La piattaforma virale araba che cela legami con Israele

Yossi Bartal e Amin Al Magrebi 

13 luglio 2026 +972 Magazine

Jusoor News dice di riportare le voci di strada dal mondo arabo. Tuttavia i documenti trapelati suggeriscono legami con l’intelligence israeliana e un’agenda con profonde radici filo-israeliane

Nel maggio del 2024 l’offensiva israeliana contro Gaza aveva provocato una grave crisi alimentare. Nel sud dell’enclave l’esercito israeliano aveva bloccato le vie di accesso essenziali agli aiuti umanitari. Nel nord il 30% dei neonati soffriva di malnutrizione acuta, un tasso raddoppiato in poche settimane.

Con centinaia di migliaia di palestinesi già sfollati, il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite riferiva che le scorte di cibo e carburante di Gaza si sarebbero esaurite entro pochi giorni. “La minaccia della carestia a Gaza non è mai stata così incombente”, segnalava.

E nello stesso mese un redattore senior della piattaforma mediatica in lingua araba Jusoor News contattava un attivista anti-Hamas di Gaza, chiedendogli di inviare filmati di specifiche scene dalle strade.

La testata richiedeva filmati di “mercati di Gaza” che mostrassero “frutta, verdura e altri alimenti”, nonché “persone che facevano la spesa (incluse madri con neonati che acquistavano latte artificiale o altri alimenti per bambini)”. Il referente chiedeva anche dei video di persone che “cucinavano”, “mangiavano”, “riempivano secchi d’acqua” e “bambini che giocavano con l’acqua”, secondo i messaggi visionati da +972 Magazine.

Nonostante la crescente preoccupazione internazionale per la situazione umanitaria a Gaza sempre più disperata, Jusoor sembrava cercare filmati che ritraessero esattamente il contrario, da utilizzare poi per respingere le accuse di una carestia imminente. (La fonte non ha fornito a Jusoor il materiale richiesto e +972 non è riuscita a trovare alcun filmato di questo tipo risalente a quel periodo sui canali dell’emittente).

Sul suo sito web Jusoor si descrive come una “piattaforma mediatica indipendente” che “non è affiliata ad alcuna entità politica”, che cerca storie che “rispecchino il sentire di tutte le società e popoli” del Medio Oriente e del Nord Africa. Il notiziario principale consiste in brevi video diffusi principalmente attraverso i social media, dove il suo pubblico è cresciuto rapidamente: solo su Facebook ha recentemente superato il milione di follower.

Ma Jusoor nasconde più di quanto mostri. Comunicazioni trapelate di recente da un think tank israeliano sulla sicurezza suggeriscono un collegamento tra la testata e i servizi segreti israeliani. Un esame dell’organizzazione e dell’individuo che la gestisce svela inoltre il ruolo di Jusoor all’interno di una vasta operazione segreta estesa nel tempo volta a manipolare l’opinione pubblica del mondo arabo a favore di Israele e dei suoi alleati.

Di chi è la voce?

Lanciata nel marzo 2024, Jusoor (che in arabo significa “Ponti”) si occupa di storie provenienti da tutto il mondo arabo, e tratta di politica, questioni sociali, cultura e sport. I suoi primi contenuti spaziavano dai corsi di autodifesa per donne in Egitto, al reclutamento di bambini da parte degli Houthi in Yemen fino alle difficoltà affrontate dai rifugiati siriani in Libano. In poco più di due anni la testata ha pubblicato su YouTube quasi 6.000 video, accumulando oltre 80 milioni di visualizzazioni e 150.000 iscritti alla piattaforma.

In una recente intervista ad Haaretz la caporedattrice di Jusoor ha attribuito il successo della testata alla sua attenzione nel dare voce “al pubblico”, spiegando: “Un video di una giovane donna [che parla] per strada in un paese arabo a volte riceve più visualizzazioni e più attenzione di un programma politico prodotto nei più moderni studi televisivi”. In effetti molti dei video di Jusoor sono proprio questo: presentano le opinioni di persone apparentemente scelte a caso nelle città arabe, molte delle quali esprimono sostegno ai negoziati con Israele o frustrazione nei confronti di soggetti ad essi ostili come Hamas o Hezbollah.

All’inizio una delle principali fonti del successo di Jusoor è stata la sua copertura della Siria durante e dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad. Il sito è riuscito a realizzare interviste non solo con celebrità siriane di spicco ma anche con ministri, governatori e altre figure politiche di rilievo di fresca nomina, nonché con detenuti rilasciati dalle famigerate prigioni di Assad. Pubblicava reportage da diverse aree del paese, sia sotto il controllo della nascente struttura di potere a Damasco sia sotto il controllo delle milizie curde o druse nel sud e nell’est del paese. (Il sito non sembra essere collegato a diverse altre ONG in Siria, tra cui un altro sito di notizie con lo stesso nome).

Gran parte della crescente visibilità di Jusoor è stata tuttavia raggiunta verso la fine del 2025, quando ha iniziato a pubblicare regolarmente reportage dall’interno di alcune zone di Gaza dove l’esercito israeliano aveva deportato la popolazione palestinese ad eccezione dei gruppi di miliziani anti-Hamas che lo stesso esercito arma e sostiene.

È singolare che a una rete araba sia permesso di operare liberamente in un’area sotto il pieno controllo dell’esercito israeliano e interdetta ai media palestinesi, internazionali e persino alla maggior parte dei media israeliani. Eppure nell’ultimo anno l’emittente ha regolarmente trasmesso filmati esclusivi da quella che è ora nota come Rafah orientale, sede della Milizia delle Forze Popolari (più comunemente chiamata Abu Shabab dal nome del suo leader, ucciso l’anno scorso). Il video di Jusoor più visto su YouTube mostra una visita guidata dall’attuale leader del gruppo Ghassan Duhine lo scorso dicembre.

Jusoor ha pubblicato l’anno scorso anche un reportage video che metteva a confronto diretto le pratiche di detenzione e tortura nelle prigioni gestite da Hamas a Gaza e quelle della Siria di Assad. Il reportage includeva le testimonianze di tre attivisti anti-Hamas con il titolo “Non è diverso da Saydnaya”, riferendosi alla prigione di Assad che Amnesty International ha definito un “mattatoio umano”.

La testata non ha mai denunciato le diffuse torture e gli abusi che palestinesi e siriani subiscono nelle carceri e nei centri di detenzione militari israeliani. E anche questo non è un caso.

Collaborazioni ricercate e acquisite

Negli ultimi due anni alcuni hacker presumibilmente affiliati all’intelligence iraniana hanno diffuso pubblicamente milioni di file e comunicazioni dalle caselle di posta elettronica di politici, ministeri e altre importanti istituzioni e organizzazioni israeliane.

Uno di questi recenti attacchi informatici, reso accessibile ai giornalisti tramite l’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, ha preso di mira il principale think tank israeliano in materia di sicurezza, l’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), che collabora strettamente con la comunità dell’intelligence israeliana – composta da Mossad, Shin Bet e dalla Direzione dell’Intelligence Militare – e i cui membri provengono spesso direttamente dai quei ranghi.

L’istituto gestisce un programma di ricerca su quello che definisce “asse sciita”, che comprende l’Iran e i suoi alleati tra cui Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e, prima del suo crollo, il regime di Assad in Siria. Tra le migliaia di file e messaggi trapelati da questo programma sono emersi indizi su chi si cela realmente dietro Jusoor e quale sia la sua vera missione.

Nell’ottobre del 2024 un’e-mail inviata al team del programma invitava i membri a una riunione su Zoom con Joseph Braude. L’e-mail presentava Braude come il fondatore del Center for Peace Communications (CPC), il cui lavoro, si leggeva nel messaggio, “contrasta le narrazioni estremiste in Medio Oriente”.

Secondo l’e-mail, a questo scopo il CPC “utilizza piattaforme mediatiche di contrasto a quelle narrazioni e gestisce stazioni radiofoniche in regioni sensibili come la Siria, con l’obiettivo di influenzare le popolazioni locali”, aggiungendo che Braude “cerca collaborazioni con entità politiche e di sicurezza in Israele per sostenere le attività del CPC”. Un altro messaggio trapelato afferma che l’organizzazione mira a “gestire campagne creative di sensibilizzazione contro i nemici di Israele, con una recente attenzione ad Hamas e Hezbollah”.

Sebbene non sia emerso alcun verbale dell’incontro, un documento separato che descrive dettagliatamente le attività del programma ne illustra così l’esito: “Ha messo in contatto Joseph Braude con le fonti pertinenti all’interno dei servizi segreti” al fine di sostenere il lavoro del CPC “nel promuovere il pensiero filo-occidentale e filo-israeliano nei paesi dell’Asse [sciita]”.

I nomi delle piattaforme utilizzate dal CPC per promuovere il “pensiero filo-israeliano” non sono specificati. Tuttavia, un altro documento trapelato dall’attacco hacker all’INSS indica che Jusoor è attore primario di questo progetto.

Un incontro segreto

Nel settembre 2025 si è tenuto a Cipro un incontro segreto a cui hanno partecipato un membro dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale e diversi giornalisti, ricercatori e personalità influenti provenienti da Israele e Giordania. Era presente anche il vice ambasciatore israeliano in Giordania.

Secondo un resoconto dell’incontro, redatto da un membro dell’INSS e poi trapelato, l’attenzione si è concentrata sulle “azioni nei media necessarie a migliorare le relazioni tra Israele e Giordania”. Il workshop, prosegue il resoconto, “è stato organizzato dal Center for Peace Communications e dal canale Jusoor sotto la guida di Joseph Braude e del suo team”.

Il resoconto afferma inoltre che la maggior parte dei partecipanti giordani “prende parte, apertamente o segretamente, alle attività di Jusoor”. Aggiunge che il gruppo ha concordato di creare un team per progetti futuri, in particolare per supportare “video che saranno prodotti dal CPC e trasmessi sul canale Jusoor” con l’obiettivo di “smentire le teorie di un complotto anti-israeliano” e di presentare oratori israeliani “che esprimono apprezzamento per la casa reale giordana”.

In quel periodo Jusoor iniziò a pubblicare video che mostravano milizie filo-israeliane all’interno delle aree della Striscia di Gaza controllate da Israele. Poco dopo i giornalisti israeliani che avevano partecipato all’incontro di Cipro pubblicarono servizi sui propri canali televisivi elogiando il lavoro di Jusoor e difendendolo dagli attacchi.

Lo scorso dicembre Lior Ben Ari, corrispondente per il mondo arabo di Ynet [la maggior fonte israeliana in inglese, ndt.] ha intervistato Hadeel Oueis, caporedattrice di Jusoor, per un articolo sulle minacce di Hamas ai giornalisti di Jusoor a Gaza. “Ogni volta che vedono qualcuno intervistato da Jusoor contro Hamas, lo inseguono e mandano le Brigate Al-Qassam a chiedere chi ha condotto l’intervista”, ha raccontato Oueis. “Alcuni dei nostri reporter si nascondono, spostandosi di tenda in tenda”.

E dopo che Jusoor è stato temporaneamente bandito dal governo siriano nel marzo di quest’anno (con la motivazione che operava senza la necessaria licenza), Roi Kais, corrispondente per il mondo arabo dell’emittente pubblica israeliana Kan, ha presentato un servizio in difesa della rete, descrivendola come “un organo di informazione che ha essenzialmente sede a Washington, ma il cui obiettivo è combattere tutte le manifestazioni di estremismo nella regione, come l’asse filo-iraniano e l’asse dei Fratelli Musulmani… e che cerca di sostenere anche… le milizie che contrastano Hamas”.

Né l’INSS, né Ben Ari, né Kais hanno risposto alle richieste di commento di +972.

La mano non così nascosta

Secondo i documenti fiscali statunitensi il Center for Peace Communications è un’organizzazione relativamente piccola con sede a Long Island, New York, e un budget annuale ufficiale di circa 1,5 milioni di dollari. Tutti i suoi donatori, una lista pubblica, sostengono iniziative ebraiche e filo-israeliane.

Fondata nel 2019, l’organizzazione è guidata da Braude, studioso di Medio Oriente e scrittore di origini ebraico-irachene, che si descrive come uno che ha “lavorato per 30 anni nel campo della promozione dei legami [tra Israele e il mondo arabo]”. Braude aveva pianificato una carriera al Pentagono prima di essere condannato nel 2004 per furto di antichità irachene. In seguito ha lavorato per think tank come il neoconservatore Foreign Policy Research Institute e l’emiratino Al-Mesbar Studies and Research Center, e ha collaborato intensamente con il Washington Institute for Near East Policy (WINEP), affiliato all’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, lobby americana di pressione filo-israeliana, ndt.]

Nel 2019 Braude ha pubblicato con WINEP un libro intitolato Reclamation: A Cultural Policy for Arab-Israeli Partnership [Riconquista: una politica culturale per il partenariato arabo-israeliano], descritto in quarta di copertina come il “primo passo per la creazione del Center for Peace Communications”. Nel libro propone “una massiccia campagna di riconquista dello spazio culturale della regione a favore dei sostenitori di un partenariato arabo-israeliano”, attraverso un “think tank d’azione”.

In 160 pagine il libro delinea il piano di una vasta campagna di propaganda, ispirata alla ormai defunta U.S. Information Agency [agenzia governativa statunitense di propaganda attiva 1953-1999 in collaborazione con regimi autocratici e i loro apparati di sicurezza, ndt.] Braude suggerisce che i governi degli Stati Uniti e di Israele possano perseguire sistematicamente questa strategia “aiutando e mettendo in contatto gli attori non statali che già operano sul campo”.

Nel 2023 il CPC ha iniziato a collaborare con The Free Press, una testata americana di destra considerata vicina al presidente Donald Trump. Da allora il CPC ha co-prodotto decine di articoli per la testata riguardanti Gaza, la Siria e il Libano, tra cui poco più di un anno fa un video-ritratto molto favorevole a Yasser Abu Shabab, all’epoca leader della Milizia filo-israeliana Forze Popolari a Gaza.

In quel video, assumendo un ruolo a metà tra quello di esperto e quello di portavoce di Abu Shabab, Braude stesso spiega come “la presenza di una milizia apertamente anti-Hamas a Gaza rappresenti una minaccia diretta alla pretesa di Hamas di essere l’unico organo di governo nella Striscia”, e presenta il gruppo come “un serio esperimento politico di autogoverno a Gaza dopo la caduta di Hamas”.

L’anno scorso CPC ha persino tentato – seppur senza successo – di stabilire contatti tra Abu Shabab e alcuni parlamentari tedeschi, evidenziando il ruolo di Braude come agente non ufficiale di pubbliche relazioni della Milizia. E mentre Braude e CPC lavorano per amplificare la visibilità in Occidente delle milizie filo-israeliane e anti-Hamas di Gaza, Jusoor ha svolto un’analoga attività di pubbliche relazioni nel mondo arabo.

Negli ultimi mesi la testata ha pubblicato interviste esclusive e filmati con altri leader di milizie a Gaza le cui bande ricevono aiuti e supporto militare da Israele, tra cui Shawqi Abu Nusaira e Hussam Al-Astal. (Jusoor ha talvolta descritto quest’ultimo come un “coordinatore della zona umanitaria” o un “coordinatore della zona sicura”, adottando la terminologia israeliana per le aree sotto il controllo delle milizie).

Sebbene gran parte di ciò che Braude e CPC condividono sui social media sia costituito da filmati raccolti da Jusoor, la saldezza del legame è sotto gli occhi di tutti. Dai registri di trasparenza sulla pagina Facebook di Jusoor emerge che l’account è stato originariamente creato nel 2019 con il nome di Consiglio Arabo per l’Integrazione Regionale, e che rappresentava la prima grande iniziativa del CPC. (L’account ha cambiato nome in Jusoor News solo nel marzo 2024.)

Non più attivo e ormai per lo più dimenticato, il Consiglio Arabo – composto da 35 personalità pubbliche – criticava le iniziative del movimento BDS contribuendo al contempo a gettare le basi per gli Accordi di Abramo. Nonostante le dimensioni modeste godeva di accesso a influenti circoli politici: alla fine del 2019 l’allora Segretario di Stato americano Mike Pompeo elogiò pubblicamente il Consiglio per aver promosso “una visione regionale di pace e coesistenza”; in un videomessaggio pubblicato nell’agosto successivo sull’account YouTube del CPC l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair si congratulava con il Consiglio alla sua riunione inaugurale.

La caporedattrice di Jusoor Hadeel Oueis è assunta direttamente dal CPC che sul suo sito web la descrive come “responsabile della comunicazione in lingua araba per conto del Centro”. Originaria della Siria e ora residente negli Stati Uniti, è salita alla ribalta con il nome di Hadeel Kouki all’inizio della rivolta siriana nel 2011; all’epoca studentessa diciannovenne, apparve sui media arabi e internazionali per denunciare il regime di Assad.

Nel 2012, ancora con il nome di Kouki, fu invitata dal gruppo filo-israeliano UN Watch [ONG statunitense con sede a Ginevra, nata nel 1993 per “monitorare le Nazioni Unite”, ndt.] a una conferenza da questo co-organizzata, nonché a una riunione del Consiglio per i Diritti Umani. Da lì, secondo la biografia di Oueis sul sito web del Washington Institute for Near East Policy, incontrò una delegazione statunitense che la aiutò a trasferirsi negli Stati Uniti.

Una delle ultime iniziative di Oueis è un programma settimanale sulla piattaforma mediatica recentemente lanciata Al-Janoub Al-Youm (“Il Sud Oggi”). La piattaforma online è dedicata alla copertura del sud dello Yemen, un’area strategicamente importante dove i movimenti separatisti – sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti e disposti ad aderire agli Accordi di Abramo – hanno recentemente acquisito importanza. La prima edizione di “The American Window”, condotta da Oueis, ha presentato un’intervista con un ex direttore del Dipartimento della Difesa statunitense sui “gruppi filo-iraniani”. (Braude e Oueis non hanno risposto alle richieste di informazioni in merito a un eventuale collegamento tra la nuova testata yemenita e Jusoor e il CPC).

Dissenso di un solo tipo

Nella regione il lavoro sul campo di Jusoor si basa su interviste e riprese video effettuate da persone del posto. Tuttavia alcuni collaboratori che hanno lavorato per la testata sia in Siria che a Gaza hanno dichiarato a +972 di non essere a conoscenza dei legami di Jusoor con il CPC, con gruppi di pressione filo-israeliani o con l’intelligence israeliana, e di aver operato nella convinzione di contribuire a una testata indipendente che condivideva i loro valori di pace e democrazia.

Fonti in Siria hanno riferito a +972 che per i collaboratori di Jusoor la norma era uno stipendio mensile di 600 dollari e un compenso di 100 dollari a pezzo per i freelance. A Gaza le tariffe variano dai 200 ai 400 dollari per ogni reportage video.

Un collaboratore di Jusoor in Siria ha dichiarato a +972 che la testata “pubblicava contenuti che rischiavano di intensificare le divisioni in una società già lacerata da anni di guerra”. Come esempio ha citato un’intervista di strada in cui un uomo criticava la presenza nella capitale di persone provenienti da fuori Damasco. “Questi contenuti a volte diventano virali, ma tendono ad aggravare le tensioni sociali esistenti”, ha spiegato la fonte.

Una fonte a Gaza che ha collaborato con la testata ha espresso obiezioni anche sulle scelte editoriali di Jusoor, che, secondo la fonte, rappresentano una severa repressione del dissenso contro Israele e i suoi alleati. “Esprimere a Jusoor la propria opinione contro la condotta sia di Israele che di Hamas a Gaza potrebbe significare che le proprie parole vengano filtrate, lasciando intatta solo una delle due critiche”, ha spiegato la fonte.

A differenza della Siria, dove i giornalisti di Jusoor spesso portano con sé microfoni con il logo della testata, i reporter che lavorano a Gaza per la testata non lo fanno. Di conseguenza, ha spiegato una fonte che ha lavorato con Jusoor nella Striscia, le persone intervistate non sono sempre consapevoli di parlare con Jusoor, cosa che è stata ripetutamente stigmatizzata da Hamas. Quindi gli intervistati vengono inconsapevolmente messi a rischio quando i miliziani di Hamas cercano le persone apparse nei reportage di Jusoor, interrogandole per identificare i giornalisti che lavorano per la testata.

In una recente intervista con Haaretz Oueis si è rifiutata di rispondere a una domanda sulle fonti di finanziamento di Jusoor e ha respinto le critiche alla sua “iniziativa mediatica non convenzionale” come proveniente da siti di notizie affiliati ad Hamas. “Gran parte degli attacchi sono di natura personale, diretti contro di me come donna e non come giornalista o caporedattrice di una piattaforma di notizie”, ha affermato. “Qualsiasi posizione che si discosti dalla generale ‘linea di resistenza’ araba è accusata di essere essenzialmente uno ‘strumento’ [degli israeliani]”.

Il rifiuto di Jusoor di rivelare i suoi finanziamenti e la sua insistenza nell’essere visto come un media indipendente impegnato nella libertà di stampa si scontra con l’approccio del suo apparente fondatore e leader nei confronti di altri media critici nei confronti di Israele. Il libro di Braude del 2019, che delineava un progetto per quello che sarebbe diventato Jusoor, parlava dell’importanza di “denigrare le affermazioni di soggetti ostili”. Questo, ha continuato, “comporterebbe la preparazione di dossier su ciascun canale preso di mira, inclusa non solo una trattazione del suo contenuto ma anche un’indagine sulla proprietà, la struttura gestionale e il personale”.

Questo approccio si riflette anche nella partnership del CPC con The Free Press, con la ripresa di materiale dell’organizzazione in un rapporto video contro Al Jazeera pubblicato nel settembre 2025, condiviso da Oueis su X insieme all’ambasciata americana di Israele. Il video, basato su testimonianze anonime, ipotizzava che i giornalisti che lavorano per Al Jazeera a Gaza abusino del loro presunto status protetto e siano in realtà agenti attivi di Hamas.

Il video proseguiva difendendo l’assassinio di Anas Al-Sharif di Al Jazeera e dei suoi tre colleghi in un attacco israeliano alla tenda dei media fuori dal cancello principale dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City, affermando senza prove che “tali tende spesso fungono anche da centri di comando di Hamas”.

Joseph Braude e Hadeel Oueis non hanno risposto a nessuna delle specifiche domande di +972 riguardanti i documenti dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale trapelati o la natura del rapporto di Jusoor e del CPC con The Free Press e le milizie filo-israeliane a Gaza.

Oueis ha inviato un’e-mail di una sola frase: “Jusoor News è orgoglioso di amplificare le voci messe a tacere in tutto il mondo arabo; confermiamo tutti i nostri resoconti”. Braude ha seguito pochi minuti dopo con una risposta altrettanto secca: “Mentre voi elaborate teorie del complotto, il CPC lavora instancabilmente per promuovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa”.

Yossi Bartal è un giornalista investigativo con sede a Berlino, in Germania. Il suo ultimo progetto, #Israelfiles, sulla guerra legale israeliana contro i diritti umani, sostenuto dalla rete European Investigative Collaboration (EIC), è stato pubblicato da numerose testate in tutta Europa.

Amin Al Magrebi è un giornalista indipendente con sede a Berlino, nato e cresciuto nel campo profughi di Yarmouk a Damasco.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Prima Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Il governo israeliano ha approvato decine di colonie collocate strategicamente in tutta la Cisgiordania. L’obiettivo: creare sul terreno una situazione irreversibile.

Oggi stiamo creando eventi storici sul terreno. Lo Stato palestinese è stato tolto di mezzo, non con degli slogan ma con fatti concreti. Ogni comunità [ebraica, ndt.], ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa.” Il ministro Bezalel Smotrich ha fatto queste affermazioni l’agosto scorso, in seguito all’approvazione del piano E1, che consente di costruire tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim. “Questo è un passo significativo che cancella di fatto l’illusione dei ‘due Stati’,” ha aggiunto.

L’approvazione del progetto, inteso a separare il nord della Cisgiordania dal sud e rinviato da anni a causa delle pressioni internazionali, ha attirato l’attenzione pubblica in tutto il mondo e in Israele.

Ma lontano dall’attenzione dei media, durante il mandato dell’attuale governo è in corso un’iniziativa ben più ampia che sta escludendo sempre più la possibilità in cui molti israeliani ancora credono: la separazione territoriale dai palestinesi. Ciò viene fatto attraverso l’approvazione di non meno di 103 colonie, uno sviluppo strategico che sta cambiando la mappa della Cisgiordania.

Dal 1967 [anno della Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione israeliana di Alture del Golan, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ndt.] fino alla formazione dell’attuale governo, Israele ha creato e legalizzato 127 colonie in Cisgiordania. Dall’inizio dell’attuale legislatura quel numero è quasi raddoppiato, per ora sulla carta. Insieme ad esse ci sono più di 300 avamposti, più di metà dei quali creati durante la guerra [contro Gaza, ndt.] a differenti livelli di legalizzazione. Recentemente il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’iniziativa per legalizzarne circa 140.

Il risultato è che in Cisgiordania ora ci sono più di 470 punti di colonizzazione destinati a cancellare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha affermato in vari modi, compreso un video dello scorso gennaio sulle reti sociali rivolto al presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha dichiarato: “È così che si seppellisce l’idea palestinese.” Ha ricevuto il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo scorso settembre ha affermato che “non verrà mai creato uno Stato palestinese. Questa è una vera rivoluzione e sta passando totalmente inosservata,” afferma Hagit Ofran, dell’Osservatorio sulle Colonie di Peace Now [associazione israeliana contro l’occupazione, ndt.]. “La Cisgiordania non assomiglia a quello che era tre anni fa. Qui sono successe cose estremamente drammatiche: l’approvazione di nuove colonie, il ritiro dagli accordi di Oslo e in direzione di una situazione di annessione di fatto, un folle afflusso di fondi per infrastrutture e strade, il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’acquisizione di un milione di dunam (1 dunam corrisponde a circa 1.000m2) da parte di avamposti agricoli ed espulsioni che sono il risultato di uno sforzo comune dell’esercito israeliano e dei coloni, e non c’è alcun dibattito pubblico riguardo a tutto questo.”

Secondo Ofran questa è la ricetta per un disastro: “Le nuove colonie creeranno un’enorme fardello per il sistema della difesa, a cui non solo verrà chiesto di garantirne la sicurezza, ma anche di fare i conti con i loro effetti: l’assenza di un orizzonte politico e la crescente disperazione e pressione tra i palestinesi, indebolendo nel contempo la posizione politica di Israele.”

La sua opinione è condivisa dall’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv, che recentemente ha pubblicato un documento in cui sostiene che la trasformazione politico-ideologica che sta avvenendo in Cisgiordania, con al centro i nuovi insediamenti, crea allo Stato di Israele un grave rischio politico e di sicurezza

Tutto ciò ha anche un costo economico. Secondo i dati del monitoraggio di Peace Now l’attuale governo ha investito almeno 19,8 miliardi di shekel (5,79 miliardi di euro) nello sviluppo delle colonie e in infrastrutture. Questa cifra ovviamente non include l’aumento previsto nel bilancio della difesa se, come ha detto recentemente il maggior generale Avi Bluth [che vive in una colonia, ndt.], capo del Comando Centrale, “la gente deve capire che c’è meno denaro per lo sviluppo del Paese perché siamo impegnati a difendere tutte le zone al di fuori dei nostri confini e all’interno della popolazione palestinese,” afferma Ofran.

Un’analisi dei dati sulle 103 colonie approvate rivela una mossa attentamente pianificata. Include passi che Israele ha evitato per decenni, così come nuovi sviluppi, come la legalizzazione di colonie all’interno di zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e di avamposti impegnati nell’espulsione di comunità [palestinesi, ndt.]. Ma emerge soprattutto un chiaro obiettivo: le nuove colonie, alcune delle quali previste in zone che non hanno mai avuto una presenza israeliana, sono state pensate per frammentare le aree palestinesi in Cisgiordania.

E mentre Smotrich ha ripetutamente dichiarato che si tratta di una “rivoluzione”, sembra che l’opinione pubblica israeliana, che si è riversata in massa in piazza per protestare a favore del carattere democratico ed ebraico di Israele, sia ignara di quello che sta avvenendo, nonostante il chiaro rapporto tra l’impedire la soluzione a due Stati e il carattere dello Stato [di Israele].

Il fenomeno del terrorismo ebraico è effettivamente riuscito a penetrare nei principali media, ma è solo la punta dell’iceberg di un’iniziativa molto più ampia in direzione di un’annessione silenziosa della Cisgiordania. Quelli che la stanno guidando non sono “hilltop youth” [“giovani delle cime delle colline”, gruppo di coloni estremisti particolarmente violenti, ndt.] o coloni a capo di avamposti, ma il governo di Israele, e secondo esperti di organizzazioni accademiche e della società civile la cosa potrebbe già essere irreversibile. Questa annessione sta avvenendo non solo de facto, ma anche de jure.

Un livello allarmante di permessi

L’iniziativa più importante nella rivoluzione dell’annessione è stata siglata con l’accordo di coalizione, la nomina di Smotrich a ministro aggiunto nel ministero della Difesa e la creazione dell’Amministrazione degli Insediamenti, che è subentrata all’Amministrazione Civile [ente militare che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] riguardo alle competenze civili nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto temporaneo controllo civile e militare israeliano, ndt.]. Quindi Smotrich è diventato l’autorità che gestisce l’attività dell’esercito riguardo a territorio, legalizzazione, pianificazione ed esecuzione delle decisioni, legislazione nelle aree civili attraverso ordini militari e altre questioni. Anche la consulenza legale su queste materie è stata trasferita dalla procura generale militare, che è vincolata alle leggi internazionali, a un consulente legale del ministero della Difesa.

Nel 2023 sono state prese due iniziative complementari: in febbraio il governo ha autorizzato il gabinetto di sicurezza a discutere la fondazione e legalizzazione delle colonie in vece sua e in giugno è stato approvato un emendamento che ha abbreviato il processo per ottenere licenze edilizie nelle colonie e ha trasferito l’autorità di concederle dal ministero della Difesa a Smotrich. Il risultato è stato da una parte una vertiginosa accelerazione nella promozione delle costruzioni in Cisgiordania e dall’altra la rapida approvazione di colonie senza il controllo dell’opinione pubblica.

Secondo i dati di Peace Now alla fine del 2025 in Cisgiordania sono state approvate più di 40.000 unità immobiliari (questo mese Smotrich ha annunciato che il numero è arrivato a 60.000), così come la creazione di 103 colonie. Per fare un confronto, nel decennio precedente al mandato dell’attuale governo erano state approvate solo sei colonie.

Tra febbraio 2023 e marzo 2025 il gabinetto di sicurezza si è riunito tre volte ed ha approvato 28 colonie, tutte avamposti o “quartieri” già creati che si sono separati dal territorio di competenza di colonie esistenti. Ma dal maggio 2025 la tendenza si è intensificata, sia come numero di insediamenti approvati (74 in meno di un anno) che come loro collocazione.

Lo scorso marzo il gabinetto di sicurezza ha legalizzato 34 nuove colonie, anche su terra di proprietà privata palestinese, in aree designate zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e in luoghi isolati in mezzo a comunità palestinesi. In quella stessa riunione il capo di stato maggiore ha avvertito che la mossa era in contraddizione con il fabbisogno di personale dell’esercito israeliano. Come risposta la coalizione lo ha rimproverato.

I 103 insediamenti approvati includono 48 avamposti legalizzati, 24 ampliamenti o separazioni da colonie esistenti e 31 nuove colonie, comprese 4 che erano state evacuate nel disimpegno del 2005.

Tuttavia il punto più significativo che emerge dall’analisi dei dati è la logica spaziale che guida i permessi: insieme all’ampliamento dei blocchi di insediamenti già esistenti, per esempio quelli di Shiloh e Talmonim, c’è un’iniziativa per concentrare i punti di colonizzazione lungo le strade dell’Area C e nei luoghi isolati, creando ostacoli tra aree sotto il controllo dell’ANP e interrompendo ogni contiguità territoriale.

Ciò è direttamente funzionale alla visione del “Piano Decisivo” di Smotrich per creare cantoni palestinesi isolati tra loro e porre fine alle aspirazioni nazionali dei palestinesi. Lo scorso settembre Smotrich ha chiarito che l’unico diritto di voto che verrebbe concesso ai palestinesi sarebbe per le elezioni municipali “nei loro cantoni, dove saranno amministrati” e non “per un parlamento sovrano”.

Secondo Ofran non si tratta di una visione del futuro. “Già oggi in Cisgiordania gli israeliani hanno diritti e i palestinesi no. Non per niente il mondo lo definisce apartheid,” afferma. “La concentrazione delle colonie tra le zone palestinesi e il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese sono mosse molto significative che impediscono concretamente un compromesso politico. Perchè? Per questa ragione: ci vuole un’entità con cui possa essere raggiunto un compromesso. Non puoi sviluppare un’entità e un’economia palestinesi se il suo territorio contiene centinaia di punti sotto il controllo di un altro Stato, comprese le strade circostanti. La cosa semplicemente non funziona.

Si consideri anche il messaggio che Israele sta inviando all’opinione pubblica palestinese”, aggiunge Ofran. “Stiamo chiarendo loro che non c’è motivo di tentare di risolvere pacificamente il conflitto, e di fatto li stiamo spingendo verso soluzioni radicali e violente. Smotrich sa che indebolendo l’ANP rafforza Hamas. E lo ha detto esplicitamente (nel 2015): ‘Hamas è una risorsa’.”

Agli occhi di molti israeliani che si definiscono progressisti il piano di “cantonalizzazione” di Smotrich è un’idea estremista e “deludente”. Ma in larga misura è già la situazione sul terreno. Benché esista ancora un’entità nazionale palestinese nella forma dell’ANP, il piano è di liberarsi anche di quella: lo scorso settembre, dopo che Netanyahu ha chiarito che non avrebbe esercitato la sovranità in Cisgiordania, il ministro delle Finanze ha affermato che avrebbe fatto uso di ogni mezzo a sua disposizione per far collassare la già vacillante ANP, compreso il suo sistema sanitario. “In pratica Israele controlla già tutta la Cisgiordania e l’ANP è diventata un subappaltatore che si occupa della raccolta dei rifiuti e paga gli stipendi dei docenti,” dice Ofran.

La pianificazione territoriale che sta dietro questa mossa è particolarmente evidente nella zona del Consiglio Regionale della Samaria, dove sono stati approvati 28 insediamenti, 12 dei quali nuovi e alcuni in zone in cui non c’è mai stata una presenza israeliana. Diciannove colonie si trovano nel nord della Cisgiordania, dove c’è la più estesa contiguità dell’Area A nella regione, frammentata da due lingue dell’Area C che fino al 2023 erano sottoposte alla Legge del Disimpegno [decisa dal governo Sharon nel 2005 e revocata nel 2023, ndt.] e in cui agli israeliani era vietato l’ingresso.

Le colonie approvate nella zona includono le quattro evacuate nel disimpegno [del 2005, ndt.] e nuovi insediamenti, tutti su terre che circondano o frammentano la contiguità palestinese. Per spostarsi tra di essi i coloni devono viaggiare attraverso l’Area A per evitare deviazioni che richiederebbero l’uscita nel territorio sotto sovranità israeliana e il ritorno in Cisgiordana attraverso un altro posto di blocco. In altre parole ciò significa ulteriore erosione degli Accordi di Oslo.

Questo obiettivo si rispecchia in altre aree della Cisgiordania. Sulle colline occidentali di Hebron sono stati approvati tre nuovi insediamenti, due dei quali su una stretta lingua dell’Area C in cui vivono palestinesi. Oggi nell’area si trova solo l’isolata colonia di Negohot, accessibile da ovest attraverso un posto di blocco che serve solo la colonia. Ma gli ulteriori insediamenti creeranno una contiguità [israeliana] che richiederà nuove strade e si prevede frammenterà la contiguità palestinese, isolerà i villaggi nei pressi della barriera nell’Area B e bloccherà la contiguità dell’Area A da ovest, tra Dahriyah ed Hebron.

Anche qui l’iniziativa sta procedendo a notevole velocità e questo mese sono già iniziati lavori di preparazione del terreno. Allo stesso modo a est di Efrat tra tre villaggi palestinesi è prevista la colonia di Ma’aleh Arugot, che funge da punto di connessione tra insediamenti sparsi a ovest e a est del blocco di Gush Etzion, che sono attualmente separati dalla contiguità palestinese.

A ovest di Ramallah le colonie sono state approvate in due sezioni separate, creando contiguità fino al muro di separazione e la Linea Verde [il confine riconosciuto di Israele, ndt.] e rendendo confusa la frontiera: tre colonie tra Beit Horon e Mevo Horon e cinque tra il blocco di Talmonim a est e la città palestinese di Ni’lin a ovest. Alla cerimonia di inaugurazione di Maoz Tzur, un insediamento legalizzato su terreni privati [palestinesi, ndt.] all’interno di una zona di tiro, Ze’ev “Zambish” Hever, direttore esecutivo dell’organizzazione di coloni Amana, l’ha definito un sogno che si è realizzato: “Stiamo ponendo fine alla separazione tra Modi’in e Beit Horon e nei prossimi mesi, se Dio vuole, saremo collegati anche con i blocchi di Talmonim e Dovel.” La cancellazione della Linea Verde sta avvenendo anche in altre aree, inclusa la legalizzazione di avamposti cuscinetto lungo la barriera.

Fine della Prima Parte

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi




‘Vogliono spezzare la nostra volontà’: un’attivista della flotilla di Gaza parla di stupro nella detenzione israeliana

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

15 luglio 2026 – The Guardian

Anna Liedtke ha sporto una denuncia penale per una presunta aggressione da parte di carceriere donne sostenendo che gli abusi erano intesi a far tacere i manifestanti

Stando a interviste e denunce penali presentate in Israele, la terza volta che Anna Liedtke è stata costretta a spogliarsi per una perquisizione illegale in un carcere israeliano le carceriere l’hanno costretta a inginocchiarsi, tappandole la bocca per impedirle di urlare e l’hanno stuprata.

Ha raccontato di aver sentito ridere dei carcerieri durante l’aggressione che lei pensa abbiano visto e forse filmato. Il fatto si è svolto in una zona separata dal corridoio d’ingresso della prigione da una tenda parzialmente tirata che chi l’ha aggredita aveva lasciato aperta.

Liedtke, 25 anni, faceva parte della flottiglia che lo scorso autunno era salpata dall’Europa diretta a Gaza con aiuti umanitari. L’8 ottobre le forze israeliane hanno intercettato la sua imbarcazione in acque internazionali e l’hanno trasportata in Israele, dove è rimasta in detenzione per cinque giorni.

Gli abusi e le violenze, inclusi stupri, nelle prigioni israeliane contro i partecipanti alla flotilla avevano l’intenzione di intimidirci, dice Liedtke. “È chiaro che volevano spezzare la nostra volontà e farci tacere rendendo il tutto così traumatico che non avremmo mai più parlato di Palestina,” ha detto al Guardian.

Al contrario pochi giorni dopo lei l’ha raccontato ad amici e medici. A dicembre è diventata la prima attivista della flotilla a parlare pubblicamente di stupro durante la detenzione israeliana. Più di una decina di altre persone, la maggioranza in forma anonima, hanno riportato aggressioni sessuali.

Ora gli avvocati che rappresentano Liedtke in Israele hanno presentato una denuncia chiedendo alle autorità un’indagine sulle sue accuse. La legge israeliana definisce lo stupro una penetrazione completa non consensuale.

Non ho motivo di vergognarmi,” ha detto Liedtke nella sua prima intervista sulla causa legale. “Se restiamo in silenzio lo faranno a un’altra persona.”

La denuncia, presentata al Procuratore Generale israeliano, al Consulente legale del servizio carcerario israeliano, al Dipartimento per le indagini delle Guardie Carcerarie (Yahas) e al comandante della prigione di Givon, è una sfida alla “cultura dell’impunità” per abusi contro prigionieri in Israele, ha detto Muna Haddad la legale di Liedtke.

È desiderio di Anna cercare giustizia e perseguire tutte le vie per far sì che i colpevoli paghino per tali azioni. Vogliamo anche attirare l’attenzione su come il sistema israeliano risponderà davanti alle nostre richieste di aprire un’inchiesta,” ha detto Haddad, avvocata di Adalah, un’organizzazione palestinese per i diritti umani basata in Israele.

Violenza sessuale e stupro sono violazioni ricorrenti che sono state perpetrate contro prigionieri palestinesi da circa tre anni… Ora assistiamo a un’escalation poiché Israele è pronto a estendere questa condotta a cittadini stranieri che operano in solidarietà con i palestinesi.”

Rifiutandosi di cedere alla vergogna, Liedtke ha trasformato l’attacco in una componente del suo attivismo, diventando una voce per coloro che sono ancora nelle carceri israeliane o che potrebbero diventarne bersagli in futuro. Ha detto: “Non penso che [parlarne apertamente] porrà fine agli stupri nelle prigioni. Ma da donna e politica sento la responsabilità di far sentire la mia voce e in tal modo combatterli.

Questa non è solo la mia esperienza personale, è un comportamento più sistematico. E non sottolineerò mai abbastanza che è stato meno, molto meno di quello che subiscono i prigionieri palestinesi.”

Israele ha normalizzato la tortura dei palestinesi detenuti nelle sue carceri, mentre politici di governo hanno celebrato gli abusi di attivisti stranieri e denunciato il fallito tentativo di perseguire i soldati per aggressioni e stupri ben documentati.

A maggio l’ONU ha incluso Israele nella lista nera per violenza sessuale nel corso di conflitti, citando abusi da parte delle forze di sicurezza, inclusi stupri di detenuti, e questo mese la Gran Bretagna ha espresso preoccupazione presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per le aggressioni sessuali in centri di detenzione israeliani.

La polizia australiana sta investigando accuse di stupro e tortura fatte da partecipanti alla flotilla di maggio e il Pubblico Ministero francese ha aperto un’inchiesta per crimini di guerra per sospetto di tortura e maltrattamenti di concittadini in carceri israeliane.

Liedtke era stata informata da partecipanti di precedenti flotille prima di salpare dall’Italia meridionale il 30 settembre su un grande traghetto dismesso con circa altri 100 attivisti. Aveva cercato di prepararsi mentalmente alla possibilità di violenze, inclusa l’aggressione sessuale, in strutture di detenzione israeliane, ma poi ha capito che era quasi impossibile.

Ha detto: “Puoi sapere che ti aggrediranno sessualmente e puoi dire a te stessa, OK, lo faranno. E nel momento in cui succede è come se tu non ne avessi mai sentito parlare. È perché non sai come il tuo corpo reagirà.”

Ora il suo consiglio per altri attivisti è sia politico che pratico. “Devi essere convinta che questa è la missione giusta. E alla fine capisci che niente ti potrà preparare.”

L’8 ottobre è stata svegliata verso le 4 e mezza del mattino dal capitano che annunciava: “Questa non è un’esercitazione, gli israeliani stanno arrivando.” [I soldati] Sono saliti a bordo dell’imbarcazione, hanno trasportato gli attivisti su una bettolina e hanno fatto vela verso il porto israeliano di Ashdod, dove sono arrivati la sera.

Liedtke è stata portata per l’interrogatorio e ha detto che uno che parlava un tedesco fluente l’ha chiamata “puttana nazista”.

Ha detto che la prima aggressione sessuale è avvenuta subito dopo, con una perquisizione personale durante la quale era stata denudata. La legge israeliana richiede il consenso del detenuto prima della perquisizione, ha detto l’avvocata di Liedtke. Se il consenso è negato, un funzionario di grado superiore deve recarsi ad ascoltare le obiezioni e autorizzare per iscritto qualsiasi perquisizione successiva. Le perquisizioni sono limitate all’ispezione visiva del corpo nudo e devono avvenire in una stanza chiusa alla presenza del solo personale femminile.

Liedtke ha detto di aver rifiutato la perquisizione corporea, ma di essere stata costretta a togliersi i vestiti in una zona solo parzialmente protetta da una tenda. Il suo corpo nudo era visibile ai soldati maschi che passavano. “Alcuni, mentre stavano passando, hanno guardato direttamente verso di noi,” ha detto.

Si è rifiutata di firmare i documenti per una rapida deportazione perché di fatto avrebbe rappresentato l’ammissione di essere entrata in Israele illegalmente. Liedtke era stata portata a forza in Israele da acque internazionali.

Più tardi quella stessa notte è stata portata, bendata e ammanettata, nella prigione di Ketziot, di nuovo perquisita completamente nuda e senza consenso. “Ho detto che non lo volevo fare, che mi avevano già perquisita alcune ore prima e che quindi non avevano bisogno di rifarlo,” ha detto. Quelli che avevano dato il consenso alla perquisizione avevano ottenuto di tenersi la biancheria intima, ha aggiunto.

Le hanno dato l’uniforme della prigione e l’hanno portata in una cella sporca, senza acqua pulita da bere. Privata del sonno per tutta la notte a causa di musica a tutto volume e ripetute perquisizioni della cella, anche con cani, poteva sentire le urla arrivare da altre parti della prigione.

Il 10 ottobre, Liedtke è stata di nuovo trasferita nella prigione di Givon. Lì è ancora una volta portata in uno spazio solo parzialmente schermato da una tenda dove le hanno ordinato di spogliarsi.

Al suo rifiuto le guardie le hanno strappato gli abiti, l’hanno afferrata e costretta a inginocchiarsi. Una di loro, una donna, le ha inserito le dita nella vagina e poi nell’ano, ha detto Liedtke.

C’erano due e poi 3 soldatesse che mi hanno detto di togliermi i vestiti,” ha detto. “Poi hanno cominciato a toccarmi. Io ho detto di no. Ho detto che non volevo essere toccata e che stavano facendomi male. Poi mi hanno afferrata per le mani in modo che non potessi muovermi, mi hanno spinta giù, io continuavo a cercare di urlare e poi mi hanno tappato la bocca per impedirmelo.”

L’umiliazione si è aggiunta al dolore dell’aggressione fisica. “Ricordo i soldati maschi ridere, fermi lì in piedi a ridere. So che potevano vedere tutto perché la tenda non era completamente chiusa.”

Liedtke crede che l’aggressione sia anche stata filmata dato il gran numero di telecamere di sicurezza e body cam usate in prigione. Video e immagini di abusi e torture di detenuti palestinesi e attivisti sono stati pubblicati in Israele da individui e politici.

Gli attivisti sono poi stati deportati in Giordania il 12 ottobre. Liedtke ha fatto lo sciopero della fame per tutto il tempo, ma ha detto che più che mangiare avrebbe voluto una sigaretta.

In un hotel di Amman il gruppo è stato accolto da medici e psicologi e Liedtke ha fatto il suo primo passo verso una denuncia pubblica, raccontando tutto a un’amica e collega giornalista: “Assicurati di includere nel tuo resoconto che almeno una donna è stata aggredita sessualmente.”

A casa in Germania ha deciso di parlare dello stupro a una conferenza sui prigionieri politici a dicembre e ha detto che così facendo l’intimidazione è stata sostituita da un inaspettato sollievo, “come se un nodo lentamente si sciogliesse”.

Altre donne della sua barca si sono messe in contatto con lei per dire che avevano avuto “la stessa esperienza”, e i messaggi di sostegno hanno superato gli attacchi da sconosciuti.

Ero preoccupata per i commenti maligni, specialmente perché si trattava di carceriere. Ero preoccupata che la gente mettesse in dubbio che fosse veramente stupro. C’è stata gente in internet che ha discusso sulla mia esperienza, su come l’avrebbero definita, ma non in un modo che mi ha influenzata più di tanto.”

Dice di vivere con il trauma dell’aggressione. “In questo momento sto bene. Ci sono giorni in cui non ricordo nulla e altri quando penso che non andrà meglio, ma credo che sia normale.”

Ma trova forza nell’impegno politico che originariamente l’aveva portata a bordo della flotilla, rinforzato dal gioioso benvenuto dato alla barca di una flotilla al suo arrivo, vuota, sulle spiagge di Gaza. “È valsa la pena. Tutto quello che ho passato per portare almeno un po’ di speranza, che la prossima flotilla riuscirà ad arrivare.”

L’esercito israeliano “nega accuse di abusi” da parte delle forze che hanno intercettato la flotilla di Liedtke, ha detto un portavoce, rimandando ulteriori domande al Servizio Penitenziario Israeliano (IPS).

Un portavoce dell’IPS ha detto: “Le accuse descritte nella vostra indagine sono categoricamente smentite e sono totalmente infondate,” e l’IPS “respinge ogni accusa di stupro, aggressioni sessuali o sistematici abusi da parte del suo personale”.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo la radio dell’esercito Israele sta affrontando una carenza di riservisti e di carri armati

Redazione di MEMO

14 luglio 2026 – Middle East Monitor

Secondo un rapporto di martedì scorso della radio dell’esercito israeliano quest’ultimo sta affrontando carenze di riservisti e di carri armati pronti al combattimento, con alcune formazioni che si avvicinano ad un “collasso operativo.”

Con il titolo “L’allarme dell’esercito per il collasso delle forze della riserva,” l’emittente afferma che le brigate e i battaglioni della riserva stanno operando sotto organico, con un numero insufficiente di carri armati per i combattimenti.

Ha sostenuto che una brigata corazzata della riserva è stata recentemente dispiegata in un settore operativo chiave in Libano, ma le testimonianze di comandanti e soldati dipingono un quadro differente da quello presentato dai responsabili politici.

Queste sono ben lontane dall’essere brigate complete,” si afferma nel rapporto.

Secondo l’emittente, l’esercito non ha più carri armati pronti al combattimento a sufficienza dopo che molti sono stati danneggiati nei combattimenti e resi inservibili, obbligando le compagnie corazzate di riservisti ad operare con meno carri di quelli richiesti.

Da ottobre 2023 Israele ha condotto un’aggressione su molteplici fronti, inclusi quelli della Striscia di Gaza e del Libano, mentre si è scontrato anche contro l’Iran e il gruppo yemenita degli Houthi e ha condotto ripetuti attacchi in Siria e allo stesso tempo ha esteso le sue operazioni nella Cisgiordania occupata.

La radio dell’esercito ha anche affermato che il metodo militare per calcolare il tasso di presenza dei riservisti fornisce un quadro più favorevole, emanando ordini di richiamo ad un numero inferiore di riservisti, mentre una parte di quelli mobilitati fanno servizio solo per periodi limitati.

Ha sostenuto che in seguito a ciò le unità che riportano un tasso di presenza tra il 50% e il 70% stanno in pratica operando ad un livello di forza effettiva molto più basso in un preciso momento.

Le unità di riserva oggi sono vuote. Un battaglione non è un battaglione a organici completi e una compagnia non è veramente una compagnia,” secondo le parole di un anonimo comandante riservista citato dall’emittente.

Il pubblico e i responsabili politici sentono parlare di brigate complete in Libano, ma in realtà sono formazioni molto più piccole,” ha affermato il comandante. “I numeri di soldati, carri armati e veicoli sono significativamente più bassi.”

Ha aggiunto che alcune formazioni della riserva sono in una condizione di “collasso operativo.”

Ci sono unità in condizioni migliori e altre in condizioni peggiori. Ciascuno sta facendo del proprio meglio, ma è difficile continuare in queste condizioni,” ha detto.

La radio dell’esercito ha citato un altro esempio, affermando che una compagnia di riserva ha recentemente completato una “missione operativa” in Libano con un solo ufficiale rimasto. Secondo il rapporto, il comandante della compagnia è stato sollevato dall’incarico, non c’era nessun sottufficiale esperto e l’unità ha operato senza una catena di comando funzionante.

L’esercito israeliano non ha diffuso le cifre delle truppe dispiegate in Libano, Cisgiordania occupata, Striscia di Gaza o Siria.

Il rapporto ne segue un altro del 10 luglio [del quotidiano israeliano] Yedioth Ahronoth in cui si afferma che l’esercito ha cominciato a ridurre significativamente il richiamo dei riservisti, collegando la scelta con “la decrescente attività di combattimenti su molteplici fronti.”

Precedentemente, il 5 luglio, Israel Hayom [quotidiano israeliano di destra, ndt.] ha riferito che l’esercito ha previsto di congedare migliaia di riservisti per la fine del mese a causa delle pressioni finanziarie che sta affrontando il comparto della difesa.

L’esercito è in difficoltà per un grave ammanco di fondi dopo una netta crescita delle spese operative, con il risultato di un deficit di bilancio stimato in decine di miliardi di shekel [100 shekel=29 €].




Rubio dichiara che gli Stati Uniti smantelleranno la Corte Penale Internazionale “mattone dopo mattone”.

Redazione MEE

13 luglio 2026 – Middle East Eye

Il Segretario di Stato attacca duramente la Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta lavorando per “smantellare la Corte Penale Internazionale mattone dopo mattone”, lanciando una sfida pubblica alla Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“L’interferenza della CPI nelle operazioni militari e di polizia americane non è solo un grave abuso dei suoi presunti poteri. Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”, ha scritto Rubio in un articolo di opinione pubblicato lunedì dal Wall Street Journal.

“Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando a fianco di ogni alleato disposto a collaborare, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha affermato.

Rubio ha anche registrato una dichiarazione su questo tema, pubblicata lunedì su X, in cui accusa la Corte di voler privare gli americani del diritto di rispettare le proprie leggi e di essere giudicati da una giuria di propri pari quando accusati di aver commesso un crimine.

“Ma oggi persone potenti in luoghi distanti vogliono portarcelo via. Credono di dover essere loro a decidere sulle vostre leggi, sul vostro paese, la vostra vita, e non gli importa se siate d’accordo o meno”, ha affermato nel video.

Ha detto che gli americani probabilmente non conoscono i nomi dei giudici, dei procuratori o dei presidenti della Corte Penale Internazionale e che “non dovrebbero essere costretti a conoscerli”, accusando al contempo la CPI di condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Le critiche di Rubio hanno evidenziato l’opposizione “bipartisan” alla Corte, fondata nel 2002 in risposta ai genocidi e alle atrocità commesse in zone di guerra come il Ruanda e l’ex Jugoslavia.

In particolare Rubio non ha fatto alcun riferimento diretto al mandato di arresto emesso nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, per i presunti crimini contro l’umanità commessi a Gaza, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

La Corte aveva emesso mandati di arresto anche nei confronti dei leader di Hamas per i presunti crimini di guerra commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. Leader successivamente assassinati da Israele.

“Globalisti arroganti”

Rubio ha presentato la decisione della Casa Bianca contro la Corte con toni nazionalistici affermando: “Gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna diplomatica con un messaggio semplice: gli Stati sovrani prima del globalismo.”

I nostri progenitori hanno combattuto una rivoluzione contro una potenza straniera che ci deportava oltreoceano per perseguirci per crimini pretestuosi”, ha affermato Rubio, ricordando una politica coloniale britannica vecchia di 200 anni.

L’indipendenza è un nostro diritto innato. Non intendiamo barattarla con il dominio da parte di un’autoproclamata casta sacerdotale del ‘diritto internazionale’ “.

Rubio ha citato l’indagine del 2020 della Corte Penale Internazionale (CPI) sui soldati statunitensi per presunti crimini di guerra in Afghanistan. Ha aggiunto che la Corte potrebbe eventualmente indagare anche sugli agenti della polizia di frontiera e sui marines statunitensi.

La CPI è sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti”, ha concluso.

Nel suo video su X ha affermato che, sebbene la Corte fosse stata ufficialmente creata per perseguire i crimini più gravi nei Paesi in cui i tribunali nazionali non potevano farlo, “la verità è che si trattava di qualcosa di molto più radicale ed estremo: un tribunale globale composto da burocrati globalisti non eletti che rivendicano un potere pressoché illimitato”.

In realtà la Corte conta 125 Paesi membri, compresi tutti quelli dell’Unione Europea.

I Paesi più ostili alla Corte sono da tempo le principali potenze mondiali, che non vogliono sottomettersi alla sua giurisdizione. I principali avversari geopolitici degli Stati Uniti, cioé Russia e Cina, non sono membri della CPI.

Nel 2002 il presidente George W. Bush ha formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Corte Penale Internazionale e ha promulgato lAmerican Service members’ Protection Act (ASPA, Legge di protezione degli agenti al servizio degli Stati Uniti), che limitava la cooperazione degli Stati Uniti con la CPI. L’ASPA autorizza persino l’uso della forza per liberare il personale militare statunitense detenuto, guadagnandosi il soprannome di “Legge di invasione dell’Aia”.

Washington ha inoltre esercitato pressioni sui Paesi affinché firmassero accordi bilaterali di immunità per impedire loro di consegnare cittadini statunitensi alla CPI.

Guerra diplomatica

Lattacco sferrato da Rubio contro la Corte conferma la tesi secondo cui gli Stati Uniti e i loro partner più stretti stanno conducendo una guerra diplomatica contro tale istituzione a causa dei suoi sforzi volti a chiamare Israele a rispondere dei crimini di guerra commessi a Gaza, che sono stati definiti un genocidio dalle Nazioni Unite, dagli organismi per i diritti umani e dagli studiosi di genocidio.

Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sanziona i giudici della CPI per le indagini su alti funzionari israeliani.

Come riportato in passato da MEE, tali misure hanno inciso sulla libertà di movimento dei giudici, sulla loro sicurezza fisica, sulle loro famiglie e sulla loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.

MEE ha inoltre pubblicato in esclusiva un articolo sulla campagna condotta contro la Corte dall’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron.

MEE ha rivelato che nell’aprile del 2024 Cameron minacciò privatamente Karim Khan, il procuratore capo britannico presso la Corte Penale Internazionale, di tagliare i fondi e ritirare la Gran Bretagna dalla CPI se questa avesse emesso mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella fase iniziale di sviluppo della CPI e hanno firmato lo Statuto di Roma nel 2000, sotto la presidenza di Bill Clinton. Tuttavia il documento non è mai stato sottoposto al Senato per la ratifica, per timore che la CPI potesse perseguire militari e funzionari statunitensi per presunti crimini di guerra, soprattutto in conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq.

La CPI ha anche emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina.

Al termine della sua dichiarazione in video Rubio ha lanciato un duro avvertimento.

“Questa amministrazione non resterà a guardare mentre la CPI e i suoi alleati cercano di minacciare il nostro popolo. Se credono di poterci privare della nostra sovranità insegneremo loro il vero significato della determinazione americana.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Mio padre sta sanguinando”: una guardia israeliana spara a bruciapelo a Marwan Barghouti

Redazione di Palestine Chronicle

13 luglio 2026 Palestine Chronicle

La famiglia afferma che Marwan Barghouti è stato colpito a bruciapelo alla gamba da una guardia carceraria israeliana e gli è stata negata assistenza medica

Punti chiave

  • Una guardia carceraria israeliana ha sparato a bruciapelo un proiettile di gomma alla gamba di Marwan Barghouti, provocandogli ferite e sanguinamento.

  • Suo figlio ha affermato che Barghouti non è stato portato in ospedale e non ha ricevuto cure mediche nonostante il peggiorare delle sue condizioni di salute.

  • Fatah ha avvertito che le ripetute aggressioni, l’isolamento e la negligenza medica costituiscono una politica di “lenta esecuzione” nei confronti del leader imprigionato.

Una guardia carceraria israeliana ha sparato a bruciapelo un proiettile di gomma a una gamba del leader palestinese Marwan Barghouti, lasciandolo all’interno della prigione ferito e sanguinante senza cure mediche, secondo la sua famiglia.

Arab Barghouti, il figlio del leader di Fatah imprigionato, ha detto lunedì che la salute di suo padre era peggiorata a seguito di una serie di aggressioni nelle carceri israeliane.

Mio padre sta perdendo sangue in prigione e gli è vietato ricevere cure”, ha detto alla televisione Al-Ghad, aggiungendo che le forze israeliane lo hanno ripetutamente aggredito.

Secondo la famiglia dopo l’ultimo attacco Barghouti non è stato trasferito in ospedale né gli sono state fornite cure mediche.

Sua moglie, l’avvocata Fadwa Barghouti, ha dichiarato che la famiglia ha saputo della sparatoria solo durante l’ultima visita in prigione.

Ha affermato che una guardia gli ha sparato un proiettile di gomma direttamente alla gamba da distanza ravvicinata, provocandogli una ferita e un’emorragia.

L’aggressione è avvenuta mentre il Servizio Penitenziario Israeliano pubblicava quello che la famiglia ha definito un rapporto di incitamento all’odio contro Barghouti e mentre la campagna internazionale per la sua liberazione progressivamente si intensifica.

Peggioramento della salute

Arab Barghouti ha dichiarato che suo padre ha perso circa dieci chili a causa del peggioramento delle condizioni carcerarie e delle severe restrizioni alimentari imposte ai detenuti palestinesi.

Nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute, ha affermato che Barghouti è ancora di buon umore e continua a dimostrare grande forza di volontà.

Il figlio ha aggiunto che il leader imprigionato è sempre consapevole dell’entità dei sacrifici che fanno i palestinesi sotto occupazione israeliana e continua a sostenere le proprie posizioni politiche.

Barghouti è detenuto in isolamento nel carcere di Ganot dal novembre 2023 con molti altri leader del Movimento dei Prigionieri Palestinesi, dopo essere stato ripetutamente trasferito tra le sezioni di isolamento.

L’Ufficio Stampa dei Prigionieri Palestinesi ha affermato che Barghouti è stato vittima di circa sette gravi aggressioni dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza nell’ottobre 2023.

Secondo le organizzazioni per i prigionieri palestinesi tali aggressioni gli hanno causato fratture alle costole e numerose altre lesioni.

L’Ufficio ha aggiunto che un’aggressione precedente si era verificata nel settembre 2025, quando il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir era entrato nella cella di Barghouti e lo aveva minacciato direttamente.

Anche la Lega Araba ha affermato che circa due mesi fa è stata lanciata nella sua cella una granata stordente che gli ha provocato ustioni alla mano.

“Una lenta esecuzione”

Da parte sua il movimento Fatah ha avvertito che l’escalation degli attacchi rappresenta una seria minaccia per la vita di Barghouti.

Il portavoce del movimento Abdul Fattah Dawla ha affermato che il trattamento riservato a Barghouti ha “superato ogni limite” e rivela una politica sistematica di vendetta e di “lenta esecuzione” contro uno dei più importanti leader nazionali palestinesi.

Ha aggiunto che l’ultima sparatoria ha fatto seguito a ripetuti attacchi fisici, prolungato isolamento e rifiuto di cure mediche.

Fatah riterrebbe il governo israeliano pienamente responsabile della morte di Barghouti e ha affermato che l’incitazione pubblica in corso, guidata da Ben-Gvir, rende il governo responsabile di qualsiasi ulteriore danno.

Il movimento ha chiesto un intervento internazionale urgente per prevenire quello che ha definito un altro crimine all’interno delle carceri israeliane.

Ha inoltre esortato il Comitato Internazionale della Croce Rossa, le Nazioni Unite e il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a inviare commissioni d’inchiesta indipendenti, a fornire protezione internazionale ai prigionieri palestinesi e a porre fine alle politiche di tortura, isolamento e violenza.

Anche la campagna popolare per la liberazione di Barghouti ha segnalato che le autorità israeliane stanno tentando di assassinarlo attraverso ripetute violenze, isolamento, negligenza medica e dure condizioni di detenzione.

Appelli internazionali all’azione

La Lega Araba ha chiesto la formazione di una commissione internazionale speciale per indagare sulle ripetute aggressioni subite da Barghouti.

Ha inoltre richiesto una visita medica indipendente, il suo trasferimento in un ospedale al di fuori del sistema carcerario, la fine delle torture sistematiche e il suo immediato rilascio come prigioniero politico.

Fadwa Barghouti ha affermato che le autorità carcerarie israeliane sono sempre più irritate dall’adesione ufficiale, popolare e internazionale alla campagna “Libertà per Marwan, libertà per la Palestina”.

«Ciò che l’occupazione non è riuscita a comprendere in un quarto di secolo e che ancora oggi non comprende è che Marwan non ha mai rinunciato alla sua convinzione che la libertà sia un diritto, che l’occupazione finirà e che resistere all’occupazione e lavorare per una pace giusta che vi ponga fine è una responsabilità nazionale e morale», ha affermato.

Ha aggiunto che l’incitamento all’odio e gli attacchi fisici non cancelleranno Marwan dalla coscienza del popolo palestinese né da quella dei sostenitori della libertà in tutto il mondo.

Quasi un quarto di secolo in prigione

Barghouti, nato nel 1959, è membro del Comitato Centrale di Fatah ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

Le forze di occupazione israeliane lo hanno arrestato a Ramallah il 15 aprile 2002.

Un tribunale israeliano lo ha condannato in seguito a cinque ergastoli e a ulteriori 40 anni di reclusione per il suo ruolo durante la Seconda Intifada.

Barghouti ha respinto l’autorità dei tribunali israeliani sui palestinesi che vivono sotto occupazione.

Rimane una delle figure politiche palestinesi più importanti e popolari ed è stato ripetutamente proposto che sia incluso negli accordi di scambio di prigionieri.

Israele si è rifiutato di rilasciarlo con l’accordo di scambio di prigionieri del Diluvio di Al-Aqsa, nonostante le continue richieste palestinesi e internazionali.

Fatah ha affermato che prendere di mira Barghouti rappresenta un attacco alla volontà nazionale palestinese e non farebbe altro che rafforzare l’impegno popolare nella lotta per la liberazione dei prigionieri.

Il movimento ha avvertito che le carceri palestinesi sono diventate luoghi di tortura, privazione e uccisione, e ha chiesto una più ampia campagna politica, legale e mediatica in difesa di Barghouti e di tutti i detenuti palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa cattolica

Paola Caridi

10 luglio 2026 – +972 Magazine

Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma all’interno della Chiesa, in molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele.

Il primo Papa proveniente dagli Stati Uniti si trovava ben lontano dalle celebrazioni del 4 luglio per il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai margini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa – primo approdo per migliaia di migranti che affrontano il pericoloso viaggio verso nord in cerca di una vita migliore.

Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità che si affaccia sul mare. “Sono qui” – ha dichiarato – “sulle orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro.”

Collegando la sua visita al primo viaggio papale di Francesco, Leone stava facendo qualcosa di più che rendere omaggio al suo predecessore o segnalare continuità. Si stava schierando dalla parte dei migranti che avevano rischiato tutto per poi incontrare persecuzione e violenza una volta giunti in Europa e negli Stati Uniti.

Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come già Francesco prima di lui, ha chiamato l’umanità intera – credenti e non – a fare i conti tanto con le nostre azioni quanto con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più tragici nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che chiamava la “globalizzazione dell’indifferenza”. Leone ha fatto sua la stesa istanza morale.

In effetti il primo anno del pontificato di Leone si è costantemente concentrato attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo della condotta tanto personale quanto collettiva. Il passo del Vangelo che ha scelto per Lampedusa è la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre lo straniero ferito, il suo “prossimo”, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico.

È esattamente su quella strada – da Gerusalemme a Gerico, oggi soffocata da posti di blocco militari – che le domande sul pontificato di Leone emergono con chiarezza. Egli parla costantemente di pace. Ha evocato ripetutamente Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola “genocidio”. Le parole che Leone tace, e che Francesco era invece pronto a pronunciare, sono l’assenza che ha caratterizzato questo capitolo del suo pontificato.

Pressione dal basso

Mentre le proteste popolari in tutta Italia contro l’assalto israeliano a Gaza si sono intensificate nell’ultimo anno – da scioperi nazionali e blocchi portuali a occupazioni studentesche e manifestazioni di massa – parallelamente è emersa una frattura all’interno della Chiesa cattolica.

Questa frattura è diventata visibile pubblicamente in occasione dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti Contro il Genocidio – una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi, fondata nel settembre 2025 – ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza.

Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non hanno alcuna presenza, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate tra le voci più schiette della Chiesa italiana nel chiedere un’azione per Gaza.

“Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levi una parola più chiara, più profetica e più concreta” – si legge nella lettera. “Una parola che chieda un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che chieda la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che chieda il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione.”

L’Associazione ha inoltre chiesto “l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e dell’intera umanità sulla base della nostra comune umanità”, avvertendo che “le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità”.

L’appello rifletteva una frustrazione crescente verso la retorica sempre più prudente del Vaticano, in particolare dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso incrinato i rapporti con Israele parlando in modo più diretto della sofferenza palestinese e mantenendo legami stretti e personali con la comunità cristiana sotto assedio a Gaza. Leone ha continuato a chiedere pace, accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati sensibilmente più rari.

Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’Arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente e senza mezzi termini le azioni di Israele a Gaza. Eppure né Battaglia né altri importanti vescovi italiani – incluso lo stesso Leone – le hanno definite genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, da organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani, e da più di una dozzina di Stati.

Questa cautela segna un distacco dall’approccio adottato sotto Francesco. Ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano già in aumento, alimentate da dispute di lunga data sullo status legale e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà verso i palestinesi che Francesco compiva sempre più pubblicamente. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non prevista dal programma presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano al cemento accanto a una scritta murale con le parole “Free Palestine”. Viaggiò inoltre in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando così il muro di separazione israeliano lungo il tragitto tra le due città.

Dopo l’inizio dell’attacco israeliano a Gaza, è stato reso pubblico che, fino a poco prima della sua morte, Francesco era solito telefonare ogni sera alle 19 alla Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City, parlando con il parroco e con i membri della comunità cristiana che avevano rifiutato di lasciare il complesso.

Come Papa Francesco, anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di trent’anni in Terra Santa, si era affermato come uno dei critici più severi di Israele all’interno della Chiesa già prima del 7 ottobre. Ha denunciato ripetutamente la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, colpiti da ripetuti assalti, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. Dopo l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022 ha inoltre condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al suo corteo funebre a Gerusalemme.

“Aggredire i partecipanti al corteo funebre, colpirli con manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, incluso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico” – ha dichiarato in un comunicato.

Il genocidio di Gaza ha tuttavia segnato una svolta. Dopo quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, fino a culminare in una lettera pastorale pubblicata in aprile. “C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato” – ha scritto. “Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.”

Il Cardinale ha ribadito questa distinzione in dichiarazioni successive, il che lo rende una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere l’asimmetria fondamentale che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi.

La fine dell’eccezionalismo cristiano

Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 confessioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs – termine greco che designa un momento decisivo che richiede azione. Rivolto alla Chiesa globale, il documento ha chiamato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo complesso.

L’appello arrivava in un momento critico. Gli ebrei israeliani di destra e nazional-religiosi hanno a lungo preso di mira chiese, membri del clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e in Cisgiordania occupata. Ma il recente aumento di questi attacchi segnala uno spostamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo riservato ai cristiani.

Durante la Marcia delle Bandiere per il Giorno di Gerusalemme [corteo nazionalista che ogni anno a Gerusalemme celebra la riunificazione della città, ndt.] di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito palestinesi nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazional-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i governi israeliani successivi tracciavano un tempo tra palestinesi cristiani e musulmani – spesso favorendo i primi – è in gran parte scomparsa.

Per la leadership nazional-religiosa israeliana la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, incluse le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, così come non lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo economico che esso rappresenta. Le successive guerre israeliane e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come Grecia, Turchia o Spagna al posto della Terra Santa.

Mentre le critiche da parte dei leader religiosi si moltiplicavano, Israele si è mosso per riparare i propri rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek, cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera, Inviato Speciale per il Mondo Cristiano, incaricato di “approfondire i legami di Israele con le comunità cristiane in tutto il mondo”. Il messaggio pubblico di Deek, tuttavia, si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Ha descritto Israele come il “custode dei luoghi santi” e “l’avamposto del mondo occidentale”, legato all’Europa da comuni “radici giudaico-cristiane”.

Quelle dichiarazioni sono arrivate solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni di Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr [festa di fine del Ramadan, ndt.], e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Chiesa del Santo Sepolcro per la Pasqua. Per le comunità musulmane e cristiane palestinesi di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede a scapito di un’altra.

Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, sarà probabilmente in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni rappresenta anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato tanto con Benjamin Netanyahu quanto con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, mentre i rapporti tra Israele e la gerarchia cattolica si sono deteriorati.

Meloni ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al Cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, fu impedito l’ingresso alla Chiesa del Santo Sepolcro. Ha inoltre biasimato Trump per i suoi attacchi verbali contro Papa Leone XIV. Insieme, questi scontri hanno rivelato tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra.

Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per blocchi geopolitici, Papa Leone ha scompaginato quell’allineamento. Rispondendo a Trump in aprile ha dichiarato: “Non ho paura”, affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che questa voce fosse gradita a Washington o a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’Occidente deve agire per salvare il dottor Hussam Abu Safiya prima che sia ucciso da Israele

James Smith

6 giugno 2026 Middle East Eye

Il dottor Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Lo stesso vale per tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 82 operatori sanitari ancora nelle carceri israeliane.

Dopo due anni c’è il rischio imminente che venga ucciso nella famigerata prigione israeliana di Nitzan, dopo essere stato tenuto prigioniero per oltre 550 giorni.

Quel giorno di maggio 2024 l’equipaggio della nostra ambulanza si unì a un piccolo convoglio delle Nazioni Unite in viaggio verso il nord di Gaza. Ci era stato concesso un breve spiraglio per portare un’équipe medica norvegese all’ospedale Al Awda e poi trasferire dei pazienti di Kamal Adwan al sud di Gaza, dove avrebbero dovuto attendere l’evacuazione.

Ad Al Awda vedemmo i segni dei ripetuti attacchi israeliani all’ospedale. Le pareti erano crivellate di fori di proiettili di grosso calibro. Tra il terzo e il quarto piano c’era una enorme cavità spalancata dall’attacco israeliano all’ospedale nel novembre 2023, che aveva ucciso tre medici e l’accompagnatore di un paziente.

Raggiungemmo l’ospedale Kamal Adwan ben dopo mezzogiorno. I soldati israeliani ci avevano fermati al posto di blocco di Netzarim per quasi tre ore, il che significava che avevamo pochissimo tempo per identificare e trasferire in sicurezza i pazienti della nostra lista.

Venimmo accolti dal dottor Abu Safiya nel suo ufficio. Erano presenti anche rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di Medici Senza Frontiere (MSF), e fummo invitati a sederci mentre lui e i suoi colleghi ci spiegavano le numerose sfide che affrontavano come ospedale più a nord di Gaza.

Il ronzio assordante dei droni israeliani era incessante. Nonostante la costante minaccia di attacchi e la precaria scarsità di cibo, ci vennero offerti acqua e biscotti secondo la tradizione dell’ospitalità palestinese.

Maltrattamenti sfrontati

Il dottor Abu Safiya ci fece fare un giro dell’ospedale. I cortili e le scale erano affollati e i reparti pieni.

Fummo portati nel reparto di pediatria per vedere i bambini affidati alle sue cure: decine di bambini in condizioni critiche, alcuni visibilmente malnutriti e altri con urgente bisogno dei farmaci che Israele aveva bloccato impedendo che arrivassero agli ospedali di Gaza.

Quel giorno trasferimmo quattro bambini al sud di Gaza. Tre di loro avevano riportato ferite orribili a causa di un attacco israeliano, mentre il quarto necessitava di evacuazione urgente per un trapianto. Tutti erano stati curati meticolosamente dal dottor Abu Safiya e da infermieri e medici del Kamal Adwan con le poche risorse rimaste.

La volta successiva che vidi il dottor Abu Safiya fu otto mesi dopo, in un video che circolava online: si vedeva il medico camminare verso due veicoli blindati israeliani parcheggiati in una strada adiacente all’ospedale.

Era in piedi, procedeva dritto davanti a sé con indosso il camice bianco. Nelle settimane precedenti la struttura ospedaliera era stata ripetutamente attaccata, presa d’assalto e circondata. Decine di pazienti e membri dello staff erano stati uccisi all’interno dell’ospedale, e molti altri nelle immediate vicinanze.

Poi il dottor Abu Safiya fu fatto sparire con la forza. Si sapeva ben poco di dove si trovasse, o se fosse ancora vivo, finché un avvocato di al-Mezan [ONG palestinese in difesa dei diritti umani, ndt.] non riuscì a fargli visita nel febbraio del 2025.

A quel punto era già stato sottoposto a torture: spogliato, picchiato ripetutamente e tenuto in isolamento per lunghi periodi.

Due settimane dopo i media israeliani pubblicarono un video del dottor Abu Safiya, incatenato mani e piedi e circondato da guardie carcerarie israeliane. I loro volti erano ovviamente coperti: le guardie carcerarie e i soldati israeliani sanno che difficilmente saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, ma nonostante ciò non vogliono correre rischi.

Il dottor Abu Safiya è detenuto da allora senza accusa né condanna, in base all’illegittima legge israeliana sui combattenti illegali, e durante questo periodo è stato sottoposto a torture e maltrattamenti sfrontati.

Violenza sadica

Nessuna prova è mai stata presentata per giustificare la detenzione del dottor Abu Safiya, né alcuna prova potrebbe mai giustificare la violenza sadica inflittagli.

Il suo crimine? Il fatto che abbia insistito a restare con i suoi pazienti. Che, a differenza del personale delle agenzie delle Nazioni Unite e delle ONG internazionali, si sia rifiutato di andarsene, e così facendo non abbia dato alcuna legittimità ai ripetuti tentativi di pulizia etnica da parte di Israele.

Le mani che curano e resistono alla cancellazione salvando vite umane saranno sempre considerate una minaccia per coloro la cui ambizione è il genocidio.

Ed è così che Israele genocida ha trattato il dottor Abu Safiya. Durante l’ultima visita del suo avvocato, il 2 luglio, era stato picchiato così brutalmente da essere quasi irriconoscibile.

Aveva difficoltà a respirare, era debole, sembrava sul punto di perdere conoscenza ed era profondamente angosciato.

“Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui [nella prigione di Nitzan] per uccidermi”, ha detto il dottor Abu Safiya al suo avvocato.

La sua vita è in grave pericolo. Non c’è dubbio che il rischio sia reale; sei operatori sanitari palestinesi sono già stati uccisi nei centri di detenzione israeliani dall’ottobre 2023.

Dobbiamo agire

Coloro che avevano il potere di agire hanno invece scelto di restare a guardare mentre Israele semina morte e distruzione in tutta la Palestina e in altri paesi della regione.

La detenzione, la tortura e l’uccisione di palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano non sono un’eccezione, né opera di poche guardie carcerarie corrotte; rappresentano una delle conseguenze più nefaste dell’intrinseco bisogno di Israele di disumanizzare e opprimere il popolo palestinese.

Il dottor Hussam Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Così come tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 83 operatori sanitari che ad aprile si trovavano ancora nelle carceri israeliane, 23 dei quali avevano lavorato anche all’ospedale Kamal Adwan.

Il nostro compito non può certo fermarsi qui. Non esiste un colonialismo di insediamento che rispetti i diritti umani, un apartheid dignitoso o un’occupazione umana.

La sopravvivenza di Israele come colonia di insediamento è imperniata sulla continua tortura e detenzione dei palestinesi e perciò non vi può essere alcuna prospettiva di por fine a questa depravazione finché al colonialismo di insediamento sarà permesso di prosperare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

James Smith è docente di Politiche e Pratiche Umanitarie presso l’UCL (University College London) e medico di pronto soccorso con sede a Londra. Ha lavorato a Gaza tra dicembre 2023 e gennaio 2024 e tra aprile e giugno 2024.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)