Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Prima parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Scheda di sintesi

A settembre 2025 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a trasformare il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente: più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto prolungato nonostante la crescente pressione esterna. Questa sintetica analisi politica sostiene che questa retorica rispecchia una dottrina emergente: un progetto politico-economico strutturato attorno ad una permanente mobilitazione nazionale, uno stato di guerra preventivo e un’espansione accelerata dell’industria della difesa.

Però lo spostamento del regime israeliano verso l’autosufficienza non sta producendo una piena autarchia. Al contrario l’economia di guerra si sta consolidando in un modello ibrido che combina la nuova produzione interna nei settori critici della difesa ad una maggiore integrazione nelle reti transnazionali di approvvigionamento, in modo da allontanare il rischio di sanzioni. Questa configurazione smussa l’impatto degli strumenti convenzionali di attribuzione di colpa, come l’embargo di armi frammentario o attuato debolmente. Di conseguenza le risposte internazionali devono andare al di là del quadro di sanzioni tradizionali e invece puntare all’infrastruttura materiale e ai gangli di dipendenza che reggono l’economia di guerra di Israele.

Raccomandazioni

La società civile e i movimenti di base dovrebbero esercitare pressioni ampliando le campagne al di là del boicottaggio dei consumatori per concentrarsi sulle infrastrutture logistiche e di servizi. Le catene di approvvigionamento marittimo restano un punto chiave: azioni coordinate di lavoratori portuali e blocchi dei porti possono aggiungere costi diretti al trasferimento di armi. Prendere di mira gli assicuratori, gli enti di certificazione, gli spedizionieri e i servizi portuali può aumentare ulteriormente i rischi connessi al trasporto di materiali militari verso Israele. L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo elemento di leva. L’ecosistema dell’innovazione nella difesa di Israele è profondamente incorporato nell’infrastruttura globale dei cloud, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne quale ” Nessuna tecnologia per l’apartheid” dimostrano che l’organizzazione dei lavoratori, le minacce all’approvvigionamento e la pressione degli azionisti possono interrompere queste dipendenze nei servizi. La pressione dovrebbe anche concentrarsi sull’infrastruttura fisica che rende possibili i sistemi di guerra digitale.

I governi nazionali e gli enti di regolamentazione mantengono una notevole influenza poiché il settore della difesa di Israele rimane dipendente dai componenti importati e dalla permissività normativa degli Stati partner. Rafforzare i controlli sull’esportazione dei componenti dual use [doppio uso, civile e militare, ndtr.], applicare provvedimenti contro il trasbordo e la rietichettatura e ampliare i requisiti di dovuta diligenza per assicuratori, finanzieri e intermediari logistici può porre limiti a questi fattori abilitanti esterni. I governi possono anche limitare i partenariati d’appalto, le collaborazioni nella ricerca e i contratti di concessione di licenze tecnologiche che coinvolgano aziende implicate.

Le coalizioni del sud globale possono contribuire a colmare le lacune nella applicazione delle sanzioni causate da regimi sanzionatori frammentati. L’applicazione coordinata degli embargo, la cooperazione doganale, il blocco della logistica e la condivisione di informazioni di intelligence possono impedire le strategie di dirottamento attraverso giurisdizioni permissive. Le esportazioni di prodotti strategici, come energia e materie prime, possono anch’esse funzionare da strumenti coordinati di pressione economica.

Le istituzioni finanziarie e multilaterali costituiscono un altro elemento di pressione, poiché l’economia di guerra di Israele resta inserita nei sistemi di finanza e di innovazione globale. Condizionare gli investimenti, le garanzie del credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto umanitario internazionale, accrescendo al contempo il controllo sul capitale a rischio e sul finanziamento della tecnologia dual use può limitare l’espansione dell’industria della difesa e l’accesso a infrastrutture finanziarie cruciali. Nascenti iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per attuare mirate restrizioni finanziarie indipendenti dalle limitazioni normative USA.

Introduzione

A settembre 2025 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spronato gli israeliani a prepararsi ad intensificare l’isolamento internazionale trasformando il Paese in una “Super Sparta” del Medio Oriente, più militarizzato, economicamente autosufficiente e in grado di sostenere un conflitto duraturo nonostante la crescente pressione esterna. Infatti dopo ottobre 2023 la leadership israeliana ha posto in atto, e iniziato a perseguire in modo selettivo, uno spostamento verso una maggiore autonomia strategica tesa a sviluppare un’economia di guerra resiliente rispetto alle sanzioni.

Il presente documento programmatico situa questi sviluppi all’interno di ciò che definisce una nascente dottrina “Super-Sparta”. Il termine, in questo contesto, va oltre la retorica politica per descrivere un progetto istituzionale politico-economico strutturato attorno ad una mobilitazione nazionale permanente, una dottrina di guerra preventiva ed un’accelerata espansione dell’industria della difesa. Questo cambiamento si sviluppa nel contesto dei ripetuti attacchi militari israeliani contro l’Iran, a dimostrazione di come l’economia di guerra operi in pratica per consolidare l’impunità e vanificare l’attribuzione di responsabilità. Ma anche se lo Stato sionista porta avanti un programma di autonomia, questa traiettoria non rispecchia un consenso nazionale consolidato ed è segnata da tensioni istituzionali che rivelano vulnerabilità strutturali.

Di conseguenza, piuttosto che perseguire una piena autarchia (autosufficienza economica nazionale) l’economia di guerra di Israele sembra consolidarsi in un modello ibrido che unisce la nuova produzione interna all’integrazione strategica globale. Questa configurazione distribuisce i rischi su tutte le reti transnazionali piuttosto che concentrarli entro un unico canale di scambio sanzionabile. Il primo pilastro di questa strategia consiste nell’espandere la capacità di produzione interna in settori chiave della difesa, mentre il secondo accresce l’integrazione transnazionale per distribuire le vulnerabilità su reti diversificate e spesso resilienti alle sanzioni. In questo contesto chi scrive sostiene che gli strumenti tradizionali di responsabilizzazione internazionale, in particolare gli embarghi saltuari o attuati incoerentemente, stanno diventando meno efficaci, evidenziando la necessità di strategie che prendano di mira l’infrastruttura materiale e i nuclei di dipendenza che sostengono l’economia di Israele.

Il perseguimento dell’autarchia strategica

La dottrina “Super Sparta” si traduce in proposte politiche incentrate sulla “sovranità industriale”, anche se l’attuazione resta discontinua e contestata a livello istituzionale. L’applicazione più formale di questa autonomia strategica si trova nel rapporto della Commissione Nagel, presentato a gennaio 2025, che invita ad una più vasta produzione interna di armamenti essenziali per ridurre la dipendenza da forniture estere. Questo cardine industriale si accompagna ad uno slittamento dottrinale verso una posizione di “attacco proattivo e preventivo”. Per sostenere questa transizione la Commissione raccomanda un sostanziale incremento della spesa per la difesa che va da un attuale aumento di 36 miliardi di dollari a 74 miliardi nel prossimo decennio. Tra le priorità principali c’è l’espansione su larga scala delle scorte di munizioni per raggiungere l’indipendenza produttiva entro il 2034.

A settembre 2025 il Ministro della Difesa ha istituito una Direzione Nazionale degli Armamenti per centralizzare gli approvvigionamenti, accelerare le catene di produzione interna e implementare lo sviluppo di armi di precisione e droni. I funzionari israeliani hanno riferito di un’accresciuta capacità produttiva locale di diverse munizioni, comprese pesanti bombe aeree, accanto a nuovi impianti per energia e materie prime cruciali e un’ampliata produzione di munizioni. Questa espansione è supportata da programmi di sovvenzioni e incentivi destinati alle tecnologie per la difesa e di dual use.

Il Ministro della Difesa si è posto come guida istituzionale centrale di questa strategia di innovazione della difesa bellica. Nel solo 2024 ha ingaggiato più di 80 startup, molto al di sopra dei livelli precedenti la guerra, elargendo circa 255 milioni di dollari attraverso canali di appalti veloci. Questi contratti funzionano implicitamente come sussidi, che finanziano la ricerca iniziale e lo sviluppo assicurando la domanda, riducendo il rischio commerciale e segnalandone l’attendibilità agli investitori privati. Gli investimenti si sono concentrati in settori strategici come droni, intelligenza artificiale e sistemi autonomi di IA ad uso bellico.

Sono stati anche attivati meccanismi paralleli di finanziamento attraverso l’Autorità Israeliana di Innovazione (IIA). Il suo Programma di incentivi alle imprese in fase iniziale offre sovvenzioni fino a 2,7 milioni di dollari, coprendo fino alla metà dei bilanci approvati e rimborsabili attraverso royalties una volta che si concretizzano le vendite. Dato che queste sovvenzioni non richiedono che le imprese cedano quote azionarie, immettono finanziamenti in tecnologie a lungo ciclo per la difesa e il dual use.

Inoltre il governo israeliano ha riavviato il modello Yozma [progetto per replicare il sistema della Silicon Valley, ndt.] attraverso un’iniziativa “Yozma 2.0”, collocando capitale pubblico in fondi di rischio con un contributo del 30%. Anche se considerate un forte impulso all’innovazione, le priorità belliche hanno diretto gli investimenti sostanziali verso le tecnologie avanzate collegate alla sicurezza. Il finanziamento alle startup dell’IIA, che attualmente distribuisce circa 135 milioni di dollari all’anno, rafforza ulteriormente il canale dell’innovazione. Collettivamente questi strumenti inseriscono le priorità della difesa nell’ecosistema dell’innovazione nazionale di Israele.

Oltre all’industria, la spinta di Israele verso l’autarchia strategica si è allargata alla militarizzazione della società. Dato che la carenza di manodopera è aumentata nel corso della guerra su molti fronti di espansione, una sentenza della Corte Suprema israeliana del 25 giugno 2024 ha eliminato l’esenzione legale al servizio militare per gli studenti ultraortodossi delle yeshiva [scuole per lo studio della Torah, ndtr.], nello sforzo di allargare il bacino di reclutamento. Ne sono seguite precettazioni di massa, comprese 54.000 convocazioni nel luglio 2025. L’iniziativa ha destabilizzato le coalizioni di governo ed ha messo in luce tensioni tra la domanda di personale militare e la stabilità politica, mentre i livelli di reclutamento restano al di sotto degli obbiettivi operativi.

Anche la scarsità di manodopera civile si è aggravata, soprattutto in seguito alla revoca su larga scala di permessi di lavoro ai palestinesi. Gli sforzi per rimpiazzare questa forza lavoro con lavoratori da India, Sri Lanka e Cina hanno faticato a soddisfare la domanda, aumentando i costi e rallentando la produzione. L’allontanamento dal lavoro palestinese riflette la tendenza del colonialismo di insediamento a rimuovere la popolazione indigena dalla sua terra ed un modello occupazionale che privilegia la sicurezza e il controllo rispetto all’efficienza economica. La politica coloniale istituzionalizza un regime di lavoratori segregati in linea con la più vasta architettura del regime militarizzato di apartheid israeliano.

Limitazioni e vincoli della dottrina

La dottrina “Super Sparta” non rappresenta un consenso nazionale consolidato, ma piuttosto un progetto politico-economico contrastato, segnato da fratture interne che probabilmente si allargheranno. Il piano Nagel ha già attirato critiche sulla sua coerenza strategica, la praticabilità fiscale e la responsabilizzazione istituzionale. Il rapporto delinea un esteso programma di espansione industriale ma non stabilisce una strategia politica o operativa pienamente integrata. I meccanismi di finanziamento restano incerti e gli aumenti di budget proposti non si basano su un credibile modello di entrate.

Queste sfide sono complicate da una più ampia frammentazione nella gestione. Studiosi hanno identificato persistenti limitazioni nella capacità di Israele di una elaborazione politica strategica sostenibile, compreso un debole coordinamento interministeriale e lacune nella realizzazione. In quanto organo consultivo la Commissione Nagel manca di formale autorità esecutiva, lasciando le sue raccomandazioni subordinate ad un’approvazione politica all’interno di un sistema di coalizioni frammentato. Al tempo stesso limitazioni materiali, compresa la dipendenza dalla catena di approvvigionamento, la carenza di manodopera specializzata e l’accesso a materie prime cruciali ne complicano la realizzazione. Israele inoltre resta dipendente dalle catene di approvvigionamento globali per semiconduttori, componentistica avanzata e sistemi di propulsione, evidenziando i limiti strutturali del perseguire una piena autarchia.

Parimenti il rapporto si occupa poco delle sfide della forza lavoro o della iniqua distribuzione degli obblighi di servizio militare, in particolare tra le comunità ultra-ortodosse: omissioni che indeboliscono la sostenibilità a lungo termine della forza lavoro. Nel loro insieme queste carenze mettono in luce crescenti tensioni tra l’ambizione strategica e i limiti materiali che deve affrontare il regime israeliano alla ricerca di indipendenza industriale. Esse mettono inoltre in chiaro la distanza tra il discorso sulla “Super Sparta” e la realtà, segnalando che il modello che emerge non è la piena autarchia, ma una limitata forma di autonomia strategica plasmata dal costante riallineamento globale teso a rafforzare la resilienza alle sanzioni.

Ahmed Alqarout

Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nel Medio Oriente e nella regione nordafricana, con un focus sulla competizione tra grandi potenze e sulla economia politica dei conflitti.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I prezzi dei generi alimentari a Gaza salgono alle stelle mentre la chiusura dei valichi aggrava la carenza di cibo durante la guerra con l’Iran

Redazione

10 marzo 2026 – Al Jazeera

Le famiglie di Gaza stanno comprando tutto ciò che possono finché durano le scorte, temendo che il cibo disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

La gente di Gaza si sta nuovamente riversando nei mercati per comprare tutto il cibo che può permettersi, mentre la guerra regionale che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta sconvolgendo un’enclave già dipendente da fragili aiuti e canali commerciali vitali.

Residenti e commercianti affermano che i prezzi sono aumentati vertiginosamente nel giro di pochi giorni, mentre alcuni beni di prima necessità sono diventati scarsi o sono scomparsi del tutto.

In un servizio da Gaza City, Hani Mahmoud di Al Jazeera ha affermato che “l’ultima escalation si sta facendo sentire nel modo più diretto possibile: attraverso la riduzione delle scorte e la restrizione degli accessi ai valichi di frontiera”.

Nei mercati locali i consumatori cercano di assicurarsi il cibo prima che le scorte si riducano temendo che ciò che è disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

Questa ansia riflette la dipendenza di Gaza dai valichi di frontiera con Israele ed Egitto. Quasi tutto il cibo, il carburante, le medicine e altri beni di prima necessità entrano nel territorio tramite camion. Quando questi valichi vengono chiusi o operano a capacità ridotta l’impatto si fa rapidamente sentire nei mercati, negli ospedali e nei sistemi idrici.

Israele ha chiuso i valichi di Gaza il 28 febbraio mentre le forze israeliane e statunitensi attaccavano l’Iran bloccando l’accesso umanitario da e per Gaza e il movimento dei pazienti che necessitavano di evacuazione medica. Le autorità israeliane hanno successivamente riaperto il valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom per gli israeliani) per l'”ingresso graduale” degli aiuti, ma l’accesso è rimasto limitato.

Il valico di Rafah con l’Egitto è rimasto chiuso e le agenzie umanitarie affermano che i volumi attuali sono ben al di sotto del necessario.

Hanan Balkhy, direttrice regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il Mediterraneo orientale, ha dichiarato a Reuters questa settimana che solo circa 200 camion al giorno entravano a Gaza, rispetto ai circa 600 necessari quotidianamente per sostenere la popolazione del territorio. Ha anche affermato che circa 18.000 persone, tra cui bambini feriti e pazienti con malattie croniche, erano ancora in attesa di essere evacuate.

I prezzi schizzano in alto sui mercati locali

Sul terreno Mahmoud afferma che l’impatto è evidente nel costo dei prodotti freschi. Un chilo di pomodori, venduto a circa 1,50 dollari un mese fa, ora costa quasi 4 dollari. Anche cetrioli e patate sono diventati significativamente più costosi rendendo il cibo fresco fuori dalla portata di molte famiglie i cui redditi sono già stati distrutti da mesi di guerra e sfollamenti.

“La gente non può più permettersi di comprare frutta e verdura a causa degli alti prezzi causati dalla guerra tra Israele e Iran”, ha detto un acquirente ad Al Jazeera.

Questo segna un’inversione di tendenza rispetto a solo poche settimane prima. Il monitoraggio dei mercati del Programma Alimentare Mondiale (WFP) di febbraio aveva mostrato un certo miglioramento nella disponibilità di cibo e prezzi più bassi per alcuni prodotti di base rispetto alle fasi precedenti della guerra. Ma il WFP ora afferma che le ultime chiusure delle frontiere hanno innescato forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e che, sebbene alcuni valichi siano stati riaperti, i prezzi rimangono elevati.

Il sistema di aiuti è sotto pressione

Le agenzie umanitarie affermano che le pressioni si estendono ben oltre le bancarelle dei mercati. L’OCHA ha affermato che la chiusura ha costretto al razionamento delle limitate riserve di carburante a Gaza spingendo i partner umanitari a sospendere la raccolta dei rifiuti solidi tramite veicoli e a ridurre la produzione di acqua. Ha aggiunto che sono state attivate misure di emergenza in ospedali e centri di assistenza sanitaria primaria.

Il contesto generale della sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema globale di monitoraggio della fame utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, ha dichiarato a dicembre che Gaza non era più in condizioni di carestia dopo il miglioramento dell’accesso agli aiuti durante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, aveva avvertito che la ripresa delle ostilità o l’interruzione degli aiuti avrebbero potuto rapidamente annullare tali progressi.

Anche il WFP ha avvertito che i fragili progressi a Gaza potrebbero essere rapidamente annullati se l’accesso non fosse sostenuto. Ha affermato che la riapertura di Karem Abu Salem potrebbe offrire un certo sollievo, ma che senza corridoi umanitari affidabili l’agenzia potrebbe essere costretta a tagliare le razioni alimentari per un gran numero di persone.

Con un accesso ancora così limitato le famiglie di Gaza affrontano una crescente incertezza sulla possibilità di garantirsi scorte alimentari essenziali nei giorni a venire.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele è preda di un fervore messianico per una guerra biblica

Lubna Masarwa
5 marzo 2026 – Middle East Eye


Sostiene che i fanatici sono Hamas e Iran – ma lo stesso Israele si sta imbarcando sempre più in una crociata religiosa

Mi sono alzata alle 2 del mattino, confusa riguardo a se i rumori che stavo sentendo fossero sirene di un attacco aereo o una folla nelle sinagoghe vicine, che cantava e ballava nelle ultime ore di celebrazione della festa di Purim.

Mercoledì migliaia di ebrei israeliani sono scesi nelle strade di Gerusalemme sfidando le istruzioni della polizia e del Comando del Fronte Interno.

Dall’altra parte della città la   moschea di Al-Aqsa è stata chiusa per il quinto giorno nel bel mezzo del Ramadan con il pretesto che c’è in corso una guerra ed è troppo pericoloso consentire preghiere in pubblico.

Per un breve momento in Israele si è sviluppata un’atmosfera carnevalesca. La parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Limor Son Har-Melech si è mascherata da boia. Il suo partito è il principale sostenitore di una legge attualmente in fase di discussione alla Knesset che imporrebbe la pena di morte contro prigionieri palestinesi condannati per omicidio.

Era una festa o una guerra?

Etsiq, che lavora in un negozio di alimentari a Gerusalemme, ha una sua teoria sul perché il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto questo momento per bombardare l’Iran: per riecheggiare l’uccisione di Haman dalla storia di Purim nel Libro di Ester, che viene letto durante la festa.

Durante l’impero degli Achemenidi Haman, un funzionario della corte del re di Persia, venne coinvolto in un piano per uccidere il popolo ebraico della regione e poi messo a morte per impiccagione dopo l’intervento di Mordechai.

Quando ho chiesto a Etsiq come se la stava cavando in mezzo a questa crisi, ha risposto: “Amiamo la guerra. E’ buona anche per la vendita di alimenti.”

Cambiare la narrazione

Etsiq non è affatto l’unico. Le reti sociali sono piene di immagini dell’ultimo leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, trasformato digitalmente nel cattivo Haman di oggi. Un’immagine lo rappresenta con le “orecchie di Haman”, un riferimento agli hamantaschen , i dolci triangolari [di pasta frolla e marmellata, ndt.] che tradizionalmente gli ebrei mangiano a Purim.

Anche molti siti ebraici di notizie si sono chiesti se la storia si stesse ripetendo. Avri Gilad, un importante personaggio televisivo di Channel 12 News, si è presentato nel suo programma del martedì vestito da pilota.

Gilad ha affermato che si stava scrivendo un nuovo capitolo del Libro di Ester: “E’ sorprendente che ciò avvenga dopo 2.000 anni ed è davvero la stessa cosa … tutta la vicenda che si chiude con una sorprendente importanza epocale.”

Poco a poco Israele sta cambiando la narrazione secondo cui esso esiste in conseguenza dell’Olocausto. Sta emergendo un nuovo linguaggio che utilizza vicende bibliche per giustificare la visione del Grande Israele.

Alla vigilia di Purim Netanyahu ha visitato a Beit Shemesh, fuori Gerusalemme, il sito di un attacco missilistico iraniano che ha ucciso nove israeliani.

In seguito ha postato su X (ex Twitter): “Leggiamo in questo brano settimanale della Torah: ‘Ricorda quello che ti ha fatto Amalek.’ Lo ricordiamo e agiamo.” Questo confronto con il nemico biblico del popolo ebraico è stato citato anche contro Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

Prima che arrivasse il premier uno degli abitanti della zona ha scoperto un tallit, uno scialle da preghiera ebraico, rimasto intatto dopo l’attacco missilistico. “Qui è bruciato tutto e solo il tallit e lo Yalkut Yosef [libro delle preghiere] non sono bruciati. E’ un miracolo, quindi preghiamo insieme,” ha detto l’abitante.

Anche ministri del governo hanno invocato una finalità religiosa nell’attacco all’Iran. Orit Strook, il ministro per gli Affari delle Colonie, ha detto in un’intervista radiofonica: “Quando il primo ministro mi ha chiamato… gli ho detto che era giusto che ciò stesse avvenendo a Shabbat Zachor, quando leggiamo della eliminazione di Amalek.” Netanyahu avrebbe risposto: “Questa volta non stiamo solo ricordando e leggendo, questa volta stiamo agendo.”

Confini superati

In una coalizione appoggiata dai partiti religiosi altri membri del governo di Netanyahu hanno manifestato opinioni simili.

Il parlamentare Machal Woldiger, del partito Sionismo Religioso [di estrema destra dei coloni, ndt.], ha detto ad un’emittente radiofonica israeliana: “Stiamo facendo la storia. Stiamo entrando nella Bibbia. Sono giorni speciali e santi per il popolo di Israele; tutto sta andando per il meglio.”

Questa narrazione secondo cui il popolo ebraico si sta vendicando del passato biblico è talmente forte che la stanno utilizzando anche i politici laici.

Yulia Malinovsky, parlamentare del partito dell’opposizione laica Yisrael Beiteinu [nazionalista di destra, che rappresenta gli immigrati russi, ndt.], ha reagito all’assassinio di Khamenei postando: “E’ stato eliminato l’Haman contemporaneo.”

E Yair Lapid, leader dell’opposizione, che è diventato un simbolo di secolarismo, ha appoggiato l’idea di una Grande Israele dicendo: “Il sionismo è basato sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla Terra di Israele è biblico.”

Questa idea ha ottenuto un inquadramento intellettuale e politico. Eitan Lasri, un ex- consigliere di Netanyahu, ha detto sul sito in rete di Channel 14: “Ancora una volta lo Stato di Israele affronta una minaccia proveniente da quello stesso contesto storico, questa volta nella forma del regime iraniano.”

Lasri ha concluso: “La campagna di Purim… è una lotta tra il desiderio di distruggere e il diritto di vivere. Proprio come ai tempi di Mordechai ed Ester la minaccia si è trasformata in vittoria; quindi anche nella nostra generazione possiamo trasformare la minaccia in un’opportunità.”

Per 75 anni questa lotta è stata inquadrata come un conflitto per la terra, e come tale ha avuto dei parametri. Ha avuto una definizione e dei confini. E’ stata una lotta per liberare la terra palestinese dall’occupazione. La terra è negoziabile, la religione no. Ora questi confini sono stati superati. Se gli israeliani vogliono davvero trasformarla in una guerra di religione, devono pensare alle conseguenze. Dovrebbero prendere in considerazione le forze del mondo islamico che si potrebbero sollevare per opporsi a loro.

Ora i palestinesi non stanno lottando solo contro l’occupazione, ma contro un crescente fondamentalismo religioso messianico.

Israele cerca ancora di presentarsi all’opinione pubblica occidentale come una democrazia occidentale. Sostiene che i fanatici religiosi sono Hamas e l’Iran. Ma lo stesso Israele sta lottando sempre più una guerra di religione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è una giornalista e capo della redazione di Palestina e Israele di Middle East Eye con sede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’espansione territoriale di Israele dopo ottobre 2023

Armin Messager 

5 marzo 2026 – Orient XXI

Se il 7 ottobre 2023 costituisce un importante punto di svolta nella ricomposizione dei rapporti di forza in Medio Oriente, è anche stato il pretesto per ridisegnare le linee di demarcazione. Israele ha così colto questa opportunità per consolidare ed estendere il suo dominio territoriale a Gaza, in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano e in Siria, determinando delle situazioni de facto durature sul terreno. Una costante nella storia coloniale dello Stato.

Quali sono le frontiere di Israele? Non hanno smesso di evolversi – e di essere ricacciate indietro – dal 1949, con ognuna delle guerre condotte contro i suoi vicini. Troppo spesso presentate come operazioni di “difesa”, le offensive che Tel Aviv conduce sui fronti limitrofi dopo il 7 ottobre 2023 si inscrivono in questa lunga storia. Facciamo notare che questa evoluzione territoriale è ampiamente ammessa pubblicamente attraverso le cartografie militari, gli editoriali sulla strategia e le dichiarazioni dei responsabili.

Gaza divisa in due blocchi

Per la striscia occupata da Israele dal 1967 il cessate il fuoco stabilito nell’ottobre 2025 non ha comportato un ritorno alla situazione geografica precedente il 7 ottobre. Lungi dal cristallizzare le posizioni, ha confermato una trasformazione già in atto. Dopo gli sfollamenti forzati delle popolazioni da est verso ovest dopo ottobre 2023 e le progressive incursioni militari, si è imposto un nuovo controllo territoriale.

Questa riorganizzazione è stata poi formalizzata con la creazione di “zone di sicurezza”, spazi posti sotto diretto controllo militare e in parte svuotate dalla loro popolazione. Quanto alle “linee di demarcazione”, spesso materializzate dalla “linea gialla” sulle carte, esse restano fluide e mobili, rispecchiando un rapporto di forza ancora instabile piuttosto che una frontiera stabilizzata.

L’enclave è divisa in due blocchi: circa il 53% del territorio è posto sotto il controllo militare israeliano, contro il 47% spettante alla popolazione di Gaza. Questa separazione è stata concretizzata da dicembre 2025 da una “linea gialla”: il posizionamento di blocchi di cemento colorati di giallo e barriere di terra che costituiscono di fatto una frontiera interna. Queste zone sono state dichiarate zone di tiro o vietate, rendendo altamente improbabile il ritorno di civili e accentuando una compressione demografica senza precedenti nell’enclave occidentale. Inoltre la maggioranza dei terreni agricoli e più della metà dei pozzi d’acqua si trovano sotto il controllo israeliano.

Immagini satellitari rivelano un progressivo spostamento di questi blocchi, un centinaio di metri dopo l’altro, senza una dichiarazione ufficiale. Al tempo stesso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha evocato la creazione di una “nuova linea di frontiera”, lasciando intravedere la possibilità di una stabilizzazione duratura di questa divisione. La “linea gialla” segna una svolta nella misura in cui la zona cuscinetto non è più periferica, ma interna e mobile e ridisegna lo spazio nel cuore stesso dell’enclave.

In Cisgiordania un livello record di espansione coloniale

In seguito agli Accordi di Oslo (settembre 1993) la Cisgiordania è stata divisa in tre zone: la zona A (18%) sotto controllo palestinese ma sottoposta a regolari incursioni israeliane; la zona B (22%) sotto controllo civile palestinese e con la sicurezza congiunta con gli israeliani; la zona C (60%) sotto totale controllo israeliano, che include la maggioranza delle colonie e delle risorse, in particolare i terreni agricoli. Ma le restrizioni imposte dal governo israeliano limitano pesantemente l’edificazione, l’accesso all’acqua e alle infrastrutture.

Dopo il 7 ottobre 2023 diversi poteri amministrativi sono stati trasferiti dall’esercito ad un’autorità civile diretta dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. Questo spostamento da un regime militare ad un’amministrazione civile incorporata nello Stato israeliano costituisce una tappa decisiva verso l’annessione e ne prepara la definizione dal punto di vista giuridico. Parallelamente il massiccio armamento dei coloni, con 120.000 armi distribuite dal 2023, incoraggiato dal Ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir e presentato come “difesa civile”, permette loro di effettuare direttamente espulsioni, aggressioni e incendi di terreni palestinesi. Queste azioni mirano a scacciare i contadini dalle zone rurali per concentrare la popolazione nelle città e frammentare ulteriormente lo spazio palestinese.

Nel 2025 l’espansione coloniale ha quindi raggiunto livelli record: annuncio di 22 nuove colonie, legalizzazione di avamposti e ripresa del progetto E1 che prevede la costruzione di 3.000 abitazioni israeliane tra Gerusalemme est e la colonia di Maale Adumim, con il rischio di tagliare in due la Cisgiordania. Soprattutto, il 15 febbraio 2026 il riassetto del catasto fondiario che consente di dichiarare “terre dello Stato” delle proprietà palestinesi i cui proprietari sono stati costretti ad andarsene.

Questa procedura facilita e sistematizza il loro acquisto da parte di israeliani e amplia le possibilità di intervento e amministrazione israeliane. Oggi si contano 737.000 coloni israeliani in tutti i territori della Cisgiordania e a Gerusalemme est, contro i 622.000 nel 2017. Queste politiche si inscrivono in una linea di condotta assunta dai ministri di estrema destra Smotrich e Ben Gvir, favorevoli all’annessione.

Dopo il 7 ottobre 2023 l’espansione coloniale in Cisgiordania si è intensificata in modo spettacolare. Secondo l’ONG israeliana ‘Pace adesso’ [nota come Peace Now, ndt.] nel 2024 e all’inizio del 2025 più di 2.400 ettari sono stati dichiarati “terra di Stato”, cioè lo 0,68% della zona C. I coloni hanno aperto 116 km. di nuove strade non autorizzate, frammentando ulteriormente il territorio e limitandone l’accesso ai palestinesi. Per di più sono stati creati 86 nuovi avamposti, tra cui 60 aziende agricole.

L’impatto umano è enorme: secondo l’Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU (OCHA), dalla fine del 2023 in Cisgiordania sono stati uccisi 1.222 palestinesi e 39.843 persone sono state sfollate, almeno temporaneamente. L’anno 2025 ha segnato anche un record negli attacchi e danneggiamenti alle proprietà palestinesi con 1.828 incidenti, mentre la giustizia israeliana desiste dalla maggior parte delle incriminazioni, lasciando che i coloni agiscano nella quasi totale impunità.

Nel sud del Libano la “zona cuscinetto” è una “zona morta”

La massiccia offensiva aerea israeliana è iniziata il 23 settembre 2024, seguita una settimana dopo dal dispiegamento delle truppe di terra. Ha comportato un’enorme distruzione in una fascia di circa 5 km. a nord della “linea blu”, confine tracciato dall’ONU nel 2000, all’indomani del ritiro israeliano dal sud del Libano occupato dal 1978. Poi i bombardamenti aerei quasi quotidiani, i tiri d’artiglieria, l’uso di armi incendiarie e ora anche di glifosato [erbicida molto inquinante e potenzialmente cancerogeno, ndt.] hanno reso inabitabili vaste aree.

Ufficialmente Israele ha dichiarato di non intendere creare una “zona cuscinetto”, ma respingere l’unità Radwan di Hezbollah. Nei fatti tuttavia ha creato un corridoio svuotato dalla sua popolazione civile – più di 95.000 libanesi erano già stati sfollati dal giugno 2024 -, le infrastrutture – strade, reti d’acqua e di elettricità, terreni agricoli – sono state distrutte o pesantemente danneggiate e intere aree di villaggi sono state rase al suolo durante la guerra. Il rischio di morte, le distruzioni, l’impossibilità di vivere in assenza di infrastrutture, il degrado ecologico hanno trasformato il tessuto sociale e demografico locale, da cui l’appellativo di “zone morte”. Se alcuni abitanti sono progressivamente ritornati a novembre 2025, questo non riguarda tutti i villaggi.

Nonostante a gennaio 2026 l’esercito libanese abbia dichiarato di aver completato il disarmo di Hezbollah tra il fiume Litani e la “linea blu”, come convenuto in base al cessate il fuoco, i bombardamenti si susseguono, in violazione dell’accordo. Israele ha piazzato cinque basi israeliane al di là di questa linea – Labunneh, Jabal Blat, Shaked, Houla e Hamamis – ed eretto un muro di monoblocchi di cemento alti nove metri, incorporando nuovi terreni di contadini del sud (4.000 m2 nel 2025).

Dei coloni [israeliani] premono per avviare la costruzione di colonie: uno scenario simile alle annessioni della zona cuscinetto nel Golan. Il 2 marzo 2026 Israele ha ordinato l’evacuazione di 30 villaggi del sud del Libano provocando, ancora una volta, uno sfollamento forzato della popolazione. Poi il 4 marzo ha ordinato lo sfollamento di tutta la popolazione libanese presente a sud del fiume Litani verso nord, conformemente alle proiezioni coloniali espansioniste dell’apparato statale israeliano dopo il 1978.

In Siria, tra desiderio di espansione e strategia militare

Dalla guerra del giugno 1967 Israele occupa le Alture del Golan, sottratte alla Siria al termine dei combattimenti. Poco a poco si è sviluppata una politica di colonizzazione, mentre la “Legge sul Golan” del 1981 ha formalizzato l’annessione della regione, in modo illegale ai sensi del diritto internazionale. Nel 2019 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riconosciuto la sovranità israeliana sul Golan. In seguito la colonizzazione si è estesa, con circa 32 insediamenti.

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, Israele ha approfittato del caos per lanciare una vasta operazione terrestre in Siria. Ha preso il controllo della zona demilitarizzata instaurata nel 1974 dopo la guerra di ottobre 1973, ostacolando la missione della forza [di interposizione] delle Nazioni Unite (FNUOD) incaricata di controllare il disimpegno. Il suo esercito è avanzato nelle regioni di Deraa e Kuneitra, occupando ulteriori circa 350 km2, dal monte Hermon alla conca di Yarmuk. Parallelamente diverse centinaia di attacchi aerei hanno puntato alle infrastrutture militari siriane. Al tempo stesso il governo israeliano ha approvato un piano inteso a raddoppiare la popolazione dei coloni ebrei nella parte siriana del Golan.

Ormai si contano nove posizioni militari israeliane stabilite nei territori occupati, in particolare intorno a Kuneitra. All’inizio della transizione siriana Israele ha prima giustificato questi movimenti con la necessità di prevenire una minaccia “terroristica” e la creazione di una “zona di difesa sterile”. Per Damasco si è trattato di una violazione del cessate il fuoco del 1974. Israele ha sostenuto allora che l’accordo era decaduto con la scomparsa del suo firmatario de facto [cioè il deposto presidente Assad, ndt.], invocando l’autodifesa.

Se la posizione israeliana si inscrive nella logica storica di espansione e di proiezione strategica, le analisi e i discorsi dei responsabili israeliani trasmettono anche una persistente inquietudine di fronte alla nascita alle loro frontiere di uno Stato siriano centralizzato e allineato con Ankara. La creazione di una zona cuscinetto presenta allora una doppia finalità: contenere le ricomposizioni regionali e ostacolare un asse Damasco-Ankara, ponendo i cardini di un dispositivo di controllo e di dissuasione, ridisegnando l’equilibrio ai confini, suscettibile di influenzare ogni futuro accordo politico a beneficio di Israele.

Peraltro i segnali di apertura indirizzati ai drusi siriani che popolano il Golan non indicano solo una politica di vicinato pragmatico. Si inseriscono nella tradizione della “politica delle periferie”, consistente nello sfruttare le linee di frattura interne delle società vicine cercando appoggi tra alcune minoranze. In questo caso, sfruttando i massacri dei drusi del luglio 2025.

Il Golan costituisce uno spazio strategico fondamentale per Israele: sovrasta il sud della Siria, garantisce il controllo delle risorse idriche del lago di Tiberiade e delle sorgenti del Giordano situate sul fianco occidentale del Monte Hermon e offre avvicinamento territoriale a Damasco. Grazie all’altitudine Israele può sorvegliare e controllare il terreno a distanza, identificare ogni minaccia e intervenire, ciò che gli consente un margine di manovra più rilevante rispetto a quello di Damasco. Questa topografia vale a queste alture l’appellativo di “occhi di Israele”, che consentono la sorveglianza e l’installazione di basi militari.

Parallelamente prosegue l’integrazione civile dei territori: infrastrutture, progetti energetici e impianti rafforzati trasformano queste zone in elementi funzionali dello Stato. Al tempo stesso le popolazioni originarie dei nuovi territori intorno a Kuneitra sono spinte ad abbandonare le loro terre. L’estensione del controllo israeliano, che prenda la forma di occupazione militare, di colonizzazione o di annessione, poggia sia su logiche materiali – risorse, alture strategiche, assi militari – sia su una dimensione simbolica e religiosa. Molti luoghi contesi sono investiti di una carica biblica integrata nell’immaginario di Eretz Israel (la terra di Israele) e per certe correnti ad una linea temporale messianica.

L’annessione procede sempre per tappe: sfollamento delle popolazioni native, smilitarizzazione, creazione di zone cuscinetto, dominio militare, stabilimento di colonie e poi formalizzazione giuridica. Si assiste all’articolazione di fatti compiuti militari, di ingegneria demografica e di normalizzazione giuridica, un bacino di risorse e un progetto ideologico. Questa dinamica si accompagna a sfollamenti ed esili ripetuti: sradicamento dalla terra, dalla memoria, dai legami sociali, cose che mantengono i cicli di violenza ed installano durevolmente un ordine strutturalmente ineguale fondato sulla costrizione, la sottomissione e l’umiliazione delle popolazioni vicine, sotto gli occhi nel migliore dei casi passivi, complici nel peggiore, dei Paesi occidentali.

Armin Messager

Dottorando in scienze politiche a Science Po di Parigi.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Coazione a ripetere”: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dana Mills

4 marzo 2026 – +972 Magazine

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.

Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La verità sulla violenta espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948 non è una novità

Amira Hass

3 marzo 2026 – Haaretz

I documenti israeliani recentemente scoperti confermano ciò che i palestinesi affermano da decenni su espulsioni e massacri

“Migliaia di documenti recentemente scoperti permettono ora di raccontare la vera storia dell’espulsione dei palestinesi da parte di Israele nel 1948”, dichiara il sottotitolo di un altro inquietante articolo dello storico Adam Raz, pubblicato di recente. Il titolo non coglie nel segno. I palestinesi raccontarono la “vera storia” del ’48 da molto prima che questi documenti emergessero. L’essenza di quella storia è sempre stata chiara: l’esercito ebraico li espulse intenzionalmente, e uno dei mezzi impiegati furono omicidi e massacri.

Il sottotitolo non è del tutto coerente con l’articolo stesso: Raz cita la letteratura e gli studi palestinesi – di Saleh Abd al-Jawad e Adel Manna – basati su testimonianze orali. Questi studi e opere letterarie, anche se pubblicati dopo la Nakba, attingevano alla conoscenza diretta di quanto era accaduto. Questa conoscenza proveniva da centinaia di migliaia di persone che avevano vissuto gli eventi mentre si svolgevano.

Anche se questa conoscenza non fu immediatamente trascritta, verificata con metodi storici convenzionali o tradotta in ebraico, essa trasmetteva la vera storia fin dall’inizio. Era la conoscenza degli espulsi, dei sopravvissuti, degli “assenti presenti”, delle sorelle in lutto e degli abitanti del villaggio che cercavano di raggiungere – “infiltrarsi”, nel nostro linguaggio – i loro vigneti per raccogliere i frutti dagli alberi piantati dai loro genitori. Apparteneva ai giovani che cercavano vendetta con le armi, agli studenti che cantavano il ritorno in patria e ai fondatori delle organizzazioni di liberazione.

Presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che vengono alla luce significa concedere all’autore del reato in esclusiva la prima e l’ultima parola nello stabilire quale sia la storia vera.

Le ipotesi dei ricercatori – e spesso le loro conclusioni esplicite – tratte da queste testimonianze e dal chiaro schema che ne emergeva si sono dimostrate più accurate delle affermazioni di coloro che davano priorità ai documenti scritti sopra ogni altra cosa. Ad esempio: che l’espulsione fosse pianificata piuttosto che spontanea e che gli atti di massacro fossero più numerosi di quanto inizialmente riportato.

Raz osserva che dei 17 milioni di documenti conservati negli Archivi di Stato israeliani e negli Archivi dell’IDF e dell’Ente di Difesa oltre 16 milioni sono inaccessibili al pubblico. Il loro occultamento è deliberato. Si può ragionevolmente supporre che se questi documenti avessero contraddetto le testimonianze orali sulla Nakba e sulla Guerra d’Indipendenza ebraica lo Stato si sarebbe affrettato a renderli pubblici.

Quindi un sottotitolo più accurato avrebbe potuto recitare: “Migliaia di documenti scoperti per caso e rivelati grazie ai tenaci sforzi dell’Istituto Akevot [Organizzazione fondata nel 2014 con l’obiettivo di sostenere il lavoro dei difensori dei diritti umani anche ampliando l’accesso del pubblico agli archivi del governo israeliano, n.d.t.] confermano la vera storia raccontata dai palestinesi sul ’48 – una storia che la società israeliana si è rifiutata di ascoltare”.

“La storia di ogni società esistita fino ad oggi è la storia di lotte di classe… oppressori e oppressi… in costante opposizione l’uno all’altro”, scrissero Karl Marx e Friedrich Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”. Potremmo ampliare questa formulazione per includere le lotte di genere, interetniche e nazionali. La verità sullo sfruttamento, l’oppressione e il profitto a spese altrui esiste con o senza documentazione.

I documenti – soprattutto quelli prodotti dagli oppressori e profittatori, da chi ha espulso e da chi ha massacrato – aggiungono dettagli cruciali. Consentono precisione: la sequenza degli eventi, le date, i tipi di armi e munizioni, i nomi di coloro che hanno impartito gli ordini, nonché i moventi e gli obiettivi definiti dai loro autori. Ma presentare tali documenti come se fossero gli unici a rivelare la verità – o come se la verità esistesse solo una volta che essi vengono alla luce – significa concedere in esclusiva all’autore del reato la prima e l’ultima parola nello stabilire la verità storica.

Questa assurda gerarchia è familiare a qualsiasi giornalista che si occupi di questioni palestinesi e non consideri il proprio ruolo come un rafforzamento della narrazione israeliana sulla sicurezza. Le testimonianze palestinesi sono generalmente considerate dagli israeliani come materiale giornalistico di qualità inferiore. Un video o una foto incriminanti – ad esempio, di un attacco di coloni, di abusi da parte di un soldato o di una guardia carceraria, o di un detenuto rilasciato dalla custodia dell’Israel Prison Service che sembra appena uscito da un campo di concentramento – hanno maggiori probabilità di essere accettati come prova credibile.

In cima a questa gerarchia di “verità” c’è il documento segreto israeliano trapelato o la dichiarazione di un funzionario israeliano. Ottenere tale materiale è considerato giornalismo investigativo. Di solito conferma – spesso non in tempo reale e solo dopo che sono già stati arrecati gravi danni – le testimonianze palestinesi, respinte come inferiori, accumulate in precedenza.

Ad esempio: il movente dell’espropriazione alla base della dichiarazione di “zone di tiro”, la forza sproporzionatamente letale usata per reprimere le manifestazioni nelle prime settimane della seconda intifada, il fuoco delle IDF contro gli abitanti di Gaza in fuga con bandiere bianche durante la guerra del 2008-2009, l’uso proibito del fosforo bianco contro i civili e la designazione di intere famiglie come obiettivi legittimi nella guerra del 2014. Queste pratiche non sono iniziate il 7 ottobre 2023. Eppure, i resoconti basati sulle testimonianze palestinesi acquisiscono valore solo una volta confermati da un’autorità della sicurezza[israeliana] o da un documento scritto israeliano.

A causa di questa gerarchia giornalistica distorta, quando le testimonianze orali si accumulano – una dopo l’altra, rivelando lo stesso schema in luoghi e tempi diversi, come l’uccisione di palestinesi, compresi bambini, che non rappresentavano una minaccia per nessun soldato – una singola smentita da parte del portavoce delle IDF è sufficiente a spingerle nella cantina dell’attenzione pubblica israeliana.

Ma per quanto profonda possa essere quella cantina, la vera storia – del nostro potere distruttivo, letale, espropriante ed espulsivo – rimane intatta e valida, e va ricercata al di fuori di questo potere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Rubio conferma l’eresia: gli USA sono entrati in guerra contro l’Iran a causa di Israele

Philip Weiss

3 marzo 2026 – Mondoweiss

L’eresia nella teoria di Walt e Mearsheimer riguardo alla lobby israeliana era l’affermazione secondo cui Israele e i suoi sostenitori hanno spinto gli USA in guerra. Ora Marco Rubio l’ha confermata quando ha ammesso che Trump è entrato in guerra contro l’Iran a causa di Israele.

La più grande eresia del libro di Stephen Walt and John Mearsheimer del 2006 sulla lobby israeliana (pubblicata dalla London Review of Books [in Italia da Mondadori nel 2007, ndt.] perché gli editori americani lo avevano rifiutato) era stata l’affermazione che la lobby avesse fatto pressione sull’amministrazione di George Bush per la disastrosa guerra in Iraq. I media l’avevano definita una teoria cospirazionista antisemita. Paul Wolfowitz sostenne che neoconservatore fosse un eufemismo per ebreo.

Anche la sinistra respinse quell’ipotesi, affermando che quella in Iraq era una guerra imperialista per le risorse e che il cane muove la coda, non il contrario.

Ma era molti anni fa, e le prove dell’influenza di Israele sulla politica estera USA non hanno fatto che aumentare. Obama cancellò la politica che aveva baldanzosamente esposto al Cairo, cioè il blocco alla colonizzazione [dei territori palestinesi occupati, ndt.], perché alla vigilia della sua candidatura per la sua rielezione nel 2012 i gruppi filo-israeliani avevano praticamente un accesso illimitato alla Casa Bianca. Biden ha autorizzato il genocidio a Gaza evidentemente preoccupato nei confronti dei donatori miliardari filo-israeliani (secondo Washington Post e Responsible Statecraft [rivista del centro di studi politici USA Quincy Institute, ndt.]). Poi ieri Marco Rubio ha detto ad alta voce l’eresia.

Facendo delle considerazioni intese a porre fine alla “confusione” sulle ragioni statunitensi della illegale (e orripilante) guerra contro l’Iran che Trump ha scatenato sabato, il segretario di Stato ha posto la domanda “Perché ora?” e poi ha risposto affermando che Israele stava per attaccare l’Iran.

“Sapevamo che stava per esserci un’azione israeliana. Sapevamo che avrebbe scatenato un attacco contro forze americane. E sapevamo che se non li avessimo aggrediti preventivamente, prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime,” ha affermato.

Quindi, secondo Rubio, la coda ha mosso il cane.

Anche se Rubio le ha sparate a vanvera, o si è espresso male, come sempre ci dicono i politici il giorno dopo, la sua è stata una confessione scioccante all’interno del gruppo dirigente. La scorsa notte sulla CNN il senatore Mark Warner ha ripetuto di essere un “deciso” sostenitore di Israele, ma di non volere che gli USA “esternalizzino le nostre decisioni di politica estera a un governo straniero.” Il parlamentare Warren Davidson, un repubblicano dell’Ohio, ha sostenuto che Rubio ha dato una risposta “pessima” e “molto deludente” (che secondo lui rievocava l’influenza dei neoconservatori guerrafondai).

Il New York Times farà del suo meglio per ignorare la confessione di Rubio, ma essa sta galvanizzando le forze contrarie alla guerra. “E mentre non siamo più una Nazione divisa tra sinistra e destra, ora siamo una Nazione divisa tra quelli che vogliono combattere guerre per Israele e quelli che vogliono solo la pace e poter pagare le bollette e l’assicurazione sanitaria,” ha scritto su X Marjorie Taylor Greene, ex-parlamentare della Georgia.

La confessione di Rubio ha giustificato la critica di lunga data dei Realisti, insieme alla sinistra, secondo cui l’influenza israeliana sta distorcendo la politica statunitense, distruggendo l’immagine americana all’estero, per non parlare del fatto che sta terrorizzando milioni di persone, da Gaza a Teheran a Beirut, e uccidendo molti di loro in palese violazione delle leggi internazionali.

Quella critica non è più un’eresia, è l’analisi più plausibile delle azioni USA in Medio Oriente. Ecco alcuni degli episodi che confermano questa critica:

  • La scorsa estate, benché gli USA avessero in corso negoziati con l’Iran sul suo programma nucleare, Israele ha iniziato una guerra di 12 giorni contro l’Iran con un attacco a sorpresa, non provocato da alcuna minaccia imminente. Gli USA si sono uniti alla guerra di Israele. Quell’attacco ha sollevato domande su chi stesse prendendo le decisioni.

  • Un’analisi del partito Democratico sulla fallimentare campagna di Harris nel 2024 avrebbe concluso che Harris abbia perso un appoggio “significativo” nelle elezioni a causa del suo rifiuto di opporsi al genocidio a Gaza. Alcuni a sinistra stanno chiedendo che il rapporto venga reso pubblico. James Zogby [fondatore e presidente dell’Arab American Institute di Washington, ndt.] sostiene che dai sondaggi risulta chiaro che gli elettori “ne hanno abbastanza dell’appoggio cieco alle politiche israeliane. Questo è un fatto.”

  • Nel 2018 Trump distrusse l’accordo di Obama con l’Iran e spostò l’ambasciata [USA] a Gerusalemme in buona misura perché il suo principale donatore, il defunto Sheldon Adelson, che era molto legato a Israele, voleva che lo facesse. Come sostenne Trump a proposito della competizione per avere il denaro di Adelson nel 2016, “Sheldon Adelson sta pensando di dare un grande finanziamento a Rubio perché pensa di poterlo plasmare come il suo pupazzetto perfetto.” Alla fine è risultato che il pupazzo è Trump.

  • Barack Obama condusse una campagna per la firma del suo successo in politica estera, l’accordo con l’Iran del 2015, sfidando l’influenza israeliana. “Quando il governo israeliano si oppone a qualcosa la gente negli Stati Uniti ne prende nota,” disse Obama in un importante discorso, ma sarebbe stata “una negazione del mio dovere costituzionale” se si fosse schierato con Israele. Chuck Schumer si oppose ad Obama sull’accordo, votando contro, disse in seguito, a causa “della minaccia iraniana contro Israele”. Poi Shumer ottenne la più alta carica nel partito Democratico, un’indicazione su quale voce conti a Washington.

  • Il collaboratore di Obama Ben Rhodes ha affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2012 da 10 a 20 dei “soliti sospetti della comunità ebraica organizzata statunitense” avevano accesso praticamente illimitato alla Casa Bianca, per garantire che Obama non avrebbe fatto niente per bloccare l’espansione coloniale di Israele [nei territori palestinesi occupati, ndt.]. Rhodes ha detto che quando Obama irritò Netanyahu affermando che i confini del ’67 erano le basi per i colloqui di pace e allora Netanyahu rimproverò il presidente alla Casa Bianca, Rhodes dovette telefonare “a una lista di importanti donatori ebrei… per rassicurarli delle credenziali filoisraeliane di Obama.”

  • Nel 2002, nell’imminenza della guerra contro l’Iraq, un ex-consigliere di Bush in politica estera disse a un pubblico dell’università della Virginia che il “reale” e “non dichiarato pericolo” dall’Iraq non riguardava gli Stati Uniti, ma le “minacce contro Israele”. Il governo americano, aggiunse Philip Zelikow, “non vuole appoggiarsi troppo su questo nel suo discorso perché non è una faccenda facile da accettare.”

  • Secondo Osama bin Laden gli attacchi dell’11 settembre vennero in parte indotti dall’appoggio statunitense a favore di Israele. Questa ragione venne continuamente eliminata dalle analisi retrospettive americane ufficiali e dagli articoli dei media.

Spero che l’orribile guerra che Trump ha scatenato unirà l’opposizione politica contro l’influenza di Israele sulla nostra politica estera.

I sondaggi dicono che alla luce del genocidio a Gaza l’opinione pubblica USA su Israele sta drasticamente cambiando. Secondo Vox “nuovi dati dei sondaggi Gallup rivelano che il 41% degli americani afferma che le sue simpatie vanno più ai palestinesi rispetto al 36% a favore degli israeliani,”. Si tratta di un’inversione totale dei numeri dello scorso anno (il 46% per Israele e il 33% per i palestinesi).

Il rifiuto dell’opinione pubblica nei confronti di Israele come un qualche tipo di modello dovrebbe suscitare delle domande nei media che promuovono le illusioni israeliane di conquista militare per trasformare il Medio Oriente. Ronen Bergman [giornalista investigativo israeliano, ndt.], un campione delle politiche israeliane di assassinio di chiunque non piaccia, ha uno spazio fisso sul New York Times e sulla CNN. Oggi Yaacov Katz, ex-caporedattore del Jerusalem Post [quotidiano israeliano in lingua inglese, ndt.], è apparso sulla BBC per descrivere il massacro della dirigenza politica e militare iraniana come “magnifico”. Sulla CNN Dana Bash [conduttrice televisiva statunitense, ndt.] ha consentito a un guerrafondaio israeliano, il presidente “progressista” Isaac Herzog, di descrivere Israele come una “Nazione che ama la pace” e di dire che questa guerra inaugurerà una nuova era. Sì, quante volte lo abbiamo sentito dire?

Il discorso dominante negli Stati Uniti deve riflettere sulle critiche di sinistra e realiste che sono state emarginate ma riflettono accuratamente sul ruolo di Israele nel mondo, in particolare sulle sue responsabilità verso i “difficili vicini” di cui i suoi dirigenti si lamentano continuamente.

Cosa ancora più importante, questo discorso deve includere una discussione onesta su una fonte di instabilità in Medio Oriente: la persecuzione israeliana contro i palestinesi, attraverso politiche attive di pulizia etnica… apartheid… occupazione… tutto in nome dell’etnocrazia ebraica.

Questi valori sono antitetici rispetto a quelli americani. O dovrebbero esserlo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




All’ombra della guerra con l’Iran Israele trova un altro modo per punire Gaza

Ohood Nassar, Gaza

1 marzo 2026 – Aljazeera

La repressione delle attività delle ONG e il blocco degli aiuti causato dalla chiusura dei valichi di frontiera costituiscono un’altra punizione collettiva

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno sferrato l’attacco all’Iran i palestinesi nella Striscia di Gaza hanno iniziato a essere presi dal panico.

Si sono ricordati di come nel passato i valichi fossero stati chiusi causando carestie e si sono precipitati nei mercati per acquistare tutto ciò che potevano. A causa di ciò i prezzi dei generi alimentari e dei beni di prima necessità sono saliti alle stelle. Ben presto è giunta la notizia della chiusura dei valichi di frontiera.

Tutto questo è accaduto proprio mentre scadeva il periodo di tolleranza concesso da Israele a 37 ONG prima del loro ritiro da Gaza per non aver soddisfatto i requisiti di registrazione. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (noto anche con l’acronimo francese MSF), Medical Aid for Palestinians UK, Handicap International – Humanity & Inclusion, ActionAid, CARE, ecc. avrebbero dovuto smettere di operare a Gaza.

All’ultimo momento una sentenza della Corte Suprema israeliana ha permesso alle ONG di continuare ad operare nell’attesa che venga esaminato il loro ricorso contro il divieto. Ma nonostante la decisione queste organizzazioni non possono continuare a funzionare pienamente. Questo perché l’occupazione israeliana continua a impedire l’ingresso dei loro rifornimenti e del personale straniero a Gaza.

Secondo queste ONG esse insieme sono responsabili della metà delle distribuzioni alimentari nella Striscia e del 60% dei servizi forniti negli ospedali da campo.

Per molte famiglie a Gaza questo significa fame, perché i pacchi alimentari non verranno distribuiti e i mezzi di sussistenza andranno persi.

Sappiamo che non è che le ONG non rispettino le nuove regole di registrazione, così come la chiusura dei valichi di frontiera non è una questione di sicurezza. Si tratta dell’imposizione di un’ennesima forma di punizione collettiva ai palestinesi.

Anche se la Corte Suprema si pronunciasse miracolosamente contro il divieto imposto alle ONG, l’occupazione israeliana troverebbe comunque un altro modo per cacciare queste organizzazioni straniere da Gaza. Ciò è stato reso chiaro questo mese, quando è stato rivelato che World Central Kitchen, che gestisce decine di mense popolari in tutta la Striscia e che non è nella lista delle espulsioni, potrebbe sospendere le sue attività.

Secondo l’ufficio stampa governativo di Gaza ciò è avvenuto perché Israele ha bloccato l’ingresso della maggior parte dei camion di rifornimento dell’organizzazione. Di conseguenza non ci sono abbastanza rifornimenti per continuare a cucinare. World Central Kitchen aveva precedentemente affermato di servire 1 milione di pasti al giorno.

Quindi ora nel mezzo della guerra con l’Iran, che potrebbe durare settimane o mesi, centinaia di migliaia di famiglie non avranno più cibo a sufficienza.

Tutto questo si aggiunge alla continua guerra di Israele contro l’UNRWA. Fin dalla sua creazione alla fine del 1949 l’agenzia delle Nazioni Unite è stata la spina dorsale del sostegno internazionale ai rifugiati palestinesi. Ha la maggiore capacità di risposta alle emergenze e la più ampia gamma di servizi offerti. Eppure, Israele ne ha vietato le operazioni e ha bloccato l’ingresso dei suoi rifornimenti nella Striscia.

Attraverso un’incessante attività di lobbying Israele è riuscita a ottenere tagli sostanziali al bilancio dell’UNRWA. Di conseguenza, il mese scorso 600 dipendenti sono stati licenziati. Gli stipendi dei restanti sono stati ridotti del 20%.

Il divieto imposto alle ONG probabilmente comporterà anche la perdita del lavoro per migliaia di persone. E questo in un momento in cui la disoccupazione a Gaza ha superato l’80%.

Anche la mia famiglia ne soffrirà. In passato, abbiamo beneficiato di aiuti alimentari e di beni di prima necessità da parte delle ONG, e mio fratello è riuscito a trovare un lavoro temporaneo come autista per una di esse.

La possibile chiusura delle organizzazioni internazionali rappresenta una minaccia diretta per la vita di centinaia di migliaia di civili che dipendono da loro per i servizi e l’impiego. La chiusura dei valichi di frontiera potrebbe significare un’altra crisi alimentare.

Si tratta di una forma di punizione collettiva che ancora una volta non farà notizia. Israele è costantemente alla ricerca di nuovi modi per rendere le nostre vite sempre più insopportabili, ancora più impossibili nella nostra patria devastata.

Due anni e mezzo di genocidio israeliano hanno distrutto ospedali, scuole, università, strade, reti fognarie e di acqua potabile, impianti di trattamento delle acque, la rete elettrica e innumerevoli generatori e pannelli solari.

La stragrande maggioranza della popolazione vive vite primitive in tende o rifugi di fortuna che non possono proteggere le persone dal caldo o dal freddo estremi.

L’acqua è contaminata, il cibo è insufficiente, la terra è stata distrutta e avvelenata.

Ora saremo privati ​​di quel poco di sostegno internazionale che abbiamo ricevuto.

E qual è l’obiettivo di tutto questo? Spingerci sempre più vicini alla disperazione e alla resa definitiva, farci desiderare di lasciare la nostra patria da soli. Una pulizia etnica col generale beneplacito.

Tutte le organizzazioni che Israele sta cercando di bandire sono straniere. La maggior parte di esse ha sede in paesi occidentali. Eppure i governi occidentali non hanno quasi mai condannato le azioni intraprese da Israele contro le proprie organizzazioni. Non c’è stata indignazione per il fatto che l’occupazione stia cercando di distruggere le forniture umanitarie internazionali per avere il controllo totale sulla distribuzione degli aiuti.

La punizione collettiva è una violazione del diritto internazionale. Gli Stati sono obbligati ad andare oltre le condanne verbali e ad agire imponendo sanzioni. Finché ciò non accadrà noi a Gaza continueremo a essere sottoposti ad atti di punizione collettiva sempre più brutali da parte dei nostri occupanti.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Scrittrice residente a Gaza, Ohood Nassar è una giornalista e insegnante di Gaza. Ha scritto per We Are Not Numbers, New Arab, Institute for Palestine Studies, Electronic Intifada e Prism.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Siamo in guerra, dunque siamo

Orly Noy

1 marzo 2026 +972 Magazine

Mesi dopo aver proclamato una “vittoria storica” Israele lancia un’altra offensiva contro l’Iran, e riparte la rituale cancellazione del dissenso politico

Sabato mattina in Israele le sirene hanno squarciato il silenzio. Non per esortare i civili a correre nei rifugi, ma piuttosto per annunciare proprio lo scoppio della guerra, quasi una fanfara trionfale. Dopo più di una settimana di snervante incertezza, sballottati tra la inquieta attesa di una guerra che ci veniva ripetutamente detta essere inevitabile e la flebile speranza che la diplomazia potesse ancora prevalere, alla fine era arrivata.

“Non puoi immergerti due volte nello stesso fiume”, recita il detto dell’antico filosofo greco Eraclito. Ma a quanto pare puoi distruggere un nemico che hai già proclamato distrutto. Solo otto mesi fa, dopo il cessate il fuoco con l’Iran, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che “nei 12 giorni dell’Operazione Leone Nascente abbiamo ottenuto una vittoria storica che durerà per generazioni”.

A quanto pare quella “vittoria storica” ​​non è durata nemmeno un anno, figuriamoci generazioni.

Questa volta l’attacco aveva un ulteriore obiettivo: liberare il popolo iraniano dal dominio oppressivo degli ayatollah. Perché è ben noto che uno dei ruoli centrali di Israele in Medio Oriente è quello di far piovere la libertà sui popoli della regione con aerei da combattimento e bombardieri.

Improvvisamente le vite degli iraniani sono diventate molto care ai cuori israeliani; così care che sono disposti a trascorrere lunghe notti nei rifugi antiaerei sapendo che per parte loro affronteranno pesanti perdite a patto che i nostri piloti rechino buone notizie: la liberazione o almeno l’assassinio della leadership iraniana e la distruzione delle infrastrutture delle Guardie Rivoluzionarie e degli impianti nucleari.

“La nostra operazione creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”, ha twittato Netanyahu poco dopo l’inizio dell’attacco. “È giunto il momento per tutte le componenti del popolo iraniano – persiani, curdi, azeri, baluci e ahwazi – di liberarsi dal giogo della tirannia e di creare un Iran libero e in cerca di pace”. 

Lo stesso uomo che più di ogni altro nella storia di Israele ha lavorato instancabilmente per aizzare i cittadini gli uni contro gli altri, per incitarli e istigarli, per fomentare un odio senza precedenti tra loro; l’uomo che ha un mandato di arresto internazionale che pende sul suo capo per crimini contro l’umanità – quest’uomo ora esprime preoccupazione per l’unità del popolo iraniano e la sua lotta contro la tirannia. Sarebbe comico se non fossero in gioco così tante vite.

Il popolo iraniano sta conducendo una lotta coraggiosa e determinata per la propria libertà. La comunità internazionale dispone di strumenti diplomatici ed economici per assisterlo senza ripetuti attacchi aerei che promettono poco in termini di cambiamento duraturo. Applaudire l’attacco israelo-americano significa abbracciare un ordine globale cannibalesco in cui solo la forza definisce la moralità.

Celebrando la guerra, gli israeliani celebrano quel sistema: un mondo in cui il bullo detta le regole. Per ora possono essere contenti che il bullo sia dalla loro parte.

Un ritornello familiare

Ma la retorica della solidarietà si è dissolta quasi con la stessa rapidità con cui era apparsa. Non appena hanno iniziato ad arrivare notizie di vittime civili – soprattutto dalla scuola elementare femminile di Minab, dove circa 150 bambine sono state uccise a quanto sembra in un attacco aereo israeliano – la presunta preoccupazione per il popolo iraniano si è rivelata sottile come carta.

Scioccata, ho condiviso i video della scuola sulla mia pagina Facebook. Confesso che non mi aspettavo il torrente di odio che ne è seguito.

So già che, a parte che da una frangia molto ristretta, non ci si può aspettare reazioni empatiche all’uccisione in massa dei palestinesi; che la stragrande maggioranza della società ebraica in Israele non solo non piange, ma gioisce apertamente per ogni morto palestinese, in qualsiasi circostanza. Ma non immaginavo che una simile sete di sangue avrebbe accompagnato i bombardamenti mortali di bambine in uniforme scolastica, soprattutto dopo che così tanti israeliani si erano affrettati a dichiarare che nostro nemico non era il popolo iraniano ma il regime.

Nel giro di cinque ore il mio post aveva accumulato centinaia di commenti pieni di odio e la solita ondata di minacce e insulti aveva iniziato a intasare la mia casella di posta. Alcuni negavano l’accaduto, o sostenevano che il regime iraniano avesse bombardato la propria scuola da sé. La maggior parte si rallegrava per la sorte delle ragazze assassinate.

“Peccato che non chiudano le scuole durante lo Shabbat!” ha scritto uno, aggiungendo cinque emoji sorridenti per sottolineare la sua gioia. “Eccellente, eccellente, eccellente, rallegra e scalda il cuore. Che ci siano molti altri casi come questo, e presto anche tra la gente di sinistra”, ha scritto un altro.

Non meno deprimente e prevedibile è stato il modo in cui i leader dell’opposizione ebraica si sono schierati con entusiasmo e d’istinto dietro Netanyahu a sostegno della guerra. “Voglio ricordarlo a tutti: il popolo di Israele è forte. Le Forze di Difesa Israeliane e l’Aeronautica Militare sono forti. La potenza più forte del mondo è al nostro fianco”, ha twittato Yair Lapid. “In momenti come questi restiamo uniti e vinciamo insieme. Non c’è coalizione né opposizione, solo un popolo e un’unica IDF con tutti noi al loro fianco.”

Persino Yair Golan, che in qualità di presidente del Partito Democratico dovrebbe occupare il posto più a sinistra dello spettro sionista, ha mantenuto un garbato riserbo e ha offerto pieno appoggio alla guerra. “Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) e le forze di sicurezza stanno operando con forza e professionalità”, ha scritto. “Hanno il nostro pieno appoggio”.

Naftali Bennett, nelle prossime elezioni il principale candidato a sostituire Netanyahu, è rimasto indietro rispetto ai colleghi perché ha dovuto aspettare la fine dello Shabbat prima di twittare. Una volta terminato, si è prontamente schierato a favore dello sforzo bellico. “Sostengo pienamente le Forze di Difesa Israeliane (IDF), il governo di Israele e il primo ministro per l’Operazione Leone Ruggente. L’intero popolo di Israele vi sostiene finché la minaccia iraniana non sarà annientata”, ha dichiarato.

Per questi tre uomini – Lapid, Golan e Bennett – nessun compito è apparentemente più urgente che sostituire il governo kahanista e sanguinario di Netanyahu, che ha condotto il Paese a un livello di crisi senza precedenti. Sanno quanto sia pericoloso. Sanno a quale devastazione porterebbe un altro suo mandato.

Eppure, nel momento in cui l’odore di guerra riempie l’aria, tutte quelle analisi evaporano, sostituite da un’automatica riverenza per la macchina bellica israeliana. È come se l’idea stessa che ci si possa opporre a una guerra semplicemente non esista nel loro quadro cognitivo.

Nessuno comprende questo meccanismo meglio di Netanyahu. Per quanto precaria possa essere la sua posizione politica, sa che per unire anche i suoi più accaniti rivali in tutto lo spettro sionista basta un clic. Se “in tempo di guerra non c’è coalizione né opposizione”, allora la guerra perpetua diventa la strategia politica più affidabile, e Netanyahu ha imparato a impiegarla con sempre maggiore frequenza.

Netanyahu è un cinico e pericoloso criminale di guerra. Ma una cosa non si può negare: nessun leader israeliano ha compreso così profondamente la psiche collettiva della società ebraica israeliana. Una società che sembra capace di sentire il proprio polso solo nella guerra e nella distruzione; che se non attacca, distrugge e uccide non è del tutto certa di esistere. In questo senso, Netanyahu le calza a pennello.

Orly Noy è redattrice di Local Call [edizione ebraica di +972 Magazine], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal persiano. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem e attivista del partito politico Balad. Nei suoi testi affronta i confini che si intersecano e definiscono la sua identità come Mizrahi, donna di sinistra, migrante temporanea che vive all’interno di un’eterna immigrata, e il dialogo costante tra di loro.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)