Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il killer silenzioso di Gaza

Taqwa Ahmed Alwawi

15 giugno 2026 – Palestine Deep Dive

Mentre gli ospedali collassano e la fame aumenta un’epidemia respiratoria espone la crescente catastrofe sanitaria di Gaza.

A metà gennaio 2026 il collasso del sistema sanitario di Gaza aveva raggiunto un punto di svolta catastrofico. I corridoi degli ospedali erano già sovraffollati di pazienti affetti da malnutrizione, malattie croniche e lesioni legate al genocidio quando una nuova ondata di malattie respiratorie ha iniziato a diffondersi rapidamente nella Striscia. Il 14 gennaio il dottor Muhammad Abu Salmiya, direttore del complesso medico Al-Shifa, ha avvertito pubblicamente che i virus respiratori si diffondevano a una velocità allarmante, travolgendo un sistema sanitario che aveva perso da tempo la capacità di rispondere.

I medici riscontravano un significativo aggravarsi delle malattie respiratorie stagionali. Il personale medico ha riferito sintomi insolitamente gravi, tra cui febbre alta prolungata, estrema stanchezza, intenso dolore corporeo e difficoltà respiratoria acuta. Questi sintomi sono più pericolosi tra i bambini malnutriti, i pazienti anziani e quelli con preesistenti patologie.

A causa della distruzione dei laboratori, dellassenza di test diagnostici e della mancanza di strutture operative in grado di effettuare test su larga scala, i medici non sono in grado di confermare lesatto ceppo del virus a Gaza, né sono autorizzati a inviare test al di fuori di Gaza. Di conseguenza i medici non hanno accesso ai vaccini specifici per la malattia in circolazione. Si basano invece sui sintomi clinici e sui modelli ricorrenti tra i pazienti per acquisire una comprensione della malattia. Molti sospettano che si tratti di un ceppo influenzale mutato o di uninfezione respiratoria simile al coronavirus, esacerbata dalla fame e dallo stress cronico.

Le malattie che i medici non riescono a identificare con precisione a causa della mancanza di test diagnostici e di laboratori funzionanti possono includere sia infezioni comuni che ceppi potenzialmente sconosciuti. Ciò che è evidente tuttavia è che in un sistema sanitario privato di medicinali, attrezzature e personale, e in una popolazione già indebolita da una crisi prolungata, queste malattie stanno diventando molto più gravi di quanto sarebbero normalmente. Condizioni patologiche che di solito si risolverebbero con riposo e cure di base si stanno invece aggravando, trasformandosi in malattie prolungate e debilitanti, sempre più difficili da trattare.

Abu Salmiya, direttore del Complesso Medico Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza, ha sottolineato che la diffusione delle infezioni non avviene nel nulla; il sistema immunitario della popolazione di Gaza è stato sistematicamente indebolito dalla fame prolungata, dai ripetuti spostamenti forzati e da oltre due anni di incessanti attacchi militari israeliani. I virus respiratori agiscono su corpi già debilitati dalla fame, dalla disidratazione, dallo stress cronico e dai traumi.

I medici spiegano che la mancanza di cibo ha lasciato molti pazienti con una risposta immunitaria gravemente compromessa. Le infezioni minori persistono, peggiorano e si diffondono, mentre la guarigione diventa lenta o impossibile. In questo contesto un virus stagionale che altrimenti sarebbe gestibile è diventato potenzialmente fatale.

Strutture sanitarie al collasso

Gli ospedali di Gaza operano ben oltre le loro capacità. In diverse strutture l’occupazione dei posti letto ha superato il 150%, mentre l’assistenza preventiva di routine, comprese le vaccinazioni annuali per bambini, anziani e persone con malattie croniche, è di fatto collassata. In molti casi i vaccini sono semplicemente non disponibili.

Quello che sta accadendo a Gaza è la prevedibile conseguenza di una distruzione deliberata e sistematica delle infrastrutture sanitarie pubbliche.

Dall’ottobre 2023 i raid aerei e le operazioni di terra israeliane hanno danneggiato o distrutto ospedali, cliniche, ambulanze e infrastrutture mediche, mentre centinaia di operatori sanitari sono stati uccisi e feriti durante l’offensiva.

Alla fine del 2025 solo una frazione degli ospedali di Gaza era seppure solo parzialmente funzionante. Le unità di terapia intensiva operavano regolarmente oltre la loro capacità, mentre la carenza di carburante, elettricità, acqua potabile e forniture mediche paralizzava i servizi essenziali. Bambini e anziani sono particolarmente vulnerabili. I medici sono stati costretti a eseguire interventi chirurgici senza un’anestesia adeguata e, a volte, senza un’illuminazione affidabile a causa delle interruzioni di corrente.

Nel corso del genocidio l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico di Gaza, è stato ripetutamente attaccato, assediato ed evacuato con la forza. Ai pazienti veniva ordinato di andarsene anche in condizioni critiche, alcuni costretti a percorrere lunghe distanze sotto il fuoco nemico.

Il 23 novembre 2023 il dottor Muhammad Abu Salmiya è stato arrestato dalle forze israeliane mentre accompagnava un convoglio di evacuazione medica coordinato dalle Nazioni Unite. È stato detenuto in Israele per circa sette mesi senza accusa né processo ed è stato rilasciato il 1° luglio 2024 senza alcuna incriminazione formale. La sua detenzione ha allontanato uno dei più alti dirigenti sanitari di Gaza in un momento in cui il sistema sanitario era già al collasso.

Collasso sistematico

Nei campi profughi e nei rifugi sovraffollati le famiglie sono costrette a sopravvivere con un apporto calorico minimo e a bere acqua non potabile, con servizi igienici inadeguati. In alcune zone del nord di Gaza, in seguito alla chiusura delle stazioni di pompaggio per carenza di carburante, le acque reflue si riversano nelle aree residenziali. In queste condizioni le malattie infettive si diffondono rapidamente. Le infezioni respiratorie acute, le malattie simil-influenzali e altre patologie trasmissibili sono aumentate vertiginosamente, soprattutto nei rifugi sovraffollati dove il distanziamento fisico e l’igiene di base sono impossibili.

Per capire come l’epidemia stia influenzando la vita quotidiana ho parlato con diversi abitanti di Gaza che, in base ai loro sintomi, i medici ritengono siano contagiati da un virus respiratorio. Le loro testimonianze erano sorprendentemente simili e riflettevano un’esperienza condivisa e ricorrente in tutta la Striscia. “Qui la gente non muore più solo per le bombe”, mi ha detto un abitante del luogo, “muore di fame e di malattie”.

Osama, un diciannovenne che vive nella zona centrale di Gaza, ha descritto sintomi iniziati solo due giorni prima del nostro incontro, ma che si sono aggravati rapidamente. Ha parlato di forti mal di testa, estrema debolezza muscolare, nausea e completa perdita di appetito: sintomi che, a suo dire, erano di gran lunga peggiori di qualsiasi influenza avesse mai avuto. Come altre persone con cui ho parlato, Osama aveva cercato di farsi curare, ma aveva scoperto che non cerano farmaci disponibili.

Aggravata dalla grave carenza di cibo e medicine la malattia lo ha lasciato esausto e in gran parte incapace di muoversi durante il giorno, impedendogli di svolgere le attività più elementari. La sua più grande paura è che, senza accesso a cure adeguate, le sue condizioni peggiorino. Il suo messaggio riecheggiava quello espresso, seppur con parole diverse, da tutti gli intervistati: “Le persone a Gaza sono esseri umani, proprio come tutti gli altri fuori”.

Morti silenziose

Queste testimonianze riflettono una realtà condivisa: la malattia si sta diffondendo in un luogo dove riposo, nutrimento, calore e cure mediche sono in gran parte inesistenti.

Organizzazioni umanitarie internazionali hanno ripetutamente avvertito che la catastrofe sanitaria di Gaza non è casuale. Associazioni mediche hanno descritto l’attuale situazione degli ospedali di Gaza come sovraffollata e insicura, mentre funzionari sanitari internazionali hanno sottolineato che la distruzione delle infrastrutture sanitarie ha reso quasi impossibile il controllo delle malattie.

Ai sensi del diritto internazionale umanitario gli attacchi alle strutture sanitarie, il blocco degli aiuti medici e la privazione di cibo ai civili costituiscono gravi violazioni. Eppure non c’è nessun addebito delle responsabilità, anche quando malattie prevenibili diventano letali.

Il virus respiratorio che si sta diffondendo a Gaza dall’inizio del 2026 è la conseguenza biologica dell’assedio, della carestia e della distruzione sistematica del sistema sanitario.

I medici avvertono che senza un intervento immediato che includa cibo, medicine, carburante e protezione per le strutture mediche l’epidemia continuerà, mietendo silenziosamente vittime mentre il mondo distoglie lo sguardo.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Oltre mille professionisti della Sanità chiedono il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana per il genocidio di Gaza

Redazione MEMO

15 giugno 2026 – Middle East Monitor

Oltre 1.150 professionisti e organizzazioni sanitarie hanno firmato una petizione che chiede il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana (IMA) accusandola di non aver difeso l’etica medica durante il genocidio perpetrato da Israele a Gaza.

La campagna, guidata dal People’s Health Mment (PHM), da Artsen voor Gaza (Medici per Gaza) e dal Consiglio Consultivo Sanitario di Jewish Voice for Peace, chiede la sospensione dell’IMA dall’Associazione Medica Mondiale (WMA).

Gli attivisti accusano l’IMA di silenzio di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele, all’uccisione e alla detenzione di operatori sanitari palestinesi e alle torture nei centri di detenzione israeliani.

Secondo il PHM la campagna mira a “porre fine alla complicità medica” e a spingere la comunità medica globale ad agire contro quello che definisce il fallimento dell’IMA nel condannare gli attacchi contro le strutture sanitarie di Gaza. Il gruppo afferma che 1.722 operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi dall’ottobre 2023, mentre ospedali, ambulanze e cliniche sono stati ripetutamente attaccati o distrutti, paralizzando il sistema sanitario di Gaza.

La rivista The Lancet ha riferito che la campagna chiede che la sospensione dell’IMA venga inserita all’ordine del giorno dell’Assemblea Generale dell’Associazione Medica Mondiale (WMA) di ottobre. La rivista ha anche osservato di non aver individuato alcuna dichiarazione pubblica in cui l’IMA abbia condannato gli attacchi israeliani contro il sistema sanitario di Gaza, criticato la condotta di Israele nel genocidio, chiesto un cessate il fuoco o reagito ai rapporti delle Nazioni Unite sul genocidio contro i palestinesi.

Leslie London, professoressa emerita di sanità pubblica all’Università di Città del Capo e membro di People’s Health Movement Sudafrica, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA è stata “collusa con l’indicibile trattamento dei palestinesi durante quest guerra”. Ha accusato l’Associazione di non aver riconosciuto le prove del deliberato attacco mirato contro strutture e operatori sanitari, nonché le condizioni crudeli, disumane e degradanti” a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani

La PHM afferma che gli operatori sanitari palestinesi sono stati “sistematicamente presi di mira” nell’ambito della distruzione del sistema sanitario palestinese, descrivendo questo fenomeno come centrale nel genocidio di Gaza e nella pulizia etnica nella Cisgiordania occupata. La campagna chiede che le associazioni membri della WMA sollevino formalmente la questione, sostengano misure disciplinari e riconoscano la rappresentanza medica palestinese all’interno della WMA.

In una dichiarazione rilasciata a The Lancet l’IMA ha respinto le accuse definendole “bugie” o “accuse fortemente contestabili presentate come fatti”. Ha sostenuto che le richieste di una sua espulsione confondono le azioni di un governo con quelle di un’associazione medica e ha avvertito che una tale mossa danneggerebbe la collaborazione scientifica e indebolirebbe il dialogo medico internazionale.

Anche la WMA ha dichiarato a The Lancet di apprezzare il dialogo con le 117 associazioni mediche nazionali aderenti e di opporsi all’esclusione di membri a causa delle azioni dei loro governi. Si afferma che il dialogo tra i medici è essenziale durante i conflitti globali e le crisi umanitarie.

Tuttavia gli attivisti sostengono che un dialogo senza assunzione di responsabilità rischia di normalizzare la distruzione del sistema sanitario di Gaza. Derek Summerfield, docente senior onorario di medicina al King’s College di Londra e firmatario della petizione, ha dichiarato a The Lancet che l’IMA ha “violato ogni regola della WMA”.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Un medico deve stare in un ospedale, non nella cella di una prigione: liberate Abu Safiyah ora!

Editoriale di Haaretz

15 giugno 2026 Haaretz

Se Israele ha delle prove contro Abu Safiya, dovrebbe presentarle e incriminarlo. Se non ha prove contro di lui, deve immediatamente rilasciarlo insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

Mercoledì scorso è apparsa una foto del dottor Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan nella Striscia di Gaza settentrionale, detenuto in Israele dal dicembre 2024. Nella foto appare estremamente emaciato, con lividi sulle braccia forse dovuti a un’infezione cutanea. L’immagine ha scatenato un’ondata di rabbia e critiche in tutto il mondo per il trattamento riservato ad Abu Safiya in carcere.

La foto era l’istantanea dello schermo della sua partecipazione in videoconferenza a un’udienza della Corte Suprema, relativa a una petizione presentata contro la sua detenzione. Come per tutti gli altri detenuti provenienti da Gaza, tra cui 13 medici, Israele non ha presentato alcuna prova contro di lui, né lo ha incriminato.

Lui e gli altri detenuti di Gaza vengono trattenuti con il dubbio status legale di “combattenti illegali”. La sua detenzione è stata prorogata quasi automaticamente ogni sei mesi da un giudice del Tribunale distrettuale di Be’er Sheva.

Secondo la testimonianza di altri detenuti, pochi giorni dopo che è stata presentata la petizione in suo favore, Abu Safiya è stato trasferito dalla sua cella nel carcere di Ketziot e messo in isolamento nel carcere di Nafha. Questo sembra essere dovuto a una decisione del Servizio penitenziario di punirlo per aver presentato la petizione.

Questa decisione del Servizio penitenziario si aggiunge ad altre prove delle atrocità commesse all’interno delle carceri israeliane da quando si è insediato Itamar Ben-Gvir come Ministro della Sicurezza Nazionale e soprattutto dopo l’attacco di Hamas al sud di Israele del 7 ottobre 2023.

Molti avvocati hanno affermato che i loro clienti hanno chiesto loro di smettere di convocarli alle udienze o di presentare ricorsi a loro nome perché il tragitto dal carcere al tribunale e persino alla stanza in cui si tengono le udienze in videoconferenza è sempre accompagnato da violenti attacchi da parte delle guardie carcerarie.

Anche prima del suo arresto Abu Safiya era diventato un simbolo della sofferenza dei palestinesi a Gaza. Gestiva il più grande ospedale del nord di Gaza e ha continuato a curare i pazienti anche dopo che suo figlio è stato ucciso dai soldati israeliani, dopo essere stato ferito lui stesso e dopo che parte dell’ospedale è stata distrutta dai bombardamenti che hanno ucciso anche alcuni suoi colleghi.

La sua prolungata detenzione e quella degli altri medici di Gaza è un’ingiustizia e costituisce una punizione collettiva per gli abitanti di Gaza, che hanno bisogno dei loro servigi. Inoltre alimenta gli appelli al boicottaggio di Israele.

Sabato scorso una delle principali riviste mediche, The Lancet, ha riportato la notizia di una petizione firmata da decine di organizzazioni e centinaia di medici che chiedevano il boicottaggio dell’Associazione Medica Israeliana a causa della sua incapacità di difendere l’etica medica di fronte alla distruzione del sistema sanitario di Gaza e alle sofferenze dei suoi abitanti, nonché per il ruolo svolto dai medici nel sistema carcerario israeliano.

Se Israele ha prove contro Abu Safiya dovrebbe incriminarlo e presentare tali prove. Se non ha prove contro di lui deve rilasciarlo immediatamente insieme a tutti gli altri medici incarcerati.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Nel sud del Libano i droni israeliani usano il suono di bambini che piangono per attirare i civili

Adam ChamseddineBeirut

9 giugno 2026 MiddleEastEye

Come a Gaza, i residenti affermano che Israele sta conducendo una guerra psicologica contro la vita dei civili e il suo paesaggio sonoro

Nel villaggio di Habboush, nel sud del Libano, il suono che ha squarciato il silenzio della notte non era quello di un attacco aereo. Era il grido di un bambino che chiedeva aiuto.

Hashem, un paramedico del villaggio, ha sentito le grida provenire da un quadricottero israeliano che sorvolava la zona.

Parlando con Middle East Eye ha detto che non si tratta di un episodio isolato, ma di una modalità ormai sempre più familiare agli abitanti dei villaggi del sud.

“Non è la prima volta che questi droni sorvolano la nostra zona e diffondono vari suoni “, ha detto Hashem.

“Ieri era il suono di bambini che urlavano e imploravano aiuto. Prima ancora avevano trasmesso il suono di un’ambulanza. Un’altra volta era il Corano. Un’altra volta ancora era la voce di una donna che chiedeva aiuto. Viviamo questa situazione quasi ogni giorno.”

Per le persone che hanno deciso di rimanere nelle proprie case nel sud del Libano nonostante l’occupazione israeliana e i bombardamenti quotidiani, i droni israeliani sono diventati una presenza costante nel cielo.

Sorvegliano, diffondono avvisi, trasmettono messaggi e suoni trasformando la notte in un campo di battaglia psicologico.

Residenti e soccorritori affermano che, oltre all’intimidazione, le forze israeliane usano i suoni dell’emergenza per attirare le persone fuori dalle loro case o dai rifugi, per paura, curiosità o istinto di soccorso.

Hashem ha affermato che la prima reazione nell’udire tali suoni è quasi automatica.

“Quando senti queste voci nel silenzio della notte, il tuo primo istinto è quello di uscire e vedere cosa sta succedendo”, ha detto. “È quello che mi è successo ieri. Ma ho capito subito che doveva provenire dal drone, perché era impossibile che ci fossero dei bambini in giro nel villaggio a quell’ora, soprattutto intorno a mezzanotte”.

Crede che l’obiettivo sia in parte quello di diffondere paura tra coloro che rimangono nei villaggi e spingerli ad andarsene dopo averli sfiniti psicologicamente. Ma vede anche un altro scopo, più immediato.

“Considerato che molti villaggi sono ormai privi di civili, e in alcune zone con la sola presenza dei combattenti della resistenza, penso che l’obiettivo possa essere anche quello di attirare qualcuno allo scoperto e identificarlo”, ha affermato Hashem.

L’esperienza di Gaza

Questa tattica non è nuova nelle ultime guerre di Israele.

A Gaza i gruppi per i diritti umani, i giornalisti e gli abitanti hanno documentato l’uso di droni israeliani dotati di altoparlanti che diffondono suoni di bambini che piangono, donne che urlano e richieste di aiuto nelle zone residenziali e nei campi profughi soprattutto di notte.

I residenti di Gaza hanno affermato che a volte questi suoni inducevano le persone a credere che ci fossero dei civili in pericolo nelle vicinanze, salvo poi rendersi conto che le grida provenivano da piccoli droni che sorvolavano i loro quartieri.

A Gaza i droni non erano solo strumenti di sorveglianza. Durante tutta la guerra medici, residenti e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato il loro utilizzo su strade, case e ospedali dove venivano impiegati per monitorare i movimenti, impartire ordini, intimidire i civili e, in alcuni casi, aprire il fuoco.

Il loro utilizzo con altoparlanti è diventato parte di una più ampia forma di guerra psicologica: confondere i civili, offuscare il confine tra suoni reali e registrati e minare uno degli istinti umani più basilari: l’impulso a rispondere a una richiesta di aiuto.

Oggi gli abitanti del Libano meridionale affermano di riscontrare elementi di questo stesso metodo trasferiti nei loro villaggi, anche se in un contesto diverso. Le loro città sono state distrutte o sono quasi deserte, le famiglie sono intrappolate tra lo sfollamento e un ritorno temporaneo e la guerra ha rimodellato il rapporto tra persone, suoni e movimento.

Controllare il paesaggio sonoro

Tarek Mazaani, originario della devastata città meridionale di Houla, conosce bene questa oppressione. La sua casa è stata distrutta durante la guerra del 2024. In seguito si è trasferito a Zawtar al-Sharqiya durante il cessate il fuoco, prima che la ripresa dei combattimenti a marzo lo costringesse nuovamente a lasciare la proprie abitazione.

Durante quel periodo Mazaani ha fondato l’Assemblea del Popolo delle Città del Confine Meridionale, un’associazione che si batte per il diritto dei residenti a tornare nei loro villaggi distrutti e per l’avvio della ricostruzione.

Il 12 ottobre 2025, racconta, l’esercito israeliano ha inviato droni su diversi villaggi del sud che trasmettevano messaggi di avvertimento invitando i residenti a non parlargli e a boicottarlo. I messaggi lo accusavano di appartenere a Hezbollah.

Mazaani ha ricordato l’episodio essendo di nuovo sfollato, parlando da quello che è diventato il suo terzo sfollamento. Anche la casa in cui si era rifugiato a Zawtar al-Sharqiya è stata distrutta, ha dichiarato a MEE.

“Quando l’esercito israeliano ha trasmesso quei messaggi ho dovuto lasciare la casa, temevo per la vita dei residenti e dei vicini del complesso residenziale in cui alloggiavo”, ha detto Mazaani. “Sentivo che dopo quei messaggi avrebbero potuto prendermi di mira. Ho lasciato la mia famiglia e sono andato altrove”.

Ha detto che gli avvertimenti sono in seguito cessati quando il suo caso è diventato oggetto di interesse pubblico, è stato trattato da diversi media internazionali e ha suscitato dichiarazioni di solidarietà da parte di alti funzionari.

Ma secondo Mazaani l’impatto dell’incidente è andato oltre la sua sicurezza personale. Diffondere il suo nome nei villaggi del sud, ha detto, era un messaggio alla comunità circostante tanto quanto a lui stesso: chiunque si impegnasse nella questione del ritorno, chiunque contestasse lo sfollamento o chiunque chiedesse la ricostruzione poteva essere preso di mira, minacciato o socialmente isolato.

Le testimonianze di Hashem e Mazaani rivelano un altro aspetto della guerra nel sud del Libano. Non è solo una guerra di attacchi aerei, distruzione e sfollamento, ma anche di controllo sul panorama psicologico e sonoro della vita civile.

Questo uso del suono pone i civili in una posizione impossibile. Rispondere può significare cadere in una trappola; ignorarlo può significare trascurare un autentico grido di aiuto. Tra queste possibilità la paura si accumula, la fiducia si sgretola e la permanenza nel villaggio diventa una battaglia di nervi quotidiana.

Nel sud del Libano, dove la lunga memoria dell’occupazione si intreccia con i nuovi sfollamenti, questi quadricotteri sono visti come qualcosa di più di una semplice tecnologia militare. Sono vissuti come un’estensione del controllo israeliano: volteggiano sopra le teste, osservano, proiettano voci disincarnate e costringono i residenti a mettere in discussione ogni suono e movimento intorno a sé.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




B’Tselem pubblica un video che mostra un soldato israeliano che spara ad un neonato palestinese in Cisgiordania

Redazione di MEMO

10 giugno 2026 – Middle East Monitor

Un nuovo video pubblicato martedì dal Centro di Informazioni Israeliano per i Diritti Umani B’Tselem mostra un soldato israeliano che spara quattro giorni fa ad un neonato palestinese di sette mesi mentre era tra le braccia di sua madre ad Hebron, nel sud della Cisgiordania.

B’Tselem ha affermato di aver ottenuto il video che mostra i colpi di arma da fuoco di cui è stata oggetto la famiglia Abu Hikal e che hanno ucciso il neonato Sam Abu Hikal e ferito i suoi genitori.

Il video mostra chiaramente che il soldato israeliano ha sparato all’auto che stava per fermarsi, mentre era ancora distante dai soldati e non poneva alcuna minaccia.

Il video mostra anche il padre che tiene il bambino e cerca di fermare l’emorragia alla testa, e la madre, anche lei colpita mentre teneva in braccio il figlio, siede sulla strada vicino all’auto di famiglia.

B’Tselem ha aggiunto che l’incidente è occorso venerdì 5 giugno mentre la famiglia palestinese stava tornando da una visita a parenti a Tel Rumeida, un quartiere di Hebron.

La sparatoria è accaduta dopo che il padre, alla guida dell’auto, ha visto i soldati sulla strada e ha rallentato.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan è stato sospeso e cosa potrebbe succedere

Imran Mulla

9 giugno 2026 MiddleEastEye

L’organo esecutivo della Corte ha ignorato le conclusioni di una commissione giudiziaria che aveva scagionato Khan dalle accuse di cattiva condotta

La Corte Penale Internazionale si trova in uno stato di incertezza senza precedenti.

Il suo procuratore capo Karim Khan è stato sospeso nel corso di una campagna per rimuoverlo dall’incarico.

Gli Stati membri dell’ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo esecutivo della CPI, hanno votato lunedì per sospendere Khan ignorando l’esito di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di molestie e abusi sessuali contro Khan – un’indagine che loro stessi avevano commissionato.

I giudici incaricati di esaminare le conclusioni dell’indagine hanno scagionato il procuratore all’inizio di quest’anno, concludendo che non vi erano prove di illeciti.

Ma l’Ufficio ASP ha deciso di compiere il passo decisamente non convenzionale di ignorare i risultati e di dare invece una propria valutazione dell’indagine.

Khan è in congedo da già più di un anno. È stato sanzionato dagli Stati Uniti per la sua richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Anche i suoi due vice e numerosi giudici sono stati sanzionati.

Il mese scorso, in un’intervista a Middle East Eye, Khan ha descritto le incredibili intimidazioni e pressioni che, a suo dire, avrebbe subito in relazione alla sua attività di perseguimento dei mandati di arresto per i ministri israeliani, ed anche le minacce ricevute da parte dell’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron e del senatore statunitense Lindsey Graham.

Ha accusato l’organo di governo della Corte di condurre una campagna “pericolosa” e di parte per rimuoverlo dall’incarico con accuse infondate di abusi sessuali, a causa della sua indagine sui presunti crimini di guerra israeliani.

Sebbene l’Ufficio dell’ASP sia un comitato esecutivo composto da 21 membri, tutti i 125 Stati membri della CPI sono rappresentati nell’organo di governo della Corte, appunto l’ASP.

Saranno questi Stati membri a votare in ultima istanza sul destino di Khan.

Se il verdetto di cattiva condotta grave da parte dell’Ufficio dell’ASP venisse confermato da almeno due terzi dei membri, l’ASP terrebbe una seconda votazione per la rimozione del procuratore.

Come si è arrivati ​​a questo punto?

Indagine sui crimini di guerra israeliani

Khan è un avvocato britannico che in passato ha servito come assistente del segretario generale delle Nazioni Unite. Ha svolto inoltre attività di difensore in tribunali penali nazionali ed internazionali.

Nel febbraio 2021 è stato eletto dall’ASP procuratore capo della CPI, diventando la terza persona a ricoprire tale incarico dalla fondazione della Corte nel 2002.

Khan è stato il primo consigliere speciale e capo della squadra investigativa delle Nazioni Unite a muovere accuse al gruppo iracheno dello Stato Islamico (IS) per i crimini commessi tra il 2018 e il 2021.

È stato eletto procuratore capo della Corte Penale Internazionale nel 2021 e da allora il suo ufficio ha indagato su gravi crimini internazionali commessi presumibilmente da leader di Stato in tutto il mondo, fra cui la richiesta di mandati di arresto per i leader della giunta birmana e per i funzionari talebani in Afghanistan.

Quando ha proposto un mandato di arresto per il presidente russo Vladimir Putin, a seguito della sua invasione dell’Ucraina, Khan è stato sanzionato dalla Russia.

L’indagine penale sui presunti crimini di guerra nei territori palestinesi occupati era stata avviata pochi mesi prima dell’insediamento di Khan dalla sua predecessora Fatou Bensouda, ex ministro della Giustizia gambiana e ora ambasciatrice del suo paese a Londra.

Nel 2024 il Guardian ha rivelato che il Mossad aveva esercitato pressioni e verosimilmente minacciato Bensouda senza successo in una campagna di anni per impedirle di avviare l’indagine, e che in seguito aveva messo sotto sorveglianza il suo successore Khan.

Le pressioni su Khan iniziarono ad aumentare nell’aprile del 2024 mentre preparava la richiesta di mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo allora ministro della difesa Yoav Gallant per presunti crimini di guerra, e di nuovo nell’ottobre del 2024, un mese prima che i giudici della Corte Penale Internazionale emettessero i mandati. Nel maggio 2024 Khan aveva richiesto i mandati di arresto, che il tribunale emise nel novembre dello stesso anno.

Lo scorso agosto MEE ha riferito che le pressioni esercitate sul procuratore durante quel periodo includevano minacce e avvertimenti rivolti a Khan da parte di importanti politici e accuse da parte di stretti colleghi e amici di famiglia; i timori per la sua incolumità erano alimentati dalla presenza di una squadra del Mossad all’Aia e da scoop sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di aver ricevuto informazioni secondo cui sarebbe sotto stretta sorveglianza da parte dei servizi segreti russi e israeliani e di averne informato le autorità.

Ha confermato che il senatore statunitense Lindsey Graham lo aveva minacciato di sanzioni se avesse richiesto i mandati di arresto, come già riferito da MEE.

“È stata una conversazione piuttosto cordiale fino al momento in cui ha detto: ‘Se fai quello che ho sentito dire che farai, ci saranno delle conseguenze'”. Ha anche riportato la sua conversazione del 23 aprile 2024 con l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron, che minacciò Khan del ritiro del Regno Unito dalla Corte Penale Internazionale e del definanziamento della stessa se la Corte avesse emesso mandati di arresto per i funzionari israeliani.

La telefonata è stata riportata per primi da MEE nel giugno dello scorso anno.

Khan ha affermato che Cameron, ex primo ministro e ora membro della Camera dei Lord, gli aveva detto “che avevo perso la testa, o che sarei stato considerato fuori di testa se avessimo proceduto [con i mandati] come lui aveva sentito. Mi ha posto diverse domande e mi ha illustrato le conseguenze, o le probabili conseguenze, ed è stata sicuramente una conversazione difficile”.

Khan ha aggiunto: “Chiaramente non era contento di ciò che aveva sentito e che, dal suo punto di vista, avrebbe causato delle difficoltà. E direi che non avevo dubbi dato che naturalmente, come mi disse, il Regno Unito è uno dei maggiori finanziatori della Corte e se il Regno Unito, il partito [conservatore], il partito all’epoca al governo, e anche gli Stati Uniti avessero pensato che avrei perso il controllo della situazione politica, questo avrebbe portato a delle difficoltà. E naturalmente aveva ragione.”

Il procuratore ha confermato che se la Commissione Affari Esteri avviasse un’inchiesta sulla telefonata e gli chiedesse di testimoniare, “certo che ci penserei e collaborerei”.

Accuse di abusi sessuali

Nel 2025, con Donald Trump presidente degli Stati Uniti, Khan fu colpito da sanzioni.

Le sanzioni furono in seguito estese a due viceprocuratori e otto giudici della Corte Penale Internazionale coinvolti nelle indagini sulla Palestina e sull’Afghanistan, alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, nonché alle ONG palestinesi che avevano fornito prove alla Corte.

Riferendosi alle crescenti pressioni subite dalla Corte col ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025 Khan ha dichiarato: “A febbraio [2025] sono stato la cavia del presidente Trump appena insediato. Poi, ad agosto, sono stati sanzionati i viceprocuratori. E poi alcune ONG palestinesi e persone come Francesca Albanese, relatrice speciale. Gli Stati Uniti ovviamente lo hanno fatto per nuocere, per dissuadere, per garantire il rispetto della loro migliore opzione, ovvero nessuna indagine in Palestina.”

Allo stesso tempo la Corte fu travolta da uno scandalo per le accuse di abusi sessuali contro Khan, che lui ha sempre negato.

Il 29 aprile 2024, oltre un mese dopo la decisione di richiedere i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant, una collaboratrice di Khan presentò un’accusa di molestie nei suoi confronti.

Le accuse di molestie furono deferite al Meccanismo di Vigilanza Interna (OIM), l’organo investigativo della Corte, il 3 maggio, ma l’indagine fu archiviata pochi giorni dopo, in seguito alla dichiarazione della donna di non voler collaborare.

Un’altra indagine dell’OIM sulle accuse fu aperta e chiusa più tardi nello stesso anno, prima dell’avvio di un’indagine esterna delle Nazioni Unite.

Il mese scorso Khan ha dichiarato a MEE di non aver goduto dell’anonimato durante le indagini per la denuncia a suo carico, a differenza di quanto accaduto in precedenza ad altri funzionari della Corte accusati di cattiva condotta.

Il suo nome era stato confermato ai media dal presidente dell’Ufficio alla fine del 2024.

La pressione sul procuratore si intensificò ulteriormente all’inizio del 2025, quando si diffuse la notizia che Khan stava cercando di ottenere mandati di arresto per altri ministri israeliani, insieme a ulteriori fughe di notizie sui media riguardanti le accuse di abusi sessuali. L’amministrazione Trump sanzionò Khan nel febbraio dello stesso anno.

Khan si prese poi un periodo di congedo a metà maggio, poco dopo che un tentativo di sospenderlo, sollecitato da un alto funzionario del suo stesso ufficio, era fallito, e nel bel mezzo dell’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse di cattiva condotta.

A marzo un collegio di giudici nominato dall’ASP concluse che l’indagine non aveva accertato alcuna “cattiva condotta o violazione del dovere” da parte di Khan.

Tuttavia la maggioranza dei membri dell’Ufficio dell’ASP appoggiò una mozione per ignorare la relazione dei giudici e formulare una propria valutazione dell’indagine.

“Territori inesplorati”

MEE ha saputo che il procuratore ha presentato il mese scorso all’ASP delle prove fornite da Ben Swanson, ex vicesegretario generale dell’Organizzazione per il Meccanismo di Controllo Interno (OIOS) delle Nazioni Unite, l’organismo che ha indagato su Khan.

Swanson ha lasciato il suo incarico nel febbraio 2025, il che significa che il suo periodo in carica si è sovrapposto all’indagine su Khan, iniziata alla fine del 2024.

Swanson ha dichiarato: “Né il rapporto d’indagine dell’OIOS, né il materiale relativo forniscono prove sufficienti a supportare qualsiasi giudizio di cattiva condotta secondo lo standard di prove richiesto”.

Il mese scorso Khan ha avvertito che la campagna contro di lui ha spinto la Corte in un “territorio inesplorato”, che a suo dire rischia di creare un pericoloso precedente per la rimozione di funzionari eletti a causa di pressioni politiche.

“Se un processo può essere manipolato, se può essere sovvertito, se può essere minato perché i funzionari statali e i diplomatici, per qualsiasi motivo, pensano di saperne di più, allora si crea un modello per sbarazzarsi di qualsiasi funzionario eletto, ora o in futuro, con motivazioni pretestuose, inconsistenti, inventate o infondate”, ha dichiarato Khan a MEE.

Khan ha affermato che, se l’ASP avesse cercato di rimuoverlo, avrebbe fatto appello al Tribunale Amministrativo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILOAT), l’organismo a cui il personale della CPI può appellarsi contro le decisioni sul rapporto di lavoro.

In un parere legale condiviso il mese scorso con gli Stati membri della Corte Penale Internazionale, Abdul Koroma, ex giudice della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), ha affermato che l’ILOAT potrebbe ordinare alla Corte Penale Internazionale di reintegrare Khan e pagare fino a 1,5 milioni di euro (1,74 milioni di dollari) a titolo di risarcimento se l’organo di governo della Corte lo rimuovesse o lo sanzionasse.

Il viceministro degli Esteri norvegese Andreas Kravik ha detto a MEE la scorsa settimana che l’ufficio dell’ASP dovrebbe “rispettare le procedure” che ha messo in atto per esaminare le accuse di cattiva condotta contro il procuratore.

“Quello che abbiamo detto è che la Corte Penale Internazionale deve esaminare questo caso in conformità con le procedure stabilite per esaminare le accuse di cattiva condotta”, ha detto Kravik.

Ha avvertito che “altrimenti ci sarà come minimo una percezione di politicizzazione del processo. E ciò danneggerebbe l’integrità del tribunale.

È qualcosa che non possiamo permetterci, soprattutto in questo momento in cui la Corte è sottoposta a forti pressioni da parte di altri Stati e in cui alcuni Stati stanno cercando, per quanto possibile, di dipingere la Corte come un’entità politicizzata che non opera in conformità con i principi fondamentali del diritto internazionale”.

Ora che Khan è stato sospeso, l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) ha dichiarato di aver deciso di convocare al più presto una sessione speciale per esaminare la questione.

La valutazione dell’Ufficio si è basata sulla relazione di un’indagine condotta dall’Ufficio dei Servizi di Controllo Interno delle Nazioni Unite (OIOS), sulle prove raccolte, sul parere di un gruppo ad hoc di esperti giuridici e sugli scritti presentati”, si legge nella nota.

La decisione dell’Ufficio e la relativa documentazione rimarranno riservate. L’Ufficio continua a chiedere il dovuto rispetto della privacy e dei diritti di tutte le parti coinvolte, nonché dell’integrità del procedimento in corso”, conclude la nota.

Secondo le regole dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), qualsiasi giudizio di cattiva condotta richiederebbe la maggioranza di due terzi degli Stati membri presenti e votanti dell’Assemblea.

Se l’ASP votasse decretando la grave cattiva condotta si procederebbe a una seconda votazione sulla rimozione del procuratore.

In tale votazione sarebbe necessaria una maggioranza assoluta di almeno 63 voti per rimuovere Khan.

Il team legale di Khan ha dichiarato lunedì: “La decisione è illegittima, proceduralmente scorretta e non supportata da prove. Ignora la conclusione unanime della Commissione Giudiziaria indipendente nominata dallo stesso Ufficio, la quale ha stabilito che gli accertamenti di fatto dell’OIOS non hanno dimostrato cattiva condotta o violazione dei doveri ai sensi del quadro giuridico pertinente.”

Hanno affermato che “intraprenderanno tutte le misure necessarie per contestare la decisione, tutelare i suoi diritti e garantire il rispetto del giusto processo.”

Ora è in ballo il futuro di Khan, insieme a quello della stessa Corte Penale Internazionale.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La produzione agricola israeliana contaminata da sostanze chimiche a causa delle esplosioni dell’esercito a Gaza

Mera Aladam

9 giugno 2926 – Middle East Eye

Da un nuovo studio emerge che è stato individuato del materiale pericoloso nel terreno agricolo a circa 20 km dal confine con Gaza

Da un nuovo studio emerge che la produzione agricola locale in Israele è stata contaminata da sostanze chimiche pericolose rilasciate dalle esplosioni dell’esercito durante i due anni di genocidio a Gaza.

La ricerca è stata condotta da esperti della Hebrew University, del Ministero della Sanità, dell’Istituto Volcani e dell’Organizzazione per la Ricerca Agricola dell’Arava meridionale [regione del distretto meridionale di Israele, ndtr.].

Essa ha rivelato che PFAS – un gruppo di prodotti chimici sintetici di lunga durata – sono stati individuati in patate campionate in decine di campi vicino al confine con Gaza.

Lo studio aggiunge che l’inquinamento da PFAS è stato rilevato in pozzi per l’acqua e terreni fino a 19 km da Gaza.

I ricercatori ipotizzano che il materiale chimico sia stato probabilmente trasportato dal vento sul terreno agricolo dopo essere stato rilasciato dagli esplosivi a Gaza, evidenziando l’impatto ambientale della devastante guerra di Israele.

I PFAS sono notoriamente di difficile smaltimento nell’ambiente e nel corpo umano e sono inoltre resistenti al calore, guadagnandosi il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.

Certi tipi di PFAS sono stati collegati a diverse problematiche di salute, inclusi danni al sistema riproduttivo e immunitario, problemi di sviluppo nei feti e aumento del rischio di cancro.

In Israele circa il 15% dei pozzi di acqua potabile e il 70% delle sorgenti d’acqua usate per l’agricoltura contengono residui di PFAS, portando alla chiusura di importanti pozzi d’acqua in tutto il Paese.

L’impronta di CO2 causata dalla guerra genocida di Israele a Gaza ha peggiorato un ambiente già fragile con emissioni che nei primi 15 mesi dell’aggressione sono stimate superiori a quelle di 100 Paesi.

La Rete di Ricerca di Scienze Sociali [piattaforma scientifica statunitense in rete, ndtr.], ha evidenziato che il costo climatico della distruzione israeliana di Gaza – incluse la rimozione dei detriti e la ricostruzione – potrebbe superare l’equivalente di 31 milioni di tonnellate di diossido di carbonio.

E’ più delle emissioni annuali del 2023 di molti Paesi, compresi Costa Rica, Afghanistan e Zimbabwe.

Ha rilevato che l’impatto complessivo delle guerre di Israele a Gaza e Libano, come anche dei precedenti conflitti militari con Yemen e Iran, equivale all’attività di 84 centrali elettriche per un anno.

Il cambiamento climatico e gli attacchi di Israele alle infrastrutture ambientali hanno afflitto a lungo Gaza e altre parti della Palestina occupata.

Dopo la Nakba – la pulizia etnica e la distruzione delle comunità palestinesi nel 1948 da parte delle forze sioniste – il Jewish National Fund (JNF) ha piantato foreste di monocoltura di pini, spesso sulle rovine dei villaggi palestinesi.

Nel 2013 la Società per la Protezione della Natura in Israele ha rivelato che i progetti del JNF hanno avuto un impatto devastante sulla biodiversità locale.

Nel 2021 Fadel al-Jadba, direttore del dipartimento di orticoltura del Ministero dell’Agricoltura palestinese, ha detto a Middle East Eye che nel decennio scorso si è verificata una notevole diminuzione della produzione agricola.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un bambino palestinese di 10 anni è stato arrestato, violando persino le prassi dell’IDF

Amira Hass

8 giugno 2026 – Haaretz

Guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.” L’ufficiale decide di arrestare sia il padre che il figlio.

Cos’hai fatto nell’esercito oggi, mio caro?”

Ho arrestato un bambino di 10 anni, mamma.”

Dove?”

A Hizma, a nordest di Gerusalemme.”

Nella serata di giovedì scorso una coppia e il loro figlio di 10 anni hanno fatto visita al nonno del bambino, che vive da qualche altra parte nel villaggio. Il bambino è sceso a comprare qualcosa nel negozio di alimentari. Erano circa le 23: tardi, è vero, ma tra giovedì e venerdì la gente passa il tempo in famiglia fino a tardi. Dopotutto il giorno dopo è vacanza.

Poi, mentre il bambino era ancora giù, sono arrivati dei vicini ed hanno detto al padre che un ufficiale lo stava cercando. E’ risultato che una forza militare armata su due jeep stava facendo irruzione nel villaggio, come succede quotidianamente.

Tuo figlio mi ha tirato una pietra,” ha sostenuto l’ufficiale. “Come?” ha protestato il padre, 46 anni. “Ha 10 anni. E’ semplicemente andato a comprare qualcosa al negozietto. E guarda, sta proprio lì vicino alla porta del negozio, piangendo.”

L’ufficiale ha deciso di arrestarli entrambi. I soldati hanno messo il bambino nella jeep. Hanno ammanettato il padre con le mani dietro la schiena e lo hanno bendato. Il video di una telecamera vicina lo mostra quando viene messo nella jeep dell’esercito mentre passano le auto.

Dopo che per ore i due non sono tornati, la famiglia terrorizzata ha cercato di trovarli. La polizia israeliana ha detto di non averli presi. Nella mente di ogni membro della famiglia sono balenate ipotesi orribili. Ognuno di loro ha sentito testimonianze in prima persona che descrivono soldati, sia di leva che commando del fronte interno (cioè coloni), che picchiano palestinesi per divertimento.

Venerdì, poco prima delle 7 e dopo una notte insonne, uno dei familiari, che è anche mio amico, mi ha chiamata: “Vogliamo sapere dove sono e stiamo anche cercando un avvocato per far rilasciare il bambino,” ha detto. Ho fatto una rapida ricerca e un ufficiale della sicurezza mi ha detto che i due erano stati arrestati dall’esercito e che l’esercito stava ancora cercando di capire dove fossero.

In quanto giornalista ho ricordato all’ufficiale della sicurezza che il bambino ha 10 anni e che questo arresto era illegale. Come descritto nel 2015 da una pubblicazione dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele “l’età della responsabilità penale nei territori (in Cisgiordania) è 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o incarcerare bambini con meno di 12 anni.”

Tuttavia l’esercito insiste che gli è consentito arrestare questi bambini per un tempo massimo di 3 ore e fino a 6 con l’approvazione di un tenente colonnello. Questa è stata la risposta dell’unità del portavoce dell’esercito israeliano a una richiesta di informazioni inviata alla fine del 2014 dall’associazione per i diritti civili.

Tuttavia alle 8 del mattino di venerdì le 3 ore di arresto di un bambino sotto i 12 anni consentite dalla stessa prassi dell’esercito erano passate da molto, anche con l’estensione speciale di altre 3 ore. Persino secondo le pratiche permissive dichiarate dall’esercito il tempo massimo per l’arresto era finito, l’istituzione che deteneva ancora il bambino lo stava facendo senza alcuna autorità.

L’esercito li sta cercando,” ho detto al mio amico. Ha risposto: “Se sono stati arrestati dall’esercito devono essere in una delle due basi militari della zona, quella di Anata o quella di Al-Ram.” L’ho detto all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9,57 il mio amico mi ha telefonato dicendo che il padre aveva appena chiamato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e stavano tornando ad Hizma. E, come se rispondesse a una domanda che avevo paura di fare, il mio amico mi ha informata: non sono stati picchiati.

Non erano stati picchiati ma, secondo la testimonianza del padre ad Haaretz, ecco come sono stati trattati: quando sono arrivati alla base e sono stati fatti scendere dalla jeep, secondo quanto ha capito il padre una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse consentito ammanettare e bendare un bambino di 10 anni. Ha ricevuto una risposta positiva e ciò è quello che hanno fatto i soldati: hanno ammanettato il bambino di 10 anni e gli hanno messo sugli occhi una borsa di plastica.

Entrambi sono stati fatti sedere all’aperto, sull’asfalto. Hanno avuto freddo. Il bambino piangeva e ha chiesto a suo padre: “Quando ci lasceranno andare?” Il tempo passava lentamente. Ovviamente non riuscivano ad addormentarsi. Il padre ha chiesto che gli venisse consentito di andare in bagno. Il bambino non è più riuscito a trattenersi ed ha bagnato i pantaloni. Il padre ha continuato a gridare che aveva bisogno di andare in bagno. Una soldatessa che li sorvegliava ha gridato in arabo “Stai zitto! Stai zitto!” Alla fine è arrivato un soldato e ha portato il padre dietro a un rimorchio nella base, gli ha tolto le manette e l’ha avvertito di non muoversi da lì o gli avrebbe sparato. In seguito il padre è stato di nuovo ammanettato, e le manette sono state messe più strette. Ha detto che gli facevano male, e il soldato ha risposto in arabo di stare zitto.

Il tempo continuava a passare lentamente. Qualcuno è arrivato e ha puntato su di loro una torcia elettrica e poi li ha fotografati. E’ stata data loro dell’acqua. Il tempo continuava a passare mentre rimanevano svegli. Al sorgere del sole le manette facevano sempre più male. Il calore del sole ha iniziato a dare fastidio. Alla fine sono stati rilasciati alle 9,30 senza essere stati interrogati, indagati o citati in giudizio.

L’unità del portavoce dell’IDF mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’attività operativa nel villaggio di Hizma forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinesi che avrebbero tentato di lanciare pietre su una strada. Il sospetto e il minore sono stati in arresto durante alcune ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio.”

Un sacco di bugie in una sola breve risposta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Gli agricoltori di Gaza iniziano il duro lavoro di ricostruzione di un settore agricolo devastato dal genocidio israeliano.

Ansam al-Qitaa

8 giugno 2026 – Mondoweiss

I due appezzamenti di terreno che Jalal Arafat possiede da decenni si trovano ai lati opposti della linea che ha ridisegnato la mappa di Gaza dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Uno è fuori dalla sua portata, a tre metri da quella che ora è conosciuta come la “Linea Gialla”, che taglia Gaza approssimativamente a metà. L’altro, 800 metri più lontano, venne utilizzato da Israele come sede di baracche militari durante l’invasione del quartiere di al-Zaytoun a Gaza City.

Dopo una pausa delle ostilità nei pressi del secondo appezzamento, Arafat, nonostante gli avvertimenti, vi fece ritorno. L’area era stata ridotta a quello che lui stesso descrisse come “dune di sabbia distrutte”. Nonostante questa tremenda condizione, con l’aiuto dei figli bonificò il terreno, lo livellò e piantò fichi e ulivi, scelti per il loro scarso fabbisogno idrico e per la loro capacità di sopravvivere con l’acqua che arriva dal sottosuolo.

In tutta la Striscia assediata decine di agricoltori stanno facendo lo stesso. Tornano a piedi nei campi ricoperti di macerie, cingoli di carri armati e ordigni inesplosi. Trasportano l’acqua sulle spalle per lunghe distanze. Lo fanno perché per molti questo è tutto ciò che rimane loro.

Alcuni sono sostenuti in questa impresa dal Ministero dell’Agricoltura di Gaza, che a maggio ha avviato un progetto di bonifica d’emergenza nei quartieri meridionali di Gaza di al-Mughraqa, al-Sheikh Ajleen e in alcune zone di al-Zaytoun, in collaborazione con la Palestinian Agricultural Relief Society, l’Agricultural Relief Society, la Cooperative Association for Grape and Vegetable Producers e Oxfam.

L’obiettivo è rimettere in produzione 400 ettari e sostenere centinaia di agricoltori nella prima fase, ripristinando tra il 60 e il 70% della loro capacità produttiva prebellica. I lavori iniziano con lo sminamento per garantire che i terreni siano privi di ordigni inesplosi, seguito da livellamento, aratura, fertilizzazione e piantumazione.

“L’albero, se riceve cure, acqua e ciò di cui ha bisogno per crescere, sopravvive”, ha dichiarato Arafat, che ha aderito all’iniziativa, a Mondoweiss. E così fa l’essere umano. Dal nulla può costruire una nuova vita e rimettere in sesto tutto ciò che l’occupazione ha distrutto.”

Un’operazione di recupero coordinata

Ad al-Zaytoun le squadre della Palestinian Agricultural Relief Society hanno rimosso le macerie da 66 dunam (6,6 ettari) di terreno agricolo dove all’inizio dell’anno non era rimasta una sola piantina.

Hanno riaperto le strade agricole sepolte sotto i detriti, ripristinato i pozzi e posato le condutture idriche, consentendo agli agricoltori di tornare ai campi che avevano abbandonato durante la guerra. Nel giro di pochi mesi zucchine e cetrioli sono ricominciati a crescere su terreni che erano stati dati per spacciati.

“La distruzione non si è limitata ai terreni agricoli. Ha colpito le infrastrutture agricole, l’allevamento e la pesca, e ha influito direttamente sulla capacità produttiva del settore”, ha affermato Noha al-Sharif, responsabile per la comunicazione e la difesa dei diritti presso la Palestinian Agricultural Relief Society a Gaza.

L’organizzazione sta lavorando anche ad al-Sheikh Ajleen, il distretto viticolo a sud di Gaza City.

«Nella prima fase ci siamo rivolti ad almeno 150 agricoltori e ora stiamo ampliando il progetto per includerne di nuovi», afferma al-Sharif.

L’associazione ha fornito fertilizzanti, nutrienti e componenti per l’irrigazione di provenienza locale, e le piantine di vite stanno tornando a popolare i terreni che erano stati completamente devastati. Un lavoro simile è in corso nella parte settentrionale di Gaza City, nelle zone di al-Zarqa e al-Amn al-Aam.

Secondo al-Sharif la Palestinian Agricultural Relief Society ha creato circa 240 orti domestici all’interno delle case distrutte dove le famiglie sono tornate, fornendo piantine, semi e serbatoi d’acqua in modo che gli abitanti possano coltivare ortaggi e verdure a foglia verde per il proprio consumo.

«Questo ha alleviato il peso economico sulle famiglie, riducendo la necessità di acquistare verdure al mercato, con prezzi così alti e merci così scarse», dice al-Sharif.

L’organizzazione, con l’aiuto di partner internazionali, sta inoltre introducendo l’agricoltura all’interno degli stessi campi profughi. Hanno creato orti nei pressi e allinterno dei campi in gran parte dei distretti di Gaza, hanno fornito agli abitanti gli attrezzi e i materiali necessari per la loro manutenzione e hanno collaborato con i responsabili dei campi profughi per integrare la coltivazione di prodotti alimentari nella vita quotidiana.

Sono stati organizzati seminari di sensibilizzazione rivolti alle famiglie i cui figli mostrano segni di malnutrizione, per spiegare come utilizzare gli alimenti nel modo più nutriente possibile.

Abbiamo voluto trasformare i campi da luoghi estenuanti e psicologicamente logoranti in ambienti più vivaci, introducendovi spazi verdi e attività agricole”, dichiara a Mondoweiss.

L’organizzazione sta pianificando interventi più estesi nel prossimo futuro, ma al-Sharif sottolinea che la ripresa di cui il settore agricolo di Gaza ha bisogno non può essere raggiunta solo con l’improvvisazione locale: “Il successo di questi sforzi richiede un’azione internazionale urgente per esercitare pressioni sull’ingresso di beni agricoli a Gaza, tra cui sementi, fertilizzanti, attrezzature e reti di irrigazione, in modo che gli agricoltori possano ripristinare la loro capacità di produrre e preservare ciò che resta della sicurezza alimentare nella Striscia”.

Al di là di ciò che gli sforzi locali possono risolvere

Israele continua a impedire l’ingresso a Gaza di fertilizzanti, sementi, reti di irrigazione e macchinari, lasciando che gli sforzi di ripresa rimangano a carico di ciò che si può recuperare dalle risorse locali.

Secondo l’Ufficio stampa del governo di Gaza il 96% dei terreni agricoli coltivati ​​è crollato da 9.300 ettari prima della guerra a 400 ettari oggi. Le perdite dirette per il settore agricolo e zootecnico sono stimate in 2,8 miliardi di dollari, con il 94% dei terreni agricoli danneggiati e l’85% delle serre distrutte.

Gli agricoltori descrivono prezzi che hanno reso impossibile una ripresa autonoma. Una confezione da 250 grammi di pesticida è passata da 500 shekel (149 euro) a 3.000 shekel (892 euro). Un carico di fertilizzante è passato da 1.000 shekel (298 euro) a 20.000 shekel (5.951 euro).

Secondo una recente valutazione della ricostruzione condotta dalla Banca Mondiale la sola ripresa dei sistemi agricoli e alimentari di Gaza costerà circa nove miliardi di dollari [7,80 miliardi di euro, ndt.], gran parte dei quali destinati a sfamare la popolazione di Gaza fino alla ricostruzione della produzione locale.

Samaher Abu Jameh, un’agricoltore, ha affermato che la guerra ha distrutto la maggior parte dei terreni e delle infrastrutture agricole di Gaza, lasciando vaste aree incoltivabili a causa di munizioni inesplose e detriti pericolosi. “Il protrarsi della guerra, l’impossibilità per gli agricoltori di accedere alle proprie terre e la mancanza di un adeguato sostegno hanno portato a un calo significativo della produzione agricola e hanno impedito a molti di continuare il proprio lavoro”, ha dichiarato.

Le forze israeliane, aggiunge Abu Jameh, hanno preso il controllo di vaste aree a est di Salah al-Din Road. Gli impianti solari che alimentavano le pompe idrauliche sono stati distrutti insieme ai pozzi. Serre, attrezzi, pesticidi, fertilizzanti, sementi e piantine scarseggiano. Molti agricoltori sono costretti a utilizzare attrezzature vecchie e danneggiate non avendo altro a disposizione.

Le analisi satellitari della FAO e dell’UNOSAT mostrano che il 98% delle aree coltivate ad alberi a Gaza è stato distrutto, insieme al 90% delle serre e all’82,8% dei pozzi agricoli. Prima della guerra il settore agricolo impiegava circa 560.000 persone.

“Gli agricoltori di Gaza stanno vivendo una vera catastrofe che minaccia la sicurezza e sovranità alimentare”, ha affermato Saed Ziada, coordinatore del settore agricolo presso la rete delle organizzazioni non governative palestinesi. “Quasi tutti faticano a trovare una fonte di reddito in condizioni economiche disastrose”.

Ziada cita la recente iniziativa a sostegno del settore attraverso il recupero dei terreni, la distribuzione di sementi, le reti di irrigazione e altre forme di supporto in natura e finanziario. Tuttavia afferma che l’entità di questi aiuti rimane ben al di sotto del necessario.

“Le istituzioni sono presenti in un modo o nell’altro, nonostante i finanziamenti limitati”, dice. “Ma i bisogni sono di gran lunga superiori alle risorse disponibili”.

Gli agricoltori che non possono ricominciare

Rushdi Ayyad, un agricoltore di Al-Zaytoun, possiede 11 dunam (1,1 ettari) di terreno agricolo, ora a circa 800 metri dalla Linea Gialla, che sono stati distrutti. Non riesce a raggiungere la zona da quasi due anni e mezzo, essendo stato sfollato con la forza a Deir al-Balah, nel centro della Striscia..

Non ci sono le condizioni essenziali per la vita né per ripristinare le coltivazioni” afferma. “Non c’è una fonte di reddito che ci aiuti a bonificare la terra e nessuna concreta possibilità di ricominciare”

Il terreno ospitava alberi di oltre 25 anni, da cui lui, la sua famiglia e diversi lavoratori dipendevano come unica fonte di reddito. Tra le perdite più dolorose c’è un ma’rish, un pergolato per viti, di tre dunam (0,3 ettari), la cui costruzione gli era costata circa 40.000 dollari [35.000 euro, ndt.].

E poi c’è il costo del recupero. Anche la bonifica dei terreni dai detriti militari, afferma, è al di là delle possibilità di qualsiasi agricoltore.

“Viviamo già al di sotto della soglia di povertà”, dichiara a Mondoweiss. “Oggi dipendiamo da una takiya [una mensa comunitaria] solo per mangiare”.

Nel corso di sei guerre e incursioni tra il 2008 e il 2021 Ayyad era riuscito ogni volta a riacquisire la sua terra e a ricominciare da capo.

“Questa volta è completamente diverso”, dice. “Non posso ricominciare da capo.”

Ziada afferma che il legame dei palestinesi con la terra racchiude dimensioni di identità, appartenenza e tenacia.

La maggior parte dei terreni agricoli ancora coltivati, spiega, si trova nelle zone più vicine alla Linea Gialla, ma “nonostante il pericolo di raggiungerla, qualsiasi agricoltore che riesca ad arrivare alla propria terra e a procurarsi acqua e beni di prima necessità si affretterà a coltivarla, perché abbiamo urgente bisogno di una fonte di reddito per noi stessi e per le nostre famiglie”.

Le indagini effettuate dalla sua rete rivelano che molti agricoltori si sono indebitati o hanno venduto parte delle loro proprietà per acquistare beni agricoli nella speranza di provvedere al cibo per le loro famiglie e a una fonte di reddito che li aiuti a sopravvivere.

“E poi c’è la paura che incombe su ogni solco tracciato”, spiega. «Un contadino potrebbe seminare, aspettare il raccolto e poi vedere una nuova incursione o operazione militare costringerlo alla fuga, con la perdita del raccolto di un’intera stagione».

Nonostante tutto questo Arafat continua a seminare. Parla della terra di sua madre e di suo padre, il luogo da cui trae il pane quotidiano.

Vede la distruzione come un altro capitolo di quello che ha definito «un piano metodico per distruggere il settore agricolo», parte di un modello più ampio di sfollamento e costruzione di insediamenti iniziato nel 1948, che a suo dire mira a «sradicare i palestinesi dalla loro terra».

Ma «il contadino palestinese non conosce altra via se non l’agricoltura, che ha ereditato dai suoi padri e nonni», spiega. «Vogliamo investire nella terra. La terra, per sua natura, genera. L’albero porta il frutto e il frutto ci restituisce vita e benessere».

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Egab [piattaforma globale che offre supporto editoriale ai giornalisti locali, ndt.]

Ansam al-Qitaa è una giornalista palestinese di Gaza che lavora nel giornalismo cartaceo, radiofonico e mobile. Appassionata di storie di interesse umano e desiderosa di mettere in luce le difficoltà delle persone, crede nel potere delle parole e delle immagini di generare un cambiamento.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)