Rubio dichiara che gli Stati Uniti smantelleranno la Corte Penale Internazionale “mattone dopo mattone”.

Redazione MEE

13 luglio 2026 – Middle East Eye

Il Segretario di Stato attacca duramente la Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta lavorando per “smantellare la Corte Penale Internazionale mattone dopo mattone”, lanciando una sfida pubblica alla Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“L’interferenza della CPI nelle operazioni militari e di polizia americane non è solo un grave abuso dei suoi presunti poteri. Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”, ha scritto Rubio in un articolo di opinione pubblicato lunedì dal Wall Street Journal.

“Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando a fianco di ogni alleato disposto a collaborare, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha affermato.

Rubio ha anche registrato una dichiarazione su questo tema, pubblicata lunedì su X, in cui accusa la Corte di voler privare gli americani del diritto di rispettare le proprie leggi e di essere giudicati da una giuria di propri pari quando accusati di aver commesso un crimine.

“Ma oggi persone potenti in luoghi distanti vogliono portarcelo via. Credono di dover essere loro a decidere sulle vostre leggi, sul vostro paese, la vostra vita, e non gli importa se siate d’accordo o meno”, ha affermato nel video.

Ha detto che gli americani probabilmente non conoscono i nomi dei giudici, dei procuratori o dei presidenti della Corte Penale Internazionale e che “non dovrebbero essere costretti a conoscerli”, accusando al contempo la CPI di condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Le critiche di Rubio hanno evidenziato l’opposizione “bipartisan” alla Corte, fondata nel 2002 in risposta ai genocidi e alle atrocità commesse in zone di guerra come il Ruanda e l’ex Jugoslavia.

In particolare Rubio non ha fatto alcun riferimento diretto al mandato di arresto emesso nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, per i presunti crimini contro l’umanità commessi a Gaza, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

La Corte aveva emesso mandati di arresto anche nei confronti dei leader di Hamas per i presunti crimini di guerra commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. Leader successivamente assassinati da Israele.

“Globalisti arroganti”

Rubio ha presentato la decisione della Casa Bianca contro la Corte con toni nazionalistici affermando: “Gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna diplomatica con un messaggio semplice: gli Stati sovrani prima del globalismo.”

I nostri progenitori hanno combattuto una rivoluzione contro una potenza straniera che ci deportava oltreoceano per perseguirci per crimini pretestuosi”, ha affermato Rubio, ricordando una politica coloniale britannica vecchia di 200 anni.

L’indipendenza è un nostro diritto innato. Non intendiamo barattarla con il dominio da parte di un’autoproclamata casta sacerdotale del ‘diritto internazionale’ “.

Rubio ha citato l’indagine del 2020 della Corte Penale Internazionale (CPI) sui soldati statunitensi per presunti crimini di guerra in Afghanistan. Ha aggiunto che la Corte potrebbe eventualmente indagare anche sugli agenti della polizia di frontiera e sui marines statunitensi.

La CPI è sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti”, ha concluso.

Nel suo video su X ha affermato che, sebbene la Corte fosse stata ufficialmente creata per perseguire i crimini più gravi nei Paesi in cui i tribunali nazionali non potevano farlo, “la verità è che si trattava di qualcosa di molto più radicale ed estremo: un tribunale globale composto da burocrati globalisti non eletti che rivendicano un potere pressoché illimitato”.

In realtà la Corte conta 125 Paesi membri, compresi tutti quelli dell’Unione Europea.

I Paesi più ostili alla Corte sono da tempo le principali potenze mondiali, che non vogliono sottomettersi alla sua giurisdizione. I principali avversari geopolitici degli Stati Uniti, cioé Russia e Cina, non sono membri della CPI.

Nel 2002 il presidente George W. Bush ha formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Corte Penale Internazionale e ha promulgato lAmerican Service members’ Protection Act (ASPA, Legge di protezione degli agenti al servizio degli Stati Uniti), che limitava la cooperazione degli Stati Uniti con la CPI. L’ASPA autorizza persino l’uso della forza per liberare il personale militare statunitense detenuto, guadagnandosi il soprannome di “Legge di invasione dell’Aia”.

Washington ha inoltre esercitato pressioni sui Paesi affinché firmassero accordi bilaterali di immunità per impedire loro di consegnare cittadini statunitensi alla CPI.

Guerra diplomatica

Lattacco sferrato da Rubio contro la Corte conferma la tesi secondo cui gli Stati Uniti e i loro partner più stretti stanno conducendo una guerra diplomatica contro tale istituzione a causa dei suoi sforzi volti a chiamare Israele a rispondere dei crimini di guerra commessi a Gaza, che sono stati definiti un genocidio dalle Nazioni Unite, dagli organismi per i diritti umani e dagli studiosi di genocidio.

Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sanziona i giudici della CPI per le indagini su alti funzionari israeliani.

Come riportato in passato da MEE, tali misure hanno inciso sulla libertà di movimento dei giudici, sulla loro sicurezza fisica, sulle loro famiglie e sulla loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.

MEE ha inoltre pubblicato in esclusiva un articolo sulla campagna condotta contro la Corte dall’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron.

MEE ha rivelato che nell’aprile del 2024 Cameron minacciò privatamente Karim Khan, il procuratore capo britannico presso la Corte Penale Internazionale, di tagliare i fondi e ritirare la Gran Bretagna dalla CPI se questa avesse emesso mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella fase iniziale di sviluppo della CPI e hanno firmato lo Statuto di Roma nel 2000, sotto la presidenza di Bill Clinton. Tuttavia il documento non è mai stato sottoposto al Senato per la ratifica, per timore che la CPI potesse perseguire militari e funzionari statunitensi per presunti crimini di guerra, soprattutto in conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq.

La CPI ha anche emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina.

Al termine della sua dichiarazione in video Rubio ha lanciato un duro avvertimento.

“Questa amministrazione non resterà a guardare mentre la CPI e i suoi alleati cercano di minacciare il nostro popolo. Se credono di poterci privare della nostra sovranità insegneremo loro il vero significato della determinazione americana.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




A Gaza la ricerca dei dispersi comporta dolore ed estremo saluto per i propri cari

Lina Ghassan Abu Zayed

10 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati sotto le macerie delle loro case con un lungo e difficile lavoro di ricerca.

Il 16 novembre 2023 la casa della famiglia Haji nel quartiere di al-Zaitoun a Gaza City viveva felicemente sotto lo stesso tetto e nessuno si aspettava di stare insieme per l’ultima volta.

L’edificio di tre piani era pieno della vita di più di 30 membri della famiglia estesa, dai 4 ai 40 anni, finché un attacco aereo israeliano ha ridotto in macerie la loro casa.

Fidaa Haji, 34 anni, e i suoi 4 figli – Raed, Mohammed, Hala e Raghad – che vivevano in una stanza esterna sono sopravvissuti, ma gli altri membri della famiglia [che si trovavano] nell’edificio principale sono stati uccisi, compreso il marito di Fidaa, Andan Haji, di 34 anni.

Fidaa e i suoi figli si sono diretti a sud in una zona relativamente sicura di Gaza, dove hanno piazzato delle tende sulla spiaggia. Quando nell’ottobre 2025 è stata annunciato un cessate il fuoco sono tornati ad al-Zaitoun e si sono sistemati provvisoriamente nei pressi della loro precedente casa, ma le macerie sono diventate un ricordo quotidiano del tragico lutto che opprime i loro cuori.

Non posso immaginare che le persone che amo siano ancora sotto le macerie… ogni giorno il solo pensiero mi spezza il cuore,” dice ad Al Jazeera. “Quello che mi ferisce più della perdita è non aver potuto dare loro l’ultimo addio o seppellirli… come se il lutto rimanesse sospeso.”

In seguito suo fratello è riuscito a recuperare il corpo di Adnan e lo ha sepolto nel giardino dell’ospedale al-Shifa, per porre provvisoriamente fine allo straziante limbo di Fidaa, ma mancano ancora un funerale e un ultimo addio adeguati.

Non più un ricordo

Fidaa descrive il momento del ritorno come doversi confrontare inaspettatamente con un luogo che non è più lo stesso che avevano lasciato. Ha esitato ad avvicinarsi ai resti della sua casa pensando: come si può tornare in uno spazio che una volta conteneva tutte le persone che amava, alcune delle quali sono ancora sotto le macerie?

Ogni volta che torno in quel posto cerco di convincermi che non è così… ma la mia mente si rifiuta di credere che siano finiti sottoterra senza l’ultimo addio,” afferma.

Mentre cercavano di risistemarsi nella loro casa uno strano odore ha riempito la zona. Ha cercato di ignorarlo, ma non poteva accettare totalmente quello che era successo. Per i bambini l’esperienza è stata ancora più dura. Avevano paura di avvicinarsi alla cucina o a parti della casa, consapevoli del fatto che alcuni dei cugini stavano ancora vicino a loro.

Sua figlia Hala ha sofferto di un evidente trauma psicologico che ha colpito la sua capacità di alimentarsi ed è rimasta in preda alla paura per il fatto che i corpi dei suoi cugini erano a pochi metri da lì.

Nella casa distrutta i ricordi non erano solo immagini ma una fonte quotidiana di ansia incorporata all’interno dei piccoli dettagli della vita dei bambini.

Tra le storie rimaste profondamente impresse nella memoria di Fidaa c’è quella di Shireen, sua nipote ventenne e figlia unica. È stata uccisa nell’attacco, lasciando i suoi genitori di nuovo soli.

Vivo tra la necessità di continuare la mia vita e il fatto che gran parte di essa è ancora sotto le macerie,” afferma.

Confrontarsi con la verità

Il 1° luglio la famiglia Haji ha cercato di recuperare da sola i corpi dei propri cari. Nonostante la mancanza di risorse e di macchinari pesanti sono riusciti a estrarre sei corpi della loro famiglia.

Ciò ha significato confrontarsi duramente con una verità rimandata per più di due anni, soprattutto in quanto identificare i resti è stato estremamente difficile a causa del lasso di tempo passato dalla morte.

La loro sofferenza riflette una situazione più generale vissuta da migliaia di famiglie di Gaza. Secondo la Protezione Civile di Gaza migliaia di corpi rimangono intrappolati tra le rovine di edifici distrutti, mentre le operazioni di recupero continuano a un ritmo molto lento a causa della grave carenza di macchinari per scavare.

Le organizzazioni umanitarie hanno avvertito che i ritardi nel recupero dei corpi causano danni psicologici alle famiglie che vivono in uno stato di “lutto sospeso”. I loro cari sono contemporaneamente assenti e presenti, né sepolti né congedati, senza una chiara fine del cordoglio.

Nel corso del tempo l’identificazione dei resti diventa sempre più difficile a causa della decomposizione, aggiungendo un ulteriore peso psicologico sulle famiglie che hanno atteso per anni risposte che devono ancora arrivare.

La mancanza di risorse rende più grave la catastrofe

Ismail al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Gaza, afferma che la situazione riflette una complessa crisi umanitaria che crea un profondo impatto psicologico e sociale sulle famiglie.

“A causa della difficoltà di accesso e della mancanza dei macchinari pesanti necessari alle operazioni di recupero migliaia di corpi sono ancora sotto le macerie,” dice Thawabta.

La mancanza di mezzi continua a ostacolare il lavoro della Protezione Civile di Gaza e crea uno “stato sospeso di perdita” in cui le famiglie sopportano un trauma costante a causa dell’impossibilità di dare l’ultimo saluto ai propri cari.

Ciò ha lasciato profonde ferite psicologiche all’interno delle famiglie e nella società di Gaza, soprattutto tra i bambini che crescono senza risposte definitive riguardo alla sorte delle loro madri, dei loro padri o fratelli.

La ‘guerra silenziosa’ della Protezione Civile

Abdullah al-Majdalawi, direttore delle pubbliche relazioni e dell’ufficio stampa della Protezione Civile afferma che le sue squadre stanno lavorando con il Comitato Internazionale della Croce Rossa, che è riuscita a fornire scavatrici per le operazioni di recupero.

La durata del progetto è solo di 400 ore, che è a malapena sufficiente per un piccolo numero di case,” sostiene.

Ciò ha obbligato le squadre a dare la priorità ad aree in base a criteri specifici, spesso dove c’è stato un grande numero di vittime. Il processo si basa su piccoli dettagli, come testimonianze di sopravvissuti o vicini, beni personali come un pezzo di vestito o occhiali da lettura, che possano aiutare le squadre di ricerca a individuare resti umani.

A volte andiamo con strumenti rudimentali, tagliando il ferro con martelli e attrezzi semplici, rimanendo impotenti di fronte a migliaia di tonnellate di cemento,” afferma.

Uno dei momenti più difficili è quando mi ritrovo con tre o quattro ossa di un corpo umano e li consegno alla famiglia che stava aspettando di trovare il figlio o la figlia. A volte le famiglie ci dicono: portateci qualunque cosa di loro, ogni ricordo, ogni osso che possiamo seppellire.”

Queste scene provocano un profondo impatto psicologico sui lavoratori della Protezione Civile. Nonostante la percezione che ha di loro l’opinione pubblica come risoluti e resilienti, indifferenti al loro lavoro, devono costantemente confrontarsi con i resti di corpi e con le grida delle madri. Diventa parte della “guerra silenziosa” che li accompagna molto dopo la fine della loro giornata di lavoro.

La gente vede gli uomini della Protezione Civile come forti e valorosi, ma dentro di sé sono sul punto di piangere,” dice.

Per me i momenti più duri sono durante le pause, perché è allora che mi tornano in mente le voci dei bambini sotto le macerie: ‘Zio, perché ci uccidono? Zio, dove siamo?’ La nostra preghiera costante come squadre della Protezione Civile è: Dio, non farci impazzire dopo tutto il terrore e l’orrore che abbiamo visto.”

Al-Majdalawi ricorda un momento durante un’operazione di recupero che probabilmente rimarrà nella sua mente per sempre, quando la sua squadra stava lavorando in mezzo alle rovine per trovare un corpo mentre la famiglia aspettava nelle vicinanze.

Hanno trovato i resti di una ragazzina, ma solo parte del cranio, che ha reso possibile l’identificazione solo attraverso piccoli dettagli, come il colore dei capelli e i tratti del volto parzialmente conservati. Dice che è stato uno dei momenti più difficili che ha passato nella sua vita.

Durante gli scavi in una casa bombardata che si riteneva contenesse circa 45 corpi il lavoro è continuato per tre giorni di seguito, eppure ne sono stati trovati solo due, una madre e suo figlio. Nonostante tutti i loro sforzi le squadre non sono state in grado di individuare gli altri.

Non erano rimaste tracce… non abbiamo trovato ossa né altro,” aggiunge. “Le famiglie si aggrappano ad ogni piccolo segno … qualunque cosa dimostri che si tratta del figlio o della figlia.”

Queste esperienze creano uno “shock continuo” alle squadre della protezione civile, con una nuova serie di sofferenze a ogni tentativo di identificazione, riconoscimento o accettazione [di una salma].

Tra immagini indelebili, luoghi che non sono più sicuri per la memoria e corpi ancora insepolti il lutto si trasforma in un peso a lungo termine senza un reale estremo saluto o una consolazione possibile sia per le famiglie che per i soccorritori.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ciò che Papa Leone non dice su Gaza sta mettendo alla prova la Chiesa cattolica

Paola Caridi

10 luglio 2026 – +972 Magazine

Leone XIV ha fatto propria l’etica dell’empatia del suo predecessore. Ma all’interno della Chiesa, in molti chiedono che si esprima in modo più chiaro contro i crimini di Israele.

Il primo Papa proveniente dagli Stati Uniti si trovava ben lontano dalle celebrazioni del 4 luglio per il 250° anniversario dell’indipendenza della colonia dal Regno Unito. Papa Leone XIV si trovava invece ai margini dell’Europa, di fronte alla costa settentrionale dell’Africa, sull’isola di Lampedusa – primo approdo per migliaia di migranti che affrontano il pericoloso viaggio verso nord in cerca di una vita migliore.

Dopo aver visitato il piccolo cimitero dove sono sepolti i migranti morti nei naufragi nel Mediterraneo, Leone si è fermato sotto la Porta d’Europa, un monumento all’ospitalità che si affaccia sul mare. “Sono qui” – ha dichiarato – “sulle orme di Papa Francesco, che scelse di recarsi a Lampedusa l’8 luglio 2013 per il suo primo viaggio come Successore di Pietro.”

Collegando la sua visita al primo viaggio papale di Francesco, Leone stava facendo qualcosa di più che rendere omaggio al suo predecessore o segnalare continuità. Si stava schierando dalla parte dei migranti che avevano rischiato tutto per poi incontrare persecuzione e violenza una volta giunti in Europa e negli Stati Uniti.

Eppure il suo messaggio andava anche oltre la solidarietà con i migranti. Come già Francesco prima di lui, ha chiamato l’umanità intera – credenti e non – a fare i conti tanto con le nostre azioni quanto con le nostre omissioni. Tredici anni prima, dopo uno dei naufragi di migranti più tragici nel Mediterraneo, Francesco aveva condannato quella che chiamava la “globalizzazione dell’indifferenza”. Leone ha fatto sua la stesa istanza morale.

In effetti il primo anno del pontificato di Leone si è costantemente concentrato attorno a questo tema: la necessità dell’empatia come tratto distintivo della condotta tanto personale quanto collettiva. Il passo del Vangelo che ha scelto per Lampedusa è la parabola del Buon Samaritano, che rifiuta di passare oltre lo straniero ferito, il suo “prossimo”, lungo la strada da Gerusalemme a Gerico.

È esattamente su quella strada – da Gerusalemme a Gerico, oggi soffocata da posti di blocco militari – che le domande sul pontificato di Leone emergono con chiarezza. Egli parla costantemente di pace. Ha evocato ripetutamente Gaza e l’immensa sofferenza del popolo palestinese. Eppure non ha indicato Israele come responsabile, né ha usato la parola “genocidio”. Le parole che Leone tace, e che Francesco era invece pronto a pronunciare, sono l’assenza che ha caratterizzato questo capitolo del suo pontificato.

Pressione dal basso

Mentre le proteste popolari in tutta Italia contro l’assalto israeliano a Gaza si sono intensificate nell’ultimo anno – da scioperi nazionali e blocchi portuali a occupazioni studentesche e manifestazioni di massa – parallelamente è emersa una frattura all’interno della Chiesa cattolica.

Questa frattura è diventata visibile pubblicamente in occasione dell’assemblea di maggio della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) a Roma, quando l’Associazione dei Sacerdoti Contro il Genocidio – una rete di circa 3.000 membri del clero provenienti da 58 paesi, fondata nel settembre 2025 – ha inviato una lettera aperta esortando i vescovi italiani ad abbandonare il loro linguaggio cauto su Gaza.

Sebbene l’associazione sia composta principalmente da parroci italiani, tra i suoi membri figurano anche due cardinali non italiani, otto arcivescovi italiani e 17 vescovi. Le donne consacrate non hanno alcuna presenza, almeno ufficialmente, nonostante le suore cattoliche siano diventate tra le voci più schiette della Chiesa italiana nel chiedere un’azione per Gaza.

“Chiediamo che dall’Assemblea Generale della CEI si levi una parola più chiara, più profetica e più concreta” – si legge nella lettera. “Una parola che chieda un cessate il fuoco immediato e permanente. Una parola che chieda la fine dell’assedio di Gaza e l’ingresso libero e sicuro degli aiuti umanitari. Una parola che chieda il pieno riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Una parola che esorti il governo italiano a porre fine a ogni complicità militare, economica e diplomatica con le politiche di occupazione, apartheid e distruzione.”

L’Associazione ha inoltre chiesto “l’impegno a lavorare per il bene di questa terra e dell’intera umanità sulla base della nostra comune umanità”, avvertendo che “le ambiguità dei governi, delle istituzioni e talvolta anche delle comunità cristiane rischiano di diventare complicità”.

L’appello rifletteva una frustrazione crescente verso la retorica sempre più prudente del Vaticano, in particolare dopo l’elezione di Papa Leone XIV. Sotto Francesco, il Vaticano aveva spesso incrinato i rapporti con Israele parlando in modo più diretto della sofferenza palestinese e mantenendo legami stretti e personali con la comunità cristiana sotto assedio a Gaza. Leone ha continuato a chiedere pace, accesso umanitario e la fine delle sofferenze a Gaza, ma i riferimenti espliciti alla responsabilità israeliana sono diventati sensibilmente più rari.

Alcune figure di spicco della Chiesa italiana si sono tuttavia spinte oltre. L’Arcivescovo di Napoli, Mimmo Battaglia, ha condannato pubblicamente e senza mezzi termini le azioni di Israele a Gaza. Eppure né Battaglia né altri importanti vescovi italiani – incluso lo stesso Leone – le hanno definite genocidio, nonostante il termine sia stato adottato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite, da organizzazioni palestinesi, israeliane e internazionali per i diritti umani, e da più di una dozzina di Stati.

Questa cautela segna un distacco dall’approccio adottato sotto Francesco. Ben prima del 7 ottobre, le tensioni tra il Vaticano e Israele erano già in aumento, alimentate da dispute di lunga data sullo status legale e fiscale delle istituzioni e delle proprietà cattoliche a Gerusalemme, oltre che dai gesti di solidarietà verso i palestinesi che Francesco compiva sempre più pubblicamente. Durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa del 2014, Francesco fece una sosta non prevista dal programma presso il muro di separazione israeliano a Betlemme, dove appoggiò la fronte e la mano al cemento accanto a una scritta murale con le parole “Free Palestine”. Viaggiò inoltre in elicottero tra Betlemme e Gerusalemme, evitando così il muro di separazione israeliano lungo il tragitto tra le due città.

Dopo l’inizio dell’attacco israeliano a Gaza, è stato reso pubblico che, fino a poco prima della sua morte, Francesco era solito telefonare ogni sera alle 19 alla Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City, parlando con il parroco e con i membri della comunità cristiana che avevano rifiutato di lasciare il complesso.

Come Papa Francesco, anche il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme e francescano italiano che ha trascorso più di trent’anni in Terra Santa, si era affermato come uno dei critici più severi di Israele all’interno della Chiesa già prima del 7 ottobre. Ha denunciato ripetutamente la violenza dei coloni sostenuta dallo Stato contro le comunità cristiane palestinesi nella Cisgiordania occupata, ha visitato villaggi cristiani come Taybeh, colpiti da ripetuti assalti, e ha criticato le crescenti restrizioni imposte da Israele alla libertà di movimento dei palestinesi. Dopo l’uccisione della giornalista palestinese Shireen Abu Akleh nel maggio 2022 ha inoltre condannato la violenza della polizia israeliana contro i partecipanti al suo corteo funebre a Gerusalemme.

“Aggredire i partecipanti al corteo funebre, colpirli con manganelli, usare granate fumogene, sparare proiettili di gomma, spaventare i pazienti dell’ospedale, costituisce una grave violazione delle norme e dei regolamenti internazionali, incluso il diritto umano fondamentale alla libertà di religione, che deve essere rispettato anche in uno spazio pubblico” – ha dichiarato in un comunicato.

Il genocidio di Gaza ha tuttavia segnato una svolta. Dopo quattro visite nella Striscia durante il conflitto, il linguaggio di Pizzaballa è diventato progressivamente più esplicito, fino a culminare in una lettera pastorale pubblicata in aprile. “C’è una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato” – ha scritto. “Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto per la giustizia e la verità.”

Il Cardinale ha ribadito questa distinzione in dichiarazioni successive, il che lo rende una delle voci più chiare all’interno dell’alta gerarchia cattolica nel riconoscere l’asimmetria fondamentale che caratterizza il dominio di Israele sui palestinesi.

La fine dell’eccezionalismo cristiano

Nel novembre 2025, un documento ecumenico approvato dalle 13 confessioni che compongono il cristianesimo palestinese ha invocato il kairòs – termine greco che designa un momento decisivo che richiede azione. Rivolto alla Chiesa globale, il documento ha chiamato i cristiani a difendere non solo i fedeli palestinesi, ma il popolo palestinese nel suo complesso.

L’appello arrivava in un momento critico. Gli ebrei israeliani di destra e nazional-religiosi hanno a lungo preso di mira chiese, membri del clero, pellegrini e istituzioni cristiane a Gerusalemme Est e in Cisgiordania occupata. Ma il recente aumento di questi attacchi segnala uno spostamento più ampio all’interno della destra israeliana, in particolare nel movimento dei coloni: l’erosione dell’eccezionalismo informale a lungo riservato ai cristiani.

Durante la Marcia delle Bandiere per il Giorno di Gerusalemme [corteo nazionalista che ogni anno a Gerusalemme celebra la riunificazione della città, ndt.] di quest’anno, nazionalisti ebrei israeliani hanno aggredito palestinesi nel Quartiere Cristiano della Città Vecchia, mentre altre riprese hanno mostrato manifestanti sputare in direzione di un santuario dedicato alla Vergine Maria. Dall’ascesa di figure nazional-religiose come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich nel 2022, la distinzione che i governi israeliani successivi tracciavano un tempo tra palestinesi cristiani e musulmani – spesso favorendo i primi – è in gran parte scomparsa.

Per la leadership nazional-religiosa israeliana la priorità assoluta è la giudaizzazione della terra tra il fiume e il mare, incluse le città e i villaggi cristiani palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. Riconoscere la presenza storica del cristianesimo in Terra Santa non è più considerato una necessità strategica, così come non lo è preservare il turismo religioso e l’incentivo economico che esso rappresenta. Le successive guerre israeliane e il genocidio a Gaza hanno reso il pellegrinaggio sempre più insostenibile, spingendo molti cristiani a scegliere destinazioni come Grecia, Turchia o Spagna al posto della Terra Santa.

Mentre le critiche da parte dei leader religiosi si moltiplicavano, Israele si è mosso per riparare i propri rapporti con il cristianesimo mondiale. Ad aprile ha nominato George Deek, cittadino palestinese di Israele e diplomatico di carriera, Inviato Speciale per il Mondo Cristiano, incaricato di “approfondire i legami di Israele con le comunità cristiane in tutto il mondo”. Il messaggio pubblico di Deek, tuttavia, si è rivolto meno ai cristiani palestinesi che al pubblico occidentale. Ha descritto Israele come il “custode dei luoghi santi” e “l’avamposto del mondo occidentale”, legato all’Europa da comuni “radici giudaico-cristiane”.

Quelle dichiarazioni sono arrivate solo pochi giorni dopo che le autorità israeliane avevano imposto una chiusura record di 40 giorni di Haram Al-Sharif/Monte del Tempio durante il Ramadan e l’Eid Al-Fitr [festa di fine del Ramadan, ndt.], e avevano limitato l’accesso dei fedeli cristiani alla Chiesa del Santo Sepolcro per la Pasqua. Per le comunità musulmane e cristiane palestinesi di Gerusalemme, queste misure hanno rafforzato l’idea che la libertà di religione non possa essere difesa in modo selettivo, privilegiando una fede a scapito di un’altra.

Se la missione di Deek avrà successo da qualche parte, sarà probabilmente in Italia. Il paese non è solo il cuore geografico del cattolicesimo mondiale, ma con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni rappresenta anche un avamposto chiave dei valori dell’estrema destra europea, in particolare dopo la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria. Eppure persino Meloni, il cui governo si è generalmente allineato tanto con Benjamin Netanyahu quanto con Donald Trump, ha recentemente preso posizione contro entrambi i leader, mentre i rapporti tra Israele e la gerarchia cattolica si sono deteriorati.

Meloni ha criticato pubblicamente le autorità israeliane dopo che al Cardinale Pizzaballa e al Custode di Terra Santa, Francesco Ielpo, fu impedito l’ingresso alla Chiesa del Santo Sepolcro. Ha inoltre biasimato Trump per i suoi attacchi verbali contro Papa Leone XIV. Insieme, questi scontri hanno rivelato tensioni all’interno di quella che sembrava essere una solida alleanza transatlantica di destra.

Agendo come capo di una Chiesa universale impegnata per la pace piuttosto che per blocchi geopolitici, Papa Leone ha scompaginato quell’allineamento. Rispondendo a Trump in aprile ha dichiarato: “Non ho paura”, affermando che la Chiesa avrebbe continuato a parlare con la propria voce, indipendentemente dal fatto che questa voce fosse gradita a Washington o a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




L’Occidente deve agire per salvare il dottor Hussam Abu Safiya prima che sia ucciso da Israele

James Smith

6 giugno 2026 Middle East Eye

Il dottor Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Lo stesso vale per tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 82 operatori sanitari ancora nelle carceri israeliane.

Dopo due anni c’è il rischio imminente che venga ucciso nella famigerata prigione israeliana di Nitzan, dopo essere stato tenuto prigioniero per oltre 550 giorni.

Quel giorno di maggio 2024 l’equipaggio della nostra ambulanza si unì a un piccolo convoglio delle Nazioni Unite in viaggio verso il nord di Gaza. Ci era stato concesso un breve spiraglio per portare un’équipe medica norvegese all’ospedale Al Awda e poi trasferire dei pazienti di Kamal Adwan al sud di Gaza, dove avrebbero dovuto attendere l’evacuazione.

Ad Al Awda vedemmo i segni dei ripetuti attacchi israeliani all’ospedale. Le pareti erano crivellate di fori di proiettili di grosso calibro. Tra il terzo e il quarto piano c’era una enorme cavità spalancata dall’attacco israeliano all’ospedale nel novembre 2023, che aveva ucciso tre medici e l’accompagnatore di un paziente.

Raggiungemmo l’ospedale Kamal Adwan ben dopo mezzogiorno. I soldati israeliani ci avevano fermati al posto di blocco di Netzarim per quasi tre ore, il che significava che avevamo pochissimo tempo per identificare e trasferire in sicurezza i pazienti della nostra lista.

Venimmo accolti dal dottor Abu Safiya nel suo ufficio. Erano presenti anche rappresentanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di Medici Senza Frontiere (MSF), e fummo invitati a sederci mentre lui e i suoi colleghi ci spiegavano le numerose sfide che affrontavano come ospedale più a nord di Gaza.

Il ronzio assordante dei droni israeliani era incessante. Nonostante la costante minaccia di attacchi e la precaria scarsità di cibo, ci vennero offerti acqua e biscotti secondo la tradizione dell’ospitalità palestinese.

Maltrattamenti sfrontati

Il dottor Abu Safiya ci fece fare un giro dell’ospedale. I cortili e le scale erano affollati e i reparti pieni.

Fummo portati nel reparto di pediatria per vedere i bambini affidati alle sue cure: decine di bambini in condizioni critiche, alcuni visibilmente malnutriti e altri con urgente bisogno dei farmaci che Israele aveva bloccato impedendo che arrivassero agli ospedali di Gaza.

Quel giorno trasferimmo quattro bambini al sud di Gaza. Tre di loro avevano riportato ferite orribili a causa di un attacco israeliano, mentre il quarto necessitava di evacuazione urgente per un trapianto. Tutti erano stati curati meticolosamente dal dottor Abu Safiya e da infermieri e medici del Kamal Adwan con le poche risorse rimaste.

La volta successiva che vidi il dottor Abu Safiya fu otto mesi dopo, in un video che circolava online: si vedeva il medico camminare verso due veicoli blindati israeliani parcheggiati in una strada adiacente all’ospedale.

Era in piedi, procedeva dritto davanti a sé con indosso il camice bianco. Nelle settimane precedenti la struttura ospedaliera era stata ripetutamente attaccata, presa d’assalto e circondata. Decine di pazienti e membri dello staff erano stati uccisi all’interno dell’ospedale, e molti altri nelle immediate vicinanze.

Poi il dottor Abu Safiya fu fatto sparire con la forza. Si sapeva ben poco di dove si trovasse, o se fosse ancora vivo, finché un avvocato di al-Mezan [ONG palestinese in difesa dei diritti umani, ndt.] non riuscì a fargli visita nel febbraio del 2025.

A quel punto era già stato sottoposto a torture: spogliato, picchiato ripetutamente e tenuto in isolamento per lunghi periodi.

Due settimane dopo i media israeliani pubblicarono un video del dottor Abu Safiya, incatenato mani e piedi e circondato da guardie carcerarie israeliane. I loro volti erano ovviamente coperti: le guardie carcerarie e i soldati israeliani sanno che difficilmente saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, ma nonostante ciò non vogliono correre rischi.

Il dottor Abu Safiya è detenuto da allora senza accusa né condanna, in base all’illegittima legge israeliana sui combattenti illegali, e durante questo periodo è stato sottoposto a torture e maltrattamenti sfrontati.

Violenza sadica

Nessuna prova è mai stata presentata per giustificare la detenzione del dottor Abu Safiya, né alcuna prova potrebbe mai giustificare la violenza sadica inflittagli.

Il suo crimine? Il fatto che abbia insistito a restare con i suoi pazienti. Che, a differenza del personale delle agenzie delle Nazioni Unite e delle ONG internazionali, si sia rifiutato di andarsene, e così facendo non abbia dato alcuna legittimità ai ripetuti tentativi di pulizia etnica da parte di Israele.

Le mani che curano e resistono alla cancellazione salvando vite umane saranno sempre considerate una minaccia per coloro la cui ambizione è il genocidio.

Ed è così che Israele genocida ha trattato il dottor Abu Safiya. Durante l’ultima visita del suo avvocato, il 2 luglio, era stato picchiato così brutalmente da essere quasi irriconoscibile.

Aveva difficoltà a respirare, era debole, sembrava sul punto di perdere conoscenza ed era profondamente angosciato.

“Questa è l’ultima volta che mi vedi… Mi hanno portato qui [nella prigione di Nitzan] per uccidermi”, ha detto il dottor Abu Safiya al suo avvocato.

La sua vita è in grave pericolo. Non c’è dubbio che il rischio sia reale; sei operatori sanitari palestinesi sono già stati uccisi nei centri di detenzione israeliani dall’ottobre 2023.

Dobbiamo agire

Coloro che avevano il potere di agire hanno invece scelto di restare a guardare mentre Israele semina morte e distruzione in tutta la Palestina e in altri paesi della regione.

La detenzione, la tortura e l’uccisione di palestinesi all’interno del sistema carcerario israeliano non sono un’eccezione, né opera di poche guardie carcerarie corrotte; rappresentano una delle conseguenze più nefaste dell’intrinseco bisogno di Israele di disumanizzare e opprimere il popolo palestinese.

Il dottor Hussam Abu Safiya deve essere rilasciato immediatamente. Così come tutti i detenuti palestinesi, compresi gli altri 83 operatori sanitari che ad aprile si trovavano ancora nelle carceri israeliane, 23 dei quali avevano lavorato anche all’ospedale Kamal Adwan.

Il nostro compito non può certo fermarsi qui. Non esiste un colonialismo di insediamento che rispetti i diritti umani, un apartheid dignitoso o un’occupazione umana.

La sopravvivenza di Israele come colonia di insediamento è imperniata sulla continua tortura e detenzione dei palestinesi e perciò non vi può essere alcuna prospettiva di por fine a questa depravazione finché al colonialismo di insediamento sarà permesso di prosperare.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

James Smith è docente di Politiche e Pratiche Umanitarie presso l’UCL (University College London) e medico di pronto soccorso con sede a Londra. Ha lavorato a Gaza tra dicembre 2023 e gennaio 2024 e tra aprile e giugno 2024.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La UAW diventa il primo grande sindacato statunitense a votare per disinvestire dai titoli di Stato israeliani

Michael Arria

7 Luglio 2026 – MONDOWEISS

I delegati della UAW hanno votato per disinvestire i 400.000 dollari investiti in titoli di Stato israeliani, diventando così il primo grande sindacato statunitense a farlo. Gli organizzatori affermano che si tratta di una vittoria per la solidarietà internazionale e di un segno del crescente rifiuto di Israele da parte della classe lavoratrice.

Il mese scorso, la United Auto Workers (UAW) è diventata il primo grande sindacato statunitense a votare a favore del disinvestimento dai titoli di Stato israeliani.

La votazione si è svolta durante la convenzione annuale del sindacato a Detroit. Secondo quanto riportato, la UAW detiene almeno 400.000 dollari in titoli di Stato israeliani.

L’iniziativa è stata promossa da Unite All Workers for Democracy (UAWD), una corrente interna al sindacato, e da UAW Labor for Palestine, componente di Labor for Palestine, un gruppo che da oltre 20 anni spinge il sindacato ad appoggiare il movimento BDS.

La votazione è stata elogiata dalla Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi di Gaza.

“Esprimendo la nostra sincera gratitudine e il nostro apprezzamento per questo passo coraggioso affermiamo che esso riflette la coscienza viva della classe lavoratrice che si rifiuta di permettere che le proprie quote associative vengano utilizzate per finanziare il genocidio e l’ingiustizia”, ​​ha dichiarato la federazione in un comunicato. “La vostra decisione vi pone sulla giusta strada morale e sottolinea la forza della solidarietà sindacale internazionale”.

La dirigenza del sindacato aveva inizialmente rimosso l’emendamento sul disinvestimento dall’ordine del giorno della Convenzione, ma Olga Karounos, funzionaria dei servizi legali di New York, ha proposto di porre ai voti l’emendamento come proposta della commissione preparatoria e la mozione è stata approvata. L’emendamento è stato approvato con 321 voti favorevoli e 287 contrari.

Questo invierà un messaggio non solo alla classe dei miliardari, ma anche ai politici e a chiunque non abbia paura di opporsi al genocidio, a Netanyahu, al governo degli Stati Uniti e riporterà la UAW alla ribalta per il suo impegno a favore della solidarietà internazionale”, ha dichiarato Karounos.

L’espressione “Israel Bonds” è comunemente usata per indicare la Development Corporation for Israel (DCI). L’organizzazione raccoglie prestiti [negli USA, n.d.t.] per conto del tesoro israeliano al fine di sostenere l’economia israeliana, un’idea concepita dal primo ministro israeliano David Ben-Gurion. Nel 2023, l’organizzazione per i diritti umani Democracy for the Arab World Now (DAWN) ha chiesto a Israel Bonds di registrarsi come agente straniero.

“Israel Bonds è un’operazione sofisticata volta a ottenere il sostegno dell’opinione pubblica americana per i progetti politici di Israele, eludendo al contempo la minima trasparenza e il controllo richiesti dalle nostre leggi”, ha dichiarato a suo tempo Adam Shapiro, direttore del dipartimento legale di DAWN. “Gli americani devono sapere che agenti di governi stranieri stanno esercitando pressioni per modificare le leggi statunitensi e per sollecitare il loro sostegno politico e finanziario all’occupazione israeliana, alle politiche di apartheid e alle violazioni dei diritti umani”.

Negli ultimi anni Israel Bonds è stata presa di mira da attivisti che cercano di svincolare i propri governi locali dall’apartheid, dall’occupazione e dal genocidio. Il voto della UAW è solo una delle recenti vittorie in una serie di successi simili. L’anno scorso, ad esempio, il sistema pensionistico degli impiegati dello stato del Michigan ha disinvestito tutti gli investimenti in Israel Bonds.

Nel 1973 gli operai arabo-americani dell’industria automobilistica di Detroit incrociarono le braccia per protestare contro l’acquisto da parte del sindacato di obbligazioni israeliane per un valore di 300.000 dollari. Nel 2014 la sezione locale 2865 della UAW, che rappresenta gli studenti lavoratori dell’Università della California, divenne il primo grande sindacato statunitense a sostenere il movimento BDS tramite una votazione (sebbene questa sia stata annullata in modo antidemocratico dai funzionari sindacali) e nel 2023 la UAW divenne il più grande sindacato statunitense a sostenere un cessate il fuoco.

Tuttavia, nonostante queste campagne, la dirigenza della UAW, come quella della maggior parte dei grandi sindacati, è rimasta economicamente legata a Israele e favorevole ad esso.

Lo storico del lavoro Jeff Schuhrke, autore di “No Neutrals There: U.S. Labor, Zionism, and the Struggle for Palestine”, afferma che è proprio questo a rendere la recente votazione così significativa, poiché il fatto che lo statuto della UAW possa potenzialmente vietare l’acquisto di obbligazioni israeliane simboleggia un cambiamento definitivo.

«L’approvazione di questa risoluzione conferma che la maggioranza degli iscritti ai sindacati negli Stati Uniti è solidale con i palestinesi e desidera rompere con la lunga storia di sostegno intransigente del movimento operaio al sionismo», ha affermato Schuhrke.

Tuttavia ha anche osservato che non è chiaro come il consiglio direttivo internazionale del sindacato reagirà al voto e se la dirigenza sindacale abbia recepito il messaggio.

«C’è ancora molto altro che la UAW e gli altri sindacati statunitensi possono fare», ha sottolineato Schuhrke. «Non solo disinvestire dalle obbligazioni israeliane, ma anche dalle aziende prese di mira dal movimento BDS e organizzare i membri del sindacato e i loro alleati per boicottare tali aziende. Esiste un precedente storico per questo tipo di boicottaggio e disinvestimento sindacale risalente agli anni ’80, quando il movimento operaio statunitense sostenne il movimento anti-apartheid in Sudafrica».

Inoltre, la UAW rappresenta i lavoratori della Caterpillar e di alcune aziende appaltatrici del Pentagono profondamente complici dei crimini di Israele, quindi fare la scelta deliberata di educare e organizzare questi lavoratori in tutta la Palestina in modo che siano disposti e in grado di intraprendere azioni collettive per impedire fisicamente il genocidio in corso è un altro passo fondamentale che il sindacato potrebbe compiere”, ha aggiunto. “E lo stesso vale per gli altri sindacati che rappresentano i lavoratori di aziende complici”.

Alla convention Mike Davis, un operaio di una fabbrica di componenti dell’Ohio, ha proposto di portare in aula un emendamento più incisivo a favore della Palestina. Oltre al disinvestimento dai titoli di Stato israeliani, l’emendamento avrebbe stabilito il sostegno ai lavoratori della UAW che si rifiutano di inviare armi a Israele, definito criteri anti-imperialisti per i politici che il sindacato appoggerà e interrotto i rapporti con il più grande sindacato israeliano Histadrut. 69 delegati hanno appoggiato l’emendamento non raggiungendo i 128 necessari per l’approvazione.

“Sebbene sia deluso che la proposta più ampia non sia passata credo fosse importante sottoporla all’attenzione dei membri per poter avviare un dibattito”, ha dichiarato Davis a Mondoweiss. “Molte delle critiche che abbiamo ricevuto riguardavano la legalità o meno di uno sciopero o di un’astensione dal lavoro per questa causa, ma personalmente ritengo che se i soldati americani possono essere obiettori di coscienza non ci sia motivo per cui un operaio non possa astenersi dal lavoro per motivi simili, soprattutto durante un genocidio in corso.”

“Speriamo che in futuro si possa includere un maggior numero di espressioni di questo tipo [negli statuti dei sindacati, n.d.t.], ma, ha aggiunto, per ora è importante continuare a parlarne”.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il 30% degli ebrei americani adulti afferma che Israele ha commesso un genocidio a Gaza

A.P.

7 luglio 2026 –Haaretz

Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà” ha affermato dell’azione militare israeliana contro i palestinesi Harold Kalmus, un democratico di 69 anni di Arden, Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita.

Dopo decenni di solido sostegno bipartisan a Israele un nuovo sondaggio di AP e NORC rivela una netta erosione dell’appoggio verso l’alleato di lungo corso degli USA, con una crescente opposizione da parte dei democratici e segni di divisione tra i repubblicani.

La ricerca di Associated Press e NORC (Center for Public Affairs Research) [Centro di Ricerca per le Questioni Pubbliche] giunge in un momento in cui quello che una volta era il consenso su una questione di politica estera sta polarizzando sempre più gli americani in base a linee partitiche e generazionali animate dalla critica per il comportamento di Israele quasi tre anni dopo lo scoppio della sua ultima guerra contro Hamas a Gaza.

Circa un terzo degli adulti statunitensi, compresa più o meno metà dei democratici, ritiene che durante la guerra a Gaza Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi, un’accusa sollevata da alcune organizzazioni per i diritti umani e negata con veemenza da Israele e dal governo USA. Circa 2 americani su 10 affermano che Israele non lo ha fatto e il resto, approssimativamente la metà, non ne sa abbastanza per avere un’opinione.

Una percentuale simile, il 30%, di ebrei adulti sostiene che Israele ha commesso un genocidio, mentre circa la metà (il 49%) dice il contrario.

Harold Kalmus, un sessantanovenne democratico di Arden, nel Delaware, che si descrive come un ebreo per nascita, ha affermato che ricorda di essere stato orgoglioso di Israele quando era giovane. Ora non più.

Mi rendo conto che c’è una minaccia da parte di Hamas e che si trovano in una situazione molto difficile, ma quello che hanno fatto è semplicemente un orrore indicibile,” ha detto dell’azione militare israeliana contro i palestinesi. “Per come la vedo io stanno cercando di spazzare via una civiltà”

Quasi tre anni dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 con un bilancio di 1.200 persone uccise in Israele, in maggioranza civili mentre 251 ostaggi sono stati portati a Gaza, i dati mostrano opinioni su Israele nettamente peggiorate negli USA. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, e che non fa distinzione tra vittime civili e miliziani, a Gaza sono morti più di 73.000 palestinesi, compresi più di 1.000 uccisi dall’inizio dell’ultimo cessate il fuoco.

Secondo un altro sondaggio le simpatie americane si sono spostate verso i palestinesi e allontanate dagli israeliani più o meno dal 2020, ma da quando è iniziata l’ultima guerra a Gaza il divario si è notevolmente ampliato.

Molti americani, circa 4 su 10, non ne sanno abbastanza da dire se l’immediata risposta militare di Israele contro l’attacco di Hamas o le sue continue operazioni militari siano giustificate. Tra quanti hanno un’opinione in entrambi i casi molti dicono che la rappresaglia iniziale era motivata, ma una maggioranza [di questi] ritiene che le attuali azioni non lo siano.

Circa tre quarti degli ebrei adulti hanno detto che la risposta iniziale di Israele era giustificata, ma solo circa 4 su 10 lo pensano riguardo alle sue operazioni in corso.

Solo un terzo degli adulti statunitensi vede Israele come una questione “estremamente” o “veramente” importante per loro personalmente. Ma è stato un argomento scottante nella politica americana in quanto, a soli quattro mesi da elezioni di medio termine di cruciale importanza che determineranno l’equilibrio dei poteri nel Congresso per gli ultimi due anni di mandato del presidente Donald Trump, i rapporti tra i due Paesi rimangono tesi.

Recentemente il vice presidente JD Vance ha criticato i dirigenti israeliani che hanno manifestato frustrazione nei confronti di Trump mentre di recente nelle primarie di New York e del Colorado oppositori di Israele hanno sconfitto [candidati] sostenuti dall’establishment democratico.

Il sostegno democratico per Israele si riduce

Il sondaggio AP-NORC rileva uno cambiamento decisivo nel partito democratico. Circa il 58% dei democratici ora afferma che gli USA “appoggiano troppo” gli israeliani, in crescita rispetto al 45% di un sondaggio AP-NORC del gennaio 2024, quando era al potere l’ex-presidente Joe Biden. Ciò include nella nuova rilevazione il 51% degli ebrei democratici.

Circa 6 democratici su 10, il 62%, afferma che gli USA “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, in aumento rispetto al 49% del 2024. I giovani democratici dai 45 anni in giù sono ancora più propensi rispetto ai più anziani a sostenere che gli Stati Uniti “non appoggiano abbastanza” i palestinesi, ma i democratici più anziani si stanno mettendo al passo con i giovani. Circa il 57% dei democratici anziani, rispetto al 39% di due anni fa, ora afferma che gli USA dovrebbero fare di più per i palestinesi.

Joy Jennik, democratica di 73 anni originaria di Brookfield, Wisconsin, ha affermato di non aver avuto forti convinzioni sui rapporti tra USA e Israele fin dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre.

Ora crede che Israele sia colpevole di genocidio.

Della Striscia di Gaza non è rimasto quasi niente. Quella povera gente sopravvive a stento” ha detto Jennik, insegnante di economia domestica in pensione.

Solo una piccola percentuale di repubblicani, il 13%, descrive le azioni di Israele come genocide, benché ci sia un’evidente differenza in base all’età. Circa 2 repubblicani su 10 sotto i 45 anni afferma che Israele ha commesso un genocidio, mentre lo dice solo 1 su 10 con un’età superiore ai 45 anni.

Nel complesso il 60% dei repubblicani descrive il sostegno degli USA a Israele come “giusto”. Solo circa 2 repubblicani su 10 sostengono che gli Stati Uniti sono “troppo favorevoli” agli israeliani, anche se i repubblicani sotto i 45 anni sono più propensi ad affermarlo.

La percentuale complessiva dei repubblicani secondo cui gli USA “appoggiano troppo” Israele non è cambiata in modo significativo dal 2024, ma quella di quanti sostengono che gli USA non lo fanno abbastanza è crollata dal 39% al 15%.

Mike Cardona, un repubblicano settantenne della periferia di Phoenix, ha affermato di essere soddisfatto del livello di appoggio che gli USA stanno fornendo a Israele e ha rifiutato l’opinione secondo cui Israele ha commesso un genocidio.

Speravo che intervenissero in modo più duro e meglio,” ha detto Cardona, venditore di prodotti industriali in pensione, riferendosi alle azioni militari di Israele a Gaza. “Sfortunatamente verranno uccisi alcuni innocenti, ma Hamas ed Hezbollah non ne hanno mai tenuto conto quando hanno ucciso bambini e donne in Israele.”

Netanyahu è generalmente impopolare, mentre le opinioni su Mamdani sono contrastanti

Nelle interviste varie persone interpellate hanno sottolineato che le loro critiche nei confronti di Israele erano concentrate sui suoi dirigenti, soprattutto sul primo ministro Benjamin Netanyahu, che dopo i ripetuti scontri con i presidenti democratici è percepito come strettamente associato a Trump.

Nel complesso solo il 20% degli adulti statunitensi ha un’opinione positiva del primo ministro israeliano, mentre quasi il doppio, 38%, esprime un parere negativo. Circa il 41% non ne sa abbastanza per esprimere un opinione.

Netanyahu è particolarmente impopolare tra gli ebrei adulti: approssimativamente 6 su 10 lo vedono negativamente, mentre un terzo circa positivamente.

I giovani adulti, indipendentemente dal partito, affermano con maggiore probabilità rispetto ai più anziani di non avere un’opinione su Netanyahu. Ma mentre i repubblicani più anziani lo vedono più positivamente che negativamente, le opinioni dei repubblicani più giovani tendono ad essere sfavorevoli.

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha assunto un certo rilievo come critico esplicito di Israele, e il 27% degli adulti statunitensi ha un’opinione favorevole del trentaquattrenne democratico socialista. Un altro 28% degli adulti USA ha un’opinione negativa, mentre il 44% non è in grado di esprimere un’opinione.

Gli ebrei adulti, che nella stragrande maggioranza si identificano con i democratici, ha un’opinione più positiva di Mamdani che di Netanyahu, con il 44% che vede il sindaco di New York positivamente, il 39% negativamente e il 17% non si esprime.

Complessivamente circa la metà dei democratici ha un’idea favorevole di Mamdani e solo 1 su 10 lo vede negativamente, mentre il resto, circa il 39%, non ha un’opinione.

Nel contempo i rapporti tra gli USA e Israele non sono in cima alle preoccupazioni di molti americani quando pensano alle imminenti elezioni di medio termine.

Per persone come Michael Ripka, addetto al palco di 34 anni di Casper, Wyoming, che in genere vota repubblicano, l’economia è di gran lunga la questione più importante a cui pensare.

Tutto quanto è terribilmente caro,” ha sostenuto. I conflitti in Medio Oriente, ha aggiunto, sono “al 100 per 100 un enorme diversivo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo un esperto la decisione di Hamas di sciogliere il governo di Gaza è un gesto di apertura verso Trump.

Sean Mathews

6 luglio 2026 – Middle East Eye

Il disarmo di Hamas è la questione “più spinosa” da risolvere, mentre Israele si consolida a Gaza e il cessate il fuoco è in fase di stallo.

La decisione di Hamas di sciogliere il proprio governo a Gaza, come spiegano gli esperti a Middle East Eye, vuole essere un messaggio rivolto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per fargli capire che l’organizzazione non rappresenta un ostacolo al suo traballante piano di pace per lenclave.

Lunedì Hamas ha annunciato lo scioglimento dell’organo che ha governato la Striscia di Gaza per quasi due decenni.

“Il capo del comitato di emergenza del governo, Mohammed al-Farra, ha ufficialmente presentato le sue dimissioni”, ha dichiarato all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] Ismail al-Thawabta, responsabile dell’ufficio stampa del governo di Hamas.

“Ha anche deciso di sciogliere il comitato per facilitare la transizione amministrativa e governativa al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG)”, ha aggiunto.

Hamas governa Gaza dal 2006, anno in cui ha ottenuto la maggioranza nel parlamento palestinese e formato un governo. Poco dopo sono scoppiati i combattimenti tra Hamas e il suo rivale laico, Fatah. Hamas ha consolidato il suo controllo a Gaza mentre Fatah ha mantenuto quello della Cisgiordania attraverso l’Autorità Palestinese.

«Hamas sta segnalando a Trump di non essere un ostacolo al suo accordo di pace, a differenza di Israele, che bombarda e uccide ogni giorno», ha dichiarato a MEE Khaled Elgindy, ricercatore esperto nell’ambito del programma sul Medio Oriente presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft [Centro studi statunitense di politica estera, ndt.].

«Hamas è in realtà più propenso dell’Autorità Palestinese a rinunciare al governo civile di Gaza in favore del NCAG», ha aggiunto Elgindy, riferendosi al rivale di Hamas, che esercita un governo limitato nella Cisgiordania occupata.

«Questa mossa non è sorprendente né inaspettata, ma è degna di nota», ha concluso.

Il NCAG è il comitato di tecnocrati palestinesi di Gaza incaricato di governare gli affari quotidiani nell’enclave nell’ambito dell’accordo di pace mediato da Stati Uniti, Qatar ed Egitto nel settembre 2025 per porre fine al genocidio israeliano nell’enclave, dove sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

Il comitato non è stato in grado di entrare a Gaza, per cui ha sede al Cairo.

Violazioni israeliane

Nel frattempo Israele ha continuato a lanciare attacchi contro Gaza, uccidendo oltre 1.000 persone da quando è stato firmato il cessate il fuoco.

Israele ha limitato l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave e negli ultimi mesi ha anche ampliato la sua presenza militare, prendendo il controllo di quasi il 70% del territorio di Gaza.

Il “Comitato per la Pace” di Trump non ha condannato i continui attacchi contro Gaza e le appropriazioni di terra da parte di Israele. Secondo il quotidiano israeliano Israel Hayom, starebbe anche supervisionando un piano per confinare i palestinesi nelle cosiddette “zone umanitarie libere da Hamas”.

Il Comitato ha dichiarato di aver “preso atto” della decisione di Hamas e ha chiesto un “raggruppamento di tutte le armi sotto il controllo del NCAG”.

Il NCAG ha affermato di essere pronto ad assumere il governo civile di Gaza.

Dichiariamo che il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza è pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità nazionali non appena saranno disponibili le risorse e le capacità necessarie”, ha scritto su X Ali Shaath, capo del comitato, aggiungendo: “I requisiti fondamentali per il successo del comitato sono un’autorità unica, una legge unitaria con un mandato chiaro e un’unica forza armata sotto l’autorità di questa singola entità“.

Israele ha risposto all’annuncio di Hamas chiedendo la “completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza”.

In base al piano di pace del 2025 Hamas ha accettato di disarmare le proprie truppe in seguito al ritiro di Israele dall’enclave. Tuttavia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che Israele intende rafforzare il proprio controllo territoriale su Gaza.

Elgindy ha spiegato a MEE che l’annuncio di Hamas mira a dimostrare la propria buona fede riguardo al piano di pace, rimandando al contempo la questione “più spinosa” della smilitarizzazione.

“Hamas vuole rimuovere un pretesto che permette a Israele di continuare ad attaccare Gaza. Ma Netanyahu vuole una guerra permanente e la questione delle armi di Hamas è l’argomento più spinoso”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un gigante agro-industriale tedesco-americano è il principale finanziatore di fondi esteri per le guerre israeliane

Sebastian Shehadi

3 luglio 2026 – Chronique de Palestine

Dal 2024 Allianz, che ha sede a Monaco, e la sua filiale californiana hanno accumulato almeno 2,67 miliardi di dollari in obbligazioni di Stato israeliane.

Al culmine della campagna militare di Israele a Gaza un’impresa è diventata il primo finanziatore di fondi esteri dello Stato israeliano, detenendo più obbligazioni di Stato israeliane di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e tutti gli altri Paesi messi insieme.

Si tratta di Allianz, il gigante tedesco di assicurazioni e servizi finanziari e della sua filiale californiana di gestione di obbligazioni PIMCO, il gestore attivo di obbligazioni più grande al mondo.

I dati comunicati a Middle East Eye da Profundo, una società di ricerca sullo sviluppo sostenibile con sede a Amsterdam, mostrano che a settembre 2025 il gruppo Allianz aveva accumulato circa 2,67 miliardi di dollari di obbligazioni di Stato israeliane attraverso le sue varie filiali di fondi.

Questo rappresentava il 51,8% dell’insieme dei capitali non [di investitori] israeliani recensiti nella banca dati in quel momento. In parole povere: al suo apogeo Allianz-PIMCO deteneva più obbligazioni di guerra israeliane che l’insieme del resto del mondo.

I governi emettono obbligazioni per raccogliere fondi destinati alle spese pubbliche o per rimborsare i propri debiti.

Per Israele queste vendite sono state cruciali per finanziare le sue guerre a Gaza, in Libano e in Iran, visto che le emissioni obbligazionarie hanno raggiunto livelli record sia nel 2024 che nel 2025.

L’acquisto di obbligazioni emesse da un governo oggetto di un’inchiesta per genocidio comporta rischi giuridici e di immagine che vanno ben oltre quelli connessi ad un investimento classico nel debito sovrano, ma gli investitori sono stati ampiamente ricompensati per essersi assunto tale rischio.

Le obbligazioni di Stato israeliane emesse durante la guerra hanno offerto un tasso di interesse medio di circa il 5,56% contro l’1,4% delle emissioni precedenti la guerra.

Questo “coefficiente di guerra” ha fatto delle obbligazioni israeliane un investimento allettante per gli investitori istituzionali in cerca di rendimento, anche se la valutazione del credito del Paese è stata declassata dalle tre principali agenzie.

Tenendo conto del genocidio che sta commettendo Israele a Gaza, il fatto che PIMCO continui ad investire nel debito sovrano israeliano testimonia un flagrante disprezzo delle responsabilità in merito ai diritti umani e degli obblighi giuridici internazionali”, dichiara Max Hammer, attivista di BankTrack, un’organizzazione che monitora l’impatto delle banche commerciali sui diritti umani.

Inoltre questo pone PIMCO in contrasto con un gran numero di suoi concorrenti che hanno giustamente deciso di ritirarsi dalle emissioni obbligazionarie israeliane.

Le organizzazioni di difesa dei diritti umani, gli esperti di diritto internazionale e i responsabili dell’ONU, tra cui Francesca Albanese, hanno segnalato chiaramente che il fatto di finanziare Israele contribuisce inevitabilmente a gravi violazioni dei diritti umani e a crimini di guerra.”

Una domanda in forte crescita

L’insieme dei dati di Profundo monitora gli investitori istituzionali internazionali sulle obbligazioni di Stato israeliane attraverso quattro rilevamenti realizzati tra la fine del 2024 e l’inizio del 2026.

Pur non esaustivo, dà conto di un flusso importante di vendite di obbligazioni e traccia un quadro d’insieme della forte crescita della domanda occidentale.

Più precisamente: il totale dei capitali non [di investitori] israeliani è passato da 1,16 miliardi di dollari nel novembre 2024 ad almeno 4,91 miliardi di dollari nel marzo 2026, cioè quattro volte in poco più di un anno, mentre le guerre condotte da Israele a Gaza e in Libano continuavano e gli attacchi contro la Cisgiordania si intensificavano.

Due Paesi sono stati i principali motori di questa crescita.

La Germania e gli Stati Uniti rappresentavano da soli il 90% del totale dei capitali non [di investitori] israeliani all’inizio del 2026, cioè 4,45 miliardi di dollari su un totale di 4,91 miliardi. Tutti gli altri Paesi nel loro insieme ne rappresentavano meno del 10%.

A novembre 2024 il gruppo Allianz – incluse le sue attività principali in Germania, la piattaforma di fondi americana PIMCO, PIMCO Europe e Allianz Global Investors – deteneva soltanto 32 milioni di dollari di obbligazioni israeliane. Meno di un anno più tardi, a settembre 2025, questa cifra è passata a 2,67 miliardi di dollari.

Le dimensioni di questo aumento, e la sua concentrazione all’interno di un solo gruppo di imprese, sono senza precedenti, stando ai dati di Profundo.

Ward Warmerdam, ricercatore esperto presso Profundo, ha dichiarato a MEE: “Allianz, con l’intermediazione di PIMCO, è alla lunga il più grande investitore non israeliano nelle obbligazioni sovrane israeliane, e questo dopo gli attacchi del 7 ottobre. Non ha ceduto queste obbligazioni neppure dopo che sono state presentate davanti alla CIG [Corte Internazionale di Giustizia] accuse di genocidio [contro Israele, ndt.].

Non è un caso che sia un’impresa tedesco-americana ad investire così tanto in Israele. Allianz/PIMCO è il più grande investitore in titoli a reddito fisso al mondo. Ma questo spiega solo in parte la portata di questo investimento. Penso che sia sproporzionato e intenzionale. E la domanda in quale misura sia calcolato da parte loro il fatto di raddoppiare l’investimento in emissioni di obbligazioni sovrane israeliane dopo il 7 ottobre è, secondo me, una domanda a cui può rispondere solo chi sta dietro a questa scelta”

MEE ha contattato Allianz e PIMCO per porre loro domande dettagliate sui loro portafogli di obbligazioni di Stato israeliane, ma al momento della pubblicazione nessuna delle due società aveva risposto.

Che cosa è PIMCO?

PIMCO, o Pacific Investment Management Company, è uno degli attori più influenti sui mercati obbligazionari mondiali.

Fondata in California nel 1971, all’inizio del 2026 gestiva 2.270 miliardi di dollari di attivo in totale, di cui 1.860 miliardi di dollari per conto di clienti esterni come fondi pensione, fondi sovrani e compagnie assicurative.

In collaborazione con Allianz Global Investors, PIMCO contribuisce anche alla sua società madre, Allianz, nella gestione di 2.000 miliardi di euro di attivo per conto di terzi, facendo del gruppo Allianz uno dei più grandi gestori patrimoniali al mondo.

Dal 2000 PIMCO è al 100% una filiale di Allianz.

Questa relazione è importante perché le posizioni obbligazionarie israeliane del gruppo Allianz sono suddivise tra diversi strumenti finanziari – principalmente le diverse filiali di PIMCO, ma anche Allianz Global Investors, il ramo di gestione patrimoniale del gruppo – che depositano ciascuno separatamente le loro dichiarazioni presso le autorità di regolamentazione.

E’ l’insieme di queste dichiarazioni elencate sulla base dei dati di Profundo che rivela questa cifra record di 2,67 miliardi di dollari. Il ruolo di PIMCO sui mercati obbligazionari israeliani va oltre le proprie posizioni di investimento.

Comparendo tra i più grandi gestori di fondi a reddito fisso al mondo, PIMCO interviene anche in qualità di sotto-gestore esterno per conto di fondi pensione e di investitori istituzionali del mondo intero, acquistando obbligazioni a loro nome nel quadro di mandati definiti da questi clienti.

In una precedente inchiesta MEE ha rivelato come nel 2024 e 2025 PIMCO avesse acquistato per una cifra di 29,2 milioni di dollari obbligazioni di Stato israeliane attraverso l’intermediazione di Border to Coast, il più grande fondo pensioni pubblico del Regno Unito.

Questi acquisti sono stati rivelati solo dopo che militanti propalestinesi hanno condotto delle inchieste, cosa che ha spinto Border to Coast a chiedere spiegazioni a PIMCO sui motivi di tali acquisti.

Occorre notare che in precedenza PIMCO non aveva mai spiegato né accennato ai suoi acquisti di obbligazioni israeliane, fino all’anno scorso.

L’unica giustificazione attualmente depositata – come è stata comunicata a Border to Coast prima che quest’ultimo si facesse da parte sotto la pressione dei militanti – è che queste obbligazioni sono state acquistate in base alla valutazione del credito allora alta di Israele e dei suoi fondamentali economici.

Tuttavia questo non esclude l’esistenza di relazioni politiche e di interessi particolari dietro le quinte. Né l’amministratore delegato francese di PIMCO, Emmanuel Roman, né alcun altro dirigente ha accennato pubblicamente a questi acquisti.

Il consiglio consultivo mondiale della società conta fra i suoi membri Joshua Bolten, ex capo gabinetto della Casa Bianca e figura di spicco dei circoli filoisraeliani a Washington. Anche l’ex primo ministro britannico Gordon Brown fa parte di questo consiglio consultivo.

Il caso di Border to Coast non è isolato. PIMCO gestisce attività per conto di parecchi clienti istituzionali su scala mondiale e la dimensione dei suoi acquisti di obbligazioni di Stato israeliane nell’ambito di questi mandati sfugge del tutto allo sguardo dell’opinione pubblica.

Perciò i dati di Profundo riflettono solo in parte l’impatto reale di Allianz-PIMCO, il che significa che molto probabilmente la cifra di 2,67 miliardi di dollari è sottostimata.

Questa somma corrisponde al patrimonio dichiarato direttamente a nome dei fondi gestiti da PIMCO stessa; non include le obbligazioni israeliane acquistate da PIMCO per conto di clienti esterni.

Se si considera l’insieme dei fondi propri di PIMCO e delle sue centinaia di commesse esterne – fondi pensione, fondi sovrani e assicurativi di tutto il mondo – il volume reale di obbligazioni israeliane che passa attraverso le sue operazioni è sconosciuto, ma arriva certamente a parecchi miliardi e oltre.

La dimensione americana

Se Allianz-PIMCO è il principale acquirente di obbligazioni di Stato israeliane sui mercati internazionali, gli Stati Uniti nel loro complesso costituiscono il pilastro incontestabile degli investimenti stranieri in questi titoli.

Nel marzo 2026 gli investitori americani detenevano 2,02 miliardi di dollari contro 879 milioni di dollari nel novembre 2024. Questo aumento è regolare e continuo, senza alcun segno di rallentamento.

Vanguard, società con sede in Pennsylvania e primo gestore mondiale di fondi indicizzati, nel suo resoconto di marzo 2026 ha superato per la prima volta l’asticella del miliardo di dollari di obbligazioni israeliane– e il suo trend di crescita è in aumento.

Sotto certi aspetti la predominanza della Germania in questi dati è ingannevole. Sui 2,43 miliardi di dollari di obbligazioni israeliane detenute da questo Paese, circa il 94% sono gestiti dalla società americana PIMCO.

In altri termini, si tratta in larga misura di una storia americana. Capitali domiciliati negli Stati Uniti, gestiti da società americane, affluiscono verso le obbligazioni di guerra israeliane ad un ritmo straordinario.

Molto distanziati da Stati Uniti e Germania, gli altri principali detentori di obbligazioni israeliane nel marzo 2026 erano il Regno Unito (149 milioni di dollari), il Canada (101 milioni di dollari), l’Italia (53 milioni di dollari), la Svizzera (46 milioni di dollari) e la Francia (22 milioni di dollari).

Complessivamente, come anche tutti gli altri Paesi, rappresentano solo il 9% dell’insieme degli investimenti da parte di investitori non israeliani.

La concentrazione dei capitali americani nelle obbligazioni israeliane riflette in parte la posizione dominante dei gestori patrimoniali americani sui mercati mondiali dei titoli a reddito fisso, ma anche l’intensità del sostegno americano a Israele al più alto livello delle sfere governative e finanziarie.

Il contrasto con l’Europa è sorprendente.

Se la Germania, con l’intermediazione di Allianz-PIMCO, ha aumentato considerevolmente la propria esposizione alle obbligazioni israeliane, altri Paesi europei hanno ridotto la loro o mantenuto i propri investimenti ad un livello basso.

Infatti questi ultimi anni sono stati contraddistinti da un’ondata di disinvestimenti da parte delle grandi istituzioni europee.

Per esempio, AkademikerPension, il fondo pensioni degli universitari danesi, a settembre 2025 ha ufficialmente escluso Israele dal suo portafoglio.

Tre mesi prima il Fondo strategico di investimenti irlandese aveva ceduto le sue obbligazioni di Stato israeliane, mentre il Fondo pensioni del governo norvegese Global si era ritirato da 11 imprese israeliane e aveva escluso cinque banche israeliane.

Nel complesso del settore occidentale della gestione patrimoniale osserviamo una divergenza piuttosto che una convergenza (in particolare tra gli Stati Uniti e una gran parte dell’Europa occidentale)”, ha dichiarato Courtney Wicks, del Centro per investimenti etici e monitorati.

Certi gestori limitano la loro esposizione ai problemi legati ai diritti umani (in relazione alla Palestina) in risposta a pressioni politiche o di immagine, piuttosto che rafforzare dei quadri di gestione tenendo conto dei conflitti.”

Questa divergenza è visibile anche all’interno del gruppo stesso Allianz.

In seguito a forti pressioni degli attivisti a fine 2025 il ramo assicurativo di Allianz ha smesso di comprendere [obbligazioni di] Elbit Systems UK, la filiale britannica dell’impresa di armamenti israeliana.

Allo stesso tempo il suo ramo di gestione patrimoniale deteneva miliardi di dollari di obbligazioni di Stato israeliane.

Nel 2024 e 2025 militanti propalestinesi hanno occupato gli uffici di Allianz a Londra e a Guildford, imbrattandoli di vernice rossa per protestare contro la polizza assicurativa stipulata dall’impresa con Elbit Systems.

Dopo che questa settimana un tribunale londinese ha deciso che la questione potesse andare a giudizio Allianz ha già intrapreso un’azione civile per una cifra di circa 300.000 sterline contro questi militanti, oltre a denunce penali.

I militanti, che non hanno i mezzi per farsi difendere da un avvocato in questa causa civile, affermano che questa azione giudiziaria mira a reprimere la contestazione.

Da parte sua Allianz l’anno scorso ha dichiarato un utile d’esercizio di 20,1 miliardi di dollari.

L’autore: Sebastian Shehadi

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman. I suoi articoli sono stati pubblicati su Financial Times, la BBC, Novara Media e su parecchie altre testate.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Secondo B’Tselem Israele in Cisgiordania sta uccidendo il maggior numero di minori palestinesi dal 1967

Redazione di MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

L’associazione per i diritti umani afferma che, nonostante l’elevato numero di vittime, nessuno è stato incriminato per l’uccisione di minori palestinesi dall’ottobre 2023 nella Cisgiordania occupata

Lunedì B’Tselem ha detto che le forze israeliane stanno uccidendo il maggior numero di minori palestinesi nella Cisgiordania occupata dal 1967, contando nel 2025 54 minori uccisi da colpi di arma da fuoco.

Il gruppo israeliano per i diritti umani ha affermato che quasi un palestinese su quattro ucciso dalle forze israeliane nei territori occupati dall’ottobre 2023 era minorenne, la percentuale più alta dall’inizio dell’occupazione.

Nonostante l’elevato numero di minori morti, nessuno è stato ritenuto responsabile e non sono note incriminazioni legate agli omicidi dall’ottobre 2023.

B’Tselem ha affermato che le morti non sono state “errori isolati o violazioni degli ordini militari”.

Al contrario, l’organizzazione ha affermato che tali uccisioni sono il risultato di una politica israeliana che consente regole di ingaggio permissive, etichetta sistematicamente i palestinesi come “terroristi” e protegge i soldati che fanno uso di forza letale.

“L’uccisione diffusa e senza precedenti di bambini e adolescenti palestinesi in Cisgiordania è il risultato di una più ampia politica israeliana che permette l’uccisione di palestinesi praticamente senza che i responsabili vengano chiamati a risponderne”, ha dichiarato Yuli Novak, direttore esecutivo di B’Tselem.

“Quando il comandante militare dell’area si vanta che Israele sta uccidendo palestinesi ‘come non si uccideva dal 1967’, sta confermando esattamente questo: il sistema non si limita a sostenere chi preme il grilletto, ma di fatto gli concede la licenza di uccidere”.

Via libera all’uccisione di minori

All’inizio di quest’anno il comandante militare israeliano della Cisgiordania occupata, Avi Bluth, ha affermato che l’esercito stava uccidendo palestinesi a livelli “mai visti dal 1967”.

Ha rilasciato queste dichiarazioni in un incontro riservato in cui ha anche difeso le regole di ingaggio più permissive che consentono alle truppe di aprire il fuoco su palestinesi disarmati.

Bluth ha riconosciuto un approccio discriminatorio in base al quale gli israeliani ebrei che lanciano pietre non vengono presi di mira, mentre i palestinesi che compiono azioni simili vengono uccisi.

“In tre anni abbiamo ucciso 1.500 terroristi”, ha detto, riferendosi ai palestinesi.

“Allora come mai non c’è un’intifada? Perché non scendono in piazza? Perché l’opinione pubblica palestinese è indifferente? Perché non ci sono disordini?”

Bluth, un colono che comanda le forze israeliane in Cisgiordania dal 2024, ha aggiunto: “Gli arabi capiscono che ‘se qualcuno si alza per ucciderti, uccidilo per primo’ fa parte delle regole in Medio Oriente, e quindi stiamo uccidendo come non facevamo dal 1967”.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane hanno ucciso 1.105 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, tra cui almeno 242 minori.

B’Tselem ha affermato che in quasi un quarto dei casi documentati le forze israeliane hanno “ritardato o impedito al personale medico” di raggiungere i minori feriti, contribuendo alla loro morte.

L’associazione ha anche affermato che Israele ha sequestrato decine di corpi di palestinesi uccisi. [Le salme di] almeno 18 minori uccisi nel 2025 sono ancora detenute dalle autorità israeliane.

Sebbene la dichiarazione di B’Tselem si concentri principalmente sulla Cisgiordania occupata, l’organizzazione afferma che le uccisioni sono collegate a quelle di Gaza. Una caratteristica particolare del genocidio israeliano a Gaza è stato che si sia concentrato in particolare sui minori.

“Le uccisioni in Cisgiordania non possono essere separate dall’uccisione da parte di Israele di oltre 21.000 minori palestinesi nella Striscia di Gaza”, ha dichiarato B’Tselem.

“Permettendo a Israele di uccidere su tale scala a Gaza senza conseguenze, la comunità internazionale gli ha di fatto dato il via libera per perseguire la stessa politica mortale in Cisgiordania. Finché Israele continuerà a godere di un’impunità pressoché totale nel mondo, le vite dei palestinesi, compresi i bambini, rimarranno indifese e in pericolo”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La campagna di disinvestimento che potrebbe scuotere le fondamenta economiche di Israele

Aharon Porath

30 giugno 2026 – +972 MAGAZINE

Per finanziare una guerra perenne Israele è diventato sempre più dipendente dall’emissione di obbligazioni. Rinunciare a questi titoli, spesso investiti passivamente, sconvolge questo equilibrio.

A fine maggio, l’Unione Europea ha annunciato una serie di nuove sanzioni contro le organizzazioni dei coloni israeliani e contro individui noti per aver attaccato violentemente i palestinesi nella Cisgiordania occupata. A ciò hanno fatto seguito rapidamente sei governi europei, tra cui Gran Bretagna e Francia, che hanno imposto ulteriori sanzioni contro le “reti di finanziamento e sostegno agli attacchi dei coloni”. La Francia ha inoltre annunciato il divieto di ingresso nel Paese al ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, a causa del suo sostegno agli insediamenti e all’annessione.

In un’intervista al quotidiano israeliano Globes, l’ambasciatore dell’UE in Israele, Michael Mann, ha sottolineato che queste non erano sanzioni contro lo Stato di Israele, bensì “contro specifici individui e organizzazioni che riteniamo abbiano violato i diritti umani”. Anche se si prevede che i governi europei discuteranno di ulteriori sanzioni nelle prossime settimane, le dichiarazioni di Mann suggeriscono che l’UE intende comunque tracciare una netta distinzione tra gli insediamenti e Israele.

Mentre queste sanzioni hanno fatto notizia su quasi tutti i canali televisivi israeliani, un’altra forma di pressione economica si sta intensificando in sordina: la vendita di titoli di Stato israeliani. Nella migliore delle ipotesi, i casi di disinvestimento vengono menzionati brevemente nelle pagine interne della stampa finanziaria. Tuttavia, sebbene la sua portata rimanga limitata, l’intensificarsi di questa campagna potrebbe danneggiare significativamente l’economia israeliana.

Non essendo vincolato ai lunghi processi politici che caratterizzano le decisioni governative, il disinvestimento dalle obbligazioni può essere intrapreso da una serie di soggetti autonomi diversi, tra cui fondi pensione, investitori privati, enti governativi locali e regionali e fondi di investimento pubblici e privati, spesso in risposta diretta alle pressioni della popolazione. E, cosa fondamentale, a differenza delle sanzioni dell’UE, non fa distinzione tra lo Stato di Israele e gli insediamenti.

A maggio, il più grande fondo pensionistico pubblico [degli impiegati pubblici, ndt.] del Regno Unito ha ceduto alle pressioni degli attivisti e ha venduto obbligazioni governative israeliane per un valore di circa 29,2 milioni di dollari. “Siamo rimasti inorriditi nello scoprire che i nostri fondi pensione stanno finanziando genocidio, apartheid, occupazione, incarcerazione e tortura”, ha dichiarato uno dei leader della protesta a Middle East Eye.

Pochi giorni dopo una campagna simile nel Maryland ha annunciato di essere riuscita a convincere il fondo pensionistico dello Stato [degli impiegati dello Stato, ndt.] a disinvestire 73,7 milioni di dollari in obbligazioni israeliane. La direzione del fondo ha negato che la decisione fosse stata presa in risposta alla protesta, ma, anche se si trattasse di una decisione di investimento piuttosto che di un risultato diretto degli attivisti pro-Palestina, casi come questo minacciano di scuotere le fondamenta economiche di Israele.

Pressioni simili vengono esercitate sul fondo pensionistico statale e locale [degli impiegati statali e comunali, ndt.] di New York, che detiene circa 368 milioni di dollari in obbligazioni israeliane, e sul fondo pensionistico nazionale del Galles (sebbene in quest’ultimo caso gli investimenti siano in società israeliane anziché in titoli di Stato). Il più grande fondo pensionistico privato britannico, l’Universities Superannuation Scheme, ha anticipato la tendenza, disinvestendo oltre 100 milioni di dollari in attività israeliane già nell’agosto del 2024.

Anche i meccanismi attraverso i quali gli europei investono in obbligazioni israeliane sono stati scossi dalle campagne di pressione. Negli anni successivi alla Brexit l’Irlanda si è assunta la responsabilità, precedentemente detenuta dal Regno Unito, di approvare i documenti normativi (noti come prospetti informativi) che consentivano l’offerta di obbligazioni governative israeliane a enti di investimento istituzionali e pubblici degli Stati membri dell’UE. Tuttavia nel settembre 2025 la Banca Centrale d’Irlanda ha cessato di svolgere questo ruolo fondamentale in seguito a una prolungata campagna di pressione da parte di parlamentari irlandesi, attivisti e organizzazioni per i diritti umani.

Sebbene ciò non abbia ostacolato il meccanismo di investimento in obbligazioni – che è stato successivamente trasferito in Lussemburgo, dove funziona in modo molto simile – la mossa riflette una crescente consapevolezza del fatto che molte persone hanno investito in obbligazioni israeliane senza nemmeno saperlo. E se questa tendenza dovesse continuare potrebbe creare seri problemi all’economia israeliana.

“Elevata fiducia degli investitori”

L’emissione di obbligazioni è uno strumento essenziale per i governi per finanziare la spesa pubblica e ripagare i debiti. Per Israele, pertanto, questa fonte di reddito finanzia ogni aspetto, dalla spesa per il welfare pubblico all’equipaggiamento militare necessario per perpetrare il genocidio a Gaza. Con la guerra prolungata che grava pesantemente sulla spesa pubblica il ricorso del Ministero delle Finanze all’emissione di debito è diventato sempre più cruciale.

Nonostante i recenti disinvestimenti per centinaia di milioni di dollari, queste operazioni sono trascurabili rispetto all’entità dell’emissione di debito di Israele. La domanda estera rimane elevata: nel 2024, Israele ha raccolto circa 278 miliardi di NIS (circa 93 miliardi di dollari) attraverso la vendita di vari tipi di obbligazioni, pari a circa il 45% della spesa pubblica totale di quell’anno e oltre quattro volte la cifra raccolta nel 2022. L’ultima emissione obbligazionaria del Ministero delle Finanze, avvenuta a gennaio di quest’anno, ha fruttato circa 6 miliardi di dollari con la domanda che ha superato l’offerta in rapporto di sei a uno.

Smotrich ha sostenuto che ciò “riflette la resilienza dell’economia israeliana e la gestione economica responsabile che abbiamo attuato negli ultimi anni, che ci ha fatto guadagnare la fiducia dei mercati”. Il ragioniere generale del Ministero delle Finanze, Yali Rothenberg, ha affermato che i risultati “dimostrano un’elevata fiducia degli investitori nell’economia israeliana”.

Le principali fonti di questi fondi sono entità locali – fondi pensione e di previdenza, compagnie assicurative e banche – che gestiscono investimenti e risparmi a lungo termine per conto dei loro clienti. La maggior parte dei cittadini israeliani detiene inoltre titoli di Stato tramite i propri fondi di previdenza, mentre un’altra importante fonte di capitale estero proviene dalle comunità cristiane evangeliche negli Stati Uniti. Il sito web della Development Corporation for Israel (DCI), braccio commerciale di Israel Bonds [nome con cui è comunemente nota la DCI, ente che si occupa della sottoscrizione negli Stati Uniti dei titoli di debito emessi dallo Stato di Israele ndt.] presenta una pagina apposita dedicata alla campagna di vendita a queste comunità.

Nel luglio 2025, l’amministratore delegato dell’azienda Danny Naveh ha pubblicato una lettera aperta su un organo di stampa evangelico ringraziando le comunità cristiane americane per “l’ondata di sostegno [a Israele] non solo a parole e con le preghiere, ma anche con azioni concrete dopo l’attacco del 7 ottobre”. Ha poi specificato a quali azioni si riferiva: “Individui e istituzioni hanno investito più di 5 miliardi di dollari in Israele attraverso Israel Bonds, e una parte significativa e crescente di questi investimenti proviene da sostenitori cristiani che comprendono che il sostegno finanziario a Israele è uno dei modi per proteggere il popolo ebraico”.

Anche molti investitori del Golfo sono estremamente interessati ai titoli di Stato israeliani. Secondo il quotidiano finanziario israeliano Calcalist, durante una presentazione tenuta da Rothenberg, il ragioniere generale, agli investitori del Golfo in occasione della vendita di gennaio, un dirigente di uno dei maggiori fondi lo ha interrotto dicendo: “Sappiamo tutto; abbiamo fatto le nostre verifiche. Riservateci questa somma nell’offerta” e ha proceduto a sottoscrivere una cifra totale di centinaia di milioni di dollari.

Neutrali o complici?

Sebbene il disinvestimento dai titoli di Stato abbia il potenziale per esercitare una forte pressione sull’economia israeliana, questa strategia è ostacolata principalmente dal fatto che la stragrande maggioranza dei capitali proviene da investitori passivi. Dal 2020 i titoli di Stato israeliani in valuta locale sono inclusi nei principali indici obbligazionari globali, in particolare nel FTSE World Government Bond Index, il benchmark globale per i titoli di Stato. Di conseguenza, sono inclusi negli ETF (Exchange Traded Fund) passivi che replicano questi indici e raggruppano obbligazioni di diversi Paesi.

Pertanto gli investitori con risparmi in fondi pensione, fondi di previdenza, fondi comuni di investimento e altri strumenti di investimento gestiti da istituzioni non scelgono attivamente di investire in attività israeliane e, nella stragrande maggioranza dei casi, non ne sono affatto consapevoli. Finché Israele rimane incluso in questi indici, parte della domanda di obbligazioni è di fatto garantita dal sistema finanziario stesso, pur rimanendo pressoché invisibile al pubblico.

Questa realtà rappresenta al contempo una fonte di limitazioni e di opportunità nella lotta relativa al debito israeliano. Attualmente non vi è alcuna indicazione che un fondo pensione nel Regno Unito, uno Stato americano o un’autorità di regolamentazione in Irlanda siano in grado, da soli, di minare la capacità di Israele di raccogliere capitali tramite obbligazioni. Anche considerando le recenti ondate di disinvestimenti di cui si è parlato in precedenza, la crisi in Irlanda e la crescente pressione dell’opinione pubblica sugli investitori istituzionali, Israele continua a raccogliere miliardi sui mercati internazionali, a beneficiare di un’elevata domanda e ad essere protetto da un mercato interno che investe quasi automaticamente in titoli di Stato.

Finché i titoli di Stato saranno considerati un normale prodotto di investimento, inclusi negli indici internazionali, acquistati tramite ETF diversificati e i risparmiatori rimarranno inconsapevoli che il loro denaro è investito nel debito pubblico israeliano, il meccanismo di finanziamento continuerà a funzionare quasi autonomamente. Per questo motivo gruppi di protesta in tutto il mondo stanno cercando di trasformare questo sistema da una questione tecnica a una questione politica e morale.

Quando i risparmiatori del nord dell’Inghilterra scoprono che i loro fondi pensione sono investiti in titoli di Stato israeliani, quando i membri del parlamento irlandese chiedono perché la banca centrale del loro paese fornisca un quadro normativo per l’emissione di obbligazioni israeliane e quando gli investitori di New York o del Galles chiedono che si smetta di utilizzare i loro soldi per finanziare uno Stato che commette crimini di guerra a Gaza e rafforza il suo controllo sulla Cisgiordania, il semplice sollevare queste domande mina la comoda separazione tra il mercato dei capitali e la politica governativa.

Queste mosse negano la distinzione che figure come l’ambasciatore di Israele presso l’UE insistono a tracciare tra lo Stato israeliano e le colonie.

In questo senso disinvestire dal debito israeliano toglie a uno dei principali meccanismi di finanziamento dello Stato la patina di apparente professionalità. Costringe le entità che preferiscono parlare il linguaggio dei rendimenti, del rischio, del rating creditizio e della liquidità a confrontarsi con questioni di moralità e diritti umani: l’acquisto di debito pubblico israeliano è ancora un investimento neutrale, o costituisce complicità nel finanziamento di uno Stato che sta gradualmente perdendo la sua legittimità internazionale?

Questa è una questione che l’UE sta ancora cercando di eludere distinguendo tra Israele e le colonie, ma tale distinzione è impossibile da mantenere a lungo termine. Il debito appartiene allo Stato e il denaro che vi affluisce finanzia le sue azioni. Mentre le sanzioni dirette contro i coloni e le organizzazioni in Cisgiordania continueranno a fare notizia, la lotta in corso all’interno dei fondi pensione, dei comitati di investimento, dei prospetti informativi, degli indici e degli ETF ha il potenziale per avere un impatto ben maggiore.

Questa lotta può essere più lenta, meno eclatante e a tratti quasi invisibile, ma tocca una questione ben più ampia di quali ministri saranno autorizzati a entrare a Parigi o a Londra. Riguarda chi è disposto a continuare a prestare denaro allo Stato di Israele, a quali condizioni e a che punto anche l’investimento più passivo diventa una questione morale e politica.

Aharon Porath è un giornalista e ricercatore specializzato in economia e tecnologia in relazione ai diritti umani. Scrive per Local Call, è membro del team di ricerca di B’Tselem e offre consulenza ad attivisti e organizzazioni per i diritti umani in relazione alle valute digitali.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)