E’ la fine del mondo?

di Gideon Levy, 10 novembre 2016

Haaretz

Potrà accadere una di queste due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo conosciuto.

Prima confessione: ho sperato che Donald Trump venisse eletto. Seconda confessione: la sua elezione mi spaventa. Basta pensare a Rudolf Giuliani in una posizione preminente nel suo governo, che forse influenzerà la sua politica nei confronti di Israele, per essere colti dal panico. La mia compagna Catherine si è chiusa nella sua stanza, ancor più arrabbiata e terrorizzata: è preoccupata per l’ambiente e per il futuro del suo paese. E’ sicura che Trump distruggerà l’ambiente e che permetterà a Vladimir Putin di invadere la Svezia.

Questa paura di Trump che sta percorrendo il mondo, e forse anche alcuni dei suoi elettori – com’è accaduto per i sostenitori della Brexit in Gran Bretagna che in seguito hanno rimpianto il proprio voto, però in misura molto maggiore – è la paura dell’ignoto. Ed ancor più è la paura dell’inconoscibile. Questa paura ricorda il terrore del 1977 quando andò al potere (in Israele, ndtr.) Menachem Begin. Metà della nazione entrò nel panico, e si fece a gara dovunque nel prefigurare scenari apocalittici. Begin farà la guerra, Begin porterà al fascismo. Alla fine, Begin ha fatto davvero la guerra (contro il Libano, ndtr.) , come avrebbe fatto qualunque altro primo ministro israeliano rispettabile, ma Begin ha fatto anche la pace, come nessun altro primo ministro israeliano prima o dopo di lui ha fatto. E Begin non ha condotto al fascismo.

Ho sperato che Trump venisse eletto perché sapevo che l’elezione di Hillary Clinton, i cui valori da molto tempo sono cambiati, avrebbe anche significato una continuazione dell’occupazione israeliana. Il mio mondo è piccolo, lo ammetto: l’occupazione mi interessa più di ogni altra cosa e per me poche cose potrebbero essere peggio di un presidente che continui a finanziarla. Se lei fosse stata eletta, in posti come Yitzhar e Itamar (colonie israeliane in Cisgiordania, ndtr.) avrebbero stappato bottiglie di champagne. Con il denaro di Haim Saban (imprenditore israeliano naturalizzato statunitense, tra i più ricchi del mondo, finanziatore di Hillary Clinton e della campagna contro il BDS, ndtr.) e l’eredità di Barak Obama, l’America non avrebbe osato fare pressioni su Israele. La fine del mondo, in altre parole.

Anche Benjamin Netanyahu dovrebbe essere preoccupato. Un Trump che perde interesse per il Medio Oriente potrebbe anche essere un Trump che non appoggia l’occupazione. L’esultanza dei coloni è prematura. Potrebbe anche trasformarsi in un grido di dolore. Certo Trump non sarà mai amico dei palestinesi, esattamente come non sarà mai amico di tutti i deboli del mondo, ma potrebbe dimostrarsi un vero isolazionista ed in quanto tale annullare il cieco, automatico e sconcertante sostegno del suo paese ad Israele.

Dopo tutto è stato eletto in larga misura grazie alle sue promesse di eliminare il “politicamente corretto”. In America il sostegno alla prosecuzione dell’occupazione israeliana è politicamente corretto. Perciò, nella mia ottica localistica, questa è stata la ragione per cui ho sperato nella vittoria di Trump.

Al contempo la vittoria di Trump mi spaventa. Come spesso accade quando le fantasie diventano realtà, la realtà fa più paura del previsto. Non c’è bisogno di elencare tutte le sue idee bigotte, la sua retorica incendiaria, tutti gli aspetti del suo terribile personaggio. Ha promesso di perpetuare l’uso della tortura durante gli interrogatori, di annullare l’accordo con l’Iran, di utilizzare eventualmente armi nucleari. Cos’altro serve per terrorizzare chiunque sia sano di mente? Tuttavia la sua promessa di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme è ridicola: sicuramente i diplomatici americani non saranno entusiasti di vivere a Gerusalemme e comunque il trasferimento dell’ambasciata probabilmente non è molto importante.

Potrà accadere una delle due cose: o Trump sarà Trump, oppure il Presidente Trump non sarà lo stesso Trump che abbiamo imparato a conoscere. Lui stesso probabilmente non sa chi sarà. Il suo discorso della vittoria di mercoledì suggeriva la seconda possibilità. Se Trump manterrà la sua parola e le sue promesse della campagna elettorale, questo significherà una terribile tragedia per l’America e per il mondo, e forse una piccola speranza per Israele: il Trump originale non esiterà a trascurare Israele ed il risultato potrebbe andare a suo beneficio.

Paradossalmente, ciò che è negativo per il mondo e per l’America potrebbe essere positivo per Israele: un presidente ignorante ed isolazionista, che si disinteressa del mondo, pretende che tutti i paesi paghino per l’aiuto americano ed ha intenzione di distruggere i sacri dogmi, potrebbe essere un presidente che dà una salutare scossa ad Israele.

Mercoledì ha segnato la fine del mondo? Forse sì, forse no.

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




L’ipocrisia del boicottaggio da parte di Israele

La coalizione di Netanyahu è determinata a boicottare la Lista Araba Comune (alleanza politica di 4 partiti arabi in Israele, ndtr.).

di Neve Gordon –Counterpunch

22 ottobre 2016, Nena News

Paradossalmente, si tratta della stessa coalizione che si è espressa esplicitamente contro l’adozione della strategia del boicottaggio come strumento non violento e politicamente legittimo per lottare contro l’oppressione israeliana del popolo palestinese.

Il 9 ottobre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver intenzione di sostenere l’iniziativa della sua coalizione di boicottare la Lista Comune, il terzo maggior partito nella Knesset. L’iniziativa, promossa dal ministro della difesa Avigdor Lieberman, ha lo scopo di punire la decisione del partito di non recarsi al funerale dell’ex Presidente Shimon Peres, a cui hanno partecipato personalità provenienti da non meno di 70 paesi, incluso il Presidente Barak Obama e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas. “I membri della Lista Comune hanno dimostrato che non c’è più niente di cui discutere né dibattere con loro”, ha asserito Lieberman, aggiungendo che “dobbiamo prendere la decisione di boicottare ogni loro presenza e intervento alla Knesset.”

Parlando all’israeliano Canale 2, il capo della Lista Comune Araba, Ayman Odeh, ha spiegato che il funerale di Peres era parte di una “giornata nazionale di lutto in cui io non mi riconosco; non nella narrazione, non nella simbologia che mi esclude, non nella storia di Peres come uomo che ha creato il sistema di difesa di Israele.” Ha poi proseguito ricordando episodi della lunga carriera pubblica di Peres: dal suo ruolo nel governo militare imposto ai cittadini palestinesi di Israele dal 1948 al 1966, per passare al suo ruolo centrale nel realizzare l’arsenale nucleare di Israele, fino all’attacco dell’esercito israeliano del 1996 ad una base ONU nel villaggio libanese di Qana, in cui furono uccisi 106 civili. Ha persino citato l’assenza di Peres al funerale di Arafat (insieme al quale aveva ricevuto il Premio Nobel per la Pace) e, ovviamente, di tutti gli altri leader arabo-israeliani.

Pensando forse che il pubblico israeliano non avrebbe potuto sopportarlo, Odeh non ha ricordato che Peres è stato in tutto e per tutto un colonialista. In documenti recentemente resi pubblici, si citano dichiarazioni di Peres in cui afferma di non credere in uno “stato di Arafat” e che la Giordania è l’unico stato palestinese, rammaricandosi dell’esistenza di cittadini palestinesi in Galilea (nel nord di Israele, ndtr.). “Vedo come si stanno mangiando la Galilea ed il mio cuore sanguina”, disse all’ex primo ministro Menachem Begin durante un loro incontro nel 1978. Molto più recentemente Peres si è spinto fino ad affermare che “le operazioni dell’esercito israeliano hanno reso possibile la prosperità in Cisgiordania, hanno sollevato i cittadini del sud del Libano dal terrore di Hezbollah ed hanno permesso agli abitanti di Gaza di avere nuovamente una vita normale.” Certamente fino alla sua morte è stato la voce esemplare della missione civilizzatrice del colonialismo.

Comunque, nel corso della stessa intervista a Canale 2, Odeh ha ricordato al suo pubblico ebreo israeliano che il sabato seguente la comunità arabo-israeliana avrebbe celebrato il 16^ anniversario dei disordini dell’ottobre del 2000, in cui 13 cittadini della comunità furono uccisi dalla polizia durante una serie di manifestazioni di protesta nei confronti delle azioni di Israele contro i palestinesi all’inizio della seconda intifada. “Vi parteciperà qualcuno del governo?” si è domandato Odeh; “Qualcuno riesce a capire le nostre sofferenze oppure non interessano a nessuno?”

Nonostante il sincero sforzo di Odeh per descrivere l’approccio razzista di Israele nei confronti dei suoi cittadini palestinesi, la coalizione di Netanyahu è decisa a boicottare la Lista Comune Araba.

Paradossalmente si tratta della stessa coalizione che si è espressa esplicitamente contro l’adozione della strategia del boicottaggio come strumento politico legittimo e non violento di lotta contro l’occupazione israeliana del popolo palestinese. Attualmente il governo Netanyahu sta spendendo milioni e milioni di dollari per contrastare il movimento palestinese di boicottaggio, criminalizzando chiunque osi sostenerlo pubblicamente. Il ministro dell’interno Aryeh Deri ed il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan hanno annunciato la creazione di un comitato per impedire agli attivisti del movimento BDS di entrare nel paese e per espellere quelli che già si trovano in Israele/Palestina.

Netanyahu ed i suoi compari affermano che boicottare il progetto coloniale israeliano è antisemitismo, e intanto boicottano i leader palestinesi che hanno osato non onorare le spoglie di Peres. Sono talmente prigionieri della loro logica contorta che hanno perso il senso del paradosso.

Neve Gordon è co-autore (insieme a Nicola Perugini) del libro appena uscito ‘The human right to dominate’ (Il diritto umano di dominare. Edizione italiana: Perugini N., Gordon N. “Diritti umani e dominio”, Nottetempo, Firenze, 2016).

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta a ‘Invest in Peace’: prima della pace viene la libertà

A settembre del 2016 il Freedom Theatre è stato contattato da ‘Invest in Peace’, un’iniziativa statunitense impegnata nel “creare partnerships economiche e da popolo a popolo tra palestinesi ed israeliani”, come riporta il suo sito web.

Invest in Peace’ si oppone al movimento BDS, di cui il Freedom Theatre è un forte sostenitore. ‘Invest in Peace’ ha scritto per informarci che la nostra organizzazione era stata prescelta per essere inserita nel suo sito web. Noi abbiamo risposto il 21 settembre declinando l’offerta e spiegandone il motivo. Non vi sono state ulteriori comunicazioni da parte di ‘Invest in Peace’.

Freedom Theatre

Questa la nostra risposta:

Cari membri del team di ‘Invest in Peace’

Ci fa piacere leggere che apprezzate il lavoro del Freedom Theatre e che intendete utilizzare la vostra piattaforma per promuovere il nostro lavoro. Noi investiamo nella pace e crediamo in un futuro condiviso tra tutte le persone che amano la pace nella nostra regione. Però crediamo che prima della pace venga la libertà.

Purtroppo nell’attuale situazione, in cui i palestinesi sono sottoposti ad una combinazione di occupazione, apartheid e colonialismo, noi crediamo che prima di ogni altra cosa debbano cessare l’occupazione, l’apartheid ed il colonialismo. La coesistenza e la riconciliazione possono darsi solo tra eguali, non tra occupante ed occupato, o tra oppressore ed oppresso. Ciò di cui crediamo ci sia bisogno adesso è un movimento forte ed unitario che chieda la fine dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del colonialismo e che gli stessi criteri giuridici vengano applicati a tutti i cittadini della terra santa attualmente presenti ed a quelli che ne sono stati espulsi. Solo allora potremo impegnarci in un percorso verso la riconciliazione.

Se gli appelli alla riconciliazione e alla coesistenza vengono fatti prima che siano stabilite la giustizia e l’eguaglianza, temiamo che possano venire usati per alimentare la diffusa ed errata percezione della situazione politica come un conflitto tra due parti uguali, o addirittura tra due nazioni indipendenti, piuttosto che ciò che veramente è: un’occupazione militare della terra e della sovranità della Palestina.

Inoltre noi pensiamo che uno dei più forti movimenti che unifica la società civile palestinese (dimostrando al tempo stesso il potere della non-violenza) e crea una vera partnership tra attivisti israeliani e palestinesi contro l’occupazione, sia il movimento BDS. Il Freedom Theatre, insieme alla grande maggioranza dei palestinesi impegnati nell’ambito artistico, appoggia fermamente il boicottaggio culturale, così come formulato dalla PACBI (http://pacbi.org).

Per quanto noi rispettiamo il lavoro di alcune delle organizzazioni che promuovete sul vostro sito web, e per quanto il Freedom Theatre investa con tutto sé stesso nella pace, non possiamo approvare una terminologia che può essere intesa nel senso di mettere sullo stesso piano l’occupante e l’occupato, evitando di prendere una netta posizione a favore del diritto internazionale e delle molte risoluzioni ONU che chiedono la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi, Gerusalemme est come capitale di un futuro stato palestinese, ecc. Crediamo che si possa veramente investire nella pace se si ascoltano gli oppressi e non abbiamo la sensazione che il linguaggio da voi usato rappresenti la voce della società civile palestinese.

Saremmo felici di collaborare con voi per riformulare i vostri obiettivi e il vostro punto di vista, in modo che riflettano i desideri della società civile palestinese, e quindi creare una piattaforma su cui gli attivisti israeliani, come anche i fautori statunitensi di una pace giusta, possano unirsi a noi in una lotta comune contro l’occupazione, l’apartheid ed il colonialismo e per un futuro in cui possiamo vivere insieme in vera pace ed uguaglianza.

Distinti saluti

Il Freedom Theatre

(Traduzione di Cristiana Cavagna per BDS Italia)




Rapporto OCHA del periodo 18- 31 ottobre 2016 (due settimane)

Durante il periodo di riferimento (due settimane), sono stati registrati quattro attacchi e presunti attacchi palestinesi contro israeliani: sei i soldati israeliani feriti, e tre gli aggressori e presunti aggressori palestinesi (tra cui una ragazza 19enne) uccisi dalle forze israeliane.

Le aggressioni includono: uno speronamento con auto a Beit Ummar (Hebron); una sparatoria al checkpoint Beit El / DCO (Ramallah) ad opera di un membro della Polizia Palestinese che ha agito di propria iniziativa; un presunto accoltellamento al checkpoint di Za’tara (Nablus). Un altro palestinese è stato colpito con arma da fuoco e ferito durante un tentativo di speronamento con auto e attacco con coltello ad un posto di blocco volante nei pressi di Ramallah: l’episodio non ha provocato feriti israeliani.

Nel corso di scontri avvenuti nei Territori Palestinesi Occupati (oPt), le forze israeliane hanno ucciso, con arma da fuoco, un 15enne palestinese; altri 41 palestinesi, tra cui 13 minori e tre donne, sono stati feriti. Quattro dei ferimenti sono avvenuti durante scontri presso la recinzione che separa Gaza da Israele. I rimanenti feriti (37) sono stati registrati in Cisgiordania: nel contesto di scontri scoppiati durante operazioni di ricerca-arresto; nelle manifestazioni settimanali nei villaggi di Kafr Qaddum (Qalqiliya) e Ni’lin (Ramallah); durante una protesta contro la riduzione di energia elettrica nella città di Al Jiftlik (Jericho). Due soldati israeliani sono rimasti feriti dal lancio di bottiglie incendiarie e pietre da parte di palestinesi.

Il 20 ottobre, un 23enne palestinese è morto per le ferite riportate nel gennaio 2007, quando (aveva 14 anni), durante un’operazione militare israeliana nella città di Ramallah, fu colpito con arma da fuoco. Da allora, il giovane è stato ospedalizzato per la maggior parte del tempo ed ha patito un progressivo deterioramento delle condizioni di salute.

In Cisgiordania, le forze israeliane hanno condotto 196 operazioni di ricerca-arresto ed hanno arrestato 234 palestinesi. Il governatorato di Gerusalemme ha registrato la più alta quota di arresti (97) e di operazioni (56), inclusa l’incursione in una scuola secondaria maschile a Gerusalemme Est. Inoltre, a Gerusalemme, la polizia israeliana ha vietato a 15 palestinesi l’ingresso nella Moschea di Al Aqsa per periodi che vanno da tre mesi a due settimane.

In sette occasioni, le forze israeliane sono entrate nella Striscia di Gaza ed hanno livellato il terreno ed effettuato scavi in prossimità della recinzione perimetrale. In un caso, l’aviazione israeliana ha lanciato un missile, danneggiando una postazione di osservazione appartenente, secondo quanto riferito, ad un gruppo armato. L’episodio ha fatto seguito al lancio, da Gaza verso il sud di Israele, di un missile che non ha causato feriti o danni.

Dando seguito ad episodi di lancio di pietre contro veicoli di coloni israeliani, le forze israeliane hanno chiuso gli ingressi principali di tre villaggi nel governatorato di Ramallah (Deir Nidham, Umm Saffa e Silwad) e di un quartiere di Gerusalemme Est (Jabal Al Mukabbir). Tali chiusure, che sconvolgono l’accesso delle persone ai servizi ed ai mezzi di sussistenza, erano ancora in vigore alla fine del periodo di riferimento del presente Rapporto. Inoltre, dopo l’attacco con armi da fuoco al checkpoint di Beit El / DCO [vedi primo paragrafo], l’esercito ha chiuso il checkpoint in questione; esso controlla la strada principale che entra in Ramallah da est.

Nella Striscia di Gaza, nelle Aree ad Accesso Riservato (ARA) di terra e di mare, sono stati registrati almeno 23 casi in cui le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento, senza provocare feriti. Due pescatori, tra cui un ragazzo di 17 anni, sono stati costretti a togliersi i vestiti e nuotare verso le imbarcazioni israeliane dove sono stati arrestati, mentre le loro barche e le reti da pesca sono state sequestrate. Inoltre, secondo quanto riferito, al valico di Erez un commerciante palestinese è stato arrestato dalle forze israeliane.

A Gerusalemme Est ed in area C, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito o confiscato 18 strutture in sei comunità palestinesi, sfollando 54 persone, tra cui 29 minori, e colpendo i mezzi di sostentamento di altre 46. Otto delle strutture colpite – tra cui ricoveri abitativi, latrine e una cisterna d’acqua – erano state fornite come assistenza umanitaria in risposta a precedenti demolizioni. Dall’inizio del 2016, ammonta a 273 il numero delle strutture finanziate da donatori e poi distrutte o confiscate [dalle autorità israeliane]: oltre il 150% dell’intero anno 2015. Inoltre, in un cimitero vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme, le forze israeliane, insieme alla Israel Antiquities Authority, hanno danneggiato materiali da costruzione, in quanto utilizzati per la produzione non autorizzata di lapidi.

In cinque diverse occasioni, le forze israeliane hanno condotto esercitazioni militari nel nord della Valle del Giordano, in prossimità di tre comunità pastorali (Humsa al Bqai’a, Tell al Khashabeh e Lifjim). Questi episodi non hanno comportato sfollamenti, tuttavia sono stati segnalati danni alle strutture e restrizioni di accesso alle zone di pascolo: coinvolte 15 famiglie.

Sono stati registrati quattro attacchi di coloni israeliani con lesioni o danni a proprietà palestinesi. In particolare: a Silwan (Gerusalemme Est), l’aggressione fisica e il ferimento di un bambino palestinese di 6 anni; a Nahhalin (Betlemme) la vandalizzazione di 18 alberi; a Betlemme, danni ad un veicolo per lancio di pietre; a Deir Ammar (Ramallah), il furto di un mulo impiegato per la raccolta delle olive. Inoltre, nella Valle del Giordano settentrionale, coloni israeliani hanno bloccato l’ingresso principale della comunità pastorale di Tell al Himma; comunità che ha recentemente subito demolizioni di vaste proporzioni.

Secondo i media israeliani, nei governatorati di Hebron e Betlemme, per il lancio di pietre ad opera di palestinesi, sono stati feriti quattro israeliani, tra cui tre minori, e sono stati danneggiati diversi veicoli israeliani. Inoltre, sempre per il lancio di pietre da parte palestinese, nel tratto che attraversa Shu’fat (Gerusalemme Est), la metropolitana leggera ha subito danni.

Scontri tra forze di sicurezza palestinesi e civili palestinesi sono stati segnalati nel Campo Profughi di Balata (Nablus), con conseguenti lesioni, dovute ad inalazione di gas lacrimogeno, per otto uomini e un bambino. Gli scontri sono scoppiati nel corso di operazioni di ricerca-arresto svolte dalle forze di sicurezza palestinesi all’interno del Campo Profughi.

Il valico di Rafah, sotto controllo egiziano, è stato eccezionalmente aperto per cinque giorni (19 – 23 ottobre) in entrambe le direzioni; secondo quanto riferito, 3.176 palestinesi sono transitati da Gaza verso l’Egitto e 821 sono rientrati. Secondo le autorità palestinesi di Gaza, circa 20.000 persone sono registrate e in attesa di uscire da Gaza attraverso il valico di Rafah.

nota 1:

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazio-ni, corredate di dati statistici e grafici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati.

sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: https://www.ochaopt.org/reports/protection-of-civilians

L’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, traduce in italiano (vedi di seguito) l’edizione inglese dei Rapporti.

sono scaricabili dal sito Web della Associazione per la pace – gruppo di Rivoli, alla pagina:

https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

nota 2: Nella versione italiana non sono riprodotti i dati statistici ed i grafici. Le scritte [in corsivo tra parentesi quadre]

sono talvolta aggiunte dai traduttori per meglio esplicitare situazioni e contesti che gli estensori dei Rapporti

a volte sottintendono, considerandoli già noti ai lettori abituali.

nota 3: In caso di discrepanze (tra il testo dei Report e la traduzione italiana), fa testo il Report originale in lingua inglese.

Associazione per la pace – Rivoli TO; e-mail: assopacerivoli@yahoo.it; Web: https://sites.google.com/site/assopacerivoli




Con una mossa inedita, Israele ha approvato in segreto la costruzione di edifici palestinesi in Cisgiordania

di Barak Ravid e Chaim Levinson, 27 ottobre 2016

Haaretz

Il gabinetto di sicurezza ha tenuto segreto il voto sull’area C, sperando di impedire ai coloni di esercitare pressioni politiche per ostacolare il piano, promosso dal ministro della difesa Avigdor Lieberman.

Il mese scorso il gabinetto di sicurezza di Israele ha votato l’autorizzazione di una serie di progetti abitativi palestinesi nell’area C della Cisgiordania – la zona più ampia dei territori occupati in cui sono stanziate tutte le colonie e su cui l’Autorità Nazionale Palestinese non esercita alcun controllo.

E’ stata la prima decisione di questo genere da molti anni ed è stata tenuta segreta, o non resa pubblica, nel tentativo di impedire ai coloni israeliani di cercare di fare pressioni per contrastarla.

La proposta è stata avanzata e portata alla votazione del gabinetto dal ministro della difesa Avigdor Lieberman, come parte della sua cosiddetta politica “del bastone e della carota” per incoraggiare i palestinesi moderati, piano da lui stesso presentato ai media israeliani in agosto.

“L’obbiettivo del piano è favorire coloro che sono disposti a convivere con noi e al contempo rendere la vita più difficile a chi pianifica attacchi terroristici”, ha dichiarato all’epoca Lieberman.

Ha continuato: “Ho dato ordine di migliorare il più possibile le strutture umanitarie ed economiche. Il mio obbiettivo è dimostrare ai palestinesi che è vantaggioso vivere insieme e non lasciarsi coinvolgere dalla spirale del terrorismo. Questo dovrebbe portare alla coesistenza e a migliori rapporti economici a prescindere dal processo diplomatico.”

La votazione del governo ha avuto luogo a metà settembre. Hanno votato a favore: il primo ministro Benjamin Netanyahu, Lieberman, il ministro dell’interno Arye Dery, il ministro dell’energia Yuval Steinitz e il ministro dell’edilizia Yoav Galant. Il ministro delle finanze Moshe Kahlon ha lasciato scritto il suo voto favorevole. I voti contrari al piano sono stati quelli dei leaders di Habayit Hayehudi (‘La casa ebraica’, partito sionista di estrema destra nazionalista, ndtr.), il ministro dell’educazione Naftali Bennet e il ministro della giustizia Ayelet Shaked, che non era presente ed ha lasciato una dichiarazione di voto scritta.

Il piano, stilato dal Coordinatore delle Attività di Governo nei Territori (COGAT) general maggiore Yoav (Poli) Mordechai, comprende progetti edilizi complessivi ed anche permessi di costruzione per strutture pubbliche e unità abitative per palestinesi in parecchi villaggi della Cisgiordania.

Le nuove costruzioni si estenderanno fino ai villaggi del nord della Cisgiordania e della Foresta di Qalqilya. Il piano prevede la creazione di un corridoio economico tra Gerico e la Giordania, una zona industriale ad ovest di Nablus e la costruzione di un ospedale vicino a Betlemme. Verranno anche costruiti nuovi campi di calcio e parchi giochi in aree rurali.

Anche se il piano è di portata relativamente modesta, Israele non prendeva una simile iniziativa da anni.

Benché non rilevante per ragioni diplomatiche o di sicurezza, il piano è stato tenuto segreto, senza far trapelare il minimo dettaglio alla stampa. Un alto funzionario israeliano ha detto che il motivo era che la decisione veniva considerata politicamente sensibile.

Secondo il funzionario, i leaders dei coloni hanno molta influenza nel Likud e ci sono forti obiezioni alle costruzioni palestinesi in area C da parte del partito Habayit Hayehudi. La contrarietà alla questione è cresciuta con la pressione dei coloni sul governo perché revocasse un ordine di demolizione entro la fine dell’anno dell’insediamento illegale di Amona da parte del tribunale.

Quando Lieberman ha presentato il piano per la prima volta il 18 agosto, i capi del Gruppo Eretz Yisrael alla Knesset, i deputati Yoav Kish (del Likud) e Betzalel Smotrich (di Casa Ebraica), hanno inviato una lettera al primo ministro chiedendogli di eliminare tutte le parti del piano che riguardavano i permessi di costruzione per i palestinesi. “Sanare le costruzioni illegali palestinesi darebbe una mano ai tentativi del presidente palestinese Mahmoud Abbas e dei suoi amici di prendere il controllo dell’area C”, hanno dichiarato.

I capi del Yesha Council of settlers (organizzazione che raggruppa i consigli municipali delle colonie ebraiche in Cisgiordania, ndtr.) hanno pubblicato a quel tempo una dichiarazione che denunciava che “il ministro della difesa sta dando una carota ai palestinesi ed un bastone ai coloni”.

Tra novembre e dicembre del 2015 Netanyahu e l’allora ministro della difesa Moshe Ya’alon tentarono di proporre un piano simile, di ampiezza molto maggiore, per costruzioni palestinesi nell’ area C. Ma esso venne bloccato dal gabinetto di sicurezza a causa delle obiezioni di ministri di Casa Ebraica e del Likud. I ministri di Casa Ebraica minacciarono addirittura di essere pronti a far cadere il governo sulla questione. Questa volta, comunque, Bennet e Shaked hanno votato contro il piano.

In risposta, l’ex capo negoziatore e co-presidente dell’Unione Sionista (alleanza politica di centro-sinistra, ndtr.), deputata Tzipi Livni, ha dichiarato che la decisione è “corretta” e “contribuisce alla sicurezza. Se fosse stata resa pubblica, potremmo meglio promuovere i nostri interessi con i paesi della regione e del mondo. La sua segretezza è un timore di Bennet ed un danno per noi”, ha detto.

 

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Lieberman: La prossima guerra di Gaza sarà l’ultima

Middle East Monitor – 24 ottobre 2016

Nota redazionale .Un’intervista a un personaggio dell’estrema destra israeliana che non promette niente di buono. Anche se poi cerca di vestire i panni del politico con la ricetta per risolvere il conflitto israelo-palestinese.  Abbiamo ritenuto utile pubblicarla per dovere di informazione.

 

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman, in un’intervista al quotidiano Al-Quds, ha promesso che la prossima guerra contro Gaza sarà l’ultima.

Il ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman, in un’intervista al quotidiano Al-Quds, ha promesso che la prossima guerra contro Gaza sarà l’ultima.

L’intervista in sé è stata oggetto di critiche, in quanto alcuni palestinesi hanno sostenuto che il giornale non avrebbe dovuto concedere a Lieberman una tribuna per le sue idee.

Lieberman ha sostenuto che “non abbiamo nessuna intenzione di scatenare una guerra con i nostri vicini nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria.” Ma, ha aggiunto, “nella Striscia di Gaza c’è l’intenzione di eliminare lo stato di Israele, proprio come gli iraniani.”

Ed ha continuato. “Anche se non intendiamo dare inizio ad un nuovo conflitto con loro (nella Striscia di Gaza), se scatenano una nuova guerra contro Israele, sarà per loro l’ultima guerra. Voglio ribadire che sarà la guerra finale per loro perché noi li distruggeremo completamente.”

L’ampia intervista ha toccato una quantità di argomenti, compresa l’idea di Lieberman di un rapporto permanente con i palestinesi.

Lieberman ha affermato di aver “ accettato la soluzione dei due stati e sostengo personalmente questa soluzione”, ma “il problema sta nella….leadership palestinese.” Ha poi aggiunto: “Io non credo in una efficace occupazione e penso sia meglio per i due popoli essere separati.”

Approfondendo ciò che intende con soluzione dei due stati, Lieberman ha detto: “Credo che il giusto criterio non sia terra in cambio di pace; io preferisco lo scambio di terra e abitanti.” Nello specifico, Lieberman ha dichiarato che importanti colonie illegali, quali “Ma’ale Adumim, Giv’at Ze’ev, Gush Etzion e Ariel [le prime due a Gerusalemme est, la terza a sud di Gerusalemme nei pressi del confine con la Cisgiordania, Ariel in mezzo alla Cisgiordania. Ndtr]”, saranno “parte di Israele in ogni tipo di soluzione.”

Al contempo, in base al piano di Lieberman, i cittadini palestinesi di zone come Umm el-Fahm [città arabo israeliana di 45.000 abitanti che si trova vicino alla Cisgiordania. Ndtr.] si troverebbero all’interno di un futuro stato palestinese; “questa gente si definisce palestinese,” perciò “lasciamo che siano palestinesi”, ha detto. “Ci saranno due patrie”, ha affermato, “una ebrea e una palestinese, e non uno stato palestinese ed uno stato binazionale.”

Alla luce del fatto che “è difficile convincere palestinesi ed israeliani ad arrivare ad un accordo su uno status definitivo”, Lieberman pensa che “il primo passo per convincere il popolo che questo è possibile potrebbe consistere in un drastico miglioramento della situazione economica e nella lotta alla disoccupazione, alla povertà e alla frustrazione tra i palestinesi.”

Al contempo, agli israeliani “dobbiamo garantire sicurezza ed assenza di terrorismo e spargimenti di sangue per un determinato periodo di tempo.” Secondo Lieberman, soltanto dopo “tre anni di vero progresso economico per i palestinesi e tre anni senza terrorismo e vittime israeliane” sarà possibile ” creare un clima di fiducia.”

Lieberman, lui stesso un colono della Cisgiordania, ha detto al giornale: “Ho molti vicini palestinesi e parlo con la gente comune, come gli agricoltori, non con la leadership politica.”

Negli ultimi quattro mesi ho incontrato parecchi palestinesi, soprattutto uomini d’affari, e sono stati incontri piacevoli. Ho chiesto loro quale fosse il maggiore ostacolo allo sviluppo dell’economia e mi hanno detto apertamente che il maggiore intralcio è rappresentato da Abu Mazen (Mahmoud Abbas) e dalla sua cerchia.

Lieberman ha detto ad Al-Quds che c’è bisogno di “ripartire da zero” e che quindi “dobbiamo anzitutto costruire la fiducia tra i due campi, non tra i leader, ma tra la gente.” Ha aggiunto: “Il problema è che non c’è fiducia tra i due popoli ed un rapporto solamente tra i leader non è sufficiente. Noi abbiamo bisogno di più sicurezza e i palestinesi di più benessere.”

Riferendosi alla Striscia di Gaza, Lieberman ha detto che Israele “ha intenzione di approvare i progetti della Turchia per elettricità, acqua, desalinizzazione e depurazione.” Secondo il ministro della difesa, “il problema è che Hamas ha ricevuto centinaia di migliaia di dollari da quando è andato al potere e, invece di investirli in impianti di energia e in infrastrutture idriche, li ha investiti in armi.”

Alla domanda se fosse intenzionato a parlare con Hamas, Lieberman ha risposto: “Non posso parlare con qualcuno che ogni giorno fa dichiarazioni che dicono noi vi odiamo, vogliamo distruggervi, cancelleremo Israele dalla carta geografica, vi getteremo in mare, ecc.”

Ha aggiunto che “prima che Hamas prendesse il controllo, Gaza era aperta” e che “c’era un passaggio sicuro tra Gaza e la Giudea e Samaria (la Cisgiordania).” Ha poi continuato: “Quando vedremo che la smetteranno con i tunnel e i razzi, noi saremo disposti ad aprire le aree industriali a Erez e Karni. Vogliamo anche investire nel porto e nell’aeroporto.”

Riguardo agli sviluppi nella regione, Lieberman ha dichiarato: “Non abbiamo alcuna richiesta o rivendicazione da parte dei nostri vicini. Abbiamo dato il Sinai all’Egitto, abbiamo un trattato di pace con la Giordania e relazioni diplomatiche con il Libano e non abbiamo rivendicazioni.”

Ha aggiunto: “La primavera araba o l’inverno arabo hanno completamente modificato la situazione nel mondo arabo e noi non abbiamo avuto niente a che vedere con tutto questo. Il 99% di tutte le vittime e il bagno di sangue si verifica tra gli stessi musulmani e non con gli israeliani.”

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Perché Israele sta inasprendo il blocco di Gaza?

di Ben White

Middle East Monitor 21 ottobre 2016

Iniziamo con i fatti: nel corso dell’ultimo anno le autorità israeliane hanno inasprito il blocco di Gaza che dura da molto tempo.

Iniziamo con i fatti: nel corso dell’ultimo anno le autorità israeliane hanno inasprito il blocco di Gaza che dura da molto tempo.

Anche prima delle ulteriori recenti restrizioni, il blocco israeliano – una politica illegale di punizione collettiva secondo le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon – stava continuando a danneggiare gravemente la vita dei due milioni di abitanti di Gaza, accentuando il processo di de-sviluppo nell’enclave.

Nell’aprile di quest’anno l’ONU ha affermato chiaramente che il passo più urgente necessario per la ricostruzione di Gaza rimaneva “la fine delle restrizioni (israeliane) sull’importazione di materiale da costruzione, nella prospettiva di una conclusione completa del blocco.” Invece le cose sono andate in senso opposto.

In luglio il giornale israeliano Haaretz ha informato che ” sono state inasprite le restrizioni contro i palestinesi che cercano di partire dalla Striscia di Gaza e sulle importazioni consentite nel territorio”, compreso il divieto imposto a “certi uomini d’affari di importare le loro merci a Gaza.

I dati dell’ONU confermano che il blocco si è inasprito in luglio, mentre in agosto solo 110 camion di prodotti sono usciti da Gaza, meno della metà di quelli di gennaio (e il 14% di quelli del 2005). Anche agosto ha mostrato il livello più basso da sette anni del tasso di pareri favorevoli israeliani per la concessione di permessi a pazienti di lasciare Gaza e per essere curati.

Poi a settembre l’ong israeliana Gisha [che si occupa di difendere la libertà di movimento dei palestinesi, soprattutto di Gaza. Ndtr.] ha pubblicato statistiche che mostrano che “1.211 gazawi sono stati convocati al valico di Eretz per interrogatori su questioni relative alla sicurezza durante la prima metà dell’anno”- circa 2,5 volte il numero di persone interrogate durante lo stesso periodo un anno prima.

All’inizio di ottobre un alto funzionario della Camera di Commercio ed Industria di Gaza ha descritto l’attuale situazione come “la peggiore di sempre”. Il 13 ottobre il funzionario dell’ONU Nickolay Mladenov ha messo in guardia “quanti pensano che sia possibile punire la Striscia di Gaza e mantenerla sotto assedio.”

Nel frattempo, tuttavia, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha dato istruzioni all’esercito israeliano di inasprire il blocco, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti “beni con un doppio uso [cioé civile e militare. Ndtr.]” soggetti a restrizioni. Secondo Gisha, questa lista “include prodotti il cui uso è eminentemente civile ed essenziale per la vita dei civili.”

Oltre a quanto detto finora, un alto funzionario dell’ONU ha descritto di recente come “le condizioni siano diventate molto più difficili” per le “la comunità umanitaria”. In gennaio è stato rigettato il 3% delle richieste di permesso per entrare in Israele da Gaza da parte dei suoi dipendenti palestinesi; in agosto questa percentuale è salita al 65%.

Questa settimana alle sue parole ha fatto eco il direttore operativo dell’UNRWA [agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi. Ndtr.] a Gaza, Bo Schack, che a sua volta ha scritto un editoriale in cui ha auspicato la fine del blocco. Parlando al telefono con me, Schack ha confermato che le restrizioni israeliane all’ingresso di cemento stanno ritardando i tempi della ricostruzione.

Secondo Schack, 400 famiglie le cui abitazioni devono ancora essere ricostruite stanno tuttora aspettando l’approvazione (come parte del “Meccanismo di Ricostruzione di Gaza” [accordo temporaneo, appoggiato dall’ONU, tra il governo palestinese e quello israeliano. Ndtr.]). Oltretutto negli ultimi 6 mesi, fino a maggio di quest’anno, “non abbiamo ricevuto nessun permesso per nessuno dei casi che abbiamo presentato”, ha detto Schack.

Il funzionario dell’ONU, che si trova a Gaza, ha anche affermato che, insieme all’ “incremento delle restrizioni sui palestinesi a Gaza”, ci sono anche “maggiori restrizioni di movimento del personale dell’ONU – in misura molto maggiore di quanto fosse prima.”

Ai commercianti e agli operatori umanitari di Gaza possiamo ora aggiungere importanti funzionari dell’Autorità Nazionale Palestinese, dopo la recente notizia che lo Shin Bet ha annullato i permessi di uscita permanenti per 12 dei 14 responsabili per la mediazione tra i civili palestinesi e le autorità israeliane. In altre parole i funzionari incaricati di garantire i permessi di uscita hanno perso i loro permessi di uscita.

Numerosi osservatori hanno sostenuto che Israele non ha intenzione di iniziare una nuova offensiva contro la Striscia di Gaza, per lo meno a breve termine, e che Lieberman, ora che occupa il ministero della Difesa, ha moderato, se non cambiato, il suo atteggiamento, la precedente aggressività e la promessa di abbattere il regime di Hamas a Gaza.

Ma cosa spiega le evidenti misure restrittive? Non è che le conseguenze del blocco siano un grande mistero. Pare che le stesse “istituzioni per la sicurezza” israeliane siano preoccupate dell’ “instabilità” a Gaza, facendo riferimento a una crescente crisi di Hamas ed a impressionanti livelli di povertà.

Un portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese ritiene che Lieberman, annullando i permessi di uscita da Gaza di 12 funzionari, stia mettendo in atto la sua preannunciata politica di interruzione della comunicazione israeliana con le istituzioni rette da Mahmoud Abbas e di “creazione di rapporti diretti con gli abitanti palestinesi.”

Amira Hass, scrivendo questa settimana del rifiuto dei permessi di uscita per i palestinesi di Gaza, ha affermato con sferzante sarcasmo che lo Shin Bet “mi vuole convincere che una donna banchiere è diventata pericolosa e che lo è diventato anche un adolescente con il cancro, che è stato curato in Israele fin dall’infanzia e ora ha bisogno di un trapianto di mascella ad Haifa.”

Lo Shin Bet sa che “tutto ciò è insensato”, ha scritto Hass. Ma cosa c’è dietro? “Non abbiamo bisogno di aspettare che gli archivi vengano aperti per rispondere alla nostra domanda iniziale,” sostiene. “Lo Shin Bet e i suoi responsabili sono interessati ad un altro terribile spargimento di sangue – perché la Striscia di Gaza non obbedisce ai suoi ordini e continua a rimanere parte della società e della geografia palestinesi.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Invece di scortare i bambini palestinesi dalla scuola a casa, i soldati israeliani tirano pietre.

di Amira Hass | 30/10/ 2016, Haaretz

Usando qui una fionda, costringendo con l’inganno due donne israeliane ad andare su una strada vietata lì, questo è l’esercito israeliano nella sua essenza.

Il video immortala due persone che tirano pietre. Sui 18 o 19 anni, a viso scoperto. Non vi facciamo più aspettare: possiamo dirvi subito che entrambi sono soldati delle Forze di Difesa Israeliane [IDF] che tirano pietre ad alcune ragazze vestite con l’uniforme scolastica. Il portavoce dell’IDF dice che le pietre non erano dirette contro i bambini. Ciò è discutibile, giacché almeno uno dei soldati stava di fronte ai bambini e le sue pietre li hanno costretti a fermarsi sul loro percorso

Questo è successo lo scorso giovedì 27 ottobre alle 13,30 circa. Il luogo: tra i villaggi di Tuba e di Twaneh nelle colline a sud di Hebron, sulla strada che passa sotto l’illegale e non autorizzato avamposto Havat Ma’on I due tiratori di pietre, con la divisa dell’IDF, si trovavano vicino ad un automezzo blindato in cui c’erano almeno altri due soldati. I soldati hanno anche usato una fionda , per aumentare la gittata.

Stavano solo giocando, direte. Non hanno ferito nessuno. Sono ragazzi anche loro. Erano annoiati, [volevano] sfogarsi un po’. Osiamo sfidare il “political correct” e annotare che uno di loro era nero, ovviamente etiope, per cui avrà avuto un sacco di ragioni per essere arrabbiato e volersi sfogare.

In base all’accordo del 2004, l’IDF ha il compito di scortare due volte al giorno gli scolari che vivono a Tuba e che frequentano la scuola a Twaneh. La strada, lunga circa 2 km, è stata sempre utilizzata dai residenti di Tuba e dagli altri villaggi della zona. Dopo la costruzione dell’avamposto, i suoi abitanti hanno cominciato a molestare i palestinesi sulla strada che passa sotto. I bambini erano traumatizzati. Non potevano dormire la notte e i loro genitori non potevano pagare il costo del trasporto su un percorso molto più lungo per evitare le violenze dei coloni.

Grazie alla tenacia dei genitori e agli sforzi di alcune organizzazioni israeliane e internazionali, la lotta per il diritto dei bambini di Tuba di andare a scuola non è stata inutile. [Il caso] è stato portato dinanzi alla Commissione per i diritti dei bambini della Knesset. È stato raggiunto un compromesso: lo Stato non avrebbe sanzionato i coloni violenti, ma l’IDF avrebbe provato a tenerli lontano con la sua presenza.

Il corto dei soldati che tirano le pietre è stato spedito a Haaretz venerdì mattina ed è stato immediatamente mandato al portavoce dell’IDF per una risposta, che è arrivata molto presto: “I comandanti sono al lavoro per indagare sulla faccenda” ci hanno risposto al telefono. Poi è arrivata la risposta scritta: “Una prima indagine rivela che le pietre non sono state lanciate verso i palestinesi e appena i soldati li hanno scorti, hanno smesso di tirare, sono andati incontro ai bambini e li hanno riportati indietro dalla scuola che si trova vicino a Havat Ma’on. Non è previsto che i soldati tirino pietre durante una missione militare e quindi l’incidente viene sottoposto a inchiesta.”

L’adulto che per un pezzo ha accompagnato i bambini e che ha filmato l’incidente ha detto a Haaretz che i soldati non sono andati incontro ai bambini, ma piuttosto hanno aspettato che loro si avvicinassero prudentemente, cercando di capire il motivo del lancio di pietre.

E in un altro incidente [accaduto] due giorni fa, non collegato, due donne attiviste dell’ associazione di base Machsom Watch sono partite per il loro turno al checkpoint della barriera di separazione tra Qalqilyah e Tul Karm. Il loro compito: assicurare che l’IDF non impedisca ai contadini di raggiungere le loro terre, che sono separate dal villaggio a causa della barriera.

Le donne si sono fermate al checkpoint nei pressi della colonia di Salit. Alle 16,15 con 15 minuti di ritardo, quattro soldati sono arrivati con una macchina civile per aprire il cancello per permettere il ritorno a casa dei palestinesi con il trattore, con un carro, con l’asino o con un pulmino. Un soldato sorridente, di nome Yuval, si è avvicinato e ha detto che la causa del ritardo era dovuta a motivi di sicurezza. Questo è quello che i soldati dicono sempre quando sono in ritardo per aprire il cancello chiuso con un lucchetto.

Yuval ha chiesto alle due donne di guidare attraverso il checkpoint aperto e di immettersi sulla strada di sicurezza vietata a chiunque non abbia un permesso. Come le donne hanno successivamente riferito, “due signore anziane con una grande esperienza di vita hanno compiuto [il più grande] errore della loro esistenza obbedendo a un giovane soldato gentile” che aveva detto di volere parlare con loro. E poi, una volta che erano sulla strada, i simpatici soldati, che erano in continuo contatto con il loro comando- le hanno informate che le trattenevano in arresto fino all’arrivo della polizia a causa della loro presenza in una zona proibita.

I soldati erano dei simpatici giovanotti, come ho detto. Hanno perfino offerto del caffè alle donne. Ma eseguivano gli ordini del comando di arrestare le due donne e con il loro gentile comportamento le hanno attirate nella zona proibita. “ I soldati hanno sostenuto che eravamo arrivate dalla Cisgiordania” ha raccontato Shosh, una delle donne. “Gli abbiamo detto:”Certo, da quale altra parte avremmo potuto venire? E da quando è proibito viaggiare in Cisgiordania?”

Hanno anche tentato di dire ai soldati che era una perdita di tempo, che la polizia sarebbe venuta e le avrebbe rilasciate immediatamente e si sarebbe arrabbiata per il disturbo.“ Era come parlare a un muro. Non abbiamo niente contro i soldati. Il problema veniva dal’alto. Gli era stato ordinato di arrestarci.” Dopo innumerevoli telefonate tra i soldati e i comandanti, e siccome stava già diventando buio, hanno detto alle donne che erano libere di andarsene. Così non sono state in grado di controllare la situazione in altri due checkpoint. Forse era questo il vero motivo della manovra?

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Forze di sicurezza palestinesi si scontrano con sostenitori del rivale di Abbas nei campi di rifugiati della Cisgiordania

Di Jack Khoury

Haaretz 26 ottobre 2016

Martedì notte dozzine di giovani palestinesi si sono scontrati con forze dell’ordine della Autorità Nazionale Palestinese nei campi di rifugiati della Cisgiordania. Le violenze sono iniziate nel campo di Al Am’ari, vicino a Ramallah, per poi estendersi al campo profughi di Balata a Nablus ed al campo profughi di Jenin.

Gli incidenti segnano un chiaro aumento delle tensioni all’interno di Fatah tra i sostenitori del presidente palestinese e del suo rivale in esilio Mohammed Dahlan.

Le forze dell’ordine hanno adottato misure di controllo degli scontri per disperdere la folla ad Al Am’ari e a Jenin, mentre colpi di arma da fuoco sono stati uditi a Balata, presumibilmente sparati da dimostranti armati.

Secondo fonti palestinesi, gli scontri ad Al Am’ari si sono sviluppati da una manifestazione organizzata da Jihad Muhammad Tamliya, un membro del Consiglio Legislativo Palestinese, per protestare contro la sua espulsione da Fatah, insieme ad altri importanti membri dell’organizzazione. Tamliya, Jamal al-Tirawi di Balata, Rafat Aliyan di Gerusalemme ed altri sono stati cacciati dopo aver tenuto un raduno a El Bireh, in cui hanno chiesto il ritorno di Dahlan tra i ranghi di Fatah. Le forze di sicurezza dell’ANP hanno represso il comizio.

In risposta, Tamliya ha inscenato una protesta ad Al Am’ari durante la quale i manifestanti hanno incendiato pneumatici e sparato in aria, determinando l’intervento delle forze dell’ordine dell’ANP e ulteriori scontri.

Le tensioni tra l’ANP e sostenitori di Dahlan sono aumentate nell’imminenza del congresso del Comitato Centrale di Fatah previsto per il prossimo mese a Ramallah.

Secondo molti membri di Fatah il congresso si sta trasformando in una lotta tra la fazione di Abbas e quella di Dahlan per chi controlla l’organizzazione. Pare che Dahlan abbia recentemente ottenuto l’appoggio di molti Stati arabi e riconquistato influenza nella Striscia di Gaza [da cui era stato cacciato in seguito al conflitto armato tra Fatah e Hamas nel 2006. Ndtr.]. Si ritiene che Abbas voglia tener lontano Dahlan dalle istituzioni di Fatah e inserire nuove leve più giovani nel Comitato Centrale.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Pulizia etnica” e propaganda filo-araba

Di Benny Morris

Haaretz22 ottobre 2016

Gli indiretti confronti fatti da Daniel Blatman con i crimini tedeschi contro gli ebrei ed altri non riflettono un modo serio di scrivere di storia.

E’ un peccato che i miei critici Daniel Blatman e Ehud Ein-Gil non leggano con attenzione, ammesso che leggano; mi riferisco ai loro articoli su Haaretz in cui sostengono che Israele ha perpetrato una pulizia etnica. Se Blatman avesse letto il mio libro “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-49”- pubblicato in inglese nel 1988 e in ebraico nel 1991, con un’edizione aggiornata in inglese nel 2004 – avrebbe visto che le mie opinioni sulla storia del 1948 non sono affatto cambiate.

Le mie conclusioni sulla nascita del problema dei rifugiati palestinesi non sono cambiate in questi libri, né nel mio libro “1948”, che è stato pubblicato in inglese nel 2008 e in ebraico nel 2010. Qualche palestinese è stato espulso (da Lod e Ramle, per esempio), a qualcun altro è stato ordinato o è stato suggerito di andarsene dai suoi leader (da Haifa, per esempio) e la maggior parte è scappata per paura degli scontri, evidentemente nella convinzione che sarebbero tornati alle loro case dopo la prevista vittoria araba.

Ed effettivamente, all’inizio di giugno, il nuovo governo israeliano adottò una politica per impedire il ritorno dei rifugiati – quegli stessi palestinesi che avevano combattuto l’Yishuv, la comunità ebraica prestatale, e cercato di distruggerla.

Quanto al fatto che ho cambiato opinione, ciò è avvenuto durante gli anni ’90 solo riguardo ad una cosa – la volontà palestinese di fare la pace con noi. All’inizio del decennio, pensavo che forse qualcosa fosse cambiato nel movimento nazionale palestinese e che volessero riconoscere la realtà e arrivare ad un compromesso per i due Stati per due popoli.

Ma nel 2000, dopo il “no” di Arafat a Camp David (appoggiato dal suo successore Mahmoud Abbas), e alla luce della seconda Intifada e delle caratteristiche di quella intifada, ho capito che non erano interessati alla pace. Sfortunatamente da allora la situazione non è cambiata.

Nel 1947-48 non c’era un’intenzione a priori di espellere gli arabi, e durante la guerra non ci fu una politica di espulsione. Ci sono “storici” che odiano chiaramente Israele, come Ilan Pappé e Walid Khalidi, e forse anche Daniel Blatman, considerando quello che ha detto, che vedono il “Piano Dalet” dell’Haganah del 10 marzo 1948 come un progetto complessivo di espellere i palestinesi. Non lo è.

Se Blatman e Ein-Gil avessero davvero letto il piano – reso pubblico negli anni ’70 – avrebbero visto che intendeva congegnare una strategia ed una tattica perché l’Haganah conservasse il controllo delle strade strategiche in quello che sarebbe diventato lo Stato ebraico. Intendeva anche rendere sicuri i confini nell’imminenza della prevista invasione araba in seguito alla partenza degli inglesi. La tesi di Blatman secondo cui il “Piano Dalet” “discuteva dell’intenzione di espellere quanti più arabi possibile dal territorio del futuro Stato ebraico” è una falsificazione in malafede. Sono le parole di un propagandista filo-arabo, non di uno storico.

Citare le affermazioni sbagliate

Il piano comprendeva le linee-giuda generali per i vari battaglioni e brigate relativamente al modo di comportarsi verso i villaggi rurali ed i quartieri urbani arabi. Riguardo ai villaggi, il piano stabilisce esplicitamente che gli abitanti dei villaggi che combattono contro gli ebrei devono essere espulsi ed i villaggi distrutti, mentre i villaggi neutrali o amici avrebbero dovuto essere lasciati intatti ( e avrebbero dovuto esservi stabiliti dei presidi).

Nel caso di quartieri arabi in città miste, i comandanti dell’Haganah sul terreno ordinarono che gli arabi dei quartieri periferici fossero trasferiti nei centri arabi di quelle città, come Haifa, non espulsi dal Paese.

In altre parole, questo non era un piano per “espellere gli arabi” come Blatman e Ein-Gil sostengono a proposito di questo documento. Ein-Gil cita del documento solo tre affermazioni che accennano alla possibilità dell’espulsione – non quelle che danno istruzioni ai comandanti di brigata e di battaglione di lasciare sul posto la popolazione araba.

Per inciso, la descrizione di Ein-Gil dell’occupazione del villaggio di Al-Qubab – con le sue case vuote dopo che gli abitanti erano semplicemente scappati – non è esattamente la descrizione di una violenta e crudele pulizia etnica. E le sue considerazioni sulla domanda a proposito di cosa gli ebrei avrebbero potuto fare se avessero trovato degli arabi in quelle case non testimonia della pulizia etnica nel 1948.

Oltretutto nel territorio trasferito a Israele nel 1948 dopo l’accordo di armistizio tra Israele e la Giordania, il numero di palestinesi che rimase sotto il controllo di Israele era la metà di quello che cita Ein-Gil.

Al contempo, se ci fossero stati un piano generale e una politica di “espulsione degli arabi”, ne avremmo trovato indicazioni nei vari ordini operativi per le unità in combattimento e nei rapporti al quartier generale, come “Abbiamo messo in atto un’espulsione in base al piano generale” o ” al Piano Dalet.” Tali riferimenti non ci sono.

Nelle decine di migliaia di documenti operativi dell’ Haganah/esercito israeliano dei mesi più importanti (da aprile a giugno 1948), ho trovato solo un riferimento a un’operazione messa in atto secondo il Piano Dalet. (Riguardava una certa operazione della brigata “Alexandroni”, se non ricordo male, ma in questo momento sono all’estero e non ho a disposizione il documento).

E’ risaputo che decine di migliaia di arabi rimasero nel territorio dello Stato ebraico – ad Haifa e a Giaffa, a Jisr al-Zarqa e a Fureidis, ad Abu Ghosh e Ein Nakuba, in Galilea e nel Negev.

Ho anche detto che in aprile-giugno 1948 sia nell’Haganah ed in generale nell’Yishuv c’era una “atmosfera favorevole al trasferimento”, e ciò è comprensibile alla luce delle circostanze: costanti attacchi da parte di milizie palestinesi durante quattro mesi e la previsione di un’imminente invasione degli eserciti arabi intenzionati ad annientare lo Stato ebraico che stava per nascere e forse anche il suo popolo.

Responsabilità condivisa

Tutto ciò richiedeva l’occupazione e l’espulsione degli abitanti dei villaggi che tendevano imboscate, prendevano di mira e uccidevano ebrei lungo i confini e sulle principali strade. Le circostanze non consentivano un esame attento delle azioni, intenzioni e opinioni di ogni singolo abitante, benché a quanto pare Blatman e Ein-Gil pensino che la guerra avrebbe dovuto essere condotta così in zone abitate con i mezzi a disposizione dell’Yishuv nel 1948. Ma come ho scritto, la grande maggioranza degli arabi fuggì, e gli ufficiali dell’Haganah/esercito israeliano non ebbero bisogno di affrontare la decisione se espellerli o meno.

E’ vero che all’inizio della mia carriera io “sono arrivato alla conclusione che Israele è responsabile della fuga di massa dei palestinesi nel 1948”, come sostiene Blatman. Ho sempre detto che la responsabilità è condivisa tra l’Yishuv/Israele, i palestinesi e i Paesi arabi – con enormi responsabilità che ricadono sui palestinesi che hanno iniziato il conflitto.

Non sono un esperto di pulizia etnica a livello mondiale (presumo che poca gente consideri Blatman un esperto di tal genere), ma sicuramente ne so qualcosa. Nel caso dei serbi in Jugoslavia, Belgrado ha adottato una politica di pulizia etnica fin dall’inizio e l’ha applicata sistematicamente. A Srebrenica nel 1993, in due giorni, hanno massacrato 9.000 musulmani e in varie zone hanno stuprato migliaia di donne in modo organizzato.

Se queste sono le caratteristiche della pulizia etnica, allora non fu attuata una pulizia etnica in Israele in nessuna delle due fasi della guerra, che fu iniziata dagli arabi. E tra parentesi, su un argomento di cui sono veramente ben informato, Blatman ha torto.

E’ vero che alla fine della Prima Guerra Mondiale decine di migliaia di armeni rimasero in Asia Minore (Blatman solleva questa questione per insinuare un parallelo tra il genocidio degli armeni e la fuga degli arabi nel 1948). Ma nella terza fase del genocidio armeno, dal 1919 al 1924, quasi ogni vittima fu espulsa ed uccisa. (Ciò, senza dubbio, è una novità per Blatman l'”esperto”).

Chiunque legga Blatman non può fare a meno di notare che egli suggerisce un confronto tra quello che Hitler ha fatto agli ebrei e quello che gli ebrei hanno fatto agli arabi della Terra di Israele. Egli insinua persino – di nuovo in modo ingannevole – un confronto tra le azioni dell’Yishuv e quelle dei tedeschi nell’Africa sud-occidentale tedesca (più tardi Namibia) all’inizio del XX° secolo, quando uccisero decine di migliaia di indigeni herero.

Questi paragoni sono immorali e riflettono intenzioni propagandistiche, così come un modo per niente serio di scrivere la storia. Alla fine Blatman mi definisce come “un beniamino della destra dei coloni”. E’ un insolente. Mi sono sempre opposto al progetto delle colonie in Giudea e Samaria [denominazione israeliana della Cisgiordania. Ndtr.] e nella Striscia di Gaza, e lo faccio ancora adesso.

Il professor Benny Morris, uno storico, è l’autore di “La nascita del problema dei rifugiati palestinesi rivisto.”

(traduzione di Amedeo Rossi)