La crisi per la corruzione di Netanyahu: ne faranno le spese i palestinesi

Danny Rubinstein

Giovedì 15 febbraio 2018, Middle East Eye

L’iniziativa di imputare il primo ministro israeliano per corruzione potrebbe spingerlo ancor di più nelle braccia della destra nazionalista: i palestinesi ne subiranno le conseguenze

In quanto anziano giornalista israeliano che ha scritto di palestinesi praticamente fin dalla fine della guerra del 1967 [la “guerra dei Sei Giorni”, ndt.], desidero testimoniare che nelle ultime settimane i palestinesi hanno continuato a dire che la loro situazione attuale è la peggiore di sempre.

Ed è ulteriormente peggiorata in seguito al terremoto politico provocato dalla raccomandazione della polizia israeliana che Netanyahu venga imputato di corruzione. Più la situazione di Netanyahu vacilla, più dovrà appoggiarsi alla sua base tradizionale: la destra ed i coloni. Ed il prezzo verrà pagato dai palestinesi. Per spiegare il rapporto tra Netanyahu ed i palestinesi dobbiamo tornare indietro a un episodio del suo passato.

Qualche anno fa, durante una sorta di incontro a Gerusalemme tra israeliani e palestinesi, il poeta israeliano Avoth Yeshurun (il nome d’arte di Yehiel Perlmutter), si alzò e si rivolse al poeta arabo Hanna Abu Hanna.

Solo un poco”

Yeshurun spiegò di essere arrivato come un pioniere nella terra di Israele, dopo le persecuzioni in Europa, per costruire una nuova società ebraica, una società giusta. Parlò a lungo della sua scoperta di una società ed una cultura arabe che per centinaia di anni erano state all’avanguardia della civilizzazione nel mondo. “Voi arabi siete grandi e forti,” disse.

Avete avuto le prime scuole di medicina al mondo; avete portato l’algebra in Europa insieme al sistema decimale e allo zero; avete rilanciato la filosofia aristotelica; avete guidato il mondo nell’arte, nella poesia, nella scienza, nella geografia e nell’astronomia, e avete rapidamente conquistato la vastità dell’Est e parte dell’Europa.”

Yeshurun guardò Hanna Abu Hanna e gridò: “Ecco quello che vi chiedo: spostatevi un poco, solo un poco. Voi dominate dall’oceano occidentale (il Marocco) fino al Golfo Persico, 300 milioni di persone, lasciate un po’ di spazio per noi, spostatevi un poco, solo un poco!!!”

Ricordo molto bene quell’incontro perché chi parlò dopo fu un anonimo giovane arabo che si alzò per affrontare Avoth Yeshurun e disse, in sostanza: “Cosa intendi per spostarci un poco? Cosa sarebbe un poco? Sono nato a Jaffa e tutta la mia famiglia vi aveva vissuto per centinaia di anni, e non mi sono spostato un poco, mi sono spostato di un bel po’, mi sono spostato del tutto. Noi siamo rifugiati. Abbiamo perso tutto. La casa e il giardino sono persi, la famiglia si è sparpagliata dappertutto. Questo è ‘un poco’?”

Debole – e forte

Tra i palestinesi che ho conosciuto, c’è sempre stata una tensione tra la loro identificazione come arabi e quella come palestinesi. In quanto arabi fanno parte di una nazione vasta, potente e prospera, ma come palestinesi sono deboli e impotenti. Recentemente abbiamo commemorato i 100 anni dalla emanazione della dichiarazione Balfour (novembre 1917), che nella cronologia palestinese è considerata l’inizio del conflitto tra la Palestina ed Eretz Yisrael [la Terra di Israele, ndt.].

E nel corso di questo secolo i palestinesi hanno continuamente cercato l’aiuto del grande e potente mondo arabo nella loro lotta contro l’Yishuv (pre-Stato) ebraico [la comunità degli ebrei sionisti in Palestina prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, ndt.] prima e contro Israele poi. I Paesi arabi tentarono di aiutare i palestinesi. Ci furono un tentativo durante la rivolta araba del 1936-39 e ovviamente le guerre del 1948 e poi del 1967 e dell’ottobre 1973. Ma tutti questi tentativi fallirono.

Spesso a Yasser Arafat è stato chiesto cosa avesse determinato il problema palestinese ed egli ha sempre dato la stessa risposta: “Siamo stati traditi dagli arabi.” Arafat pensava che gli arabi avessero tradito i palestinesi quando firmarono l’armistizio del 1949 con Israele, e che li tradirono di nuovo quando non consentirono ai palestinesi di continuare la loro lotta popolare contro Israele.

Lui stesso venne incarcerato in Egitto quando era studente al Cairo. In seguito fu imprigionato in Libano, in Siria (1966), e perseguitato in Giordania durante il “Settembre Nero” [repressione dei palestinesi da parte dell’esercito giordano, ndt.] nel 1970. La ragione fu sempre la stessa: Arafat e i suoi nazionalisti palestinesi lealisti chiedevano che gli Stati arabi li aiutassero a lottare – e ormai da molto tempo i governanti arabi si sono rifiutati.

Il “tradimento arabo” dei palestinesi continua tuttora – più che mai. Si prenda, ad esempio, l’Egitto, lo Stato arabo più grande e forte e quello che ha lottato per i palestinesi più di quanto abbia fatto qualunque altro Paese arabo. Il regime del Cairo sotto il generale al-Sisi è in una pessima situazione. Oggi la popolazione egiziana è circa di 100 milioni di abitanti. I problemi economici sono senza precedenti.

Una volta il presidente Sadat disse a noi, un gruppo di israeliani, che comprendeva i problemi di sicurezza di Israele. “Avete sempre paura che gli arabi vi attacchino, ma la nostra paura è diversa: ogni giorno temiamo che, alla sera, non avremo abbastanza da mangiare.”

Oltre alla terribile sfida economica di alimentare un centinaio di milioni di egiziani, il regime del Cairo è minacciato dai gruppi estremisti islamici. L’ISIS [lo Stato islamico, ndt.] è attivo nella penisola del Sinai; recentemente ha operato un attacco contro una moschea a ovest di El Arish e ucciso più di 300 fedeli. Il generale al-Sisi ha grandi problemi ad affrontare l’estremismo islamico.

In questo contesto posso immaginare il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che arriva per un incontro al Cairo con al-Sisi e gli dice: “Mi devi aiutare. Gli israeliani hanno costruito altre 50 unità abitative nella loro colonia di Ma’ale Adumim ed hanno espulso e demolito le case di decine di famiglie palestinesi, e un soldato ha arrestato una ragazza a Nabi Saleh, nei pressi di Ramallah…”

In un immaginario scenario piuttosto stravagante come questo, il generale al-Sisi starebbe pensando che Abu Mazen ha perso la testa. L’Egitto sta affrontando problemi di vita o di morte di decine di milioni di persone e Abu Mazen sta parlando al leader egiziano di qualche casa mobile parcheggiata in qualche colonia. Questi sono i problemi dei palestinesi?

In questo contesto la cooperazione militare e di intelligence tra Israele e l’Egitto è migliore di quanto non sia mai stata. Israele aiuta l’Egitto nella sua guerra contro gli estremisti islamici nel Sinai. L’Egitto è diventato un vero alleato di Israele.

La situazione è simile tra Israele e la Giordania, dove il re Abdullah ha problemi economici da affrontare, con centinaia di migliaia di rifugiati siriani, e deve respingere militanti islamici sulle frontiere con la Siria e l’Iraq. La cooperazione di intelligence tra Israele ed Amman è un fatto consolidato e ben noto da molto tempo.

Alleati arabi

E c’è di più. C’è anche una cooperazione politica di livello piuttosto alto tra Israele, Arabia saudita ed Emirati. Israele, i sauditi e gli Stati del Golfo hanno un nemico comune: l’Iran. I sauditi stanno combattendo gli iraniani in Yemen – dove gli iraniani lanciano missili verso il territorio saudita – così come sul suolo siriano e libanese. Quindi ha preso forma una specie di alleanza strategica tra Israele e gli Stati arabi sunniti contro l’Iran sciita. Tutto sotto il patrocinio del presidente americano Donald Trump.

In Medio Oriente i palestinesi non hanno prospettive. Assolutamente nessuna. Nessun Paese arabo li aiuterà, ma potrebbe piuttosto danneggiarli. Benjamin Netanyahu ed il suo governo lo sanno. Possono fare tutto quello che vogliono ai palestinesi. E quindi il governo israeliano di destra continua a costruire e sviluppare le colonie della Cisgiordania.

Il 60% della Cisgiordania che, in base agli accordi di Oslo, è controllato da Israele, è stato quasi completamente annesso a Israele. Praticamente ogni settimana sentiamo di nuove leggi o regolamenti che discriminano gli arabi in Cisgiordania e in Israele. Nell’ultima settimana, per esempio, è stata approvata una legge speciale per accordare all’università della colonia di Ariel lo stesso status di cui godono le istituzioni accademiche all’interno di Israele.

Riguardo a Gaza, non c’è praticamente più niente da dire. I due milioni di palestinesi a Gaza sono stati sotto assedio per un decennio. Gli egiziani ed il regime di Ramallah fanno molto poco per aiutarli. Il risultato è che Gaza è sull’orlo di un disastro umanitario di massa. C’è energia elettrica solo da quattro a otto ore al giorno. L’acqua non è potabile. La disoccupazione è circa del 50%. L’economia è limitata alla generosità delle organizzazioni umanitarie internazionali, guidate dall’ONU, che recentemente hanno fatto notizia quando Trump ha annunciato progetti per ridurre drasticamente il loro bilancio.

Non tanto bene

Come già detto, oggi la situazione dei palestinesi è la peggiore da molto tempo a questa parte. Una società frammentata sprofondata nell’indigenza e sottoposta al potere limitato dell’Autorità Nazionale Palestinese, le cui forze di sicurezza sono diventate, in gran parte, complici di Israele.

Molti israeliani pensano che, finché i palestinesi stanno male, noi qui in Israele stiamo bene.

È così nei conflitti a somma zero. Ma nel nostro caso, non è così.

In Israele ci sono ambienti progressisti che pensano che anche noi siamo in una brutta situazione. Ormai da qualche tempo qui molte organizzazioni dei diritti umani hanno operato come l’opposizione più decisa al governo di Netanyahu.

La prova sta nella dura campagna di attacchi del regime contro le Ong. “Breaking the Silence” e i suoi soldati della riserva apertamente critici contro la condotta dell’esercito in Cisgiordania, “B’Tselem”, “Machsom Watch”, l’“Association for Civil Rights in Israel” [“Associazione per i Diritti Civili in Israele, ndt.], il “New Israel Fund” [“Nuovo Fondo Israele, ndt.]: tutte esistono da almeno 20 anni, ma solo ultimamente il governo Netanyahu le ha definite come il “Nemico numero uno”.

Netanyahu gode di ampio prestigio internazionale. È invitato nelle capitali internazionali, da Delhi a Varsavia, da Mosca a Washington. I suoi problemi sono principalmente in patria. Le critiche sono per lo più degli ambienti progressisti, all’interno di Israele, che non possono sopportare la realtà di quanto sta succedendo ai palestinesi. Egli sostiene sempre che tutte le critiche dirette contro il suo comportamento corrotto vengono da circoli progressisti di sinistra che cercano di rovesciare il suo governo.

Persino la raccomandazione della polizia di imputarlo di corruzione è vista da Netanyahu come nient’altro che un ulteriore tentativo politico da parte della sinistra traditrice di fare un colpo di stato. Quindi il grande timore è che l’attuale situazione lo spinga ancor di più nelle braccia della destra nazionalista e verso nuovi passi contro i palestinesi e contro i suoi nemici di sinistra. Mentre la presa di Netanyahu sul potere si indebolisce, i palestinesi e la sinistra progressista in Israele rischiano di pagarne il prezzo.

Danny Rubinstein è un giornalista e scrittore israeliano. In precedenza ha lavorato per “Haaretz”, dove è stato analista delle questioni arabe e membro del comitato editoriale.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il ministro della Giustizia di Israele approva l’apartheid – lo Stato ebraico “a scapito dell’uguaglianza”

Jonathan Ofir

13 febbraio 2018, Mondoweiss

Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia israeliana, lo ha fatto di nuovo: ha illustrato l’apartheid israeliano in termini inequivocabili, e lo ha legato direttamente al sionismo:

“C’è spazio per conservare una maggioranza ebraica persino a prezzo di una violazione dei diritti,” ha detto ieri (lunedì 12 febbraio) al “Convegno su Ebraismo e Democrazia”, come riferito da Haaretz. Shaked stava parlando della legge israeliana “Stato-Nazione del popolo ebraico” ed ha detto chiaramente che l’uguaglianza è essenzialmente un pericolo per lo “Stato ebraico”.

Sul tentativo della coalizione [di governo] di tenere fuori la parola “uguaglianza” dalla legge sullo Stato-Nazione, Shaked ha detto che “Israele è uno Stato ebraico. Non è uno Stato per tutte le sue nazioni. Cioè, stessi diritti per tutti i cittadini ma non diritti nazionali uguali.”

Shaked ha detto che la parola “uguaglianza” è molto generica e l’autorità giurisdizionale potrebbe portarla “molto lontano”, aggiungendo che “ci sono luoghi in cui il carattere dello Stato di Israele come Stato ebraico deve essere conservato e a volte ciò avviene a scapito dell’uguaglianza.”

Quindi sta ripetendo quello che ha detto sei mesi fa – che “il sionismo non dovrebbe – e qui sto dicendo che non lo farà – continuare a inchinarsi ad un sistema di diritti individuali interpretati in modo universalistico.”

All’epoca il giornalista di Haaretz Gideon Levy [vedi zeitun.info] aveva ringraziato Shaked per aver detto la verità:

“Quindi Shaked crede, come molti nel mondo, che Israele sia costruito sulle fondamenta dell’ingiustizia e di conseguenza debba essere difeso dal discorso ostile della giustizia. In quale altro modo può essere spiegato il rifiuto di discutere dei diritti? I diritti individuali sono importanti, dice, ma non quando questi sono slegati dalle “sfide sioniste”. Ha di nuovo ragione: le sfide sioniste sono quindi in contraddizione con i diritti umani…”

E ha concluso:

“Il sionismo è la religione fondamentalista di Israele, e, come in ogni religione, la sua negazione è proibita. In Israele ‘non sionisti’ o ‘antisionisti’ non sono insulti, sono ordini di espulsione dalla società. Non c’è niente di simile in nessuna società libera. Ma ora che Shaked ha smascherato il sionismo, messo la sua mano sul fuoco e detto la verità, possiamo finalmente ragionare più liberamente sul sionismo. Possiamo riconoscere che il diritto degli ebrei ad avere uno Stato ha contraddetto il diritto dei palestinesi alla loro terra, e che il sionismo legittimo ha dato vita a un terribile errore nazionale che non è mai stato corretto; che ci sono modi per risolvere e fare ammenda di questa contraddizione, ma gli israeliani sionisti non li vogliono accettare.”

Shaked ha ancora una volta accentuato aspetti che sono una diretta conferma delle conclusioni essenziali del “Rapporto ONU sull’Apartheid Israeliano” [stilato dalla “Commissione Economica e Sociale per l’Asia occidentale” dell’ONU, ndt.], accantonato lo scorso anno, che ha chiarito le pratiche razziste dello Stato di Israele e la sua intrinseca natura razzista. Il rapporto evidenziava che “i partiti politici palestinesi possono battersi per riforme di scarsa importanza e per una migliore destinazione del bilancio, ma hanno la proibizione giuridica da parte della Legge Fondamentale di sfidare la legislazione che mantiene il regime razzista. La politica è rafforzata dalle implicazioni della distinzione fatta in Israele tra ‘cittadinanza’ (ezrahut) e ‘nazionalità’ (le’um): tutti i cittadini israeliani godono della prima, ma solo gli ebrei della seconda. Nella legge israeliana diritti ‘nazionali’ vuol dire diritti nazionali ebrei.”

Quel rapporto provocò grande ira tra la dirigenza israeliana, e il Segretario Generale dell’ONU si inchinò alle pressioni israeliane (e americane) perché venisse accantonato per la sua presunta natura ‘antisemita’ – ma qui il ministro della Giustizia di Israele sta confermando quello che [il rapporto] sta essenzialmente dicendo.

Shaked, che ha una propensione per una retorica genocidaria e fascista, è molto esplicita sul perché vuole che la legge dello Stato-Nazione sia codificata all’interno di una “legge fondamentale” quasi costituzionale: l’obiettivo della legge sullo Stato-Nazione, ha detto, è di prevenire una sentenza come quella del caso Ka’adan del 2000, che condannò la discriminazione contro una famiglia araba che voleva andare ad abitare in una piccola comunità ebraica che aveva cercato di impedirglielo. Shaked vuole che sia assolutamente possibile per una comunità ebraica impedire l’ingresso di cittadini palestinesi su base razziale. Infatti Shaked, riferendosi alla sentenza Ka’adan, ha detto che

“sulla questione se sia giusto per una comunità ebraica essere, per definizione, solo ebraica, voglio che la risposta sia ‘sì, è giusto’.”

Shaked ha lamentato di nuovo che i “valori universali” starebbero prendendo il sopravvento:

“Negli ultimi 20 anni c’è stata maggiore attenzione a emettere sentenze su valori universali e meno sul carattere ebraico dello Stato. Questo (la legge sullo Stato-Nazione) è uno strumento che vogliamo fornire ai tribunali per il futuro.”

Perciò Shaked vuole chiudere la porta a quelle piccole aberrazioni, in cui compaiono sottili crepe nel muro dell’apartheid israeliano. Vuole che sia completamente chiusa e sprangata. E, cosa più importante, il mondo deve accettarla come un’ideologia e una politica legittime.

Si noti che tutto ciò riguarda la politica israeliana nei confronti dei suoi stessi cittadini non ebrei. Non riguarda neppure l’occupazione israeliana del 1967 (anche se ciò indirettamente influisce sulla politica israeliana in tutti i territori).

Da un lato si potrebbe essere tentati di credere che Shaked stia solo combattendo una lotta contro i tribunali e che ci sia una Corte Suprema presumibilmente progressista che potrebbe agire come un contropotere rispetto a questo.

Ma va ricordato che la Corte Suprema è essenzialmente sionista, e che di conseguenza è comunque di parte nei confronti dello “Stato ebraico”. Dato che quel principio non può essere sfidato in alcun modo significativo, e dato che Shaked sta effettivamente dando voce sincera e rumorosa all’ideologia sionista, rimangono pochissime risorse di una certa importanza per protestare o contrastare tutto ciò.

Una è rappresentata, ovviamente, da mezzi di protesta civili e democratici dal basso: il [movimento per il] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS).

Ma ecco quello che ha detto la presidentessa della Corte Suprema Esther Hayut in una recente conferenza contro il BDS. Il BDS è un “illecito civile”, ha detto, e ha continuato:

 “Chiedere un boicottaggio è un mezzo di coercizione e non di persuasione. Non è utile ai principi fondamentali della democrazia, ma piuttosto li colpisce impedendo un libero scambio di idee. Di conseguenza, non è degno della protezione costituzionale di cui godono altre forme di espressione politica.”

Quindi, peggio – il BDS, secondo la più alta carica giudiziaria di Israele, non è tutelato dalla libertà di espressione. E pertanto è permesso allo Stato di imporre sanzioni contro singole persone che lo propugnano:

“L’imposizione di sanzioni legali è proporzionata quando lo Stato è interessato a difendersi contro un boicottaggio da parte di civili,” ha detto Hayut.

Deve essere chiaro che questa posizione è fascismo allo stato puro. Lo Stato può essere “criticato” con mezzi che consentano “scambio di idee”, ma non con metodi che lo Stato stesso reputa possano effettivamente determinare un cambiamento della sua struttura e gerarchia razziali. Questo non è un inaspettato sviluppo esterno rispetto a un presunto ‘sionismo democratico’. Tutto ciò rappresenta un ulteriore smascheramento riguardo alla vera essenza del sionismo. È vero e proprio apartheid.

L’ex primo ministro Ehud Barak ha detto qualche anno fa che “Israele è stato infettato dai semi del fascismo.” Ma egli è lo stesso “eroe di sinistra” che si è vantato di come la sinistra israeliana ha “liberato” i territori occupati, e si è lamentato che gli USA non abbiano riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele già 65 anni fa. Perciò Barak sta dicendo che questi “semi di fascismo” sono solo qualcosa che ha “infettato” Israele di recente. Ma sono sempre stati lì, sono i semi dei frutti del sionismo, di cui anche Barak è sostenitore. È dubbio che un ‘progressista’ come Barak o simili possa mai ‘salvare’ il sionismo dai suoi più espliciti fascisti come Shaked.

Gli Stati Uniti hanno attraversato la fase fiabesca dell’apartheid in cui si trova Israele, con la loro dottrina legale ‘separati ma uguali’, la quale sosteneva che, benché ci fosse segregazione razziale (letteralmente apartheid), gli afro-americani potevano comunque essere considerati “uguali”, semplicemente “separati”. Ci vollero parecchie sentenze della Corte Suprema dagli anni ’50, nonché la legge sui diritti civili del 1964, per rovesciare questa falsa nozione di “uguaglianza”.

Ma Israele sta funzionando esattamente in modo opposto, e Shaked sta confermando che l’ideologia dello Stato prevale esplicitamente sull’uguaglianza. A dir la verità, è stato così fin dall’inizio.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Per ottenere uno Stato, i palestinesi devono lavorare anche per i due Stati.

Nadia Hijab 

7 febbraio 2018, Al Shabaka

In seguito al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte del presidente USA Donald Trump, e rafforzato dalla promessa del vice presidente Mike Pence di spostarvi l’ambasciata USA prima della fine del 2019, c’è stata una raffica di articoli che hanno sostenuto l’imminente spostamento della strategia palestinese verso la soluzione dello Stato unico con pari diritti. Sia i negoziatori palestinesi direttamente coinvolti nel moribondo processo di pace di Oslo che palestinesi che fin da allora hanno avuto poche speranze in Oslo hanno dichiarato che è tempo di modificare la lotta. Nel contempo Israele ha continuato ad espandere le colonie, reprimere le proteste e pianificare l’annessione di parte o di tutta la Cisgiordania.

La soluzione dei due Stati è davvero destinata al fallimento ed è tempo di passare ad una lotta per uno Stato unico? Questo commento sostiene che entrambi gli esiti statali possono essere messi in atto per ottenere le aspirazioni ed i diritti dei palestinesi, e che, oltretutto, soddisfare i diritti dei palestinesi richiede alcune delle risorse di potere associate ad un sistema statale. Invita inoltre a dedicare tempo ed energie per chiarire gli obiettivi palestinesi e per comprendere perché non sono ancora stati raggiunti, e in seguito concentrarsi sugli elementi di forza necessari per raggiungerli. L’ultima parte discute nel dettaglio uno di questi elementi di forza, quello della narrazione palestinese, e chiede una ridefinizione di questa narrazione, compresa quella relativa al BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni). 1

Obiettivi palestinesi negli esiti di uno Stato unico e dei due Stati

L’obiettivo della lotta palestinese continua ad essere espresso in termini di strutture statuali. Anche nei termini del raggiungimento dei diritti palestinesi, cosa otterrebbe un esito politico dello Stato unico che non otterrebbero i due Stati? È il caso di esaminare brevemente entrambi i risultati. La prospettiva di una soluzione dello Stato unico, come quella stabilita dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) nel 1968 è sempre stata più convincente per i palestinesi di quella dei due Stati. Uno Stato unico è strettamente legato al diritto al ritorno dei rifugiati alle proprie case e terre.

Con uno Stato unico i palestinesi avrebbero esercitato il proprio diritto all’autodeterminazione ritornando e vivendo su tutta la terra che era stata Palestina, accanto agli ebrei che vi vivono, con gli stessi diritti per tutti. Mentre la carta dell’OLP del 1968 parlava degli ebrei che abitavano in Palestina prima della conquista sionista che ha determinato la creazione di Israele, gli attuali sostenitori palestinesi della soluzione di uno Stato unico riconoscono che debba comprendere tutti i suoi abitanti.

Riguardo alla soluzione dei due Stati, è importante distinguere tra la visione espressa nel 1988, quando il Consiglio Nazionale Palestinese (CNP) la adottò, e la parodia di giustizia monca, economicamente e politicamente bloccata istituita dagli accordi di Oslo che iniziarono ad essere firmati nel 1993. Quando venne adottata nel 1988, la soluzione dei due Stati era vista come un riconoscimento pragmatico, realizzabile della realtà. I palestinesi avrebbero esercitato il diritto all’autodeterminazione attraverso uno Stato sovrano che avrebbe garantito i diritti dei suoi cittadini. Un simile Stato avrebbe consentito alla Palestina di unirsi alla comunità delle Nazioni. Inoltre la risoluzione del CNP sosteneva le risoluzioni ONU relative ai diritti dei rifugiati palestinesi. E la lotta per i due Stati non significa abbandonare la lotta vitale per l’uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele.

Fin dall’inizio Oslo ha destinato alla rovina un progetto di Stato basato sui diritti. Da parte palestinese l’accettazione degli accordi incluse un implicito riconoscimento che i diritti dei rifugiati palestinesi sarebbero stati gravemente limitati, sacrificando quindi un diritto fondamentale dei palestinesi. Da parte israeliana non c’è mai stata nessuna intenzione di consentire la costituzione di uno Stato palestinese sovrano accanto ad Israele. Yitzhak Rabin, sbandierato come un grande pacificatore, mise in chiaro poco dopo il primo accordo di Oslo che egli intendeva garantire che i palestinesi non avrebbero avuto nient’altro che un’entità che fosse “meno di uno Stato”, con i confini di sicurezza di Israele nella valle del Giordano. Queste posizioni vennero mantenute nel corso degli anni di negoziati. Le posizioni israeliane si sono notevolmente indurite da allora: più di recente il comitato centrale del Likud ha votato all’unanimità per chiedere ai dirigenti del partito di annettere la Cisgiordania.

Se la soluzione dei due Stati fosse rimasta all’interno del quadro originario, avrebbe potuto soddisfare i diritti dei palestinesi all’autodeterminazione ed al ritorno, come lo avrebbe fatto la soluzione dello Stato unico, se i palestinesi fossero stati in grado di costruirsi un potere sufficiente a garantire che Israele avrebbe rispettato il diritto al ritorno ed uguali diritti in uno Stato unico, il diritto al ritorno e la sovranità in due Stati.

Oggi la realtà è che il popolo palestinese non ha il potere di ottenere nessuno dei due risultati nel futuro prevedibile e di imporre ad Israele o alla comunità internazionale il riconoscimento e la messa in pratica dei suoi diritti. Infatti la dirigenza palestinese, convinta che Oslo stesse portando a uno Stato palestinese, lasciò disperdersi i punti di forza che aveva accumulato negli anni ’70 e ’80, compresi un vivace movimento di solidarietà e forti legami con i Paesi del Sud, l’Unione Sovietica e la Cina.

Il presidente dell’OLP Mahmoud Abbas non ha dichiarato la fine della soluzione dei due Stati e chiaramente spera che gli europei interverranno ora che egli si è, forse temporaneamente, allontanato dagli USA. Tuttavia chiedere agli Stati europei di fungere da mediatori non farà progredire la causa palestinese. Non c’è niente da mediare: gli israeliani hanno messo in chiaro i loro obiettivi: il meglio che i palestinesi possono sperare sono bantustan [entità pseudo-statali istituite nel Sudafrica dell’apartheid per la popolazione nera, ndt.] divisi tra loro. Uno scenario peggiore sarebbe un “accordo” che apparirebbe come la realizzazione di alcuni diritti dei palestinesi, dopo il quale il mondo se ne tirerebbe fuori, lasciando i palestinesi alla mercé di Israele. Nessuno farà niente per il popolo palestinese – non gli europei, né gli USA, né Israele – finché non sarà obbligato a farlo.

In breve, i palestinesi dovranno costruirsi un potere consistente per esercitare le pressioni necessarie a raggiungere una soluzione che garantisca i loro diritti. E per fare ciò avranno bisogno di alcune delle risorse di potere che hanno acquisito attraverso la partecipazione al sistema statale, sia legale, diplomatico o attraverso la partecipazione ad organizzazioni internazionali. Tuttavia queste risorse di potere devono essere utilizzate in modo molto più efficace e strategico di quello superficiale con cui le ha utilizzate l’OLP. Persino la combattuta adesione all’UNESCO, che è costata parecchio all’organizzazione, avrebbe potuto essere utilizzata per stabilire la sovranità palestinese su terra e mare.

Inoltre immaginate la diversa situazione oggi se l’OLP avesse “attivato” la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2004 sul muro illegale di Israele che serpeggia nei TPO [Territori Palestinesi Occupati, ndt.]. Benché fosse un’opinione consultiva, il suo chiaro richiamo a ogni Stato a “non riconoscere la situazione illegale determinata dalla costruzione del muro” e, cosa ancora più importante, a non fornire alcun aiuto o assistenza che potesse mantenere la situazione, avrebbe potuto essere utilizzato per spingere i Paesi europei consapevoli delle regole a garantire in modo molto più decisivo che le loro relazioni con Israele non appoggiassero le illegali colonie israeliane.

È stato a causa del fatto che l’OLP non ha capitalizzato quello che all’epoca un membro della delegazione palestinese descrisse in privato come questa “grande vittoria” che la società civile palestinese, esattamente un anno dopo, ha lanciato il movimento BDS, con il chiaro intento di difendere le leggi internazionali e investire un’importante fonte di potere in esse.

La strada che abbiamo davanti è lunga. Nessuno si affretta ad aiutare i palestinesi a ottenere i loro diritti. Perciò non c’è fretta per decidere sul definitivo risultato politico: entrambe [le soluzioni] possono servire pur di raggiungere i diritti dei palestinesi. Questo è stato l’intelligente approccio strategico dei fondatori del movimento BDS. Data la confusione del movimento nazionale e la mancanza di consenso riguardo agli obiettivi politici, i fondatori si sono piuttosto concentrati sui diritti come obiettivi, chiedendo la realizzazione dell’autodeterminazione attraverso la liberazione dall’occupazione, l’uguaglianza per i palestinesi cittadini di Israele e la giustizia per i rifugiati palestinesi nel rispetto del loro diritto al ritorno. Ciò ha permesso al movimento di raggiungere il più ampio spettro della società palestinese così come degli attivisti della solidarietà internazionale – e di costruire una considerevole posizione di forza.

Ogni elemento di forza a disposizione dovrebbe essere analizzato e compreso per quello che può offrire, per le sue positività e i suoi tranelli, e la società civile palestinese dovrebbe allearsi con l’OLP (o ciò che ne rimane) per quanto possibile per portare avanti gli interessi nazionali palestinesi e per opporsi ai rappresentanti politici palestinesi quando mettono a rischio questi interessi. 2 Nella discussione che segue mi concentrerò su uno dei principali punti di forza, la narrazione palestinese, e sui modi in cui possa essere più efficacemente utilizzata per portare avanti i diritti dei palestinesi.

Ridefinire la narrazione sulla Palestina (e sul BDS)

Parte della narrazione palestinese ha a che fare con il passato, e parte con gli obiettivi della lotta palestinese e guarda più verso il futuro. La parte rivolta al futuro rimane in silenzio e poco efficace, mentre quella sul passato è molto più dettagliata.

La narrazione del passato è, per i palestinesi, una questione esistenziale: esigono che la realtà di quanto successo alla Palestina e ai palestinesi sia vista come l’ingiustizia che è stata. È per questo che lo scorso anno durante il centesimo anniversario della dichiarazione Balfour [con cui l’impero inglese si impegnò a favorire la formazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndt.] così tanto tempo è stato dedicato a chiedere le scuse da parte della Gran Bretagna, i cui obiettivi coloniali consentirono la perdita della Palestina e la creazione di Israele. E questa è la ragione per cui così tanto tempo verrà dedicato quest’anno, il settantesimo anniversario della Nakba (catastrofe), a quella narrazione della perdita.

Le scuse da parte della Gran Bretagna sarebbero bastate ma non sono mai state in discussione: gli ex-poteri coloniali non vogliono offuscare le loro stesse narrazioni, per quanto orribili possano essere, o aprire loro stessi la strada a richieste di riparazione. Ma la situazione è diversa nel caso di Israele. Se ci deve essere un diverso, miglior futuro tra Israele e il popolo della Palestina storica ci dev’essere non solo il riconoscimento dell’ingiustizia che il progetto sionista ha perpetrato sui palestinesi, ma anche una manifestazione di pentimento, e un risarcimento. È necessario per sanare la ferita nazionale del popolo e di ogni singolo palestinese.

Può sembrare donchisciottesco parlare di questa richiesta in un momento in cui Israele appare così potente e i palestinesi così oppressi e senza aiuti. Eppure il riconoscimento, le scuse e le riparazioni sono anche necessarie per esorcizzare il fantasma che perseguita gli israeliani. C’è un timore profondamente radicato che la narrazione che sostiene la creazione dello Stato di Israele – quella di coraggiosi pionieri che fanno miracoli in un deserto ostile e disabitato – sia messa in evidenza per la vergogna che è stata, come lo sarebbe tutta la crudeltà deliberata che l’accompagnò e ancora l’accompagna. Ciò danneggerebbe il progetto sionista alla radice.

Di fatto andare oltre questa narrazione non è affatto impossibile: ciò è stato ottenuto dai molti ebrei che si stanno allontanando o si sono allontanati dall’ideologia del sionismo per difendere diritti umani universali. Ed è la base di un futuro alternativo in cui palestinesi ed ebrei vivano insieme come uguali. Questo futuro è già presente in alcune organizzazioni degli Stati Uniti, tali come “Jewish Voice for Peace” [“Voci ebraiche per la Pace, ndt.], in rapida crescita, che comprende parecchi palestinesi tra i suoi membri, così come gruppi di “Studenti per la Giustizia in Palestina” nei campus negli USA, che comprendono palestinesi, ebrei e un insieme di altre etnie e religioni.

Ma i palestinesi hanno urgentemente bisogno di una narrazione che guardi oltre, che li unifichi e che comunichi la forza della loro visione. Israele continua a dominare la narrazione in Occidente, dove ha la maggior parte della sua base di potere, nonostante gli attacchi realizzati da scrittori ed analisti palestinesi e da numerose organizzazioni ed individui del movimento di solidarietà con i palestinesi. È in parte la mancanza di una visione unitaria che guardi avanti e sia positiva da parte dei palestinesi che consente ad Israele di farlo.

Inoltre una narrazione rivolta al futuro può fornire una visione ed una direzione al movimento palestinese finché non verrà il tempo in cui si prenda una decisione se l’esito politico finale possa essere uno o due Stati. Una narrazione unificata è anche importante perché è improbabile che l’unità politica dei palestinesi sia raggiunta nel prossimo futuro. Fatah e Hamas sono troppo divisi, e la frammentazione fisica del popolo palestinese ad opera di Israele ha creato con successo barriere tra loro. Una narrazione unitaria consentirebbe ad ogni parte del popolo palestinese di lavorare verso gli stessi obiettivi – e di continuare la lotta fino a che siano raggiunti questi obiettivi, piuttosto che fermarsi a metà strada del percorso, come è successo con Oslo.

Questa narrazione unitaria palestinese esiste già: libertà, giustizia, uguaglianza. Questi sono gli obiettivi identificati dal movimento BDS. Questi sono anche gli obiettivi a cui tutti i palestinesi possono aspirare e che possono appoggiare, e parlano alla situazione di ogni segmento del popolo palestinese, di quelli che vivono sotto occupazione, dei palestinesi cittadini di Israele o dei rifugiati ed esiliati. Deve essere evitata una trappola: chiedendo l’uguaglianza, bisogna adottare ogni cautela per specificare che questo riguarda i palestinesi cittadini di Israele e non l’uguaglianza tra i palestinesi che vivono sotto occupazione e i coloni che vivono nelle illegali colonie israeliane.

Comunque perché questi obiettivi prendano con successo il proprio posto in prima linea nel movimento nazionale palestinese, il discorso riguardo al BDS deve essere ridefinito. Di solito l’attenzione è concentrata sulla strategia del BDS e non sugli obiettivi identificati dall’appello per il BDS, benché siano ospitati in primo piano del suo sito web. Da sola, la strategia del BDS non può ottenere libertà, giustizia ed uguaglianza, come ben sanno i suoi fondatori. Proprio perché nessun’ altra strategia è così efficacemente utilizzata e proposta quanto quella del BDS, esso domina la scena. Bisogna porre attenzione a presentare il BDS come una delle molte strategie che i palestinesi devono utilizzare, comprese quelle legali e diplomatiche. Anche cultura ed arte giocano un ruolo fondamentale nella richiesta dei diritti palestinesi, e stanno prosperando.

E’ urgente che gli obiettivi siano messi in prima linea: sono un’esaltante e positiva visione che può rapidamente occupare il primo piano. Politici palestinesi, società civile e movimento di solidarietà dovrebbero unificarsi attorno ad essa e chiedere libertà, giustizia ed uguaglianza. E libertà, giustizia ed uguaglianza possono essere ottenute con uno Stato unico o con due Stati.

Note:

  1. Parte del materiale di questo articolo è stato presentato in un discorso all’assemblea annuale della Campagna di Solidarietà con la Palestina il 27 gennaio 2018. Il discorso è stato pubblicato da Mondoweiss il 31 gennaio 2018.

  2. Le fonti di potere e le opzioni palestinesi sono l’argomento di un altro articolo con suggerimenti di numerosi analisti.

Nadia Hijab

Nadia Hijab è co-fondatrice e direttrice esecutiva di Al-Shabaka, la rete politica palestinese, e scrittrice, conduttrice e commentatrice nei media. Il suo primo libro, “Womanpower: The Arab debate on women at work” [Potere delle donne: il dibattito arabo sulle donne al lavoro], è stato pubblicato dalla Cambridge University Press ed è co-autrice di “Citizens Apart: A Portrait of Palestinians in Israel” [Cittadini in disparte: un ritratto dei palestinesi in Israele] (I. B. Tauris). È stata capo redazione della rivista londinese “Medio Oriente” prima di essere assunta alle Nazioni Unite a New York. È co-fondatrice ed ex-co-direttrice della campagna USA per i diritti dei palestinesi ed ora fa parte del suo consiglio di amministrazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il “nuovo antisemitismo”

Neve Gordon

4 gennaio 2018, London Review of Books

Poco dopo lo scoppio della Seconda Intifada nel settembre 2000 sono diventato attivista del movimento politico ebreo-palestinese chiamato “Ta’ayush”, che conduce un’attività non violenta diretta contro l’assedio militare israeliano della Cisgiordania e di Gaza. Il suo obiettivo non è solo protestare contro le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ma di unirsi al popolo palestinese nella sua lotta per l’autodeterminazione. Per alcuni anni ho passato la maggior parte dei fine settimana con “Ta’ayush” in Cisgiordania; durante la settimana avrei scritto delle loro attività per la stampa locale ed internazionale. I miei articoli attirarono l’attenzione di un professore dell’università di Haifa, che scrisse una serie di interventi accusandomi prima di essere un traditore e un sostenitore del terrorismo, poi più tardi di essere un “Judenrat wannabe” [lett. “Sostenitore del Consiglio ebraico”, cioè gli ebrei che collaborarono con il nazismo, ndt.] e un antisemita. Le accuse iniziarono a circolare sui siti web della destra; ricevetti minacce di morte e parecchi messaggi di odio via mail; all’amministrazione della mia università arrivarono lettere, alcune da parte di importanti finanziatori, che chiedevano che venissi licenziato.

Ho citato questa esperienza personale perché, benché persone all’interno di Israele e all’estero abbiano espresso preoccupazione per il mio benessere e mi abbiano offerto il loro appoggio, la mia sensazione è che nel loro sincero allarme per la mia sicurezza, abbiano perso di vista qualcosa di molto importante riguardo all’accusa di “nuovo antisemitismo” e a chi sia, in ultima analisi, il loro bersaglio.

Ci viene detto che il “nuovo antisemitismo” prende la forma della critica del sionismo e delle azioni e delle politiche di Israele, e si manifesta spesso nelle campagne per rendere responsabile il governo israeliano della violazione delle leggi internazionali, con il recente esempio del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). In questo sarebbe diverso dal “tradizionale” antisemitismo, inteso come l’odio per gli ebrei in quanto tali, l’idea che gli ebrei siano naturalmente inferiori, la convinzione che ci sia una cospirazione mondiale degli ebrei o il controllo ebraico del capitalismo, ecc. Il “nuovo antisemitismo” differisce anche dalla forma tradizionale nelle affiliazioni politiche dei suoi presunti responsabili: mentre siamo abituati a pensare che gli antisemiti siano politicamente di destra, i nuovi antisemiti sarebbero, agli occhi dei loro accusatori, soprattutto politicamente di sinistra.

La logica del “nuovo antisemitismo” può essere formulata come un sillogismo: 1) l’antisemitismo è odio verso gli ebrei; 2) essere ebrei vuol dire essere sionisti; 3) di conseguenza l’antisionismo è antisemitismo. L’errore riguarda la seconda proposizione. Le affermazioni secondo cui il sionismo si identifica con l’ebraismo, o che una simile equazione possa essere fatta tra lo Stato di Israele e il popolo ebraico, sono false. Molti ebrei non sono sionisti. E il sionismo ha molte caratteristiche che non sono in nessun modo insite o caratteristiche dell’ebraicità, ma piuttosto sono emerse dalle ideologie nazionaliste e del colonialismo di insediamento durante gli ultimi trecento anni. La critica del sionismo o di Israele non è necessariamente il prodotto di un’animosità verso gli ebrei; al contrario, l’odio verso gli ebrei non implica necessariamente l’antisionismo.

Non solo, ma è possibile essere sia sionista che antisemita. La prova di ciò è fornita dalle affermazioni di suprematisti bianchi negli USA e da politici dell’estrema destra in tutta Europa. Richard Spencer, un esponente di spicco dell’alt-right [“destra alternativa”, l’estrema destra statunitense che ha contribuito all’elezione di Trump, ndt.], non ha nessun problema nel definirsi come un “sionista bianco” (“come cittadino israeliano” ha spiegato a un intervistatore della televisione israeliana Channel 2, “che ha un senso di appartenenza ad una Nazione e ad un popolo, alla storia e l’esperienza del popolo ebraico, lei dovrebbe avere rispetto per uno come me, che prova gli stessi sentimenti nei confronti dei bianchi…Voglio che noi abbiamo una patria sicura per noi stessi. Proprio come voi volete una patria sicura in Israele”), mentre pensa anche che “gli ebrei sono ampiamente sovra rappresentati in quello che si potrebbe chiamare l’“establishment”.’ Anche Gianfranco Fini dell’Alleanza Nazionale italiana e Geert Wilders, leader del Partito Olandese della Libertà, hanno professato la propria ammirazione per il sionismo e per l’etnocrazia “bianca” dello Stato di Israele, pur esprimendo chiaramente le proprie opinioni antisemite in altre occasioni. Tre cose che attraggono questi antisemiti verso Israele sono: primo, il carattere etnocratico dello Stato; secondo, un’islamofobia che ritengono Israele condivida con loro; terzo, le politiche assolutamente dure di Israele verso i migranti di colore dall’Africa (nelle ultime di una serie di misure destinate a obbligare immigrati eritrei e sudanesi a lasciare Israele, sono state introdotte norme, all’inizio di quest’anno, che impongono ai richiedenti asilo di depositare il 20% dei loro averi in un fondo che gli verrà restituito solo se, e quando, lasceranno il Paese).

Se sionismo ed antisemitismo possono coincidere, allora – in base alla legge di contraddizione – l’antisionismo e l’antisemitismo non sono riducibili uno all’altro. Ovviamente è vero che in certi casi l’antisionismo può effettivamente sovrapporsi in parte all’antisemitismo, ma questo di per sé non ci dice molto, dato che una grande varietà di opinioni e di ideologie possono coincidere con l’antisemitismo. Si può essere capitalisti, socialisti o libertari ed essere anche antisemiti, ma il fatto che l’antisemitismo si possa unire con ideologie così diverse così come con l’antisionismo non ci dice praticamente niente su questo o su di esse. Eppure, nonostante la chiara distinzione tra l’antisemitismo e l’antisionismo, parecchi governi, così come gruppi di studio e organizzazioni non governative, insistono ora sulla nozione secondo cui l’antisionismo è necessariamente una forma di antisemitismo. La definizione adottata dall’attuale governo del Regno Unito offre 11 esempi di antisemitismo, sette dei quali includono critiche a Israele – una manifestazione concreta del modo in cui la nuova concezione dell’antisemitismo è diventata un’opinione accettata. Qualunque critica rivolta contro lo Stato di Israele assume ora le tinte dell’antisemitismo.

Un esempio singolare ma molto efficace del “nuovo antisemitismo” ha avuto luogo nel 2005 durante il ritiro di Israele da Gaza. Quando sono arrivati i soldati per evacuare gli ottomila coloni che vivevano nella zona, alcuni di questi hanno protestato mettendo sui vestiti stelle gialle e insistendo che “non sarebbero andati come pecore al macello”. Shaul Magid, il titolare della cattedra di “Studi ebraici” all’università dell’Indiana, sottolinea che così facendo i coloni hanno dato dell’antisemita al governo e all’esercito israeliani. Ai loro occhi il governo ed i soldati meritavano di essere chiamati antisemiti non perché odiano gli ebrei, ma perché stavano mettendo in atto una politica antisionista, danneggiando il progetto di fondazione del cosiddetto “Grande Israele”. Questa rappresentazione della decolonizzazione come antisemita è la chiave per una corretta comprensione di quello che è in gioco quando la gente viene accusata del “nuovo antisemitismo”. Quando il professore dell’università di Haifa mi ha bollato come antisemita, non ero io il vero bersaglio. Gente come me viene regolarmente attaccata, ma siamo considerati dalla macchina del “nuovo antisemitismo” scudi umani. Il vero obbiettivo sono i palestinesi.

C’è una certa ironia in questo. Storicamente la lotta contro l’antisemitismo ha inteso promuovere pari diritti e l’emancipazione degli ebrei. Quelli che denunciano il “nuovo antisemitismo” desiderano legittimare la discriminazione e la sottomissione dei palestinesi. Nel primo caso qualcuno che desidera opprimere, dominare e sterminare gli ebrei è bollato come antisemita; nel secondo, chi vuole partecipare alla lotta per la liberazione dal dominio coloniale è bollato come antisemita. In questo modo, ha osservato Judith Butler [nota filosofa statunitense di origine ebraica, ndt.], “un desiderio di giustizia” è “ridefinito come antisemitismo”.

Il governo israeliano ha bisogno del “nuovo antisemitismo” per giustificare le sue azioni e per proteggerle dalla condanna interna ed internazionale. L’antisemitismo è effettivamente utilizzato come un’arma, non solo per soffocare il discorso – “non importa se l’accusa è vera”, scrive Butler, il suo intento è “causare sofferenza, provocare vergogna, e ridurre l’accusato al silenzio” – ma anche per sopprimere una politica per la liberazione. La campagna non violenta del BDS contro il progetto coloniale e la violazione dei diritti da parte di Israele è etichettata come antisemita non perché i fautori del BDS odino gli ebrei, ma perché esso denuncia l’oppressione del popolo palestinese. Ciò evidenzia un ulteriore aspetto inquietante del “nuovo antisemitismo”. Convenzionalmente, chiamare qualcuno “antisemita” vuol dire mettere in evidenza e condannare il suo razzismo; nel nuovo caso, l’accusa di “antisemita” è utilizzata per difendere il razzismo e per appoggiare un regime che mette in atto politiche razziste.

Oggi la questione è come conservare una nozione di anti-antisemitismo che rifiuti l’odio contro gli ebrei, ma non promuova l’ingiustizia e l’espropriazione nei territori palestinesi o in qualunque altro luogo. C’è una via d’uscita dal dilemma. Possiamo opporci a due ingiustizie in una volta. Possiamo condannare i discorsi di odio ed i crimini contro gli ebrei, come quelli di cui siamo stati testimoni recentemente negli USA, o l’antisemitismo dei partiti politici di estrema destra europei, e allo stesso tempo denunciare il progetto coloniale di Israele ed appoggiare i palestinesi nella loro lotta per l’autodeterminazione. Ma per portare avanti questi compiti congiuntamente, bisogna prima rifiutare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Lieberman ha ragione, a Gaza non c’è una crisi, c’è una catastrofe

Amira Hass

12 febbraio 2018, Haaretz

Una ‘crisi’ implica un punto di rottura, e Gaza c’è arrivata molto tempo fa. Siamo oltre ad una rottura nella quotidianità. Siamo ad una catastrofe umanitaria

Nella disputa tra il capo di stato maggiore ed il ministro della Difesa sul fatto se vi sia una crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha ragione. Non vi è crisi. Una crisi comporta un punto di rottura di un genere che interrompe la quotidianità, che colpisce come una meteora. Non è questa la situazione di Gaza, dove si verifica un costante e previsto deterioramento. Qualunque punto sulla linea di declino è un disastro umanitario.

Il paragrafo precedente ed ogni affermazione che seguirà potrebbero essere argomento di un intero articolo, ma non ne ho il tempo. Nella rubrica “Non dite che non sapevate” si affrontano questioni urgenti e nel nord (del Paese) c’è rischio di guerra. Quindi ci atterremo ai punti principali.

Ogni due o tre mesi un’organizzazione internazionale o palestinese avverte che Gaza è sull’orlo del collasso. Non mentono. Gli avvertimenti criticano i piccoli aiuti di emergenza che non affrontano le cause e semplicemente rallentano il tasso di deterioramento. Si può sicuramente ritenere che qualche carico di medicinali e di fondi per l’emergenza stiano arrivando.

I palestinesi di Gaza sono diventati una comunità di mendicanti. È una vergogna. E la vergogna non è loro.

Gli israeliani e gli americani hanno ragione, in tutta la loro scandalosa ipocrisia, quando chiedono a Hamas perché ha i soldi per le armi, ma non per pagare l’intero salario al personale medico o per gli ospedali e le terapie.

Hamas sta imitando Israele. Come Israele, sposta l’incombenza di prendersi cura dei civili di Gaza sull’Autorità Nazionale Palestinese e sui Paesi donatori. Come Israele, pretende di controllare di fatto la Striscia di Gaza, mentre si sottrae alla responsabilità per la sua popolazione, ma con una fondamentale differenza: Israele è un occupante astuto e malvagio, che mira ad usare i disastri economici ed umanitari per costringere i palestinesi alla resa e all’emigrazione di massa. Hamas è carne e sangue della peculiare comunità palestinese che vive nella Striscia. Scaricare la responsabilità su altri mentre si pavoneggia dei propri armamenti e della lotta armata, non ha fatto che indebolire il suo popolo, il 40% del quale vuole andarsene.

Quando alti dirigenti dell’Autorità Nazionale Palestinese, in particolare Mahmoud Abbas, parlano di “Stato di Palestina”, riconosciuto dalle Nazioni Unite, esso comprende la Striscia di Gaza. Gaza è utile per la loro narrazione politica, ma nella pratica quei dirigenti si mostrano indifferenti al destino dei cittadini di Gaza.

Il taglio del 40% dei medicinali al sistema sanitario pubblico di Gaza non è un decreto divino. Hamas e gli abitanti di Gaza hanno ragione ad accusare l’Autorità Nazionale Palestinese di ritardare deliberatamente gli invii di medicinali per far pressione su Hamas. Questo non è neanche politicamente sensato. Gli abitanti di Gaza criticano apertamente l’Autorità Palestinese, non Hamas.

Il ritardo degli invii di medicinali non è economicamente saggio. I pazienti, invece di essere curati nella Striscia di Gaza, sono indirizzati in ritardo a curarsi altrove. L’Autorità Palestinese paga ed il costo risulta pari a decine di volte il prezzo dei farmaci. Che follia!

E’ ragionevole ritenere che il tasso di malattie sia alle stelle a causa dell’acqua non potabile, della riduzione delle falde acquifere sotterranee, delle acque di scolo non trattate che vanno a finire in mare, del terreno intriso di sostanze chimiche depositate dagli innumerevoli e incessanti bombardamenti da parte di Israele; della spazzatura di cui è così difficile disfarsi; del permanente stato di paura; del numero di persone ferite e rese disabili e dei tanti che soffrono di conseguenze post traumatiche dopo aver perso i loro cari negli attacchi di Israele.

Gli abitanti di Gaza hanno una resilienza ed una capacità di resistenza che ci risulta difficile immaginare. I chirurghi stranieri che lavorano da volontari a Gaza sono meravigliati di come i bambini riescano a stare sulle proprie gambe due giorni dopo l’intervento. Ai bambini di Madrid ci vuole una settimana, mi ha detto Steve Sosebee, direttore del ‘Palestine Children’s Relief Fund’, che porta nei territori occupati centinaia di medici volontari. Questo spiega, allora, la capacità dei gazawi di affrontare la lista di malattie elencate nel paragrafo precedente?

Invece di competere tra loro su chi sia il primo a far fuori il personale sanitario e a tagliare i suoi salari, le dirigenze delle due fazioni palestinesi non potrebbero magari impegnarsi nel genere opposto di competizione: su chi sia il primo ad aumentare i salari delle equipe mediche, in base al riconoscimento dell’importanza del loro lavoro e della loro diligenza ed abnegazione nel corso degli anni, per le quali non sono state ricompensate?

Sosebee ha detto che un volontario francese è andato via con l’impressione che tutti i medici nella Striscia di Gaza siano depressi; Sosebee l’ ha definita un’epidemia di depressione. I medici sanno esattamente come curare i loro pazienti, ma non ne hanno i mezzi. È una depressione indipendente dai bassi salari che ricevono e va al di là della depressione di due milioni di abitanti imprigionati, che non possono liberamente entrare ed uscire dalla Striscia.

Con la sua politica di incarcerazione di massa, che è iniziata nel 1991 e si è rafforzata negli anni 2000, Israele sperava di spingere l’Egitto ad annettere Gaza. Non ci è riuscito. È tempo che l’Europa chieda qualcosa in cambio dei suoi finanziamenti. Gli europei dovrebbero dire che per ogni 1000 dollari che donano per salvare la Striscia, Israele deve lasciare uscire altri 1000 gazawi per studiare, lavorare, proseguire la formazione come medici ed insegnanti e per viaggiare e visitare amici e parenti.

Questo dovrebbe essere ripetuto di continuo: il sistematico periodo di semicollasso potrà essere interrotto solo quando verrà reintrodotta la libertà di movimento per persone e merci. Lasciateli lavorare, anche in Israele, come prima. Si guadagneranno una vita onesta, scambieranno ed esporteranno beni, l’erario palestinese non dovrà raccogliere donazioni dal resto del mondo e la gente vorrà tornare a Gaza perché nessuno le impedirà di andarsene.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Una democrazia illiberale che funziona molto bene: la spiegazione del posto di Israele nella classifica mondiale della democrazia

Anshel Pfeffer

7 febbraio 2018, Haaretz

Nell’“Economist Intelligence Unit’s Democracy Index” [Indicatore della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist], la positiva prestazione del Paese è danneggiata dall’egemonia del Gran Rabbinato [supremo organo religioso ebraico dello Stato di Israele, con due rabbini capo, uno sefardita e l’atro askenazita, ndt.] e dal modo in cui Israele tratta i palestinesi ed altre minoranze

Quanto è democratico Israele? Poco più del Belgio, un poco meno della Francia ed esattamente come l’Estonia.

Perché confrontare Israele con questi tre Paesi? Hanno lo stesso piazzamento nell’”Indicatore annuale della Democrazia dell’Unità di Intelligence dell’Economist”, una classifica di 167 Paesi e territori basata su una lunga lista di caratteristiche che gli estensori ritengono costitutivi di una moderna democrazia. Se lo preferite [espresso] in numeri, la democrazia israeliana è classificata trentesima a livello mondiale, con un punteggio medio di 7,79.

Potrebbe risultare rassicurante per chiunque sia preoccupato che la democrazia israeliana si stia erodendo: dopotutto essere nel quarto superiore dei Paesi in tutto il mondo sicuramente non dovrebbe essere male. Tuttavia, secondo l’indicatore, qualunque Paese con un punteggio di 8 o inferiore non è una “democrazia compiuta”.

Solo 19 Paesi, per lo più Nazioni dell’Europa occidentale insieme a Canada, Australia e Nuova Zelanda, ottengono un punteggio sufficientemente alto da essere definite democrazie “compiute”. Israele, insieme a Stati Uniti, Italia, Giappone e Francia, è tra le 57 “democrazie imperfette” del mondo. Se è di qualche consolazione, sono molto vicine al livello massimo. Imperfette, ma non così tanto.

La democrazia può essere misurata in numeri? Come possono essere messi a confronto in questo modo Paesi diversi con la loro storia, le loro tradizioni e culture? Qualunque elenco simile è per definizione arbitrario, la definizione di democrazia è controversa e il valore attribuito ad ognuno dei suoi componenti è diverso da Paese a Paese.

Gli stessi compilatori dell’Indicatore della Democrazia lo ammettono, ma continuano a pubblicarlo ormai da un decennio ed hanno affinato il modello, che attualmente include 60 diversi indicatori in cinque categorie. Come ogni altro modello statistico ha i suoi limiti, ma uno sguardo attento ai numeri ed alla metodologia racconta una storia interessante per quanto riguarda Israele.

Che cosa ne fa una democrazia? Secondo l’indicatore, Israele ha un punteggio particolarmente alto nella categoria “processo elettorale e pluralismo”. Ciò include tenere elezioni libere e corrette in cui l’opposizione ha una possibilità realistica [di vincere], il popolo gode del suffragio universale, tutti i partiti hanno pari opportunità di fare campagna elettorale e le procedure sono sufficientemente trasparenti.

In questi indicatori Israele ha un risultato medio di 9,17, il terzo punteggio più alto. Nella categoria della “partecipazione politica”, che misura l’affluenza dei votanti, il livello di partecipazione e rappresentanza delle donne e delle minoranze, l’impegno della pubblica opinione in politica, la libertà di protestare e l’alfabetizzazione degli adulti, Israele raggiunge l’8,89. È il secondo punteggio più alto della categoria, superato da un solo Paese, la Norvegia, e pari solo a Islanda e Nuova Zelanda. Nella partecipazione politica, Israele è nei primi quattro a livello mondiale.

Se la democrazia venisse misurata solo in base alla qualità del processo elettorale e al grado di partecipazione politica, Israele sarebbe al livello più alto con i Paesi scandinavi. Ma ci sono altre categorie, ovviamente. In entrambe le categorie “funzionamento del governo” – il potere dell’assemblea legislativa di influenzare le politiche, l’equilibrio dei poteri, la corruzione e la fiducia dell’opinione pubblica nel governo – e “cultura politica democratica” – che misura la coesione e il consenso sociale e la percezione e le opinioni dell’opinione pubblica nei confronti delle istituzioni democratiche – il punteggio di Israele è ad una media di 7,50.

Tuttavia, prese insieme con le due categorie in cui eccelle, Israele sarebbe abbastanza ben piazzato da vincere il distintivo di “democrazia compiuta”. Ma ora arriviamo alla quinta categoria.

In materia di libertà civili Israele raggiunge solo il 5,88. Ed è basso, persino per una democrazia imperfetta. In effetti bisogna scorrere giù fino alla Malaysia al cinquantanovesimo posto ed all’Indonesia al sessantottesimo per trovare Paesi con libertà civili più scarse. La terribile situazione è ancora più evidente se si considerano i fattori che costituiscono le libertà civili: includono la libertà di parola e di espressione e l’esistenza di mezzi di informazione liberi e forti.

In questo Israele ha punteggi molto alti – quest’anno l’Indicatore della Democrazia include un punteggio separato per la libertà di parola e dei mezzi di informazione in cui Israele ottiene 9 su 10, e solo dieci Paesi in tutto il mondo arrivano a 10. È in tutto il resto delle libertà civili in cui Israele scende al di sotto delle democrazie mondiali – uguaglianza, diritti umani, tolleranza religiosa, discriminazione razziale e libertà personali.

In altre parole, se non fosse per l’egemonia del Gran Rabbinato e per il modo in cui Israele tratta le sue minoranze non ebree, soprattutto i palestinesi, sarebbe una democrazia modello. Ma riguardo solo alle libertà civili, Israele non ha il diritto di definirsi una democrazia, neppure imperfetta.

Allarghiamo l’immagine e si può fare ogni tipo di obiezioni e invocare circostanze attenuanti. I critici di Israele sosterranno che, dato che esercita vari livelli di controllo militare sui palestinesi in Cisgiordania e a Gaza (la Palestina ha un punteggio a parte nell’Indicatore della Democrazia, al posto 108), non può essere classificata come la trentesima democrazia al mondo, imperfetta o meno.

I difensori di Israele noteranno che non viene tenuto in nessun conto il fatto che Israele è circondato da autocrazie e che nel suo gruppo regionale del Medio Oriente e del Nord Africa supera di gran lunga gli altri Paesi, persino nelle libertà civili. (Con l’eccezione della Tunisia, che è al pari di Israele per le libertà civili ma è molto al di sotto in tutte le altre categorie). Ma è questa la compagnia in cui Israele si vuole trovare quando si tratta di democrazia?

Nessun altro Paese dell’indice ha una così clamorosa disparità tra i livelli di partecipazione, di qualità del processo elettorale, dei mezzi di comunicazione forti e di libertà di espressione e il misero risultato ottenuto per le libertà civili. Essenzialmente, Israele è l’unica democrazia illiberale al mondo che funziona bene. Oppure, come ha detto il deputato [arabo-israeliano, ndt.] Ahmad Tibi, “Democratico per gli ebrei ed ebreo per gli arabi”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Mike Pence ha appena confermato l’uscita dell’America dal processo di pace in Medio Oriente

Sam Bahour

23 gennaio 2018, Haaretz

Quando Pence afferma: ‘Noi stiamo con Israele. La vostra causa è la nostra causa, la vostra lotta è la nostra lotta’, è chiaro che l’America è interessata solamente ad offrire ad Israele un cieco appoggio politico e ad abbandonare i palestinesi. Una vera pace ora non può che significare aggirare l’amministrazione USA

Il vicepresidente USA non avrebbe potuto dirlo più chiaramente.

Sono qui per trasmettervi un solo semplice messaggio. L’America sta con Israele. Noi stiamo con Israele perché la vostra causa è la nostra causa, i vostri valori sono i nostri valori e la vostra lotta è la nostra lotta,” ha detto lunedì alla Knesset (il parlamento) israeliana.

Ha rilanciato il piano dell’amministrazione Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ed ha ripetuto come un mantra l’affermazione che la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele era giustificata in quanto “dato di fatto”. Il termine ‘palestinese’ non è stato quasi pronunciato e ‘Palestina’ – neanche una volta.

Pence ha anche detto che gli USA avrebbero sostenuto una soluzione dei due Stati, ma solo se entrambe le parti l’avessero appoggiata – ribadendo la posizione di Trump quando ha fatto l’annuncio. Che cosa significa? Che gli USA stanno rinunciando alla soluzione dei due Stati. Uno Stato palestinese sovrano non è più un obbiettivo necessario e centrale della politica estera americana.

Donald Trump, a quanto pare, non farà niente per bloccare o disapprovare l’accelerata costruzione di colonie da parte di Israele, o l’autorizzazione retroattiva degli avamposti costruiti su terre private palestinesi, avendo ammorbidito la vecchia e stanca retorica statunitense di “le colonie sono un ostacolo alla pace” con “le colonie potrebbero non aiutare” la pace. Quindi la loro costruzione continuerà, indefinitamente.

L’impresa coloniale israeliana ha acquisito, e gli USA hanno volontariamente venduto, tempo e spazio per consolidarsi, rendendo così sempre più impossibile la realizzazione di una soluzione di due Stati.

Alla luce di questa realtà, la comunità internazionale deve ora riconoscere che l’approccio “a guida USA” alla soluzione del conflitto israelo-palestinese è destinato al fallimento. Non vi è ora alcun dubbio che l’inafferrabile pace non si verificherà mai durante la presidenza Trump. È assolutamente chiaro – dopo due decenni di negoziati falliti sotto gli auspici USA – che la leadership americana è inutile e controproducente negli sforzi per la soluzione di questo conflitto.

Se la comunità internazionale intende ottenere due Stati per due popoli dovrà perseguire una posizione politica indipendente che aggiri gli americani. L’influenza politica della comunità internazionale in questo ambito è stata a lungo irrilevante, dato il monopolio USA sul processo di pace. Adesso è il momento che si faccia sentire.

La comunità internazionale per troppo tempo si è affidata alla leadership sbagliata. Questo tragico errore storico non solo è costato miliardi ai contribuenti della comunità internazionale, ma ha anche condotto ad una realtà diametralmente opposta a ciò che intendevano i responsabili delle politiche globali.

Dopo 24 anni, la fiducia nella “leadership” americana ha portato alla creazione di tanti bantustan palestinesi, finanziati dai contribuenti europei, circondati da una potenza militare occupante che continua ad occupare impunemente: l’UE ed i suoi Stati membri sono di gran lunga i maggiori donatori nei confronti dei palestinesi.

Israele – entusiasta che una parte terza intenda sovvenzionare la sua occupazione militare – continua ad ampliare e consolidare la sua impresa coloniale, con il sostegno di ampi settori dell’opinione pubblica e del governo americani.

Storicamente USA e UE hanno condiviso il comune obbiettivo di risolvere il conflitto israelo-palestinese nella cornice di una soluzione a due Stati. Ma da quando Trump occupa la Casa Bianca ed i repubblicani ora controllano i tre poteri del governo USA, vi è stato un significativo slittamento a destra nella politica del partito repubblicano verso Israele e Palestina.

Al contrario, gli europei si sono mossi verso un riconoscimento dello Stato di Palestina. Il riconoscimento svedese è ora ufficiale, mentre i parlamenti di Regno Unito, Irlanda, Spagna, Francia, Lussemburgo, insieme al Parlamento Europeo, hanno tutti approvato il riconoscimento. In seguito alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme, tutto indica che più Paesi andranno verso il riconoscimento della Palestina per salvaguardare la soluzione dei due Stati.

L’America sostiene l’occupazione israeliana. L’Europa senza volerlo la sovvenziona. L’amministrazione Trump farà ben poco per contrastare il suo stesso partito o rischiare la collera dell’influente lobby israeliana negli USA, favorevole alle colonie. Trump continuerà a difendere l’approccio di non intervento, “tocca alle due parti decidere”. Il risultato è che Israele, che ha tutto il potere, è poco incentivato a fare concessioni, mentre i palestinesi, che non hanno potere e dovrebbero essere “protetti” in base al diritto internazionale, sono lasciati alla loro disperazione.

L’America è parte del problema

L’intransigenza di Israele e la sua palese violazione del diritto internazionale sono alimentate dalla sicurezza che, qualunque cosa faccia, gli USA lo proteggeranno sempre da un serio biasimo. La disperazione palestinese si basa sulla convinzione che l’enorme sostegno americano ad Israele renda inutili i negoziati, in quanto Israele ha poco interesse a fare concessioni, ricevendo così tanto denaro, armi e cieco sostegno politico.

Quindi che cosa può fare la comunità internazionale, più che votare contro la dichiarazione di Trump nelle varie istanze delle Nazioni Unite? La comunità internazionale può rimboccarsi le maniche, gestire una politica forte e affrontare l’occupante senza aspettare che la leadership americana ottenga risultati.

Se le esperienze di Bosnia, Kosovo, Timor est e Sudafrica insegnano qualcosa, un occupante o un regime di apartheid cambieranno direzione solo attraverso un’articolata combinazione di sanzioni, isolamento internazionale e, come ultima risorsa, forza militare.

La comunità internazionale deve cogliere l’occasione e dimostrare ai suoi componenti che l’Europa sta sprecando il suo denaro e la sua credibilità indulgendo al gioco americano dell’imparzialità. È chiaro che l’America non ha scrupoli morali o politici a che Israele resti una forza di occupazione. Una volta che la comunità internazionale finalmente riconoscerà questa realtà e andrà avanti, troverà la forza e la legittimazione per proporre politiche proprie, conformi al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite ed ai propri standard morali.

Sam Bahour è un analista politico per ‘Al-Shabaka: rete di informazione politica palestinese’ ed è membro del segretariato del Gruppo di Strategia per la Palestina.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




In parole e azioni: la genesi della violenza israeliana

Ramzy Baroud

16 gennaio 2018, The Palestinian Chronicle

Non passa giorno senza che un importante politico o intellettuale israeliano faccia una vergognosa dichiarazione oltraggiosa contro i palestinesi.

Molte di queste dichiarazioni tendono a raccogliere una scarsa attenzione o evocano giustamente un meritato sdegno.

Proprio di recente, il ministro dell’Agricoltura israeliano, Uri Ariel, ha auspicato più morti e feriti per i palestinesi di Gaza.

Cos’è quest’arma speciale che abbiamo, che spariamo e vediamo colonne di fumo e fuoco, ma nessuno rimane ferito? È tempo che là ci siano anche feriti e morti,” ha detto.

La richiesta di Ariel di uccidere più palestinesi è arrivata subito dopo altre dichiarazioni nauseabonde riguardanti una ragazzina di 16 anni, Ahed Tamimi. Ahed è stata arrestata durante una violenta incursione dell’esercito israeliano in casa sua nel villaggio cisgiordano di Nabi Saleh.

Un video l’ha ripresa mentre schiaffeggiava un soldato israeliano il giorno dopo che l’esercito israeliano aveva sparato alla testa a suo cugino, riducendolo in coma.

Il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, noto per le sue posizioni politiche estremiste, ha chiesto che Ahed e altre ragazze palestinesi “passino il resto dei loro giorni in prigione”.

Un importante giornalista israeliano, Ben Caspit, ha auspicato una punizione ancora più dura. Ha suggerito che Ahed e ragazze come lei debbano essere violentate in carcere: “Nel caso delle ragazze, dovremmo far loro pagare un prezzo in qualche altra circostanza, al buio, senza testimoni né telecamere,” ha scritto in ebraico.

Questa mentalità violenta e rivoltante, tuttavia, non è una novità. È la prosecuzione di un vecchio, radicato sistema di pensiero che è fondato su una lunga storia di violenze.

Indubbiamente le opinioni di Ariel, Bennett e Caspit non sono affermazioni irose proferite in un momento di rabbia. Sono tutte un riflesso delle concrete politiche che sono state portate avanti per oltre 70 anni. Infatti violentare e imprigionare a vita sono comportamenti che hanno accompagnato lo Stato di Israele fin dai suoi inizi.

Questa eredità di violenza continua a caratterizzare Israele fino ai nostri giorni, attraverso l’uso di quello che lo storico israeliano Ilan Pappe descrive come “genocidio incrementale”.

Attraverso questa lunga tradizione, poco è cambiato, salvo nomi e titoli. Le milizie sioniste che hanno orchestrato il genocidio dei palestinesi prima della fondazione di Israele nel 1948 si unirono per formare l’esercito israeliano, ed i dirigenti di questi gruppi divennero leader israeliani.

La nascita violenta di Israele nel 1947-48 fu il culmine di un discorso violento che la precedette di molti anni. Fu il tempo in cui gli insegnamenti del sionismo dei primi anni vennero messi in pratica e i risultati furono semplicemente orribili.

La tattica di isolare ed attaccare un certo villaggio o cittadina e giustiziare la sua popolazione con un orribile massacro indiscriminato fu una strategia utilizzata ripetutamente dalle bande sioniste per obbligare la popolazione di villaggi e cittadine circostanti a fuggire,” mi ha detto Ahmad Al-Haaj quando gli ho chiesto di riflettere sul passato e sul presente di Israele.

Ahmad Al-Haaj è uno storico palestinese e un esperto della Nakba, la “Catastrofe” occorsa ai palestinesi nel 1948.

La competenza dell’ottantacinquenne intellettuale sull’argomento iniziò 70 anni fa, quando, a 15 anni, assistette al massacro di Beit Daras per mano della milizia ebraica “Haganah”.

La distruzione del villaggio palestinese del sud e l’uccisione di decine dei suoi abitanti ebbe come effetto lo spopolamento di molti villaggi delle vicinanze, compreso al-Sawafir, il villaggio natale di Al-Haaj’s.

Il ben noto massacro di Deir Yassin fu il primo esempio di tali uccisioni immotivate, un modello che venne replicato in altre zone della Palestina,” dice Al-Haaj.

All’epoca la pulizia etnica della Palestina venne orchestrata da molte milizie sioniste. La principale milizia ebraica fu l’”Haganah”, che dipendeva dall’Agenzia Ebraica. Quest’ultima funzionava quasi come un governo, sotto gli auspici del governo del Mandato britannico, mentre l’”Haganah” fungeva da suo esercito.

Tuttavia anche altri gruppi scissionisti operavano in base ad un proprio progetto. Tra questi, due principali bande erano l’”Irgun” (Organizzazione Militare Nazionale) e il “Lehi” (noto anche come “Banda Stern”). Questi gruppi misero in atto numerosi attacchi terroristici, comprese bombe sugli autobus ed assassinii mirati.

Menachem Begin, nato in Russia, era il leader dell’”Irgun” che, insieme alla “Banda Stern” e ad altre milizie ebraiche, massacrò centinaia di civili a Deir Yassin.

Dite ai soldati: avete fatto la storia di Israele con il vostro attacco e la vostra conquista. Continuate così fino alla vittoria. Come a Deir Yassin, così ovunque attaccheremo e puniremo il nemico. Dio, Dio, tu ci hai scelti per la conquista,” scrisse Begin all’epoca. Descrisse il massacro come uno “splendido atto di conquista”.

Il rapporto intrinseco tra parole ed azioni rimane immutato.

Circa 30 anni dopo Begin, un tempo un terrorista ricercato, divenne primo ministro di Israele. Accelerò il furto di terre della recentemente occupata Cisgiordania e di Gerusalemme est, scatenò una guerra in Libano, annesse Gerusalemme occupata ad Israele e perpetrò il massacro di Sabra e Shatila nel 1982.

Alcuni degli altri terroristi diventati politici e principali comandanti dell’esercito inclusero Begin, Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Rafael Eitan e Yitzhak Shamir. Ognuno di questi dirigenti ha un curriculum costellato di violenza.

Shamir ricoprì il ruolo di primo ministro di Israele dal 1986 al 1992. Nel 1941 Shamir venne imprigionato dai britannici per il suo ruolo nella “Banda Stern”. In seguito, come primo ministro, ordinò una violenta repressione contro la ribellione palestinese, per lo più non violenta, nel 1987, in cui si rompevano deliberatamente gli arti dei ragazzini accusati di lanciare pietre contro i soldati israeliani.

Quindi, quando ministri del governo come Ariel e Bennett invocano una violenza ingiustificata contro i palestinesi, stanno semplicemente continuando un’eredità sanguinosa che nel passato ha caratterizzato ogni leader israeliano. È l’atteggiamento violento che continua a dominare il governo israeliano e i suoi rapporti con i palestinesi; di fatto con tutti i suoi vicini.

– Ramzi Baroud è un giornalista, autore ed editorialista di Palestine Chronicle. Il suo libro di prossima pubblicazione è “The Last Earth: A Palestinian Story[“L’ultima terra: una storia palestinese] (Pluto Press, Londra). Baroud ha un dottorato in Studi Palestinesi all’università di Exeter ed è docente non residente presso l’“Orfalea Center for Global and International Studies” dell’università della California a Santa Barbara.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele demolisce un’altra scuola finanziata dall’Unione Europea

Tamara Nassar,

6 febbraio 2018, The Electronic Intifada

Il 4 febbraio le forze d’occupazione israeliane hanno demolito due edifici scolastici nella comunità di Abu Nuwwar, situata nella cosiddetta area E1 della Cisgiordania occupata, ad est di Gerusalemme.

La distruzione lascia più di 25 bambini di terza e quarta elementare senza un posto dove studiare.

“La demolizione di strutture scolastiche è uno degli strumenti che Israele usa nel tentativo di espellere le comunità palestinesi dalle loro case, in modo da poter concentrare i residenti in enclaves e utilizzare il territorio per i propri scopi”, ha dichiarato l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem.

Secondo B’Tselem, il 13 dicembre le forze d’occupazione hanno emesso un ordine di demolizione per l’aula di quarta elementare e la demolizione è proseguita domenica nonostante fosse in corso un procedimento legale contro l’ordine [di demolizione].

Le fotografie postate su Twitter da media palestinesi mostrano bambini seduti in mezzo alle macerie della loro scuola distrutta.

Uno di loro tiene un cartello che dice: “Ho il diritto di studiare. No alla demolizione della mia scuola. Siamo i bambini di Abu Nuwwar.”

Un testimone dice nel video che le forze occupanti israeliane hanno confiscato i cellulari prima della demolizione.

Complicità dell’Unione Europea

La scuola è stata costruita a settembre con il finanziamento dell’Unione Europea e dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma nessuna delle due ha fatto nulla per rendere responsabile Israele della distruzione delle aule.

Questo è in linea con l’inazione dell’UE relativamente alle decine di milioni di dollari di progetti che essa ha finanziato e che Israele ha distrutto negli ultimi anni.

L’UE non ha emesso alcuna dichiarazione di condanna della demolizione.

È la quinta volta che Israele demolisce quella scuola. Secondo la Reuters, ogni volta è stata ricostruita con l’aiuto di fondi dell’UE e di organizzazioni non governative.

Il braccio burocratico dell’occupazione militare israeliana, il COGAT (Coordinamento delle Attività Governative nei Territori Occupati, ndtr.), ha affermato che “la struttura è stata costruita illegalmente e senza i permessi necessari.”

Israele nega il permesso praticamente ad ogni costruzione palestinese in area C, dove si trova Abu Nuwwar, costringendo molti a costruire senza l’autorizzazione militare ed a vivere nella costante paura che la propria casa venga demolita.

Secondo l’agenzia di informazioni ufficiale palestinese Wafa, oltre agli edifici, Israele vieta ai palestinesi di Abu Nuwwar anche di costruire strade che “permetterebbero ad uno scuolabus di accedere alla comunità e portare in modo sicuro i bambini avanti e indietro da scuola.”

L’area C include circa il 60% della Cisgiordania ed è sotto il totale controllo militare israeliano, in base a quanto previsto dagli accordi di Oslo firmati da Israele e dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nei primi anni ’90.

Espulsione forzata

I politici israeliani stanno invocando sempre più spesso l’annessione permanente dell’area C, che lascerebbe la maggioranza dei palestinesi della Cisgiordania imprigionata in piccole isole territoriali.

La comunità di Abu Nuwwar, come molte altre nell’area C, ha subito continue aggressioni da parte dell’esercito israeliano nel tentativo di espellerle con la forza.

In ottobre le forze israeliane hanno confiscato le porte delle aule che hanno demolito domenica.

In agosto, le forze israeliane hanno dichiarato la comunità di Abu Nuwwar zona militare chiusa ed hanno confiscato i pannelli solari che fornivano elettricità all’asilo.

L’area E1 [ad est di Gerusalemme, ndt.] è destinata da Israele all’espansione della sua mega colonia di Maaleh Adumim, che completerebbe l’accerchiamento di Gerusalemme ed isolerebbe l’una dall’altra le aree settentrionale e meridionale della Cisgiordania.

Abu Nuwwar è una delle 12 comunità palestinesi, con un totale di circa 1.400 abitanti, nell’area est di Gerusalemme, che rischia l’espulsione da parte di Israele. Le altre includono Jabal al-Baba e Khan al-Ahmar.

Sempre in agosto Israele ha distrutto due scuole finanziate dall’Europa in Cisgiordania.

La mancanza di un’efficace risposta dell’UE ha quindi incoraggiato Israele a procedere con la demolizione di domenica.

Susiya sotto minaccia

Intanto il console generale francese ha visitato il villaggio di Susiya nell’area C, “per sostenere gli abitanti minacciati di trasferimento forzato”, secondo un tweet del consolato francese di Gerusalemme di lunedì.

Tali visite simboliche intendono segnalare la disapprovazione internazionale delle demolizioni di massa pianificate da Israele delle case della comunità – un crimine di guerra.

Ma in passato Israele le ha ignorate, con la certezza di non venire mai chiamato a rispondere di crimini di guerra ed altre violazioni contro i palestinesi.

La settimana scorsa la senatrice USA Dianne Feinstein ha twittato che è stato “un colpo al cuore” il fatto che l’Alta Corte israeliana abbia “approvato la demolizione di sette edifici nel villaggio palestinese di Susiya, distruggendo le case di 42 persone, metà delle quali sono bambini o malati.”

A dicembre Feinstein ed altri nove senatori hanno fatto appello direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu perché bloccasse le demolizioni.

Tamara Nassar è assistente redattrice di The Electronic Intifada.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Una balbettante risposta ad un rifugiato palestinese

Gideon Levy

4 febbraio 2018,Haaretz

Una pesante ombra morale ha oscurato la fondazione di Israele ed i palestinesi hanno il diritto ad una riparazione per l’ingiustizia.

AMMAN – A me è sembrato che l’uomo tremasse quando ha chiesto di parlare. Sembrava agitato. Voleva solo chiedere: “Come vi sentite vivendo in Israele, sulla nostra terra e nelle nostre case?” Una kefiah sulle spalle (il solo nella stanza ad indossarla), è il proprietario di un’agenzia giordana di pubbliche relazioni, un uomo anziano con i capelli brizzolati. Gli organizzatori avevano esitato ad invitarlo. È conosciuto come l’estremista del gruppo. Io ero felice che fosse venuto. Dice che non aveva mai incontrato un israeliano nella sua vita. Sua moglie non c’era; non aveva trovato il coraggio di venire.

La sera di martedì scorso l’ampia sala dell’appartamento nel quartiere occidentale Al Rabieh di Amman era gremito di rifugiati palestinesi – quelli nati sull’altro lato del fiume Giordano. Si incontrano una volta a settimana, ogni volta in una casa diversa, anziani cittadini borghesi invecchiati comodamente nel loro esilio. Alcuni sono stati espulsi o sono fuggiti dal loro Paese da bambini nel 1948; altri lo hanno dovuto fare nel 1967. Da allora si sono fatti una loro vita; sono gente che si è costruita una vita da benestanti. Alcuni di loro leggono Haaretz in inglese. Per la maggior parte hanno dato un taglio al passato e sono andati avanti.

Ma nessuno ha dimenticato e forse nessuno ha neppure perdonato. In Israele non hanno mai capito la forza di questi sentimenti e quanto siano profondi. Si possono accusare i palestinesi di crogiolarsi nel passato, si può sostenere che hanno avuto un ruolo nel decidere del proprio destino – ma non si possono ignorare i loro sentimenti.

Non sono possibili paragoni storici: è difficile paragonare l’espulsione di nativi centinaia di anni orsono all’espulsione di un popolo che ricorda ancora la propria casa in cui ora vivono degli stranieri. Gli ebrei d’Europa e dei Paesi arabi hanno ottenuto una nuova patria ed alcuni di loro hanno ricevuto addirittura un risarcimento. Non vale nemmeno la pena di discutere il maldestro confronto con una manciata di coloni evacuati.

La domanda è sorta nella sala del defunto “artista nazionale” palestinese Ismail Shammout e della sua vedova, l’artista Tamam al-Akhal, risuonando tra i muri coperti di quadri. Per un attimo la cruciale domanda resta là, messa a nudo: Com’ è vivere sulla terra rubata ad altri?

Un penoso silenzio è caduto nella stanza. Alcuni si sono sentiti a disagio. Non è bello mettere così in imbarazzo i propri ospiti.

Non so se ci sia una risposta. Bisogna riconoscerlo. Per la destra israeliana, i nazionalisti e i razzisti, per quelli che credono che questa terra appartenga agli ebrei perché Abramo è passato di qui ed ha acquistato una grotta o perché dio lo ha promesso, non è un problema rispondere. Si può anche sostenere che gli ebrei hanno sempre sognato questa terra, ma il fatto è che non si sono mai preoccupati di stanziarsi qui in massa. Si potrebbe dire – giustamente – che gli ebrei non avevano dove fuggire durante l’Olocausto. Ma queste non sono risposte per l’artista Akhal, nella cui casa d’infanzia a Jaffa vive un’artista israeliana, una donna che molti anni dopo l’ ha cacciata via e non le ha neanche permesso di vedere la casa.

Chi ha posto la domanda l’ ha ribadita: “Voglio capire come vi sentite vivendo in Israele.” Io ho risposto che mi sento molto in colpa verso il suo popolo, e provo anche vergogna. Non solo per il 1948, ma soprattutto per quanto accaduto da allora, che è stato una diretta continuazione della linea ideologica dell’espulsione del 1948 e che non è mai cessata.

Poi gli ho parlato di mio padre, che è stato gettato tra le onde in una barca illegale di migranti e di mia madre, che è venuta in Israele attraverso ‘Youth Aliyah’ [organizzazione sionista che ha salvato migliaia di bambini ebrei durante il nazismo portandoli in Palestina, ndtr.]. Non avevano altro luogo in cui fuggire se non questo Paese, che all’epoca non era il loro. Ed io non ho dove andare, perché questo Paese è oggi anche il mio Paese. “Ma voi tutte le mattine nuotate in una piscina su una terra che non vi appartiene”, ha insistito l’uomo. Io sono stato zitto.

Quale dovrebbe essere la risposta? Per loro questa è la loro terra che gli è stata tolta con la forza. Non si può negarlo. Una pesante ombra morale ha oscurato la fondazione dello Stato, anche se ciò era inevitabile e persino giustificato. Dobbiamo imparare a convivere con questo. E soprattutto dobbiamo trarre l’unica conclusione che ne emerge con forza: i palestinesi hanno il diritto ad una riparazione per l’ingiustizia, attraverso l’inizio di un nuovo capitolo, costruito interamente sull’uguaglianza in questa terra.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)