‘Til Kingdom Come’: come i cristiani evangelici fomentano il caos in Palestina

Azad Essa

22 marzo 2021- Middle East Eye

Nella chiesa evangelica luterana del Natale a Betlemme, il reverendo Munther Isaac siede su una panca accanto al pastore Boyd Bingham IV, un cristiano evangelico di una cittadina americana, per discutere dei cristiani evangelici e del loro ruolo nel conflitto israelo-palestinese.

“Gli evangelici hanno contribuito in modo molto negativo a questo conflitto perché sono ossessionati dalle profezie,” dice Isaac, un cristiano palestinese, a Bingham, un sionista cristiano estremista della chiesa battista Binghamtown a Middlesboro, in Kentucky. 

“Vedi, ecco quello che non capisco di molti evangelici americani: nella loro visione gli ebrei un giorno dovranno convertirsi al cristianesimo, quelli che non lo faranno purtroppo saranno massacrati, questa è l’idea profetica. In un qualche modo questa è percepita come una teologia che supporta il popolo ebraico. 

“Per me, questa è una logica contorta: l’idea che Dio riporti gli ebrei nella loro terra. Ma quello che spesso manca è la presenza palestinese, è come se parlaste di una terra disabitata. Siamo stati destinatari di una teologia che in pratica ci ha detto che noi non apparteniamo a questo posto, che ci ha persino detto che siamo cittadini di seconda classe nella nostra patria,” aggiunge Isaac, mentre Bingham lo guarda.

La loro conversazione è una di una serie di scene molto efficaci in ‘Til Kingdom Come[Fino alla Fine del Mondo], un nuovo documentario sul legame poco conosciuto e spesso sottostimato fra la destra israeliana e i cristiani evangelici americani.

Diretto da Maya Zinshtein, regista israeliana vincitrice di un Emmy, il documentario è un viaggio in prima persona nel mondo dei fanatici del movimento sionista cristiano negli Stati Uniti mentre si scatenava febbrilmente durante la presidenza di Donald Trump.

La base sionista cristiana

I cristiani evangelici sono un quarto dell’elettorato americano e circa tre quarti di tutta la popolazione evangelica sono bianchi. Molti sono cristiani sionisti che letteralmente credono che Israele sia una manifestazione di profezie bibliche e che gli ebrei debbano essere appoggiati perché ritornino nella loro patria spirituale.

Secondo la teologia del movimento, una volta riuniti in Israele, Gesù tornerà e determinerà la conversione di massa al cristianesimo per alcuni ebrei e la morte per gli altri.

Con l’elezione di Trump alla fine del 2016 e lo spirito molto esplicito e trionfante che ha seguito la sua base cristiana evangelica dentro la Casa Bianca, Zinshtein ha detto che sembrava un momento appropriato per esplorare una storia che pochi in Israele sembrano capire o interessarsi, ma che supponeva avrebbe esercitato un’enorme influenza sulla regione.

“Quando ho cominciato a interessarmi a questo tema ho capito che c’era un enorme potere sotto la superficie che influenzava la mia vita, la vita dei palestinesi che vivevano vicino a me … e volevo portarlo alla luce,” ha detto la regista a Middle East Eye.

Nel documentario, Zinshtein e il suo gruppo esplorano la piccola comunità evangelica a Middlesboro, in Kentucky, un microcosmo della più ampia comunità evangelica cristiana negli USA. Ha passato del tempo con Bingham e mostra come giovani e anziani subiscano un lavaggio del cervello e credano che sostenere Israele migliorerà la loro vita.

‘Il destino di questa chiesa’

Middlesboro fa parte di un gruppo di cittadine minerarie dove una volta si estraeva il carbone in uno dei distretti più poveri degli USA. Nonostante il 40% della popolazione viva in povertà, la comunità è fra i maggiori contribuenti dell’ente no profit International Fellowship of Christians and Jews [Fratellanza Internazionale di Cristiani ed Ebrei] (IFCJ).

“Il destino del popolo ebraico è il destino di questa chiesa. E il destino di questa chiesa è il destino del popolo ebraico,” Yael Eckstein, presidentessa dell’IFCJ, afferma davanti a una chiesa gremita a Middlesboro, dopo aver ricevuto un assegno di 25.000 dollari.

“È il bene contro il male. E dio dice: da che parte state?” aggiunge, accolta da un boato proveniente dai fedeli davanti a lei.

Til Kingdom Come gode di accesso illimitato ad alcuni degli spazi più esclusivi e privati del mondo cristiano evangelico americano. 

A Los Angeles, Zinshtein segue Eckstein in un evento per la raccolta fondi a favore dell’esercito israeliano, durante il quale celebrità hollywoodiane di primo piano come Gerard Butler sfilano insieme a figure come il defunto Sheldon Adelson, il miliardario mecenate di Trump e sostenitore di Israele. Poi si vede Butler farsi un selfie con soldati israeliani e a fianco di Rona-Lee Shimon, star di Fauda, serie televisiva israeliana di gran successo.

“È una storia di fede, soldi e influenza politica,” ha detto Zinshtein.

Smascherare le macchinazioni all’interno di questa relazione durata decenni rende il film una vicenda avvincente. Zinshtein è un’abilissima narratrice, permette ai suoi personaggi di raccontare la storia con le proprie parole ed espressioni e persino di sfidare i protagonisti principali. 

Quando Bingham dice a Zinshtein davanti alla cinepresa che “non c’è una cosa che si chiama Palestina,” dopo un’accesa conversazione nella chiesa a Betlemme con Isaac, il pubblico non ha dubbi a proposito della millanteria del progetto evangelico.

Zinshtein interviene solo per far domande, mai per narrare. 

Storia incompleta

Zinshtein ha detto che parte dell’intenzione del film è di illustrare ai politici israeliani di destra e sinistra che “quando Israele sta con gli evangelici, aderisce al loro ‘programma complessivo’. E questo progetto include campagne anti-aborto, anti-LGBTQ, e su questi temi sono molto diversi dagli evangelici.” È questa relazione crescente fra il governo israeliano e la destra cristiana che le interessa.

A un summit dei Cristiani Uniti per Israele, dopo aver sentito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu dire che gli evangelici americani erano i “migliori amici,” di Israele, Zinshtein ricorda di aver pensato: “Questo è assurdo. Da israeliana, questo mi fa paura.”

Tuttavia è questa cornice che diventa la debolezza principale del film. In nessuna parte Zinshtein o i suoi personaggi mettono in discussione il progetto colonialista degli insediamenti israeliani che ha sistematicamente sradicato i palestinesi, distrutto vite e occupato terre, ancor prima del rapporto con gli evangelici.

Nonostante gli sforzi del film di raccontare una storia complessiva, mettere al centro delle preoccupazioni e paure israeliane secondo cui un Israele sprovveduto si sarebbe accollato un incontrollabile colosso antisemita non è solo infelice: semplicemente non è tutta la storia. 

Sebbene gli evangelici cristiani abbiano un “piano” per gli ebrei, il loro progetto resta teologico, basato sulla loro interpretazione della Bibbia, ed è principalmente una questione di fede. Se alcuni israeliani sono magari a disagio perché gli evangelici hanno una strage di ebrei sulla loro lista dei desideri, è anche qualcosa che la maggioranza degli israeliani non prende seriamente.

Per i palestinesi però la paura è molto più viscerale ed esistenziale. In patria, gli israeliani hanno espulso centinaia di migliaia di palestinesi, costruito un muro di 700 km attraverso la Cisgiordania occupata e agiscono come il cane da guardia degli USA nella regione. All’estero, Israele è da tempo alleata con governi di destra e razzisti: il Sud Africa dell’apartheid, la giunta militare di Myanmar o, più recentemente, i regimi autoritari e xenofobi di  Brasile e India.

La cooperazione di Israele con i cristiani evangelici nativisti e razzisti è perciò solo una della serie di alleanze di destra. L’incapacità del film di evidenziare le somiglianze fra Israele e i fanatici evangelici bianchi serve solo a rendere popolare l’idea che un’alleanza fra Israele e i ripugnanti sostenitori di Trump sia un’anomalia.

Ma per i palestinesi che sono stati vittime per decenni di questo legame fra fanatici e per quegli ebrei che hanno tentato di evidenziare le mire del colonialismo d’insediamento di Israele, il legame rappresenta la vacuità del sionismo stesso. 

“Io penso veramente di star facendo vedere gli aspetti chiave di come questo legame stia influenzando questa questione [il conflitto]. La conclusione è che i cristiani evangelici credono che tutta la terra che Dio aveva promesso ad Abramo appartenga al popolo ebraico. Ciò significa che chiunque ceda questa terra è praticamente un peccatore. E noi diventiamo i migliori amici di questa gente e quindi, come pensiamo esattamente di risolvere questo conflitto?” afferma Zinshtein. “La mia sensazione è che la (questione) del nostro destino (collettivo) in questo posto sia in ogni parte di questo film.”

Una questione di storia

Sebbene dica chiaramente che il sionismo cristiano non è nuovo, il film non cerca di chiarire che il corteggiamento fra sionismo cristiano e la destra israeliana è un progetto a lungo termine, perseguito dallo Stato israeliano alla fine degli anni ‘70 e agli inizi degli anni ’80 sotto la guida dell’ex primo ministro Menachem Begin.

“Le alleanze di Begin furono sostenute dal rapporto del ministero degli Esteri [israeliano], che considerava gli evangelici una forza elettorale vitale nelle politiche americane,” scrive Daniel Hummel in Covenant Brothers: Evangelicals, Jews, and US-Israeli Relations. [Fratelli dell’alleanza: evangelici, ebrei e le relazioni USA-Israele]. “Sotto Begin, i sionisti cristiani sono diventati un elemento chiave dei rapporti diplomatici di Israele con gli Stati Uniti.”

Il rifiuto del presidente Joe Biden di annullare il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme o il fatto che la sua amministrazione abbia ignorato la decisione della Corte Penale Internazionale di avviare un’indagine su Israele (e gruppi palestinesi) per crimini di guerra e l’esitazione a togliere le sanzioni contro funzionari della Corte Penale Internazionale, tutte decisioni dell’era Trump, mostrano che Israele è senza dubbio ancora l’unico tema in fatto di politiche su cui sia i Democratici che i Repubblicani riescono a trovare un accordo.

Va riconosciuto a Zinshtein che il film non avrebbe potuto trattare tutti questi argomenti. La storia è definita e modellata dai suoi personaggi e ‘Til Kingdom Come’ esplora solo un aspetto di questa relazione. 

“Penso che il film mostri chiaramente che i leader israeliani d’oggi – e sapete che sono gli stessi da almeno 10 anni – hanno deciso che gli evangelici cristiani sono i nostri migliori amici. Punto. E a loro non importa cosa succede dopo,” ha detto Zinshtein. 

“Invece di dire che sostengono le colonie e un programma di destra, loro (i cristiani evangelici) dicono di sostenere tutto di Israele. E se sei un israeliano, non dirai di no al sostegno a favore di Israele.”

Eliminare i palestinesi

Eppure non riuscire a investigare come lo Stato di Israele faccia i conti con la cosiddetta ironia di lavorare con fanatici cristiani – o ancora meglio, mostrare come lo Stato abbia usato l’enorme influenza degli cristiani evangelici americani perché contribuiscano ad avvicinarsi al raggiungimento dei propri obiettivi, come l’espansione delle colonie, l’annessione e l’eliminazione del popolo palestinese – permette al film di insinuare che il destino di Israele è ostaggio di fanatici.

‘Til Kingdom Come, quindi dà l’impressione di non essere poi tanto un’accusa contro la destra israeliana. Solleva, forse involontariamente, una serie di problemi totalmente diversi sui miti a proposito del proprio paese a cui gli israeliani in tutti questi anni sono rimasti aggrappati. 

Che ci volesse il legame grottesco con Trump per rivelare la fondamentale illegittimità dello Stato di Israele è forse l’ironia più grande di tutte. 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Azad Essa

Azad Essa, giornalista esperto di Middle East Eye, vive a New York. Dal 2010 al 2018 ha lavorato per Al Jazeera nella versione inglese occupandosi dell’Africa meridionale e centrale. È l’autore di The Moslems are Coming [Arrivano i musulmani] (Harper Collins India) e Zuma’s Bastard [Il bastardo di Zuma) (Two Dogs Books). 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Una critica della società civile palestinese alla Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La “Jerusalem Declaration on Antisemitism” (JDA), nonostante le sue carenze descritte di seguito, presenta un’ alternativa mainstream alla disonesta cosiddetta definizione IHRA di antisemitismo e una “valida guida ” nella lotta contro il reale antisemitismo, come lo definiscono molti gruppi ebraici progressisti – difendendo gli ebrei, in quanto ebrei, da discriminazione, pregiudizi, ostilità e violenza. Rispetta in larga misura il diritto alla libertà di espressione relativo alla lotta per i diritti dei palestinesi come stabilito dal diritto internazionale, anche attraverso il BDS, e alla lotta contro il sionismo e il regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid.

La JDA può essere utile nella lotta contro il maccartismo anti-palestinese e la repressione che i fautori della definizione IHRA, con i suoi “esempi”, hanno promosso e indotto, di proposito. Ciò è dovuto ai seguenti vantaggi della JDA:

  • Nonostante le sue problematiche linee guida incentrate su Israele, fornisce una definizione coerente e accurata di antisemitismo. I suoi autori rifiutano esplicitamente di codificarla in legge o di usarla per limitare il legittimo esercizio della libertà accademica o per “sopprimere il dibattito pubblico libero e aperto che sia entro i limiti stabiliti dalle leggi che regolano i crimini d’odio”. Ciò è utile per contrastare i tentativi della definizione IHRA di proteggere Israele dalla responsabilità nei confronti del diritto internazionale e di proteggere il sionismo da critiche razionali ed etiche.
  • Riconosce l’antisemitismo come una forma di razzismo, con la sua storia e la sua particolarità, in gran parte confutando l’eccezionalità che la definizione IHRA (con i suoi esempi) gli dà.
  • Riconoscendo che l’antisemitismo e l’antisionismo sono “categoricamente diversi”, non considera antisemita la difesa dei diritti dei palestinesi secondo il diritto internazionale e la fine del regime di oppressione israeliano di per sé. Quindi confuta le parti più pericolose e utilizzate come armi degli “esempi” della definizione IHRA. In particolare, la JDA riconosce come legittima libertà di parola i seguenti esempi: sostegno al movimento BDS non violento e alle sue tattiche; critica o opposizione al sionismo; condanna del colonialismo di insediamento o dell’apartheid di Israele; appello per pari diritti e democrazia per tutti ponendo fine a tutte le forme di supremazia e “discriminazione razziale sistematica”; e critiche alla fondazione di Israele e alle sue istituzioni o politiche razziste.
  • Afferma che “ritenere gli ebrei collettivamente responsabili della condotta di Israele o trattare gli ebrei, semplicemente perché sono ebrei, come agenti di Israele” è antisemita, una regola con cui siamo pienamente d’accordo. Chiediamo l’applicazione di questa regola su tutta la linea, anche quando Israele e sionisti, sia ebrei che cristiani fondamentalisti, sono colpevoli di violarla. I leader fanatici sionisti e israeliani, come Netanyahu, per esempio, spesso parlano a nome di tutti gli ebrei e incoraggiano le comunità ebraiche negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e altrove a “tornare a casa” in Israele.
  • Teoricamente riconosce che il contesto è importante nel senso che situazioni particolari determinano se una certa espressione o azione può essere considerata antisemita o meno.

Tuttavia, i palestinesi, il movimento di solidarietà palestinese e tutti i progressisti sono invitati ad avvicinarsi alla JDA con una mente critica e una cautela a causa delle sue carenze, alcune dei quali sono connaturate:

  1. Con l’infelice titolo della JDA e con la maggior parte delle sue linee guida, si concentra su Palestina / Israele e sul sionismo, rafforzando ingiustificatamente i tentativi di accoppiare il razzismo antiebraico con la lotta per la liberazione palestinese, e quindi avendo un impatto sulla nostra lotta. Nonostante questo impatto, la JDA esclude le opinioni che rappresentano i palestinesi, un’omissione che parla abbastanza delle relazioni asimmetriche di potere e dominio e di come alcuni liberali cercano ancora di prendere decisioni che ci riguardano profondamente, senza di noi. Come palestinesi non possiamo permettere che qualsiasi definizione di antisemitismo sia impiegata per controllare o censurare la difesa dei nostri diritti inalienabili o la nostra narrazione delle nostre esperienze vissute e della storia basata sull’evidenza della lotta contro il colonialismo di insediamento e l’apartheid.
  2. La sua mal concepita omissione di ogni menzione della supremazia bianca e dell’estrema destra, i principali responsabili degli attacchi antisemiti, scagiona inavvertitamente l’estrema destra, nonostante una menzione passeggera nelle FAQ. La maggior parte dei gruppi di estrema destra, specialmente in Europa e Nord America, sono profondamente antisemiti eppure amano Israele e il suo regime di oppressione.
  3. Nonostante le garanzie sulla libertà di espressione nelle sue FAQ, le “linee guida” della JDA ancora cercano di mettere sotto controllo alcuni discorsi critici delle politiche e delle pratiche israeliane, non riuscendo a sostenere pienamente la necessaria distinzione tra ostilità o pregiudizio nei confronti degli ebrei da un lato e legittima opposizione alle politiche, all’ideologia e al sistema di ingiustizia israeliani dall’altro. Ad esempio, la JDA considera antisemiti i seguenti casi:

A. “Descrivere Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua effettiva influenza” come un possibile “modo codificato di razzializzare e stigmatizzare gli ebrei”. Mentre in alcuni casi tale rappresentazione di Israele o la grossolana esagerazione della sua influenza possono rivelare indirettamente un sentimento antisemita, nella maggioranza assoluta dei casi relativi alla difesa dei diritti dei palestinesi tale inferenza sarebbe del tutto fuori luogo. Quando i palestinesi che perdono i loro cari, case e frutteti a causa delle politiche israeliane di apartheid condannano pubblicamente Israele come “il male supremo”, per esempio, questo non può essere ragionevolmente interpretato come un attacco “codificato” contro gli ebrei.

Interpretare l’opposizione ai crimini israeliani e al regime di oppressione come antiebraica, come spesso fanno Israele e i suoi sostenitori di destra anti-palestinesi, rende effettivamente Israele sinonimo o coestensivo di “tutti gli ebrei”. Eticamente parlando, oltre ad essere anti-palestinese, questa equazione è profondamente problematica perché in effetti essenzializza e omogeneizza tutte le persone ebree. Ciò contraddice l’affermazione iniziale della JDA secondo cui è “razzista essenzializzare … una data popolazione”.

B. “Applicare i simboli, le immagini e gli stereotipi negativi dell’antisemitismo classico … allo Stato di Israele.” Come la stessa JDA ammette altrove, una generalizzazione così ampia è falsa in tutti i casi “basati sull’evidenza”. Si consideri, ad esempio, i palestinesi che condannano il premier israeliano Netanyahu come un “assassino di bambini”, dato che almeno 526 bambini palestinesi sono stati massacrati nella strage israeliana del 2014 a Gaza, su cui la Corte penale internazionale ha recentemente deciso di indagare. Può essere considerato antisemita? Sebbene le prove concrete siano irreprensibili, i palestinesi dovrebbero evitare di usare quel termine in questo caso semplicemente perché è un tropo antisemita e Netanyahu è ebreo? È islamofobo chiamare il dittatore saudita Muhammad Bin Salman – che si dà il caso sia un musulmano – un macellaio per aver orchestrato il raccapricciante omicidio di Khashoggi, per non parlare dei crimini del regime saudita contro l’umanità nello Yemen? Mostrare MBS in possesso di un pugnale insanguinato sarebbe considerato un tropo islamofobico, dato che le caricature islamofobiche spesso raffigurano uomini musulmani con spade e pugnali intrisi di sangue? Ovviamente no. Allora perché eccezionalizzare Israele?

C. “Negare il diritto degli ebrei nello Stato di Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come ebrei, in conformità con il principio di uguaglianza”. Il principio di uguaglianza è assolutamente fondamentale nella protezione dei diritti individuali in tutti gli ambiti, nonché nella salvaguardia dei diritti culturali, religiosi, linguistici e sociali collettivi. Ma alcuni possono abusarne per implicare uguali diritti politici per i colonizzatori e i gruppi colonizzati in una realtà di colonialismo di insediamento, o per i gruppi dominanti e dominati in una realtà di apartheid, perpetuando così l’oppressione. Dopo tutto, ancorato al diritto internazionale, il principio fondamentale di uguaglianza non ha come scopo, né può essere utilizzato per, assolvere crimini o legittimare l’ingiustizia.

Che dire del presunto “diritto” dei coloni ebreo-israeliani a sostituire i palestinesi nella terra vittima di pulizia etnica di Kafr Bir’im in Galilea o Umm al Hiran nel Naqab / Negev? Che dire del “diritto” apparente di imporre comitati di ammissione razzisti in decine di insediamenti per soli ebrei nell’attuale Israele, che negano l’ammissione ai cittadini palestinesi di Israele per motivi “culturali / sociali”? Inoltre, ai rifugiati palestinesi dovrebbe essere negato il diritto di tornare a casa stabilito dalle Nazioni Unite per non disturbare un presunto “diritto ebraico collettivo” alla supremazia demografica? Che dire della giustizia, del rimpatrio e delle riparazioni in conformità con il diritto internazionale e del modo in cui possono influire su alcuni “diritti” presunti degli ebrei-israeliani che occupano case o terre palestinesi?

Soprattutto, cosa ha a che fare tutto questo con il razzismo antiebraico?

1. Come recentemente rivelato da Der Spiegel, un rapporto della polizia in Germania, ad esempio, mostra che nel 2020 la destra e l’estrema destra sono state responsabili del 96% di tutti gli incidenti antisemiti in Germania attribuibili a un chiaro motivo. https://twitter.com/bdsmovement/status/1362411616638275586

Fonte: BNC

Traduzione di BDS Italia




La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è uno strumento per identificare, confrontare e sensibilizzare sull’antisemitismo, per come si manifesta oggi nei vari paesi del mondo. La Dichiarazione include un preambolo, una definizione e 15 linee guida che forniscono indicazioni dettagliate per coloro che cercano di riconoscere l’antisemitismo al fine di elaborare risposte appropriate. È stata realizzata da un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente, per affrontare quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al contempo la libertà di parola. È stata sottoscritta da 200 firmatari.

Preambolo

Noi sottoscritti, presentiamo la Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo, prodotto di un’iniziativa nata a Gerusalemme. Includiamo nel novero dei firmatari studiosi internazionali che lavorano in studi sull’antisemitismo e campi correlati, inclusi studi sull’ebraico, l’Olocausto, Israele, la Palestina e il Medio Oriente. Il testo della Dichiarazione si è avvalso della consulenza di studiosi di diritto e membri della società civile.

Ispirati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, dalla Convenzione sull’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione Razziale del 1969, dalla Dichiarazione del Forum Internazionale di Stoccolma sull’Olocausto del 2000 e dalla Risoluzione delle Nazioni Unite sulla Giornata della Memoria del 2005, noi riteniamo che, sebbene l’antisemitismo abbia alcuni tratti distintivi, la lotta contro di esso è inseparabile dalla lotta globale contro tutte le forme di discriminazione razziale, etnica, culturale, religiosa e di genere.

Consapevoli della persecuzione storica degli Ebrei nel corso dei tempi e delle lezioni universali dell’Olocausto, e vedendo con allarme il riaffermarsi dell’antisemitismo da parte di gruppi che promuovono odio e violenza nella politica, nella società e su internet, cerchiamo di fornire una definizione di base dell’antisemitismo utilizzabile, coincisa e storicamente informata, insieme ad alcuni esempi.

La Dichiarazione di Gerusalemme sull’Antisemitismo è una risposta alla “Definizione IHRA”, il documento che è stato adottato nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA [Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto]). Poiché la Definizione IHRA è poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo perciò la lotta contro l’antisemitismo. Notando che si auto-definisce “una dichiarazione operativa”, abbiamo cercato di migliorarla offrendo (a) una definizione di base più chiara e (b) un insieme coerente di linee guida. Speriamo che sia utile per monitorare e combattere l’antisemitismo, così come per scopi educativi. Proponiamo la nostra Dichiarazione non legalmente vincolante come un’alternativa alla Definizione IHRA. Le istituzioni che già hanno adottato la Definizione IHRA possono usare il nostro testo come uno strumento per interpretarla.

La Definizione IHRA include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele. Poiché questo pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico, c’è un bisogno ampiamente sentito di chiarezza sui limiti di accettabilità di azioni e discorsi politici riguardanti il sionismo, Israele e la Palestina. Il nostro scopo è duplice: (1) rafforzare la lotta all’antisemitismo, chiarendo cos’è e come si manifesta, (2) proteggere lo spazio di un dibattito aperto sulla controversa questione del futuro di Israele/Palestina. Non tutti condividiamo le stesse opinioni politiche e non cerchiamo di promuovere una agenda politica di parte. Stabilire che una visione o un’azione controversa non è antisemita non implica né che la approviamo né che la disapproviamo.

Le linee guida che si concentrano su Israele-Palestina dovrebbero essere considerate nel loro insieme. In generale, quando si applicano queste linee guida, ognuna dovrebbe essere letta alla luce delle altre e sempre con un’analisi del contesto. Il contesto può includere l’intenzione dietro un enunciato, o un’espressione che evolve nel tempo, o anche l’identità di chi parla, specialmente quando l’argomento è Israele o il sionismo. Così, per esempio, l’ostilità verso Israele potrebbe essere un’espressione di ostilità antisemita, ma potrebbe essere anche una reazione alla violazione dei diritti umani, o il sentimento che una persona palestinese prova a causa dell’esperienza fatta trovandosi nelle mani di quello Stato. In poche parole, discernimento e sensibilità sono necessari nell’applicare queste linee guida alle situazioni concrete.

Definizione

Antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità e violenza contro gli Ebrei in quanto Ebrei (o le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche).

Linee guida

A. Generali

  1. È razzista “essenzializzare” (trattare un tratto caratteriale come innato) o fare generalizzazioni negative indiscriminate su una data popolazione. Quel che è vero per il razzismo in generale è vero in particolare per l’antisemitismo.
  2. Quel che è peculiare nell’antisemitismo classico è l’idea che gli Ebrei siano legati alle forze del male. Questo sta al centro di molte fantasie antiebraiche, come l’idea di una cospirazione ebraica nella quale “gli Ebrei” possiedono un potere nascosto che usano per promuovere la loro agenda collettiva a spese degli altri popoli. Questo collegamento tra gli Ebrei e il male continua nel presente: nella fantasia che “gli Ebrei” controllino i governi con una “mano nascosta”, che possiedano banche, controllino i media, agiscano come “uno stato nello stato” e siano responsabili della diffusione di malattie (come il Covid-19). Tutte queste caratteristiche possono essere strumentalizzate da diverse (e anche antagonistiche) cause politiche.
  3. L’antisemitismo si può manifestare con parole, immagini e azioni. Esempi di antisemitismo a parole includono affermazioni del tipo: gli Ebrei sono ricchi, intrinsecamente avari o antipatriottici. Nelle caricature antisemite, gli Ebrei sono spesso rappresentati come grotteschi, con grandi nasi e sono associati alla ricchezza. Esempi di atti antisemiti sono: aggredire qualcuno solo perché ebreo/ebrea, attaccare una sinagoga, imbrattare con svastiche le tombe ebraiche, o rifiutare di assumere o promuovere qualcuno perché ebreo.
  4. L’antisemitismo può essere diretto o indiretto, esplicito o criptico. Per esempio, “I Rothschild controllano il mondo” è un’affermazione velata sul presunto potere degli “Ebrei” sulle banche e la finanza internazionale. Ugualmente, ritrarre Israele come il male supremo o esagerare grossolanamente la sua reale influenza può essere un modo criptico di ‘razzializzare’ e stigmatizzare gli Ebrei. In molti casi, identificare un discorso in codice è una questione di contesto e buonsenso, tenendo conto di questi esempi.
  5. Negare o minimizzare l’Olocausto sostenendo che il deliberato genocidio nazista degli Ebrei non ebbe luogo, o che non c’erano campi di sterminio o camere a gas, o che il numero delle vittime fu una piccola parte del totale reale, è antisemita.

B. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, sono antisemiti

  1. Applicare i simboli, immagini e stereotipi negativi dell’antisemitismo classico (vedi gli esempi precedenti 2 e 3) allo Stato di Israele.
  2. Ritenere gli Ebrei collettivamente responsabili per la condotta di Israele o trattare gli Ebrei, semplicemente perché Ebrei, come agenti di Israele.
  3. Richiedere alle persone, perché Ebree, di condannare pubblicamente Israele o il sionismo (per esempio, in una riunione politica).
  4. Presumere che gli Ebrei non israeliani, semplicemente perché Ebrei, siano necessariamente più fedeli a Israele che non al proprio paese.
  5. Negare il diritto agli Ebrei dello Stato d’Israele di esistere e prosperare, collettivamente e individualmente, come Ebrei, secondo il principio di uguaglianza.

C. Israele e Palestina: esempi che, a ben vedere, non sono antisemiti (che si approvi o meno l’opinione o l’azione considerata)

  1. Sostenere la richiesta di giustizia e di piena concessione dei diritti politici, nazionali, civili e umani dei Palestinesi, come sancito dal diritto internazionale.
  2. Criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo, o schierarsi a favore di un qualche tipo di accordo costituzionale per Ebrei e Palestinesi nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo. Non è antisemita sostenere intese che accordino piena uguaglianza a tutti gli abitanti “tra il fiume e il mare”, sia che ciò avvenga con due stati, con uno stato binazionale, con uno stato democratico unitario, con uno stato federale o in qualsiasi altra forma.
  3. La critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo. Non è antisemita segnalare la sistematica discriminazione razziale. In generale, le stesse norme di dibattito che si applicano agli altri Stati e agli altri conflitti per l’autodeterminazione nazionale si applicano nel caso di Israele e della Palestina. Quindi, anche se polemico, non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid.
  4. Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite.
  5. Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita. In generale, il confine tra il discorso antisemita e quello che non lo è, è diverso dal confine tra il discorso ragionevole e quello irragionevole.

Firmatari:

Ludo Abicht, Professor Dr., Political Science Department, University of Antwerp

Taner Akçam, Professor, Kaloosdian/Mugar Chair Armenian History and Genocide, Clark University

Gadi Algazi, Professor, Department of History and Minerva Institute for German History, Tel Aviv University

Seth Anziska, Mohamed S. Farsi-Polonsky Associate Professor of Jewish-Muslim Relations, University College London

Aleida Assmann, Professor Dr., Literary Studies, Holocaust, Trauma and Memory Studies, Konstanz University

Jean-Christophe Attias, Professor, Medieval Jewish Thought, École Pratique des Hautes Études, Université PSL Paris

Leora Auslander, Arthur and Joann Rasmussen Professor of Western Civilization in the College and Professor of European Social History, Department of History, University of Chicago

Bernard Avishai, Visiting Professor of Government, Department of Government, Dartmouth College

Angelika Bammer, Professor, Comparative Literature, Affiliate Faculty of Jewish Studies, Emory University

Omer Bartov, John P. Birkelund Distinguished Professor of European History, Brown University

Almog Behar, Dr., Department of Literature and the Judeo-Arabic Cultural Studies Program, Tel Aviv University

Moshe Behar, Associate Professor, Israel/Palestine and Middle Eastern Studies, University of Manchester

Peter Beinart, Professor of Journalism and Political Science, The City University of New York (CUNY); Editor at large, Jewish Currents

Elissa Bemporad, Jerry and William Ungar Chair in East European Jewish History and the Holocaust; Professor of History, Queens College and The City University of New York (CUNY)

Sarah Bunin Benor, Professor of Contemporary Jewish Studies, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion

Wolfgang Benz, Professor Dr., fmr. Director Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Doris Bergen, Chancellor Rose and Ray Wolfe Professor of Holocaust Studies, Department of History and Anne Tanenbaum Centre for Jewish Studies, University of Toronto

Werner Bergmann, Professor Emeritus, Sociologist, Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Michael Berkowitz, Professor, Modern Jewish History, University College London

Louise Bethlehem, Associate Professor and Chair of the Program in Cultural Studies, English and Cultural Studies, The Hebrew University of Jerusalem

David Biale, Emanuel Ringelblum Distinguished Professor, University of California, Davis

Leora Bilsky, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Monica Black, Associate Professor, Department of History, University of Tennessee, Knoxville

Daniel Blatman, Professor, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Omri Boehm, Associate Professor of Philosophy, The New School for Social Research, New York

Daniel Boyarin, Taubman Professor of Talmudic Culture, UC Berkeley

Christina von Braun, Professor Dr., Selma Stern Center for Jewish Studies, Humboldt University, Berlin

Micha Brumlik, Professor Dr., fmr. Director of Fritz Bauer Institut-Geschichte und Wirkung des Holocaust, Frankfurt am Main

Jose Brunner, Professor Emeritus, Buchmann Faculty of Law and Cohn Institute for the History and Philosophy of Science, Tel Aviv University

Darcy Buerkle, Professor and Chair of History, Smith College

John Bunzl, Professor Dr., The Austrian Institute for International Politics

Michelle U. Campos, Associate Professor of Jewish Studies and History Pennsylvania State University

Francesco Cassata, Professor, Contemporary History Department of Ancient Studies, Philosophy and History, University of Genoa

Naomi Chazan, Professor Emerita of Political Science, The Hebrew University of Jerusalem

Bryan Cheyette, Professor and Chair in Modern Literature and Culture, University of Reading

Stephen Clingman, Distinguished University Professor, Department of English, University of Massachusetts, Amherst

Raya Cohen, Dr., fmr. Department of Jewish History, Tel Aviv University; fmr. Department of Sociology, University of Naples Federico II

Alon Confino, Pen Tishkach Chair of Holocaust Studies, Professor of History and Jewish Studies, Director Institute for Holocaust, Genocide, and Memory Studies, University of Massachusetts, Amherst

Sebastian Conrad, Professor of Global and Postcolonial History, Freie Universität Berlin

Lila Corwin Berman, Murray Friedman Chair of American Jewish History, Temple University

Deborah Dash Moore, Frederick G. L. Huetwell Professor of History and Professor of Judaic Studies, University of Michigan

Natalie Zemon Davis, Professor Emerita, Princeton University and University of Toronto

Sidra DeKoven Ezrahi, Professor Emerita, Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem

Hasia R. Diner, Professor, New York University

Arie M. Dubnov, Max Ticktin Chair of Israel Studies and Director Judaic Studies Program, The George Washington University

Debórah Dwork, Director Center for the Study of the Holocaust, Genocide and Crimes Against Humanity, Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Yulia Egorova, Professor, Department of Anthropology, Durham University, Director Centre for the Study of Jewish Culture, Society and Politics

Helga Embacher, Professor Dr., Department of History, Paris Lodron University Salzburg

Vincent Engel, Professor, University of Louvain, UCLouvain

David Enoch, Professor, Philosophy Department and Faculty of Law, The Hebrew University of Jerusalem

Yuval Evri, Dr., Leverhulme Early Career Fellow SPLAS, King’s College London

Richard Falk, Professor Emeritus of International Law, Princeton University; Chair of Global Law, School of Law, Queen Mary University, London

David Feldman, Professor, Director of the Institute for the Study of Antisemitism, Birkbeck, University of London

Yochi Fischer, Dr., Deputy Director Van Leer Jerusalem Institute and Head of the Sacredness, Religion and Secularization Cluster

Ulrike Freitag, Professor Dr., History of the Middle East, Director Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Ute Frevert, Professor of Modern History, Department of History, University of Zurich

Katharina Galor, Professor Dr., Hirschfeld Visiting Associate Professor, Program in Judaic Studies, Program in Urban Studies, Brown University

Chaim Gans, Professor Emeritus, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University

Alexandra Garbarini, Professor, Department of History and Program in Jewish Studies, Williams College

Shirli Gilbert, Professor of Modern Jewish History, University College London

Sander Gilman, Distinguished Professor of the Liberal Arts and Sciences; Professor of Psychiatry, Emory University

Shai Ginsburg, Associate Professor, Chair of the Department of Asian and Middle Eastern Studies and Faculty Member of the Center for Jewish Studies, Duke University

Victor Ginsburgh, Professor Emeritus, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Carlo Ginzburg, Professor Emeritus, UCLA and Scuola Normale Superiore, Pisa

Snait Gissis, Dr., Cohn Institute for the History and Philosophy of Science and Ideas, Tel Aviv University

Glowacka Dorota, Professor, Humanities, University of King’s College, Halifax

Amos Goldberg, Professor, The Jonah M. Machover Chair in Holocaust Studies, Head of the Avraham Harman Research Institute of Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Harvey Goldberg, Professor Emeritus, Department of Sociology and Anthropology, The Hebrew University of Jerusalem

Sylvie-Anne Goldberg, Professor, Jewish Culture and History, Head of Jewish Studies at the Advanced School of Social Sciences (EHESS), Paris

Svenja Goltermann, Professor Dr., Historisches Seminar, University of Zurich

Neve Gordon, Professor of International Law, School of Law, Queen Mary University of London

Emily Gottreich, Adjunct Professor, Global Studies and Department of History, UC Berkeley, Director MENA-J Program

Leonard Grob, Professor Emeritus of Philosophy, Fairleigh Dickinson University

Jeffrey Grossman, Associate Professor, German and Jewish Studies, Chair of the German Department, University of Virginia

Atina Grossmann, Professor of History, Faculty of Humanities and Social Sciences, The Cooper Union, New York

Wolf Gruner, Shapell-Guerin Chair in Jewish Studies and Founding Director of the USC Shoah Foundation Center for Advanced Genocide Research, University of Southern California

François Guesnet, Professor of Modern Jewish History, Department of Hebrew and Jewish Studies, University College London

Ruth HaCohen, Artur Rubinstein Professor of Musicology, The Hebrew University of Jerusalem

Aaron J. Hahn, Tapper Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Liora R. Halperin, Associate Professor of International Studies, History and Jewish Studies; Jack and Rebecca Benaroya Endowed Chair in Israel Studies, University of Washington

Rachel Havrelock, Professor of English and Jewish Studies, University of Illinois, Chicago

Sonja Hegasy, Professor Dr., Scholar of Islamic Studies and Professor of Postcolonial Studies, Leibniz-Zentrum Moderner Orient, Berlin

Elizabeth Heineman, Professor of History and of Gender, Women’s and Sexuality Studies, University of Iowa

Didi Herman, Professor of Law and Social Change, University of Kent

Deborah Hertz, Wouk Chair in Modern Jewish Studies, University of California, San Diego

Dagmar Herzog, Distinguished Professor of History and Daniel Rose Faculty Scholar Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Susannah Heschel, Eli M. Black Distinguished Professor of Jewish Studies, Chair, Jewish Studies Program, Dartmouth College

Dafna Hirsch, Dr., Open University of Israel

Marianne Hirsch, William Peterfield Trent Professor of Comparative Literature and Gender Studies, Columbia University

Christhard Hoffmann, Professor of Modern European History, University of Bergen

Dr. habil. Klaus Holz, General Secretary of the Protestant Academies of Germany, Berlin

Eva Illouz, Directrice d’etudes, EHESS Paris and Van Leer Institute, Fellow

Jill Jacobs, Rabbi, Executive Director, T’ruah: The Rabbinic Call for Human Rights, New York

Uffa Jensen, Professor Dr., Center for Research on Antisemitism, Technische Universität, Berlin

Jonathan Judaken, Professor, Spence L. Wilson Chair in the Humanities, Rhodes College

Robin E. Judd, Associate Professor, Department of History, The Ohio State University

Irene Kacandes, The Dartmouth Professor of German Studies and Comparative Literature, Dartmouth University

Marion Kaplan, Skirball Professor of Modern Jewish History, New York University

Eli Karetny, Deputy Director Ralph Bunche Institute for International Studies; Lecturer Baruch College, The City University of New York (CUNY)

Nahum Karlinsky, The Ben-Gurion Research Institute for the Study of Israel and Zionism, Ben-Gurion University of the Negev

Menachem Klein, Professor Emeritus, Department of Political Studies, Bar Ilan University

Brian Klug, Senior Research Fellow in Philosophy, St. Benet’s Hall, Oxford; Member of the Philosophy Faculty, Oxford University

Francesca Klug, Visiting Professor at LSE Human Rights and at the Helena Kennedy Centre for International Justice, Sheffield Hallam University

Thomas A. Kohut, Sue and Edgar Wachenheim III Professor of History, Williams College

Teresa Koloma Beck, Professor of Sociology, Helmut Schmidt University, Hamburg

Rebecca Kook, Dr., Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

Claudia Koonz, Professor Emeritus of History, Duke University

Hagar Kotef, Dr., Senior Lecturer in Political Theory and Comparative Political Thought, Department of Politics and International Studies, SOAS, University of London

Gudrun Kraemer, Professor Dr., Senior Professor of Islamic Studies, Freie Universität Berlin

Cilly Kugelman, Historian, fmr. Program Director of the Jewish Museum, Berlin

Tony Kushner, Professor, Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations, University of Southampton

Dominick LaCapra, Bowmar Professor Emeritus of History and of Comparative Literature, Cornell University

Daniel Langton, Professor of Jewish History, University of Manchester

Shai Lavi, Professor, The Buchmann Faculty of Law, Tel Aviv University; The Van Leer Jerusalem Institute

Claire Le Foll, Associate Professor of East European Jewish History and Culture, Parkes Institute, University of Southampton; Director Parkes Institute for the Study of Jewish/non-Jewish Relations

Nitzan Lebovic, Professor, Department of History, Chair of Holocaust Studies and Ethical Values, Lehigh University

Mark Levene, Dr., Emeritus Fellow, University of Southampton and Parkes Centre for Jewish/non-Jewish Relations

Simon Levis Sullam, Associate Professor in Contemporary History, Dipartimento di Studi Umanistici, University Ca’ Foscari Venice

Lital Levy, Associate Professor of Comparative Literature, Princeton University

Lior Libman, Assistant Professor of Israel Studies, Associate Director Center for Israel Studies, Judaic Studies Department, Binghamton University, SUNY

Caroline Light, Senior Lecturer and Director of Undergraduate Studies Program in Women, Gender and Sexuality Studies, Harvard University

Kerstin von Lingen, Professor for Contemporary History, Chair for Studies of Genocide, Violence and Dictatorship, Vienna University

James Loeffler, Jay Berkowitz Professor of Jewish History, Ida and Nathan Kolodiz Director of Jewish Studies, University of Virginia

Hanno Loewy, Director of the Jewish Museum Hohenems, Austria

Ian S. Lustick, Bess W. Heyman Chair, Department of Political Science, University of Pennsylvania

Sergio Luzzato, Emiliana Pasca Noether Chair in Modern Italian History, University of Connecticut

Shaul Magid, Professor of Jewish Studies, Dartmouth College

Avishai Margalit, Professor Emeritus in Philosophy, The Hebrew University of Jerusalem

Jessica Marglin, Associate Professor of Religion, Law and History, Ruth Ziegler Early Career Chair in Jewish Studies, University of Southern California

Arturo Marzano, Associate Professor of History of the Middle East, Department of Civilizations and Forms of Knowledge, University of Pisa

Anat Matar, Dr., Department of Philosophy, Tel Aviv University

Manuel Reyes Mate Rupérez, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Menachem Mautner, Daniel Rubinstein Professor of Comparative Civil Law and Jurisprudence, Faculty of Law, Tel Aviv University

Brendan McGeever, Dr., Lecturer in the Sociology of Racialization and Antisemitism, Department of Psychosocial Studies, Birkbeck, University of London

David Mednicoff, Chair Department of Judaic and Near Eastern Studies and Associate Professor of Middle Eastern Studies and Public Policy, University of Massachusetts, Amherst

Eva Menasse, Novelist, Berlin

Adam Mendelsohn, Associate Professor of History and Director of the Kaplan Centre for Jewish Studies, University of Cape Town

Leslie Morris, Beverly and Richard Fink Professor in Liberal Arts, Professor and Chair Department of German, Nordic, Slavic & Dutch, University of Minnesota

Dirk Moses, Frank Porter Graham Distinguished Professor of Global Human Rights History, The University of North Carolina at Chapel Hill

Samuel Moyn, Henry R. Luce Professor of Jurisprudence and Professor of History, Yale University

Susan Neiman, Professor Dr., Philosopher, Director of the Einstein Forum, Potsdam

Anita Norich, Professor Emeritus, English and Judaic Studies, University of Michigan

Xosé Manoel Núñez Seixas, Professor of Modern European History, University of Santiago de Compostela

Esra Ozyurek, Sultan Qaboos Professor of Abrahamic Faiths and Shared Values Faculty of Divinity, University of Cambridge

Ilaria Pavan, Associate Professor in Modern History, Scuola Normale Superiore, Pisa

Derek Penslar, William Lee Frost Professor of Jewish History, Harvard University

Andrea Pető, Professor, Central European University (CEU), Vienna; CEU Democracy Institute, Budapest

Valentina Pisanty, Associate Professor, Semiotics, University of Bergamo

Renée Poznanski, Professor Emeritus, Department of Politics and Government, Ben Gurion University of the Negev

David Rechter, Professor of Modern Jewish History, University of Oxford

James Renton, Professor of History, Director of International Centre on Racism, Edge Hill Universit

Shlomith Rimmon Kenan, Professor Emerita, Departments of English and Comparative Literature, The Hebrew University of Jerusalem; Member of the Israel Academy of Science

Shira Robinson, Associate Professor of History and International Affairs, George Washington University

Bryan K. Roby, Assistant Professor of Jewish and Middle East History, University of Michigan-Ann Arbor

Na’ama Rokem, Associate Professor, Director Joyce Z. And Jacob Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

Mark Roseman, Distinguished Professor in History, Pat M. Glazer Chair in Jewish Studies, Indiana University

Göran Rosenberg, Writer and Journalist, Sweden

Michael Rothberg, 1939 Society Samuel Goetz Chair in Holocaust Studies, UCLA

Sara Roy, Senior Research Scholar, Center for Middle Eastern Studies, Harvard University

Miri Rubin, Professor of Medieval and Modern History, Queen Mary University of London

Dirk Rupnow, Professor Dr., Department of Contemporary History, University of Innsbruck, Austria

Philippe Sands, Professor of Public Understanding of Law, University College London; Barrister; Writer

Victoria Sanford, Professor of Anthropology, Lehman College Doctoral Faculty, The Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Gisèle Sapiro, Professor of Sociology at EHESS and Research Director at the CNRS (Centre européen de sociologie et de science politique), Paris

Peter Schäfer, Professor of Jewish Studies, Princeton University, fmr. Director of the Jewish Museum Berlin

Andrea Schatz, Dr., Reader in Jewish Studies, King’s College London

Jean-Philippe Schreiber, Professor, Université Libre de Bruxelles, Brussels

Stefanie Schüler-Springorum, Professor Dr., Director of the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Guri Schwarz, Associate Professor of Contemporary History, Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia, Università di Genova

Raz Segal, Associate Professor, Holocaust and Genocide Studies, Stockton University

Joshua Shanes, Associate Professor and Director of the Arnold Center for Israel Studies, College of Charleston

David Shulman, Professor Emeritus, Department of Asian Studies, The Hebrew University of Jerusalem

Dmitry Shumsky, Professor, Israel Goldstein Chair in the History of Zionism and the New Yishuv, Director of the Bernard Cherrick Center for the Study of Zionism, the Yishuv and the State of Israel, Department of Jewish History and Contemporary Jewry, The Hebrew University of Jerusalem

Marcella Simoni, Professor of History, Department of Asian and North African Studies, Ca’ Foscari University, Venice

Santiago Slabodsky, The Robert and Florence Kaufman Endowed Chair in Jewish Studies and Associate Professor of Religion, Hofstra University, New York

David Slucki, Associate Professor of Contemporary Jewish Life and Culture, Australian Centre for Jewish Civilisation, Monash University, Australia

Tamir Sorek, Liberal Arts Professor of Middle East History and Jewish Studies, Penn State University

Levi Spectre, Dr., Senior Lecturer at the Department of History, Philosophy and Judaic Studies, The Open University of Israel; Researcher at the Department of Philosophy, Stockholm University, Sweden

Michael P. Steinberg, Professor, Barnaby Conrad and Mary Critchfield Keeney Professor of History and Music, Professor of German Studies, Brown University

Lior Sternfeld, Assistant Professor of History and Jewish Studies, Penn State Univeristy

Michael Stolleis, Professor of History of Law, Max Planck Institute for European Legal History, Frankfurt am Main

Mira Sucharov, Professor of Political Science and University Chair of Teaching Innovation, Carleton University Ottawa

Adam Sutcliffe, Professor of European History, King’s College London

Aaron J. Hahn Tapper, Professor, Mae and Benjamin Swig Chair in Jewish Studies, University of San Francisco

Anya Topolski, Associate Professor of Ethics and Political Philosophy, Radboud University, Nijmegen

Barry Trachtenberg, Associate Professor, Rubin Presidential Chair of Jewish History, Wake Forest University

Emanuela Trevisan Semi, Senior Researcher in Modern Jewish Studies, Ca’ Foscari University of Venice

Heidemarie Uhl, PhD, Historian, Senior Researcher, Austrian Academy of Sciences, Vienna

Peter Ullrich, Dr. Dr., Senior Researcher, Fellow at the Center for Research on Antisemitism, Technische Universität Berlin

Uğur Ümit Üngör, Professor and Chair of Holocaust and Genocide Studies, Faculty of Humanities, University of Amsterdam; Senior Researcher NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies, Amsterdam

Nadia Valman, Professor of Urban Literature, Queen Mary, University of London

Dominique Vidal, Journalist, Historian and Essayist

Alana M. Vincent, Associate Professor of Jewish Philosophy, Religion and Imagination, University of Chester

Vered Vinitzky-Seroussi, Head of The Truman Research Institute for the Advancement of Peace, The Hebrew University of Jerusalem

Anika Walke, Associate Professor of History, Washington University, St. Louis

Yair Wallach, Dr., Senior Lecturer in Israeli Studies School of Languages, Cultures and Linguistics, SOAS, University of London

Michael Walzer, Professor Emeritus, Institute for Advanced Study, School of Social Science, Princeton

Dov Waxman, Professor, The Rosalinde and Arthur Gilbert Foundation Chair in Israel Studies, University of California (UCLA)

Ilana Webster-Kogen, Joe Loss Senior Lecturer in Jewish Music, SOAS, University of London

Bernd Weisbrod, Professor Emeritus of Modern History, University of Göttingen

Eric D. Weitz, Distinguished Professor of History, City College and the Graduate Center, The City University of New York (CUNY)

Michael Wildt, Professor Dr., Department of History, Humboldt University, Berlin

Abraham B. Yehoshua, Novelist, Essayist and Playwright

Noam Zadoff, Assistant Professor in Israel Studies, Department of Contemporary History, University of Innsbruck

Tara Zahra, Homer J. Livingston Professor of East European History; Member Greenberg Center for Jewish Studies, University of Chicago

José A. Zamora Zaragoza, Senior Researcher, Instituto de Filosofía del CSIC, Spanish National Research Council, Madrid

Lothar Zechlin, Professor Emeritus of Public Law, fmr. Rector Institute of Political Science, University of Duisburg

Yael Zerubavel, Professor Emeritus of Jewish Studies and History, fmr. Founding Director Bildner Center for the Study of Jewish Life, Rutgers University

Moshe Zimmermann, Professor Emeritus, The Richard Koebner Minerva Center for German History, The Hebrew University of Jerusalem

Steven J. Zipperstein, Daniel E. Koshland Professor in Jewish Culture and History, Stanford University

Moshe Zuckermann, Professor Emeritus of History and Philosophy, Tel Aviv University

https://jerusalemdeclaration.org/

Traduzione di Elisabetta Valento – AssoPacePalestina




Come le organizzazioni israeliane per i diritti umani impediscono ai palestinesi di contestualizzare la loro situazione

Haneen Maikey, Lana Tatour

31 marzo 2021 – Middle East Eye

Pervase dal sistema colonialista di insediamento, le organizzazioni israeliane per i diritti umani sembrano vedere i palestinesi come poco più che una fonte di dati grezzi, mentre il personale ebreo definisce la strategia

Negli ultimi anni le persone di colore che lavorano nel settore dei diritti umani e dello sviluppo internazionale hanno invitato Ong e organizzazioni a prendere in considerazione il razzismo istituzionale e ad analizzare come loro strutture, discorsi e programmi rafforzino il colonialismo e il suprematismo bianco.

Lo scorso anno 1.000 tra ex ed attuali operatori di “Medici senza frontiere” hanno chiesto un’indagine indipendente per smantellare “decenni di potere e paternalismo”. Un anno prima il rapporto di una commissione indipendente ha stabilito che Oxfam International [storica coalizione di ong inglesi, ndtr.] è segnata da “razzismo, comportamenti colonialisti e intimidatori.”

Ma questa discussione che sta emergendo a livello internazionale sembra essere stata ignorata dalle organizzazioni israeliane per i diritti umani, sempre lodate per la loro coraggiosa lotta contro l’occupazione israeliana e il sostegno ai diritti dei palestinesi. Il recente rapporto di B’Tselem, che ha dichiarato che Israele è uno Stato di apartheid, offre l’opportunità di parlare delle politiche razziali del lavoro israeliano per i diritti umani.

Gerarchia razziale

Alcune organizzazioni israeliane per i diritti umani non solo sono pervase dal sistema colonialista di insediamento e ne sfruttano i vantaggi, ma anche nelle loro strutture istituzionali e nel loro modo di operare incarnano e riproducono relazioni di potere razziste e colonialiste. Per dirla chiara, il settore israeliano dei diritti umani ha un problema di supremazia ebraica-israeliana ashkenazita [gli ebrei originari dell’Europa centro-orientale, che rappresentano l’élite israeliana, ndtr.].

Uno sguardo ravvicinato alla struttura del personale di tali organizzazioni rivela un’immagine sorprendente della gerarchia razziale tra gli ebrei israeliani, i palestinesi del ’48 (denominati anche “cittadini” palestinesi di Israele) e palestinesi di Cisgiordania e Gaza occupate (noti anche come i palestinesi del ’67), la stessa gerarchia su cui si basa il progetto razzista del colonialismo di insediamento israeliano.

I palestinesi di Gaza e della Cisgiordania occupata hanno due ruoli principali nelle organizzazioni israeliane per i diritti umani. Sono ricercatori sul campo incaricati di documentare le violazioni dei diritti umani, raccogliere dati portare testimonianze. Sono anche i “clienti” e i “beneficiari” che si rivolgono a queste organizzazioni perchè esse li aiutano a proteggere i loro diritti a salute, educazione, residenza e mobilità di fronte alle autorità israeliane.

Poi ci sono i palestinesi del ’48, che occupano posizioni che richiedono una buona padronanza sia dell’arabo che dell’ebraico. Il loro ruolo è di mediare tra i palestinesi del ’67 e il personale israeliano. Sono i coordinatori dei dati e delle assunzioni, dirigono gli operatori sul campo, processano informazioni e coordinano i programmi che richiedono una comunicazione diretta con i palestinesi del ’67.

Infine posizioni come alti dirigenti, portavoce, coordinatori della sensibilizzazione a livello internazionale, personale per la valorizzazione delle risorse e ricercatori che scrivono i rapporti sulle politiche pubbliche, il volto ufficiale delle organizzazioni, sono israeliani ed ebrei americani, praticamente solo ashkenaziti.

Frammentazione colonialista

Questa non è in alcun modo una critica al personale palestinese e alle sue attività nelle associazioni israeliane per i diritti umani. Attivisti palestinesi hanno a lungo negoziato rivendicazioni salariali e resistenza vivendo in condizioni colonialiste.

Come nel mercato del lavoro israeliano razzializzato, le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno il proprio soffitto di cristallo. Ai palestinesi sono stati destinati ruoli specifici, senza cui le associazioni israeliane ebraiche per i diritti umani non potrebbero operare, eppure, benché siano la spina dorsale di queste organizzazioni, sono esclusi dalle posizioni di vertice, che solo per lo più riservate agli ebrei ashkenaziti.

La divisione tra il lavoro dei palestinesi del ’48 e del ’67 gioca anche all’interno e approfondisce la frammentazione colonialista dei palestinesi. Ciò rischia di innescare dinamiche interne di potere i e una gerarchia tra i palestinesi del ’48, che fungono da mediatori, e quelli del ’67, che cercano assistenza o di condividere le proprie testimonianze.

Il razzismo, non necessariamente cosciente o intenzionale, profondamente radicato che sta alla base di questa cultura di gestione del personale sottolinea anche questioni di produzione e rappresentazione delle conoscenze. In queste organizzazioni i palestinesi e le loro esperienze della violenza del colonialismo di insediamento sono funzionali alla produzione di sapere per gli israeliani. Essi sono la fonte delle informazioni e delle esperienze che vivono sono l’insieme di dati grezzi.

Sono gli israeliani che decidono cosa fare di queste informazioni, come interpretarle, contestualizzarle e comunicarle al mondo.

Arbitri dell’attività dei palestinesi

In un’intervista del 2016 è stato chiesto al direttore esecutivo di B’Tselem, Hagai El-Ad: “Come date voce e protagonismo ai palestinesi nel vostro lavoro?” La sua risposta è stata rivelatrice:

“È una domanda molto importante, a cui pensiamo sempre. Uno dei nostri mezzi principali è costituito dal nostro progetto video, che è un esempio-guida a livello mondiale per una affermazione autonoma del giornalismo dei cittadini. Volontari palestinesi, più di 200 dei quali in tutta la Cisgiordania, hanno videocamere e sono formati per documentare la vita sotto occupazione. Ovviamente le immagini che poi vengono rese pubbliche sono quelle originali, così come sono state riprese dai palestinesi.”

La domanda evidenza di per sé alcuni dei danni che queste organizzazioni per i diritti umani fanno giocando il ruolo di mediatori del vissuto dei palestinesi – quelli che dispensano rappresentanza e voce. Assumendo l’autorità di plasmare le prospettive internazionali dei palestinesi, agiscono come arbitri del loro operato.

Nel contempo la risposta di El-Ad suggerisce che il massimo che i nativi possono fare è documentare la propria situazione. Il settore israeliano dei diritti umani appare incapace di immaginare i palestinesi come produttori di sapere o artefici del loro vissuto. L’affermazione di cui parla El-Ad è un classico caso di empowerment liberal privo di potere, perfettamente in linea con la mentalità del salvatore bianco.

Un importante aspetto di questo rapporto di sfruttamento razzializzato è il lavoro emotivo e psicologico profuso dai palestinesi nel raccogliere le informazioni e testimonianze necessarie per l’esistenza di queste organizzazioni.

Mentre i palestinesi vengono incaricati di documentare ed elaborare l’orribile violenza del colonialismo di insediamento a cui sono sottoposti, il personale israeliano riceve informazioni elaborate e “pulite” da usare nei suoi rapporti, nel lavoro di sostegno internazionale e nelle campagne presso l’opinione pubblica.

Ciclo di violenza

Mentre questa dinamica intrappola i palestinesi in un circolo vizioso di violenza estenuante dal punto di vista emotivo e politico e li (ri)traumatizza, essa protegge l’occupante da ogni coinvolgimento diretto. Il personale israeliano riceve le testimonianze filtrate e mediate, aggiungendo un ulteriore livello di disconnessione tra l’occupante e le conseguenze dell’occupazione e della violenza colonialista.

La struttura razzista che in queste organizzazioni tiene all’ultimo posto i palestinesi caratterizza anche le politiche di rappresentanza, che vedono gli israeliani come i naturali rappresentanti e quelli che inquadrano la realtà vissuta dai palestinesi. A ciò si unisce una sensazione di ipocrisia. In un’intervista con il New Yorker [prestigiosa rivista statunitense, ndtr.] El-Ad ha spiegato perché B’Tselem ha deciso di definire Israele uno Stato di apartheid: “Vogliamo cambiare il discorso sul quello che sta avvenendo tra il fiume [Giordano] e il mare [Mediterraneo]. Il discorso è stato slegato dalla realtà e ciò danneggia le possibilità di cambiamento.”

Quello che B’Tselem ed El-Ad ignorano è che il loro discorso è stato slegato dalla realtà. Se avessero ascoltato i palestinesi, avrebbero saputo che essi da decenni stanno dicendo di vivere una situazione di apartheid, di segregazione e dominazione razziale. Questa cancellazione è il risultato di un approccio paternalistico, che insiste sul fatto che il colono ne sa di più del nativo.

Eppure all’interno del contesto internazionale razzializzato, gli attivisti, avvocati e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, come Al-Haq, Al Mezan, Adalah o Addameer, non ricevono la stessa attenzione internazionale di B’Tselem o dell’avvocato Michael Sfard di Yesh Din [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.], con decine di interviste e reportage su importanti mezzi di informazione internazionali e accesso ai decisori politici.

Mettere al centro i palestinesi

Le organizzazioni israeliane per i diritti umani, gli attivisti e gli avvocati non si limitano ad “utilizzare il proprio privilegio” per “aiutare” i palestinesi, un’affermazione che spesso i bianchi fanno quando mettono al centro se stessi. Parlano di apartheid, ma non lavorano per intaccare le politiche che ne fanno dei privilegiati. Al contrario, traggono vantaggio e beneficiano delle politiche che rendono le voci israeliane sempre apprezzabili e legittime, e lo fanno sfruttando nel contempo il sapere e il lavoro dei palestinesi.

Questa dinamica razzista influenza anche le competenze e il discorso che vengono prodotti. Alle associazioni israeliane per i diritti umani viene attribuita la voce autorevole su problemi palestinesi a livello internazionale. B’Tselem ora è l’organizzazione a cui rivolgersi a proposito dell’apartheid israeliano, Gisha di Gaza, Yesh Din delle colonie israeliane in Cisgiordania, Medici per i Diritti Umani della salute e HaMoked delle questioni di status.

Il risultato è una lettura colonialista della vicenda palestinese. Con l’insistenza degli israeliani a definire la questione palestinese, il quadro che offrono e il sapere che producono tendono a sminuire i palestinesi e il programma radicalmente anti-colonialista incentrato sulla liberazione.

Per esempio, mentre la politica radicale palestinese vede in Israele uno Stato colonialista di insediamento che pratica l’apartheid e sostiene che il sionismo è razzismo, B’Tselem presenta una concezione dell’apartheid israeliano che ignora il colonialismo di insediamento e nega i fondamenti razzisti del movimento sionista.

I palestinesi sanno come inquadrare la propria situazione, lo stanno facendo da decenni. La nostra preoccupazione non riguarda tanto come rendere le organizzazioni e gli attivisti israeliani meno razzisti o più accoglienti con i palestinesi. Siamo più preoccupate di come noi, in quanto attivisti, organizzazioni per i diritti umani e associazioni di solidarietà palestinesi dovremmo rispondere a questa dinamica razzista.

La situazione che viviamo e il nostro sapere non dovrebbero essere note a piè di pagina di organizzazioni bianche, israeliane e del colonialismo di insediamento. Un modo per progredire è dare centralità al sapere dei palestinesi e al progetto di liberazione anticolonialista.

Le opinioni espresse in questo articolo sono delle autrici e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Haneen Maikey

Haneen è un’attivista femminista queer, co-fondatrice ed ex-direttrice dell’organizzazione nazionale palestinese di base LGBTQ “alQaws per la Diversità Sessuale e di Genere nella Società Palestinese.”

Lana Tatour

Lana Tatour è docente e ricercatrice in sviluppo globale presso la Scuola di Scienze Sociali dell’università del Nuovo Galles del Sud (Syndey, Australia).

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Giornata della Terra: il progetto israeliano di furto di terre continua indisturbato

Ghada Karmi

30 marzo 2021 – Middle East Eye

Per i palestinesi, la Giornata della Terra continua a essere uno stimolo e un omaggio alla giusta lotta di un popolo indomito per la propria terra.

La centralità della lotta per la terra è sempre stata fondamentale per capire il conflitto israelo-palestinese.

È al cuore di due grandi eventi le cui ricorrenze cadono il 30 marzo. Il primo, la Giornata della Terra, commemora l’inizio della resistenza dei palestinesi all’occupazione della loro terra da parte di Israele nel 1976; e il secondo segna l’inizio della Grande Marcia del Ritorno nel 2018, quando a Gaza migliaia di palestinesi protestarono per il diritto dei rifugiati al ritorno alle loro terre confiscate in Israele.

Fin dall’inizio, il movimento sionista era fondato sull’acquisizione di un territorio deserto su cui stabilire uno Stato esclusivamente per ebrei. Dato che nella Palestina dell’epoca tale terra non era disponibile, doveva essere ottenuta, prima con l’acquisto e poi con la guerra.

Il percorso del furto della terra

Dato che dopo il 1917 gli immigrati ebrei iniziarono ad arrivare nel Paese in numero crescente, organizzazioni sioniste come il Fondo Nazionale Ebraico e l’Associazione per la colonizzazione ebraica della Palestina si approntarono ad acquistare terre palestinesi, a condizione che al momento dell’acquisto non fossero occupate.

Molti proprietari terrieri arabi che non vivevano più in Palestina e una minoranza di agricoltori palestinesi vendettero loro della terra. Queste vendite erano motivate principalmente dalla necessità economica, dato che le organizzazioni sioniste avevano accesso a fondi stranieri di cui gli arabi non disponevano.

Anni di intensi sforzi sionisti produssero tuttavia risultati deludenti. Nel 1947, e nonostante i loro fondi e contatti con potenti sostenitori del sionismo, queste organizzazioni avevano acquisito non più di un misero 6,7% di terreni palestinesi.

Ma questo insuccesso fu rapidamente ribaltato dalla guerra arabo-israeliana del 1948. In questo conflitto Israele conquistò il 78% della Palestina mandataria, impadronendosi di grandi estensioni di terra palestinese, quasi tutta non occupata a causa della fuga della popolazione e delle espulsioni durante la guerra.

Dopo il 1948, il nuovo Stato di Israele passò rapidamente una serie di leggi volte ad acquisire territori palestinesi con mezzi pseudo-legali. Fra queste ci furono la legge sulla Proprietà degli Assenti del 1950 che permetteva allo Stato di occupare terre e beni palestinesi i cui proprietari erano assenti e, subito dopo, la legge di Acquisizione della Terra che introdusse una nuova categoria di “terre statali” e “aree chiuse”, nel 1953.

Tutto ciò ha avuto l’effetto di far sì che lo Stato diventasse il proprietario della maggioranza della terra, permanentemente fuori dalla portata dei suoi precedenti proprietari palestinesi.

Eventi successivi, fino ad includere la guerra arabo-israeliana nel 1967, con cui Israele occupò il resto della Palestina, sono stati tappe dello stesso percorso di furto di terre. Oggi la presenza di colonie israeliane significa che la proprietà palestinese della Cisgiordania e di Gerusalemme Est si è ridotta a meno del 13%. Questa cifra è destinata a diminuire ulteriormente, dato che il processo di colonizzazione continua con ulteriori perdite di territorio.

Ciò ha fatto da sfondo alle drammatiche proteste della Giornata della Terra nel 1976. All’epoca il detonatore era stato il piano del governo israeliano di espropriare migliaia di dunum [10 dunum= 1 ettaro, ndtr.] di terra araba in Galilea per costruire villaggi industriali per ebrei. In linea con il “Piano per lo Sviluppo della Galilea” del governo israeliano nel 1975 per espandere l’insediamento degli ebrei, ciò avrebbe accelerato l’ebreizzazione di quella che era un’area a maggioranza araba. 

La svolta

Il 30 marzo venne indetto uno sciopero generale e scoppiarono numerose proteste in città arabe dalla Galilea al Negev. Migliaia marciarono per protesta mentre si tenevano dimostrazioni di solidarietà nei Territori Occupati e nei campi di rifugiati palestinesi in Libano.

In un momento in cui la popolazione araba era in gran parte passiva, tali eventi giunsero inaspettati per Israele che ne fu allarmato e impiegò migliaia di poliziotti, unità dell’esercito e carri armati per sedare le proteste. Furono uccisi sei arabi, migliaia furono i feriti e centinaia gli arrestati.

La Giornata della Terra fu un punto di svolta. Dal 1948 era la prima volta che, dopo anni di controllo militare israeliano, gli arabi in Israele agivano come una collettività nazionale, rifiutandosi di accettare il furto della loro terra. La Giornata della Terra era un’espressione di orgoglio nazionale e di fiducia in sé. Segnò la rivendicazione di una presenza araba che le politiche israeliane non potevano più ignorare e un punto di partenza per la partecipazione politica degli arabi in Israele. 

Da quel momento in poi, la Giornata della Terra è stata commemorata annualmente dai palestinesi ovunque. Nel 2018 è stata segnata dall’inizio di un’altra grande protesta palestinese per la terra. La Grande Marcia del Ritorno ha visto 30.000 palestinesi dimostrare a Gaza vicino alla recinzione israeliana di separazione di filo spinato elettrificato e dotato di sensori. Era una protesta pacifica che chiedeva il diritto al ritorno alle loro terre per i rifugiati e di porre fine al blocco di Gaza. Previste dal 30 marzo al 15 maggio, la giornata della Nakba o catastrofe, le proteste si sono svolte ogni venerdì.

Un eroismo doppio

Come nel 1976 gli israeliani hanno risposto con violenza assassina. Fra il 30 marzo e il 15 maggio si stima che siano stati uccisi 110 manifestanti, 13.000 i feriti da cecchini e droni. Quando la Marcia del Ritorno è stata interrotta da Hamas nel dicembre 2019, 214 persone erano state uccise e 36.000 ferite. Di queste, 1.200 necessitano di un lungo periodo di riabilitazione in seguito a infezioni alle ossa e lesioni agli arti. Sembra che i soldati israeliani abbiano usato una politica di “spara e ferisci”, mirando intenzionalmente alle gambe dei manifestanti per causare il massimo della disabilità.

Il sistema sanitario di Gaza, danneggiato da anni di blocco, da carenza di personale, attrezzature ed energia elettrica non è riuscito a fronteggiare un tale numero di feriti. Eppure ciò non ha impedito ai giovani palestinesi di affrontare morte e ferite ogni settimana per quasi due anni, creando una nuova leggenda palestinese da commemorare il 30 marzo. 

Israele non ha mai cambiato atteggiamento davanti a quel doppio eroismo palestinese celebrato in occasione della Giornata della Terra. Ha continuato a costruire “città di sviluppo” [denominazione delle nuove città solo per ebrei costruite in particolare nel Negev e in Galilea, ndtr.] per ebrei, 26 dal 1981, con il risultato di alterare la demografia della Galilea a favore degli ebrei.

Allo stesso modo a Gaza continua il blocco, e la scusa dell’autodifesa invocata per giustificare la brutalità di Israele contro la grande Marcia del Ritorno è stata accettata da molti governi occidentali. Il suo progetto di furto della terra palestinese continua indisturbato.  

Ma per i palestinesi il 30 marzo la Giornata della Terra continua a essere un’ispirazione e un tributo alla giusta lotta di un popolo indomito per la propria terra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Ghada Karmi

Ghada Karmi è un’ex-assegnista di ricerca all’Istituto per gli Studi Arabi e Islamici dell’università di Exeter. È nata a Gerusalemme ed è stata obbligata a lasciare la propria casa con la famiglia in seguito alla creazione di Israele nel 1948. La famiglia andò in Inghilterra, dove è cresciuta e ha studiato. Per molti anni Karmi ha esercitato la professione medica lavorando come specialista nella cura di migranti e rifugiati. Dal 1999 al 2001 Karmi è stata membro del Royal Institute of International Affairs [Istituto Reale di Affari Internazionali], dove ha guidato un importante progetto sulla riconciliazione tra israeliani e palestinesi. 

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Francia-Israele. Lobby o non lobby? Come Israele sviluppa Scorpion, nel futuro al centro della difesa francese

Jean Stern

30 marzo 2021 – Orient XXI

Inchiesta. Nella totale opacità, militari e ingegneri francesi e israeliani collaborano per la guerra del futuro, unificando informatica, droni e robot, anche se sul fronte della vendita di armi i due Paesi sono concorrenti, soprattutto in Africa.

Se la Francia è il terzo esportatore di armi al mondo, Israele è attualmente all’ottavo posto, ‘performance’ piuttosto notevole, tenuto conto delle dimensioni del Paese. E se le due Nazioni hanno rapporti amichevoli in molti settori, la cosa è più complicata nell’ambito della difesa. Da un lato, perché i loro industriali si trovano a volte in concorrenza e gli israeliani hanno la reputazione di “abbassare” il prezzo per accaparrarsi i mercati di armi. Ma d’altro lato, e soprattutto, perché gli israeliani puntano insistentemente gli occhi su un terreno di caccia tradizionalmente controllato dai militari e dai trafficanti d’armi francesi: l’Africa. Dopo gli accordi di Oslo Israele ha investito molto sul continente africano, in particolare nella “protezione” dei governi in carica.

Certo, ufficiali e agenti francesi e israeliani cooperano con discrezione su alcuni fronti, per esempio con l’esercito camerunense nel nord- Camerun nella lotta contro Boko Haram. Ma nella stessa Yaoundé, la capitale del Paese, uno dei pilastri dell’Africa francofona, mercenari israeliani sono inseriti da tempo nel battaglione di intervento rapido (BIR), un’unità d’élite posta agli ordini del presidente Paul Biya. E imprese israeliane equipaggiano il BIR, soprattutto con fucili d’assalto. C’è di che far innervosire gli industriali francesi degli armamenti, di cui il Camerun è un tradizionale cliente. “Siamo in forte concorrenza sul mercato africano, sottolinea un ingegnere del settore militare, “ma al momento siamo in difficoltà. In alcune aree a rischio, la Nigeria, l’Africa dei laghi, lo Zimbabwe e il Malawi Israele ha conquistato i mercati. Le nostre industrie, soprattutto Thales e Safran, sono in concorrenza tra loro, mentre gli israeliani sono molto compatti.”

Infine, e forse soprattutto, perché i rapporti si sono invertiti: negli anni ‘50 e ‘60 la Francia vendeva armi a Israele. Oggi Israele le vende sistemi di ciber-sorveglianza, droni e anche robot soldati. Un po’ seccante per l’orgoglio maniacale dei militari e degli industriali della difesa. E se i lobbisti di Elnet e i rappresentanti del commercio franco-israeliano non smettono di lodare la qualità del “dialogo strategico” tra i due Paesi, che si può tradurre fuori dal politichese con “chi vende quali armi a chi non deve calpestare troppo le mie aiuole”, le voci diventano sussurri quando si tratta di parlarne più in dettaglio. “Oh no, non vi darò dei numeri, anzitutto perché non li conosco”, dice un deputato. “Sapete, tutto ciò va avanti per conto proprio, non sappiamo granché,” aggiunge un’altra parlamentare. “Vi è scambio di informazioni”, spiega Arie Bensemhoun, direttore di Elnet France. “Sul piano militare e strategico e della lotta contro il terrorismo c’è buona collaborazione tra i due Paesi”, aggiunge senza ulteriori dettagli. “La palese mancanza di trasparenza che caratterizza il settore militare – con la motivazione della segretezza relativa alla difesa unita al ‘segreto commerciale’ – è particolarmente problematica”, nota Patrice Bouveret, dell’Osservatorio sugli armamenti.

L’interfaccia di Scorpion sviluppata con Elbit

Così sia i deputati che l’opinione pubblica ignorano tutto sulla partecipazione israeliana al programma riservato “Sinergia del contatto rafforzato dalla polivalenza e dall’info-valorizzazione” (Scorpion), al centro della strategia dell’esercito di terra francese per i prossimi decenni. La parte visibile consiste in un rinnovamento dei veicoli blindati, con il lancio di Griffon, che sarà impiegato nel Sahel nell’autunno 2021. Ma la forza trainante di Scorpion consiste nella messa a punto di un controllo digitale unico basato su un’interfaccia comune che consente ai soldati impiegati sul terreno, ma anche ai nuovi mezzi militari come i droni e i robot, di essere connessi simultaneamente e di anticipare così le reazioni del nemico.

Fine modulo

Al centro della guerra del futuro, spiega un’esperta, si trova un soldato più leggero, perché oggi porta un carico di 38 chili, contro i 40 durante la guerra del 1914-1918. Il margine di progresso è ancora enorme. A regime, non avrà altro che uno schermo GPS, la sua arma e la sua borraccia. Sarà guidato da un’interfaccia e assistito da droni per una visione ampia e da robot-muli incaricati di trasportare i carichi pesanti e eventualmente evacuare i feriti.” Le informazioni di cui il soldato disporrà sul suo navigatore GPS tramite Scorpion sono quindi determinanti e la messa a punto dell’interfaccia è al centro della cooperazione segreta franco-israeliana.

L’idea centrale di Scorpion è la guerra senza rumore e se possibile evitare la guerra cruenta, cioè avere il minimo numero possibile di soldati uccisi, prosegue. Scorpion organizza l’interoperatività tra un carro armato, un battello, una moto, un drone, un robot, un soldato a terra. È un programma molto importante, a cui partecipano tutti i grandi industriali francesi di armamenti, ma anche l’israeliana Elbit, che ha acquisito una grande esperienza nei sistemi autonomi.”

Integrano i droni nella natura”

Questa competenza che facilita l’analisi precisa di un determinato terreno, Israele l’ha acquisita grazie ai suoi droni impiegati nei territori palestinesi occupati. “Israele è molto avanti su tre punti chiave, aggiunge l’ingegnera. Anzitutto l’annullamento del rumore del motore dei droni. È un grande progresso, si sta per arrivare all’impercettibilità del rumore, punto sul quale si lavora molto anche in Francia.” E poi la miniaturizzazione dei droni. I droni insetti che ci divertono in un film di James Bond sono già in servizio e testati dall’esercito israeliano a Gaza. “Integrano i droni nella natura”, precisa l’esperta. Infine la cancellazione delle tracce digitali e l’individuazione dei segnali “nemici” è strategica, perché la guida digitale è al cuore di Scorpion.

Non bisogna essere intercettati, mentre si intercetta il nemico. Gli israeliani sanno nascondere, localizzare, interpretare, analizzare, confondere. L’idea, anche qui, è di essere invisibili ed estremamente silenziosi, continua la stessa esperta. Ciò che sta alla base delle nostre collaborazioni con Israele sono tutte queste invenzioni, semplici, prodotte dai migliori ingegneri che hanno acquisito le proprie capacità nel controllo e nella repressione nei territori palestinesi e a Gaza.”

Scorpion è così importante per l’industria bellica francese che, al di là dell’esercito, suo cliente di riferimento insieme all’esercito belga, il programma mira all’esportazione. Non sorprende quindi venire a sapere che il primo acquirente di Scorpion è Abu Dhabi. Gli Emirati Arabi Uniti sono da tempo ottimi clienti per le armi francesi e anche, più di recente, amici di Israele.

Fuori dalle statistiche ufficiali

Al di fuori di Scorpion, di cui non si conosce l’importo finanziario derivante dall’apporto degli ingegneri israeliani di Elbit, i volumi degli scambi di armi sono controllati dal parlamento. Secondo il rapporto consegnato al parlamento dal Ministero della Difesa francese, nel periodo 2010-2019 le armi inviate dalla Francia a Israele hanno rappresentato 208 milioni di euro, il che è ben poco in confronto all’Arabia Saudita (8,7 miliardi), agli Emirati Arabi Uniti (4,7 miliardi), al Qatar (4,1 miliardi) o all’Egitto (6,6 miliardi). Non si conosce invece l’ammontare delle vendite di armamenti e di sistemi di sicurezza militare e di polizia da Israele alla Francia. L’opacità mondiale del mercato della ciber-sicurezza, nel quale Israele è un attore importante, non consente di avere la minima idea dei volumi delle vendite. “Le collaborazioni militari e sulla sicurezza non rientrano nelle statistiche ufficiali”, precisa senza ironia Henri Cukierman, presidente della camera di commercio e dell’industria franco-israeliana.

La svolta degli anni 2000

Prima di buttarsi sul digitale, è nel settore dei droni che la cooperazione militare tra i due Paesi si è rilanciata all’inizio degli anni 2000. “La Francia allora non era molto avanti a questo proposito, precisa un esperto militare. Adesso deve avanzare in materia di guerre urbane, particolarmente sensibile in Africa, dove gli elicotteri sono soluzioni sia costose che rumorose. Israele è all’avanguardia nei droni. Anche se la meccanica spesso è tedesca e i componenti cinesi o francesi, loro sanno ideare e assemblare delle macchine efficienti.”

Di fronte al palese ritardo della sua industria, la Francia allora aveva urgente bisogno di importare droni. Contrariamente a quanto si crede, non fu il presidente Nicolas Sarkozy, noto per i suoi sentimenti filoisraeliani, a provocare questa importante svolta nei rapporti politico-militari autorizzando l’esercito a procurarsi droni israeliani. “Di fatto il vero cambiamento, spiega Frédéric Encel, che ha lavorato come “consulente” per degli “organismi autorizzati” del Ministero della Difesa, è avvenuto con Jacques Chirac e Dominique de Villepin nel 2005-2006. Chirac era stato stupito da Ariel Sharon, che aveva mantenuto la sua promessa di evacuare le colonie israeliane da Gaza nell’estate del 2005. Il Primo Ministro Villepin convinse il presidente Chirac che i Paesi arabi non erano affidabili e la Francia era all’epoca molto in ritardo sui droni. Grazie al pragmatismo di Chirac, furono firmati in modo riservato degli accordi commerciali.”

Fu anche il momento in cui Chirac, dopo la guerra in Iraq, tentò un avvicinamento a Israele per facilitare il dialogo con gli Stati Uniti. Da allora, la Francia iniziò ad acquistare e commercializzare droni israeliani con il sistema delle licenze. Questi accordi con Dassault, Airbus, Sagem (predecessore di Safran) consentirono anche l’acquisto di droni israeliani Eagle nel 2007 e Heron nel 2009 e 2010. Villepin e Chirac trarranno profitto da questo rinnovamento della cooperazione militare autorizzando la vendita da parte di Eurocopter (una filiale di Airbus) di sei elicotteri Panther alla marina israeliana, che li ha ribattezzati Atalef (pipistrello). Ciascuno di questi costosi aeromobili costa, missili compresi, decine di milioni di euro. MBDA, leader europeo in missili, di cui Airbus è azionista a parità di quote con la britannica BEA (37,5% del capitale ciascuno) vendette a Israele anche munizioni teleguidate e il missile anticarro Spike.

Sarkozy promosse la cooperazione tra le polizie

Prima di litigare con Benjamin Netanyahu, da quando arrivò all’Eliseo nel 2007 Nicolas Sarkozy “non si sentiva limitato dalle vecchie burocrazie del Quai [d’Orsay, sede del Ministero degli Esteri francese, ndtr.] e dalle preoccupazioni degli alti ufficiali, spiega un ex ambasciatore. Sarkozy lanciò il “dialogo strategico” franco-israeliano nel 2008, un incontro annuale incentrato principalmente sullo scambio di informazioni tra i militari e le spie dei due Paesi. L’ex primo gendarme di Francia, che nel 2006 aveva istituito una carica di addetto alle questioni di sicurezza all’ambasciata di Francia a Tel Aviv, voleva sviluppare soprattutto la cooperazione tra le polizie dei due Paesi. Durante la sua visita ufficiale nel 2008 firmò un accordo relativo alla lotta contro la criminalità e il terrorismo. Questo accordo, dai contorni abbastanza vaghi, sollevò parecchie riserve in parlamento e non venne ratificato. Tuttavia la cooperazione tra polizie tra i due Paesi si instaurò con discrezione, attraverso incontri regolari e scambi di informazioni.

Dal lato dell’industria militare gli affari per la produzione di droni sono andati intensificandosi, “avendo ogni drone le proprie specificità e utilità, per la sorveglianza dei territori o per operazioni più offensive”, precisa un ingegnere del genio militare. I due modelli israeliani di punta nel mercato sono anzitutto l’Hermes 900 di Elbit, commercializzato dal 2012, venduto al Messico, alla Colombia, al Brasile e al Cile, ma anche a Svizzera e Azerbaigian, specializzato nella sorveglianza e repressione “delle sommosse”. L’altro è Heron di Israel Aerospace, venduto in tutto il mondo, compresi il Marocco e la Turchia. Il suo principale vantaggio sta nel disporre di un’autonomia di volo di 48 ore. Questi droni sono stati la base della collaborazione tra Thales e Elbit per i modelli Watchkeeper ed Hermes, e tra Airbus e Israel Aerospace Industries per Harfang, Heron 1 e Heron TP. Il Patroller, un drone costruito da Safran, deve molto agli accordi conclusi nel 2010 dalla Sagem (vecchio nome di Safran) con Elbit.

E gli affari vanno avanti, a livello francese ed europeo. Molto di recente l’Agenzia Europea per la Sicurezza Marittima ha ordinato ad un consorzio, formato da un lato da Airbus e Israel Aerospace Industrie e dall’altro da Elbit, droni Heron e Hermes per individuare nel Mediterraneo le imbarcazioni che trasportano migranti. Secondo il quotidiano britannico The Guardian i due contratti valgono fino a 50 milioni di euro ciascuno.

Muli-robot israeliani nel Sahel

Infine l’esercito francese ha anche ordinato all’impresa israeliana Roboteam dei robot militari chiamati “muli Probot”, destinati al trasporto di materiale e all’evacuazione di feriti, che sarebbero stati utilizzati nel Sahel nell’estate 2020 nel quadro dell’operazione “Barkhane”. La rivista Challenges, che ha rivelato l’esistenza di questo contratto, riferisce che esso è stato oggetto dietro le quinte di una feroce lotta di pressioni ad alto livello tra i sostenitori di Roboteam e coloro che preferivano il modello prodotto dal gruppo francese CNIM, associato al gruppo estone Milrem, che produce già il robot Themis, un modello di successo venduto in parecchi Paesi, tra cui Stati Uniti e Regno Unito.

Secondo Challenge, sembra che per conquistare il mercato Roboteam, appoggiandosi a un prestanome francese, abbia abbattuto i prezzi, una pratica corrente degli industriali israeliani della difesa per conquistarsi mercati. Ma, secondo una fonte ben informata, ha anche condotto un’intensa campagna di lobbying. La collera degli industriali e di alcuni militari francesi si spiega anche con un altro motivo: Roboteam, che ha inizialmente venduto i suoi robot all’esercito israeliano, recentemente ha ottenuto finanziamenti in Cina e Singapore. Ora, gli ambienti della difesa si preoccupano per nuove alleanze tra certi Paesi africani, la Cina e Israele nel settore della sicurezza e della vendita di armi.

Le due marine alle manovre militari

Tutto ciò è avvenuto dietro le quinte e ufficialmente tutto è andato per il meglio nel campo della cooperazione militare tra i due Paesi. Grande mercante d’armi, la Francia ama organizzare fiere commerciali: Eurosatory, Euronaval, Le Bourget, come anche il Milipol dedicato al controllo dell’ordine pubblico. E Israele adora esserci: secondo i dati raccolti da Patrice Bouveret, 51 imprese israeliane erano presenti a Eurosatory nel 2016, contro le 17 nel 1998. Stesso incremento spettacolare a Milipol: 16 imprese presenti nel 1997, 57 nel 2015. L’ingegnera del settore bellico che abbiamo intervistato racconta del resto che i colleghi israeliani che lei frequenta durante queste fiere sono “dei ragazzi piuttosto simpatici, spesso abbastanza pacifisti, che parlano dei loro figli, non sono del tutto coscienti di quello di cui si occupano.”

I militari francesi adorano anche le manovre. Nel luglio 2018 delle operazioni comuni delle marine francese e israeliana si sono svolte al largo di Tolone e della Corsica, alla presenza dei loro capi di stato maggiore, gli ammiragli Eli Shavit e Christophe Prazuck. Era la prima volta per le due marinerie dal 1963, anche se manovre aeree comuni avevano già avuto luogo sempre in Corsica nel novembre 2016.

Nonostante le dispute (essenzialmente in Africa), Israele è molto amico dell’esercito francese. La lobby non può che rallegrarsene. Perché al riguardo la Palestina è “un non-argomento”… Mi era già stato detto.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Spaccata a metà”: la lunga attesa della madre di Gaza per riunirsi ai suoi figli in Cisgiordania

Maha Hussaini da Gaza

29 marzo 2021 – Middle East Eye

Le organizzazioni per i diritti affermano che la “politica di separazione” israeliana sta mantenendo separate decine di famiglie.

Niveen Gharqoud ha visto solo uno dei suoi cinque figli. È rimasta separata dagli altri da quando li ha mandati a vivere con il padre a Qalqilya, una città nella Cisgiordania occupata a circa 100 chilometri di distanza.

Gharqoud, 39 anni, che vive con i propri genitori e con il figlio più giovane nel villaggio di Juhr al-Deek, nel centro della Striscia di Gaza, ha presentato dal 2018 alle autorità israeliane cinque distinte richieste di permesso di uscita nella speranza di riunirsi a suo marito e ai figli in Cisgiordania.

Non glien’è stata concessa nessuna.

Sono passati quattro anni dall’ultima volta che ho visto i miei figli. Prima dormivo con loro in cinque su un letto, e ora non riesco a vederli se non attraverso lo schermo di un cellulare”, ha dichiarato Gharqoud a Middle East Eye.

“È doloroso accettare l’idea che i miei quattro figli si prendano cura di se stessi senza una madre, mentre il padre lavora per la maggior parte del tempo”.

Politica di separazione

Gli abitanti della Striscia di Gaza assediata hanno bisogno di permessi di uscita da parte delle autorità israeliane per entrare nella Cisgiordania occupata attraverso il confine controllato da Israele a Erez, l’unico valico per le persone che vogliono spostarsi tra Gaza e il resto dei territori palestinesi occupati.

Nel 2007, un anno dopo aver vinto le elezioni legislative, Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza. Israele ha subito imposto all’enclave costiera un blocco soffocante, limitando il movimento di persone e merci dentro e fuori Gaza, in base a quella che il governo israeliano chiama “la politica di separazione”.

Secondo il governo israeliano la politica mira a limitare i viaggi tra Gaza e la Cisgiordania per evitare il passaggio di “una rete di terroristi” fuori dalla Striscia.

“Anche se il governo israeliano vuole ridurre quello che chiama il passaggio di terroristi nei territori palestinesi occupati, la sua politica di separazione imposta a oltre due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza è semplicemente una punizione collettiva, proibita dal diritto internazionale umanitario”, ha detto a MEE Mohammed Emad, Il direttore del dipartimento legale dell’organizzazione per la difesa [dei diritti umani] Skyline International for Human Rights, con sede a Stoccolma.

“Tali restrizioni sono imposte ai civili in modo casuale e arbitrario e portano alla separazione di dozzine di famiglie”. Famiglie come i Gharqoud.

Una famiglia divisa

Niveen ha sposato Sami Gharqoud a Gaza 18 anni fa. Nel corso del loro matrimonio lui ha svolto vari lavori di manovalanza in Israele.

“Si spostava tra Gaza e la Cisgiordania”, dice Niveen. “Lavorava lì e veniva a trovarmi ogni tanto.

Non ha assistito a nessuna delle nascite dei nostri cinque figli, e non mi ha mai visto incinta se non nelle foto e attraverso le videochiamate”, racconta Niveen a MEE.

Andavo in ospedale con mia madre, trascorrevo da sola tutto il dolore [del travaglio], partorivo e tornavo a casa. Sarebbe venuto a trovarci solo dopo il parto di ogni bambino, sarebbe rimasto un paio di settimane e poi sarebbe partito di nuovo per la Cisgiordania”.

Ma dall’inizio dell’attuale blocco, Sami ha fatto visita alla sua famiglia a Gaza solo una volta.

“Prima dell’ultima guerra a Gaza [nel 2014] sono andata a trovarlo in Cisgiordania, sono rimasta per circa sei mesi e sono rimasta incinta del mio ultimo figlio, Ameer”, dice Niveen. Questa è risultata essere l’unica volta in cui ha potuto far visita a Sami.

Poi sono dovuta tornare a Gaza, perché le [autorità israeliane] mi hanno permesso di portare con me in Cisgiordania solo due dei miei quattro figli. Non mi hanno consentito deliberatamente di portare tutti e quattro i bambini. Volevano costringermi a tornare a Gaza. Quindi sono stata obbligata a rientrare “.

Sami non ha mai incontrato il suo figlio più piccolo, Ameer, che ora ha sei anni.

Niveen ha cercato di ricongiungersi al marito dalla nascita del loro ultimo figlio, nel 2014, ma le autorità israeliane non le hanno permesso di recarsi in Cisgiordania.

Nel 2016 ha deciso di mandare i suoi figli dal padre in anticipo, dopo che i suoi parenti e amici le avevano detto che questo l’avrebbe aiutata a ottenere in seguito un permesso per riunirsi a loro.

Mio padre ha preso i miei quattro figli e ha viaggiato attraverso il confine di Rafah [con l’Egitto] fino alla Giordania. Ma li ha lasciati al ponte Allenby [che collega la Giordania alla Cisgiordania] perché non poteva attraversarlo – la sua carta d’identità dichiara che vive a Gaza, a differenza dei miei figli e del loro padre, i cui documenti indicano che vivono in Cisgiordania.

Ora non posso mandare Ameer a ricongiungersi con i suoi quattro fratelli. La mia figlia più grande, che ora ha 17 anni, si assume già la responsabilità dei suoi tre fratelli e si prende cura di loro. È ancora una bambina, ma è sommersa da tutte quelle responsabilità “.

I quattro figli di Niveen a Qalqilya vedono il padre appena una o due volte a settimana a causa del suo lavoro e trascorrono il resto della settimana da soli. Ogni volta che hanno bisogno di qualcosa, i bambini chiamano la madre a Gaza.

“Circa due anni fa mia figlia mi ha chiamato urlando”, ricorda Niveen Gharqoud. “Ha detto che dell’acqua bollente era caduta sul viso del fratello minore mentre lei stava cuocendo alcune uova per dargliele da mangiare. Non sapevo cosa fare – ho chiamato la loro vicina e l’ho pregata di andare ad aiutarli”.

“Questa non è stata l’ultima volta in cui è successa una cosa del genere”, continua Niveen. “Qualche giorno fa, Malak [la sorella maggiore] mi ha chiamato spaventata. Mi ha detto che qualcuno stava cercando di aprire la porta del loro appartamento. Non potevo fare altro che dirle di chiudere bene la porta e di accendere la televisione per fare rumore”.

“Ho i numeri dei vicini per i casi di emergenza perché qui sono impotente, mentre il padre è assente per la maggior parte del tempo”.

Gharqoud spera ancora di riuscire a raggiungere i suoi figli e il marito a Qalqilya, ma dice che le autorità israeliane “non rispondono nemmeno alle mie domande per il permesso di uscita, le lasciano in sospeso”.

Quando un permesso di uscita viene negato o resta sospeso, i palestinesi della Striscia di Gaza devono aspettare tre mesi prima di poter presentare un’altra richiesta.

Una lunga storia di separazioni

Nel luglio 2003 il parlamento israeliano ha approvato una legge che impedisce il ricongiungimento familiare dei cittadini israeliani sposati con palestinesi dei territori palestinesi occupati.

Secondo Amnesty International la legge costituisce un “ulteriore passo nella politica israeliana di lunga data volta a limitare il numero di palestinesi a cui sia consentito di vivere in Israele e a Gerusalemme est”.

Israele è stato a lungo criticato per aver separato i bambini palestinesi dalle loro famiglie, compresi quelli della Striscia di Gaza che vengono inviati per cure mediche nei territori palestinesi occupati.

I dati raccolti dalla ONG Physicians for Human Rights Israel [Medici per i diritti umani, ONG no profit che utilizza medicina e scienza per documentare e difendere contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani in tutto il mondo, ndtr.] hanno rivelato che più della metà delle domande presentate nel 2018 da genitori che cercavano di accompagnare i propri figli per cure mediche nei territori palestinesi occupati sono state respinte.

Nel 2019 circa un quinto dei bambini inviati per cure mediche dalla Striscia di Gaza ha viaggiato senza i genitori.

Un rapporto pubblicato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha nel 2020 affermava che nell’isolare la Striscia di Gaza e nell’imporre ai palestinesi restrizioni di movimento tra città e villaggi, Israele ha “perseguito una strategia del divide et impera” per ostacolare le possibilità da parte dei palestinesi di mantenere unite la vita sociale e familiare.

Le autorità israeliane al momento attuale non hanno risposto ad una richiesta di commento.

Separazione traumatica

Il figlio più giovane dei Garqouds, Ameer, ha accompagnato suo nonno e i fratelli al valico di confine di Rafah quando aveva tre anni. Una volta arrivati al confine, si è reso conto che il suo fratello più vicino d’età, Muhammed, e altri tre fratelli se ne stavano andando senza di lui. A differenza di loro, Ameer era troppo giovane per viaggiare senza un genitore.

“Quando è tornato a casa, era così scioccato che è svenuto”, ha detto Niveen. “Da allora ha tanta paura di essere lasciato solo da non recarsi neppure a scuola.

“Qualche mese fa sono andata al matrimonio di un parente. Quando sono uscita [da casa] Ameer ha iniziato a urlare ed è svenuto, pensando che tutti gli mentissero e che io fossi andata in Cisgiordania abbandonandolo”.

Per evitare di lasciarlo solo a scuola e temendo che la sua ansia possa peggiorare Gharqoud ora gli impartisce le lezioni a casa.

“Da quando ha visto i suoi fratelli andarsene, è diventato così bisognoso di attenzioni che mi segue ovunque, per assicurarsi che non lo abbandoni”.

“Manca la cucina della mamma”

“Tua sorella mi ha detto che l’altro giorno non sei andato a scuola, perché?” Niveen ha chiesto a Muhammed, il figlio di 10 anni, nel corso di una videochiamata.

“Mi sono svegliato, ho cercato i miei pantaloni e non sono riuscito a trovarli, quindi non ho potuto andare”, ha risposto.

“Se avesse una madre al suo fianco questo non sarebbe mai accaduto”, dice a MEE Niveen, seduta nel suo soggiorno.

Con Sami ancora in quarantena dopo essere risultato positivo al coronavirus, Niveen si assicura anche che i suoi figli abbiano mangiato il loro pranzo.

Di solito mangiamo panini o ordiniamo il cibo a domicilio perché non abbiamo nessuno che cucini per noi. Ma Malak a volte chiama mamma e chiede alcune ricette per sfamarci”, racconta a MEE Muhammed, 10 anni, il quarto figlio dei Gharqoud.

Niveen dice che evita di inviare foto di riunioni di famiglia ai suoi figli in modo che non si sentano abbandonati o desiderino “cibo che non possono avere”.

“Malak cucina bene”, afferma Muhammed, “ma mi mancano i piatti di mamma, che solo lei sa preparare bene”.

Malak, che ha festeggiato il suo 17° compleanno a febbraio, ha assunto il ruolo di sua madre: tenere sotto controllo gli studi dei fratelli e assisterli nelle loro necessità quotidiane.

“Qualche settimana fa, il suo vicino di casa di 23 anni ha chiesto la sua mano in matrimonio”, riferisce Niveen. “In una situazione normale, non accetterei mai l’idea di permettere a mia figlia di sposarsi a quell’età. Ma dal momento che non ha nessuno che si prenda cura di lei voglio che si senta emotivamente stabile con qualcuno su cui può fare affidamento.

“Inizialmente eravamo d’accordo sul suo fidanzamento, ma Malak si rifiuta ancora di procedere finché non potrò unirmi a loro e incontrare il [suo] ragazzo.”

Niveen dice che i suoi figli potrebbero facilmente tornare a Gaza, ma lei si rifiuta di riportarli a vivere lontano dal padre. Non è sicura, nel caso tornassero, che potrebbero ottenere un permesso per ripartire, e il viaggio attraverso la Giordania e l’Egitto è troppo costoso.

I miei figli stanno crescendo e hanno bisogno del padre nella loro vita. Sono spaccata a metà; li voglio qui con me, ma voglio anche che vivano in un ambiente sano con me e il loro padre insieme”, ha confidato a MEE.

“Cosa c’è di così difficile nel permettere a me e a mio figlio di sei anni di riunirci con la nostra famiglia?”

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Israele allaga le fattorie di Gaza?

Amjad Ayman Yaghi

25 marzo 2021 The Electronic Intifada

Le terre palestinesi vengono deliberatamente allagate da Israele?

Da molti anni i contadini di Gaza lamentano la distruzione dei loro raccolti a causa di improvvisi flussi d’acqua.

Un recente rapporto del gruppo per i diritti umani Al Mezan [organizzazione non governativa con sede a Gaza, ndtr] esclude che per numerosi casi documentati di inondazioni la causa “…sia di origine naturale.”

Samir Zaqout, esponente di Al Mezan, ha dichiarato che tale conclusione si basa su ciò che ricercatori dell’organizzazione hanno osservato “sul campo” quest’anno.

I ricercatori avevano notato dopo forti precipitazioni un “flusso d’acqua”all’interno della barriera che separa Gaza da Israele, acqua che successivamente hanno visto entrare a Gaza dal lato di Israele.

“Riteniamo che ci siano grandi vasche d’acqua usate [all’interno di Israele] per la raccolta di acqua piovana e che quando queste sono piene, l’acqua venga scaricata in direzione della Striscia di Gaza,” ha affermato Zaqout.

“Perso in un batter d’occhio”

A febbraio dei contadini che lavorano vicino al confine fra Gaza e Israele avevano programmato di raccogliere le verdure da vendere al mercato, ma la mattina in cui sono andati al lavoro hanno trovato i loro terreni – situati ad est della città di Gaza – allagati.

“Il raccolto stagionale era andato perso in un batter d’occhio,” ha dichiarato Musad Habib, contadino di quella zona. Il raccolto comprendeva melanzane, pomodori, lattuga e patate.

Il cinquantaquattrenne Musad imputa ad Israele la responsabilità dell’allagamento.

I militari israeliani vogliono impedire le attività agricole vicino al confine in modo da avere “una visuale più chiara dell’area per scopi militari,” afferma Musad.

“Hanno già aperto il fuoco contro di noi diverse volte,” aggiunge.

“Stanno cercando di costringerci a lasciare i nostri terreni.”

E’ già stato documentato come l’esercito israeliano abbia impiegato aerei da irrorazione per spargere diserbanti ritenuti cancerogeni lungo il confine orientale di Gaza, oltre a spianare terreni agricoli e residenziali all’interno di Gaza per aumentare il campo visivo dei soldati.

Musad aveva pensato di fare una piccola festa proprio il giorno in cui ha scoperto che il raccolto era stato distrutto. Se il raccolto fosse stato abbondante, avrebbe ordinato una cena da asporto al ristorante da godersi in relax con la famiglia.

Invece quel giorno tornò a casa dai campi in preda ad un profondo senso di tristezza.

La distruzione del raccolto ha aggravato i suoi già seri problemi economici. Con sette figli, due dei quali sposati, è sostanzialmente lui a mantenere la numerosa famiglia.

“Neppure i pennuti sono al sicuro

Hussein Habib possiede un’azienda avicola vicino ai campi di Musad Habib.

Nelle prime ore dello stesso giorno di febbraio un altro contadino telefonò a Hussein per avvisarlo che molti terreni erano stati allagati.

Hussein andò di corsa nella sua azienda. Lo aspettava una scena veramente angosciante.

Cercò immediatamente di salvare tutte le galline che poteva. Ne riuscì a salvare circa metà, ma per le rimanenti era già troppo tardi. Erano annegate.

Neppure i pennuti sono al sicuro dall’occupazione di Israele,” afferma Hussein. “Gaza è densamente popolata e non c’è molto spazio per coltivare o per allevare galline. Ecco perché i contadini devono lavorare nella zona al confine, perché è lontana dalle abitazioni.”

“Sappiamo che è pericoloso e che gli occupanti israeliani possono aprire il fuoco in qualsiasi momento,” prosegue. “Ma non abbiamo altra scelta. E’ estremamente difficile riuscire a campare a Gaza.”

Prima delle perdite patite da Hussein e dai suoi colleghi, quest’anno Israele era già stato accusato un’altra volta di avere deliberatamente allagato i terreni di Gaza.

“Angosciato”

Lo scorso gennaio le coltivazioni di melanzane, lattuga, pomodori, cetrioli, prezzemolo e crescione di Muhammad Abu Asir furono allagate.

Cercò di salvare il salvabile e cosparse terriccio sul terreno agricolo in affitto sperando di ricavare qualcosa, per quanto scarso, al momento del raccolto, ma il terreno venne allagato di nuovo il mese successivo.

Il cinquantenne Abu Asir ha già sofferto molto a causa della violenza di Israele. La sua casa di al-Shujaiyeh, quartiere della città di Gaza, fu distrutta nel 2014 durante un massiccio attacco israeliano.

“Corro costantemente il rischio di venire ucciso,” afferma. “I miei quattro figli mi hanno chiesto di mollare l’attività agricola. Ma non ci sono altri lavori che possa fare. Tutta la mia vita è legata alla terra.”

“Sono profondamente angosciato,” aggiunge. “Anche i contadini israeliani hanno i nostri stessi problemi? Se ci fossero attacchi contro di loro, Israele accuserebbe di terrorismo i palestinesi. I continui attacchi di Israele contro i palestinesi che lottano per sopravvivere sono terrorismo.”

Secondo Al Mezan, Israele ha deliberatamente allagato le proprietà agricole di Gaza sette volte nel corso del 2020, danneggiando così circa cinquanta acri di terra.

I difensori dei diritti umani hanno raccolto le prove che i militari israeliani hanno perseguito una politica di allagamenti intenzionali nel corso dello scorso anno. Amit Shohanski, consulente legale dell’esercito di Israele, ha replicato che esso ”non era responsabile dell’amministrazione e gestione delle riserve idriche nelle aree adiacenti alla Striscia di Gaza.”

I militari, dichiara Shohanski, “non hanno mai messo in atto alcun intervento al fine di regolare o deviare l’acqua dagli invasi situati sul lato israeliano in direzione della Striscia di Gaza, se davvero ciò sia mai accaduto.”

Samir Zaqout di Al Mezan ha osservato che non è la prima volta che i soldati israeliani “negano i loro crimini.”

“Se ammettessero questi crimini, allora avrebbero la responsabilità di risarcire i contadini per i danni provocati. Ed i contadini potrebbero citare in giudizio Israele. Non è quindi una cosa che gli israeliani ammetteranno mai.”

Amjad Ayman Yaghi è un giornalista che vive a Gaza.

traduzione dall’inglese di Stefania Fusero




I risultati finali delle elezioni israeliane confermano la situazione di stallo

26 marzo 2021 – Al Jazeera

Il conteggio definitivo mostra il partito Likud del premier Benjamin Netanyahu e i suoi alleati otto seggi sotto la maggioranza per la guida del Paese.

I risultati finali delle elezioni hanno mostrato che Israele si trova ancora una volta in una situazione di stallo politico, dato che il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi oppositori non hanno raggiunto la maggioranza necessaria per governare.

Il voto di martedì, le quarte elezioni parlamentari in due anni in Israele, è stato generalmente visto come un referendum sull’adeguatezza di Netanyahu a governare in concomitanza con il processo per corruzione.

Egli ha posto al centro della sua campagna il grande risultato della campagna di vaccinazioni in Israele, ma è stato criticato per i precedenti passi falsi durante la pandemia e per aver rifiutato di dimettersi dopo essere stato incriminato.

Giovedì la commissione elettorale israeliana ha dichiarato che con il 100% dei voti scrutinati il partito di destra Likud di Netanyahu e i suoi alleati naturali hanno conquistato 52 dei 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano. Uno schieramento ideologicamente diversificato di partiti impegnati nel volerlo rimpiazzare ha conquistato 57 seggi.

Un partito di destra [Nuova Destra, ndtr.], guidato dall’ex alleato di Netanyahu Naftali Bennett, ha conquistato sette seggi e un partito arabo islamista [Lista Araba Unita, ndtr.] guidato da Mansour Abbas ne ha ottenuti quattro. Nessuno dei due partiti è legato a una coalizione, ma, date le molte rivalità in parlamento, non è chiaro se uno dei due possa concedere i propri voti per la maggioranza richiesta.

Ma giovedì il dirigente del Partito Sionista Religioso [di estrema destra, alleato di Netanyahu, ndtr.] Bezalel Smotrich ha sostenuto che “non ci sarà un governo di destra con il sostegno di Abbas”, chiudendo di fatto la porta a una possibile alleanza tra il partito islamista israeliano e quelli ebraici religiosi.

Gideon Saar, un transfuga del Likud di Netanyahu che ora è a capo di un partito con sei seggi [Nuova Speranza, ndtr.] impegnato a cacciarlo dal potere, ha dichiarato che “è chiaro che Netanyahu non ha la maggioranza per formare un governo sotto la sua guida. Ora occorre fare in modo che si possa formare un governo per il cambiamento”.

Il Likud, che ha conquistato un numero di seggi maggiore rispetto a tutti gli altri partiti, ha reagito dicendo che un tale veto sarebbe “antidemocratico”. Ha paragonato gli oppositori di Netanyahu alla dirigenza religiosa dell’Iran, acerrimo nemico di Israele, che controlla i candidati alle alte cariche.

Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute [centro indipendente di ricerca e impegno dedicato al rafforzamento delle basi della democrazia israeliana, ndtr.], ha descritto la situazione di stallo come la “peggiore crisi politica israeliana degli ultimi decenni”.

“È evidente che il nostro sistema politico trova molto difficile esprimere un risultato definitivo“, ha detto Plesner.

Ha aggiunto che le debolezze intrinseche del sistema elettorale israeliano sono aggravate dal “fattore Netanyahu”: un primo ministro popolare che lotta per rimanere al potere mentre è posto in stato di accusa.

“Su tale questione gli israeliani sono divisi a metà.”

Molti degli oppositori di Netanyahu hanno iniziato a discutere la presentazione di un disegno di legge per impedire che un politico sotto accusa possa essere incaricato di formare un governo, una misura volta a escludere il primo ministro di lunga data dall’incarico. Un disegno di legge simile è stato presentato dopo le elezioni del marzo 2020, ma non è mai stato approvato.

Netanyahu è sotto processo per frode, abuso di fiducia e per tre casi di corruzione. Ha negato qualsiasi addebito e ha respinto le accuse in quanto si tratterebbe di una caccia alle streghe da parte di magistrati e organi d’informazione faziosi.

Nonostante le accuse contro di lui il partito Likud di Netanyahu ha ricevuto circa un quarto dei voti, che ne fa il più grande partito in parlamento.

In tutto 13 partiti, il numero più elevato dalle elezioni del 2003, hanno ottenuto voti sufficienti per entrare alla Knesset e rappresentano una molteplicità di tendenze ultra-ortodosse, arabe, laiche, nazionaliste e progressiste.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Orizzonte Palestina: vincere la partita a lungo termine

Richard Falk

21 marzo 2021 – Global Justice in the 21st Century

Il bilancio palestinese: vittorie normative, delusioni geopolitiche

Vincere la partita a lungo termine

Nelle scorse settimane il popolo palestinese ha ottenuto importanti vittorie che potrebbero avere serie conseguenze per Israele se la legge e l’etica governassero il futuro politico. Invece a questi successi si contrappongono sviluppi geopolitici avversi dato che la presidenza Biden ha accolto alcuni dei peggiori aspetti dell’assoluta partigianeria di Trump riguardo a Israele/Palestina. La legge e l’etica incidono sulla reputazione, influenzano la legittimità di politiche contestate, mentre la geopolitica incide più direttamente sui comportamenti. La differenza è meglio compresa separando le politiche simboliche da quelle concrete.

Eppure le conquiste relative alla legittimità non dovrebbero essere scartate solo perché niente che importi sul terreno sembra cambiare, e a volte per vendetta cambia in peggio. Nella lunga partita del cambiamento sociale e politico, soprattutto nel corso degli ultimi 75 anni, il vincitore della guerra per la legittimazione, intrapresa per conquistare terreno sul piano legale ed etico e la ricompensa per l’intensità dell’impegno politico, alla fine lungo il percorso ha per lo più determinato il risultato della lotta per l’autodeterminazione nazionale e per l’indipendenza, superando gli ostacoli geopolitici e la superiorità militare. Finora la dirigenza israeliana, benché preoccupata delle battute d’arresto nel campo di battaglia della guerra per la legittimazione, non si è allontanata dalla strategia americana di concepire la sicurezza attraverso una combinazione di capacità militari e attività regionale, alleandosi contro l’Iran e sovvertendo nel contempo l’unità e la stabilità di Stati vicini potenzialmente ostili.

È fondamentale la grande lezione dell’ultimo secolo che non è stata appresa secondo la quale nella guerra del Vietnam gli USA erano superiori in quanto a potenza militare, eppure sono riusciti a perderla. Perché non è stata appresa? Perché se lo fosse stata, la necessità di un bilancio militare da permanente stato di guerra sarebbe svanita e l’ostinata convinzione mitica che ‘il nostro esercito ci garantisce la sicurezza’ avrebbe perso molta della sua credibilità.

Con il presidente Biden, che riprende una geopolitica conflittuale basata sulle alleanze, la prospettiva è quella di un peggioramento pericoloso e costoso delle relazioni tra le principali potenze economiche e militari mondiali, evitando il tipo di riallocazione delle risorse urgentemente necessaria per affrontare le sfide dell’Antropocene. Possiamo lamentare la disfunzionalità del militarismo globale, ma come possiamo raggiungere la forza politica per sfidarlo? Questa è la domanda che dovremmo fare ai nostri politici, senza distoglierli dall’affrontare le urgenze della politica interna che riguardano salute, rilancio dell’economia e attacchi al diritto di voto.

La lotta dei palestinesi prosegue e offre il modello di una guerra coloniale portata avanti in un’epoca post-coloniale, in cui un potente regime oppressivo sostenuto dal consenso geopolitico è necessario per consentire a Israele di andare controcorrente opponendosi alle potenti maree di libertà della storia. Israele ha dimostrato di essere uno Stato colonialista di insediamento pieno di risorse che ha portato a compimento il progetto sionista per tappe e con il fondamentale aiuto del potere geopolitico e che solo di recente ha iniziato a perdere il controllo del discorso normativo in precedenza controllato attraverso la drammatizzazione della vicenda degli ebrei perseguitati in Europa che meritavano un luogo sicuro, insieme al rifiuto negazionista delle rivendicazioni nazionali dei palestinesi di stare al sicuro nella loro stessa patria. I palestinesi, senza rapporti significativi con la storia dell’antisemitismo, hanno pagato i costi umani inflitti agli ebrei dall’Olocausto, mentre l’Occidente democratico assisteva nel più totale silenzio. Questo discorso unilaterale è stato rafforzato in nome dei benefici della modernità, insistendo sulla sostituzione della sordida arretrata stagnazione araba in Palestina con un’egemonia ebraica dinamica, moderna e fiorente, che in seguito è stata anche considerata come un avamposto occidentale in una regione ambita per le sue riserve di energia e più di recente temuta per il suo estremismo contro l’Occidente e per la rivolta islamista. Il conflitto per la terra e l’identità ideologica dello Stato emergente, sviluppata per un secolo, ha conosciuto molte fasi ed è stata interessata, quasi sempre sfavorevolmente, da sviluppi regionali e interventi geopolitici dall’esterno.

Come nel caso di altre lotte anticoloniali, il destino dei palestinesi prima o poi si invertirà se le lotte del popolo vittimizzato potrà durare più del molteplice potere congiunto dello Stato repressore e, come in questo caso, degli interessi regionali e strategici di attori geopolitici. Può il popolo palestinese garantirsi i diritti fondamentali attraverso la sua stessa lotta condotta contro un insieme di forze interne/esterne, basandosi sulla resistenza palestinese all’interno e sulle campagne di solidarietà internazionali dall’estero? Questa è la natura della partita di lungo termine palestinese e attualmente la sua traiettoria è celata tra le mistificazioni e le contraddizioni di una storia che si sviluppa a livello nazionale, regionale e globale.

Le vittorie normative dei palestinesi

Cinque anni fa nessuna persona sensata avrebbe previsto che B’Tselem, la più autorevole ong israeliana per i diritti umani, avrebbe reso pubblico un rapporto in cui si afferma che Israele ha formato uno Stato unico di apartheid che governa dal fiume Giordano al mare Mediterraneo, che include cioè non solo la Palestina occupata, ma lo stesso Israele. (This is Apartheid: A regime of Jewish Supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea [Questo è apartheid: un regime di supremazia ebraica dal mare Giordano al mare Mediterraneo], B’Tselem: The Israeli Information Center for Human Rights in Occupied Territory, 12 Jan 2021).[cfr la versione italiana]

Attentamente analizzato, il rapporto mostra che le politiche e le prassi israeliane rispetto all’immigrazione, ai diritti sulla terra, alla residenza e alla mobilità sono state gestite in accordo con un contesto preminente di supremazia ebraica e, in base a questa logica, di sottomissione dei palestinesi (più precisamente dei non ebrei, inclusi i drusi e i cristiani non arabi). Tale assetto politico discriminatorio e di sfruttamento si qualifica come apartheid, come inizialmente instaurato in Sudafrica e poi reso universale come crimine a livello internazionale nella Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Punizione del Crimine di Apartheid. Questa idea del carattere criminale dell’apartheid è stata portata avanti nello Statuto di Roma, che rappresenta il contesto nel quale la Corte Penale Internazionale dell’Aia svolge le proprie attività. L’articolo 7 dello Statuto di Roma, un trattato tra le parti che regola la CPI, elenca i vari crimini contro l’umanità su cui la CPI esercita la propria autorità giurisdizionale. Nell’articolo 7(j) l’apartheid è definito come tale, benché senza alcuna definizione che l’accompagni, e non c’è mai stata un’indagine della CPI per accuse di apartheid che abbia coinvolto i responsabili israeliani. È significativo che vedere l’‘apartheid’ come crimine contro l’umanità ridurrebbe, rispetto alle accuse di ‘genocidio’, l’onere della prova.

Poche settimane dopo il rapporto di B’Tselem, il 6 febbraio 2021 è arrivata la tanto attesa decisione della Camera preliminare della CPI. Con una votazione di 2 a 1 la decisione della Camera ha stabilito l’autorità di Fatou Bensouda, la procuratrice generale della CPI, di procedere con un’indagine per crimini di guerra commessi dal 2014 nei territori palestinesi occupati, come definiti geograficamente dai suoi confini provvisori del 1967.

Per raggiungere questo obiettivo la decisione ha dovuto fare due importanti affermazioni: primo, che la Palestina, benché priva di molte attribuzioni della statualità come definita dalle leggi internazionali, si configura come uno Stato per le finalità di questo procedimento della CPI, essendo stata accettata nel 2014 come Stato membro dello Statuto di Roma dopo essere stata riconosciuta dall’Assemblea Generale il 29 novembre 2012 come “Stato osservatore non-membro”; secondo, che la giurisdizione della CPI per indagare crimini commessi nel suo territorio, la Palestina è stata autorevolmente identificata come la Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza, cioè i territori occupati da Israele durante la guerra del 1967.

Con una decisione che intendeva dare l’impressione di autolimitazione giurisdizionale, è stato sottolineato che queste situazioni giudiziarie sono state limitate ai fatti e alle richieste presi in considerazione e non pretendono di giudicare in anticipo la statualità o le rivendicazioni territoriali di Israele o della Palestina in altri contesti. L’opposizione di lunga data a questa impostazione ha rifiutato questo ragionamento, basandosi prevalentemente sull’attuale vigenza degli accordi conclusi dalla diplomazia di Oslo che avrebbe modificato lo status dell’occupazione ed avrebbe la prevalenza, concludendo che la procuratrice generale non ha competenza giuridica per procedere con l’indagine (il futuro di questo procedimento giudiziario è incerto, dato che l’ incarico dell’attuale procuratrice termina nel giugno 2021 e subentra un nuovo procuratore, Karim Khan).

Andrebbe rilevato che questo procedimento preliminare ha insolitamente attirato un interesse generale in tutto il mondo sia per l’identità delle parti che per l’intrigante carattere delle questioni. I giuristi sono stati a lungo interessati alla definizione di statualità in relazione a diversi ambiti giudiziari, e hanno definito dispute legali affrontando questioni sollevate in territori senza confini stabiliti in modo definitivo e in mancanza di una chiara definizione dell’autorità sovrana. Un numero senza precedenti di memorie sono state presentate alla CPI da “amicus curiae” [parti terze che intervengono in un procedimento con considerazioni giuridiche presso un tribunale, ndtr.], anche di eminenti figure di entrambe le parti della controversia. (Io ne ho presentata una con la collaborazione del ricercatore di Al Haq [Ong palestinese per i diritti umani, ndtr.] Pearce Clancy. ‘The Situation in Palestine,’ amicus curiae Submissions Pursuant to Rule 103, ICC-01/18, 16 March 2020). Israele non è uno Stato membro dello Statuto di Roma e si è rifiutato di partecipare direttamente al procedimento, ma le sue posizioni sono state ben articolate da varie memorie di amicus curiae. (Ad esempio di Dennis Ross, che ha guidato i negoziati di pace all’epoca di Clinton tra Israele e Palestina (‘Observations on Issues Raised by Prosecution for a ruling on the Court’s territorial jurisdiction in Palestine,’ ICC-01/18, 16 March 2020).

Dal punto di vista palestinese questa decisione fa ben sperare, in quanto un’esaustiva indagine preliminare condotta dalla procura nel corso degli ultimi sei anni ha già concluso che ci sono molte ragioni per credere che in Palestina siano stati commessi crimini da parte di Israele e di Hamas, soprattutto in riferimento a questi tre contesti: 1) la massiccia operazione militare delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] nel 2014 a Gaza, nota come “Margine protettivo”; 2) l’uso sproporzionato della forza da parte delle IDF in risposta alle proteste per il diritto al ritorno nel 2018; 3) l’attività di colonizzazione in Cisgiordania e a Gerusalemme est.

Ora è stato stabilito dal punto di vista giuridico che la procura può procedere anche all’ identificazione di singoli responsabili che potrebbero essere imputati e chiamati a rispondere delle proprie azioni.

Se ciò avverrà dipende ora dall’approccio adottato da Khan quando in giugno assumerà il ruolo di procuratore, il che rimane un mistero nonostante alcune supposizioni.

Un’ulteriore vittoria dei palestinesi è la defezione di sionisti progressisti molto autorevoli e noti che, per così dire, non sono rinsaviti, ma ne hanno parlato apertamente e regolano l’accesso ai principali media. Peter Beinert è l’esempio più significativo nel contesto americano, ma il suo annunciato scetticismo sulla volontà da parte di Israele di trovare un accordo con i palestinesi su una qualunque base ragionevole è un’ulteriore vittoria nel campo della politica simbolica.

Delusioni geopolitiche

È stato ragionevole per la Palestina e i palestinesi sperare che la più moderata presidenza Biden avrebbe ribaltato le iniziative più dannose prese da Trump e che sembravano compromettere ulteriormente il potere negoziale palestinese, così come hanno violato significativamente i diritti fondamentali dei palestinesi e lo hanno negando l’autorità sia dell’ONU che delle leggi internazionali.

Il segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, ha inviato segnali in merito alle questioni più significative che sono sembrati confermare e ratificare piuttosto che invertire o modificare l’attività diplomatica di Trump. Blinken ha affermato quello che Biden ha fatto intendere riguardo allo spostamento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme e quindi si è unito a Trump nella sfida alla risoluzione dell’assemblea generale dell’ONU del 2017 che affermava che questa iniziativa era “non valida” e priva di effetti giuridici. Blinken ha anche sostenuto l’annessione da parte di Israele delle Alture del Golan, che è un’ulteriore sfida alle leggi internazionali e all’ONU, che ha difeso un saldo principio, in precedenza sostenuto nella storica Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU riguardo all’occupazione israeliana dei territori palestinesi dopo la guerra del 1967. Questo testo confermò che un territorio estero non può essere acquisito con la forza ed ha previsto il ritiro israeliano sui confini del 1967 (modificati da negoziati relativi a trascurabili aggiustamenti di confine in accordo tra le parti).

E Blinken ha soprattutto appoggiato gli accordi di normalizzazione tra Israele e quattro Stati musulmani (EAU, Bahrain, Sudan, Marocco) raggiunti da Trump con metodi vessatori e il perseguimento di interessi personali. Ci sono state vittorie principalmente simboliche di Israele relative all’accettazione a livello regionale e a credenziali di legittimità, così come il contenimento regionale e prese di posizione di rifiuto contro l’Iran. Per molti aspetti esse ampliano precedenti sviluppi di fatto con un impatto minimo sulle dinamiche tra Israele e Palestina.

Valutare vittorie e sconfitte

Finora l’ira israeliana contro la CPI prevale sulle sconfitte geopolitiche palestinesi, essendo queste ultime ridotte probabilmente dalle chiare speranze persistenti di un rapporto parzialmente migliore tra l’ANP, gli Usa e i Paesi dell’UE. E ci sono state alcune giuste modifiche, compresa l’annunciata volontà di riaprire i centri di informazione dell’OLP negli USA, la ripresa dei contatti diplomatici tra Washington e l’Autorità Nazionale Palestinese, e qualche dichiarazione che suggerisce un ritorno alla diplomazia in contrasto con il tentativo di Trump di dettare i termini di una vittoria israeliana presentata come “l’accordo del secolo”.

Eppure le prime iniziative di Biden in questioni politiche meno controverse per rimediare il più possibile ai danni di Trump a livello internazionale, dal ritorno all’Accordo di Parigi sul Cambiamento Climatico, all’OMS e al Consiglio ONU per i Diritti Umani per esprimere l’intenzione di ribadire la cooperazione internazionale e un redivivo internazionalismo, contrastano con il fatto di lasciare immutati i peggiori aspetti del tentativo di Trump di infrangere le speranze dei palestinesi. Che ciò possa essere spiegato con la forza dell’appoggio bipartisan negli USA al rapporto incondizionato con Israele o da fattori strategici regionali è oggetto di congetture.

Forse la spiegazione più plausibile è il passato filoisraeliano dello stesso Biden, insieme al suo proclamato impegno per unificare l’America, lavorando il più possibile con i repubblicani. Il suo motto totemico sembra essere “insieme possiamo fare tutto”, che finora non ha ricevuto molto incoraggiamento dall’altro schieramento.

Ciò che potrebbe far sperare in parte i palestinesi è il livello in cui questi due sviluppi sono stati un terreno di scontro per quanti difendono Israele in ogni modo. Persino Jimmy Carter è stato umiliato come “antisemita” perché nel titolo il suo libro del 2007 suggerisce semplicemente che Israele deve fare la pace con i palestinesi o rischia di diventare uno Stato di apartheid. Si ricordi che l’osservazione piuttosto banale di John Kerry secondo cui Israele aveva ancora due anni per fare la pace con i palestinesi nel contesto di Oslo per evitarsi un futuro di apartheid ha incontrato una reazione talmente ostile che egli è stato portato a chiedere scusa per queste considerazioni, rinnegando più o meno ciò che sembrava così plausibile quando lo aveva affermato.

Nel 2017 uno studio accademico commissionato dall’ONU, che ho scritto insieme a Virginia Tilley e che confermava le accuse di apartheid, è stato denunciato al Consiglio di Sicurezza come un documento diffamatorio indegno di essere associato all’ONU. Le affermazioni critiche sono state accompagnate da velate minacce americane di ritirare finanziamenti all’ONU se il nostro rapporto non fosse stato sconfessato, ed esso è stato diligentemente tolto dal sito web dell’ONU per ordine del Segretario Generale [il socialista portoghese António Guterres, ndtr.]. Ormai nei contesti internazionali persino la maggior parte dei militanti sionisti preferisce il silenzio piuttosto che organizzare attacchi contro B’Tselem, una volta molto apprezzata dai sionisti progressisti come prova tangibile che Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente.”

Le reazioni alla decisione della CPI da parte di Israele raggiungono livelli apodittici di intensità. La furibonda risposta di Netanyahu è stata ripresa da tutto lo spettro della politica israeliana. Secondo la vergognosa calunnia contro la CPI: “Quando la CPI indaga su Israele per falsi crimini di guerra ciò è puro e semplice antisemitismo.” Ed ha aggiunto: “Lotteremo con tutte le nostre forze contro questa perversione della giustizia.” In quanto così smodati, questi commenti dimostrano che a Israele interessano molto le questioni di legittimità, e a ragione. Le leggi internazionali e l’etica possono essere sfidate come Israele ha fatto ripetutamente nel corso degli anni, ma è profondamente sbagliato supporre che alla dirigenza israeliana non interessino. Mi pare che i leader israeliani comprendano che il razzismo sudafricano è crollato in buona misura perché ha perso la guerra per la legittimità. Forse alcuni dirigenti israeliani hanno iniziato a capirlo. La decisione della CPI potrebbe risultare un punto di svolta proprio come il massacro di Sharpeville del 1965 [in realtà nel 1960. La polizia sudafricana uccise 70 persone e oltre 180 furono ferite, ndtr.]. Potrebbe essere così persino se, come è probabile, neppure un israeliano venisse portato davanti alla CPI per essere giudicato.

RICHARD FALK

Richard Falk è uno studioso di Diritto Internazionale e Relazioni Internazionali che ha insegnato per quarant’anni all’università di Princeton. Dal 2002 vive a Santa Barbara, California, ha insegnato Studi Globali e Internazionali nel campus dell’università della California e dal 2005 presiede il consiglio della Fondazione per la Pace nell’Epoca Nucleare. Ha iniziato questo blog in parte per festeggiare i suoi 80 anni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)