Trump, Gerusalemme e l’indifferenza araba verso la Palestina

Mariam Barghouti,

7 dicembre 2017, Al Jazeera

I palestinesi hanno provato un senso collettivo di ansia e rabbia quando il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti riconoscono formalmente Gerusalemme come capitale di Israele e inizieranno il processo di trasferimento della loro ambasciata da Tel Aviv alla città.

Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele è un altro doloroso colpo al morale palestinese poiché dimostra ancora una volta come le potenze internazionali agiscano senza accettare o riconoscere l’esistenza dei palestinesi, nonostante sia la popolazione che subisce il peso delle conseguenze.

Il problema della dichiarazione USA, tuttavia, non si basa sul riconoscimento e sull’affermazione in se’, ma sulla serie di eventi che hanno portato alla sua concretizzazione. È il culmine del fallimento internazionale nell’affrontare le violazioni di Israele dei diritti umani, il continuo sostegno degli Stati Uniti a Israele, l’incompetenza della leadership palestinese nel raggiungere soluzioni attraverso gli sforzi diplomatici e, più recentemente, la nuova amicizia che l’amministrazione statunitense sta costruendo con alcuni Stati arabi.

La storia si ripete.

Quest’anno – anno in cui Gerusalemme è riconosciuta dagli Stati Uniti come la capitale di Israele – segna anche 100 anni da quando Lord Balfour concesse al movimento politico sionista il diritto a una patria ebraica in Palestina. L’ultima decisione americana, quindi, riecheggia la stessa posizione secondo cui le potenze internazionali possono ignorare la popolazione indigena palestinese e il loro diritto all’autodeterminazione.

La dichiarazione di Balfour non solo dimostrò i pericoli di tali affermazioni unilaterali, ma provò anche che Israele le impiegherà per far avanzare il proprio programma coloniale. La dichiarazione del 1917 spianò la strada alla milizia sionista per radere al suolo i villaggi palestinesi e conquistare la terra palestinese, e oggi la dichiarazione di Trump legittima questa storia di violenza fornendo a Israele un costante sostegno.

Trump aveva ragione affermando che “Gerusalemme è la sede del moderno governo israeliano. È la sede del Parlamento israeliano, della Knesset e della Corte suprema israeliana. È la sede della residenza ufficiale del primo ministro e del presidente. È il quartier generale di molti ministri del governo”.

Gerusalemme è stata infatti considerata la capitale di Israele per decenni, anche se non ufficialmente. È per questo che il riconoscimento di Trump è stato reso possibile. Il lavoro preliminare era già in atto e così tutto ciò che ha portato fino a questo momento è la prova della bancarotta morale della comunità internazionale quando si tratta della situazione palestinese.

Il governo israeliano ha imposto un controllo assoluto e completo sulla popolazione palestinese a Gerusalemme, proprio come ha fatto in altre città e paesi palestinesi. I palestinesi gerosolimitani possiedono solo documenti di residenza, che possono essere revocati in qualsiasi momento; Israele demolisce continuamente case nei quartieri palestinesi con il pretesto che mancano di permessi, e i giovani palestinesi sono bersagliati in modo discriminatorio dalle forze israeliane.

Sono queste politiche israeliane, le stesse politiche contro cui i palestinesi hanno protestato per anni, che hanno messo a tacere le voci palestinesi così che Gerusalemme possa essere presentata di fatto come israeliana.

I leader arabi ignorano le grida dei palestinesi.

Ciò che è ancora più angosciante è che ciò non sarebbe stato possibile senza i compromessi raggiunti dalla leadership palestinese. La politica palestinese è stata segnata da rivalità tra fazioni, collaborazione sulla sicurezza con l’intelligence israeliana a spese dei palestinesi e una serie di concessioni sotto forma di accordi e trattati che non hanno mai incapsulato i fondamenti delle richieste palestinesi; giustizia, liberazione e dignità.

E mentre i palestinesi hanno ripetuto per decenni le loro richieste di autodeterminazione e diritti umani fondamentali, la comunità internazionale e la leadership palestinese li hanno ignorati intenzionalmente per perseguire un’altra agenda che ruota attorno ai negoziati. Ciò ha generato solo maggiore repressione e un netto aumento del numero di insediamenti colonici.

Oggi vediamo sia la comunità internazionale sia i leader arabi ignorare ancora una volta le grida palestinesi per la giustizia. Ciò è evidente nel discorso dominante dei leader globali e arabi. Esso ruota attorno alla paura di un’altra insurrezione, instabilità e protesta. Nella maggior parte dei discorsi e dei proclami non c’è una vera presa di posizione sulle radici dell’aberrazione imposta al popolo palestinese sotto forma di un’occupazione violenta.

La fissazione sulla possibile reazione dei palestinesi e della comunità araba come la ragione principale per opporsi a questa decisione oscura il fatto che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana si basa su violazioni e abusi dei diritti umani.

È l’amplificazione della “paura della reazione dei palestinesi / degli arabi” che può tragicamente rappresentare la cornice entro cui spingere verso ulteriori negoziati mentre gli stati arabi si affrettano a controllare il tumulto della protesta e gli Stati Uniti spingono la loro visione di una pace che è solo una facciata per dare a Israele ciò che vuole; uno stato senza il fastidio dell’esistenza palestinese.

Così mentre i leader di tutto il mondo proclamano che questa mossa porterà alla fine dei colloqui di pace, della soluzione dei due Stati e di qualsiasi stabilità nella regione, la verità è che non c’è mai stata né pace né stabilità nei territori dall’inizio dell’occupazione israeliana.

Il discorso degli Stati arabi indica anche l’insincerità nel volere raggiungere una vera soluzione nella regione, soluzione che dovrebbe ritenere Israele responsabile dei suoi crimini e fornire ai palestinesi i loro pieni diritti. Ciò è particolarmente vero mentre si diffonde l’ondata di condanne contro la decisione.

I palestinesi hanno memorizzato questo scenario e la realtà che nessuna azione farà seguito. La verità è che gli Stati Uniti hanno un programma che è allineato con gli interessi israeliani e gli Stati arabi hanno fatto amicizia con l’amministrazione Trump, limitando ogni azione.

Proprio questa estate, abbiamo assistito ai palestinesi che protestavano contro le misure israeliane nella moschea al-Aqsa. Anche allora ci furono condanne e proteste da parte degli Stati arabi e dei paesi internazionali. Tuttavia, questo approccio sintomatico e simbolico continuerà solo a rafforzare l’occupazione e l’espropriazione di Israele della terra palestinese.

Tra le righe del discorso di Trump di mercoledì si intravvede il messaggio di Israele alla comunità globale. Esso predice che se commetti abbastanza crimini mentre reciti una storia al mondo, otterrai ciò che vuoi e te la caverai.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




Per alcuni abitanti di Gaza che necessitano di cure mediche, l’attesa per un permesso di uscita porta alla morte

Amira Hass

4 dicembre 2017 Haaretz

Yara Bakheet, di 4 anni e Aya Abu Mutalq, di 5, sono tra i 20 pazienti morti quest’anno poiché i loro permessi di uscita non sono arrivati in tempo

A gennaio la bimba di 4 anni Yara Bakheet si ammalò. Vomitò spesso nel corso di un’intera settimana e si disidratò, e dopo una serie di esami all’ospedale europeo di Khan Yunis a Gaza, i medici dissero alla madre, la ventottenne Aisha Hassouna, che sua figlia soffriva di insufficienza cardiaca.

Le venne fissato un appuntamento all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme est dove, così dissero alla madre, vi erano i mezzi adeguati per curare sua figlia.

Gli esami medici, il foglio di appuntamento e l’impegno al pagamento, unitamente alla richiesta di un permesso per Yara e suo padre di uscire da Gaza, furono inoltrati all’Amministrazione israeliana di Coordinamento e Collegamento , che concede i permessi di uscita in base al parere del servizio di sicurezza Shin Bet.

La madre ha raccontato ad un ricercatore dell’associazione per i diritti umani B’Tselem che la prima richiesta venne respinta. Yara mancò l’appuntamento. Ne fu fissato uno nuovo per il 16 febbraio. La famiglia ripercorse l’intera trafila burocratica: documenti, copie, appuntamento, impegno di pagamento, modulo di richiesta ed un viaggio all’ufficio palestinese di collegamento, che inviò i documenti ai dirigenti e funzionari israeliani.

Questa volta, per assicurarsi che la domanda di permesso non fosse respinta a causa dell’identità dell’adulto accompagnatore, fu deciso che l’accompagnatore sarebbe stata la nonna della mamma, di 72 anni. La domanda venne accettata e le due persone partirono per Gerusalemme.

La bisnonna a sua volta soffriva di pressione alta e diabete. Peggio ancora, la piccola Yara non la conosceva bene e rifiutò il suo aiuto all’ospedale. La bambina pensò di essere stata abbandonata dai genitori e per tutto il tempo in cui rimase all’ospedale Al-Makassed, dove le era stato applicato un catetere, rifiutò di parlare con i genitori al telefono. “Mi sembrava che mi si chiudesse il cuore per il desiderio di sentire la sua voce”, disse Hassouna, la mamma.

Yara tornò a casa sciupata e rimase arrabbiata con sua madre che non le era stata accanto. La sua condizione diventava sempre più evidente quando Lara, la sua gemella, era nelle vicinanze. Dopo cure e degenze in ospedale nella Striscia di Gaza, si decise di mandare Yara di nuovo a Al-Makassed. Fu preso un appuntamento per il 2 giugno ed i documenti e certificati furono nuovamente inoltrati all’ufficio israeliano di collegamento.

Una settimana prima dell’appuntamento, la famiglia ricevette sul cellulare un messaggio che diceva che la richiesta era ancora sotto esame. L’appuntamento fu perso. Passarono i giorni, la condizione di Yara peggiorò e quando incominciò a sentire mancanza di fiato e soffocamento, fu portata un’altra volta all’ospedale europeo. Fu preso un altro appuntamento a Al-Makassed per il 20 luglio, per inserire un pacemaker, che a Gaza non era disponibile. Ma Yara morì all’ospedale europeo il 13 luglio.

Yara è una dei 20 pazienti gravemente ammalati che sono morti quest’anno a Gaza poiché la loro richiesta per un permesso israeliano di uscita per ricevere cure non è stato concesso in tempo. Un nuovo rapporto di B’Tselem, che sarà pubblicato questa settimana, si occupa di questo crescente fenomeno di ritardi ingiustificati nell’emissione di permessi di uscita per cure mediche.

I pazienti non hanno ricevuto dinieghi ufficiali, ma solo il messaggio “Stiamo valutando la vostra domanda.” I funzionari israeliani di collegamento inviano questo messaggio agli impiegati dell’ufficio palestinese di collegamento, che invia un messaggio alla famiglia, a volte la sera prima dell’appuntamento.

E’ difficile stabilire se e quando una morte sia causata direttamente da un ritardo nell’emissione di un permesso di uscita per cure mediche. Però è chiaro che l’indecisione, le aspettative e la delusione, la costante incertezza, la tensione e la necessità di affrontare l’intera logorante procedura burocratica nuovamente ogni volta, non sono cose salutari.

Peggioramento negli ultimi quattro anni.

A giugno, quando Yara avrebbe dovuto andare a Gerusalemme per farsi inserire un pacemaker, 1920 pazienti avevano inoltrato richieste per permessi di uscita da Gaza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che furono approvate 951 richieste, 20 furono respinte (meno dell’1%) e 949 (49,4%) rimasero senza risposta fino alla data prevista del ricovero in ospedale o della terapia. Di queste ultime, 222 erano richieste per minori di 18 anni e 113 per persone ultrasessantenni.

A settembre, il 42% delle 1858 richieste di permessi per cure mediche rimasero nel limbo. Di esse, 140 erano per minori di 18 anni e 99 per persone di oltre 60 anni.

E’ stata una chiara tendenza nel corso dello scorso anno, sulla quale il 9 novembre Haaretz ha riferito: le domande di permessi di uscita per qualunque scopo vengono rinviate senza risposta per settimane e mesi. Nel settembre di quest’anno il loro numero è arrivato a 16.000.

La percentuale di richieste inevase per permessi di uscita per cure mediche è quasi triplicata negli ultimi quattro anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, citata nel rapporto di B’Tselem, nel 2014 il 15,4% delle richieste rimasero inevase; nel 2015 la percentuale era del 17,6%. A settembre 2017, vi erano 8555 richieste rimaste inevase, che rappresentano il 43,7% di un totale di quasi 20.000 richieste.

“Ragioni di sicurezza” fu la spiegazione per il rigetto del 2,9% delle richieste, mentre circa il 53% fu approvato. Circa tre quarti delle richieste era per cure mediche in ospedali palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Lo Shin Bet ha affermato in risposta: “L’anno scorso abbiamo visto un aumento della pratica attraverso cui le organizzazioni terroriste, capeggiate da Hamas, sfruttano l’uscita degli abitanti di Gaza (anche per motivi medici) per promuovere attività terroristiche, incluso il trasferimento di esplosivi e di denaro per i terroristi e altri mezzi di favoreggiamento.

“Lo scorso aprile, due palestinesi a cui era stato consentito di entrare in Israele perché uno di loro potesse ricevere cure per il cancro, sono stati fermati al valico di Erez. Nel loro bagaglio sono state trovate provette per uso medico, all’interno delle quali era stato nascosto esplosivo che era evidentemente destinato ad un attacco di Hamas in Israele.

“Dato il grave pericolo costituito da queste attività, vengono effettuati rigidi controlli di sicurezza su chiunque faccia richiesta di uscire da Gaza. Ovviamente questi controlli prendono del tempo e si fanno costanti sforzi per ridurre questi tempi e dare priorità alle procedure per tutte le richieste, con particolare attenzione a quelle di carattere umanitario inoltrate da chi intende entrare in Israele per ricevere cure mediche salva-vita.”

Circa il 20% delle richieste rimaste inevase nel 2017 si riferivano a bambini e adolescenti minori di 18 anni e circa l’8% (725) a persone di oltre 60 anni.

Una di queste ultime è Fatma Biyoumi, di 67 anni, che soffre di una grave patologia al sangue. Dopo esami e terapie a Gaza, le hanno fissato appuntamenti per il 24 ottobre e il 4 novembre all’ospedale An-Najah di Nablus. Non avendo ricevuto risposte, ha mancato gli appuntamenti. E’ stato fissato un altro appuntamento, questa volta per un giorno di agosto all’ospedale Augusta Victoria di Gerusalemme, e la risposta è rimasta “in fase di valutazione”, benché l’associazione non profit israeliana “Medici per i diritti umani” l’avesse assistita nelle sue richieste per un permesso di uscita.

Un altro appuntamento è stato fissato per il 17 dicembre, e Biyoumi e la sua famiglia vivono in una situazione di continua attesa: la richiesta verrà accettata, oppure verrà approvata all’ultimo istante, in modo da aumentare l’incertezza, e ci sarà abbastanza tempo per organizzarsi?

Nella sua dichiarazione ad Haaretz di giovedì, lo Shin Bet ha detto che Biyoumi “è stata convocata per essere interrogata, dopodiché sarà possibile concludere la procedura per la sua valutazione di sicurezza.” Ci risulta che Biyouni sia stata interrogata dallo Shin Bet al valico di Erez mercoledì.

Huwaida, di 48 anni, malata di tumore al sangue, ha un appuntamento per il 6 dicembre, dopo aver ricevuto la risposta “in corso di valutazione” a tutte le sue precedenti richieste: per terapie il 13 agosto, l’11 settembre, il 24 settembre, il 9 ottobre, il 29 ottobre, l’8 novembre e il 22 novembre. Anche lei è stata aiutata da “Medici per i diritti umani” e anche lei sta vivendo in ansia per il timore di un’altra delusione.

Lo Shin Bet ha detto ad Haaretz che “dopo che è stata interrogata ed il suo caso esaminato, è stata inviata una risposta all’ufficio di collegamento che dice che non vi sono ostacoli legati alla sicurezza per l’approvazione della sua richiesta.”

Delusione il giorno prima

Aya Abu Mutlaq aveva 5 anni quando è morta. Soffriva dalla nascita di paralisi cerebrale ed era curata a Gaza. Nell’ottobre 2016 si decise di mandarla a farsi curare all’ospedale Al-Makassed. Fu inoltrata richiesta per un permesso per lei e suo padre, perché sua madre aveva partorito solo due mesi prima. L’appuntamento era per il 4 febbraio e il 3 febbraio la famiglia ricevette un messaggio che diceva che la richiesta era ancora in fase di valutazione. L’appuntamento fu rinviato al 16 marzo. Di nuovo, un giorno prima dell’appuntamento, arrivò un messaggio che diceva che gli israeliani stavano ancora valutando la richiesta.

La condizione della bambina peggiorò. Venne fissato un nuovo appuntamento per il 27 aprile, ma lei morì il 17 aprile. Suo padre era uscito tre volte da Gaza in passato, per Ramallah e Gerusalemme – per essere curato ad un problema al ginocchio. Non riusciva a capire perché all’improvviso, quando sua figlia aveva avuto bisogno che lui la accompagnasse, la richiesta sia stata rinviata finché lei morì.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa la metà delle persone che fanno richiesta di accompagnare pazienti non ottengono i permessi di uscita – cosa che spesso rimanda le cure al paziente. In base a nuove procedure presso il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori [occupati], il tempo richiesto dall’ufficio di collegamento per occuparsi delle domande di permessi di uscita è aumentato significativamente – fino a 70 giorni, esclusi i weekend e le festività ebraiche. Per le situazioni sanitarie (ma non quelle di vita o morte) il tempo massimo previsto è di 23 giorni.

Un attento monitoraggio di “Medici per i diritti umani” dei casi di nove pazienti donne affette da tumore dimostra che l’ufficio di collegamento non rispetta i limiti di tempo stabiliti. Negli ultimi mesi, otto delle nove donne non si sono presentate agli appuntamenti per le terapie mediche perché le loro richieste di permesso erano “in fase di valutazione”.

Ma, secondo lo Shin Bet, “un esame dei casi citati nell’inchiesta di Haaretz” – che si è occupata di 11 pazienti morti e di parecchi altri che hanno atteso l’approvazione della richiesta per diversi mesi – “ ha rivelato che la maggior parte delle loro richieste di ingresso in Israele è stata approvata, ed alcuni hanno già usufruito dei loro permessi per entrare in Israele e ricevere cure mediche.”

Il 29 novembre Ghada Majadala e Mor Efrat, dell’organizzazione israeliana di medici, hanno inviato una lettera urgente al Generalmaggiore Yoav Mordechai, capo del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (occupati), ed a Moshe Bar Siman Tov, direttore generale del ministero della Sanità (israeliano). Nel documento, che si incentra sulle nove donne affette da tumore, Majadala ed Efrat hanno sottolineato che le cure oncologiche disponibili a Gaza non sono adeguate.

Negli ultimi mesi si è verificato un calo nello stock di farmaci utilizzati insieme alla chemioterapia, hanno scritto, ed è difficile operare per asportare i tumori per la carenza di carburante e di elettricità. Inoltre a Gaza non esistono trattamenti di radioterapia o con iodio radioattivo, né esiste l’attrezzatura per seguire l’andamento della malattia. In più, sia la lettera di Majadala ed Efrat, sia il rapporto di B’Tselem affermano che l’Autorità Nazionale Palestinese sta attualmente conducendo una politica di riduzione del numero di pazienti mandati a curarsi fuori Gaza.

Nella loro lettera, di cui è stata mandata copia all’Associazione Medici Israeliani e al Comitato etico degli infermieri, Majadala ed Efrat hanno scritto che le attese provocano non solo sofferenza, ma anche esaurimento per le battaglie burocratiche. “ Una mancata risposta impedisce ai pazienti di far valere il proprio diritto ad appellarsi contro il rifiuto, se esso venisse comunicato”, hanno scritto. “Non dare risposte per mesi dimostra una politica di disprezzo per la sofferenza dei pazienti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Nella Striscia di Gaza vi sono timide speranze

  • 29 novembre 2017, The Independent

    Robert Piper

    La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque transizione reale e che la proteggerà da chi la vuole boicottare, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di essere protetta e si dispera per qualche [piccolo] sostegno.

Nelle settimane passate i primi segnali che l’isolamento di Gaza finalmente sarebbe giunto al termine ha prodotto una debole speranza in una popolazione civile diffidente ed esausta. Il primo dicembre sarà una data storica per i negoziati iniziati a metà ottobre tra i due maggiori partiti politici palestinesi, Fatah e Hamas, con lo scopo del ritorno a Gaza dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), guidato da Mahmoud Abbas, dopo 10 anni di assenza.

L’accordo del 12 ottobre con la mediazione egiziana ha colto di sorpresa molti osservatori. Non tratta la questione di come Hamas verrà disarmata né molte altri difficili problemi. Ma il primo passo deve riguardare le pessime condizioni di vita di due milioni di civili gazawi che vivono con poca energia elettrica, acqua o scarse prospettive per il futuro.

È ora che gli interessi dei cittadini sfiniti di Gaza abbiano finalmente la priorità rispetto a molti altri programmi in gioco.

Solamente a poche centinaia di chilometri dai confini dell’Europa e a 50 km da Tel Aviv, nella Striscia di Gaza due milioni di palestinesi vivono una precaria esistenza. Dieci anni fa Gaza è stata condannata all’isolamento, dopo la violenta presa del potere della Striscia da parte di Hamas, l’espulsione dell’Autorità Nazionale Palestinese e l’imposizione da parte di Israele di severe restrizioni intorno a Gaza. Nel decennio successivo gli abitanti di Gaza sono stati più volte coinvolti in vari conflitti – tra i due maggiori partiti palestinesi, Hamas e Fatah, per il controllo della Striscia e tra Hamas e Israele, sfociati periodicamente in ostilità aperta. Sono anche stati coinvolti [dal conflitto] tra Hamas e l’Egitto, con le sue preoccupazioni per la sicurezza del Sinai e dalla grande cautela in merito ai 12 km di confine in comune, e tra Hamas e i donatori internazionali, la cui legislazione anti terrorismo pone dei limiti al genere di aiuti che possono essere inviati a Gaza.

Ciascuno di questi conflitti ha, in un modo o in un altro, prodotto un’ulteriore sofferenza ai civili e una graduale “decrescita” dell’economia gazawi. In questo periodo la disoccupazione è salita dal 30 al 42% .IL delicato bacino acquifero di acqua sorgiva è stato eccessivamente sfruttato ed è divenuto non potabile al 96%. L’offerta di energia elettrica si è aggirata intorno alle 8-12 ore al giorno ed è crollata alle 2-3 ore all’inizio di quest’anno dopo che le tensioni tra Hamas e Fatah sono arrivate al loro apice. I giovani hanno perso ogni speranza dal momento che la disoccupazione giovanile è arrivata al 65%. Un’ infrastruttura sanitaria precaria ha visto in meno di 10 anni il tasso di sopravvivenza del cancro al seno cadere dal 59 al 46%.

Ma queste cifre non colgono l’impatto meno tangibile di dieci anni di isolamento. Israele permette ogni giorno solo a pochi, principalmente malati, imprenditori e volontari l’ingresso e l’uscita da Gaza attraverso i suoi valichi. Il valico egiziano di Rafah raramente viene aperto, fino a ora solo per 30 giorni quest’anno. La marina israeliana pattuglia rigidamente le acque al di fuori della costa di Gaza. Il governo palestinese non si vede da nessuna parte.

Il sentimento prevalente tra i gazawi è quello di essere completamente in trappola. Con la continua presenza visibile di un ricco Paese dell’OCSE [Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndt.] pochi chilometri lungo la spiaggia, sotto forma di un impianto di desalinizzazione e di fornitura di energia nella città israeliana di Ashkelon che può produrre energia e acqua sufficienti da soddisfare ogni gazawi 24 ore al giorno per sette giorni alla settimana e anche di più. I gazawi sognano di poter uscire per cure sanitarie, studio, funerali e per prendere una boccata di libertà.

In base agli accordi di ottobre i ministri dell’ANP con sede a Ramallah hanno cominciato a visitare regolarmente Gaza. Ai primi di novembre l’amministrazione dei valichi, dove si raccolgono le tasse, è stata trasferita da Hamas all’ANP. Da allora nelle [successive] settimane gli impiegati pubblici assunti prima del 2007 hanno cominciato a riprendere le loro precedenti mansioni. Azioni potenzialmente destabilizzanti da parte di sabotatori, quali il tentativo di assassinare il capo della sicurezza di Hamas oppure la scoperta di un altro tunnel costruito da militanti da Gaza per entrare in Israele, non sono stati in grado di ostacolare il processo [di riconciliazione].

Ma per l’uomo della strada gazawi da questo storico accordo non non è scaturito nessun cambiamento concreto. L’offerta di energia elettrica oggi si aggira tra le quattro e le sei ore al giorno. Gli ascensori ancora non funzionano in questa paesaggio urbano di grattacieli, eccetto quando qualcuno mette in funzione i generatori. Il valico di Rafah rimane praticamente chiuso, anche se è rimasto aperto l’altra settimana per pochi giorni. Centinaia di pazienti che hanno urgente bisogno di cure mediche fuori da Gaza, molti per una cura anti cancro, aspettano sia l’approvazione della sicurezza israeliana sia quella per il pagamento delle spese di Ramallah [cioè del governo dell’ANP, ndt.]. Una spedizione di medicinali mandata dall’ANP nella prima metà di novembre è stato il primo segnale concreto che l’aiuto potrebbe essere in arrivo.

Nelle prossime settimane verranno alcune fondamentali verifiche. Il prossimo problema urgente sarà chi pagherà i circa 40.000 impiegati di Gaza assunti fin dalla presa del potere del 2007 – migliaia di dottori, insegnanti, infermieri, ma anche tra loro poliziotti. Presumibilmente questioni sempre più complesse, quali l’integrazione nel lungo periodo degli impiegati pubblici pre e post 2007, le armi, le risorse militari di Hamas, i controlli della sicurezza, le elezioni, qualche forma di governo unitario, procederanno con difficoltà nei loro programmi. Nel frattempo le aspettative e le frustrazioni aumenteranno, con un maggior rischio [di fallimento] per il precario processo.

La popolazione civile di Gaza sarà in ultima analisi quella che garantirà qualunque cambiamento reale e che lo proteggerà da chi vi si oppone, ma ha bisogno di qualcosa che valga la pena di proteggere e si dispera per qualche [piccolo] sostegno. Primo, hanno bisogno della libertà di movimento per potere lasciare Gaza e ritornarci quando vogliono. Secondo, hanno bisogno di energia elettrica almeno 12 ore al giorno. Terzo, occorre ristabilire le indennità dei dipendenti della pubblica amministrazione e rendere stabili i salari, almeno per quegli impiegati che prestano davvero servizi e da cui la gente dipende.

Tutti questi provvedimenti richiedono una dirigenza palestinese, ma non può essere gestita solo dall’ ANP -Israele, Egitto e la comunità internazionale devono fare la loro parte. Infatti un alleggerimento delle restrizioni israeliane sulla movimentazione delle merci dentro e fuori Gaza è il prerequisito per rivitalizzare un’economia morta e darebbero un importante segnale alla gente di Gaza. In parole povere i colloqui al Cairo devono urgentemente tradursi in un miglioramento delle condizioni di Gaza.

Robert Piper is the UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory

Robert Piper è il Coordinatore degli Aiuti Umanitari e delle Attività di Sviluppo nei Territori Occupati Palestinesi delle Nazioni Unite. (UN Coordinator for Humanitarian Aid and Development Activities in the Occupied Palestinian Territory)

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)

 

 

 

 




INTERVISTA. Ilan Pappe: come Israele ha trasformato la Palestina nella più grande prigione al mondo

Mustafa Abu Sneineh

Venerdì 24 novembre 2017, Middle East Eye

Una storia dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza analizza quali meccanismi militari vengono usati per controllare le vite dei palestinesi.

La guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e gli eserciti arabi ha portato all’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

Israele ha spacciato la storia di questa guerra come se fosse stata accidentale. Ma nuovi documenti storici e verbali d’archivio dimostrano che Israele l’aspettava da tempo.

Nel 1963 elementi dell’amministrazione militare, legale e civile israeliana frequentarono un corso presso l’università ebraica di Gerusalemme per stendere un piano complessivo per gestire i territori che Israele avrebbe occupato quattro anni dopo e per controllare un milione e mezzo di palestinesi che ci vivevano.

La ragione stava nella fallimentare gestione israeliana dei palestinesi a Gaza durante la breve occupazione nel periodo della crisi di Suez del 1956 [in cui l’esercito israeliano, affiancando inglesi e francesi, combatté contro l’Egitto di Nasser, che aveva nazionalizzato il canale, ndt.].

Nel maggio 1967, settimane prima della guerra, i governatori militari israeliani ricevettero istruzioni legali e militari su come controllare le città ed i villaggi palestinesi. Israele avrebbe proceduto a trasformare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza in mega prigioni sotto governo e controllo militare.

Insediamenti, posti di blocco e punizioni collettive fecero parte di questo piano, come dimostra lo storico israeliano Ilan Pappe in “The biggest prison on earth: a history of the occupied territories(“La più grande prigione al mondo: una storia dei territori occupati”), una descrizione in profondità dell’occupazione israeliana.

Pubblicato nel cinquantesimo anniversario della guerra del 1967, il libro è stato selezionato per il “Palestine Book Award 2017”, organizzato da Middle East Monitor, in attesa di essere proclamato a Londra il 24 novembre. Pappe ha parlato con Middle East Eye del libro e di ciò che esso rivela.

Middle East Eye: Quanto questo libro si basa sul suo saggio precedente, “The ethnic cleansing of Palestine” (“La pulizia etnica in Palestina”) sulla guerra del 1948?

Ilan Pappe: È decisamente un proseguimento del mio precedente libro “The ethnic cleansing”, che descrive gli eventi del 1948. Io vedo l’intero progetto sionista come uno schema, non solo come un singolo evento. Una struttura di colonialismo di insediamento attraverso cui un movimento di coloni si insedia in una nazione. Fin quando la colonizzazione non è completa e la popolazione indigena resiste con un movimento di liberazione nazionale, ognuno dei periodi di cui mi occupo non è che una fase all’interno della stessa struttura.

Benché “La più grande prigione” sia un libro di storia, siamo tuttora all’interno dello stesso capitolo storico. Quindi a questo riguardo probabilmente ci sarà in seguito un terzo libro che tratterà degli eventi del XXI secolo, di come la stessa ideologia di pulizia etnica e di espropriazione viene attuata nella nuova era e di come i palestinesi vi resistono.

MEE: Lei parla della pulizia etnica che ebbe luogo nel giugno 1967. Che cosa accadde allora ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza? In che modo essa si differenziò dalla pulizia etnica della guerra del 1948?

I.P. Nel 1948 c’era un piano molto chiaro per cercare di espellere quanti più palestinesi possibile dalla maggior parte possibile della Palestina. Il progetto colonialista di insediamento credeva di avere la forza di creare uno spazio ebraico in Palestina che fosse totalmente privo di palestinesi. Non ha funzionato così bene, ma è stato quasi vincente, come tutti sapete. L’80% dei palestinesi che vivevano all’interno di quello che diventò lo Stato di Israele divennero rifugiati.

Come dimostro nel libro, vi erano alcuni politici israeliani che pensavano che fosse possibile fare nel 1967 ciò che era stato fatto nel 1948. Ma la grande maggioranza di loro comprese che la guerra del 1967 fu molto breve, durò sei giorni, e c’era già la televisione e parecchi di coloro che volevano espellere erano già dei rifugiati del 1948.

Quindi io penso che la strategia non fu di compiere una pulizia etnica nello stesso modo in cui fu condotta nel 1948. Fu ciò che chiamerei una pulizia etnica progressiva. In alcuni casi espulsero masse di persone da certe zone quali Gerico, la Città Vecchia di Gerusalemme e i dintorni di Qalqilya. Ma nella maggior parte dei casi decisero che un governo militare ed un blocco che rinchiudesse i palestinesi all’interno delle proprie aree sarebbe stato tanto vantaggioso quanto espellerli.

Dal 1967 fino ad oggi c’è stata una pulizia etnica molto lenta, che probabilmente copre un periodo di 50 anni ed è così lenta che a volte può colpire una sola persona in un giorno. Ma se si guarda l’intero panorama dal 1967 ad oggi, stiamo parlando di centinaia di migliaia di palestinesi che non hanno il permesso di tornare in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza.

MEE: Lei distingue tra due modelli militari utilizzati da Israele: il modello di prigione aperta in Cisgiordania e il modello di prigione di massima sicurezza nella Striscia di Gaza. Come definisce questi due modelli? E si tratta di termini militari?

IP: Uso questi termini come metafora per spiegare i due modelli che Israele offre ai palestinesi nei territori occupati. Insisto ad usarli perché ritengo che la soluzione dei due Stati sia in realtà il modello di prigione aperta.

Gli israeliani controllano i territori occupati direttamente o indirettamente e cercano di non penetrare all’interno delle città e dei villaggi palestinesi con alta densità di popolazione. Hanno separato la Striscia di Gaza [dalla Cisgiordania, ndt.] nel 2005 e stanno ancora suddividendo la Cisgiordania in parti. Esistono una Cisgiordania ebrea ed una Cisgiordania palestinese, che non è più una zona dotata di contiguità territoriale.

A Gaza gli israeliani sono i guardiani che tengono chiusi i palestinesi dal mondo esterno, ma non interferiscono con ciò che essi fanno all’interno.

La Cisgiordania è come una prigione a cielo aperto in cui si mandano piccoli criminali a cui si consente più tempo per uscire e lavorare all’esterno. E non c’è un regime duro all’interno, ma è sempre una prigione. Persino il presidente Mahmoud Abbas, se si sposta dall’area B [sotto controllo amministrativo dell’ANP e controllo militare israeliano, ndt.] all’area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], ha bisogno che gli israeliani gli aprano il cancello. E secondo me è veramente emblematico il fatto che il presidente non possa spostarsi senza che il carceriere israeliano apra la gabbia.

Ovviamente c’è una continua reazione palestinese a tutto questo. I palestinesi non rimangono passivi e non lo accettano. Abbiamo assistito alla Prima e alla Seconda Intifada, e forse ne vedremo una terza. Gli israeliani dicono ai palestinesi, secondo una mentalità da gestione carceraria, ‘se voi resistete noi vi toglieremo tutti i vostri privilegi, come facciamo in carcere. Non potrete lavorare all’esterno. Non potrete muovervi liberamente e subirete punizioni collettive.’ E’ questo il genere di versione repressiva, la punizione collettiva come rappresaglia.

MEE: La comunità internazionale condanna timidamente la costruzione o l’espansione delle colonie israeliane nei territori occupati. Non considera questo come elemento centrale del sistema coloniale israeliano, come lei descrive nel suo libro. Come hanno avuto inizio le colonie israeliane e questo è avvenuto su basi razionali o religiose?

IP: Dopo il 1967 c’erano due mappe di insediamenti o colonizzazione. C’era una mappa strategica ideata dalla sinistra israeliana. Il padre di questa mappa fu il defunto Yigal Allon, il grande stratega, che lavorò con Moshe Dayan nel 1967 al piano per controllare la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Si basavano su un principio strategico, non troppo ideologico, benché ritenessero che la Cisgiordania appartenesse ad Israele.

Erano più interessati ad assicurare che gli ebrei non si insediassero in zone arabe densamente popolate. Dicevano che dovunque i palestinesi non vivessero in forti concentrazioni, là noi potevamo insediarci. Quindi iniziarono con la Valle del Giordano, poiché là vi erano piccoli villaggi, ma non c’era una densità di popolazione come in altre aree.

Il problema per loro fu che, nello stesso momento in cui elaboravano la loro mappa strategica, emerse un nuovo movimento religioso messianico, Gush Emunim, un movimento religioso nazionalista di ebrei che rifiutavano di insediarsi in base alla mappa strategica. Volevano insediarsi secondo la mappa biblica. La loro idea era che la Bibbia è un testo che dice esattamente dove si trovano le antiche città ebraiche. E si dà il caso che la mappa prevedesse che gli ebrei dovessero insediarsi nel centro di Nablus, Hebron e Betlemme, nel bel mezzo delle aree palestinesi.

Inizialmente il governo israeliano cercò di controllare questo movimento biblico in modo che gli insediamenti si facessero in modo più strategico. Ma parecchi giornalisti israeliani hanno rivelato che Shimon Peres, ministro della Difesa nei primi anni ’70, decise di consentire gli insediamenti biblici. I palestinesi della Cisgiordania furono sottoposti a due piani di colonizzazione, quello strategico e quello biblico.

La comunità internazionale sa che secondo il diritto internazionale non conta che le colonie siano strategiche o bibliche, sono tutte illegali.

Ma purtroppo dal 1967 la comunità internazionale ha accettato la formula israeliana, che recita: “Le colonie sono illegali, ma sono provvisorie, una volta che vi sia la pace noi garantiremo che tutto sia legale. Ma finché non vi è pace noi abbiamo bisogno delle colonie poiché siamo ancora in guerra con i palestinesi.”

MEE: Lei sostiene che ‘occupazione’ non è il termine adeguato per descrivere la realtà in Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza. E in un dialogo con Noam Chomsky, ‘On Palestine’, lei critica il termine ‘processo di pace’. Questo è discutibile. Perché questi termini non sono adeguati?

IP: Penso che il linguaggio sia molto importante. Il modo in cui si definisce una situazione incide sulla possibilità di cambiarla.

Abbiamo descritto la situazione in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e all’interno di Israele con un vocabolario e dei termini errati. Occupazione significa sempre una situazione temporanea.

La soluzione per l’occupazione è la fine dell’occupazione, il ritiro dell’esercito invasore a casa sua, ma non è questa la situazione né in Cisgiordania né nella Striscia di Gaza. Questa è colonizzazione, ritengo, benché suoni come un termine anacronistico nel XXI secolo, penso che dovremmo comprendere che Israele sta colonizzando la Palestina. Ha iniziato a colonizzarla alla fine del XIX secolo e continua ancora oggi.

C’è un regime di insediamento coloniale che controlla l’intera Palestina in modi differenti. Nella Striscia di Gaza il controllo è dall’esterno. In Cisgiordania il controllo è differenziato nelle aree A, B e C. Esistono politiche differenti verso i palestinesi nei campi profughi, dove ai rifugiati non è permesso di ritornare a casa. Non permettere alle persone espulse di ritornare è un altro modo di mantenere la colonizzazione. È sempre parte della stessa ideologia.

Perciò penso che i termini ‘processo di pace’ e ‘occupazione’, quando vengono usati insieme, creino la falsa impressione che tutto ciò che serve è che l’esercito israeliano esca dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza e che vi sia una pace tra Israele e la futura Palestina.

Ora, l’esercito israeliano non è presente nella Striscia di Gaza né nell’area A. Lo è anche poco nell’area B, dove non ha bisogno di esserci. Ma non c’è pace. C’è una situazione che è molto peggiore di quella precedente agli accordi di Oslo del 1993.

Il cosiddetto processo di pace ha consentito ad Israele di aumentare le colonie, ma questa volta con il sostegno internazionale. Quindi suggerisco di parlare di decolonizzazione, non di pace. Suggerisco di parlare di cambiare il regime giuridico che governa la vita degli israeliani e dei palestinesi.

Penso che dovremmo parlare di uno Stato di apartheid. Dovremmo parlare di pulizia etnica. Dovremmo scoprire che cosa sostituisce l’apartheid. Ed abbiamo un buon esempio in Sudafrica. L’unico modo per sostituire l’apartheid è un sistema democratico. Una persona, un voto, o almeno uno Stato bi-nazionale. Penso che sia questo il tipo di terminologia che dovremmo incominciare ad usare, perché se continuiamo ad usare le vecchie parole continueremo a sprecare tempo e sforzi e non cambieremo la realtà sul terreno.

MEE: Cosa riserva il futuro al governo militare israeliano sui palestinesi? Assisteremo ad un movimento di disobbedienza civile come quello di luglio a Gerusalemme?

IP: Penso che vedremo disobbedienza civile non solo a Gerusalemme, ma in tutta la Palestina, compresi i palestinesi all’interno di Israele. La società non accetterà per sempre questa realtà. Non so quali mezzi utilizzerà. Possiamo vedere che cosa succede quando non c’è una chiara strategia dall’alto e gli individui decidono di fare la propria guerra di liberazione.

C’è stato qualcosa di veramente impressionante nel caso di Gerusalemme, quando nessuno credeva che una resistenza popolare potesse costringere gli israeliani a ritirare le misure di sicurezza imposte ad Haram al-Sharif [si riferisce all’imposizione di metal detector sulla Spianata delle Moschee, terzo luogo sacro dell’Islam, che comprende la moschea di Al Aqsa e la Cupola della Roccia, ndt.]. Penso che possa essere questo il modello. Una resistenza popolare per il futuro che non si limiti ad un solo luogo, ma avvenga in luoghi differenti.

La resistenza popolare continua senza sosta in Palestina. I media non ne danno notizia. Ma ogni giorno il popolo protesta contro il muro dell’apartheid, contro l’esproprio delle terre, le persone fanno lo sciopero della fame perché sono prigionieri politici. La resistenza palestinese dal basso continua. La resistenza palestinese dall’alto resta in sospeso.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi a Gaza soffrono già abbastanza senza dover essere anche diffamati come devianti sessuali e malati di mente.

Brian K. Barber e Yasser Abu Jamei

21 novembre, 2017,Haaretz,Palestine Square

L’intervista di Haaretz dell’11 novembre a uno psicologo che saltuariamente visita la Striscia di Gaza (I bambini di Gaza vivono all’inferno: Uno psicologo racconta di dilaganti abusi sessuali, droghe e disperazione.) ritrae la società di Gaza come una comunità che ha completamente perso le sue fondamenta morali – fino al punto che, afferma l’intervistato Mohammed Mansour, dilagano le violenze sessuali e l’abuso di droghe e, a tutti gli effetti, sono tutti malati di mente.

La nostra vasta e pluriennale esperienza come professionisti della salute mentale e ricercatori a Gaza è molto diversa.

In sostanza, tutte le asserzioni fatte nell’articolo sulla popolazione di Gaza nel suo complesso sono speculative, essendo basate o su nessuna prova o semplicemente su impressioni, aneddoti o esempi di casi dell’intervistato.

Questo è vero non solo per le asserzioni enormemente esagerate di abuso sessuale e di malattia mentale, ma anche per le seguenti affermazioni fatte da Mansour che, in base alla nostra esperienza, crediamo, fermamente, essere false:

– Che la comunità che si occupa di salute mentale a Gaza sia essa stessa complice dell’abuso sessuale;

– Che quell’abuso sia aumentato in modo misurabile dall’agosto di quest’anno;

– Che gli uomini sposati cerchino costantemente rapporti sessuali extraconiugali;

– Che i giovani uomini abusino sessualmente dei loro coetanei o dei bambini più piccoli per ottenerne il controllo;

– Che il noto abuso di tramadol aumenti la proporzione delle aggressioni sessuali;

– Che tutte le convenzioni sociali a Gaza siano andate in pezzi, che non ci si diverta, che Hamas sia l’unica barriera al collasso totale della società (senza cui non ci sarebbe altro che crimine), e che a Gaza ciascuno/a pensi soltanto a se stesso/a.

Nell’articolo viene ammesso che non esiste una ricerca sistematica sull’abuso sessuale a Gaza – il che rende ancora più curiosa la volontà di descrivere e pubblicare tale disinformazione.

Tuttavia, ignorata dall’articolo è l’attenta ricerca condotta da decenni su campioni ampi e rappresentativi dei quotidiani abitanti di Gaza – alcuni dei quali abbiamo noi stessi documentato – che ha dimostrato come, malgrado condizioni sempre più terribili per la salute e la vita, la stragrande maggioranza degli abitanti di Gaza non segnali alti livelli di malattia mentale e come le relazioni coniugali e genitore-figlio siano particolarmente solide.

Ignorati anche nell’articolo sono gli effetti perniciosi della continua occupazione, dell’assedio e delle limitazioni del movimento [da parte di Israele] come fonti fondamentali della sofferenza che gli abitanti di Gaza subiscono.

Sì, gli abitanti di Gaza parlano della stretta striscia di terra in cui vivono come di un “inferno”; sì, le condizioni economiche e di salute sono terribili; sì, c’è frustrazione e disperazione rapidamente crescente; e, sì, un numero crescente di giovani desidera ardentemente uscire da Gaza per cercare migliori opportunità altrove.

Ma descrivere Gaza come una società nel caos, disancorata dalla propria cultura storicamente forte di resilienza collettiva e fermezza, e in cui tutti cercano solo interessi personali, è semplicemente scorretto.

Almeno tre valori fondamentali hanno guidato e continuano a guidare gli abitanti di Gaza (e in generale i palestinesi): raggiungere il massimo livello di istruzione possibile, formare delle famiglie, e creare mezzi di sostentamento per sostenere quelle famiglie.

Non ci sono prove del fatto che l’impegno dei palestinesi nei confronti di questi valori sia diminuito, anche se le drastiche condizioni economiche rendono sempre più difficile la realizzazione di questi valori, cosa che causa profonda sofferenza soprattutto per i giovani di Gaza.

Tuttavia, essi continuano a lottare per soddisfare il maggior numero possibile, con i loro atteggiamenti caratteristici di “non c’è altra scelta che continuare” e “un giorno raggiungeremo la piena felicità”.

In effetti, gli abitanti di Gaza sono sopravvissuti a tutte le previsioni che sarebbero crollati dopo ogni successiva battuta d’arresto nel corso della loro vita. Così, dopo la guerra del 2008-9, si prevedeva che la società di Gaza si sarebbe sgretolata, e ancora di più dopo la guerra del 2014. Questo non è successo.

I bambini ridono, giocano e sciamano verso la scuola. Le scuole – dalle elementari alle università con laurea specialistica – traboccano di studenti. Giovani donne e uomini cercano ogni opportunità per promuovere la loro istruzione a Gaza e all’estero.

I giovani di Gaza hanno caro il matrimonio come un obiettivo e aspirano al giorno in cui potranno permettersi di costruire le loro famiglie. E si arrabattano in tutti i modi per guadagnare denaro – comprese innovative iniziative online – per sostenere le loro famiglie di origine e quelle a venire.

Agricoltori e pescatori lavorano ogni giorno sotto pesanti e minacciose restrizioni. Innumerevoli organizzazioni della società civile, ONG, strutture per la salute mentale e ospedali vanno avanti con il minimo di risorse.

Le famiglie si incontrano costantemente, osservano le feste, celebrano i successi dei bambini, accolgono nuovi figli e lamentano le perdite. Quando è possibile in un breve tempo libero, le famiglie vanno in spiaggia a rilassarsi.

Queste dinamiche sono evidenti a chiunque trascorra del tempo tra la popolazione in generale, come fa uno degli autori di questo pezzo, Yasser Abu Jamei, nel corso della sua vita quotidiana.

In una visita di un mese a Gaza nel maggio di quest’anno, un coautore di questo articolo, Brian Barber, per esempio, si è ripetutamente imbattuto in celebrazioni di ogni tipo: cerimonie di laurea, consegne di onorificenze accademiche a studenti meritevoli, riconoscimenti per vite spese nel servizio pubblico a Gaza, e così via. La visita ha compreso anche conversazioni interminabili nei salotti e nelle sale da pranzo delle famiglie, dentro e fuori i campi profughi, con genitori e loro figli delle scuole superiori, impazienti e ansiosi per i rigorosi imminenti esami tawjihi [di maturità] di ammissione al college. Ha compreso la convivenza con le famiglie e l’esperienza, sì, della frustrazione, ma anche dei modi creativi con cui le famiglie affrontano blackout di energia di più di 20 ore: con una gamma di dispositivi pronti per le poche ore di energia, quando arrivano, (torce elettriche, telefoni cellulari, carica-batterie di tutti i tipi), svegliandosi a qualsiasi ora per fare il bucato, stirare e fare il bagno, e tirare le corde di prolunga lungo i vicoli dei campi profughi per condividere l’elettricità con i vicini che non hanno quei dispositivi di backup. Ha compreso anche accompagnare per giorni il mukhtar (sindaco tribale) di uno dei più grandi clan di Gaza appena trovava il tempo, nel suo fitto programma di preside e studente di dottorato, per affrontare i bisogni della sua gente, a risolvere conflitti di ogni tipo facendo incontrare le parti e lavorando senza problemi con la polizia su questioni più serie. Questa è la Gaza che conosciamo come padre e psichiatra di Gaza e come psicologo sociale americano che ha trascorso molto tempo ogni anno a Gaza per 23 anni. Non stiamo cercando di nascondere le reali difficoltà incontrate dalla popolazione de facto incatenata di Gaza, ma non vogliamo neanche una rappresentazione della vita a Gaza priva di fondamento, del genere Hobbes-incontra-Il Signore della Mosche, per guadagnarsi una fama che non merita.

Questo articolo è stato pubblicato contemporaneamente su Haaretz e Palestine Square.

Informazioni su Yasser Abu Jamei, MD, MSc è il direttore generale del programma di salute mentale della comunità di Gaza, una ONG fondata nel 1993 dal compianto Eyad El-Sarraj. Con i suoi tre centri comunitari, è considerato uno dei principali fornitori di servizi sanitari nella Striscia di Gaza.

Brian K. Barber, PhD è Fellow di International Security Program presso New America e Senior Fellow presso l’Institute for Palestine Studies, entrambi a Washington, D.C., e Professore Emerito, Università del Tennessee. Twitter: @briankbarber

(Traduzione di Angelo Stefanini )




I bambini di Gaza vivono in un inferno: Uno psicologo racconta di dilaganti abusi sessuali, droghe e disperazione.

Ayelett Shani

11 novembre, 2017, Haaretz

Mohammed Mansour, che tratta le vittime di violenza sessuale a Gaza, descrive l’incubo distopico che vivono i palestinesi.

Conversazione con: Mohammed Mansour, 49 anni, vive a Mash’had, città della Galilea; psicologo, volontario a Gaza con Medici per i diritti umani-Israele.

Dove: un caffè a Jaffa.

Quando: domenica, 8 del mattino.

Per più di un decennio hai visitato spesso la Striscia di Gaza come volontario che fornisce assistenza psicologica.

Sono un esperto in trattamento di traumi e, più specificamente, di bambini che hanno subito violenza sessuale o che mostrano comportamenti sessuali violenti. Come parte dell’assistenza umanitaria fornita, tratto i bambini e formo i professionisti per fornire terapia del trauma. Entro ed esco da Gaza, sotto gli auspici della ONG nonprofit Medici per i Diritti Umani-Israele, ogni due o tre mesi. Negli anni ’90 ho anche vissuto lì per un anno e mezzo mentre stavo conducendo una ricerca.

Quindi conosci bene anche Gaza pre-embargo.

Ovviamente.

E mi sembra di capire che dalla tua ultima visita, circa un mese fa, hai la sensazione che qualcosa è cambiato. Intravedi una nuova tendenza.

Sì. In questa visita ho incontrato un gran numero di casi di abusi sessuali tra i bambini. Questo è un fenomeno che è sempre esistito, ma in questa visita, e anche nella visita precedente, in agosto, ha improvvisamente raggiunto dimensioni molto più grandi. È diventato assolutamente enorme. Più di un terzo dei bambini che ho visto nel campo [rifugiati] di Jabalya hanno riferito di essere stati vittime di abusi sessuali. Bambini da 5 a 13 anni.

Cosa intendi con “abuso sessuale”?

Tutto dall’essere toccato allo stupro.

Chi sono i responsabili?

Adulti e altri bambini della stessa età o più anziani, o qualcuno in famiglia. Genitori, fratelli, zii. In un caso che ho visto, la madre di una bambina di 12 anni con disabilità mentale mi ha detto che la ragazza stava avendo un comportamento molto irritabile. Ogni volta che avvicinavo la mia mano al suo viso lei sussultava bruscamente, sembrava davvero spaventata. Ho chiesto alla madre se fosse sempre stata così, e lei ha risposto di si. Le ho chiesto di lasciare la stanza e ho parlato con la ragazza. Mi ha detto che suo padre la stava abusando. Non ha detto “abusare”, naturalmente; ha riferito che dorme con lei. E’ stato davvero scioccante, anche per me, e sono abituato a simili storie. Ho provato un brivido lungo tutto il corpo quando ne ha parlato.

Cosa le hai detto?

Che a un padre è proibito toccare la propria figlia. Ho cercato di insegnarle a difendersi. So che probabilmente non servirà.

E non puoi dirlo alla madre.

No. Questo metterebbe soltanto la ragazza a rischio ancora maggiore, se la gente sapesse che lo ha raccontato. In generale, quando i bambini sono maltrattati all’interno della famiglia, la madre sa e tace. Credo che anche questa madre lo sapesse. A proposito, questo è il trauma più grave per il bambino: non l’abuso, ma il tradimento della madre.

Una cospirazione del silenzio. È ancora più complesso in una società così conservatrice, in cui tutto ciò che riguarda il sesso è un tabù.

Il conservatorismo si trova anche tra i professionisti della salute mentale. Non parlano di sessualità, di abusi sessuali. Se uno dei miei colleghi incontra dei bambini vittime di abusi sessuali, tace.

Spaventoso.

Quel silenzio, da parte dei membri della professione, è il secondo tradimento.

E la conclusione è che i bambini che hanno subito abusi sessuali non hanno un posto dove rivolgersi, nessuno con cui parlare.

Nessuno.

Conoscete il tasso di abuso sessuale di bambini a Gaza?

No. Non esiste una ricerca sistematica. Ma i bambini che vivono in condizioni di abbandono sono più vulnerabili agli abusi sessuali. Povertà e trauma vanno di pari passo.

Una volta ho incontrato un terapeuta che lavora con prostituite. Mi ha detto che gli aggressori sanno chi scegliere. Sanno quale ragazza non ha nessuno che la aspetta a casa.

Giusto. Gli aggressori sono abili nell’individuare chi possono abusare e da questo punto di vista i bambini di Gaza sono davvero vulnerabili. Quasi ogni famiglia ha 14 o 15 bambini e vivono in condizioni di estrema povertà. La maggior parte delle persone non lavora, e chi lo fa guadagna pochi soldi – lo stipendio medio è di 1.000 shekel al mese [$ 285]. Mentalmente e fisicamente, i genitori non sono davvero in grado di sostenere i propri figli. Sono immersi nella loro stessa depressione, il loro trauma. E la maggior parte degli abitanti di Gaza soffre di depressione e trauma, non possono soddisfare nemmeno i bisogni più elementari dei propri figli.

C’è fame.

Decisamente. Ho visto la fame. Visito case misere e deserte. Il frigorifero è spento anche durante le ore in cui hanno energia elettrica, perché non c’è niente dentro. I bambini mi dicono che mangiano una volta al giorno; alcuni mangiano una volta ogni due giorni. Un neurologo che lavora con noi, Rafik Masalha, ha fatto uno studio sulla nutrizione. Un bambino nella Striscia di Gaza consuma carne in media una volta al mese e pollo una volta alla settimana, e stiamo parlando di un pollo per una famiglia di 15 bambini.

La legge palestinese prevede la pena di morte per violenza sui minori. Ci sono stati dei precedenti: persone sono state giustiziate.

La pena di morte prevista dalla legge si applica agli abusi al di fuori della famiglia. In caso di abuso all’interno della famiglia, spetta alla vittima provarlo. Nessun bambino oserà parlare di abusi del genere. Un bambino di 6 anni che la madre abusa sessualmente, o una ragazza che viene abusata dal padre e dai suoi fratelli, non li denuncerà – soprattutto perché molti bambini che sono abusati sessualmente non sanno che stanno subendo un abuso. Non sanno che questo è ciò che sta accadendo a loro. Non lo sanno e nemmeno fanno il tentativo di capire di cosa si tratta.

Che dire degli attacchi di bambini contro altri bambini?

Per i bambini che subiscono abusi sessuali c’è un elemento nell’abuso che è piacevole. I bambini che subiscono abusi sessuali prolungati, senza che nessuno lavori con loro sul loro trauma, negano e reprimono il dolore, e si concentrano sulla parte piacevole. Un bambino del genere è incline a danni ancora maggiori, e portato a danneggiare altri bambini.

La vittima diventa il violentatore.

Un bambino abusato sessualmente è sotto il dominio totale del molestatore, il cui interesse principale è come dominare. Abusare di altri bambini è il modo migliore per ripristinare il controllo su se stesso.

Chi ti parla di queste violenze? Le vittime o gli aggressori?

Gli aggressori. Non la chiamano assolutamente aggressione. Mi dicono cosa fanno agli altri bambini. La prima cosa che faccio è spiegare loro che [loro stessi] hanno subito degli abusi e che ciò che stanno facendo agli altri bambini è abuso.

Stiamo parlando di abusi da parte di adolescenti maschi contro altri adolescenti maschi, o da ragazzi contro ragazzi?

Sì.

Sono omosessuali?

No.

Allora perché?

Perché è più semplice socialmente. Se un ragazzo assalta una ragazza e lei lo dice a qualcuno, egli sarà ucciso. Si sistemeranno i conti con lui nel vicinato.

Tutto quello che mi hai detto finora è spaventoso di per sé, ma il pensiero che essi forse trovano consolazione nel violentare altri è semplicemente insopportabile.

Sì. Alcuni di loro vi trovano consolazione, piacere, liberazione. Non lo percepiscono come uno stupro, ed è molto difficile trattarli e raggiungere la radice del loro trauma – sia perché hanno subito diversi traumi, sia perché il trauma è in corso. Il primo passo nel trattare le persone ferite dalla violenza e dall’abbandono è rimuoverle dalla situazione di violenza e abbandono. A Gaza è impossibile. Il trauma non finisce e non finirà. Adulti e bambini vivono in un dolore terribile, stanno solo cercando come evadere. Vediamo anche un numero crescente di tossicodipendenti.

A cosa sono dipendenti?

La dipendenza più diffusa oggi tra uomini e giovani a Gaza è il tramadol. In realtà è un farmaco da prescrizione per il dolore muscolare.

È un oppiaceo?

Sì. Uno degli effetti collaterali del tramadolo – è considerato un effetto apparentemente positivo – è che prolunga la durata di un’erezione e aumenta il desiderio sessuale sia negli uomini che nelle donne. Il tramadol che arriva a Gaza è fabbricato in Cina e attraversa l’Egitto. In Egitto subisce una sorta di manipolazione. Non so esattamente cosa fanno lì, cosa aggiungono, ma il tramadol nella Striscia di Gaza non è lo stesso tramadol che la gente prende in Israele. C’è qualcos’altro. Causa forte dipendenza e influenza il comportamento.

Probabilmente aggiungono un’anfetamina.

Sì, una delle anfetamine. Qualcosa con un effetto che assomiglia a quello della cocaina. Lo so perché ho preso il tramadol per alcuni mesi e non ho avuto questi effetti collaterali. E quando ho smesso di prenderlo non sentivo il bisogno di riprenderlo.

Ma tu affermi che la versione di Gaza crea dipendenza.

Molto. Non possono farcela senza di esso. Ed è molto popolare. Nel 2014 un pacchetto di tramadol costava 20 shekel [circa $ 5]. Oggi sono 20 shekel per una compressa.

Gli ospedali di Gaza non hanno medicine essenziali. Come fanno ad avere il tramadol? E come può la gente pagare per questo?

Non è considerato una medicina, ma una droga. Ci sono spacciatori a Gaza e se vengono catturati vanno in prigione. Una gran quantità di hashish è entrata a Gaza dall’Egitto fino alla chiusura dei tunnel; oggi, senza tunnel, non c’è hashish. Le persone stanno cercando qualcos’altro. Non so come faccia a entrare e come riescano a ottenere i soldi, ma i numeri parlano da soli: secondo uno studio condotto a Gaza, il 41% dei tossicodipendenti è dipendente dal tramadol.

E questo, di conseguenza, aumenta la percentuale di aggressioni sessuali.

Certamente. Giovani non sposati che non riescono a trovare nessun altro sfogo all’accresciuto desiderio, aggrediscono bambini e altri giovani. Gli uomini sposati cercano costantemente sesso e legami sessuali, ne parlano in continuazione. Anche davanti ai loro bambini. Parlano di quante volte fanno sesso, con quante donne, sui loro rapporti con le donne.

Relazioni extraconiugali? Tradimenti? A Gaza?

Sì, certo, sempre.

Stai descrivendo una società che è conservatrice in superficie e nel caos totale dentro.

“Caos”: questa è la parola.

Una vita di disperazione

Tutte le convenzioni sociali sono crollate. Anomia.

Non ci sono convenzioni sociali e oltre a ciò c’è una tremenda disperazione. Tutti quelli che incontro lì sono disperati. Salgo su un taxi e l’autista mi parla della sua sensazione di disperazione, di come sta usando il tramadol. Entro in un ristorante dove pranzo sempre, i camerieri siedono con me al tavolo e mi raccontano della loro disperazione. Visito un ospedale psichiatrico e arrivano subito gli psichiatri e gli psicologi e vogliono parlarmi dei loro problemi personali, prima di iniziare a parlare di questioni professionali. Tutti sono disperati. Non possono godersi nulla.

Non c’è da stupirsi se il sesso diventa un’ossessione. È forse l’unico godimento disponibile. L’unica vitalità che possono provare.

Penso che si impegnino nel sesso non per divertimento ma come valvola di sfogo. Per loro, la sessualità è connessa alla speranza. Con tutta la morte e i simboli di morte da cui sono circondati, questa è la vita. È impossibile capire veramente cosa stia succedendo a Gaza, impossibile capire cosa stia realmente succedendo nella psiche delle persone. Persino io, che ho a che fare con la salute mentale, non riesco davvero a capire cosa pensano e sentono.

È come la trama di un libro o di un film distopico, o come uno spaventoso esperimento sociale. Una società totalmente isolata che vive in condizioni orribili, senza energia elettrica, tra rovine, sotto un governo dittatoriale. Cosa tiene unita questa società?

Niente. Sono alle prese con una lotta interna. Un tempo ciò che li univa era la sensazione di essere tutti sulla stessa barca: tutti soffrivano del blocco [imposto da Israele], dagli attacchi israeliani. C’era un senso di destino condiviso. Quello non esiste più. Si incolpano l’un l’altro per la situazione, litigano, si arrabbiano; è davvero il caos. L’unica cosa che si può dire sia un fattore organizzativo è il regime.

Quindi il regime dispotico di Gaza è l’ultima barriera al collasso totale? Questo è il blocco?

Sfortunatamente sì. Se non esistesse, ci sarebbe il crimine, e solo il crimine, in continuazione.

Che tipo di persona è prodotta da una società come questa?

Un malato, nella mente.

Tutti?

Tutti a Gaza sono malati nella mente. Quando le persone sono malate nella mente il risultato può essere un serio disturbo psichico. Persone con disturbi che non sono trattati – e non sono trattati – sono capaci di tutto.

È una società in cui tutto è permesso?

Tutto è permesso e tutto è proibito. Posso fare tutto ciò che voglio, purché le persone non sappiano cosa sto facendo.

È come un pensiero criminale: tutto è permesso e l’unica cosa importante è non farsi prendere.

Sì. Sai, avere relazioni extraconiugali è proibito. È assolutamente proibito, per legge, che un uomo e una donna siano visti insieme la sera se non sono sposati. Potrebbero finire in prigione, persino essere uccisi per quello. Tuttavia sentono di essere autorizzati a intrattenere relazioni sessuali finché gli altri non lo sanno. Semplicemente non deve essere conosciuto. Questo è ciò che è più importante nella Striscia di Gaza oggi.

Quindi sono rapporti tra complici.

Sì.

Non ci sono amicizie? Tutte le relazioni sono governate da interessi particolari?

Ognuno per sé. Lo vedo anche tra i miei colleghi. C’era solidarietà a Gaza, era una società molto coesa, con legami interpersonali sani e forti. In questi giorni le persone sono indifferenti anche ai loro migliori amici. Sentono di dover badare a se stessi e solo a se stessi. Quando una persona non ha nulla da mangiare, non può collegarsi con qualcuno che non può aiutarlo, anche se l’altro si trova nella stessa situazione. È diverso, ad esempio, dai rifugiati siriani con cui lavoro in Grecia. I rifugiati stanno solo cercando ciò che hanno in comune, vogliono stare insieme. Dieci anni fa, era così anche a Gaza. Oggi tutto questo è scomparso. Anche all’interno della famiglia non c’è aiuto reciproco. Stiamo assistendo a un tremendo, rapido crollo della società a Gaza. Potrebbe persino finire in guerra civile. Ci sono faide tra hamulot [clan] a Gaza e quelle fratture non potranno che diventare più severe.

Qual è la conclusione filosofica? Che in condizioni come questa la moralità interna scompare, si perde la propria umanità?

Le persone perdono la loro umanità. Ovviamente. C’è uno psicanalista italiano, un mio amico, Franco Dimasio, che sostiene che la vita all’interno di una lotta per la sopravvivenza ci fa perdere la nostra umanità.

Che cosa intende con il termine “umanità”?

La capacità di vedere l’altro, il suo dolore. Sarà molto difficile ripristinare l’umanità a Gaza perché sono tutti presi dalla loro sopravvivenza, sono concentrati su loro stessi. Non vedono l’altro. Essi stessi hanno perso il controllo sui propri sentimenti, il loro intero comportamento è diventato una forma di recitazione.

In altre parole, esprimono i loro sentimenti e i loro impulsi minacciosi e repressi attraverso il loro comportamento. Ciò significa comportamento aggressivo, per la maggior parte.

L’aggressività è molto presente. Le persone inveiscono costantemente l’una con l’altra. Per strada, sulle vie. A Shujaiyeh [un quartiere della città di Gaza] ho visto un’enorme lite tra hamulot, perché qualcuno aveva messo un sacco di spazzatura accanto alla porta del vicino – l’intero quartiere era eccitato. Lo vedo anche nel mio lavoro con psicologi e psichiatri nei corsi di formazione che offro. Sono sbalordito da come si comportano l’uno con l’altro. Diciamo che se qualcuno interrompe un altro o è in ritardo, immediatamente esplode in un linguaggio volgare. Con i bambini prende la forma di lotta. Tutti i bambini a Gaza hanno ferite dai colpi che danno e ricevono.

Un ragazzo a Jabalya mi ha spiegato che è violento perché viene colpito continuamente, dai suoi fratelli, dai suoi amici, dai vicini. “Quando mi vedono debole, mi colpiscono”, ha detto. “Se mi vedessero essere forte non mi colpirebbero”. Se faccio del male agli altri, sono forte. Questa è la spettacolo che è in atto. Nel mercato di Gaza scoppia una lite ogni 10 minuti, urla e colpi, la polizia arriva in pochi secondi e inizia a colpire tutti. Il che, ovviamente, è più o meno lo stesso: stanno recitando anche loro.

Inferno.

Gaza è un inferno. Penso alle bellissime spiagge di Gaza negli anni ’90. Oggi, quando inizi ad avvicinarti, senti l’odore delle fogne e vedi i cumuli di spazzatura. Nella visita più recente, una sera andai a fare una passeggiata sulla spiaggia e vidi due bambini seduti accanto a un falò, in mezzo alle pile di spazzatura. Quando ho iniziato a parlare con loro, uno di loro si è spaventato e voleva scappare. Ho dato loro 50 shekel [$ 14]. Sono stati lì a guardare la banconota. Sbalorditi. Non potevano credere di avere 50 shekel nelle loro mani. All’improvviso entrambi hanno iniziato a correre. Pochi minuti dopo, li ho visti da lontano, circondato da dozzine di altri bambini, mostrando loro la banconota, e anche gli altri bambini erano sbigottiti. Hanno chiesto loro dove erano le persone che distribuiscono i soldi? Ho pianto quando l’ho visto. Piango molto a Gaza.

È comprensibile. Come fai a sopportare gli orrori che vedi? Come si fa a tornare alla routine in Israele dopo tutto questo?

Faccio fronte a una grande quantità di dolore. O, più precisamente, cerco di far fronte a una grande quantità di dolore. I miei pensieri sono costantemente sia qua che là. Ho due bambini. Quando passo il tempo con loro ho dei flashback di bambini della stessa età di Gaza. Immagini. Voci. Contatti. E anche i corpi che ho visto. Ho visto molti corpi di bambini nelle guerre. Queste visioni mi ritornano ogni volta che qualcosa fa scattare il ricordo di qualcuno o qualcosa a Gaza.

Quindi sei anche tu in post-trauma.

Chiunque lavori con persone del genere è gravato da un post-trauma. Io investo moltissimo sforzo emotivo nel far fronte a ciò, nell’elaborare quello cui sono sottoposto. Lavoro molto la mia terra – coltivo olive, mi occupo delle api.

Credi ancora nella bontà umana?

Credo che anche le persone che subiscono traumi gravi posseggano la forza interiore per continuare a vivere, e vivere una vita migliore di quella che avevano. Se perdessi questa speranza, non potrei continuare a lavorare. Se non nutrissi la speranza che i rifugiati in Grecia possano essere riabilitati, non lavorerei con loro. Se non nutrissi la speranza che la situazione a Gaza migliorerà e che le persone abbiano la forza di cambiarla, non sarei in grado di andare avanti. Ogni volta che entro a Gaza provo quel dolore, dico a me stesso: non torno più indietro, e dopo, quando sono all’uscita, al posto di controllo di Erez, sto già programmando di tornare indietro.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




70 anni di promesse mancate: la storia non raccontata del piano di partizione

Ramzy Baroud

22 novembre 2017, Palestine Chronicle

In un recente discorso prima del gruppo di ricerca di Chatham House [Ong britannica che si occupa di ricerche di politica internazionale, tra i più influenti al mondo, ndt.] di Londra, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affrontato la questione dello Stato palestinese da un punto di vista astratto.

Prima di pensare alla creazione di uno Stato palestinese, ha affermato, “è tempo che noi riconsideriamo se il nostro modello di sovranità, e di sovranità illimitata, sia applicabile ovunque nel mondo.”

Non è la prima volta che Netanyahu getta discredito sull’idea di uno Stato palestinese. Nonostante le chiare intenzioni di Israele di vanificare ogni possibilità di creare un tale Stato, l’amministrazione USA di Donald Trump, a quanto sembra, sta mettendo a punto piani per un “accordo di pace definitivo.” Il New York Times suggerisce che “il piano previsto dovrà essere costruito intorno alla cosiddetta soluzione dei due Stati”.

Ma perché sprecare sforzi, quando tutte le parti in causa, compresi gli americani, sanno che Israele non ha intenzione di consentire la creazione di uno Stato palestinese e gli USA non hanno né l’influenza politica, né il desiderio, per imporla?

La risposta forse non si trova nel presente, ma nel passato.

Inizialmente uno Stato arabo palestinese era stato proposto dagli inglesi come tattica politica, per fornire una copertura giuridica alla creazione di uno Stato ebraico. Questa tattica politica continua ad essere utilizzata, anche se mai con l’obbiettivo di trovare una “giusta soluzione” al conflitto, come spesso viene propagandato. Quando, nel novembre 1917, il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour promise al movimento sionista di garantire uno Stato ebraico in Palestina, l’ipotesi, in precedenza remota e poco plausibile, iniziò a prendere forma. Si sarebbe realizzata senza sforzo, se i palestinesi non si fossero ribellati.

La rivolta palestinese del 1936-1939 dimostrò un impressionante livello di consapevolezza politica collettiva e di capacità di mobilitazione, nonostante la violenza britannica.

Allora il governo britannico inviò in Palestina la Commissione Peel per analizzare le radici della violenza, nella speranza di sedare la rivolta palestinese.

Nel luglio 1937 la Commissione pubblicò il suo rapporto, che scatenò immediatamente la rabbia della popolazione nativa, che era già consapevole della collusione tra inglesi e sionisti.

La Commissione Peel concluse che “le cause sottostanti ai disordini” erano il desiderio di indipendenza dei palestinesi e il loro “odio e timore per la creazione del focolare nazionale ebraico.” Sulla base di questa analisi, raccomandava la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese, quest’ultimo destinato ad essere incorporato nella Transgiordania, che era sotto il controllo britannico.

La Palestina, come altri Paesi arabi, era teoricamente pronta per l’indipendenza, in base ai termini del mandato britannico, come garantito nel 1922 dalla Società delle Nazioni. Per di più, la Commissione Peel raccomandava un’indipendenza parziale per la Palestina, diversamente dalla piena sovranità assicurata allo Stato ebraico.

Ancora più allarmante era il carattere arbitrario di quella divisione. Allora il totale della terra posseduta dagli ebrei non superava il 5,6% dell’estensione dell’intero Paese. Lo Stato ebraico avrebbe incluso le regioni più strategiche e fertili della Palestina, compresa la Galilea Fertile [nota come Bassa Galilea, ndt.] e molta parte dell’accesso al mar Mediterraneo.

Durante la rivolta furono uccisi migliaia di palestinesi, che continuavano a rifiutare la svantaggiosa spartizione e lo stratagemma britannico teso ad onorare la Dichiarazione Balfour e privare i palestinesi di uno Stato.

Per rafforzare la propria posizione, la leadership sionista cambiò rotta. Nel maggio 1942 David Ben Gurion, allora rappresentante dell’Agenzia Ebraica, partecipò a New York ad una conferenza che riuniva i dirigenti sionisti americani. Nel suo intervento chiese che l’intera Palestina divenisse un “Commonwealth ebraico.”

Un nuovo potente alleato, il presidente [americano] Harry Truman, incominciò a colmare il vuoto lasciato aperto, in quanto gli inglesi erano propensi a terminare il loro mandato in Palestina. In “Prima della loro diaspora”, Walid Khalidi scrive:

(Il Presidente USA Harry Truman) fece un passo avanti nel suo appoggio al sionismo, sostenendo un piano dell’Agenzia Ebraica per la partizione della Palestina in uno Stato ebraico ed uno Stato palestinese. Il piano prevedeva l’annessione allo Stato ebraico di circa il 60%della Palestina, in un momento in cui la proprietà ebraica della terra del Paese non superava il 7%.”

Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU, in seguito a forti pressioni dell’amministrazione USA di Truman, approvò, coi voti favorevoli di 33 Stati membri, la Risoluzione 181 (II), che auspicava la partizione della Palestina in tre entità: uno Stato ebraico, uno Stato palestinese ed un regime di governo internazionale per Gerusalemme.

Se la proposta britannica di partizione del 1937 era già abbastanza negativa, la risoluzione dell’ONU fu motivo di totale sgomento, in quanto assegnava 5.500 miglia quadrate [circa 14.000 Km2, ndt.] allo Stato ebraico e solo 4.500 [circa 11.000 Km2, ndr.] ai palestinesi – che possedevano il 94,2% della terra e rappresentavano oltre i due terzi della popolazione.

La pulizia etnica della Palestina iniziò immediatamente dopo l’adozione del Piano di Partizione. Nel dicembre 1947 attacchi sionisti organizzati contro le zone palestinesi provocarono l’esodo di 75.000 persone. Di fatto, la Nakba palestinese – la Catastrofe – non iniziò nel 1948, ma nel 1947.

Quell’esodo di palestinesi fu congegnato attraverso il Piano Dalet (Piano D), che fu attuato per fasi e modificato per adeguarsi alle esigenze politiche. La fase finale del piano, iniziata nell’aprile 1948, comprese sei importanti operazioni. Due di esse, operazioni “Nachshon” e “Harel” , avevano lo scopo di distruggere i villaggi palestinesi all’interno e nei dintorni del confine tra Jaffa e Gerusalemme. Separando i due principali conglomerati centrali che costituivano il proposto Stato arabo palestinese, la leadership sionista intese spezzare ogni possibilità di coesione geografica palestinese. Questo continua ad essere l’obiettivo fino ad oggi.

I risultati conseguiti da Israele dopo la guerra non si attennero molto al Piano di Partizione. I territori palestinesi separati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est costituivano il 22% della dimensione storica della Palestina.

Il resto è una triste storia. La carota dello Stato palestinese viene esibita di tanto in tanto proprio dalle forze che spartirono la Palestina 70 anni fa e poi collaborarono diligentemente con Israele per garantire il fallimento delle aspirazioni politiche del popolo palestinese.

Infine il discorso della partizione è stato rimodellato in quello della “soluzione dei due Stati”, propugnato negli ultimi decenni da diverse amministrazioni USA, che hanno mostrato poca sincerità nel trasformare in realtà persino un simile Stato.

Ed ora, 70 anni dopo la partizione della Palestina, esiste un solo Stato, benché governato da due diversi sistemi giuridici, che privilegia gli ebrei e discrimina i palestinesi.

Esiste già da molto tempo un solo Stato”, ha scritto il giornalista israeliano Gideon Levy in un recente articolo su Haaretz. “È giunto il momento di lanciare una battaglia sulla natura del suo regime.”

Molti palestinesi lo hanno già fatto.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo libro in uscita è “L’ultima terra: una storia palestinese” (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi sulla Palestina all’università di Exeter ed è ricercatore ospite presso il Centro Orfalea per gli Studi globali ed internazionali dell’università Santa Barbara della California. Il suo sito web è:

www.ramzybaroud.net

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 

 




L’organo internazionale di controllo della medicina complice degli abusi israeliani

Derek Summerfield

17 novembre 2017, Electronic Intifada

Sono passati ormai 20 anni da quando Amnesty International ha sostenuto che i medici israeliani che lavorano con i servizi di sicurezza di Israele “costituiscono una parte del sistema in cui i prigionieri sono torturati, maltrattati e umiliati in modi che rendono le pratiche mediche in prigione in contrasto con l’etica medica.”

Da allora ci sono stati ripetuti tentativi – a cui il sottoscritto ha partecipato – per far sì che il cane da guardia internazionale della deontologia medica, la World Medical Association (WMA), chieda conto alla Israeli Medical Association (IMA) di queste pratiche.

Tuttavia, con il fallimento dell’ultimo tentativo l’anno scorso, e nonostante i cambiamenti della leadership negli anni, oggi si deve trarre la conclusione che, quando si tratta di Israele, la WMA non è adatta a svolgere il ruolo per cui è stata creata dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La WMA ha il mandato si assicurarsi che le associazioni che ne fanno parte rispettino i suoi codici, in particolare la sua fondamentale dichiarazione di Tokyo del 1975 contro la tortura. Quest’ultima obbliga i medici non solo a non partecipare direttamente alla tortura, ma anche a proteggere le vittime e a pronunciarsi (contro di essa) ogniqualvolta essi vi si imbattano.

Il precedente significativo per la nostra azione contro l’associazione israeliana era l’espulsione dalla WMA della Medical Association del Sud Africa durante l’epoca dell’apartheid, precisamente per il fatto che i medici erano diventati parte di un sistema in cui la tortura era diventata routine, proprio come Amnesty International ha sostenuto essere nel caso di Israele.

Da allora, Physicians for Human Rights-Israel ha spesso affermato che, se la IMA avesse rifiutato di permettere ai medici di prestare servizio nelle unità di sicurezza dove comunemente viene praticata la tortura, la pratica sarebbe stata interrotta. La presenza dei medici in queste unità offre legittimazione morale agli interrogatori di Israele.

Azione globale

Il primo tentativo di far emergere la responsabilità della IMA è avvenuto nel 2009, quando 725 medici da 43 Paesi fecero appello alla WMA, allegando la documentazione di diversi gruppi per i diritti umani inclusi “Amnesty”, il “Public Committee Against Torture in Israel” e la coalizione “United Against Torture”. Il tentativo terminò quando divenne chiaro che l’allora presidente della WMA, Yoram Blacher, che era anche il presidente della IMA, non avrebbe preso nessuna iniziativa, ed egli rifiutò persino di attestare che aveva ricevuto l’atto.

Piuttosto che indagare su quanto veniva sostenuto nell’appello, Blachar fece causa per diffamazione a Londra contro la persona che era stata a capo della campagna nel 2009 (e che è anche l’autore di questo articolo). Abbiamo confutato l’accusa, che sosteneva che avevamo ingannato i firmatari per far loro firmare la petizione.

I firmatari ci hanno aiutato nella nostra confutazione, che ha avuto successo, assicurando agli avvocati della denuncia per diffamazione che [i firmatari] non erano affatto stati ingannati. Noam Chomsky fu tra coloro che diedero pubblicamente supporto al nostro impegno.

Il più recente di questi tentativi di dimostrare la responsabilità dell’IMA è giunto l’anno scorso, quando 71 medici inglesi hanno presentato un nuovo ricorso alla WMA. Questa volta, l’appello poggiava anche sul rapporto del 2011 di “Physicians for Human Rights-Israel,” “ Doctoring the Evidence, Abandoning the Victim: The Involvement of Medical Professionals in Torture and Ill Treatment in Israel” [“Fare il medico delle prove, abbandonare la vittima: il coinvolgimento dei professionisti della medicina nella tortura e nei maltrattamenti in Israele”], che riguardava il lavoro dei medici israeliani nelle unità della sicurezza dove la tortura dei detenuti era una regola.

Perché, chiedeva l’appello del 2016, i medici assegnati a queste unità non stavano proteggendo i prigionieri e non si stavano opponendo al loro trattamento? E perché la “Israeli Medical Association” non era intervenuta in base a questi rapporti, come avrebbe dovuto fare secondo gli standard definiti dalla “World Medical Association”?

Una speranza infranta

Questa volta speravamo che la reputazione internazionale del noto medico e accademico inglese Sir Michael Marmot, che in quel momento era presidente della WMA, avrebbe potuto avere un peso in un caso che rappresentava una critica evidente all’idea che le norme internazionali sul comportamento etico dei medici fossero sempre eque ed efficaci.

Marmot ci ha inviato una ricevuta che attestava la ricezione del ricorso (a differenza del suo predecessore), ma nel giro di pochi giorni dalla ricezione, fummo sorpresi di vedere una lettera di Marmot al “Simon Wiesenthal Center” pubblicata sul sito di quest’ultimo.

Diretta al Dottor Shimon Samuels, direttore per le relazioni internazionali del “Centro Wiesenthal”, la lettera sosteneva incredibilmente che, riguardo alle denunce del passato, le indagini non avevano rivelato alcun comportamento illecito o cattiva gestione dei casi da parte della ‘Israeli Medical Association’.”

Questo è totalmente falso. Per molti anni“Physicians for Human Rights-Israel” ha provato a far sì che la IMA facesse una tale indagine, ma ha trovato l’associazione costantemente indisponibile. In “Doctoring the Evidence” il gruppo per i diritti umani ha sostenuto nel 2011 che “Ripetuti e continui tentativi di richiamare l’attenzione della IMA sui casi che sollevavano dubbi sul coinvolgimento dei medici nella tortura e in trattamenti crudeli o degradanti, non erano stati effettivamente presi in considerazione.”

Nel 2009 la IMA si era occupata delle testimonianze di vittime di tortura raccolte nel 2007 dal “Public Committee Against Torture in Israel”, ma aveva concluso, dopo qualche telefonata, che le accuse erano prive di fondamento e falsate perché non c’erano altre prove “se non la parola dei prigionieri.” La conclusione delegittimava nei fatti a priori le lamentele dei prigionieri.

Non adatto allo scopo

La lettera di Marmot a Samuels ha in effetti regalato all’IMA una significativa vittoria propagandistica. Non solo ha fatto delle affermazioni errate: ha di fatto offerto alla IMA un’assoluzione pubblica e immediata. Pronunciata dal presidente della WMA in persona, che si suppone parli per l’intera organizzazione, questa è stata un vero successo propagandistico, ripreso da fonti mediatiche come “The Jerusalem Post”[giornale israeliano di destra, ndt.], il cui articolo è stato debitamente intitolato “La World Medical Association esprime fiducia nei medici israeliani in risposta alla campagna del BDS.”

Dopo ripetuti tentativi di far sì che la WMA imponga alla IMA il compito di un definitivo insieme di prove che dimostrino che l’establishment medico israeliano consente – nel migliore dei casi – un sistema di tortura nei confronti dei prigionieri, l’attenzione deve ora spostarsi sulla stessa WMA.

Sfortunatamente, come il caso di Israele dimostra, la WMA non sembra disposta ad agire contro soggetti con amici potenti come gli Stati Uniti. È molto meno esitante nel denunciare Stati meno potenti come l’Iran e il Bahrein, per citarne solo due.

Dobbiamo perciò concludere che l’ente medico internazionale è complice delle violazioni israeliane e che la sua presunta missione di sostenere gli standard etici in giro per il mondo è una farsa.

Questa è una cattiva notizia per i medici israeliani inseriti in ruoli eticamente compromettenti. È una notizia ancora peggiore per i prigionieri palestinesi che hanno poco che possa proteggerli.

Derek Summerfield è un medico accademico che vive a Londra, impegnato da 25 anni nelle campagne per i diritti umani in Israele/Palestina.

(Traduzione di Tamara Taher)




Perché la Palestina è ancora il problema

John Pilger

18 settembre 2017,Defend Democracy Press

Quando andai per la prima volta in Palestina come giovane reporter negli anni ’60, soggiornai in un kibbutz. Le persone che incontrai erano grandi lavoratori, coraggiosi e si definivano socialisti. Mi piacevano.

Una sera a cena domandai chi fossero le figure che si vedevano in lontananza, al di là dell’area (del nostro kibbutz).

Arabi”, mi dissero, “nomadi”. Le parole vennero quasi sputate. Israele, dissero, intendendo la Palestina, era per la maggior parte una terra deserta e una delle grandi opere dell’impresa sionista è stata rendere verde il deserto.

Portarono ad esempio il loro raccolto di arance di Jaffa, che veniva esportato nel resto del mondo. Che grande vittoria sulle bizzarrie della natura e l’incuria degli uomini.

Fu la prima menzogna. La maggior parte degli aranceti e dei vigneti appartenevano a palestinesi che avevano coltivato la terra ed esportato arance ed uva in Europa fin dal diciottesimo secolo. L’ex città palestinese di Jaffa veniva chiamata dai precedenti abitanti come “il posto delle arance tristi”.

Nel kibbutz il termine “palestinese” non veniva mai pronunciato. Chiesi il perché. La risposta fu un silenzio imbarazzato.

In tutto il mondo colonialista, la vera sovranità del popolo autoctono fa paura a coloro che non possono mai nascondere del tutto il fatto, ed il crimine, che vivono su una terra rubata.

La negazione dell’umanità della popolazione è il passo successivo – come il popolo ebraico sa fin troppo bene. Infamare la dignità, la cultura e l’orgoglio del popolo viene di conseguenza, in modo altrettanto logico della violenza.

A Ramallah, dopo un’invasione della Cisgiordania da parte del defunto Ariel Sharon nel 2002, camminavo attraverso strade costellate da automobili sfasciate e case demolite, verso il “Centro Culturale Palestinese”. Fino a quel mattino i soldati erano accampati là.

Mi accolse la direttrice del Centro, la scrittrice Liana Badr, i cui manoscritti originali erano sparsi e a pezzi sul pavimento. Il disco rigido contenente il suo romanzo ed una raccolta di racconti e poesie erano stati portati via dai soldati israeliani. Quasi ogni cosa era in frantumi e insudiciata.

Neanche un libro era rimasto integro; neanche una bobina di una delle migliori collezioni del cinema palestinese.

I soldati avevano urinato e defecato sui pavimenti, sui tavoli, sui ricami e i manufatti artistici. Avevano imbrattato di escrementi i dipinti dei bambini e avevano scritto – con le feci – “Nato per uccidere”.

Liana Badr aveva gli occhi pieni di lacrime, ma la schiena dritta. “Lo rimetteremo a posto di nuovo”, disse.

Ciò che fa imbestialire quelli che colonizzano ed occupano, rubano ed opprimono, vandalizzano e violano, è il rifiuto delle vittime di piegarsi. E questo è il prezzo che tutti noi dobbiamo pagare ai palestinesi. Il rifiuto di sottomettersi. Loro tirano dritto. Aspettano – finché ricominceranno la lotta. E fanno così anche quando chi li governa collabora con i loro oppressori.

Nel mezzo dei bombardamenti israeliani su Gaza del 2014, il giornalista palestinese Mohammed Omer non ha mai smesso di scrivere. Lui e la sua famiglia erano stati danneggiati; lui faceva la coda per il cibo e l’acqua e li trasportava attraverso le macerie. Quando gli telefonavo potevo sentire le bombe fuori dalla sua porta. Si è rifiutato di arrendersi.

Gli articoli di Mohammed, accompagnati dalle sue fotografie, sono stati un esempio di giornalismo professionale che faceva vergognare il giornalismo corrivo e codardo del cosiddetto ‘mainstream’ britannico e statunitense. Il concetto di obbiettività della BBC – che diffonde le falsità e le menzogne dell’autorità, prassi di cui si fa vanto – viene quotidianamente confutato da gente come Mohammed Omer.

Per oltre 40 anni ho constatato il rifiuto del popolo palestinese di piegarsi ai suoi oppressori: Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Europea.

Dal 2008 la sola Gran Bretagna ha assicurato licenze di esportazione di armi e missili, droni e fucili di precisione verso Israele per un valore di 434 milioni di sterline.

Quelli che hanno resistito a questo, senza armi, quelli che hanno rifiutato di piegarsi, sono tra i palestinesi che ho avuto il privilegio di conoscere:

Il mio amico, il defunto Mohammed Jarella, che lavorava per l’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA [per i rifugiati palestinesi, ndt.], nel 1967 mi ha mostrato per la prima volta un campo profughi palestinese. Era un gelido giorno d’inverno e gli scolari tremavano di freddo. “Un giorno….”, diceva. “Un giorno…”

Mustafa Barghouti, la cui eloquenza rimane intatta, ha descritto lo spirito di tolleranza che c’era in Palestina tra ebrei, musulmani e cristiani fino a quando, come mi disse, “I sionisti pretesero uno Stato a spese dei palestinesi.”

La dottoressa Mona El-Farra, medico a Gaza, la cui passione era raccogliere denaro per la chirurgia plastica per i bambini sfigurati dalle pallottole e dalle granate israeliane. Il suo ospedale è stato raso al suolo dalle bombe israeliane nel 2014.

Il dottor Khalid Dahlan, psichiatra, i cui ambulatori per bambini a Gaza – bambini resi quasi pazzi dalla violenza israeliana – erano oasi di civiltà.

Fatima e Nasser sono una coppia la cui casa si trovava in un villaggio vicino a Gerusalemme, designato come “Zona A e B”, che significava che la terra era destinata ai soli ebrei. I loro genitori avevano vissuto là; i loro nonni avevano vissuto là. Oggi i bulldozer spianano strade per soli ebrei, protetti da leggi per soli ebrei.

Era passata la mezzanotte quando Fatima iniziò il travaglio del suo secondo figlio. Il bimbo era prematuro; quando arrivarono ad un checkpoint in vista dell’ospedale, il giovane israeliano disse che c’era bisogno di un altro documento.

Fatima stava perdendo molto sangue. Il soldato rideva e imitava i suoi gemiti e disse loro: ”Andatevene a casa”. Il bambino nacque là in un camion. Era cianotico per il freddo e in breve, senza cure, morì assiderato. Il suo nome era Sultan.

Per i palestinesi, queste storie sono consuete. La domanda è: perché non lo sono a Londra e Washington, a Bruxelles e Sydney?

In Siria una recente campagna progressista– una campagna di George Clooney – viene lautamente finanziata in Gran Bretagna e Stati Uniti, anche se i beneficiari, i cosiddetti ribelli, sono capeggiati da jihadisti fanatici, il prodotto dell’invasione di Afghanistan e Iraq e della distruzione della moderna Libia.

E ancora, non viene riconosciuta la più lunga occupazione dell’epoca moderna. Quando le Nazioni Unite improvvisamente si risvegliano e definiscono Israele uno Stato di apartheid, come hanno fatto quest’anno, si grida allo scandalo – non contro uno Stato il cui “obiettivo fondamentale” è il razzismo, ma contro una commissione dell’ONU che ha osato rompere il silenzio.

La Palestina”, ha detto Nelson Mandela, “è la più grande questione morale dei nostri tempi.”

Perché questa verità è negata, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno?

Su Israele – lo Stato di apartheid, colpevole di un crimine contro l’umanità e di violazioni del diritto internazionale più numerose di qualunque altro Stato – persiste il silenzio tra coloro che sanno ed il cui compito è di dire come stanno effettivamente le cose.

Riguardo a Israele, moltissimi giornalisti vengono intimiditi e controllati da un pensiero unico che chiede silenzio sulla Palestina, mentre il giornalismo onesto è diventato dissidenza: un metaforico movimento clandestino.

Una sola parola – “conflitto” – consente questo silenzio. “Il conflitto arabo-israeliano”, scandiscono i robot nelle loro suggestioni televisive. Quando un reporter della BBC di lunga esperienza, uno che conosce la verità, parla di “due narrazioni”, la distorsione morale è completa.

Non c’è un conflitto, non ci sono due narrazioni, con un proprio fulcro etico. C’è un’occupazione militare messa in atto da una potenza nucleare appoggiata dal potere militare più grande al mondo; e c’è un’enorme ingiustizia.

Il termine “occupazione” può essere bandito, cancellato dal vocabolario. Ma la memoria della verità storica non può essere cancellata: quella della sistematica espulsione dei palestinesi dalla loro patria. Gli israeliani nel 1948 l’hanno chiamata “Piano D”.

Lo storico israeliano Benny Morris racconta di quando uno dei suoi generali domandò a Ben-Gurion, il primo capo del governo israeliano: “Che cosa dobbiamo fare degli arabi?”

Il Primo Ministro, ha scritto Morris, “fece uno sprezzante e vigoroso gesto con la mano”. “Espelleteli!” disse.

Settant’anni dopo, questo crimine è sparito dalla cultura intellettuale e politica dell’Occidente. Oppure è opinabile, o semplicemente controverso. Giornalisti ben pagati accettano volentieri i viaggi, l’ospitalità e le lusinghe offerti dal governo israeliano, poi sono durissimi nel professare la propria indipendenza. Il termine “utili idioti” è stato coniato per loro.

Nel 2011 mi ha colpito la leggerezza con cui uno dei più famosi scrittori britannici, Ian McEwan, un uomo intriso dell’alone di illuminismo borghese, ha accettato il Jerusalem Prize per la letteratura nello Stato dell’apartheid.

McEwan sarebbe andato a Sun City nel Sudafrica dell’apartheid? Anche là attribuivano premi, con tutte le spese pagate. McEwan giustificò il suo comportamento con parole evasive circa l’indipendenza della “società civile”.

La propaganda – del tipo che McEwan ha espresso, con la sua simbolica tirata d’orecchi per i suoi deliziati ospiti – è un’arma in mano agli oppressori della Palestina. Come lo zucchero, oggi permea quasi ogni cosa.

Il nostro compito più importante è comprendere e decostruire la propaganda statale e culturale. Stiamo andando velocemente verso una seconda guerra fredda, il cui scopo finale è sottomettere e balcanizzare la Russia e intimidire la Cina.

Quando Donald Trump e Vladimir Putin hanno parlato in privato per oltre due ore al meeting del G20 di Amburgo, apparentemente della necessità di non entrare in guerra tra loro, gli oppositori più accesi sono stati quelli che si sono appropriati del liberismo, come il commentatore politico sionista del Guardian.

Non c’è da stupirsi che Putin sorridesse ad Amburgo”, ha scritto Jonathan Freedland. “Sa di aver raggiunto il suo principale obbiettivo: ha reso l’America di nuovo debole.”

Questi propagandisti non hanno mai conosciuto la guerra, ma amano il gioco imperialista della guerra. Ciò che McEwan chiama “società civile” è diventata una ricca fonte di propaganda ad esso connessa.

Prendete un termine spesso usato dai tutori della società civile – “diritti umani”. Come un altro nobile concetto, “democrazia”, “diritti umani” è stato semplicemente svuotato del suo significato e del suo scopo.

Così come il “processo di pace” e la “road map”, i diritti umani in Palestina sono stati sequestrati dai governi occidentali e dalle ONG da loro finanziate, che si arrogano un’utopica autorità morale.

Perciò quando Israele viene richiamata da governi ed ONG a “rispettare i diritti umani” in Palestina, non succede niente, perché tutti sanno che non c’è niente da temere; niente cambierà.

Notate il silenzio dell’Unione Europea, che accontenta Israele mentre rifiuta di mantenere gli impegni verso la popolazione di Gaza – come mantenere aperto il varco del confine di Rafah: una misura concordata come parte del suo ruolo nel cessate il fuoco del 2014. [Il progetto di] un porto marittimo per Gaza – concordato da Bruxelles nel 2014 – è stato abbandonato.

La commissione dell’ONU di cui ho parlato – il suo nome esatto è Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite per l’Asia occidentale – ha descritto Israele come, e cito testualmente, “finalizzato all’obiettivo fondamentale” della discriminazione razziale.

Milioni di persone lo capiscono. Ciò che i governi a Londra, Washington, Bruxelles e Tel Aviv non possono controllare è che l’opinione pubblica sta cambiando, forse come mai prima d’ora.

La gente ovunque si sta risvegliando ed è più consapevole, secondo me, di quanto lo sia mai stata prima d’ora. Alcuni sono già apertamente in rivolta. L’atrocità della Grenfell Tower [grattacielo con appartamenti popolari bruciato il 14 giugno 2017, ndt.] di Londra ha unificato la collettività in una attiva resistenza praticamente in tutta la Nazione.

Grazie ad una campagna popolare, la magistratura sta ora esaminando le prove di una possibile imputazione contro Tony Blair per crimini di guerra. Anche se questo non avverrà, si tratta di un importante sviluppo, che elimina un’ ulteriore barriera tra l’opinione pubblica ed il riconoscimento della natura vorace dei crimini del potere statale – il sistematico disprezzo dell’umanità perpetrato in Iraq, alla Grenfell Tower, in Palestina. Questi sono i punti che attendono di essere uniti.

Per la maggior parte del XXI secolo, l’imbroglio del potere delle imprese camuffato da democrazia ha poggiato sulla propaganda del diversivo: soprattutto su un culto dell’individualismo finalizzato a disorientare la nostra capacità di guardare agli altri e di agire insieme, il nostro senso di giustizia sociale e di internazionalismo.

Classe, genere e razza sono stati separati. Il personale è diventato politico e i media sono diventati il messaggio. La promozione dei privilegi borghesi è stata presentata come politica “progressista”. Non lo era. Non lo è mai stata. E’ la valorizzazione del privilegio e del potere.

Tra i giovani l’internazionalismo ha trovato una nuova vasta platea. Guardate l’appoggio a Jeremy Corbin e l’attenzione che ha ricevuto il G20 ad Amburgo. Se comprendiamo la verità e gli imperativi dell’internazionalismo, e rifiutiamo il colonialismo, comprendiamo la lotta della Palestina.

Mandela lo ha espresso così: “Sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi.”

Il cuore del Medio Oriente è la storica ingiustizia in Palestina. Finché questa non venga risolta e i palestinesi abbiano la loro libertà e la loro patria e ci sia eguaglianza di fronte alla legge tra israeliani e palestinesi, non vi sarà pace nella regione, o forse in nessun luogo.

Ciò che Mandela diceva è che la libertà stessa è precaria finché i governi potenti possono negare la giustizia ad altri, terrorizzarli, imprigionarli ed ucciderli, in nostro nome. Certamente Israele comprende il rischio che un giorno potrebbe dover essere normale.

Ecco perché il suo ambasciatore in Gran Bretagna è Mark Regev, ben noto ai giornalisti come propagandista di professione, e perché il “grande bluff” delle accuse di antisemitismo, come lo ha definito Ilan Pappe, ha potuto sconvolgere il partito laburista e indebolire Jeremy Corbin come leader. Il punto è che non ci è riuscito.

I fatti procedono in fretta adesso. La notevole campagna per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) sta funzionando, ogni giorno di più; città e comuni, sindacati e organismi studenteschi la stanno supportando. Il tentativo del governo britannico di impedire agli enti locali di sostenere il BDS è stato sconfitto nei tribunali.

Queste non sono parole al vento. Quando i palestinesi si solleveranno di nuovo, e lo faranno, potrebbero non vincere subito – ma alla fine vinceranno, se noi comprendiamo che loro sono noi, e noi siamo loro.

Questa è una versione ridotta dell’intervento di John Pilger al Palestinian Expo di Londra l’8 luglio 2017.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Israele sta per tagliare l’approvvigionamento idrico a un villaggio palestinese al fine di prendere possesso dei terreni agricoli

Nir Hasson 16 novembre, 2017, Haaretz

Dopo che un checkpoint verrà posto più in profondità nell’area palestinese, i residenti di Al Walaja non potranno più accedere alla locale sorgente o ai loro campi [posti] al di là del posto di controllo.

Israele ha comunicato ai residenti del villaggio palestinese al-Walaja, a sud di Gerusalemme, che saranno tagliati fuori dai loro terreni e dai terrazzamenti coltivati a causa del riposizionamento di un checkpoint, trasferendo un’ampia porzione di terreno dal lato palestinese a quello israeliano.

Nel piano regolatore del distretto di Gerusalemme si afferma che il checkpoint Ein Yael sulla strada tra Gerusalemme e Har Gilo venga spostato più in profondità all’interno dell’area palestinese, che diventerà parte del parco metropolitano di Gerusalemme.

Questo territorio comprende Ein Hanya, la seconda più grande sorgente delle colline della Giudea [come gli israeliani chiamano parte della Cisgiordania ndt]; ai residenti di al-Walaja il luogo offre anche svago, bagni e acqua per il bestiame. Le famiglie palestinesi regolarmente si recano anche da molto lontano in Cisgiordania, come da Beit Jala e da Betlemme, alla sorgente e alle due profonde piscine della zona per fare il bagno e picnic.

Parte di al-Walaja cade sotto la giurisdizione di Gerusalemme, ma la recente ultimazione della barriera di separazione ha tagliato fuori completamente il villaggio da Gerusalemme. La barriera separa anche il villaggio da vaste aree agricole possedute dai residenti.

L’Autorità israeliana per le Antichità e quella per lo sviluppo di Gerusalemme hanno già iniziato i lavori di ristrutturazione della sorgente e dell’area circostante. Ora hanno programmato di circondare la sorgente con una rete, di costruire un centro per i visitatori e un ristorante, trasformandolo in uno degli ingressi del parco metropolitano di Gerusalemme, che confina a sud e a ovest con la capitale [Gerusalemme, annessa illegalmente, non è riconosciuta da nessun Paese della comunità internazionale come capitale di Israele, ndt].

Due giorni fa i residenti di al-Walaja hanno ricevuto una lettera che li informava dello spostamento del checkpoint più vicino al loro villaggio, circa due chilometri e mezzo all’interno del territorio palestinese. Attualmente esso è posto nei pressi dell’uscita da Gerusalemme, ad appena un chilometro e mezzo dal centro commerciale Malha.

Una volta spostato il checkpoint, ai palestinesi senza i documenti di residenza a Gerusalemme non verrà permesso il passaggio. Non potranno accedere all’area della sorgente o ai loro terreni e ai terrazzamenti al di là del posto di controllo. Agli abitanti sono stati dati 15 giorni per presentare un ricorso contro la decisione.

Paradossalmente, i terrazzamenti ben curati attentamente sistemati che gli agricoltori di al-Walaja hanno coltivato per anni sono stati una delle ragioni date dalle autorità israeliane per istituire il parco in quella zona. Ciononostante, una volta spostato il checkpoint, ai contadini verrà negato l’accesso.

Le scale in pietra sono una delle caratteristiche rilevanti del parco. Questo paesaggio ha caratterizzato le colline per più di 5000 anni, fin da quando l’uomo ha cominciato a coltivare la terra. Le coltivazioni dei terrazzamenti sono state salvaguardate nei villaggi arabi fino alla guerra dell’indipendenza” [cioè la guerra tra sionisti e Paesi arabi del maggio 1948, che comportò l’espulsione dal territorio di quello che diventò lo Stato di Israele la cacciata di circa 750.000 palestinesi e la distruzione di 500 villaggi, ndt] è scritto nel depliant del parco.

Aviv Tatarsky, un ricercatore di “Ir Amim”, un’associazione no profit [israeliana]che propone una Gerusalemme sostenibile e più giusta, ha detto “lo spostamento del checkpoint è un altro passo del piano del ministro dell ‘ambiente Zeev Elkin per porre al-Walaja e i rimanenti quartieri al di là della barriera di separazione fuori dal confine di Gerusalemme. Nella Gerusalemme di Elkin gli israeliani passeggeranno tra i meravigliosi terrazzamenti, creati e accuditi dagli abitanti di al-Walaja, con i proprietari bloccati poche decine di metri dietro una barriera con il filo spinato, impossibilitati ad accedere ai terreni che gli sono stati rubati.

Questa è la visione del governo di destra: invece di pace e giustizia, barriere e una brutale oppressione in continuo aumento” ha detto .

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)