliane hanno annunciato un ampliamento della zona con permesso di pesca dalla costa sud di Gaza da 6 a 9 miglia (da notare che gli Accordi di Oslo prevedevano un limite di 20 miglia). Comunque il 26 giugno, meno di tre mesi dopo, è stato nuovamente imposto il limite di 6 miglia.

Secondo l’OCHA a luglio sono stati arrestati ed imprigionati più di 90 pescatori, “il numero più alto all’anno da quando, nel 2009, si è iniziato a tenere il conto.” In nove giorni di agosto, per esempio, le forze israeliane hanno attaccato pescatori palestinesi in sei diverse occasioni (il 21, 23, 25, 27, 28 e 29 agosto).

Intanto, a maggio, è stato comunicato che l’esercito israeliano avrebbe permesso ai contadini di accedere alle terre vicine alla barriera di confine, sotto il controllo del Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC). Dal 2014 l’ICRC aiuta i contadini di Gaza a recuperare la terra e a garantirsi l’ accesso.

Mentre alcuni contadini hanno certamente beneficiato di questo, un portavoce dell’ICRC di Gerusalemme ha rifiutato di commentare i continui attacchi israeliani nelle ARA, dicendo che “tutte le questioni che suscitano preoccupazione sono affrontate come parte del nostro dialogo riservato e bilaterale con tutte le parti in conflitto.”

Come ha detto recentemente un agricoltore agli attivisti: “I miei terreni sono relativamente vicini alla barriera, perciò io non posso metterci piede dalle 6 del pomeriggio alle 6 di mattina senza che mi sparino addosso. Cosa ci posso fare se l’elettricità non c’è prima delle 6 del pomeriggio? Devo lasciare la mia terra senz’acqua, rischiando di perdere il raccolto.”

La violenza usata dalle forze israeliane contro i civili palestinesi nella Striscia di Gaza non è quasi per niente citata dai media occidentali di lingua inglese. La maggioranza degli attacchi a pescatori, contadini e manifestanti non viene nemmeno menzionata.

.Comunque questi attacchi non possono essere separati dal più vasto scenario della Striscia di Gaza, compresa la dimensione della “sicurezza”, che è tipicamente intesa da giornalisti, analisti e politici in termini di lancio di razzi [da parte dei palestinesi] e reazioni militari israeliane.

Secondo Fawzi Barhoum, un portavoce di Hamas a Gaza, Hamas considera l’impiego metodico della violenza contro i palestinesi da parte delle forze israeliane nelle ARA come una violazione del cessate il fuoco del 2014. “Hamas registra tutte le violazioni ed aggiorna regolarmente i garanti regionali del cessate il fuoco”, ha dichiarato.

Inoltre, ha aggiunto Barhoum, questi attacchi delle forze israeliane “mettono a rischio lo status quo.”

“Ogni volta Hamas discute ciò che accade con le altre fazioni palestinesi, che valutano insieme quale sia la risposta migliore alla violazione israeliana in questione; se il silenzio, la condanna, l’avvertimento, il lancio di razzi a breve gittata, piazzare cecchini ai confini, ecc.”

Quindi, oltre al costo per contadini e pescatori della politica israeliana di imporre una “zona interdetta” all’interno di Gaza, questi attacchi, che sono chiaramente in aumento, rischiano anche di minare ulteriormente un accordo di cessate il fuoco che ha portato “tranquillità” per Israele, ma nulla di simile per i palestinesi.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)