Durante la tregua mancano le forniture essenziali: il sistema sanitario di Gaza distrutto da Israele

Redazione di Al Jazeera

7 dicembre 2025- Al Jazeera

Israele non permette l’ingresso nella Gaza assediata di antibiotici, soluzioni per le flebo o materiale chirurgico, nonostante il cessate il fuoco in vigore da due mesi.

Dopo essere stati decimati dai continui bombardamenti e la totale mancanza di ausili medici durante la guerra genocidaria di Israele, il sistema sanitario di Gaza è sull’orlo del collasso nonostante quasi due mesi di cessate il fuoco.

I medici nell’enclave devastata dalla guerra e assediata dicono di essere in difficoltà nel salvare vite poiché Israele non permette l’ingresso delle essenziali forniture mediche. Dolciumi, telefonini e persino bici elettriche possono entrare, ma gli antibiotici, le soluzioni per le flebo e il materiale chirurgico sono vietati.

Siamo di fronte ad una situazione in cui il 54% dei farmaci essenziali è indisponibile e il 40% dei medicinali per le operazioni chirurgiche e le cure di emergenza – proprio i farmaci su cui contiamo per curare i feriti – sono irreperibili”, ha detto a Al Jazeera il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità di Gaza.

Il Ministero afferma che la penuria è senza precedenti, stante che Israele consente l’ingresso a Gaza solo di cinque camion alla settimana che trasportano forniture mediche. Tre camion consegnano le forniture ad organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue agenzie, e solo due agli ospedali gestiti dal governo.

Questo numero è una misera quota degli aiuti che Israele è obbligato a fornire a Gaza in base all’accordo di cessate il fuoco – colpendo altri ambiti delle vite dei palestinesi.

La guerra genocidaria di Israele a Gaza continua incessante, con circa 600 violazioni del cessate il fuoco in due mesi.

Almeno 600 camion dovrebbero entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza, ma ciò che entra è veramente poco”, ha detto Hind Khoudary di Al Jazeera, corrispondente da Gaza City.

Il gas per cucinare è solo il 16% del necessario; c’è carenza di rifugi, tende, teloni e tutto ciò che i palestinesi necessitano per ripararsi dalla pioggia. Vediamo palestinesi raccogliere legno, cartoni e qualunque cosa con cui possano accendere un fuoco”.

Le persone che hanno malattie croniche patiscono molto queste restrizioni.

Naif Musbah, di 68 anni, che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha un tumore al colon e i farmaci di cui ha bisogno per curarsi non sono disponibili.

Ho bisogno di supporti e sacche per colostomia da poter collegare all’addome e del dispositivo che mi consenta di evacuare. Questi non sono disponibili e nemmeno i supporti e finiamo per insudiciarci. La situazione è estremamente difficile. Mancano anche garze, sacche di ghiaccio, cerotti, guanti o soluzioni disinfettanti – non c’è niente”, dice Musbah a Al Jazeera.

Non avendo modo di gestire la propria condizione, il malato palestinese dice di sentirsi come se la guerra gli avesse rubato la dignità.

Intanto i medici improvvisano con quel poco che è rimasto, mentre le famiglie dei pazienti vanno in cerca di semplici oggetti che rendano più agevole la vita dei propri cari – oggetti, dicono, che non dovrebbe essere così difficile trovare.

Durante la guerra genocidaria di Israele – che dura da più di due anni – quasi tutti gli ospedali e le strutture sanitarie di Gaza sono stati attaccati, con almeno 125 strutture danneggiate, inclusi 34 ospedali.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza più di 1.700 operatori sanitari, compresi medici, infermieri e paramedici, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come il Jewish Chronicle usa l'”antisemitismo” come arma per alimentare il panico morale

Neve Gordon

4 dicembre 2025 – Middle East Eye

Alcuni articoli equiparano l’attivismo filopalestinese all’odio verso il popolo ebraico, seguendo il subdolo copione del governo israeliano.

Durante lo Yom Kippur [ricorrenza religiosa ebraica, ndt.] due ebrei britannici sono stati uccisi nella sinagoga della Congregazione Ebraica di Heaton Park a Manchester in un crudele atto di violenza antisemita. Uno dei due è stato colpito accidentalmente dalla polizia.

Più tardi, quella stessa settimana, mentre discutevamo di antisemitismo a tavola, mio ​​figlio adolescente, che frequenta un liceo a Hackney, Londra, ha preso il telefono e ha mostrato decine di reel antisemiti su Instagram.

Numerose clip generate dall’intelligenza artificiale mostravano ebrei ortodossi in diverse situazioni in cui apparivano ossessionati dal denaro, mentre altri reel negavano l’Olocausto, mettendo in discussione, ad esempio, la possibilità di preparare sei milioni di pizze in 20 forni. Alcuni dei suoi compagni di scuola hanno apprezzato i video, trovandoli divertenti.

L’antisemitismo è vivo e vegeto nel Regno Unito e in tutta Europa. È necessario che venga combattuto con decisione. Ma invece di concentrarsi su questo problema molto reale importanti organizzazioni ebraiche hanno seguito il governo israeliano strumentalizzando l’antisemitismo nel tentativo di criminalizzare e mettere a tacere i palestinesi e i loro sostenitori nella lotta per la liberazione e l’autodeterminazione.

La crudele ironia è che di fatto queste organizzazioni stanno drasticamente indebolendo la vera lotta contro l’antisemitismo.

Un esempio calzante è il Jewish Chronicle, il più antico quotidiano ebraico del mondo. Nel dicembre 2024 il Chronicle pubblicò un articolo della commentatrice Melanie Phillips, che scrisse: “La paura e l’odio squilibrati verso gli ebrei e l’obiettivo di sterminarli definiscono la causa palestinese… I governi di sinistra che sostengono ideologicamente la causa palestinese e si inchinano alle circoscrizioni elettorali musulmane in cui l’odio per gli ebrei è dilagante, riciclano in modo scandaloso le menzogne ​​su Israele”.

Affermando che i peggiori colpevoli sono stati “i governi di Gran Bretagna, Australia e Canada”, Phillips concludeva definendo tutti i sostenitori della causa palestinese come “facilitatori di un odio squilibrato e omicida verso gli ebrei”.

Svuotato di significato

Tre settimane dopo il Chronicle pubblicò un articolo intitolato: “Elon Musk ha davvero fatto il saluto nazista al comizio di Trump?” Il sottotitolo rassicurava i lettori che “le associazioni benefiche ebraiche negano che si trattasse di un riferimento nazista”, mentre l’Anti-Defamation League (Ong ebraica con sede negli USA, ndtr.) avrebbe affermato che il gesto di Musk era “imbarazzante”, ma non un saluto nazista.

L’accostamento di questi articoli uno che equipara l’attivismo filo-palestinese ad un antisemitismo omicida, e l’altro che minimizza i pericoli concreti dell’antisemitismo, come manifestato in un saluto nefasto da parte di una delle persone più potenti del mondo fornisce una porta d’accesso all’universo del Chronicle e alla sua aggressiva campagna contro qualsiasi dimostrazione di solidarietà con i palestinesi.

L’antisemitismo viene spesso privato del suo significato originario ovvero discriminazione contro gli ebrei in quanto ebrei e utilizzato invece come una “cupola di ferro” per difendere Israele dai suoi critici. Articoli come questi mi hanno spinto ad analizzare più attentamente il modo in cui il giornale ha storicamente inteso e utilizzato l’antisemitismo sulle proprie pagine un progetto di ricerca i cui risultati sono stati recentemente pubblicati.

Nell’esaminare la comparsa del termine “antisemitismo” in un periodo di 100 anni – dal 1925 al 2024 – ipotizzavo che la sua presenza fosse stata più marcata durante l’Olocausto, quando l’antisemitismo portò allo sterminio di sei milioni di ebrei.

Tuttavia i risultati hanno rivelato che nel 1938, al culmine della repressione nazista contro gli ebrei in Germania (che, a differenza della “soluzione finale”, non era avvolta nel segreto), l’antisemitismo era menzionato in 352 articoli. Sebbene questo dato fosse notevolmente superiore alla media, era comunque inferiore rispetto al numero di occorrenze registrato durante la campagna elettorale nazionale di Jeremy Corbyn nel 2019 e l’ultima guerra di Israele contro Gaza, quando il numero di articoli che invocavano l’antisemitismo era quasi doppio.

Sebbene il termine sia diventato più comune negli ultimi decenni, sorprendentemente, secondo il punto di vista espresso dal Chronicle, la minaccia dell’antisemitismo è percepita come più grave oggi rispetto alla fine degli anni ’30 e all’inizio degli anni ’40.

Fomentare la paura

Tra gennaio 2023 e giugno 2024 – un periodo che copre i nove mesi precedenti l’attacco del 7 ottobre e i nove successivi – il termine antisemitismo, che denota quasi sempre antisionismo e critica a Israele, è apparso in circa un articolo su cinque. Ciò suggerisce che il principale quotidiano ebraico del Regno Unito abbia strumentalizzato una nozione sionista di antisemitismo per generare panico morale tra i suoi lettori.

In altre parole il settimanale ebraico ha contribuito a fomentare paura e ansia equiparando falsamente l’antisemitismo all’antisionismo o alle critiche a Israele. Questa falsa e pericolosa commistione spiega il drammatico aumento della frequenza del termine e il motivo per cui sulle pagine del Chronicle Corbyn sembra essere molto più minaccioso per gli ebrei rispetto ad Hitler.

Ma affinché tali false accuse acquisiscano credibilità l’antisionismo e la critica a Israele devono essere interpretati come una minaccia imminente per i singoli ebrei in tutto il mondo. Ciò si ottiene, in parte, introducendo un’altra falsa equiparazione, questa volta tra la sensazione di “sentirsi a disagio” e quella di “non essere al sicuro“.

Ovviamente l’affermazione che Israele stia perpetrando un genocidio, o che costituisca un regime di insediamento coloniale e uno Stato di apartheid, potrebbe far “sentire a disagio” gli ebrei che si identificano emotivamente con Israele e il sionismo.

Ma il Chronicle presenta il loro disagio come di per sé lesivo, o come “non trovarsi al sicuro”. In definitiva, quindi, una fallace nozione di antisemitismo viene presentata come un pericolo per la sicurezza per evocare il timore dell’annientamento ebraico, e questo viene poi utilizzato come strumento di repressione delle rivolte per mettere a tacere gli attivisti palestinesi e filo-palestinesi che criticano l’apartheid israeliano e, più recentemente, la sua guerra genocida a Gaza.

Dato che l’antisemitismo autentico rimane una realtà fin troppo presente, il modo in cui il Chronicle ha utilizzato questo termine rischia di sminuire la minaccia dell’antisemitismo realmente esistente.

In effetti il più antico giornale ebraico ancora esistente sembra fermamente intenzionato a usare l’antisemitismo non tanto per combattere il razzismo, quanto per difendere un regime razzista e nascondere orribili violazioni. Abusando del termine antisemitismo il giornale sta danneggiando proprio gli ebrei che afferma di rappresentare, me compreso.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Neve Gordon è l’autore di Israel’s Occupation [Ed. italiana: L’occupazione Israeliana, ed. Diabasis, ndt.]. Il suo ultimo libro, scritto in collaborazione con altri autori, è Human Shields: A History of People in the Line of Fire [Ed. italiana: Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Laterza, ndt.]. Potete seguirlo su @nevegordon —

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La lobby di Israele si sta indebolendo davanti ai nostri occhi

 Philip Weiss  

2 dicembre 2025 – Mondoweiss

Dopo due anni di genocidio a Gaza il sostegno della comunità ebraica americana a Israele è in evidente crisi. La questione chiave in questa crisi è un soggetto un tempo considerato impossibile da criticare: la lobby israeliana.

Il mese scorso un membro di alto livello dell’organizzazione ebraica J Street [gruppo di pressione liberal statunitense moderatamente critica con Israele, ndtr.], che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a qualunque costo” è stata imposta da un’“associazione ben finanziata di …ebrei”.

Un piccolo, organizzato e ben finanziato gruppo di ebrei americani ha posto la questione come dirimente nelle elezioni e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di contrastarlo”, ha scritto Ilan Goldenberg. Non molto tempo fa gli attacchi contro la lobby israeliana (compreso il mio) erano considerati teorie cospirative antisemite. Adesso li diffonde un’importante organizzazione ebraica

Questo accade perché lo storico sostegno ad Israele della comunità ebraica americana oggi è in evidente crisi. Eminenti ebrei stanno finalmente attaccando la lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da organizzazioni ebraiche di primo piano per garantire che non ci fosse alcuna distanza tra i governi israeliano e USA.

La crisi è stata determinata dalla dirompente vittoria alle elezioni per il sindaco di New York di Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana: non puoi essere antisionista ed essere preso su serio nella politica statunitense.

La lobby israeliana, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, ma Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso l’establishment ebraico si è espresso con voce timorosa. L’elezione di Mamdani è “deprimente” e “nefasta”, ha affermato la Conferenza dei presidenti [delle associazioni ebraiche USA, ndt.]. “L’ingresso di Zohran Mamdani” a Gracie Mansion [la residenza ufficiale del sindaco di New York, ndtr.] ci ricorda che l’antisemitismo rimane un chiaro e imminente pericolo.”

La ADL [Lega Antidiffamazione, organizzazione ebraica internazionale, ndtr.] ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” in base all’idea che Mamdani favorirà la violenza antisemita – un’accusa basata sulle critiche di Mamdani ad Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite…ed ha mostrato forte animosità nei riguardi dello Stato ebraico in contrasto con le opinioni della schiacciante maggioranza degli ebrei di New York.”

Se la lobby pensava di mettere al tappeto Mamdani, non ci è riuscita. Due settimane dopo l’elezione Mamdani è andato alla Casa Bianca ed ha parlato di “genocidio” israeliano e Trump non ha fatto niente per contraddirlo. Era ora di sentire pronunciare quel termine alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha dato il via al nuovo discorso critico verso Israele, ma questo è stato permesso da un più vasto movimento sociale. I giovani americani si stanno ribellando contro Israele per le sue politiche antipalestinesi di genocidio e apartheid.

Il mese scorso Rahm Emanuel [politico e ambasciatore statunitense, membro del partito democratico, ndtr.] ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, la Jewish Federations. Sottolineando che Obama visitò Israele prima di lanciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che sta per candidarsi alla presidenza, ha detto che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale. 

Nessuno sta lasciando l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica.”

E non si parla solo di democratici. Emanuel ha detto che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno scagliando contro Israele.

Guardate in che posizione si trova Israele in America tra i giovani sotto i 30 anni”, ha detto. “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico prendere una posizione filoisraeliana. Israele è estremamente impopolare – voglio far comprendere questo aspetto a tutti quelli tra noi che sostengono uno Stato ebraico – oggi per la generazione sotto i 30 anni gli ultimi due anni saranno decisivi come lo è stata la guerra dei 6 giorni per la generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti sul compito che abbiamo di fronte.”

La lobby israeliana si sta squagliando davanti ai nostri occhi. Durante la stessa conferenza Eric Fingerhut, un ex membro del Congresso a capo delle Federations, ha detto che la brutta immagine di Israele è il risultato di una cospirazione internazionale:

Abbiamo riscontrato un attacco pianificato e coordinato contro i sostenitori di Israele in Nordamerica e contro la comunità ebraica che appoggia Israele, alimentato da miliardi di dollari in fondi neri…provenienti da Iran, Qatar, Cina e Russia ed altri. Diffuso dai più avanzati strumenti di comunicazione mai inventati…”

La conferenza era finalizzata a ripristinare la buona posizione di Israele nel discorso americano – “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che significa Israele.”

Ma ha clamorosamente fallito. La copertura dell’evento si è incentrata su un altro disastro: la scrittrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, ha lamentato che parlare ai giovani di Israele significa finire contro “un muro di bambini morti.”

I bambini morti stanno tormentando anche gli ebrei americani, ha detto Hurwitz:

C’è tiktok che martella il cervello dei giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché così tanti di noi non possono avere una conversazione sana con gli ebrei più giovani, perché qualunque cosa cerchiamo di dire loro, la ascoltano attraverso questo muro di carneficina. Io voglio fornire dati, informazioni, fatti. Loro li ascoltano attraverso questo muro di carneficina.”

Hurwitz ha affermato che l’educazione sull’olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Questo li ha portati a vedere gli israeliani pesantemente armati come nazisti, e i loro bersagli, gli scheletrici palestinesi, come oggetti di simpatia.

Hurwitz è stata ferocemente attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale, per la sua affermazione che coloro che negano il diritto degli ebrei ad uno Stato ebraico sono antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, dice Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria ad una storia di odio verso gli ebrei antica di 2000 anni. Negando queste verità gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso indiscriminatamente i civili palestinesi e ha distrutto i loro mezzi di sopravvivenza per due anni a Gaza, con l’avallo del governo americano e della lobby israeliana.

La signora Rachel, famosa sui media per bambini, ha dato voce alla situazione morale di Gaza a novembre quando ha accolto a New York una ragazza traumatizzata di nome Qamar:

Mi dispiace tanto per Qamar perché il mondo è rimasto fermo quando il suo campo è stato bombardato, le sono state negate cure mediche per 20 giorni ed hanno dovuto amputarle una gamba e lei viveva in una tenda lacera, allagata e fredda.”

Non c’è da meravigliarsi che Rachel sia diventata una leader nell’ambito della solidarietà per la Palestina negli Stati Uniti, per la sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I principali media stanno ora facendo il possibile per negare questo movimento. Negano che le posizioni riguardo alla Palestina abbiano avuto un ruolo nella sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano che abbiano costituito un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche quando neo candidati che si battono contro Israele stanno crescendo nelle primarie dei democratici in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico adesso è una crisi per gli ebrei, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta dividendo riguardo al suo sostegno ufficiale al genocidio.

Gli ebrei che denunciano le azioni di Israele sono stati cruciali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano sionisti progressisti. Ma anche il sionismo liberal è a sua volta in confusione, abbandonando vecchi dogmi – come ‘il BDS è antisemita’ – per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Joanathan Greenblatt stanno portando l’establishment ebraico in una situazione marginale. L’argomentazione decisiva di Hurwitz è l’eccezionalismo: gli ebrei hanno un ruolo speciale da ricoprire nel mondo, ecco perché la gente ci odia.

Si inserisce in una lunga tradizione: la lobby ha propinato una bugia dopo l’altra nel nostro discorso politico. I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case. Insediare 700.000 coloni nei territori occupati è buona cosa. Non esiste apartheid. Non esiste genocidio.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono nell’interesse degli USA.

Queste bugie ora non funzionano più. Qualunque ideale il sionismo abbia sposato alle sue origini come movimento di liberazione europeo, esso si è coagulato in fanatismo a fronte della resistenza palestinese. La comunità ebraica ufficiale ha incentivato quel fanatismo.

Le bugie della lobby israeliana un tempo erano un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi porta questo discorso nelle pubbliche piazze.

Philip Weiss

Philip Weiss è fondatore e caporedattore di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il visionario piano di pace palestinese per Israele e Gaza di cui non avete mai sentito parlare

Dahlia Scheindlin

26 novembre 2025 – Haaretz

Il documento di 51 pagine di un gruppo di studiosi e politologi palestinesi offre un cammino molto più chiaro verso la pace in Medio Oriente della risoluzione ONU o del piano in 20 punti di Trump

In appena una settimana, da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato una risoluzione che conferma il piano in 20 punti per il cessate il fuoco del presidente USA Trump e una forza internazionale di stabilizzazione per Gaza, i peggiori timori di molti palestinesi sembrano essersi confermati.

Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, in risposta a quelle che sostiene essere violazioni di Hamas, Israele ha incrementato quotidianamente gli attacchi contro Gaza, uccidendo centinaia di persone, tra cui in media due minori al giorno. Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e la maggior parte di quelli uccisi il 7 ottobre. Eppure l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] rimane schierato e occupa oltre metà di Gaza, consente o limita gli aiuti a piacimento e la forza internazionale non si vede da nessuna parte.

Alcuni analisti si sono affrettati a protestare contro i difetti e i limiti della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Però, qual è l’alternativa? La via d’uscita preferita dai palestinesi non è immediatamente scontata, ma esiste.

Ci sono chiare puntualizzazioni da fare per ogni risposta. Hamas e Fatah sono entrambe ampiamente criticate dai palestinesi e possono difficilmente essere viste come rappresentative del popolo. E nessun palestinese può parlare per la vasta gamma di punti di vista all’interno della società civile.

Ma alcune voci palestinesi manifestano un significativo accordo su alcuni principi essenziali per un cessate il fuoco, una pace e un piano di ricostruzione palestinesi. Questi principi rispondono all’attuale processo guidato dagli USA, ma riflettono anche posizioni e richieste di lunga data che i palestinesi hanno espresso da anni.

Forse il progetto più complessivo, pragmatico, visionario per una soluzione è il Piano Palestinese per un Armistizio, reso noto all’inizio dell’anno. Scritto in collaborazione da un gruppo di studiosi e politologi palestinesi e sostenuto dalla Cambridge Initiative on Peace Settlements [Iniziativa di Cambridge per la Soluzione dei Conflitti, gruppo di accademici e studiosi impegnati nel trovare un’uscita da situazioni belliche, ndt.], questo documento in 51 pagine è ricco di dettagli su come gli autori propongono che Gaza debba passare dalla guerra al cessate il fuoco, all’intervento internazionale e alla pace.

Sia logico che ovvio

Rispondendo alla recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i principi fondamentali per un miglior piano per il cessate il fuoco vanno dal logico all’ovvio. Primo, i critici palestinesi evidenziano ripetutamente che ogni piano promosso a livello internazionale dovrebbe includere nel processo i palestinesi. Il presidente Trump e la sua squadra dialogano regolarmente con i dirigenti israeliani mentre il Qatar è diventato di fatto il rappresentante di Hamas nei negoziati, benché Hamas non rappresenti quasi per niente i palestinesi.

Jamal Nusseibeh, co-autore palestinese-statunitense del Piano di Armistizio, che è anche uno studioso, giurista e finanziatore, spiega ad Haaretz che formalmente l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è ancora l’unica rappresentante riconosciuta dello Stato di Palestina e dovrebbe essere presente nei negoziati. Secondo, mentre i rappresentanti dei palestinesi hanno chiesto per anni un intervento internazionale, essi hanno ripetutamente insistito che ogni sforzo di questo genere deve basarsi sul diritto internazionale. L’attuale piano ignora le leggi internazionali in vario modo: evita di far riferimento alle passate risoluzioni ONU, per il Consiglio di Sicurezza chiaramente è come se non ci fossero mai state.

Nonostante il riconoscimento [da parte dell’ONU] come Stato osservatore non membro e il riconoscimento da parte di circa 160 singoli Stati, l’attuale risoluzione aspira ad uno Stato remoto e ipotetico invece di trattare fin da ora la Palestina come uno Stato sovrano. Ciò rende vani i recenti riconoscimenti da parte della Francia e del Regno Unito, due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Il diritto internazionale richiede anche di rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024, che ha sentenziato che l’occupazione dei territori palestinesi nel suo complesso è illegale e deve finire. Ciò significherebbe insistere sul fatto che Israele si ritiri dal territorio sovrano palestinese contestualmente all’ingresso di una forza internazionale per la transizione verso un governo palestinese. Dal punto di vista palestinese in base a queste condizioni una forza internazionale è benvenuta: un intero capitolo del Piano Palestinese di Armistizio è dedicato alla questione.

Al contrario molti temono che l’attuale Forza Internazionale di Stabilizzazione (FIS) prevista dalla risoluzione dell’ONU sia destinata o persino progettata per congelare lo status quo. Nusseibeh nota che pertanto i palestinesi la considerano una “legalizzazione dell’occupazione” o una “supervisione colonialista” come in un articolo di Yara Hawari, co-direttrice di Al-Shabaka, un centro studi politico palestinese. Nessun palestinese con cui ho parlato crede alla vaga menzione nella risoluzione a “una commissione tecnocratica, apolitica” palestinese per Gaza, all’eventuale ritorno dell’ANP o a una “sovranità” raccomandata e futuribile.

Poi un terzo principio coincide con il risultato finale di interventi internazionali riusciti in tutto il mondo: un punto di arrivo con uno status politico definitivo. Politicamente, afferma Nusseibeh, un piano palestinese per un intervento internazionale deve trattare la Palestina come uno Stato.

Ci sono importanti implicazioni per definire l’obiettivo finale della sovranità palestinese come l’obiettivo della FIS. Per esempio ciò comporterebbe un mandato per Gaza e anche per la Cisgiordania, dove i palestinesi hanno bisogno di protezione dall’ultima ondata di attacchi terroristici ebraici.

Il Piano di Armistizio Palestinese spiega: “Per appoggiare la transizione all’autodeterminazione dei palestinesi il mandato della forza di pace dovrebbe riguardare tutti i TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.], consentendo alle truppe di garantire la sicurezza e agire come una forza di interposizione tra israeliani e palestinesi.

Il suo mandato dovrebbe essere non solo di monitorare le violazioni, ma anche di rafforzare la pace; di conseguenza le sue truppe dovrebbero sostituire le forze israeliane nei TPO. Più sinteticamente, Nusseibeh ha scritto di recente che la regione ha bisogno di “una forza di pace per la Palestina, non di una forza di stabilizzazione per Gaza.”

Inoltre egli vede questa iniziativa verso la sovranità con la protezione fisica internazionale come il principale incentivo per Hamas a deporre le armi, in quanto senza l’occupazione la resistenza diventerebbe inutile, e a unirsi all’OLP. Omar Rahman, membro del Middle East Council on Global Affairs [Consiglio del Medio Oriente sulle Questioni Globali, istituzione indipendente di studi politici, ndt.] con sede a Doha, concorda: “Accetterebbero di cedere le armi e sciogliersi come parte di questo processo politico in corso per porre fine all’occupazione,” dice ad Haaretz.

Ciò significa accettare il quadro dei due Stati. Più di una volta Hamas ha indicato la propria disponibilità a un percorso di integrazione con l’OLP, molto più di quanto Hamas abbia mai accettato di cedere le armi nell’attuale vuoto politico.

Un orizzonte per il disarmo di Hamas, a sua volta, potrebbe indurre Paesi molto sollecitati ma ancora non impegnati come Indonesia, Egitto, Azerbaijan ed altri, a partecipare alla FIS. Al momento la loro partecipazione è ancora “legata a un orizzonte politico e (senza questo) non saranno disposti a rimanere intrappolati a Gaza a fare il lavoro sporco per Israele,” afferma Rahman.

Non sono considerazioni da poco: il percorso palestinese agevolerebbe quello che Trump sostiene di voler fare.

Infine, alcuni palestinesi sono infuriati perché il processo internazionale non include un meccanismo perché Israele debba rendere conto delle sue azioni. Una rete di organizzazioni della società civile palestinese in Palestina ha incluso nella propria lista di richieste alla comunità internazionale in risposta al Consiglio di Sicurezza un meccanismo di verifica delle responsabilità: “Giudizio per le atrocità di massa storiche e attuali di Israele, includendo l’appoggio alla costituzione di un meccanismo internazionale, imparziale e indipendente per indagare i crimini commessi contro il popolo palestinese.”

Quando gli viene chiesto dei crimini commessi da Hamas contro gli israeliani Rahman risponde che, se il processo per chiamarne a rispondere si basa sul diritto internazionale, allora entrambe le parti dovrebbero pagarne le conseguenze, compreso Hamas. Ma sottolinea che quasi tutti quelli che hanno pianificato il 7 ottobre sono già morti. Nusseibeh ritiene che sarebbe “utile se ci fosse un qualche riferimento almeno a quello che molte persone ormai chiamano un genocidio.”

Argomenti su cui sperare

Questo elenco di problemi riguardo al piano di Trump non è esaustivo, ma non lo sono neppure le soluzioni che vengono dagli stessi palestinesi. Alcune ulteriori iniziative affrontano le questioni più immediate, come il gruppo di Comuni di Gaza che ha guidato il notevole progetto di ricostruzione “Pheonix-Gaza”.

Ingegneri, architetti, studenti e ricercatori universitari hanno prodotto insieme un documento di ampiezza e ottimismo straordinari dedicato alla ricostruzione di case, salute, educazione, quartieri, antichità e altro. Ciò di cui c’è bisogno sono un cessate il fuoco e un orizzonte politico per attirare stanziamenti e fondi esteri.

Tra i palestinesi i principi, la visione e i progetti ci sono. Nusseibeh solleva un elemento finale che la comunità internazionale può fornire e di cui la popolazione della regione, israeliani e palestinesi, ha disperatamente bisogno. In riferimento al processo di pace del passato, afferma: “L’unico modo in cui possiamo iniziare a uscire dal baratro in cui ci troviamo ora è dare speranza. E questa speranza verrà se avremo una spinta internazionale ben strutturata verso una pace a lungo termine.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ecocidio a Gaza: trasformare un territorio in zona di morte

Dan Steinbock

27 novembre 2025 – Palestine Chronicle

La distruzione israeliana ha trasformato Gaza in una zona di morte inabitabile. Questo è il risultato di decenni di ecocidio deliberato e degli sforzi intenzionali dell’Occidente per minare le leggi sul genocidio e sull’ecocidio.

Il passo finale del più complessivo probabile genocidio è l’ecocidio, cioè la distruzione intenzionale di un ambiente atto a consentire la vita umana.

In cambio l’ecocidio è in diretto rapporto con la decimazione della riproduzione della cultura che Raphael Lemkin, il pioniere della Convenzione sul Genocidio, ha associato al concetto di “genocidio culturale”.

Gaza è un caso da manuale.

Il lungo tentativo giuridico di eliminare l’ecocidio

In “The Obliteration Doctrine” [La Dottrina dell’Eliminazione] dimostro nei minimi dettagli come Lemkin dovette scendere a compromessi riguardo alla sua idea. Mentre ottenne un forte appoggio dai Paesi del Sud Globale, le ex-potenze coloniali, guidate da Stati Uniti e Gran Bretagna, minarono il tentativo di Lemkin. Di conseguenza l’attuale Convenzione sul Genocidio non è che il torso mutilato dell’idea originaria.

Da quando alla Conferenza dell’ONU sullo Sviluppo Umano del 1972 Olof Palme, il primo ministro svedese, accusò gli Stati Uniti di ecocidio, la guerra è stata spesso vista, insieme all’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e ai disastri industriali, come la causa principale dell’ecocidio.

Nel diritto ambientale l’ecocidio (dal Greco antico oikos, ‘casa’, e dal latino caedere, ‘uccidere’) definisce la distruzione dell’ambiente da parte degli esseri umani. Spesso è stato associato con il genocidio. In effetti alla fine degli anni ’90 l’ecocidio in tempo di pace avrebbe dovuto essere incluso nello Statuto di Roma [da cui è nata la Corte Penale Internazionale, ndt.].

Tuttavia è stato cancellato a causa delle obiezioni di Regno Unito, Francia e Stati Uniti, cioè dalle ex-potenze coloniali. Tale censura non avrebbe sorpreso Lemkin, che sapeva bene che queste potenze non volevano pagare per i propri crimini nella Corte Mondiale. Comunque in seguito a ciò lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale non contempla il reato di ecocidio in tempo di pace, ma solo in tempo di guerra.

Appena qualche mese prima del 7 ottobre 2023 il Gruppo di Esperti Indipendenti per la Definizione Giuridica di Ecocidio lo ha definito come “azioni illegali e ingiustificate commesse con la consapevolezza che ci sia una sostanziale probabilità di un danno grave e su ampia scala o a lungo termine provocato all’ambiente da queste azioni.”

Il pluridecennale ecocidio a Gaza

Molto prima del 7 ottobre 2023 per trent’anni, in parallelo con i colloqui di pace di Madrid e Oslo, la Striscia di Gaza era stata progressivamente isolata dalla Cisgiordania e dal mondo esterno in generale, essendo nel contempo sottoposta a ripetuti attacchi militari israeliani.

In termini di danni ambientali il deterioramento è peggiorato dal 2014, quando la distruzione con i bulldozer di terreni agricoli ed edificabili da parte dell’esercito israeliano nei pressi del confine orientale di Gaza è stata accompagnata dall’irrorazione aerea senza preavviso con erbicidi per distruggere le coltivazioni. Queste pratiche illegali non solo hanno distrutto intere aree di terreni in precedenza coltivabili lungo la barriera di confine, ma anche orti e aree agricole per centinaia di metri all’interno del territorio palestinese, provocando la perdita di mezzi di sussistenza per gli agricoltori di Gaza.

Da un punto di vista storico questo massiccio bombardamento ha riportato ai primi giorni della Guerra Fredda, quando gli Stati Uniti sganciarono bombe su dighe della Corea del Nord per inondare i campi e provocare una carestia tra i civili. Per rendere ancora peggiori questi stessi effetti, sul terreno vennero attaccati sistemi di irrigazione. La differenza è che a Gaza l’ampiezza geografica della distruzione è stata decisamente più ridotta che in Corea, ma la decimazione è stata molto più efficace, intensa e letale.

Violenza colonialista e guerra ambientale

Fin dall’inizio la “Guerra ambientale a Gaza” è stata segnata dalla violenza colonialista. È stata fin dalla fine degli anni ’40 una parte intrinseca dell’espulsione dei palestinesi e dell’occupazione israeliana. Oltretutto la devastazione è fondamentale per la Dottrina della Distruzione dell’esercito israeliano, iniziata in Libano negli anni 2000 e perfezionata a Gaza negli anni 2023-25. In questo senso la Nakba [espulsione dei palestinesi dalle loro terre iniziata nel 1947-49, ndt.] ha anche una dimensione ambientale meno nota, “la completa trasformazione del contesto, del clima, del suolo, la perdita dell’ambiente, della vegetazione e dei cieli indigeni. La Nakba è un processo di vulnerabilità al cambiamento climatico imposta dai colonizzatori.”

Anche alla vigilia del 7 ottobre gli analisti della Banca Mondiale hanno avvertito che, in Cisgiordania e a Gaza, fattori di fragilità, intralci allo sviluppo e vulnerabilità al cambiamento climatico erano strettamente interconnessi in seguito a decenni di frammentazione della terra, di restrizioni al movimento di persone e beni, di ricorrenti episodi di conflitti violenti, di persistente incertezza politica e delle politiche e di mancanza di sovranità su risorse naturali fondamentali.

Come l’effetto finale della Guerra di Gaza, danni generalizzati alle aree urbane per l’uso di ordigni esplosivi hanno avuto come conseguenza un impatto diretto sui servizi idrici e milioni di tonnellate di macerie, rifiuti tossici e la distruzione di terreni agricoli. Ciò ha portato a focolai di malattie trasmissibili dalle pessime condizioni di acqua, situazione sanitaria e igiene, insieme al rischio di esposizione a una vasta gamma di ulteriori materiali pericolosi e al collasso del controllo ambientale.

La zona di morte

Pertanto tutto ciò, il danno alle infrastrutture idriche e la distruzione urbana su vasta scala, insieme al sistema sanitario gravemente compromesso, ha posto una minaccia di lungo termine sia alla salute pubblica che alle condizioni di vita.

Il futuro che attendeva i palestinesi alla fine delle ostilità era una Gaza trasformata in una “inabitabile zona di guerra e di morte.”

Alla fine dell’aprile 2024 la distruzione di Gaza da parte di Israele aveva già creato 37 milioni di tonnellate di macerie. Ciò rappresenta una media di 300 kg di detriti per m2 di terra nella Striscia di Gaza. Peggio: in molti di questi mucchi e cumuli di rovine e di edifici in macerie c’erano bombe inesplose, e ci sarebbero voluti 15 anni di intenso lavoro per spostarle, presupponendo di avere a disposizione 100 camion al giorno.

Considerando il fatto che in media circa il 10% degli ordigni sganciati non esplode, si sarebbe dovuto garantire per anni un gran numero di gruppi di sminamento. Più continua la guerra più tempo di vorrà per terminare il lavoro di sgombero.

Durante i primi due mesi dell’attacco israeliano contro Gaza le emissioni da lì previste erano superiori alle emissioni annuali di 20 singoli Paesi e territori.

Anzi, le emissioni totali sono aumentate fino a più di quelle di oltre 33 singoli Paesi e territori, se si includono le infrastrutture belliche costruite sia da Israele che da Hamas, come la rete di tunnel di Hamas e la barriera protettiva israeliana o “Iron Wall”. In quest’ottica i costi in anidride carbonica della ricostruzione di Gaza si riveleranno enormi. 

Ricostruire emissioni

In effetti la ricostruzione di Gaza darà come risultato un dato di emissioni annuali totali superiore a quello di oltre 130 Paesi, portandole allo stesso livello di quelle della Nuova Zelanda.

La stragrande maggioranza delle 281.000 tonnellate di anidride carbonica (CO2) generate nei primi due mesi di ostilità può essere ricondotta ai bombardamenti aerei e all’invasione di terra di Gaza da parte di Israele.

Circa metà delle emissioni totali di anidride carbonica è derivata dagli aerei cargo statunitensi che hanno trasportato forniture militari a Israele. Per contro i razzi sparati da Hamas in Israele nello stesso periodo hanno provocato 713 tonnellate di CO2, equivalenti a 300 tonnellate di carbone. Non c’è stata alcuna simmetria tra le due macchine belliche.

La brutale offensiva iniziale di Hamas è stata surclassata dalla distruzione da parte di Israele di quella che una volta era Gaza. Peggio ancora, queste stime sono molto prudenti perché basate solo su due mesi di guerra, che a giugno 2024 era già durata tre volte di più.

Cosa più importante, l’effettivo impatto ambientale dell’anidride carbonica potrebbe dimostrarsi da cinque a otto volte superiore se si includono le emissioni dell’intera catena di approvvigionamento della guerra.

Oltretutto quello che è successo a Gaza non si limiterà a Gaza. Neppure chi ne è colpevole potrà evitare di avvelenare sé stesso.

Ripercussioni dell’ecocidio

Il costo totale per la ricostruzione di Gaza è stimato in decine di miliardi di dollari per decenni, e alcune proiezioni raggiungono addirittura i 70 miliardi.

La distruzione di Gaza ha inflitto danni ambientali gravissimi e potenzialmente irreversibili, compresi il generale inquinamento di acqua, suolo e aria con sostanze tossiche, il collasso di infrastrutture fondamentali e massicce emissioni di anidride carbonica.

Gli effetti di questa catastrofe ambientale probabilmente replicheranno quelli di precedenti conflitti che hanno comportato estese distruzioni ambientali, come ad esempio l’uso dell’agente orange da parte degli USA in Vietnam, che in un modo o nell’altro probabilmente verranno patiti dai cittadini israeliani negli anni o decenni a venire.

Nel futuro prevedibile questo impatto fondamentale su Israele potrebbe includere crisi della sanità pubblica, inquinamento delle acque, effetti agricoli ed economici negativi, un crescente contributo al cambiamento climatico, per non parlare delle preoccupazioni per la sicurezza derivanti dalla deliberata creazione a Gaza di un ambiente inabitabile.

Come hanno già messo in guardia un decennio fa alcune organizzazioni ambientaliste israeliane, le acque reflue non trattate da Gaza che scorrono nel Mediterraneo sono una bomba a orologeria. In seguito alla devastazione di Gaza, la distruzione degli impianti di trattamento delle acque di scarico crea un significativo rischio di malattie infettive, persino il colera, che potrebbero diffondersi lungo la costa. In più, il potenziale inquinamento con acqua di mare, metalli pesanti e prodotti chimici degli acquiferi costieri condivisi pone una minaccia a lungo termine alle riserve di acqua dolce di Israele.

La scomoda verità è che l’inquinamento dell’acqua, come l’ecocidio, non conosce frontiere.

  • Autore di The Fall of Israel (La Caduta di Israele] (2024) e di The Obliteration Doctrine [la Dottrina della Distruzione] (2025) il dottor Dan Steinbock è il fondatore di Difference Group e ha lavorato presso l’India, China and America Institute (US), lo Shanghai Institute for International Studies (China) e l’ EU Center (Singapore).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il governo israeliano del 7 ottobre si limiterà al fatto che non c’è che da rimproverare l’esercito per gli attacchi

Editoriale di Haaretz

26 novembre 2025 – Haaretz

Il governo israeliano, sotto il cui mandato è avvenuto il massacro del 7 ottobre, è determinato a imputarne la colpa esclusivamente all’esercito. Questo è il suo obiettivo e ogni mezzo è considerato valido per raggiungerlo: minare la fiducia dell’opinione pubblica nell’IDF [esercito israeliano, ndt.], politicizzare la nomina di alti gradi e screditare pubblicamente il capo di stato maggiore Eyal Zamir [nominato da Netanyahu per continuare la guerra a Gaza, ndt.].

Il governo preferisce nascondere la verità piuttosto che prendersi le sue responsabilità per gli errori di quanti hanno guidato Israele per anni – 14 anni (meno uno) nel caso del primo ministro Benjamin Netanyahu – portandolo al disastro.

Il governo si rifiuta di fare la cosa ovvia: istituire una commissione d’inchiesta pubblica. Al contrario l’esercito ha già indagato su sé stesso. “L’IDF è l’unica istituzione del Paese che ha accuratamente esaminato i propri errori e se n’è preso la responsabilità,” ha scritto Zamir. Da questo punto di vista l’indagine dell’esercito non sostituisce una commissione d’inchiesta pubblica, ma è nondimeno un processo serio e credibile. Questo è precisamente ciò che lo rende pericoloso agli occhi del governo, che intende controllare le conclusioni delle indagini.

In questo contesto lo scontro tra il ministro della Difesa Israel Katz e Zamir diventa più chiaro. Zamir ha avvertito che bloccare nomine nell’esercito “danneggia la capacità dell’IDF e la sua adeguatezza alle prossime sfide.” Katz ha risposto in modo arrogante, affermando: “Il capo di stato maggiore sa molto bene di essere subordinato al primo ministro, al ministro della Difesa e al governo di Israele.”

Il messaggio sottinteso è un appello ai seguaci di Bibi [Netanyahu] perché etichettino Zamir come uno che minaccia lui e il suo governo.

Zamir ha anche rivelato di aver saputo solo dai media che Katz ha intenzione di rivedere il rapporto investigativo sul 7 ottobre stilato dalla Commissione Turgeman dell’esercito. Il rapporto è stato redatto da 12 tra generali maggiori e di brigata in sette mesi ed è stato presentato al ministro della Difesa in persona.

“La decisione di sollevare dubbi sul rapporto… è sconcertante,” ha scritto giustamente Zamir. Evidenziando quello che ha visto come un tentativo politico di scavalcare il lavoro di esperti, ha aggiunto: “Una revisione alternativa di 30 giorni da parte dell’ispettore dell’establishment della difesa, con il dovuto rispetto, non è seria.”

Il conflitto tra Katz e Zamir non è puramente personale, è parte di un più complessivo tentativo di prendere il controllo del sistema della difesa. Katz agisce per lo più per interposta persona, più preoccupato della sua posizione nelle primarie del Likud [il partito di Netanyahu e suo, ndt.] che del futuro di Israele o dell’IDF. La provocazione contro Zamir arriva direttamente dalla famiglia di Netanyahu. Il primo ministro cerca di fare all’IDF quello che il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sta facendo alla polizia.

Questa situazione pericolosa sposta la responsabilità sull’opinione pubblica. Di fronte ai tentativi del governo di autoassolversi dalle sue responsabilità storiche e di concentrare l’attenzione solo sull’esercito – benché tutti gli alti gradi della Difesa si siano presi le proprie responsabilità e si siano dimessi e l’esercito continui a indagare su sé stesso – l’opinione pubblica deve comprendere quale parte appoggiare e quale deve difendere.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)