Le accuse contro il termine “scontri”: disinformare sul massacro di Israele a Gaza

Belen Fernandez

Mercoledì 16 maggio 2018, Middle East Eye

La volontà dei principali media di veicolare la propaganda israeliana come informazione credibile evidenzia magnificamente la natura degenere dell’industria delle “notizie”.

Tutti hanno sentito il detto: “È come sparare ad un pesce in un barile” [che equivale all’italiano “Sfondare una porta aperta”, ndt.].

In questi giorni sembra che il modo di dire sia stato forse appositamente concepito per descrivere gli avvenimenti nella Striscia di Gaza, dove il 14 maggio l’esercito israeliano ha massacrato non meno di 60 palestinesi, tra cui infermieri, persone disabili e una neonata. L’occasione: le proteste palestinesi contro i 70 anni di enorme ingiustizia e di un costante contesto di brutale oppressione e blocco da parte di Israele, coronati dalla recente inaugurazione dell’ambasciata degli USA di Trump a Gerusalemme.

Attacco contro la logica

Ovviamente Israele ha attribuito la colpa agli stessi palestinesi – in quanto nessun buon attacco contro Gaza è completo senza un conseguente attacco contro la logica. Secondo l’account twitter del portavoce dell’esercito israeliano, l’episodio è avvenuto come segue: “Durante il giorno l’organizzazione terroristica Hamas ha guidato massicci e violenti attacchi, che le truppe dell’IDF hanno sventato.”

Non importa che non ci siano tracce di violenza nella foto che accompagna il tweet, che invece sembra rappresentare palestinesi giovani e vecchi in piedi e che camminano nell’incantevole paesaggio carcerario in cui Israele ha ridotto la Striscia di Gaza.

Il giornalista Sharif Abdel Kouddous, che ha informato delle proteste a Gaza per “Democracy Now” [programma statunitense di un’ora trasmesso via radio, tv e internet, ndt.], ha verificato il terribile armamento a disposizione dei palestinesi, comprese pietre, aquiloni e palloncini e qualche bottiglia molotov – nessuno dei quali, ha specificato, poteva raggiungere i soldati israeliani, “che stanno seduti dietro queste protezioni ed eliminano la gente con fucili di precisione.”

Oltre a “proiettili ad alta velocità per cecchini”, Abdel Kouddous ha notato che i medici di Gaza hanno anche rilevato l’uso da parte di Israele di pallottole a frammentazione, ed hanno “visto ferite con buchi delle dimensioni di un pugno nei fori d’uscita.” Nell’ assediata enclave costiera palestinese, che in precedenza ha ricevuto munizioni al fosforo bianco, missili e numerosi altri proiettili israeliani, sono entrati in scena anche nuovi ed entusiasmanti droni che lanciano gas lacrimogeni.

Indipendentemente dai fatti sul terreno, i principali media occidentali hanno sempre avuto la capacità di trasformare lo scenario da pesce nel barile in uno completamente diverso. Pensate a titoli come: “Pesce in barile si scontra con sparatore”, oppure “Pesce muore in un barile mentre uno sparatore reagisce contro un’aggressione.”

Oppure “Pesce attratto dalla superficie dell’acqua e nel centro di un tumulto sulla terra” – un possibile corrispettivo del titolo del New York Times sul mortale attacco aereo israeliano contro quattro ragazzini che giocavano a pallone nel 2014: “Ragazzi attratti sulla spiaggia di Gaza e nel bel mezzo del conflitto mediorientale.”

Propaganda israeliana

L’informazione sul massacro più recente è stata molto simile. Per esempio, la BBC ha prodotto il titolo d’apertura “Decine di morti mentre si profila l’apertura dell’ambasciata USA”, che di fatto trasforma la morte di molte persone in un misterioso fenomeno che casualmente è avvenuto in concomitanza con un avvenimento diplomatico.

La responsabilità è eliminata dall’equazione, e il lettore medio del titolo è in difficoltà nel dedurre il rapporto causale in questione – così come si trova in difficoltà a decifrare, per esempio, “Pesci muoiono in massa in vista di un essere più grande.” Il titolo della BBC è stato più tardi modificato con “Scontri a Gaza: 52 palestinesi uccisi nella giornata più letale dal 2014”, il cui testo sottolinea che “l’esercito israeliano afferma che 40.000 palestinesi hanno partecipato a “violenti disordini” in 13 luoghi lungo la barriera di sicurezza della Striscia di Gaza.”

Va bene, violenti disordini di massa sarebbero stati quanto meno comprensibili alla luce degli ultimi 70 anni di tentativi israeliani di distruggere la Palestina. Ma la volontà dei principali media di trasmettere la propaganda israeliana come un’informazione credibile evidenzia magnificamente la natura degenere dell’industria delle “notizie”, che, invece di dire la verità, dice falsità a favore del potere.

Da parte sua la NPR [National Public Radio, rete radiofonica nazionale USA, ndt.] ha titolato: “55 manifestanti palestinesi uccisi, secondo fonti ufficiali di Gaza, quando gli USA aprono l’ambasciata a Gerusalemme”, mentre i titoli del New York Times sono passati da “Almeno 16 palestinesi morti nelle proteste mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme”, a “Almeno 28 palestinesi morti nelle proteste mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme”, fino, finalmente, a “Israele uccide decine di persone sul confine di Gaza mentre gli USA si preparano ad aprire l’ambasciata a Gerusalemme.”

L’ultimo titolo è insolitamente chiaro per una pubblicazione che ci ha regalato “Ragazzi attratti sulla spiaggia di Gaza”, benché l’articolo in sé conservi tutto il tema degli “scontri”. Un altro articolo del Times è ancora in preparazione: “Mentre l’ambasciata USA si sposta, decine di morti a Gaza”, che evoca l’immagine di una missione diplomatica con magici poteri sismici.

Una fonte di ispirazione

Nel contempo il “Washington Times” si presenta con il più chiaramente sociopatico: “Le più mortali proteste palestinesi da anni rovinano la storica apertura dell’ambasciata a Gerusalemme”. Com’era altrettanto prevedibile, Fox News sceglie la seguente introduzione alla sua notizia del massacro: “Almeno tre dei 52 palestinesi che sarebbero stati uccisi…in scontri prima dell’apertura dell’ambasciata USA in Israele a Gerusalemme secondo l’esercito israeliano erano “terroristi armati” colti mentre cercavano di piazzare una bomba nei pressi della barriera sul confine di Gaza.”

Nessuno dei soliti media sospetti si è preoccupato di spiegare come sia possibile che il termine “scontri” possa mai essere utilizzato per una situazione in cui uomini, donne, bambini e anziani palestinesi – tutti intrappolati in un pezzetto di terra senza via d’uscita – sono attaccati da un esercito israeliano che possiede il monopolio della violenza e la tendenza a utilizzare la Striscia di Gaza come il proprio poligono di tiro privato.

Di certo i media servili hanno scelto molto tempo fa da che parte stare. Ma, mentre Israele continua le sue iniziative da pesce in un barile con il pretesto dell’“autodifesa”, una scomoda realtà è diventata sempre più chiara: gli esseri umani sono scomparsi con minor facilità.

E mentre i palestinesi commemorano ora settant’anni di resistenza alla pulizia etnica da parte di Israele, la loro resilienza di fronte alla depravazione totale è una rara fonte di ispirazione in un mondo impazzito.

– Belen Fernandez  è autrice di “The Imperial Messenger: Thomas Friedman at Work” [“Il messaggero dell’impero: Thomas Friedman [giornalista del NYT noto per le sue posizioni filoisraeliane] al lavoro] edito da Verso. È una collaboratrice della rivista “Jacobin” [“Giacobino”, rivista della sinistra radicale USA, ndt.].

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Cos’ha da nascondere l’IDF sulle uccisioni a Gaza?

Haggai Matar

16 maggio 2018, +972

L’esercito israeliano sostiene che almeno 12 dei 60 palestinesi che ha ucciso a Gaza lunedì stavano attaccando soldati quando sono stati colpiti, ma rifiuta di rispondere alla ragione per cui ha ucciso gli altri 48. (aggiornamento in fondo all’articolo)

Lunedì i soldati israeliani hanno ucciso 60 manifestanti palestinesi durante il giorno più sanguinoso per Gaza dalla guerra del 2014. Nel corso dell’ultimo mese e mezzo l’IDF [l’esercito israeliano] ha ucciso altri 49 manifestanti palestinesi a Gaza e ne ha feriti a migliaia con pallottole vere.

Nell’ultima marcia, poche ore dopo che i cecchini israeliani avevano ucciso 17 dimostranti nel primo giorno della “Marcia del Ritorno” di Gaza, il portavoce dell’esercito israeliano ha twittato: “Niente è stato fatto in modo incontrollato; tutto è stato accurato e misurato e sappiamo dov’è finito ogni proiettile.”

In seguito il tweet è stato rimosso, forse a causa delle domande da parte di giornalisti affinché l’esercito spiegasse [dove sono finite] alcune specifiche pallottole – per esempio quella che ha colpito ed ucciso un uomo disarmato che stava scappando dalla barriera di confine, o l’uccisione dei giornalisti Yaser Murtaja e Ahmed Abu Hussein — che l’esercito non avrebbe potuto, o voluto, spiegare.

Passiamo a questa settimana. Dopo i 60 uccisi lunedì, l’esercito ha emesso una serie di messaggi drammatici sul fatto di aver bloccato “terroristi”.

Lunedì il portavoce dell’esercito ha sostenuto che esso ha ucciso 12 persone che avrebbero sparato contro soldati israeliani da Gaza o tentato di piazzare ordigni esplosivi lungo la linea di confine – ma non ha detto niente riguardo la ragione per cui ha ucciso gli altri 48 palestinesi e ha ferito altre migliaia di persone.

Martedì l’esercito ha inviato il seguente messaggio ai giornalisti (traduzione mia [dall’ebraico, ndt.]):

Dopo la più recente indagine dell’esercito e del Servizio Generale di Sicurezza (lo Shin Bet), il 14 maggio almeno 25 terroristi con un passato in attività terroristiche organizzate sono stati uccisi durante violenti disordini. La maggioranza delle vittime era di Hamas o del gruppo terroristico Jihad islamica.”

Questo messaggio nasconde più di quanto chiarisce. Solleva due grandi domande.

Primo, l’esercito sostiene che le persone uccise rappresentavano una minaccia immediata nel momento in cui sono state colpite o che erano solo iscritte a un’organizzazione terroristica, che l’IDF non avrebbe potuto riconoscere nel momento in cui i soldati hanno aperto il fuoco, e che questo solo fatto non avrebbe giustificato la loro uccisione?

Secondo, se l’esercito sa che 25 palestinesi che ha ucciso erano terroristi, cosa dice delle altre 35 persone che ha ucciso? Come giustifica queste morti?

Ho fatto queste due domande ai portavoce dell’IDF. Hanno risposto semplicemente che non hanno intenzione di rispondere a queste domande. Anche “Seventh Eye” [“Il Settimo Occhio”, ndt.], un sito giornalistico [israeliano] d’inchiesta, ha chiesto al portavoce dell’IDF in merito all’uccisione e al ferimento di giornalisti a Gaza: non ha ancora ricevuto una risposta.

La zona di confine di Gaza è massicciamente controllata da telecamere israeliane. Droni militari inviano altre foto aeree dell’area. Sessanta palestinesi sono morti. Dove sono le immagini che mostrano la minaccia che ognuno di loro costituiva? Dove sono le foto dei terroristi armati e pericolosi a cui i soldati israeliani non avevano altra scelta che sparare? In genere, quando l’IDF ha delle immagini che evidenziano le loro [dei “terroristi”, ndt.] responsabilità, non esita a pubblicarle.

Queste domande esigono risposte, ma l’esercito non sente la necessità di darle. La ragione, almeno parziale, potrebbe essere il fatto che non c’è una richiesta abbastanza pressante da parte dell’opinione pubblica. Molti media israeliani non mettono mai in discussione la necessità delle uccisioni e accettano come un dato di fatto la necessità di sparare – e uccidere – manifestanti disarmati. Sembra che l’opinione pubblica sia dello stesso avviso. Ed è proprio questo il problema.

Aggiornamento (16 maggio 2018)

Martedì un funzionario di Hamas ha sostenuto che 50 delle persone uccise lunedì dall’esercito israeliano a Gaza erano membri dell’organizzazione islamista. Ciò non cambia nulla. La rivelazione a posteriori che una grande maggioranza dei morti erano membri di Hamas – informazione di cui i soldati che hanno premuto il grilletto non erano al corrente e neppure il resto dell’esercito né lo Shin Bet – non cambia la questione su se avrebbero dovuto essere uccisi. Se un membro di Hamas si è avvicinato alla barriera e non era armato e non rappresentava una minaccia per nessuno, allora non è giustificato ucciderlo. La scoperta successiva che era un membro di Hamas non cambia le cose di una virgola.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Storie della catastrofe: Palestina

Rami Almeghari, Mohammed Asad e Anne Paq

16 maggio 2018,  Electronic Intifada

Settant’anni fa i palestinesi hanno subito la Nakba, o catastrofe, quanto la maggioranza di loro lasciò o fu obbligata dalle milizie sioniste a lasciare la Palestina per far posto alla creazione dello Stato di Israele e garantire una maggioranza ebraica. Circa 750.000 persone finirono per diventare profughi registrati dalle Nazioni Unite. Molti altri se la cavarono da soli. Non gli venne mai consentito di tornare alle loro terre o case, che vennero confiscate dal nascente Stato, e molti dei loro villaggi vennero successivamente distrutti. Qui alcuni sopravvissuti raccontano le loro storie.

Khoury Bolous, 84 anni, di Haifa. Originariamente di Iqrit, nei pressi del confine con il Libano.

Iqrit era un piccolo villaggio cristiano di circa 500 abitanti molto vicino alla frontiera della Palestina con il Libano. Il villaggio subì la pulizia etnica nel 1948 e venne distrutto nel 1951, tranne la chiesa. I suoi abitanti divennero sfollati interni – quello che Israele definì “presenti assenti”

Eravamo contenti. Avevamo fichi, hummus e ulivi. Seminavamo di tutto, tranne zucchero e riso. Mio padre aveva molta terra, circa 100 dunum [10 ettari, ndt.]. Facevamo la farina, coltivavamo lenticchie e fagioli, ogni tipo di verdure e olive. L’unica cosa che mio padre comprava era il tabacco. Morì quando ero molto giovane, e mio fratello maggiore prese il suo posto. La nostra casa era fatta di grandi pietre ed era stata costruita da mio nonno.

Nel 1948 non ci fu resistenza nel villaggio. Le forze sioniste entrarono nel villaggio e alzammo bandiera bianca. Non avevamo armi. Ci dissero di andarcene ad al-Rama, che sarebbe stato solo per due settimane e che era solo per la nostra sicurezza. Venimmo trasportati da camion militari. Ma io non andai insieme agli altri. Mio fratello mi disse di andare in Libano a Qouzah, da nostra zia, per salvare gli animali. Camminai verso il Libano con 5 mucche, un cammello, un asino e un cavallo. Attesi il messaggio che mio fratello avrebbe dovuto mandarmi quando fossero tornati a Iqrit, ma il messaggio non arrivò mai.

Dopo un mese sentii dire che alcune persone stavano andando a Iqrit per raccogliere frutta e così decisi di andare. Avevo paura di attraversare la frontiera ma lo feci. Non era rimasto niente nella nostra casa, tutto era stato rubato. Persone che incontrai mi dissero che non sarei riuscito ad arrivare ad al-Rama, così tornai in Libano e vi rimasi per due anni. Poi incontrai un passeur, Alì, e con un gruppo partimmo di notte per la Palestina. Avevamo paura, era pericoloso. Alla fine all’alba, vicino ad al-Rama, continuai da solo attraverso i campi. Quando raggiunsi il villaggio, vidi qualcuno di Iqrit che mi portò dalla mia famiglia. Non potevano credere che fossi riuscito a fare una cosa simile. Non ci potevo credere neppure io.

Un Natale sentimmo che Iqrit era stato totalmente distrutto. Il mukhtar [capo villaggio, ndt.] ed altri erano andati su una collina di fronte al villaggio e confermarono la notizia. Era un disastro sentire questa notizia. Volevano uccidere ogni nostra speranza di tornare. Ma non ci riuscirono.

Alla fine ebbi un permesso ed iniziai a lavorare come macellaio ad Haifa. Mi sposai nel 1960 ed andai ad Haifa. Tornavamo spesso a Iqrit, dormendo nella chiesa. Fui arrestato alcune volte per essere stato lì. Ci portavamo i bambini per le vacanze.

Siamo come i rifugiati. Quello che abbiamo in comune è la speranza del ritorno. Vogliamo solo andare a casa, questo è un nostro diritto fondamentale. Voglio tornare e costruire una piccola casa.

Reportage di Anne Paq

Saed Hussein Ahmad al-Haj, 85 anni, campo di rifugiati di Balata, nella città di Nablus della Cisgiordania occupata. Originario di al-Tira, nei pressi di Ramla.

Sono stato fortunato rispetto ad altri profughi. Ho avuto successo nel lavoro ed ho tre macellerie. Ho dei figli. Ma è sempre mancato qualcosa. Mi sono sempre dato da fare, ma non c’è una vera allegria perché non vivo nella casa in cui sono nato.

Il mio villaggio era noto soprattutto per le sue greggi e per i suoi prodotti. Era un piccolo villaggio, circa 2.000 abitanti. All’epoca la nostra vita era semplice. La scuola era così precaria che ci sedevamo sul pavimento. Ho passato la mia vita giocando all’aperto con i vicini.

Mio padre commerciava pecore e mucche. Vendeva anche il latte. Avevamo una piccola casa fatta di pietre e 2 dunum [0,2 ettari] di terra coltivata a grano, sesamo, fichi e ulivi. All’epoca tutto aveva un sapore migliore. Ci nutrivamo direttamente con i prodotti della terra. Potevamo anche andare facilmente al mare e grazie al commercio ci incontravamo con ogni genere di persone.

Nel 1948 avevo circa 15 anni. Una notte vedemmo arrivare verso di noi dei soldati. In un primo momento pensammo che fossero arabi. Ma poi iniziarono a sparare. Le pallottole volavano sopra la mia testa e pensai che sarei morto. Corsi da mio padre, che mi disse di andare verso est con le pecore. Allora ne avevamo sei. Me ne andai da solo, ma sentii sparare, così lasciai le pecore e corsi a casa.

Ce ne andammo con gli altri abitanti del villaggio. Prima arrivammo ad al-Abbassiyya, dove c’erano alcuni gruppi della resistenza palestinese. Poi ci incamminammo verso Deir Ammar, vicino a Ramallah.

Non ci portammo niente. Tutti parlavano di Deir Yassin (dove le forze sioniste avevano commesso un massacro). Eravamo spaventati già prima che arrivassero i sionisti. Avremmo dovuto rimanere e morire là. Avremmo dovuto lottare. Per lo meno non abbiamo mai venduto le nostre case. Siamo stati buttati fuori contro la nostra volontà.

Pochi giorni dopo che ce ne eravamo andati, entrai di soppiatto nel villaggio di notte. Ma quando entrai nella nostra casa, tutto – la farina, l’olio d’oliva, i mobili – era distrutto e sparso per la casa.

Tornammo al nostro villaggio, una volta, con mio padre. Fu dopo il 1967 [anno della guerra dei Sei giorni e della conquista israeliana della Cisgiordania, ndt.]. Bussò alla porta, e rispose uno [ebreo, ndt.] yemenita. Mio padre gli disse: “Questa è la mia casa.” Ma lo yemenita rispose solo: “Era casa tua, Ora è la mia.”

Reportage di Anne Paq

Wafta Hussein Khleif, 82 anni, campo di rifugiati di Dheisheh nella città di Betlemme della Cisgiordania occupata. Originaria di Deir Aban, nei pressi di Gerusalemme.

Tutti i figli maschi di Wafta sono stati arrestati da Israele in un momento o nell’altro, e uno sta scontando più di 20 anni di prigione. Uno dei suoi nipoti è stato ucciso durante un’incursione dell’esercito israeliano a Betlemme nel 2008. Aveva 17 anni.

Mangiavamo quello che coltivavamo. Tutto veniva dalla terra. Non compravamo niente. Vivevamo in una fattoria che aveva un cortile interno. Avevamo più di 1 dunum di terra con 200 ulivi, galline e pecore. C’erano ebrei che vivevano vicino a noi. Erano amici e venivano al villaggio a comprare latte. Non avevano neanche un mulino, per cui usavano quello del villaggio.

Nel 1948 ci furono molti scontri. Ci furono spari e bombardamenti aerei. Non avevamo armi, solo coltelli e falci. Scavammo una trincea attorno al villaggio. Durante quei giorni ci furono tre morti. Quando venimmo a sapere del massacro di Deir Yassin, come misero in fila gli uomini e gli spararono, fu troppo. Prendevano anche le ragazze. Fu allora che scappammo. Se fossi stata al nostro posto, che cosa avresti fatto?

Non c’era tempo. Prendemmo quello che potevamo portarci dietro. Mio nonno Hussein dovette essere trasportato su un cammello. Ci fermammo sotto un carrubo appena fuori dal villaggio. Pensavamo che saremmo tornati presto. Gli uomini tornarono per raccogliere le olive ma vennero attaccati dai sionisti.

Andammo a Jabba e rimanemmo con i loro amici, e da lì a Betlemme. Affittammo una spelonca da una famiglia cristiana che mio padre trasformò in una stanza con un tetto di zinco. Poi mi sposai con mio marito Muhammad al-Afandi e andai al campo di Dheisheh. Vivemmo in una tenda per tre o quattro anni. Lì nacquero i nostri primi tre figli.

Se Dio vuole, torneremo. Se non io, i miei figli, o i loro figli, o i figli dei figli, o i figli dei figli dei figli. Lasceremo tutto in un attimo e andremo, anche se questo significasse vivere di nuovo in una tenda.

Reportage di Anne Paq

Muhammad Khalil Leghrouz, 93 anni, campo di rifugiati di Aida nella città di Betlemme della Cisgiordania occupata. Originario di Beit Natif, a ovest di Betlemme.

Muhammad piange ancora quando parla di suo fratello Thaer, che venne ucciso dai miliziani sionisti nel 1948 all’età di 15 anni.

Beit Natif era tutto frutti e verdure. Coltivavamo di tutto. C’erano molti contadini. E c’erano molte mucche e pecore. Sono cresciuto con le pecore. Giocavo con loro dalla mattina alla sera. Non sono andato a scuola. La mia famiglia aveva una grande fattoria, costruita con vecchie pietre.

Nel 1948 venimmo attaccati. Ci furono sparatorie. Dovemmo scappare, passando su corpi lungo il tragitto per uscire dal villaggio. Mio fratello Thaer venne colpito a morte e lo seppellimmo subito. Lasciammo ogni cosa – le pecore e i gioielli di mia madre. Mio padre dovette essere trasportato su un cammello, perché non poteva camminare. Non voleva andarsene, ma lo presi sulle mie spalle, lo obbligai a salire sul cammello. Voleva morire là.

Prima andammo a Beit Ommar, poi a Hebron, a Betlemme e a Husan, dove incontrai mia moglie Fatima. Insieme venimmo a vivere nel campo profughi di “Aida” e ci fermammo lì. Non sono mai tornato al mio villaggio.

Mio padre non ha mai potuto dimenticare. “Torneremo”, continuava a dire.

Reportage di Anne Paq

Hakma Attallah Mousa, 108 anni, campo profughi “Spiaggia”, Gaza City. Originaria di al-Sawafir al-Shamaliya, a circa 30 km oltre il confine di Gaza.

Hakma ha più di 80 nipoti e pronipoti, ma persino i suoi familiari sono incerti sul numero esatto.

Mio padre Attallah Mousa era il mukhtar della nostra famiglia. Ricordo ancora il diwan (sala di ricevimento) di mio padre, dove accoglieva gli ospiti e aiutava a risolvere i problemi del villaggio.

Andavo a mungere le nostre mucche per fare il formaggio e lo yogurt. Avevamo pecore e galline. La mia famiglia possedeva più di 100 dunam [10 ettari] di terra su cui i miei fratelli seminavano grano, lenticchie e orzo. La nostra vita si basava sull’agricoltura. Grazie a Dio, abbiamo avuto dei momenti bellissimi.

Mia madre venne ferita quando stavamo scappando. Venne colpita dopo che avevamo preso alcune delle nostre cose e stavamo uscendo dal villaggio. L’abbiamo trasportata fino ad un ospedale a Gaza City. Morì poche settimane dopo.

Figlio mio, vogliamo tornare al nostro villaggio, e lo faremo. Vogliamo tornare alla nostra patria.

Reportage di Rami Almeghari

Hassan Quffa, 88 anni, campo profughi di Nuseirat, nella zona centrale della Striscia di Gaza occupata. Originario di Isdud, nei pressi di Ashdod.

Eravamo contadini, coltivavamo la nostra terra generazione dopo generazione. All’epoca l’agricoltura era molto diffusa e i cedri erano rigogliosi. La mia famiglia da sola possedeva circa 90 dunum [9 ettari]. Ero solito accompagnare mio zio Abdelfattah al nostro diwan dove incontrava la gente del posto e a volte gli inglesi. All’epoca le autorità britanniche andavano da mio zio, facendo affidamento su di lui come intermediario tra le autorità e gli abitanti del posto.

Giocavo a baseball. Eravamo sette per una partita. Dopo aver giocato, andavamo al bar “Ghabaeen” a bere caffé e a chiacchierare.

Le feste di matrimonio duravano da tre a sette giorni. Alla fine dei festeggiamenti gli zii di una sposa l’accompagnavano a casa del marito, di solito su un cavallo.

Quando i miliziani dell’ Haganah [il principale gruppo armato sionista, ndt.] iniziarono a sistemare posti di blocco nella zona di Ashdod, bloccando il passaggio, cominciammo ad prendere le armi. Un giovane su quattro aveva un fucile, nel tentativo di difenderci contro gli attacchi dell’Haganah. Eravamo solo contadini. Le bande sioniste erano ben addestrate ed equipaggiate, con l’aiuto degli inglesi. In effetti quando gli eserciti arabi arrivarono a combattere, ci sentimmo sollevati.

Ma l’unità dell’esercito arabo vicino a noi venne sconfitta. Le loro armi erano vecchie. Ovunque c’erano soldati arabi morti. Comprendemmo che non potevamo far altro che scappare.

Voglio tornare. Voglio che tutti noi torniamo. Quella è la mia casa. Ho il diritto di tornare. Spero di farlo prima di morire.

Reportage di Rami Almeghari

Amna Shaheen, 87 anni, attualmente vive a Gaza City, originaria del villaggio di Ni’ilya, nei pressi di Ashkelon.

Mio nonno Ibrahim era l’imam del villaggio e insegnava ai bambini il Corano e qualche argomento islamico. Ovviamente alle ragazze, compresa me, non era consentito imparare.

Mio padre aveva un gregge e io solevo aiutarlo. Avevo solo un fratello, che era malato.

Cacciavo via le volpi che cercavano sempre di prendere le nostre anatre. Per nutrire il gregge portavo qualche foglia verde, alcune dal nostro sicomoro. Mio padre commerciava in angurie e noi conservavamo quelle angurie sotto l’albero.

Fu quando venimmo a sapere di Deir Yassin che gli abitanti del villaggio iniziarono a fuggire. Durante il giorno i miliziani [sionisti] arrivarono per mandarci via, ricordo che mio cugino ed io stavamo pelando patate.

Due mesi dopo che eravamo scappati, mio padre è stato ucciso. All’epoca stavamo vivendo nel campo profughi di Jabaliya, a Gaza. Aveva comprato due mucche e stava andando a comprare paglia e fieno per le mucche. Ma in quel momento le jeep dell’esercito israeliano erano di pattuglia e i soldati iniziarono a sparare. Venne colpito quattro volte.

Anche se mi offrissero centinaia di milioni di dollari, non rinuncerei al mio diritto di tornare alla mia casa in Palestina. Cosa me ne farei di quei soldi?

Reportage di Rami Almeghari

Ismail Hussein Abu Shehadeh, 92 anni, originario ed attualmente abitante di Jaffa, nei pressi di Tel Aviv.

Adesso Jaffa non vale niente. Prima la città era stupenda. Era chiamata la “sposa del Medio Oriente.” Esportavamo arance in tutto il mondo. Arrivava gente da tutte le parti per lavorare qui.

Mio padre era un soldato dell’impero ottomano. Se ne andò nel 1914 per combattere nella Prima Guerra Mondiale. Tornò indietro a piedi. Questa probabilmente è la ragione per cui decise di rimanere quando i sionisti attaccarono Jaffa. Non voleva scappare di nuovo, e ci impedì di farlo. “O morite qui oppure scappate e vi sentirete umiliati per tutta la vostra vita,” ci disse. Pregava la gente di non andarsene. Solo 35 famiglie rimasero dopo la resa, appena 2.000 abitanti sui 120.000 che stavano qui.

Nel 1948 gli attacchi furono molto violenti. Il capo della città, il dottor Youssef Aked, ci riunì per dire che Jaffa stava per essere assediata e che la gente doveva scegliere tra andarsene e rimanere. Qualcuno chiese al dottore cosa egli avrebbe fatto, ed egli rispose che sarebbe fuggito con la sua famiglia. In seguito a ciò, molti lo fecero, anche perché si parlava molto di quello che era successo a Deir Yassin.

Solo poche persone con una certa autorità rimasero. Ci fu un altro incontro in cui si decise di arrenderci a condizione che non ci fossero distruzioni o saccheggi. Dei rappresentanti andarono a Tel Aviv con una bandiera bianca. I sionisti arrivarono con un megafono e dichiararono che ora Jaffa era sottoposta all’autorità sionista. Poi entrarono e si comportarono in modo avido. Rubarono proprietà. Ci nascondemmo nei frutteti per un mese. Poi la gente venne spinta nel quartiere di Ajami, dietro una recinzione elettrificata. Alcuni morirono di stenti. Ma noi riuscimmo a stare fuori dalla recinzione.

Nonostante le promesse sioniste metà di Jaffa venne demolita. Abu Laban, che aveva negoziato la resa, andò a lamentarsi me venne picchiato. Gli ruppero le costole e venne messo a sedere su un asino. Poi iniziarono a prendere di mira la gente. Una persona che si rifiutò di lasciare i frutteti venne uccisa.

Dopo il 1948 mi sposai e iniziai a lavorare nella regione di Tiberiade per circa sei anni. Venni assunto da israeliani per aggiustare motori o per portare l’acqua a nuove comunità ebraiche. Ero l’unico palestinese lì. Abbiamo mantenuto rapporti professionali. Mia moglie e i figli neonati stavano lottando per avere da mangiare e per un certo periodo tornai a Jaffa solo una volta al mese.

Il mio lavoro terminò quando arrivò l’elettricità. Lavorai in una fabbrica di Jaffa, aggiustando motori, ma nel 1956 alcuni operai ebrei mi aggredirono a causa della sconfitta israeliana a Suez [si riferisce alla guerra per il controllo del canale di Suez tra Egitto e Francia e Gran Bretagna, a cui Israele si alleò, ndt.], per cui me ne andai. Poi ebbi un’officina meccanica nel porto, e cercai di fare il pescatore, ma senza successo. Nel 1982 lo Stato di Israele iniziò a chiedere tasse e più documenti. Dovetti vendere tutto. Alla fine aprii una drogheria ma poi dovetti smettere per ragioni di salute.

Rami Almeghari è giornalista e docente universitario a Gaza.

Anne Paq è una fotografa freelance francese e fa parte del collettivo di fotografi ActiveStills [collettivo di fotografi israeliani, palestinesi e internazionali che lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni, in particolare in Israele/Palestina, ndt.].

Mohammed Asad è un fotogiornalista che vive a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

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GAZA: dolore, orrore, indignazione, memoria

Richard Falk

16 Maggio 2018, Global Justice in the 21st Century

DOLORE

Come si può non provare profondo dolore per i giovani palestinesi che, per rabbia e disperazione, si sono uniti alla ‘Grande Marcia del Ritorno’ e spesso hanno trovato la morte e gravi ferite ad attenderli appena si sono avvicinati al confine disarmati!!?

Non si è trattato di un evento immotivato, o di qualcosa che si è verificato spontaneamente da entrambe le parti. Dopo 70 anni di sofferenze da parte dei palestinesi, senza poter vedere la fine di questo incubo, mostrare al mondo e a loro stessi la propria passione è stato ciò che dovrebbe essere considerata una dimostrazione normale, persino ammirevole, di uno spirito di resistenza che permane dopo decenni di repressione, violenza, umiliazioni e negazione dei più fondamentali diritti. Dopo 70 di esistenza dello Stato di Israele, questa violenta conferma delle nostre peggiori paure e sensazioni segna un destino negativo per Israele, per quanto può vedere uno sguardo etico.

ORRORE

Quando si è messi di fronte a simili immagini di resistenza e alla violenza dei cecchini, lo scenario esprime l’orrore dell’acciaio che brucia la carne viva. Non c’è altro modo di cogliere questa particolare cartografia del rischio, della vulnerabilità e della sicurezza se non facendo ricorso al lessico e all’immaginario dell’orrore. Questa atroce narrazione di orrore perdurerà su entrambe le parti tormentando la memoria collettiva e individuale, ma da una parte con tragico orgoglio, dall’altra con repressa vergogna.

L’orrore è stato esaltato dalla coincidenza con gli osceni festeggiamenti a Gerusalemme, dove gli americani in rappresentanza della presidenza Trump, compresi Ivanka Trump, Jared Kushner e l’ambasciatore americano David Friedman, hanno coperto d’infamia gli Stati Uniti con questa indecente esibizione di indifferenza rispetto ai crimini contro l’umanità che venivano commessi sfrontatamente mentre loro parlavano. Una tale insensibilità morale e politica non sarà e non dovrà essere dimenticata.

INDIGNAZIONE

Tutto ciò che abbiamo sono le parole, ma funzioneranno. Come ci ha insegnato Thomas Merton [scrittore e monaco trappista statunitense, ndtr.], certi crimini appartengono alla sfera dell’indescrivibile.

Le occasioni per indignarsi riguardo al trattamento del popolo palestinese sono tante, ma la reazione israeliana a questa marcia dei palestinesi tocca un nuovo livello di meschinità morale, politica e giuridica. Richiama alla memoria il grido dei leaders morali religiosi nell’ultima fase della guerra del Vietnam, espresso nell’accurato elenco di atti di violenza criminale perpetrati in un Vietnam relativamente indifeso, che ha l’eloquente titolo – NON IN MIO NOME.

Come ebrei, come americani, come esseri umani, non è forse giunto il momento di assumere un atteggiamento analogo e almeno segnare una distanza simbolica tra noi e chi perpetra questi crimini?

Le patetiche affermazioni israeliane riguardo al proprio diritto all’autodifesa o l’attribuzione del martirio palestinese ad Hamas sono così insulse e prive di credibilità da screditare ulteriormente, piuttosto che giustificare, questa esibizione di violenza omicida su larga scala, non come incidente isolato ma come una serie di arroganti ricostruzioni.

RICORDARE

Non con parole o argomentazioni, ma con le lacrime, e le lacrime non lo faranno.

Sicuramente come il martirio di Gaza, molto probabilmente visto dal popolo palestinese come una sorta di tacito legame con le vittime africane del massacro di Sharperville (1960)! [massacro avvenuto in Sudafrica durante le proteste contro l’apartheid, ndtr.].

Da queste tenebre scaturirà un’ispirazione per il momento nascosta.

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale alla Università di Princeton. E’ stato Speciale Rapporteur delle Nazioni Unite per i Territori Occupati dal 2008 per un periodo di 6 anni. Insieme a Virginia Tilley ha scritto il report “Le prassi israeliane nei confronti del popolo palestinese e la questione dell’apartheid” per la Commissione ONU economica e sociale per l’Asia Occidentale (ESCWA) immediatamente disconosciuto dal Segretario generale dell’ONU Gutierrez su pressione di Israele e degli Stati Uniti

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




A Gaza non è una “Marcia di Hamas”. Sono decine di migliaia di persone disposte a morire

Amira Hass

15 maggio 2018, Haaretz

La definizione delle manifestazioni da parte dell’esercito israeliano ne riduce la gravità, ma involontariamente assegna anche ad Hamas la parte di un’organizzazione politica responsabile e articolata

Di recente in una serie di occasioni rappresentanti di Fatah hanno detto, riguardo alla “Marcia per il Ritorno” di Gaza: “Siamo lieti che i nostri confratelli di Hamas abbiano compreso che il modo corretto sia una lotta popolare disarmata.” La scorsa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha affermato qualcosa del genere durante il suo discorso al Consiglio Nazionale Palestinese.

Ciò ha indicato sia cinismo che invidia. Cinismo perché la posizione ufficiale di Fatah è che la lotta armata guidata da Hamas ha danneggiato la causa palestinese in generale e la Striscia di Gaza in particolare. E invidia perché ciò implica che, come ha ribadito la dichiarazione dell’esercito israeliano, un appello di Hamas è sufficiente a portare decine di migliaia di manifestanti disarmati ad affrontare i cecchini israeliani sul confine.

Invece appelli di Fatah e dell’OLP in Cisgiordania, compresa Gerusalemme, non portano più di poche migliaia di persone nelle strade e scaramucce con la polizia e l’esercito. È successo di nuovo lunedì, quando l’ambasciata degli USA è stata spostata a Gerusalemme. Il numero di manifestanti palestinesi a Gaza è stato molto maggiore di quello in Cisgiordania.

La decisione delle manifestazioni della “Marcia per il Ritorno” è stata presa insieme da tutti i gruppi politici di Gaza, compreso Fatah. Ma il gruppo più organizzato – quello che ha fornito la logistica necessaria, equipaggiato i “campi del ritorno” (punti di incontro e di attività che sono stati sistemati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza), controllato le informazioni, mantenuto i contatti con i manifestanti e dichiarato uno sciopero generale per protestare contro lo spostamento dell’ambasciata – è Hamas. Persino un membro di Fatah lo ha tristemente ammesso ad Haaretz.

Ciò non vuol dire che tutti i manifestanti siano dei sostenitori di Hamas o simpatizzanti del movimento che hanno obbedito ai suoi ordini. Per niente. I dimostranti vengono da ogni settore della popolazione, gente che ha un’affiliazione politica e quelli che non ce l’hanno.

Chiunque ha paura rimane a casa, perché l’esercito [israeliano] spara a tutti. I pazzi sono quelli che si avvicinano al confine, e sono di tutte le organizzazioni o di nessuna di loro,” ha detto un partecipante alla manifestazione.

Le affermazioni dell’esercito ai giornalisti secondo cui è una “marcia di Hamas” stanno riducendo il peso di questi avvenimenti e l’importanza di decine di migliaia di gazawi che sono disposti ad essere feriti, rafforzando al contempo ironicamente lo status di Hamas come organizzazione politica responsabile che sa come cambiare la tattica della sua lotta, che inoltre sa giocare il proprio ruolo.

Lunedì, con l’uccisione alle 19 di non meno di 53 abitanti di Gaza, non c’era posto per il cinismo o l’invidia. Abbas ha dichiarato un periodo di lutto ed ha ordinato le bandiere a mezz’asta per tre giorni, insieme ad uno sciopero generale martedì. È lo stesso Abbas che stava pianificando una serie di sanzioni economiche contro la Striscia nell’ennesimo tentativo di reprimere Hamas.

Che ne siano consapevoli o meno, volontariamente o meno, gli abitanti della Striscia di Gaza, con i loro morti e feriti, stanno influendo sulla politica interna palestinese. Nessuno oserebbe ora imporre queste sanzioni. Il tempo dirà se qualcuno arriverà alla conclusione che, se Israele sta uccidendo così tante persone durante manifestazioni disarmate, essi possano tornare ad attacchi armati da parte di singoli – come vendetta o come una strategia che porterà a minori vittime palestinesi.

Secondo gli operatori sul campo del centro per i diritti umani “Al Mezan” nelle prime ore di lunedì mattina bulldozer dell’esercito sono entrati nella Striscia di Gaza ed hanno spianato i banchi di sabbia costruiti dai palestinesi per proteggersi dai cecchini.

Circa alle 6,30 del mattino l’esercito ha sparato anche contro le tende dei “campi del ritorno”, e molte di queste sono andate in fiamme. Secondo “Al Mezan”, alcune delle tende bruciato erano utilizzate per il pronto soccorso.

Il sito web “Samaa” ha informato che cani della polizia sono stati mandati nei “campi del ritorno” e che l’esercito ha spruzzato acqua puzzolente nelle zone di confine. Le frenetiche convocazioni di importanti personaggi di Hamas nella Striscia di Gaza perché si incontrassero con l’intelligence egiziana al Cairo sono stati comprese anche prima che si sapesse che gli egiziani hanno trasmesso minacciosi messaggi israeliani a Ismail Haniyeh e Khalil al-Hayya, vice del leader di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar.

Tutti nella Striscia di Gaza sanno che gli ospedali sono oltre il limite della capienza e che le equipe mediche sono impossibilitate a curare tutti i feriti. “Al Mezan” ha fatto sapere di una delegazione di medici che avrebbe dovuto arrivare dalla Cisgiordania ma a cui è stato impedito di entrare da parte di Israele.

Tutti sanno che le persone ferite che sono state operate sono state dimesse troppo presto e che c’è carenza di medicine indispensabili per i feriti, compresi gli antibiotici. Anche quando ci sono medicine, molti dei feriti non possono pagare neppure il minimo richiesto per ottenerle, e quindi tornano pochi giorni dopo dal dottore con un’infezione. Tutto ciò si basa su informazioni di fonti mediche internazionali.

Tutti i segnali, gli avvertimenti, le molte vittime nelle ultime settimane e le informazioni inquietanti dagli ospedali non hanno tenuto lontano le decine di migliaia di manifestanti di lunedì. Il diritto al ritorno e l’opposizione allo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme sono obiettivi e ragioni validi, accettabili da tutti.

Ma non fino al punto che masse di abitanti della Cisgiordania e Gerusalemme est si unissero ai loro fratelli della Striscia di Gaza. Là l’obiettivo più auspicabile per cui manifestare è l’ovvia richiesta e quella più facile da mettere subito in atto – restituire ai gazawi la loro libertà di movimento e il loro diritto di mettersi in contatto con il mondo esterno, soprattutto con i membri del loro stesso popolo al di là del filo spinato che li circonda. Questa è la richiesta della gente qualunque e non una questione privata di Hamas, dato che i suoi dirigenti e militanti sanno molto bene che una volta entrati nel valico di Erez tra Israele e la Striscia verrebbero arrestati.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Israele ripropone i miti sulla Nakba per giustificare gli odierni massacri a Gaza

Jonathan Cook – Nazareth

14 maggio 2018, The Palestine Chronicle

Lunedì e martedì i palestinesi commemorano l’anniversario della Nakba, o Catastrofe, l’espulsione di massa e l’espropriazione di 70 anni fa, quando il nuovo Stato di Israele si è formato sulle rovine della loro patria.

Come risultato, la maggioranza dei palestinesi è stata trasformata in rifugiati, cui Israele nega il diritto di tornare nelle proprie case.

Lunedì in decine di migliaia sono hanno manifestato nei territori occupati per protestare contro settant’anni di rifiuto da parte di Israele di chiedere perdono o porre fine al suo dominio oppressivo.

L’iniziativa di lunedì di trasferire l’ambasciata USA a Gerusalemme, città sotto occupazione militare, ha solamente aumentato il risentimento palestinese, e la percezione che l’Occidente stia ancora coinvolto nella loro espropriazione.

Il centro della protesta è Gaza, dove dalla fine di marzo ogni venerdì palestinesi inermi si dirigono in massa alla barriera di confine che tiene intrappolati due milioni di loro. In cambio hanno affrontato una pioggia di munizioni letali, proiettili rivestiti di gomma e nuvole di gas lacrimogeni. Decine sono stati uccisi e molte centinaia mutilati, compresi minori.

Ma da più di un mese Israele sta lavorando per condizionare la percezione occidentale delle proteste, e la sua risposta ad esse, in modo da screditare l’esplosione di rabbia dei palestinesi. In un comunicato troppo facilmente accolto da dall’opinione pubblica di alcuni Paesi occidentali, Israele ha presentato le proteste come una “minaccia alla sicurezza”.

Funzionari del governo israeliano hanno persino sostenuto davanti alla Corte Suprema del Paese che i manifestanti non hanno alcun diritto, che i cecchini dell’esercito sono legittimati a sparare, anche se non si trovano in pericolo- perché Israele sarebbe in “stato di guerra” con Gaza per difendersi.

Domenica notte l’aviazione israeliana ha sganciato volantini su Gaza avvertendo i palestinesi di non avvicinarsi alla barriera. “L’esercito israeliano è determinato a difendere i cittadini d’Israele e la sua sovranità contro i tentativi terroristici di Hamas sotto la copertura di violenti scontri,” diceva il volantino. “Non vi avvicinate alla barriera e non prendete parte alla manifestazione di Hamas, che vi danneggia.”

Molti americani ed europei, preoccupati del flusso di “migranti economici” che si riversa nei loro Paesi, simpatizzano immediatamente con le preoccupazioni di Israele e con le sue azioni.

Finora la stragrande maggioranza dei manifestanti di Gaza sono stati pacifici e non hanno provato ad attraversare la barriera.

Ma Israele afferma che Hamas ha sfruttato le proteste di queste settimane a Gaza per incoraggiare i palestinesi ad assaltare la barriera. Indirettamente si afferma che i dimostranti hanno provato a passare “un confine” ed a “entrare” illegalmente in Israele.

La realtà è piuttosto diversa. Non c’è nessun confine perché non c’è nessuno Stato palestinese. Israele ha ha fatto in modo che fosse così. I palestinesi vivono sotto occupazione, con Israele che controlla ogni aspetto della loro vita. A Gaza, anche l’aria e il mare sono sotto il controllo di Israele.

Invece il diritto dei profughi palestinesi a ritornare a quelle che erano le proprie terre, ora in Israele, è riconosciuto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite.

Ciononostante, fin dalla Nakba Israele ha costruito una contro-narrazione scorretta, miti che gli storici, facendo ricerche negli archivi, hanno progressivamente fatto a pezzi.

La prima affermazione, che i dirigenti arabi dissero ai 750.000 rifugiati palestinesi di fuggire nel 1948, venne in realtà inventata dal padre fondatore di Israele, David Ben Gurion. Egli sperava che avrebbe sviato la pressione statunitense affinché Israele rispettasse il suo dovere di consentire ai rifugiati di tornare.

Anche se i rifugiati avessero scelto di andarsene mentre infuriava la battaglia, invece di aspettare di essere espulsi, non sarebbe stato giustificabile negargli il diritto al ritorno a guerra finita. È stato questo rifiuto che ha trasformato la fuga in pulizia etnica.

In un altro mito non supportato da documenti, Ben Gurion avrebbe detto ai rifugiati di tornare.

In realtà Israele ha definito i palestinesi che cercavano di ritornare alle loro terre come “ infiltrati”. Ciò ha autorizzato gli ufficiali della sicurezza israeliana di sparare a vista contro di loro, in quelle che furono di fatto delle esecuzioni come politica di deterrenza.

In settant’anni non è cambiato un granché. La maggioranza della popolazione di Gaza oggi discende dai rifugiati portati nel 1948 all’interno dell’enclave. Da allora sono rimasti chiusi in gabbia come bestiame. Questa è la ragione per cui le proteste odierne dei palestinesi si svolgono sotto le insegne della “Marcia del Ritorno”.

Per decenni Israele non solo ha negato ai palestinesi la prospettiva di uno Stato ridotto al minimo. Ha organizzato i territori palestinesi in una serie di ghetti – e, nel caso di Gaza, l’ha assediata per 12 anni, soffocandola in quella che è una catastrofe umanitaria.

Ciononostante, Israele vuole che il mondo consideri Gaza come uno Stato palestinese in embrione, teoricamente liberato dall’occupazione nel 2005 quando ha evacuato alcune migliaia di coloni ebrei.

Di nuovo, questa narrazione è stata creata solamente per ingannare. Hamas non ha mai avuto il permesso di governare Gaza, tanto quanto l’Autorità Nazionale Palestinese di Mahmoud Abbas governa la Cisgiordania.

Ma, facendo eco agli eventi della Nakba, Israele ha definito i manifestanti come “infiltrati”, una narrazione che ha lasciato molti osservatori stranamente indifferenti al destino dei giovani dimostranti per la libertà palestinesi.

Ancora una volta, le esecuzioni delle recenti settimane, che sarebbero state perpetrate dall’esercito israeliano a scopo di legittima difesa, sono intese [in realtà] a scoraggiare i palestinesi dal chiedere i propri diritti.

Israele non sta difendendo i suoi confini ma i muri delle gabbie che ha costruito per salvaguardare il continuo furto di terra palestinese e preservare i privilegi degli ebrei.

In Cisgiordania la prigione si riduce di dimensione ogni giorno in quanto i coloni ebrei e l’esercito israeliano rubano altra terra. Nel caso di Gaza, la prigione non può essere ulteriormente ridotta.

Per molti anni, i capi di governo del mondo hanno punito i palestinesi per l’uso della violenza e biasimato Hamas per il lancio dei missili fuori da Gaza.

Ma ora che i giovani palestinesi preferiscono praticare una disobbedienza civile di massa, la loro tragedia a malapena riceve attenzione, tanto meno simpatia. Invece sono criticati perché “vogliono violare il confine” e minacciare la sicurezza di Israele.

Sembra che l’unica lotta legittima dei palestinesi sia quella di stare tranquilli, permettendo che le loro terre vengano saccheggiate e che i loro figli muoiano di fame.

I leader occidentali e l’opinione pubblica hanno tradito i palestinesi nel 1948. Dopo 70 anni non c’è alcun segnale che l’Occidente stia per cambiare linea.

Jonathan Cook ha vinto il “Premio Speciale per il Giornalismo Martha Gellhorn”. I suoi libri comprendono“Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [“Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rimodellare il Medio Oriente”] (Pluto Press) e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair”[“Palestina in dissolvenza: gli esperimenti israeliani sulla disperazione umana] (Zed Books). Il suo sito è www.jonathan-cook.net. Una versione di questo articolo è apparsa precedentemente in “The National”, Abu Dhabi. Ha offerto quest’ articolo a “The Palestine Chronicle”.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




‘Bruciateli, sparategli, uccideteli’: gli israeliani esultano a Gerusalemme mentre i palestinesi vengono uccisi a Gaza

Hind Khoudary, Lubna Masarwa, Chloé Benoist

Lunedì 14 maggio 2018, Middle East Eye

Mentre gli Stati Uniti trasferivano ufficialmente la loro ambasciata a Gerusalemme, le forze israeliane uccidevano decine di manifestanti a Gaza

Lunedì il contrasto tra Gerusalemme e Gaza non poteva essere più stridente, anche se le separano solo 75 chilometri.

Mentre i dirigenti americani ed israeliani inauguravano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme – una vittoria di Israele rispetto al rifiuto della comunità internazionale della sua pretesa di avere Gerusalemme come propria capitale – le forze armate israeliane sparavano sui manifestanti a Gaza, con un bilancio di morti che è cresciuto inesorabilmente nel corso della giornata.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha salutato con entusiasmo il trasferimento dell’ambasciata come un momento “storico”.

“Amici, che giorno di gloria, ricordatevi questo giorno”, ha detto il leader israeliano lunedì in un discorso trionfante. “Questa è storia. Signor Trump, riconoscendo la storia, voi avete fatto la storia. Tutti noi siamo profondamente commossi e grati. L’ambasciata della Nazione più potente del mondo, gli Stati Uniti d’America, è stata aperta qui.”

Il genero e principale consigliere di Trump, Jared Kushner, ha tenuto anch’egli un discorso durante la cerimonia, nel corso della quale ha ribadito il sostegno degli USA ad Israele, mettendo a quanto pare da parte le preoccupazioni riguardo alle azioni dell’esercito israeliano a Gaza che avvenivano in concomitanza con il suo discorso.

“Noi stiamo dalla parte di Israele perché entrambi noi crediamo nei diritti umani, nel fatto che la democrazia vada difesa e siamo convinti che questa sia la cosa giusta da fare”, ha detto Kushner.

Nel frattempo, proprio fuori dalla nuova ambasciata, i manifestanti palestinesi a Gerusalemme venivano brutalmente repressi dalle forze israeliane.

MEE è stato testimone di decine di palestinesi disarmati picchiati ed arrestati dalle forze di sicurezza israeliane fuori dalla ambasciata, suscitando gli applausi dei manifestanti israeliani venuti ad appoggiare l’apertura dell’ambasciata.

“Bruciateli”, “sparategli”, “uccideteli”, scandivano gli israeliani.

Intanto l’ex portavoce dell’esercito israeliano Peter Lerner si è lamentato sui social media, sottintendendo che le morti di palestinesi a Gaza erano un tentativo di rovinare la festa a Israele.

Ma a Gaza i palestinesi hanno manifestato la propria profonda rabbia e incredulità per i festeggiamenti che si tenevano a Gerusalemme mentre a centinaia venivano indiscriminatamente colpiti dalle forze israeliane.

Alle 19,30 ora locale erano stati uccisi dalle forze israeliane 52 palestinesi e feriti 2.410, l’epilogo sanguinoso delle 6 settimane della “Grande Marcia per il Ritorno” a Gaza, che era già costata 49 vite prima di lunedì.

Dal 30 marzo durante le manifestazioni a Gaza sono stati uccisi in totale 101 palestinesi.

Lo scenario a Gaza nella zona vicina alla barriera di separazione tra la piccola enclave palestinese ed Israele è stato di caos e sangue fin dal mattino, con numerosi dimostranti colpiti alla testa, al collo o al petto.

Molti corpi sono rimasti bloccati nei pressi della barriera, poiché il fuoco dell’esercito era troppo intenso perché le ambulanze potessero raggiungerli.

“Moltissimi palestinesi sono morti oggi in nome della protesta pacifica dei palestinesi e noi non rinunceremo a lottare per il sangue che hanno versato”, ha detto a Middle East Eye il cinquantaduenne Wadee Masri. “Sono venuto qui per partecipare alla marcia, per dimostrare che sono una persona che ha diritto a ritornare nella sua terra.

Gli odierni festeggiamenti a Gerusalemme mi rattristano per ciò che gli USA hanno fatto contro i palestinesi”, ha aggiunto. “Non c’è pace senza Gerusalemme. Noi vivremo e moriremo lottando per Gerusalemme.”

Associazioni internazionali hanno descritto la situazione a Gaza come un “bagno di sangue”.

Human Rights Watch ha dichiarato: “La politica delle autorità israeliane di aprire il fuoco contro i manifestanti palestinesi a Gaza, imprigionati da dieci anni e sotto occupazione da mezzo secolo, prescindendo dal fatto che vi sia una minaccia immediata alla vita, ha condotto ad un bagno di sangue che chiunque avrebbe potuto prevedere.”

Jamal Zahalka [deputato del parlamento israeliano del partito arabo israeliano di sinistra Balad, ndt.], un leader politico dei palestinesi cittadini di Israele, ha detto a MEE che Israele e gli USA sono i responsabili della violenza a Gaza.

“È una violazione del diritto internazionale. Trump e gli USA sono responsabili di tutto il sangue che è stato versato a partire dalla decisione degli Stati Uniti”, ha detto Zahalka.

“Quelli che oggi stanno festeggiando (l’inaugurazione dell’ambasciata USA) hanno le mani sporche di sangue.”

Ma nonostante il trauma della giornata più sanguinosa a Gaza dalla guerra del 2014, Samira Mohsen, una manifestante ventisettenne della zona est di Gaza, nonostante il pesante bilancio delle manifestazioni della giornata continua ad avere un atteggiamento di sfida.

“Un giorno festeggeremo a Gerusalemme, pregheremo là, nessuno ce lo impedirà”, ha detto a MEE. “Il mio sogno è di vedere Gerusalemme. Gerusalemme è la capitale della Palestina e Trump e gli USA non possono decidere di consegnare la nostra terra ai sionisti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Un altro morto mentre Gaza arriva all’ultimo venerdì di protesta prima del “Giorno della Nakba”*

Redazione di MEE

venerdì 11 maggio 2018, Middle East Eye

* Un altro giovane di 15 anni è morto sabato per le ferite riportate [ndr]

I palestinesi hanno manifestato per un mese e mezzo, per denunciare la disastrosa situazione di Gaza assediata

GAZA CITY – Venerdì un palestinese è stato ucciso a Gaza mentre la “Grande Marcia del Ritorno” di sei settimane è arrivata al suo ultimo giorno prima del “Giorno della Nakba”, il 15 maggio.

Nella Striscia di Gaza, territorio sotto blocco, i palestinesi si uniscono nelle manifestazioni per chiedere il diritto al ritorno di 1.300.000 rifugiati.

Il ministero della Salute di Gaza ha identificato il palestinese ucciso in Jaber Salem Abu Mustafa, 40 anni, aggiungendo che è stato colpito al petto dalle forze israeliane a est di Khan Younis.

Dal 30 marzo i manifestanti si sono riuniti ad alcune centinaia di metri dalla barriera che separa Israele da Gaza per chiedere il diritto al ritorno nelle loro case di prima del 1948, evidenziando diversi problemi che riguardano la Striscia assediata – come la disoccupazione e le pesanti difficoltà dei giovani palestinesi.

Venerdì i notiziari riferivano che in alcune zone le forze israeliane hanno sparato massicciamente gas lacrimogeni verso la folla, mentre almeno cinque manifestati sono stati colpiti con proiettili veri a est di Gaza City.

E’ stato riferito che un’altra persona sarebbe stata colpita a est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza, dove una troupe di giornalisti della televisione “Al-Aqsa” [rete televisiva di Hamas, ndt.] sarebbe stata presa di mira con gas lacrimogeni.

Numerosi giornalisti sarebbero stati feriti da proiettili veri e da gas lacrimogeni in tutta la Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute ha informato che alle 5 del pomeriggio ora locale 448 persone sono rimaste ferite, compresi almeno 25 minorenni e un infermiere.

Il ministero ha diffuso la foto di un ragazzo sedicenne in condizioni critiche con la guancia trapassata da un proiettile non identificato a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza. [presubilmente si tratta del quindicenne Jamal Abu Arahman Afaneh colpito da proiettile e deceduto sabato, ndr].

All’inizio della giornata dei dimostranti hanno parzialmente rimosso il filo spinato sistemato dalle forze israeliane nei pressi della barriera per evitare che i palestinesi si potessero avvicinare.

La manifestazione di venerdì è stata denominata “Venerdì di Preparazione e Presagio”, anticipando la marcia finale della protesta all’inizio della prossima settimana.

Inizialmente era previsto che la Marcia terminasse il 15 maggio – settantesimo anniversario della Nakba (catastrofe) palestinese, in cui più di 750.000 palestinesi vennero obbligati ad andarsene dalle forze israeliane nel corso della guerra arabo-israeliana del 1948.

Tuttavia l’ultima manifestazione è prevista per lunedì 14 maggio, a causa dell’imminente inizio del mese sacro musulmano del Ramadan.

Il 14 e 15 maggio faremo volare aquiloni con slogan pacifici per il nostro diritto al ritorno, bruceremo pneumatici e taglieremo filo spinato, perché non riconosciamo questa barriera né i confini israeliani, “ ha detto a MEE Ayman, un membro del gruppo dei manifestanti che guida le attività nei pressi della barriera, tenendo in mano delle grandi tenaglie per tagliare il filo spinato.

Lunedì è anche il giorno in cui gli Stati Uniti hanno fissato lo spostamento della loro ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, un’iniziativa che ha provocato molta rabbia tra i palestinesi.

Mentre le proteste si avvicinano al culmine, il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha detto che il gruppo – uno dei molti partiti politici palestinesi di Gaza che si sono pronunciati a favore della “Grande Marcia del Ritorno” – non impedirà ai manifestanti di superare la barriera di sicurezza israeliana lungo il perimetro di Gaza.

Cos’è che non va se centinaia di migliaia di persone attraversano una barriera che non è un confine?” ha detto giovedì, parlando a giornalisti stranieri per la prima volta da quando ha assunto l’incarico nel 2017.

Il profumo del mio villaggio”

Alcuni vecchi rifugiati hanno preso parte alla protesta di venerdì, lasciandosi andare ai ricordi d’infanzia prima e durante la Nakba.

Oggi è la prima volta nella mia vita che mi sono avvicinata al confine. Sto accanto alle tende della protesta per il ritorno e rivolgo lo sguardo a nordest, in direzione di Bir Saba,” ha detto venerdì a Middle East Eye Umm Usama, rifugiata di 73 anni, riferendosi al suo villaggio d’origine dove ora sorge la città israeliana di Beersheba.

Conservo nel mio cuore tutte le storie che mio padre era solito raccontarmi sul villaggio. Posso ancora sentire il profumo del mio villaggio.

Sono contenta di vedere come questa generazione sia cosciente del proprio diritto al ritorno, senza paura delle armi israeliane,” ha aggiunto. “Gli israeliani non dovrebbero uccidere il nostro diritto a tornare così come uccidono i nostri figli.”

Sappiamo che gli israeliani sono più forti di noi, poiché hanno le armi” ha detto Umm Raed, che aveva solo due settimane quando la sua famiglia è stata obbligata a scappare dal villaggio di Barbara, a soli 20 km dalla Striscia di Gaza.

Ma i nostri diritti ci rendono più forti. Sarò la prima a partecipare alla protesta nel giorno della Nakba, verrò con i miei familiari e i vicini in modo che tutto il mondo sia testimone della nostra compatta presa di posizione per il diritto al ritorno.”

Secondo l’ultimo bilancio di mercoledì del ministero della Salute di Gaza, durante le manifestazioni le forze israeliane schierate dietro la barriera hanno ucciso 47 palestinesi e ne hanno feriti 8.536. L’AFP [agenzia di notizie francese, ndt.] ha contato dal 30 marzo altri cinque morti palestinesi, fuori dall’ambito delle proteste.

Wael, 29 anni, è stato colpito a una gamba durante la manifestazione del 4 maggio, ma ciononostante è tornato a manifestare una settimana dopo, nonostante debba ancora usare le stampelle.

Sono disoccupato, non ho speranze in questa vita. Protesto sperando che possiamo cambiare le nostre vite, sostenere i nostri diritti e far togliere l’assedio imposto a Gaza. Vogliamo che tutto il mondo sappia che la crisi umanitaria a Gaza deve finire,” ha detto a MEE. “Il nostro diritto al ritorno è la nostra ultima speranza.”

Nonostante una serie di sparatorie siano scoppiate lungo il confine dopo che alcuni aquiloni dotati di ordigni incendiari artigianali sono entrati in Israele, non si è registrata nessuna vittima israeliana.

Venerdì la polizia israeliana ha dato notizia sui social media che tre israeliani sono stati arrestati per aver tentato di mandare aquiloni incendiari a Gaza e appiccarvi un incendio.

La violenta risposta dell’esercito israeliano alle manifestazioni ha suscitato indignazione in tutto il mondo: più di 2.000 palestinesi sono stati colpiti da proiettili veri e 24 feriti hanno subito amputazioni dopo che Israele gli ha negato i permessi per uscire da Gaza e ricevere cure nella Cisgiordania occupata.

Venerdì l’Ong internazionale “Save the Children” ha denunciato che l’esercito ha preso di mira dei minori palestinesi a Gaza, sottolineando che su oltre 700 ragazzini feriti, almeno 250 sono stati colpiti da proiettili veri.

Siamo profondamente preoccupati per l’alto numero di minori colpiti da proiettili veri e siamo d’accordo con l’Alto Commissario per i Diritti Umani che questo potrebbe segnalare un uso eccessivo della forza causando uccisioni e mutilazioni illegali,” ha affermato in un comunicato Jennifer Moorehead, direttice locale di “Save the Children” per i territori palestinesi occupati.

Il risultato è stato devastante per i minori di Gaza – fisicamente e psicologicamente. Molti sono rimasti feriti e molti altri hanno visto i propri genitori o i propri cari feriti durante le proteste o patire crescenti difficoltà nella vita quotidiana.”

 L’esercito israeliano ha respinto i ripetuti appelli della comunità internazionale – comprese le Nazioni Unite – ad usare moderazione e ad aprire un’inchiesta indipendente sulle morti, sostenendo la necessità della propria politica di fare fuoco, che, sostiene, prende di mira “terroristi”.

Nel contempo Amnesty International ha chiesto un embargo totale degli armamenti contro Israele, accusando le sue forze di “perpetrare attacchi mortali” contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.

Resoconto da Gaza di Amjad Ayman.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Nuove prove di crimini di guerra a Gaza inviate alla CPI

Ali Abunimah

30 aprile 2018, Electronic Intifada

Secondo Tareq Zaqoot, un ricercatore del gruppo per i diritti umani “Al-Haq”, almeno 28 palestinesi hanno perso un arto inferiore in conseguenza del fatto che cecchini israeliani hanno sparato contro i partecipanti alle manifestazioni della “Grande Marcia del Ritorno” nei pressi della frontiera di Gaza con Israele.

Zaqoot, che si trova a Gaza, e la sua collega Rania Muhareb nella città di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, hanno raccontato a “the Real News” [sito nordamericano indipendente di notizie, ndt.] come stiano documentando i crimini israeliani per ottenere giustizia a favore delle vittime.

Muhareb ha rivelato che “Al-Haq”, insieme al “Centro Palestinese per i Diritti Umani” e ad “Al Mezan”, ha già “presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale in cui indica i nomi delle vittime e delle uccisioni perpetrate dalle forze di occupazione israeliane dal 30 marzo.”

Non solo abbiamo specificato i nomi degli uccisi, abbiamo anche evidenziato l’intenzione di uccidere e di sparare per uccidere manifestanti palestinesi, il che rappresenta un crimine di guerra di omicidio premeditato,” ha aggiunto Muhareb.

Muhareb cita come esempio di tali prove la recente intervista tradotta da “Electronic Intifada” in cui il generale israeliano Zvika Fogel spiega l’accurato processo attraverso il quale i cecchini ricevono l’autorizzazione di sparare al “piccolo corpo” di un bambino.

Questi gruppi per i diritti umani avevano consegnato in precedenza dei dossier di prove alla CPI in cui documentavano crimini contro palestinesi nella Cisgiordania occupata e durante i precedenti attacchi israeliani contro Gaza.

All’inizio di questo mese il procuratore generale della CPI ha emanato un avvertimento pubblico senza precedenti, secondo cui i dirigenti israeliani potrebbero dover affrontare un processo per la violenza contro civili palestinesi disarmati a Gaza. Nelle ultime due settimane durante le proteste lungo il confine le forze di occupazione israeliane hanno ucciso almeno 39 palestinesi, compresi cinque minori e due giornalisti.

I manifestanti chiedono la fine dell’assedio israeliano contro Gaza e il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi espulsi ed esclusi dalle loro terre in Israele perché non sono ebrei.

Si ha notizia che domenica altri tre palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione in seguito ad incidenti in cui secondo l’esercito israeliano i palestinesi avrebbero cercato di aprire una breccia nella barriera di confine con Gaza.

Parvenza di legalità

Lunedì l’Alta Corte israeliana ha tenuto un’udienza sulle richieste di vari gruppi per i diritti umani che chiedono la revoca delle regole dell’esercito per aprire il fuoco, che hanno portato all’impressionante bilancio di morti e feriti a Gaza.

La politica dell’esercito israeliano che consente di aprire il fuoco contro manifestanti a Gaza è palesemente illegale,” ha affermato Suhad Bishara, avvocatessa di uno di questi gruppi, “Adalah”. “Questa politica concepisce i corpi umani (palestinesi) come un oggetto sacrificabile, senza valore.”

Il gruppo [israeliano] per i diritti umani “B’Tselem” ha invitato i soldati a sfidare questi ordini illegali di sparare per uccidere e mutilare.

Prima dell’udienza, i militari israeliani si sono rifiutati di rendere pubblici gli ordini di aprire il fuoco, sostenendo che sono riservati.

Israele ha cercato di presentare le proteste di massa a Gaza come un complotto orchestrato da Hamas per coprire attività “terroristiche”.

Israele non è stato in grado di mostrare alcuna prova di attività armate durante le proteste e i suoi portavoce hanno fatto ricorso a montature – come false accuse secondo cui un video diffuso in rete mostra una ragazza di Gaza che dice degli israeliani “li vogliamo uccidere.”

Lunedì, durante l’udienza, pubblici ministeri dello Stato di Israele hanno continuato a insistere con questo discorso, sostenendo che “informazioni di intelligence riservate” mostrano che le proteste fanno “parte delle ostilità di Hamas contro Israele.”

La Corte israeliana ha aggiornato la seduta senza prendere una decisione, tuttavia storicamente il suo ruolo è stato quello di fornire una parvenza di legalità alle sistematiche violazioni israeliane dei diritti umani palestinesi e di contribuire a far passare Israele a livello internazionale come uno Stato che rispetta il principio di legalità, nonostante decenni di impunità senza controlli e di comportamenti illegali.

Contro le prove

Durante il fine settimana il quotidiano [israeliano] Haaretz ha citato la dichiarazione di un anonimo ufficiale dell’esercito israeliano secondo cui “la maggior parte delle uccisioni di palestinesi da parte dell’esercito israeliano durante le proteste sul confine di Gaza sono state causate da cecchini che miravano alle gambe dei manifestanti, mentre la morte è stato un risultato non intenzionale perché il manifestante si è chinato, un cecchino ha sbagliato il colpo, un proiettile è rimbalzato o circostanze simili.” Secondo l’ufficiale, ha affermato Haaretz, “gli ordini di aprire il fuoco sul confine consentono ai cecchini di sparare solo alle gambe di persone che si avvicinano alla frontiera, e che il petto di una persona può essere preso di mira solo in presenza di un’evidente volontà dell’altra parte di utilizzare armi e di minacciare la vita di israeliani.”

Ma ciò è in netto contrasto con le prove raccolte da ricercatori per i diritti umani e l’affermazione potrebbe indicare che alcuni ufficiali israeliani sono preoccupati delle conseguenze internazionali della politica di uccisioni e mutilazioni premeditate e calcolate. La scorsa settimana Amnesty International ha dichiarato che nella maggior parte dei casi mortali che ha preso in considerazione “le vittime sono state colpite alla parte superiore del corpo, compresi testa e petto, alcune alle spalle.”

Testimoni oculari, prove video e fotografiche suggeriscono che molti sono stati uccisi o feriti deliberatamente mentre non rappresentavano alcun pericolo immediato per i soldati israeliani,” ha aggiunto Amnesty.

Allo stesso modo “Adalah” ha sostenuto che “il 94% dei feriti a morte sono stati colpiti nella parte superiore del corpo (testa, collo, volto, petto, stomaco e schiena).”

Sono stati feriti più di 5.500 palestinesi, di cui 2.000 da proiettili veri.

Nessun israeliano risulta essere stato ferito in seguito alle proteste a Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Il processo di Dareen Tatour e l’insensatezza di essere Israele

Kim Jensen e Yoav Haifawi

18 aprile 2018, The Electronic Intifada

Nel 1985, Mahmoud Darwish scrisse un saggio dal titolo “La follia di essere palestinese”.

Dopo aver riflettuto sugli attacchi contro i campi profughi dei palestinesi in Libano, concluse che un palestinese poteva fare una sola cosa: “diventare più palestinese, un palestinese fino alla madre terra o alla libertà, un palestinese fino alla morte.”

Trent’anni dopo, quando la poetessa e fotografa Dareen Tatour fu sequestrata da casa sua, interrogata, imprigionata e messa a processo per “incitamento alla violenza” e “supporto ad un’organizzazione terroristica”, il suo unico crimine era proprio questo: diventare più palestinese nelle parole e nei versi.

Il 3 maggio è previsto che venga emesso il verdetto * in questa vuota farsa di processo da parte di Adi Bambiliya-Einstein, un giudice del tribunale di Nazareth.

Osservatori dei diritti umani e attivisti per la libertà di parola in giro per il mondo controlleranno per vedere se lo Stato di Israele metterà in prigione un’innocente poetessa palestinese contro ogni evidenza e in aperta violazione del diritto internazionale.

Jennifer Clement, presidente di PEN International, che ha fatto visita a Tatour e famiglia in Reineh – vicino a Nazareth – lo scorso ottobre, ha ribadito la posizione irremovibile del gruppo a sostegno della libertà di espressione.

Dareen Tatour è stata presa di mira per la sua poesia e per il suo attivismo pacifista”, ha detto Clement. “Facciamo appello affinché vengano fatte cadere tutte le accuse contro di lei, e venga rilasciata immediatamente.”

Nonostante tali illustri manifestazioni di solidarietà globale e locale, che hanno incoraggiato l’animo di Tatour, le sue previsioni sul verdetto rimangono cupe. Parlando dal confino della sua casa, dove rimane agli arresti domiciliari, ha rilasciato un messaggio pessimista: “Non c’è speranza né giustizia nelle corti israeliane.”

Il procedimento degli ultimi mesi non ispira fiducia. Le affermazioni conclusive del pubblico ministero Alina Hardak il 18 febbraio, così come il testo di 43 pagine consegnato alla corte, dimostrano un’allarmante impazienza di ottenere una condanna basata su manipolazione emotiva, distorsione e calunnia.

Il fatto che il giudice abbia consentito questa costante recita di falsità e mezze verità per due anni e mezzo non fa presagire bene.

    1. Un caso costruito sulla distorsione

La pecca più evidente nel caso è la mancanza di qualsiasi prova che Tatour abbia provocato un atto di violenza o che il suo lavoro contenga “un appello diretto alla violenza.”

Invece di presentare delle prove, Hardak si è piuttosto impegnato a denigrare Tatour demonizzando sistematicamente tre parole chiave che lei utilizza nei suoi lavori: qawim, intifada, e shahid.

Nonostante la parola qawim – “resistere” – implichi molte forme di lotta, inclusa la lotta non violenta, Hardak ha incorrettamente sostenuto che la parola costituisca un appello diretto alla resistenza violenza. L’accusa ha anche erroneamente sostenuto che la parola intifada, che significa “scuotere via” o “rivolta” possa implicare solamente violenza e terrorismo.

Nonostante queste due interpretazioni sbagliate facciano già abbastanza infuriare, è l’interpretazione errata della parola shahid, o “martire”, ad aver trasformato il lungo procedimento in una bizzarra dimostrazione di vendicativa incompetenza.

Nel contesto della letteratura, della cultura e della politica palestinesi, la parola shahid indica tutti coloro che sono morti nella lotta o in conseguenza dell’occupazione, sopratutto le vittime innocenti.

Ignorando questo fatto incontestabile – come se Google non esistesse – il pubblico ministero ha implacabilmente affermato il pregiudizio razzista israeliano secondo cui la parola shahid sarebbe un nome in codice per terrorista o attentatore suicida.

Questa interpretazione errata e calunniosa ha portato il pubblico ministero fraintendere del tutto “Resisti, mio popolo, resisti loro” (Resist, My People, Resist Them), l’infiammata poesia anti-occupazione scritta da Tatour, in reazione all’esecuzione senza un processo della studentessa palestinese Hadil Hashlamoun e al rogo di due bambini palestinesi, Muhammad Abu Khudeir e Ali Dawabsha.

Il verso al centro dell’accusa – “seguite la carovana dei martiri” – vale come un invito figurato ai lettori a tenere memoria delle vittime, non come esplicito invito al martirio.

La distorsione del concetto del martire è centrale anche nell’accusa relativa a un meme che Dareen ha postato su Facebook, “Io sono la prossima martire”, dopo che soldati e guardie israeliani avevano sparato alla giovane palestinese Israa Abed, ad Afula – una città nell’odierno Israele – nell’ottobre 2015.

Il meme ampiamente diffuso è simile ai popolari “Je suis Charlie” o “I can’t breathe” che esprimono solidarietà alle vittime di violenza. Eppure il pubblico ministero sostiene, ridicolmente, che Tatour lo abbia condiviso per incoraggiare attacchi suicidi.

Propaganda e delusione

Nonostante le autorità israeliane abbiano rapidamente scagionato Israa Abed da qualsiasi imputazione di attentato, i testimoni di polizia nelle udienze di Tatour hanno ripetutamente chiamato Abed “la terrorista di Afula” in modo da associare falsamente Tatour con il terrorismo.

Nel testo scritto e nelle arringhe orali, Hardak, il pubblico ministero, ha caluniosamente sostenuto che nel momento della condivisione del post Tatour sapeva che “lei (Abed) era venuta a Afula per assalire gli ebrei”, anche se Tatour, negli interrogatori, aveva chiarito di non credere alle false accuse contro Abed.

Alla fine delle udienze, non un singolo fatto era rimasto in piedi. Quando la difesa e la campagna internazionale di solidarietà hanno cominciato a concentrarsi sul diritto di Tatour alla libertà di espressione, Hardak ha cambiato tattica e ha addirittura preso a negare che la poesia “Resist, My People, Resist Them” sia una poesia, e che Tatour fosse una poetessa.

In tutto il dispositivo, Hardak evita con cura di riferirsi a Tatour come poetessa, o di chiamare la poesia citata per intero nell’accusa “poesia”, facendo riferimento ad essa solo come “testo” o “parole selezionate”.

Continuando a sostenere che Tatour era influente, e che le sue parole avevano “una vera possibilità di legittimare e incoraggiare atti di violenza e di terrorismo”, Hardak scrive che Tatour veniva invitata “a presenziare” a eventi pubblici, evitando diligentemente di dire che veniva invitata a recitare le sue poesie.

Mentre riportiamo questi fatti di propaganda e delusione, è chiaro che il processo di Dareen Tatour è dimostrazione non della follia di essere palestinese, ma piuttosto della follia di essere Israele. Che è la follia di uno Stato sistematicamente tollerante nei confronti di terroristi israeliani giudicati colpevoli, e intenzionato, invece, a perseguire espressioni non violente di protesta palestinesi.

Questa è la follia di uno Stato che impiega cecchini per prendere di mira manifestanti disarmati e sostiene che i cecchini stanno semplicemente difendendo il “confine”.

Questa è la follia di uno Stato basato sulla negazione fondamentale del popolo indigeno che ha fatto punto centrale della propria identità il resistere alla propria stessa cancellazione.

A prescindere da cosa dirà il verdetto del 3 maggio, possiamo essere certi che lo spettacolo dell’ingestibile follia finirà solo quando il popolo palestinese, che rifiuta di essere cancellato o messo a tacere, otterà pieni e uguali diritti.

Per parte sua, Dareen Tatour è occupata a scrivere un libro sulla sua disavventura, intitolato My Dangerous Poem [La mia pericolosa poesia] . Se gli attivisti in giro per il mondo eserciteranno abbastanza pressione, si può sperare che riuscirà a finirlo, pubblicarlo e pubblicizzarlo da donna libera.

*Nota redazionale: Dareen Tatour è stata condannata il 3 maggio per incitamento alla violenza e per sostegno al terrorismo. Il 31 maggio si saprà l’entità della condanna che può arrivare fino a 8 anni di galera.

Kim Jensen è una scrittrice, poetessa e attivista che abita a Baltimore. I suoi libri includono il romanzo, The Woman I Left Behind, e due collezioni di poesie, Bread Alone e The Only Thing that Matters. È professoressa di Inglese e studi sulle donne alla Community College di Baltimore County. Yoav Haifawi è un attivista anti-sionista e tiene i blog Free Haifa e Free Haifa Extra.

(Traduzione di Tamara Taher)