L’ONU sposa il colonialismo: analisi del mandato del Consiglio di Sicurezza a favore dell’amministrazione coloniale statunitense di Gaza

Craig Mokhiber

19 novembre 2025 – Mondoweiss

Il sostegno del Consiglio di Sicurezza al piano di Trump per Gaza ignora il diritto internazionale, punisce i palestinesi e premia i responsabili del genocidio.

A più di due anni dall’inizio del genocidio in Palestina il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è finalmente intervenuto. Ma anziché agire per far rispettare il diritto internazionale, proteggere le vittime e chiamare i colpevoli a rispondere delle loro azioni ha adottato una risoluzione che viola apertamente le disposizioni fondamentali del diritto internazionale, priva di potere e penalizza ulteriormente le vittime mentre premia e rafforza i responsabili.

La cosa più inquietante è che cede il controllo di Gaza e dei sopravvissuti al genocidio agli Stati Uniti, complici diretti del genocidio, e prevede la partecipazione del regime israeliano al processo decisionale. Secondo il piano ai palestinesi non deve essere concessa alcuna partecipazione alle decisioni riguardanti i loro diritti, il loro governo e le loro vite.

Adottando questa risoluzione il Consiglio, di fatto, è diventato un ingranaggio dell’oppressione statunitense, uno strumento per la continua occupazione illegale della Palestina e un complice del genocidio israeliano.

Da quando l’ONU ha diviso la Palestina nel 1947 contro la volontà della popolazione indigena, preparando il terreno per 80 anni di Nakba, l’ONU non ha mai agito in modo altrettanto sfacciatamente coloniale (e oltre la sua autorità giuridica), calpestando così sconsideratamente i diritti di un popolo.

Una risoluzione infernale

Lunedì 17 novembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato una proposta statunitense rivolta a cedere il controllo di Gaza a un organismo coloniale guidato dagli Stati Uniti chiamato “Consiglio della Pace”, schierando al contempo una forza di occupazione per procura, anch’essa diretta dagli Stati Uniti, chiamata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”. Entrambe le istituzioni risponderanno, in ultima analisi, a Donald Trump in persona e opereranno di concerto con il regime israeliano.

In quello che sarà a lungo ricordato come un giorno di vergogna per le Nazioni Unite, mentre sia la Russia che la Cina si sono astenute, non esercitando il loro diritto di veto, e nessun membro del Consiglio di Sicurezza ha avuto il coraggio, la sensibilità etica o un sentimento di rispetto del diritto internazionale per votare contro quello che può essere visto solo come un oltraggio coloniale statunitense, la ratifica di un genocidio e una flagrante abdicazione dei principi della Carta delle Nazioni Unite.

La risoluzione respinge implicitamente una serie di recenti sentenze della Corte Internazionale di Giustizia (CIG), nega apertamente il diritto palestinese all’autodeterminazione e rafforza l’impunità del regime israeliano, nonostante il genocidio continui.

Nonostante la sentenza della CIG secondo cui il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione sulla propria terra, la risoluzione lo priva immediatamente di quel diritto, autorizzando forze straniere ostili a governarlo.

Malgrado la Corte abbia stabilito che Gaza (così come la Cisgiordania e Gerusalemme Est) è occupata illegalmente e che l’occupazione deve cessare rapidamente e completamente, la risoluzione estende l’occupazione israeliana, approva la presenza indefinita delle truppe del regime israeliano e vi sovrappone una seconda occupazione guidata dagli Stati Uniti.

E per quanto la Corte abbia inoltre stabilito che i palestinesi non devono negoziare i propri diritti con i loro oppressori e che nessun accordo o processo politico può prevalere su tali diritti, la risoluzione li annulla e li affida alla discrezione degli Stati Uniti, dei suoi partner israeliani e di altri Paesi.

Anche nel mezzo di un genocidio in corso perpetrato da un regime di apartheid nella risoluzione non si fa alcun riferimento ai crimini di genocidio, apartheid o colonizzazione, alle migliaia di palestinesi ancora detenuti nei campi di tortura e di sterminio israeliani, né ai principi di attribuzione della responsabilità agli autori dei crimini o di risarcimento per le vittime.

Israele non è nemmeno tenuto a rispettare i propri obblighi legali di risarcimento e riparazione poiché tale responsabilità è invece affidata a donatori e istituzioni finanziarie internazionali, in quello che equivale a un salvataggio multimiliardario del regime israeliano. In sintesi, la risoluzione garantisce la piena impunità del regime israeliano, oltre a promuovere la sua normalizzazione.

Un’amministrazione coloniale

La risoluzione accoglie, approva e allega persino l’ampiamente screditato piano Trump (versione del 29 settembre) e, pur non citando per intero le disposizioni problematiche, invita tutte le parti ad attuarlo nella sua interezza.

Conferisce al Consiglio per la Pace presieduto da Trump il potere di fungere da amministrazione di transizione per il governo di tutto il territorio della Striscia, di controllare tutti i servizi e gli aiuti, il movimento delle persone in entrata e in uscita e l’assetto, i finanziamenti e la ricostruzione di Gaza, includendo l’autorizzazione, formulata in modo pericolosamente ampio, di “qualsiasi altro compito che possa essere richiesto”. E assegna al consiglio di amministrazione di Trump l’autorità immediata di istituire “entità operative” e “autorità commerciali” non definite, a sua discrezione.

La risoluzione prevede addirittura la creazione di un organo collaborazionista composto da tecnocrati palestinesi che riceveranno ordini e riferiranno al Consiglio di Pace di Trump sulla loro stessa terra. In palese violazione del diritto internazionale la risoluzione rifiuta il controllo palestinese sul proprio territorio a Gaza finché Trump e i suoi collaboratori non decideranno che l’Autorità Nazionale Palestinese abbia soddisfatto i requisiti di riforma stabiliti dallo stesso Trump e dall’altrettanto odiosa “Proposta Franco-Saudita”. E non contiene alcuna promessa di indipendenza o sovranità palestinese.

Invece, in aperta contraddizione con le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia, fa arretrare la causa della libertà e dell’autodeterminazione palestinese lungo una linea vaga, iper-condizionata e non impegnativa che afferma che DOPO che gli organi guidati da Trump avranno deciso che i palestinesi avranno soddisfatto criteri NON DEFINITI di “riforma e sviluppo”, “POTREBBERO finalmente presentarsi le condizioni per un PERCORSO credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

E ogni briciolo di speranza di progresso rimasto in quelle condizioni viene infine infranto dal colpo di grazia contenuto nella clausola che stabilisce che qualsiasi processo volto a raggiungere tali obiettivi deve essere controllato dagli stessi Stati Uniti. In altre parole il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha concesso un veto sull’autodeterminazione palestinese agli Stati Uniti, principale sponsor del regime israeliano e complice diretto del genocidio.

La risoluzione non offre nemmeno la speranza che la sistematica deprivazione del popolo palestinese a Gaza possa finire. Mentre la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che le restrizioni agli aiuti devono cessare, la risoluzione si limita a “sottolineare l’importanza” degli aiuti umanitari. Non ne richiede il flusso e la distribuzione senza restrizioni.

Una forza di occupazione per procura

La risoluzione istituisce anche una forza di occupazione armata per procura, denominata “Forza Internazionale di Stabilizzazione”, che opererà sotto la guida del Consiglio per la Pace presieduto da Trump. Questa forza dovrà avere un comando approvato dal Consiglio di Trump e opererà esplicitamente in collaborazione con Israele, autore del genocidio (così come con l’Egitto).

I suoi membri devono essere scelti in collaborazione con” il regime israeliano con il quale devono cooperare per il controllo dei sopravvissuti palestinesi a Gaza.

Avrà il compito di proteggere i confini (ovvero, di tenere i palestinesi in trappola), di stabilizzare il contesto di sicurezza di Gaza (ovvero, di reprimere qualsiasi resistenza all’occupazione, all’apartheid o al genocidio), di smilitarizzare Gaza (ma non il regime israeliano), di distruggere le capacità di difesa militare di Gaza (ma non quelle di Israele), di dismettere le armi della resistenza palestinese (ma non quelle del regime israeliano), di addestrare la polizia palestinese (al fine di controllare il popolo palestinese all’interno di Gaza) e di lavorare per gli obiettivi (nefasti) del “Piano Globale (di Trump)”.

La forza ha anche il compito di “proteggere i civili” e di fornire aiuti umanitari nella misura in cui gli Stati Uniti lo consentano (o siano propensi) a farlo. Ma dovrebbe ormai essere evidente che una forza del genere, che deve collaborare con Israele, non farebbe nulla per opporsi all’aggressione israeliana e agli attacchi contro i civili.

Inoltre essa ha il compito di “monitorare il cessate il fuoco”, un cessate il fuoco garantito dagli Stati Uniti, che ha consentito continui attacchi israeliani a Gaza ogni giorno da quando è stato dichiarato (con l’uccisione di centinaia di persone e massicce distruzioni alle infrastrutture civili), ma che non tollera alcuna ritorsione da parte della resistenza palestinese. È lecito supporre che qualsiasi monitoraggio del cessate il fuoco da parte di una tale forza sarà concentrato principalmente sulla parte palestinese, non sul regime israeliano in quanto potenza occupante.

In altre parole, la missione di questa forza di occupazione per procura è controllare, contenere e disarmare la popolazione vittima del genocidio, non il regime che lo perpetra, e garantire la sicurezza non per le vittime del genocidio, ma per i suoi autori.

Attraverso un’ulteriore inaudita violazione del diritto internazionale la risoluzione autorizza le forze del regime israeliano a continuare a occupare (illegalmente) Gaza finché il Consiglio di Pace guidato dagli Stati Uniti e le forze del regime israeliano non decidano insieme diversamente. E, in ogni caso, la risoluzione prevede che le Forze di Difesa Israeliane possano rimanere a Gaza per occupare un “perimetro di sicurezza” a tempo indeterminato.

Infine, sia il Consiglio coloniale per la Pace che la sua “forza di stabilizzazione” occupante per procura hanno un mandato di due anni con un’eventuale proroga in concerto con Israele (e l’Egitto), ma non con la Palestina.

La follia dei colonizzatori

Inutile dire che questa risoluzione è stata respinta dalla società civile palestinese, da quasi tutte le parti politiche e della resistenza palestinesi, dai difensori dei diritti umani e dagli esperti di diritto internazionale di tutto il mondo.

In base al diritto internazionale l’occupazione della Palestina è illegale, il popolo palestinese ha diritto all’autodeterminazione e ha il diritto di resistere all’occupazione straniera, alla dominazione coloniale e a regimi razzisti come quello israeliano. Questa risoluzione non solo tende a negare questi diritti, ma arriva persino a rafforzare la presenza illegale di Israele e ad autorizzare i suoi stessi meccanismi di occupazione straniera e di dominazione coloniale.

Inoltre il Consiglio di Sicurezza trae tutti i suoi poteri dalla Carta delle Nazioni Unite. Tale Carta, in quanto trattato, è parte del diritto internazionale, non al di sopra di esso. In quanto tale, il Consiglio è vincolato dalle regole del diritto internazionale, comprese soprattutto le norme supreme del cosiddetto jus cogens e dell’erga omnes, come l’autodeterminazione e l’inammissibilità dell’acquisizione di territorio con la forza. Il suo palese disprezzo per le conclusioni della Corte Internazionale di Giustizia su queste questioni rivela quanto molti dei termini di questa risoluzione siano di fatto illegittimi e ultra vires (oltre l’autorità del Consiglio).

In quanto tali, le conseguenze di questa azione canaglia del Consiglio di Sicurezza dell’ONU avranno implicazioni che vanno ben oltre la Palestina. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, se non vincolato dal diritto internazionale, diventa un pericoloso strumento di repressione e ingiustizia. Questo è esattamente ciò a cui abbiamo assistito in questo caso, poiché il Consiglio ha ignorato il diritto internazionale e di fatto ha consegnato i sopravvissuti di Gaza ai complici diretti del genocidio.

E i sostenitori del Consiglio saranno ben consapevoli che il veto è stato ripetutamente utilizzato in seno al Consiglio per negare i diritti dei palestinesi. In questo caso, quando avrebbe potuto essere utilizzato per proteggere i diritti dei palestinesi, il veto è sparito nel nulla. Nel giro di un minuto di votazione il Consiglio di Sicurezza ha perso ogni legittimità.

Una via da seguire

Il tentativo degli Stati Uniti di imporre una forma di colonialismo ottocentesco al popolo palestinese di Gaza, da tempo sofferente, come il precedente progetto coloniale franco-saudita, è destinato al fallimento. Tali progetti sono fondamentalmente marci fin dalla nascita, poiché cercano di imporre risultati privi di legalità (secondo il diritto internazionale), privi di legittimità (per l’esclusione della rappresentanza palestinese) e senza alcuna concreta speranza di successo (dato il loro rifiuto pressoché universale sia in Palestina che nel mondo).

Gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di minacciare e corrompere un numero sufficiente di Stati per ottenere il sostegno in un voto all’ONU, ma assicurarsi truppe e altro personale sufficienti per attuare la risoluzione sul campo, contro la volontà della popolazione indigena, potrebbe essere un’altra faccenda. E mantenere il sostegno mentre il piano (inevitabilmente) inizierà a sgretolarsi sarà ancora più difficile.

Nel frattempo, per coloro che si impegnano per la giustizia, i diritti umani e lo stato di diritto, il compito è chiaro. Questo piano deve essere contrastato in ogni capitale e in ogni momento. I governi devono essere spinti a porre fine alla loro complicità negli abusi israeliani, negli eccessi degli Stati Uniti e in questo atroce schema coloniale. Il regime israeliano deve essere isolato. Gli sforzi per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni devono essere raddoppiati. Deve essere imposto un embargo militare, sui carburanti e sulla tecnologia. I responsabili israeliani devono essere processati in ogni tribunale disponibile. E le strade devono riecheggiare della voce giusta di milioni di persone che chiedono a gran voce la libertà palestinese attraverso manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile e azioni dirette.

E quando questo castello di carte coloniale crollerà un’altra soluzione più giusta sarà pronta a prendere il suo posto. Se la maggioranza globale si alzerà in piedi davanti all’imperatore e affermerà il proprio potere collettivo, agendo nell’ambito del meccanismo Uniting For Peace” dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite [la risoluzione 377 A dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prevede che se il Consiglio di sicurezza non agisce come richiesto per mantenere la sicurezza e la pace internazionale, l’Assemblea generale può emettere raccomandazioni per misure collettive, incluso l’uso della forza armata quando necessario, ndt.] per aggirare il veto degli Stati Uniti, adottando misure per garantire l’accertamento giuridico delle responsabilità, isolare e punire il regime israeliano e fornire una protezione reale alla Palestina, allora l’ONU potrà continuare a lottare. In caso contrario, quasi certamente appassirà e morirà, vittima di ferite autoinflitte, nessuna delle quali più profonda della vergognosa risoluzione del 17 novembre 2025.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Nei campus israeliani lo Stato definisce un altro nemico interno

Yael Berda 

21 novembre 2025 +972 Magazine

Mentre i meccanismi di controllo dell’occupazione si infiltrano nella sfera civile, gli ebrei dissidenti sono i prossimi della lista e la libertà accademica non offre alcuna protezione

Nell’Israele del 2025 i confini tra le aree in cui si esercita il potere del regime stanno diventando sempre più labili. I meccanismi di controllo sui palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza occupate – legge militare accanto a legge civile, potere incondizionato accanto a istituzioni formali – si insinuano all’interno, colpendo i cittadini palestinesi di Israele e in misura crescente i dissidenti ebraico-israeliani che rifiutano di conformarsi alla politica statale.

Non si tratta di un cambiamento improvviso, piuttosto di un processo progressivo. Nel corso dei decenni il regime di occupazione ha sviluppato tecnologie di controllo, sorveglianza e riconoscimento per sottomettere i palestinesi che si sono gradualmente trasformate in strumenti di governo della sfera civile israeliana.

Un elemento centrale di questo processo è il meccanismo di definizione dei nemici. Non si tratta solo di una pratica di controllo militare, ma di un potente strumento politico che ridefinisce i limiti della legittimità. In questo senso due recenti attacchi alla libertà di espressione nei campus universitari israeliani non rappresentano delle eccezioni; sono la naturale prosecuzione di modelli consolidati nel tempo.

Il 6 novembre Alec Yefremov, insegnante di educazione civica in una scuola superiore di Tel Aviv, ha partecipato alla cerimonia di laurea della sorella presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Era presente, per festeggiare la laurea della moglie, anche il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Quando ha visto il leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Yefremov gli ha gridato che è un razzista, kahanista che idolatra Baruch Goldstein che nel 1994 uccise a colpi d’arma da fuoco 29 palestinesi nella moschea Ibrahimi di Hebron.

Yefremov è stato espulso dalla cerimonia dalle guardie di sicurezza dell’università, per poi essere ammanettato dalla polizia e portato via per essere interrogato con l’accusa di “insulto a pubblico ufficiale” e “disturbo dell’ordine pubblico”. È stato perquisito fisicamente presso la stazione di polizia e successivamente rilasciato con il divieto di entrare per 15 giorni nel campus universitario. L’Università Ebraica ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava l’arresto di Yefremov e la polizia israeliana, e con l’appoggio dei politici dell’opposizione ha avviato un’indagine interna sull’arresto e sulla perquisizione corporale. (Tali indagini solitamente non portano a nulla.)

Una settimana dopo Almog Cohen, vicepresidente dell’ufficio del Primo Ministro israeliano, è arrivato infuriato ad una conferenza presso l’Università Ben-Gurion del Negev, nella città meridionale di Be’er Sheva.

Forte dell’immunità e di un senso di possesso dello spazio, Cohen – insieme ad attivisti del movimento di estrema destra Im Tirzu, che hanno filmato e poi messo il video online – è arrivato a interrompere la conferenza di informatica di Sebastian Ben Daniel, critico abituale della politica israeliana (e collaboratore di lunga data di +972 con lo pseudonimo di John Brown).

“Sono andato questa mattina all’Università Ben-Gurion a causa delle dichiarazioni antisemite del docente Sebastian Ben Daniel, che ha definito gli eroici soldati delle IDF ‘assassini di bambini, criminali di guerra, neonazisti’ “, ha dichiarato Cohen in seguito. “Non permetterò ad uno pagato con fondi pubblici di esprimersi in questo modo, quando molti dei suoi studenti – di destra o di sinistra – sono essi stessi riservisti”. L’università ha sporto denuncia alla polizia contro Cohen e ha dichiarato: “I nostri campus devono rimanere spazi sicuri per lo studio, l’insegnamento, la ricerca e lo scambio di idee, [ed essere] luoghi in cui gli studenti possono imparare e istruirsi, i docenti possono insegnare e i ricercatori possono condurre ricerche senza timore di violenze fisiche o verbali”.

Seppure diversi, questi due episodi sono espressione dello stesso fenomeno. Illustrano l’erosione del confine tra autorità legittima e potere assoluto, persino all’interno della Linea Verde e persino contro gli ebrei.

Potere nudo e crudo

In un articolo accademico che ho scritto dieci anni fa, intitolato “Sul nemico oggettivo e il vuoto politico”, dimostravo come in Israele funzioni un meccanismo di denuncia in base al quale una minaccia viene definita non sulla base di azioni o prove, ma semplicemente etichettandola come tale. Un indizio, una parola, una storia su Instagram o, a volte, persino il silenzio sono sufficienti per collocare qualcuno nella categoria di “nemico”, valutando esclusivamente in base alle immagini, alle percezioni e alle emozioni che suscitano, eliminando la necessità di prove.

Questa è da tempo la realtà nei territori occupati: i palestinesi sono definiti naturalmente sospetti e la legge è elaborata di conseguenza. Ma una volta che l’identificazione di nemici diventa strumento centrale di governo, si cercano di continuo nuovi obiettivi.

Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono stati gradualmente incorporati in questa definizione, subendo incriminazioni per dei post sui social media, restrizioni alla libertà di parola e interrogatori di polizia per dichiarazioni pubbliche. Adesso gli oppositori ebrei del regime – inclusi docenti critici e studenti politicamente attivi – si trovano vittime dello stesso meccanismo.

Si può capire questa situazione anche attraverso quello che il politologo ebreo tedesco Ernst Fraenkel ha definito il concetto di “doppio Stato”, una condizione in cui lo Stato gestisce due sistemi contemporaneamente: uno normativo che parla il linguaggio delle leggi, delle procedure e dei regolamenti e, accanto a questo, un sistema discrezionale che agisce con nuda e cruda autorità in nome della “sicurezza”, dell’ “interesse nazionale” o dell’ “ordine pubblico”.

L’arresto di Yefremov e l’attacco alla conferenza di Ben Daniel sono allegorie che illustrano bene questo meccanismo: se il primo è mascherato da una facciata di legalità e procedura amministrativa, il secondo espone la forza cruda, immediata e sproporzionata del regime.

La sfera accademica dovrebbe essere protetta dal principio della libertà di ricerca intellettuale, che è già stato gravemente eroso, eppure la forza discrezionale del potere politico vi penetra senza ostacoli. Il modello a lungo utilizzato nei territori occupati – diritto militare accanto al diritto civile, potere illimitato accanto alle istituzioni formali – ora si insinua all’interno quasi senza resistenza. E quando entrambi i sistemi operano in tandem, crolla la distinzione tra “legale” e “lecito”.

Quando il controllo, la sorveglianza e la retorica del “nemico interno” si trasformano in strumenti di gestione [della società, n.d.t.] civile non c’è più limite: il nemico esterno di ieri diventa quello interno di domani. Una volta che questa logica viene interiorizzata dalla polizia, dai politici e dai membri delle istituzioni accademiche stesse, ciò a cui assistiamo nei campus non è un'”escalation”, ma una dimostrazione diretta del sistema in atto.

Quando il problema è l’ordine

Le risposte a questi due incidenti parlano lo stesso linguaggio in codice. La dichiarazione dell’Associazione dei Rettori Universitari, che condannava l’intrusione di Cohen nell’aula magna dell’Università Ben-Gurion e chiedeva di preservare spazi di apprendimento sicuri, può essere apparsa dura, ma evitava di affrontare il meccanismo che produce la violenza.

Parlava di “tolleranza zero per il disordine”, come se il problema risiedesse in una condotta indisciplinata piuttosto che in un regime politico che esercita un potere incondizionato sugli spazi del sapere. Faceva appello al governo affinché condannasse l’atto come se non fosse proprio questo governo a marchiare i docenti come nemici e a consentire l’incursione del potere discrezionale nella sfera accademica. Così, la capacità delle istituzioni di stabilire confini viene erosa: adottano il linguaggio del regime invece di sfidarlo.

La risposta degli ex rettori universitari e dei premi Nobel è stata più decisa e precisa, ma ancora confinata all’interno di un paradigma liberale che invita le istituzioni indebolite a difendersi. Ha espresso profonda preoccupazione per la libertà di espressione e la resilienza civica, ma non ha riconosciuto che il sistema normativo stesso non può più arginare la portata del potere discrezionale. E ha anche invocato un “ripristino dell’ordine” – richiesta futile quando un’istituzione deve difendersi da una forza politica che detiene il meccanismo per definire il nemico. Il problema è precisamente l’ordine.

Ciò che si è verificato nei campus israeliani quindi non è semplicemente un “attacco alla libertà accademica”, ma la piena esposizione di questo meccanismo. La polizia non ha deviato dal suo percorso quando ha usato una forza sproporzionata contro Yefremov; ha agito secondo un modello a lungo sperimentato sui palestinesi. Cohen non ha fatto irruzione in un’aula magna perché era “senza freni”; lo ha fatto perché il regime israeliano gli ha segnalato che la sfera accademica non è più protetta.

Quando perfino il mondo accademico adotta il linguaggio dell’ordine, della sicurezza e del patriottismo non è più in grado di articolare un’opposizione efficace al potere statale, e cede invece autorità e legittimità allo Stato. E non ha senso chiedere al regime di smettere di considerarci nemici, perché il meccanismo produce nemici e ne ha bisogno per giustificare la propria esistenza.

L’unica risposta possibile è politica: riportare l’attenzione al linguaggio del potere, del controllo, della razza e del regime; ricostruire spazi di conoscenza e comunità indipendenti dall’approvazione statale; smascherare il meccanismo di definizione del nemico; formare partnership ebraico-palestinesi che smantellino le condizioni necessarie al funzionamento di questo meccanismo.

Yael Berda è professoressa associata di Sociologia e Antropologia presso l’Università Ebraica e ricercatrice presso la Middle East Initiative della Harvard Kennedy School. È autrice di “Burocrazia coloniale e cittadinanza contemporanea”, “La burocrazia dell’occupazione” e “Vivere l’emergenza: il regime dei permessi di soggiorno di Israele nella Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




Nuovi dati rivelano che dal 7 ottobre 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.

Yuval Abraham

17 novembre 2025 – +972 Magazine

Le autopsie e le testimonianze di ex detenuti suggeriscono che molti siano morti a causa di torture, negligenza medica e privazione di cibo. Secondo un archivio dell’intelligence israeliana trapelato decine di loro erano civili.

Dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militari, in molti casi verosimilmente come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Dei detenuti di Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come costituito da combattenti, il che significa che Israele è responsabile della morte di decine di civili palestinesi sotto custodia.

Dati finora non resi pubblici sulle morti di palestinesi in detenzione sono stati ottenuti dallesercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) da parte di Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), [ONG internazionale costituita da medici che si battono contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani, ndt.], che oggi ha diffuso un rapporto rendendo note queste cifre. Secondo PHRI, 98 è probabilmente una cifra notevolmente sottostimata, dato che le organizzazioni per i diritti umani non sono in grado di localizzare centinaia di altre persone presumibilmente detenute a Gaza.

+972 Magazine, Local Call e The Guardian hanno incrociato i dati di PHRI con un database interno dell’intelligence militare israeliana, trapelato e pubblicato all’inizio di quest’anno, per determinare quanti dei detenuti deceduti a Gaza l’esercito considerasse appartenenti alle ali militari di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. (Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che secondo i rapporti dell’IPS rappresentano meno del 2% di tutti i detenuti dell’enclave dal 7 ottobre).

Secondo i dati ottenuti da PHRI almeno 68 prigionieri provenienti da Gaza sono morti sotto custodia israeliana fino alla fine di agosto. L’archivio dell’intelligence, che comprende i dati ottenuti a maggio e che, secondo diverse fonti dei servizi segreti israeliani, l’esercito considera la banca dati più completa sui combattenti palestinesi a Gaza, indicava che 21 di questi detenuti erano combattenti, deceduti sotto custodia israeliana dallinizio della guerra. Nello stesso periodo sono state documentate 65 morti tra i detenuti provenienti da Gaza nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, il che suggerisce che ben 44 dei prigionieri gazawi deceduti fossero civili.

+972, Local Call e The Guardian avevano precedentemente rivelato che l’archivio interno dell’esercito indicava che i civili costituissero l’83% di tutte le vittime a Gaza e i tre quarti di coloro che erano stati arrestati e trattenuti in stato detentivo.

Oltre ai 68 gazawi, PHRI riferisce che durante la guerra e fino all’agosto di quest’anno sono morti sotto custodia israeliana 23 palestinesi della Cisgiordania e tre con cittadinanza o residenza israeliana, per un totale di 94 detenuti. Da allora sono morti sotto custodia almeno altri quattro palestinesi, tre della Cisgiordania e uno di Gaza, portando il bilancio totale delle vittime note a 98. (Questo non include altri sette casi in cui i palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito e sono morti sotto custodia poco dopo essere stati arrestati e prima di raggiungere le strutture carcerarie).

Questa cifra è notevolmente più alta di quanto si pensasse in precedenza. I dati più recenti pubblicati all’inizio di novembre da tre organizzazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi (Addameer, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società dei Prigionieri Palestinesi) stimavano che i detenuti deceduti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani negli ultimi due anni siano stati 81.

Secondo Amani Sarahneh, dell’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, tra il 1967 e l’ottobre 2023 il numero totale di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana è stato di 237. Sebbene la documentazione relativa ai primi anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza fosse contraddittoria, il bilancio delle vittime tra i prigionieri e i detenuti palestinesi negli ultimi due anni rappresenta una netta escalation, a dimostrazione di come durante la guerra la violenza fisica, la tortura e altri abusi ai danni dei palestinesi siano diventati una normalità nel sistema carcerario israeliano.

Tuttavia PHRI osserva che 98 è probabilmente una cifra significativamente sottostimata. “Questo non è un quadro completo”, ha spiegato Naji Abbas, direttore del Dipartimento Prigionieri e Detenuti dell’organizzazione. “Siamo certi che ci siano altre persone morte in stato di detenzione delle quali non siamo a conoscenza”.

L’esercito israeliano ha fornito gli ultimi dati sui detenuti deceduti in strutture di detenzione militari nel maggio 2024, insieme a dati equivalenti pubblicati dall’IPS relativi alle carceri; in quel momento il bilancio totale delle vittime in entrambe le tipologie di strutture era di 60; ciò significa che il tasso di decessi di detenuti palestinesi sotto custodia israeliana durante i primi otto mesi di guerra era di circa uno ogni quattro giorni. Quattro mesi dopo l’IPS ha dichiarato, in risposta a una richiesta di accesso ai dati, che altri tre detenuti erano morti nelle carceri israeliane.

Dal settembre 2024 ulteriori informazioni sui decessi di palestinesi sotto custodia israeliana sono pervenute solo in risposta a richieste specifiche su singoli detenuti: in altre parole, l’esercito e l’IPS hanno confermato decessi specifici quando richiesto, ma non hanno fornito dati di propria iniziativa.

Nel frattempo, resta sconosciuto il destino di molti altri palestinesi che sarebbero stati arrestati dai soldati israeliani a Gaza. L’esercito ha informato l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked di non avere informazioni su centinaia di palestinesi che l’organizzazione sospetta siano stati arrestati dalle forze israeliane. In passato l’esercito ha comunicato alle organizzazioni per i diritti umani che alcuni individui non si trovassero sotto custodia israeliana, per poi riferire in seguito, in risposta a procedimenti legali, che erano morti.

Le famiglie a Gaza non ricevono notifiche ufficiali della morte dei loro parenti durante la detenzione israeliana e spesso ne vengono a conoscenza attraverso i media. I dati forniti dallo Stato a PHRI indicano che l’identità di almeno 18 cittadini di Gaza deceduti nelle carceri israeliane è sconosciuta e che nessuna notifica della loro morte è stata data alle loro famiglie.

Nonostante quasi 100 decessi registrati in condizioni di custodia cautelare e numerose testimonianze e altre prove di gravi abusi fisici, tra cui violenze sessuali generalizzate, come documentato in un nuovo schiacciante rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza, solo un soldato israeliano è stato processato: a febbraio  ed è stato condannato a sette mesi per aggressione a detenuti di Gaza. Altri cinque soldati sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e di aver causato gravi lesioni personali a un prigioniero nel centro di detenzione di Sde Teiman, dopo che un filmato è trapelato ai media israeliani lo scorso anno.

Come riporta Haaretz, il massimo funzionario legale dell’esercito israeliano ha deliberatamente evitato di avviare indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati israeliani, anche in relazione alle morti di detenuti sotto custodia cautelare, per timore della prevedibile reazione della destra.

“Non ci sono state accuse per alcun caso di omicidio”, ha spiegato Abbas. “Questo non è solo un caso isolato. È sistemico e continuerà ad avvenire“.

Secondo i dati ottenuti da PHRI Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Almeno altri due detenuti sono morti nel campo di Ofer (dove +972 ha rivelato testimonianze di gravi abusi, scosse elettriche e la diffusione dilagante di malattie), almeno uno nel campo di Anatot e almeno altri sette in diverse altre strutture di detenzione gestite dall’esercito nel sud di Israele. Cinque sono morti all’ospedale di Soroka dopo essere stati trasferiti da strutture di detenzione militari mentre erano ancora sotto custodia.

Per quanto riguarda le carceri normali gestite dall’IPS, almeno 16 detenuti sono morti nel carcere di Ketziot, almeno cinque nel carcere di Ofer, almeno sei nel carcere di Nitzan e nel Centro Medico dell’IPS (Marash), sette nel carcere di Megiddo, quattro nel complesso che comprende il carcere di Nafha e quello di Ramon, almeno uno nel carcere di Eshel, almeno tre in quello di Kishon e altri tre nel carcere di Shikma. Il luogo del decesso di altri otto è sconosciuto.

“Ogni notte sentivamo persone picchiate a morte”

+972, Local Call e The Guardian hanno esaminato 10 resoconti autoptici di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana, redatti da medici che hanno assistito alle autopsie per conto delle famiglie dei deceduti. In cinque di questi c’erano prove di violenza come possibile causa di morte: numerose costole rotte, lividi sulla pelle o in prossimità degli organi interni e lacerazioni degli organi interni. Almeno tre decessi sono stati causati direttamente da negligenza, tra cui un caso di malnutrizione estrema, un caso di tumore del sangue non curato e un altro in cui un detenuto diabetico è stato privato di insulina.

Omar Daraghmeh, 58 anni, è morto nel carcere di Megiddo nell’ottobre 2023. Una TAC post-mortem ha rivelato un’estesa emorragia addominale, sollevando il sospetto che il decesso sia stato causato da aggressione fisica o da una caduta da un’altezza considerevole.

Anche l’autopsia di Abdel Rahman Mara’i, 33 anni, morto nello stesso carcere il mese successivo, ha rivelato segni di violenza: costole e sterno erano rotti, oltre alla presenza di lividi su tutto il corpo. Il medico che ha assistito all’autopsia di Mara’i ha attribuito la sua morte alle violenze subite.

Un detenuto che si trovava nella stessa cella di Mara’i ha raccontato a PHRI: “Circa 15 agenti [del carcere] lo hanno aggredito, tutti intorno a lui, picchiandolo violentemente. Lo hanno pestato per circa cinque minuti, soprattutto sulla testa”.

Sari Hurriyah, un avvocato palestinese con cittadinanza israeliana, arrestato nello stesso periodo di Mara’i a causa di post su Facebook, ha dichiarato al canale israeliano Channel 13 di aver assistito alla morte di Mara’i nella cella vicina. “Ogni notte sentivamo persone che venivano picchiate a morte, urlavano”, ha detto Hurriyah.

Secondo la testimonianza di Hurriyah, Mara’i ha gridato per ore dopo l’aggressione: “Sto male, ho dolore, non riesco a respirare, portatemi un medico”. Ma le guardie carcerarie sono semplicemente entrate nella sua cella e gli hanno detto di stare zitto, ha raccontato Hurriyah. Il giorno dopo, la sua voce si è spenta; le guardie si sono rese conto che era morto e lo hanno portato fuori dalla cella “in un sacco della spazzatura nero”.

Abdel Rahman Bahash, 23 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel gennaio 2024. L’autopsia ha rilevato fratture multiple alle costole, una lesione alla milza, infiammazione e lesioni polmonari. Una possibile causa del decesso è stata l’insufficienza respiratoria dovuta a una lesione polmonare. Un altro detenuto ha raccontato che le guardie avevano aggredito Bahash; in seguito, lui aveva lamentato dolori al torace e alle costole, ma gli è stata negata qualsiasi cura medica. Quando non è riuscito più a stare in piedi, le guardie lo hanno portato via ed è morto pochi giorni dopo.

Walid Khaled Abdullah Ahmed, 17 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel marzo 2025. Un medico presente all’autopsia ha riferito che non aveva quasi più massa grassa o muscolare e soffriva anche di colite e scabbia, il che ha fatto sospettare che fosse morto di fame. Suo padre ha dichiarato ad Haaretz: “Ho visto durante le udienze in tribunale che il ragazzo appariva magro, con il viso emaciato, come altri detenuti che soffrono di malnutrizione nelle carceri”. Secondo suo padre, Ahmed non aveva malattie pregresse.

Arafat Hamdan, 25 anni, è morto nel carcere di Ofer nell’ottobre 2023. Soffriva di diabete di tipo 1 e un detenuto che era con lui ha affermato che la morte è dovuta a negligenza: le sue condizioni sono gradualmente peggiorate fino a quando non ha smesso di mangiare e ha iniziato a perdere conoscenza a intermittenza.

“Abbiamo chiamato di nuovo il medico per visitarlo, e lui ci ha detto di chiamarlo quando Arafat fosse morto”, ha ricordato il detenuto in un rapporto di B’Tselem. “Dopo un’ora e mezza, abbiamo visto del liquido fuoriuscire dalla sua bocca. Uno dei detenuti gli ha controllato il polso e ha urlato che Arafat era morto”.

Mohammed Al-Zabar, 21 anni, è deceduto nel carcere di Ofer nel febbraio 2024. Fin dall’infanzia, soffriva di malattie intestinali e necessitava di una alimentazione specifica. L’autopsia ha indicato che è morto per mancanza dei nutrimenti necessari, con conseguente stipsi prolungata, senza che gli venissero somministrate cure mediche.

Secondo le testimonianze dei detenuti che stavano insieme a lui Thaer Abu Asab, 38 anni, è stato picchiato a morte nel carcere di Ketziot nel novembre 2023. Un detenuto ha raccontato a B’Tselem che le forze speciali hanno fatto irruzione nella cella e hanno iniziato a picchiare su tutto il corpo i detenuti con manganelli fino a farli sanguinare dalla testa. “Hanno colpito Thaer più forte”, ha raccontato. “Ha cercato di proteggersi la testa con le mani, ma ben presto ha dovuto cedere a causa dei colpi”.

Dopo che le guardie se ne sono andate Abu Asab è rimasto a terra, ancora sanguinante e privo di sensi. Il detenuto ha raccontato di aver cercato di chiamare una guardia per più di un’ora, ma nessuno si è fatto vivo. Alla fine, Abu Asab è stato portato fuori dalla cella e le guardie hanno informato i detenuti che era morto.

Il giorno seguente, ha continuato il carcerato, lo Shin Bet (l’agenzia per la sicurezza interna israeliana) ha interrogato uno a uno tutti i detenuti che stavano insieme ad Abu Asab e “ha affermato che avevamo creato scompiglio e ucciso Thaer, motivo per cui eravamo rimasti tutti feriti. Hanno detto che eravamo stati noi ad attaccarci a vicenda, non le guardie… Ha detto che avevamo ucciso Thaer e volevamo incastrare la prigione”.

L’IPS si è rifiutata di rispondere all’indagine dettagliata di +972 sui decessi menzionati nel nostro rapporto, indirizzandoci invece al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) perché “il COGAT è responsabile dei detenuti palestinesi non condannati”. Il COGAT ha detto a +972 che la questione dei decessi sotto custodia non è di loro competenza.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che negli ultimi due anni sono state detenute a Gaza persone “ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche. Nei casi di indizi rilevanti i prigionieri vengono sottoposti a ulteriori interrogatori, screening e detenzione in strutture apposite sul territorio israeliano”.

La dichiarazione afferma che i sospettati sono “trattenuti in base a ordini di detenzione emessi in conformità con la legge e, nei casi appropriati, vengono avviati contro di loro procedimenti penali. In altri casi vengono trattenuti in custodia cautelare a causa del rischio che rappresentano, al fine di tenerli lontani dai combattimenti, nel pieno rispetto della legge israeliana e delle Convenzioni di Ginevra”.

L’esercito ha ammesso che “ci sono stati decessi di detenuti, compresi quelli arrivati ​​feriti o con una condizione medica complessa preesistente”, aggiungendo che “ogni decesso viene indagato dalla polizia militare inquirente”, i cui risultati vengono sottoposti all’Ufficio dell’Avvocatura Generale Militare per la revisione.

Il portavoce ha aggiunto: “L’affermazione secondo cui i detenuti sarebbero ‘scomparsi’ da Gaza è falsa ed erronea”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ha abbandonato Hadar Goldin molto prima di non riuscire a riportare a casa il suo corpo

Yagil Levy

18 novembre 2025 – Haaretz

Il ritorno dei resti del soldato Hadar Goldin in Israele perché venga sepolto dopo 11 anni a Gaza solleva domande sul fatto che il Paese non sia riuscito a riportare a casa prima il suo corpo. Ma le vere domande dovrebbero concentrarsi di più sulle circostanze che portarono alla morte di Goldin.

Ricordiamo i fatti noti. L’operazione Margine Protettivo, il conflitto del 2014 contro Gaza in cui Goldin venne ucciso, non iniziò intenzionalmente. Fu il risultato di un “deterioramento della sicurezza… che nessuna delle due parti aveva voluto,” come ammise l’esercito all’ufficio del supervisore pubblico. L’esercito venne trascinato nel conflitto e poi in un’operazione di terra la cui necessità, secondo ufficiali di alto grado, era discutibile. Durante questa operazione le vite dei soldati delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] vennero messe a rischio e alla fine essa diede come risultato la morte di 44 soldati (nell’operazione di terra) [i civili palestinesi uccisi furono circa 1.500, ndt.]. Per Goldin e due suoi compagni della Brigata Givati il rischio fu particolarmente elevato.

L’incarico della brigata era di condurre una perlustrazione dei tunnel a Rafah. Alle 8 del mattino del primo agosto 2014 entrò in vigore un cessate il fuoco. Ciononostante un reparto della Givati venne incaricato di individuare un certo tunnel. “Da quel momento,” tuttavia, “la ricerca di tunnel offensivi che attraversassero la barriera (di confine) doveva essere effettuata in base a una regola d’ingaggio che escludeva l’uso di armi, a meno che non ci fosse un chiaro e immediato pericolo di vita,” scoprì un’indagine della procura generale militare.

Quindi il reparto della Givati venne messo in pericolo mortale essendo stato escluso da un fuoco di copertura e al contrario potendo rispondere solo se avesse incontrato un evidente pericolo. Il comandante di brigata Ofer Winter si oppose alla missione: “Non voglio mandare dentro persone con le mani legate,” affermò, avvertendo che la perlustrazione sarebbe avvenuta in una zona non ancora conquistata in un settore non protetto. “Anche così non potremmo eliminare tutti i tunnel,” affermò, cercando di contrastare l’ossessione di condurre la perlustrazione di un ulteriore tunnel.

Ma Sami Turgeman, il comandante del comando meridionale dell’IDF, ignorò le obiezioni.

Nonostante i vincoli imposti la zona venne perlustrata. Il comandante della compagnia di ricognitori, il maggiore Benaya Sarel, comunicò: “Vedo una persona sospetta. La elimino,” e così facendo violò il cessate il fuoco circa un’ora dopo che era entrato in vigore. Venne preso in un’imboscata da miliziani di Hamas e ucciso insieme al radiofonista Liel Gidoni e ad Hadar Goldin, il cui corpo venne portato via dalla cellula di Hamas.

Winter mise a rischio la vita di un altro soldato, il vice comandante di compagnia Eitan Pund, quando gli consentì di condurre una caccia all’uomo dei terroristi in un tunnel, in violazione delle regole d’ingaggio. Allo stesso tempo invocò la cosiddetta Direttiva Hannibal (intesa a impedire la cattura di soldati anche a rischio di colpirli) alla ricerca di Goldin. Si scatenò un intenso scontro a fuoco ricordato come il Venerdì Nero. Noi ci concentriamo sui nostri morti, ma dobbiamo anche ricordare che, secondo Israele, vennero uccisi circa 70 civili di Gaza. In breve, la morte di soldati e civili si sarebbe potuta evitare.

Può l’esercito guardare negli occhi i familiari e giurare che fosse necessario prendersi quei rischi, che erano noti fin dall’inizio? La nostra sicurezza venne migliorata in seguito alle sanguinose battaglie per trovare e distruggere tunnel in quell’operazione militare? L’incidente rifletteva una specie di mentalità tecnica militare che privilegiava l’infinito lavoro rappresentato dalla distruzione di armi ignorando nel contempo il contesto complessivo in cui l’operazione venne posta in atto e la probabilità che un nuovo tunnel venisse costruito per sostituire quelli distrutti, come di fatto avvenne.

Ma qui risiede il ruolo problematico giocato dal lutto, in particolare rendendo un penoso omaggio a Goldin. È emotivo ma contribuisce anche a cancellare ciò che la commemorazione dei morti si suppone produca, che è politico. Pensando alle circostanze complessive che provocarono la perdita della vita e collegando disastri isolati a una (mancanza di) logica generale. La rabbia è diretta all’abbandono del corpo e non in primo luogo all’avventatezza con cui è stata trattata la vita.

*

Nota redazionale: l’articolo si concentra su alcune decisioni di comandanti dell’esercito israeliano che hanno portato alla morte di un soldato, ma svela anche quello che successe il primo agosto 2014 a Rafah. All’epoca l’IDF sostenne che Hamas aveva violato una tregua entrata da poco in vigore sequestrando un soldato. Per questo venne scatenata un’operazione militare in base alla Direttiva Hannibal, che prevede l’uso eccessivo della forza per evitare il rapimento di un ostaggio israeliano anche a costo della vita di quest’ultimo. Quel giorno gli abitanti di Rafah erano tornati nelle strade convinti che fosse in corso una tregua e vennero colpiti indiscriminatamente. Secondo fonti mediche palestinesi nei quattro giorni di bombardamenti ci furono almeno 135 morti, di cui 75 minori. Il comunicato dell’esercito israeliano, ripreso dai principali giornali italiani, sostenne che erano stati i miliziani di Hamas ad aver violato gli accordi. Questo articolo dimostra al contrario che era stata un’operazione israeliana ad aver provocato la reazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una conferenza israeliana in commemorazione di Yitzhak Rabin ha evidenziato il ruolo centrale del sionismo progressista nel genocidio di Gaza

Jonathan Ofir  

15 novembre 2025 – Mondoweiss

Una conferenza per commemorare Yitzhak Rabin ha messo involontariamente in luce il ruolo centrale della sinistra israeliana nel gettare le basi e portare avanti il genocidio a Gaza.

Venerdì scorso il partito israeliano “di sinistra” I Democratici (una fusione dei partiti Laburista e Meretz) ha ospitato l’annuale conferenza per la commemorazione della morte del primo ministro Yitzhak Rabin. L’evento ha dimostrato soprattutto la natura profondamente genocida della sinistra israeliana.

Sono passati 30 anni da quando, il 4 novembre 1995, è stato ucciso da un attivista di destra e la conferenza si è svolta a Tel Aviv nel Seminario dei Kibbutz, un luogo che rappresenta il sionismo laburista di Rabin. La lista degli ospiti è stata un chi è chi di quelli che sono considerati l’opposizione israeliana e la maggior parte di loro è profondamente implicata nel genocidio di Gaza.

Non c’è miglior esempio di ciò che una delle attrazioni dell’evento: Giora Eiland. Il generale in congedo, ex-capo dell’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi della Sicurezza Nazionale] (INSS), è stato uno degli ospiti d’onore ed è probabilmente meglio noto ora per aver invocato nel novembre 2023 la carestia intenzionale a Gaza e favorire anche la diffusione di epidemie. Tuttavia ora è più famoso come l’autore del “Piano dei Generali”, che è diventato il modello per la pulizia etnica di Gaza negli ultimi due anni.

Normalmente la gente considererebbe Eiland un fascista di destra, ma in Israele è ritenuto di sinistra. La sua affiliazione con la “sinistra” del partito laburista sionista israeliano viene dal suo passato rurale nel moshav (insediamento agricolo) di Kfar Hess. L’aspetto più caratterizzante della sua carriera è stato nella sicurezza (militare), che è probabilmente la caratteristica più qualificante della sinistra sionista. Eiland è stato un negoziatore del cosiddetto “processo di pace” guidato da Shimon Peres negli anni 2001-2003, quando Peres faceva parte del governo del primo ministro Ariel Sharon [della destra nazionalista, ndt.]. 

È interessante notare come i Democratici abbiano subito una certa reazione per la presenza di Eiland all’evento, dato il suo ruolo nel genocidio. In risposta il capo del partito Yair Golan ha sostenuto semplicemente che il generale si è scusato per le sue varie dichiarazioni genocide, un’affermazione non verificata, ed ha accusato i critici di essere “puristi”. Un attivista ha brevemente interrotto l’evento contro la partecipazione di Eiland, ma rapidamente lo spettacolo è ricominciato.

L’evento ha incluso un messaggio registrato del presidente di Israele, Isaac Herzog. Herzog non è solo un bugiardo razzista, che ha definito i “matrimoni misti” negli USA ‘una piaga’ e poi ha detto che la gente lo aveva frainteso: ha anche incitato al genocidio sostenendo nell’ottobre 2023 che a Gaza non c’erano persone “innocenti”. Quando gli è stato rinfacciato ed è stato incluso nel processo per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, ha di nuovo sostenuto di essere stato frainteso. Almeno Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale più apertamente fascista, difende quello che dice.

D’altra parte Herzog è una figura ‘apolitica’, in quanto in Israele la posizione del presidente è ufficialmente formale, eppure ha un passato come dirigente di sinistra, di ex-leader del Partito Laburista. Poi abbiamo Ehud Barak. Il “Signor Sicurezza” di Israele, il soldato più decorato, un ex-capo di stato maggiore, ministro della Difesa e primo ministro. Barak si è vantato che l’occupazione del 1967 fu una “liberazione di queste parti della terra” e ha deplorato che “a politici di sinistra”, compreso Rabin, non venisse dato il giusto merito per i “risultati della colonizzazione in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.]”. Un vero uomo di sinistra.

E poi c’è Yair Golan, il leader dei Democratici. Golan è arrivato al potere politico dopo un’esperienza di scarso successo con il Meretz (che non ha raggiunto il quorum nel 2022). Più tardi, in seguito al 7 ottobre 2023, è diventato più popolare sia per le sue missioni di salvataggio solitarie quel giorno [in particolare al Nova Festival, ndt.], sia anche per il suo aperto sostegno al genocidio. All’inizio dell’anno ha detto sul podcast di Haaretz che “a tutti noi piacerebbe svegliarci una mattina di primavera e scoprire che 7 milioni di palestinesi che vivono tra il mare e il fiume sono semplicemente spariti.” Chi sarebbero i “noi”, vi chiederete? I Democratici, ovviamente, e il resto dello spettro sionista, si suppone.

E infine Rabin, l’uomo che veniva celebrato. Rabin esemplifica la “pace” che la sinistra sionista sta cercando di creare, e non c’è alcuna pace. Benché venga ricordato per il suo ruolo negli accordi di Oslo e per aver promosso un percorso verso una “soluzione a due Stati”, solo un mese prima del suo assassinio Rabin garantì che gli accordi avrebbero dato come risultato una “entità palestinese” che sarebbe stata “meno di uno Stato”.

“Non ritorneremo ai confini del 4 giugno 1967”, affermò con decisione, un punto che Benjamin Netanyahu ha citato svariate volte. E ovviamente dai palestinesi Rabin è ricordato piuttosto come uno dei comandanti della pulizia etnica nel 1948, così come colui che invitò [l’esercito] a rompere le ossa [dei palestinesi, ndt.] durante la Prima Intifada (1987-93).

E questo mette realmente nella sua vera luce tutta la conferenza. L’eredità della pulizia etnica, dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio è fondamentale per Israele, anche per la sua “sinistra”. È il prisma attraverso il quale vedere gli accordi più recenti: gli Accordi di Abramo (firmati per la prima volta nel 2020), riguardano una ‘pace economica’ o il recente ‘cessate il fuoco’ con Gaza, entrambi intesi a rafforzare la colonizzazione israeliana della Palestina, non a porvi fine.

Netanyahu promette che Israele “vivrà per sempre con la spada in mano”, ed è proprio così. In un’altra recente commemorazione di Rabin Yair Golan ha sostenuto il contrario: “Chiunque stia cercando una reale sicurezza deve capire che non può esistere uno Stato che vive solo con la spada, e la pace è l’unico modo per garantire che i giovani in Israele non debbano più pagare il prezzo della sua assenza.”

Belle parole. Ma l’evento dei Democratici dimostra che Israele vive con la spada e non con le sue parole. E la “sinistra” israeliana gioca un ruolo centrale in questo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quante volte Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza? Ecco i numeri.

AJLabs

11 novembre 2025 – Al Jazeera

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un mese fa, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 242 palestinesi e ne hanno feriti 622.

A un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza Israele ha violato l’accordo con attacchi quasi quotidiani uccidendo centinaia di persone.

Dal 10 ottobre al 10 novembre l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza afferma che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco almeno 282 volte con la prosecuzione di attacchi aerei, di artiglieria e sparatorie dirette.

L’ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 88 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 12 volte, ha bombardato Gaza 124 volte e ha demolito proprietà private in 52 occasioni. Ha aggiunto che Israele nell’ultimo mese ha anche arrestato 23 palestinesi di Gaza.

Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari vitali e a distruggere case e infrastrutture in tutta la Striscia.

Al Jazeera monitora le violazioni del cessate il fuoco fino ad oggi/fin dal loro inizio.

Quali sono i termini del cessate il fuoco?

Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 20 punti, senza alcun contributo palestinese, per porre fine alla guerra di Israele a Gaza, liberare i prigionieri rimasti nell’enclave, consentire il pieno ingresso degli aiuti umanitari nel territorio assediato e delineare un ritiro delle forze israeliane in tre fasi.

Alcune delle principali condizioni della prima fase, attualmente in corso, includono:

La fine delle ostilità a Gaza da parte di Israele e Hamas

La revoca del blocco di tutti gli aiuti a Gaza da parte di Israele e la cessazione delle sue interferenze nella distribuzione degli aiuti

Il rilascio di tutti i prigionieri detenuti a Gaza, vivi o morti, da Hamas

Il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi e persone scomparse dalle carceri israeliane

Il ritiro delle forze israeliane sulla “linea gialla”

A seguito della mediazione di partner come Egitto, Qatar e Turchia i rappresentanti di circa 30 paesi si sono riuniti il ​​13 ottobre per una cerimonia, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di firma dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.

Tuttavia si notava l’assenza di Israele e Hamas e ciò sollevava dubbi sulla capacità del vertice di ottenere progressi tangibili verso la fine della guerra e la risoluzione delle questioni fondamentali dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza durato 18 anni. Israele si è impegnato a non consentire la nascita di uno Stato palestinese e gli Stati Uniti hanno continuato a trasferire armi su larga scala e a fornire sostegno diplomatico a Israele durante la sua guerra genocida contro Gaza, pur rilasciando solo vaghe dichiarazioni sul futuro di Gaza.

Israele attacca Gaza quasi ogni giorno

Secondo un’analisi di Al Jazeera Israele ha attaccato Gaza in 25 degli ultimi 31 giorni di cessate il fuoco, il che significa che sono solo sei i giorni in cui non sono stati segnalati attacchi violenti, morti o feriti.

Nonostante i continui attacchi gli Stati Uniti insistono sul fatto che il “cessate il fuoco” sta ancora tenendo.

Israele continua a uccidere palestinesi

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a mezzogiorno del 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 242 palestinesi e ne ha feriti 622.

Il 19 e il 29 ottobre – due dei giorni più sanguinosi dall’ultimo cessate il fuoco – Israele ha ucciso un totale di 154 persone.

Il 19 ottobre, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco in seguito all’uccisione di due soldati israeliani a Rafah, le forze israeliane hanno ucciso 45 persone in una massiccia ondata di raid aerei su tutta la Striscia di Gaza.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, ha sottolineato che Israele controlla l’area di Rafah e di non aver avuto contatti con alcun combattente palestinese in quella zona.

Il 29 ottobre Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, dopo uno scontro a fuoco a Rafah in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano.

Israele ha anche affermato che un corpo trasferito da Gaza da Hamas tramite la Croce Rossa non apparteneva a uno dei prigionieri che avrebbero dovuto essere restituiti in base al cessate il fuoco.

“Gli israeliani hanno reagito, e dovevano farlo”, ha detto Trump ai giornalisti, definendo gli attacchi israeliani una “rappresaglia” per la morte del soldato.

Ecco gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese a Gaza che tracciano le vittime dal 7 ottobre 2023 al 10 novembre 2025:

Uccisi confermati: almeno 69.179 persone, inclusi 20.179 bambini.

Feriti: almeno 170.693 persone.

Israele continua a soffocare gli aiuti

Il cessate il fuoco prevedeva che “tutti gli aiuti sarebbero stati immediatamente inviati nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP) solo la metà degli aiuti alimentari richiesti sta attualmente raggiungendo Gaza, mentre una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi afferma che le consegne totali di aiuti ammontano a solo un quarto di quanto concordato nell’ambito del cessate il fuoco.

Dal 10 ottobre al 9 novembre solo 3.451 camion hanno raggiunto le destinazioni previste all’interno di Gaza, secondo la commissione delle Nazioni Unite di controllo e tracciamento UN2720 che monitora gli aiuti umanitari a Gaza.

Secondo gli autisti dei camion le consegne di aiuti stanno subendo ritardi significativi a causa delle ispezioni israeliane che richiedono molto più tempo del previsto.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo al 6 novembre solo 4.453 camion erano entrati a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco su un totale previsto di 15.600.

Ciò costituisce una media di circa 171 camion al giorno, ben al di sotto dei 600 camion al giorno previsti.

Tuttavia la Casa Bianca afferma che quasi 15.000 camion carichi di merci commerciali e aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal 10 ottobre, una cifra fortemente contestata dai palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie.

Inoltre Israele ha bloccato più di 350 prodotti alimentari fondamentali per la nutrizione, tra cui carne, latticini e verdure essenziali per una dieta equilibrata. Sono stati invece consentiti alimenti non di base, come snack, cioccolato, patatine e bibite analcoliche.

Hamas ha rilasciato i prigionieri che avrebbe dovuto restituire?

Il 13 ottobre, in base all’accordo di cessate il fuoco, Hamas ha rilasciato tutti i 20 prigionieri israeliani ancora in vita in cambio di 250 palestinesi che scontano lunghe pene detentive e di 1.700 palestinesi scomparsi da Israele dal 7 ottobre 2023.

Come parte dell’accordo, Hamas dovrebbe anche restituire i corpi di 28 prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi palestinesi detenuti da Israele.

Al 10 novembre Hamas aveva restituito i corpi di 24 prigionieri israeliani, mentre quattro rimanevano a Gaza. Il l’organizzazione ha affermato di aver bisogno di mezzi di scavo pesanti per recuperare i corpi rimanenti sepolti sotto le macerie dei bombardamenti israeliani.

Israele ha finora restituito 300 corpi palestinesi, molti dei quali mutilati e con segni di tortura. Molti rimangono non identificati.

Cosa dice il diritto internazionale sui cessate il fuoco?

Secondo il Lieber Institute un cessate il fuoco è concepito per interrompere i combattimenti attivi, o “congelare un conflitto sul posto”, ma per quanto concerne il diritto internazionale può presentare aspetti ambigui.

La sospensione delle ostilità è meglio intesa come cessazione delle operazioni militari ostili attive.

La ripresa delle ostilità violerebbe gli accordi politici, ma potrebbe non costituire una violazione del diritto internazionale, a meno che il cessate il fuoco non faccia parte di un trattato vincolante o di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)