I palestinesi celebrano il quarantesimo “Giorno della Solidarietà Internazionale”

Al Jazeera

30 novembre 2018

Il governo palestinese afferma che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile perché consente la prosecuzione dell’occupazione israeliana

Personalità palestinesi hanno invitato la comunità internazionale a celebrare il “Giorno Internazionale di Solidarietà con il Popolo palestinese” applicando le risoluzioni dell’ONU che chiedono la fine dell’occupazione israeliana, così come ad esprimere il proprio sostegno alla lotta palestinese per avere uno Stato.

Il giorno, che l’Assemblea Generale [dell’ONU] ha celebrato dal 1978, cade il 29 novembre, data in cui nel 1947 l’ONU ha adottato la risoluzione 181, il piano di partizione della Palestina.

“La comunità internazionale non può continuare a condannare la violazione dei diritti dei palestinesi e la distruzione della soluzione dei due Stati senza agire per porre fine a questa situazione illegale,” ha detto giovedì Riyad Mansour, l’ambasciatore palestinese all’ONU.

“La grande distanza tra le nostre nobili convinzioni e l’orrenda situazione sul terreno deve essere rapidamente colmata prima che sia troppo tardi per i palestinesi, per gli israeliani e per la regione nel suo complesso,” ha aggiunto.

Da quando sono stati fondati nel 1945, l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza hanno adottato una serie di risoluzioni riguardanti Israele/Palestina – la grande maggioranza delle quali non sono state applicate dai successivi governi israeliani.

L’ambasciatore di Israele all’ONU, Danny Danon, ha definito le risoluzioni una “presa in giro”. “Quelle risoluzioni si prendono gioco dei palestinesi, proprio il popolo che l’ONU sostiene di difendere,” ha detto.

“Non portano i palestinesi verso il futuro, ma li tengono rinchiusi nel passato.”

Il governo palestinese, come anche l’ONU, sostiene la soluzione dei due Stati sulla base dei confini del 1967, con Gerusalemme est come capitale dei palestinesi.

I palestinesi accusano Israele di danneggiare le prospettive di costituzione di uno Stato palestinese sovrano attraverso la continua costruzione illegale di colonie solo per ebrei nei territori occupati.

In un comunicato Hanan Ashrawi, membro del Consiglio Nazionale Palestinese, ha affermato che “le sofferenze, la spoliazione, l’espulsione e la persecuzione del popolo palestinese sono iniziate quando venne fondato lo Stato di Israele sulla terra della Palestina storica.”

“La solidarietà non è solo un’astratta manifestazione di empatia,” ha detto. “Al contrario, è un impegno attivo, positivo e concreto.”

Yousef al-Mahmoud, portavoce del governo palestinese, ha sostenuto che la comunità internazionale dovrebbe essere ritenuta responsabile di consentire da decenni la prosecuzione dell’occupazione israeliana.

“Il silenzio internazionale sull’occupazione e sui suoi crimini non fa che incoraggiare Israele a continuare a violare le risoluzioni e le leggi internazionali,” ha detto Mahmoud.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




IL Nuovo Nuovo Antisemitismo

Richard Falk≡

18 novembre 2018, WordPress

I crimini dello Stato di Israele nascosti dietro false affermazioni di vittimizzazione

In questi giorni io, come anche molti altri, vengo vittimizzato. Siamo etichettati come antisemiti e in alcuni casi anche come ebrei che odiano sé stessi. È un tentativo da parte di sionisti ed israeliani di mettere a tacere le nostre voci e di punire il nostro attivismo nonviolento, con particolare livore nei confronti della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni, ndtr.) poiché negli ultimi anni è diventata molto efficace. Questa etichetta negativa dell’opposizione è stata chiamata ‘il nuovo antisemitismo’. Il vecchio antisemitismo era semplicemente odio verso gli ebrei espresso attraverso immagini ed atteggiamenti negativi, come anche pratiche discriminatorie, persecuzioni e giustizia sommaria. Il nuovo antisemitismo è la critica contro Israele e il sionismo, ed è stato sostenuto da governi amici di Israele e portato avanti da una serie di importanti organizzazioni ebraiche, incluse alcune collegate ai sopravvissuti e alla memoria dell’Olocausto. Emmanuel Macron, presidente francese, ha espresso abbastanza chiaramente questo rifiuto da parte degli apologeti di Israele, anche se in forma piuttosto malevola: “Non cederemo mai alle espressioni di odio. Non ci arrenderemo mai all’antisionismo, perché esso è la riproposizione dell’antisemitismo.” La falsa premessa pone sullo stesso piano il sionismo e gli ebrei, definendo automaticamente come antisemitismo le critiche e l’opposizione allo Stato sionista di Israele.

Già nel 2008 il Dipartimento di Stato USA si è mosso più velatamente in una direzione simile a quella di Macron, attraverso questa dichiarazione formale: “Le ragioni per criticare Israele alle Nazioni Unite possono derivare da legittime preoccupazioni politiche o da pregiudizi illegittimi. (…) Comunque, a prescindere dalle intenzioni, critiche sproporzionate a Israele in quanto incivile e amorale, e le relative misure discriminatorie adottate dalle Nazioni Unite contro Israele, hanno l’effetto di far sì che il pubblico attribuisca caratteristiche negative agli ebrei in generale, alimentando così l’antisemitismo.” L’errore qui sta nel considerare le critiche come “sproporzionate” senza nemmeno prendere in considerazione la realtà della lunga serie di illegalità da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese. Per chi di noi vede la realtà delle politiche e delle pratiche israeliane vi sono pochi dubbi che le critiche che vengono avanzate e le pressioni che vengono esercitate [siano] in ogni senso proporzionate.

Un’argomentazione correlata, che spesso viene avanzata, è che a Israele siano richiesti livelli più alti di altri Stati, e che questo riveli un sottinteso antisemitismo. Questo è un argomento in malafede. Non è una giustificazione suggerire che la criminosità di altri sia più grave. Inoltre, gli USA finanziano Israele con almeno 3,8 miliardi di dollari all’anno, oltre a dare il loro incondizionato appoggio al suo comportamento, determinando una certa responsabilità per imporre dei limiti in base al diritto umanitario internazionale. Anche le Nazioni Unite hanno contribuito al calvario dei palestinesi, non mettendo in pratica la soluzione di partizione e permettendo che per 70 anni milioni di palestinesi subissero le strutture di dominio dell’apartheid. Nessun altro popolo può così giustificatamente condannare forze esterne per la tragedia che ha patito.

Nel 2014 Noam Chomsky, con la sua usuale chiarezza morale ed intellettuale, ha spiegato la falsa logica di una simile affermazione: “In realtà, l’esempio di scuola, la migliore formulazione di ciò, la si deve ad un ambasciatore presso le Nazioni Unite, Abba Eban [politico e diplomatico israeliano, ndtr.] (…). Ha raccomandato alla comunità ebraica americana di assolvere a due compiti. Uno consisteva nel mostrare che le critiche alla politica, che lui definiva antisionismo – che in realtà significa criticare la politica dello Stato di Israele – erano antisemitismo. Questo era il primo compito. Il secondo, nel caso che le critiche provenissero da ebrei, consisteva nel mostrare che si trattava di odio nevrotico verso sé stessi, che necessitava di un trattamento psichiatrico. Quindi forniva due esempi di quest’ultima categoria. Uno era I.F. Stone [giornalista americano progressista, ndtr.]. L’altro ero io. Quindi, noi avremmo dovuto essere curati per i nostri disturbi psichici, e i non ebrei avrebbero dovuto essere condannati per antisemitismo, se criticavano lo Stato di Israele. Si può capire perché la propaganda israeliana prenda questa posizione. Io non critico particolarmente Abba Eban per aver fatto ciò che gli ambasciatori a volte devono fare. Ma dovremmo capire che non è un’accusa sensata. Per niente sensata. Non c’è niente da rispondere. Non è una forma di antisemitismo. È semplicemente una critica delle azioni criminose di uno Stato.”

Una caratteristica di questo nuovo antisemitismo è la sua mancata risposta alle ben comprovate accuse di crimini contro l’umanità avanzate da coloro che sono etichettati come antisemiti. Forse questi ardenti sostenitori di Israele spingono davvero il loro senso di impunità fino al punto di ritenere il silenzio un’adeguata forma di difesa? A sottolineare una tale negazione del concetto di responsabilità legale e morale vi è questo sentimento di eccezionalità di Israele, una concezione del diritto penale internazionale che condivide con l’eccezionalità americana. Coloro che sono d’accordo con questa eccezionalità pretendono di venire offesi persino dall’insinuazione che un tale governo possa essere soggetto alle norme sancite dallo Statuto della Corte Penale Internazionale o dalla Carta dell’ONU. L’eccezionalità di Israele affonda le sue radici nella tradizione biblica, soprattutto nella lettura degli ebrei come “popolo eletto”, ma in realtà si situa in uno spazio rassicurante creato dall’ombrello geopolitico che protegge dal giudizio del mondo la maggior parte dei suoi atti di sfida alle leggi. Queste azioni di protezione sono ben illustrate dalla recente risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che ha dichiarato nulli e non validi i passi di Israele verso l’annessione delle alture del Golan, con il voto contrario dei soli Israele e Stati Uniti, mentre 151 membri dell’ONU hanno votato a favore.

Se dedichiamo anche solo un minuto ad esaminare il diritto internazionale, scopriremo che la questione è talmente ovvia che non vale la pena di discuterne seriamente. Un principio cardine dell’attuale diritto internazionale, spesso affermato dall’ONU in altri contesti, è il divieto di impadronirsi di un territorio con la forza delle armi. Non c’è dubbio che le alture del Golan facessero parte del territorio sovrano della Siria fino alla guerra del 1967, e che Israele ne abbia preso il controllo, che ha sempre esercitato da allora, attraverso un’occupazione con la forza.

Le ironie del ‘nuovo nuovo’ antisemitismo

Qui è presente un’ironia opportunistica. Il nuovo antisemitismo sembra non avere problemi ad abbracciare i cristiani sionisti, nonostante la loro ostilità verso gli ebrei accompagnata dalla fanatica devozione ad Israele come Stato ebraico. Chiunque abbia assistito ad una conferenza dei cristiani sionisti sa che la loro lettura del Libro della Rivelazione implica l’interpretazione che Gesù ritornerà quando tutti gli ebrei ritorneranno in Israele e verrà ricostruito il tempio più sacro di Gerusalemme. Questo percorso non finirà qui. Gli ebrei saranno di fronte alla scelta tra convertirsi al cristianesimo o essere condannati alla dannazione eterna. Quindi tra questi fanatici amici di Israele è presente una sincera ostilità verso gli ebrei, sia nell’insistere che la fine della diaspora ebraica sia un imperativo religioso per i cristiani, sia per il misero destino che attende gli ebrei che rifiuteranno di convertirsi dopo il Secondo Avvento.

Siamo di fronte ad un’illuminante perversità. A differenza dei nuovi antisemiti che non sono ostili agli ebrei in quanto popolo, i cristiani sionisti danno priorità al loro entusiasmo per lo Stato di Israele, mentre sono disposti a distruggere le vite degli ebrei della diaspora e alla fine anche quelle degli ebrei israeliani e sionisti. Forse si tratta meno di perversità quanto di opportunismo. Israele non ha mai avuto alcuna riluttanza a sostenere i leader più oppressivi e dittatoriali di Paesi stranieri, posto che essi acquistino armi e non adottino una politica diplomatica anti-israeliana. Il messaggio di congratulazioni di Netanyahu a Bolsonaro, il neo eletto presidente del Brasile, è solo l’esempio più recente, e Israele ha ricevuto un immediato ringraziamento con l’annuncio della decisione [del Brasile] di unirsi agli Stati Uniti trasferendo la sua ambasciata a Gerusalemme. In effetti, il nuovo antisemitismo si trova a suo agio sia coi cristiani sionisti che con i leader politici stranieri che mostrano tendenze fasciste. Di fatto, chiudere gli occhi di fronte alla profonda realtà del vero antisemitismo è una caratteristica del nuovo antisemitismo così caldeggiato dai militanti sionisti. Per una esauriente documentazione, si può leggere l’importante libro di Jeff Halper, ‘War against people: Israel, the palestinians and global pacification’ (2015). [‘Guerra contro il popolo: Israele, i palestinesi e la pacificazione globale’, Epoké, Novi Ligure, 2017. Ndtr.].

Di fronte ad un simile contesto abbiamo bisogno di un termine che descriva e identifichi questo fenomeno e respinga le sue accuse insidiose. Propongo la poco elegante dicitura di ‘il nuovo nuovo antisemitismo’. L’idea di una simile definizione vorrebbe suggerire che sono i nuovi antisemiti, non i critici e gli attivisti che criticano Israele, i reali portatori di odio verso gli ebrei in quanto ebrei. Due tipi di argomentazioni sono implicite in questo rifiuto della campagna che cerca di screditare o addirittura criminalizzare i ‘nuovi antisemiti’. Primo, essa impedisce la critica della persistenza di situazione sconcertante, della perdurante tragedia dell’apartheid imposto a tutto il popolo palestinese nel suo complesso, distoglie l’attenzione, deliberatamente o inconsapevolmente, dalle obiezioni al vero antisemitismo, provocando anche confusione, accettando in nome dello Stato di Israele l’abbraccio dei cristiani sionisti (e degli evangelici), oltre a quello dei leader fascisti che predicano messaggi di odio etnico.

In conclusione, nel nostro impegno per la realizzazione dei diritti dei palestinesi, primo tra tutti il loro diritto all’autodeterminazione, noi che veniamo accusati di essere i nuovi antisemiti in realtà stiamo cercando di onorare la nostra umanità e di rifiutare le lealtà tribali o gli schieramenti geopolitici. Come ebrei, rendere Israele responsabile in base agli standard che sono stati utilizzati per condannare i capi politici e militari nazisti sopravvissuti significa onorare l’eredità dell’Olocausto, non infangarla. Al contrario, quando Israele vende armi ed offre addestramento per reprimere le rivolte a governi guidati da fascisti in tutto il mondo, o continua ad accettare l’Arabia Saudita del dopo Khashoggi come un valido alleato, esso oscura la natura malvagia dell’Olocausto in modi che in futuro potrebbero tormentare Israele ed anche gli ebrei della diaspora.

Richard Falk è uno studioso di diritto internazionale e relazioni internazionali, che ha insegnato per 40 anni alla Princeton University. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California ed insegna studi globali e internazionali nel locale campus dell’università della California; dal 2005 dirige il consiglio d’amministrazione della Fondazione per la Pace dell’Era Nucleare. Ha dato inizio a questo blog in parte per celebrare il suo 80esimo compleanno.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Il vento sta cambiando: Israele sta perdendo su due fronti di guerra

Ramzy Baroud

19 novembre 2018,Middle East Monitor

La maldestra operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza del 12 novembre sta delineando il fallimento di Tel Aviv nell’utilizzare il suo esercito come strumento per ottenere concessioni politiche dai palestinesi. Ora che la resistenza popolare palestinese è diventata globale attraverso l’aumento esponenziale ed il crescente successo del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), il governo israeliano sta combattendo due guerre disperate.

In seguito all’attacco di Gaza, i palestinesi hanno risposto con una pioggia di razzi sul confine meridionale di Israele ed hanno messo in atto un’operazione precisa prendendo di mira un autobus dell’esercito israeliano. Mentre i palestinesi hanno manifestato per festeggiare il fatto di aver respinto l’esercito israeliano fuori dall’enclave assediata, in Israele il fragile ordine politico – a lungo controllato dal primo ministro israeliano di destra Benjamin Netanyahu – è stato rapidamente smantellato.

Due giorni dopo l’attacco israeliano a Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman si è dimesso per protesta contro “l’arrendevolezza” di Netanyahu verso la resistenza palestinese. I dirigenti israeliani si trovano in una situazione precaria. La violenza selvaggia avviene al prezzo della condanna internazionale e di una risposta palestinese che è sempre più coraggiosa e strategica. Tuttavia, non aver insegnato a Gaza la sua proverbiale “lezione” è visto dai politici israeliani opportunisti come un atto di resa.

Mentre Israele sta sperimentando tali limiti sul campo di battaglia tradizionale, che una volta dominava completamente, la sua guerra contro il movimento globale del BDS è sicuramente una battaglia persa. Israele ha una scarsa efficacia nello scontro con la mobilitazione della società civile. Nonostante la vulnerabilità dei palestinesi che vivono sotto l’occupazione israeliana, al governo e all’esercito israeliani ci vollero sette lunghi anni per pacificare l’Intifada, la rivolta popolare del 1987. Anche a questo proposito si discute ancora riguardo a cosa realmente vi abbia posto fine.

Naturalmente si dovrebbe riconoscere che un’Intifada globale è molto più difficile da soffocare, o persino da contenere. Eppure, quando Israele ha iniziato a rendersi conto del crescente pericolo del BDS – che è stato ufficialmente lanciato dalla società civile palestinese nel 2005 – ha risposto con lo stesso schema inutile e prevedibile: arresti, violenze e un fiume di leggi che criminalizzano il dissenso in patria, scatenando al contempo una campagna internazionale di intimidazioni e calunnie contro attivisti e organizzazioni del boicottaggio.

Questo approccio ha raggiunto pochi risultati, oltre a raccogliere maggiore attenzione e solidarietà internazionale per il BDS. Tuttavia la guerra di Israele contro il movimento è drasticamente peggiorata lo scorso anno, quando il governo Netanyahu ha destinato circa 72 milioni di dollari per sconfiggere la campagna guidata dalla società civile. Utilizzando il sempre disponibile governo USA per promuovere le sue tattiche anti BDS, Tel Aviv si sente sicura che i suoi tentativi contro il BDS negli USA promettono bene. Tuttavia è solo di recente che Israele ha iniziato a formulare la parte europea più complessiva della sua strategia globale.

In una conferenza di due giorni a Bruxelles all’inizio di questo mese funzionari israeliani e i loro sostenitori europei hanno scatenato una vasta campagna europea contro il BDS. Organizzata dall’ “European Jewish Association” [Associazione Ebraica Europea] (EJA) e dal “Europe Israel Public Affairs group” [gruppo per le Questioni Pubbliche Europa Israele] (EIPA), la conferenza è stata pienamente sostenuta dal governo israeliano ed ha ospitato il ministro israeliano per gli Affari di Gerusalemme Ze’ev Elkin, di destra.

Con il solito pretesto di contrastare il pericolo dell’antisemitismo in Europa, i partecipanti hanno confuso il razzismo con qualunque critica nei confronti di Israele, della sua occupazione militare e della colonizzazione delle terre palestinesi. La conferenza annuale dell’EJA ha accolto la manipolazione israeliana del termine “antisemitismo” a un livello totalmente nuovo, in quanto ha stilato un testo che sarà presumibilmente presentato a possibili canditati del parlamento europeo chiedendo la loro firma prima di partecipare alle prossime elezioni [europee] di maggio. Quelli che si rifiuteranno di firmare – o peggio, condanneranno l’iniziativa israeliana – probabilmente si ritroveranno a doversi difendere da accuse di razzismo e di antisemitismo.

Certo non è stata la prima conferenza di questo tipo. L’euforia anti BDS che ha travolto Israele negli ultimi anni ha prodotto parecchie conferenze affollate e appassionate in hotel di lusso, in cui dirigenti israeliani hanno apertamente minacciato attivisti del BDS come Omar Barghouti. Durante una conferenza del 2016 a Gerusalemme Barghouti è stato minacciato di “omicidio civile” per il suo ruolo nell’organizzazione del movimento.

Nel marzo 2017 la Knesset [il parlamento, ndtr.] israeliana ha approvato un divieto di viaggio contro il BDS, che impone al ministero degli Interni di negare l’ingresso nel Paese a qualunque straniero che “consapevolmente abbia espresso una richiesta pubblica di boicottaggio dello Stato di Israele”. Da quando il divieto è diventato effettivo, molti sostenitori del BDS sono stati arrestati, deportati ed è stato loro impedito di entrare nel Paese.

Mentre Israele ha dimostrato la sua capacità di spronare politici che pensano di trarne profitto per i propri fini negli USA e in Europa perché appoggino la sua causa, non ci sono prove che il movimento BDS sia stato in alcun modo represso o indebolito. Al contrario, la strategia israeliana ha sollevato le ire di molti attivisti, di gruppi della società civile e per i diritti civili che si sono infuriati per il suo tentativo di sovvertire la libertà di parola nei Paesi occidentali.

Recentemente nel Regno Unito l’università di Leeds si è unita a molti altri campus nel mondo che hanno disinvestito da Israele. Di certo il vento sta cambiando.

Decenni di indottrinamento sionista non sono riusciti non solo a invertire l’opinione pubblica che si sta notevolmente modificando riguardo alla lotta palestinese per la libertà e i diritti, ma persino a conservare quello che una volta era il sentimento solidamente filoisraeliano tra i giovani ebrei, soprattutto negli USA. Invece per i sostenitori del BDS ogni iniziativa israeliana rappresenta un’opportunità per accrescere la consapevolezza sui diritti dei palestinesi e per mobilitare la società civile nel mondo contro l’occupazione ed il razzismo israeliani.

Il successo del BDS è attribuito alla concreta ragione per cui Israele non riesce a contrastare le sue iniziative: è un modello disciplinato di resistenza popolare e civile basato sull’impegno, sul dibattito aperto e su scelte democratiche, fondate sulle leggi internazionali e umanitarie.

I “fondi per la guerra” di Israele alla fine si prosciugheranno, perché nessuna quantità di denaro avrebbe potuto salvare il regime razzista dell’apartheid in Sud Africa quando è crollato decenni fa. Inutile dire che 72 milioni non faranno cambiare il vento a favore dell’Israele dell’apartheid, né cambieranno il corso della storia che può solo appartenere a quei popoli che sono ostinati quando si tratta di raggiungere la propria libertà a lungo desiderata.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo ultimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story [L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha conseguito un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Cosa vogliono i palestinesi dalla comunità internazionale?

Haidar Eid

21 novembre 2018, Middle East Monitor

Due giorni prima dell’attacco criminale di Israele nella Striscia di Gaza avevo scritto un articolo in cui cercavo di spiegare esattamente cosa vogliono i palestinesi, in particolare quelli di Gaza, dalla comunità internazionale. Ho sostenuto che mentre intraprendiamo il nostro lungo cammino verso la libertà, siamo giunti alla conclusione che non possiamo più fare affidamento sui governi; che solo la società civile è in grado di mobilitarsi per l’applicazione del diritto internazionale e per la fine dell’inaudita impunità israeliana.

Ci ispiriamo al movimento anti-apartheid. La mobilitazione della società civile è stata efficace alla fine degli anni ’80 contro il regime di apartheid del Sudafrica bianco, e può fare la stessa cosa a sostegno di una giusta pace in Palestina. Niente può davvero costringere Israele a rispettare il diritto internazionale tranne le persone di coscienza e la società civile.

Affermavo anche che senza l’intervento della comunità internazionale, che è stata efficace contro l’apartheid in Sudafrica, Israele continuerà a perpetrare i suoi crimini di guerra e contro l’umanità. Questo è esattamente ciò che è successo solo due giorni dopo quell’articolo, quando l’apartheid israeliano ha lanciato un massiccio attacco violando – come nel 2009, 2012 e 2014 – un cessate il fuoco non dichiarato con i gruppi di resistenza palestinesi a Gaza, mediato dall’Egitto.

In effetti, a Gaza non ci interessa più la sterile opposizione al processo di normalizzazione avviato dal trattato di Camp David e dagli accordi di Oslo, e consolidato dagli Sceicchi del Golfo. Piuttosto, siamo interessati a elaborare il tipo di reazione che potrebbe effettivamente sconfiggere i diversi livelli del sistema di oppressione sionista: occupazione, pulizia etnica e apartheid. Nel momento in cui la comunità internazionale – società civile e governi – deciderà di agire così come ha fatto contro il sistema di apartheid in Sudafrica, Israele dovrà rimettersi alla voce della ragione – rappresentata dall’appello del 2005 per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS ), sostenuto da oltre 170 organizzazioni della società civile e approvato da quasi tutte le forze politiche influenti nella Palestina storica e nella diaspora.

La domanda urgente, quindi, è quanto a lungo il mondo tollererà il palese razzismo costituzionale di Israele? Sappiamo per certo che ci sono voluti trent’anni perché la comunità internazionale ascoltasse la chiamata dei popoli oppressi del Sud Africa. Quanto tempo dovranno aspettare i popoli oppressi della Palestina?

I recenti successi del BDS sono ciò che chiediamo dal 2005. Per i palestinesi nella Striscia di Gaza è difficile capire come, nonostante la politica di pulizia etnica di Israele e gli ultimi crimini di guerra commessi contro di noi, nonostante i crimini di guerra continuamente documentati da importanti organizzazioni per i diritti umani, e nonostante la colonizzazione israeliana e l’apartheid, per alcune onorate società e istituzioni internazionali gli affari con Israele rimangano normali “as usual”.

Non è chiarissimo a quelle società, dopo tutti questi anni e dopo le migliaia di rapporti da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani, che a milioni di palestinesi vengono negati i diritti fondamentali all’istruzione, alla libera circolazione, al lavoro e alle prestazioni sanitarie? Siamo privati di una vita normale a causa degli oltre 600 posti di blocco militari israeliani nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme, dell’assedio medievale di Gaza e della discriminazione ufficiale dell’apartheid verso i cittadini palestinesi nella stessa Israele. Per dirla senza mezzi termini, siamo discriminati perché non siamo ebrei, così come i neri sudafricani venivano discriminati semplicemente perché non erano bianchi

La tendenza sta cambiando: Israele sta perdendo su due fronti di guerra

Nelle carceri israeliane sono detenuti migliaia di palestinesi condannati da tribunali militari; centinaia di loro sono detenuti senza accusa né processo. Tutte le attendibili organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno riferito dettagliatamente in che modo le forze israeliane prendano di mira deliberatamente studenti e istituzioni educative palestinesi, incluse le scuole gestite dall’ONU. Gli studiosi e i ricercatori non dovrebbero essere avvezzi a maneggiare tali rapporti?

Consideriamo nostro diritto aspettarci che le persone di coscienza si uniscano a noi nella lotta contro l’apartheid di Israele, boicottando il regime razzista e militarizzato e le istituzioni che lo fanno prosperare. I palestinesi sono un popolo oppresso senza Stato. Sempre di più facciamo affidamento sul diritto internazionale e sulla solidarietà, per la nostra stessa sopravvivenza.

Ciò che vogliamo, quindi, è l’applicazione del diritto internazionale per porre fine all’occupazione militare israeliana nelle terre arabe occupate nel 1967, per combattere la colonizzazione e l’apartheid di Israele sancite dalle leggi contro la popolazione indigena della Palestina dal 1948, e per consentire il ritorno legittimo dei rifugiati palestinesi vittime di una pulizia etnica quando nelle loro terre fu creato Israele. È una richiesta di por fine allo Stato di Israele? Il boicottaggio dell’apartheid significava porre fine al Sud Africa come nazione, o porre fine alle peggiori forme di razzismo di Stato?

Israele è uno Stato di insediamento coloniale e di apartheid, e gli strumenti usati contro l’apartheid in Sudafrica possono essere modello per la nostra lotta contro l’apartheid di Israele. Trasformare Israele da Stato etno-religioso e di apartheid in un’istituzione autenticamente democratica dovrebbe essere l’obiettivo di ogni persona che crede nella democrazia liberale.

Con le pressioni della comunità internazionale, attraverso una campagna BDS sul modello della Campagna contro l’Apartheid che ha posto fine al razzismo in Sud Africa, crediamo che si possa convincere Israele a liberarsi delle sue strutture di oppressione. Ciò di cui abbiamo urgente bisogno è un embargo sulle armi a Israele per fermare il continuo spargimento di sangue a Gaza.

La campagna BDS tende a ripristinare i diritti democratici del popolo palestinese. Crediamo che le lotte del popolo palestinese nella stessa Israele, nei territori occupati dal 1967 – la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est – così come nella Diaspora siano una cosa sola. Questo è il motivo per cui crediamo che un approccio alternativo basato sui diritti, anziché sull’apparente “pace” di Oslo basata sulla normalizzazione, possa rappresentare per tutti i palestinesi una soluzione che garantisce la pace con giustizia, vale a dire con il diritto al ritorno e all’uguaglianza.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione di Luciana Galliano)




I palestinesi sono scettici sulla tenuta del cessate il fuoco a Gaza

Farah Najjar

14 Novembre 2018, Al Jazeera

Mentre si instaura una relativa calma, gli abitanti dell’enclave assediata hanno scarsa fiducia nell’accordo di cessate il fuoco mediato dall’Egitto.

Una fragile calma si è instaurata nella Striscia di Gaza sotto assedio, mentre un accordo mediato dall’Egitto tra Hamas, il gruppo che governa la Striscia, ed Israele sembra tenere, ma i palestinesi e gli esperti sono scettici al riguardo.

Mohammed Baroud, un insegnante di 34 anni, ha detto di non credere che l’ultimo accordo di cessate il fuoco durerà a lungo.

“Semplicemente perché Israele non si è mai attenuto ad alcun accordo in passato”, ha detto Baroud, che è stato testimone delle tre precedenti aggressioni israeliane contro l’enclave.

“I miei studenti, che hanno in maggioranza 11 anni, si sono spaventati. Ho passato la giornata a confortarli, rassicurandoli che tutto andrà bene”, ha detto.

“In realtà so che gli israeliani commetteranno presto un altro crimine.”

La tregua, annunciata martedì dalle fazioni guidate da Hamas, ha lo scopo di riportare la calma e porre fine a due giorni di attacchi aerei israeliani su Gaza, iniziati dopo che fazioni palestinesi hanno sparato razzi su Israele in risposta ad un’operazione israeliana sotto copertura che ha ucciso sette persone a Gaza. Nei due giorni di violenze sono stati uccisi almeno 14 palestinesi e due israeliani.

Una dichiarazione dei gruppi palestinesi a Gaza ha affermato: “Gli sforzi egiziani sono riusciti ad ottenere un cessate il fuoco tra la resistenza e il nemico sionista.

La resistenza rispetterà questo accordo fino a quando lo rispetterà il nemico sionista.”

Ma il ministro israeliano della Difesa, Avigdor Lieberman, si è dimesso per protesta contro l’accordo di cessate il fuoco, facendo precipitare la crisi della coalizione di governo guidata dal primo ministro Benjamin Netanyahu.

“Ciò che è accaduto ieri – la tregua concordata trattando con Hamas – è una capitolazione al terrorismo. Non ha altro significato”, ha detto Lieberman ai giornalisti.

Netanyahu ha difeso la tregua, affermando che “la dirigenza ha fatto la cosa giusta.”

“Siamo tutti terrorizzati”

Martedì notte un comunicato ufficiale del ministero dell’Educazione di Gaza ha annunciato che le scuole sarebbero state riaperte, segnalando che la situazione stava tornando alla normalità.

Ma la sedicenne Reem Khalla mercoledì mattina si è svegliata con un senso di apprensione.

Come molti studenti di Gaza, Khalla era spaventata ad andare a scuola il giorno dopo il cessate il fuoco, giunto dopo un intenso bombardamento israeliano sull’enclave che ha causato la distruzione di molti edifici, compresa una locale stazione televisiva.

“Quando sono arrivata, meno della metà dei miei compagni –circa 15 persone – era presente”, ha detto Khalla ad Al Jazeera.

Eravamo tutti terrorizzati e gli insegnanti hanno dato il permesso di andare a casa a quelli che lo volevano”, ha detto.

“Non abbiamo nemmeno studiato molto…Abbiamo soprattutto discusso se il cessate il fuoco sarebbe durato e se questa sarebbe stata una replica della guerra del 2014.”

Durante l’attacco del 2014 sono stati uccisi più di 2.200 palestinesi – in maggioranza civili – e decine di migliaia sono rimasti senza casa. Dalla parte di Israele sono state uccise 73 persone, per la maggior parte soldati.

Il cessate il fuoco “può reggere”

Gli osservatori ritengono che l’accordo reggerà, ma solo fino alla prossima serie di attacchi, che è stata “rinviata”.

“L’ultimo accordo di cessate il fuoco può reggere perché Israele ha pagato un prezzo notevole per i suoi recenti attacchi provocatori alla Striscia di Gaza”, ha detto ad Al Jazeera Mouin Rabbani, ricercatore presso l’Istituto per gli Studi sulla Palestina.

“(Israele) ha sostanzialmente sbagliato i calcoli nella sua ipotesi che Hamas non avrebbe reagito per tutelare gli sforzi di mediazione dell’Egitto”, ha notato Rabbani.

Secondo lui vi sarà una forte pressione sulla leadership israeliana perché “agisca con maggiore successo” contro i palestinesi.

“In fin dei conti, Israele non ha opzioni politiche credibili nei confronti della Striscia di Gaza, ma non è nemmeno pronto a rinunciare al blocco del territorio costiero”, ha detto Rabbani.

Gaza, che ospita oltre due milioni di persone, subisce da 11 anni un soffocante assedio, imposto da Israele ed Egitto, che ha gravemente compromesso la possibilità di movimento dei palestinesi.

Benché Israele abbia ritirato le proprie truppe e i propri coloni dalla Striscia nel 2005, ha mantenuto il controllo sullo spazio aereo, le acque territoriali e i confini terrestri di Gaza.

L’assedio ha devastato l’economia locale, ponendo gravi restrizioni all’ingresso di cibo e all’accesso ai servizi di base. Ha anche bloccato l’arrivo di materiali da costruzione necessari a ricostruire molta parte delle infrastrutture dell’enclave, danneggiate nelle precedenti campagne militari israeliane del 2008, 2012 e 2014.

Un “accordo migliore”

Alaa Tartir, consulente dei programmi di “Al-Shabaka: the Palestinian policy network”, ritiene che l’ultima escalation da parte di Israele avesse lo scopo di “appurare” il potenziale dei gruppi armati di Gaza, comprese le brigate al-Qassam di Hamas.

Anche il tanto atteso “accordo di pace” degli Stati Uniti per il Medio Oriente promosso dal genero del presidente USA Donald Trump, Jared Kushner, ha avuto un ruolo nell’ultima escalation e successiva tregua, ha detto Tartir.

“Verrà seguito da tutti i soggetti in causa un approccio attendista, fino a quando l’amministrazione Trump non comunicherà i punti chiave del suo “accordo di pace”, ha detto Tartir ad Al Jazeera.

“Loro (Israele) continueranno a riposizionarsi per assicurare un ‘miglior accordo’ nelle intese a livello regionale”, ha aggiunto.

Dopo l’annuncio della tregua, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è riunito a porte chiuse su richiesta di Kuwait e Bolivia per discutere della fase acuta della crisi.

Ma i diplomatici hanno detto che non è stato raggiunto un accordo su come giudicare gli attacchi.

L’ambasciatore palestinese all’ONU, Riyad Mansour, ha riferito ai giornalisti che il Consiglio di Sicurezza era “paralizzato” e l’ha accusato di aver mancato di intraprendere un’adeguata ed immediata iniziativa.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Le prossime elezioni in Israele si giocheranno su chi è più violento con i palestinesi

Haggai Matar

14 novembre 2018 – + 972.mag

Le dimissioni del ministro della Difesa Lieberman potrebbero benissimo portare a elezioni anticipate già nel prossimo mese di marzo. In molti andranno alle urne con una sola domanda in testa: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi?

Pare proprio che in Israele si andrà a elezioni anticipate. Mercoledì scorso il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha annunciato le sue dimissioni, e che il suo partito, “Israel Beitenu” [Israele Casa Nostra, ndtr.], abbandonerà la coalizione di governo in seguito a quella che ha definito “resa al terrorismo” da parte di Netanyahu. Le dimissioni inaspettate sono giunte appena un giorno dopo che Israele ed Hamas hanno accettato una tregua che ha messo fine al più violento riacutizzarsi [degli scontri] al confine di Gaza dalla guerra del 2014.

Subito dopo il suo [di Lieberman, ndtr.] annuncio, la “Casa Ebraica”, partito di destra – principale sfidante di Lieberman per il titolo di “falco” al governo – ha rilasciato una dichiarazione secondo cui abbandonerà anch’essa la coalizione, a meno che il leader del partito, Naftali Bennett, non prenda il posto di Lieberman alla Difesa. È molto difficile che Netanyahu accetti queste condizioni, perché ciò significherebbe il probabile sgretolamento della sua coalizione, dando il via a elezioni anticipate in primavera, anziché, come previsto, nel novembre 2019.[In effetti il Primo ministro israeliano è riuscito ad evitare il ricorso alle elezioni anticipate evitando l’ultimatum di Bennet nei giorni successivi alla pubblicazione di quest’articolo Ndtr]

La mossa di Lieberman è perfettamente logica, se si considera che il suo partito, che ha solo cinque dei 120 seggi alla Knesset, potrebbe non farcela a superare la soglia di sbarramento alle elezioni, come emerge da diversi sondaggi (Lieberman, ironia della sorte, era tra coloro che si sono battuti per innalzare lo sbarramento, nel tentativo di tener fuori dal parlamento i partiti arabi). Lasciare il suo incarico e accusare Netanyahu di essere troppo “morbido” con Hamas potrebbe essere semplicemente il suo biglietto per la sopravvivenza politica.

Lieberman ha usato il palco anche per attaccare Netanyahu per aver fatto marcia indietro sulla demolizione di Khan Al-Ahmar, per aver permesso che il denaro e il carburante del Qatar entrassero a Gaza e per l’ultima tregua. Meno di un giorno dopo la manifestazione dei sostenitori del Likud a Sderot, città del sud, contro Netanyahu, per chiedere una più dura rappresaglia contro Gaza, dopo che oltre 400 razzi erano stati lanciati dalla Striscia contro Israele, Lieberman ora fa affidamento sul pubblico rancore contro la risposta “indulgente” del primo ministro, che ha avuto il sostegno di tutti i capi della sicurezza.

Se questo è dunque il lancio della campagna elettorale nazionale 2019, gli israeliani che andranno alle urne potrebbero trovarsi davanti a una domanda: quanta forza dovremmo usare contro i palestinesi? Sulla base delle ultime 24 ore, le risposte della maggior parte dei partiti politici oscilleranno tra “molta” e “molta di più”.

Lieberman e Bennett non sono stati i soli a criticare il cedimento di Netanyahu davanti a Hamas: pare che anche i leader di centro come Yair Lapid [del partito Yesh Atid, ndtr.] e l’ex primo ministro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.], oltre ad altri membri del partito Laburista, abbiano attaccato il primo ministro per la sua condotta. Davanti alle dure reazioni degli avversari politici a destra e a sinistra, Netanyahu potrebbe sentirsi costretto a lanciare qualche tipo di azione militare, a Gaza o in Cisgiordania, o sul fronte nord contro l’Iran in Siria, o contro Hezbollah in Libano. Purché riesca a salvare la faccia e mantenere la sua immagine di audace comandante in capo.

Anche se per qualche imprevedibile cambiamento degli eventi la coalizione di Netanyahu dovesse riuscire a sopravvivere con una maggioranza risicata di 61 seggi (su 120) alla Knesset, i recenti sviluppi sono molto indicativi dello stato attuale delle cose nel dibattito politico israeliano. Se escludiamo “Casa Ebraica”, con il suo programma esplicito di annessione della Cisgiordania, il Meretz, partito di sinistra, e la “Lista Unitaria” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.], che sostengono fortemente la soluzione dei due Stati, la maggioranza dei partiti della Knesset, o in corsa per entrarci, non hanno alcun programma su come porre fine al conflitto con i palestinesi. Nessuno ha veramente intenzione di sostenere la soluzione dei due Stati, compresi i possibili negoziati con l’OLP o Hamas, e la fine dell’occupazione e del blocco contro Gaza. La soluzione a uno Stato non è nemmeno sulla carta.

L’unica opzione su cui la maggior parte dei partiti sembra concordare, anche se in modo non ufficiale, è mantenere lo status quo, con vari livelli di espansione coloniale in Cisgiordania, e la durezza dell’assedio contro Gaza. Nemmeno Lieberman ha altro da offrire. La triste verità è che l’opinione pubblica ebrea israeliana è divisa, in realtà, solo sul grado di violenza da usare contro i palestinesi, il tutto mantenendo intatto lo status quo.

(Traduzione di Elena Bellini)

 

 

 




Perché Netanyahu ha insistito davvero per un cessate il fuoco a Gaza

Meron Rapoport

Mercoledì 14 novembre 2018,Middle East Eye

Per la prosecuzione della sua strisciante ma sicura politica di annessione, il primo ministro israeliano ha bisogno di tranquillità, non di guerra.

Arrendevole di fronte al terrorismo” e “vigliacco” – questi sono stati i termini usati da Avigdor Lieberman per descrivere il comportamento del governo israeliano e del primo ministro Benjamin Netanyahu e per giustificare le sue dimissioni da ministro della Difesa.

Si potrebbe ragionevolmente supporre che le dimissioni di Lieberman riguardino principalmente considerazioni politiche. Con le elezioni che si avvicinano vuole essere visto come uno che non si arrende ad Hamas. Lieberman, uno sperimentato animale politico, capisce che identificare Netanyahu come un codardo può essere sfruttato per i propri fini.

Non è l’unico. Martedì a Sderot [città del sul di Israele colpita dal lancio di razzi da Gaza, ndtr.] centinaia di manifestanti si sono riuniti all’entrata in città, bruciando pneumatici e gridando: “Bibi vattene.” Sembrava che avessero preso per buono il ritratto di Netanyahu come un leader vigliacco. Al contempo, il ministro dell’Educazione Naftali Bennett ha sottolineato che la decisione del governo di accettare il cessate il fuoco a Gaza non è stata di suo gradimento.

Non è una novità. Fin dall’attacco del 2014 contro Gaza [l’operazione “Margine Protettivo”, ndtr.] Bennett ha cercato di presentare Netanyahu come un primo ministro indeciso che non ha il coraggio di “fare la cosa giusta”, cioé distruggere Hamas.

Un “uomo di pace”?

Ma non è stato solo a destra che Netanyahu è stato dipinto come un leader debole. Yair Lapid di Yesh Atid [partito di centro, ndtr.], Avi Gabbay del partito Laburista e altri hanno fatto a gara per criticare la “mancanza di coraggio” di Netanyahu di fronte ad Hamas. “Netanyahu è fallimentare e ha ceduto ad Hamas sotto attacco,” ha detto l’ex primo inistro Ehud Barak [del partito Laburista, ndtr.] in risposta alla decisione del cessate il fuoco.

Più o meno ogni 5 minuti qualcuno ha postato su Facebook il video in cui Netanyahu, come capo dell’opposizione nel 2009, prometteva di “distruggere il regime di Hamas”, presentando questa clip come ulteriore prova della distanza tra le sue dichiarazioni bellicose e il suo carattere indeciso e vigliacco.

In un recente articolo su “Haaretz” [giornale israeliano di centro-sinistra, ndtr.] l’editorialista Gideon Levy ha messo in evidenza il lato positivo di Netanyahu, descrivendolo come un “uomo di pace”. E’ stato scritto pochi giorni prima dell’inizio dell’attuale serie di violenze, ma immagino che la rapida approvazione del cessate il fuoco con Hamas non faccia che rafforzare i suoi argomenti principali.

Levy ci ricorda, e a ragione, che durante i suoi 12 anni in carica – compreso il suo primo periodo come primo ministro dal 1996 al 1999 – Netanyahu ha iniziato solo una guerra, rispetto alle due che Olmert fece in modo di scatenare in tre anni come primo ministro. Netanyahu, nota Levy, è stato “uno dei primi ministri più pacifisti che abbiamo mai avuto.”

Tuttavia sia alla critica riguardo alla vigliaccheria di Netanyahu che agli elogi per la sua moderazione sfugge il punto principale del suo comportamento. Netanyahu è un ideologo – un ideologo della “Terra di Israele”. Dal momento in cui per la prima volta assunse l’incarico di primo ministro nel 1996, e sicuramente dal suo ritorno al potere nel 2009, è stato molto deciso nell’evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Politica di annessione

Netanyahu la vede come una missione storica, tramandatagli da suo padre, che a sua volta l’ha ricevuta dal defunto leader sionista Zeev Jabotinsky. Nella Terra di Israele la sovranità ebraica è l’unica possibile, con l’esclusione di qualunque altra. Evitare una sovranità straniera nella Terra di Israele è fondamentale per l’esistenza del popolo ebraico e, indirettamente, della civiltà occidentale. La legge dello “Stato-Nazione” è una manifestazione di questo processo ideologico.

Ma Netanyahu non è un fanatico. Capisce la realtà. Comprende che la comunità internazionale non accetterebbe l’annullamento degli accordi di Oslo insieme allo smantellamento dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e all’annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Persino sotto Donald Trump, che ha fatto più di qualunque altro precedente presidente USA per incoraggiare questo progetto, il riconoscimento internazionale di un processo che porti alla distruzione della sovranità palestinese è praticamente impossibile.

Quindi quello che Netanyahu deve fare è guadagnare tempo – da una parte, per iniziare un processo politico che crei un congelamento, e dall’altra per continuare l’impresa di colonizzazione e la creazione di fatti sul terreno in Cisgiordania e a Gerusalemme est, sperando che nei prossimi 10, 20 o 30 anni non ci saranno altre opzioni che uno Stato di Israele con il potere esclusivo sulla storica Terra di Israele.

Per continuare questa strisciante ma certa annessione, Netanyahu ha bisogno di tranquillità. L’annessione totale fa rumore, per cui vi si oppone, anche al costo di attacchi velenosi da parte di Bennett e di dirigenti all’interno dello stesso Likud. Una guerra fa rumore, per cui lavora per ridurre il conflitto, anche se ciò significa che un sergente della riserva come Lieberman lo dipinga come un vigliacco.

La divisione tra Hamas e Fatah

L’atteggiamento di Netanyahu verso Hamas dev’essere visto in questo contesto. Netanyahu si è quasi sempre tenuto lontano da una guerra totale di annichilimento contro il potere di Hamas a Gaza – ma non perchè sia timoroso della prospettiva della violenza o di una esibizione di potenza. Al contrario – dal suo punto di vista, una esibizione di potenza è più importante dei principi.

Le altre Nazioni rispettano fino ad un certo punto i principi, ma rispettano molto di più la potenza,” ha detto solo pochi giorni fa durante un incontro della sua fazione nel Likud. Ma Netanyahu non vuole rumore. Soldati che muoiono a Gaza fanno rumore; migliaia di civili palestinesi morti fanno rumore; l’occupazione della Striscia di Gaza è un terremoto che porterebbe l’attenzione di tutto il mondo sulla situazione dei palestinesi, sull’occupazione, sul fatto che i negoziati sono congelati. Questa è l’ultima cosa che Netanyahu vuole.

Ma c’e un’altra questione in ballo, qualcosa di più profondo. Netanyahu ha “ereditato” la divisione tra Hamas e Fatah, tra la Cisgiordania e Gaza, quando ha ripreso il lavoro di primo ministro nel 2009. Dal suo punto di vista, questa divisione è una fondamentale risorsa politica.

Dall’inizio degli anni ’90 Israele ha aspirato a tagliare fuori Gaza dalla Cisgiordania rifiutando permessi di uscita e imponendo il blocco, e poi con il suo assedio alla Striscia di Gaza. L’idea era che finchè le due parti del corpo politico palestinese sono separate tra loro, le possibilità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dei palestinesi in generale di chiedere uno Stato si riducono.

Il fatto che oggi ci siano due governi separati che operano a Gaza e in Cisgiordania è una miniera d’oro politica per chiunque desideri far fallire un qualunque processo che possa portare ad uno Stato palestinese indipendente. E Netanyahu, come abbiamo visto, è esattamente quell’uomo.

La “ricostruzione” di Gaza

Quindi dal punto di vista di Netanyahu conservare il potere di Hamas a Gaza è un vantaggio strategico di prim’ordine. Secondo lui qualunque processo che possa probabilmente portare alla fondazione di uno Stato palestinese indipendente a Gaza, separato dalla Cisgiordnaia, è una benedizione. Se Gaza diventa il suo “emirato”, come piace chiamarlo alla gente di destra, questo sarebbe un colpo mortale alle pretese di Mahmoud Abbas, o di qualunque suo potenziale successore, di rappresentare il popolo palestinese nei negoziati per porre fine all’occupazione e fondare uno Stato indipendente.

Questo concetto spiega l’improvvisa preoccupazione di Netanyahu per la “ricostruzione” di Gaza – e sottolinea anche la ragione per cui ha accettato l’ingresso, davanti alle telecamere, di valigie piene di 15 milioni di dollari dal Qatar, destinati unicamente a pagare i dipendenti di Hamas a Gaza.

Spiega anche perché Netanyahu ha evitato un’occupazione di Gaza. Se un simile passo militare dovesse in qualche modo accadere senza costare le vite di centinaia di israeliani e di migliaia o forse decine di migliaia di palestinesi – e senza diventare una catastrofe mediatica a livello internazionale – Israele alla fine si troverebbe a dover consegnare Gaza ad Abbas e all’ANP, rafforzando così la loro presenza nel mondo. E’ esattamente quello che Netanyahu sta cercando di evitare.

Ciò non significa che Hamas sia una creazione di Netanyahu o di Israele, come gente di Fatah afferma in ogni conversazione privata, e ogni tanto anche in pubblico. Hamas è una spina nel fianco di Israele. Nell’ultimo periodo di violenze Hamas ha di nuovo dimostrato di poter tranquillamente paralizzare la vita quotidiana in vaste aeree di Israele. L’impressione che ha dato è che le sue capacità militari siano solo migliorate e che in futuro sarà ancora più pericolosa – forse non come Hezbollah, ma non lontana dal suo livello.

Il dilemma di Netanyahu

Tuttavia Netanyahu si trova in una posizione difficile. Da una parte, per tutte le ragioni succitate, è molto importante per lui mantenere Hamas al potere a Gaza. Dall’altra, finchè Hamas governa a Gaza, Netanyahu non è in grado di trasmettere una sensazione di sicurezza a centinaia di migliaia di israeliani nel sud del Paese. E inoltre, poichè si oppone per principio a qualunque negoziato con i palestinesi, Netanyahu non ha un percorso verso un accordo a lungo termine che tranquillizzi la situazione. Non ha altra possibilità che essere d’accordo a farla finita con Hamas.

Hamas capisce bene il dilemma di Netanyahu. La fazione palestinese sa che Netanyahu sa che non cercherà di eliminarla. Quindi nelle attuali circostanze Hamas può lanciare centinaia di razzi contro Israele, sapendo che alla fine Netanyahu accetterà un cessate il fuoco appena Hamas, attraverso la mediazione egiziana, glielo offre. Nell’ultima fase di violenze Hamas ha sfruttato questo circolo vizioso per raggiungere una chiara vittoria politica, e così facendo ha messo in luce la debolezza di Netanyahu.

Netanyahu deve essere cosciente di questo circolo vizioso, ma, data quella che egli vede come la sua missione storica di evitare la formazione di uno Stato palestinese indipendente, è pronto a pagare il prezzo politico per quello che l’opinione pubblica potrebbe vedere come mancanza di coraggio e codardia. Il prezzo politico questa volta è stato particolarmente alto.

E’ ragionevole supporre che le dimissioni di Lieberman spingeranno a nuove elezioni e alla fine del quarto governo Netanyahu, che, fino a non molto tempo fa, sembrava così stabile. Sarebbe sicuramente ironico se fosse Hamas, che Netanyahu ha lavorato così duramente per tenere in vita e per difendere dalle minacce di Abbas, che in conclusione porterà alla fine del regno di Netanyahu.

  • Meron Rapoport  è un giornalista e scrittore israeliano, vincitore del “Premio internazionale Napoli per il Giornalismo” per un’inchiesta sul furto di ulivi a danno di proprietari palestinesi. E’ stato capo della redazione notizie di Haaretz ed ora è un giornalista indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In violazione dei diritti umani, Netanyahu sostiene la pena di morte per i palestinesi

Ramzy Baroud

14 novembre 2018, Palestine Chronicle

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, appartenente alla destra, sta intensificando la sua guerra al popolo palestinese, anche se per ragioni quasi interamente legate alla politica israeliana. Ha appena dato il via libera a una legge che renderebbe più facile per le corti israeliane emettere condanne a morte contro i palestinesi accusati di compiere atti “terroristici”.

La decisione di Netanyahu è stata presa il 4 novembre, ma la disputa sul tema è in corso da qualche tempo.

Il disegno di legge sulla pena di morte è stato il grido di battaglia del partito “Israel Beiteinu” (“Israele casa nostra”, ndtr.), guidato dal politico israeliano ultranazionalista Avigdor Lieberman, attuale ministro della Difesa, durante la sua campagna elettorale del 2015.[Lieberman si è dimesso per contrasti con Netanyahu sulla tregua con Hamas, accettata di fatto dal primo ministro. Ndt]

Ma quando Lieberman ha tentato di far passare il disegno di legge alla Knesset israeliana (il parlamento) subito dopo la formazione dell’attuale governo di coalizione nel luglio 2015, il progetto è stato clamorosamente sconfitto con 94 voti contro 6, e Netanyahu stesso a opporsi.

Da allora è stato battuto più volte. Tuttavia, l’umore politico in Israele si è spostato tanto da obbligare Netanyahu ad accogliere le richieste dei politici più aggressivi, i falchi nel suo governo.

Quando la coalizione di Netanyahu si è fatta più audace e instabile, il primo ministro israeliano si è unito al coro. È tempo di “cancellare il sorriso dalla faccia dei terroristi”, ha detto nel luglio 2017, mentre visitava l’insediamento ebraico illegale di Halamish, a seguito dell’uccisione di tre coloni. All’epoca, chiese la pena di morte per i “casi gravi”.

Alla fine, la posizione di Netanyahu sul problema si è evoluta fino a diventare una copia carbone di quella di Lieberman. Quest’ultimo aveva fatto della “pena di morte” una delle principali precondizioni per unirsi alla coalizione di Netanyahu.

Lo scorso gennaio, la proposta di legge di “Israel Beiteinu” è stata approvata durante la lettura preliminare alla Knesset. Mesi dopo, il 4 novembre, la legge è stata approvata dai legislatori israeliani in prima lettura con il sostegno di Netanyahu stesso.

Lieberman ha vinto.

Questo riflette la realtà delle correnti in lotta nella politica israeliana, con il primo ministro israeliano, da lungo tempo in carica, sempre più attaccato, con accuse provenienti sia dall’interno della sua coalizione che da fuori, di essere troppo debole nella gestione della resistenza a Gaza.

C’è anche il cerchio che si stringe nelle indagini della polizia sulla corruzione di Netanyahu, della sua famiglia e dei suoi più stretti collaboratori, e al leader israeliano non resta che picchiare sui palestinesi ad ogni minima occasione di mostrare la propria bravura.

Persino il leader dell’ex partito laburista, Ehud Barak, sta tentando di rispolverare la sua fallita carriera di politico confrontando le proprie passate violenze contro i palestinesi con la presunta debolezza di Netanyahu.

Netanyahu è “debole”, “impaurito” e non è in grado di prendere provvedimenti risolutori per tenere a freno Gaza, “quindi dovrebbe tornare a casa”, ha detto di recente Barack in un’intervista alIa TV israeliana Channel 10.

Confrontando il proprio presunto eroismo con la “resa” di Netanyahu alla resistenza palestinese, Barack si è vantato di aver ucciso “più di 300 membri di Hamas (in) tre minuti e mezzo”, quando era Ministro della Difesa del Paese.

La sinistra dichiarazione di Barack si riferisce all’omicidio di centinaia di abitanti di Gaza, tra cui donne, bambini e neo-cadetti di polizia, avvenuto a Gaza il 27 dicembre 2008, inizio di una guerra che uccise e ferì migliaia di palestinesi e preparò il terreno per altre, altrettanto letali, guerre a seguire.

Quando commenti così inquietanti sono fatti da una persona considerata nel lessico politico di Israele una “colomba”, si può solo immaginare la violenza del discorso politico di Netanyahu e della sua coalizione estremista.

In Israele, le guerre – così come le leggi razziste mirate ai palestinesi – sono spesso il risultato di manovre politiche israeliane. Incontrastati da un partito forte e imperterriti alle accuse delle Nazioni Unite, i leader israeliani continuano a mostrare i muscoli, ad appellarsi al loro elettorato radicalizzato e a marcare il proprio terreno elettorale a spese dei palestinesi.

La Legge sulla pena di morte non fa eccezione.

Il disegno di legge, una volta acquisito come legge israeliana, sarà applicato solo ai palestinesi, perché in Israele il termine “terrorismo” si riferisce quasi sempre agli arabi palestinesi, e difficilmente, se mai, agli ebrei israeliani.

Aida Touma-Suleiman, cittadina palestinese di Israele e fra i pochi membri arabi della Knesset, come la maggior parte dei palestinesi capisce bene le intenzioni del disegno di legge.

La legge è “destinata principalmente al popolo palestinese”, ha detto ai giornalisti lo scorso gennaio. “Non sarà certamente mai impugnata contro gli ebrei che commettono attacchi terroristici contro i palestinesi “, essendo il disegno di legge redatto e sostenuto dall’estrema destra del paese.

Infine, il disegno di legge sulla pena di morte deve essere compreso nel più ampio contesto del crescente razzismo e sciovinismo di Israele, che sta scalzando qualsiasi debole appello alla democrazia presente in Israele fino a poco tempo fa.

Il 19 luglio di quest’anno, il governo israeliano ha approvato la “Legge dello Stato Nazione” ebraico che designa Israele come “stato nazionale del popolo ebraico”, svalutando apertamente i cittadini arabi palestinesi del Paese, la loro cultura, lingua e identità.

Come molti hanno temuto, l’auto-definizione razzista di Israele sta ora ispirando una serie di nuove leggi che mirano ulteriormente ai palestinesi, abitanti nativi del paese, sempre più marginalizzati.

La legge sulla pena di morte sarebbe la ciliegina sulla torta in questa orribile e incontrastata agenda israeliana che oltrepassa le linee di partito e unisce la maggioranza dei cittadini e dei politici ebrei del Paese in un’ininterrotta festa dell’odio.

Certamente, Israele ha già giustiziato centinaia di palestinesi in quelli che sono noti come “assassinii mirati” e “neutralizzazioni”, uccidendone anche di più a sangue freddo.

Quindi, in un certo senso, la proposta di legge israeliana, una volta divenuta legge, cambierà ben poco delle sanguinose dinamiche che muovono il comportamento di Israele.

Tuttavia, l’esecuzione di palestinesi perché resistono alla violenta occupazione israeliana evidenzierà ulteriormente il crescente estremismo della società israeliana e la crescente vulnerabilità dei palestinesi.

Proprio come la “Legge dello Stato Nazione”, la legge sulla pena di morte contro i palestinesi esibisce la natura razzista di Israele e sancisce il totale disprezzo per le leggi internazionali, una realtà dolorosa che dovrebbe essere urgentemente e apertamente messa in discussione dalla comunità internazionale.

Quelli che sinora si sono permessi di “lavarsene le mani” mentre Israele brutalizzava i palestinesi, dovrebbero immediatamente rompere il silenzio.

A nessun governo, nemmeno a Israele, dovrebbe essere permesso di farsi razzista e violare i diritti umani in modo così spudorato e senza assumersene alcuna responsabilità.

Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e redattore di Palestine Chronicle. Il suo prossimo libro è The Last Earth: A Palestinian Story (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato di ricerca in Studi Palestinesi presso l’Università di Exeter ed è ricercatore non residente presso il Centro Orfalea di Studi Globali e Internazionali, Università della California a Santa Barbara. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

(traduzione di Luciana Galliano)




Gaza: sei morti nelle sparatorie fra Israele e Hamas

MEE staff,

12 novembre 2018 (aggiornato 13 novembre), Middle East Eye

Decine di attacchi aerei israeliani sulla Striscia di Gaza uccidono sei palestinesi, i missili di Hamas fanno morire un palestinese in Israele

Quattro palestinesi sono stati uccisi lunedì e altri due martedì, quando l’esercito israeliano ha sferrato decine di attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, mentre centinaia di missili venivano lanciati dall’enclave assediata.

Il ministero della Sanità di Gaza ha identificato i sei palestinesi uccisi come Mohammed Zakariya al-Tatari, 27 anni, Mohammed Zuhdi Odeh, 22 anni, Hamad Mohammed al-Nahal, 23 anni, Moussa Iyad Abd al-Aal, 22 anni, Khaled Riyadh al-Sultan, 26 anni e Musaab Hoss, 20. Da lunedì pomeriggio sono stati feriti altri 25 palestinesi.

Secondo quanto riferito da Haaretz, un palestinese è stato ucciso da un missile partito da Gaza che ha colpito la sua casa nella città israeliana di Ashkelon. Il razzo avrebbe ferito gravemente anche due donne che si trovavano nella casa.

La morte del quarantenne, un palestinese originario della città di Hebron in Cisgiordania, è la prima morte confermata dovuta alla raffica di razzi lanciati da Gaza iniziata lunedì pomeriggio, a seguito di una micidiale operazione delle forze speciali israeliane nell’enclave.

Secondo quanto riportato dai media israeliani, l’esercito israeliano ha colpito almeno 70 bersagli a Gaza, mentre 300 missili sono stati lanciati dal territorio palestinese verso Israele per tutto il lunedì.

Un attacco israeliano ha ucciso un altro palestinese martedì, ha detto il Ministro della Salute di Gaza, portando così a cinque il bilancio delle vittime nell’enclave in meno di 24 ore.

Un testimone oculare a Gaza ha detto a Middle East Eye che l’esercito israeliano lunedì ha bombardato l’edificio che a Gaza City ospita la stazione televisiva Al-Aqsa, legata a Hamas.

I media locali e internazionali hanno riferito che l’edificio è stato completamente distrutto durante l’attacco, e le strutture vicine danneggiate.

Non ci sono state notizie di vittime, secondo quanto riferito da Reuters.

L’attacco aereo è arrivato dopo che i militari israeliani hanno sparato cinque missili antideflagranti vicino all’edificio, hanno riferito a Reuters funzionari e testimoni palestinesi.

“Proprio come abbiamo affrontato gli attacchi precedenti, stiamo gestendo anche questo”, ha detto Rami Abu Dayya, un cameraman che ha lavorato per Al-Aqsa TV negli ultimi 14 anni durante i quali ha assistito a quattro diversi attacchi israeliani contro l’edificio.

Abu Dayya, 33 anni, ha detto anche di aver personalmente subìto tre diverse ferite durante gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza negli ultimi anni.

“Israele sta cercando di mettere a tacere i media palestinesi. Tuttavia, pochi minuti dopo che l’edificio di Al-Aqsa è stato preso di mira, siamo stati in grado di riprendere le trasmissioni [da un altro luogo] “, ha detto lunedì a MEE.

Dawoud Shihab, capo dell’ufficio stampa della fazione palestinese Islamic Jihad, ha affermato che la distruzione dell’edificio del canale televisivo Al-Aqsa e di molte altre case è stata “un attacco grave e aggressivo”.

“Ciò provocherà un’escalation nella rappresaglia della resistenza (palestinese)”, ha detto Shihab in una dichiarazione.

Nel contempo, il quotidiano israeliano Haaretz ha riferito che l’esercito israeliano avrebbe colpito 70 bersagli nell’enclave palestinese assediata intorno alle 16 di lunedì.

Il sistema israeliano di difesa missilistica Iron Dome ha intercettato circa 60 dei 300 razzi lanciati da Gaza verso Israele, ha riferito il giornale. La maggior parte dei razzi sono atterrati in zone disabitate, ha detto l’esercito israeliano, ha riferito Haaretz.

Gli attacchi aerei israeliani hanno colpito anche case appartenenti agli attivisti di Hamas a Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza, e un hotel a Gaza utilizzato dal governo di Hamas per gestire la sua agenzia di sicurezza interna.

Saeb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha detto che Israele è responsabile degli attacchi a Gaza e del deterioramento della situazione nel territorio.

“Ribadiamo la nostra richiesta di protezione internazionale. Chiediamo alla comunità internazionale di fare tutto il necessario per prevenire un nuovo massacro a Gaza “, ha detto Erekat.

Anche l’Egitto ha invitato Israele a fermare le violenze a Gaza, secondo quanto riferito dalla televisione pubblica/ egiziana, e come riportato da Reuters.

Le fonti dicono che l’Egitto avrebbe comunicato a Israele la necessità di impegnarsi in un processo di allentamento della tensione e ha anche intensificato l’impegno con i palestinesi a tale riguardo.

Abu Obeida, portavoce dell’ala armata di Hamas Brigate al-Qassam, ha twittato “quello che è successo ad Ashkelon è responsabilità del comando nemico”.

A seguito delle violenze, il gabinetto di sicurezza israeliano è stato convocato per martedì mattina.

 

Violenze dopo un fallito raid israeliano

Haaretz ha riferito di un soldato israeliano di 19 anni rimasto gravemente ferito da “un missile anti-carro ” che ha colpito un autobus nel sud del territorio israeliano nel distretto regionale di Shaar HaNegev.

Il servizio sanitario di emergenza israeliano Magen David Adom (MDA), che ha portato l’adolescente al Soroka Medical Center di Beersheba, ha descritto l’incidente come un’esplosione. Altri sei israeliani sono stati leggermente feriti nella città meridionale di Sderot, secondo MDA.

Le sirene hanno suonato nel sud di Israele per tutto il pomeriggio e la sera, e una è risuonata anche vicino al Mar Morto.

Mda ha detto che 50 israeliani sono stati ricoverati all’ospedale Barzilai di Ashkelon, per tutta la giornata di lunedì. Fra di essi, 19 persone sono state ferite da razzi, mentre altre 31 sono state curate per lo shock, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Ynet.

Il quotidiano ha riferito che il personale del Soroka Medical Center di Beersheba ha curato lunedì altri tre israeliani feriti dal lancio di razzi, e altri 44 sotto shock.

La violenza di lunedì fa seguito al micidiale raid dell’esercito israeliano via terra e via aria su Gaza domenica sera, durante il quale sette palestinesi – tra cui un comandante dell’ala militare di Hamas, le brigate al-Qassam – e un ufficiale israeliano sono stati uccisi.

L’incidente, che costituisce un raro esempio di truppe di terra israeliane penetrate così addentro nella Striscia di Gaza, ha scatenato la paura di un’escalation di violenza nel territorio costiero palestinese.

Lunedì l’inviato del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il Medio Oriente, Jason Greenblatt, ha manifestato il suo totale sostegno a Israele, fedele alleato degli Stati Uniti, e ha twittato che “gli attacchi con i razzi e i colpi di mortaio contro le città israeliane devono essere condannati da tutti”.

“Israele è ancora una volta costretto a ricorrere all’azione militare per difendere i suoi cittadini e noi stiamo con Israele che si difende dagli attacchi”, ha detto Greenblatt.

L’incursione israeliana e il successivo scambio di fuoco hanno avuto luogo nonostante gli sforzi egiziani di negoziare un accordo tra Hamas e Israele, in mezzo alle continue proteste di massa a Gaza che mettono sotto pressione Israele affinché ponga fine al blocco della Striscia.

Di recente, Israele ha accettato di consentire al Qatar di donare milioni di dollari in aiuti per contribuire a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici di Gaza e per coprire i costi del carburante necessario ad alleviare una crisi nell’elettricità.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva in precedenza difeso la sua decisione di permettere al Qatar di trasferire denaro a Gaza nonostante le critiche del suo governo, dicendo di voler evitare la guerra, se non fosse stata necessaria.

Israele ha ucciso più di 200 palestinesi e ne ha feriti circa 20.000 dall’inizio più di sette mesi fa delle proteste della Grande Marcia del Ritorno.

I partecipanti alle marce settimanali hanno chiesto la fine del paralizzante assedio di Gaza, in essere da 11 anni, e il permesso per i profughi palestinesi di tornare alle case dei loro antenati.

Aggiornamenti di Mohammed Asad e Maha Hussaini a Gaza

Questo articolo è disponibile in francese sull’edizione francese di Middle East Eye.

(traduzione di Luciana Galliano)




Striscia di Gaza. Commando israeliano compie azione terrorista

Patrizia Cecconi

La situazione a Gaza precipita. Israele ha ripreso a bombardare da molte ore e la resistenza gazawa in accordo con tutte le formazioni politiche presenti nella Striscia, nessuna esclusa, ha deciso di rispondere. 
Sono stati lanciati, che si sappia, cento missili di cui circa 70 intercettati e gli altri no. Un autobus è stato colpito e ci sono degli israeliani feriti. 
La domanda è “perché? perché Israele ha voluto questo?” 
Di seguito un articolo con gli ultimi aggiornamenti.
12 novembre 2018, Pressenza

“Cessate il fuoco” sembra un ritornello amaramente beffardo da queste parti.  Ancora ieri sera, 11 novembre, Israele ha mostrato che non è sua intenzione stare ai patti nonostante la mediazione egiziana e i compromessi accomodanti col Qatar.

Come confermato anche dal portavoce dell’IDF (l’esercito di occupazione israeliano), un’auto civile con un commando di soldati e ufficiali in abiti borghesi è entrato nella Striscia assediata per compiere un’azione di stampo terroristico definita dall’IDF “attività operativa” finalizzata all’immediata uccisione del vice comandante delle brigate Ezz al Din al Qassam, Nur Barake.

Ma gli israeliani del commando, alcuni pare vestissero abiti femminili palestinesi per portare a compimento la loro missione di morte, hanno incontrato la resistenza di militanti di Hamas i quali, nonostante la sorpresa, hanno reagito e nello scontro a fuoco che ne è scaturito è stato ucciso un tenente colonnello israeliano facente parte del commando, un altro israeliano è stato ferito e altri tre palestinesi sono stati uccisi prima che l’aviazione israeliana entrasse in azione lanciando circa 40 missili sulle postazioni palestinesi e portando a sette il numero complessivo dei morti di cui quattro militari che non stavano esercitando alcun ufficio militare durante l’aggressione e tre civili.

All’azione, che ha innescato ovvie reazioni da parte gazawa – reazioni misurabili in 17 missili qassam alcuni dei quali intercettati dall’iron dome e gli altri capaci di provocare grande paura e fughe nei bunker della zona in cui sono caduti – la reazione pubblica da parte israeliana è quanto meno sconcertante. Ignorando totalmente la causa, ovvero l’azione oggettivamente di stampo terroristico del commando israeliano, il presidente Rivlin ha dichiarato di essere “stordito e addolorato per la perdita dell’ufficiale dell’IDF ucciso stasera.” Ed ha aggiunto “ Prego, insieme a tutti i cittadini israeliani, per la salute dell’ufficiale ferito“.

Dal canto loro Lieberman e Bennet, i falchi di estrema destra che non perdono occasione per invitare alla “soluzione finale” della causa palestinese, hanno fatto a gara nel tessere lodi all’assassino a sua volta ucciso dal fuoco palestinese arrivando a dichiarare (Bennett) che “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Il primo ministro Netanyahu, solo poche ore prima, durante il forum sulla pace a Parigi aveva dichiarato che “per Gaza non ci sono opzioni politiche” paragonando inoltre, assurdamente, Gaza all’Isis e anticipando in tal modo il suo consenso all’azione terroristica o, per usare la formula di cortesia che la Tv italiana riserva a Israele, la “missione dell’intelligence”.

Avvertito di quanto successo, il premier israeliano ha lasciato Parigi per mostrarsi vicino al suo popolo e al suo esercito, cioè quello che ha organizzato – certo non autonomamente – la sanguinosa spedizione costata la vita ad almeno sette palestinesi e un israeliano.

Lo stesso Netanyahu, che a Parigi aveva escluso opzioni politiche, pochi giorni prima aveva dichiarato di voler evitare una nuova aggressione massiccia e di auspicare un cessate il fuoco durevole. Come si conciliano quindi queste due posizioni contraddittorie? Cosa c’è dietro quest’azione che, seppur fosse andata come previsto dall’intelligence  israeliana non avrebbe certo lasciato la resistenza gazawa immobile a piangere le sue vittime?

E’ lecito pensare che l’accoglienza inaspettatamente negativa fatta all’ambasciatore del Qatar, dopo che Israele aveva graziosamente consentito l’entrata di denaro per ammorbidire  la resistenza gazawa possa aver avuto il suo peso nella decisione di quest’azione terroristica di cui non si vedeva la necessità politica. O forse, come ipotizza qualche osservatore locale, Netanyahu ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica israeliana dai suoi capi di imputazione per corruzione e frode e Gaza è il miglior espediente per richiamare lo spirito nazionalista a far quadrato mettendo all’angolo i guai giudiziari che potrebbero farlo affondare.

Intanto oggi la calma sembra essere tornata, i palestinesi contano i danni delle case distrutte e piangono i loro morti, mentre gli israeliani si stringono intorno al premier e alla destra estrema che onora come eroe nazionale il tenente colonnello che, mascheratosi da palestinese, è andato per uccidere ed è rimasto ucciso. Ma Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha dichiarato che la “vigliacca aggressione israeliana” avrà la sua risposta e che “la resistenza palestinese è pronta a svolgere il suo dovere” e il portavoce della Jihad ha ribadito lo stesso concetto.

Mentre scriviamo arriva notizia di un attacco di artiglieria israeliano sulla striscia settentrionale di Gaza, vicino a una postazione di Hamas. Chiariamo ai nostri lettori che anche gli uffici ministeriali sono considerati postazioni di Hamas.

A questo punto sembra chiaro che si stia provocando la risposta promessa da Hamas e dalla Jihad, e la domanda alla quale non abbiamo ancora risposta certa si riaffaccia: perché proprio ora, mentre si cercava di raggiungere un cessate il fuoco duraturo? A favore, o forse a danno di chi questa ripresa delle ostilità?

A questo punto a poco serve la mediazione egiziana, tornata in gioco intensificando i suoi sforzi per un cessate il fuoco che, ormai è ampiamente prevedibile, durerà fino a che Israele non avrà bisogno di interromperlo ripetendo un gioco chiamato sicurezza che si ripeterà tristemente all’infinito a meno che l’ONU non entri davvero in campo e i paesi complici di questa mattanza, accompagnata da assoluta illegalità, non diano a Israele un segnale di stop. Al momento segnali di questo tipo non se ne vedono.

Arriva in questo esatto momento la notizia che la resistenza gazawa ha risposto al bombardamento israeliano di poco fa. Un enorme lancio di razzi lanciato su Israele da Gaza. E’ stato colpito un autobus e ferito gravemente un giovane israeliano.

Forse Israele vuole davvero la guerra e da Gaza rispondono come sanno e come possono.

Se una nuova aggressione massiccia come Margine protettivo o Piombo fuso ci sarà, Gaza pagherà il prezzo più alto ma questa scelta non farà bene neanche agli israeliani.

Chiudiamo al momento ricordando le parole del ministro di orientamento fascista Naftali Bennett, che sembrano in questo momento ancora più assurde di poco fa “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Per il momento dalla Palestina è tutto.