La tracotanza militare rappresenta un disastro

Amira Hass, 21 febbraio 2017 Haaretz

L’idea che Israele possa essere cambiato o sconfitto con gli strumenti in cui eccelle – guerra e uccisioni – è la definitiva identificazione con la mentalità israeliana.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, afferma che i missili di Hezbollah possono raggiungere l’impianto nucleare israeliano nella città di Dimona, nel Negev. E’ difficile sospettare che intenda causare la morte di decine o centinaia di migliaia di palestinesi nella vicina Gaza e nel Negev, o provocare loro malattie letali. Hezbollah è riuscita a cacciare dal proprio Paese l’occupazione israeliana. Per questo Hezbollah ed il popolo libanese meritano apprezzamento. Però oggi le sue affermazioni possono essere interpretate come millanteria, cosa che più di ogni altra rivela paura e debolezza.

Nella Striscia di Gaza è stato eletto alla guida del movimento [Hamas] un nuovo leader, Yahya Sanwar. Hamas è un partito moderno ed organizzato, che tiene regolari elezioni interne, benché clandestine, un’impresa che Fatah non è mai riuscita a realizzare neppure operando alla luce del sole ed in relativa libertà. Hamas cambia i suoi capi e nessuno di loro decide le linee politiche da solo, al contrario della situazione all’interno di Fatah.

A Gaza si dice che Sanwar è stato eletto perché ha acquisito grandi capacità di leadership in prigione, e che è modesto, ascolta gli altri ed è equilibrato. Ma anche se lui aderisce all’attuale tendenza politica per evitare un conflitto armato, l’ala militare della sua organizzazione lavora incessantemente per armarsi e migliorare le proprie potenzialità. Le sue ostentate parate militari inviano un messaggio, anche quando Iz al-Din al-Qassam (ala militare di Hamas, ndtr.) smette di sparare.

Le parate e le promesse creano un’atmosfera di ‘resistenza’. Scatenano l’immaginazione del popolo che stiamo opprimendo e schiacciando, dando loro una speranza, un filo di speranza a cui aggrapparsi. Ma ci si dimentica di alcuni fatti: dopo la guerra in Libano del 2006, Hezbollah non ha osato aprire un secondo fronte quando Gaza veniva attaccata da tre offensive israeliane. Dal momento del rapimento di Gilad Shalit nel giugno 2006 fino all’offensiva del dicembre 2008, Israele ha ucciso 1.132 abitanti della Striscia di Gaza. Di questi, 604 erano legati a gruppi armati, ma non tutti avevano necessariamente preso parte agli scontri. Dei civili uccisi, 207 erano minori e 89 erano donne. Erano anche parte del prezzo pagato per il rilascio di Sanwar e di altri.

Il profilo personale di Sanwar che appare sui siti web di Hamas attesta che ha messo a morte dei collaborazionisti nell’ambito di una strategia incentrata sulla deterrenza. Sono passati trent’anni e il collaborazionismo non è diminuito. L’assassinio – ovviamente di solito di pesci piccoli e di innocenti – non si è dimostrato efficace.

Questa settimana un portavoce che partecipava ad una conferenza in Iran ha detto che Hamas dispone di gruppi armati in Cisgiordania. Le loro attività sono forse riuscite in passato a fermare l’orgia colonialista israeliana? No. Non ci sono riuscite neanche le tattiche diplomatiche, anche questo è vero. Ma se il risultato è lo stesso, perché scegliere la strada senza uscita che comprende uccisioni, arresti e distruzioni? Potreste dire che è una domanda ingenua e femminile, e noi rispondiamo: questa è una tattica fallimentare e maschile.

I palestinesi lamentano che i loro figli adottano i concetti di Israele ed interiorizzano il disprezzo nei loro confronti. Ma l’idea che Israele possa essere cambiato o sconfitto con i mezzi in cui eccelle – guerra ed uccisioni – è proprio l’estrema identificazione con la mentalità israeliana.

Israele ha un costante interesse ad esagerare la minaccia militare costituita dalle due organizzazioni religiose islamiche. Questa tendenza va di pari passo con la sistematica distorsione della realtà attraverso la presentazione degli ebrei come vittime dei palestinesi. Entrambe le organizzazioni islamiche hanno interesse a che Israele le consideri esageratamente temibili. Questo accresce il loro peso politico.

Israele procede senza campagne militari a tutto campo, usando la violenza burocratica, il sadismo organizzato, la concentrazione dei palestinesi in enclaves e l’assedio. Ma per le sue esigenze politiche interne ed estere sa molto bene, quando necessario, come usare la tracotanza militare. Allora questo rappresenta un disastro che richiede anni per una pur debole ripresa. Non bisogna tirare questa corda. Bisogna trovare altri metodi di lotta.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




La soluzione dei due Stati: che cosa ha detto esattamente Trump

Amir Tibon, 15 febbraio 2017, Haaretz

Cinque domande per dare senso alla conferenza stampa Trump-Netanyahu

La conferenza stampa congiunta di Donald Trump e Benjamin Netanyahu di mercoledì scorso è stata esattamente come ci aspettavamo che fosse, ed anche qualcosa di più. E’ stata piena di grandi titoli, sorrisi, momenti di imbarazzo ed anche di un minimo di tensione. Per molti che l’hanno seguita in diretta, la conferenza stampa ha lasciato un senso di confusione, ulteriormente rafforzato dalle contraddittorie conclusioni che ne hanno tratto vari organi di stampa.

Alcuni titoli hanno annunciato che Trump aveva rotto con “decenni di politica americana”, in quanto avrebbe “abbandonato la soluzione dei due Stati.”Altri hanno sottolineato con quanta forza Trump abbia enfatizzato il suo desiderio di vedere un accordo di pace in Medio Oriente, al punto da dire esplicitamente a Netanyahu che Israele dovrà fare compromessi e mostrare flessibilità, chiedendo al primo ministro: “Lo capisci, vero?”

Per cercare di dare un senso a tutto questo, ecco cinque domande chiave che hanno avuto maggior rilevanza nei reportage sulla conferenza stampa – ed il nostro modesto tentativo di darvi risposta.

1. Che cosa ha detto esattamente Trump riguardo alla soluzione dei due Stati?

Il presidente americano non ha citato la soluzione dei due Stati nell’ intervento che aveva preparato, ha invece parlato solo in generale di un accordo di pace che richiederà “flessibilità” e “compromessi” da entrambe le parti. Alla domanda specifica sulla soluzione dei due Stati, Trump ha risposto che non privilegia alcuna opzione – uno Stato, due Stati o qualcos’altro – a condizione che venga accettata dalle due parti, Israele e i palestinesi. Tale risposta corrisponde a quanto detto recentemente da diversi funzionari dell’amministrazione, cioè che Trump vuole un accordo di pace e lascerebbe alle due parti  la definizione dei suoi termini.

Trump ha anche detto a Netanyahu che Israele dovrebbe “frenare un po’” sulle colonie, il che significa che si rende conto della dimensione territoriale del conflitto israelo-palestinese. Il suo tono e le sue parole sulle colonie non sono stati duri come quelli del suo predecessore Barak Obama, però ha anche messo in chiaro che chi in Israele avrebbe potuto aspettarsi una “assegno in bianco” da Trump sulla costruzione di colonie probabilmente sarà rimasto deluso.

2. Che cosa significa l’affermazione di Trump?

La risposta a questa domanda è passibile di diverse interpretazioni. In Israele alcuni politici e commentatori di destra hanno apertamente acclamato le parole di Trump e le hanno presentate come un certificato di morte ufficiale della soluzione dei due Stati. Oltreoceano, negli USA, il New York Times ha considerato l’apertura di Trump ad una soluzione di un solo Stato come il principale risultato della conferenza stampa.

Altri tuttavia hanno visto questa dichiarazione come una semplice affermazione che i termini dell’accordo di pace dovranno essere negoziati tra le due parti e che gli Stati Uniti non li imporranno loro. Bisogna notare che il primo presidente americano che ha formalmente sostenuto la soluzione dei due Stati fu George W. Bush, che lo fece solo nel 2001. Bush, ed Obama dopo di lui, definì quella soluzione come un vitale interesse americano. Mentre alcuni alti funzionari dell’amministrazione Trump – come il segretario alla difesa James Mattis – concordano con questa impostazione, Trump sembra pensarla diversamente. Per lui l’interesse vitale è un accordo di pace, che preferibilmente coinvolga non solo Israele e i palestinesi, ma anche altri Stati arabi.

Se un tale accordo di pace sarà possibile solo nel quadro di una soluzione di due Stati, che sia così. Se vi sono altri modi per raggiungerlo,Trump è anche disposto ad esaminarli. La cosa importante dal suo punto di vista è un accordo che entrambe le parti possano accettare. Finora, dopo decenni di negoziati, nessun’altra formula è stata accettata né dai palestinesi né dal mondo arabo. Resta da vedere se la dichiarazione di Trump cambierà le cose o se tra qualche mese dirà che questa è l’unica soluzione accettata dalle due parti.

David Makovsky, ex negoziatore di pace e direttore del Programma per la pace in Medio Oriente presso l’Istituto di Washington per la politica del Vicino Oriente, ha scritto che secondo lui l’affermazione di Trump su due Stati piuttosto che un unico Stato voleva sostanzialmente dire che “gli Stati Uniti non possono desiderare un accordo più delle due parti.”

3. Allora che cosa implica in realtà la visione della pace di Trump? 

Nella conferenza stampa Trump ha esposto diverse idee. Anzitutto ha affermato un’ovvietà, che entrambe le parti dovranno fare concessioni e mostrare flessibilità. Riguardo ad Israele, ha citato moderazione sulle colonie. Riguardo ai palestinesi, il suo linguaggio è stato più duro – ha detto che dovranno fermare l’istigazione contro Israele, anche nelle scuole. Trump ha parlato di “fermare l’odio” verso israeliani ed ebrei. A parte questo, ha detto di volere raggiungere un accordo di pace nella regione con il coinvolgimento di altri Paesi arabi.

Un’affermazione centrale di Trump, che non ha ricevuto molta attenzione dai media, è stata che lui crede che un accordo regionale permetterebbe ad Israele di “mostrare maggior flessibilità” che nel passato. Questo passaggio in realtà coincide con i tentativi delle precedenti amministrazioni USA – da Clinton a Obama – di coinvolgere il mondo arabo nei negoziati di pace, in modo che Israele possa ottenere maggiori vantaggi diplomatici, economici e in tema di sicurezza per ogni compromesso territoriale che accetti. Trump non è il primo presidente USA ad adottare questa linea di pensiero, ma potrebbe essere il primo a metterla realmente in pratica in vista di un accordo di pace.

4. Netanyahu ha ritirato il suo sostegno alla soluzione dei due Stati? 

A differenza di Trump, che ha lasciato ampio spazio all’interpretazione dell’esatto significato delle sue parole, Netanyahu è stato più chiaro nelle sue affermazioni, ed ha fatto un grande passo verso l’abbandono della soluzione dei due Stati, senza dirlo in modo esplicito. Netanyahu ha detto che nella sua ipotesi di accordo di pace Israele dovrà mantenere il controllo sull’intero territorio ad ovest del fiume Giordano. Questo significa, di fatto, che il futuro Stato di Palestina –se mai vi sarà – resterà sotto il controllo israeliano e potrebbe sostenere di essere effettivamente occupato da Israele.

In passato Netanyahu ha pubblicamente insistito su due condizioni per la pace – il riconoscimento da parte palestinese di Israele come Stato ebraico, e che lo Stato palestinese sia demilitarizzato, in modo da non poter attaccare militarmente Israele. Ha anche richiesto in recenti tornate di negoziati che Israele potrà mantenere per decenni una presenza militare nella valle del Giordano – l’area che separa dal Giordano i principali centri popolati palestinesi in Cisgiordania. Però la frase usata nella conferenza stampa, “controllo israeliano”, spinge la sua richiesta di sicurezza ancor più in là.

Netanyahu ha anche detto che lui ed il presidente palestinese Abbas non hanno raggiunto un accordo su una comune definizione di due Stati. Certo non c’è probabilmente nessun leader palestinese che possa accettare di chiamare “Stato” un’entità palestinese sotto controllo militare israeliano. Questo elemento di disaccordo è stato una delle principali ragioni per cui nel 2014 il tentativo di John Kerry di formulare un accordo di pace è fallito. Resta da vedere come Trump, il presidente dell’ “Arte degli accordi” [titolo di un libro scritto da Trump nel 1987. Ndtr.], affronterà la questione.

5. Questa conferenza stampa è stata positiva o negativa per Netanyahu? 

Di nuovo, dipende a chi lo si chiede. L’esultanza nelle fila della destra israeliana sicuramente risponde alle necessità politiche a breve di Netanyahu e non c’è dubbio che anche da un punto di vista di centro-sinistra le parole di Trump sono state musica per le orecchie di Netanyahu, se paragonate ad alcune cose che il presidente Obama gli ha detto negli ultimi otto anni.

D’altro lato, il passaggio in cui Trump ha parlato di concessioni israeliane e poi ha apostrofato direttamente Netanyahu chiedendogli “lo capisci, vero?”, potrebbe creare problemi sulla strada di un primo ministro la cui coalizione dipende da partiti di destra che si oppongono ad ogni forma di compromesso con i palestinesi. Un esponente della destra israeliana con cui ho parlato ha aggiunto che la presentazione da parte di Trump di due sole opzioni – una soluzione di uno Stato unico o una soluzione di due Stati – è un errore, poiché la linea dominante della destra israeliana è contraria ad entrambe le opzioni e privilegia altre ipotesi (per esempio un’autonomia palestinese o uno Stato palestinese in Giordania.)

Se Israele deve scegliere tra due Stati o uno Stato unico, più probabilmente sceglierebbe la prima opzione e non si metterebbe nella condizione di diventare uno Stato binazionale in cui quasi metà della popolazione si trova sotto la soglia di povertà. Trump ha detto che lui accetterebbe una simile situazione, ma Netanyahu probabilmente no. Questo pone sulle sue spalle l’onere di proporre altre ipotesi – e di cercare di convincere Trump che esse possono essere accettate dai palestinesi e dal mondo arabo.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Gli eroi palestinesi di Hebron

Haaretz, Amira Hass, 20 febbraio 2017

L’esercito israeliano non ammette che gli agricoltori palestinesi hanno bisogno di una scorta militare per coltivare le loro terre, in modo da impedire ai coloni di creare scompiglio.

Quando si parla di estrema violenza perpetrata dai coloni con l’incoraggiamento ufficiale, si pensa a Hebron (scusandoci per escludere dalla discussione tutte le altre colonie che beneficiano di provvedimenti di totale trasferimento – adducendo come motivo la violenza. E le colonie “moderate” di Efrat, Ariel, Givat Ze’ev e altre della stessa risma, la cui ingordigia di terra è appoggiata dalla violenza ufficiale e burocratica, che ha destinato terreni pubblici e privati alla costruzione di quartieri di classe media per ebrei – israeliani e di recente immigrazione – mentre distrugge il territorio palestinese).

Quando si dice Hebron, si pensa alla città vecchia, ma si dimenticano i quartieri sparsi lungo la strada sulla quale viaggiano i signori della terra, da Kiryat Arba alla città fantasma che hanno creato insieme all’esercito. Tutti i palestinesi che sono rimasti – alcuni solo perché non possono permettersi di andarsene, altri per la determinazione a non abbandonare il luogo – non sono nientemeno che eroi. Ognuno di loro merita il riconoscimento internazionale per il fatto di restare umani all’ombra di una delle più rozze mutazioni del popolo ebreo.

Kiryat Arba è costruito “a macchia di leopardo” con quartieri ben ordinati, su tutto ciò che le menti ebree hanno dichiarato “terra dello Stato” o espropriata per “necessità militari”. In mezzo e intorno alle ‘macchie’ ci sono case palestinesi, frutteti, vigneti e campi, su un territorio che Israele non è riuscito a trasformare in proprietà immobiliare di origine divina.

Per questo motivo, le persone che vivono lungo la strada, vicino alla zona di traffico palestinese, tra Kiryat Arba verso il centro di Hebron, sono anch’esse degli eroi, come ho scoperto la settimana scorsa conoscendo la famiglia di Abdul Karim Jabari (Haaretz, 19 febbraio). Per questo eroismo vale la pena di riportare la loro storia.

C’è qualcosa che la famiglia Jabari non ha subito? Il divieto per circa sei anni di accedere alla propria terra e di lavorarla. La costruzione da parte dei coloni di una struttura illegale che occupa una rilevante parte dell’area – che le autorità israeliane continuano a demolire, solo perché sia ricostruita più volte. Aggressioni fisiche, danneggiamento dei loro alberi, interruzione del loro lavoro e imposte astronomiche sulla proprietà.

Il 19 gennaio, tre settimane dopo che il governo aveva detto che Kiryat Arba non aveva autorità per esigere dai Jabari l’imposta sulla proprietà locale, l’esercito ha fatto irruzione nella loro casa col pretesto di cercare armi. Davvero? Secondo i servizi di sicurezza, mi è stato detto.

Cioé informazioni false, poiché nessuno è stato arrestato e l’ufficio del portavoce dell’esercito non ha riferito di nessun sequestro. Quel che possiamo fare è chiederci chi ha fornito la falsa informazione. In più, l’8 febbraio il coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba ha scoperto che Jabari stava arando il suo terreno, ha deciso che questo non era stato concordato ed ha ordinato ai soldati di interrompere l’aratura.

Ho chiesto all’ufficio del portavoce dell’esercito di rispondere alla mia ipotesi che l’esercito avesse effettuato l’incursione su ordine dei coloni, per via della loro esplicita e nota volontà di rendere dura la vita dei Jabari in modo che la famiglia abbandoni la sua terra e la sua casa (facilitando l’espansione del quartiere di Givat Ha’avot). Non ho ricevuto risposta. Ho chiesto anche il nome del comandante che ha stabilito che i Jabari dovessero concordare con l’esercito i loro lavori agricoli e il motivo della decisione.

Il coordinatore dell’esercito per le Attività del Governo nei Territori di fatto ha detto che tale coordinamento non era richiesto, ma che un accompagnamento militare era “raccomandato”. Il COGAT ovviamente non ammetterà che la scorta è consigliata per ottenere l’ ‘approvazione’ dei coloni ed evitare i loro attacchi.

Nella sua risposta l’ufficio del portavoce dell’esercito ha detto: “Occorre sottolineare che l’esercito opera in Giudea e Samaria (Cisgiordania, ndtr.) in un contesto di civili, in cui enti civili hanno un ruolo prestabilito durante le operazioni nell’area. Questo collegamento avviene secondo regole e procedure. I coordinatori della sicurezza sono l’ente di sicurezza autorizzato e il collegamento con loro avviene in base alle regole e alle procedure, ma loro non hanno autorità di comando sui soldati.”

Per capire questa risposta enigmatica ed il fatto che il caso del coordinatore della sicurezza di Kiryat Arba non è stato un incidente isolato, dobbiamo ritornare all’ultimo rapporto di Breaking the Silence (Ong israeliana di ex soldati che denunciano gli abusi dell’esercito in Cisgiordania, ndtr.): “ L’Alto Comando – l’influenza dei coloni sulla condotta dell’esercito in Cisgiordania”, basato su testimonianze di soldati. Ecco qualche esempio.

Un sergente in servizio nell’area di Hebron nel 2007 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile è come l’intelligence militare nei territori: ti danno comunicazione di un grave incidente e poi senti il tuo ufficiale che riceve una telefonata dal coordinatore della sicurezza civile. In tal modo il coordinatore della sicurezza civile non è altro che un’estensione dell’esercito.”

Un sergente maggiore in servizio a Ma’on (colonia a sud di Hebron, ndtr.) nel 2013 ha detto: “Il coordinatore della sicurezza civile ha affermato ‘Io sono il comandante sul campo, io do gli ordini, quando arriva l’esercito lo dirigo io.’ ”

Un altro sergente maggiore in servizio nella valle del Giordano nel 2013 ha detto: “I coordinatori della sicurezza vanno al sodo: ognuno è padrone nella sua zona.”

Un altro sergente, in servizio a Ofra (colonia nel nord della Cisgiordania, ndtr.) nel 2010, ha raccontato di una scorta per i palestinesi durante la raccolta delle olive in un boschetto che è rimasta intrappolata nella colonia.

Alla domanda su chi stabilisse quanto tempo fosse concesso ai palestinesi per raccogliere le loro olive, ha risposto: “Il coordinatore della sicurezza civile. E’ l’unico che conosce il problema. Solo dopo gli eventi capisci chi è il coordinatore della sicurezza civile e che cosa significa ricoprire quel ruolo. Fa parte della colonia, la protegge; è contro i palestinesi. Il Ministero della Difesa lo paga, ma lui non è un loro dipendente. Tu non hai autorità su di lui, ma lui ha una sorta di autorità su di te. In generale, ti dicono ‘Fai ciò che ti dice il coordinatore della sicurezza civile.’ ”

Chi te l’ha detto?”

I comandanti della compagnia. Ed è il coordinatore della sicurezza civile che stabilisce dove i palestinesi dovrebbero stare e dove non dovrebbero.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Nonostante le dichiarazioni di Trump durante l’incontro con Netanyahu, Abbas e i palestinesi tirano un sospiro di sollievo.

Amira Hass, 16 febbraio 2017 Haaretz

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dalla dominazione israeliana, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid.

La dirigenza palestinese non ha nascosto la sua preoccupazione circa le notizie che gli americani hanno rinunciato ad appoggiare la creazione di uno Stato palestinese. Di fatto questo non è stato il messaggio inequivocabile che le dichiarazioni di Donald Trump hanno trasmesso nella conferenza stampa di mercoledì. Ognuna delle parti potrebbe rintracciarvi elementi per rafforzare la propria posizione.

Anche se gli Stati Uniti rinunciassero effettivamente a sostenere uno Stato palestinese, che cosa cambierebbe in realtà? Le amministrazioni USA precedenti a Trump hanno parlato di qualche soluzione dei due Stati e non hanno fatto niente per portarla avanti. Cioè, non hanno fatto niente per impedire ad Israele di bloccarla. Però le loro dichiarazioni e le loro promesse hanno indotto la dirigenza palestinese di Ramallah a mentire a sé stessa ed al suo popolo facendo credere che questa fosse la soluzione che la grande potenza appoggiava.

Questa costante menzogna – accompagnata da una massiccia assistenza finanziaria americana – è stata uno degli strumenti con cui la dirigenza dell’OLP, Fatah e l’Autorità Nazionale Palestinese hanno continuato a dar ragione della propria esistenza. Quella menzogna ha aiutato a giustificare il mantenimento degli accordi con Israele, compreso il coordinamento per la sicurezza. Non stupisce che gli USA eroghino considerevoli contributi finanziari alle forze di sicurezza palestinesi.

La nuova musica che adesso arriva dalla Casa Bianca pone la domanda se i cambiamenti negli Stati Uniti possano indebolire ancor più lo status della leadership palestinese agli occhi dei palestinesi stessi e se quindi la sua esistenza sia in pericolo.

Trump è arrivato e Trump se ne andrà, mentre i palestinesi insistono con la loro richiesta di essere liberati dal giogo israeliano, che per loro significa occupazione militare, colonialismo, apartheid. Per il popolo palestinese che vive qui [nei Territori Occupati] e per quello della diaspora questi non sono slogan, ma la realtà quotidiana.

Ventiquattro anni fa questa Nazione ha avuto una leadership popolare che ha fatto un generoso regalo ad Israele e agli ebrei – la soluzione dei due Stati. E’ così che i palestinesi hanno interpretato gli accordi di Oslo. Ma Israele ha rifiutato il dono.

La dirigenza palestinese poteva capire anche prima dell’assassinio di Yitzhak Rabin che Israele stava bluffando. Che mentre diceva “due Stati” creava enclaves. L’OLP si è intrappolata nella politica dei negoziati nella speranza che l’Occidente avrebbe fatto pressioni su Israele, che ci sarebbero stati cambiamenti politici positivi in Israele e che gli Stati arabi sarebbero intervenuti. Ma c’è anche un’altra ragione. La dirigenza palestinese ha trasformato la burocrazia di un’organizzazione per la liberazione nazionale in una burocrazia che governa, completa di autoconservazione e aggrappata alla propria posizione.

Il timore del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas e dei suoi colleghi di una deriva militare che danneggerebbe il loro popolo (come la Seconda Intifada) è reale e giustificato. Ma si confonde con gli interessi personali suoi e del gruppo di potere.

Al tempo stesso, ha preso forma l’illusione di una sovranità limitata all’interno delle enclaves palestinesi. L’ANP in Cisgiordania e Hamas a Gaza forniscono i servizi di base alla popolazione e rendono possibile l’attività pubblica, cosa che non era concessa sotto l’occupazione israeliana diretta.

Pur con tutte le critiche all’ANP per la corruzione, i metodi dittatoriali, l’inefficienza, le carenze nei servizi sociali, ecc., essa continua comunque a provvedere alle necessità fondamentali immediate della popolazione.

La presidenza Trump non è una ragione sufficiente per sciogliere l’ANP e gettare la società palestinese nel caos e nello scompiglio. La leadership palestinese ha ottenuto un’altra pausa.

Mercoledì un ufficiale della sicurezza palestinese ha rivelato ai media palestinesi l’incontro del capo della CIA con Abbas. Il messaggio che sta dietro alla fuga di notizie è chiaro. “Non preoccupatevi, l’esistenza dell’Autorità Palestinese sta a cuore agli Stati Uniti. Le istituzioni di Washington comprendono che il mantenimento del regime di enclaves garantisce una sorta di stabilità della sicurezza.”

Probabilmente stanno dicendo la stessa cosa al nuovo presidente. L’elemento più importante che può compromettere questa precaria stabilità non è Trump, ma un’escalation dell’oppressione israeliana e della sua politica di colonizzazione.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Opinione. Addio al linguaggio ambiguo: la terrificante visone di Israele per il futuro

L’ostinazione di Israele lascia palestinesi e israeliani con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica

di Ramzy Baroud – Counterpunch

Ramallah, 17 febbraio 2017, Nena News

Le prove storiche empiriche combinate con un po’ di buon senso sono abbastanza per dirci il tipo di opzioni future che Israele ha nel cassetto per il popolo palestinese: apartheid perpetua o pulizia etnica, o un mix di entrambe.

L’approvazione della “Regularization Bill” del 6 febbraio è tutto quello di cui abbiamo bisogno per immaginare il futuro ideato da Israele. La nuova legge permette al governo israeliano di riconoscere retroattivamente gli avamposti ebraici costruiti senza permesso ufficiale su terra privata palestinese.

Tutte le colonie – quelle ufficialmente riconosciute e gli avamposti non autorizzati – sono illegali secondo il diritto internazionale. Tale verdetto è passato numerose volte alle Nazioni Unite e, più recentemente, riaffermato con chiarezza inequivocabile dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza.

La risposta di Israele è stata l’annuncio della costruzione di oltre 6mila nuove case da costruire nei Territori Palestinesi Occupati, la costruzione di una colonia nuova di zecca (la prima in 20 anni) e la nuova legge che pavimenta la strada all’annessione di ampie porzioni della Cisgiordania occupata.

Indubbiamente la legge è “l’ultimo chiodo nella bara della soluzione a due Stati”, ma questo non è importante. Non ha mai interessato Israele, quanto meno. Le chiacchiere su una soluzione sono state mero fumo negli occhi per quanto riguardava Israele. Tutti i “dialoghi di pace” e l’intero “processo di pace”, anche quando era al suo apice, raramente hanno rallentano i bulldozer israeliani, la costruzione di altre case per ebrei o messo fine alla pulizia etnica incessante dei palestinesi.

Su Newsweek Diana Buttu descrive come il processo di costruzione delle colonie è sempre, sempre accompagnato dalla demolizione di case palestinesi. 140 strutture palestinesi sono state demolite dall’inizio del 2017, secondo l’agenzia Onu Ocha.

Da quando Donal Trump ha giurato, Israele si è sentito liberato dell’obbligo del linguaggio ambiguo. Per decenni, i funzionari israeliani hanno parlato appassionatamente di pace e hanno fatto tutto quello che potevano per ostacolare il suo raggiungimento. Adesso, semplicemente se ne fregano. Punto.

Avevano perfezionato il loro comportamento equilibrato semplicemente perché dovevano farlo, perché Washington se lo aspettava, lo chiedeva. Ma Trump gli ha dato un assegno in bianco: fate quello che vi piace; le colonie non sono un ostacolo alla pace, Israele è stato “trattato molto, molto ingiustamente” e io correggerò quest’ingiustizia storica, e così via. Quasi subito dopo l’avvento di Trump alla presidenza il 20 gennaio scorso, le maschere sono cadute.

Il 25 gennaio il vero Benjamin Netanyahu è riemerso, dichiarando con invidiabile sfrontatezza: “Noi stiamo costruendo e continueremo a costruire” colonie illegali.

Cosa c’è altro da discutere con Israele a questo punto? Nulla. La sola soluzione che interessa a Israele è la “soluzione” di Israele, sempre guidata dal cieco supporto americano e l’inutilità europea e sempre imposta ai palestinesi e agli altri paesi arabi, se necessario con la forza.

I guardiani della grande farsa della soluzione dei due Stati, chi astutamente ha costruito il “processo di pace” e ha danzato su ogni ritmo israeliano è ora frastornato. Sono stati esclusi dai terrificanti piani di Israele che spara la sua “soluzione” dritto in mezzo agli occhi, lasciando ai palestinesi la scelta tra l’assoggettamento, l’umiliazione e l’imprigionamento.

Jonathan Cook ha ragione. La nuova legge è il primo passo verso l’annessione della Cisgiordania o, almeno, di buona parte. Una volta che i piccoli avamposti saranno legalizzati, dovranno essere fortificati, (“naturalmente”) espansi e protetti. L’occupazione militare, in auge da 50 anni, non sarà più temporanea e reversibile. La legge civile continuerà ad essere applicata agli ebrei nei Territori Palestinesi Occupati e quella militare ai palestinesi occupati.

È l’esatta definizione di apartheid, nel caso ve lo stesse ancora chiedendo.

Per raggiungere i “bisogni di sicurezza” dei coloni, altre by-pass road per soli ebrei saranno costruite, altri muri eretti, altri cancelli per tenere lontani i palestinesi dalle loro terre, dalle scuole e dalle fonti di sussistenza saranno messi su, altri checkpoint, altra sofferenza, altro dolore, altra rabbia e altra violenza.

Questa è la visione di Israele. Anche Trump è più frustrato dalla sfacciataggine e l’audacia israeliane. Ha chiesto ad Israele in un’intervista con il quotidiano Israel Hayom di “essere più ragionevole con il rispetto per la pace”. “C’è molta terra ancora. E ogni volta che la prendete per le colonie, ce n’è di meno”, ha detto Trump. Ha frenato sulla promessa di trasferire l’ambasciata Usa e l’espansione senza controllo delle colonie, perché realizza che Netanyahu e i suoi sostenitori negli Stati Uniti lo hanno lasciato su un baratro e ora gli chiedono di saltare.

Ma ha poca importanza. Che Trump rimanga sulla sua posizione estremamente pro-israeliana o cambi marcia verso una più annacquata simile a quella del suo predecessore Obama, la realtà probabilmente non cambierà, perché solo Israele è alla fine autorizzato a influenzarne i risultati.

L’approvazione dei parlamentari israeliani della legge è, infatti, la fine di un’era. Abbiamo raggiunto il punto in cui possiamo apertamente dichiarare che il cosiddetto “processo di pace” è stato un’illusione fin dall’inizio, perché Israele non ha mai avuto intenzione di concedere Cisgiordania e Gerusalemme est ai palestinesi.

La leadership palestinese è difficilmente innocente in tutto ciò. Il più grave errore che i leader palestinesi hanno commesso (a parte la loro disgraziata divisione) è stato quello di aver creduto che gli Stati Uniti, il principale sponsor israeliano, avrebbero gestito un “processo di pace” che ha garantito a Israele tempo e risorse per terminare i propri progetti coloniali, devastando i diritti e le aspirazioni politiche palestinesi.

Ritornando agli stessi vecchi canali, usando lo stesso linguaggio, cercando la salvezza nell’altare della stessa vecchia soluzione a due Stati non si otterrà nulla se non lo spreco di altro tempo e altra energia.

Ma le umilianti opzioni di Israele per i palestinesi possono essere anche lette in un altro modo. Infatti, è l’ostinazione di Israele che oggi lascia i palestinesi (e gli israeliani) con un’unica alternativa: uguale cittadinanza in uno Stato unico o un’orrenda apartheid e altra pulizia etnica.

Con le parole dell’ex presidente Jimmy Carter, “Israele non troverà mai la pace fino a quando non permetterà ai palestinesi di esercitare i loro diritti fondamentali umani e politici”. Il “permesso” israeliano è lontano dall’arrivare, lasciando la comunità internazionale con la responsabilità morale di pretenderlo. Nena News

Traduzione a cura della redazione di Nena News




Divide et Impera: come il sistema scolastico semina divisione tra i palestinesi di Israele

Mona Bieling Middle East Eye – Martedì 27 ottobre 2016

Com’è strutturato attualmente, il sistema scolastico israeliano serve chiaramente ai principali interessi dello Stato piuttosto che a quelli degli studenti arabo- palestinesi.

Il sistema educativo in Israele è uno dei principali contesti in cui cittadini arabo-palestinesi di Israele ed ebrei sono segregati gli uni dagli altri, in quanto le scuole sono rigidamente separate in differenti settori in base sia alla religione che all’etnia.

Nella sua attuale struttura il sistema è stato fondato nel 1953 con la legge statale per l’educazione che ha definito il quadro giuridico per la formazione di due aree: una per gli ebrei laici e una per i praticanti. Poiché in questa legge la minoranza palestinese non viene citata, ne è scaturita quasi inevitabilmente la costituzione di un settore scolastico arabo separato dai due previsti per gli ebrei.

Nonostante un emendamento della legge nel 2000, il settore destinato agli arabi non ha una posizione giuridica ufficiale, ma esiste come “non ufficiale ma riconosciuto”accanto ai due sistemi ebraici “ufficiali e riconosciuti”. Quindi, fin dall’istituzione del sistema scolastico statale nel 1953, agli israeliani arabo- palestinesi ed a quelli ebrei è in genere impedito di andare a scuola insieme.

Recenti tentativi di prendere in considerazione separatamente la popolazione araba cristiana di Israele riguardo al servizio militare [gli arabo-israeliani non fanno il servizio militare. Ndtr.] e all’educazione suggeriscono che il sistema educativo nella sua struttura attuale non si limita ad offrire una formazione culturale ai cittadini dello Stato. Il ministero dell’Educazione ha il controllo totale dei curricula di ogni tipo di scuola – ebraica, drusa e araba sia pubbliche che private, dall’asilo alle superiori.

Ci sono due modi prevalenti in cui il sistema educativo statale promuove la divisione tra i cittadini palestinesi di Israele: direttamente, attraverso la separazione delle diverse comunità religiose in scuole distinte, la definizione del curriculum e l’assegnazione dei docenti e dei presidi; indirettamente, con questioni relative ai finanziamenti, alle infrastrutture, alle scuole private e all’accesso all’educazione superiore.

Perciò il sistema educativo israeliano può essere visto come un’arma politica utilizzata dal governo per raggiungere i suoi scopi di rafforzamento del carattere ebraico dello Stato piuttosto che per fornire la migliore formazione possibile a tutti i cittadini.

Le divisioni create tra i palestinesi con cittadinanza israeliana avranno anche conseguenze per il tentativo più complessivo dei palestinesi di avere uno Stato e l’autodeterminazione. Pertanto la separazione tra le comunità palestinesi, una dentro Israele e l’altra fuori, come ho fatto in questo articolo, è esclusivamente funzionale all’analisi e non intende inficiare il concetto di una nazione palestinese che li comprenda.

Tener lontani i drusi

I principali e più evidenti interventi attivi da parte di Israele nel sistema educativo per dividere la sua popolazione palestinese sono i tentativi di separare la comunità in base alla religione.

La politica del divide et impera come pratica all’interno del sistema educativo risale al 1956, quando è stato fondato un sistema scolastico separato per i drusi di Israele. Questo sviluppo deve essere visto nel più complessivo contesto del tentativo di Israele di separare la comunità drusa come “un popolo a parte”, non legato in nessuno modo alla comunità palestinese.

Anzi, la lealtà dei drusi verso lo Stato è stata sottolineata e garantita includendo nell’esercito israeliano per il servizio militare tutti i maschi drusi e promuovendo ciò nelle scuole druse. Perciò, come mi ha detto la scorsa estate Ra’afat Harb, un attivista druso, sia il contesto che il curriculum nelle scuole druse sono diversi rispetto alle altre scuole degli arabo-palestinesi.

Il risultato dell’educazione segregata, limitata e tendenziosa nelle scuole druse è che l’identità drusa è stata rimodellata in modo da corrispondere all’obiettivo dello Stato e della maggioranza ebraica. Ovviamente l’identità è sempre un concetto mutevole, che è diverso sia individualmente che collettivamente, e si può manifestare in vario modo. Di nuovo, secondo Harb, ci sono drusi che si identificano come palestinesi, come arabi, come israeliani o persino come sionisti.

Tuttavia, attraverso il sistema educativo, lo Stato ha attivamente inibito lo sviluppo di un’identità araba e palestinese dei drusi ed ha invece imposto loro un’identità unicamente drusa/israeliana. Così facendo lo Stato ha chiaramente seguito un progetto per allontanare i drusi dalla comunità arabo-palestinese.

Sfide per gli arabi beduini

Un’altra divisione molto importante creata all’interno della comunità palestinese in Israele è quella tra arabi cristiani/musulmani da una parte e arabi beduini dall’altra.

La maggioranza dei beduini di Israele vive nel Naqab (Negev), nel sud del paese, dove devono sopportare condizioni di vita miserabili a causa del tentativo israeliano di espellerli dalla loro terra e concentrarli in pochi villaggi e cittadine.

Secondo Noga Dagan-Buzaglo, un ricercatore del centro “ADVA” (Informazione sull’Uguaglianza e la Giustizia Sociale in Israele), in quanto abitanti di villaggi non riconosciuti [dallo Stato israeliano. Ndtr.], i beduini patiscono le peggiori condizioni di vita del Paese.

Benché lo Stato sia obbligato a fornire educazione a tutti i cittadini dall’età di 3 o 4 anni, le scuole nel Naqab si possono trovare solo in villaggi e cittadine riconosciuti. Ciò rende difficile ai genitori dei villaggi non riconosciuti mandare a scuola i propri bambini in modo regolare.

Secondo Muhammad Zidani, ricercatore, e Muna Haddad, avvocato, entrambi di Adalah, il Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele, poiché i genitori possono essere processati se non mandano i figli a scuola, alcune famiglie si sono spostate dai villaggi non riconosciuti a quelli riconosciuti per facilitare la frequenza scolastica ed evitare denunce penali.

Anche a questo proposito, l’educazione è utilizzata come uno strumento politico per imporre la volontà dello Stato ai suoi cittadini arabi, in questo caso spostando una parte della popolazione dalla sua terra d’origine.

Isolare gli arabi cristiani

Un terzo, e abbastanza recente, sviluppo è il tentativo di Israele di isolare gli arabi cristiani come ha fatto con i drusi per 60 anni.

Nel 2013 sono aumentati i tentativi dello Stato per incoraggiare gli arabi cristiani ad arruolarsi nell’esercito israeliano, approfittando del fatto che sono meno numerosi degli arabi musulmani, e cercando di creare timore per la “crescente ‘minaccia musulmana’ nella regione.” L’attuale tentativo dello Stato di assegnare agli arabi cristiani una nuova etnicità aramaica è collegato a questo.

Odna Copty, che lavora per il Comitato di Monitoraggio dell’Educazione Araba (FUCAE), afferma che gli arabi cristiani come lei sono ora definiti come aramaici piuttosto che arabi.

“Dicono che siamo un gruppo con religioni diverse e non abbiamo niente in comune, ” afferma. “Quando parlo con qualcun altro che è arabo, non mi viene mai in mente di chiedergli specificamente della sua religione, perché nella cultura araba non è educato fare domande simili.”

L’intento dello Stato di isolare i cristiani e fare in modo che adottino una nuova identità aramaica non ha ancora attecchito tra la gente. Al contrario, molti arabo-palestinesi come Copty deridono questi tentativi come artificiosi e destinati a fallire.

Tuttavia il passato dimostra che simili iniziative hanno avuto successo nel contesto dei drusi. Pertanto questa nuova strategia del divide et impera dovrebbe essere presa sul serio piuttosto che liquidata come assurda.

La storia di qualcun altro

La seconda area importante in cui lo Stato mette in atto direttamente la sua politica del divide et impera sono i contenuti che gli alunni studiano a scuola. Tutto il sistema educativo è basato “sui valori della cultura ebraica e sui successi in campo scientifico, sull’amore per la patria e la lealtà nei confronti dello Stato e del popolo ebraico (…)” come stabilito nella legge dell’Educazione Statale del 1953.

In pratica, ciò significa che i curricula destinati ai settori ebraici laici o religiosi intendono insegnare agli studenti i valori del sionismo ed il punto di vista ebraico. Di conseguenza, gli studenti arabo-palestinesi durante i 14 anni di scuola non apprendono niente della storia o della cultura del loro stesso popolo.

Oltretutto l’immagine degli arabo-palestinesi descritta per loro nei libri di testo è negativa, se non apertamente razzista.

Le differenze tra gli arabo-palestinesi sono evidenziate in un nuovo e controverso testo di educazione civica introdotto in maggio dall’attuale ministro dell’Educazione Naftali Bennett.

Nonostante accese proteste da parte della comunità arabo-palestinese, Bennett ha insistito per la pubblicazione di un libro che, tra le altre cose, “senza ragione distingue tra le componenti musulmane, cristiane, aramaiche e druse di Israele e dedica più attenzione al servizio militare di quest’ultima piuttosto che al sottogruppo più ampio “, cioè gli arabi musulmani.

Legata a questo problema è l’assunzione di insegnanti e presidi nelle scuole arabe. All’interno della comunità palestinese in Israele è risaputo che il ministero dell’Educazione non nomina le persone più adatte a questo lavoro, ma quelle che collaborano con lo Stato.

Il fatto che lo Shabak (Shin Bet), il servizio di sicurezza interno di Israele, sia coinvolto nelle assunzioni – e nella selezione che le precede- degli insegnanti e dei presidi dimostra quanto Israele consideri fondamentale la nomina delle persone ‘giuste’. Scegliendo insegnanti e presidi leali, o per lo meno non critici, lo Stato garantisce che verranno insegnati solo i contenuti previsti dal curriculum scolastico. Persino nelle scuole private, che hanno un certo grado di libertà riguardo all’assunzione dei docenti e ai contenuti, gli insegnanti sono consapevoli del loro ruolo all’interno del sistema e aderiscono in maggioranza alla narrazione dominante.

Tutti questi aspetti presi insieme garantiscono che lo Stato, grazie all’intervento diretto nel sistema educativo, trasmetta solo la narrazione sionista dominante, che dovrebbe tutelare il carattere ebraico dello Stato. Questa prassi intende seminare divisioni tra gli studenti arabo-palestinesi, perché nega l’esistenza di una Nazione palestinese e sottolinea piuttosto ogni aspetto che separa la comunità in termini di religione o di altro.

Buona educazione – se te lo puoi permettere

Israele tenta anche di indebolire la coesione nella comunità arabo-palestinese in un modo più indiretto e sottile. Anche se le cifre esatte variano, è evidente che il ministero dell’Educazione assegna molti meno fondi alle scuole arabe che a quelle ebraiche, con il risultato di una grave mancanza di risorse in tutte le scuole pubbliche arabe.

Le scuole dei beduini sono considerate ben fornite se si tratta di edifici di mattoni con acqua corrente ed elettricità. In seguito al costante lavoro del FUCAE, il ministero dell’Educazione è totalmente al corrente della quantità di denaro necessaria annualmente per studente al fine di ridurre la differenza tra studenti ebrei ed arabi.

Tuttavia, secondo Aatef Moadei, direttore generale del FUCAE, Israele è interessato a gestire questa differenza piuttosto che a ridurla. L’indifferenza dello Stato è ancora più evidente quando si prende in considerazione il fatto che è diretta contro persone che rappresentano oltre il 20% dei suoi stessi cittadini, che pagano tutti le tasse e si aspettano di vedere in cambio investimenti significativi.

In conseguenza della mancanza di fondi e della carenza delle infrastrutture nella maggior parte delle scuole pubbliche, le scuole private arabe sono diventate l’alternativa preferita per i genitori che vogliono che i propri figli ricevano un’educazione migliore. Molte scuole private arabe sono gestite ed in parte finanziate da chiese, il che significa che hanno più fondi di cui avvalersi e maggiore libertà nella gestione degli affari interni della scuola. Le scuole delle chiese arabe sono aperte a tutti gli alunni arabi, non solo ai cristiani.

Tuttavia, poiché i genitori devono pagare le tasse d’iscrizione a queste scuole, le famiglie arabe più povere, che sono in genere musulmane, sono escluse da questa alternativa. Di conseguenza, con i finanziamenti volutamente scarsi alle scuole pubbliche e obbligando la comunità araba a rivolgersi all’educazione privata, che è in parte a pagamento, ancora una volta lo Stato impone una divisione della comunità in base alla religione, oltre a mettere in evidenza la stratificazione in base alla classe sociale.

Mantenere poco istruiti gli studenti

La strategia dello Stato riguardo al sistema educativo arabo intende garantire che i cittadini palestinesi di Israele rimangano poco istruiti, pur fornendo loro la formazione sufficiente a mascherare la realtà sia per la comunità internazionale che per l’opinione pubblica israeliana.

Il grave deficit nel sistema scolastico determina una bassa partecipazione degli arabi all’educazione superiore: solo uno studente arabo su quattro arriva all’educazione superiore, rispetto a uno su due studenti ebrei. Di conseguenza, le misure dirette ed indirette attuate dallo Stato non portano solo al rafforzamento delle differenze all’interno della comunità arabo palestinese.

Su scala più ampia, queste misure configurano anche un sistema che produce forza lavoro relativamente poco qualificata, per esempio formando insegnanti arabi poco qualificati, cosa che, a sua volta, avrà un effetto sulla prossima generazione di alunni arabo- palestinesi – garantendo una costante marginalizzazione della minoranza palestinese in Israele.

Democrazia solo di nome

Quindi lo Stato interferisce direttamente e indirettamente nel settore dell’educazione araba e intende imporre la separazione tra i cittadini arabo- palestinesi in Israele sulla base dell’etnia, della religione, della geografia e della classe sociale. Il sistema scolastico, così com’è ora, serve agli interessi dello Stato piuttosto che a quello degli studenti.

I palestinesi in Israele sono consapevoli delle diversità della loro comunità. Tuttavia sostengono che il governo utilizza il sistema educativo per rafforzare le differenze esistenti, che non sarebbero così problematiche se non fossero sottolineate continuamente dallo Stato. Il controllo delle loro scuole da parte del ministero dell’Educazione e soprattutto l’assoluta mancanza di libertà riguardo ai contenuti insegnati sono due pratiche che rifiutano ampiamente.

Dunque la comunità araba palestinese di Israele chiede una completa autonomia per il settore dell’educazione araba, per farsi totalmente carico della distribuzione dei fondi, dei contenuti dei curricula e dell’assunzione degli insegnanti in tutte le scuole arabe.

L’autonomia del settore educativo arabo in Israele sarebbe un importante passo verso il miglioramento dell’educazione araba in generale. Inoltre determinerebbe un cambiamento per i cittadini arabo- palestinesi di Israele, ponendo fine ai tentativi dello Stato di dividerli in comunità sempre più ridotte per mettere in crisi il movimento nazionale palestinese.

Anche se questo obiettivo può sembrare utopico, è di cruciale importanza che Israele inizi a trattare tutti i suoi cittadini, ebrei e non, allo stesso modo se vuole continuare a chiamarsi e ad essere chiamato una democrazia.

– Mona Bieling è una dottoranda in Storia Internazionale presso l’Istituto Universitario di Studi Internazionali e Sviluppo (IHEID) di Ginevra, Svizzera. Questa ricerca è stata realizzata con il sostegno di Baladna – Associazione per la Gioventù Araba di Haifa, Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Quando i ‘giornalisti’ israeliani trasmettono [l’argomento] coloni

di Amira Hass, 6 febbraio 2017 Haaretz

Il sindaco di Silwad, un villaggio palestinese la cui terra è stata rubata a favore della colonia di Amona, ha detto che i coloni espulsi dall’insediamento dovrebbero tornare in Europa. La radio israeliana ha riportato queste considerazioni – ma non ha spiegato il contesto.

Mentre il ‘circo equestre’ di Amona veniva raccontato da ogni prospettiva, e con accondiscendenti accenti di comprensione per i ladri di terra, Reshet Bet, di radio Israele, si è presa il disturbo di raccontarci anche il punto di vista dei palestinesi. Indirettamente.

Il presidente del consiglio comunale di Silwad, uno dei villaggi la cui terra è stata rubata a favore della colonia, è stato intervistato da un canale televisivo collegato ad Hamas e ha detto che la soluzione per le persone evacuate (da Amona, ndtr.) è di ritornare in Europa, il luogo da cui sono venuti. La trasmissione faceva notare che il sindaco, Abd al-Rahman Abu Salh, era uno dei firmatari della petizione all’Alta Corte di Giustizia che si opponeva al trasferimento dell’avamposto in appezzamenti di terreno nei pressi della stessa collina.

Le considerazioni del sindaco mostrano una certa familiarità con il contesto etnico dei ladri di Amona e la loro difesa danzante (alcuni dei coloni di Amona si sono messi a ballare per protesta durante l’evacuazione, ndtr.); a ragione non ha detto che dovrebbero tornare in Marocco o in Iraq. Ma torniamo all’intervista: non era certo inopportuno trasmetterla. Anche nelle conversazioni quotidiane con i palestinesi simili opinioni vengono a volte espresse, e non solo relativamente ai residenti di uno specifico insediamento. Non si tratta solo di un punto di vista: ho sentito dei palestinesi che sono convinti che gli ebrei stiano lasciando Israele in gran numero. Vuoi a causa della minacciosa forza militare di Hamas, con Allah dalla sua parte, vuoi alla ricerca di una vita più facile, o perché gli ebrei comprendono che non appartengono a questo luogo. C’è anche chi cita il preciso versetto del Corano che profetizza la partenza degli ebrei.

Però c’è anche chi parla diversamente: per esempio A., sessantenne di Gaza, devoto musulmano, che è spaventato da Hamas. “In quanto credente musulmano, ha detto una volta, non posso immaginare questa terra senza ebrei.” L. ha detto esattamente la stessa cosa. E’ un’atea proveniente da una famiglia cristiana in Galilea. “Dopotutto, voi siete parte di questo luogo”, ha detto. E ci sono dei rifugiati che citano sempre i loro genitori e nonni che dicevano: “Abbiamo vissuto da buoni vicini con gli ebrei.”

Ogni considerazione è fatta in un certo contesto e loro non possiedono una sola verità assoluta. Tranne la seguente: i palestinesi sono soggetti al regime israeliano di sadismo organizzato.

Se 20 anni fa hanno pensato che sarebbe presto finito, oggi è chiaro che Israele vuole solo proseguirlo e incrementarlo, rendendolo più efficiente e permanente. L’intifada del popolo ha fallito. I negoziati di pace si sono rivelati un inganno. La diplomazia è stata sconfitta. La lotta armata è un’arma a doppio taglio. Per ogni battaglia vinta contro il furto di terra, ve ne sono dozzine in cui alla fine la terra resta in mano ai coloni. Gli ebrei hanno provato a chiunque non lo sapesse o non fosse d’accordo, che l’entità che hanno creato è colonialista. In altre parole, aspira a sostituire un popolo con un altro, a deportare un popolo in nome dei prescelti da dio.

Israele agisce e i palestinesi in risposta dicono cose al limite della disperazione o cose che possano dare la speranza che sia possibile un cambiamento in meglio. Il confine che separa il delirio dalla speranza, la speranza dalla disperazione, è molto sottile ed è tracciato dalle politiche israeliane.

La notizia è stata trasmessa dalla radio israeliana con voce solenne, con il sottinteso che “quelli che conoscono la faccenda capiranno”. E noi abbiamo capito che il vero problema è che quei contadini sono semplicemente antisemiti. Non solo non hanno offerto pane e sale ai ladri della loro terra, ma gli hanno addirittura fatto causa ed hanno rubato il loro tempo prezioso, che altrimenti sarebbe stato dedicato alle devote preghiere al “Dio degli Ospiti” (una delle definizioni bibliche di dio, ndtr).

La trasmissione della radio israeliana dava l’impressione che la dichiarazione del sindaco di Silwad fosse essenzialmente estemporanea (negando i diritti degli ebrei) e priva di qualsiasi contesto. O che il contesto del sistematico, brutale e cinico furto non fosse importante. E tra l’altro, la colonia di Ofra è anch’essa costruita sulle terre di Silwad.

Ogni articolo di giornale è inserito in un contesto. Lo stesso vale per tutti gli articoli che nessuno si dà la pena di pubblicare: anch’essi hanno un contesto. Sulla radio israeliana possiamo ascoltare informazioni dalle forze di sicurezza palestinesi sulla cattura di aggressori armati di coltelli, come anche le voci dei politici palestinesi. Ma non possiamo trovarvi le notizie quotidiane sulle sistematiche demolizioni di strutture palestinesi in Cisgiordania, sul trasferimento di comunità di agricoltori e pastori per far posto a zone di addestramento dell’esercito israeliano, sui sistematici divieti di costruzione per i palestinesi, sulle limitazioni di movimento e le incursioni nelle case.

Reshet Bet non fa esattamente l’impossibile nemmeno per indagare sulle circostanze delle uccisioni da parte dell’esercito israeliano di donne e giovani palestinesi che non mettevano in pericolo la vita dei soldati. E tra l’altro non c’è bisogno di svolgere indagini indipendenti. Si può citare il lavoro sul campo di B’Tselem, trasmettere la risposta del portavoce dell’esercito e, in nome della santa imparzialità, intervistare qualcuno di Regavim o Kahana Chai (gruppi israeliani estremisti di estrema destra, ndtr.). Agli ascoltatori di Reshet Bet è stato evitato tutto questo, di proposito.

Il contesto delle vicende che vengono pubblicate e che non vengono pubblicate è lo stesso: mobilizzazione in nome dell’impresa coloniale, mentre si impedisce l’informazione che potrebbe sollevare dubbi sulle intenzioni di Israele e sulla logica delle sue politiche. Naturale diffidenza, impegno, curiosità e volontà di descrivere una grande varietà di fenomeni – tutto questo è assente nelle trasmissioni pubbliche quando si tratta delle vita dei palestinesi sotto il regime israeliano. In questo caso siamo anzitutto israeliani e coloni, o coloni potenziali. Mai giornalisti.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Spiegazione: la nuova legge israeliana sul furto di terre palestinesi e perché è importante.

di Allison Kaplan Sommer – 7 febbraio 2017,Haaretz

Il parlamento israeliano ha votato una legge che espropria terreni privati palestinesi in Cisgiordania. Che cosa cambia la legge, chi è colpito e perché si tratta di una questione così importante?

Che cosa cambia esattamente la nuova legge?

La legge consente ad Israele di espropriare terreni privati palestinesi in Cisgiordania su cui sono stati costruiti insediamenti o avamposti israeliani. Permette ai coloni ebrei di rimanere nelle loro case, benché non conceda loro la proprietà della terra su cui vivono. Nega ai proprietari palestinesi il diritto di reclamare la terra o di prenderne possesso “finché non ci sarà una soluzione diplomatica sullo status dei territori.”

Aspetta – torniamo indietro -, qual è il nome della legge?

Bella domanda. Una parte della confusione che circonda la legge è il suo nome. In ebraico ha ricevuto un nome fuorviante con diverse possibilità di traduzione che confondono – più comunemente, è tradotto come la “Legge di regolarizzazione.”

Tecnicamente, è stata pensata per “regolare la colonizzazione in Giudea e Samaria [la Cisgiordania. ndtr.] e consentirne la continua costruzione e lo sviluppo.” Un nome più esplicito sarebbe, nei fatti, “Legge di esproprio”, in quanto legalizza in modo retroattivo l’esproprio da parte dello Stato di terreni palestinesi di proprietari privati. Gli oppositori della legge avrebbero probabilmente preferito mettere in chiaro le cose in modo ancora più diretto e chiamarla “Legge del Furto” – una legge che legalizza il fatto che i coloni vivano su terre che non sono di loro proprietà.

Perché si tratta di una faccenda così importante? La Cisgiordania non è comunque occupata?

La legge supera un limite che Israele non aveva ancora violato, persino secondo politici di destra come l’ex-ministro del Likud Dan Meridor, che ha definito la legge “cattiva e pericolosa”. Egli sostiene che il parlamento israeliano non ha mai regolato la proprietà privata palestinese in Cisgiordania perché “gli arabi di Giudea e Samaria non votano per la Knesset [il parlamento israeliano. Ndtr.], e questa non ha l’autorità di fare leggi per loro. Sono principi fondamentali di democrazia e delle leggi israeliane.”

Asserisce che, se Israele può essere pienamente sovrano in Cisgiordania, dovrebbe concedere ai palestinesi che vi vivono la cittadinanza e accordare loro il diritto di voto. Fino ad allora, dice, l’autorità israeliana di regolare la [proprietà della] terra in Cisgiordania è limitata solo a ragioni di sicurezza – sia in base alle leggi israeliane che internazionali.

Il procuratore generale di Israele è d’accordo?

Sì. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha dichiarato che se la legge sarà presentata in tribunale, non ha intenzione di difenderla contro argomentazioni secondo cui violerebbe la Quarta Convenzione di Ginevra.

Ciò non ha dissuaso la ministra della Giustizia di Israele, l’estremista di destra Ayelet Shaked, importante esponente del partito Habayit Hayehudi (Casa Ebraica), la forza trainante che sta dietro la legge. Lei sostiene che, se necessario, un procuratore privato rappresenterà il governo in un contenzioso legale che molti esperti giudiziari prevedono si concluderebbe con l’annullamento della legge.

Quante colonie riguarderà la legge?

Secondo Peace Now [organizzazione pacifista israeliana. Ndtr.], al momento la legge consentirà la legalizzazione retroattiva di terre in più di 50 avamposti e colonie.

In 16 di queste sono già stati emessi ordini di demolizione contro case costruite su terreni reclamati da proprietari palestinesi. In base alla nuova legge, ogni azione per mettere in atto questi ordini sarà bloccata per un anno in presenza di procedimenti per definire se lo Stato può appropriarsi della terra.

Ciò include proprietà nelle colonie di Ofra, Eli, Netiv Ha’avot, Kokhav Hashahar, Mitzpe Kramim, Alon Moreh, Ma’aleh Mikhmash, Shavei Shomron, Kedumim, Psagot, Beit El, Yitzhar, Har Bracha, Modi’in Illit, Nokdim e Kokhav Yaakov.

La legge è arrivata troppo tardi per salvare l’avamposto illegale di Amona, che è stato evacuato la scorsa settimana.

Cosa si intende per “al momento”? Se approvata e confermata, la legge permetterebbe in futuro colonie su terreni privati palestinesi?

Potenzialmente sì. La misura permetterebbe al ministero della Giustizia di aggiungere altre colonie e avamposti alla lista delle zone in cui la proprietà può essere confiscata ai palestinesi, con l’approvazione della commissione “Costituzione, Legge e Giustizia” della Knesset.

I proprietari palestinesi sulle cui terre vivono coloni sono indennizzati? E in questo caso, come?

In base alla nuova legge, i proprietari palestinesi hanno una scelta: se possibile, gli viene assegnato un altro appezzamento di terreno. Sennò, saranno pagati con un compenso annuale per l’utilizzo del 125% del valore del terreno, come stabilito da una commissione di valutazione per periodi rinnovabili di 20 anni. A meno che, in uno scenario ottimistico, intervenga un accordo di pace che riguardi lo spostamento delle colonie israeliane dalla loro terra.

Perché tutto questo suona così familiare? Il governo non ha lottato su questa questione per molto tempo?

La legge ha superato i primi ostacoli legislativi in novembre e dicembre, ma è stata in seguito differita e rinviata per varie ragioni. La ragione principale è stata la preoccupazione del primo ministro Benjamin Netanyahu in merito alle mosse di fine mandato dell’amministrazione Obama (ed effettivamente i consiglieri di Obama hanno considerato la legge parzialmente responsabile dell’astensione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU) e il suo timore di iniziare con il piede sbagliato i rapporti con l’amministrazione Trump.

La legge è stata fortemente sostenuta dal ministro dell’Educazione Naftali Bennett. Quando Bennett l’ha presentata per la prima volta, Netanyahu ha definito la sua fretta “infantile ed irresponsabile” e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman [del partito di estrema destra “Israele Casa Nostra”. Ndtr.] ha detto a Bennett che stava “mettendo in pericolo il futuro dell’impresa di colonizzazione per un capriccio elettoralistico.”

Quindi, come mai è stata ripresa e perché il voto all’ultimo momento lunedì a tarda notte?

E’ stato detto dall’amministrazione Trump a Netanyahu di non fare mosse significative prima del suo appuntamento programmato con il presidente per il 15 febbraio. Ha utilizzato ciò per sostenere la causa della dilazione del voto di lunedì durante un incontro con i dirigenti dei partiti della coalizione il giorno precedente. Ma Bennett e Shaked, sottoposti ad una tremenda pressione da parte della loro base per andare avanti con decisione con la legge prima che [l’avamposto di] Amona venisse smantellato, hanno rifiutato ogni ulteriore rinvio.

Incapace di bloccare ulteriormente la legge, l’unica cosa che Netanyahu ha potuto fare è stato “fare un rapporto” a Trump – fargli sapere che [la legge] stava per arrivare, nello stesso giorno in cui ha dovuto ascoltare da parte della prima ministra britannica Theresa May che la legge non sarebbe  “utile” e renderebbe le cose più difficili per gli amici di Israele. E – presumibilmente per salvarsi la faccia con i suoi sostenitori di destra, che chiaramente Bennett spera di portargli via – Netanyahu ha fatto marcia indietro, negando di aver tentato di rimandare il voto.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le colonie e “l’accordo definitivo”: la sorprendente affermazione di Trump su Israele inserita nel contesto

Amir Tibon – 3 febbraio 2017, Haaretz

Cosa c’è, e cosa non c’è, di nuovo nella dichiarazione di Trump sulla costruzione di colonie israeliane.

WASHINGTON – La dichiarazione della Casa Bianca di giovedì che giudica la costruzione di colonie israeliane non utile per la pace è arrivata come una sorpresa e una delusione per alcuni esponenti della destra israeliana, che avevano sperato che l’arrivo al potere di Trump avrebbe segnato la fine della soluzione dei due Stati e una nuova era di appoggio incondizionato della Casa Bianca all’espansione delle colonie israeliane.

La dichiarazione chiarisce che Trump, che ha chiamato “definitivo” l’accordo di pace, condivide il desiderio delle precedenti amministrazioni di far firmare a Israele e ai palestinesi un accordo di pace e si aspetta che il governo israeliano eviti passi che possano danneggiare le prospettive di un simile accordo.

Tuttavia la dichiarazione contiene anche buone notizie per la destra israeliana, in quanto afferma che l’amministrazione Trump non crede che le colonie in sé siano un ostacolo alla pace.

Ogni amministrazione USA negli ultimi 50 anni ha disapprovato l’espansione delle colonie israeliane, temendo che potesse pregiudicare le possibilità di raggiungere un accordo di pace sullo status definitivo. La Casa Bianca di Trump, a quanto pare, chiede solo che Israele non estenda le colonie già esistenti, ma non sta affrontando il problema con lo stesso discorso chiaro che hanno usato amministrazioni precedenti.

Durante i suoi otto anni di governo l’amministrazione Obama ha insistito che le colonie erano il maggior ostacolo per la pace. Nel 2009 Obama ha fatto pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu per il blocco della costruzione di ogni colonia in Cisgiordania per 10 mesi, e, secondo fonti ufficiali israeliane, in quel periodo i collaboratori del presidente avevano messo in guardia Israele che il loro approccio alla costruzione di colonie era “neanche un mattone”.

Gli ultimi due atti della precedente amministrazione riguardo al conflitto israelo-palestinese sono stati l’astensione dal voto del Consiglio di Sicurezza ONU che ha denunciato le colonie e l’attribuzione della maggior parte delle responsabilità per il fallimento dei colloqui di pace alla costruzione delle colonie israeliane. Questa posizione è stata chiaramente espressa dal discorso dell’allora segretario di Stato John Kerry alla fine di dicembre.

L’approccio di Trump sembra essere più vicino a quello dell’amministrazione di George W. Bush, che nel 2004 inviò una lettera ad Israele, allora governato da Ariel Sharon, in cui proclamava che “nuove situazioni sul terreno” avrebbero dovuto essere prese in considerazione in un futuro accordo di pace, e che fosse “irrealistico aspettarsi che il risultato di negoziati sullo status finale sia un pieno e totale ritorno alla linea dell’armistizio del 1949.”

Qualcuno a Gerusalemme e a Washington interpretò questa affermazione come un’autorizzazione da parte dell’amministrazione a costruire nei “blocchi di colonie” – la vasta concentrazione di colonie relativamente vicina ai confini del 1967, che dovrebbe diventare parte di Israele proprio in un accordo di pace.

Ma l’amministrazione Bush non ha sempre parlato con un’unica voce riguardo all’interpretazione della lettera. L’allora segretario di Stato Condoleezza Rice disse nel 2007, dopo l’annuncio da parte di Israele di nuove costruzioni nelle colonie, che “gli Stati Uniti non fanno differenza” tra diversi tipi di colonie.

Stephen Hadley, consigliere di Bush per la sicurezza nazionale, affermò che “ovviamente il presidente appoggia ancora quella lettera dell’aprile del 2004, ma bisogna vederla, naturalmente, nel contesto in cui è stata inviata.” Quel contesto, spiegò, era l’accettazione da parte di Israele della cosiddetta “road map per la pace” di Bush, che includeva la formazione di uno Stato palestinese e la decisione di Sharon del ritiro unilaterale dalla Striscia di Gaza e da parti della Cisgiordania.

Forse con il tempo l’amministrazione Trump adotterà una politica vicina a quella di Bush, che a volte è stata meno severa di quella di Obama riguardo alla costruzione di colonie. Ma ha anche chiarito che le colonie erano in effetti uno degli ostacoli per il raggiungimento di un accordo.

Un’altra possibilità per l’amministrazione Trump sarebbe di chiudere un occhio su qualche costruzione di colonie israeliane spingendo al contempo per negoziati diretti tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. Questa è stata la politica, anche se non dichiarata ufficialmente, durante alcune fasi dell’amministrazione Clinton.

I due ultimi primi ministri israeliani che hanno costruito più insediamenti sono stati Yitzhak Rabin ed Ehud Barak, entrambi del partito Laburista. Hanno costruito nelle colonie mentre stavano facendo colloqui di pace con i palestinesi con la mediazione americana.

L’amministrazione di George H.W. Bush, da parte sua, prese una dura posizione contro la costruzione di insediamenti, con l’allora segretario di Stato James Baker che denunciò le colonie come il maggior ostacolo per il raggiungimento di un accordo. “Non penso che ci sia un ostacolo più grande per la pace che le attività di colonizzazione che non solo continuano senza tregua, ma con un ritmo in aumento,” disse Baker nel 1991.

Aggiunse che “niente ha reso più difficile il mio lavoro per cercare di trovare partner arabi e palestinesi per Israele del fatto di essere accolto da una nuova colonia ogni volta che arrivavo.” Va notato che Baker si è incontrato con Trump nel maggio 2016 per discutere le posizioni in politica estera del candidato.

Un membro del governo di Trump che sembra condividere la visione negativa di Baker riguardo alle colonie è il segretario alla Difesa James Mattis, che nel 2013 ha detto che la costruzione degli insediamenti stava mettendo Israele a rischio di diventare uno Stato dell’apartheid. Mattis, un ex-generale del corpo dei marines, ha aggiunto che come comandante dello stato maggiore USA, “ha pagato ogni giorno un prezzo in termini di sicurezza militare perché gli americani erano visti come di parte nel loro appoggio ad Israele.”

Oltre alla conclusione che l’espansione delle colonie potrebbe danneggiare la pace, un altro aspetto della dichiarazione di giovedì che sembra suggerire continuità con le precedenti amministrazioni è stato il riferimento al 1967 come un punto di partenza per i colloqui. Ha affermato che “il desiderio americano di pace tra gli israeliani e i palestinesi è rimasto invariato per 50 anni.” Il prossimo giugno segna il cinquantesimo anniversario della Guerra dei Sei Giorni, che diede inizio all’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Il dottor Michael Koplow, direttore politico del Forum della Politica di Israele, ha detto ad Haaretz che la posizione della Casa Bianca è “incoraggiante” e “rivela proprio quanto stia rischiando grosso Netanyahu in casa sua. Come con i presidenti Clinton e Obama, la recente posizione dell’amministrazione Trump sulle colonie ora fornisce a Netanyahu qualche protezione interna dalle pressioni politiche alla sua destra per fare quello che ha voluto fare da sempre, cioè conservare lo status quo piuttosto che andare verso più colonie ed eventualmente verso l’annessione.”

Dan Shapiro, un ambasciatore USA in Israele sotto Obama, ha twittato che la dichiarazione della Casa Bianca “ci dice che l’opposizione di Trump alle attività di colonizzazione, come fattore negativo nel processo di pace in Medio Oriente, è in continuità con la politica USA per molti anni.” Ha detto di credere che la Casa Bianca potrebbe aver pubblicato la dichiarazione perché Netanyahu “ha voluto pressioni da parte di Trump per aiutarlo a tenere a freno i partiti alla sua destra.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Come espellere: consigli a Trump da un’israeliana

Amira Hass– 3 febbraio 2017,Haaretz

Otto modi in cui il nuovo presidente può far provare ai messicani ed ai musulmani quello che patiscono i palestinesi.

E’ passata appena una settimana ed hai sconvolto tutto, Donald Trump. La ragione è semplice: non ti sei consultato con Israele su come rifiutare l’ingresso nel tuo Paese senza scatenare mezzo mondo contro di te. Ma quando si tratterà dell’altra tua promessa – effettive espulsioni – avrai ancora il tempo di consultarci.

Per mancanza di pazienza e di spazio, qui si discuterà solo di due tipi di espulsioni – due dei molti tipi in cui siamo diventati esperti: l’espulsione di palestinesi originari di Gerusalemme dalla città e l’espulsione di palestinesi abitanti della Cisgiordania dalle loro case.

Regola 1. Silenzio. Non pubblicizzare la politica di espulsione. Fai in modo che ogni persona espulsa si opponga da sola al decreto e creda che il problema riguardi solo lui. Individualmente. Ad un certo punto, a partire dalla fine del 1995 (durante il governo del partito Laburista e degli accordi di Oslo), i palestinesi hanno scoperto che avrebbero perso lo status di residenti a Gerusalemme se avessero vissuto dove avevano sempre vissuto negli anni precedenti: fuori dai confini della Gerusalemme annessa o all’estero.

Regola 2. Stupore. Insistere che dopotutto non è cambiato niente e che queste leggi esistevano da tempi immemorabili. E’ quello che sostenne il ministero degli Interni nel 1996 quando sempre più palestinesi di Gerusalemme scoprirono che le loro carte di identità erano improvvisamente state revocate ed erano diventati residenti illegali nella città e sulla terra in cui erano nati.

Regola 3. Gradualità. L’espulsione avviene un passo alla volta, come se fosse per caso. Annessione ed esproprio delle terre. Divieto di costruzione nelle zone che rimangono. Reclutamento di dio. Intollerabile sovraffollamento nelle case e affitti alle stelle. Ignorare gli spacciatori. Trascurare infrastrutture e scuole. Incrementare il peso delle tasse. Poco lavoro. Collocare disturbatori professionali (alias, coloni) nel cuore dei quartieri con guardie giurate che li circondano.

E la cosa principale: lo status di residenti in base alla legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele, che può scadere in qualunque momento. Come se i palestinesi di Gerusalemme fossero entrati in Israele e avessero scelto di vivere sotto il suo tallone come immigrati non ebrei. Come se Israele non avesse fatto violentemente irruzione nelle loro vite nella città in cui erano nate le madri delle loro madri.

Regola 4. Supporto legale (A). L’allora presidente della Corte Suprema Aharon Barak e i suoi colleghi, Gabriel Bach e Shoshana Netanyahu, dettero già l’approvazione della corte per un’altra espulsione, di massa ma latente. Nel 1988 stabilirono che fosse legale espellere un palestinese nato nel 1943 a Gerusalemme perché aveva anche una cittadinanza straniera (Mubarak Awad, che, guarda caso, era anche un sostenitore della disobbedienza civile dei palestinesi).

Regola 5. Molteplicità. Non attenerti ad una sola scusa, signor presidente. Noi ci siamo appellati successivamente ad una grande quantità di pretesti per espellere palestinesi dalla loro terra, la loro patria, le loro case: politici (opposizione al nostro dominio), amministrativi (non erano presenti al momento del censimento o avevano prolungato il loro soggiorno all’estero), una zona di esercitazioni militari, una riserva naturale, la vicinanza con i confini, con un’autostrada, un avamposto, un sito archeologico, terre statali, mancata approvazione di piani regolatori, la barriera di separazione, divieto di costruzione, intrusione di molestatori di professione e personale dei servizi di sicurezza, citazioni della Bibbia.

Regola 6. Supporto legale (B). I nostri giudici evitano di emettere sentenze contrarie alla politica di suddivisione in zone e di costruzione ineguale per ebrei ed arabi.

Regola 7. Insufficiente fornitura di acqua. Taglia l’acqua, Trump. Stabilisci che ogni musulmano o messicano avrà diritto a solo un quarto o meno dell’acqua consumata mediamente da un WASP [White, Anglo Saxon, Protestant, definizione razzista dell’americano ideale. Ndtr.]. Decidi che ovunque vivano messicani o musulmani saranno tagliati fuori dalla rete idrica. Guarda la Valle del Giordano. E’ un notevole strumento per sfoltire una popolazione indesiderata. Fidati di noi.

Regola 8. L’appoggio delle elite. Manda consiglieri in Israele. Riceveranno suggerimenti su come regolari attività di espulsione vengano salutate dal silenzio della maggior parte dell’intellighenzia colta illuminata, il sale della terra, laureati delle forze armate israeliane, che si annidano nelle università e frequentano le sale da concerto. La loro condiscendenza è assolutamente fantastica.

(traduzione di Amedeo Rossi)