La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

Parte 3

di Nijmeh Ali

da Al-Shabaka Ma’an News

La gioventù palestinese che è scesa nelle strade sta dando inizio ad un’importante fase nella risposta all’occupazione israeliana e all’ingiustizia, indicando il ruolo significativo che la generazione dei più giovani potrebbe svolgere, sostituendo l’attuale leadership.

Tuttavia rimane un problema: la nuova generazione è in grado di spostare la rivolta o l’ondata di rabbia dalle strade agli ambiti politici o diplomatici? Il problema sta nel fallimento della rivolta contro le tradizionali leadership palestinesi di Fatah, di Hamas e della sinistra: è questo ciò che occorre per trasformare lo spirito della rivoluzione in risultati diplomatici e politici.

I partiti politici palestinesi si comportano normalmente come i partiti di tutto il mondo: valutano i vantaggi politici che possono ricavare da questa ondata di rabbia, in termini di ripresa dei negoziati con Israele. Non agiscono come partiti rivoluzionari che combattono una lotta di liberazione, e non sono in linea con sentire popolare. Così, i partiti erigono ostacoli piuttosto che appoggiare la rivolta dei giovani o qualunque altra azione al di fuori della cornice istituzionale prestabilita, come i gruppi armati delle fazioni. Le azioni incontrollate non avvantaggiano i partiti politici, perché (i partiti) non possono dirigerle.

La questione non è creare un nuovo spazio all’interno o all’esterno dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Sta anche nel cambiare il comportamento politico dei palestinesi come popolo subordinato agli attuali apparati politici. E’ indispensabile superare le strette affiliazioni di parte che hanno rafforzato la divisione interna tra palestinesi ed indebolito l’OLP. L’ondata di rabbia popolare è un’aperta ribellione contro tali strette affiliazioni ed è un’espressione della necessità di rafforzare il livello nazionale in quanto opposto alle affiliazioni di parte.

Tuttavia, data la realtà esistente e la crescente divisione tra fazioni, sarebbe stato più opportuno che i giovani si fossero ribellati contro l’attuale leadership politica e l’avessero rimpiazzata con leader più giovani che avessero energia politica, credibilità e vigore.

I leader locali non sono mai stati isolati dalla loro leadership centrale: Fatah e Hamas, per esempio, sono movimenti politici di massa piuttosto che partiti politici in senso tradizionale. Perciò non ci si deve prospettare uno scenario in cui potrebbe emergere un movimento popolare indipendente, anche se possono essere istituiti dei comitati popolari, come successe nella prima intifada. Vale la pena di notare che la leadership nazionale unificata di quell’intifada era stata formata da attori politici che perseguivano obbiettivi politici comuni ed una visione incentrata sulla fine dell’occupazione come tappa fondamentale verso la liberazione.

In breve, abbiamo bisogno di una primavera palestinese all’interno dei partiti, piuttosto che di strutture politiche alternative che rafforzerebbero la divisione e la miope partigianeria. In assenza di una ribellione dei giovani all’interno dei partiti politici palestinesi, nessuna rivolta otterrà un reale cambiamento politico. I sacrifici del popolo palestinese andranno sprecati, aumentando la frustrazione ed il senso di impotenza. Sarebbe davvero preoccupante se questa frustrazione sopprimesse lentamente la fiducia dei palestinesi nella loro capacità di liberarsi.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. L’intera versione è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

Traduzione di Cristiana Cavagna




La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

 Parte 2

 

di Jamil Hilal

Ma’an News (ma tratto da Al-Shabaka)

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.

Questa è la seconda parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Questo pezzo è stato scritto da Jamil Hilal, un sociologo e scrittore palestinese indipendente che ha pubblicato molti libri e articoli sulla società palestinese, il conflitto arabo-israeliano e i problemi del Medio Oriente.

I partiti politici democratici e progressisti hanno storicamente fornito i dirigenti nella lotta per la libertà dall’oppressione, soprattutto dal saccheggio e dal terrore provocato dall’ insediamento di coloni. Purtroppo qui ciò non è avvenuto fin dalla prima Intifada alla fine degli anni ’80. Non solo i partiti politici e i movimenti non si sono fatti carico delle loro responsabilità, ma hanno anche agito in un modo che ha frammentato il movimento di liberazione nazionale palestinese. Invece i partiti avrebbero dovuto rivedere in modo critico i progressi ed i fallimenti del passato in modo da ricostruire un movimento più consono alle nuove condizioni nazionali, regionali e internazionali. In breve, i partiti politici non sono nelle condizioni di fornire una dirigenza unificata e una strategia coerente con l’attuale lotta dei giovani contro l’oppressione dei coloni e il cupo futuro che attende i giovani.

Quanto alla riconciliazione tra Fatah e Hamas, tutto indica che non verrà raggiunta presto. Gli altri partiti politici hanno giocato il ruolo di mediatori invece di formare una leadership alternativa con un programma che affronti la frammentazione, colonizzazione e sottomissione sempre più pesanti imposte ai palestinesi. Non è stato formato un blocco storico per spingere i due maggiori movimenti in conflitto (Fatah e Hamas) a rinsavire o, in mancanza di ciò, che si prendesse la responsabilità di offrire una nuova prospettiva e una nuova dirigenza.

La maggioranza del popolo palestinese è disillusa e frustrata dai continui litigi e dai risultati di Fatah e Hamas, mentre sempre più terra viene occupata dai coloni e le case distrutte, i palestinesi vengono arrestati arbitrariamente, Gerusalemme viene “israelizzata”, i gazawi sottoposti a un lento genocidio, i palestinesi del 1948 [cioè con cittadinanza israeliana. Ndtr.] soffrono discriminazione e segregazione e i rifugiati sono condannati all’esilio. Ora giovani disarmati vengono assassinati a sangue freddo dall’esercito israeliano e dai coloni mentre la cooperazione sulla sicurezza vergognosamente continua.

La risposta dovrebbe essere che ogni comunità palestinese decida democraticamente la propria dirigenza alternativa e pensi collettivamente a come costruire un nuovo movimento nazionale, conservando al contempo i risultati positivi che la lotta palestinese ha raggiunto nei decenni scorsi. Ciò non sarà facile, ma i palestinesi del 1948 sembrano essere sulla via giusta [l’autore si riferisce alla costituzione alle ultime elezioni israeliane di una lista unitaria degli arabo-israeliani. Ndtr.], il loro esempio dovrebbe essere studiato e, dove possibile, seguito.

Ovviamente, ciò non sarà facile da mettere in pratica. Sembra che ci sia ancora bisogno, data la situazione estremamente vulnerabile della maggior parte delle comunità palestinesi, di costituire comitati locali nei villaggi, nei campi di rifugiati e nei quartieri urbani in modo da articolare i loro bisogni in base alle specificità della loro situazione, e poi formare aggregazioni più ampie. Per esempio, in Cisgiordania, per un gran numero di comunità il problema è come difendere se stessi, la propria terra e proprietà contro i mortali attacchi dei coloni; nella Striscia di Gaza, come affrontare i pressanti problemi causati dall’assedio israeliano e le continue guerre letali; e in Libano, come dare più potere ai comitati popolari nei campi di rifugiati in modo che formino un “quadro unificato” per affrontare i maggiori problemi comuni ai vari campi.

Il ruolo di simili comitati locali potrebbe estendersi in base alle circostanze, dai municipi,dai consigli di villaggio, dalle sezioni locali di partiti politici, dalla società civile e dallele istituzioni locali. Gli esempi delle continue lotte dell’Alto Comitato di Monitoraggio tra i palestinesi del 1948 [comitato che riunisce tutte organizzazioni dei palestinesi con cittadinanza israeliana. Ndtr.] e delle lotte del Movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) sono un esempio per tutti noi.

Ma nella vita reale, la gente riflette e trova le soluzioni concrete ai problemi che deve affrontare in una specifica situazione. Fortunatamente non stanno ad aspettare gente come me che gli dica cosa fare.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

Parte 1

Maannews

di Jamal Juma

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.

Questa è la prima parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Questa parte è stata scritta da Jamal Juma’, un membro fondatore dei Comitati di Soccorso Agricolo Palestinese, dell’Associazione Palestinese per gli Scambi Culturali e della Rete delle ONG Ambientaliste Palestinesi.

Per circa due mesi, i palestinesi hanno atteso che i partiti politici si facessero carico del loro ruolo di direzione e guida della rivolta. Evidentemente, costoro non sono in grado né vogliono farlo. Ci sono una serie di ragioni della loro inazione. Per un verso, i leader dei partiti sono riluttanti a pagare il prezzo di dirigere e strutturare la resistenza popolare, se questo prezzo è fatto pagare da Israele nella forma di arresti, persecuzioni e prendendo di mira le organizzazioni, soprattutto in quanto i partiti agiscono alla luce del sole e le loro strutture organizzative sono deboli. E non vogliono neppure perdere i privilegi di cui godono in quanto membri dell’OLP, sia in termini di vantaggi economici che di status politico.

Oltretutto i vari partiti non possono agire senza il consenso dell’apparato di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di quello della sua fazione maggioritaria, Fatah: sono al momento troppo deboli per cambiare lo status quo. Il presidente Mahmoud Abbas, che detiene tutto il potere, crede che la rivolta abbia il compito di attirare l’attenzione sulla causa palestinese e di risvegliare la comunità internazionale, e sta scommettendo su nuove iniziative per riprendere i negoziati con Israele. Di conseguenza Abbas ha dichiarato in termini inequivocabili che non vuole una rivolta.

A causa della debolezza della loro attuale composizione e delle loro strutture organizzative, i partiti politici non possono fornire una cornice politica, organizzativa ed economica in grado di dirigere una rivolta di lungo termine che sia in grado di prosciugare le risorse e le energie dell’occupazione israeliana. Una ribellione vittoriosa richiederebbe una visione complessiva per raggiungere obiettivi chiari e perseguibili mobilitando opportunità e relazioni locali, regionali e internazionali.

Riguardo alle forze islamiche, Hamas e Jihad Islamica, hanno preso anche loro la stessa posizione di inattività. Neanche loro vogliono pagare il prezzo e fornire a Israele un’opportunità di lanciare un’offensiva contro la Striscia di Gaza. Essi temono anche che la ribellione possa essere sfruttata per migliorare i termini dei negoziati per l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e l’ANP.

Ci sono una serie di fattori a favore della creazione di uno spazio per una nuova dirigenza nazionale o locale. Anche se si dovesse placare, l’attuale rivolta ha sollevato la questione dell’idoneità dell’attuale leadership e ha legittimato la ricerca di alternative. Ha inoltre unito il popolo palestinese all’interno della Linea Verde [in Israele. Ndtr.], in Cisgiordania, a Gerusalemme e a Gaza.

Ironicamente, sono le forze politiche a rimanere divise. Pur se in modo limitato, anche i palestinesi della Diaspora si sono mossi e hanno aiutato ad organizzare manifestazioni. Le azioni sul terreno stanno gettando i semi di una dirigenza emergente che può essere coltivata, anche se è dispersa e circoscritta in ambito locale.

Dal punto di vista negativo, tuttavia, è chiaro che l’ANP non permetterà che emerga una nuova leadership e non risparmierà gli sforzi per contrastarla, anche se ciò dovesse richiedere il coordinamento con l’occupazione israeliana, con cui in ogni caso collabora. Oltretutto gli attuali movimenti di base sono deboli, in quanto gli intellettuali giocano uno scarso ruolo nella vita politica palestinese e sono incapaci di appoggiare le forze popolari. Come per la Diaspora palestinese, hanno una ridotta influenza nei processi decisionali.

La sfida consiste nel costruire sui fattori positivi e minimizzare quelli negativi: da notare che per creare una dirigenza alternativa qualunque serio movimento dovrebbe lavorare in certa misura clandestinamente.

Per cominciare, è importante crearsi uno spazio protetto dalla dominazione politica, nel quale sia possibile appoggiare quelle forze popolari che hanno una visione politica e una capacità di mobilitazione, come i sindacati, le organizzazioni degli agricoltori, le federazioni delle donne e naturalmente i gruppi giovanili, in modo che possano agire a fianco della rivolta.

E’ anche importante sfruttare il potenziale della Diaspora palestinese, soprattutto tra i giovani, e organizzare gruppi di lavoro che possano comunicare e coordinarsi con figure nazionali di rilievo che credano nel ruolo importante che la Diaspora deve giocare sia nel processo decisionale che nell’appoggio alla resistenza del popolo palestinese.

Quindi è vitale investire nell’importante coordinamento tra la madre patria e la Diaspora. Dobbiamo ricostruire la fiducia tra noi e rinnovare la sicurezza in noi stessi e nella nostra capacità di provocare dei cambiamenti. In ultima analisi, dobbiamo avere una fede assoluta nel nostro popolo e nella sua capacità di sacrificio e di sviluppo [della lotta] e credere, al di là di ogni dubbio, che vinceremo.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




La domanda non è perché la violenza sta esplodendo a Hebron, ma perché adesso?

Lo scontro è inevitabile quando centinaia di coloni vivono in mezzo a centinaia di migliaia di palestinesi.

di Amira Hass

Haaretz

Il rompicapo che il servizio di sicurezza israeliano ha cercato di risolvere nelle scorse settimane, riguardo al motivo per cui il centro dell’escalation si è posizionato tra Gerusalemme e Hebron, non è complicato. Queste sono le due città in cui i coloni vivono nel cuore della popolazione palestinese. In entrambe, i coloni sono pesantemente protetti, il che significa che sistematicamente ci si imbatte in soldati, poliziotti, agenti di sicurezza israeliani armati, come anche lo sono gli stessi coloni. In altre città la vita può andare avanti quasi dimenticandosi delle colonie e delle postazioni militari che le circondano. A Gerusalemme e a Hebron questo è impossibile, la protezione di poche centinaia di coloni impedisce costantemente la vita di centinaia di migliaia di palestinesi.

Dal punto di vista palestinese, la vita prosegue all’ombra di violente provocazioni quotidiane e di infinite umiliazioni. Perciò la vera domanda è perché l’ondata di protesta popolare, comprese le aggressioni individuali all’arma bianca, è esplosa adesso e non prima. Non è ancora possibile sapere se gli attacchi con le armi di venerdì segnano una nuova fase e se i tentativi israeliani di repressione la fermeranno oppure incoraggeranno altri a prendere le armi.

Uno dei compiti dei servizi di sicurezza palestinesi nelle ultime settimane è stato quello di controllare che individui armati non si avvicinassero a punti di contatto con l’esercito israeliano, ma questa non è l’unica spiegazione al fatto che non siano state usate le armi. Finora, anche senza indicazioni dall’alto, la maggior parte dei palestinesi concorda che sia meglio non essere indotti all’uso delle armi, a causa dell’amara esperienza della seconda intifada e della paura della repressione israeliana. Le persone che hanno sparato e ferito tre israeliani sono evidentemente giunte alla conclusione che ora i palestinesi lo possono accettare e sono pronti ad affrontare una maggiore repressione.

Come previsto, nella notte tra venerdì e sabato l’esercito israeliano ha compiuto raids in diversi quartieri. Un sito web di informazioni, identificato come appartenente ad Hamas, ha riferito che nel quartiere di Abu Sneina i soldati hanno arrestato un uomo delle forze di sicurezza palestinesi. Era probabilmente da quel quartiere, parte del quale è sotto il controllo della sicurezza israeliana, che sono stati colpiti i due giovani israeliani vicino alla Tomba dei Patriarchi.

Secondo fonti palestinesi, venerdì notte e sabato mattina[i coloni] israeliani hanno attaccato parecchie case palestinesi nei quartieri di Tel Rumeida e Jaber, attraverso i quali passa la strada che collega la città vecchia di Hebron a Kiryat Arba. Hanno tentato di entrare nelle case ed hanno tirato pietre almeno contro una di esse, mentre i soldati israeliani si trovavano lì vicino. Domenica l’esercito israeliano ha occupato almeno tre case nella città vecchia di Hebron, ha radunato gli abitanti di ognuna di esse in una stanza ed ha comunicato che le case erano diventate postazioni militari per 24 ore.

La settimana scorsa sono state bloccate le strade di accesso diretto che collegano Hebron ai villaggi e alle città vicine. Nella città vecchia di Hebron, chiunque non sia residente in Shuhada Street o Tel Rumeida non può entrare in questi quartieri. Il checkpoint all’entrata della moschea di Al-Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi) è stato chiuso. Venerdì pomeriggio ai musulmani è stato impedito di entrare nel loro luogo sacro.

L’esercito israeliano ed il servizio di sicurezza Shin Bet hanno effettuato incursioni in ogni casa in cui un membro della famiglia è stato recentemente ucciso dai soldati o dalla polizia. In alcune delle case, i soldati hanno controllato ogni stanza ed esaminato i materiali di costruzione. I residenti hanno dichiarato a Haaretz che il personale dello Shin Bet ha comunicato loro l’intenzione di far esplodere le case. Non si trattava di casi in cui un militare o un civile israeliano era stato ucciso, ma di aggressioni all’arma bianca che avevano causato una lieve ferita, o addirittura nessuna.

Le famiglie sostengono di essere certe che se i soldati avessero voluto, avrebbero potuto ferire o arrestare i loro parenti. Dopo l’uccisione, che le famiglie ritengono intenzionale, la seconda più grave punizione è la sottrazione del corpo. Per le famiglie e per i loro congiunti, il pensiero che i loro cari giacciano in un obitorio e non abbiano ricevuto una degna sepoltura incrementa il livello di odio ed avversione nei confronti di Israele e degli israeliani.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Rapporto ONU OCHAoPt:15 – 28 settembre 2015 (due settimane).

Le forze israeliane, nelle due settimane di riferimento, hanno ucciso due palestinesi. Il 22 settembre, al checkpoint di Ash  Shuhada Street di Hebron, una studentessa diciottenne è stata colpita da più proiettili di arma da fuoco. Per le ferite riportate la studentessa è morta il giorno stesso in un ospedale israeliano. Secondo le autorità israeliane, la donna aveva tentato di accoltellare un soldato. Tale versione è stata contestata da Amnesty International che ha citato l’evidenza di una “esecuzione extragiudiziale”. Il 24 settembre un venticinquenne palestinese è morto per le ferite di arma da fuoco riportate il 18 settembre durante scontri tra forze israeliane e palestinesi al checkpoint di Beit Furik (Nablus). Secondo i media, le autorità israeliane affermano di aver sparato in risposta al lancio di bottiglie incendiarie contro un veicolo israeliano; fatto che testimoni oculari palestinesi negano.

Sempre il 22 settembre, nel villaggio Khursa (Hebron), un 21enne palestinese è stato ucciso dalla deflagrazione di un ordigno esplosivo che tentava di gettare contro un veicolo delle forze israeliane.

Durante il periodo di riferimento, 51 palestinesi, tra cui due minori, e cinque poliziotti israeliani, sono rimasti feriti durante scontri in Haram al Sharif-Monte del Tempio. Secondo il direttore della Moschea di Al Aqsa, l’interno della moschea ha subito danni. Gli scontri hanno avuto luogo nelle settimane in cui, in coincidenza con le festività ebraiche, erano aumentati gli ingressi di coloni e di altri gruppi israeliani nel Complesso mentre, viceversa, all’ingresso dei palestinesi venivano imposte varie restrizioni, attenuate solo durante i quattro giorni della festa musulmana di Eid. In collegamento a quanto sopra, diffuse proteste palestinesi e scontri hanno avuto luogo in altre zone dei Territori occupati, compresa la Striscia di Gaza, provocando il ferimento di 128 palestinesi, tra cui 43 minori, così come di 14 membri delle forze israeliane (tutti in Cisgiordania), nonché danni a circa 100 ulivi, investiti dal fuoco conseguente al lancio di lacrimogeni contro i manifestanti in Tuqu’ (Betlemme).

In Cisgiordania le forze israeliane hanno ferito altri 106 palestinesi (tra cui 37 minori) e due volontari internazionali: 13 palestinesi durante operazioni di ricerca-arresto in Hebron City, Beit Ummar (Hebron), Tuqu’ (Betlemme), Deir al Hatab (Nablus), nel Campo profughi di Jenin (Jenin) e nella città di Nablus; 86 palestinesi ed un volontario internazionale durante le manifestazioni settimanali a Kafr Qaddum (Qalqiliya) ed a Bil’in (Ramallah); un minore palestinese ed un volontario internazionale durante il funerale di un palestinese ucciso dalle forze israeliane a Beit Furik; tre palestinesi ad un checkpoint nella zona H2 di Hebron e tre feriti durante altri scontri.

Membri di gruppi armati palestinesi hanno lanciato diversi razzi verso il sud di Israele. Il 18 settembre un razzo è caduto a Sderot, causando danni alla proprietà; il 21 settembre un altro razzo è caduto nella zona di Hof Ashkelon senza provocare feriti o danni. Un altro razzo lanciato da Gaza è stato intercettato da Israele, senza danni. Il 19 settembre, forze aeree israeliane hanno lanciato almeno due missili contro una torre di telecomunicazioni ad est di Jabalia – utilizzata, a quanto riferito, da un gruppo armato – e contro una torre-acqua ad est di Beit Hanoun. Entrambe le strutture e un certo numero di case vicine hanno subito danni, mentre due residenti civili palestinesi sono stati feriti.

L’8 settembre, in Gaza City, un 17enne è stato ferito dalla esplosione di un residuato bellico. UNMAS [United Nations Mine Action Service] stima che ci siano oltre 5.000 ordigni inesplosi a Gaza, residuati delle ostilità del 2014. Dal cessate il fuoco dell’agosto 2014, almeno undici persone sono state uccise da ordigni inesplosi e 110 ferite.

Le forze israeliane hanno effettuato 128 operazioni di ricerca-arresto in Cisgiordania, per la maggior parte (44) nel Governatorato di Gerusalemme. Similmente, dei 248 palestinesi arrestati in tutta la Cisgiordania, 154 sono stati arrestati nella sola Gerusalemme; tra essi circa 40 minori.
A Gaza, il 15 settembre, le forze israeliane hanno ferito un membro delle forze di sicurezza di Gaza mentre cercava di impedire ad un palestinese di valicare la recinzione perimetrale per entrare in Israele senza autorizzazione. Secondo quanto riferito, nel periodo considerato da questo Rapporto, 13 palestinesi hanno tentato di attraversare la recinzione per entrare in Israele senza autorizzazione; quattro di essi sono stati arrestati dalle forze israeliane. In due occasioni le forze israeliane sono entrate all’interno della Striscia di Gaza e hanno spianato il terreno ed eseguito scavi nei pressi della recinzione.

Sono stati segnalati tre attacchi di coloni israeliani contro palestinesi, con lesioni o danni alle proprietà: l’aggressione fisica contro un palestinese che, per errore, era entrato all’interno dell’insediamento di Shave Shomron; un incendio doloso, a sud di Hebron, che ha causato danni a circa 550 alberi e che, secondo quanto riferito, è stato appiccato da coloni dell’insediamento di Haggay; il danneggiamento di una cisterna per acqua ad Al Khader (Hebron), da attribuire, secondo quanto riferito, a coloni dell’insediamento di El’azar. Inoltre (non incluso nel conteggio), nella zona H2 di Hebron, un bambino di sette anni è stato investito da un guidatore fuggito senza prestar soccorso.

Sempre nel periodo cui si riferisce questo Rapporto, sono stati registrati 14 attacchi di palestinesi, con lesioni a coloni israeliani o danni alle loro proprietà: la media settimanale più alta (7) dal febbraio 2015. Si è trattato di lanci di pietre contro veicoli israeliani nei Governatorati di Hebron, Betlemme, Gerusalemme e Ramallah. In un caso sono state lanciate bottiglie incendiarie contro case nella colonia di Nof Zion a Gerusalemme Est, causando lesioni a cinque coloni e ad un membro delle forze israeliane.
La fornitura di combustibile a Gaza – compreso quello per la Centrale elettrica – è stata interrotta a causa della chiusura dei valichi durante le festività ebraiche, ma anche per la mancanza di un coordinamento efficace tra le autorità palestinesi, con la conseguente carenza di combustibile sul mercato locale ed interruzioni di energia elettrica in tutta la Striscia fino a 20 ore al giorno. Verso la fine del periodo di riferimento [15-28 settembre] è ripresa la fornitura di carburante per la Centrale elettrica e le interruzioni di corrente si sono ridotte a 12-16 ore al giorno. Durante il periodo considerato dal precedente Rapporto [8-14 settembre], le interruzioni di corrente erano aumentate dalle 12-16 ore/giorno a più di 20 ore/giorno, a causa della generale mancanza di carburante ed a problemi sulle linee elettriche egiziane, problemi in seguito risolti. Le interruzioni di corrente hanno gravemente perturbato la fornitura dei servizi di base, tra cui quelli sanitari e quelli riguardanti l’acqua.

In Cisgiordania, nel periodo in esame, le forze israeliane hanno intensificato le restrizioni di accesso: tra esse la chiusura, dal 20 settembre, dell’ingresso nord della città di Ar Ram con blocchi stradali; la chiusura, per diversi giorni, delle strade agricole a sud e ad ovest del villaggio di Kafr Qaddum (Qalqiliya); la chiusura degli ingressi ai quartieri Al Isawiya e Sur Bahir (Gerusalemme Est) e Deir Nidham (Ramallah).

Per mancanza dei permessi edilizi rilasciati da Israele, le autorità israeliane hanno demolito cinque strutture nel Governatorato di Gerusalemme. Tra queste, tre strutture commerciali nel villaggio di Hizma, una struttura per animali in Al Isawiya ed una casa in costruzione nella zona di Silwan. Le autorità israeliane hanno emesso ordini di sgombero contro 600 m2 di terreno ad est di Qusra (Nablus), sostenendo che è “terra di stato”, e contro più di 2 ettari di terra nel villaggio Qarawat Bani Hassan (Salfit), sulla base del fatto che si tratta di una “riserva naturale”; in quest’ultimo caso, i proprietari sono tenuti a sradicare gli alberi ivi piantati quattro anni fa. Inoltre, nel Governatorato di Tubas, le autorità israeliane hanno confiscato, per motivi non chiariti, un trattore in Ein al Hilwa ed un serbatoio per acqua in Humsa Al Bqai’a.
Il valico di Rafah è stato eccezionalmente aperto il 17 settembre per oltre 500 pellegrini palestinesi diretti a La Mecca (Arabia Saudita). Il valico è stato continuamente chiuso, anche per l’assistenza umanitaria, dal 24 ottobre 2014, ad eccezione di 33 giorni di aperture parziali.

Ezio R. e Giovanni L.V. per

“Associazione per la pace – gruppo di Rivoli”

* note

I Rapporti ONU OCHAoPt vengono pubblicati settimanalmente in lingua inglese, araba ed ebraica; contengono informazioni, corredate da dati numerici e grafici statistici, sugli eventi che riguardano la protezione dei civili nei territori palestinesi occupati. Sono scaricabili dal sito Web di OCHAoPt, alla pagina: http://www.ochaopt.org/reports.aspx?id=104&page=1

Sullo stesso sito sono reperibili mappe dettagliate della Striscia di Gaza e della Cisgiordania:
Striscia di Gaza:
http://www.ochaopt.org/documents/Gaza_A0_2014_18.pdf
Cisgiordania:
http://www.ochaopt.org/documents/Westbank_2014_Final.pdf

La scrivente “Associazione per la pace – gruppo territoriale di Rivoli”, stante l’imparzialità dell’Organo che li redige, utilizza i Rapporti per diffondere un’informazione affidabile sugli eventi che accadono in Palestina. Pertanto, traduce i Rapporti in italiano (escludendo i dati statistici ed i grafici) e li invia agli interessati. Tali Rapporti sono anche scaricabili dal sito Web dell’Associazione, alla pagina:
https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali




I residenti di Gerusalemme est sentono di non avere più niente da perdere

Anche quando non sono d’accordo con chi lancia pietre, i palestinesi di Gerusalemme est dicono che la loro esistenza è costantemente minacciata.

di Amira Hass

Haaretz

Rami ha ottenuto la cittadinanza israeliana due anni fa. E’ uno studente nel mezzo dei suoi vent’anni, nato e abitante a Gerusalemme est. Avverso al lancio delle pietre, ha intrapreso una cosciente e autonoma scelta di “israelizzazione” fin dalla scuola superiore.

Rami (non è il suo vero nome) è arrivato alla conclusione che non sarebbe andato avanti nella vita senza imparare l’ebraico, familiarizzare con la cultura ebraica e addirittura farsi degli amici ebrei, e proseguire gli studi e cercare opportunità di lavoro attraverso le istituzioni israeliane. Ha inoltrato due richieste di cittadinanza al Ministero dell’Interno, che le ha respinte entrambe. Solo dopo aver pagato ad un avvocato una cospicua cifra che lo ha indebitato, ha ottenuto la cittadinanza.

Non è patriottismo israeliano ciò che ha motivato Rami a diventare cittadino. Come tanti palestinesi di Gerusalemme che sono riusciti o hanno provato ad ottenere la cittadinanza israeliana, lo ha fatto per poter studiare e vivere all’estero senza il timore di non ricevere il permesso di ritornare alla sua città e alla sua casa. “La nostra esistenza a Gerusalemme è costantemente minacciata”, dice Rami, che si definisce un arabo di Gerusalemme, piuttosto che un palestinese.

Variazioni su questo tema emergono in ogni conversazione con residenti di Gerusalemme est, specialmente nel corso degli attuali ben noti scontri tra polizia e giovani. Giorno e notte, ogni palestinese di Gerusalemme vive e respira il desiderio degli israeliani, che si percepiscono nelle politiche dello Stato, che loro lascino la città e se ne vadano all’estero o a Ramallah. In quanto residenti ma non cittadini, sono soggetti alle leggi di ingresso israeliane – come se avessero chiesto di andare là e non fossero stati annessi. La residenza fuori città – per studio, lavoro o soggiorno in Cisgiordania – li mette a rischio di perdere lo status di residenti di Gerusalemme ed essere espulsi, con l’approvazione dell’Alta Corte.

La costante minaccia di Israele alla loro esistenza nella città è un punto cardine per capire la situazione di Gerusalemme est, anche se c’è chi dice – come la psicologa Rana Nashashibi, il dott. Muhammad Jadallah e Nasser Kos dell’associazione dei Prigionieri Palestinesi – che chiunque volesse e potesse andarsene lo ha già fatto. Così è. I 303.000 palestinesi che vivono a Gerusalemme est (il 75% di loro sotto la soglia di povertà) non se ne andranno, nonostante le pressioni e l’oppressione.

Sotto molti aspetti, Muhammad (ha chiesto di non rivelare il suo nome completo) è l’opposto di Rami, benché abbiano la stessa età. Ha tirato pietre, è stato ferito, catturato, arrestato e bandito dalla moschea di Al-Aqsa per un anno. La sua casa si trova a circa 50 metri da una delle entrate di Haram al-Sharif (Monte del Tempio). Al contrario di Rami, Muhammad ha dei dubbi sul legame ebreo con quel luogo.

Se una volta vi era un tempio, Allah ha voluto che fosse distrutto, e gli angeli hanno posto le fondamenta per una moschea”, ha detto questa settimana con convinzione.

Invece Rami ha scoperto in giovane età di non credere in dio, però entrambi parlano delle loro esperienze con il razzismo israeliano.

Gerusalemme est chiude alle cinque. Se vogliamo uscire un po’, è impossibile nella parte occidentale della città. Non è sicuro trovarsi là dopo le otto o le nove di sera. Quelli di destra danno la caccia ed inseguono chiunque identifichino come arabo, e di giorno qualunque poliziotto di frontiera può fermarti ed umiliarti”, dice Muhammad. “Perciò noi andiamo a Ramallah e a Betlemme.”

Ma la strada è piena di posti di blocco militari e di ingorghi di traffico a causa di essi, e quando riescono ad arrivare, la loro invidia è acuta. Nelle enclaves dell’Autorità Palestinese non si sperimenta ogni momento l’oppressione israeliana, come accade a Gerusalemme est. Là non c’è il timore di venire aggrediti. Nello scorso anno, dice Rami, tutti a Gerusalemme est hanno avvertito il razzismo e la discriminazione in due principali situazioni: in contrasto con le tempestive condanne comminate a palestinesi, i processi agli imputati per aver bruciato il giovane Muhammad Abu Khdeir a metà del 2014 sono ancora in corso. I palestinesi di Gerusalemme est traggono la conclusione che l’intenzione sia di emettere sentenze risibili. In secondo luogo, “una decina di palestinesi di Gerusalemme sono stati arrestati e processati per dei post su Facebook, mentre tutti sanno che i post razzisti degli ebrei non provocano arresti o processi”, dice Rami.

Rami non chiede ai ragazzi del vicinato che tirano pietre perché lo fanno, in quanto porre una simile domanda lo farebbe considerare uno fuori dal giro. Ma la verità è che lui si sente un estraneo nell’affollato quartiere in cui la sua famiglia si è trasferita 15 anni fa, quando lui era alle elementari, a causa dell’aumento dei prezzi di affitto nel loro vecchio quartiere. La costante minaccia all’esistenza dei palestinesi nella città si manifesta non solo nel precario status di residenza, ma anche della grave carenza di alloggi. Questo non avviene dal nulla. Israele ha espropriato circa un terzo delle riserve di terra che erano annesse a Gerusalemme nel 1967 ai loro proprietari palestinesi a beneficio dei quartieri ebraici e dei programmi pubblici al servizio soprattutto della popolazione ebraica. Sul terreno rimanente sono state imposte rigide restrizioni all’edificazione, probabilmente per preservare il “carattere rurale” dei quartieri, e nel centro di essi vi sono dei terreni destinati a costruzioni fortificate per gli ebrei.

La paura di perdere lo status di residenza e la costruzione del muro dopo il 2000 hanno riportato in città migliaia di persone che avevano migliorato la propria situazione abitativa trasferendosi nei quartieri adiacenti, come Bir Naballah e A-Ramm, che si trovano fuori dalla zona annessa a Gerusalemme. Il risultato è un’alta densità di popolazione, esorbitanti prezzi di acquisto o di affitto delle case, edificazioni senza permesso, ordini di demolizione e demolizioni di case.

Nasser Kos ricorda un ragazzino di 12 anni che al ritorno da scuola ha trovato la sua casa demolita. “Ha gridato ‘vendetta’ in modo che tutti potessero sentirlo e poi è andato a tirare una bomba incendiaria”, dice Kos. “Oggi ha 18 anni ed è ancora in prigione.” Anche chi non è d’accordo con la sua azione lo può capire. Persino Rami comprende quelli che tirano pietre.

Kos dice di essere diventato un militante di Fatah 30 anni fa, in modo che i suoi figli potessero vivere meglio. Non poteva mai immaginare che le loro vite non avrebbero avuto alcuna prospettiva né personale né politica di miglioramento o cambiamento.

Il ragazzo vede picchiare sua madre, vede il vecchio sulla via per Al-Aqsa colpito da un poliziotto”, dice Kos. “Non può sopportarlo. Dà sfogo alla sua rabbia.” Quindi i bambini e i giovani che tirano pietre finiscono per rappresentare tutta la popolazione.

Tutti noi sentiamo che abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità di sopportare i sistematici attacchi contro di noi a Gerusalemme”, dice Nashashibi. “Israele è riuscita a far diventare le difficoltà della vita un problema quotidiano per ogni residente di Gerusalemme. Ogni conversazione inizia con ‘hai sentito lo sparo, ero soffocato dal gas, non ho potuto arrivare alla città vecchia, ho ricevuto una multa per niente, un funzionario comunale mi ha trattato sgarbatamente, il ragazzo ha abbandonato la scuola perché il livello è scarso e non ci sono i soldi per una scuola privata, la città non ripara il sistema delle acque di scarico.”

Lei è convinta che “se non fossimo così profondamente frustrati, andremmo tutti in strada.” Gli adulti hanno motivazioni concrete che impediscono loro di esprimere la propria continua rabbia, o come dice Nashashibi: “I bambini ed i giovani non sono condizionati dalle valutazioni e dalla paura degli adulti che non ci si guadagna niente, che si è ormai tentato di tutto e nulla è cambiato.”

La nuova politica israeliana di repressione delle manifestazioni e di punizioni più severe avrà effetto?

La morte non ci spaventa”, dice Kos. “Io sto parlando con te e sono morto. Io muoio mentre vivo. Noi moriamo ogni giorno. Perciò non abbiamo niente da perdere. Ecco perché i giovani sono pronti a morire.”

Sia Jadallah che Ziyyad Hammouri, direttore del Centro per i Diritti Sociali ed Economici di Gerusalemme, dicono che le autorità hanno già inasprito le misure punitive. “Anche persone che non hanno partecipato alle manifestazioni e al lancio di pietre sono state gravemente ferite dai colpi israeliani”, dice Hammouri. “Sono state comminate multe ed è stata cancellata l’assicurazione per le famiglie dei prigionieri. Quindi quale effetto deterrente potrà avere inserire queste misure in una legge?”

Nashashibi dice: “Quel che gli israeliani non capiscono è che nessun ragazzo tra i 12 e i 20 anni di età pensa che quello che è successo ad altri succederà a lui. Hanno la mentalità da “superpotere”. E’ tipico di quella fascia di età. Pensano che ciò che è successo agli altri (arresto, ferimento) è successo perché non hanno fatto le cose abbastanza bene, mentre loro possono fare meglio.

I genitori che hanno paura per i propri figli, per le multe o per la perdita di benefici sociali non possono fermare i ragazzi perché, secondo Nashashibi, “ il regime di discriminazione israeliano ha talmente indebolito l’istituzione familiare palestinese, l’autorità del padre, che essi per lo più non hanno influenza sui figli. Padri che non riescono a guadagnare il necessario per vivere, genitori picchiati dalla polizia di fronte ai loro figli, coppie che si sono sposate quando erano giovani e non lavorano. Tutto ciò ha condotto all’assenza di una figura autorevole all’interno della famiglia.”

Da un lato non vi è una famiglia forte. Dall’altro, non c’è un’organizzazione politica che coordini il lancio di pietre e le dimostrazioni, o che ordini di smettere. La gente ha perso fiducia nelle organizzazioni politiche, inclusa Fatah, dice Kos. I giovani decidono per conto loro.

Il poliziotto che picchia, il colono che visita la moschea di Al-Aqsa o controlla Silwan (quartiere alle porte di Gerusalemme, ndt.) e l’ispettore comunale che emette un ordine di demolizione sono quelli che hanno organizzato i ragazzi e li hanno mandati a tirare pietre”, dice. Rifiuta l’accusa che Fatah non sia interessata alla lotta e che i suoi membri pensino solo ai propri salari dell’Autorità Palestinese. La prova è che i segretari di Fatah nella città – precedente ed attuale – sono stati arrestati.

Molti dei dimostranti che dicono di manifestare per Al-Aqsa, compresi quelli che si sono scontrati coi poliziotti all’interno del cortile e della moschea, non sono particolarmente religiosi. “Alcuni di loro non sanno neanche come si prega”, dice Jadallah, che lavora in una clinica sul monte.

Gli arresti mostrano che non vi è un’associazione specificamente religiosa o organizzata”, concorda Kos. “La moschea di Al-Aqsa attira chiunque – il musulmano e il comunista, il militante e il commerciante, il tossicomane e l’insegnante.”

Diversamente dalle enclaves dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e Gaza, non c’è separazione tra i giovani e l’occupazione israeliana e non vi è luogo in cui sia possibile far finta che l’occupazione non esista. Non ci sono forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese che impediscano che i giovani palestinesi si scontrino con la polizia israeliana, come accade a Betlemme e Nablus.

Forse c’è qualcosa di più sano in questo”, conclude Nashashibi, “perché puoi sfogare la tua rabbia e dimostrare che non c’è nulla di normale in una città occupata.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’indice dei titoli bancari di Tel Aviv ha subito un ribasso in seguito al rapporto del gruppo di esperti sulle colonie

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di Noam Sheizaf

Il Consiglio Europeo per le Relazioni con l’Estero pubblica un documento in cui si raccomanda all’UE di assumere misure contro le istituzioni finanziarie che fanno affari con la Cisgiordania [occupata]. I titoli bancari di Israele calano bruscamente in seguito alla diffusione sui media israeliani di un articolo della Reuters sul rapporto.

Lo scorso martedì il grado di nervosismo di Israele riguardo a potenziali future sanzioni contro aziende locali che fanno affari nelle colonie è stato evidente per chiunque. L’ ampia diffusione di un rapporto del gruppo di esperti della UE sull’argomento ha provocato un ribasso dell’indice dei titoli bancari di Tel Aviv di 2.3 punti in meno di un’ora (un totale di 2.46 punti per la giornata).

Il rapporto, pubblicato dal Consiglio Europeo per i Rapporti con l’Estero, comprende una serie di raccomandazioni tese a creare una distinzione tra i legami formali UE-Israele e quelli che implicano una complicità nelle attività delle colonie in Cisgiordania. Viene posto particolarmente in rilievo il sistema bancario (leggere l’intero rapporto).

Secondo gli autori del rapporto, Hugh Lovatt e Mattia Toaldo, “fare una distinzione tra le attività di Israele e quelle delle sue colonie all’interno delle relazioni bilaterali dell’UE è uno dei più potenti strumenti a disposizione dell’UE per mettere in discussione la struttura di incentivi su cui poggia il sostegno di Israele allo status quo”.

Il rapporto raccomanda alla Commissione Europea di “dar mandato alle sue direzioni generali di controllare i loro attuali rapporti con Israele per valutare se si differenzia Israele in quanto tale dalle colonie.” Si pone un particolare accento sul sistema bancario, che svolge attività finanziarie nelle colonie – soprattutto mutui e prestiti – ma ha anche parecchi interessi in Europa.

Il Consiglio Europeo per i Rapporti con l’Estero non ha potere formale all’interno delle istituzioni dell’Unione Europea, ma ha provocato ugualmente un notevole allarme in Israele. Un dispaccio della Reuters sul rapporto è stato ripreso dai media locali e pubblicato da Ynet alle 13.03. Subito dopo l’indice della borsa di Tel Aviv ha subito un calo. I media israeliani hanno velocemente messo in relazione il ribasso con le nuove voci sul rapporto.

Il ribasso dei titoli bancari del 22 luglio 2015 (Fonte: Calcalist.co.il)

Le tre maggiori banche israeliane – Hapoalim, Leumi e Discount – hanno perso ciascuna il 2.6-2.7%. Hanno anche dominato la giornata per volume di scambi.

Fonti all’interno delle banche hanno ignorato il rapporto, asserendo che esso non ha valore formale. Il Ministro degli Esteri israeliano ha evitato ogni commento sull’argomento per la stessa ragione. Tuttavia il mercato ha mandato un segnale diverso. E mentre le azioni possono tornare a salire domani, l’inatteso calo ha rivelato quanto il mondo degli affari israeliano sia preoccupato riguardo alle misure internazionali contro l’occupazione, soprattutto quelle relative al sistema bancario.

Comunque, una fonte interna al sistema bancario ha dichiarato al giornale finanziario Globes che questa potrebbe rivelarsi la più grave minaccia alle banche israeliane – anche peggiore della riforma che il governo intende attuare.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Perché i palestinesi combattono: la logica della vita e della morte a Gaza

Aspettarsi che Gaza non resista è un invito a Israele perché completi l’umiliazione del popolo palestinese, per utilizzare la Striscia per guadagni di carattere economico e per trasformare uomini, donne e bambini in manodopera a basso costo, che cerca di sbarcare il lunario garantendosi solo la sopravvivenza.

 – Nenanews

di Ramzi Baroud – Counterpunch

Si sta preparando un altro scontro tra Israele e il movimento di resistenza palestinese Hamas a proposito della liberazione di Avraham Mengitsu, un cittadino israeliano che, secondo fonti militari israeliane, “è entrato a Gaza” il 7 settembre 2014. Le circostanze dell’ingresso di Menghitsu a Gaza rimangono dubbie, soprattutto da quando il leader politico di Hamas Khaled Meshaal ha negato che l’ala militare di Hamas stia tenendo in ostaggio il cittadino israeliano.

Secondo il ministero della Difesa israeliano anche un altro israeliano è stato sequestrato a Gaza. Un divieto di parlare della sparizione di Mengitsu è appena stato revocato, ma un altro rimane in vigore a proposito dell’altro, supposto, detenuto israeliano. Secondo fonti ufficiali israeliane negoziati indiretti per il loro rilascio devono ancora iniziare. Per Hamas, che, secondo Meshaal, è stata contattata da Israele tramite interlocutori europei, nessuna discussione sarà possibile finché Israele non avrà liberato 71 palestinesi. Si tratta del numero di palestinesi che sono stati nuovamente arrestati poco dopo essere stati liberati nel 2011 in seguito allo scambio di prigionieri tra Hamas e Israele. All’epoca, uno scambio di prigionieri ha permesso la liberazione di 1.027 palestinesi (477 dei quali considerati membri di Hamas) e di Gilad Shalit, un soldato israeliano, catturato e tenuto prigioniero da combattenti di Hamas per 5 anni. La nuova prospettiva di negoziati permetterà ad Hamas di sollevare la questione della violazione dell’ultimo accordo per lo scambio di prigionieri da parte di Israele. Poiché ha arrestato di nuovo dei prigionieri liberati, il futuro accordo con Israele apparirebbe poco serio e come una misura temporanea per garantire gli immediati interessi di Israele, senza un totale e incondizionato impegno rispetto alla libertà dei prigionieri palestinesi appena liberati. Siccome il potere occupante ha accesso illimitato ai Territori Occupati palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania, Israele può arrestare qualunque palestinese accusato di “terrorismo”, senza prove e senza un serio e giusto procedimento. Gli sforzi israeliani di stroncare qualunque forma di resistenza, armata o di qualunque altro genere, è ampiamente appoggiato dall’Autorità Nazionale Palestinese, i cui scagnozzi degli apparati di sicurezza sono totalmente addestrati ed equipaggiati per schiacciare ogni forma di dissenso in Cisgiordania. Una recente retata di arresti, che ha preso di mira principalmente simpatizzanti di Hamas ed altre voci dell’opposizione, ne è l’ultima prova. Molti scettici hanno messo in dubbio lo scambio di prigionieri del 2011. Qualcuno ha chiesto: “Che senso ha garantire la liberazione di centinaia di prigionieri se questi possono essere arrestati di nuovo da Israele quando gli pare?” I palestinesi si trovano a dover affrontare lo stesso dilemma di ogni movimento di liberazione moderno. Anche i nativi americani hanno dovuto fare i conti con lo stesso dilemma di fronte al genocidio e alla distruzione. Un intellettuale con le migliori intenzioni recentemente mi ha detto che i palestinesi dovrebbero lasciare le armi, smantellare le loro istituzioni e permettere a Israele di occupare Gaza, il che a sua volta metterebbe in chiaro che Israele deve rispettare le regole che riguardano i territori occupati. Ma Israele ha accolto gli impegni della Quarta Convenzione di Ginevra o qualunque altra legge internazionale riguardo ai diritti di una nazione occupata? Israele sta violando più risoluzioni dell’assemblea generale e del Consiglio di sicurezza ONU di qualunque altra nazione sulla terra, e preoccuparsi delle questioni relative alla popolazione civile occupata non è mai stata una priorità israeliana. La guerra di Israele contro Gaza di un anno fa ha causato più devastazioni che qualunque altra guerra in passato. Un rapporto dell’ONU recentemente pubblicato, mentre ha condannato Israele, ha anche denunciato i palestinesi per aver preso di mira i civili. Benché ci si aspettasse che il rapporto avrebbe condannato il lancio casuale di razzi artigianali su aree civili, la narrazione, nel suo complesso, mette sullo stesso piano Israele, un potente aggressore e occupante, e i palestinesi, che sono in una costante condizione di autodifesa. Eccetto il rapporto dell’ONU, insieme a pochi altri, così come il timido tentativo da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese di chiedere il coinvolgimento della Corte Penale Internazionale (CPI) per indagare sui crimini di guerra israeliani, ben poco è cambiato a Gaza. Le sofferenze abbondano, un aiuto insufficiente riesce ad entrare permettendo alla gente soltanto di sopravvivere, la ricostruzione è molto ridotta, i blackouts elettrici sono lunghi e frequenti, e l’assedio rimane in piedi, più feroce che mai. Oltretutto l’agenzia di aiuto dell’ONU, UNRWA, che si occupa del benessere dei palestinesi, ha un passivo di 101 milioni di dollari, e pochissimi donatori offrono fondi per salvarla. Il ragionamento vano, secondo cui “il mondo non sarebbe rimasto inerme a guardare la guerra israeliana di 51 giorni contro Gaza” (la cosiddetta operazione “Margine protettivo”), era solo quello, un ragionamento vano, simile a alla pia illusione che è seguita alla cosiddetta operazione “Piombo fuso” del 2008-09. Il prezzo di morte tra i palestinesi nelle due guerre è stato di 4.000 persone , per la maggior parte civili, un gran numero dei quali bambini. Ma le sofferenze, naturalmente, vanno oltre i 4.000 morti e il lutto delle loro famiglie, poiché decine di migliaia sono stati feriti o mutilati, le già misere infrastrutture della Striscia sono state distrutte e il trauma collettivo è senza precedenti. La giustificazione di Israele, secondo cui questa azione è stata motivata dalla necessità di proteggere i civili nelle zone di confine è quanto meno fragile, in quanto i 69 o 73 israeliani uccisi durante l’ultima guerra erano soldati, che sono stati uccisi mentre erano impegnati ad invadere la Striscia assediata. Ma è vero che, se i palestinesi non avessero resistito, Israele non avrebbe utilizzato così tanto potere di fuoco? E avrebbe forse trattato un po’ meglio i palestinesi? La resistenza armata ha raggiunto il suo minimo in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove si trova la maggior parte dell’esercito israeliano e dove le colonie ebraiche, illegali e fortificate, sono in costante espansione. Persino chi lancia pietre e dimostranti disarmati vengono regolarmente uccisi e feriti dall’esercito e dai coloni ebraici. E mentre l’Autorità Nazionale Palestinese sta giocando un ruolo cruciale nel controllo della popolazione, Israele sta accumulando ricchezze grazie all’occupazione. Quella israeliana in Cisgiordania non solo è l’occupazione meno onerosa tra tutte quelle illegali in tempi moderni, è anche la più conveniente. Aspettarsi che Gaza non resista è un invito ad Israele per completare la sua umiliazione del popolo palestinese, per utilizzare la Striscia per ricavarne benefici economici (per esempio, il gas naturale sulle coste e impianti balneari segregati su base razziale, ecc.) e trasformare i suoi uomini, donne e bambini in manodopera a buon mercato, alla ricerca di un modo per sopravvivere. In effetti, così è stato per parecchi anni, dal 1967 fino al cosiddetto disimpegno nel 2005. Il fallimento della comunità internazionale nell’agire dopo l’ultimo episodio dei massacri a Gaza significa che i palestinesi sono soli, almeno per il momento. I loro fratelli arabi sono presi dalle loro disgrazie, o stanno apertamente tramando contro la sottile ma risoluta Striscia. Per cui, anche se i conti della resistenza non tornano -che si tratti di uno scambio di prigionieri non garantito o di un terrificante bilancio di morti – i palestinesi di Gaza continueranno a resistere. I loro “fedayn” (combattenti per la libertà) hanno fatto così, dalla sua nascita nel 1948 fino all’attuale generazione, che rimane vigile sui confini nel 2015. Non si tratta di una questione di strategia, ma un atto dominato da una semplice logica che essi seguono: o una vita dignitosa o una morte onorevole.

Il dottor Ramzy Baroud ha scritto per 20 anni sul Medio Oriente. E’ un editorialista quotato a livello internazionale, un consulente dei media, autore di parecchi libri e fondatore di PalestineChronicle.com. Il suo ultimo lavoro è “Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza (Pluto Press, London)”. Il suo sito web è: ramzybaroud.net .

(traduzione di Amedeo Rossi)




È ora che la FIFA mostri ad Israele il cartellino rosso

Israele griderà allo scandalo, ma la sua sospensione dalle gare internazionali di calcio potrebbe realmente portare ad un cambiamento del gioco.

di Gideon Levy

17 maggio, 2015 | Haaretz

Fin dall’inizio va detta la verità: spero che Israele sia sospesa dalla FIFA . Il 29 maggio, potrebbero fare una mossa che cambierebbe il gioco. Potrebbe iniziare una reazione a catena di cui sarebbe difficile prevedere l’esito. Se la Federazione internazionale mostrasse a Israele il cartellino rosso, come chiedono i palestinesi, vorrebbe dire che il calcio metterebbe in moto il processo del cambiamento.

Vorrebbe dire che è arrivato finalmente il momento per Israele di pagare per i crimini della sua occupazione. Che gli israeliani comincino ad essere penalizzati per quello che è stato fatto in loro nome, con il loro coinvolgimento, con la loro approvazione e con il loro appoggio finanziario. Che stracciare continuamente il diritto internazionale da parte di Israele – in modo arrogante e burlandosene volgarmente – ha un prezzo. Quale migliore prezzo se non impedire ad Israele di partecipare alle competizioni internazionali di calcio fino a quando non cambierà la sua condotta? Ha funzionato benissimo nel passato con il Sud Africa, il mentore di Israele in parecchi ambiti – il boicottaggio internazionale degli sport dell’apartheid è stato uno degli elementi decisivi che hanno portato alla caduta del regime – e può funzionare egualmente con Israele.

La prima risposta alla decisione di sospendere Israele sarà ovviamente da parte sua gridare allo scandalo, assumendo il ruolo della vittima, serrando le fila e lanciando il contrattacco: vedete cosa ci stanno facendo, quegli antisemiti, quella gente che odia Israele; siamo una nazione rimasta sola, tutto il mondo è contro di noi! Naturalmente useranno la memoria dell’olocausto. I politici e gli intrallazzatori proveranno a superarsi a vicenda con affermazioni indignate . Il capo dell’Unione Sionista on. Isaac Herzog proclamerà che in un simile caso, non vi sarà differenza tra l’opposizione e la coalizione [di governo] ma un solo popolo. Israele dichiarerà illegale con la forza il calcio palestinese con una direttiva generale dell’IDF [l’esercito israeliano n.d.t.]: ogni ragazzo con un pallone verrà arrestato; forse lo stadio di Gaza verrà bombardato in base al fatto di essere un deposito di armi; l’ufficio a Ramallah di Jibril Rajoub presidente della federazione calcio palestinese verrà devastato (non per la prima volta).

La Repubblica Ceca e il Canada proporranno partite amichevoli con Israele; Shimon Peres organizzerà una partita tra la Micronesia e la Palestina.

Ma pochi mesi dopo ciò, asciugate le lacrime e in preda allo scoraggiamento, privati di [partecipare ] alle gare internazionali di calcio e senza un prospettiva diplomatica internazionale, sorgeranno le domande e i dubbi. Cosa potrà fare Israele per finire di commettere ingiustizie? Perché ha fatto veramente tutto quello? E, soprattutto, ne valeva la pena? Vale la pena continuare l’occupazione e pagarne il prezzo, che continuerà solamente a crescere? Vale la pena essere messi al bando per le colonie di Itamar e Yitzhar?

Le sanzioni e i divieti non si fermeranno a Zurigo: la FIFA fischierà l’inizio del gioco che in qualche parte del mondo stanno proprio aspettando.

Allora ,quando il prezzo sarà insopportabile, un numero sempre maggiore di israeliani si sveglierà dall’ indifferenza. Non c’è speranza che lo facciano prima: non hanno nessuna ragione per farlo – stanno bene, la società chiude gli occhi, [funziona] il lavaggio del cervello.

Una sanzione al calcio non uccide nessuno. Non si versa sangue con il boicottaggio. È un’arma legittima per realizzare la giustizia e applicare il diritto internazionale. Israele ha sostenuto e sostiene il boicottaggio e lo favorisce: contro Hamas, contro Gaza e naturalmente contro l’Iran. Ha perfino aderito al boicottaggio del Sud Africa sebbene [fosse] a dispetto di se stesso. Ora è arrivato il suo turno.

Qualcuno può confutare che il cartellino giallo è stato mostrato un numero infinito di volte e che [Israele] ha continuato come se nulla fosse accaduto? Non andrebbe mostrato il cartellino rosso per tenere imprigionati milioni di gazawi compresi i giocatori di calcio?

Si ricorda il presidente della FIFA Sepp Blatter a Ramallah di avere pronosticato al campo Al-Amari un futuro brillante al giocatore di calcio Mohammed al Qatari , studente dell’Accademia di calcio Blatter? Ha saputo che Qatari è stato ucciso da una pallottola dell’IDF dritto nel petto da una distanza di 70 metri mentre protestava contro l’ultima guerra a Gaza? Non è questo un crimine?

Israele sta assumendo un atteggiamento diplomatico di stupore e di offesa cercando senza posa di prevenire la nefasta decisione. Potrebbe perfino anche questa volta cavarsela. Ma non è arrivato il momento che ci domandiamo ancora per quanto?

Gideon Levy twitta a @levy_haaretz




La Lista Unitaria nelle elezioni israeliane: i palestinesi sono di nuovo in gioco?

Di Diana ButtuAs’ad GhanemNijmeh AliAl-Shabaka

11 marzo 2015

Sintesi

La Lista Unitaria lanciata il 14 febbraio 2015 da quattro partiti politici largamente rappresentativi dei cittadini palestinesi di Israele dovrebbe ottenere un numero di seggi sufficiente a rappresentare il terzo maggiore partito della Knesset [il parlamento israeliano]. Ma ciò potrà mettere in discussione lo status di cittadini di serie B dei palestinesi- israeliani?

Potrà impedire la rapida erosione dei diritti che ancora gli rimangono, se il razzismo apertamente dichiarato dall’attuale coalizione di destra al potere continuerà ad essere stabilito per legge? Ciò rappresenta la rinascita di un senso collettivo d’identità e d’azione? E’ tutto da valutare. Gli analisti di Al-Shabaka Diana Buttu, As’ad Ghanem e Nijmeh Ali, essi stessi cittadini palestinesi di Israele, sostengono diverse prospettive analizzando le sottostanti linee di faglia così come i problemi e le potenzialità della Lista Unitaria, indipendentemente da quelli che saranno i suoi risultati.

Diana Buttu: i partiti palestinesi si disintegreranno?

I palestinesi in Israele hanno a lungo parlato della necessità di una Lista Unitaria per rivendicare i loro diritti. Nonostante le differenze politiche tra i partiti socialista, nazionalista e islamico, essi non presentano divergenze riguardo ai diritti dei palestinesi in Israele: vogliono porre fine alle leggi razziste e all’occupazione militare dei territori palestinesi, e storicamente hanno votato allo stesso modo alla Knesset.

Tuttavia la coalizione non è stata formata per rispondere a una visione condivisa riguardo ai problemi che i palestinesi devono affrontare o alle richieste dell’opinione pubblica [palestinese]. Al contrario, la Lista Unitaria è stata creata come risposta ad altri due fattori. In primo luogo, la Knesset, con una mossa in seguito approvata dalla corte di giustizia, ha alzato la soglia di sbarramento dal 2% al 3,25%. Posti di fronte alla prospettiva di scomparire, era interesse di ogni partito formare una lista unica. In secondo luogo, c’è stato un calo nell’appoggio ai partiti politici palestinesi, non solo nell’affluenza alle urne per le elezioni nazionali: nemmeno uno dei partiti politici palestinesi è riuscito ad ottenere una vittoria nelle elezioni municipali benché a livello locale il tasso di votanti sia ancora alto.

Il calo nell’appoggio alla rappresentanza al parlamento israeliano è probabilmente il risultato della crescente convinzione che la presenza di partiti politici palestinesi legittimi le azioni della Knesset. Oltretutto si avanza la critica secondo cui i partiti politici non stanno promuovendo i diritti dei palestinesi in Israele né lottando contro il crescente razzismo nel Paese.

Anche se la Lista Unitaria dovesse imporsi come terzo o quarto partito alla Knesset, in base ai sondaggi, l’efficacia della lista rimarrebbe in dubbio. E’ opinione diffusa che avere più seggi alla Knesset implichi un maggior potere politico, sia partecipando ad una coalizione di governo che facendo parte di un’opposizione efficace. Tuttavia né il Campo Sionista [alleanza tra il Partito Laburista ed il partito centrista di Tzipi Livni, ex ministro di Netanyahu. N.d.tr.] – che ha appoggiato la revoca dei privilegi parlamentari [ Libertà di spostamento dal paese, passaporto diplomatico, sostegno finanziario per spese giudiziarie.  N.d.tr.] della dirigente politica palestinese Haneen Zoabi [parlamentare arabo-israeliana che ha partecipato alla Freeedom Flottilla. N.d.tr.]- né il Likud hanno alcun interesse nel formare una coalizione con la Lista Unitaria.

Allo stesso tempo non è nell’interesse della Lista Unitaria entrare a far parte di una coalizione con qualunque partito sionista, in quanto sostenitore della supremazia del sionismo e dei diritti degli ebrei al di là della nozione di uguaglianza e democrazia. Certo sarebbe impossibile per la lista far parte di una coalizione con partiti che appoggino leggi razziste, la colonizzazione della Cisgiordania, l’assedio e gli attacchi a Gaza, mentre dovrebbero supportare queste politiche come ministri di un governo o come alleati in una coalizione. Quindi i partiti che hanno formato la Lista Unitaria rischiano di rimanere quello che sono stati prima di unirsi: piccoli partiti che lottano contro il razzismo nel ventre della balena.

Inoltre i partiti politici palestinesi dovranno continuare a respingere l’ondata di disillusione nei confronti del sistema politico israeliano e la sensazione che esso serva semplicemente a legittimare il razzismo di Israele. Anche se la Lista Unitaria riuscisse ad portare ad un aumento dell’affluenza [dei cittadini arabo-israeliani] al voto in queste elezioni, dovrebbe anche lottare contro l’eventuale disintegrazione dei partiti che la compongono, se non potessero soddisfare le aspettative dei loro elettori nello sfidare le politiche dell’apartheid israeliano nei confronti dei palestinesi che vivono in Israele e sotto l’occupazione militare [in Cisgiordania].

As’ad Ghanem: un’uscita dalla marginalità?

L’attivismo politico dei cittadini palestinesi in Israele è sempre stato inteso come sinonimo di soluzione del conflitto israelo-palestinese, di fine dell’occupazione dei territori palestinesi e di risoluzione della questione dei rifugiati. Questa convinzione è stata rafforzata dopo che sono stati firmati gli accordi di Oslo nel 1993 e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) è stata fondata come nucleo politico per la transizione dall’occupazione alla creazione di uno Stato palestinese indipendente.

Da allora gli sviluppi – compresa la frattura all’interno del movimento nazionale palestinese, la fine di fatto della soluzione dei due Stati e il crescere dell’estremismo israeliano – sono stati accolti passivamente dagli gruppi politici palestinesi in Israele, che rimangono legati all’illusione di una soluzione politica per alleviare le loro difficoltà in quanto vittime del conflitto. In breve, accettano lo status subordinato di “giocatori di riserva” – nella migliore delle ipotesi – nel movimento nazionale palestinese.

Infatti la maggioranza dei dirigenti politici crede che le loro questioni interne [in Israele] siano secondarie nel contesto di una più ampia lotta palestinese. Accettano le palesi interferenze dei leader del movimento nazionale palestinese – persino su come utilizzare i loro voti in quanto cittadini israeliani per influire sui governanti israeliani. Un altro esempio della loro subordinazione riguarda l’accettazione dei finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo. Cosa ancora più importante, accogliendo la soluzione dei due Stati – uno ebreo e l’altro arabo – come stabilito nel 1947 dal piano di ripartizione delle Nazioni Unite, hanno accettato di essere cittadini di serie B nello Stato ebraico.

L’accettazione della loro condizione di marginalità ha trovato la sua espressione nel programma elettorale della Lista Unitaria. Invece di fare uno sforzo per stilare un vero programma d’azione per lottare contro le attuali sfide che la comunità palestinese in Israele deve affrontare, la lista ha semplicemente fatto un copia-e- incolla delle posizioni dei partiti che ne fanno parte nelle scorse elezioni. In particolare il programma della Lista Unitaria appoggia la fine dell’occupazione e la formazione di uno Stato palestinese. Il preambolo dichiara che la lista “è stata formata per consolidare l’unità contro il razzismo e per potenziare il peso e l’influenza delle masse arabe e di tutte le forze contrarie all’occupazione ed al razzismo.” Non c’è una sola parola a proposito del ruolo dei palestinesi in Israele in quanto palestinesi. Al contrario, ci si focalizza sul loro ruolo in quanto israeliani. Ciò dimostra chiaramente che i partiti politici palestinesi accettano di essere i giocatori di riserva nel movimento nazionale palestinese.

Invece i successivi governi israeliani, soprattutto i due governi del primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno aiutato a spingere verso l’unità palestinese ponendo fine all’illusione della soluzione dei due Stati e promovendo l’ebraicità dello Stato. Infatti le posizioni di Netanyahu hanno fatto in modo di ricordarci che la nostra causa è radicata nelle conseguenze della guerra del 1948 che ha creato Israele sulla Palestina e non nell’occupazione iniziata nel 1967 come i dirigenti e l’elite palestinesi hanno voluto farci credere. Infatti il programma colonialista e fondamentalista dei vari governi israeliani evidenzia la necessità di trasformare l’azione nazionale palestinese in modo da affrontare le radici del problema piuttosto che le sue conseguenze, come viene fatto nel programma della Lista Unitaria.

Abbiamo bisogno di un cambiamento reale sia nella nostra comprensione del conflitto che nel ruolo dei palestinesi in Israele nel dare forma alla futura soluzione del conflitto. Un miglioramento delle condizioni dei palestinesi in Israele non sarà ottenuto dall’illusoria soluzione dei due Stati. La soluzione della questione palestinese dipende piuttosto dall’abilità dei palestinesi in Israele nell’articolare il loro progetto come hanno fatto una volta nel 2007 con il Future Vision document [documento della “Visione del Futuro”, un rapporto pubblicato dal Comitato dei Sindaci Arabi in Israele, a cui hanno partecipato 40 noti studiosi ed attivisti e che chiedeva ad Israele di riconoscere i cittadini arabi come gruppo nativo con diritti collettivi, sostenendo che invece Israele discrimina i non ebrei in vario modo. N.d.tr.].

Questo documento ha riscosso un ampio consenso nazionale tra i palestinesi in Israele riguardo ai principali problemi politici che essi stessi devono affrontare, così come il loro ruolo nel forgiare una soluzione complessiva della questione palestinese. Solo facendo così i palestinesi in Israele possono passare da un ruolo politico marginale a uno centrale. Un tale ruolo potrebbe aiutare a portare Israele e il movimento nazionale palestinese ad un giusto accordo che affronti le conseguenze della Nakba (catastrofe) del 1948 invece di quelle dell’occupazione del 1967, senza lasciare eternamente i palestinesi in Israele ai margini dello “Stato ebraico”.

La Lista Unitaria avrebbe potuto essere coinvolta in questo progetto se [i suoi dirigenti] avessero lavorato seriamente come leader piuttosto che come politicanti che competono per un seggio alla Knesset. Ancora una volta abbiamo perso un’occasione per fare la nostra parte non solo come palestinesi, ma come punto di riferimento del popolo palestinese, confliggendo, senza questa assunzione di responsabilità, con il nostro ruolo nelle elezioni israeliane. Forse potremo cogliere questa opportunità nel futuro se saremo in grado di produrre leader che ci vedano come attori principali piuttosto che subordinati a Israele, all’ANP o a qualche altro regime arabo che ci fornisce denaro o avvalla slogan nazionalistici.

 

Nijmeh Ali: gli inizi di una svolta storica

I palestinesi in Israele discutono ancora animatamente sull’utilità di partecipare alle elezioni israeliane. Alcuni chiedono ancora il boicottaggio perché credono che partecipare [alle elezioni] legittimi e rafforzi la colonizzazione e l’occupazione israeliane. Altri hanno semplicemente perso la fiducia nella capacità del sistema politico di portare avanti un qualunque cambiamento: nel 2013 solo circa il 56% dei palestinesi in Israele ha partecipato alle elezioni.

Inoltre, il fatto che i palestinesi in Israele abbiano il diritto di partecipare alle elezioni non significa che riescano ad incidere sulle decisioni politiche israeliane. Il sistema politico israeliano esclude i partiti arabi. In altre parole, sono all’interno del gioco politico ma ancora fuori dal processo politico.

Quelli che sostengono la partecipazione sottolineano l’importanza di difendere i diritti dei palestinesi anche se comprendono la difficoltà di creare un reale cambiamento. Considerano la Knesset un mezzo non solo per ottenere diritti individuali ma anche per cercare il riconoscimento dei diritti collettivi dei palestinesi in quanto minoranza nazionale e popolo indigeno. Oltretutto vogliono sfidare la tendenza israeliana dominante “agitando le acque”.

Allo stesso tempo, molti palestinesi in Israele sono frustrati dalle lotte interne del passato. Sanno che, indipendentemente dalle loro convinzioni ideologiche – socialiste, nazionaliste o religiose – sono discriminati per il fatto di essere palestinesi. Questa sensazione è aumentata durante gli attacchi israeliani contro Gaza dell’estate 2014, quando i cittadini palestinesi di Israele si sono sentiti più minacciati che in qualunque altro momento, persino per strade, sugli autobus, all’università o sul posto di lavoro.

Contro questo contesto la Lista Unitaria è una diretta risposta alla destra israeliana, che intendeva spingere i partiti [palestinesi] fuori dell’arena politica alzanzo il quorum elettorale. Questa manovra può essere vista come un attacco contro un “trasferimento politico”, come effettivamente era, forse come preludio a un’espulsione fisica dei palestinesi. Sostituendo i partiti esistenti con “Arabi Buoni”, che siano membri dei partiti sionisti, la destra israeliana sarebbe stata in grado di presentare la “democrazia” di Israele senza sfidare l’egemonia sionista.

Avendo fallito in questo tentativo, la Destra israeliana sta ora cercando di screditare la Lista Unitaria mettendo in guardia contro la “minaccia araba” in Israele e insistendo nel definirla come una Lista Unitaria “araba”, come fa la maggior parte dei media, presentandola quindi come arabi contro ebrei. E’ importante sottolineare continuamente che la lista è ufficialmente unitaria e non araba e include ebrei non sionisti. Anche se la maggioranza dei votanti per questa lista saranno palestinesi in Israele, la lista vuole anche attirare elettori ebrei: ha lanciato la propria campagna sia in arabo che in ebraico.

La Lista Unitaria non cancellerà le differenze tra i partiti che la compongono né metterà fine all’aspro e incandescente dibattito tra i palestinesi in Israele su come la società palestinese si debba posizionare e presentare. Tuttavia evidenzia la lotta comune contro la discriminazione come contro l’occupazione, comune tra gli arabi palestinesi e le forze democratiche ebraiche. Insieme costituiscono un’alternativa democratica al campo ultranazionalista guidato da Netanyahu e al Campo Sionista di Isaac Herzog e Tzipi Livni.

La fiducia in una lotta collettiva è evidente nel programma politico della lista, che è basata su otto principi: contro l’occupazione e per una pace giusta; per l’uguaglianza nazionale e civile; contro il razzismo e il fascismo e per la democrazia; per la giustizia sociale ed ecologica e per i diritti dei lavoratori; contro l’oppressione delle donne e per il loro diritto a partecipare; per lo sviluppo della cultura, del linguaggio, dell’identità e dell’appartenenza a una nazione; contro il colonialismo; per l’eliminazione delle armi nucleari dal Medio Oriente.

La lista affronta due grandi sfide: l’incremento della percentuale di arabi che votano e avere successo nell’attrarre votanti ebrei. L’imperativo di lavorare insieme implica molti compromessi, ma è una potente tattica politica che ridefinirà il comportamento politico dei palestinesi in Israele, non solo durante queste elezioni ma anche in futuro.

La Lista Unitaria fornirà l’esperienza necessaria per la collaborazione in un ampio spettro di questioni a livello sia interno che esterno alla Knesset. Riporta il termine “collettivo” nel lessico politico dei palestinesi in Israele, una cosa contro cui i governi israeliani, sia di destra che di sinistra, hanno lottato fin dalla Nakba del 1948. In breve, è un avvenimento storico che ha la possibilità di realizzare cambiamenti sia nella politica interna dei palestinesi in Israele che in Israele stesso.

(traduzione di Amedeo Rossi)