Prima non c’erano innocenti a Gaza. Adesso l’IDF sta applicando la stessa politica in Cisgiordania

Gideon Levy

28 giugno 2026 – Haaretz

Il 7 ottobre, che ha giustificato un genocidio a Gaza, ha eliminato ogni ritegno anche in Cisgiordania. Adesso la sentenza che non ci sono civili innocenti è stata applicata anche ai palestinesi della Cisgiordania

Il 7 ottobre ha sconvolto la Cisgiordania.

Come in Israele, niente è come era prima del 7 ottobre tra Jenin e Hebron. E’ un’occupazione con nuove regole, più crudele di sempre. Il 7 ottobre non è stato sparato un solo colpo dai palestinesi in Cisgiordania, e neppure nella maggior parte dei tanti giorni seguenti, eppure vengono puniti da Israele come non lo sono mai stati dalla Nakba.

La sentenza secondo cui non ci sono civili innocenti nella Striscia di Gaza è stata applicata anche agli abitanti della Cisgiordania, cosa per cui è consentito e necessario fare loro violenza più che mai. La Cisgiordania da parte sua sta rispondendo con una totale impotenza, come accadde ai suoi abitanti nel 1967.

Dal 7 ottobre Israele ha adottato una politica di vessazioni continue e

crescenti, nonostante il lungo periodo trascorso da allora. La punizione della Cisgiordania si sta configurando come un ergastolo. I suoi abitanti si sono comportati perfettamente per quanto riguarda Israele, sottomessi, sanguinanti e senza leadership. Non hanno espresso alcuna significativa opposizione a ciò che si sta facendo ai loro fratelli a Gaza, ma questo non li ha aiutati. La loro colpa era e resta il fatto che sono palestinesi. Terrorismo o no, sono sempre colpevoli.

Il 7 ottobre, che ha reso possibile un genocidio a Gaza, ha anche spento ogni ritegno in Cisgiordania. Mentre Israele piangeva i suoi morti e i suoi ostaggi i coloni sono stati veloci a cogliere un’opportunità d’oro. Con la loro astuzia hanno capito che era arrivato il momento per cui avevano pregato per tutti quegli anni: una grande guerra motivata da un desiderio di vendetta, con la cui copertura si può fare qualunque cosa.

La rivoluzione in Cisgiordania è avvenuta lungo diversi binari, ben pianificati e coordinati, soffocando i suoi abitanti in tutti i modi. Ciò ha comportato mosse draconiane che non sono cambiate da allora e sono probabilmente destinate a restare per sempre. Da tutte le parti è un inferno e gli israeliani hanno distolto lo sguardo da ciò che accade a ovest della linea verde

La Cisgiordania è stata accerchiata quasi ermeticamente. Centinaia di cancelli gialli che erano stati installati all’entrata di ogni città e villaggio palestinese sono stati chiusi e sbarrati. Ad oggi non esiste una comunità in Cisgiordania che non sia sotto assedio almeno parziale. Le principali entrate in città come Nablus, Hebron e Ramallah sono state chiuse come le entrate ai villaggi e gli abitanti sono costretti a percorrere strade sterrate. Non ci sono più strade normali per i palestinesi.

Il folle assedio continua fino ad oggi. Non ha niente a che fare con la sicurezza. La settimana scorsa il consulente legale dell’esercito israeliano responsabile della Cisgiordania si è ricordato di rimarcare che l’esercito stava limitando illegalmente la libertà di movimento dei palestinesi (come ha riferito giovedì il giornalista di Haaretz Yaniv Kubovich). E’ gentile che se ne sia ricordato, ma la sua dichiarazione non cambierà nulla. I coloni vogliono strade su cui i palestinesi non possono circolare, ed è quello che otterranno.

La seconda disgrazia capitata ai palestinesi è stato il totale divieto di lavorare in Israele, che significa un totale divieto di guadagnarsi da vivere per quasi tre anni.

Anche le incursioni dell’esercito sono diventate più frequenti e arbitrarie di prima. Poi sono arrivati i pogrom. E poi le “squadre di sicurezza” dei coloni locali, un mistificante nome per le milizie dei coloni. Ogni coordinatore locale per la sicurezza è diventato un generale e ogni colono un re. Sono stati installati con la violenza circa 150 avamposti, che si sono impossessati di centinaia di migliaia di acri, più di qualunque altro programma “ufficiale” di insediamento.

E poi è arrivato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che ha trasformato le prigioni dove sono detenuti migliaia di prigionieri – alcuni dei quali innocenti, per la maggioranza prigionieri politici, molti altri detenuti senza processo – in terribili centri di tortura. Le persone vi muoiono di fame.

Inoltre l’esercito ha allentato le sue regole d’ingaggio. Dal 7 ottobre più di un migliaio di palestinesi sono stati uccisi nella tranquilla Cisgiordania, compresi oltre 200 minori. Ben pochi di loro costituivano un pericolo, se poi lo costituivano, per qualcuno. I soldati che hanno combattuto nella Striscia di Gaza, i loro invidiosi amici e gli squilibrati coloni assetati di sangue hanno tutti abbracciato le uccisioni indiscriminate come un modus operandi anche in Cisgiordania.

Tutto questo è accaduto senza che vi fosse quasi nessuna attività terroristica in Cisgiordania. Tutto questo è accaduto per oltre tre anni, senza che se ne veda la fine. Forse è ora di dire basta?

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Membro del consiglio di amministrazione della CPJ rimosso mentre l’organizzazione avvia una revisione dell’elenco dei giornalisti uccisi a Gaza

Redazione MEE

29 giugno 2026 – Middle East Eye

Nika Soon-Shiong ha chiesto perché alcuni giornalisti palestinesi siano stati esclusi dal bilancio delle vittime del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

L’editrice di Drop Site News non fa più parte del consiglio direttivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) [ONG internazionale impegnata nella difesa della libertà di stampa e dei diritti dei giornalisti, ndt.], il che implica che sia stata rimossa dopo aver messo in discussione l’esclusione di alcuni giornalisti palestinesi dal bilancio delle vittime a Gaza, come rivelato lunedì dalla stessa Nika Soon-Shiong.

“Sono stata informata di non essere più membro del consiglio direttivo del Comitato per la Protezione dei Giornalisti”, ha scritto su X, allegando l’e-mail originale in cui esprimeva le sue preoccupazioni agli altri membri del consiglio.

Interpellato in merito alla possibile relazione tra la rimozione di Soon-Shiong dal consiglio e la revisione in corso da parte dell’organizzazione, il CPJ ha dichiarato a Middle East Eye in una nota via e-mail che il suo “mandato quinquennale nel consiglio si è concluso nel giugno 2026”.

“Chiedo al consiglio di votare se procedere con questa iniziativa, data l’assenza di un obiettivo chiaro, di un piano di lavoro definito o di una valutazione dei potenziali rischi istituzionali”, ha scritto Soon-Shiong nell’e-mail, riferendosi a quella che a suo avviso sarebbe, da parte del CPJ, la mancanza di un criterio per rimuovere dal proprio bilancio delle vittime a Gaza i nomi di alcuni giornalisti palestinesi uccisi.

La proposta di escludere i giornalisti che manifestano determinati comportamenti e attività’ o che lavorano per organi di propaganda sostenuti dallo Stato, organizzazioni militanti e affiliate a gruppi terroristici designati’ è emersa dalla nostra discussione sull’articolo di Adam Kredo pubblicato su Free Beacon, in cui si sostiene che io sia troppo critica nei confronti del genocidio e dell’apartheid, ha affermato Soon-Shiong.

L’articolo è stato pubblicato il 27 maggio dal Washington Free Beacon, testata di destra, che ha definito il consiglio direttivo del CPJ “pieno di sentimento anti-israeliano e praticamente privo di voci dissenzienti”.

L’articolo cita espressamente Soon-Shiong, insieme alla giornalista filippina e premio Nobel Maria Ressa, come una “voce ferocemente anti-israeliana” che ha paragonato le azioni di Israele a Gaza a quelle della Germania nazista e ha definito la guerra nell’enclave un genocidio commesso da Israele.

Il giornalista Adam Kredo ha al suo attivo una lunga serie di articoli diffamatori contro voci filo-musulmane e filo-palestinesi.

“Le accuse di terrorismo sono diffuse e motivate politicamente per screditare giornalisti e oppositori politici”, ha scritto Soon-Shiong nella sua email al consiglio direttivo del CPJ.

“Ho apprezzato che il consiglio direttivo abbia respinto l’articolo… [ma] poiché le accuse infondate diventeranno sempre più comuni non di meno il CPJ deve sforzarsi di stare al di sopra delle polemiche”, ha affermato.

“Riaprire la questione di ‘chi è un giornalista’ ha profonde implicazioni per le persone che il CPJ protegge e per le organizzazioni a cui sono affiliate. È un tradimento nei confronti dei nostri colleghi di Gaza, che hanno affrontato il conflitto più letale per i giornalisti mai registrato.”

L’eccezione palestinese

Mohammed el-Kurd, corrispondente dalla Palestina per la rivista The Nation [la più antica rivista statunitense, di impostazione progressista, ndt.], ha dichiarato domenica a X che fonti interne al CPJ gli hanno riferito che l’organizzazione intende procedere ad una modifica formale della definizione di giornalista nel tentativo di escludere i giornalisti palestinesi e libanesi che lavorano per organi di informazione finanziati dallo Stato.

“I giornalisti israeliani, americani e ucraini che lavorano per organi di informazione finanziati dallo Stato o che sono integrati nell’esercito continueranno a essere riconosciuti come giornalisti”, ha scritto.

I principali media statunitensi e canadesi si sono in gran parte affidati al CPJ per ottenere un conteggio affidabile dei giornalisti palestinesi e libanesi uccisi da Israele, soprattutto perché la maggior parte sceglie di non citare come fonti le organizzazioni locali o i ministeri della salute competenti.

Tuttavia la scorsa settimana il CPJ ha annunciato di aver avviato una “revisione completa del suo database di giornalisti uccisi durante la guerra tra Israele e Gaza, dopo che i gruppi militanti Hamas e Jihad islamica palestinese hanno pubblicato necrologi che identificavano come combattenti individui precedentemente elencati dal CPJ come giornalisti”.

Di conseguenza 20 giornalisti palestinesi sono stati rimossi dal conteggio del CPJ, che ora si attesta a 209 morti. La revisione completa sarà ultimata entro il mese prossimo.

Per fare un confronto, la cifra indicata dal Sindacato dei giornalisti palestinesi (Palestinian Journalists’ Syndicate) supera di gran lunga i 270.

Nella sua email al CPJ Soon-Shiong ha affermato di avere “seri interrogativi” sulla portata della revisione.

Ha chiesto perché Hamas e Jihad islamica siano state le uniche organizzazioni identificate, soprattutto considerando che le forze israeliane sono state accusate di crimini di guerra e che diversi giornalisti statunitensi che lavorano per importanti testate giornalistiche hanno impiegato reporter arruolati nell’esercito israeliano.

Cosa dovrebbe succedere a testate come The Atlantic, LA Times o la BBC, che hanno redattori che hanno prestato servizio attivo nellesercito israeliano? Il CPJ non può presentarsi in modo credibile come giudice obiettivo per stabilire chi sia un giornalista legittimo e chi meriti protezione, ha affermato Soon-Shiong riferendosi allesercito israeliano.

Nella sua dichiarazione inviata via e-mail a MEE lunedì il CPJ ha affermato di «non aver modificato la sua abituale metodologia, applicata a tutte le zone di conflitto nel mondo», né di aver «modificato il modo in cui classifica i giornalisti».

«La nostra politica di lunga data prevede l’inclusione di giornalisti che lavorano per media sostenuti dallo Stato e di quelli che lavorano per organizzazioni mediatiche affiliate a gruppi militanti, a condizione che non siano coinvolti in combattimenti o incitamenti alla violenza che possano determinare conseguenze imminenti. Ciò è coerente con il diritto internazionale umanitario», ha dichiarato l’organizzazione in risposta alle domande di MEE.

«Se dovessimo stabilire che un individuo è stato un combattente attivo o ha fomentato una azione violenta imminente verrebbe rimosso dalla nostra lista indipendentemente dall’affiliazione della sua testata».

Nika Soon-Shiong è la figlia del miliardario proprietario del Los Angeles Times. È entrata a far parte del consiglio di amministrazione del CPJ nel 2021 e ha assunto la direzione del sito di informazione indipendente Drop Site lo scorso anno.

Drop Site, fondato dai noti giornalisti Jeremy Scahill e Ryan Grim, ha prodotto alcuni dei reportage più trascurati sul genocidio israeliano a Gaza e sui meccanismi della politica palestinese, grazie alle sue numerose interviste con diversi funzionari di Hamas e della Jihad islamica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU sostiene che Israele perpetra il genocidio mirando ai bambini palestinesi

Redazione di Middle East Monitor

23 giugno 2026 Middle East monitor

Secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato martedì Israele continua a commettere genocidio e altri crimini atroci prendendo deliberatamente di mira i bambini palestinesi.

“Le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi macchiandosi di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella Striscia di Gaza e di crimini di guerra in Cisgiordania”, si legge nel rapporto pubblicato dalla Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est, e Israele.

La Commissione ha affermato di aver concluso lo scorso anno che Israele ha operato un genocidio contro i palestinesi a Gaza, e ha constatato che l’intensità e la sistematicità delle operazioni militari israeliane sono continuate causando morti, feriti e traumi senza precedenti tra i bambini palestinesi.

“Il deliberato attacco ai bambini è uno degli elementi chiave che dimostrano l’intento genocida delle autorità e delle forze di sicurezza israeliane nel distruggere, in tutto o in parte, il popolo palestinese a Gaza”, ha affermato la Commissione.

“Le prove dimostrano che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”, ha dichiarato Srinivasan Muralidhar, presidente della Commissione.

“Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 i bambini continuano a essere uccisi e gravemente feriti, con il continuo disprezzo da parte di Israele per il cessate il fuoco e per la protezione dovuta ai bambini palestinesi secondo il diritto internazionale”, ha aggiunto.

“Bambini palestinesi sono stati arrestati e sottoposti a torture e altre gravi forme di maltrattamento nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani, senza che fossero rilasciate informazioni sulla loro ubicazione”, ha concluso la Commissione.

“Le forze di sicurezza israeliane hanno usato anche violenza sessuale contro i bambini come parte di un processo collettivo di umiliazione e oppressione, radicato in un esteso modello etnico, di genere e intergenerazionale di occupazione e aggressione israeliane”, aggiunge il rapporto.

Il documento afferma che gli attacchi israeliani contro i centri di assistenza neonatale e materna a Gaza hanno danneggiato direttamente la sopravvivenza dei neonati e il futuro riproduttivo dei palestinesi, causando un aumento degli aborti spontanei, delle malformazioni congenite e di vulnerabilità permanenti tra i neonati.

“La fame imposta da Israele attraverso il blocco e l’assedio ha ulteriormente causato la morte di bambini palestinesi e ha gravemente compromesso la salute di molti altri, privandoli di un’alimentazione essenziale e aumentando il rischio di malattie in un contesto di ridotta copertura vaccinale, insicurezza alimentare e servizi sanitari distrutti”, prosegue il rapporto.

“Anche se le bombe e le armi tacessero a Gaza e in Cisgiordania, i bambini palestinesi non si riprenderebbero semplicemente da un giorno all’altro”, ha affermato Muralidhar. “La distruzione della loro salute, istruzione e sviluppo è irreversibile”.

“La protezione, la cura e la sopravvivenza dei bambini palestinesi sono inseparabili dal diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese”, ha affermato Muralidhar. “Prendendo di mira i bambini, Israele attacca la capacità stessa del popolo palestinese di esistere e di determinare il proprio futuro”.

La Commissione ha dichiarato di aver identificato unità militari israeliane responsabili dell’uccisione e del ferimento di bambini palestinesi e ha formulato raccomandazioni a Israele e agli Stati membri delle Nazioni Unite per garantire che i responsabili vengano incriminati.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza dalla fine del 2025 gli attacchi israeliani hanno ucciso 1.021 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.249, in violazioni quotidiane del cessate il fuoco in vigore.

La guerra genocida di Israele contro Gaza, iniziata nell’ottobre 2023, ha causato la morte di 73.032 persone, il ferimento di oltre 173.300 e la distruzione di circa il 90% delle infrastrutture dell’enclave; le Nazioni Unite stimano che i costi di ricostruzione ammontino a circa 70 miliardi di dollari.

Dall’ottobre 2023 le città e i paesi della Cisgiordania sono stati teatro di raid israeliani quasi quotidiani, con arresti e perquisizioni domiciliari. Secondo i dati ufficiali palestinesi l’intensificarsi degli attacchi da parte dell’esercito israeliano e degli occupanti ha causato la morte di 1.173 palestinesi, il ferimento di 12.666, l’arresto di circa 23.000 persone e lo sfollamento di 33.000.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La Corte Penale internazionale deve indagare sull’uso genocidario della violenza sessuale da parte di Israele.

Triestino Mariniello e Mariagiulia Giuffré

22 giugno 2026 – Al Jazeera

Esistono sempre più prove della natura sistematica delle aggressioni sessuali contro i detenuti palestinesi.

Prima degli eventi dell’ottobre 2023 le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato per decenni accuse di violenza e abuso sessuale contro i detenuti palestinesi reclusi nelle carceri israeliane. Dall’ottobre 2023 queste organizzazioni hanno segnalato un netto aumento della frequenza e della gravità di tali violazioni, documentando violente aggressioni perpetrate da guardie carcerarie e soldati israeliani.

Il documentario di Al Jazeera recentemente pubblicato, “Bodies of Evidence” [Corpi di Reato, ndt.], offre scioccanti testimonianze personali di sopravvissuti palestinesi e ulteriori dettagli sul funzionamento interno del sistema che ha portato alla costituzione della commissione sulle torture sessuali contro donne, uomini e bambini palestinesi.

Con l’accumularsi di queste prove sta emergendo un quadro inquietante di un più ampio schema di violenza sessuale nel sistema carcerario israeliano, finalizzato all’umiliazione, al dominio, alla disumanizzazione e alla distruzione. Sembra sempre più evidente che Israele abbia utilizzato la violenza sessuale come arma nel quadro della sua campagna genocidaria contro il popolo palestinese.

Israele utilizza un vasto apparato penitenziario per controllare la popolazione palestinese occupata dal 1967. Secondo le stime, da allora oltre 750.000 palestinesi sono stati reclusi nel sistema carcerario israeliano. Attualmente nelle prigioni israeliane ci sono almeno 9.500 detenuti palestinesi, tra cui oltre 360 ​​minori. Circa 3.500 palestinesi sono imprigionati in regime di “detenzione amministrativa”, ovvero senza accusa né processo. Inoltre più di 1.300 palestinesi provenienti da Gaza sono detenuti in carceri militari.

Le testimonianze dei sopravvissuti dimostrano che gli abusi non si limitano alle prigioni ma si verificano in ogni fase della detenzione: dall’arresto durante perquisizioni domiciliari, alle irruzioni in ospedale, ai controlli ai posti di blocco o durante le operazioni militari, fino al trasferimento, all’interrogatorio, alla reclusione e alla comparizione davanti ai tribunali militari.

Di conseguenza la responsabilità è condivisa tra diversi attori all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano: l’esercito, la polizia, il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che dipende dal Ministero della Sicurezza Nazionale, e il servizio di intelligence Shin Bet, che opera sotto l’autorità del Primo Ministro.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha recentemente indicato diversi funzionari israeliani come “collaboratori” negli abusi sui prigionieri palestinesi, tra cui il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, il commissario capo, il consulente legale e il responsabile medico dell’IPS, rispettivamente: Kobi Yaakobi, Eiran Nahon, il dottor Liav Goldstein.

I detenuti palestinesi hanno denunciato di essere stati sottoposti a vari abusi: spogliazione forzata, bendaggio, ammanettamento, percosse, fame, privazione del sonno, aggressioni ai genitali, violenza sessuale, stupro con oggetti o cani, umiliazioni di fronte a soldati e altri detenuti, negazione di cure mediche e intralcio al procedimento giudiziario.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano ha iniziato ad arrestare in massa i palestinesi di Gaza e a inviarli in campi di detenzione gestiti da militari. Sde Teiman, una base militare israeliana convertita in centro di detenzione è diventata tristemente nota per gli abusi generalizzati, grazie anche ad un video trapelato che mostrava dei soldati aggredire un detenuto palestinese, video che ha suscitato una condanna internazionale ma non ha portato ad alcuna azione di accertamento delle responsabilità.

L’importanza di documentare questi ripetuti abusi risiede anche nel modello che essi rivelano. Rapporti, testimonianze di sopravvissuti e informazioni raccolte da organizzazioni per i diritti umani smentiscono l’affermazione che tali episodi siano atti isolati commessi da poche “mele marce”. Al contrario, indicano un modello più ampio di violenza sistematica perpetrata da autorità dello stato.

Dal punto di vista legale la distinzione è cruciale: un singolo atto di violenza sessuale viene trattato in modo molto diverso da aggressioni ripetute e generalizzate. Un singolo atto di violenza sessuale commesso nel contesto di un’occupazione bellica può configurarsi come crimine di guerra. Tuttavia quando tali atti sono sistematici possono costituire crimini contro l’umanità. Quando la tortura sessuale viene inflitta a membri di un gruppo protetto con l’intento di distruggere tale gruppo in tutto o in parte può anche configurarsi come genocidio.

Nei contesti genocidari la violenza sessuale ha lo scopo di attaccare l’individuo attraverso il gruppo e il gruppo attraverso l’individuo. Utilizza lo stigma come arma. Trasforma il corpo nel campo di battaglia per la distruzione del gruppo.

Le testimonianze dei sopravvissuti palestinesi mostrano chiaramente la disumanizzazione – il fondamento ideologico del genocidio – in atto. L’azione genocida inizia con un cambiamento della percezione del gruppo preso di mira. La vittima viene prima privata della sua individualità, poi della sua dignità, infine della sua umanità. Fin dall’inizio del genocidio a Gaza i palestinesi sono stati identificati come “animali umani” da alti funzionari israeliani. Di conseguenza la violenza non solo è diventata ammissibile ma addirittura incoraggiata.

Le testimonianze di soldati che ridono, filmano, applaudono, deridono e si vantano di violenze sessuali e di altro genere hanno una rilevanza giuridica. Suggeriscono non solo che gli abusi si siano verificati ma anche che siano stati normalizzati.

La Convenzione sul genocidio non definisce il genocidio solo come uccisione. Include anche il causare gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto, l’infliggere deliberatamente condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione del gruppo e l’imporre misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo.

La violenza sessuale può rientrare in queste categorie. Non è necessario che comporti la sterilizzazione per essere rilevante ai fini del divieto, sancito dalla Convenzione, di misure volte a impedire le nascite. La tortura sessuale può causare danni fisici permanenti agli organi riproduttivi, aumentando il rischio di infertilità, complicazioni in gravidanza e problemi cronici di salute riproduttiva.

Può inoltre portare a gravi traumi psicologici e difficoltà nelle relazioni intime, nelle relazioni interpersonali e nella futura genitorialità. La violenza mirata ai genitali, lo stupro con oggetti, l’elettrocuzione, la nudità forzata, le minacce di esposizione sessuale e la distruzione psicologica della vita sessuale e familiare possono quindi essere tutte pratiche perpetrate con l’intento di annientare la capacità di un gruppo di riprodursi biologicamente e socialmente.

Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda lo ha riconosciuto nella storica sentenza Akayesu. In quel caso il Tribunale ha stabilito che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio se commessi con intento genocida. In altre parole, ha ammesso che la violenza sessuale può essere un metodo di distruzione di un gruppo. In Ruanda è stata effettivamente utilizzata con l’intento di distruggere la popolazione dei Tutsi.

In Bosnia la violenza sessuale è stata usata come arma di persecuzione etnica, con l’intento di contribuire alla distruzione o all’allontanamento di gruppi specifici da determinate aree. In Myanmar, i crimini di genere contro i Rohingya sono parte integrante della campagna genocidaria.

Come ampiamente riportato il sistema giudiziario israeliano è restio, e probabilmente persino incapace, di perseguire qualsiasi crimine grave, compresa la violenza sessuale, commesso da cittadini israeliani contro palestinesi. Commissioni d’inchiesta indipendenti delle Nazioni Unite hanno ripetutamente documentato che il sistema di giustizia militare israeliano presenta carenze strutturali, procedurali e istituzionali che compromettono l’effettiva individuazione dei responsabili delle presunte violazioni del diritto internazionale. Quando un sistema giudiziario è strutturato in modo tale da proteggere di fatto i presunti autori dei reati anziché garantire che questi rendano conto delle proprie azioni davanti alle vittime, esso non riesce a scoraggiare le violazioni gravi e, di conseguenza, favorisce il protrarsi di comportamenti illeciti, comprese le forme più gravi di abuso.

Laddove si riscontri uno schema coerente di gravi accuse è necessario avviare con urgenza un’indagine al livello giuridico competente. La Corte penale internazionale (CPI) deve indagare sulla violenza sessuale contro i palestinesi non solo come crimine di guerra. Alla luce della natura diffusa e sistematica di tale violenza l’Ufficio del Procuratore della CPI deve considerare questi atti come potenziali crimini contro l’umanità. Nel contesto della devastazione di Gaza, delle detenzioni di massa, degli sfollamenti forzati, della fame, della disumanizzazione e delle torture sistematiche la Corte deve anche indagare sulla violenza sessuale come potenziale atto genocida.

La natura sistematica della presunta violenza sessuale contro i palestinesi richiede che le indagini non si limitino ai diretti o materiali autori di tali crimini. Laddove tali atti siano stati denunciati in carceri o strutture di detenzione militari l’ambito investigativo deve estendersi all’intera catena di responsabilità, includendo singole guardie o soldati accusati di aver commesso gli abusi, supervisori diretti responsabili della loro condotta e comandanti delle strutture che sovrintendono alle operazioni di detenzione.

Nel caso di detenzione militare la responsabilità può estendersi ai comandanti di unità, alle autorità di polizia militare e al Procuratore Generale Militare israeliano, responsabile della supervisione delle indagini e dei procedimenti giudiziari nell’ambito del sistema di giustizia militare.

Laddove la detenzione sia amministrata da strutture carcerarie civili, come l’IPS (Servizio Penitenziario Israeliano), la responsabilità può estendersi anche ai direttori delle carceri, ai comandanti regionali e agli alti funzionari amministrativi responsabili delle politiche e delle condizioni di detenzione.

A livello di politica e supervisione il controllo può inoltre includere le autorità del Ministero della Difesa e, ove pertinente, i funzionari di livello ministeriale responsabili dell’amministrazione penitenziaria, delle politiche di detenzione e dell’approvazione delle prassi sistemiche che riguardano i detenuti.

Se la Corte Penale Internazionale non persegue questi atti criminali la conseguenza non sarà solo l’impunità, ma anche l’erosione della funzione deterrente del diritto penale internazionale stesso. In contesti in cui gravi violazioni sono ampiamente e ripetutamente documentate la persistente mancata persecuzione rischia di normalizzare modelli di abuso e di radicarli nella prassi istituzionale.

L’assenza di un effettivo accertamento di responsabilità crea quindi le condizioni in cui l’impunità si autoalimenta: un ambiente permissivo in cui le violazioni possono ripetersi con un ridotto timore di indagini o sanzioni. In questo senso, l’impunità non è semplicemente la conseguenza dell’abuso, ma il terreno fertile in cui esso può persistere ed espandersi, includendo le forme più gravi di maltrattamento come la tortura sessuale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

Triestino Mariniello è professore di diritto presso la Liverpool John Moores University nel Regno Unito. È inoltre membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza dinanzi alla Corte penale internazionale (CPI).

La dottoressa Mariagiulia Giuffré è una giurista di fama internazionale specializzata in diritto internazionale ed europeo, diritti umani e diritto dell’immigrazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In Israele un palestinese detenuto muore e mostra segni di tortura

Redazione di Middle East Eye

22 giugno 2026 MiddleEastEye

Famiglia e avvocati affermano di aver visto gravi ematomi sul corpo del ventunenne dopo la sua morte all’ospedale di Barzilai, avvenuta dopo settimane nelle prigioni dello Shin Bet

Un palestinese cittadino di Israele, detenuto dall’agenzia di sicurezza interna Shin Bet, è morto in ospedale dopo essere stato trovato privo di sensi nella sua cella. La famiglia e i suoi avvocati hanno riferito di aver riscontrato gravi ematomi sul suo corpo. Secondo un articolo di Haaretz Saber Amitel, 21 anni, era stato arrestato all’inizio di questo mese e trasferito nel carcere di Shikma ad Ashkelon, dove gli era stato negato ogni contatto con un avvocato. Era sospettato di traffico d’armi.

La polizia ha comunicato ai suoi avvocati e alla famiglia che avrebbe tentato il suicidio.

Alla famiglia e al suo team legale è stato permesso di fargli visita solo dopo che Haaretz ha chiesto informazioni sul caso.

Quando l’8 giugno i suoi avvocati lo hanno visitato all’ospedale Barzilai hanno riscontrato gravi ematomi sul suo corpo, secondo quanto riportato da Haaretz.

È deceduto il 20 giugno. Il suo corpo è stato trasferito al Centro Nazionale di Medicina Legale in attesa di ulteriori accertamenti.

La famiglia si è rifiutata di autorizzare l’autopsia per motivi religiosi, e dunque si prevede che verrà effettuato solo un esame esterno.

Amitel, residente nel Negev, non aveva precedenti penali e lavorava come fabbro e saldatore in una fonderia.

Suo padre Odeh ha dichiarato ad Haaretz che il figlio si era recato a Beersheba il giorno dell’arresto e poi era scomparso.

La famiglia lo aveva cercato per due giorni prima di denunciarne la scomparsa alla polizia, e a quel punto le è stato comunicato che era stato arrestato.

“Siamo arrivati ​​al Centro Medico di Barzilai e lo abbiamo trovato attaccato a tutte le macchine. Era come un vegetale; il suo cervello non funzionava”, ha detto Odeh ad Haaretz.

“Il personale medico ci ha detto che era arrivato in quelle condizioni”, ha aggiunto. “Era sotto sorveglianza e ammanettato. Da ragazzo sano, arrestato che camminava sulle sue gambe, è finito in questo stato”.

Odeh ha respinto l’ipotesi che suo figlio si sia tolto la vita. “Saber non è mai stato fermato. Ho cresciuto un bravo ragazzo, gentile e tranquillo. Non ha mai fatto del male a nessuno”, ha affermato.

“Mi hanno portato via un ragazzo sano solo per restituirmelo morto. In questo Paese non c’è più legge; le persone vengono uccise sotto tortura”.

“Nessun precedente penale”

Gli avvocati di Amitel hanno presentato un ricorso d’urgenza al Tribunale Distrettuale di Beersheba chiedendo un’inchiesta giudiziaria sulle circostanze della sua morte, contro il Servizio Penitenziario Israeliano, lo Shin Bet, alla polizia e il Centro medico Barzilai.

Stanno inoltre cercando i filmati delle telecamere di sorveglianza del carcere di Shikma, i registri di servizio e i documenti medici.

“È inconcepibile che la polizia e lo Shin Bet abbiano arrestato un giovane, sano di corpo e di mente, incensurato, che lavorava da tempo in una fabbrica per mantenere la famiglia, e lo abbiano restituito alla famiglia da morto”, hanno dichiarato ad Haaretz i suoi avvocati Esther Bar Zion e Victor Ozen.

Il Servizio Penitenziario Israeliano ha affermato che non avrebbe commentato dettagli medici o personali riguardanti un detenuto e che “le circostanze sono al vaglio delle autorità competenti”.

Lo Shin Bet ha dichiarato che Amitel “è stato interrogato in conformità con la legge” e che il 7 giugno “è emerso che il detenuto avesse tentato il suicidio nella sua cella”, dopo di che è stato trasferito in ospedale.

Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023 almeno 100 prigionieri palestinesi sarebbero morti sotto la custodia israeliana.

Tuttavia si ritiene generalmente che questa sia una sottostima e che la cifra reale potrebbe essere molto più alta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Donald Trump sta realizzando il mio sogno: che Israele risponda delle sue azioni

Gideon Levy

21 giugno 2026 – Haaretz

A volte i sogni si avverano. Per anni io ed altri dinosauri abbiamo sognato la pressione internazionale e le sanzioni come ultima via d’uscita dal caos. Sapevo che gli israeliani non si sarebbero mai svegliati una mattina dicendo “facciamola finita con tutto questo – l’occupazione, l’apartheid, il controllo di un altro popolo – perché è orribile.”

Sapevo che semplicemente non sarebbe accaduto. Pensavo che ciò che ha funzionato a meraviglia contro il primo regime di apartheid, quello del Sudafrica – le sanzioni, l’ostracismo e il boicottaggio internazionale che hanno portato alla sua caduta – avrebbe funzionato bene anche contro il secondo regime di apartheid, quello praticato in Israele.

Sapevo anche che la chiave di ogni cambiamento nell’atteggiamento della comunità internazionale verso Israele sta a Washington. Senza di essa non ci può essere nessuna efficace pressione internazionale su Israele. Confidavo in un illuminato e coraggioso presidente americano come Barack Obama, che avrebbe messo fine alle corrotte e distorte relazioni tra il suo Paese e Israele.

Ho sognato il momento in cui gli israeliani sarebbero stati costretti a riconoscere che è impossibile continuare in questo modo, con incredibile arroganza verso gli Stati Uniti e con evidente disprezzo per il mondo intero, senza pagarne il prezzo.

Quel momento adesso sta arrivando. Non un presidente liberale, ma piuttosto il più ottuso di tutti presidenti americani sta predicando moralità a Israele come fosse René Cassin, il giurista ebreo francese coautore della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il vicepresidente, che è più conservatore del comandante in capo, lancia ammonimenti senza precedenti. I loro contenuti parlano da soli, la loro logica suona così: non c’è bisogno di distruggere un intero edificio perché dentro potrebbe esserci un militante di Hezbollah; non è carino attaccare il presidente USA, l’ultimo amico al mondo di Israele; la Siria potrebbe fare un lavoro migliore di Israele in Libano; due terzi delle armi e munizioni che proteggono Israele sono fabbricate e pagate dagli USA: la voce della ragione proviene da Washington.

È ragionevole ritenere che queste dure parole non rimarranno nel regno della retorica, ma verranno seguite da azioni. Un’amministrazione così concentrata su sè stessa e sul proprio onore non si pulirà la faccia dallo sputo dicendo che piove.

Insieme alla sensazione di amarezza, giustificata o no, per il fatto che Israele ha spinto la superpotenza in una guerra fallimentare, sorgerà una nuova alba sulle relazioni tra i due Paesi, una fredda e nuvolosa mattina. Le elezioni in USA non cambieranno le cose. Non ci sarà più un “amico di Israele” alla Casa Bianca, qualcuno che pensa che a Israele si debba permettere tutto, incondizionatamente.

È impossibile compiacersi per questo. Da un lato è l’ultima possibilità di una correzione. Dall’altro lato è un grave colpo a Israele e agli israeliani. Il più grande pericolo per lo Stato, più grande di qualunque minaccia iraniana, sta prendendo forma davanti ai nostri occhi attoniti.

Quando Washington batterà un colpo, l’Europa si unirà volentieri anch’essa. Stanno solo aspettando il segnale. È difficile immaginare come Israele possa cavarsela senza il mondo. Il mondo lo odierà come ha fatto con altri Stati paria. È spaventoso e sarà doloroso. Ma è la nostra ultima speranza.

Perciò bisogna essere grati al presidente Donald Trump per cambiare le vuote e inutili parole pronunciate da tutti i suoi predecessori liberali e svoltare verso un rivoluzionario cambio di politica.

Basta con dissennati aiuti senza condizioni, ma una condizione legata ad ogni dollaro e ogni missile: comportati bene o pagane il prezzo. Non puoi più fare come ti pare: assassinare, violentare, violare la sovranità nazionale e il diritto internazionale impunemente. In un simile contesto Israele non sarà più in grado di continuare a farsi beffe della comunità internazionale, la quale è completamente unita nell’opposizione all’occupazione.

Che lo voglia o no, Israele dovrà prendere atto di tutto ciò. Si sono già viste le prime crepe: un accordo fatto con l’Iran senza tenere in minimo conto Israele, che per anni ha ignorato gli Stati Uniti e il mondo intero.

Questo è solo l’inizio: un mondo che è stato atterrito da ciò che Israele ha fatto nella Striscia di Gaza pretenderà una resa dei conti. Uno Stato genocida non può più essere il cocco del mondo occidentale. Uno Stato i cui cittadini compiono tutti i giorni dei pogrom con l’appoggio dei suoi soldati non farà parte della famiglia delle nazioni. Il sogno sta iniziando ad avverarsi. Sarà un incubo.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Quindici articoli al giorno: la portata dell’ingerenza dell’esercito israeliano sui media

Haggai Matar

17 giugno 2026 – +972 Magazine

Nel 2015 la censura militare ha vietato o modificato oltre 5.000 articoli di informazione, con un incremento delle cancellazioni durante la guerra di Israele con l’Iran

Lo scorso anno la censura militare israeliana ha bloccato la pubblicazione di una media di 2 articoli al giorno sui mezzi di informazione in Israele, interferendo nel contempo sui contenuti di altri 13. Ciò rende il 2025 il secondo anno, superato solo dal 2024, con il maggior numero di interventi censori in Israele da quando +972 Magazine ha iniziato a monitorarli 15 anni fa.

Secondo i dati limitati forniti in risposta a una richiesta sulla libertà di informazione da parte di +972 e del Movimento per la Libertà di Informazione, lo scorso anno il censore, un’unità all’interno della Direzione Generale dell’Intelligence Militare israeliana, ha richiesto cambiamenti su 4.974 articoli di informazione. Questo dato è inferiore ai 6.265 casi dell’anno precedente, ma è significativamente più alto della media dei circa 2.300 annui tra il 2011 e il 2023.

Inoltre la censura ha totalmente vietato la pubblicazione di 753 articoli, meno del record di 1.635 del 2024, al di sopra tuttavia della precedente media annuale di circa 320. In totale durante il 2025 l’esercito israeliano ha impedito di rendere pubbliche informazioni in media più di 15 volte al giorno.

In base alle “norme regolatorie d’emergenza” messe in atto in seguito alla creazione di Israele e rimaste tuttora in vigore, la legge israeliana prevede che i mezzi di informazione sottopongano alla censura articoli che riguardano questioni relative alla “sicurezza” per un controllo prima della pubblicazione. Il numero totale di notizie che i mezzi di informazione hanno sottoposto alla censura nel 2025 è stato di 17.176, rispetto alla media annuale precedente di oltre 12.000 e al livello senza precedenti di 20.770 nel 2024. 

Alla censura viene concesso di intervenire solo quando ci sia la “quasi certezza che verranno provocati reali danni alla sicurezza dello Stato” dalla pubblicazione di un articolo. Ma la lista del censore degli argomenti che ricadono sotto la definizione di sicurezza è ampia e include informazioni relative al traffico segreto di armi, alla detenzione amministrativa [senza accuse né processo, applicata quasi solo ai palestinesi, ndt.], alle attività di intelligence, alla dislocazione delle truppe e agli obiettivi di attacchi missilistici.

La legge concede al censore l’autorità di incriminare giornalisti e multare, sospendere, chiudere o persino presentare denunce penali contro organi di informazione che non rispettino le sue decisioni. È responsabilità di ogni editore di mezzi di informazione decidere cosa sottoporre al controllo prima della pubblzione, benché la censura possa intervenire anche retroattivamente e richiedere la rimozione di articoli pubblicati senza la sua approvazione (come ha fatto per esempio l’anno scorso con un articolo di Haaretz che descriveva gli obbiettivi degli attacchi missilistici iraniani a Tel Aviv).

Ai mezzi di informazione è vietato anche rivelare al proprio pubblico se e quanto il censore abbia interferito in un articolo. Nel caso di notizie televisive un rappresentante dell’autorità censoria spesso è presente negli studi per controllarne dal vivo i contenuti.

La scatola nera della censura

Come parte dell’apparato dell’intelligence militare israeliana la censura è esente dalla Legge sulla Libertà di Informazione. Di conseguenza non è obbligata a divulgare dati su richiesta e rifiuta invariabilmente di rispondere alla maggior parte delle nostre domande per avere informazioni specifiche.

Quest’anno persino richieste relativamente generiche, il cui rischio potenziale per la sicurezza nazionale è decisamente discutibile, sono rimaste senza risposta, comprese petizioni da parte di mezzi di informazione di una drastica riduzione degli interventi, una definizione generale dei motivi di censura parziale o totale e informazioni o misure di intervento prese contro violazioni delle regole censorie. Tuttavia, per la prima volta da quando abbiamo iniziato a raccogliere dati un decennio fa, quest’anno la risposta del censore ha indicato due nuove categorie della sua interferenza sui media: ha reso noto che la pubblicazione di un articolo è stata “rinviata”, mentre 92 articoli sono stati “rimandati senza interventi”. Non ha fornito alcuna ulteriore informazione sul senso di queste nuove categorie.

Abbiamo ricevuto anche poche informazioni riguardo all’archivio nazionale di Israele (noto come l’Israel State Archive, o ISA). Da quando l’ISA ha iniziato nel 2016 un processo di digitalizzazione ed è passato a una visualizzazione degli articoli per lo più in rete, la censura militare è intervenuta per definire quali documenti scannerizzati vengono caricati. In seguito a ciò sono spariti documenti che l’ISA ha da molto tempo deciso di rendere pubblici. Rispondendo alle nostre richieste riguardo alla portata di questa operazione il censore ha rivelato che nel 2025 l’ISA ha sottoposto a revisione 3.422 file e che “la grande maggioranza di questi è stata approvata senza correzioni o censure.” Alla nostra richiesta di informazioni più precise non c’è stata risposta.

Mentre i dati indicano un generale incremento della censura dal 7 ottobre, l’interferenza più pesante è stata in certi momenti della guerra contro l’Iran. La polizia, ispettori municipali e a volte privati cittadini hanno messo in atto gravi restrizioni sui resoconti dei luoghi degli attacchi missilistici iraniani, impedendo a volte la presenza sul campo di giornalisti e fotografi, soprattutto arabi e stranieri.

I due uomini responsabili dell’incremento della censura negli ultimi due anni, Kobi Mandelblit, che fino all’aprile 2025 ha ricoperto l’incarico di capo censore, e Netanel Kula, che lo ha sostituito, sono entrambi parenti di importanti giuristi nominati dal movimento sionista religioso [di estrema destra, ndt.]: Mandelblit è cugino dell’ex-procuratore generale Avichai Mandelblit, mentre Kula è figlio del difensore civico della magistratura israeliana, Asher Kula. Tre mesi dopo che Kula ha sostituito Mandelblit come capo censore, sono trapelate notizie secondo cui avrebbe bloccato articoli riguardanti il figlio del primo ministro Benjamin Netanyahu che avrebbe segretamente acquistato una casa all’estero. La vicenda è comunque emersa.

Ci sono stati tuttavia vari casi noti di mezzi di informazione che hanno trasgredito alla censura, in particolare nell’estrema destra. L’ultranazionalista Canale 14 varie volte ha reso pubblici piani di combattimento riservati e strumenti di intelligence militare nonostante funzionari della sicurezza abbiano stabilito che ciò ha provocato “concreti danni” alla sicurezza nazionale, eppure non è stato sanzionato neppure una volta. Ironicamente sono stati i progressisti israeliani che hanno invocato la censura della libertà di espressione del Canale invece di amplificare le crescenti voci contro questa pratica nel suo complesso.

Nell’attuale epoca di giornalismo digitale che supera le frontiere, in cui i giornalisti israeliani stessi spesso pubblicano articoli su mezzi di informazione stranieri per aggirare la censura, l’antica istituzione è sia illiberale che obsoleta.

Le vicende non raccontate

In periodi di emergenza è particolarmente importante ricevere informazioni attendibili su modifiche relative alle attività censorie,” afferma Or Sadan, un avvocato del Movimento per la Libertà di Informazione e direttore della Freedom of Information Clinic [Centro per la Libertà di Informazione] presso il College of Management Academic Studies [Facoltà di Management – Studi Accademici]. “Benché ci sia stato un lieve calo rispetto all’anno scorso, è difficile non notare l’allarmante incremento nel numero di notizie che sono state nascoste all’opinione pubblica.”

E aggiunge “La democrazia si basa sul trasferimento di informazioni dal governo all’opinione pubblica e ogni violazione a questo riguardo è una violazione diretta della democrazia.”

Tuttavia, mentre la censura militare costituisce un attacco estremo ed eccezionale alla libertà di stampa in Israele, la violazione più grave di tale libertà non viene dall’esercito israeliano. In primo luogo lo è l’uccisione dal 7 ottobre di oltre 250 giornalisti, alcuni dei quali direttamente presi di mira, in attacchi aerei che hanno colpito anche i soccorritori, a Gaza, in Libano, nello Yemen e in Iran.

Contemporaneamente l’esercito continua a colpire, picchiare ed arrestare giornalisti in Cisgiordania e tortura quelli imprigionati, spesso senza accuse. All’interno dei confini di Israele nuove ondate di disegni di legge tendono a minare l’indipendenza dei media israeliani e il governo continua a cercare di prendere il controllo di mezzi di informazione, attribuire potere ai giornalisti compiacenti e danneggiare i loro avversari. Non è quindi un caso che Israele continui a scendere bruscamente nell’indice internazionale della libertà di stampa, e di recente ha raggiunto un misero centosedicesimo posto su 180 Paesi.

Eppure in Israele i giornalisti sono ancora largamente liberi di raccontare le vicende che considerano più importanti e la maggior parte non lo fa, rendendo l’autocensura la più grave forma di censura che avviene in Israele.

Come ha recentemente dimostrato il mio collega Sebastian Ben Daniel (John Brown), durante gli ultimi due anni e mezzo i più importanti e rispettati programmi investigativi sui canali commerciali, prodotti dai cosiddetti giornalisti progressisti, non hanno affrontato neppure una volta le politiche dell’esercito a Gaza o in Cisgiordania. Né hanno dato informazioni sulla morte di decine di migliaia di minori e altri palestinesi innocenti a Gaza, sulla carestia e la distruzione deliberata di intere città di Gaza o su molti altri crimini di guerra che Israele sta commettendo.

Niente di tutto questo si deve alla censura militare. È una scelta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Smotrich annuncia il trasferimento dei poteri di pianificazione urbanistica nel contesto di una offensiva verso l’annessione

Redazione di Palestine Chronicle

17 giugno 2026 Palestine Chronicle

Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento di competenze fondamentali in materia di pianificazione e costruzione a Hebron (Al-Khalil [nome della città in arabo, ndt.]) dalle autorità municipali palestinesi al controllo israeliano, uniniziativa che potrebbe modificare in modo significativo le disposizioni di carattere amministrativo stabilite in base allaccordo del 1997 su Hebron.

Sviluppi principali

  • Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze in materia di pianificazione urbanistica ed edificazione dal Comune di Hebron alle autorità israeliane.

  • L’Autorità Palestinese ha definito la decisione come una violazione degli accordi firmati e delle leggi internazionali.

  • In seguito il ministero degli Esteri israeliano ha contestato le affermazioni secondo cui l’intero accordo su Hebron del 1997 sia stato abrogato.

Smotrich ha annunciato il trasferimento delle competenze

Martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato che le competenze in materia di pianificazione e costruzione in precedenza esercitate dal Comune di Hebron in parti della città saranno trasferite alle autorità israeliane.

Parlando durante l’inaugurazione della colonia di Doron, sulle colline di Hebron, Smotrich ha descritto l’iniziativa come una “correzione storica” e parte dei tentativi di rafforzare quella che ha definito la sovranità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Secondo la rete televisiva israeliana Channel 12 Smotrich ha affermato che sono state completate le procedure per eliminare le competenze in materia di pianificazione civile ed edificazione concesse al Comune di Hebron in base alle misure stabilite in seguito all’accordo per Hebron del 1997.

L’iniziativa modificherebbe l’autorità relativa alla pianificazione in zone che includono luoghi molto importati di Hebron, tra cui la moschea di Ibrahim [Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, luogo in cui pregano in momenti diversi sia musulmani che ebrei, ndt.].

Funzionari palestinesi condannano la decisione

L’Autorità Palestinese ha denunciato la misura come un attacco diretto allo status politico e giuridico di Hebron.

Secondo la WAFA [agenzia di stampa dell’Autorità Palestinese, ndt.] funzionari palestinesi hanno affermato che la decisione viola gli accordi firmati, la legittimità e le leggi internazionali, che vietano a una potenza occupante di modificare unilateralmente lo status di un territorio occupato.

Da parte sua Hamas ha avvertito che le misure rappresentano un’escalation politica e sul campo intesa a consolidare il controllo israeliano su Hebron e sulla Cisgiordania occupata.

In una dichiarazione il movimento della resistenza palestinese ha affermato che il trasferimento dei poteri di pianificazione dall’amministrazione comunale di Hebron fa parte di un progetto più complessivo di colonizzazione e annessione inteso ad imporre la sovranità israeliana, espandere le colonie e accelerare le politiche di espulsione.

Hamas ha segnalato anche le azioni di Israele a sud di Hebron, tra cui la creazione di avamposti coloniali e l’esproprio di terra palestinese come prova dei tentativi di alterare la situazione sul terreno.

Il movimento ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire e fermare quelle che ha descritto come politiche che minacciano di destabilizzare ulteriormente la Cisgiordania occupata.

Il sindaco di Hebron mette in guardia da una “grave violazione”

Il sindaco di Hebron Yusuf al-Jabari ha affermato che l’iniziativa fa parte di un più complessivo tentativo israeliano di minare gli accordi esistenti che governano la città.

Parlando con l’agenzia di stampa [turca] Anadolu al-Jabari ha sottolineato che il Protocollo di Hebron e i relativi accordi vennero raggiunti in base al sostegno internazionale e rimangono il quadro che regola le misure amministrative, di sicurezza e relative ai servizi in città.

Ha avvertito che ogni modifica unilaterale di questi accordi costituisce una “grave violazione” con conseguenze potenzialmente di ampia portata.

Al-Jabari ha anche sottolineato che l’amministrazione comunale di Hebron non può essere ignorata e ha insistito che le competenze comunali non devono essere modificate in nessuna parte della città, comprese l’area H2” [sotto controllo civile palestinese e militare israeliano, ndt.], la Città Vecchia e la zona della moschea di Ibrahim.

Il governo israeliano smentisce le affermazioni riguardo alla cancellazione degli accordi

Facendo seguito all’annuncio di Smotrich il ministero degli Esteri israeliano ha affermato che l’accordo su Hebron del 1997 in sé non è stato cancellato.

Secondo il Jerusalem Post [giornale israeliano in lingua inglese, ndt.] il ministero ha affermato che l’unica modifica riguarda la competenza riguardante la pianificazione e la costruzione relativa ai luoghi storici ebraici e alla comunità di coloni israeliani a Hebron.

Il ministero evidenzia che i poteri di pianificazione che riguardano il complesso della moschea di Ibrahim erano già stati trasferiti mesi fa dopo polemiche che hanno coinvolto l’amministrazione comunale di Hebron e il Waqf [ente benefico incaricato della gestione dei luoghi santi, ndt.] islamico.

Funzionari israeliani hanno sostenuto che le modifiche riguardano un ambito ridotto, mentre Smotrich le ha definite come parte di un tentativo più complessivo di estendere l’autorità israeliana nella Cisgiordania occupata.

Aumentano le preoccupazioni di un’annessione

L’ultima mossa giunge nel contesto di una serie di misure israeliane intese a ridefinire il contesto giuridico e amministrativo nella Cisgiordania occupata.

Funzionari palestinesi e sostenitori dei diritti umani affermano che tali passi fanno progredire l’annessione di fatto trasferendo progressivamente poteri dalle istituzioni palestinesi alle autorità israeliane.

La questione ha attirato ulteriore attenzione nei confronti dello status unico di Hebron in base al contesto degli accordi di Oslo, che hanno diviso la città tra settori amministrati dai palestinesi e altri controllati da Israele conservando certi poteri dell’amministrazione comunale in entrambe le zone.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Con una mossa inconsueta Israele confisca case nella parte della Cisgiordania controllata dall’Autorità Palestinese, suscitando allarme riguardo all’annessione

 Asmaa Al-Masalmeh

16 giugno 2026 – Mondoweiss

Un ordine militare firmato a maggio 2026 autorizza la prima base israeliana permanente vicino a Jenin nell’Area A, la parte della Cisgiordania sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Israele ha già iniziato a sfollare le famiglie che ci vivono.

La casa di Muhammad Hussein Rahal a Jenin, nella Cisgiordania occupata, è stata sequestrata e destinata alla demolizione da parte dell’esercito israeliano, insieme a due case vicine.

Ma il sequestro della casa di Rahal non è come le altre demolizioni di case palestinesi, che sono un evento comune in tutta la Cisgiordania. La casa di Rahal sta per essere distrutta per costruire una base militare israeliana – probabilmente la prima mai costruita sulla terra sotto il controllo dell’Autorità Palestinese (AP).

La casa di Rahal si trova nell’Area A, la piccola porzione della Cisgiordania che tecnicamente ricade sotto il completo controllo dell’AP, un’area che per decenni è stata considerata il posto “più sicuro” in Cisgiordania per i palestinesi dove costruire una casa. Il sequestro della casa di Rahal da parte dell’esercito israeliano costituisce ciò che sembra essere la prima volta, dopo la firma degli accordi di Oslo nel 1993, in cui Israele si impadronisce di terra nell’Area A a scopi militari. I palestinesi affermano che la mossa non prova soltanto che gli Accordi di Oslo sono definitivamente morti, ma dimostra anche che i piani di Israele per annettere la Cisgiordania stanno avanzando a tutto spiano.

Durante la scorsa settimana Rahal, meglio conosciuto come Abu Faris, è rimasto seduto su una sedia di fronte alla sua porta ad al-Jabriyat, un sobborgo della città di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale, aspettando.

Ogni volta che un veicolo militare israeliano passava io pensavo che venissero ad eseguire l’ordine”, dice. “Non c’è niente di più difficile che essere costretto a lasciare la tua casa.” Aveva ragione di aspettare.

Lunedì 15 giugno i soldati sono arrivati e lui è stato costretto ad andarsene. Quando ha chiesto se il sequestro sarebbe durato solo fino al 23 agosto, come gli era stato detto precedentemente, la risposta è stata brutale: “Nessun ritorno”. Allora si è diretto a Jenin, dove vive sua sorella.

Fino a poco tempo fa Abu Faris pensava che la sua casa fosse al sicuro dato che si trovava entro il territorio controllato dall’AP, che dal 1993 è stata relativamente al sicuro dall’intervento israeliano.

Quel presupposto adesso è svanito.

Documenti legali ottenuti da Haaretz rivelano che il 7 maggio 2026 il Comando Generale di Israele ha firmato un ordine di sequestro del terreno accanto al campo profughi di Jenin e di costruzione di una base militare permanente all’interno dell’Area A. L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), che ha inviato una petizione contro l’iniziativa, l’ha definita la più significativa violazione dell’impianto di Oslo da sempre.

Gli Accordi di Oslo sono l’insieme di accordi firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che hanno portato alla creazione dell’AP, che costituiva un ente amministrativo destinato a segnare l’inizio dell’autogoverno palestinese in luogo di un vero Stato. L’impianto di Oslo in teoria avrebbe concesso all’AP il pieno controllo amministrativo e di sicurezza su circa il 18% della Cisgiordania (Area A). Su un altro 22% del territorio (noto come Area B) avrebbero avuto il controllo congiunto sia Israele che l’AP. Il restante 60% è classificato come Area C, su cui Israele detiene il totale controllo amministrativo e di sicurezza.

La scorsa settimana è stata a quanto pare la prima volta che il tipo di espansionismo israeliano normalmente riservato all’Area C si è esteso al territorio controllato dall’AP nell’Area A, indicando che i piani di annessione di Israele in Cisgiordania stanno procedendo.

Fino ad ora l’espansione delle colonie israeliane e i sequestri di terre si erano concentrati nell’Area C, effettuati attraverso una varietà di misure amministrative e legali intese a stabilire l’annessione di fatto di Israele del territorio. Tuttavia lo spostamento nell’Area A segna un passaggio dall’accerchiamento alla penetrazione: non più solamente circondare i centri popolati palestinesi, ma entrarvi. Se questo costituisse un precedente, favorirebbe l’obbiettivo più volte ribadito dall’estremista Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di “seppellire” uno Stato palestinese rendendo la terra palestinese geograficamente non contigua e amministrativamente disorganica. Ciò significherebbe che la Cisgiordania è stata praticamente annessa a Israele e che gli Accordi di Oslo sono di fatto superati.

La Relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese ha segnalato che simili misure rappresentano “deliberati passi progressivi verso l’annessione permanente, portata avanti un pezzo per volta, alla luce del giorno e nella totale impunità.” Fino a poco tempo fa ogni investimento nello sviluppo di proprietà nell’Area A era considerato una certezza. È per questo che Abu Faris ha speso tutto il suo denaro nella costruzione della sua attuale casa, pensando che la sua proprietà sarebbe stata fuori dalla portata di Israele.

La sua precedente casa era stata demolita nel campo profughi di Jenin, nell’ambito dell’ondata di distruzioni che ha raso al suolo decine di case durante l’operazione di Israele “Muro di Ferro” lanciata nel gennaio 2025. Aveva bisogno di un luogo sicuro.

Allora ho deciso di investire i soldi della mia pensione delle Nazioni Unite nell’acquisto di terra e costruendo una casa modesta”, dice. “Negli ultimi tre mesi abbiamo lavorato giorno e notte. Durante il Ramadan cominciavamo dopo il suhoor [il pasto che precede l’alba, ndt.] e continuavamo dopo l’iftar [il pasto che rompe il digiuno dopo il tramonto, ndt.] finché non finivamo i mattoni e la vernice”. Non era la prima volta che i soldati arrivavano alla porta. Una settimana prima i soldati israeliani erano arrivati alla casa.

Mi hanno chiesto se la casa fosse mia. Ho risposto di sì e loro hanno detto che l’avrebbero sequestrata in base ad un ordine militare”, dice Abu Faris. “Hanno detto che mi avevano visto lavorare alla casa tutti i giorni.”

L’ufficiale mi ha chiesto se fossi arrabbiato e io gli ho risposto: ‘Come posso non essere arrabbiato se voi mi cacciate dalla mia nuova casa e mi ordinate di andarmene in 10 minuti?’”

Secondo Abu Faris l’ufficiale ha fatto una telefonata ed ha ottenuto il rinvio dell’evacuazione. I soldati hanno detto che sarebbero tornati a sequestrare la casa e che glie la avrebbero restituita il 23 agosto, ma non hanno dato garanzie. “Per ora non so dove andrò”, ha detto allora con la voce stanca. “I miei fratelli mi hanno suggerito di andare da loro ed altri dicono di tornare nei locali di sfollamento”, con riferimento all’abitazione provvisoria che ha preso presso l’università arabo-americana dopo che la sua precedente casa è stata demolita, insieme a centinaia di altre famiglie espulse dal campo di Jenin. Recentemente i soldati israeliani hanno pattugliato la sua zona, mettendo in allarme il quartiere. “La paura era tanta che i miei fratelli non hanno osato venire a trovarmi durante l’Eid [Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, ndt.]”, dice Abu Faris.

Secondo i dati ONU lo sconfinamento israeliano nell’Area A avviene nel contesto della più vasta ondata di sfollamenti forzati in Cisgiordania a partire dal 1967. Oltre 40.000 palestinesi sono stati espulsi dai campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, secondo l’UNWRA e il Ministro della Difesa Israel Katz. Issa Zboun, direttore del Dipartimento dei Sistemi di Informazione Geografica presso l’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme (ARIJ), ha detto a Mondoweiss che questo ordine militare è “il culmine della politica di insediamenti perseguita dall’occupazione israeliana in Cisgiordania contro i cittadini e la terra palestinesi.” Ha aggiunto: “Sono stati emessi parecchi ordini di confisca della terra e demolizione delle case nelle aree che appartengono amministrativamente all’Autorità Palestinese, compresa l’Area B.”

L’obbiettivo è “cambiare la configurazione della terra, imporre i fatti sul terreno e consolidare l’idea di non stabilire uno Stato palestinese geograficamente contiguo in Cisgiordania”, ha affermato Zboun.

Ha detto che l’AP “non ha strumenti sufficienti per contrastare questo feroce attacco perché la situazione regionale mette in ombra la questione palestinese e l’occupazione israeliana sfrutta questa opportunità.”

Zboun ha detto che gli Accordi di Oslo sono stati “praticamente annullati sul terreno da tanto tempo”, sottolineando “le continue incursioni nell’Area A e nelle città del centro come Ramallah, anche vicino alla residenza del presidente palestinese.”

Dichiarazioni ufficiali israeliane, comprese quelle di Itamar Ben Gvir, che ha dichiarato che Oslo è morta, rispecchiano le esplicite richieste di porre fine all’Autorità Palestinese e cancellare Oslo e le classificazioni A, B e C. Queste sono patenti violazioni degli Accordi di Oslo, che sembrano essere decaduti”, ha detto.

L’Area A non è più sicura

Anche Mansour Kabha ha ricevuto un ordine di lasciare la sua casa, situata nella zona di Jabriyat, adiacente al campo profughi di Jenin.

L’esercito israeliano è arrivato e mi ha notificato la decisione di confiscare la terra fino al 31 agosto 2028 per scopi militari, in base agli ordini che ho ricevuto”, dice Kabha.

Ho costruito la casa al costo di circa 700.000 shekel (circa 240.000 dollari) e se la base viene costruita lì vicino tutta la vita della mia famiglia ne verrà influenzata, specialmente per le mie figlie, che fanno il tragitto ogni giorno per studio e lavoro”.

Kabha e i suoi vicini sono preoccupati che le nuove procedure di sicurezza possano rendere i movimenti e il trasporto più difficili se la zona venisse circondata da un campo militare.

La comunicazione che ha ricevuto richiede la confisca di circa 7 dunam (7.000 mq.) di proprietà di 10 persone.

Tra i proprietari vi sono sua sorella e suo fratello. I lotti sono ufficialmente registrati con atti legali di proprietà (noti come kushans), dice, e si trovano nell’Area A sotto l’Autorità Palestinese. Sono stati proprietari della terra per circa 20 anni. “Ci siamo recati dall’Autorità Palestinese e ci è stato detto che la questione è politica e che l’Autorità se ne occuperà e ci è stato chiesto di non intraprendere alcuna azione individuale. Da allora è passato circa un mese e mezzo.”

Recentemente l’esercito è arrivato in altre due case dell’area e ha detto agli abitanti che dovevano andarsene per due mesi. Ai padroni di casa è stato chiesto di portare via i propri beni personali e che i soldati sarebbero arrivati per impadronirsi delle case. Gli è stato anche detto che dovevano restare in casa fino all’arrivo dell’esercito per fotografarla e ricevere le chiavi.

Attualmente nell’area ci sono circa 5.000 persone e circa 30 case ed è previsto che venga costruito un campo militare in mezzo a questa comunità residenziale”, dice. “Si prevede che la costruzione del campo inizi la prossima settimana.”

Questo è un terreno residenziale che le persone hanno comprato proprio perché si trova nelle aree dell’Autorità Palestinese ed ha uno status legale. Tutti i lotti sono autorizzati e ufficialmente registrati. Le nostre case sono il risultato di molti anni di lavoro e risparmi e paghiamo le tasse all’Autorità”, dice Kabha.

L’Autorità ci ha chiesto di aspettare’

Hassan Brijiyeh, ricercatore presso la Commissione di Resistenza al Muro e alle Colonie, un’organizzazione che lavora sotto l’Autorità Palestinese, ha detto: “L’impianto di Oslo è un accordo internazionale e nessuno può cancellarlo, anche se in pratica la parte israeliana sta cercando di smantellarlo”.

L’occupazione israeliana non si preoccupa di Area A o B o C”, ha detto. “Considera tutta la terra palestinese come parte della Giudea e Samaria”, riferendosi al nome che Israele attribuisce all’intera Cisgiordania occupata dal 1967, ma esclude Gerusalemme est.

Brijieh ha sottolineato che il diritto internazionale sancisce la proprietà palestinese della terra, richiamando due sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: una sentenza del 2004 che ha definito illegale la costruzione da parte di Israele di un muro di separazione nei territori occupati, e una sentenza del 2024 che ha dichiarato illegittima l’intera occupazione di Israele e illegale la costruzione dei suoi insediamenti, inclusa Gerusalemme est. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1973 definisce l’intera Cisgiordania terra palestinese, ha aggiunto.

Sul terreno la realtà è differente. “Passo dopo passo Israele sta frammentando la terra e stabilendo il controllo con un forte sostegno degli Stati Uniti”, ha detto Brijiyeh.

Tutto è avvenuto molto velocemente.

A maggio soldati israeliani hanno cominciato a radunarsi dietro la sua casa, dice Abu Faris. Sono arrivati con dei geometri, passando ore a fotografare e ad elaborare piani. Quando ne ha parlato con i vicini loro hanno detto che non sarebbe successo niente, perché si tratta dell’Area A. Le visite sono continuate, tre volte alla settimana. La sua casa è stata sequestrata solo una settimana dopo.

Durante le visite dei soldati si sono sparse voci che accusavano i proprietari della terra di vendere i loro terreni, ma li conosciamo bene e sono persone rispettabili che hanno tutti i documenti legali che comprovano la loro proprietà”, dice Abu Faris.

I proprietari hanno pensato di assumere un avvocato, ma l’AP ha chiesto loro di non farlo. Secondo Abu Faris l’AP ha detto che si trattava di una questione politica e che se ne sarebbe occupata, dato che sovrintende agli affari nell’Area A.

Kabha, il cui investimento di 700.000 shekel adesso si trova all’ombra di un futuro campo militare, è di fronte ad una scelta impossibile: rimanere e vivere sotto sorveglianza militare oppure andar via e perdere tutto.

Abbiamo comprato questa terra perché era in Area A”, dice. “Abbiamo pagato le tasse, abbiamo rispettato le norme. E adesso l’Autorità ci dice che è una questione politica e dobbiamo aspettare.”

Asmaa al-Masalmeh

Asmaa al-Masalmeh è una giornalista informatica palestinese della Cisgiordania con un passato di stampa, radio e televisione ed esperienza nella gestione di piattaforme di social media. I suoi articoli sono su The New Arab e Arab Reporters for Investigative Journalism.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il killer silenzioso di Gaza

Taqwa Ahmed Alwawi

15 giugno 2026 – Palestine Deep Dive

Mentre gli ospedali collassano e la fame aumenta un’epidemia respiratoria espone la crescente catastrofe sanitaria di Gaza.

A metà gennaio 2026 il collasso del sistema sanitario di Gaza aveva raggiunto un punto di svolta catastrofico. I corridoi degli ospedali erano già sovraffollati di pazienti affetti da malnutrizione, malattie croniche e lesioni legate al genocidio quando una nuova ondata di malattie respiratorie ha iniziato a diffondersi rapidamente nella Striscia. Il 14 gennaio il dottor Muhammad Abu Salmiya, direttore del complesso medico Al-Shifa, ha avvertito pubblicamente che i virus respiratori si diffondevano a una velocità allarmante, travolgendo un sistema sanitario che aveva perso da tempo la capacità di rispondere.

I medici riscontravano un significativo aggravarsi delle malattie respiratorie stagionali. Il personale medico ha riferito sintomi insolitamente gravi, tra cui febbre alta prolungata, estrema stanchezza, intenso dolore corporeo e difficoltà respiratoria acuta. Questi sintomi sono più pericolosi tra i bambini malnutriti, i pazienti anziani e quelli con preesistenti patologie.

A causa della distruzione dei laboratori, dellassenza di test diagnostici e della mancanza di strutture operative in grado di effettuare test su larga scala, i medici non sono in grado di confermare lesatto ceppo del virus a Gaza, né sono autorizzati a inviare test al di fuori di Gaza. Di conseguenza i medici non hanno accesso ai vaccini specifici per la malattia in circolazione. Si basano invece sui sintomi clinici e sui modelli ricorrenti tra i pazienti per acquisire una comprensione della malattia. Molti sospettano che si tratti di un ceppo influenzale mutato o di uninfezione respiratoria simile al coronavirus, esacerbata dalla fame e dallo stress cronico.

Le malattie che i medici non riescono a identificare con precisione a causa della mancanza di test diagnostici e di laboratori funzionanti possono includere sia infezioni comuni che ceppi potenzialmente sconosciuti. Ciò che è evidente tuttavia è che in un sistema sanitario privato di medicinali, attrezzature e personale, e in una popolazione già indebolita da una crisi prolungata, queste malattie stanno diventando molto più gravi di quanto sarebbero normalmente. Condizioni patologiche che di solito si risolverebbero con riposo e cure di base si stanno invece aggravando, trasformandosi in malattie prolungate e debilitanti, sempre più difficili da trattare.

Abu Salmiya, direttore del Complesso Medico Al-Shifa, il più grande ospedale di Gaza, ha sottolineato che la diffusione delle infezioni non avviene nel nulla; il sistema immunitario della popolazione di Gaza è stato sistematicamente indebolito dalla fame prolungata, dai ripetuti spostamenti forzati e da oltre due anni di incessanti attacchi militari israeliani. I virus respiratori agiscono su corpi già debilitati dalla fame, dalla disidratazione, dallo stress cronico e dai traumi.

I medici spiegano che la mancanza di cibo ha lasciato molti pazienti con una risposta immunitaria gravemente compromessa. Le infezioni minori persistono, peggiorano e si diffondono, mentre la guarigione diventa lenta o impossibile. In questo contesto un virus stagionale che altrimenti sarebbe gestibile è diventato potenzialmente fatale.

Strutture sanitarie al collasso

Gli ospedali di Gaza operano ben oltre le loro capacità. In diverse strutture l’occupazione dei posti letto ha superato il 150%, mentre l’assistenza preventiva di routine, comprese le vaccinazioni annuali per bambini, anziani e persone con malattie croniche, è di fatto collassata. In molti casi i vaccini sono semplicemente non disponibili.

Quello che sta accadendo a Gaza è la prevedibile conseguenza di una distruzione deliberata e sistematica delle infrastrutture sanitarie pubbliche.

Dall’ottobre 2023 i raid aerei e le operazioni di terra israeliane hanno danneggiato o distrutto ospedali, cliniche, ambulanze e infrastrutture mediche, mentre centinaia di operatori sanitari sono stati uccisi e feriti durante l’offensiva.

Alla fine del 2025 solo una frazione degli ospedali di Gaza era seppure solo parzialmente funzionante. Le unità di terapia intensiva operavano regolarmente oltre la loro capacità, mentre la carenza di carburante, elettricità, acqua potabile e forniture mediche paralizzava i servizi essenziali. Bambini e anziani sono particolarmente vulnerabili. I medici sono stati costretti a eseguire interventi chirurgici senza un’anestesia adeguata e, a volte, senza un’illuminazione affidabile a causa delle interruzioni di corrente.

Nel corso del genocidio l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico di Gaza, è stato ripetutamente attaccato, assediato ed evacuato con la forza. Ai pazienti veniva ordinato di andarsene anche in condizioni critiche, alcuni costretti a percorrere lunghe distanze sotto il fuoco nemico.

Il 23 novembre 2023 il dottor Muhammad Abu Salmiya è stato arrestato dalle forze israeliane mentre accompagnava un convoglio di evacuazione medica coordinato dalle Nazioni Unite. È stato detenuto in Israele per circa sette mesi senza accusa né processo ed è stato rilasciato il 1° luglio 2024 senza alcuna incriminazione formale. La sua detenzione ha allontanato uno dei più alti dirigenti sanitari di Gaza in un momento in cui il sistema sanitario era già al collasso.

Collasso sistematico

Nei campi profughi e nei rifugi sovraffollati le famiglie sono costrette a sopravvivere con un apporto calorico minimo e a bere acqua non potabile, con servizi igienici inadeguati. In alcune zone del nord di Gaza, in seguito alla chiusura delle stazioni di pompaggio per carenza di carburante, le acque reflue si riversano nelle aree residenziali. In queste condizioni le malattie infettive si diffondono rapidamente. Le infezioni respiratorie acute, le malattie simil-influenzali e altre patologie trasmissibili sono aumentate vertiginosamente, soprattutto nei rifugi sovraffollati dove il distanziamento fisico e l’igiene di base sono impossibili.

Per capire come l’epidemia stia influenzando la vita quotidiana ho parlato con diversi abitanti di Gaza che, in base ai loro sintomi, i medici ritengono siano contagiati da un virus respiratorio. Le loro testimonianze erano sorprendentemente simili e riflettevano un’esperienza condivisa e ricorrente in tutta la Striscia. “Qui la gente non muore più solo per le bombe”, mi ha detto un abitante del luogo, “muore di fame e di malattie”.

Osama, un diciannovenne che vive nella zona centrale di Gaza, ha descritto sintomi iniziati solo due giorni prima del nostro incontro, ma che si sono aggravati rapidamente. Ha parlato di forti mal di testa, estrema debolezza muscolare, nausea e completa perdita di appetito: sintomi che, a suo dire, erano di gran lunga peggiori di qualsiasi influenza avesse mai avuto. Come altre persone con cui ho parlato, Osama aveva cercato di farsi curare, ma aveva scoperto che non cerano farmaci disponibili.

Aggravata dalla grave carenza di cibo e medicine la malattia lo ha lasciato esausto e in gran parte incapace di muoversi durante il giorno, impedendogli di svolgere le attività più elementari. La sua più grande paura è che, senza accesso a cure adeguate, le sue condizioni peggiorino. Il suo messaggio riecheggiava quello espresso, seppur con parole diverse, da tutti gli intervistati: “Le persone a Gaza sono esseri umani, proprio come tutti gli altri fuori”.

Morti silenziose

Queste testimonianze riflettono una realtà condivisa: la malattia si sta diffondendo in un luogo dove riposo, nutrimento, calore e cure mediche sono in gran parte inesistenti.

Organizzazioni umanitarie internazionali hanno ripetutamente avvertito che la catastrofe sanitaria di Gaza non è casuale. Associazioni mediche hanno descritto l’attuale situazione degli ospedali di Gaza come sovraffollata e insicura, mentre funzionari sanitari internazionali hanno sottolineato che la distruzione delle infrastrutture sanitarie ha reso quasi impossibile il controllo delle malattie.

Ai sensi del diritto internazionale umanitario gli attacchi alle strutture sanitarie, il blocco degli aiuti medici e la privazione di cibo ai civili costituiscono gravi violazioni. Eppure non c’è nessun addebito delle responsabilità, anche quando malattie prevenibili diventano letali.

Il virus respiratorio che si sta diffondendo a Gaza dall’inizio del 2026 è la conseguenza biologica dell’assedio, della carestia e della distruzione sistematica del sistema sanitario.

I medici avvertono che senza un intervento immediato che includa cibo, medicine, carburante e protezione per le strutture mediche l’epidemia continuerà, mietendo silenziosamente vittime mentre il mondo distoglie lo sguardo.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)