Decine di feriti durante violente incursioni israeliane a Gerusalemme est.

Redazione di Al Jazeera

19 ottobre 2021 – Al Jazeera

Decine di feriti e arrestati nei raid israeliani contro palestinesi presso la Porta di Damasco e nelle zone circostanti.

Gerusalemme est occupata – Per il secondo giorno di seguito forze israeliane hanno fatto violentemente irruzione alla Porta di Damasco e nelle vie adiacenti a Gerusalemme est occupata durante una festa nazionale palestinese che ricorda la nascita del profeta Maometto.

Secondo media locali martedì almeno 22 palestinesi sono rimasti feriti e 25, in maggioranza minorenni, sono stati arrestati.

Immagini e video ampiamente diffusi mostrano le forze israeliane che lunedì hanno arrestato e aggredito con violenza giovani, maschi e femmine, picchiato passanti con manganelli, inseguito bambini e famiglie, fatto irruzione nella principale strada commerciale e lanciato indiscriminatamente lacrimogeni e granate assordanti contro la folla. Hanno aggredito anche personale sanitario.

Sia lunedì che martedì presso la Porta di Damasco, uno dei pochi spazi pubblici in cui i palestinesi della città si riuniscono, si svolgevano attività rivolte a famiglie e bambini per celebrare la nascita del profeta.

Secondo i media locali la situazione è palesemente peggiorata nella zona lunedì pomeriggio, quando le forze di occupazione israeliane hanno ferito almeno 49 palestinesi e ne hanno arrestati 10.

Le fonti di informazione locali hanno detto che lunedì il personale sanitario ha dovuto trattare ferite da proiettili di metallo ricoperti di gomma e 19 ferite da schegge di bombe stordenti, così come decine di vittime di aggressioni fisiche.

Almeno due giornalisti del posto sono stati violentemente arrestati mentre informavano sugli eventi.

Ci sono stati arresti giorno e notte presso la Porta di Damasco e nelle zone limitrofe, mentre la rabbia dei palestinesi montava a causa della profanazione di tombe nello storico cimitero musulmano presso la Città Vecchia, su parte del quale è stato costruito un parco nazionale. Il 10 ottobre il Comune di Gerusalemme, controllato da Israele, ha iniziato l’ultima serie di scavi nel cimitero.

Tuttavia negli ultimi giorni la situazione è peggiorata, in quanto le forze israeliane hanno fatto violentemente irruzione e cacciato i palestinesi dai pochi luoghi pubblici a loro accessibili nella Gerusalemme est occupata, compresa la Porta di Damasco e via Salah al-Din.

“La Porta di Damasco, nei pressi della Città Vecchia di Gerusalemme, è un luogo in cui i giovani palestinesi amano riunirsi alla sera e socializzare con gli amici, ma negli ultimi mesi la polizia israeliana e le forze speciali li hanno obbligati con la violenza a disperdersi per fare posto ai coloni israeliani che entrano nella Città Vecchia,” dice ad Al Jazeera Jawad Siam del Centro Wadi Helweh nella Gerusalemme est occupata, che monitora le violenze contro i palestinesi.

Siam afferma che nelle ultime due settimane il centro ha registrato l’arresto di più di 82 minori, un numero significativo dei quali con meno di 13 anni.

Durante l’espulsione forzata sono stati impiegati anche cani poliziotto e idranti di “skunk water”, che spruzzano acqua puzzolente molto persistente.

I palestinesi sono andati alla Porta di Damasco non solo per socializzare, si sono riuniti lì anche per decidere azioni di sfida contro l’occupazione israeliana e le sue leggi e pratiche discriminatorie che favoriscono i coloni ebrei rispetto ai palestinesi.

Siam ha affermato che un certo numero di palestinesi è stato anche arrestato, aggredito e cacciato dal complesso della moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia per aver gridato “Allahu Akbar” [Allah è grande] mentre coloni israeliani entravano e iniziavano a pregare sul terreno del terzo luogo più sacro per l’islam. L’iniziativa dei coloni ha violato l’“accordo sullo status quo” tra l’occupazione israeliana e l’autorità religiosa giordana del Waqf, che amministra il complesso della moschea.

Due poliziotti israeliani sono indagati dal Nucleo Investigativo della Polizia Israeliana per uso eccessivo della forza contro i palestinesi.

Non potete sedervi qui”

La scorsa settimana Hussein al-Zeer, 20 anni, del quartiere di Silwan a Gerusalemme, era seduto con i suoi amici nei pressi della Porta di Damasco a godersi una serata all’aperto.

Racconta ad Al Jazeera che una decina circa di poliziotti di frontiera israeliani armati di bastoni, bombe assordanti e candelotti lacrimogeni li ha aggrediti ed ha ordinato loro di disperdersi.

Quelli che si sono rifiutati di andarsene o hanno filmato l’aggressione sono stati picchiati, alcuni arrestati. “Fin dall’inizio sono stati aggressivi e non ci hanno neppure lasciato il tempo di andarcene. Mi hanno picchiato su tutto il corpo con il calcio dei fucili e a pugni,” ha ricordato al-Zeer.

“Hanno detto che non avevamo il permesso di stare seduti lì e se fossimo rimasti ci avrebbero arrestati. Quando un mio amico si è messo a discutere sul perché non potessimo stare seduti lì hanno iniziato a picchiarlo. Ce ne siamo andati ma poi siamo tornati. Perché è consentito solo ai coloni ebrei di sedersi e andare dove vogliono nella Gerusalemme est occupata?” chiede al-Zeer.

“Ti puoi immaginare le proteste a livello internazionale se un antico cimitero ebraico in Europa venisse profanato per costruirci un parco,” dice Siam.

Grandi disparità”

Secondo un rapporto del Programma di Sviluppo dell’ONU (UNDP) reso noto nel 2016 insieme all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), le autorità israeliane a Gerusalemme destinano solo il 10% del loro bilancio alla Gerusalemme est occupata, mentre il resto va a Gerusalemme ovest.

“Ci sono grandi disparità socio-economiche tra le due zone, fino al punto che potrebbero essere classificate in due categorie di sviluppo umano molto diverse,” afferma il rapporto.

In base alle leggi internazionali le colonie israeliane e il trasferimento di coloni in un territorio occupato sono illegali e l’annessione informale di Gerusalemme est è stata dichiarata nulla e non valida dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

“Le politiche che discriminano la popolazione palestinese sono prevalenti,” afferma il rapporto dell’UNDP. “Queste leggi sono state architettate specificamente per impedire ai palestinesi gerosolimitani di sviluppare una comunità unita, sicura e florida, con identità, cultura ed economia forti, basate sulla coesione sociale comunitaria.

“Al contrario un sistema discriminatorio di permessi e divisione in zone, una legge della cittadinanza ineguale, una limitata autonomia municipale, la costruzione della barriera di separazione e piani urbanistici escludenti hanno contribuito a creare una zona di Gerusalemme sempre più inabitabile.”

Una gioventù sicura di sé

L’attivista sociale e storico Ehab Jallad di Gerusalemme afferma che l’incontro di giovani nella Città Vecchia non riguarda solo la socializzazione e l’esercizio dei loro diritti, ma anche una presa di posizione politica. “Riguarda questa generazione di palestinesi che prende il controllo del proprio destino e resiste a livello di base,” dice Jallad ad Al Jazeera.

“Stanno adottando azioni non violente e di disobbedienza civile, dimostrando non solo agli israeliani, ma anche ad altri palestinesi, come perseguire la libertà lottando contro l’occupazione. Sono consapevoli della continua ebraizzazione di Gerusalemme est a spese della popolazione palestinese.”

Siam, del Centro Wadi Helweh, sostiene che dall’attacco israeliano di maggio contro Gaza i palestinesi sono diventati più sicuri di sé.

“Gli israeliani hanno perso il controllo della situazione e questa generazione, mentre è disposta al compromesso, non tornerà a farsi intimidire. La prossima generazione non sarà così disposta al compromesso,” afferma Siam. “A maggio abbiamo visto che siamo in grado di imporci e di lavorare per un futuro di libertà.”

Siam spiega che i palestinesi hanno resistito in modi diversi: alcuni hanno documentato gli scontri; altri hanno partecipato alle proteste; altri ancora hanno invece lanciato pietre contro i soldati israeliani. “Non aspettiamo che l’Europa e gli americani ci dicano cosa fare o ci ordinino come dobbiamo agire, mentre siamo stanchi di comportamenti di parte e di un trattamento di favore per Israele. Non ci aspettiamo neppure che il mondo arabo e i nostri correligionari musulmani ci sostengano. Al contrario, stiamo forgiando il nostro percorso a modo nostro.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo Corbyn, la lobby israeliana prende di mira il mondo accademico britannico

Jonathan Cook

19 ottobre 2021- Palestine Chronicle

Sembra che la lobby israeliana si stia preparando a una campagna per sradicare gli accademici di sinistra che nel Regno Unito sono critici verso la continua oppressione israeliana del popolo palestinese, impegnandosi in sforzi simili a quelli messi in atto contro l’ex leader laburista Jeremy Corbyn.

Come per gli attacchi contro Corbyn, quello contro gli accademici è guidato dal Jewish Chronicle, settimanale inglese che si rivolge ai più ardenti sostenitori di Israele fra la comunità ebraica britannica.

La mossa segue il successo che la lobby ha ottenuto questo mese con le sue pressioni sull’università di Bristol affinché licenziasse uno dei suoi docenti, David Miller, anche dopo le indagini dalla stessa università, condotte da un giurista, che avevano concluso che le accuse di antisemitismo contro Miller erano infondate.

Miller è stato formalmente licenziato con la generica motivazione secondo cui egli “non risponde ai criteri di comportamento che ci si aspetta dai nostri dipendenti e dall’Università”.

La lobby ha mascherato a stento la propria soddisfazione dopo che, apparentemente per paura di pubblicità negativa, l’università di Bristol ha capitolato davanti a una campagna di affermazioni infondate in base alle quali Miller “ha vessato” gli studenti ebrei.

Miller, sociologo, è all’avanguardia per le sue ricerche sulle fonti dell’islamofobia nel Regno Unito. Il suo lavoro presenta un esame dettagliato del ruolo della lobby israeliana nel fomentare il razzismo contro musulmani, arabi e palestinesi.

Israele ha promosso da tempo l’idea di essere un baluardo contro la presunta barbarie islamica e il terrorismo, in quello che lo Stato e i suoi sostenitori presentano come uno “scontro di civiltà”.

Più di un secolo fa, Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, sosteneva nel linguaggio colonialista dell’epoca che uno Stato ebraico in Medio Oriente sarebbe servito come “un muro di difesa per l’Europa in Asia, un avamposto di civiltà contro la barbarie”.

Questo è il concetto chiave a cui il movimento sionista fece ricorso per far pressione sulle principali potenze del tempo, principalmente l’Inghilterra, perché contribuisse a cacciare il popolo palestinese autoctono dalla maggior parte della sua patria in modo che potesse invece insediarsi l’auto-dichiarato Stato ebraico di Israele.

A tutt’oggi Israele incoraggia sia l’idea di essere vittima di una minaccia esistenziale permanente da parte di un odio apparentemente irrazionale e dal fanatismo dei musulmani, sia di giocare un ruolo cruciale di prima linea nella difesa dei valori occidentali. Di conseguenza i palestinesi si sono trovati isolatati a livello diplomatico.

Punta dell’iceberg’

A indicare la direzione che probabilmente la lobby intende seguire d’ora in poi, questo mese il Jewish Chronicle ha pubblicato un editoriale intitolato “Il licenziamento di Miller dovrebbe essere l’inizio, non la fine”. In esso si conclude: “Miller non è una voce isolata, ma è rappresentativo di una scuola di pensiero radicata quasi ovunque nel mondo accademico.”

Allo stesso tempo, sotto il titolo “Miller se ne è andato, ma lui è solo la punta dell’iceberg”, si riporta che, all’inizio dell’anno, studiosi in “74 diverse istituzioni britanniche di istruzione superiore” hanno firmato una lettera di sostegno a Miller rivelando “la vastità della rete che lo sostiene nelle università in tutto il Regno Unito”.

Si fa notare che fra i firmatari è incluso “un numero significativo di rappresentanti dell’establishment del Russell Group, costituito da 24 delle più prestigiose università britanniche”.

Il Chronicle sottolinea il fatto che 13 dei firmatari appartenevano all’università di Bristol e faceva il nome di parecchi docenti.

L’insinuazione appena velata è che ci sia un problema di antisemitismo nelle università britanniche e che sia tollerata dai piani alti.

La lobby ha usato la stessa tesi con Corbyn, sostenendo, nonostante la scarsità delle prove, che lui e la sua cerchia più ristretta fossero indulgenti verso una ipotetica esplosione di antisemitismo all’interno del partito, insinuando in modo pesante che la stessero incoraggiando.

Le affermazioni della lobby sono state entusiasticamente amplificate dai media in mano ai miliardari e dalla burocrazia di destra del partito laburista, profondamente ostili al socialismo di Corbyn.

Riesumare la strategia

Negli ultimi tre anni il Chronicle è stato oggetto di un numero stupefacente di condanne da parte dell’Independent Press Standards Organisation (IPSO), la debole l’autorità garante della stampa nominata dall’industria stessa della carta stampata.

La maggior parte di queste distorsioni risale alla precedente campagna contro Corbyn, in cui il Jewish Chronicle ha giocato un ruolo centrale. Affermava sistematicamente che c’era una epidemia di antisemitismo fra i politici di sinistra in Inghilterra.

Sembra quindi che il Chronicle, con il resto della lobby filoisraeliana, stia riesumando la strategia che aveva usato contro Corbyn, sostenitore agguerrito dei diritti dei palestinesi, che, insieme a un gran numero di membri del partito laburista, si è visto calunniato con l’accusa di antisemitismo.

È memorabile come, nell’estate del 2018, il Chronicle e due altri giornali della comunità ebraica abbiano condiviso l’editoriale di prima pagina affermando che Corbyn costituiva una “minaccia esistenziale” per la vita degli ebrei nel Regno Unito.

L’editoriale era stato pubblicato alla vigilia delle elezioni generali di un anno prima, in cui Corbyn non era riuscito a conquistare la maggioranza dei seggi nel parlamento inglese solo per qualche migliaio di voti. Con il partito conservatore impantanato in una crisi permanente, a quel punto sembrava che fossero imminenti nuove elezioni.

La posta in gioco per la lobby era alta. Se Corbyn avesse vinto sarebbe probabilmente stato il primo leader di uno dei maggiori Stati europei a riconoscere lo Stato palestinese e a imporre sanzioni contro Israele, incluso il bando contro la vendita di armamenti, come era stato fatto per l’apartheid in Sudafrica.

Keir Starmer, successore di Corbyn, ha condotto una guerra, osannata dal Chronicle e da altri, contro la sinistra del partito usando di nuovo l’antisemitismo come pretesto.

Le rappresentazioni fuorvianti del giornale riguardo al partito laburista, che l’hanno ripetutamente messo nei guai con l’IPSO, l’autorità garante della stampa, sono ora messe al servizio contro gli accademici.

La manovra in due mosse del Jewish Chronicle nel caso Miller è abituale.

Primo, ha insinuato che il professore aveva perso il suo posto perché l’università aveva concluso che le sue azioni erano antisemite, quando invece tutto indicava che l’inchiesta era stata favorevole a Miller.

Secondo, il giornale ha insinuato con forza che più di 200 studiosi che avevano firmato una lettera all’università di Bristol esprimendo preoccupazione per l’indagine su Miller, condividevano le sue cosiddette idee antisemite. 

Placare la lobby

Così come il Chronicle, nonostante la mancanza di prove, ha cercato di dare l’impressione di una epidemia di antisemitismo nel Labour sotto Corbyn ora spera di insinuare che l’antisemitismo stia dilagando nelle università inglesi.

Infatti persino quelli che hanno firmato la lettera non condividono necessariamente le opinioni di Miller su Israele o sul suo ruolo nel fomentare l’islamofobia. La lettera difendeva soprattutto il principio della libertà accademica e il diritto di Miller di continuare la propria ricerca ovunque essa lo conducesse, senza timore di perdere il lavoro. Nessuno dei firmatari era d’accordo con tutte le conclusioni [delle sue ricerche] o con tutto quello che ha detto.

Ciò che è veramente scioccante è che non ci sia stato un numero maggiore di accademici ad accorrere in sua difesa, soprattutto alla luce del fatto che le accuse mosse dalla lobby israeliana contro di lui sono state smentite dall’inchiesta interna dell’università di Bristol.

Corbyn e la sua cerchia hanno scelto una linea di condotta simile a quella della Bristol, cercando di placare la lobby. Ma l’ufficio di Corbyn ha scoperto che ogni concessione da loro fatta alle calunnie di antisemitismo serviva solo ad alimentare la convinzione della lobby che la sua campagna intimidatoria stava funzionando e che la rete poteva essere ulteriormente ampliata.

Poco dopo la lobby ha sostenuto che non solo un diffuso sostegno della sinistra laburista in favore della lotta dei palestinesi contro decenni di occupazione israeliana fosse antisemita, ma che chiunque negasse che ciò fosse una prova di antisemitismo era a sua volta antisemita.

Come con i suoi attacchi contro Corbyn, le affermazioni del Chronicle contro Miller sono esagerate, dato che il giornale riporta in modo acritico che i membri del sindacato degli studenti ebrei a Bristol ha accusato il professore di “vessazioni, di prenderli di mira e di polemiche malevole”.

In realtà questa ipotetica “persecuzione” si riferisce o a una lezione di Miller sulla propaganda, basata sulla sua ricerca che cita la promozione dell’islamofobia da parte della lobby israeliana, o a considerazioni critiche da lui fatte sul sionismo e la lobby israeliana in in contesti diversi dalle lezioni.

Miller non ha perseguitato nessuno. Piuttosto quelli che si identificano come sionisti e per i quali Israele è una costante priorità politica hanno scelto di ritenersi offesi dalle sue scoperte. Non sono stati bullizzati, intimiditi o minacciati, come suggerisce il Chronicle. Le loro convinzioni politiche su Israele sono state contestate dal lavoro accademico di Miller.

Significativamente la ricerca di Miller mostra anche che i movimenti conservatori, come il partito di governo nel Regno Unito, hanno giocato un ruolo centrale nel promuovere l’islamofobia, in quanto parecchie figure chiave del partito conservatore britannico, come ad esempio la baronessa Sayeeda Warsi hanno ripetutamente messo in guardia.

Ma Bristol avrebbe seriamente indagato, per esempio, le affermazioni di studenti del partito Conservatore se fossero stati loro a essere “perseguitati” da Miller perché ha presentato la sua ricerca durante le lezioni o in suoi interventi a eventi politici fuori dall’aula? L’università avrebbe preso in considerazione il suo licenziamento basandosi su quelle affermazioni?

Non c’è neanche da porsi la domanda. La natura politica delle proteste e la loro minaccia alla libertà accademica sarebbe immediatamente ovvia a chiunque.

E in ciò risiede la speciale utilità per l’establishment della lobby israeliana. La sua campagna estremamente faziosa e politicizzata contro la sinistra, in modo iniquo ma troppo spesso efficace, può essere mascherata da antirazzismo o dalla promozione dei diritti umani.

Cresce l’analisi critica

Ma come il Chronicle implicitamente ammette nella sua chiamata a prendere di mira una cerchia molto più ampia di accademici inglesi, i sionisti più ardenti devono affrontare una sfida molto più grande di un singolo leader politico o un singolo docente.

Si sentono personalmente offesi se l’oggetto della loro passione politica, Israele, diventa oggetto di un’analisi critica crescente. Come il Chronicle, la speranza sionista di ribaltare i vari sviluppi politici degli ultimi dieci o vent’anni ha reso molto più difficile per loro difendere pubblicamente Israele.

Questi sviluppi includono:

* Il successo dal 2005 degli appelli della società civile palestinese per un boicottaggio internazionale di Israele per porre fine alla sua oppressione sui palestinesi;

* Le immagini orrende dei ripetuti assalti dell’esercito israeliano contro la popolazione palestinese che vive in quella che in effetti è diventata un’affollata prigione a cielo aperto nella Gaza assediata da Israele da 15 anni;

* il sabotaggio da parte di Israele della soluzione dei due Stati offerta dalla leadership palestinese con la costruzione illegale di sempre più colonie su terreni palestinesi, respingendo allo stesso tempo l’alternativa di un solo Stato che garantisca uguali diritti a ebrei e palestinesi nella regione;

* i recenti rapporti da parte di gruppi israeliani e internazionali per i diritti umani che chiaramente sostengono la tesi che Israele si possa considerare uno Stato d’apartheid.

Il Chronicle e gli ardenti sionisti nel Regno Unito a cui dà voce temevano che Corbyn rappresentasse il momento in cui questa visione di Israele irrompesse nel mainstream politico.

E ora essi temono che, a meno che si prendano drastiche iniziative, studiosi come Miller avviino un dibattito più puntuale nel mondo accademico su Israele, denunciando la lobby per il suo razzismo anti-palestinese.

Sanzioni pecuniarie

Minacciate da sanzioni pecuniarie dal governo di destra di Johnson, decine di università inglesi sono state costrette ad adottare una nuova definizione di antisemitismo.

Questo era il prezzo che la lobby ha cercato di far pagare a Corbyn. Egli è stato costretto ad accettare non solo l’imprecisa definizione di odio contro gli ebrei dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, [IHRA, organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce governi ed esperti allo scopo di rafforzare, promuovere e divulgare l’educazione sull’Olocausto, ndtr.] ma anche gli 11 esempi in appendice che, nella maggioranza dei casi, confondono apertamente critiche dure contro Israele con l’antisemitismo. La lobby sostiene che confutare questi esempi costituiscano antisemitismo è anch’essa una forma di antisemitismo.

Descrivendo in recenti rapporti Israele uno Stato d’apartheid, sia Human Rights Watch, con sede a New York, che B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani più rispettata, sarebbero stati vittime dell’affermazione dell’IHRA’ secondo cui è antisemita descrivere Israele come “un’iniziativa razzista”.

Similmente, molti studiosi israeliani e quasi tutti quelli palestinesi e i loro sostenitori violerebbero l’esempio che si oppone al fatto che a Israele venga richiesto un “comportamento che non ci si aspetta o si richieda a nessun’altra Nazione democratica”.

Essi mettono in dubbio il concetto stesso che Israele sia una Nazione democratica. I ricercatori israeliani l’hanno invece definita “etnocrazia”, perché imita uno Stato democratico mentre concede diritti e privilegi a un gruppo etnico, gli ebrei, e li nega a un altro, i palestinesi.

Corbyn si è ritrovato rapidamente intrappolato dalla definizione dell’IHRA e dagli esempi connessi. Ogni supporto significativo per i palestinesi contro l’oppressione israeliana, incluse le sue azioni passate prima che diventasse leader laburista, potrebbe essere distorto e diventare prova di antisemitismo.

E ogni argomentazione in base alla quale l’antisemitismo è stato in tal modo utilizzato dalla lobby come arma potrebbe a sua volta essere usato come prova di antisemitismo. Si sono create le condizioni perfette per una caccia alle streghe contro la sinistra laburista.

Ora la lobby spera che le stesse condizioni possano bandire le critiche contro Israele a livello accademico.

Uno dei primi bersagli della nuova campagna della lobby sarà probabilmente il sindacato delle Università e dei College (UCU), un sindacato dei docenti universitari che rappresenta oltre 120.000 accademici e personale di supporto. Fino ad ora ha resistito alla campagna di pressione.

La sua resistenza sembra aver spronato anche alcune istituzioni accademiche a non cedere. In particolare, a febbraio il senato accademico dell’University College of London si è ribellato contro l’adozione della definizione dell’IHRA da parte del consiglio di amministrazione dell’università, definendo la formulazione “politicizzata e divisiva”.

In dicembre un rapporto del consiglio dell’UCL ha avvertito che la definizione dell’IHRA confonde i pregiudizi contro gli ebrei con il dibattito politico su Israele e Palestina. Ciò, afferma, potrebbe avere “effetti potenzialmente deleteri sulla libertà di parola, come istigare una cultura di paura o autocensura nell’insegnamento o nella ricerca o in discussioni in aula su argomenti controversi”.

Ciò è esattamente quello che sperano la lobby israeliana e i suoi attivisti nel sindacato degli studenti ebrei che hanno preso di mira Miller. Con la loro nuova guerra contro il mondo accademico, aiutati da un governo di destra, potrebbero essere in grado di infliggere al sostegno degli accademici per i palestinesi tanti danni quanti ne hanno fatto ai politici che li appoggiano.

Jonathan Cook ha vinto il Martha Gellhorn Special Prize for Journalism. Fra i suoi libri ci sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per ricostruire il Medio Oriente”] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [Palestina che sta scomparendo: gli esperimenti di Israele sulla disperazione umana] (Zed Books).

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Non c’è destra o sinistra in Israele, solo sionismo e non sionismo

Gideon Levy |

17 ottobre 2021 – Haaretz

La scorsa settimana Angela Merkel ha espresso la sua ammirazione per la solidità della nuova coalizione israeliana. L’editorialista di Haaretz Carolina Landsmann si chiede su questo sito se abbiamo a che fare con un governo ambiguo oppure con uno che ha messo allo scoperto il più grande inganno di tutti i tempi. Il giornalista Ron Cahlili afferma che la destra ideologica e la sinistra sionista sono la stessa cosa. Tutti e due evocano una vecchia storia, quella del gatto che esce dal sacco: in Israele non c’è né sinistra né destra. L’unica divisione ideologica è tra sionisti, vale a dire quasi tutti, e non sionisti, molto meno numerosi.

La cancelliera può quindi tranquillizzarsi. Quando è stato formato l’attuale governo non è avvenuto nessun miracolo e la Germania non ha nulla da imparare da esso. Non c’è stata nessunacontingenza politica”, per usare la frase coniata dal primo ministro. L’attuale coalizione si mantiene facilmente poiché è una coalizione basata sul consenso, senza grandi divari tra i suoi componenti. Il Likud [il principale partito israeliano di centro destra, ndtr.] (meno Netanyahu) e gli ultra-ortodossi potrebbero formare un’estesa coalizione trasversale, che rappresenti una società ampiamente trasversale.

Questo governo sarà ricordato come quello che, pur non volendolo, ha smascherato il grande inganno. È sorto sulle onde dell’odio provato nei confronti di Netanyahu, e vive (e continuerà a vivere) sulla base dell’unità di fondo dei suoi componenti. Se domani mattina Merav Michaeli [leader del Partito Laburista Israeliano e Ministra dei Trasporti nel Governo Bennett, ndtr.] sostituisse Naftali Bennett [leader del partito Nuova Destra e attuale primo ministro israeliano ndtr.], non si verificherebbe alcun terremoto. A parte qualche cambio di stile, Israele resterebbe uguale a quello di prima.

Il presunto incarico epocale del primo primo ministro nazional-religioso non è foriero di cambiamenti. Non perché Bennett abbia tradito la sua ideologia, ma perché questa situazione concorda sorprendentemente bene con le posizioni delle componenti di sinistra di questo governo.

Non è che la sinistra sionista sia di destra, o che la destra ideologica abbia tendenze di sinistra. E non sono tutti degli opportunisti, il che sarebbe il segno della morte dell’ideologia. Al contrario, Israele ha un’ideologia, eccome! Un’ideologia dominante che mette in ombra tutto il resto. Si chiama sionismo ed è la religione che dirige e unifica la nazione. (Quasi) tutti sono sionisti e tutti credono nella supremazia ebraica su questo Paese, compresi i territori che esso occupa.

Sinistra e destra sono uguali nel loro culto delle Forze di Difesa Israeliane [esercito israeliano, ndtr.] e dello Shin Bet [l’agenzia interna d’intelligence dello Stato israeliano, ndtr.], il cui ruolo è il mantenimento del regime della supremazia ebraica sopprimendo ogni opposizione ad esso. Quando il nuovo capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha affermato che il servizio di sicurezza è il bastione della democrazia, aveva ragione. Proprio come la Stasi [organizzazione di sicurezza e spionaggio della ex Repubblica Democratica Tedesca, ndtr.], il ruolo di Bar è quello di sostenere il regime che, nel linguaggio dello Shin Bet e del popolo, è chiamato democrazia, piuttosto che tirannia ebraica.

Non c’è un membro di questa coalizione che stia pensando di porre fine all’occupazione, che la pensi diversamente sull’Iran anche l’assedio di Gaza è consensuale. Questo vale anche per le IDF [Forze di Difesa Israeliane, ndtr.] e per l’operato di insediamento coloniale in corso. Pertanto, non c’è nulla di sorprendente nel silenzio degli agnelli: nel loro intimo, tutti vogliono l’occupazione.

Le differenze sono nella confezione. La sinistra vuole avere un aspetto migliore, motivo per cui i suoi rappresentanti occasionalmente si recano presso il quartier generale palestinese della Muqata a Ramallah, sollevando eventualmente anche una proposta alla Knesset [parlamento israeliano, ndtr.] riguardo ai pogrom in Cisgiordania. Non molto di più.

L’attuale governo ha scompaginato la mappa politica. Da questo momento in poi dobbiamo affermare la verità: non ci sono veri divari tra i sionisti. I non sionisti sono pochi, quasi tutti non ebrei, tutti privi di legittimazione. Ci sono differenze tra gli Haredi [gli ebrei ultra ortodossi, ndtr.] e gli ebrei laici, e divari tra gli ebrei Ashkenazi [discendenti degli ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale, ndtr.] e Mizrahi [gli ebrei provenienti dai Paesi del mondo arabo, ndtr.], ma i cliché su una polarizzazione in questa nazione sono vuoti e privi di significato. L’unico abisso si trova tra i sostenitori della supremazia ebraica e i loro oppositori. Ecco perché la maggior parte dei cittadini arabi del Paese non fa parte di questo gioco. Ecco perché Israele si sta avvicinando al momento della verità. Si relaziona con le proprie fondamenta nei termini di uno Stato ebraico in una terra con due popoli, esponendo la sua vera immagine in tutta la sua nudità.

Chi avrebbe mai creduto che un governo esplicitamente non ideologico che cerca di fuggire da tali argomenti come da un incendio sarebbe stato il primo governo a rivelare la verità? E la verità è che non sono molti i Paesi in cui l’ideologia appaia ancora così importante; non ci sono democrazie con una ideologia unica tirannica e dominante. Israele è uno Stato sionista proprio come l’Unione Sovietica era uno Stato comunista. Anche lì non è stato difficile mettere insieme un governo di comunisti moderati ed estremisti.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli attacchi dei coloni devastano i terreni dei palestinesi durante la raccolta delle olive

Zena Al Tahhan

17 ottobre 2021 – Al Jazeera

I coloni israeliani attaccano quotidianamente con violenza i palestinesi impegnati nella raccolta stagionale delle loro olive.

Ramallah, Cisgiordania occupata – La scorsa settimana i coloni israeliani hanno perpetrato ogni giorno violenti attacchi contro i villaggi palestinesi e gli abitanti che raccolgono le loro olive.

Gli attacchi, pestaggi di agricoltori e distruzione di alberi inclusi, hanno preceduto l’inizio ufficiale della stagione della raccolta delle olive il 12 ottobre nella Cisgiordania occupata, ma si sono intensificati di numero nell’ultima settimana.

Secondo gli osservatori locali, le aree più colpite sono state nella Cisgiordania occupata settentrionale, intorno ai villaggi a sud della città di Nablus e Salfit.

Ghassan Daghlas, che monitora la violenza dei coloni nel nord della Cisgiordania, riporta ad Al Jazeera di aver registrato 58 attacchi dall’inizio della stagione, di cui nove nel solo villaggio di Burin a sud di Nablus.

Daghlas afferma: “Evidentemente c’è un aumento degli attacchi. Siamo al 30% nella stagione della raccolta delle olive e abbiamo già avuto 58 attacchi nel nord [della Cisgiordania]”, inoltre ha qualificato gli attacchi come “pianificati e non spontanei”.

La raccolta degli ulivi è un’attività economica, fondamentale per molti palestinesi, sia a livello familiare che dell’intera società. I palestinesi prendono giorni di ferie per curare le loro terre, quelle dei loro parenti, vicini o amici. Tra 80.000 e 100.000 famiglie si affidano alle olive e all’olio d’oliva come fonti di reddito primarie o secondarie.

Sebbene gli attacchi dei coloni siano una realtà frequente e quasi quotidiana per i villaggi palestinesi, il numero e l’intensità degli attacchi aumentano durante la stagione della raccolta delle olive che dura fino a novembre, quando i coloni prendono di mira le famiglie che lavorano nelle terre di loro proprietà.

Il 12 ottobre, nel villaggio di Sebastia, a nord di Nablus, i coloni hanno sradicato 900 alberelli di ulivi e albicocche e hanno rubato il raccolto delle olive. Altri 70 ulivi sono stati distrutti a Masafer Yatta, a sud di Hebron.

Ad Awarta, a est di Nablus, il 13 ottobre i coloni hanno abbattuto dozzine di ulivi e li hanno spruzzati con prodotti chimici. Hanno anche distrutto circa 70 alberi di ulivo, frutta e verdura ad al-Tuwani, a sud di Hebron, e hanno tagliato pneumatici e vandalizzati auto e muri nel villaggio di Marda vicino a Salfit.

“Gli attacchi sono iniziati presto”

Il 14 ottobre i coloni hanno abbattuto più di 80 ulivi nel villaggio di al-Mughayyer, a nord di Ramallah. Il giorno dopo, hanno attaccato con pietre la famiglia Hammoudeh nel villaggio di Yasuf vicino a Salfit, ferendone quattro. La famiglia e altri residenti sono stati attaccati di nuovo il 16 ottobre. Lo stesso giorno i coloni hanno anche picchiato a bastonate i residenti di Burin vicino a Nablus e dato alle fiamme uliveti, ferendo almeno 12 palestinesi.

Daghlas afferma che, mentre negli scorsi anni “gli attacchi sono iniziati una settimana dopo l’inizio della raccolta delle olive”, quest’anno “gli attacchi sono iniziati prima”, il che ha costretto i palestinesi a occuparsi dei loro alberi più in fretta del previsto”. Dalle fine di agosto 2021 i coloni hanno ferito almeno 22 palestinesi e distrutto più di 1800 alberi di proprietà dei palestinesi, compresi 900 alberi a Sebastia (Nablus) e 650 a Jamma’in (Nablus) e al-Taybe (Hebron).

Daghlas afferma che, oltre all’incendio e all’abbattimento degli alberi, gli attacchi hanno comportato il furto di olive, minacce e caccia agli agricoltori per allontanarli dalle loro terre e l’allagamento di parte dei terreni con liquami di fogna.

“I coloni e l’esercito ci stanno dando la caccia per privarci dei nostri mezzi di sussistenza, del nostro reddito, del nostro pane, del nostro sostentamento”, sostiene Daghlas.

I palestinesi affermano che i coloni israeliani molto spesso arrivano con la protezione dell’esercito e frequentemente sono armati, come documentato dalle organizzazioni per i diritti. A volte, i coloni e l’esercito lavorano insieme.

La costruzione strategica di insediamenti sulle cime delle colline in Cisgiordania rende facile per i coloni scendere nei villaggi palestinesi e nelle loro terre sottostanti. Inoltre i coloni godono di quella che le Nazioni Unite hanno definito “impunità istituzionale e sistematica” che consente loro di continuare perpetrare gli attacchi.

Le Nazioni Unite hanno descritto gli attacchi come “motivati ​​ideologicamente e principalmente progettati per impadronirsi della terra, ma anche per intimidire e terrorizzare i palestinesi”.

Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UN OCHA), i coloni hanno effettuato 20 attacchi tra il 21 settembre e il 4 ottobre, un notevole aumento con l’inizio della raccolta delle olive.

Tra il 7 e il 20 settembre ci sono stati 11 attacchi, mentre sei sono stati registrati tra il 24 agosto e il 6 settembre. Il più grande attacco degli ultimi tempi è avvenuto il 28 settembre. Un folto gruppo di coloni mascherati è sceso nel villaggio di al-Mufagara a sud di Hebron e ha attaccato i residenti con pietre, ferendo 29 palestinesi tra cui un bambino di tre anni che ha subito fratture al cranio e è stato ricoverato in ospedale. Secondo l’OCHA i coloni hanno anche danneggiato 10 case, 14 veicoli, diversi pannelli solari e serbatoi d’acqua e ucciso cinque pecore.

In una dichiarazione del 12 ottobre, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) afferma che i dati in suo possesso mostrano che nell’arco di un anno, tra agosto 2020 e 2021, più di 9.300 alberi sono stati distrutti in Cisgiordania. L’ICRC chiede la protezione degli agricoltori palestinesi.

L’IRC sostiene inoltre di aver “osservato un picco stagionale di violenza da parte dei coloni israeliani stanziati in alcuni insediamenti e avamposti in Cisgiordania nei confronti degli agricoltori palestinesi e delle loro proprietà nel periodo che precede la stagione della raccolta delle olive, nonché durante la stagione del raccolto”.

Els Debuf, capo della missione dell’ICRC a Gerusalemme, afferma che “gli agricoltori subiscono anche atti di molestie e violenza per impedire loro un raccolto economicamente conveniente, per non parlare della distruzione delle attrezzature agricole o dello sradicamento e dell’incendio degli ulivi”.

“Non siamo un esercito”

Mohammad al-Khatib è un attivista e fondatore di Faz’a, una coalizione di volontari formata lo scorso anno per proteggere e aiutare gli agricoltori palestinesi che ora riunisce più di 500 volontari.

La coalizione porta avanti diverse campagne, compreso il tentativo di proteggere i palestinesi che lavorano nei loro campi portando gruppi di volontari per dare una mano ed essere presenti sui terreni [come testimoni, ndt] sperando di scoraggiare i coloni.

Khatib è stato aggredito e arrestato nei giorni scorsi durante la sua presenza nei villaggi intorno a Nablus e Salfit [vedi  Zeitun del 17 ottobre 2021 n. 241, ndt]

Khatib dichiara ad Al Jazeera: “non siamo un esercito o gruppi preparati per la difesa. Lavoriamo in condizioni di sicurezza difficili in cui non è possibile utilizzare alcun mezzo di protezione”.

Ad esempio, non ci è permesso usare spray al peperoncino, né alcun tipo di strumento per l’autodifesa, mentre i coloni ci attaccano con le armi, sotto la protezione dell’esercito, con coltelli, bastoni, spray al peperoncino e ci scagliano addosso sassi” continua Khatib. Descrive i coloni come “terroristi sostenuti dallo stato e dall’esercito” con “l’obiettivo di impedire ai palestinesi di rimanere nelle loro terre e infine espellerli”. Khatib ritiene che gli attacchi dei coloni “aumentano sistematicamente ogni anno”.

L’espansione della colonizzazione

Nafez Hammoudeh e la sua famiglia, del villaggio di Yasuf vicino a Salfit, sono stati attaccati per due giorni di seguito e è stato impedito loro di raccogliere le olive. Hammoudeh afferma: “Venerdì sono stati i coloni e sabato l’esercito”. Dichiara ad Al Jazeera che i coloni il venerdì hanno picchiato una sua parente con pietre sulla testa e l’hanno spruzzata in faccia con spray al peperoncino. Hanno aggredito anche suo figlio e suo marito, e hanno rubato sacchi pieni di olive, oltre alla scala e ai telefoni cellulari.

Sabato l’esercito è arrivato con i coloni e li ha aggrediti mentre cercava di mandarli via dalle loro terre. “Siamo stati lì a malapena per un’ora in entrambi i giorni prima di essere cacciati”, ha detto Hammoudeh. “Non ci hanno fornito alcuna ragione – abbiamo detto loro che siamo i proprietari della terra, ma senza successo. È solo una dimostrazione di forza”.

Fino al 4 ottobre l’OCHA ha registrato un totale di 365 attacchi quest’anno, inclusi 101 attacchi che hanno provocato feriti palestinesi e 264 che hanno provocato danni alla proprietà. I numeri hanno già superato quelli dello scorso anno, che si era concluso con un totale di 358 attacchi, di cui 274 a proprietà, e 84 feriti.

Daghlas attribuisce l’aumento degli attacchi dei coloni alla continua espansione degli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania con conseguente violazione dei territori dei villaggi palestinesi. Ad esempio riporta come in passato l’insediamento di Yitzhar a sud di Nablus si trovasse di fronte al villaggio di Burin. Ora l’insediamento si è esteso ai vicini villaggi di Madama, Urif, Einabus e Huwara.

Allo stesso modo, prosegue, l’insediamento di Itamar un tempo si trovava di fronte al villaggio di Awarta a sud di Nablus, mentre ora si è esteso a Beit Furik e Aqraba. “In passato, avremmo concentrato la nostra attenzione sui villaggi vicino agli insediamenti, ma ora l’intera Cisgiordania è vicina agli insediamenti”, dice Daghlas, spiegando che “più gli insediamenti crescono, più la terra è minacciata”.

Ha detto che mentre vede una “resistenza” da parte del popolo palestinese “per affrontare [l’esercito e i coloni] e rimanere nelle loro terre”, gli attacchi dei coloni sono “una forma di pressione”.

Daghlas sostiene che “il numero dei coloni cresce continuamente, assieme a queste forme di terrorismo. La gente un giorno insorgerà e il mondo ne porterà la responsabilità”.

Imposta immagine in evidenza3″Se il popolo palestinese perde la speranza, si ribellerà e non c’è una sola potenza al mondo che sarà in grado di dissuaderlo”.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Soldati israeliani picchiano e arrestano un attivista palestinese durante la raccolta delle olive

Oren Ziv

12 ottobre 2021 +972 MAGAZINE

Mohammed Khatib è stato brutalmente arrestato assieme a due israeliani di sinistra mentre cercava di proteggere i contadini palestinesi dalla violenza dei coloni e dell’esercito.

Soldati israeliani hanno arrestato brutalmente un importante attivista palestinese e due israeliani di sinistra durante l’annuale raccolta delle olive nella Cisgiordania occupata. L’arresto è avvenuto nella regione di Salfit, vicino all’avamposto illegale di Havat Nof Avi, eretto dai coloni lo scorso anno su un terreno appartenente ai palestinesi abitanti nell’area.

Un soldato è stato fotografato mentre prendeva a pugni e poi calpestava, dopo il suo arresto, Mohammed Khatib, attivista del Comitato di coordinamento della lotta popolare che aiuta a organizzare la resistenza non violenta all’occupazione e all’insediamento di Israele.

“Siamo arrivati ​​intorno alle 10 e abbiamo trovato molti soldati nella zona”, ha detto Abdullah Abu Rahmeh, un altro importante attivista palestinese del Comitato. “Hanno transennato l’area e l’hanno dichiarata zona militare chiusa”.

Diversi agricoltori palestinesi hanno cercato di ragionare con gli ufficiali e i rappresentanti dell’amministrazione civile – il ramo dell’esercito israeliano che governa la vita quotidiana di milioni di palestinesi sotto occupazione – per cercare di accedere alla loro terra, ha detto Abu Rahmeh. Mezz’ora dopo, quando né gli agenti né l’Amministrazione Civile si sono spostati, i contadini si sono incamminati lungo il tratto transennato per cercare di raggiungere i loro ulivi mediante un altro percorso.

“I soldati ci hanno seguito e ci hanno attaccato con i loro fucili”, ha ricordato Abu Rahmeh. “Portavamo gli attrezzi per il raccolto. Non stavamo protestando, ma ci offrivamo volontari per aiutare i contadini. Tuttavia, i soldati non ci hanno permesso di raccogliere”.

I volontari sono arrivati nel quadro dell’iniziativa Faz3a, che significa “sostegno” in arabo. Tale progetto è stato varato l’anno scorso. L’organizzazione assiste gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive per difenderli dalla violenza dei coloni e dei militari. “È una campagna annuale”, ha detto Abu Rahmeh. “In questa zona i contadini non hanno abbastanza tempo per completare il raccolto, quindi portiamo delle persone per aiutare. Cerchiamo di sostenerli e proteggerli dagli attacchi dei coloni”.

La stagione del raccolto in Palestina-Israele è iniziata la scorsa settimana e sono già stati segnalati diversi episodi di coloni che hanno vandalizzato gli ulivi. Secondo l’ONG israeliana Yesh Din,

venerdì un proprietario terriero palestinese del villaggio di Tarkumiya ha scoperto che i coloni avevano tagliato i suoi ulivi.

In una foto dell’arresto di Khatib, che viene dal villaggio di Bil’in ed è un membro di spicco del Faz3a, si vede un soldato israeliano colpire Khatib e afferrarlo per il collo. Più tardi, quando Khatib giace a terra a pancia in giù, si vede lo stesso soldato che lo calpesta.

“I soldati hanno preso a pugni Khatib, gli sono saliti sulla schiena, gli hanno coperto gli occhi e lo hanno portato verso l’avamposto [della colonia]”, ha detto Hillel Dahbash, un attivista israeliano che ha assistito agli arresti. “I soldati continuavano a lanciare granate stordenti. Ci siamo radunati per accedere all’area agricola e abbiamo cercato di raggiungere nuovamente il terreno, ma i soldati ci hanno buttato fuori a calci e ci hanno spinto verso le auto. Hanno poi sparato granate stordenti contro le auto, fino a quando l’ultimo veicolo ha lasciato l’area”.

La raccolta è avvenuta nell’area di Ar-Ras, a ovest di Salfit, dove nell’ultimo anno si sono svolte ogni venerdì, tutte le settimane, manifestazioni contro la costruzione del vicino avamposto. La scorsa settimana, Yesh Din ha documentato il furto di ulivi appartenenti ai palestinesi abitanti di Salfit da parte dei coloni.

L’avamposto è uno degli oltre 100 costruiti senza l’autorizzazione del governo israeliano e quindi illegale secondo la stessa legge israeliana. Secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti in Cisgiordania sono da ritenere illegali.

“L’avamposto costruito l’anno scorso impedisce ai palestinesi di accedere alla terra di loro proprietà”, ha aggiunto Hillel, mentre i suoi confini sono proprio ai margini degli uliveti palestinesi.

Secondo gli attivisti sul posto, i soldati israeliani hanno detto ai contadini che, se avessero evitato le “provocazioni” arrivando da soli senza giornalisti israeliani, avrebbero avuto il permesso di accedere alla loro terra e raccogliere dai loro alberi. Ma, come in altre aree della Cisgiordania, molti palestinesi hanno paura di andare da soli, senza alcuna protezione dagli attacchi dei coloni, a occuparsi dei loro uliveti.

La polizia israeliana ha tenuto Khatib in detenzione da lunedì. Probabilmente sarà portato di fronte al tribunale militare alla fine di questa settimana. A differenza dei detenuti israeliani, che devono essere portati davanti a un giudice entro 24 ore dal loro arresto, la legge militare consente che palestinesi rimangano in detenzione fino a 96 ore senza un’udienza in tribunale.

Ai due attivisti israeliani che sono stati arrestati con Khatib, nel frattempo, è stato offerto il rilascio su cauzione con divieto di entrare nell’area vicino all’avamposto. Gli attivisti si sono rifiutati e hanno scelto di rimanere in detenzione in solidarietà con Khatib. Dopo essere stati portati martedì davanti alla Corte Petah Tikvah, agli israeliani è stato inflitto un divieto di recarsi nell’area di cinque giorni.

Martedì sera Khatib è stato portato davanti a un tribunale militare israeliano in Cisgiordania, dove un giudice israeliano ha stabilito che, sebbene avesse probabilmente commesso un reato, doveva comunque essere rilasciato, soprattutto alla luce del fatto che anche gli attivisti israeliani erano stati rilasciati quel giorno. Il giudice ha fissato la cauzione di Khatib a 1.000 NIS [267 euro, ndtr.] e lo ha bandito dalla zona per una settimana.

Una richiesta di commento sulla violenza dei soldati è stata inviata lunedì sera al portavoce dell’IDF [esercito israeliano, ndt.], ma non ha ancora risposto. La risposta sarà pubblicata se e quando la riceveremo.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Sally Rooney ha ragione a boicottare Israele

Daniel Finn

12-10-2021 – Jacobin

La scrittrice Sally Rooney viene attaccata per aver aderito alla campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. La posizione di Rooney a favore dei diritti dei palestinesi è coraggiosa e opportuna, merita tutto il nostro appoggio.

Un articolo pubblicato ieri da Forward [storico sito di notizie della comunità ebraica USA, ndtr.] ha dato il via a una serie di notizie che sostengono che l’autrice irlandese Sally Rooney ha rifiutato di consentire che il suo ultimo romanzo venga tradotto in ebraico. Ma Forward non ha presentato nessuna prova che Rooney si sia opposta al fatto che il suo libro venga pubblicato in lingua ebraica: coerentemente con i principi della campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) Rooney ha rifiutato l’offerta di un contratto di traduzione con la casa editrice israeliana Modan.

La dichiarazione di Rooney pubblicata oggi lo specifica chiaramente:

“I diritti di traduzione in ebraico del mio nuovo romanzo sono ancora disponibili, e se riesco a trovare un modo per vendere questi diritti che sia compatibile con le linee guida del boicottaggio istituzionale del movimento BDS sarò molto contenta e orgogliosa di farlo. Nel frattempo vorrei esprimere ancora una volta la mia solidarietà con il popolo palestinese nella sua lotta per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.”

Modan pubblica libri in collaborazione con il ministero della Difesa israeliano. È esattamente il tipo di impresa a cui pensa la campagna BDS quando chiede di boicottare le istituzioni culturali israeliane che sono “complici della continuazione dell’occupazione israeliana e della negazione dei diritti fondamentali dei palestinesi.

In precedenza Rooney aveva dato il suo appoggio alla scrittrice anglo-pakistana Kamila Shamsie quando rifiutò di far pubblicare le sue opere in Israele. La lettera aperta in appoggio a Shamsie, firmata da Rooney e da altri scrittori, tra cui Arundhati Roy e J. M. Coetzee, arrivò dopo che la città tedesca di Dortmund le aveva tolto un premio letterario a causa della sua adesione alla campagna BDS.

Shamsie espose le sue ragioni in termini molto simili a quelli di Rooney:

“Sarei molto contenta di essere pubblicata in ebraico, ma non conosco nessun editore (di romanzi) in ebraico che non sia israeliano, e mi risulta che non ci sia nessun editore israeliano che non abbia legami con lo Stato. Non voglio oltrepassare la linea rossa stabilita dalla società civile palestinese, che ha chiesto a chi voglia cambiare la situazione di non collaborare con organizzazioni che siano in qualche modo complici dello Stato di Israele.”

Contro l’impunità

L’articolo di Gitit Levy-Paz su Forward che ha scatenato la polemica contiene alcuni dei soliti argomenti degli oppositori del BDS:

“La decisione di Rooney mi ha sorpresa e rattristata. Sono ebrea e israeliana, ma sono anche una studiosa di letteratura che crede nel potere universale dell’arte. Rooney ha scelto un percorso che è un’anatema per l’essenza artistica della letteratura, che può aiutare come via d’accesso alla comprensione di culture differenti, per visitare nuovi mondi e metterci in contatto con la nostra stessa umanità.”

Questo nobile discorso sul “potere universale dell’arte” va a discapito di qualunque impegno riguardo alle forme molto specifiche di oppressione che i palestinesi sperimentano per mano di Israele. Una lettera aperta pubblicata all’inizio dell’anno da intellettuali palestinesi e appoggiata da parecchie personalità di alto profilo, tra cui Sally Rooney, ha esplicitato alcuni dettagli che Levy-Paz ha omesso di citare:

“I palestinesi sono aggrediti e uccisi impunemente da soldati e civili israeliani armati… Il maggio scorso il governo israeliano ha commesso l’ennesimo massacro a Gaza bombardando in modo indiscriminato e continuo i palestinesi nelle loro case, uffici, ospedali e in strada. Il bombardamento di Gaza è parte di un modello intenzionale e ripetuto per cui intere famiglie vengono uccise e infrastrutture locali distrutte. Ciò serve a esacerbare condizioni che sono già invivibili in uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta… Inquadrare ciò come una guerra tra due parti uguali è falso e fuorviante. Israele è la potenza coloniale. La Palestina è colonizzata. Non si tratta di un conflitto: è apartheid.”

Gli oppositori della campagna BDS sostengono che “prende di mira unicamente” Israele in modo sospetto e presumibilmente antisemita. Levy-Paz offre un tipico esempio di tale insinuazione:

“Il boicottaggio, soprattutto se culturale, è una delle chine più pericolose. L’implementazione dei boicottaggi nel passato ha portato ad atrocità da cui qualunque persona nobile si dissocerebbe. Non è sempre ricordato, ma tra i primi passi presi dal regime nazista in Germania ci fu l’avvio di un boicottaggio dei negozi ebraici.”

Ovviamente ci sono stati infiniti esempi di boicottaggi che non hanno portato ad alcun risultato indesiderato, per non parlare di “atrocità da cui qualunque persona nobile si dissocerebbe”. Ma Levy-Paz invoca la memoria del nazismo piuttosto che l’esempio molto più pertinente della campagna contro l’apartheid sudafricano, che il movimento BDS prende esplicitamente a modello.

In quanto studiosa di letteratura, Levy-Paz conosce senza dubbio le tecniche retoriche disoneste esemplificate dal discorso funebre di Marco Antonio nella tragedia di Shakespeare Giulio Cesare. Marco Antonio non viene per lodare Cesare, ma per seppellirlo; Levy-Paz non viene per accusare Rooney di antisemitismo, ma per suggerire sottilmente che dovrebbe riconsiderare le sue azioni:

“Non sto suggerendo che Rooney sia antisemita, o che criticare Israele rappresenti automaticamente antisemitismo. Ma, dato l’incremento dell’antisemitismo negli ultimi anni, soprattutto in Europa, il tempismo della sua scelta è pericoloso.”

In realtà la società civile palestinese ha lanciato l’appello al BDS perché gli Stati Uniti e altri Paesi fanno di Israele un’eccezione con un livello di appoggio militare, economico e diplomatico senza precedenti. Nella sua dichiarazione Rooney ha spiegato che lei stava “rispondendo all’appello della società civile palestinese, compresi tutti i sindacati palestinesi e quelli degli scrittori”, un punto fondamentale che viene invariabilmente ignorato da quanti accusano i sostenitori del BDS di prendere di mira in modo selettivo Israele.

I boicottaggi da parte di privati cittadini e associazioni servono a controbilanciare il rifiuto di lungo termine da parte dei governi di imporre anche solo sanzioni minime contro Israele per la sua negazione dei diritti dei palestinesi, o persino di ritirare il loro appoggio attivo all’occupazione. I sostenitori di Israele non si oppongono alle critiche in quanto tali: quelle che considerano totalmente inaccettabili sono le critiche sostenute da un’azione efficace.

Una minaccia strategica

Questa prassi di fare di Israele un’eccezione e accordargli totale impunità si estende persino alla campagna BDS in sé. Nel 2019 entrambe le camere del Congresso USA hanno votato il sostegno alla “Legge per combattere il BDS” di Marco Rubio [senatore della Florida dell’estrema destra repubblicana, ndtr.], descritta da un critico come “una legge che sembra scritta dal Comitato Centrale del Likud.”

La legge autorizza misure punitive contro quanti si impegnino in attività “intese a penalizzare, danneggiare economicamente o limitare in altro modo i rapporti commerciali con Israele o persone che commerciano in Israele e in territori controllati da Israele con lo scopo di obbligare il governo di Israele ad azioni politiche, o imporgli posizioni politiche.” Si aggiunge a una serie di leggi anti-BDS a livello statale già in vigore ovunque negli Stati Uniti.

“Territori controllati da Israele” è un eufemismo per terra palestinese che Israele ha occupato dal 1967. Ciò dimostra che gli oppositori del BDS non contrastano la campagna semplicemente perché riguarda Israele nella sua interezza. Quando Ben & Jerry’s [nota ditta produttrice di gelati USA, ndtr.] ha annunciato che non avrebbe più venduto i suoi gelati nelle colonie della Cisgiordania, c’è stata una violenta reazione da parte del governo israeliano e dei suoi sostenitori statunitensi, con minacce di ritorsioni contro l’impresa e la sua casa madre Unilever.

I dirigenti israeliani considerano le colonie illegali come parte integrante a tutti gli effetti del loro Stato. Non hanno alcuna intenzione di smantellare queste colonie o il congegno repressivo di controllo sui palestinesi che l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha descritto come una forma di apartheid. Per questa ragione reagiscono in modo così aggressivo al minimo accenno di pressione, per quanto modesto sia.

Questa è la reale “china pericolosa” che Israele e i suoi sostenitori hanno in mente. Se lo Stato perde l’accesso a qualcosa, qualunque cosa, perché continua ad opprimere i palestinesi, ciò stabilisce un precedente in base al quale le azioni potrebbero avere delle conseguenze. Oggi può essere una traduzione di Beautiful World, Where Are You [Dove sei, mondo stupendo, ultimo romanzo di Rooney, ndtr.] o la scomparsa di una vaschetta di gelato con i biscotti; domani potrebbe essere un veto USA alle Nazioni Unite, o l’ultimo aereo da guerra ipertecnologico.

Detto così sembra quasi comico, ma questo ragionamento spiega perché Israele ha etichettato la campagna BDS come una minaccia strategica. La pesante ostilità contro il BDS è un ambiguo omaggio alla sua importanza. Illustri personalità che, come ha fatto Sally Rooney, affrontano una simile ostilità per appoggiare la campagna meritano il nostro appoggio incondizionato.

Daniel Finn è redattore di Jacobine. È autore di One Man’s Terrorist: A Political History of the IRA [Terrorista solitario: una storia politica dell’IRA].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Human Rights Watch critica la censura di Facebook contro i palestinesi e chiede indagini

Redazione di Palestine Chronicle

8 ottobre 2021 –  Palestine Chronicle

In un rapporto (consultabile qui) pubblicato venerdì, Human Rights Watch ha dichiarato che Facebook ha “rimosso indebitamente” post di palestinesi e di attivisti pro-palestinesi.

Secondo l’ONG internazionale con sede a New York, Facebook ha rimosso ingiustamente i post che descrivevano le violazioni dei diritti umani commesse durante l’aggressione israeliana del maggio 2021.

“Facebook ha cancellato i contenuti pubblicati dai palestinesi e dai loro sostenitori che parlavano di questioni relative ai diritti umani in Israele e Palestina”, ha affermato Deborah Brown, ricercatrice senior per i diritti digitali e legale di HRW. “Con gli spazi dedicati a un tale sostegno a rischio in molte parti del mondo, la censura di Facebook minaccia di restringere una tribuna fondamentale per la conoscenza e l’impegno su quei problemi”.

Secondo il rapporto di HRW, diversi post sono stati rimossi anche da Instagram, il social network americano di condivisione di foto e video recentemente acquisito da Facebook. 

“In un caso, Instagram ha rimosso una schermata di titoli e foto da tre articoli di opinione del New York Times ai quali l’utente di Instagram ha aggiunto i suoi commenti che esortavano i palestinesi a ‘non cedere mai’ i loro diritti”, si legge nel rapporto.

HRW ha anche condannato la politica di Facebook di definire “pericolose” alcune organizzazioni limitando così la libertà di espressione.

“Facebook si basa, tra altre liste, sull’elenco delle organizzazioni che gli Stati Uniti hanno definito ‘organizzazione terroristica straniera’” afferma il rapporto di HRW. “Quell’elenco include movimenti politici che hanno anche un braccio armato, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e Hamas”.

Rimandando alle vaghe e generiche definizioni statunitensi, Facebook proibisce a leader, fondatori e membri di spicco dei principali movimenti politici palestinesi di utilizzare la sua piattaforma. Lo fa anche se, per quanto è reso pubblicamente noto, la legge statunitense non vieta ai gruppi nella lista di utilizzare piattaforme gratuite e liberamente disponibili come Facebook.

Nel suo rapporto, HRW ha chiesto un “controllo indipendente … (per) valutare la relazione di Facebook con la Cyber Unit del governo israeliano, che crea per il governo un sistema parallelo di procedure esecutive al fine di censurare contenuti senza ordini legali formali”.

Secondo HRW il gigante dei social media con sede in California non ha fornito spiegazioni esaurienti per giustificare il suo comportamento.

Facebook ha ammesso diversi problemi che interessano i palestinesi e i loro post, alcuni dei quali attribuiti a ‘problemi tecnici’ ed errori umani. Tuttavia, queste spiegazioni non giustificano lampiezza di restrizioni e rimozioni di contenuti che si è osservata”.

L’ONG ha infine chiesto un’indagine indipendente e ha esortato Facebook a garantire “che all’inizio dell’indagine gli inquirenti si confrontino attentamente con la società civile, in modo da riflettere le preoccupazioni più urgenti sui diritti umani di coloro che sono colpiti dalle sue politiche”.

Lo scorso aprile, HRW ha pubblicato un rapporto intitolato “Oltre la soglia: le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”, concludendo che Israele sta commettendo il crimine di “apartheid” cercando di mantenere il “controllo” ebraico sui palestinesi e sulla propria popolazione araba.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano




‘Nel 1948 il lavoro non era finito. Gli arabi non erano stati cacciati dalle terre’

Shany Littman

6 ottobre 2021- Haaretz

Il più recente documentario del noto regista israeliano Avi Mograbi si basa sulle denunce dei soldati per smascherare l’occupazione israeliana. Non aspettatevi di vederlo alla tv israeliana o a qualche festival cinematografico locale

Il nuovo film di Avi Mograbi: “The First 54 Years – An Abbreviated Manual for Military Occupation,” [I primi 54 anni – un breve manuale per un’occupazione militare] non è stato fra le proposte di nessun festival cinematografico in Israele di quest’anno e, fino ad ora, neanche un canale televisivo israeliano si è offerto di trasmetterlo. Questa volta neppure le fondazioni senza fini di lucro che di solito sostengono i documentari vogliono essere coinvolte, anche se Mograbi è un regista da tempo molto apprezzato e i cui film precedenti hanno avuto un gran successo e sono stati presentati a decine di festival in tutto il mondo.

Il suo film ha comunque cominciato a fare il giro dei festival cinematografici internazionali e si è guadagnato una menzione d’onore al festival di Berlino. Ma il regista non è stato per niente sorpreso dalla sfilza di rifiuti ricevuti in Israele.

O è un brutto film o tratta di qualcosa con cui la gente non vuole fare i conti. Eppure all’estero è un enorme successo,” commenta.

Le sono state date delle spiegazioni per i rifiuti in Israele?

No. Ma non sono neanche uno di quelli che vanno a indagare. Sapevo che questo film avrebbe creato dei problemi.”

Un motivo, ipotizza, è che è basato sulle testimonianze dei soldati raccolte da Breaking the Silence, l’organizzazione israeliana contro l’occupazione fondata da veterani dell’esercito. Il gruppo raccoglie testimonianze di presunti abusi da parte dell’esercito nei territori occupati e su situazioni problematiche in cui i soldati si sono trovati durante il loro servizio militare.

Breaking the Silence non è, per usare un eufemismo, fra le organizzazioni più popolari in Israele,” aggiunge Mograbi. “Ho anche la sensazione che il personaggio che io interpreto nel film faccia arrabbiare persino quelli di sinistra, per il cinismo [del personaggio], a causa del fatto che alla sua radice c’è il male. Perché persino quando facciamo delle cose orribili, non vogliamo pensare che agiamo mossi dal male. Ma a questo personaggio tutto ciò non importa. Gli importa solo raggiungere gli scopi che si è prefissato.”

Mograbi interpreta un esperto o un oratore che spiega come attuare un’occupazione militare nel modo più efficiente. L’esperto organizza il film intorno allo sviluppo cronologico dell’occupazione nei territori, sostenendola con parecchi importanti criteri. Intrecciate con le testimonianze degli ex soldati, le spiegazioni machiavelliche dell’esperto rivelano come il processo sia metodico e agghiacciante. Il risultato è un film deliberatamente pedagogico, praticamente didattico. “Se vuoi la tua occupazione, ti aiuterò a evitare alcune delle parti più seccanti,” scherza Mograbi.

Praticamente sorvoli sulle cose poco chiare e presenti l’occupazione quasi come una formula matematica, rivelando che non c’è niente di casuale.

Quando guardi al risultato, capisci che non poteva semplicemente essere capitato così per caso. Qualcuno da qualche parte deve essersi seduto a tavolino e averlo studiato. Non sto dicendo che questo manuale esista in una cassaforte alla sezione operativa del Ministero della Difesa, ma esiste nelle menti di parecchie persone che l’hanno creata,” afferma.

A noi piace dare la colpa ai coloni, ma nella valle del Giordano hanno cominciato a costruire una fila di colonie subito dopo la guerra dei Sei Giorni. Quella linea secondo i leader ha delimitato il confine. E per tutti questi anni ci hanno venduto la storia che gli insediamenti civili lungo il Giordano stavano là come difesa. Ma per difendersi lungo il canale di Suez hanno costruito la linea Bar-Lev,” dice, facendo riferimento alle fortificazioni militari, “non si sono affidati a un manipolo di civili con trattori. E, come dice l’oratore nel film, la presenza dei civili trasmette un messaggio in termini di proprietà della terra.”

Il regista afferma che l’occupazione deve essere vista come parte di una sequenza di eventi che comporta la confisca della proprietà della terra e che risale alla guerra di Indipendenza israeliana del 1948.

Il lavoro non era stato completato nel ’48 perché la terra non fu sgombrata dagli arabi. Nella guerra del 1967, furono 250.000 le persone che fuggirono e a cui fu impedito di ritornare. Le azioni si sono sempre concluse sottraendo le terre e rendendo la vita difficile a quelli che vi erano rimasti in modo tale da incoraggiarli ad andarsene. Quando arriva qualcuno dall’estero a trovarmi lo porto ad Abu Dis che una volta era il cuore di un quartiere animato e che ora è attraversato dalle barriere di sicurezza,” dice, riferendosi alla cittadina della Cisgiordania alla periferia di Gerusalemme.

Per percorrere la stessa strada da un lato all’altro [della barriera] ci vogliono 40 minuti in auto, senza contare le attese ai checkpoint. Immagina se per venire a casa mia nel centro di Tel Aviv dovessi fare una deviazione passando da Holon quando casa tua dista appena un chilometro da qui. Se cerchi di immaginare di dover vivere così non è difficile vedervi il male.”

Quindi chi sono i cattivi? Chi è responsabile? Di chi è la colpa?

Non si tratta di una persona. Tutti i governi israeliani ne sono responsabili. Affinché Israele sia uno Stato ebraico, deve avere una maggioranza ebraica. E questa maggioranza non deve essere data per scontata. Quindi tale maggioranza deve essere rilevante e considerevole. Perché non si dà la cittadinanza agli abitanti dei territori? Perché non è dato loro un documento di identità israeliano e la possibilità di partecipare alla vita politica come cittadini a tutti gli effetti? Perché poi ci sarebbe il problema che non saremmo più la maggioranza e questo Paese smetterebbe di esistere come Stato ebraico.”

Quindi, secondo lei, quale sarebbe la soluzione?

Io non penso che i palestinesi mi stiano minacciando. Non è possibile che non si riesca a vivere insieme. Credo che la natura umana sia intrinsecamente buona, non intrinsecamente malvagia. L’idea che per vivere vicino ad altri si debba sottometterli al tuo potere secondo me non ha senso. E sono convinto che proprio com’è possibile avere eccellenti relazioni con i palestinesi a livello individuale, senza arrivare a picchiarsi, è anche possibile farlo a livello nazionale. Ma devi volerlo veramente, soprattutto quando ti trovi nel tipo di pasticcio in cui siamo. Io non vedo un briciolo di speranza che un giorno Israele non voglia più essere una potenza occupante e voglia concedere la cittadinanza a tutti i palestinesi dei territori occupati. Quindi potrebbe essere che questo finirà semplicemente in un folle bagno di sangue. Il futuro non sembra essere promettente.”

Sinistrismo come ribellione giovanile

Mograbi, 65 anni, è nato a Tel Aviv. Suo padre, Gabi, che veniva da una famiglia facoltosa arrivata dalla Siria, costruì il famoso Cinema Tel Aviv all’angolo di Ben-Yehuda e Allenby, più per un acuto senso degli affari che per un particolare amore per i film.

Negli anni ‘20 la famiglia stava costruendo un edificio al numero 72 di Herzl Street e mio zio Ya’akov, che stava supervisionando il progetto, un giorno notò che i muratori non pranzavano. Chiese il perché e gli dissero che stavano risparmiando per andare al cinema. Se gli operai saltavano i pasti per andare al cinema, doveva essere un buon affare, si disse. Così comprò il terreno e costruì il cinema.”

Mograbi dice che suo padre non era un cinefilo, ma che, senza volerlo, ha dato al figlio una cultura cinematografica molto ampia.

Aveva una qualità molto importante per un proprietario di cinema. Sentiva quali film sarebbero andati bene e quali non avrebbero avuto successo. Avevamo una relazione interessante. Lui guardava film in formato 35 mm in una piccola sala da proiezioni in Ahad Ha’am Street, prima che le copie venissero sottoposte alla censura e io mi sedevo a guardarle con lui. Ho visto cose che non avrei dovuto vedere, dato che ero un bambino,” ricorda Mograbi. “Ho lavorato nel cinema fin da ragazzo. Ma fra di noi c’era anche una grande tensione.”

Dice che suo padre si è sempre opposto ai suoi progetti di studiare cinematografia. “Quando avevo 18 anni stavo al botteghino quando proiettavamo Big Eyes di Uri Zohar, che era seduto dietro di me e poteva contare sulle dita di una mano i biglietti che avevo venduto. Mio padre entrò nel botteghino e mi disse, proprio davanti a lui: ‘È questo quello che vuoi diventare?’”

Invece di fare la scuola di cinema, Mograbi ha studiato filosofia all’università di Tel Aviv e arte presso la scuola d’arte di Hamidrasha che allora era a Ramat Hasharon. Ha cominciato a girare solo dopo la morte del padre, quando aveva 33 anni.

Fino ad ora tutti i suoi film sono stati imperniati su temi politici, a iniziare dal suo primo corto, “Deportation,” includendo il suo primo e ben noto film, “How I Learned to Overcome My Fear and Love Arik Sharon.” [Come ho fatto a superare le mie paure e amare Arik Sharon]. Sono stati seguiti da “Happy Birthday, Mr. Mograbi”, “Avenge But One of My Two Eyes” [Per uno solo dei miei due occhi], “August: A Moment Before the Eruption, [Agosto: un momento prima dell’eruzione]” “Z32” e il suo ultimo, “The First 54 Years” [I primi 54 anni]. Mograbi dice che pensava che i film potessero cambiare la realtà. Adesso non ci crede più, ma continua a farli su situazioni che sembrano cause perse, come l’occupazione.

Ho sempre pensato che se solo la gente avesse saputo quello che stava succedendo non avrebbe continuato a farlo e la realtà sarebbe cambiata. Ogni volta ero deluso che i miei film non riuscissero a fare il salto dalle pagine culturali al dibattito politico e sociale. All’estero, nel resto del mondo, avevo una fantastica carriera ed ero ammirato come regista e là, qualche volta, i miei film riuscivano persino a uscire dagli inserti culturali. Ma non qui,” osserva.

Nessuno dei miei film ci è riuscito, neppure ‘Per uno solo dei miei due occhi’ che pensavo avrebbe suscitato rabbia nei miei confronti perché alla fine del film urlo contro i soldati e non mi rivolgo a loro in modo gentile. Dopo quel film ho veramente provato un momento di disperazione, in cui mi sono chiesto se continuare a fare film.”

Il suo penultimo, “Between Fences” [Fra le recinzioni], che ha girato con il regista teatrale Chen Alon e che nessuna rete televisiva israeliana ha voluto trasmettere, è un documentario su un laboratorio teatrale per richiedenti asilo eritrei e sudanesi del centro di detenzione di Holot, basato sul metodo del “Teatro dell’oppresso” sviluppato dall’artista brasiliano Augusto Boal negli anni ’60 durante la dittatura militare in Brasile.

Il metodo stabilisce che si tratti di una produzione teatrale da parte di appartenenti a un gruppo emarginato che scrive una pièce basata sulla propria esperienza e la rappresenta davanti a un pubblico che assiste a una performance composta da due parti. La prima è l’opera teatrale in sé e nella seconda parte si scelgono volontari fra il pubblico che entrano nei panni del personaggio che sta soffrendo, recitano in una delle scene e suggeriscono una soluzione alternativa al dilemma che è stato presentato,” spiega Mograbi.

Boal diceva che questo tipo di teatro è essenzialmente una preparazione per una rivoluzione, non nel senso di imparare a fare bombe molotov e sparare, ma come tentativo di coinvolgere il pubblico, incitarlo all’azione, all’attivismo. Con il cinema non è possibile farlo, ma io vedo i miei film come un innesco, un tipo di sostegno o di servizio al cliente per quella brava gente di sinistra che non è contenta della realtà in cui sta vivendo.”

Mograbi è ben consapevole che questi film non convinceranno quelli che in partenza non lo sono già.

Le persone che vengono a vederli non appartengono mai all’opposizione. Quelli di destra non vanno a vedere i film di sinistra, non ne hanno bisogno per litigare con quelli di sinistra. Sostanzialmente il pubblico che viene a vedere il film è il coro, sono quelli che sono già stati convertiti. Ciononostante penso ancora che i film abbiano un ruolo da giocare nel rafforzare e offrire del materiale ai convertiti,” sottolinea. “La sinistra è in calo in tutto il mondo. Non è qualcosa che succede solo in Israele. Quindi io non ho più idee ingenue su come cambiare la realtà,” dice, prima di aggiungere velocemente: “Per la verità le ho ancora, ma solo nei miei sogni. A ogni film comincio pensando che questa volta lo spettatore morirà dalla voglia di agire, che non c’è altra soluzione e che è impossibile che non faranno niente dopo quello che hanno visto.”

Quindi ogni volta ti sottometti a un processo in cui menti a te stesso.

Non so farne a meno. La realtà che vedo mi addolora e mi sconvolge. Io non posso rimanere in silenzio e non esprimermi. Non penso che nessuno a cui importi veramente possa farlo. Ma sì, ogni volta che comincio a girare provo la stessa cosa: questa volta ci riuscirò. Questa volta succederà. Solo per scoprire ogni volta che la sua portata è molto più ridotta.”

Capisco che le mie possibilità di avere un impatto fuori dalla mia comunità siano minime. D’altro canto non penso che 10 anni prima della fine dell’apartheid ci fossero persone che dicevano: fra 10 anni non esisterà più. Così guardo alla realtà e cerco quel barlume di speranza che fra 10 anni l’occupazione non esisterà più. Non puoi chiamarmi un ottimista, ma uno deve avere il tipo di energia che hanno gli ottimisti che non riescono a rinunciare o a smettere di desiderare e sperare che le cose cambino,” dice Mograbi.

Perché pensa che i suoi film trovino un’accoglienza migliore all’estero?

Altrove è più facile perché non li riguarda direttamente. Sono appena stato in Francia per delle proiezioni del film [The First 54 Years], e c’era della brava gente di sinistra seduta in sala e hanno chiesto: ‘Come possono gli ebrei fare cose simili dopo tutto quello che hanno passato?’ che è una domanda logica. Come quando la gente chiede come sia possibile che i genitori abusati da piccoli possano a loro volta trasformarsi in genitori che fanno altrettanto. Ed io rispondo: ‘Come avete fatto, dopo l’occupazione tedesca in Francia, ad andare in Indocina e in Algeria e fare quello che avete fatto?’ Guardarsi dentro è molto più difficile che guardare fuori.”

Il pubblico migliore è in Francia, dice. “Quando c’è stata la prima di ‘How I Learned to Overcome My Fear and Love Arik Sharon’ al festival del documentario a Lussas nel 1997, per tre giorni dopo la proiezione ogni volta che camminavo lungo l’unica strada del paese tutti mi sorridevano. Avevano riso come matti guardando il film. L’hanno adorato. Una delle cose incredibili del festival è quanti giovani siano venuti anche se è un paesino in mezzo al nulla. Il pubblico è sempre più giovane,” nota.

La Francia è veramente l’ultima superpotenza cinematografica. Alle persone si insegna ad amare i film fin da piccoli e inoltre il governo sostiene i cinema che proiettano pellicole sperimentali e documentari, che altrimenti non potrebbero sopravvivere.”

Forse anche per noi è più facile guardare film che criticano altri posti.

Io ho un problema con i film che parlano delle sofferenze degli altri, film su persone che muoiono di fame nel terzo mondo. Questo voyeurismo necrofilo è molto inquietante. Spero di non cadere in tale necrofilia.”

Nonostante il caldo abbraccio che riceve all’estero, Mograbi non ha mai pensato di vivere altrove se non in Israele.

Nella mia situazione e con la mia posizione nel mondo potrei trasferirmi ovunque io voglia,” dice. “Ma non ho piani o desideri simili. Sono affezionato a questa città. Sono cresciuto a Tel Aviv e la conosco a menadito. Sottoterra all’angolo di Allenby e Ben-Yehuda sono sepolti tutti i miei sogni. Dove potrei andare? Anche ogni altro Paese a cui potrei pensare ha un suo passato sordido. Francia, Olanda, Belgio, America. E che tipo di film potrei fare fuori da Israele? Qui conosco le cose belle e quelle brutte. Vivo totalmente immerso nella storia e nella politica e cultura di questo posto e lo amo.”

Ma non ci sono momenti in cui si sente minacciato o emarginato?

No. Non ho mai ricevuto attacchi personali. Ho sofferto per qualcosa di persino peggiore: essere ignorato. Sono riconosciuto nella comunità cinematografica e in quella minuscola e sempre più piccola della sinistra, ma quando si fa un film che passa in televisione ci si aspetta una reazione da un po’ più di quelle centinaia o migliaia di persone che conosci già per nome. Essere ignorato può essere una cosa molto deprimente quando il tuo campo è quello dei mass media.”

Un legame molto stretto

Mograbi ha un legame molto stretto con Breaking the Silence. Fa parte del consiglio di amministrazione dell’organizzazione ed è stato uno dei suoi fondatori. “Quando l’abbiamo fondata, non avevo idea di quale fantastica organizzazione sarebbe diventata. Né immaginavamo che vasta portata avremmo ottenuto.”

Mograbi ha già fatto un film, “Z32” in cui ha usato la testimonianza data da un soldato di Breaking the Silence, ma per il suo nuovo documentario ha raccolto un gran numero di testimonianze di periodi diversi in un modo che non era mai stato fatto prima.

L’aspetto più unico viene dalle testimonianze di persone più anziane, alcune ben note, come Shlomo Gazit, l’ex capo dell’intelligence militare e Coordinatore delle attività del Governo nei Territori (che è morto l’anno scorso); l’attivista di lunga data per i diritti umani Yishai Menuhin; Guy Ben-Ner, videoartista; il musicista Ram Orion.

Originariarmente, Breaking the Silence ha raccolto testimonianze dal 2000 in poi perché quella era la loro generazione. Ma con l’avvicinarsi del 50esimo anniversario dell’occupazione abbiamo deciso di fare un progetto che avrebbe riempito le lacune degli anni precedenti, dal 1967 al 2000. Dopo che Shay Fogelman, che aveva supervisionato il progetto, e il team che aveva lavorato con lui, hanno finito di raccogliere le testimonianze, ho preso le centinaia di ore di materiale e ho cercato di metterle in un qualche ordine per decidere cosa farne. Poi mi sono reso conto che avrei potuto usarle per fare un film che descrivesse l’occupazione dai primi giorni a oggi.”

In questo film ci sono molte persone che non avevano mai parlato prima del loro incontro in quanto membri dell’esercito con una popolazione occupata.

Non ho scelto io chi intervistare. Non ho filmato o condotto le interviste. È essenzialmente basato su materiale di archivio, a parte i segmenti in cui appaio io. Una delle cose più forti sul fatto di avere a disposizione questa varietà di generazioni è la relazione padre/figlio. Da Shlomo Gazit che era andato a scuola con mio padre ai testimoni più giovani che ora hanno 30 anni. Senti cose come la mappatura delle case (per demolirle) e fare irruzione di notte nelle case e dire: ‘Questo è orribile,’ e poi scopri che è successo da sempre. Non è una pratica che è stata inventata dopo questa o quella intifada. Là è sempre stata fatta.”

Un’altra decisione chiave nel fare il film è stata quella di non includere i commenti personali e il bilancio che ne traggono gli intervistati, ma di focalizzarsi solo sulle azioni.

Tutti gli intervistati erano persone a cui il servizio militare ha provocato una qualche trasformazione. Molti di loro avevano cominciato con una posizione politica diversa da quella che hanno oggi, incluso Gazit, che è stato lì fin dall’inizio dell’occupazione. Ma ho deciso di non vederlo dal punto di vista psicologico. Mi sono concentrato solo sulla pratica concreta, sulle procedure, i meccanismi, gli ordini, le azioni. Infatti l’oratore non dice, ‘penso,’ ma dice, ‘faccio.’”

Limitandomi alle azioni, senza accorgermene ho dato vita al [personaggio del] professore e poi ho sentito la necessità di giocare con lui perché se il film avesse compreso solo testimonianze nessuno sarebbe riuscito a sopportarlo. Ho mostrato questa versione ai miei due figli che sono di sinistra, persone che pensano criticamente e persino loro alla fine tossichiavano imbarazzati.”

Originariamente Mograbi non pensava di recitare lui stesso la parte dell’esperto di occupazione, ma non è riuscito a trovare nessun altro che volesse farlo.

La cosa più incredibile è stata che tutti fin dall’inizio hanno respinto la possibilità che ci fosse un piano, che ci sia un enorme processo dietro questa cosa [l’occupazione]. Alcune delle persone con cui ho parlato sono ricercatori militari. E a un certo punto mi sono reso conto che non ci sarebbe stato nessuno dall’interno, dall’interno del sistema, che avrebbe parlato apertamente del grande piano strategico. Così mi sono offerto volontario. Ma si potrebbe dire che comunque Avi Mograbi avrebbe trovato un modo per ficcare il naso nel film, perché trovo il modo di inserirmi in tutti.”

Perché?

Deve entrarci l’ego, suppongo. È ancora un po’ un mistero.”

Devo ammettere che c’è un po’ di confusione. Parlando con lei è difficile separare i personaggi del film dalla persona reale. Quindi non è sempre chiaro se la conversazione è seria o sarcastica.

In tutti i film appaio come me stesso, ma, in molti, questo mio me stesso è lontano da quello che sono in realtà. Contribuisco con il mio magnifico corpo all’opera d’arte e fondamentalmente uso questa possibilità per guardare negli occhi lo spettatore, se si può metterla così, e parlare direttamente con lui,” aggiunge.

Ho cominciato quando ho fatto il film su Arik Sharon,” dice riferendosi all’ex primo ministro Ariel Sharon.

Ho dovuto interpretare un ruolo, non nel film, ma quando filmavo, perché ero uno dei fondatori del movimento Yesh Gvul (fondato per sostenere gli obiettori di coscienza), e sapevo che, se Sharon l’avesse scoperto, non mi avrebbe permesso di avvicinarlo. Durante le riprese mi sono comportato come questo regista che non ne sa niente. Ci sono alcune conversazioni ridicole. Non è mai a proposito delle politiche, ma solo su pecore e agnelli. Queste stupide conversazioni sono diventate il cuore del film. Hanno dato origine alla trama del film, un film su un regista e su quello che gli succede quando fa un film su Sharon,” afferma.

Da allora ogni film ha un motivo perché io ci sia. Evidentemente anche se volessi fare un film sulle molecole, troverei un modo per esserci, per nuotare fra le molecole.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




“La guerra non è finita”: le bombe inesplose nella Striscia di Gaza

Maha Hussaini, Frank Andrews

25 settembre 2021 – Middle East Eye

A causa dei residui bellici inesplosi delle bombe israeliane molti abitanti di Gaza “rivivono la battaglia ogni giorno”

Molte settimane dopo la fine dell’ultimo bombardamento israeliano sulla Striscia di Gaza, il 9 giugno, Ahmed al-Dahdouh di 16 anni è andato a cercare il suo fratellino Obaida a casa di suo zio a al-Zeitun, un quartiere orientale di Gaza.

Obaida, di 9 anni, si è rivolto a suo fratello mentre ritornavano attraverso il giardino ombroso della loro casa: “Ho trovato delle schegge di bomba”.

Ahmed ha visto che teneva qualcosa in mano.

Gli ho chiesto che cosa fosse e lui l’ha gettata per terra”, racconta Ahmed a Middle East Eye. È esplosa.

Obaida ha fatto qualche passo con aria smarrita, prima di cadere. “L’ho seguito”, prosegue Ahmed, “poi entrambi abbiamo perso conoscenza.”

E’ stato verso le 18 che il loro padre, Salahuddin, ha sentito l’esplosione.

Ha trovato Ahmed che tentava di tamponare con la mano una ferita che suo fratello aveva sul collo. Salahuddin l’ha toccata e ha sentito un sottile pezzo di metallo che gli è rimasto in mano.

La ferita era molto profonda. Quando ho cercato di tamponarla, ci sono entrate tre dita”, dice Salahuddin

Poco dopo un medico dell’ospedale al-Shifa ha operato Obaida per cercare di salvargli la vita.

Anche Ahmed è stato operato. L’esplosione aveva frantumato delle ossa e dei vasi sanguigni nel suo dito mignolo, che ha dovuto essere amputato. Porta sempre una benda e ha delle piastre di platino nella mano.

In terapia intensiva in un altro reparto dell’ospedale, mentre due dei suoi zii aspettavano nell’entrata, Obaida ha smesso di respirare alle 3.

Correvo da uno all’altro dei miei figli, ma sapevo che la situazione di Obaida era senza speranza – che era in stato di morte cerebrale”, racconta Salahuddin.

I medici gli hanno spiegato che il detonatore inesploso di una bomba aveva ucciso suo figlio. Hanno individuato le schegge nel suo collo e nella colonna vertebrale.

Salahuddin ha le lacrime agli occhi mentre ricorda il suo ultimo pranzo con Obaida prima dell’esplosione: avevano mangiato riso al latte per dessert.

Gli ho detto di darmene un po’”, racconta Salahuddin, con la voce rotta dall’emozione. Obaida ha risposto: “Ci sono un sacco di altri piatti. Quello è il mio.”

Poi “gli ho chiesto di restare con me, ma lui mi ha detto che voleva andare giù da suo fratello Ahmed”, ricorda Salahuddin.

Non lo dimenticheremo. Fin da quando era piccolo sorrideva sempre. Anche quando lo si rimproverava, lui sorrideva.”

Sepolte sotto le macerie

Non tutte le bombe esplodono completamente al momento dell’impatto. I raid aerei si lasciano dietro dei detriti esplosivi, a volte bombe intatte, nelle strade, sepolte sotto le macerie o gli edifici.

Munizioni inesplose, anche vecchie di molti decenni, possono esplodere all’improvviso se le si sposta.

Se incidenti come quello che ha ucciso Obaida al-Dahdouh sono relativamente rari, i residui esplosivi delle bombe sganciate da Israele costituiscono una grave minaccia per l’esistenza dei gazawi nell’enclave assediata.

Negli ultimi tre anni la Striscia di Gaza ha registrato circa un incidente al mese causato da residui esplosovi di guerra”, dice a Middle East Eye Suhair Zakkout, portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa a Gaza.

Secondo l’ONU 41 persone sarebbero state uccise e 296 ferite da questi residui tra il 2009 e il 2020.

Le munizioni inesplose disseminate nella Striscia di Gaza dopo ogni bombardamento israeliano hanno altre gravi conseguenze. Alcuni abitanti devono abbandonare le proprie case e scuole, non possono più guadagnarsi da vivere e hanno persistenti problemi psicologici.

Secondo ‘Euro-Med Human Rights Monitor’, a maggio, nell’arco di 11 giorni, quando i razzi lanciati da gruppi di miliziani (tra cui Hamas) da Gaza verso Israele hanno ucciso 13 persone, Israele ha scatenato 2.750 attacchi aerei e 2.300 granate contro la Striscia di Gaza, uccidendo 248 palestinesi, di cui 66 bambini. Entrambe le parti sono suscettibili di aver commesso crimini di guerra.

La squadra di sminatori del Ministero dell’Interno di Gaza non ha tenuto il conto del numero di residui esplosivi rinvenuti dopo l’offensiva di maggio.

Tuttavia lo sminatore Mohamed Miqdad ha dichiarato a MEE che dall’inizio dell’ultimo bombardamento l’unità ha svolto 1.170 missioni allo scopo di eliminare gli ordigni inesplosi e controllare le case alla ricerca di resti esplosivi.

D’altra parte, gli sminatori hanno identificato 16 bombe inesplose tuttora profondamente sepolte sotto le case, i terreni e i negozi in tutta la Striscia di Gaza.

A giugno l’ONU ha stimato che il 30% delle macerie provocate dall’offensiva, pari a circa 110.000 tonnellate, era stato portato via. Le rovine che non sono ancora state ispezionate restano molto pericolose, soprattutto per i bambini che giocano e per gli adulti che cercano di recuperare i propri effetti personali.

Vestigia di guerra

Il 12 maggio verso le 8 gli agenti di intelligence israeliana hanno chiamato Saadallah Dahman, di 62 anni, e sua moglie nella loro casa del campo profughi di Jabaliya nel nord di Gaza, per informarli che il loro edificio stava per essere bombardato.

Ci hanno detto che avevamo dieci minuti di tempo e che gli aerei da guerra erano già sopra la casa”, racconta Dahman a MEE.

Una bomba Mark-84 di 925 chili ha demolito il lato sinistro dell’edificio. Una seconda si è abbattuta sui cinque piani del lato destro per poi sprofondare di parecchi metri nel suolo senza esplodere.

Dopo mesi si trova ancora nel terreno.

Le sei famiglie dell’immobile – 36 persone, di cui 22 bambini – sono tuttora sfollate. La maggior parte affitta delle case nelle vicinanze.

Nessuna organizzazione tiene il conto di quanti gazawi tra le migliaia ancora sfollate dall’offensiva di maggio non possono rientrare nelle loro case a causa di munizioni inesplose. Lo stesso accade per i dati relativi alle scuole tuttora chiuse a causa di questi ordigni.

Comunque gli sminatori hanno informato MEE che quattro scuole gestite dall’Ufficio di Soccorso e Lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (UNRWA) sono state chiuse definitivamente a causa delle bombe sepolte in profondità nel loro terreno. Il portavoce dell’UNRWA non ha risposto alle nostre domande.

Queste bombe sono molto più difficili da eliminare.

Bombe interrate in profondità

Il Servizio di Azione Antimine delle Nazioni Unite (UNMAS) coadiuva le autorità di Gaza nello smaltimento delle bombe interrate in profondità. Queste si incuneano profondamente nel suolo (una volta Mohamed Miqdad ne ha vista una a 18 metri sotto terra) e a volte occorrono parecchie settimane per localizzarle, disinnescarle e poi estrarle da terra ed eliminarle. Le 16 bombe tuttora disseminate nell’enclave dopo il bombardamento sono tutte interrate in profondità.

Un buon numero di esse sono probabilmente delle Mark-84 (MK-84), un tipo di bomba molto utilizzata da Israele durante la più recente offensiva, nonostante comporti un rischio elevato di danni collaterali.

Un video dell’UNMAS girato a Gaza nel 2017 mostra il servizio antimine dell’ONU impegnato a creare una specie di galleria mineraria per accedere ad una MK-82 (più piccola). Gli sminatori, che devono infilarsi sotto terra per disinnescare una bomba prima di poterla estrarre, hanno a volte bisogno di ossigeno e i tunnel possono cedere.

Tuttavia lasciare le bombe nel suolo non è un’alternativa praticabile.

Anzitutto perché potrebbero esplodere. Se qualcuno costruisce su un terreno e tocca accidentalmente una bomba profondamente interrata, ciò potrebbe distruggere un intero quartiere.

Inoltre, se le voragini lasciate dove sono (i crateri possono essere larghi 15 metri) non vengono riempite, “le persone e i veicoli possono facilmente cadervi dentro”, spiega Miqdad, della squadra di sminamento.

Più difficile da quantificare, ma non meno urgente: l’impatto psicologico provocato dal fatto di sapere che sotto la superficie si nasconde una bomba.

Bilancio psicologico

A maggio, il giorno prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, una Mark-84 sganciata dagli israeliani ha squarciato il tetto della casa di Ramzi Abu Hadayed a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza e si è schiantata in una stanza. Secondo la famiglia l’aviazione israeliana non aveva dato alcun preavviso. L’esercito israeliano non ha voluto rispondere alle domande relative a questo incidente.

Gli sminatori riferiscono che durante la caduta il detonatore della bomba si è rotto ed è esploso separatamente, lasciando intatto il resto del missile.

Grazie al cielo il razzo non è esploso”, ha detto la suocera di Abu Hadayed, visibilmente scossa, in un’intervista che è circolata su Facebook.

Quando la bomba è caduta i cinque bambini della famiglia si trovavano al piano terra.

Abbiamo sentito l’esplosione e la gente ha detto che il missile non era esploso. Siamo andati a vedere e abbiamo trovato il missile sul letto”, racconta. “Quando l’ha visto mia figlia è svenuta”

Secondo lo psichiatra Yasser Abu Jamei, che dirige il programma di salute mentale di Gaza (GCMHP) gli oltre due milioni di abitanti di Gaza sono stati probabilmente tutti traumatizzati dai bombardamenti israeliani nel corso degli anni.

Tutti hanno visto un bombardamento o ne hanno constatato gli effetti – gli edifici distrutti nei vari quartieri”, dice a MEE.

Per riprendersi dal trauma la persona colpita deve convincersi che il fatto traumatico è passato, che non succederà più e di essere assolutamente al sicuro”.

Ma a Gaza le persone non hanno questo livello di sicurezza perché rivivono in continuazione gli eventi traumatici.”

Per esempio, i droni israeliani li sorvolano costantemente.

Un altro esempio: le bombe inesplose. Se esplodono, si tratterà di un altro evento traumatico…E se non esplodono, resteranno dentro le case e gli abitanti sapranno che sono là e quindi non si sentiranno mai al sicuro.”

Secondo i dati pubblicati dall’UNMAS prima dell’ultima offensiva di maggio, l’anno scorso 1,9 milioni di gazawi presentavano un aumentato rischio di esposizione ai residui esplosivi di guerra.

Alcuni tuttavia diventano insensibili al pericolo. Dopo i recenti bombardamenti sono stati fotografati dei bambini seduti su bombe inesplose, spesso alla presenza di adulti, nonostante i gravi rischi.

Altri hanno l’impressione di non avere altra scelta che rischiare una possibile esplosione.

Mezzi di sussistenza perduti

Per esempio, parecchi raccoglitori di metallo di Gaza vivono in condizioni talmente difficili che non hanno altra scelta se non continuare.

Secondo l’UNMAS fanno parte delle categorie professionali ad alto rischio, come anche gli agricoltori, che possono capitare sopra residuati esplosivi appena sotto la superficie del loro terreno – cosa che può risultare anche tossica.

Altri non possono affatto lavorare a causa di questi ordigni sparsi sul terreno.

Il primo giorno dell’ultima offensiva israeliana, il 10 maggio, Taha Shurrab ha chiuso il suo negozio di abbigliamento femminile, situato sui due primi piani di un immobile residenziale in un affollato mercato di Khan Younis, al sud di Gaza.

Dieci giorni dopo un abitante del piano superiore del negozio gli ha telefonato: gli israeliani hanno dato loro 15 minuti per evacuare l’edificio.

Ho deciso di restare a casa”, confida il commerciante di 44 anni. “Non volevo vedere la mia merce e i miei soldi bruciare davanti a me. Gestivo questo negozio insieme ai miei fratelli dall’età di 15 anni.”

Quella sera, due ore dopo l’attacco, gli sminatori lo hanno chiamato chiedendogli di farli entrare [nel negozio]. Cercavano una bomba inesplosa.

Quando sono entrati e hanno visto i resti e i buchi nel soffitto e nel pavimento, hanno confermato che la bomba era ancora sette o otto metri nel sottosuolo”, racconta.

Shurrab non è autorizzato a riaprire il suo negozio fino a che il missile non sarà stato rimosso. Ha dato dei vestiti ad altri commercianti da vendere, ma non ha ancora abbastanza denaro per pagare l’affitto.

Dire questo mi rattrista. Sono un commerciante conosciuto, non un mendicante.”

Muhammed al-Hindi, uno dei proprietari dell’immobile, possiede sei negozi e dieci appartamenti, che ospitavano una cinquantina di persone, attualmente sfollate.

Quasi tutti i giorni i nostri vicini ci chiamano per sapere quando la bomba sarà rimossa. Hanno paura, soprattutto perché la zona è molto popolata”, precisa.

Nonostante il pericolo, le autorità non possono interdire l’intera zona: migliaia di persone frequentano il mercato ogni giorno.

I commercianti intorno a noi continuano a venire ad aprire le loro bancarelle tutti i giorni. Effettivamente, cos’altro possono fare?”, si chiede al-Hindi.

Decenni di residui bellici

Gli sminatori a volte si imbattono in bombe inesplose di attacchi israeliani che risalgono a molti anni prima, anche parecchi decenni.

La guerra del 2014 da sola ha lasciato 7.000 residui esplosivi.

Lo scorso aprile gli sminatori hanno trovato una bomba al fosforo bianco che risale all’offensiva del 2009. L’utilizzo di tali bombe in zone civili costituisce un crimine di guerra.

Il Ministero dell’Interno di Gaza conserva tuttora dai 50 ai 60 di tali ordigni in cisterne d’acqua (il fosforo bianco reagisce all’ossigeno) in un deposito in una zona disabitata di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove secondo le autorità non viene minacciata in alcun modo la sicurezza degli abitanti. Se esse non se ne sono ancora sbarazzate è a causa della mancanza di fondi e di competenze tecniche.

Secondo Mohamed Miqdad gli abitanti della Striscia di Gaza – soprattutto gli agricoltori delle zone adiacenti alla frontiera con Israele – trovano a volte dei missili inesplosi conficcati nel terreno.

Tre anni fa a Khan Younis abbiamo eliminato delle mine degli egiziani negli anni ‘70”, spiega a MEE riferendosi a quella che gli arabi chiamano la “guerra di ottobre” e gli israeliani “la guerra del Kippur”.

Queste bombe presentano un minor rischio di esplodere dopo dieci giorni dal loro sganciamento, dice, perché la loro batteria di riserva si esaurisce. Ma gli “ordigni esplosivi non hanno una precisa data di scadenza, possono durare 150 anni.”

Nel 2019 due persone sono morte quando una bomba della seconda guerra mondiale è esplosa in un garage in Polonia.

Mancanza di attrezzature

Quando vengono chiamati gli sminatori, questi portano gli ordigni in un sito di stoccaggio provvisorio e procedono ad una esplosione controllata.

Il loro lavoro quotidiano in genere non costa molto, ma implica tempo e può essere rischioso.

Quattro sminatori sono stati uccisi nell’agosto 2014 quando la bomba israeliana sulla quale stavano lavorando è esplosa. Anche due passanti sono rimasti uccisi, come pure due giornalisti: Simone Camilli (italiano) e Ali Abu Afash (palestinese).

Miqdad spiega che la sua squadra è carente di materiale, “in particolare bulldozer, attrezzature di protezione e veicoli per il trasporto di esplosivi”.

La squadra non ha attrezzature specifiche, indumenti di protezione, caschi di sicurezza e neanche robot per un controllo a distanza”, elenca. “Manca anche il materiale per scavare. L’occupazione israeliana vieta l’importazione di questi beni.”

Noi attualmente utilizziamo veicoli normali per trasportare le bombe inesplose e ciò costituisce un rischio enorme per la squadra e per gli abitanti.”

In un video girato a maggio si può vedere la bomba Mark-84 che ha colpito la casa di Abu Hadayed a Khan Younis senza esplodere mentre viene caricata con una gru sul pianale di un camion.

Ma dopotutto che cosa possiamo fare?”, si chiede Miqdad. “È un lavoro umanitario. Noi operiamo per evitare morti e feriti.”

Gli sminatori hanno confermato di avere eliminato anche dei residui esplosivi di razzi lanciati dai miliziani palestinesi che non avevano raggiunto il bersaglio.

Il posto sbagliato”

Secondo l’ONG britannica ‘Action on Armed Violence’ [Azione contro la Violenza Armata] (AOAV), le bombe moderne utilizzate nei conflitti mancano il bersaglio circa il 5% delle volte, a seconda di diversi fattori, in particolare il loro stoccaggio e la loro fabbricazione. Solo l’esercito israeliano sa qual è esattamente il tasso di bombe inesplose. Il suo portavoce non ha risposto ad una domanda a questo proposito.

Tuttavia la MK-84, la bomba più vista dagli sminatori durante l’offensiva di maggio, potrebbe avere un tasso di mancata esplosione molto più alto.

In un’intervista del 2016 Dani Peretz, vice presidente per la progettazione nelle Israeli Military Industries [Industrie Militari Israeliane, che ormai fanno parte della Elbit Systems, una delle principali industrie belliche israeliane, ndtr.], ha ammesso che le MK-84 modificate con Joint Direct Attack Munitions (o JDAM) teleguidati non erano esplose per circa il 40% delle volte durante la guerra del Libano del 2006. Questi JDAM sono congegni sviluppati dagli americani che consentono di guidare le bombe con GPS e sono utilizzati dalle forze israeliane.

L’attrezzatura “modifica il comportamento delle MK-84”, ha spiegato.

Questo significa che in certi casi “la bomba ha raggiunto il suo bersaglio, ma…ha colpito il posto sbagliato” e oltretutto “il detonatore si è staccato dalla bomba e questa non è esplosa.”

Di conseguenza la società ha sviluppato una nuova bomba, la MPR-500, che colpisce e distrugge il 95% dei suoi bersagli – molto più della MK-84, efficace solo al 60% – e che è molto meno a rischio di causare danni collaterali.

Gli sminatori ci hanno detto di non aver trovato prove di utilizzo di MPR-500 a maggio, diversamente dal 2012 e 2014, benché le forze israeliane avessero confermato che queste ultime facevano parte del loro arsenale.

Il fatto che Israele sembri aver deliberatamente sganciato bombe imprevedibili e difettose su Gaza solleva molte domande riguardo alla proporzionalità del suo ultimo bombardamento, considerando soprattutto che ha a disposizione armi descritte come più precise.

Se l’esercito israeliano ha deciso di utilizzare bombe meno precise e maggiormente a rischio di malfunzionamento, ciò dimostra un disprezzo della possibilità di evitare vittime civili”, dichiara a MEE Murray Jones, un ricercatore dell’AOAV.

Rivivere la battaglia”

La famiglia al-Rantissi, la cui casa ad ovest di Gaza è stata colpita da bombe israeliane verso le 4 del 18 maggio senza preavviso, continua ad essere sfollata a causa di un missile inesploso tuttora conficcato sotto l’edificio.

Dopo l’attacco due membri della famiglia, un’adolescente di 14 anni e un giovane di 27, presentano sintomi da stress post-traumatico.

Affittiamo una casa vicino alla nostra in attesa che il missile sia rimosso, ma non ci troviamo bene qui e abbiamo l’impressione di essere dei senzatetto. Preferiremmo vivere sopra il missile piuttosto che subire questo sfollamento”, confida a MEE Muhammed al-Rantissi.

Gli esperti stranieri di esplosivi che sono venuti a vedere la bomba ci hanno detto che avrebbero scavato a mano un buco per rimuoverla perché in casi come questo non possono utilizzare attrezzature pesanti.

Abbiamo fretta che venga rimosso. Ma è come le promesse di ricostruzione di Gaza, tutto viene sempre rimandato a più tardi e non succede niente”, aggiunge.

Finché il missile rimane nella nostra casa la guerra non è finita, riviviamo la battaglia ogni giorno.”

Rakan Abed El Rahman e Hossan Sarhan di Middle East Eye hanno contribuito a questo reportage.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




Prigioniero palestinese riarrestato inizia lo sciopero della fame

Zena Al Tahhan

5 ottobre 2021 – Al Jazeera

Mohammad al-Ardah, uno dei sei prigionieri evasi da un carcere israeliano il mese scorso, sta protestando contro le misure punitive in carcere.

Ramallah, Cisgiordania occupata – Il prigioniero palestinese riarrestato Mohammad al-Ardah, uno dei sei prigionieri evasi il mese scorso da una prigione israeliana, ha iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato contro quelle che i suoi avvocati hanno descritto come “durissime condizioni di isolamento”.

L’avvocato di Al-Ardah gli ha fatto visita lunedì nella prigione meridionale di Asqalan (Ashkelon), dove egli è tenuto in isolamento da mercoledì.

“Ha annunciato uno sciopero della fame per chiedere condizioni di vita e di detenzione migliori e perché le autorità carcerarie ritirino le misure punitive adottate nei suoi confronti”, ha detto ad Al Jazeera l’avvocato Kareem Ajwa, della Commissione per gli Aaffari dei Ddetenuti dell’Autorità Nnazionale Ppalestinese.

Secondo Ajwa si è tenuta un’udienza all’interno della prigione, in seguito alla quale le autorità hanno imposto ad al-Adrah due settimane di isolamento e un divieto per due mesi delle visite dei familiari e dell’accesso alla mensa, oltre a sanzioni pecuniarie.

Aiwa ha affermato che, mentre i 14 giorni di isolamento costituiscono una punizione carceraria interna, è probabile che i tribunali israeliani emettano nei confronti di al-Ardah e di molti degli altri prigionieri ricatturati un ordine formale di isolamento, che può essere rinnovato ogni sei mesi. “Potrebbero affrontare anni di isolamento”, ha aggiunto.

La Commissione ha dichiarato che al-Ardah, di 39 anni, è detenuto in condizioni di durissimo isolamento”, in una cella non ventilata priva dei servizi elementari”, senza effetti personali o vestiti di ricambio, un cuscino o una coperta.

Ajwa ha affermato che la Commissione presenterà presto un’istanza per un miglioramento delle condizioni di detenzione di al-Ardah, che ha detto di sperare includa il trasferimento in una cella migliore e il permesso di avere con sé dei vestiti.

Al-Ardah è uno dei sei prigionieri palestinesi evasi dalla prigione di Gilboa, nel nord di Israele, all’alba del 6 settembre. Le autorità israeliane hanno annunciato di averlo ripreso insieme a Zakaria Zubeidi, 46 anni, la mattina dell’11 settembre, mentre Mahmoud Abdullah al-Ardah, 46 anni, e Yaqoub Mahmoud Qadri, 49 anni, erano stati riarrestati il giorno prima. Sono stati catturati dopo essere stati trovati vicino a Nazareth.

Gli ultimi due fuggitivi, Ayham al-Kamamji e Munadel Infaat, sono stati riarrestati il ​​19 settembre a Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata, dopo una caccia all’uomo di due settimane.

Domenica la Commissione ha affermato che le autorità carcerarie israeliane hanno tenuto per Qadri un’udienza interna e hanno deciso di imporgli delle misure punitive, tra cui due settimane di isolamento e il divieto per sei mesi delle visite familiari e dell’accesso alla mensa, oltre a sanzioni pecuniarie.

Qadri è recluso in isolamento nella sezione dei detenuti per reati criminali della prigione di Rimonim, nel nord. Nel frattempo Mahmoud al-Ardah e Infaat sono tenuti in isolamento nella prigione di Ayalon a Ramla, Zubaidi nella prigione di Eshel e Kamamji nella prigione di Ohalei Kedar.

Prima di essere posti in isolamento i sei prigionieri sono stati sottoposti da parte della polizia e delle forze di intelligence israeliane a quelli che gli avvocati hanno descritto come durissimi interrogatori e molti di loro hanno denunciato abusi fisici e mentali.

Mohammad al-Ardah ha riferito di aver subito durante il suo interrogatorio delle torture, compresa la privazione del cibo, del sonno e delle cure mediche.

Quattro dei sei prigionieri prima dell’evasione stavano scontando l’ergastolo, mentre due erano detenuti in attesa di processo militare. I condannati sono stati arrestati tra il 1996 e il 2006 e condannati per aver compiuto attacchi contro obiettivi militari e civili israeliani. Cinque di loro sono affiliati al gruppo della Jihad islamica palestinese, mentre uno è un membro anziano del braccio armato di Fatah, organizzazione a capo dell’Autorità nazionale palestinese.

La maggior parte dei palestinesi, che vedono tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane come prigionieri politici nella lotta per la liberazione, hanno ovunque celebrato l’evasione.

Scioperi della fame contro la detenzione amministrativa

Inoltre lunedì il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha dichiarato di essere “seriamente preoccupato” per la salute di altri due prigionieri palestinesi che stanno affrontando uno sciopero della fame a tempo indeterminato contro la reclusione nelle carceri israeliane in regime di detenzione amministrativa – senza processo né accuse.

“Il medico del CICR ha visitato entrambi i detenuti, Kayed Nammoura (Fasfous) che è in sciopero della fame da 82 giorni e Miqdad Qawasmeh che lo conduce da 75 giorni, e ha monitorato attentamente le loro condizioni”, ha affermato Robert Paterson, responsabile sanitario del CICR.

“Siamo preoccupati per le conseguenze potenzialmente irreversibili per la loro salute e la loro vita di uno sciopero della fame così prolungato”.

Fasfous e Qawasmi sono detenuti all’ospedale di Kaplan e sono fra i sei prigionieri palestinesi in sciopero della fame contro la loro reclusione di mesi in regime di detenzione amministrativa.

Secondo la Commissione Alaa al-Araj ha raggiunto i 59 giorni; Shadi Abu Akar i 43 giorni;, Rayeq Bsharat i 44 giorni; e Hisham Hawwash i 49 giorni. I quattro sono detenuti presso il reparto medico della prigione di Ramle.

Attualmente Israele trattiene in detenzione amministrativa 520 prigionieri palestinesi – una politica che consente alla polizia e ai militari israeliani di tenere prigionieri i palestinesi a tempo indeterminato sulla base di “informazioni segrete” – senza sporgere denuncia formale o processarli, una pratica che risale ai tempi dell’occupazione britannica della Palestina.

Secondo Amany Sarahneh, portavoce della Associazione dei Pprigionieri Ppalestinesi (PPS), oltre ai due prigionieri citati dal CICR, anche Hawwash e al-Araj stanno affrontando gravi complicazioni per la loro salute.

Generalmente in questo stadio tutti gli organi vitali del corpo entrano in una condizione di rischio“, ha detto Sarahneh ad Al Jazeera, aggiungendo che i sei prigionieri sono “tutti in pericolo”.

Avvertono un’estrema debolezza fisica, alcuni di loro hanno disturbi oculari, altri della sfera cognitiva”, prosegue, aggiungendo che tutti loro si trovano su sedia a rotelle, ma che mancano ancora dei particolari sui problemi di salute che i prigionieri stanno affrontando.

Tutti i quattro detenuti nella clinica del carcere di Ramle, afferma Sarahneh, si trovano in condizioni di “isolamento molto duro”, in celle isolate, come misura punitiva per aver iniziato lo sciopero della fame. Riferisce che i prigionieri sono tenuti in stanze piccole e prive di igiene, alcune delle quali infestate da scarafaggi.

Secondo Sarahneh mercoledì alle 11 ci sarà un’udienza del tribunale militare israeliano per Qawasmi e al-Araj per sentenziare su una petizione presentata dal PPS che chiede il loro rilascio.

Altri prigionieri in detenzione amministrativa hanno scelto di interrompere l’assunzione dei loro farmaci, anche per malattie croniche, per fare pressione sulle autorità per il loro rilascio.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)