Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele ha abbandonato Hadar Goldin molto prima di non riuscire a riportare a casa il suo corpo

Yagil Levy

18 novembre 2025 – Haaretz

Il ritorno dei resti del soldato Hadar Goldin in Israele perché venga sepolto dopo 11 anni a Gaza solleva domande sul fatto che il Paese non sia riuscito a riportare a casa prima il suo corpo. Ma le vere domande dovrebbero concentrarsi di più sulle circostanze che portarono alla morte di Goldin.

Ricordiamo i fatti noti. L’operazione Margine Protettivo, il conflitto del 2014 contro Gaza in cui Goldin venne ucciso, non iniziò intenzionalmente. Fu il risultato di un “deterioramento della sicurezza… che nessuna delle due parti aveva voluto,” come ammise l’esercito all’ufficio del supervisore pubblico. L’esercito venne trascinato nel conflitto e poi in un’operazione di terra la cui necessità, secondo ufficiali di alto grado, era discutibile. Durante questa operazione le vite dei soldati delle Israeli Defence Forces [l’esercito israeliano, ndt.] vennero messe a rischio e alla fine essa diede come risultato la morte di 44 soldati (nell’operazione di terra) [i civili palestinesi uccisi furono circa 1.500, ndt.]. Per Goldin e due suoi compagni della Brigata Givati il rischio fu particolarmente elevato.

L’incarico della brigata era di condurre una perlustrazione dei tunnel a Rafah. Alle 8 del mattino del primo agosto 2014 entrò in vigore un cessate il fuoco. Ciononostante un reparto della Givati venne incaricato di individuare un certo tunnel. “Da quel momento,” tuttavia, “la ricerca di tunnel offensivi che attraversassero la barriera (di confine) doveva essere effettuata in base a una regola d’ingaggio che escludeva l’uso di armi, a meno che non ci fosse un chiaro e immediato pericolo di vita,” scoprì un’indagine della procura generale militare.

Quindi il reparto della Givati venne messo in pericolo mortale essendo stato escluso da un fuoco di copertura e al contrario potendo rispondere solo se avesse incontrato un evidente pericolo. Il comandante di brigata Ofer Winter si oppose alla missione: “Non voglio mandare dentro persone con le mani legate,” affermò, avvertendo che la perlustrazione sarebbe avvenuta in una zona non ancora conquistata in un settore non protetto. “Anche così non potremmo eliminare tutti i tunnel,” affermò, cercando di contrastare l’ossessione di condurre la perlustrazione di un ulteriore tunnel.

Ma Sami Turgeman, il comandante del comando meridionale dell’IDF, ignorò le obiezioni.

Nonostante i vincoli imposti la zona venne perlustrata. Il comandante della compagnia di ricognitori, il maggiore Benaya Sarel, comunicò: “Vedo una persona sospetta. La elimino,” e così facendo violò il cessate il fuoco circa un’ora dopo che era entrato in vigore. Venne preso in un’imboscata da miliziani di Hamas e ucciso insieme al radiofonista Liel Gidoni e ad Hadar Goldin, il cui corpo venne portato via dalla cellula di Hamas.

Winter mise a rischio la vita di un altro soldato, il vice comandante di compagnia Eitan Pund, quando gli consentì di condurre una caccia all’uomo dei terroristi in un tunnel, in violazione delle regole d’ingaggio. Allo stesso tempo invocò la cosiddetta Direttiva Hannibal (intesa a impedire la cattura di soldati anche a rischio di colpirli) alla ricerca di Goldin. Si scatenò un intenso scontro a fuoco ricordato come il Venerdì Nero. Noi ci concentriamo sui nostri morti, ma dobbiamo anche ricordare che, secondo Israele, vennero uccisi circa 70 civili di Gaza. In breve, la morte di soldati e civili si sarebbe potuta evitare.

Può l’esercito guardare negli occhi i familiari e giurare che fosse necessario prendersi quei rischi, che erano noti fin dall’inizio? La nostra sicurezza venne migliorata in seguito alle sanguinose battaglie per trovare e distruggere tunnel in quell’operazione militare? L’incidente rifletteva una specie di mentalità tecnica militare che privilegiava l’infinito lavoro rappresentato dalla distruzione di armi ignorando nel contempo il contesto complessivo in cui l’operazione venne posta in atto e la probabilità che un nuovo tunnel venisse costruito per sostituire quelli distrutti, come di fatto avvenne.

Ma qui risiede il ruolo problematico giocato dal lutto, in particolare rendendo un penoso omaggio a Goldin. È emotivo ma contribuisce anche a cancellare ciò che la commemorazione dei morti si suppone produca, che è politico. Pensando alle circostanze complessive che provocarono la perdita della vita e collegando disastri isolati a una (mancanza di) logica generale. La rabbia è diretta all’abbandono del corpo e non in primo luogo all’avventatezza con cui è stata trattata la vita.

*

Nota redazionale: l’articolo si concentra su alcune decisioni di comandanti dell’esercito israeliano che hanno portato alla morte di un soldato, ma svela anche quello che successe il primo agosto 2014 a Rafah. All’epoca l’IDF sostenne che Hamas aveva violato una tregua entrata da poco in vigore sequestrando un soldato. Per questo venne scatenata un’operazione militare in base alla Direttiva Hannibal, che prevede l’uso eccessivo della forza per evitare il rapimento di un ostaggio israeliano anche a costo della vita di quest’ultimo. Quel giorno gli abitanti di Rafah erano tornati nelle strade convinti che fosse in corso una tregua e vennero colpiti indiscriminatamente. Secondo fonti mediche palestinesi nei quattro giorni di bombardamenti ci furono almeno 135 morti, di cui 75 minori. Il comunicato dell’esercito israeliano, ripreso dai principali giornali italiani, sostenne che erano stati i miliziani di Hamas ad aver violato gli accordi. Questo articolo dimostra al contrario che era stata un’operazione israeliana ad aver provocato la reazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una conferenza israeliana in commemorazione di Yitzhak Rabin ha evidenziato il ruolo centrale del sionismo progressista nel genocidio di Gaza

Jonathan Ofir  

15 novembre 2025 – Mondoweiss

Una conferenza per commemorare Yitzhak Rabin ha messo involontariamente in luce il ruolo centrale della sinistra israeliana nel gettare le basi e portare avanti il genocidio a Gaza.

Venerdì scorso il partito israeliano “di sinistra” I Democratici (una fusione dei partiti Laburista e Meretz) ha ospitato l’annuale conferenza per la commemorazione della morte del primo ministro Yitzhak Rabin. L’evento ha dimostrato soprattutto la natura profondamente genocida della sinistra israeliana.

Sono passati 30 anni da quando, il 4 novembre 1995, è stato ucciso da un attivista di destra e la conferenza si è svolta a Tel Aviv nel Seminario dei Kibbutz, un luogo che rappresenta il sionismo laburista di Rabin. La lista degli ospiti è stata un chi è chi di quelli che sono considerati l’opposizione israeliana e la maggior parte di loro è profondamente implicata nel genocidio di Gaza.

Non c’è miglior esempio di ciò che una delle attrazioni dell’evento: Giora Eiland. Il generale in congedo, ex-capo dell’Institute for National Security Studies [Istituto per gli Studi della Sicurezza Nazionale] (INSS), è stato uno degli ospiti d’onore ed è probabilmente meglio noto ora per aver invocato nel novembre 2023 la carestia intenzionale a Gaza e favorire anche la diffusione di epidemie. Tuttavia ora è più famoso come l’autore del “Piano dei Generali”, che è diventato il modello per la pulizia etnica di Gaza negli ultimi due anni.

Normalmente la gente considererebbe Eiland un fascista di destra, ma in Israele è ritenuto di sinistra. La sua affiliazione con la “sinistra” del partito laburista sionista israeliano viene dal suo passato rurale nel moshav (insediamento agricolo) di Kfar Hess. L’aspetto più caratterizzante della sua carriera è stato nella sicurezza (militare), che è probabilmente la caratteristica più qualificante della sinistra sionista. Eiland è stato un negoziatore del cosiddetto “processo di pace” guidato da Shimon Peres negli anni 2001-2003, quando Peres faceva parte del governo del primo ministro Ariel Sharon [della destra nazionalista, ndt.]. 

È interessante notare come i Democratici abbiano subito una certa reazione per la presenza di Eiland all’evento, dato il suo ruolo nel genocidio. In risposta il capo del partito Yair Golan ha sostenuto semplicemente che il generale si è scusato per le sue varie dichiarazioni genocide, un’affermazione non verificata, ed ha accusato i critici di essere “puristi”. Un attivista ha brevemente interrotto l’evento contro la partecipazione di Eiland, ma rapidamente lo spettacolo è ricominciato.

L’evento ha incluso un messaggio registrato del presidente di Israele, Isaac Herzog. Herzog non è solo un bugiardo razzista, che ha definito i “matrimoni misti” negli USA ‘una piaga’ e poi ha detto che la gente lo aveva frainteso: ha anche incitato al genocidio sostenendo nell’ottobre 2023 che a Gaza non c’erano persone “innocenti”. Quando gli è stato rinfacciato ed è stato incluso nel processo per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, ha di nuovo sostenuto di essere stato frainteso. Almeno Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale più apertamente fascista, difende quello che dice.

D’altra parte Herzog è una figura ‘apolitica’, in quanto in Israele la posizione del presidente è ufficialmente formale, eppure ha un passato come dirigente di sinistra, di ex-leader del Partito Laburista. Poi abbiamo Ehud Barak. Il “Signor Sicurezza” di Israele, il soldato più decorato, un ex-capo di stato maggiore, ministro della Difesa e primo ministro. Barak si è vantato che l’occupazione del 1967 fu una “liberazione di queste parti della terra” e ha deplorato che “a politici di sinistra”, compreso Rabin, non venisse dato il giusto merito per i “risultati della colonizzazione in Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.]”. Un vero uomo di sinistra.

E poi c’è Yair Golan, il leader dei Democratici. Golan è arrivato al potere politico dopo un’esperienza di scarso successo con il Meretz (che non ha raggiunto il quorum nel 2022). Più tardi, in seguito al 7 ottobre 2023, è diventato più popolare sia per le sue missioni di salvataggio solitarie quel giorno [in particolare al Nova Festival, ndt.], sia anche per il suo aperto sostegno al genocidio. All’inizio dell’anno ha detto sul podcast di Haaretz che “a tutti noi piacerebbe svegliarci una mattina di primavera e scoprire che 7 milioni di palestinesi che vivono tra il mare e il fiume sono semplicemente spariti.” Chi sarebbero i “noi”, vi chiederete? I Democratici, ovviamente, e il resto dello spettro sionista, si suppone.

E infine Rabin, l’uomo che veniva celebrato. Rabin esemplifica la “pace” che la sinistra sionista sta cercando di creare, e non c’è alcuna pace. Benché venga ricordato per il suo ruolo negli accordi di Oslo e per aver promosso un percorso verso una “soluzione a due Stati”, solo un mese prima del suo assassinio Rabin garantì che gli accordi avrebbero dato come risultato una “entità palestinese” che sarebbe stata “meno di uno Stato”.

“Non ritorneremo ai confini del 4 giugno 1967”, affermò con decisione, un punto che Benjamin Netanyahu ha citato svariate volte. E ovviamente dai palestinesi Rabin è ricordato piuttosto come uno dei comandanti della pulizia etnica nel 1948, così come colui che invitò [l’esercito] a rompere le ossa [dei palestinesi, ndt.] durante la Prima Intifada (1987-93).

E questo mette realmente nella sua vera luce tutta la conferenza. L’eredità della pulizia etnica, dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio è fondamentale per Israele, anche per la sua “sinistra”. È il prisma attraverso il quale vedere gli accordi più recenti: gli Accordi di Abramo (firmati per la prima volta nel 2020), riguardano una ‘pace economica’ o il recente ‘cessate il fuoco’ con Gaza, entrambi intesi a rafforzare la colonizzazione israeliana della Palestina, non a porvi fine.

Netanyahu promette che Israele “vivrà per sempre con la spada in mano”, ed è proprio così. In un’altra recente commemorazione di Rabin Yair Golan ha sostenuto il contrario: “Chiunque stia cercando una reale sicurezza deve capire che non può esistere uno Stato che vive solo con la spada, e la pace è l’unico modo per garantire che i giovani in Israele non debbano più pagare il prezzo della sua assenza.”

Belle parole. Ma l’evento dei Democratici dimostra che Israele vive con la spada e non con le sue parole. E la “sinistra” israeliana gioca un ruolo centrale in questo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quante volte Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza? Ecco i numeri.

AJLabs

11 novembre 2025 – Al Jazeera

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un mese fa, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 242 palestinesi e ne hanno feriti 622.

A un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza Israele ha violato l’accordo con attacchi quasi quotidiani uccidendo centinaia di persone.

Dal 10 ottobre al 10 novembre l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza afferma che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco almeno 282 volte con la prosecuzione di attacchi aerei, di artiglieria e sparatorie dirette.

L’ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 88 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 12 volte, ha bombardato Gaza 124 volte e ha demolito proprietà private in 52 occasioni. Ha aggiunto che Israele nell’ultimo mese ha anche arrestato 23 palestinesi di Gaza.

Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari vitali e a distruggere case e infrastrutture in tutta la Striscia.

Al Jazeera monitora le violazioni del cessate il fuoco fino ad oggi/fin dal loro inizio.

Quali sono i termini del cessate il fuoco?

Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 20 punti, senza alcun contributo palestinese, per porre fine alla guerra di Israele a Gaza, liberare i prigionieri rimasti nell’enclave, consentire il pieno ingresso degli aiuti umanitari nel territorio assediato e delineare un ritiro delle forze israeliane in tre fasi.

Alcune delle principali condizioni della prima fase, attualmente in corso, includono:

La fine delle ostilità a Gaza da parte di Israele e Hamas

La revoca del blocco di tutti gli aiuti a Gaza da parte di Israele e la cessazione delle sue interferenze nella distribuzione degli aiuti

Il rilascio di tutti i prigionieri detenuti a Gaza, vivi o morti, da Hamas

Il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi e persone scomparse dalle carceri israeliane

Il ritiro delle forze israeliane sulla “linea gialla”

A seguito della mediazione di partner come Egitto, Qatar e Turchia i rappresentanti di circa 30 paesi si sono riuniti il ​​13 ottobre per una cerimonia, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di firma dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.

Tuttavia si notava l’assenza di Israele e Hamas e ciò sollevava dubbi sulla capacità del vertice di ottenere progressi tangibili verso la fine della guerra e la risoluzione delle questioni fondamentali dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza durato 18 anni. Israele si è impegnato a non consentire la nascita di uno Stato palestinese e gli Stati Uniti hanno continuato a trasferire armi su larga scala e a fornire sostegno diplomatico a Israele durante la sua guerra genocida contro Gaza, pur rilasciando solo vaghe dichiarazioni sul futuro di Gaza.

Israele attacca Gaza quasi ogni giorno

Secondo un’analisi di Al Jazeera Israele ha attaccato Gaza in 25 degli ultimi 31 giorni di cessate il fuoco, il che significa che sono solo sei i giorni in cui non sono stati segnalati attacchi violenti, morti o feriti.

Nonostante i continui attacchi gli Stati Uniti insistono sul fatto che il “cessate il fuoco” sta ancora tenendo.

Israele continua a uccidere palestinesi

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a mezzogiorno del 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 242 palestinesi e ne ha feriti 622.

Il 19 e il 29 ottobre – due dei giorni più sanguinosi dall’ultimo cessate il fuoco – Israele ha ucciso un totale di 154 persone.

Il 19 ottobre, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco in seguito all’uccisione di due soldati israeliani a Rafah, le forze israeliane hanno ucciso 45 persone in una massiccia ondata di raid aerei su tutta la Striscia di Gaza.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, ha sottolineato che Israele controlla l’area di Rafah e di non aver avuto contatti con alcun combattente palestinese in quella zona.

Il 29 ottobre Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, dopo uno scontro a fuoco a Rafah in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano.

Israele ha anche affermato che un corpo trasferito da Gaza da Hamas tramite la Croce Rossa non apparteneva a uno dei prigionieri che avrebbero dovuto essere restituiti in base al cessate il fuoco.

“Gli israeliani hanno reagito, e dovevano farlo”, ha detto Trump ai giornalisti, definendo gli attacchi israeliani una “rappresaglia” per la morte del soldato.

Ecco gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese a Gaza che tracciano le vittime dal 7 ottobre 2023 al 10 novembre 2025:

Uccisi confermati: almeno 69.179 persone, inclusi 20.179 bambini.

Feriti: almeno 170.693 persone.

Israele continua a soffocare gli aiuti

Il cessate il fuoco prevedeva che “tutti gli aiuti sarebbero stati immediatamente inviati nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP) solo la metà degli aiuti alimentari richiesti sta attualmente raggiungendo Gaza, mentre una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi afferma che le consegne totali di aiuti ammontano a solo un quarto di quanto concordato nell’ambito del cessate il fuoco.

Dal 10 ottobre al 9 novembre solo 3.451 camion hanno raggiunto le destinazioni previste all’interno di Gaza, secondo la commissione delle Nazioni Unite di controllo e tracciamento UN2720 che monitora gli aiuti umanitari a Gaza.

Secondo gli autisti dei camion le consegne di aiuti stanno subendo ritardi significativi a causa delle ispezioni israeliane che richiedono molto più tempo del previsto.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo al 6 novembre solo 4.453 camion erano entrati a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco su un totale previsto di 15.600.

Ciò costituisce una media di circa 171 camion al giorno, ben al di sotto dei 600 camion al giorno previsti.

Tuttavia la Casa Bianca afferma che quasi 15.000 camion carichi di merci commerciali e aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal 10 ottobre, una cifra fortemente contestata dai palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie.

Inoltre Israele ha bloccato più di 350 prodotti alimentari fondamentali per la nutrizione, tra cui carne, latticini e verdure essenziali per una dieta equilibrata. Sono stati invece consentiti alimenti non di base, come snack, cioccolato, patatine e bibite analcoliche.

Hamas ha rilasciato i prigionieri che avrebbe dovuto restituire?

Il 13 ottobre, in base all’accordo di cessate il fuoco, Hamas ha rilasciato tutti i 20 prigionieri israeliani ancora in vita in cambio di 250 palestinesi che scontano lunghe pene detentive e di 1.700 palestinesi scomparsi da Israele dal 7 ottobre 2023.

Come parte dell’accordo, Hamas dovrebbe anche restituire i corpi di 28 prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi palestinesi detenuti da Israele.

Al 10 novembre Hamas aveva restituito i corpi di 24 prigionieri israeliani, mentre quattro rimanevano a Gaza. Il l’organizzazione ha affermato di aver bisogno di mezzi di scavo pesanti per recuperare i corpi rimanenti sepolti sotto le macerie dei bombardamenti israeliani.

Israele ha finora restituito 300 corpi palestinesi, molti dei quali mutilati e con segni di tortura. Molti rimangono non identificati.

Cosa dice il diritto internazionale sui cessate il fuoco?

Secondo il Lieber Institute un cessate il fuoco è concepito per interrompere i combattimenti attivi, o “congelare un conflitto sul posto”, ma per quanto concerne il diritto internazionale può presentare aspetti ambigui.

La sospensione delle ostilità è meglio intesa come cessazione delle operazioni militari ostili attive.

La ripresa delle ostilità violerebbe gli accordi politici, ma potrebbe non costituire una violazione del diritto internazionale, a meno che il cessate il fuoco non faccia parte di un trattato vincolante o di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sferra un attacco di propaganda mirata destinato alle chiese USA

Redazione di MEMO

11 novembre 2025 Middle East Monitor

Dinanzi a una forte perdita di consenso tra i cristiani evangelici Israele ricorre agli influencer e all’Intelligenza Artificiale per risalire la china.

Israele ha lanciato una campagna promozionale costata milioni di dollari per recuperare il sostegno della base cristiana conservatrice negli USA, che nel corso del genocidio in atto a Gaza è drasticamente calato. Da alcuni documenti risulta che Tel Aviv ha siglato contratti multimilionari con società statunitensi legate agli alleati di Donald Trump e con network vicini agli ambienti evangelici per ricostruire la propria immagine e riguadagnare consensi.

Negli USA Israele ha perduto parecchi dei suoi tradizionali sostenitori, il che costituisce ciò che molti ritengono una minaccia esistenziale per l’occupazione. Per evitare ulteriori fratture tra i conservatori USA e i cristiani evangelici ora Israele sta riversando milioni di dollari in sofisticate campagne digitali e non solo volte a reclutare influencer, targetizzare fedeli, manipolare la IA e saturare di contenuti le varie piattaforme.

Secondo Haaretz le misure adottate da Israele includono contratti costati 6 milioni di dollari e stipulati lo scorso agosto con Clock Tower X, un’azienda di proprietà di Brad Parscale, già manager della campagna digitale di Trump. Le indicazioni prevedono la produzione di 100 pezzi di core-content al mese e 5.000 varianti, con l’obiettivo di raggiungere 50 milioni di visualizzazioni al mese. L’80% di questi contenuti è diretto all’utenza giovanile statunitense mediante piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. La campagna è veicolata dal Salem Media Group, un network che dà voce ai cristiani conservatori e che possiede oltre 200 stazioni radio e siti web.

Un’altra campagna proposta, per un ammontare di oltre tre milioni di dollari, è quella presentata da Show Faith by Works, società che fa capo al consulente repubblicano Chad Schnitger. L’iniziativa punta a contrastare la perdita di consensi negli ambienti evangelici — di cui lo stesso Schnitger fa parte — mediante annunci mirati rivolti a chiese e organizzazioni cristiane in tutti gli stati USA occidentali, servendosi di messaggi che mettono in relazione il sostegno espresso dalla Bibbia per il popolo d’Israele e narrazioni pro-Israele. Il tenore delle affermazioni è del genere che “sono stati i palestinesi a scegliere Hamas”, oppure che i palestinesi “hanno festeggiato il massacro del 7 ottobre” o “danno rifugio ai terroristi”.

In questa campagna verrebbe messa in atto anche quella che i dossier definiscono “la più grande operazione di geofencing nella storia degli USA”, consistente nel fare una mappatura digitale di tutte le principali chiese e di tutti i college d’ispirazione cristiana esistenti in California, Arizona, Nevada e Colorado durante gli orari di messa al fine di individuare e tracciare i frequentatori attraverso i dati commerciali ad essi associati. Tali utenti — un pubblico stimato in otto milioni di fedeli e quattro milioni di studenti cristiani — verrebbero poi bombardati di annunci mirati pro-Israele.

Un’altra campagna ancora, nome in codice “Esther Project”, è stata concordata in passato con la Bridges Partners, società di consulenza con sede a Washington diretta da Uri Steinberg (ex attaché diplomatico al turismo per il Nord-America) e Yair Levi. Per un milione di dollari l’iniziativa ha assoldato 14—18 influencer incaricati di produrre fino a 30 post al mese da pubblicare su social come Instagram, TikTok, YouTube e X. E già in precedenza erano stati stanziati centinaia di migliaia di shekel [1 shekel=0,26 euro, NdT] per un altro progetto che ha fatto arrivare in Israele influencer di destra provenienti dagli Stati Uniti. Il gruppo ha visitato le colonie e si è poi dato da fare in attività di promozione che secondo il governo hanno avuto un grande ritorno diplomatico, oltre che in termini di propaganda.

Parallelamente all’uso di influencer umani, Israele sta facendo ricorso anche alla IA. Il contratto con The Clock Tower X definisce gli estremi di un’operazione basata su tecniche “Search and Language” volta a manipolare i criteri di SEO e le piattaforme di IA generativa come ChatGPT e Claude. L’obiettivo è influenzare il modo in cui questi strumenti inquadrano le ricerche e i risultati inerenti a Israele, Palestina e guerra di Gaza.

Un ulteriore contratto firmato con SKDKnickerbocker si aggira intorno ai 2,5 milioni di dollari e comporta l’utilizzo di bots su tutta una serie di piattaforme come TikTok, Instagram, LinkedIn e YouTube per “inondare la zona” di argomentazioni dettate dal Ministero degli esteri. Inoltre prevede l’ingaggio di cinque portavoce incaricati di rilasciare comunicati di Israele sulle piattaforme mediatiche.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




In una tenda al centro di Gaza nasce un festival di cinema delle donne

Ibtisam Mahdi 

4 novembre 2025 +972Mag

Tenutosi la scorsa settimana nell’arco di sei giorni, il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato “un’affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio”

Alla fine di un tappeto rosso improvvisato, steso tra gli edifici distrutti nel quartiere centrale di Deir Al-Balah a Gaza, alcune decine di palestinesi sedevano davanti a un grande schermo televisivo. Il silenzio è calato all’inizio del film, con i partecipanti che alternavano un attenzione incupita a sommessi ma udibili singhiozzi mentre guardavano le proprie esperienze degli ultimi due anni che scorrevano davanti a loro per un’ora e mezza. Il film era La voce di Hind Rajab e la proiezione ha segnato l’apertura del primo Festival Internazionale di Cinema delle Donne di Gaza.

“Ho pianto guardando il film”, ha detto a +972 Magazine Nihal Hasanein, una delle partecipanti, dopo la proiezione del 26 ottobre. All’inizio di quest’anno ha perso tre suoi figli in un attacco aereo israeliano sulla sua casa a Beit Lahiya; ora vive nel campo di Al-Jazaeri a Deir Al-Balah, dove il film è stato proiettato. “Mi ha riportato alla mente i ricordi di quando ho perso tutti i miei figli in una volta, insieme alla mia casa”, ha detto Hasanein.

Diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, La voce di Hind Rajab ricostruisce l’omicidio di Hind Rajab, una bambina di 5 anni, e di sei membri della sua famiglia da parte di soldati israeliani mentre tentavano di fuggire da Gaza City in auto nel gennaio 2024. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia a settembre, il film ha ricevuto il Gran Premio della Giuria e una standing ovation di 23 minuti da parte del pubblico. Successivamente ha vinto diversi altri premi prestigiosi, diventando una delle opere arabe più acclamate dell’anno. La proiezione, poco più a sud del quartiere natale di Rajab a Gaza, è stata la prima nel mondo arabo.

Il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato lanciato dal regista e ricercatore palestinese Ezzaldeen Shalh, ex presidente dell’Unione Internazionale del Cinema Arabo, in collaborazione con il Ministero della Cultura Palestinese e istituzioni cinematografiche locali e internazionali. Nella sua intenzione il festival mira a presentare film prodotti, diretti o scritti da donne, in particolare in Palestina ma anche nel mondo arabo e non, e che affrontino le questioni femminili.

L’edizione inaugurale, organizzata con lo slogan “Donne leggendarie durante il genocidio”, ha cercato di far luce sulle sofferenze delle donne palestinesi negli ultimi due anni e di rilanciare la vita culturale di Gaza. “C’era bisogno di una piattaforma artistica che rappresentasse le donne palestinesi e permettesse loro di raccontare al mondo le loro storie dalla propria prospettiva”, ha affermato Shalh.

Dal 26 ottobre – Giornata Nazionale della Donna Palestinese e anniversario della prima Conferenza delle Donne Palestinesi del 1929 – al 31 ottobre il festival ha presentato quasi 80 film provenienti da oltre due dozzine di paesi tra Medio Oriente e Nord Africa, Europa e Americhe. Le proiezioni hanno attirato oltre 500 partecipanti, numeri che impallidiscono rispetto alle cifre prebelliche, quando oltre 2.000 persone al giorno affollavano simili festival culturali a Gaza.

Oltre a Ben Hania, il festival inaugurale ha reso omaggio ad altre due donne il cui lavoro ha contribuito alla lotta del popolo palestinese: la regista palestinese Khadijeh Habashneh e la compianta regista libanese Jocelyne Saab. La giuria includeva registe di spicco come Annemarie Jacir e Céline Sciamma e l’attrice Jasmine Trinca.

Yusri Darwish, presidente dell’Unione Generale dei Centri Culturali in Palestina, ha celebrato il festival come “una nuova affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio e che può trasformare le macerie in uno schermo e la tristezza in un messaggio di speranza”.

Darwish ha osservato che organizzare il festival in questo momento è “un omaggio alle donne palestinesi che hanno sopportato gli orrori della guerra – dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento – e che meritano che le loro storie vengano raccontate al mondo con onestà e giustizia”.

Superare gli ostacoli

Secondo Shalh la sfida più grande nell’organizzazione del festival è stata trovare una sede, dato che “a Gaza tutte le sedi adatte erano state distrutte”. La troupe ha dovuto erigere tende provvisorie sullo sfondo di edifici parzialmente crollati; senza elettricità, si sono affidati a un generatore per proiettare i film. “La comunicazione con i registi e la giuria è stata difficile”, ha precisato.

Le condizioni a Gaza hanno reso impossibile la partecipazione di tutti coloro che avrebbero dovuto percorrere lunghe distanze. Niveen Abu Shammala, una giornalista che viveva nel quartiere di Shuja’iya nella parte orientale di Gaza City prima della guerra ma che ora è sfollata in una tenda nella parte occidentale della città, era solita documentare eventi culturali, in particolare festival cinematografici, in tutta la Striscia. Tuttavia, l’elevato costo dei trasporti, oltre all’orario tardo – il festival apriva dopo le 15:30 – le ha impedito di partecipare.

“Anche se la guerra è finita, c’è ancora paura a muoversi di notte”, ha spiegato. “Mi sarebbe piaciuto guardare i film che hanno partecipato, perché è difficile scaricarli con la connessione internet estremamente debole.”

Nelly Al-Masri ha potuto partecipare, guardando tutti e tre i film proiettati il ​​secondo giorno del festival presso la sede del Sindacato dei Giornalisti. È rimasta particolarmente colpita dal cortometraggio giordano Hind Under Siege [Hind sotto assedio] che parla anch’esso di Hind Rajab. “Questo film mi ha profondamente colpito”, ha detto Al-Masri a +972. “Parlava a nome dei bambini di Gaza, non solo a nome di Hind”.

Al-Masri sperava di partecipare a un maggior numero di eventi del festival, ma i costi di trasporto, la continua difficoltà di procurarsi cibo e acqua pulita a sufficienza e la necessità di prendersi cura dei figli lo hanno reso impossibile. “Molte donne stanno affrontando la stessa situazione”, ha detto. “Speriamo che le condizioni a Gaza migliorino”.

Hamsa Mahmoud, una bambina di dieci anni, non sapeva dell’esistenza del festival ma ha partecipato a diverse proiezioni dopo aver notato la folla radunarsi intorno alle tende vicino a casa sua. “È la prima volta che partecipo a un festival”, ha spiegato. “Ero felice di essere qui, e ancora più felice di avere la possibilità di guardare qualcosa su uno schermo. Dall’inizio della guerra e delle interruzioni di corrente non siamo più riusciti a vedere nulla. Vorrei che ci fossero più festival come questo”.

Un’altra partecipante, l’attivista sociale Faten Harb, vede il cinema come un mezzo importante per consolidare la determinazione delle donne palestinesi a Gaza. “L’arte è un messaggio nobile e il modo più semplice e facile per raggiungere il mondo senza dire troppo”, ha detto.

“Il mondo è stanco di sentire notizie di uccisioni, distruzione e feriti”, ha continuato Harb. “Ecco perché dobbiamo cercare altri modi per raccontare la sofferenza della popolazione di Gaza. Abbiamo urgente bisogno di questo tipo di eventi per far luce su ciò che è accaduto nella Striscia di Gaza durante la guerra genocida, soprattutto alle donne, che sono state le più duramente colpite”.

Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su temi sociali, in particolare riguardanti donne e bambini. Collabora anche con organizzazioni femministe di Gaza su temi di cronaca e comunicazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)