Con una decisione senza precedenti l’UE sanziona un giornalista tedesco per i reportage su Gaza

Ali Abunimah

19 febbraio 2026 – The Electronic Intifada

A gennaio sono rimasto scioccato da un post pubblicato su Twitter/X.

URGENTE: al momento non ho alcun accesso al denaro” ha scritto Hüseyin Dogru. A causa delle sanzioni dellUE non posso provvedere al sostentamento della mia famiglia, compresi due bambini molto piccoli”

Dogru è un giornalista, un cittadino tedesco residente a Berlino.

Dopo aver letto il suo post gli ho inviato un messaggio privato offrendomi di ordinare la spesa e fargliela consegnare a casa.

La risposta mi ha scioccato ancora di più. “Purtroppo non mi è permesso accettare alcun sostegno finanziario o materiale”, ha scritto Dogru.

Dogru è il primo cittadino dell’Unione Europea residente all’interno dell’UE a subire sanzioni extragiudiziali imposte da Bruxelles che lo privano dei diritti civili e umanitari fondamentali.

È anche la prima persona a essere sanzionata specificamente per i suoi reportage sulla Palestina.

“Non mi è più permesso vivere, non mi è permesso fornire ai miei figli beni di prima necessità”, ha spiegato questa settimana al podcast di The Electronic Intifada.

“Non posso pagare l’affitto, non posso pagare i miei avvocati e sì, non mi è nemmeno permesso accettare cibo, acqua o medicine di alcun tipo da terze parti”.

Tecnicamente queste sanzioni coinvolgono anche la moglie.

Dogru è nato in Germania, dove ha sempre vissuto. È stato il fondatore di Red, una pubblicazione indipendente che ha ampiamente documentato le proteste in Germania contro il genocidio di Israele a Gaza.

È improbabile che sia l’ultima persona a subire questa nuova forma di scomunica, dato che il governo tedesco sta ora minacciando apertamente i giornalisti che potrebbero essere i prossimi se si allontanano troppo dalla linea ufficiale.

Le sanzioni bloccano tutti i beni di Dogru e gli impediscono di viaggiare. In teoria, gli è concesso un prelievo dal suo conto di 600 dollari al mese, ma in pratica la sua banca ha ripetutamente impedito anche tale operazione.

In ogni caso 600 dollari non sono per nulla sufficienti in una città costosa come Berlino. Dogru e la sua famiglia hanno dovuto ridurre drasticamente le spese per cercare di sopravvivere.

Dogru potrebbe andare incontro a pene severe se accettasse aiuto da qualcuno.

Le draconiane direttive dell’UE prevedono fino a cinque anni di carcere per chiunque violi le sanzioni contro Dogru e altri individui.

“Condanna a una morte socio-economica”

Come è potuto succedere tutto questo?

Nel maggio dello scorso anno l’Unione Europea ha adottato il suo diciassettesimo pacchetto di sanzioni apparentemente dirette contro la Russia.

Ma quelle sanzioni e le successive non sono state utilizzate solo contro entità e individui russi.

Bruxelles ha iniziato a prendere di mira, a quanto pare per la prima volta, anche i cittadini dell’UE e di altri Paesi europei.

Ciò che è particolarmente scioccante è che questi individui siano stati sanzionati semplicemente per aver espresso opinioni – giornalistiche o in disaccordo con le politiche estere dei loro governi, della NATO e dell’Unione Europea.

Tra questi Xavier Moreau, ex ufficiale dell’esercito francese e fondatore a Mosca di Stratpol, un sito web critico nei confronti della NATO e del governo francese, e i cittadini tedeschi Alina Lipp e Thomas Röper, sanzionati per i loro reportage dalla Russia.

A dicembre l’UE ha sanzionato anche Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista di intelligence, noto nei media indipendenti per le sue analisi sulla NATO e la strategia occidentale nel contesto della guerra in Ucraina.

Baud vive a Bruxelles, ma a causa delle sanzioni non può tornare in Svizzera, che non è uno Stato membro dell’UE.

Secondo il giornalista Patrick Baab, che gli ha recentemente fatto visita nella capitale belga, Baud sopravvive con le poche centinaia di dollari che gli è consentito prelevare dal suo conto bancario in base alle sanzioni, e “i vicini cucinano per lui”.

Baud, come Dogru, sta lottando.

L’UE ha sanzionato anche Nathalie Yamb, una studiosa anticolonialista svizzero-camerunense.

Yamb ha descritto l’impatto devastante delle sanzioni, nonostante non viva né viaggi in Europa: afferma di non essere in grado di pagare l’affitto o le medicine e di non poter tornare in Svizzera perché le sanzioni impediscono di sorvolare il territorio dell’UE.

Yamb definisce le sanzioni una “condanna a una morte socio-economica” e anche lei sta lottando in tribunale.

Sanzionato per aver scritto sulla Palestina

Oltre a essere il primo cittadino dell’UE a essere punito mentre viveva sul territorio dell’UE, Dogru è unico anche per un altro aspetto che crea un precedente.

Come gli altri, è stato sanzionato in base ad accuse generiche di presunta diffusione di quella che l’UE considera “disinformazione” filo-russa.

Ma è l’unica persona ad essere stata finora punita specificamente per aver documentato la situazione in Palestina, in particolare i crimini israeliani nel contesto del genocidio in corso a Gaza.

Anche la pubblicazione di Dogru, Red, è stata sottoposta a sanzioni da parte dell’UE. Per giustificare l’attacco a Red l’UE sostiene che la pubblicazione “ha diffuso sistematicamente false informazioni su argomenti politicamente controversi con l’intento di creare discordia etnica, politica e religiosa tra il suo pubblico di riferimento prevalentemente tedesco, anche diffondendo le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali come Hamas”.

Non è difficile immaginare come un’affermazione così vaga e generica, che ricorda le accuse di Israele secondo cui qualsiasi critico è un sostenitore di Hamas, possa essere utilizzata per mettere a tacere qualsiasi pubblicazione che smentisca le narrazioni ufficiali.

Le sanzioni contro Red si sono rivelate superflue: la pubblicazione è stata di fatto costretta a chiudere prima ancora che le misure entrassero in vigore.

Questo è avvenuto dopo quella che la pubblicazione ha definito una “campagna coordinata” di accuse false e persino criminali, lanciate da “una scellerata alleanza di organi di stampa tedeschi, giornalisti, rappresentanti sindacali e ONG, alcune delle quali sono state persino fondate o finanziate direttamente dagli Stati tedesco e israeliano”.

Un’eco inquietante del passato tedesco

Queste sanzioni personali vengono adottate dai ministeri degli Esteri dell’UE, senza alcun procedimento giudiziario o possibilità per le persone prese di mira di difendersi, e sono vincolanti per tutti gli Stati membri.

A quanto pare per privare Dogru di qualsiasi diritto legale di cui godrebbe in quanto cittadino dell’UE, la decisione dell’UE sulle sanzioni lo identifica come cittadino turco, sebbene sia in realtà un cittadino esclusivamente tedesco e non turco.

La Germania e l’UE sembrano negare la cittadinanza tedesca a Dogru basandosi esclusivamente sulla sua etnia, una scelta di comodo e un’eco terrificante di come un precedente governo tedesco trattava i suoi cittadini ebrei qualche tempo prima di decidere di sterminarli.

Il messaggio a milioni di europei con antenati nelle ex colonie europee non potrebbe essere più chiaro.

La battaglia difensiva

Dogru sta contestando le sanzioni dinanzi ai tribunali dell’Unione Europea, un processo lungo e costoso che potrebbe richiedere anni senza offrire a lui e alla sua famiglia alcun aiuto immediato.

Il fatto che Dogru non sia stato accusato di alcun reato e non gli sia stato concesso alcun giusto processo sembra essere proprio il cardine delle sanzioni.

L’UE stessa afferma che “le sanzioni non sono punitive e mirano piuttosto a provocare un cambiamento nella politica o nella condotta di coloro che sono colpiti, al fine di promuovere gli obiettivi della Politica Estera e di Sicurezza Comune dell’UE”.

Inoltre Bruxelles ammette che nel sanzionare persone come Dogru per aver pubblicato notizie e opinioni che l’UE preferirebbe sopprimere le stia prendendo di mira per comportamenti “non illegali”.

In altre parole l’Unione Europea sta privando i giovanissimi figli di Dogru dei diritti e delle necessità essenziali finché il loro padre non si adeguerà alle sue politiche: una versione personalizzata delle guerre occidentali attraverso le sanzioni condotte contro intere popolazioni a Cuba, in Venezuela, a Gaza, in Siria, Iraq o Iran.

Tuttavia Dogru è fermamente convinto che il tentativo non avrà successo.

“L’unico modo per combattere è fare esattamente l’opposto di quello che loro vogliono”, afferma Dogru. “Non promuoverò mai la sicurezza e la politica estera europea, quindi la combatterò.”

Nonostante la chiusura di Red Dogru continua ad esprimersi su Twitter/X, Instagram e YouTube. Gestisce ancora l’account @redstreamnet su Twitter/X.

La sua opera include un documentario sulla resistenza palestinese alla colonizzazione israeliana, all’apartheid e al terrorismo dei coloni, girato nella Cisgiordania occupata nel 2022.

Per Dogru, non è un caso che lui, con la sua particolare attenzione alla Palestina e al genocidio di Gaza, sia il primo cittadino dell’UE a essere sanzionato sul suolo europeo.

“Stanno testando tale tipo di intervento su di me perché mettere a tacere le voci palestinesi o filo-palestinesi è attualmente la cosa che suscita meno polemiche” afferma Dogru. E una volta raggiunto questo obiettivo e creato un precedente, si rivolgeranno anche contro tutte le voci non filo-palestinesi”.

Ali Abunimah

Co-fondatore di The Electronic Intifada e autore di “The Battle for Justice in Palestine” [La battaglia per la giustizia in Palestina, ndt.], ora pubblicato da Haymarket Books.

Ha anche scritto “One Country: A Bold-Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse” [Un solo Paese: una proposta ambiziosa per porre fine alla situazione di stallo israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le forze israeliane hanno sparato oltre 900 proiettili per uccidere dei soccorritori a Gaza nel 2025: rapporto

Mohammad Mansour

24 febbraio 2026 – Al Jazeera

Una nuova indagine di Forensic Architecture ed Earshot dimostra che i soldati israeliani hanno sparato centinaia di colpi durante un massacro di operatori umanitari a Gaza

Una nuova indagine congiunta ha rivelato che lo scorso marzo a Gaza i soldati israeliani hanno sparato più di 900 proiettili contro un convoglio di veicoli di emergenza palestinesi chiaramente contrassegnati per poi procedere all’uccisione degli operatori umanitari sopravvissuti, alcuni dei quali sono stati colpiti “in stile esecuzione” a distanza ravvicinata.

Il rapporto pubblicato lunedì dall’agenzia di ricerca indipendente Forensic Architecture e dal gruppo di investigazione audio Earshot offre la ricostruzione fino ad ora più dettagliata del massacro di Tal as-Sultan, un quartiere a ovest di Rafah nella Striscia di Gaza meridionale, avvenuto il 23 marzo 2025.

Nell’attacco sono stati uccisi quindici operatori umanitari, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS), vigili del fuoco della Difesa Civile Palestinese (PCD) e un membro dello staff dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA). Gli operatori umanitari uccisi sono stati poi sepolti insieme ai loro veicoli.

Inizialmente l’esercito israeliano ha affermato che i veicoli erano “non coordinati” e in seguito ha ammesso un “errore professionale”. Ma l’analisi forense dipinge un quadro diverso: un’imboscata coordinata, l’assenza di fuoco di risposta e un’azione calcolata per eliminare i sopravvissuti.

La scienza del massacro

L’indagine si basa in gran parte su una tecnica di testimonianza contestualizzatae su analisi avanzate di balistica audio per analizzare il suono degli spari e determinare la distanza dello sparatore, il tipo di arma e l’orientamento.

Gli investigatori hanno analizzato i filmati recuperati dal telefono di un paramedico della PRCS ucciso, Rifaat Radwan, che ha iniziato a registrare alle 5:09 del mattino, quando è iniziata l’imboscata. In un video della durata di cinque minuti e mezzo, sono stati registrati almeno 844 colpi d’arma da fuoco. Sommati ad altre registrazioni, il conteggio totale documentato ha raggiunto almeno 910 colpi d’arma da fuoco.

Nel video, girato dall’interno di una delle ultime due ambulanze, si sente Radwan chiedere perdono alla madre e recitare la dichiarazione di fede islamica, la shahada, prima di morire.

Secondo l’analisi di Earshot il 93% di questi spari presentava una specifica impronta acustica: un'”onda d’urto supersonica”, seguita da un’esplosione. Questa combinazione conferma che la telecamera e gli operatori umanitari accalcati attorno ad essa si trovavano direttamente sulla linea di fuoco.

“La densità degli spari… supera spesso i 900 colpi al minuto”, afferma il rapporto, osservando che, a un certo punto, sono stati sparati cinque colpi in soli 67 millisecondi. Questa cadenza di fuoco conferma che almeno cinque tiratori, probabilmente molti di più, stavano sparando simultaneamente da un banco di sabbia sopraelevato distante circa 40 metri.

“I soldati israeliani hanno teso un’imboscata agli operatori umanitari palestinesi e li hanno sottoposti a continui attacchi con armi da fuoco per oltre due ore”, tra le 5:09 e le 7:13 del mattino, si legge nel rapporto.

Dall’imboscata all’esecuzione

Il rapporto contesta la narrazione israeliana di una “zona di combattimento” caotica. Descrive invece un massacro metodico di operatori umanitari palestinesi diretti ad aiutare delle persone ferite nel corso di attacchi israeliani.

“Non c’è stato alcuno scontro a fuoco nella zona, né una minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati. Questi attacchi non sono avvenuti in ‘una zona di combattimento ostile e pericolosa’, come affermato dai portavoce israeliani”, si legge nel rapporto.

Analizzando il ritardo tra il suono degli spari e il rimbombo dell’eco sulle pareti di cemento vicine, gli investigatori hanno seguito i movimenti dei soldati.

Per i primi quattro minuti i soldati hanno mantenuto una posizione costante su un banco di sabbia. Successivamente i dati audio mostrano un aumento dell’intervallo dell’eco, indicando che i soldati si stavano spostando giù per la collina, avanzando di circa 50 metri verso il convoglio mentre continuavano a sparare.

Ciò corrobora la testimonianza del sopravvissuto Assaad al-Nassasra, un operatore della PRCS, che ha dichiarato agli investigatori: “Camminavano tra [gli operatori umanitari] e sparavano”.

I risultati più agghiaccianti riguardano gli ultimi istanti dell’attacco. L’analisi di una successiva telefonata fatta dal paramedico Ashraf Abu Libda ai centralinisti immortala l’arrivo dei soldati presso i veicoli.

L’analisi audio identifica specifici colpi di arma da fuoco in cui il distinto “crack supersonico” del proiettile scompare, lasciando solo l’esplosione dello sparo. Sul piano balistico questo indica che l’assassino si trovava a una distanza compresa tra 1 e 4 metri (da 3 a 13 piedi) dalla vittima.

Questi colpi coincidono con gli ultimi rumori dei movimenti di Abu Libda, il che suggerisce che sia stato colpito mentre giaceva a terra. Un medico che in seguito ha esaminato i corpi ha confermato che le ferite erano compatibili con uccisioni in stile esecuzione”.

Le forze israeliane sono state ripetutamente accusate di crimini contro l’umanità e crimini di guerra durante la loro guerra genocida a Gaza, che ha causato la morte di oltre 72.000 palestinesi. Un recente rapporto della rivista medica The Lancet afferma che il bilancio delle vittime nei primi 16 mesi è stato molto più alto rispetto alle cifre ufficiali. Nonostante un “cessate il fuoco” in vigore da ottobre Israele ha ucciso più di 600 palestinesi.

Organizzazioni per i diritti umani e studiosi hanno affermato che l’offensiva militare israeliana che ha ridotto Gaza in macerie è un genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia (CIG) sta esaminando un caso di genocidio contro Israele, mentre la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro il Primo Ministro Benjamin Netanyahu.

La brutale uccisione dei 15 operatori umanitari nel marzo 2025 ha suscitato indignazione, ma Israele non ha dovuto affrontare conseguenze legali o politiche poiché ha continuato a ricevere il sostegno dei suoi alleati occidentali, inclusi gli Stati Uniti.

Nascondere le prove

Il rapporto descrive in dettaglio un tentativo sistematico da parte delle forze israeliane di nascondere il massacro nelle ore successive.

Le immagini satellitari di quella mattina hanno rivelato che sul luogo erano state dispiegate delle ruspe. I veicoli di emergenza erano stati schiacciati e sepolti, e sulla scena erano stati costruiti dei terrapieni per bloccare la visibilità.

Questi riscontri forensi concordano con le immagini satellitari esclusive ottenute dall’agenzia di fact-checking Sanad di Al Jazeera lo scorso anno. In un rapporto pubblicato il 30 marzo 2025 Sanad ha rivelato immagini scattate il 25 marzo che mostravano che almeno cinque veicoli di soccorso erano stati “completamente distrutti” e sepolti nella sabbia dalle forze israeliane in via al-Muharrarat, il luogo del massacro.

All’epoca la Difesa Civile Palestinese condannò l’atto come un “crimine di sterminio”, affermando che le forze israeliane avevano deliberatamente “alterato i punti di riferimento del luogo” e utilizzato macchinari pesanti per nascondere i corpi delle vittime.

“Il personale militare israeliano ha agito intenzionalmente per nascondere e distruggere le prove… seppellendo i corpi delle vittime [e] insabbiando i telefoni cellulari”, afferma il rapporto di Forensic Architecture.

Il sopravvissuto al-Nassasra fu arrestato, portato nel famigerato campo di detenzione israeliano di Sde Teiman e torturato per 37 giorni. Ha testimoniato che i soldati gli avevano confiscato e seppellito il telefono, probabilmente per nascondere le prove.

Uno dei due operatori della PRCS sopravvissuti all’attacco è stato successivamente utilizzato come “scudo umano” presso un posto di blocco militare israeliano vicino al luogo dell’incidente, si legge nel rapporto.

Lalas, Yotam e Amatzia

In un raro caso di identificazione, l’analisi audio è stata in grado di isolare e migliorare le voci dei soldati israeliani che parlavano ebraico durante l’attacco.

L’inchiesta identifica tre soldati per nome Elias (chiamato Lalas), Yotam e Amatzia in base alle loro conversazioni mentre si muovevano tra i corpi.

In una registrazione si sente un soldato chiedere: “Lalas, hai finito?” prima di ricevere l’ordine di “puntargli le armi contro”.

Il rapporto conclude che non c’è stato “alcuno scambio a fuoco nella zona, né alcuna minaccia tangibile alla sicurezza di quei soldati”, smentendo le affermazioni israeliane di una battaglia. Documenta invece un attacco deliberato a un convoglio umanitario che si è concluso con l’esecuzione premeditata di coloro che erano sopravvissuti al fuoco di sbarramento iniziale.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Quando i commercianti d’armi israeliani si vantano che Gaza funga da laboratorio per test sugli esseri umani

Sapir Sluzker Amran

24 febbraio 2026 – Haaretz

La settimana scorsa mi è capitato di arrecare disturbo in un festival del sangue. Faccio fatica a trovare un modo diverso per descriverlo. Si svolgeva in un piccolo padiglione dell’Expo Tel Aviv, dove diverse centinaia di persone si erano radunate per la Defense Tech Expo Israel 2026, la più grande fiera del genere nel paese dal 7 ottobre e dalla guerra di annientamento nella Striscia di Gaza.

Avevo trovato l’annuncio su un sito web di notizie economiche. Tra le altre cose, prometteva (in inglese) che la mostra avrebbe presentato “tecnologie collaudate in combattimento che hanno plasmato il recente conflitto” una perifrasi tecnica che inquadra il combattimento come un risultato professionale, privo di contesto. Il significato dei termini tecnici inglesi “field-tested” [“testato sul campo”] e “innovation under fire” [innovazione in un contesto di guerra] è semplice: si tratta di sistemi testati in una situazione molto reale, in cui centinaia di persone sono state uccise in un solo giorno, per un totale di decine di migliaia in due anni. E questo viene presentato come un vantaggio commerciale, come se si stesse vendendo una crema rassodante coreana o un forno a microonde che riscalda il cibo nella metà del tempo rispetto ad altri modelli.

In altre parole, i produttori che espongono i loro prodotti qui si vantano apertamente e spudoratamente del fatto che Gaza sia il laboratorio perverso che permette loro di guadagnare di più; di essere dei trafficanti d’armi che traggono profitto dalla guerra e che gli unici numeri di cui si preoccupano riguardano la capitalizzazione di mercato della loro azienda. Gli organizzatori della conferenza non presentano il bilancio delle vittime accertate a Gaza che secondo il Ministero della Salute palestinese nella Striscia a ottobre 2025 era di 68.844, di cui 1.054 bambini di età pari o inferiore a 12 mesi, un numero che Israele non contesta più – come una difficoltà degna di discussione. Cosa hanno presentato come sfida? “La minaccia di TikTok e dei social media”, come veniva presentata una delle sessioni nello spot, presumibilmente focalizzata sui video di civili, a volte intere famiglie, sterminate con l’ausilio di queste tecnologie innovative.

Nella pubblicità non c’era nulla riguardo ai fallimenti di quei sistemi durante la fase sperimentale, di tentativi ed errori, né riguardo all’etica dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale, che riducono il coinvolgimento umano nel processo decisionale e portano all’uccisione di civili.

All’ingresso della sala conferenze imprenditori, generali israeliani e delegazioni provenienti da tutto il mondo attendevano pazientemente; la cerimonia di apertura, con interventi di personalità come il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e l’Ammiraglio Giampaolo Di Paola, ex Ministro della Difesa italiano e attuale presidente di un’azienda italiana produttrice di strumenti per la difesa, era già iniziata. La stragrande maggioranza dei partecipanti era israeliana, accorsi sia per vendere che per scoprire cosa vendevano le altre aziende. Secondo quanto riportato, le tante delegazioni straniere addette agli acquisti che avevano caratterizzato le precedenti edizioni della fiera erano questa volta meno numerose.

Si può presumere che sia un po’ sgradevole fare acquisti in pubblico ma questo non significa che non ci siano acquirenti: secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute le vendite di armi israeliane sono aumentate di oltre il 18% negli ultimi due anni. Alla fine del 2024 gli ordini ricevuti dall’industria della difesa israeliana hanno raggiunto i 68,4 miliardi di dollari, il 38% in più rispetto al 2023.

Il Ministero della Difesa ha annunciato lo scorso anno che il record storico di esportazioni nel settore della difesa di Israele è stato battuto per il quarto anno consecutivo, con oltre 14,7 miliardi di dollari nel 2024, pari a un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.

Questo divario tra una realtà di violenza in corso e un ciclo infinito di spargimenti di sangue da una parte e il linguaggio di innovazione, crescita e opportunità dall’altra – è nauseante. Noi, un piccolo gruppo di attivisti, siamo andati alla conferenza e alla mostra per evidenziare questo divario. Quando abbiamo esposto cartelli che accusavano i visitatori di sostenere e partecipare a crimini di guerra e immagini di bambini uccisi dalle tecnologie innovative che erano venuti a esaminare, i partecipanti sono sembrati sorpresi. Genocidio? Bambini morti? Economia del sangue? Che cosa c’entra con loro? Questo è diverso da loro.

Infatti la conferenza ha persino ospitato una sessione intitolata “Donne in prima linea nell’innovazione della sicurezza: tra visione, potere e influenza globale”. Uno dei relatori era l’amministratrice delegata e co-fondatrice di Smart Shooter, che sviluppa e produce mirini intelligenti. Secondo i resoconti l’azienda ha registrato un fatturato di 20,8 milioni di dollari nei primi nove mesi del 2025, con un aumento del 241% rispetto allo stesso periodo del 2024. Un risultato femminista di cui possiamo essere tutti orgogliosi, una celebrazione degna della Giornata internazionale della donna, l’8 marzo.

Era un mondo alla rovescia, sottosopra. I trafficanti d’armi che hanno fatto fortuna con i cadaveri accumulati e che a quanto pare non si sono distinti particolarmente nel proteggere gli israeliani durante il massacro del 7 ottobre dovrebbero essere emarginati dalla società. Invece, si permettono di continuare la loro festa del commercio, sfacciatamente, vantandosi di armi testate nel corso di un genocidio.

Molti dei presenti sembravano non capire quale fosse il problema. Alcuni hanno espresso il loro parere su quelle “donne pazze” che non capiscono nulla della vita. “È così che funziona il mondo, tutti hanno bisogno di armi”, mi ha urlato una.

Coloro che traggono profitto dalle uccisioni ma anche coloro che semplicemente non vogliono affrontare l’orribile realtà – preferiscono dipingere come deliranti coloro che si rifiutano di rimanere in silenzio. Una partecipante, che ha cercato di convincermi a porre fine al disturbo che stavamo causando, ha spiegato che i presenti stavano solo facendo il loro lavoroe che lei stessa era in realtà contraria alla guerra.

Ma il nostro obiettivo non era convincere le persone all’interno; coloro che traggono vantaggio dal sistema non si offriranno volontari per sfidarlo. Siamo venuti alla conferenza e alla mostra per rompere il silenzioso consenso che considera tutto ciò come qualcosa di normale. Ignorarlo conferisce legittimità pubblica a un consesso del genere e ai suoi partecipanti, accademici inclusi, come se si trattasse solo di un altro evento professionale di routine e neutrale.

Dobbiamo dire la verità così com’è: nulla di tutto questo è di routine o neutrale. Abbiamo la responsabilità, come società, di agire contro la normalizzazione delle uccisioni a Gaza, non di fingere che si tratti di un’innovazione priva di contesto e di permettere ai profittatori della guerra di godere di uno status pubblico esente da critiche.

Sapir Slutzker Imran è un’avvocata per i diritti umani, attivista sociale e dottoranda in giurisprudenza presso l’Università Bar-Ilan.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Ferrero Laura. Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina, Carocci, Roma, pp. 138.

Recensione di Amedeo Rossi

Nel 2018 vinse il premio per la fiction del Nazra Festival, rassegna di corti palestinesi, Bonboné, che raccontava la storia di una coppia di palestinesi i quali, nonostante lui fosse in prigione in Israele, cercava di avere un figlio facendo uscire clandestinamente lo sperma dal carcere.

Di tale pratica, più diffusa di quanto si potrebbe pensare, parla il libro di Laura Ferrero. Il suo sguardo antropologico le consente di proporre al lettore un’analisi che va molto oltre il semplice accorgimento per risolvere un problema legato all’impossibilità di godere dell’intimità matrimoniale per procreare. La ricerca, che si basa su un approfondito apporto teorico, una ricca bibliografia e su interviste realizzate sul campo. Come scrive l’autrice nell’introduzione, “il libro intende accostare le molteplici cornici di senso necessarie per una profonda comprensione del fenomeno: la dimensione politica, quella etico-religiosa e quella intima” cercando di “riempire cornici interpretative ‘astratte’ con esperienze ‘concrete’.” In Palestina il conflitto tra popolazione autoctona e colonialismo di insediamento sionista include tre aspetti strettamente correlati: il territorio, la demografia e la narrazione. Questo libro tiene conto di tutti e tre, naturalmente con particolare attenzione al secondo, e aggiunge anche dettagli sul discorso etico che nell’islam si occupa di riproduzione assistita (non pare, segnala l’autrice, che questa pratica riguardi anche le coppie cristiane) e sui discorsi che si muovono all’interno della società palestinese, entrambi necessari per inquadrare il “contrabbando di vita”. Tutto ciò è ulteriormente arricchito dalla conoscenza del dialetto arabo locale, il cui lessico svela il contesto culturale sotteso a questa pratica.

Il primo livello, imprescindibile, è la situazione determinata dall’occupazione israeliana e più in generale dal colonialismo di insediamento. Il tentativo di occupare la “Terra Promessa” è alla radice della costruzione dello Stato israeliano e della sua progressiva espansione territoriale. Questa occupazione ha implicato fin da subito l’eliminazione della presenza dei palestinesi. Nel 1972 due giornali israeliani raccontarono che Golda Meir, all’epoca primo ministro e presidente del Partito Laburista, aveva affermato di perdere il sonno pensando alla quantità di bambini “arabi” che stavano nascendo in quel momento. A questo tentativo di cancellazione, sia fisica che simbolica, i palestinesi si oppongono in vari modi, dalla lotta armata alla resistenza non violenta, come il boicottaggio, e con il sumud, sintetizzato nello slogan “esistere è resistere”. Uno dei principali strumenti di oppressione a danno dei palestinesi è l’incarcerazione di oppositori o presunti tali e l’uso della detenzione amministrativa, una misura che consente di trattenere una persona in carcere senza un processo e senza accuse formali. Si stima che dal 1967 circa il 20% della popolazione palestinese sia stato arrestato almeno una volta nella vita. La percentuale di condanne nei tribunali militari dei territori occupati raggiunge l’iperbolica percentuale di circa il 99%. Le vittime dirette di questo sistema sono in grande maggioranza maschi, ma ciò si ripercuote anche sulle donne, in particolare sulle mogli dei condannati a lunghe pene detentive. Nel contempo, evidenzia Ferrero citando Dalla Negra, “dominazione coloniale e oppressione patriarcale sono «sistemi gerarchici di controllo e sopraffazione che si plasmano e si rinforzano a vicenda».” Così alla tradizionale centralità maschile (la maschilità, come la definisce l’autrice, concetto che indica i vari modi di essere o di voler essere maschi all’interno di un certo contesto storico-culturale) si unisce l’enfasi nazionalista, che rivendica la virilità dei maschi e il ruolo delle donne come “riproduttrici biologiche e simboliche della patria”. Una “bomba biologica”, le definì Arafat. Ferrero aggiunge, citando Joseph Massad, che a partire dalla lettura che vede il nemico sionista stuprare la terra palestinese, “la mascolinità [palestinese] si lega alla protezione della nazione-corpo femminile-terra, che richiede che si risponda alla violenza subita con un’affermazione virile di resistenza.” Questa retorica, che fa del corpo delle donne un terreno di lotta per la terra e con essa le identifica, ne oscura “i vissuti e le narrazioni, anche silenziando il loro dolore.” Nel contempo essa accentua la pressione sociale sulle donne, il cui vissuto viene subordinato all’esigenza di rimanere legate ai detenuti politici e di sostenerli nei duri anni di detenzione. “Non mettono in prigione le persone solo per impedirgli di fare attività politica,” afferma una delle donne intervistate, “ma gli impediscono di vivere, di vedere la loro famiglia, di studiare, di vivere la loro vita […] Quindi il discorso dei figli […] è un messaggio per l’occupazione che loro non possono vietarci tutto.”

Il vissuto e il dolore emergono nel libro dalle testimonianze delle mogli dei detenuti che hanno deciso di affrontare il percorso della procreazione assistita in assenza del coniuge. In esse è presente la rivendicazione di un ruolo all’interno della resistenza contro l’occupante, la consapevolezza che il personale è anche politico, ma in genere prevale una visione intima e privata della decisione di avere dei figli “a distanza”. Questa scelta non ha solo cambiato in positivo la vita delle mogli/madri, ma anche quella dei detenuti. Come dice Hanan, citando un detto locale: “Chi ha figli non muore […] È come quando pianti un albero, e trai benefici dai suoi frutti, e dai suoi frutti puoi avere altri semi, e puoi piantare ancora altri alberi.” Un beneficio che Ferrero e le sue intervistate interpretano in senso ampio: non solo affettivo o politico, ma anche per il benessere della coppia forzatamente separata e come una forma di assicurazione per la vecchiaia, in presenza di un welfare piuttosto debole.

Nella scelta di procreare ha un peso notevole la pressione della comunità, sia scoraggiando la decisione per il rischio di maldicenze e pettegolezzi, sia in senso contrario: “Per noi i discorsi della gente sono molto importanti […] Devi rispettare la società perché non puoi perdere il supporto della comunità,” afferma Souad. Tutto l’iter, dalla consegna dello sperma del detenuto per l’inseminazione, che coinvolge in prima persona i maschi delle rispettive famiglie perché certifichino “l’autenticità” dello sperma, fino al parto sono avvenimenti pubblici, come sfida all’occupazione ma anche per sfatare l’accusa che il neonato sia il frutto di una relazione extraconiugale. “[I mezzi di comunicazione] hanno rivestito un ruolo di primaria importanza non solo nella diffusione delle notizie relative alla nascita di un nuovo bambino, ma anche nel veicolare un determinato discorso simbolico e culturale […] i corridoi e le stanze dell’ospedale erano popolati da conduttori televisivi e personalità pubbliche.” In genere il figlio ha anche un effetto positivo sulla coppia: “Il nostro rapporto è diventato più bello. Lui ha visto che mi sacrifico per lui, e che lo aspetto veramente […] C’è finalmente qualcosa a cui pensare, di cui occuparsi. Non devo rivolgere il mio pensiero tutto solo e unicamente alla prigione,” afferma Rola; “I miei figli hanno restituito luce alla mia vita […] Adesso addirittura la vita di mio marito in carcere è migliorata; anche per lui è una nuova speranza,” racconta Mariam. Questi bambini hanno ridato almeno in parte la normalità alla vita di coppia nonostante le condizioni avverse dovute all’occupazione. E si comprende la ragione per cui i bambini nati dallo “sperma di contrabbando” dei detenuti vengano chiamati safir al-hurriyya, ossia “ambasciatori della libertà”, definizione che racchiude il significato politico di questa pratica e nel contempo li carica di un senso che va oltre il loro posto all’interno della famiglia di appartenenza.

In questa situazione, già di per sé complessa, ci sono altri due elementi che hanno una notevole importanza: la tecnologia riproduttiva e la questione religiosa, cui Ferrero dedica particolare attenzione. Il primo fa riferimento all’attività del centro Razan di Nablus, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la fecondazione artificiale. A loro volta sia detenuti e mogli che lo stesso centro l’hanno accolta favorevolmente in quanto una serie di fatawa, di pareri, hanno considerato halal, legittima dal punto di vista religioso, la riproduzione assistita attraverso il contrabbando di sperma. Ciò risponde anche a quello che l’autrice definisce “un vero e proprio imperativo riproduttivo maschile” tipico del mondo arabo “che attribuisce alla fertilità e alla procreazione un ruolo centrale nella costruzione dell’identità maschile.”

La ricerca sul campo si è svolta dall’ottobre 2015 al febbraio 2016. Nel frattempo, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, la situazione in Palestina e in particolare nelle carceri è notevolmente peggiorata. Le visite dei parenti sono state praticamente vietate e la mobilità all’interno dei territori occupati è stata ulteriormente limitata, compromettendo la possibilità dei prigionieri e delle loro mogli di accendere la “luce” portata nelle loro vite dagli “ambasciatori della libertà”.




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti”

Sophie Bessis, Dominique Eddé 

18 febbraio 2026 – Orient XXI

L’11 febbraio 2026 Jean- Noel Barrot ha chiesto le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori palestinesi occupati a causa di frasi che non ha mai pronunciato. Il ministro ha a sua volta ripreso un’accusa formulata dalla deputata di area Macron Caroline Yadan sulla base di un video incompleto.

La storica Sophie Bessis e la saggista Dominique Eddé denunciano una politica estera francese senza bussola, che sceglie di attaccare Francesca Albanese mentre tace sulla guerra genocidaria condotta contro Gaza e sulle violazioni quotidiane del cessate il fuoco in Libano.

Da Kabul, dove alle ragazze è proibito andare a scuola e le donne sono coperte da una prigione ambulante, fino all’isola di Epstein, paradiso dei pedo-criminali, dove personaggi celebri in tutti i campi hanno abusato e umiliato, un decennio dopo l’altro, ragazzine e donne importate dai quattro angoli del mondo, non vi è più un centimetro del pianeta che non sia ricoperto dal fango. La “rivoluzione” iraniana che nel 1979 rivendicava tra l’altro di combattere contro l’arroganza occidentale, promettendo al suo popolo di ripristinare i suoi diritti, ha superato ogni record nella repressione della sua popolazione e nella negazione di quegli stessi diritti.

Dovunque l’immagine della tenaglia è al suo culmine. Il nemico interno e quello esterno ne impugnano ciascuno una leva, confiscano miliardi di destini col pretesto di decidere per loro. Incancreniti entrambi dal potere della menzogna e della voracità, l’Occidente e l’Oriente ormai dialogano soltanto attraverso la logica oscena del più forte, del più ricco, di chi offre di più. Mentre in Sudan gli Emirati Arabi Uniti proseguono i loro aiuti di varia natura ad un’impresa genocidaria, l’esercito israeliano porta a termine la propria in Palestina, spezzando le ultime sacche di vita a Gaza e annettendo la Cisgiordania. Che cosa propongono, che cosa fanno nel frattempo i governanti dei Paesi che si vantano ancora di essere democratici di fronte a questo tsunami? Che cosa fa la Francia?

Una diplomazia senza colonna vertebrale

Trattandosi di Israele e Palestina, la sua politica estera è diventata indecifrabile. Non ha più colonna vertebrale. Dopo aver sostenuto l’estensione ai palestinesi di ‘Pause’, il programma di accoglienza d’emergenza di scienziati e artisti in esilio creato nel 2017 su iniziativa del Collège de France, nell’estate 2025 decide improvvisamente di bloccarlo, col pretesto del tweet antisemita di una gazawi che non compariva neanche fra i candidati. Dopo aver riconosciuto alcuni mesi fa lo Stato palestinese, la Francia oggi reclama, per voce del suo Ministro degli Esteri, Jean-Noel Barrot, le dimissioni nientemeno che della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

Perché? Perché Caroline Yadan [del partito di Macron], deputata eletta dai francesi all’estero [nella circoscrizione sud est, che include Israele, ndt.] e partigiana appassionata dell’estrema destra israeliana, non sopporta che i palestinesi, difesi così male dai propri rappresentanti politici, lo siano così bene da una voce straniera e libera. È abbastanza logico, si può capirla. Ma perché è bastato che Caroline Yadan snaturasse le frasi di Francesca Albanese, secondo il metodo spudorato di un Donald Trump o di un Benjamin Netanyahu, perché Jean-Noel Barrot ne seguisse l’esempio?

È la stessa persona che ha definito il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del presidente Macron un “errore politico, morale e storico”. La stessa che ha presentato all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che, con il pretesto di lottare contro l’antisemitismo, intende avallare la legge israeliana del 2018 che definisce Israele “Stato-nazione del popolo ebraico” e solo di esso. Se questa legge venisse approvata chiunque contesti questo fatto, noi tra questi, potrebbe essere denunciato.

Centoventi personalità francesi hanno sottoscritto questa proposta di legge. Tra esse l’ex capo di Stato François Hollande, dal quale aspettiamo di sapere se anch’egli auspichi le dimissioni di Francesca Albanese. I tentativi di chiarimento avanzati dal Quai d’Orsay (Ministero Affari Esteri, ndt.) non hanno cambiato nulla nella sostanza. La Francia per voce del suo ministro insiste a reclamare la testa di Francesca Albanese.

Si può anche non essere d’accordo con alcune dichiarazioni espresse da quest’ultima, ma con quale diritto le si travisa? Ha riconosciuto di aver mancato di tempestività non ritirandosi da una riunione alla quale era presente, senza che lei ne fosse stata informata, uno dei dirigenti di Hamas, Khaled Meshal. Che cosa è questo errore, per di più riconosciuto, di fronte all’incredibile acquiescenza di una maggioranza di Stati europei nei confronti del governo israeliano?

Ricordiamo tra l’altro che la Francia, co-garante del cessate il fuoco in Libano, non dice una parola contro le violazioni quasi quotidiane di cui esso è oggetto. Mentre assistiamo, in una pressocché generale indifferenza, all’attuazione della fase finale di un piano di eliminazione dei palestinesi dalla loro terra, la Francia non trova niente di meglio da fare che attaccare una donna che ha alzato la voce contro questa infamia? Niente di meglio che attirare Germania e Austria nella sua scia?

Contro il silenzio e l’impunità

Molte voci ridotte al silenzio, spaventate dall’impunità di cui gode la politica israeliana, si sono sentite ascoltate e comprese da Francesca Albanese e dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres. Bisogna che gli ultimi sussulti di coraggio dell’ONU siano proibiti mentre Netanyahu e Trump tolgono di mezzo l’Ufficio di soccorso e lavoro delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi nel Medio Oriente (UNRWA) e il secondo ambisce a mettere fine all’esistenza stessa delle Nazioni Unite?

Sono queste voci, come anche le tantissime voci dissidenti tra gli ebrei di tutto il mondo, che consentono alla ragione di tener ancora testa alla follia generale. Per fortuna non si contano coloro che remano contro l’attuale regno dell’inconcepibile, contro un degrado planetario della salute mentale. Dobbiamo aiutarli o esortarli a scomparire?

Esigere le dimissioni di Francesca Albanese significa voler sanzionare il pensiero critico e i suoi diritti. Significa inoltre calpestare l’eredità inestimabile del pensiero ebraico moderno. Poiché chi, da Franz Kafka a Hannah Arendt, Erich Auerbach, Walter Benjamin, Canetti, Freud o Einstein, avrebbe avallato una simile pretesa? Condividerla significa privare i senza voce delle poche risorse che gli restano. Significa favorire l’odio col pretesto di combatterlo. Significa consegnare il treno del futuro a binari che vanno contro un muro. Ci aspettiamo di meglio dalla diplomazia francese.

Sophie Bessis 

Storica e giornalista franco- tunisina. Ultimi scritti pubblicati: La civilisation judeo-chretienne : Anatomie d’une imposture [La civiltà giudaico-cristiana: anatomia di un’impostura. Ed. italiana (con Duccio Sacchi): La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi, Torino, 2026], ed. Les liens qui libèrent, 2025; Je vous écris d’une autre rive : lettre à Hannah Arendt [Vi scrivo da un’altra sponda: lettera a Hannah Arendt], ed. Elyzad 2021; Histoire de la Tunisie de Carthage à nos jours [Storia della Tunisia da Cartagine ai giorni nostri], ed. Tallandier 2029.

Dominique Eddé

Scrittrice e saggista. Ultimo lavoro pubblicato: La mort est en train de changer [La morte sta cambiando], ed. Les liens qui libèrent 2025.

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)