La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sferra un attacco di propaganda mirata destinato alle chiese USA

Redazione di MEMO

11 novembre 2025 Middle East Monitor

Dinanzi a una forte perdita di consenso tra i cristiani evangelici Israele ricorre agli influencer e all’Intelligenza Artificiale per risalire la china.

Israele ha lanciato una campagna promozionale costata milioni di dollari per recuperare il sostegno della base cristiana conservatrice negli USA, che nel corso del genocidio in atto a Gaza è drasticamente calato. Da alcuni documenti risulta che Tel Aviv ha siglato contratti multimilionari con società statunitensi legate agli alleati di Donald Trump e con network vicini agli ambienti evangelici per ricostruire la propria immagine e riguadagnare consensi.

Negli USA Israele ha perduto parecchi dei suoi tradizionali sostenitori, il che costituisce ciò che molti ritengono una minaccia esistenziale per l’occupazione. Per evitare ulteriori fratture tra i conservatori USA e i cristiani evangelici ora Israele sta riversando milioni di dollari in sofisticate campagne digitali e non solo volte a reclutare influencer, targetizzare fedeli, manipolare la IA e saturare di contenuti le varie piattaforme.

Secondo Haaretz le misure adottate da Israele includono contratti costati 6 milioni di dollari e stipulati lo scorso agosto con Clock Tower X, un’azienda di proprietà di Brad Parscale, già manager della campagna digitale di Trump. Le indicazioni prevedono la produzione di 100 pezzi di core-content al mese e 5.000 varianti, con l’obiettivo di raggiungere 50 milioni di visualizzazioni al mese. L’80% di questi contenuti è diretto all’utenza giovanile statunitense mediante piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. La campagna è veicolata dal Salem Media Group, un network che dà voce ai cristiani conservatori e che possiede oltre 200 stazioni radio e siti web.

Un’altra campagna proposta, per un ammontare di oltre tre milioni di dollari, è quella presentata da Show Faith by Works, società che fa capo al consulente repubblicano Chad Schnitger. L’iniziativa punta a contrastare la perdita di consensi negli ambienti evangelici — di cui lo stesso Schnitger fa parte — mediante annunci mirati rivolti a chiese e organizzazioni cristiane in tutti gli stati USA occidentali, servendosi di messaggi che mettono in relazione il sostegno espresso dalla Bibbia per il popolo d’Israele e narrazioni pro-Israele. Il tenore delle affermazioni è del genere che “sono stati i palestinesi a scegliere Hamas”, oppure che i palestinesi “hanno festeggiato il massacro del 7 ottobre” o “danno rifugio ai terroristi”.

In questa campagna verrebbe messa in atto anche quella che i dossier definiscono “la più grande operazione di geofencing nella storia degli USA”, consistente nel fare una mappatura digitale di tutte le principali chiese e di tutti i college d’ispirazione cristiana esistenti in California, Arizona, Nevada e Colorado durante gli orari di messa al fine di individuare e tracciare i frequentatori attraverso i dati commerciali ad essi associati. Tali utenti — un pubblico stimato in otto milioni di fedeli e quattro milioni di studenti cristiani — verrebbero poi bombardati di annunci mirati pro-Israele.

Un’altra campagna ancora, nome in codice “Esther Project”, è stata concordata in passato con la Bridges Partners, società di consulenza con sede a Washington diretta da Uri Steinberg (ex attaché diplomatico al turismo per il Nord-America) e Yair Levi. Per un milione di dollari l’iniziativa ha assoldato 14—18 influencer incaricati di produrre fino a 30 post al mese da pubblicare su social come Instagram, TikTok, YouTube e X. E già in precedenza erano stati stanziati centinaia di migliaia di shekel [1 shekel=0,26 euro, NdT] per un altro progetto che ha fatto arrivare in Israele influencer di destra provenienti dagli Stati Uniti. Il gruppo ha visitato le colonie e si è poi dato da fare in attività di promozione che secondo il governo hanno avuto un grande ritorno diplomatico, oltre che in termini di propaganda.

Parallelamente all’uso di influencer umani, Israele sta facendo ricorso anche alla IA. Il contratto con The Clock Tower X definisce gli estremi di un’operazione basata su tecniche “Search and Language” volta a manipolare i criteri di SEO e le piattaforme di IA generativa come ChatGPT e Claude. L’obiettivo è influenzare il modo in cui questi strumenti inquadrano le ricerche e i risultati inerenti a Israele, Palestina e guerra di Gaza.

Un ulteriore contratto firmato con SKDKnickerbocker si aggira intorno ai 2,5 milioni di dollari e comporta l’utilizzo di bots su tutta una serie di piattaforme come TikTok, Instagram, LinkedIn e YouTube per “inondare la zona” di argomentazioni dettate dal Ministero degli esteri. Inoltre prevede l’ingaggio di cinque portavoce incaricati di rilasciare comunicati di Israele sulle piattaforme mediatiche.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




In una tenda al centro di Gaza nasce un festival di cinema delle donne

Ibtisam Mahdi 

4 novembre 2025 +972Mag

Tenutosi la scorsa settimana nell’arco di sei giorni, il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato “un’affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio”

Alla fine di un tappeto rosso improvvisato, steso tra gli edifici distrutti nel quartiere centrale di Deir Al-Balah a Gaza, alcune decine di palestinesi sedevano davanti a un grande schermo televisivo. Il silenzio è calato all’inizio del film, con i partecipanti che alternavano un attenzione incupita a sommessi ma udibili singhiozzi mentre guardavano le proprie esperienze degli ultimi due anni che scorrevano davanti a loro per un’ora e mezza. Il film era La voce di Hind Rajab e la proiezione ha segnato l’apertura del primo Festival Internazionale di Cinema delle Donne di Gaza.

“Ho pianto guardando il film”, ha detto a +972 Magazine Nihal Hasanein, una delle partecipanti, dopo la proiezione del 26 ottobre. All’inizio di quest’anno ha perso tre suoi figli in un attacco aereo israeliano sulla sua casa a Beit Lahiya; ora vive nel campo di Al-Jazaeri a Deir Al-Balah, dove il film è stato proiettato. “Mi ha riportato alla mente i ricordi di quando ho perso tutti i miei figli in una volta, insieme alla mia casa”, ha detto Hasanein.

Diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, La voce di Hind Rajab ricostruisce l’omicidio di Hind Rajab, una bambina di 5 anni, e di sei membri della sua famiglia da parte di soldati israeliani mentre tentavano di fuggire da Gaza City in auto nel gennaio 2024. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia a settembre, il film ha ricevuto il Gran Premio della Giuria e una standing ovation di 23 minuti da parte del pubblico. Successivamente ha vinto diversi altri premi prestigiosi, diventando una delle opere arabe più acclamate dell’anno. La proiezione, poco più a sud del quartiere natale di Rajab a Gaza, è stata la prima nel mondo arabo.

Il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato lanciato dal regista e ricercatore palestinese Ezzaldeen Shalh, ex presidente dell’Unione Internazionale del Cinema Arabo, in collaborazione con il Ministero della Cultura Palestinese e istituzioni cinematografiche locali e internazionali. Nella sua intenzione il festival mira a presentare film prodotti, diretti o scritti da donne, in particolare in Palestina ma anche nel mondo arabo e non, e che affrontino le questioni femminili.

L’edizione inaugurale, organizzata con lo slogan “Donne leggendarie durante il genocidio”, ha cercato di far luce sulle sofferenze delle donne palestinesi negli ultimi due anni e di rilanciare la vita culturale di Gaza. “C’era bisogno di una piattaforma artistica che rappresentasse le donne palestinesi e permettesse loro di raccontare al mondo le loro storie dalla propria prospettiva”, ha affermato Shalh.

Dal 26 ottobre – Giornata Nazionale della Donna Palestinese e anniversario della prima Conferenza delle Donne Palestinesi del 1929 – al 31 ottobre il festival ha presentato quasi 80 film provenienti da oltre due dozzine di paesi tra Medio Oriente e Nord Africa, Europa e Americhe. Le proiezioni hanno attirato oltre 500 partecipanti, numeri che impallidiscono rispetto alle cifre prebelliche, quando oltre 2.000 persone al giorno affollavano simili festival culturali a Gaza.

Oltre a Ben Hania, il festival inaugurale ha reso omaggio ad altre due donne il cui lavoro ha contribuito alla lotta del popolo palestinese: la regista palestinese Khadijeh Habashneh e la compianta regista libanese Jocelyne Saab. La giuria includeva registe di spicco come Annemarie Jacir e Céline Sciamma e l’attrice Jasmine Trinca.

Yusri Darwish, presidente dell’Unione Generale dei Centri Culturali in Palestina, ha celebrato il festival come “una nuova affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio e che può trasformare le macerie in uno schermo e la tristezza in un messaggio di speranza”.

Darwish ha osservato che organizzare il festival in questo momento è “un omaggio alle donne palestinesi che hanno sopportato gli orrori della guerra – dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento – e che meritano che le loro storie vengano raccontate al mondo con onestà e giustizia”.

Superare gli ostacoli

Secondo Shalh la sfida più grande nell’organizzazione del festival è stata trovare una sede, dato che “a Gaza tutte le sedi adatte erano state distrutte”. La troupe ha dovuto erigere tende provvisorie sullo sfondo di edifici parzialmente crollati; senza elettricità, si sono affidati a un generatore per proiettare i film. “La comunicazione con i registi e la giuria è stata difficile”, ha precisato.

Le condizioni a Gaza hanno reso impossibile la partecipazione di tutti coloro che avrebbero dovuto percorrere lunghe distanze. Niveen Abu Shammala, una giornalista che viveva nel quartiere di Shuja’iya nella parte orientale di Gaza City prima della guerra ma che ora è sfollata in una tenda nella parte occidentale della città, era solita documentare eventi culturali, in particolare festival cinematografici, in tutta la Striscia. Tuttavia, l’elevato costo dei trasporti, oltre all’orario tardo – il festival apriva dopo le 15:30 – le ha impedito di partecipare.

“Anche se la guerra è finita, c’è ancora paura a muoversi di notte”, ha spiegato. “Mi sarebbe piaciuto guardare i film che hanno partecipato, perché è difficile scaricarli con la connessione internet estremamente debole.”

Nelly Al-Masri ha potuto partecipare, guardando tutti e tre i film proiettati il ​​secondo giorno del festival presso la sede del Sindacato dei Giornalisti. È rimasta particolarmente colpita dal cortometraggio giordano Hind Under Siege [Hind sotto assedio] che parla anch’esso di Hind Rajab. “Questo film mi ha profondamente colpito”, ha detto Al-Masri a +972. “Parlava a nome dei bambini di Gaza, non solo a nome di Hind”.

Al-Masri sperava di partecipare a un maggior numero di eventi del festival, ma i costi di trasporto, la continua difficoltà di procurarsi cibo e acqua pulita a sufficienza e la necessità di prendersi cura dei figli lo hanno reso impossibile. “Molte donne stanno affrontando la stessa situazione”, ha detto. “Speriamo che le condizioni a Gaza migliorino”.

Hamsa Mahmoud, una bambina di dieci anni, non sapeva dell’esistenza del festival ma ha partecipato a diverse proiezioni dopo aver notato la folla radunarsi intorno alle tende vicino a casa sua. “È la prima volta che partecipo a un festival”, ha spiegato. “Ero felice di essere qui, e ancora più felice di avere la possibilità di guardare qualcosa su uno schermo. Dall’inizio della guerra e delle interruzioni di corrente non siamo più riusciti a vedere nulla. Vorrei che ci fossero più festival come questo”.

Un’altra partecipante, l’attivista sociale Faten Harb, vede il cinema come un mezzo importante per consolidare la determinazione delle donne palestinesi a Gaza. “L’arte è un messaggio nobile e il modo più semplice e facile per raggiungere il mondo senza dire troppo”, ha detto.

“Il mondo è stanco di sentire notizie di uccisioni, distruzione e feriti”, ha continuato Harb. “Ecco perché dobbiamo cercare altri modi per raccontare la sofferenza della popolazione di Gaza. Abbiamo urgente bisogno di questo tipo di eventi per far luce su ciò che è accaduto nella Striscia di Gaza durante la guerra genocida, soprattutto alle donne, che sono state le più duramente colpite”.

Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su temi sociali, in particolare riguardanti donne e bambini. Collabora anche con organizzazioni femministe di Gaza su temi di cronaca e comunicazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La controversia tra Trump e la BBC: il vero scandalo è la tendenziosità filo-israeliana riguardo a Gaza

Faisal Hanif

10 novembre 2025 – Middle East Eye

L’azienda si trova a un bivio: da una parte ci sono l’autocensura e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per la quale è stata creata

Mentre il direttore generale e la responsabile delle notizie della BBC si dimettono nel mezzo del putiferio per un discorso erroneamente modificato del presidente USA Donald Trump, la narrazione sembra accurata: un errore, le conseguenze e quindi ne pagano le conseguenze.

Ma quest’ultimo scandalo è stato provocato dalla polemica sbagliata.

Mentre i titoli continuano a concentrarsi su un singolo errore di editing, la vera crisi al cuore dell’emittente pubblica britannica ha radici molto più profonde, in particolare perché non ha informato con onestà e coraggio sulla guerra israeliana contro Gaza.

E l’ironia è crudele: la BBC è stata scossa da uno dei suoi peccati veniali mentre quello mortale, la sua distorsione della situazione dei palestinesi, non viene sanzionato.

La gravità di questo fallimento è misurabile. Uno sconcertante rapporto del Centro per il Monitoraggio dei Media, che ha analizzato più di 35.000 articoli della BBC pubblicati tra l’ottobre 2023 e il maggio 2025, mostra che la copertura di Gaza da parte dell’azienda ha costantemente privilegiato il punto di vista israeliano marginalizzando le voci palestinesi.

I dati sono devastanti. I morti palestinesi, che sarebbero stati più di 42.000 durante il periodo analizzato, hanno ricevuto 33 volte meno attenzione per ciascun evento rispetto a quelli israeliani. La BBC ha utilizzato parole come “assassinio” 220 volte per gli israeliani ma solo una volta per i palestinesi e “massacro” 18 volte più spesso per le vittime israeliane. Politici e commentatori israeliani sono stati intervistati con una frequenza più che doppia rispetto a quelli palestinesi.

Persino quando sono state raccontate le sofferenze della popolazione, i palestinesi sono stati descritti come vittime passive – sfollati, affamati, morenti – e raramente come persone con diritti, una storia o soggetti attivi. Solo lo 0,5% dei resoconti ha fatto riferimento alla pluridecennale occupazione israeliana e solo il 2% ha citato la parola “apartheid”, nonostante venga usata da parte delle principali organizzazioni per i diritti umani.

Tendenziosità istituzionalizzata

Come ha concluso il Centro per il Monitoraggio dei Media, la BBC ha ripetutamente adottato il linguaggio e il quadro di riferimento dello Stato di Israele, ignorando nel contempo le voci di quanti sono sotto occupazione. Questo non è giornalismo imparziale, è tendenziosità istituzionalizzata a favore di Israele presentata come “equilibrata”.

Eppure la manipolazione di destra e i tentativi di distorcere la realtà non sono cessati. Due anni fa ho scritto di come le lamentele di Israele contro l’informazione della BBC fossero state “cinicamente sfruttate in una guerra culturale interna.” Ogni accusa di tendenziosità è diventata un’arma dei politici e commentatori di destra britannici che vogliono intimidire la rete con costanti avvertimenti.

La BBC ha passato l’ultimo anno a fare solo questo: placare le voci più aggressive invece di rimanere al fianco dei propri giornalisti o di rispettare il proprio dovere di raccontare la verità.

Le dimissioni della responsabile delle notizie della BBC Deborah Turness e del direttore generale Tim Davies evidenziano questa contraddizione. Nel suo messaggio di addio Turness ha lodato la propria professionalità in redazione e ha insistito che “le recenti accuse secondo cui BBC News è istituzionalmente di parte sono false.”

Ma questa affermazione suona vuota quando viene confrontata con le testimonianze della sua stessa redazione. Nel novembre 2024 più di 100 dipendenti della BBC hanno firmato una lettera interna che accusava la rete di doppio standard, affermando che non ha considerato Israele responsabile delle proprie azioni.

Queste tensioni erano già emerse un anno prima. Nel novembre 2023 Turness avrebbe detto alla redazione in una riunione d’emergenza: “Dobbiamo ricordare a tutti che questo è iniziato il 7 ottobre.” Secondo un articolo di Drop Side [sito di giornalismo investigativo con sede negli USA, ndt.], invece di ristabilire l’ordine in mezzo a un’accesa discussione tra i giornalisti e i dirigenti questa affermazione aveva semplicemente accentuato la rabbia di quanti ritenevano che inquadrare la guerra solo attraverso le lenti dell’attacco di Hamas cancellava decenni di spoliazione dei palestinesi e occupazione israeliana.

Il giornalista Owen Jones ha affermato che il personale descriveva un’atmosfera di terrore: un contesto editoriale in cui sollevare preoccupazioni sulla tendenziosità antipalestinese avrebbe potuto porre fine a una carriera. Ai livelli dirigenziali le proteste interne erano ignorate o archiviate, affermavano.

Macchina del fango

Ogni volta che la BBC ha tentato di inquadrare con accuratezza le azioni di Israele, la macchina del fango si è scatenata, il governo è intervenuto pesantemente e i giornali scandalistici hanno ululato. L’emittente televisiva, già maltrattata da anni di interferenze politiche, si è ritirata in una posizione di neutralità difensiva.

Il clamore in merito al documentario su Trump non riguarda l’integrità giornalistica. È un gioco di potere: il disciplinamento di un’emittente pubblica che ancora risponde teoricamente all’opinione pubblica invece che a media di proprietà di miliardari. È una guerra sulle parole, in cui il vocabolario giornalistico in sé è utilizzato come un’arma.

La BBC è punita per una ragione sbagliata. Perde i suoi dirigenti per un errore editoriale, mentre sfugge al fatto di dover rendere conto dei suoi fallimenti editoriali su Gaza. Come agli immigrati sotto lo sguardo indiscreto dei media britannici di estrema destra, all’emittente non sono consentiti sfumature né errori, solo la sottomissione.

Le dimissioni non sono una resa dei conti, ma sacrifici. Ogni scandalo tranquillizza i giornali scandalistici per una settimana, mentre il vero problema incancrenisce: la deferenza istituzionale della BBC al potere politico.

Come ha osservato l’ex direttore del Sun [quotidiano popolare britannico di destra, ndt.] David Yelland, quanti hanno effettivamente architettato un colpo di stato contro la dirigenza della BBC se la prendono con ben di più che poche teste sul patibolo. Il prezzo finale sarà lo smantellamento della rete in sé, la maggiore vittoria dei nemici interni del giornalismo del servizio pubblico contro la destra della Gran Bretagna e la sua sempre più baldanzosa estrema destra.

La BBC si trova a un bivio. Da una parte ci sono l’autocensura, l’arrendevolezza e scuse vuote; dall’altra l’opinione pubblica per il quale è stata creata: spettatori che meritano reportage che riconoscano, tra le altre cose, che i palestinesi sono persone, non problemi.

Il documentario su Trump può essere stato montato in modo sbagliato, ma la storia di Gaza è stata raccontata in modo sbagliato per molto più tempo. Se la BBC crede ancora nel suo motto “La Nazione parlerà di pace alla Nazione”, allora la pace deve iniziare dall’onestà.

E l’onestà inizia col dire: abbiamo sbagliato, non nel montaggio di un filmato, ma in come abbiamo parlato, e continuiamo a parlare, della storia di un intero popolo.

Le opinioni espresso in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Faisal Hanif è uno studioso dei mezzi di comunicazione presso il Centro per il Monitoraggio dei Media e in precedenza ha lavorato come inviato e ricercatore al Times e alla BBC. Il suo ultimo rapporto analizza come i media britannici raccontano il terrorismo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il movimento europeo di solidarietà con la Palestina rafforza l’appello al boicottaggio dell’azienda farmaceutica israeliana Teva

Ana Vračar

7 novembre 2025, Peoples Dispatch

Cresce la pressione sui governi locali e le farmacie pubbliche a sostituire i prodotti Teva con alternative che non siano complici dell’occupazione e del genocidio perpetrati da Israele

Il colosso farmaceutico israeliano Teva deve affrontare la crescente pressione dei gruppi solidali con la Palestina in tutta Europa. Teva, che è una delle più grandi aziende produttrici di farmaci generici del mondo, ha attivamente sostenuto il genocidio nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 e già da molto prima di allora contribuisce all’erosione dell’assistenza sanitaria palestinese, ha riferito Giorgia Gusciglio del Comitato Nazionale Palestinese per il BDS (BNC) e coordinatrice europea delle campagne per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Lo scorso anno, mentre i servizi e gli operatori sanitari di Gaza venivano quasi completamente distrutti dagli attacchi israeliani, Teva ha dichiarato un fatturato di oltre 16,5 miliardi di dollari. Parte di tali entrate proviene dal mercato palestinese, dove l’azienda trae profitto dal doppio standard imposti dal regime di apartheid israeliano.

A differenza dei produttori farmaceutici palestinesi, che devono affrontare severe restrizioni, lunghe procedure di importazione e arbitrarie designazioni di “doppio uso” (cioè vietati in quanto potrebbero avere un’applicazione non solo civile ma anche militare) per componenti essenziali, Teva può liberamente commercializzare i propri prodotti nei territori occupati, spesso senza dover adattare il packaging o la documentazione. Secondo le fonti informative di BDS Italia, l’azienda vende farmaci usando scatole e foglietti illustrativi non tradotti in arabo.

Lo sfruttamento delle necessità farmaceutiche nei Territori Palestinesi Occupati non è prerogativa di Teva e non è iniziato nel 2023. Il rapporto del 2012 “Economia prigioniera: l’industria farmaceutica e l’occupazione israeliana” concludeva che “tutte le aziende farmaceutiche israeliane vendono i loro prodotti sul mercato palestinese e ne traggono profitto, senza pagare alcun prezzo per l’occupazione e i danni che essa provoca”.

Una questione di solidarietà con la Palestina e di accesso ai farmaci

Oltre ad essersi appropriata indebitamente del mercato palestinese Teva domina una quota importante del mercato europeo, non solo attraverso la sua ampia selezione di farmaci generici, ma anche attraverso prodotti specifici a marchio proprio per la sclerosi multipla e il cancro. La contraddizione inerente tra l’impegno dichiarato da Teva “a favore di una salute migliore” e la sua comprovata complicità in crimini di guerra ha portato alla nascita di gruppi che si mobilitano per boicottare e denunciare l’azienda. Come spiega Gusciglio, le iniziative si diversificano a seconda del paese: in Irlanda c’è un ampio coinvolgimento dei sindacati, mentre in Belgio e in Italia le iniziative sono prevalentemente guidate da gruppi BDS locali e da reti di attivisti.

Un momento chiave per il raggiungimento dell’obiettivo è il coinvolgimento di pazienti e personale sanitario. Durante il genocidio, BDS Italia ha collaborato strettamente con il collettivo locale Sanitari per Gaza, raggiungendo importanti obiettivi. Secondo gli attivisti contattati da People’s Health Dispatch una delle prime azioni promosse dalla campagna di boicottaggio di Teva è stata la distribuzione di volantini informativi davanti alle farmacie per sensibilizzare utenti e farmacisti sul ruolo svolto dall’azienda durante il genocidio. “Tutti gli attivisti si sono assunti la responsabilità di recarsi in farmacia, organizzare incontri con i farmacisti e cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica sul boicottaggio dei prodotti Teva”, hanno spiegato gli attivisti. Lo stesso approccio è stato esteso ai medici di base e, ad oggi, la consapevolezza della complicità di Teva è cresciuta in modo significativo sia tra gli operatori sanitari che tra i pazienti, hanno affermato i membri di BDS Italia.

La campagna ha poi coinvolto le associazioni professionali e ha esercitato pressioni sui governi locali affinché sospendessero gli acquisti dei prodotti Teva nelle farmacie pubbliche. Negli ultimi mesi diversi comuni hanno risposto emanando linee guida affinché le farmacie sotto la loro giurisdizione cercassero alternative. “Teva vende principalmente farmaci generici, ma ci sono anche alcuni farmaci che ha sviluppato autonomamente e che quindi non sono sostituibili”, osservano gli attivisti di BDS Italia. “È importante sottolineare che chiediamo la sospensione degli acquisti tranne nel caso di medicinali essenziali o che non possono essere sostituiti”.

Il fatto che alcuni prodotti Teva non siano sostituibili viene spesso utilizzato come argomento fuorviante contro il boicottaggio. In realtà, ciò evidenzia problemi sistemici nel sistema farmaceutico e brevettuale globale più che identificare una questione concreta all’interno dell’appello BDS. Un esempio è il Copaxone, farmaco Teva per il trattamento della sclerosi multipla. Anche l’Unione Europea, alleata fidata di Israele, ha denunciato i tentativi dell’azienda di proteggersi dalla concorrenza estendendo artificialmente la protezione brevettuale del farmaco. Attraverso tali azioni, ha sottolineato BDS Italia, Teva ha probabilmente gonfiato la spesa sanitaria pubblica per i farmaci contro la sclerosi multipla: il Copaxone da solo ha pesato per circa 500 milioni di euro nel 2022. Gli sforzi per mobilitare alternative ai prodotti Teva rappresentano quindi un possibile punto d’incontro tra la solidarietà con la Palestina e le iniziative farmaceutiche pubbliche, aprendo la porta a sistemi sanitari più giusti e accessibili.

I comuni italiani adottano linee guida per sostituire Teva

La prima amministrazione locale a emanare una raccomandazione per abbandonare i prodotti Teva è stata quella di Sesto Fiorentino, vicino a Firenze”, hanno osservato gli attivisti di BDS Italia. “Sono stati prontamente attaccati dai media, con l’accusa di antisemitismo e di cattiva gestione dei fondi pubblici. Alcuni hanno sostenuto che i farmaci Teva sono più economici e che scoraggiarne l’acquisto avrebbe aumentato i costi per i pazienti e il sistema sanitario”.

Nonostante tali attacchi, un numero crescente di comuni ha risposto all’appello al boicottaggio in Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Trentino-Alto Adige, tra gli altri. In alcuni casi è stato chiesto alle farmacie pubbliche di trovare dei prodotti sostitutivi a quelli a marchio Teva, in altri casi si è scelto un approccio diverso.

A Rovereto, il Comune ha chiesto alle farmacie di esporre schede grafiche che informano i clienti del loro diritto a scegliere alternative efficaci e sicure ai prodotti Teva, in risposta al successo di un’iniziativa proposta da attivisti locali.

Mentre altri comuni in Italia discutono iniziative simili, il movimento internazionale BDS e il Centro europeo di assistenza legale (ELSC) stanno valutando la possibilità di sostenere i comuni che desiderano introdurre appalti pubblici etici in linea con la legislazione dell’UE e gli standard in materia di diritti umani. Nel frattempo, gli attivisti in Europa continuano a esercitare pressioni, concentrandosi, tra le altre cose, sulla presenza di Teva nelle farmacie ospedaliere e sui suoi tentativi di ripulire la propria immagine attraverso iniziative come gli Humanizing Health Awards, premi per progetti che “umanizzano” il percorso di malattia e cura. Gli attivisti continuano inoltre a collaborare con collettivi di operatori sanitari, come l’azione di digiuno dei Sanitari per Gaza tenutasi in Italia all’inizio di quest’anno, ampliando al contempo le reti internazionali.

Queste campagne già mostrano segni della loro efficacia. Se l’azienda farmaceutica israeliana ha dichiarato orgogliosamente i propri ricavi per il 2024, è stata più cauta nel riferire che già solo nei primi nove mesi dell’anno aveva registrato perdite nette pari a 1,4 miliardi di dollari. Come ha osservato BDS Italia, “l’attacco genocida di Israele dall’ottobre 2023 e le sue varie conseguenze potrebbero essere considerati potenziali fattori che influenzano questi risultati”.

Traduzione di Federico Zanettin




La prigione israeliana sotterranea, dove i palestinesi sono rinchiusi senza imputazioni e non vedono mai la luce

Emma Graham-Harrison  da Gerusalemme

8 novembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: tra i detenuti di Rakefet ci sono un infermiere privato della luce naturale da gennaio e un adolescente trattenuto per nove mesi.

Israele sta tenendo in arresto decine di palestinesi di Gaza in isolamento in una prigione sotterranea dove non vedono mai la luce del sole, sono privati di un’alimentazione adeguata e non possono ricevere notizie delle loro famiglie o del mondo esterno.

Secondo le avvocate del Public Committee Against Torture in Israel [Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, un’ong israeliana, ndt.] (PCATI) che difendono entrambi, tra i detenuti ci sono almeno due civili tenuti da mesi senza accuse né processo: un infermiere con il camice e un giovane venditore ambulante di cibo.

I due sono stati trasferiti nel complesso carcerario sotterraneo di Rakefet in gennaio e hanno descritto sistematici pestaggi e violenze in linea con torture ben documentate in altri centri di detenzione israeliani.

La prigione di Rakefet venne aperta all’inizio degli anni ’80 per ospitare un gruppo di personaggi molto pericolosi della criminalità organizzata israeliana, ma venne chiusa qualche anno dopo in quanto inumana. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, di estrema destra, ha ordinato che tornasse in funzione.

Le celle, un minuscolo “cortile” e la stanza per gli incontri con gli avvocati sono sottoterra, quindi i prigionieri vivono senza luce naturale.

Inizialmente il carcere era previsto per un piccolo numero di detenuti di massima sicurezza che avrebbero dovuto occupare celle singole, e quando venne chiuso nel 1985 ospitava 15 uomini. Secondo i dati ottenuti dal PCATI, negli ultimi mesi vi sono stati rinchiusi circa 100 prigionieri.

In base al cessate il fuoco concordato a metà ottobre Israele ha liberato 250 detenuti palestinesi che sono stati condannati da tribunali israeliani e 1.700 prigionieri palestinesi di Gaza detenuti a tempo indefinito senza accuse né processo. Il giovane venditore ambulante rinchiuso a Rakafet è stato uno di loro.

Tuttavia la quantità di detenuti è stata così grande che anche dopo la liberazione di massa almeno altri 1.000 [prigionieri], tra cui un infermiere difeso dal PCATI, sono ancora sottoposti alle stesse condizioni.

“Benché ufficialmente la guerra sia finita, (i palestinesi di Gaza) sono ancora incarcerati in condizioni di guerra violente legalmente discutibili che violano le leggi umanitarie internazionali e rappresentano una forma di tortura,” afferma il PCATI.

I due uomini che le avvocate del PCATI hanno incontrato a settembre erano un infermiere di 34 anni arrestato nel dicembre 2023 mentre stava lavorando in un ospedale e un giovane venditore ambulante preso nell’ottobre 2024 mentre attraversava un posto di controllo israeliano.

“Nei casi dei clienti che abbiamo visitato si trattava di civili,” afferma l’avvocata del PCATI Janan Abdu: “L’uomo con cui ho parlato era un diciottenne venditore ambulante di cibo. E’ stato arrestato a un checkpoint su una strada.”

Ben-Gvir ha detto ai mezzi di comunicazione israeliani e a un deputato che Rakefet è stato rimesso in funzione per rinchiudervi Nukhba, cioè i combattenti d’élite di Hamas che hanno perpetrato i massacri del 7 ottobre [2023] in Israele e miliziani delle forze speciali di Hezbollah catturati in Libano.

I politici israeliani hanno affermato che nessun palestinese coinvolto negli attacchi del 2023 è stato rilasciato in base all’accordo di cessate il fuoco che ha consentito che il detenuto adolescente venisse riportato a Gaza. Il Servizio Penitenziario Israeliano (SPI) non ha risposto a domande relative allo status e all’identità di altri prigionieri tenuti a Rakefet, che significa “ciclamino” in ebraico.

Dati riservati israeliani indicano che la maggioranza dei palestinesi arrestati a Gaza durante la guerra erano civili. Nel 2019 la Corte Suprema israeliana ha sentenziato che è lecito trattenere i corpi di palestinesi come merce di scambio per futuri negoziati, e associazioni per i diritti umani l’hanno accusata di fare lo stesso con detenuti vivi di Gaza.

Violenza unica

Le condizioni dei palestinesi sono “intenzionalmente terribili” in tutte le prigioni, afferma Tal Steiner, direttore esecutivo del PCATI. Ex-detenuti e persone ancora in prigione nonché testimoni in incognito dell’esercito israeliano hanno raccontato nei dettagli violazioni sistematiche delle leggi internazionali.

Tuttavia Rakefet infligge una forma unica di violenza. Tenere per mesi e mesi persone sottoterra senza la luce del giorno ha “conseguenze estreme” per il benessere psicologico, afferma Steiner: “É molto difficile non subire conseguenze quando sei tenuto in condizioni talmente oppressive e difficili.”

Ciò pregiudica anche la salute fisica, compromettendo fondamentali funzioni biologiche, dai cicli circadiani necessari per il sonno alla produzione di vitamina D.

Nonostante lavori come avvocato per i diritti umani e abbia visitato prigioni del complesso carcerario di Ramla, a sud-est di Tel Aviv, dove si trova Rakefet, Steiner non aveva mai sentito parlare della prigione sotterranea prima che Ben-Gvir ordinasse di riattivarla.

Venne chiusa prima della fondazione del PCATI, quindi l’associazione di avvocati si è rivolta a vecchi archivi dei media e ai ricordi di Rafael Suissa, il capo dello SPI a metà degli anni ’80 per trovare qualcosa in più riguardo al carcere.

“(Suissa) ha scritto di essere consapevole che rimanere sottoterra in continuazione è troppo crudele, troppo inumano da sopportare per chiunque, indipendentemente da quello che possa aver fatto,” ha affermato Steiner.

Quest’estate agli avvocati del PCATI è stato chiesto di difendere due uomini tenuti nella prigione sotterranea, quindi Abdu e una collega hanno potuto visitarla per la prima volta.

Sono state portate sottoterra da guardie di sicurezza mascherate e pesantemente armate, giù per una rampa di scale sporca in una stanza il cui pavimento era disseminato di resti di insetti morti. Il gabinetto era talmente lurido che di fatto era inutilizzabile.

Telecamere di sorveglianza sulle pareti violavano il diritto legale fondamentale a un colloquio confidenziale, e le guardie hanno avvertito che l’incontro sarebbe stato immediatamente interrotto se avessero parlato delle famiglie dei detenuti o della guerra a Gaza.

“Mi sono chiesta: se le condizioni nella stanza degli avvocati sono così umilianti, non solo personalmente per noi ma anche per la nostra professione, allora qual è la situazione per i prigionieri?” dice Abdu. “La risposta è arrivata subito, quando li abbiamo incontrati.”

I clienti sono stati portati nella stanza bendati, con le guardie che li obbligavano a tenere la testa bassa e sono rimasti con mani e piedi in catene, afferma.

Saja Misherqi Baransi, la seconda avvocata del PCATI presente, dice che i due detenuti erano a Rakefet da nove mesi, e l’infermiere ha iniziato l’incontro chiedendo: “Dove mi trovo e perché sono qui?” Le guardie non gli avevano detto il nome della prigione.

I giudici israeliani che hanno autorizzato la detenzione degli uomini dopo udienze video molto brevi e durante le quali i prigionieri non avevano avvocati e non hanno saputo quali fossero le prove contro di loro, hanno detto loro che sarebbero rimasti lì “fino alla fine della guerra”.

Gli uomini hanno descritto celle senza finestre né ventilazione, che ospitano tre o quattro detenuti e hanno raccontato che spesso gli manca il respiro e si sentono soffocare.

I carcerati hanno detto alle avvocate di aver subito costantemente violenze fisiche compresi pestaggi, aggressioni con cani che portavano museruole di ferro, guardie che calpestavano i prigionieri, oltre alla negazione di cure mediche adeguate e pasti totalmente insufficienti. Questo mese l’Alta Corte israeliana ha sentenziato che lo Stato sta privando i detenuti palestinesi di cibo adeguato.

Viene loro concesso pochissimo tempo fuori dalla cella in un piccolo cortile sotterraneo, a volte solo cinque minuti a giorni alterni. I materassi vengono portati via la mattina presto, in genere verso le 4 del mattino, e riportati solo alla notte tardi, lasciando i detenuti su reti metalliche in celle praticamente senza arredo.

Le loro descrizioni corrispondono alle immagini di una visita ripresa dalla televisione fatta da Ben-Gvir per pubblicizzare la sua decisione di riaprire il carcere sotterraneo. “Questo è l’habitat naturale dei terroristi, sottoterra,” ha detto.

Si è ripetutamente vantato dei maltrattamenti ai danni dei detenuti palestinesi, un discorso che secondo gli ex-ostaggi presi durante gli attacchi del 7 ottobre hanno spinto a un peggioramento dei maltrattamenti da parte di Hamas quando erano in prigionia.

Ciò ha incluso tenere per mesi gli ostaggi in tunnel sotterranei, privarli di cibo, isolarli dalle notizie dei familiari e del mondo esterno, violenze e torture psicologiche, compreso l’ordine di scavare una fossa davanti a una telecamera.

I servizi di spionaggio israeliani hanno avvertito che il trattamento dei detenuti palestinesi mette a rischio gli interessi generali del Paese in materia di sicurezza.

Misherqi Baransi dice che l’infermiere arrestato ha visto per l’ultima volta la luce del giorno il 21 gennaio di quest’anno, quando è stato trasferito a Rakefet dopo un anno passato in altre prigioni, tra cui il famigerato centro militare di Sde Teiman.

Dal giorno del suo arresto l’infermiere, padre di tre figli, non ha avuto notizie della sua famiglia. L’unico frammento di informazioni personali che le avvocate possono condividere con i detenuti di Gaza è il nome del parente che le ha autorizzate a occuparsi del caso.

“Quando gli ho detto: ‘Ho parlato con tua madre e mi ha autorizzata a incontrarmi con te,’ gli ho dato questa piccola cosa, raccontandogli almeno che sua madre è viva,” afferma Misherqi Baransi.

Quando l’altro detenuto ha chiesto ad Abdu se la sua moglie incinta aveva partorito senza problemi la guardia ha interrotto immediatamente la conversazione minacciandolo. Mentre gli agenti portavano via gli uomini lei ha sentito il rumore di un ascensore, il che le ha fatto pensare che le celle sono ancora più in basso.

L’adolescente le ha detto: “Sei la prima persona che ho visto dal mio arresto,” e la sua ultima richiesta è stata: “Per favore, torna a trovarmi.” Le sue avvocate sono state in seguito informate che il 13 ottobre è stato riportato a Gaza.

In un comunicato il SPI ha affermato di “agire in base alla legge e sotto la supervisione di controllori ufficiali” ed ha aggiunto di “non essere responsabile del procedimento giudiziario, della classificazione dei detenuti, della politica di arresti o degli arresti effettuati.”

Il ministero della Giustizia ha trasmesso le domande su Rakefet e sui detenuti all’esercito israeliano. L’esercito le ha trasmesse al SPI.

(traduzione dall’inglese da Amedeo Rossi)




L’incubo tossico di Gaza – 260.000 tonnellate di rifiuti richiedono urgentemente l’intervento internazionale

Redazione di PC

5 novembre 2025 – Palestine Chronicle

Il comune di Gaza sta affrontando una catastrofe sanitaria e ambientale senza precedenti per le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti che si sono accumulati per strada e in discariche provvisorie.

Il grave accumularsi dei rifiuti a Gaza City ha generato un disastro sanitario e ambientale su larga scala, denunciano le autorità e gli abitanti. Lo scrive in un articolo il giornale Al-Araby Al-Jadeed.

La crisi è provocata dalla guerra genocidaria di Israele, che non solo ha impedito l’accesso alla principale discarica ufficiale, ma ha anche distrutto circa l’85% dei veicoli e dei macchinari comunali, rendendo impossibile lo svolgimento di servizi essenziali.

Il portavoce del municipio, Husni Muhanna, ha detto a Al-Araby Al-Jadeed che la situazione a Gaza City è “estremamente critica,” viste le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti ammassate in strada o in discariche estemporanee. Muhanna attribuisce questa crisi alla mancanza di veicoli, alla scarsità di carburante (necessario per rendere operativi i pochi camion rimasti) e alle restrizioni imposte dall’esercito israeliano che impediscono agli operatori ecologici del comune di accedere a Juhor ad-Dik, la discarica ufficiale a sud-est di Gaza City.

Muhanna ha affermato che certe vie della città sono diventate vere e proprie “discariche improvvisate a cielo aperto”, il che costituisce una diretta minaccia alla vita delle persone e accresce la “reale possibilità che scoppi un’epidemia o inizino a diffondersi malattie infettive”.

Conseguenze disastrose per la salute e per l’ambiente

Quali siano gli effetti catastrofici dell’accumulo dei rifiuti è ben specificato nell’articolo:

Questi enormi cumuli di rifiuti creano un ambiente ideale per la proliferazione di insetti, roditori e mosche, e favoriscono il diffondersi di malattie come tifo, colera, epatite virale e affezioni respiratorie.

Il percolato tossico che viene a prodursi nelle discariche penetra nelle falde acquifere, aumentando il rischio di malattie gastrointestinali e di avvelenamento cronico.

A esacerbare la crisi — osserva Muhanna — c’è anche il fatto che, nell’intento di risolvere il problema delle esalazioni, gli abitanti appiccano il fuoco ai rifiuti in maniera incontrollata e questo provoca inquinamento dell’aria e aggrava ancora di più le condizioni delle persone affette da asma.

La dottoressa Sulaf Deeb, medico specializzato in igiene e sanità pubblica, parlando ad Al-Araby Al-Jadeed ha denunciato un significativo incremento dei casi di affezioni respiratorie, dermatiti e problemi gastrointestinali, specie tra i bambini e gli anziani che vivono nei pressi di siti dove vengono accumulati i rifiuti.

Per di più, la fuoriuscita di sostanze tossiche dai rifiuti non adeguatamente gestiti determina un degrado ambientale a lungo termine, come la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, l’emissione di gas serra e la distruzione della biodiversità.

Gli abitanti raccontano la loro sofferenza

L’impatto psicologico che pesa quotidianamente sui gazawi è gravissimo. Ahmed Abdel Hadi, 42 anni, che vive nel centro di Gaza City, dice che le condizioni sono diventate insopportabili. Definisce intollerabile l’odore che regna in città, soprattutto nelle ore pomeridiane, spiegando che i suoi figli soffrono tutti di allergie e tossiscono costantemente. Ha anche osservato l’allarmante presenza di ratti, mosche e zanzare al calar della sera, confessando di sentirsi in uno stato di paura continua dovuto all’altissima probabilità di contrarre malattie e alla totale mancanza di sicurezza igienico-sanitaria.

Khalil Dahman, che ha un banco a un mercato nelle vicinanze di una di queste aree di scarico improvvisate, ha subìto un notevole calo delle vendite e sta perdendo i clienti, che non riescono più a tollerare i miasmi o i fumi provenienti dai rifiuti incendiati. È una situazione che si ripercuote negativamente sul sostentamento di tutta la popolazione, e anche l’immagine della città ne risulta deturpata.

L’appello del comune

Malgrado le sue attività siano al collasso, il comune sta lavorando con le risorse rimaste per spostare temporaneamente i rifiuti in siti più interni, come la discarica nel quartiere di Al-Yarmouk. Il portavoce comunale Husni Muhanna lancia comunque un appello urgente agli organismi internazionali affinché intervengano inviando macchinari e attrezzature pesanti necessarie alla raccolta e alla movimentazione dei rifiuti.

Sollecita con urgenza la fornitura di equipaggiamenti protettivi per gli operatori ecologici, nonché il permesso di accedere in sicurezza alla discarica ufficiale.

Il comune ha in programma di ricostruire da cima a fondo il sistema di gestione dei rifiuti solidi, dopo la guerra, concentrandosi su risanamento, differenziazione e riciclaggio, ma — sottolinea Muhanna — perché tutto ciò sia possibile è necessario togliere il blocco navale su Gaza e garantire l’ingresso di risorse essenziali come carburante e attrezzature.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




L’esercito israeliano e i coloni hanno colpito 2.350 volte in Cisgiordania il mese scorso: rapporto

Redazione di AJ

5 novembre 2025 – Al Jazeera

Il “ciclo del terrore” aumenta mentre l’Alto Consiglio di pianificazione si prepara a promuovere i progetti per costruire 1.985 nuove unità insediative nella Cisgiordania occupata.

Secondo la Commissione sulla Colonizzazione e la Resistenza al Muro (CRRC) dell’Autorità Nazionale Palestinese il mese scorso le forze armate e i coloni israeliani hanno effettuato 2.350 attacchi nella Cisgiordania occupata in un “ciclo di terrore senza fine”.

Il capo della CRRC, Mu’ayyad Sha’ban, ha dichiarato mercoledì che le forze israeliane hanno effettuato 1.584 attacchi fisici diretti, demolizioni di case e sradicamento di ulivi, e la maggior parte delle violenze si è concentrata nei governatorati di Ramallah (542), Nablus (412) ed Hebron (401).

La ricerca, edita in un rapporto mensile del CRRC intitolato “Violazioni dell’occupazione e misure di espansione coloniale”, ha rilevato anche 766 attacchi da parte dei coloni. La commissione ha affermato che stanno espandendo gli insediamenti, illegali secondo il diritto internazionale, nell’ambito di quella che ha definito una “strategia organizzata che mira a espellere la popolazione indigena del territorio e a imporre un regime coloniale pienamente razzista”.

Il rapporto afferma che gli attacchi dei coloni hanno raggiunto un nuovo picco, per la maggior parte nel governatorato di Ramallah (195), a Nablus (179) e a Hebron (126). Secondo il rapporto i raccoglitori di olive, definiti vittime di un “terrore di stato” orchestrato “nelle segrete stanze del governo di occupazione”, sono stati i più colpiti.

Si riportano casi di “vandalismo e furto” da parte di israeliani, perpetrati in combutta con i soldati israeliani, che hanno visto lo “sradicamento, la distruzione e l’avvelenamento” di 1.200 ulivi a Hebron, Ramallah, Tubas, Qalqilya, Nablus e Betlemme. Da ottobre i coloni durante le violenze hanno cercato di fondare sette nuovi avamposti su territorio palestinese nei governatorati di Hebron e Nablus.

Nell’ambito degli sforzi dei successivi governi israeliani per impadronirsi delle terre palestinesi ed espellere con la forza gli abitanti per decenni l’esercito israeliano ha sradicato ulivi, un importante simbolo culturale palestinese, in tutta la Cisgiordania.

L’impennata della violenza israeliana si verifica mentre si prevede che l’Alto Consiglio di Pianificazione (HPC) di Israele, parte dell’Amministrazione Civile dell’esercito israeliano che sovrintende alla Cisgiordania occupata, si riunirà mercoledì per discutere la costruzione di 1.985 nuove unità di insediamento in Cisgiordania.

Il movimento israeliano di sinistra Peace Now sostiene che 1.288 unità saranno dislocate in due insediamenti isolati nella Cisgiordania settentrionale, ovvero Avnei Hefetz ed Einav Plan.

Afferma che a partire da novembre dell’anno scorso l’HPC ha tenuto riunioni settimanali per promuovere progetti abitativi nelle colonie, normalizzando e accelerando così le costruzioni sui terreni sottratti ai palestinesi.

Secondo Peace Now dall’inizio del 2025 l’HPC ha promosso la costruzione di un numero record di 28.195 unità abitative

Ad agosto il ministro delle Finanze di estrema destra Bezalel Smotrich ha suscitato la condanna internazionale dopo aver affermato che i piani per costruire migliaia di case nell’ambito del progetto di insediamento E1 in Cisgiordania “seppelliscono l’idea di uno Stato palestinese”.

Il progetto E1, accantonato per anni a causa dell’opposizione degli Stati Uniti e degli alleati europei, collegherebbe Gerusalemme Est occupata con l’attuale insediamento illegale israeliano di Maale Adumim.

La spinta dell’estrema destra israeliana ad annettere la Cisgiordania porrebbe sostanzialmente fine alla possibilità di attuare una soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese, come delineato in numerose risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stata chiara sul fatto che non permetterà a Israele di annettere i territori occupati. Durante una recente visita in Israele il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha affermato che Trump si sarebbe opposto all’annessione israeliana della Cisgiordania e che questa non sarebbe mai avvenuta. Lasciando Israele Vance ha dichiarato: “Se si è trattato di una trovata politica, è molto stupida, e personalmente la considero un insulto”.

Ma, mentre strombazzano i loro sforzi per un cessate il fuoco a Gaza, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per frenare gli attacchi e la repressione di Israele contro i palestinesi in Cisgiordania.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Ci stanno obbligando a ingrassare”: a Gaza è consentito l’ingresso di certi cibi scelti mentre prodotti essenziali sono introvabili

Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

4 novembre 2025 – Middle East Eye

Alimenti voluttuari inondano gli scaffali di Gaza mentre cibi e medicine vitali continuano a scarseggiare o sono vietati

Nei supermercati che riaprono in tutta Gaza in seguito al cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra Monther al-Shrafi trova scaffali stracolmi di cioccolato, bibite gassate e sigarette, prodotti che durante la carestia sembravano “un sogno”.

Ma sostiene che, mentre questi beni di lusso sono tornati in abbondanza, quelli essenziali continuano a mancare, compresi cibi fondamentali come le uova o medicine salvavita come gli antibiotici.

“Ti rendi conto che a Gaza c’è il cioccolato mentre non ci sono antibiotici? O c’è la frutta ma non bendaggi e punti di sutura?” dice a Middle East Eye Shrafi, un abitante di Gaza City.

“Qui a Gaza c’è carenza, o persino quasi mancanza, di prodotti essenziali come carne, pollo, pesce e uova, di cui il corpo umano ha bisogno e che sono componenti fondamentali di una dieta sana.”

Dopo che il 10 ottobre è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas le autorità israeliane hanno riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom nel sudest di Gaza.

Per la prima volta da quando l’esercito israeliano ha chiuso i valichi il 2 marzo, costringendo la Striscia in una situazione di carestia che è costata la vita a centinaia di palestinesi, è stato consentito l’ingresso di beni e aiuti internazionali.

Insieme a frutta e verdura, i prodotti ammessi includono carboidrati e farinacei come farina di grano, semolino, riso, pasta, mais in scatola e patate; prodotti zuccherati come cioccolato, caramelle e marmellata; grassi come burro, sottilette e panna in scatola e altri beni secondari, comprese sigarette e bibite gassate.

Tuttavia le proteine animali sono molto scarse. Le uova sono completamente assenti, i prodotti quotidiani sono per lo più introvabili e pollo e carne bovina congelati sono autorizzati solo in quantità molto ridotta, rendendo il loro prezzo inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

Per esempio, quando si riesce a trovarlo, un chilo di pollo congelato ora costa circa 80 shekel (circa 22 euro).

“Non mi pare che (dopo il cessate il fuoco) ci sia alcun miglioramento nella situazione alimentare, perché i prodotti che si riescono a trovare a Gaza non sono sani,” dice Shrafi.

“Cibi in scatola e liofilizzati non possono sostituire quelli naturali fondamentali come uova o carne fresca. Quindi non c’è un miglioramento rispetto alla carestia.”

Shrafi afferma che in svariate occasioni è andato da una farmacia all’altra in cerca di alcune medicine ma non è riuscito a trovarle.

“Mia figlia soffre di un’infezione all’alluce e non riesco neppure a trovare antidolorifici per alleviare il suo dolore,” aggiunge.

“Le pillole di antibiotico sono introvabili, e se si trovano vengono vendute a prezzi esorbitanti, molto oltre le possibilità dei comuni cittadini schiacciati da due anni di continuo sterminio. Farmacie, negozi di articoli sanitari e reparti ospedalieri a Gaza sono completamente privi di molti prodotti essenziali di cui hanno bisogno i pazienti.”

Una piccola quantità rispetto a ciò che serve”

Secondo il ministero della Salute di Gaza anche dopo l’accordo di cessate il fuoco le autorità israeliane impongono ancora pesanti restrizioni sull’ingresso di medicine, forniture e attrezzature mediche. “Queste costanti restrizioni hanno portato ad una carenza di farmaci che raggiunge il 56%, mentre la mancanza di materiale sanitario è al 68%, delle forniture di laboratorio al 67%,” afferma Zahir al- Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione sulla Salute del ministero della Sanità di Gaza.

“La chirurgia ortopedica deve affrontare una carenza dell’83%, la chirurgia cardiaca del 100% e i servizi renali e i tutori per le ossa dell’80%. Le carenze più gravi sono nei servizi d’emergenza, negli anestetici, nelle cure intensive e nei farmaci per gli interventi chirurgici.”

Commercianti e organizzazioni internazionali che operano a Gaza devono ottenere il permesso delle autorità israeliane per quali prodotti possono far entrare nella Striscia assediata.

Le restrizioni sono imposte sia attraverso ordini diretti e liste di beni vietati o indirettamente lasciando in sospeso le richieste di importazione di alcuni beni o rifiutandole in blocco.

Di conseguenza molti prodotti essenziali sono introvabili da più di due anni, mentre altri inondano Gaza.

“Quello che è entrato l’anno scorso è solo una frazione del necessario, sei o sette piccoli convogli che non soddisfano le richieste di un grande numero di medicinali e beni di consumo, che dovrebbero alleviare due anni di privazioni,” aggiunge Wahidi.

Un aumento di peso “anomalo”

Nelle ultime tre settimane sono entrate a Gaza decine di camion riattivando per la prima volta da mesi i suoi mercati. Centinaia di venditori ora espongono sulla strada i vivaci colori di cioccolatini, vari tipi di caffè e alcuni frutti.

“La grande maggioranza dei prodotti consiste in carboidrati, zuccheri e farinacei,” dice a MEE Abdallah Sharshara, avvocato e ricercatore giuridico di Gaza.

“Includono farina e vari tipi di formaggi usati per i dolci e la pizza, oltre a derivati dello zucchero e della farina per la produzione dolciaria. È chiaro che l’attenzione nell’importazione di questi prodotti spinge indirettamente la gente a basarsi su di essi come principale fonte di alimento, obbligando nel contempo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi sull’acquisto e la distribuzione di questi prodotti, in quanto sono gli unici che possono accedere al mercato locale.”

Sharshara spiega che le autorità israeliane hanno anche creato condizioni che “scoraggiano i commercianti” dall’importare prodotti ad alto rischio come le uova, che potrebbero andare a male durante le lunghe attese.

Nota che Israele sta deliberatamente consentendo [l’ingresso] a Gaza di alcuni cibi per “nascondere i segni visibili di dimagrimento visti tra la popolazione l’anno scorso.

“Ora c’è un anomalo aumento di peso della gente. Sembra che l’occupazione israeliana stia cercando di occultare il crimine di aver affamato i palestinesi creando un’immagine opposta, di rapido e innaturale aumento di peso,” afferma.

Sharshara racconta che lo scorso anno, durante il blocco israeliano di Gaza, lui stesso aveva perso circa 20 chili, ma ora ha preso rapidamente peso. “Lo scorso anno ero dimagrito a causa delle ridotte e ripetitive disponibilità del cibo di cui dovevamo alimentarci,” sostiene. “Ora mangio le stesse quantità che però portano a un aumento di peso perché sono obbligato a consumare carboidrati, sottilette e carne in scatola, che è quello che si trova. Ci obbligano sistematicamente a ingrassare.”

In vari post sulle reti sociali la gente di Gaza ha condiviso la stessa impressione, notando che si possono trovare diversi tipi di prodotti elaborati ma non quelli essenziali che sono mancati per circa due anni. “Israele sta creando l’impressione errata che il blocco contro il popolo palestinese sia stato tolto, come se ora la gente stesse mangiando un sacco di pizza e di dolci, dando l’immagine di benessere e abbondanza,” afferma Sharshara.

“Carne fresca e uova sono ancora esclusi dall’ingresso a Gaza e i pescatori possono pescare solo all’interno di un’area marina molto limitata. L’obiettivo nel consentire l’ingresso parziale dei prodotti è di impedire a chiunque di sostenere che Israele li stia bloccando completamente. Ma in realtà quando dividi questi beni per le reali necessità della popolazione la quantità per persona è molto ridotta. È per questo che diciamo che, anche se Israele consente l’ingresso di alcuni prodotti, essi non arrivano realmente alle persone.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)