Ostaggi, detenuti, prigionieri: i mezzi di comunicazione occidentali privilegiano ancora le vite degli israeliani su quelle dei palestinesi

Mohamad Elmasry

14 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’informazione mainstream sullo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas evidenzia la persistente tendenziosità filo-israeliana dei media occidentali, per cui gli israeliani vengono umanizzati mentre i palestinesi vengono cancellati dalla vista.

Lunedì Israele e Hamas hanno scambiato prigionieri come parte del piano di cessate il fuoco del presidente statunitense Donald Trump.

L’informazione dei principali mezzi di comunicazione occidentali ha riproposto gli stessi pregiudizi filo-israeliani che hanno a lungo caratterizzato i reportage su Israele e Palestina che danno la priorità alle vite degli israeliani su quelle dei palestinesi.

Le principali testate come la BBC, il New York Times, il Wall Street Journal, la CNN, l’Associated Press, il Washington Post, la Reuters, la Deutsche Welle e l’Agence France-Presse hanno messo in primo piano gli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre hanno in buona misura minimizzato quanto hanno subito i palestinesi.

Su giornali, reti televisive, siti web e reti sociali gli ostaggi israeliani e le loro famiglie hanno ricevuto molta più attenzione – e sono stati resi umani con dettagli personali e immagini emotive – rispetto ai palestinesi.

Per esempio sette su otto tweet dell’AFP sullo scambio si sono concentrati esclusivamente sui prigionieri israeliani. La Reuter ha pubblicato una serie di 36 foto, 26 delle quali ospitavano gli ostaggi israeliani, le loro famiglie o cittadini qualunque che festeggiavano, mentre solo 9 ritraevano palestinesi.

Anche se il sito della BBC ha presentato vari articoli sullo scambio, compresi alcuni sui prigionieri palestinesi e sulle loro famiglie, ha pubblicato anche un profilo dettagliato ed empatico dei 20 ostaggi israeliani rilasciati intitolato “Chi sono gli ostaggi rilasciati?”, senza una empatia simile per i palestinesi.

La CNN ha informato del rilascio di “prigionieri” palestinesi ed ha incluso alcuni dettagli che li rendevano umani, ma il titolo della sua notizia principale, “Le famiglie degli ostaggi riunite mentre Trump è acclamato nel parlamento israeliano”, ha menzionato solo gli israeliani.

Allo stesso modo la lista del Washington Post di sei “sviluppi chiave” inizia con il discorso di Trump, la guerra a Gaza e il summit di Sharm el-Sheikh. Il seguente elenco di punti si concentra sugli ostaggi israeliani, sia vivi che morti, mentre solo l’ultimo punto cita i palestinesi.

Il Post ha proposto un certo livello di umanizzazione dei palestinesi, ma lo sbilanciamento a favore di Israele rimane evidente.

Attenzione diseguale

Da quando due settimane fa Trump ha annunciato il suo piano l’informazione occidentale si è concentrata molto di più sulle richieste ad Hamas per la consegna dei resti dei 28 ostaggi israeliani morti. Molta meno attenzione è stata dedicata agli obblighi di Israele, in base al punto 5 del piano, di restituire i resti di 420 palestinesi che ha trattenuto a lungo.

Questo sbilanciamento è continuato lunedì. Ricerche sugli archivi di notizie mostrano un’ampia attenzione sui corpi degli israeliani e praticamente nessuna citazione dei resti di palestinesi.

Questo eclatante doppio standard riflette radicati problemi nell’informazione occidentale, che ignora e minimizza sistematicamente le violazioni israeliane dei diritti umani.

Secondo l’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem Israele ha una “prassi consolidata” di trattenimento dei corpi dei palestinesi per utilizzarli come “merce di scambio” nei negoziati. Le leggi israeliane contro il terrorismo consentono al governo di tenere i cadaveri dei palestinesi e di impedirne i funerali. Più di 600 corpi di palestinesi sono attualmente trattenuti da Israele, una situazione di cui i mezzi di comunicazione occidentali raramente rendono nota.

Doppio standard linguistico

Praticamente tutti i mezzi di informazione occidentali fanno riferimento ai prigionieri israeliani come a “ostaggi”, un uso giustificabile in base al diritto internazionale, dato che quelli presi da Hamas rispondono alla classica definizione giuridica di presa di ostaggi. Tuttavia la domanda è perché i palestinesi presi prigionieri da Israele non vengono descritti allo stesso modo.

Dopo il 7 ottobre Israele ha arrestato più di 1.700 civili di Gaza, comprese molte donne e minori che non hanno avuto alcun ruolo nell’attacco. Sono stati imprigionati senza alcuna imputazione per circa due anni.

Data l’evidente intenzione israeliana di utilizzare quei detenuti come merce di scambio nei negoziati, in base alle leggi internazionali senza dubbio anche loro corrispondono alla definizione di ostaggi. Ciononostante i media occidentali continuano ad etichettarli solo come “detenuti” o “prigionieri”, riflettendo un persistente doppio standard linguistico che modella le percezioni di innocenza, colpa e sofferenza.

Ricerche accademiche hanno a lungo documentato questo modello in base al quale i mezzi di comunicazione occidentali riservano le descrizioni più crude alle azioni palestinesi mentre attenuano quelle riguardanti Israele. Decenni di studi dimostrano anche che l’informazione occidentale su Israele e Palestina spesso omette un contesto fondamentale, che riguarda soprattutto le violazioni da parte di Israele. L’informazione di lunedì sullo scambio di prigionieri non ha fatto eccezione.

La mia verifica ha scoperto poche citazioni dell’illegale occupazione israeliana della Cisgiordania, del continuo assedio a Gaza o delle accuse di genocidio contro Israele. Dove è stato inserito il contesto spesso si è concentrato sugli attacchi di Hamas il 7 ottobre.

Un’omissione particolarmente rivelatrice nell’informazione occidentale sullo scambio di prigionieri è il fatto che ai palestinesi è stato esplicitamente vietato di festeggiare il ritorno delle persone rilasciate. Mentre gli israeliani sono stati incoraggiati a fare festa per il ritorno degli ostaggi, i palestinesi presenti fuori dal carcere di Ofer, nella Cisgiordania occupata, sono stati accolti dalla polizia israeliana che ha sparato gas lacrimogeni contro le famiglie e i giornalisti. Il Guardian è stato tra i pochi giornali importanti ad aver evidenziato il divieto.

Tali momenti non sono dettagli secondari: il tentativo israeliano di controllare persino le manifestazioni emotive dei palestinesi evidenzia ulteriormente sia l’asimmetria di potere che la crudeltà della sua occupazione militare.

Ripensamento dei media

Il racconto dei mezzi di comunicazione occidentali dello scambio di prigionieri è andato oltre al fatto di privilegiare una parte, ha rafforzato una gerarchia di valore tra gli esseri umani in cui le vite degli israeliani sono intrinsecamente più importanti e degne di compassione di quelle dei palestinesi.

Ciò è in linea con una ricerca più ampia sul modo in cui i media hanno informato sulla guerra. Per esempio uno studio pubblicato lo scorso anno riguardo alle prime due settimane della guerra, quando erano stati uccisi circa 3.000 palestinesi e circa 1.200 israeliani, ha rilevato che i giornali presi a campione hanno pubblicato notizie quattro volte più emotive e personali sulle vittime israeliane che su quelle palestinesi.

Altri studi confermano la cronica fiducia eccessiva dei mezzi di comunicazione occidentali nelle fonti filo-israeliane. Ma su Israele e Palestina i lettori stanno cambiando, così come l’opinione pubblica. Negli ultimi due anni la simpatia per i palestinesi è nettamente aumentata tra le opinioni pubbliche occidentali, soprattutto tra i giovani e, mentre la fiducia nei principali mezzi di comunicazione declina, questi sono sottoposti a critiche sempre crescenti.

Alla luce di questo cambiamento non sorprende che molte persone, soprattutto giovani, si rivolgano invece a piattaforme di notizie indipendenti o alternative per informarsi su Israele e Palestina.

Anche nelle redazioni monta il dissenso. Sono scoppiate proteste dei giornalisti nei principali mezzi di informazione, tra cui il Los Angeles Times, il New York Times e la BBC, dove centinaia di giornalisti hanno manifestato rabbia contro le politiche editoriali palesemente filo-israeliane.

Quando le redazioni riconosceranno la gravità di questa crisi? Per il bene di lettori, giornalisti e palestinesi che soffrono, un ripensamento non arriverà mai troppo presto.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Mohamad Elmasry is Professor of Media Studies at the Doha Institute for Graduate Studies.

Mohamad Elmasry è docente di Studi sui Media presso l’Istituto per gli Studi Superiori di Doha.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come sono collegati l’omicidio del giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi e la repressione di Hamas contro le milizie sostenute da Israele

Tareq S. Hajjaj  

14 ottobre 2025  Mondoweiss

L’amato giornalista di Gaza Saleh Aljafarawi è stato assassinato nel corso della repressione di Hamas contro i clan e le milizie armati sostenuti da Israele che hanno saccheggiato gli aiuti umanitari e seminato il caos durante la guerra. Ecco in che modo sono collegati

L’uccisione del noto giornalista palestinese Saleh Aljafarawi, avvenuta domenica sera pochi giorni dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, è stata uno shock per molti a Gaza. Ma la tempistica della morte dell’amato giornalista ha sollevato molti interrogativi sullo stato di caos e illegalità che si sta diffondendo nella Striscia dopo la fine della guerra.

Secondo fonti locali i contatti con Aljafarawi si sono interrotti nel corso della giornata di domenica. In serata è emersa la notizia della sua uccisione nella zona di Sina’a a ovest di Gaza City. Quando il suo corpo è arrivato all’ospedale arabo al-Ahli, fonti locali hanno riferito che sul suo corpo c’erano segni evidenti di tortura e che sette proiettili lo avevano trafitto. Anche i polsi mostravano che era stato legato.

Aljafarawi aveva raccolto un notevole seguito sui social media durante gli ultimi due anni di genocidio israeliano a Gaza, documentando numerosi massacri e attacchi aerei nella metà settentrionale della Striscia durante la guerra.

Fonti locali indicano che Aljafarawi è stato ucciso da un gruppo armato del clan Doghmush, una delle più grandi famiglie palestinesi di Gaza con una lunga storia di inimicizia con Hamas che dura da decenni. Il clan Doghmush è stato accusato da Hamas di collaborare con Israele.

Secondo fonti locali e amici intimi di Aljafarawi il giornalista sarebbe stato ucciso mentre documentava gli scontri tra il clan Doghmush e l’Arrow Force, un’unità di Hamas formata durante la guerra per combattere le bande armate da Israele che saccheggiavano gli aiuti.

Mondoweiss ha tentato di contattare i membri dell’Arrow Force per un commento sulla morte di Aljafarawi, ma i continui scontri in tutta Gaza con le bande armate sostenute da Israele hanno reso difficile stabilire un contatto. 

Un funzionario del Ministero dell’Interno che sovrintende alla Arrow Force ha dichiarato a Mondoweiss che Aljafarawi è stato “deliberatamente preso di mira” da un gruppo “al di fuori della legge”. Il funzionario ha aggiunto che i membri del gruppo sono stati “trattati nel quadro della legge rivoluzionaria”.

Lunedì è circolato online un video diventato virale che, a quanto pare, mostra membri della Arrow Force che mettono in riga e giustiziano un gruppo di uomini accusati di tradimento e di collaborazione con l’esercito israeliano.

Hamas lancia una campagna di sicurezza contro le bande e le milizie sostenute da Israele

Quando Israele ruppe il precedente cessate il fuoco con Hamas a marzo di quest’anno, uno dei principali obiettivi delle forze armate israeliane furono i funzionari del Ministero dell’Interno, tra cui la polizia e le forze di sicurezza interna. Il sistematico attacco a questi organismi mirava a creare un vuoto di potere e a seminare il caos nella Striscia. Durante la guerra, l’intelligence israeliana ha finanziato e armato bande criminali e clan locali per attaccare Hamas e saccheggiare gli aiuti umanitari, aggravando la polarizzazione sociale. Lo scorso giugno il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha apertamente riconosciuto come propria questa politica.

Uno dei più noti fra questi gruppi armati, le cosiddette Forze Popolari, è guidato da Yasser Abu Shabab, membro del clan beduino Tarabin. Si ritiene che si trovi a Rafah, in aree ancora sotto il controllo israeliano.

Subito dopo la fine della guerra, quando Hamas ha lanciato la campagna di sicurezza su larga scala per ristabilire l’ordine e arrestare i collaboratori accusati di aver lavorato per Israele durante la guerra, a Gaza si è diffuso il caos. La campagna mira anche a smantellare i gruppi armati che operavano sotto protezione israeliana.

Hamas ha annunciato la mobilitazione e il dispiegamento di 7.000 agenti di sicurezza in tutta Gaza per “iniziare a ristabilire l’ordine, porre fine al caos e perseguire i collaboratori dell’esercito israeliano”.

Quando un giornalista gli ha chiesto lunedì del “riarmo” della polizia e delle forze di sicurezza di Hamas, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha risposto ai giornalisti: “Lo capiamo perché vogliono davvero porre fine ai problemi, sono stati chiari al riguardo e abbiamo dato loro l’approvazione per un certo periodo”. Trump ha poi ribadito la sua difesa della repressione di Hamas ammettendo che Hamas “ha eliminato un paio di bande molto pericolose”.

“E questo non mi ha dato fastidio, a dire il vero”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ai giornalisti.

La campagna è iniziata a Gaza City e nell’area di Tal al-Hawa, quando membri della Arrow Force di Hamas hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente alla famiglia Doghmush nelle aree di Sabra e Sina’a. L’operazione è avvenuta dopo un assedio totale della zona, prendendo di mira diversi membri del clan accusati di collaborare con Israele.

Il sito Telegram al-Hares (“The Guardian”), una piattaforma affiliata all’apparato di Sicurezza della Resistenza che si occupa di scoraggiare e mettere in guardia contro la collaborazione con Israele, ha riferito che è stato lanciato un piano di sicurezza interna per “mettere in sicurezza il fronte interno”. Secondo il sito, gli agenti di sicurezza hanno promesso di perseguire tutti i criminali e i trasgressori della sicurezza in tutta la Striscia.

Il primo attacco è stato contro i complessi residenziali della famiglia Doghmush a Gaza City, quando le forze di Arrow (Sahm) hanno preso d’assalto un isolato residenziale appartenente al clan e ucciso oltre quindici persone, secondo i resoconti sul campo. Le forze di Arrow hanno continuato ad assediare la zona e hanno chiesto la consegna di diversi membri della famiglia ricercati per reati penali, non correlati al collaborazionismo.

Questi individui erano stati precedentemente condannati e incarcerati da Hamas prima della guerra, ma erano stati rilasciati durante il genocidio. Fonti locali hanno riferito a Mondoweiss che durante la guerra erano stati coinvolti in saccheggi, furti e nella diffusione del caos. Quando si sono rifiutati di arrendersi all’unità di Arrow hanno cercato rifugio all’interno dell’ospedale da campo giordano di Tal al-Hawa.

Cosa è successo il giorno in cui è stato ucciso Saleh Aljafarawi

Delle fonti hanno riferito a Mondoweiss che membri del clan Doghmush avevano rapito sia Saleh Aljafarawi che Naeem Naeem, figlio di Bassem Naeem, importante leader di Hamas e membro del politburo, uccidendoli entrambi. Lo stesso giorno il clan avrebbe ucciso due combattenti della resistenza, uno dei quali Muhammad Imad Aqel, figlio del comandante di Hamas Imad Aqel assassinato da Israele nel 1993.

La famiglia Aqel ha rilasciato una dichiarazione in cui accusa il clan Doghmush di essere responsabile. “All’inizio del cessate il fuoco, venerdì 10 ottobre, nostro figlio ha lasciato uno dei tunnel di combattimento con uno dei suoi commilitoni per andare a trovare i compagni”, ha scritto la famiglia. “Sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati che li stavano aspettando nei pressi dell’ospedale da campo giordano”.

La dichiarazione affermava che gli uomini armati appartenevano alla famiglia Doghmush e a milizie sostenute da Israele e affiliate alla “occupazione sionista”.

“Hanno rapito nostro figlio, lo hanno interrogato, gli hanno rubato la sua arma personale e una somma di denaro, e lo hanno giustiziato a sangue freddo”, prosegue il comunicato della famiglia.

La dichiarazione della famiglia ha ritenuto responsabile il clan Doghmush e lo ha invitato a revocare la “protezione tribale” al “gruppo criminale” responsabile dell’uccisione di Aqel, membro delle Brigate Qassam.

Gli scontri tra il clan Doghmush e le forze Arrow di Hamas sono continuati per giorni, causando la morte di almeno quindici membri dell’unità Arrow.

La famiglia Doghmush ha successivamente rilasciato una propria dichiarazione in cui condannava le uccisioni.

“Noi, della famiglia Doghmush, denunciamo fermamente l’uccisione del cittadino Muhammad Aqel e del giornalista Saleh Aljafarawi”, si legge nella dichiarazione. “Si tratta di atti individuali che non rappresentano la nostra famiglia e servono solo gli obiettivi dell’occupazione. Affermiamo che non ci sono conflitti tra la nostra famiglia e le famiglie Aqel o Aljafarawi e che il nostro rapporto con loro è di reciproco rispetto e stima”.

Un membro della famiglia del clan Doghmush di Gaza City, parlando con Mondoweiss in condizione di anonimato, ha affermato che sette membri del clan erano ricercati dalle forze di sicurezza di Hamas e condannati per reati penali commessi prima della guerra.

“Alla fine della guerra, le forze di Sahm sono arrivate e hanno chiesto a questi sette uomini di arrendersi, ma loro hanno rifiutato e si sono rifugiati all’interno dell’ospedale”, ha detto la fonte. “Le forze di Arrow hanno quindi assediato completamente il quartiere di Doghmush, impedendo a chiunque di entrare o uscire. Sono andati porta a porta con liste di nomi, verificando l’identità. Chiunque comparisse sulla loro lista rischiava la tortura o l’esecuzione.”

Il testimone ha anche descritto scene di abusi, sostenendo che i combattenti di Arrow hanno sparato alle gambe di diversi membri della famiglia e torturato giovani uomini, persino strappando loro le unghie.

Mondoweiss ha tentato di contattare membri dell’Unità Arrow e il Ministero dell’Interno per un commento su queste accuse. Al momento della pubblicazione, non è stato possibile raggiungere i contatti a causa della campagna di sicurezza in corso.

La famiglia Doghmush ha una storia decennale di rivalità con il movimento Hamas a Gaza. Quando Hamas prese il controllo della Striscia nel 2007 lanciò una vasta campagna per reprimere e disarmare tutti i clan armati, molti dei quali erano affiliati a Fatah e all’Autorità Nazionale Palestinese. Tra queste famiglie c’erano il clan Doghmush, il clan Hilles e alcuni altri.

Gli scontri di quell’anno nei pressi dei complessi residenziali della famiglia Doghmush nei quartieri di Sabra e Tal al-Hawa causarono la morte di oltre 200 membri della famiglia.

Oggi, mentre l’ultima campagna di sicurezza di Hamas continua, molti a Gaza hanno espresso sui social media la convinzione che il clan Doghmush abbia colto l’occasione, durante il caos della guerra – e l’attacco israeliano alle forze di sicurezza di Hamas – per regolare vecchi conti. Diversi account sui social media hanno accusato i membri del clan Doghmush di aver persino collaborato con l’esercito israeliano per combattere Hamas.

Martedì il presidente della più grande assemblea dei clan di Gaza, Abu Salman al-Mughani, ha espresso il suo sostegno alla repressione di Hamas, affermando che gli accusati erano responsabili di aver ucciso bambini, collaborato con Israele, saccheggiato aiuti e case e perpetuato la carestia a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Chi ha tratto profitto dal 7 ottobre?

Jim DeBrosse

25 settembre 2025 – The Electronic Intifada

Mentre l’invasione militare israeliana, i massacri indiscriminati e la fame imposta a Gaza continuano, restano senza risposta le domande su come circa 3.000 combattenti guidati da Hamas siano riusciti a violare le barriere di sicurezza israeliane il 7 ottobre 2023.

Il governo israeliano continua a respingere un’indagine indipendente e si stanno accumulando prove che i massimi vertici civili e militari dello Stato non solo non abbiano colto i segnali di un imminente attacco, ma potrebbero averli volutamente ignorati. Il motivo era giustificare la pulizia etnica di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e la creazione di un Israele più grande nella Palestina occupata.

Inoltre l’attività sospetta del mercato azionario avvenuta pochi giorni prima dell’attacco di ottobre, sorprendentemente passata sotto silenzio, avvalora la teoria che qualcuno da qualche parte sapesse qualcosa.

All’inizio di questo mese un’inchiesta di Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] ha scoperto che il comandante in capo militare israeliano per l’area di Gaza aveva visitato il luogo del rave Supernova il 7 ottobre solo un’ora prima dell’attacco e non aveva preso alcuna precauzione.

Il tenente colonnello Haim Cohen, comandante della Brigata Nord della Divisione di Gaza, ha notato che solo un piccolo contingente di agenti di polizia era in servizio al festival molto affollato, ma ha dichiarato agli investigatori militari di non aver avuto informazioni che suggerissero che avrebbe dovuto disperdere la folla o rafforzare la sicurezza.

Il rave Supernova, dove sono state uccise 378 persone e 44 sono state prese in ostaggio, è stato il singolo luogo con il maggior numero di vittime in una giornata che ha visto un totale di 1.139 persone uccise e 240 prese in ostaggio.

Non è ancora chiaro quanti dei morti siano stati uccisi dai combattenti palestinesi e quanti siano stati uccisi da Israele stesso, a causa della sua mortale Direttiva Annibale [impedire il rapimento di civili o soldati israeliani anche a costo di ucciderli, n.d.t.].

Anche la risposta immediata del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla crisi è stata oggetto di esame. Il suo capo di stato maggiore e confidente più stretto, Tzachi Braverman è accusato di aver alterato i registri telefonici di Netanyahu per far sembrare che i suoi primi ordini ai militari, la mattina del 7 ottobre, fossero arrivati ​​prima di quanto non fosse in realtà.

La notte prima

Tuttavia, l’esercito israeliano aveva ricevuto avvertimenti su un altissimo rischio imminente la notte prima del 7 ottobre, ma i massimi livelli di comando avevano scelto di ignorarli.

Secondo quanto riportato da Ynet, il più grande sito web di notizie israeliano, un’unità di intelligence militare aveva notato segnali di un imminente lancio di razzi su Israele e “insolite attività delle forze aeree di Hamas” che avrebbero dovuto far scattare l’allarme. Invece l’esercito “ha scelto di evitare di rivelare fonti di intelligence sensibili piuttosto che [adottare misure per] essere pronto a reagire”.

Davvero? La protezione di pochi agenti [dello spionaggio] valeva il rischio di un massiccio attacco missilistico sul territorio israeliano senza avvertire i civili? Dieci giorni dopo che tali segnalazioni sono diventate di dominio pubblico, l’ufficio di Netanyahu ha riconosciuto di non aver trasmesso il promemoria che descriveva dettagliatamente le attività sospette la notte prima del 7 ottobre, ma la giustificazione per non averlo fatto è che l’allerta era etichettata come “non urgente”.

I leader israeliani sembrano essere stati più preparati a espellere i palestinesi da Gaza che a sventare un possibile attacco. Pochi mesi dopo l’attacco di ottobre, chiedevano già la “migrazione volontaria” dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza, mentre negoziavano con diversi Paesi per il loro reinsediamento.

Tali idee sono state rapidamente respinte da Egitto, Giordania e una serie di altre Nazioni arabe, ma Israele continua a prendere in considerazione altri Paesi per la deportazione forzata dei palestinesi da Gaza, tra cui Indonesia, Etiopia e Libia, con l’aiuto dell’amministrazione statunitense di Donald Trump.

Ancora più sconcertante è che i funzionari israeliani fossero in possesso, con un anno di anticipo, di una copia del piano d’assalto di 40 pagine e siano rimasti a guardare mentre Hamas si addestrava e preparava lo sfondamento, come riportato dal New York Times nel novembre 2023.

A confermare il sospetto che i principali dirigenti israeliani abbiano volontariamente ignorato lo sconcertante numero di segnali premonitori, l’ufficio di Netanyahu si è rifiutato di consentire che venga avviata un’inchiesta sui suoi errori il 7 ottobre consentendo invece un’indagine sul ruolo e la risposta dell’esercito. Netanyahu continua ad opporsi a una commissione statale indipendente che prenda in considerazione “l’immagine complessiva” del coinvolgimento politico, civile e militare.

Come se i piani dettagliati e persino le registrazioni video pubbliche delle esercitazioni di Hamas non fossero sufficienti, gli investigatori finanziari israeliani non hanno notato un altro campanello d’allarme: un improvviso picco, nei giorni precedenti il ​​7 ottobre, di contrattazioni che scommettevano sul crollo imminente dei valori dei principali titoli azionari israeliani. La ragione più probabile della scommessa era che gli investitori sapevano che la guerra sarebbe presto scoppiata e avrebbe messo a dura prova l’economia israeliana.

Operazioni sospette

La tempistica sospetta dell’attività del mercato azionario è stata rivelata in uno studio di 67 pagine pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti dalla CNN.

Gli autori dello studio hanno scoperto che investitori non identificati in Israele e negli Stati Uniti avevano venduto le loro azioni di importanti società israeliane pochi giorni prima dell’attacco di Hamas.

Con una pratica nota come “vendita allo scoperto” gli investitori hanno poi riacquistato le loro azioni a un prezzo molto più basso, ricavandone milioni di dollari di profitti.

Lo studio, intitolato “Trading on Terror?” [Fare affari con il terrorismo], è stato redatto dall’ex presidente della Securities and Exchange Commission [Commissione per i Titoli Bancari e gli Scambi, entre federale USA che controlla le attività in borsa, ndt.] Robert Jackson Jr., ora professore alla New York University, e dal professore di diritto della Columbia University Joshua Mitts, esperto nel monitoraggio delle attività di vendita allo scoperto sui mercati azionari.

“I nostri risultati suggeriscono che i trader informati degli imminenti attacchi abbiano tratto profitto da questi tragici eventi”, hanno scritto gli autori, aggiungendo che “giorni prima dell’attacco, i trader sembravano anticipare gli eventi a venire”. Lo studio ha rilevato che il 2 ottobre “quasi il 100% del volume di scambi fuori borsa nel [mercato azionario israeliano]… consisteva in vendite allo scoperto”.

Nessuno degli autori del rapporto né gli uffici stampa della Columbia University hanno risposto alle richieste di interviste.

Nel servizio della CNN del 4 dicembre 2023, Jonathan Macey, professore alla Yale Law School, ha dichiarato al canale di notizie che i risultati erano “scioccanti”. “Le prove che i trader informati abbiano tratto profitto anticipando l’attacco terroristico del 7 ottobre sono solide”, ha affermato Macey. “Le autorità di regolamentazione sembrano non essere in grado di individuare le entità responsabili di queste operazioni, il che è deplorevole”.

Un articolo apparso lo stesso giorno su Haaretz ipotizzava che fossero stati investitori legati ad Hamas a ritirare i loro soldi, non israeliani o filo-israeliani, sebbene gli autori dell’articolo affermassero di non essere in grado di identificare gli investitori.

Tuttavia se i venditori allo scoperto avessero effettivamente avuto legami con Hamas è probabile che gli israeliani lo avrebbero saputo.

Il New York Times ha scritto che almeno dal 2015 l’intelligence israeliana ha monitorato i finanziamenti che sostengono Hamas, chiudendo un occhio. I critici ritengono che la strategia dei leader israeliani fosse quella di sostenere la leadership di Hamas a Gaza contro il controllo limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese su alcune parti della Cisgiordania occupata, in modo che le due fazioni continuassero a dividere il popolo palestinese e a impedire la creazione di uno Stato palestinese unificato.

Chi ne ha tratto profitto? Le autorità di regolamentazione statunitensi della Securities and Exchange Commission e di Wall Street hanno dichiarato alla CNN che la loro politica prevede di non confermare né smentire alcuna indagine. Questo accadeva 19 mesi fa.

Le autorità di regolamentazione israeliane hanno promesso di indagare sull’insolita attività, ma, solo un giorno dopo, hanno dichiarato di non aver trovato prove di vendite allo scoperto. I funzionari della Borsa di Tel Aviv hanno criticato il rapporto “Trading on Terror?” definendolo inaccurato e irresponsabile e hanno sottolineato che un errore di calcolo della valuta da parte degli autori ha gonfiato i potenziali profitti delle vendite allo scoperto da circa 9,5 milioni di dollari a poco meno di 1 miliardo. Indipendentemente dall’errore di calcolo, gli autori del rapporto hanno dichiarato a Institutional Investor [rivista finanziaria USA, ndt.] di essere ancora convinti della veridicità della sostanza del loro rapporto.

Yaniv Pagot, responsabile del trading per la Borsa di Tel Aviv, ha dichiarato a Reuters che era improbabile che gli investitori legati ad Hamas potessero aver violato le norme di sicurezza della borsa contro il “riciclaggio di denaro o simili”. Quindi, forse, la vendita allo scoperto è stata opera di investitori israeliani o filo-israeliani informati da funzionari dell’intelligence israeliana o da leader politici. O forse magari i funzionari israeliani a conoscenza dell’imminente attacco erano essi stessi venditori allo scoperto.

Dato che Israele ha finora sistematicamente eliminato cinque alti dirigenti militari di Hamas, 11 membri dei suoi uffici politici e ha tentato di assassinarne altri proprio questo mese con un attacco militare contro il Qatar, alleato degli Stati Uniti, scoprire chi ha tratto profitto dal 7 ottobre dovrebbe essere una priorità assoluta per i leader israeliani.

O, a giudicare dalla riluttanza del governo israeliano a indagare sul proprio ruolo, forse no.

Jim DeBrosse, Ph.D., a veteran reporter and a retired assistant professor of journalism, is the author of See No Evil: The JFK Assassination and the US Media.

Jim DeBrosse, dottorato, giornalista veterano e professore associato di giornalismo in pensione, è autore di “See No Evil: The JFK Assassination and the US Media” [Non vedere il male: l’assassinio di JFK e i media USA].

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




A due anni dal 7 ottobre la Palestina è diventata un cimitero di strategie fallite

Muhammad Shehada

7 ottobre 2025 – +972 Magazine

Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.

«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come atrocità”, assedio”, resistenzae persino genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.

Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.

Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.

I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.

Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.

Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.

E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.

Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.

Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.

Mutevole sostegno a Hamas

È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.

Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come avventato” e un disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.

Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.

Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.

Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.

In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. [I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.

Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.

Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.

‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”

Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.

Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa.Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.

Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?

In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».

Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.

Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.

Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.

Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.

Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era

I palestinesi non possono fare nulla”

Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dellassalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.

Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le armi offensive” mantenendo però le armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.

Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.

Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.

L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. Hanno provato di tutto”.

Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.

Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il New Yorker pubblica nuovi dettagli su come le accuse di abusi sessuali contro Karim Khan abbiano bloccato l’indagine della CPI

Imran Mulla

7 ottobre 2025 – Middle East Eye

L’articolo del New Yorker riprende alcuni interrogativi riguardanti le accuse di molestie sessuali contro il procuratore della CPI che in precedenza erano stati sollevati solo da MEE.

Dopo che il periodico New Yorker ha pubblicato nuove notizie a proposito della causa in corso sono emersi ulteriori dettagli sull’indagine riguardo a una denuncia per presunte molestie sessuali contro il procuratore capo della Corte Penale Internazionale Karim Khan.

L’articolo riprende molti particolari precedentemente riportati da Middle East Eye.

Ma l’articolo del New Yorker, pubblicato in rete domenica e intitolato “L’Aia a processo”, dà conto di nuove informazioni sul ruolo di Thomas Lynch, assistente speciale di Khan, che egli aveva incaricato di mantenere i contatti con Israele sull’indagine della CPI riguardo alla Palestina.

L’articolo del New Yorker riporta “alcuni sospetti secondo cui Lynch stesso o qualcuno vicino a lui avrebbe giocato un ruolo” nel far filtrare ai media nell’ottobre 2024 la dichiarazione di quattro pagine dello stesso Lynch agli investigatori della CPI contro Khan riguardo alle accuse di molestie sessuali.

Secondo il New Yorker un “indirizzo mail anonimo” avrebbe fatto filtrare ai giornalisti rapporti di seconda mano su Khan in cui si sosteneva falsamente che Khan “come misura preventiva” aveva pubblicamente “accusato il Mossad israeliano di averlo minacciato e ricattato.”

Il New Yorker riporta anche che la mail “di seguito si pronunciava a favore del Mossad” e affermava che Khan lo aveva fatto “come manovra di copertura”.

La mail elencava anche nomi e numeri di telefono di Lynch, dell’accusatrice di Khan e di altri presso la CPI e conteneva la parola ebraica per “telefoni”, insieme ad alcuni numeri.

Il New Yorker riporta inoltre che registrazioni delle comunicazioni del giorno in cui è comparso un post di un account di X riguardo alle accuse dimostrano che Lynch “aveva incontrato l’accusatrice prima della telefonata durata un’ora di quest’ultima con Khan”, e che l’account di X è apparso per la prima volta 90 minuti dopo la chiamata.

[L’articolo] afferma che “la registrazione delle comunicazioni dimostra anche che Lynch ha manifestato sorpresa quando è emersa per la prima volta la fuga di notizie e ha detto agli inquirenti di non esserne il responsabile. La mail e l’account di X erano parte di un’operazione israeliana per influenzare [l’opinione pubblica] o i riferimenti al Mossad e le lettere in ebraico erano un goffo tentativo di depistaggio?”

Il pezzo del New Yorker racconta anche per la prima volta che la donna che accusa Khan di molestie sessuali, una funzionaria della CPI, “aveva sostenuto all’interno [della CPI] che egli avrebbe dovuto andare più lentamente nell’accusare i leader israeliani e non affrettarsi a rendere pubblici mandati di arresto ad alto livello.”

Ciò contraddice precedenti articoli del Wall Street Journal che ha riportato ripetutamente che la denunciante, le cui accuse sono state fatte alla fine dell’aprile 2024, appoggiava i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant.

A luglio la donna ha detto a MEE che non c’è alcun rapporto tra la sua denuncia e l’indagine di Khan su Israele e ha affermato di appoggiare ogni indagine sotto la giurisdizione della Corte. Khan si è messo in congedo a tempo indeterminato a maggio in attesa dei risultati di un’indagine indipendente dell’ONU sulla denuncia contro di lui.

Minacce e pressioni che hanno preso di mira il procuratore si sono manifestate nel corso degli ultimi due anni quando Khan ha cercato di raccogliere prove e istruire un processo contro il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri politici israeliani per la condotta della guerra contro Gaza e la sempre più rapida espansione delle colonie e delle violenze contro i palestinesi nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Il New Yorker afferma che lo scandalo che riguarda Khan ha “già ostacolato il tentativo di chiamare Israele a rispondere del numero di morti a Gaza.” Il suo articolo arriva dopo un’inchiesta di MEE all’inizio di agosto che rivelava:

– Minacce e avvertimenti diretti contro Khan da parte di importanti politici, compresi l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron e il senatore statunitense Lindsey Graham;

– calunnie contro Khan da parte di colleghi e amici di famiglia;

– timori per la sicurezza di Khan suggeriti dalla presenza all’Aia, dove ha sede la CPI, di una squadra del Mossad;

– fughe di notizie sui mezzi di informazione riguardo alle accuse di molestie sessuali contro Khan.

L’amministrazione Trump ha sanzionato Khan in febbraio. Khan è andato in congedo a metà maggio, poco dopo che è fallito un tentativo di sospenderlo e nel bel mezzo dell’indagine in corso da parte dell’ONU riguardo alle accuse fatte dalla funzionaria della CPI.

L’articolo del New Yorker evidenzia come indiscrezioni riguardo alle denunce di molestie sessuali contro Khan abbiano contribuito a bloccare il perseguimento di governanti israeliani e che queste accuse sono state presentate come la ragione della sua causa contro Netanyahu e Gallant.

In un editoriale del 16 maggio il Wall Street Journal ha sostenuto che Khan aveva utilizzato i mandati di arresto per “distrarre dal suo comportamento”. Ha descritto come “viziata” la causa della CPI contro Netanyahu. Ma, come raccontato in precedenza da MEE, la decisione del procuratore di chiedere i mandati di arresto è stata presa sei settimane prima delle accuse contro di lui alla fine dell’aprile 2024.

Il New Yorker afferma che la pagina editoriale del WSJ “appoggia sistematicamente Netanyahu.”

Il New Yorker riporta che “nella corrispondenza che Khan ha fornito agli inquirenti (dell’ONU) la sua accusatrice sembra essere molto cordiale, incline a comunicare la sua vita e le sue battaglie personali, molto premurosa verso Khan e sua moglie e forse troppo sollecita.”

“Persino nel periodo immediatamente precedente e successivo alle sue lamentele rivolte ai colleghi (nella primavera del 2024), ha mandato messaggi a Khan, ha affermato di essere contenta di lavorare insieme a lui e suggerito un’opera artistica che lui e sua moglie avrebbero potuto comprare per la loro casa.”

Registrazione di telefonate

Il New Yorker informa che in uno scritto a Khan del maggio 2024 la donna “sembrava preoccupata che macchinazioni politiche potessero guidare l’indagine, dicendogli che lei si rifiutava di essere ‘una pedina in un gioco a cui non voglio giocare’”.

Riporta una telefonata registrata tra la donna e Khan il 17 ottobre 2024 in cui lei “non fa mai riferimento ad alcuna avance sessuale o altri comportamenti scorretti, ma lamenta varie volte il fatto di aver sentito pettegolezzi dei colleghi secondo cui lei era ‘ossessionata’ da lui o, peggio, una spia israeliana”.

Il New Yorker afferma: “Ogni tanto (Khan) sembrava sicuro di non essere colpevole di alcun comportamento scorretto, ricordandole ripetutamente che era una sua [di lei] scelta se voleva iniziare un’indagine più complessiva, anche su di lui. ‘La verità verrà fuori’, le assicurava.”

“Eppure, in altri momenti, è sembrato preoccupato che lei potesse presentare una denuncia contro di lui. Le ha detto che “voci su ciò” stavano ‘rinfocolando la faccenda’ e la sollecitava a chiarire formalmente che lei non aveva intenzione di accusarlo di comportamenti scorretti. ‘Allora sarebbe proprio finita,’ diceva, e la CPI avrebbe potuto porre fine al ‘carosello mediatico’ dicendo ai giornalisti: ‘Adesso andate a farvi fottere, lasciatela in pace’.”

Il New Yorker afferma che la donna ha detto falsamente a Khan che non stava registrando la telefonata. Cita anche messaggi di testo tra la donna e un amico all’inizio del 2024 che [il NY] afferma siano stati inclusi nella documentazione presentata agli inquirenti dell’ONU, in cui [il NY] sostiene che “lei ha descritto esplicitamente le avances sessuali da parte di Khan.”

“Lui vuole andare in vacanza o associarmi una missione fuori ufficio di qualche giorno. Sono bellissima, l’odore del mio collo,” ha scritto in un messaggio di testo quell’aprile, dicendo di aver inventato una scusa per liberarsi di lui. Il New Yorker aggiunge: “Una persona vicina a Khan ha detto che gli inquirenti dell’ONU non gli hanno chiesto di rispondere a nessuno di questi indizi.”

Alla fine di luglio MEE ha inviato alla denunciante una lunga lista di domande che trattavano argomenti riguardanti la sua denuncia contro Khan, la sua amicizia con Khan e sua moglie, commenti da lei fatti in messaggi e la telefonata a Khan.

Lei ha risposto: “In quanto funzionaria della Corte Penale Internazionale sono tenuta all’ obbligo di riservatezza e integrità professionale e quindi non posso occuparmi delle domande poste o correggere le inesattezze ivi contenute.”

Tuttavia ha aggiunto: “Rigetto in modo categorico le insinuazioni e le descrizioni selettive presentate, che sono assolutamente inesatte, diffamatorie e chiaramente intenzionate a screditarmi personalmente.”

Ha affermato di aver pienamente collaborato con gli inquirenti dell’ONU e di aver ottemperato a “ogni obbligo legale e istituzionale.”

Ha negato ogni rapporto tra la sua denuncia contro Khan e l’indagine del procuratore su Israele e ha detto di non essere affiliata a, o di agire a favore di, alcuno Stato o attore esterno.

Ha affermato: “Continuo ad appoggiare ogni indagine sotto giurisdizione della Corte, come ho sempre fatto. La mia denuncia non ha niente a che vedere con l’indagine della Corte sulla Palestina. Due cose possono essere vere allo stesso tempo, e una non ha assolutamente niente a che vedere con l’altra.” Ha affermato che i fatti dell’anno scorso sono stati “molto penosi e personalmente distruttivi” ed hanno influito in modo significativo sulla sua salute e sul suo benessere.

Cameron: i mandati di arresto “una bomba all’idrogeno”

L’articolo del New Yorker cita anche il fatto che note ufficiali che Khan ha presentato all’Office of Internal Oversight Services [Ufficio dei Servizi di Supervisione Interna] (OIOS) dell’ONU, che attualmente sta indagando sulle denunce di condotta scorretta contro il procuratore, affermano che nel 2024 il ministro degli Esteri britannico David Cameron ha detto a Khan che la richiesta di mandati di arresto contro politici israeliani sarebbe stata una “bomba all’idrogeno”.

A giugno MEE ha informato che un certo numero di fonti, compresi ex-funzionari dell’ufficio di Khan al corrente della conversazione e che hanno visto gli appunti dell’incontro, hanno detto che Cameron ha anche minacciato il ritiro della Gran Bretagna dalla CPI se la Corte fosse andata avanti con i mandati di arresto.

All’epoca Cameron non ha risposto alle richieste di commentare [queste affermazioni], mentre il ministero degli Esteri britannico ha rifiutato ogni commento.

Il New Yorker informa sul ruolo di Lynch, l’assistente speciale di Khan, che “era noto come scettico sull’emanazione di accuse gravi contro gli israeliani.”

In precedenza MEE aveva riportato che Lynch aveva giocato un ruolo chiave nel presentare accuse di condotta scorretta contro Khan. Tuttavia in privato Lynch ha manifestato alla moglie di Khan dubbi sulle accuse e detto che il tempismo è stato sospetto.

In risposta alle domande di MEE Lynch ha descritto le asserzioni presentate nell’articolo di MEE ad agosto come “false e fuorvianti”.

Ti distruggeranno”

Il New Yorker ha raccontato anche che le accuse della donna sono state più gravi nel momento in cui è iniziata, alla fine del 2024, un’indagine esterna dell’ONU di quanto erano state durante due precedenti inchieste interne della CPI, entrambe chiuse dopo che la donna non vi aveva collaborato.

L’articolo descrive il racconto di Khan di un incontro con l’avvocato anglo-israeliano presso la CPI Nicholas Kaufman, che “si è presentato come autorizzato a fare una proposta da parte di Netanyahu e Gallant.”

Secondo gli appunti di Khan “Kaufman ha detto che se Khan non avesse in qualche modo ritirato i mandati di arresto ‘loro – presumibilmente Israele e i suoi alleati americani – distruggeranno te e la Corte’.”

Come aveva in precedenza fatto con MEE, Kaufman ha negato al New Yorker “di aver mai fatto minacce o sostenuto di parlare per Netanyahu o Gallant, e ha detto che ogni riferimento a danni per la CPI riguardava sanzioni USA.”

Egli ha detto al New Yorker: “Sono andato da Khan da amico e lui mi ha dimostrato che i suoi amici per lui sono sacrificabili se ne ha bisogno per salvarsi la pelle.”

Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha sanzionato i giudici della CPI e i vice procuratori di Khan, che hanno preso il suo posto quando è andato in congedo a maggio.”

Ci sono crescenti timori che gli USA potrebbero presto sanzionare la stessa Corte, il che potrebbe mettere in dubbio la sua stessa esistenza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Sono tutti dei bugiardi”: così reagiscono i cittadini di Gaza alla proposta di “pace” di Trump e al potenziale cessate il fuoco

Tareq S. Hajjaj  

7 ottobre 2025 Mondoweiss

Molti a Gaza credono che il piano di “pace” di Trump sia uno stratagemma per liberare i prigionieri israeliani e poi riprendere il genocidio. Ma nonostante il profondo scetticismo, l’ansia di porre fine alla guerra prevale su tutto

L’annuncio del piano per porre fine alla guerra su Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un impatto immediato sui palestinesi che vivono sotto i violenti bombardamenti israeliani. Quando il 29 settembre è arrivato l’annuncio alcune famiglie di Gaza City hanno ritardato ad evacuare anche dopo aver ricevuto molteplici avvertimenti dell’esercito di spostarsi a sud, aggrappandosi alla speranza che il piano di Trump avrebbe posto fine alla guerra e risparmiato loro un altro turno di sfollamento.

Dopo la risposta positiva di Hamas del 3 ottobre, che si è dichiarato pronto a “discutere i dettagli”, alcune famiglie sono addirittura tornate dal sud. Il primo giorno le famiglie sono tornate pacificamente. Il secondo giorno, quando l’esercito israeliano ha notato un aumento delle persone dirette a nord, ha iniziato a prenderle di mira su al-Rashid Street, l’unica strada che collega la metà settentrionale e quella meridionale di Gaza.

Molti a Gaza hanno respinto il piano di Trump, definendolo uno stratagemma per ingannare Hamas e la resistenza palestinese, prima ottenendo il rilascio dei prigionieri israeliani e poi consentendo a Israele di abbandonare l’accordo e riprendere la sua campagna di bombardamenti e demolizioni. Ma nonostante il profondo scetticismo, la maggior parte della popolazione di Gaza vede il piano come l’ultima possibilità di fermare il genocidio. Il loro disperato bisogno che si ponga fine alle uccisioni quotidiane ha spinto molti a sostenere qualsiasi accordo.

A Gaza anche l’ottimismo è evidente; molti credono che ci sia una reale possibilità che la guerra possa finalmente finire. Credono che il mondo intero sia ora d’accordo nel fermare la guerra a Gaza, nonostante i dubbi persistenti sulle vere intenzioni di Trump e sull’impegno di Israele a rispettare il ritiro.

“Confidiamo in Dio. Non ci fidiamo di Trump”, ha detto Muhammad Badr, 44 anni, di Gaza City. “Non ci fidiamo degli Stati Uniti e non ci fidiamo di Israele. Ma speriamo che questa volta tutti questi paesi, guidati da Trump, pongano finalmente fine a questa guerra devastante”.

“Votiamo a favore di qualsiasi piano che fermi la guerra”, ha continuato. “Qualsiasi cosa che ci riporti alle nostre case, anche se sono state distrutte da Israele e dagli Stati Uniti. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è stabilità, pace e la fine dell’eccidio”.

“Abbiamo alle spalle molte false speranze e preghiamo che questa volta non sia come la volta precedente, che aveva solo lo scopo di ingannarci e prolungare la guerra”, aggiunge Badr.

Mentre i negoziati in Egitto proseguono, la gente di Gaza attende i risultati e l’annuncio che questa guerra sia finalmente finita. Nonostante le preoccupazioni sui termini del piano e la diffusa convinzione che serva agli interessi israeliani, il desiderio di porre fine alla guerra prevale su tutto.

Alcuni abitanti di Gaza sottolineano che la prima fase del piano prevede il rilascio di tutti i prigionieri israeliani da Gaza City – prova, a loro dire, che il piano avvantaggia principalmente Israele. Fadi Harb, 33 anni, residente nel campo profughi di al-Nuseirat nella zona centrale di Gaza, ha espresso un cauto ottimismo riguardo all’accordo, definendolo un passo avanti verso la fine della guerra.

“Abbiamo perso le nostre case e le nostre città sono distrutte”, ha detto Harb. “Ma abbiamo ancora speranza. Se questa guerra finisce presto, potremo ricostruire la nostra patria”.

“Eravamo davvero contenti quando Hamas ha risposto accettando”, ha aggiunto. “Speriamo che entrambe le parti – Hamas e l’occupazione israeliana – abbiano la sincera intenzione di fermarsi”.

Harb ritiene che la pressione internazionale su Israele l’abbia costretto ad accettare il piano e che Israele stia “perdendo più di quanto guadagni combattendo a Gaza”.

“La loro reputazione mondiale è rovinata, stanno perdendo legittimità e vengono emarginati ovunque vadano”, ha spiegato. “La guerra ha smascherato Israele per quello che è: uno Stato di criminali assetati di sangue. La pressione internazionale ha spinto Israele al tavolo delle trattative”.

Harb ha anche affermato che le condizioni poste da Hamas per il piano erano legittime: fermare il fuoco israeliano in modo di poter localizzare i prigionieri e consegnarli a Israele. “Hanno bisogno dell’atmosfera e del contesto giusti per svolgere questo lavoro. È normale”, ha spiegato. “Sono ottimista sul fatto che una volta consegnati tutti i prigionieri questa guerra finirà”. Alla domanda da dove provenga questo ottimismo, Harb ha risposto di essere fiducioso che la pressione internazionale costringerà Israele a mantenere gli impegni. “E anche perché il Presidente degli Stati Uniti sta guidando questo piano”, ha aggiunto.

“Forse per loro pace significa resa totale”

L’ottimismo, tuttavia, non è condiviso da tutti i palestinesi della Striscia. Alcuni ricordano la lunga storia di coinvolgimento americano con palestinesi e israeliani e credono che Israele e Stati Uniti stiano ancora una volta ingannando Hamas.

“Sono tutti bugiardi”, ha detto Muhammad Tanja, un residente di Gaza. “Gli americani, gli israeliani, sono tutti bugiardi. Non danno nulla ai palestinesi. Prendono solo.”

“Prendono le nostre terre. Prendono le nostre vite. E lo fanno con l’inganno”, ha continuato Tanja. “Ogni tanto escogitano un nuovo piano o un nuovo accordo. Ci tengono lì a sperare in svolte positive mentre continuano a ucciderci. Parlano di pace e di fine della guerra. Ma proprio ora hanno ucciso 20 persone nella loro casa e nessuno può tirarle fuori da sotto le macerie. Di quale pace stanno parlando?”

“Forse per loro pace significa la resa totale o l’uccisione totale dei palestinesi”, ha aggiunto Tanja. “Forse la loro la pace è una terra senza un popolo.”

Altri vedono il piano come poco più che un’operazione di salvataggio per Netanyahu, portata avanti per suo conto da Trump.

“Questo piano non è il piano di Trump, è un piano israeliano”, ha detto Jihad Wadi, 51 anni, di Deir al-Balah. “È solo per salvare Netanyahu. Il piano libererà i prigionieri, distruggerà Hamas e le sue armi e li caccerà da Gaza dopo due anni di distruzione e uccisioni. Il risultato è che tutta Gaza è stata distrutta”.

“Non abbiamo più nulla dopo questa guerra: niente scuole, niente ospedali, niente case, niente parenti, niente amici. Israele ha distrutto tutto”, ha continuato Wadi. “Ora vogliono porre fine alla guerra, ma vogliono anche un’idea di vittoria. Netanyahu la vuole per le prossime elezioni. Con questo piano Trump lo ha salvato”.

“Israele si atterrà a questo piano, e credo che lo farà anche Hamas”, ha aggiunto. “Israele vuole porre fine alla guerra, rivendicare la vittoria e sfuggire alle pressioni internazionali. Hamas vuole fermare l’uccisione dei palestinesi a Gaza”.

In Israele, ha spiegato Wadi, questo sarà celebrato come un successo. “Hanno distrutto Gaza, hanno ripreso i prigionieri e hanno distrutto Hamas. Quindi sì, festeggeranno se questo piano si concretizzerà.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La sfida a Meloni su Gaza: il popolo contro i compari di Netanyahu

Ramzy Baroud

3 OTTOBRE 2025 – COUNTERPUNCH

Ciò che sta accadendo in Italia riguardo a Gaza non ha precedenti nella storia della solidarietà tra il Paese e qualsiasi altra causa internazionale. È in corso una rivolta popolare le cui conseguenze probabilmente modificheranno non solo la posizione di Roma sul genocidio israeliano nella Striscia, ma anche la struttura politica del Paese nel suo complesso

Per comprendere perché tale conclusione sia razionale dobbiamo considerare due fattori importanti: la mobilitazione popolare in tutto il Paese e il contesto storico dell’atteggiamento politico dell’Italia nei confronti della Palestina e del Medio Oriente. Quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza il linguaggio e l’atteggiamento politico del governo di estrema destra di Giorgia Meloni erano più o meno coerenti con le posizioni politiche adottate da altri leader europei.

Nella sua visita in Israele il 21 ottobre 2023 il linguaggio di Meloni è stato quello di una condanna incondizionata dei palestinesi per l’attacco del 7 ottobre e di un sostegno altrettanto incondizionato a Israele e al suo “diritto a difendersi”. Questa posizione è rimasta costante per tutta la durata della guerra fino a pochi mesi fa quando il genocidio israeliano ha raggiunto livelli troppo estremi perché persino Meloni potesse ignorarli. Questo è stato espresso nelle parole del Ministro della Difesa italiano Guido Crosetto che ha dichiarato, lo scorso agosto, che Israele “ha perso la sua sanità mentale e la sua umanità”.

Malgrado ciò le armi italiane hanno continuato ad affluire in Israele. Anche quando Roma ha deciso di non inviare nuove armi a Tel Aviv, i vecchi contratti militari precedentemente firmati con il gigante italiano delle armi Leonardo sono stati comunque onorati, nonostante il fatto che queste armi fossero state utilizzate direttamente nel genocidio israeliano a Gaza.

Meloni non solo ha “onorato” l’impegno del Paese nei confronti di Israele a spese di centinaia di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, ma anche a spese della Costituzione progressista italiana che afferma che “l’Italia rifiuta la guerra come strumento di aggressione alla libertà degli altri popoli”.

D’altra parte, la società italiana, almeno per un po’, è rimasta confusa e apparentemente docile di fronte ai crimini israeliani e al sostegno del suo governo al genocidio in corso. La sua apparente docilità non rifletteva necessariamente la mancanza di interesse del popolo italiano per gli eventi al di fuori dei propri confini. Era piuttosto il riflesso di tre importanti fattori politici e storici che vale la pena sottolineare:

In primo luogo i media italiani si possono suddividere in due gruppi principali: i media privati, in gran parte di proprietà della famiglia del defunto Primo Ministro Silvio Berlusconi, un magnate dei media di estrema destra e stretto alleato del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e i media pubblici, vincolati ai diktat del governo. Come prevedibile, entrambi sono rimasti fedeli alla linea dell’hasbara [propaganda, n.d.t.] israeliana che criminalizza i palestinesi e assolve Israele.

In secondo luogo, la mancanza in Italia di piattaforme organizzative che in passato erano collocate all’interno delle attività dei sindacati di massa. Storicamente i potenti sindacati italiani erano direttamente collegati ai partiti politici che avevano una rappresentanza sostanziale nel parlamento italiano. Insieme sono riusciti non solo a muovere i fili della politica, ma persino a influenzare le politiche [governative, ndt] a livello nazionale e internazionale

In terzo luogo, tutto quanto precede è legato al profondo riposizionamento della politica italiana tra la Prima Repubblica del secondo dopoguerra (1948-1992) e la Seconda Repubblica, dal 1992 a oggi. Questo profondo riallineamento è stato direttamente correlato al crollo dell’Unione Sovietica, allo smantellamento del Partito Comunista Italiano – un tempo il partito comunista più potente e rilevante dell’Occidente – e all’ascesa del centrodestra.

Quest’ultimo evento non solo impose un radicale cambiamento nella politica interna italiana, ma anche nel posizionamento della sua politica estera, determinando, ad esempio, l’allontanamento da una collocazione molto più equilibrata riguardo all’occupazione israeliana della Palestina sino alla quasi completa adesione, negli ultimi anni, alle posizioni dei politici israeliani di estrema destra.

Questo abbraccio divenne più evidente durante gli anni di Berlusconi, ma ancora più accentuato nella Lega di Matteo Salvini, nota anche tra gli italiani per essere l’erede più coerente della mentalità fascista in Italia.

Ma le cose hanno iniziato a cambiare a causa dell’entità dei crimini israeliani a Gaza, alla crescente solidarietà globale per la Palestina e alla capillare mobilitazione popolare in Italia stessa dall’inizio del genocidio.

Il 22 settembre i lavoratori portuali italiani hanno guidato uno sciopero nazionale contro la guerra a Gaza e le spedizioni di armi in Israele. L’azione si basava su una lunga storia di resistenza dei lavoratori alla militarizzazione, soprattutto nei porti ripetutamente utilizzati per il trasporto di armi. Organizzata da sindacati di base e reti di solidarietà, la mobilitazione ha evidenziato un ampio rifiuto da parte dei lavoratori di essere complici delle politiche governative che sostengono la guerra e il genocidio.

Improvvisamente i sindacati italiani sono tornati in piazza, non solo per negoziare salari migliori, ma per rivendicare la loro posizione di avanguardia della solidarietà in patria e all’estero. Le conseguenze di questo evento da sole potrebbero inaugurare un cambiamento radicale nell’atteggiamento politico del popolo italiano.

Rifiutandosi di riconoscere lo Stato di Palestina il governo Meloni e il suo capo si pongono in netta contrapposizione alle aspirazioni del loro stesso popolo di ogni estrazione politica e ideologica. Questo potrebbe costare caro a Meloni nelle future elezioni.

L’Italia è ora sull’orlo di un altro momento storico, il cui esito potrebbe o radicare ulteriormente il Paese nell’estrema destra o riportarlo su una posizione molto più coerente con la sua storia radicale di antifascismo, mobilitazione sociale e resistenza internazionalista.

Indipendentemente da dove oscillerà il pendolo della storia, non si può negare che ciò che sta accadendo in Italia in questo momento sia nulla di meno di una vera e propria rivolta politica, un’Intifada.

Il Dr. Ramzy Baroud è giornalista, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo prossimo libro, “Before the Flood”, sarà pubblicato da Seven Stories Press. Tra i suoi altri libri figurano “Our Vision for Liberation [La nostra visione per la liberazione]”, “‘My Father was a Freedom Fighter [Mio padre era un combattente per la libertà]” e “ The Last Earth [L’ultima Terra]”. Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsettti)




Il ‘tempo dei miracoli’ della destra israeliana è finito. I palestinesi non stanno andando da nessuna parte

Meron Rapoport

2 ottobre 2025 – +972 Magazine

Benché per molti versi problematico, il piano in 20 punti di Trump per porre fine alla guerra di Gaza sembra segnare la fine delle fantasticherie di espulsione del governo.

Dovremmo saperne di più prima di prendere sul serio qualunque cosiddetta proposta di pace presentata dal presidente USA Donald Trump insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ma, mentre il mondo aspetta la risposta di Hamas al piano di Trump in 20 punti per porre fine alla guerra a Gaza, reso pubblico lunedì al momento della conferenza stampa dei due, è possibile incominciare a delineare alcune iniziali conclusioni su quanto tutto ciò significa per Israele e i palestinesi.

Tuttavia prima di ogni discussione su chi “ha vinto” o “perso” negli scorsi due anni non dobbiamo dimenticare il semplice fatto che se questo accordo sarà applicato alla lettera il genocidio finirà, la distruzione di Gaza si fermerà, gli aiuti umanitari entreranno impedendo altre morti per fame, tutti gli ostaggi israeliani rimasti verranno rilasciati insieme a migliaia di palestinesi detenuti con o senza accuse nelle prigioni israeliane e i soldati israeliani non saranno più uccisi in missione in una guerra insensata e criminale.

C’è una quantità di elementi di confusione e contraddittorietà sia nel discorso di Trump che nella proposta scritta, mentre alcuni dei Paesi che inizialmente hanno appoggiato il testo stanno già prendendone le distanze dopo le modifiche dell’ultimo minuto di Netanyahu. Ma i punti fondamentali sono praticamente gli stessi che hanno caratterizzato i negoziati sul cessate il fuoco a partire da ottobre 2023: il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio della fine della guerra e del rilascio di prigionieri palestinesi, un graduale ritiro israeliano da Gaza, la rinuncia al potere da parte di Hamas e l’ingresso di una forza di sicurezza multinazionale con il coinvolgimento di diversi Stati arabi.

Dopo la morte stimata di 100.000 palestinesi e la maggior parte delle città di Gaza rase al suolo ogni espressione di “vittoria” per Hamas sarebbe del tutto assurda. Ma questa proposta non è nemmeno una vittoria per Israele, certo non per Netanyahu ed i suoi partner di governo, le cui ambizioni di ripulire Gaza dalla sua popolazione palestinese sono da molto tempo esplicite.

Non era neanche passata una settimana dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre che il Ministero dell’Intelligence di Israele (in qualche modo impotente), guidato da Gila Gamliel del partito Likud di Netanyahu, pubblicò un piano ufficiale che auspicava l’evacuazione di 2.3 milioni di abitanti di Gaza. L’esercito iniziò ad attuare una politica di distruzione di interi quartieri per impedire il ritorno degli sfollati nel breve tempo e questo divenne il suo principale modus operandi a partire dal cosiddetto “Piano dei Generali” della fine del 2024.

Il risultato è che la maggior parte di Khan Younis nel sud insieme a Beit Hanoun, Beit Lahiya ed ora parti di Gaza City nel nord non esistono più, essendo state completamente rase al suolo e la loro popolazione compressa in un’area di solo il 13% della terra della Striscia.

Dal momento in cui Trump ha presentato il suo piano per la “Riviera di Gaza” nel febbraio di quest’anno la pulizia etnica, definita “migrazione volontaria” o semplicemente espulsione, è diventata il programma di azione centrale del governo israeliano. Netanyahu ne ha parlato esplicitamente. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha creato un’ “amministrazione dei trasferimenti” per sviluppare i piani per implementarla. Funzionari israeliani e americani sono andati in giro per trovare Paesi che fossero disposti ad accettare grandi numeri di rifugiati palestinesi.

L’esercito ha presentato “l’allontanamento della popolazione” come uno degli obiettivi dell’ “Operazione Carri di Gedeone” lanciata a marzo e si è vantato dei convogli di centinaia di migliaia di persone scacciate da Gaza City nelle ultime settimane come di un risultato dei “Carri di Gedeone II”. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sostenuto di stare già spartendo le proprietà immobiliari di Gaza con l’amministrazione Trump, dato che una “vittoria decisiva” sui palestinesi sembrava alla portata. Per la destra israeliana era, come ha affermato lo scorso anno il Ministro delle Colonie e delle Missioni Nazionali Orit Strook, “un tempo di miracoli”.

Nel piano in 20 punti della Casa Bianca molto è stato lasciato nell’ambiguità, ma quando si tratta della questione della migrazione il linguaggio è inequivocabile. “Nessuno verrà costretto a lasciare Gaza e chi intende andarsene sarà libero di farlo e libero di ritornare”, recita l’articolo 12. “Incoraggeremo le persone a rimanere e offriremo loro l’opportunità di costruire una Gaza migliore.”

Il “tempo dei miracoli”, quell’opportunità unica in un secolo di eliminare i palestinesi da Gaza una volta per tutte, è finito. Bastonati e malconci, i gazawi restano lì.

L’articolo 16 inoltre stabilisce che “Israele non occuperà o annetterà Gaza”. Accanto ai commenti di Trump della scorsa settimana che implicano che l’annessione della Cisgiordania per il momento non è sul tavolo dei negoziati, la lista dei desiderata del governo si sta velocemente dissolvendo.

Inoltre il vertiginoso voltafaccia del portavoce di Netanyahu sui media della destra – dall’euforia per l’imminente espulsione al fervente appoggio al patto anti-trasferimento di Trump – nasce non solo dalla volontà di esaltare il primo ministro prima in vista di elezioni anticipate che molti prevedono per il prossimo anno; può anche nascere dal tardivo riconoscimento che una deportazione di massa semplicemente non è attuabile.

I fatti sono che l’Egitto non permetterà nessun trasferimento forzato nel Sinai e non un solo Paese ha concordato di accettare centinaia di migliaia di rifugiati palestinesi. Anche se Israele riuscisse a distruggere Gaza City e spingere tutti i restanti abitanti ad Al-Mawasi nel sud, sarà comunque “impantanato” con 2 milioni di palestinesi e con un livello di isolamento internazionale un tempo considerato impossibile.

Sembra che molti in Israele, anche tra i sostenitori di Netanyahu, stiano ora realizzando che sia meglio chiudere il capitolo Gaza e dichiarare vittoria piuttosto che continuare a finanziare una campagna militare senza un chiaro punto finale e con obbiettivi che non potranno mai essere raggiunti.

Via il blocco, sì allo Stato?

Hamas e i palestinesi in generale non sono certo felici della nuova proposta, e per buone ragioni. Con l’eccezione di un iniziale e limitato ripiegamento delle forze israeliane, non ci sono date o garanzie per i successivi ritiri. Questo lascia aperta la porta ad Israele per dire che le sue condizioni non sono state rispettate e che perciò continuerà ad occupare grandi parti di Gaza. La proposta comprende anche la “demilitarizzazione” della Striscia e la distruzione di tutte le infrastrutture militari, il che significa che nessun gruppo armato palestinese sarà in grado di respingere l’aggressione israeliana.

A livello politico l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non tornerà a Gaza fino a che non abbia attuato un “programma di riforme” la cui durata è rimasta indefinita. Lo scollamento da lungo tempo esistente tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania continuerà quindi indefinitamente e Gaza stessa verrà posta sotto una specie di gestione fiduciaria americano-britannica. Hamas lascerà tutti i poteri di governo ed i suoi leader “che si impegneranno ad una coesistenza pacifica” otterranno l’amnistia e un transito sicuro qualora volessero lasciare la Striscia.

In quanto organizzazione nata sull’idea di “resistenza” sarà molto arduo per Hamas accettare ciò che inevitabilmente sarà percepito come una resa. Potrebbe respingere l’accordo proprio per questo motivo.

Ma qui le cose si complicano un po’. La Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) preconizzata nel testo somiglia molto a qualcosa che il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ed anche alcuni governi europei hanno richiesto da due decenni per proteggere i palestinesi da Israele. Israele non si è mai degnato di commentare quelle proposte: adesso Netanyahu presenta l’idea come un risultato storico.

Non è ancora chiaro che forma avrà l’ISF, di quali poteri godrà e come funzionerà il suo coordinamento con l’esercito israeliano. Ma è certo che includerà soldati stranieri – dal Pakistan, dall’Indonesia e forse dall’Egitto – accanto alla polizia locale palestinese.

Non per niente Netanyahu ha preferito che fosse Hamas a governare Gaza: sapeva che non aveva appoggi internazionali perciò lui poteva sganciare bombe sulla Striscia quando voleva. Sarà molto più difficile agire con la forza contro soldati pachistani che hanno alle spalle una potenza nucleare. Il Capo di Gabinetto israeliano Yossi Fuchs può continuare a vantare che Israele manterrà il totale controllo della sicurezza su Gaza, ma il testo afferma altro. In nessuno degli articoli vi è l’ipotesi che le forze israeliane potranno operare in aree sotto il controllo dell’ISF.

Inoltre la Striscia di Gaza è stata sotto assedio israeliano per quasi venti anni. Se attuato, il piano di Trump coinvolgerà la creazione di un cosiddetto “Comitato di Pace” con a capo lo stesso presidente USA e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, che significa che il blocco terminerà davvero. In base alla proposta non solo gli aiuti entreranno a Gaza almeno nella misura concordata nel cessate il fuoco di gennaio di quest’anno (600 camion al giorno), ma “l’ingresso e la distribuzione degli aiuti procederà senza interferenze delle due parti attraverso le Nazioni Unite e le loro agenzie e la Mezzaluna Rossa”, segnando la fine del letale meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Mentre molti osservatori hanno sottolineato che il “Comitato di Pace” ha più di un sentore di governo coloniale, tutto in questo meccanismo – dalle forze di sicurezza all’amministrazione locale e, cosa più importante, ai finanziamenti – coinvolge i palestinesi accanto a personale di altri Stati arabi e musulmani. Se quei Paesi saranno insoddisfatti di ciò che vedono, questa amministrazione di transizione si sgretolerà.

E Blair può giustamente essere biasimato per la mortale guerra in Iraq e le sue disastrose conseguenze, ma è difficile immaginare che con la sua nuova brillante immagine consenta che l’esercito israeliano decida se permettere o no l’ingresso di ortaggi o farina nel suo piccolo emirato a Gaza. Analogamente, prima del 2023 il blocco israeliano rese virtualmente impossibile ai palestinesi lasciare la Striscia, a volte addirittura pretendendo che rinunciassero alla loro residenza come condizione per ottenere un permesso di uscita o si impegnassero a non ritornare per almeno un anno. In base alla nuova proposta ingressi e uscite non avranno impedimenti.

E poi c’è la questione dello Stato palestinese. Su questo il testo non potrebbe essere più vago: “In base all’avanzamento della ricostruzione di Gaza e quando il programma di riforme dell’ANP fosse portato fedelmente avanti, potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese”, sancisce il penultimo articolo.

Il programma di riforme, è scritto, si baserà sulle proposte già presenti nell’ “Accordo del Secolo” di Trump del 2020 e nella più recente iniziativa franco-saudita, che includono riferimenti all’interruzione dei pagamenti dell’ANP alle famiglie dei prigionieri (cosa già avvenuta), alla modifica del curriculum nelle scuole dell’ANP sotto la supervisione europea (anch’essa già avvenuta in passato) e all’indizione di libere elezioni, cosa che i palestinesi chiedono da anni.

Se le decisioni relative a quanto “fedelmente” sia realizzato questo programma di riforme e in quale momento “possano finalmente verificarsi le condizioni” per andare verso lo Stato vengono lasciate nelle mani di Israele, il percorso verso uno Stato palestinese resterà senza dubbio precluso per sempre. Di certo Netanyahu ha già iniziato a raccontare ai suoi sostenitori che in nessun modo questo accordo porterà all’indipendenza dei palestinesi.

Ma se tali decisioni faranno capo al “Comitato di Pace” di Blair e Trump, insieme alla forza di sicurezza multinazionale, le cose potranno essere abbastanza differenti. E se loro decideranno che l’ANP ha rispettato le principali condizioni, Netanyahu si troverà di fronte al fatto di aver firmato un accordo che si impegna ad un “percorso credibile” verso uno Stato Palestinese.

Cambio di paradigma

Netanyahu cercherà di presentare l’accordo come una specie di ritorno al 6 ottobre 2023, alla politica della “gestione del conflitto” che era sostenuta con uguale forza dai leader di opposizione Yair Lapid e Naftali Bennet. Ma quella politica si basava sull’idea che la comunità internazionale, e specialmente gli Stati del Golfo, fossero d’accordo a stringere i legami con Israele ignorando e isolando i palestinesi.

Oggi sembra che la situazione sia completamente diversa. Dopo il bombardamento di Israele sul Qatar gli Stati arabi, compresi quelli del Golfo, sembra siano giunti alla conclusione che Israele sia una costante minaccia alla loro stabilità e che l’unico modo per stabilizzare il Medio Oriente passi attraverso la creazione di uno Stato palestinese, non per solidarietà con i palestinesi, ma perchè preoccupati per sé stessi. La recente ondata di riconoscimenti diplomatici di uno Stato palestinese mostra che la comunità internazionale è in maniera schiacciante della stessa opinione.

La solidarietà mondiale con la Palestina non si prevede scomparirà presto, come evidenziato questa settimana dall’esplosione di manifestazioni di solidarietà con la Sumud Flotilla che tentava di rompere il blocco navale. Di conseguenza Netanyahu, o chiunque gli succeda se perdesse le elezioni, potrebbe essere in procinto di scoprire che ciò che funzionava prima dell’ottobre 2023 non è più possibile.

E’ troppo presto per dire se questo cambiamento del programma di lunga data della destra israeliana provocherà lo stesso genere di crisi di quella causata dal “disimpegno” del 2005 da Gaza, ma certamente è una possibilità. Resta da vedere quale tipo di paradigma lo sostituirà.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

Meron Rapoport è un redattore di Local Call

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)





Opinioni | Come regista israeliano ringrazio tutti coloro che boicottano le mie opere

Barak Heymann

30 settembre 2025 – Haaretz

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele danneggerà non solo i fascisti, ma anche le persone buone e coraggiose. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per porre fine a un genocidio.

Quanto è stata grande la delusione e quanto profonda la rabbia di alcuni miei colleghi della comunità del cinema e televisione israeliani nel leggere la lettera promossa e redatta dalle note documentariste Ada Ushpiz e Yulie Cohen e firmata da oltre 50 artisti israeliani!

La lettera intende trasmettere un messaggio inequivocabile e chiaro, anche se complesso e sorprendente, a tutti coloro che in questo momento stanno boicottando Israele. Il messaggio? Siamo con voi fino in fondo!

Lo Stato di Israele, attraverso il suo esercito, nel quale prestano servizio i nostri figli, nipoti, vicini, studenti, e con l’aiuto del denaro proveniente dalle tasse che tutti noi paghiamo, sta attualmente massacrando un’altra nazione. La sta annientando, e sta condannando chiunque non sia ancora stato ucciso a una vita di esilio perpetuo. E non mostra alcuna intenzione di fermarsi. Al contrario: più Israele uccide, più diventa assetato di sangue. Il numero dei morti nella Striscia di Gaza è equivalente, in proporzione, a 10 milioni di abitanti degli Stati Uniti. Un olocausto.

Più di 65.000 neonati, bambini, donne, uomini e anziani nella Striscia di Gaza sono stati uccisi dai nostri figli migliori”, e sempre più palestinesi stanno esalando il loro ultimo respiro in questo preciso momento a causa delle malattie, dopo che gli ospedali in cui erano in cura sono stati bombardati dai piloti dellaeronautica militare. Oppure stanno morendo di sete e di fame, in conseguenza della campagna di vendetta e punizione collettiva che Israele sta imponendo a tutti i palestinesi della Striscia, senza pietà e indiscriminatamente.

A causa di questo orrore, che nulla al mondo può giustificare, nemmeno il terribile massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre, all’estero sempre più istituzioni israeliane sono ormai oggetto di una rabbia feroce. Cosa c’è di più naturale del boicottaggio di qualsiasi istituzione pubblica sostenuta dal sanguinario governo dello Stato di Israele e dell’ostracismo di qualsiasi opera finanziata dalla sadica organizzazione terroristica chiamata governo di Israele, guidata da mafiosi [in italiano nel testo, ndt.] assetati di sangue? Cosa c’è di più ovvio dell’onorare, rispettare e incoraggiare chiunque si rifiuti di legittimare i parassiti genocidi e di normalizzare i crimini ripugnanti dello Stato di Israele collaborando con i suoi alleati?

Sono un documentarista e, per finanziare i miei film, ho fatto domanda – e continuo a farloper ottenere i fondi cinematografici locali. In questo modo, anche se a volte ciò avviene loro malgrado e in contrasto con la visione del mondo di molti dei responsabili, finisco anchio, insieme a loro, per essere parte del sostegno al governo israeliano. Abbraccio tutti coloro che scelgono di non proiettare i miei film, e li ringrazio per questo.

Ciò è chiaro e ovvio, nonostante la complessità e la contraddizione interna che ne deriva. Dopo tutto, l’utilità dei nostri film, come ben spiegato da Cohen e Ushpiz, è insignificante di fronte al colossale disastro di cui il nostro Paese è responsabile, e non abbiamo né il diritto né la possibilità di negare la nostra parte di partecipazione a questo inferno. È nostro dovere accettarne la responsabilità.

Trovo quindi sconcertante il teatrino che si è svolto la scorsa settimana all’interno della comunità cinematografica locale, dopo che uno dei suoi membri ha pubblicato su Facebook un post meschino, mendace e manipolatorio in cui attaccava coloro che avevano firmato la lettera. Il nostro unico obiettivo era quello di rafforzare la posizione delle migliaia di artisti internazionali che hanno recentemente dichiarato che, alla luce dell’olocausto che Israele sta perpetrando a Gaza e in Cisgiordania, boicotteranno ogni istituzione israeliana in quanto tale e ogni casa di produzione israeliana che sostiene il genocidio e l’apartheid”.

Non c’è dubbio che il boicottaggio culturale di Israele, che non solo comprendo, ma incoraggio (come parte di ogni opposizione al genocidio che Israele sta compiendo), danneggerà non solo i fascisti e i collaboratori del regime sionista, ma anche persone valide e coraggiose, come le donne che hanno promosso la lettera e coloro che l’hanno firmata. E allora? È un piccolo prezzo da pagare per chiunque ritenga necessario fare tutto il possibile per fermare il genocidio, e non c’è altra alternativa che pagare quel prezzo, nonostante il disagio che comporta.

Anch’io – da persona che non usa mezzi termini né esita a esprimere pubblicamente la propria opinione, che si oppone con tutta se stessa al servizio militare nell’IDF, aspira al crollo dell’entità sionista così come è attualmente costituita, e i cui migliori amici nell’industria cinematografica locale sono tra i critici più severi dello Stato di Israele – sono favorevole al boicottaggio dei miei film, fintanto che il Paese che li finanzia continuerà a uccidere una nazione, a trasferire popolazioni, ad aggravare l’apartheid e a diffondere odio, sangue e morte.

Dopo tutto, non è possibile separare le istituzioni e le produzioni ideologicamente contrarie al regime e ai suoi crimini da quelle che lo sostengono, mentre cercano di rimanerne indenni. Non è realistico. Chiunque si opponga al genocidio perpetrato da Israele non ha la possibilità di fare una distinzione del genere e si rapporta allo stesso modo con chiunque utilizzi il denaro dello Stato. Ci aspettiamo davvero che qualcuno dedichi risorse ed energie a fantomatici esami di ammissione al movimento internazionale per il boicottaggio? No, è semplicemente irrealistico.

Il compito più urgente in questo momento è fermare immediatamente il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato di Israele e garantire che il mondo intero sia consapevole di questo crimine, affinché presti attenzione e agisca per fermarlo. Quasi tutti i mezzi sono leciti per raggiungere questo nobile obiettivo, compresa una petizione che chiede il boicottaggio delle istituzioni ufficiali israeliane.

Ci siamo guadagnati questo boicottaggio a pieno titolo, poiché noi, che lo vogliamo o no, per scelta o per imposizione, siamo parte di questo crimine. Pertanto è nostro dovere morale sostenere chiunque si opponga e miri a fermarlo. Anche se questo va contro i nostri interessi personali, e anche se alcuni dei nostri bambini (film) di sinistra e umanisti verranno gettati insieme all’acqua sporca dei nostri avversari. Cosa è questo rispetto alle migliaia di bambini (bambini umani, reali) che Israele sta uccidendo da quasi due anni?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli italiani ci hanno regalato un sorriso a Gaza

Eman Abu Zayed

Scrittrice palestinese di Gaza

28 settembre 2025 – Al Jazeera

 

Lunedì scorso ero per strada a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, cercando di prendere la linea internet, qualcosa che è diventato quasi impossibile a Gaza. La nostra casa era stata appena bombardata per la terza volta nel corso della guerra ed eravamo stati costretti a fuggire per la decima volta. Avevo di nuovo perso tutto.

Il mio cuore era pieno di angoscia e tutto intorno a me mi ricordava la perdita che ci aveva colpiti.

Quando finalmente sono riuscita a connettermi il mio telefono è stato inondato da video, foto e messaggi audio dall’Italia. Ho visto masse di gente in marcia nelle strade, sventolando bandiere palestinesi e inneggiando insieme per la nostra libertà. Ho visto piazze piene di striscioni con la scritta “Fermare la guerra” e “Palestina libera” e volti che mostravano un misto di rabbia e speranza. Cercavano di mandarci un messaggio: vi ascoltiamo, siamo con voi.

Ho provato un’immensa gioia.

Era la prima volta che vedevo manifestazioni pro Palestina di questa grandezza ed impatto. I sindacati di base italiani avevano convocato uno sciopero di 24 ore e gli italiani hanno risposto in massa. In più di 70 città italiane le persone sono scese in piazza per dimostrarci che si preoccupano per Gaza, che sostengono la nostra causa, che vogliono una fine immediata del genocidio.

Non si trattava di una nazione musulmana o a maggioranza araba: si trattava di un Paese occidentale, il cui governo rifiuta di riconoscere uno Stato palestinese e continua a sostenere Israele. Eppure il popolo italiano ha marciato per noi per esprimere la sua solidarietà.

Questa mobilitazione dimostra che la solidarietà per i palestinesi non si limita a chi ci è vicino per lo stesso retroterra culturale, ma si estende alle persone di tutto il mondo, anche in luoghi dove le elite politiche continuano a sostenere Israele.

A Gaza queste immagini della solidarietà italiana si diffondono di telefono in telefono, portando un raggio di speranza tra le macerie, la fame e le bombe. La gente ha trasmesso questi video sulle chat, guardando con stupore le masse italiane. Queste immagini e questi video hanno dipinto un raro sorriso su tanti volti palestinesi. Si è insinuata la sensazione che non siamo completamente abbandonati, che il mondo esterno si sta mobilitando per fermare la guerra.

Durante la scorsa settimana ho anche seguito da vicino la Sumud Flotilla che si stava dirigendo verso Gaza. Il governo italiano ha fatto enormi pressioni sulla delegazione di 50 cittadini italiani perché desistessero. La maggioranza di loro ha rifiutato e ora sono a bordo di diverse navi che si dirigono verso di noi.

Sono anche stata in grado di comunicare con alcuni giornalisti a bordo della nave, che mi hanno detto parole piene di incoraggiamento e speranza, assicurandoci che non siamo soli e che c’è chi continua a lottare per noi, nonostante le distanze e i rischi.

Le manifestazioni e la flotilla non sono state il solo raggio di speranza che mi ha raggiunta dall’Italia. A giugno, dopo aver letto alcuni miei articoli, due italiani, Pietro e Sara, e Fadi, un palestinese che vive in Italia, mi hanno aiutata.

Il loro sostegno non si è limitato alle parole, è stato tangibile. Mi hanno aiutata a diffondere i miei scritti in modo che raggiungessero più persone. Inoltre mi hanno costantemente seguita, chiedendomi di me e della mia famiglia e inviandomi messaggi di speranza e incoraggiamento.

Ad agosto con l’aiuto dei miei amici sono riuscita a pubblicare la mia storia personale sul quotidiano italiano Il Manifesto, condividendo la nostra sofferenza e resilienza con migliaia di lettori.

Prima della guerra non conoscevo molto dell’Italia. Sapevo che è un bel Paese con una storia interessante e una popolazione amichevole. Ma non mi sarei mai aspettata di vedere gli italiani mobilitarsi per la Palestina, scendendo in piazza in tantissimi per sostenerci.

Oggi provo ammirazione e stima per gli italiani. La loro partecipazione alle manifestazioni, il loro appoggio personale e il loro ruolo in iniziative come la Sumud Flotilla mi hanno davvero fatto sentire che la nostra causa non è lontana dal cuore delle persone di tutto il mondo, che la solidarietà internazionale non è fatta solo di parole, ma di azioni concrete.

Spero di vedere manifestazioni simili in altri paesi, per sentire che il resto del mondo vede davvero la nostra sofferenza e sostiene il nostro diritto alla vita, alla libertà e alla dignità.

Al popolo italiano e a tutti gli altri che si mobilitano per Gaza voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, voi riempite di gioia i nostri cuori.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Eman Abu Zayed è una scrittrice palestinese di Gaza e una studentessa in traduzioni

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)