La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che la alimenta

Ahmed Alqarout  

2 febbraio 2026 – Mondoweiss

Come l’economia trainata dalla guerra, la ridefinizione regionale e la spinta di Netanyahu per l’indipendenza negli armamenti stanno dando inizio a un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua ricerca di supremazia a livello regionale.

Israele ha avviato una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare al di là dei confini della Palestina storica. Le sue bellicose azioni hanno subito un’accelerazione in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar e, più di recente, Somaliland [territorio del Corno d’Africa che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia, ndt.]. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche israeliane ma piuttosto alla perdita delle costrizioni che le avevano limitate prima dell’ottobre 2023.

Questa svolta espansionistica riflette una ridefinizione strutturale dei rischi, dei vantaggi e della tolleranza internazionale piuttosto che un improvviso cambiamento ideologico. Ma è anche dovuta al modo in cui attualmente è strutturato il sistema economico israeliano: l’industria militare l’ha trainato da quando Israele ha sperimentato un certo livello di isolamento internazionale che negli ultimi due anni ha colpito la maggioranza degli altri settori. Il risultato? Ora Israele ha un ulteriore incentivo strutturale a vivere in un costante stato di guerra.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa situazione quando ha annunciato che Israele dovrebbe diventare una “Super Sparta”, uno Stato bellicoso altamente militarizzato con un’industria degli armamenti autosufficiente in grado di sfidare le pressioni internazionali e l’embargo sulla fornitura di armi perché non più costretto a dipendere dalla generosità militare statunitense.

Una fondamentale dichiarazione strategica acutizza questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di porre fine all’aiuto militare USA a Israele entro approssimativamente un decennio, inquadrando tutto ciò come un percorso verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio segnala che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli USA e cerca invece di agire come loro partner strategico regionale in un momento in cui la strategia della sicurezza nazionale statunitense sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero ovest.

La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di sviluppo trainato dalle esportazioni significativamente basato sulle industrie belliche e legate alla sicurezza. Il problema è che se Israele intende sostituire 3,8 miliardi all’anno di aiuti militari USA deve incrementare notevolmente la sua produzione interna e la sua capacità di esportazione.

Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo incremento di esportazioni attraverso le politiche con commesse di circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere una propria industria bellica interna. Economicamente ciò significa che la produzione di armi diventerà centrale per la strategia industriale israeliana a lungo termine spostando capitali, lavoro e sostegno dello Stato verso l’industria militare invece che verso il rilancio [dell’economia] civile, una strategia che è insostenibile in un periodo di guerra. Ciò inserisce anche le imprese israeliane ancora più a fondo nella catena di forniture per la sicurezza a livello globale, persino nel momento in cui lo Stato si trova isolato a livello diplomatico.

La dimensione strutturale: un incentivo per la guerra permanente

Dal 2023 le esportazioni militari israeliane sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale della sua economia. Nel 2023 le esportazioni per la difesa hanno raggiunto approssimativamente i 13 miliardi e nel 2024 sono salite ulteriormente a circa 14,7-15 miliardi, segnando successivi record. Questa espansione è avvenuta mentre la crescita dell’economia civile si è indebolita, a causa della prolungata mobilitazione dell’esercito la carenza di lavoro e la disoccupazione si sono accentuate e vasti settori delle piccole e medie imprese hanno segnato sostanziali perdite e fallimenti. Durante le tensioni del periodo bellico l’esportazione di armamenti ha funzionato come stabilizzatore anticiclico, ma ora è diventata una parte permanente del modo in cui l’economia israeliana intende riprodursi.

Nel 2025 questa traiettoria ha accelerato ulteriormente. Israele ha firmato alcuni dei suoi maggiori accordi fino ad ora per la difesa con USA, EAU [Emirati Arabi Uniti], Germania, Grecia e Azerbaigian che riguardano sistemi di difesa, missili, droni e tecnologie avanzate per la sorveglianza. Mentre non sempre gli importi degli accordi sono stati resi pubblici, si prevede che essi porteranno il totale delle esportazioni per la difesa oltre il record del 2024, rafforzando il settore bellico come l’industria più dinamica delle esportazioni israeliane proprio quando altri settori, come l’agricoltura, secondo quanto dicono i coltivatori, devono affrontare un imminente “collasso”. L’economia bellica è diventata il principio organizzatore della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

Mentre i settori civili sono in stagnazione, l’economia di guerra fornisce crescita, entrate di valuta estera e isolamento politico. Ciò crea un incentivo strutturale per una mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dal rendere conto delle sue azioni e rafforza una visione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta nelle relazioni internazionali.

In questo contesto le aggressioni militari e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana tenta ora di riprodursi. Come conseguenza la coalizione di governo di Israele si basa sulla sicurezza. L’economia bellica è diventata il principio cardine della sopravvivenza politica e l’assicurazione sulla vita del regime.

La dimensione globale: la fine delle leggi internazionali

La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e le aggressioni militari di Israele sono stati possibili grazie allo svuotamento di meccanismi internazionali vincolanti, come il diritto internazionale.

Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non c’è una ragionevole linea rossa quando la violenza è inquadrata come controterrorismo o difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte a parole ma operativamente sospese. Ciò ha modificato i calcoli strategici di Israele, perché se Gaza determina scalpore diplomatico ma nessuna sanzione concreta, allora Libano, Siria o Iraq implicano costi previsti ancora minori.

Il collasso della normalizzazione: nessuna ragione per comportarsi correttamente

Anche le politiche di normalizzazione giocano un ruolo. Il collasso dei colloqui di normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita, che durante il 2023 sotto la mediazione USA avevano accelerato ma sono stati sospesi dopo che Israele ha scatenato il genocidio a Gaza, non ha sanzionato il comportamento di Israele ma l’ha affrancato.

Senza il riconoscimento saudita come merce di scambio o incentivo a moderarsi, Israele ha abbandonato ogni pretesa di usare compromessi territoriali come strumento negoziale. Ciò ha promosso l’obiettivo di stabilire fatti sul terreno cercando nel contempo rapporti bilaterali con attori più piccoli o più vulnerabili. Ora l’espansione sostituisce il morente potere di persuasione di Israele e il riconoscimento è ottenuto sempre più attraverso il potere piuttosto che con i negoziati.

Ciò che rende diverso il periodo successivo al 2023 è il fatto che Israele ha combattuto simultaneamente e apertamente su vari scenari e con la certezza che l’escalation non avrebbe scatenato contraccolpi sistemici. Oltretutto la strategia israeliana è stata strutturalmente possibile grazie a un sempre crescente ricorso a nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non è più una risposta a minacce ma un metodo di governo interno e di influenze all’estero.

Dal 2023 Israele non ha più perseguito la pace attraverso il contenimento, come fece nel periodo delle Primavere Arabe. Al contrario si è spostato verso l’occupazione permanente, l’esproprio delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per sostenere ed espandere la sua macchina da guerra.

Come Israele sta perseguendo il dominio regionale

In patria l’espansionismo israeliano intende risolvere in modo definitivo la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, cantonizzazione, cooptazione e in definitiva trasferimento. La logica sottesa è eliminare una volta per tutte quello che viene percepito come il principale problema di sicurezza israeliano, la presenza stessa del popolo palestinese sulla sua terra, ripristinando così la fiducia dell’élite e della società nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato.

A livello regionale, nei Paesi in cui interviene Israele persegue diversi obiettivi, alcuni che riguardano l’acquisizione territoriale o l’occupazione semi-permanente, altri focalizzati sulla subordinazione, frammentazione e neutralizzazione delle minacce percepite.

In Iran l’aggressione prende la forma della ricerca di una destabilizzazione e indebolimento militare del regime attraverso pesanti attacchi aerei sulle strutture nucleari e militari insieme a tentativi di esacerbare la rivolta sociale e politica. Nel giungo 2025 la guerra tra Israele e Iran ha segnato lo scontro militare finora più diretto tra i due Stati, eppure è finito in una tregua informale invece che in un’escalation di guerra totale e nessuna delle due parti ha superato il limite riconosciuto di deterrenza nonostante l’intensità degli scontri.

Da allora le proteste su vasta scala in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna che gli attori esterni inquadrano sempre più come una vulnerabilità strategica. Ciò ha coinciso con esplicite minacce di guerra da parte di Donald Trump e rinnovati segnali militari USA, che insieme rafforzano la tradizionale idea israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere affrontata attraverso un cambiamento di regime. Eppure la persistenza della mancata escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi all’interno di limiti impliciti che l’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria non affronta, anche se l’insieme di rivolta interna e retorica coercitiva all’estero rende questo equilibrio più fragile.

In Libano Israele intende smantellare Hezbollah non solo come attore militare ma anche come la colonna portante dell’ordine politico guidato dagli sciiti che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più complesso è dividere il Libano in un sistema basato sulle minoranze in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare la protezione dall’estero e rapporti economici con Israele. Un Libano debole e frammentato garantisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora in Libano l’escalation attraverso il confine funge meno come un percorso verso una vittoria militare totale e più come uno strumento per ridefinire gradualmente l’equilibrio politico interno del Libano.

A gennaio 2026, nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore, Israele ha conservato posizioni “temporanee” in cinque luoghi “strategici” nel sud del Libano, rifiutando di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo tesa, in cui Israele conserva il potere militare sul Libano e nel contempo non rispetta il suo impegno a un totale ripiegamento e lascia aperta la possibilità di una nuova pesante escalation.

Gli attacchi israeliani in Siria sono in un certo senso più complessi, ed è diventato un teatro fondamentale dell’intervento militare di Israele e della realizzazione di una frammentazione politica in seguito alla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria riguarda sia l’azione militare diretta che tentativi di impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato fornendo aiuto militare e coordinamento alle Forze Curde Siriane (le SDF) con l’inteto di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano.

Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato pubblicamente che Israele permetterà ai lavoratori drusi siriani di entrare nelle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967, ndt.] da occupare nell’agricoltura e nelle costruzioni, presentandolo come un gesto umanitario e promuovendo simultaneamente dipendenza occupazionale e rapporti economici che leghino le comunità di confine a Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di “demilitarizzazione del sud della Siria”, dichiarando che le forze israeliane vi rimarranno a tempo indeterminato e che a nessuna forza militare siriana verrà permesso di restare a sud di Damasco, separando di fatto il territorio siriano. Netanyahu ha definito questa politica come “protezione dei drusi”.

Difficoltà israeliane in Siria

Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026 la posizione delle SDF [Sirian Democratic Forces, milizia curda siriana, ndt.] è crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e a Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostanziale appoggio esterno hanno portato nel gennaio 2026 a una rapida ritirata delle SDF da buona parte del nord e dell’est della Siria. Questo crollo del principale alleato curdo di Israele, insieme al fallimento della resistenza della milizia drusa sostenuta da Israele per evitare il consolidamento dell’autorità di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso un conflitto per mezzo di alleati.

Le popolazioni drusa e alawita rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza è diventata grave. Le aree periferiche siriane offrono un bacino di forza lavoro che può essere incorporata in modo selettivo sotto accordi di autonomia o annessione informale che Israele ha già fatto consentendo a un certo numero di drusi siriani di lavorare nelle Alture del Golan. Quella che sta emergendo è una strategia di annessione economica senza confini formali, integrando in posizione subordinata le zone periferiche della Siria meridionale nell’economia israeliana.

Riguardo allo Yemen, il suo posizionamento a favore di Gaza e la sua dimostrata capacità di intralciare la navigazione nel Mar Rosso lo hanno elevato da un conflitto periferico a una minaccia strategica per Israele, soprattutto da quando il blocco di Ansar Allah [il movimento degli Houti, ndt.] danneggia l’organizzazione del commercio internazionale di Israele e i suoi rapporti di sicurezza con le compagnie assicurative marittime occidentali, le imprese della logistica e gli operatori portuali. I crescenti rapporti dello Yemen con Russia e Cina hanno solo aggravato questa minaccia. È per questo che attaccare lo Yemen non riguarda solo lo Yemen, ma anche la salvaguardia di un ordine marittimo occidentale per la cui sicurezza Israele è uno snodo fondamentale.

È qui che interviene il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele, che gli consente di evitare Stati riconosciuti a livello internazionale e lavorare direttamente con entità para-statali. In cambio del suo riconoscimento il Somaliland avrebbe accettato di avere una base militare israeliana sul proprio territorio e di accogliere palestinesi espulsi da Gaza.

Riguardo più in generale al coinvolgimento israeliano diretto in Nord Africa, Israele non ha effettuato operazioni militari dirette in Egitto né ha sostenuto interventi militari in Sudan o in Libia, ma ha perseguito strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese a incontri segreti con politici libici prima dell’ottobre 2023.

I costi dell’espansionismo e il potenziale della resistenza

Mentre l’attuale traiettoria israeliana è stata descritta all’interno come un trionfo, la sua prospettiva a lungo termine rimane oscura e costosa. La guerra permanente blocca Israele in una mobilitazione militare permanente, accelera lo sfinimento demografico e morale e accentua l’esposizione a lungo termine a rappresaglie asimmetriche da parte della resistenza palestinese, della Siria, del Libano e di altri.

Ogni mancanza di conseguenze ridefinisce le aspettative da entrambe le parti. All’interno di Israele ciò rafforza la convinzione che la forza non comporti costi significativi. Ciò incentiva in quelli che vengono presi di mira lo sviluppo di strategie a lungo termine di attrito e rappresaglie. Spingersi troppo oltre dal punto di vista territoriale aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. I tentativi israeliani di inserirsi in infrastrutture militari all’estero in posti come il Somaliland e lo Yemen del Sud (e di creare basi attraverso alleati regionali come gli EAU) espone il raggio di azione di Israele a linee logistiche estese che sono lontane, insicure e soggette a possibili interruzioni.

Invece di strutture operative israeliane queste modalità si basano su basi di terze parti (principalmente gli Emirati), la cui stabilità dipende da mutevoli dinamiche di potere regionali e da priorità statali al di là del controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza effettiva a tale distanza aumenta la probabilità di ulteriori intralci dal punto di vista militare, condizionamenti economici e complicazioni impreviste che potrebbero dimostrarsi difficili da sostenere nel tempo, soprattutto in quanto lo yemenita Ansar Allah minaccia di prendere di mira ogni futura base militare nel Somaliland.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La crisi alimentare di Israele: ripercussioni dei costi economici di una guerra perpetua

 Ranjan Solomon

31 gennaio 2026 – Middle East Monitor

Il prolungato conflitto di Israele ha provocato una crisi interna che riceve molta meno attenzione delle sue conseguenze militari o diplomatiche: un problema sempre più grave di insicurezza alimentare. Secondo le stime delle organizzazioni israeliane per la sicurezza alimentare circa il 39% del cibo prodotto o consumato nel Paese viene sprecato, uno scompenso sistematico che è costato all’economia circa 26 miliardi di shekel (circa 7 miliardi di dollari) nel solo 2024.

La portata degli sprechi è in netto contrasto con l’aumento della deprivazione. Circa un milione e mezzo di persone in Israele sta affrontando l‘insicurezza alimentare, anche se il cibo in eccesso viene sprecato attraverso le catene di distribuzione. Negli ultimi 10 anni le perdite complessive derivanti dagli sprechi di cibo hanno toccato 211 miliardi di shekel, drenando il benessere delle famiglie e parallelamente le risorse pubbliche (Istituto Nazionale di Previdenza di Israele).

In termini macroeconomici nel solo 2024 lo spreco alimentare ha raggiunto quasi l’1,3% del PIL di Israele, mentre la media degli scarti delle famiglie si avvicina alla cifra di 2.900 dollari all’anno. Questi numeri sottolineano quanto l’inefficienza e l’ineguaglianza siano arrivate a coesistere all’interno dello stesso sistema economico.

L’insicurezza alimentare non è solamente un problema di fame. Le valutazioni sulla salute e il benessere stimano costi sanitari e ambientali al di sopra di 2.7 miliardi di dollari, provocati da malnutrizione, malattie legate allo stress e dall’impatto ambientale dello spreco su larga scala.

La guerra ha acutamente intensificato queste pressioni. La carenza di manodopera in agricoltura, provocata dalla mobilitazione di massa e dalle restrizioni ai lavoratori palestinesi e stranieri, ha scompigliato i cicli di piantagione e raccolto. Come risultato sono aumentati i prezzi della frutta e della verdura, collocando il cibo fresco fuori dalla portata delle famiglie a basso reddito.

Anche prima del conflitto in corso Israele ha avuto a che fare con alti prezzi alimentari provocati dalla concentrazione del mercato, dalla debole competitività e dalle barriere doganali protettive. Le condizioni belliche hanno ingigantito questi problemi strutturali, rendendo la produzione alimentare interna più fragile e più costosa.

Mentre l’attenzione internazionale si è ampiamente concentrata sulle spese militari, la forte contrazione economica ha ricevuto una minore considerazione. Nell’ultimo trimestre del 2023 il PIL di Israele è diminuito del 20,7%, segnando una delle più acute regressioni trimestrali nella storia del Paese.

Al tempo stesso la spesa militare è aumentata, salendo da circa 1,8 miliardi di dollari a 4,7 alla fine del 2023. La banca di Israele stima il totale dei costi legati alla guerra nel periodo 2023-2025 a circa 55,6 miliardi di dollari, un fardello che peserà per anni sulla spesa pubblica.

Le conseguenze sociali sono ora visibili. Secondo le organizzazioni di assistenza sociale e le valutazioni della società civile più di un quarto delle famiglie israeliane affrontano l’insicurezza alimentare. Ciò che un tempo si concentrava nelle comunità ai margini si è allargato ad una condizione strutturale che colpisce le famiglie della classe lavoratrice, i percettori di prestazioni sociali e le famiglie colpite dall’inflazione e dall’instabilità causata dalla guerra.

Questa crisi non è accidentale né temporanea. Riflette il contraccolpo interno di una prolungata militarizzazione e guerra. Un’analisi del dicembre 2025 ha rilevato che quasi il 60% dei beneficiari di sussidi governativi ha lamentato un deterioramento nella propria situazione finanziaria da quando si è intensificata la guerra, mentre la spesa alimentare per le famiglie a basso reddito è quasi raddoppiata.

L’insicurezza alimentare in Israele è quindi diventata un risultato della politica, non una marginale questione di welfare. In condizioni di conflitto permanente le priorità dello Stato vengono ricalibrate. La spesa militare viene considerata non negoziabile, mentre la protezione sociale viene rimandata, ristretta o resa discrezionale. La fame è ricontestualizzata come uno sgradevole effetto collaterale della politica di sicurezza nazionale piuttosto che come un insuccesso politico che richiede una correzione strutturale.

La geografia inasprisce il problema. Circa il 30% del terreno agricolo di Israele si trova in zone di conflitto vicino a Gaza e lungo il confine nord. Le aziende agricole in queste regioni sono state abbandonate, i cicli di allevamento sconvolti e i sistemi di produzione a lungo termine interrotti.

L’agricoltura israeliana a lungo si è avvalsa di manodopera straniera e immigrata, soprattutto per i raccolti stagionali. La guerra ha drasticamente ridotto questa forza lavoro, rivelando la fragilità della produzione alimentare interna. Ne sono conseguiti ritardi nella semina, rendimenti ridotti e aumento dei costi. Per compensare, Israele ha accresciuto le importazioni, legando più strettamente la sicurezza alimentare alle volatili catene di approvvigionamento globale e all’andamento dei prezzi. Per le famiglie a basso reddito le conseguenze sono state immediate. I prezzi alimentari in aumento hanno eroso il potere di acquisto, mentre l’assistenza statale non è riuscita a stare al passo con l’inflazione. Ciò che ne è conseguito non è una carestia di massa, bensì una fame persistente e strutturale, gestita in modo burocratico anziché affrontata politicamente.

È qui che diventa utile per l’analisi il concetto di contraccolpo. Contraccolpo non è un giudizio morale: è la tardiva conseguenza interna delle scelte di politica estera. Nel caso di Israele il prolungato impegno militare e le strategie basate sull’assedio hanno rimodulato il mercato del lavoro interno, i sistemi di welfare e la stessa sopravvivenza delle famiglie.

Al tempo stesso la chiarezza dell’analisi richiede una netta distinzione tra l’insicurezza alimentare interna di Israele e la catastrofe umanitaria che si dispiega a Gaza. Alla fine del 2025 gli enti umanitari internazionali hanno riconosciuto che Gaza subisce una carestia causata dall’uomo, con oltre mezzo milione di persone che soffrono gravemente la fame. La crisi di Gaza è il diretto risultato dell’assedio, del blocco, della distruzione dei sistemi alimentari e dello sbarramento degli aiuti umanitari. Invece l’insicurezza alimentare di Israele è interna e dovuta alla politica. Una è uno strumento di guerra, l’altra è una conseguenza del suo finanziamento. Confonderle oscura le responsabilità invece di far chiarezza sulle sofferenze.

La risposta del governo israeliano è stata soprattutto tecnica: sussidi di emergenza, limitati programmi di assistenza alimentare e sussidi a breve termine. Queste misure gestiscono la scarsità senza affrontarne i fattori determinanti strutturali. Non vi sono state serie rivalutazioni delle priorità di spesa militare, né piani complessivi per stabilizzare la manodopera agricola, né il riconoscimento che la guerra prolungata corrode il contratto sociale.

I cittadini sono sempre più incoraggiati a sopportare le privazioni come dovere civico, mentre il fallimento sistemico è mascherato dalla retorica della resilienza. Nel tempo ciò produce tensioni riguardo alla legittimità. Uno Stato in grado di sostenere uno dei sistemi militari più avanzati al mondo e nel contempo non riesce a garantire la sostenibilità alimentare per oltre un quarto della sua popolazione rivela un profondo squilibrio nelle priorità.

La comparsa della crisi alimentare di Israele non è un’anomalia. È il costo interno dell’organizzare la società attorno ad un conflitto permanente. La militarizzazione non consuma solo il bilancio, ma la coesione sociale e la responsabilità politica. La guerra ha dei costi che non possono essere esternalizzati all’infinito.

Non si tratta di karma, né di valutazione morale. È aritmetica politica. La fame di oggi in Israele è un contraccolpo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’ inglese di Cristiana Cavagna)




L’IDF ammette di aver ucciso 70.000 palestinesi a Gaza. Quali altre accuse potrebbero rivelarsi fondate?

Nir Hasson

29 gennaio 2026 – Haaretz

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che il dibattito sulle loro identità continuerà ad andare avanti. L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa voglia dire questo tardivo riconoscimento per la credibilità dell’esercito e del governo in merito alla condotta di Israele a Gaza.

Il tardivo riconoscimento da parte di Israele del bilancio delle vittime riportato dal Ministero della Salute di Gaza non dovrebbe sorprendere. Sebbene i funzionari israeliani abbiano attentamente esaminato i dati dall’inizio della guerra, nessun importante portavoce israeliano li ha contestati per diversi mesi.

Il dibattito sulla credibilità del Ministero si svolge quasi esclusivamente sui social media e sui principali media israeliani. Ogni singolo governo, organizzazione no-profit e studioso che si occupa di Gaza accetta i dati del Ministero e li considera molto affidabili.

Per capire perché i rapporti del Ministero della Salute siano affidabili dobbiamo prima chiederci quali informazioni contrarie esistano. Ma non ci sono rapporti in contrasto. L’ultima guerra a Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è la prima guerra nella storia israeliana in cui le IDF non hanno pubblicato dati ufficiali sulle vittime della parte avversa.

Invece il Ministero della Salute di Gaza ha pubblicato non solo il bilancio complessivo delle vittime, ma ha anche compilato un elenco dettagliato della maggior parte dei decessi, compresi i loro nomi completi, i nomi dei loro padri e nonni, le date di nascita e i numeri di identificazione.

L’elenco ottenuto da Haaretz, che comprende i palestinesi uccisi a Gaza da ottobre 2023 a ottobre 2025, include i dettagli di 68.844 vittime, pari al 96% del bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Salute.

Complessivamente l’elenco contiene circa mezzo milione di informazioni verificabili. Le vittime conteggiate nel bilancio, ma di cui non vengono riportati i dettagli, sono corpi non identificati o di cui il Ministero della Salute non dispone di dati completi.

Il Ministero afferma che 80% dei dati utilizzati per compilare l’elenco sono stati forniti dagli obitori degli ospedali della Striscia. Il resto dei decessi è stato inserito nel bilancio in seguito alle segnalazioni dei familiari. Tuttavia il Ministero ha spiegato che questi decessi sono stati inseriti solo a seguito di un’indagine legale che ha esaminato le prove dei decessi.

Nei mesi immediatamente successivi all’inizio della guerra gli elenchi del Ministero risultavano meno affidabili e i ricercatori avevano riscontrato errori e duplicazioni. Tuttavia nel corso dell’ultimo anno gli errori sono stati corretti. Alcuni nomi registrati sono stati rimossi per essere riesaminati e non tutti sono stati nuovamente inseriti nell’elenco.

A seguito di queste modifiche la credibilità delle liste è notevolmente cresciuta e i ricercatori che hanno tentato di contestarle non hanno trovato errori di rilievo. Alcuni studiosi ritengono che il bilancio complessivo delle vittime della guerra – compresi coloro che sono morti a causa delle sue conseguenze e coloro che sono rimasti uccisi e sepolti sotto le macerie – sia significativamente superiore a 70.000. In effetti studi accademici degli ultimi mesi stimano che la guerra abbia causato la morte di oltre centomila palestinesi.

L’opinione pubblica israeliana deve chiedersi cosa indichi il tardivo riconoscimento da parte dell’IDF del numero di vittime palestinesi rispetto alla credibilità delle affermazioni dell’esercito e del governo riguardo ad altri aspetti dei combattimenti a Gaza: dalle norme di ingaggio agli abusi sui detenuti palestinesi, ai saccheggi, alla posizione degli ospedali rispetto alle strutture di Hamas, e all’enormità delle distruzioni.

La disputa sul numero delle vittime potrebbe essere prossima alla conclusione, ma si prevede che continueranno a trascinarsi le polemiche sulla loro identità. Tuttavia il riconoscimento da parte delle IDF del conteggio del Ministero della Salute non fa che convalidare l’affermazione secondo cui i dati israeliani sul tasso di vittime civili non corrispondono alla realtà.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che il rapporto tra combattenti e civili è di 1:1 o 1:1,5. L’organizzazione no-profit britannica Action on Armed Violence [Azione contro la violenza armata, n.d.t.] ha pubblicato questa settimana uno studio che lo smentisce secondo cui per ogni combattente ucciso dal fuoco israeliano cinque civili sono stati uccisi, il che significa che l’83% di tutte le vittime sono state civili.

Lo studio di Action on Armed Violence è uno dei tanti che stimano che il tasso di vittime civili sia significativamente più alto di quello dichiarato da Israele. Proprio come i funzionari israeliani stanno iniziando ad accettare il bilancio delle vittime palestinesi inizialmente respinto, potrebbero anche ammettere la validità dell’elevato tasso di vittime civili. Accettare il conteggio del ministero significa anche accettare l’autenticità del suo elenco di nomi. Molti dei nomi inseriti sono di donne, minori e neonati.

Molti degli uomini uccisi probabilmente non erano combattenti. In qualsiasi guerra gli uomini rappresentano una parte significativa dei civili uccisi e anche a Gaza corrono rischi maggiori per portare cibo e raccogliere legna da ardere. Inoltre le IDF hanno trovato molto più facile definirli come militanti.

Riconoscere la credibilità della lista palestinese è il primo passo per ammettere ciò che abbiamo fatto a Gaza negli ultimi due anni: uccidere decine di migliaia di palestinesi, distruggere intere città, sfollare quasi due milioni di persone e farne morire di fame centinaia.

Uno sguardo più attento all’elenco rivela la gravità delle atrocità: 17 bambini sono morti il ​​giorno stesso della nascita, 115 entro un mese e 1.054 prima di aver compiuto un anno.

Le atrocità sono aggravate dal fatto che, per molti israeliani, non sono affatto atroci. Decine di israeliani hanno sfacciatamente pubblicato commenti di gioia e giubilo per la morte per ipotermia di Ayesha, una neonata di appena poche settimane.

Ofek Azulay ha scritto che si tratta di una notizia meravigliosa. Arella Schreiber ha scritto: “Bellissimo”. Avshalom Weinberg ha scritto: “Che ce ne siano molte altre”. Tzipi David ha scritto: “Fantastico”. Barak Levinger ha aggiunto: “La morte a sangue freddo è giusta per chi ha ucciso a sangue freddo”. E questi commenti sono solo la punta dell’iceberg.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




L’espulsione finale dei palestinesi è in corso e la vostra indifferenza lo permette

Amira Hass

27 gennaio 2026 – Haaretz

I cambiamenti in Cisgiordania, attuati nel quadro della risolutezza, sono devastanti e avvengono a velocità della luce. L’opposizione israeliana resta in silenzio

Il colpo di stato governativo che ci sta riportando indietro ha una sorella maggiore nel Piano Decisivo di espulsione volontaria del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che sta spingendo Israele verso nuovi abissi, giorno dopo giorno. Eppure l’opposizione sionista, che ha concesso il suo appoggio nella forma di ulteriori riservisti, sangue e slogan alla guerra di sterminio e vendetta nella Striscia di Gaza, continua ad ignorare l’intrinseca connessione tra loro.

Quindi che cosa succederà quando i discendenti di Giosuè entreranno nelle città palestinesi in Cisgiordania, vi appiccheranno il fuoco, spareranno contro le case e colpiranno i passanti coi loro bastoni? Voi, membri e sostenitori dei democratici e di Yesh Atid (partito politico israeliano di centro, ndtr.), correrete ad arruolarvi nell’esercito per proteggere questi santi guerrieri dai palestinesi della Cisgiordania che rifiutano di arrendersi?

I cambiamenti che vengono realizzati nella cornice della determinatezza sono devastanti e avvengono alla velocità della luce. Sono di proporzioni bibliche. Le armate ufficiali di Dio e i loro mercenari sono impegnati nelle espulsioni e nell’annientamento, emulando le gesta a Gaza. Queste legioni di santi guerrieri espellono una comunità pastorizia dopo l’altra, attaccano villaggio dopo villaggio e scuole e moschee.

Una sorgente, una piana fertile e un uliveto…l’accesso ad essi è stato vietato a coloro che ne sono stati proprietari per secoli. Le entrate dell’Autorità Nazionale Palestinese sono in mano al nostro Ministro delle Finanze. Le piante di sabra [dalla parola ebraica tzabur, che designa una pianta simile al fico d’india, ndt.] e la bellezza della terra sono solamente nostre. Ci sono ancora qua e là esigue comunità pastorizie palestinesi, o villaggi le cui strutture furono costruite prima del 1967, ma nessun problema. Stanno diventando sempre più povere, sempre più stremate.

L’area C della Cisgiordania, che ci é stata tramandata dal monte Sinai, è piena di allevamenti di pecore da carne rigorosamente kosher, che producono profitti ingenti e richiedono finanziamenti e sostegno del governo. Adesso si sono già allargati nell’area B. Poi sarà la volta dell’area A e delle sue città. (le aree create dagli accordi di Oslo del 1993: la A sotto controllo palestinese, la B sotto  controllo sia israeliano che palestinese, la C sotto totale controllo israeliano, ndt.). Gli eletti dell’armata di Dio non conoscono paura, non esiste forma di violenza che non intendano impiegare. Ogni battaglione aggiunto, ogni comandante di brigata e compagnia, ogni detective della polizia e ogni capo di stato maggiore sono suoi partner operativi. I vostri fratelli armati in Giudea e Samaria (come viene chiamata la Cisgiordania, ndt.) prendono di mira le città palestinesi. Non ci sarebbero riusciti se non fosse per la vostra indifferenza.

Dopo che i palestinesi sono stati concentrati in enclave urbane strutturate dai nostri migliori capi militari, sarà tempo di programmare la loro espulsione finale. In Giordania? Un’altra guerra? Quisquilie per l’armata dell’Onnipotente.

Il progetto di Smotrich è in atto dagli ultimi tre anni, condotto apertamente e sistematicamente. Le sue fondamenta erano già state poste dai suoi predecessori spirituali in Cisgiordania a partire dalla metà degli anni ’90 del 1900, dalle circonvallazioni di Yitzhak Rabin all’appello di Ariel Sharon ai coloni di “andare sulle colline” e la voluta impotenza delle forze dell’ordine di fronte alla violenza organizzata dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà.

Simili avvertimenti sono stati fatti più di una volta e le probabilità che ora vengano ascoltati con le orecchie e con il cuore dall’ opposizione, che si definisce liberale e democratica, sono scarse. Inoltre due delle sue colonne portanti, Yisrael Beiteinu (‘Israele casa nostra’, partito di destra nazionalista sionista e laica, ndt.) e Naftali Bennet [ex primo ministro di Israele dal 13 giugno 2021 al 1º luglio 2022, ndt.] ed il suo misterioso partito, hanno condotto parti del programma decisionale prima che il suo attuale autore entrasse in carica.

Per di più il glorioso sistema legale che siete corsi a difendere negli scorsi tre anni ha permesso e facilitato “piccole” deportazioni, da Umm al-Hiran nel Negev a al-Hadidiya nel nord della Valle del Giordano. Non resta che esprimere frustrazione e rabbia, finché il regime ce lo permette.

Il silenzio auto imposto e l’intimidazione degli ebrei; lo svuotamento del Paese dalla sua popolazione palestinese; una dittatura per gli ebrei dopo che è stata imposta con successo sui palestinesi, cosa che non siamo riusciti a completare nel 1948; e una nuova incarnazione del Regno di Giudea e della regola della ‘halakha’ (legge ebraica, che si basa sui testi sacri, ndt.). “Due persone potranno camminare insieme, se prima non si sono messe d’accordo?”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




In quanto palestinese quello che sta facendo l’ICE negli Stati Uniti mi risulta familiare

Ahmad Ibsais

27 gennaio 2026 – Al Jazeera

Oggi gli statunitensi stanno avendo un saggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato

L’incremento della violenza di Stato negli USA è senza precedenti. Nell’arco di tre settimane a Minneapolis due persone sono state colpite a morte durante raid “anti-immigrazione”. Entrambe sono state definite “terroristi interni”.

Nel contempo la settimana scorsa agenti dell’Immigration and Customs Enforcement [agenzia federale che si occupa di immigrazione e sicurezza interna, ndt.] (ICE) degli USA hanno utilizzato Liam Ramos, di 5 anni, come esca per far uscire di casa suo padre, richiedente asilo; entrambi ora sono stati portati in un centro di detenzione in Texas. L’amministrazione definisce ciò, cioè rinchiudere in massa minori in campi di detenzione, “applicazione delle norme contro l’immigrazione clandestina”. Lo scorso anno l’ICE ha arrestato almeno 3.800 minorenni, compresi 20 neonati.

La violenza inflitta dall’ICE sta creando in tutto il Paese un clima di terrore all’interno delle comunità di migranti.

Conosco questo terrore e questa violenza. Sono il terrore e la violenza che devastano da molto tempo la mia patria d’origine, la Palestina. Spero che gli statunitensi non debbano mai affrontare il livello di morte, espulsioni forzate e violenza patito da generazioni di palestinesi. Ma sotto il presidente USA Donald Trump già ora stanno sperimentando le tecniche che sono così familiari alle vittime palestinesi dell’esercito israeliano e degli illegali coloni israeliani nella Cisgiordania occupata. I paralleli non possono essere ignorati.

Nel 2025 sono morte 32 persone detenute dall’ICE, definite “illegali”, facendone l’anno più letale da due decenni. Sono morte per crisi epilettiche, insufficienza cardiaca, infarto, crisi respiratoria, malattie infettive, suicidio e mancata assistenza. L’ICE non riconosce alcuna responsabilità per il loro decesso. Nella Cisgiordania occupata, dove sono nato, in due anni e quattro mesi le forze israeliane e i coloni hanno ucciso più di 1.100 palestinesi.

Circa il 75% delle 68.440 persone detenute dall’ICE lo scorso anno non aveva precedenti penali. Migliaia di palestinesi sono attualmente rinchiuse nelle prigioni israeliane senza accuse né processo.

Con le ultime uccisioni e rapimenti di cittadini statunitensi, ora persino le persone che sono qui “legalmente” hanno paura. C’è una crescente atmosfera di insicurezza ed ansia che chiunque in qualunque momento possa sparire o essere colpito.

In tutto il Paese la violenza dell’ICE sta privando i minori di educazione e altre attività. Per esempio nella città di Charlotte, nella Carolina del Nord, nel 2025 30.000 studenti, circa il 20% degli iscritti del distretto, sono stati assenti da scuola la settimana dopo l’inizio delle incursioni nel 2025 e a Los Angeles i proprietari di negozi hanno raccontato di un significativo calo di vendite in quanto i clienti sono rimasti chiusi in casa.

So come ci si sente a tremare passando vicino a personale di sicurezza armato che in qualunque momento potrebbe spararti e poi definirti un “terrorista”. I membri della mia famiglia sanno cosa significa essere assediati e aggrediti, assistere a un’esecuzione in pubblico.

Questa forma di violenza è stata un’esperienza quotidiana per i palestinesi in tutta la Palestina storica molto prima del 7 ottobre 2023. Dopo quel giorno si è solo intensificata. Proprio come negli USA neppure i minori sono stati risparmiati. Dei 240 palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata nel 2025 i minori erano 55.

Solo questo mese durante un’incursione nel suo villaggio i soldati israeliani hanno ucciso il quattordicenne Mohammed Naasan. Hanno sostenuto che stava correndo verso di loro con una pietra in mano.

L’esercito israeliano spara regolarmente proiettili veri contro minori palestinesi e lo giustifica sostenendo che stavano lanciando pietre. Evidentemente un minore palestinese con una pietra rappresenta una minaccia letale per uno degli eserciti più pesantemente armato al mondo, per soldati coperti da un’armatura che sparano da veicoli blindati.

I minori palestinesi vengono regolarmente utilizzati dai soldati israeliani come “scudi umani” quando fanno irruzione nei quartieri; il loro arresto e la violenza nei loro confronti vengono spesso utilizzati per fare pressione sui membri della famiglia perché si consegnino, proprio come ha fatto l’ICE con Liam Ramos e suo padre.

Dal 7 ottobre 2023 all’agosto 2025 almeno 75 palestinesi arrestati da Israele, tra cui il diciassettenne Walid Ahmad, sono stati uccisi. In almeno 12 casi i detenuti sono morti dopo essere stati picchiati o torturati dalle forze di sicurezza israeliane.

Le Nazioni Unite hanno documentato torture sistematiche e maltrattamenti, comprese continue percosse, annegamenti simulati, posizioni dolorose e l’uso dello stupro e di altre violenze sessuali e basate sul genere. Dal novembre 2025 più di 300 minori palestinesi sono attualmente tenuti in detenzione militare. Questi minorenni sono incarcerati a tempo indefinito senza accuse né processo in base a prove segrete che non vengono comunicate né a loro né ai loro avvocati.

Tra loro c’era Mohammed Ibrahim, un sedicenne palestinese americano della Florida che è stato incarcerato per oltre nove mesi. Dopo il rilascio è stato tenuto in ospedale a causa delle sue pessime condizioni e della malnutrizione. Ibrahim ha detto alla sua famiglia di aver assistito di persona alla morte di un altro adolescente in carcere dopo che gli erano state negate cure mediche per la scabbia e un grave virus intestinale.

La ragione per cui la violenza che vediamo negli USA ci ricorda così tanto quello che succede in Cisgiordania è quello che dobbiamo affrontare: strutture securitarie modellate sul suprematismo bianco e su una mentalità colonialista.

Lo Stato di Israele percepisce i palestinesi come subumani e come una minaccia diretta; è per questo che, nella logica dello Stato di Israele, devono essere tenuti in un sistema di apartheid in cui sono sorvegliati, sottomessi e alla fine cacciati.

I palestinesi vengono uccisi per il solo fatto di essere palestinesi, perché si rifiutano di lasciare la loro terra d’origine, perché sono la testimonianza del fatto che la Palestina non è mai stata “una terra senza popolo.”

Anche negli USA lo Stato ha deciso che ci sono alcune persone che sono subumane e rappresentano un pericolo diretto. Anch’esso ha schierato una forza pesantemente armata per spiarle, sottometterle e cacciarle utilizzando tecnologie in precedenza testate sui palestinesi ed importate negli Stati Uniti.

Entrambi i sistemi repressivi agiscono in base allo stesso principio secondo cui i corpi delle persone di colore e dei loro alleati possono essere detenuti senza un motivo, colpiti senza conseguenze e lasciati morire.

Ovviamente non possiamo fare un parallelismo assoluto tra la violenza negli USA e in Palestina.

Lo Stato di Israele ha manifestato sia nelle azioni che nei discorsi un chiaro intento di eliminare totalmente il popolo palestinese.

Attualmente i palestinesi stanno affrontando un genocidio a Gaza e, a un ritmo più lento, nelle Cisgiordania e Gerusalemme est occupate. Lo Stato di Israele ha un chiaro progetto di cancellazione che intende spazzare via persino la memoria storica dell’esistenza palestinese.

Tuttavia è chiaro che oggi gli statunitensi stanno avendo un assaggio di quello che i palestinesi hanno vissuto per decenni: il terrorismo di Stato. È così che viene chiamato schierare forze armate che sparano ai cittadini, usano un bambino di 5 anni come esca, lasciano morire i detenuti a un livello senza precedenti. Negli Stati Uniti, in Palestina e ovunque il potere decida che certe vite non contano niente si ripetono le caratteristiche del terrorismo di Stato.

In “1984” George Orwell ha scritto che l’ordine perentorio finale ed essenziale del Partito era negare l’evidenza di quello che si vede e si ascolta. Prima che morisse, il suo editore rilasciò una dichiarazione: “La morale da trarre da questo pericoloso incubo messo in scena dal Partito è semplice: non lasciate che questo accada. Ciò dipende da voi”

Ora stiamo vivendo quell’incubo, assistendo a video di esecuzioni mentre ci viene detto che si trattava di autodifesa. Siamo noi che dobbiamo lottare per un cambiamento. Ovunque dobbiamo essere noi a prendere nelle nostre mani la lotta per la libertà.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Al Jazeera.

Ahmad Ibsais

Ahmad Ibsais, americano palestinese di prima generazione, è uno studente di diritto che scrive State of Siege [Stato d’Assedio, newsletter sulla piattaforma Substack, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La “sindrome della tenda bagnata” sta uccidendo i neonati di Gaza

Michal Feldon

26 gennaio 2026 – +972 Magazine

Le restrizioni israeliane su strutture di riparo e medicinali hanno lasciato indifese le famiglie sfollate, mentre i neonati soccombono all’esposizione alle intemperie e a malattie prevenibili.

La scorsa settimana Mohamed Abu Jarad è tornato nella sua tenda nel quartiere di Al-Daraj a Gaza City e ha trovato la figlia di tre mesi, Shaza, congelata e senza più respiro. La famiglia ha portato d’urgenza la bambina in ospedale, dove i medici ne hanno dichiarato il decesso per ipotermia.

Questa tragedia è avvenuta solo una settimana dopo la morte per ipotermia di Aisha Ayesh Al-Agha, di un mese, a Khan Younis, e due settimane dopo il decesso per il freddo di altri due bambini palestinesi nel nord e nel centro della Striscia, a poche ore di distanza l’uno dall’altro: Mahmoud Al-Akra, di appena una settimana, e Mohammed Wissam Abu Harbid, di due mesi.

Secondo le autorità sanitarie locali e Save the Children quest’inverno sono morti per ipotermia e freddo estremo 10 bambini di età inferiore a un anno, portando il totale dall’inizio dell’attacco israeliano all’enclave nell’ottobre 2023 a circa due decine. Tutte le vittime vivevano in tende, e le loro famiglie non sono riuscite a tenerli al caldo a causa delle gelide temperature invernali.

I medici esperti di Gaza hanno coniato un nuovo termine per descrivere queste tragiche perdite. In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese il Dott. Abdul Raouf Al-Manama, professore di microbiologia presso l’Università Islamica di Gaza, ha usato l’espressione “sindrome della tenda bagnata” per lanciare l’allarme sull’intensificarsi della crisi sanitaria a Gaza. Una condizione piuttosto che una specifica malattia, ha spiegato, causata da condizioni di vita difficili, tra cui freddo estremo, umidità e scarsa ventilazione, tutti fattori che caratterizzano la vita all’interno delle tende.

Chi vive in tenda è esposto a molteplici rischi per la salute. Principalmente è vulnerabile a malattie respiratorie, tra cui infezioni ricorrenti delle vie respiratorie, bronchite, polmonite e peggioramento dell’asma. L’umidità e la mancanza di condizioni igieniche nelle tende, insieme all’accesso limitato a docce, indumenti asciutti e lavaggio delle mani, tendono anche a causare malattie della pelle, tra cui infezioni fungine, impetigine (un’infezione batterica), eruzioni cutanee e prurito.

È questo afflusso di stress simultanei sull’organismo a causare la “sindrome della tenda bagnata”, che colpisce principalmente bambini piccoli, anziani, donne incinte, malati cronici e persone con disabilità. E l’attuale situazione umanitaria a Gaza fa sì che centinaia di migliaia di persone siano a rischio.

Quasi tutti gli abitanti della Striscia sono attualmente sfollati, con 1,5 milioni di persone tre quarti della popolazione che vivono in tende o strutture provvisorie. La maggior parte dei campi profughi è esposta alle inondazioni; solo il mese scorso e non oltre 30.000 tende sono state distrutte o gravemente danneggiate a causa del maltempo, lasciando circa 250.000 persone senza riparo.

Nonostante il cessate il fuoco Israele impedisce l’ingresso a Gaza di roulotte, alloggi temporanei o materiali da costruzione, classificandoli come articoli “a duplice uso” utilizzabili, a suo dire, per scopi militari da Hamas. E sebbene l’esercito israeliano affermi di aver facilitato l’ingresso di “quasi 380.000 tende familiari, teloni e materiali per ripari” dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le organizzazioni umanitarie affermano che si trattasse soprattutto di teloni, con l’arrivo di poco più di 90.000 tende, ben lungi da poter soddisfare le terribili esigenze della popolazione di Gaza dopo oltre due anni di genocidio.

Lezioni dall’estero

Sebbene nella letteratura medica non vi siano precedenti riferimenti ad una “sindrome della tenda bagnata”, le malattie associate alla condizione di profughi che vivono in tende in condizioni igieniche precarie sono comuni nelle zone di guerra e disastri. Negli ultimi anni il fenomeno è stato riscontrato in Afghanistan, Yemen e Siria.

La ricerca di un’analogia medica comparabile nel mondo occidentale mi ha portato a studiare le popolazioni senza fissa dimora negli Stati Uniti e in Canada durante la pandemia di COVID-19. Tra i senzatetto il tasso di infezione era molto più elevato. Anche le segnalazioni di complicazioni e ricoveri in terapia intensiva erano 20 volte superiori a quelle della popolazione generale e i tassi di mortalità cinque volte superiori a quelli delle persone che vivevano in case sicure.

Da molti anni l’opinione medica è unanime sul fatto che le condizioni di umidità favoriscano la crescita di muffe e batteri, aumentando di conseguenza il rischio di infezioni respiratorie, asma, allergie e, infine, gravi malattie polmonari croniche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno pubblicato linee guida nel 2009 e nel 2015, riconoscendo tali rischi, onde evitare condizioni di umidità inadeguate nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni.

Nel 2020 a Manchester, in Inghilterra, Awaab Ishak, un bambino di 2 anni, è morto a causa di una malattia respiratoria inspiegabile. Due anni dopo un’autopsia tardiva ha stabilito che il decesso era stato causato dall’esposizione a muffa nera sviluppatasi a causa di una ventilazione inadeguata e di un’eccessiva umidità nel monolocale della sua famiglia.

In risposta, nel 2023 il governo britannico ha emanato un emendamento alla legge sull’edilizia popolare la “Legge Awaab” che stabilisce che i proprietari di immobili devono rimediare ai rischi di umidità e muffa in qualsiasi immobile residenziale di loro proprietà. Inoltre nell’agosto 2024 il Ministero della Salute del Regno Unito ha aggiornato le sue linee guida sulla questione, stabilendo che, oltre a causare malattie respiratorie come nel caso di Awaab, condizioni abitative scadenti influiscono anche sulla salute della pelle, degli occhi e della mente.

Mentre la morte di un singolo bambino a causa di condizioni abitative inadeguate ha portato a cambiamenti nelle politiche pubbliche nel Regno Unito, centinaia di migliaia di persone a Gaza vivono in tende senza pavimenti o tetti, letti o coperte, elettricità o riscaldamento, e poco si sta facendo per garantire che le vittime della scorsa settimana siano le ultime.

Mancanza di strumenti essenziali

L’ondata di influenza A che ha colpito Israele a novembre e dicembre si è recentemente diffusa anche a Gaza. Di conseguenza i principali ospedali Al-Shifa a nord e Nasser a sud hanno segnalato un aumento significativo dei ricoveri e della morbilità, nonché complicazioni influenzali come bronchite, attacchi d’asma e polmonite.

Come pediatra che lavora in un grande ospedale pubblico nel centro di Israele non ricordo di aver visto un tasso di morbilità influenzale così grave come quello delle ultime settimane, a partire dalla pandemia di influenza suina del 2009. E ogni volta che ho trasferito un bambino con una complicazione influenzale come una polmonite estesa o un grave attacco d’asma da un reparto pediatrico alla terapia intensiva, pensavo a quanto possa essere mortale un’epidemia influenzale simile a Gaza.

All’interno della Striscia non solo le terribili condizioni di vita impediscono la guarigione dai virus respiratori, ma c’è anche una grave carenza di strumenti essenziali, inclusiolorifici, farmaci antipiretici e dispositivi medici necessari per il trattamento dell’asma.

All’inizio del mese il Dott. Ezz Al-Din Shahab, un medico di famiglia nel nord della Striscia che è in contatto con molti di noi in Israele, mi ha felicemente informato che i distanziatori piccoli dispositivi di plastica con una mascherina che si attaccano a un inalatore per somministrare il farmaco in modo più efficace erano arrivati ​​nella Striscia dopo un’attesa lunghissima. Questo è attualmente l’unico modo per curare i bambini piccoli di Gaza sofferenti di asma, poiché non c’è elettricità per far funzionare i nebulizzatori.

Ma il sollievo seguito al messaggio di Shahab è durato poco. Due settimane fa il Dott. Ahmed Al-Farra, primario del reparto di pediatria e maternità dell’Ospedale Nasser, mi ha informato che non ci sono inalatori Ventolin da nessuna parte nella Striscia, il che significa che, sebbene ci siano i distanziatori, non c’è nulla a cui collegarli.

La mancanza di attenzione della ricerca scientifica verso la morbilità causata dalle cattive condizioni abitative tra gli sfollati nelle zone di guerra e disastri non sorprende. Sebbene le ragioni siano molteplici, la principale è la mancanza di sufficienti dati clinici.

La portata della distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele ha reso impossibile la documentazione informatizzata; persino la documentazione cartacea non è sempre stata possibile, costringendo i medici stranieri che si sono offerti volontari a Gaza a portare con sé carta e penna.

Le poche informazioni raccolte al di fuori della Striscia sulla situazione sanitaria al suo interno si basano su descrizioni di casi o resoconti verbali di squadre di medici sul campo, ma l’assenza di dati impedisce che questi resoconti possano essere inseriti in una ricerca formale. Pertanto presumo che non saremo mai in grado di dimostrare ufficialmente l’esistenza della “sindrome della tenda bagnata” in un modo che consenta la pubblicazione su riviste scientifiche e sensibilizzi gli operatori sanitari e umanitari.

Ma dubito che siano necessarie “prove” scientifiche per convincersi che le condizioni di vita nelle tende soprattutto durante la pioggia, il freddo e le inondazioni che l’inverno porta con sé – combinate con il collasso quasi totale del sistema sanitario di Gaza abbiano creato una catastrofe umanitaria. E ancora, nel pieno del suo terzo inverno, non c’è alcun segnale che possa cessare.

Il dott. Michal Feldon è un esperto pediatra presso lo Shamir Medical Center.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il nuovo consenso nazionale di Israele: ritorno al 6 ottobre

Meron Rapoport

23 gennaio 2026 – +972MAGAZINE

Nonostante il crollo spettacolare della dottrina “gestione del conflitto” di Netanyahu, sia lui che i suoi più accaniti critici stanno facendo campagna per la sua rinascita.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche israeliane e delle elezioni di medio termine statunitensi, il 2026 si preannuncia un anno difficile per i pronostici in politica. Il voto israeliano potrebbe ridisegnare la mappa politica interna, con l’eventuale destituzione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, mentre le elezioni statunitensi potrebbero indebolire significativamente la posizione del Presidente Donald Trump e limitarne la libertà d’azione.

Eppure c’è una previsione che può essere fatta con sicurezza: qualunque sia il risultato elettorale, l’intero establishment politico e militare israeliano rimarrà unito nel desiderio di riportare l’orologio al 6 ottobre 2023.

Questa aspirazione non segnala un ritorno alla normalità o alla calma; al contrario, è probabile che il prossimo anno le tensioni interne di Israele si aggravino. Questo non solo perché il periodo precedente la guerra è stato già tra i più turbolenti nella storia del Paese, né perché gli anni in cui ci sono le elezioni tendono ad intensificare le tensioni politiche. Questa volta la polarizzazione è molto più profonda.

Da un lato abbiamo un governo che si dedica quotidianamente a delegittimare la magistratura, i media e qualsiasi voce dissenziente. Dall’altro abbiamo un’opposizione che considera Netanyahu e i suoi partner l’incarnazione del male assoluto e il loro prolungato governo una minaccia sia alla sopravvivenza dello Stato che al loro stesso futuro. Cosa significa, quindi, l’aspirazione a riportare il Paese al 6 ottobre?

Prima della guerra all’opinione pubblica israeliana era stata propinata da politici di ogni schieramento la stessa tesi, cioè che Israele non potesse o non dovesse risolvere le sue relazioni con i palestinesi che vivevano sotto il suo dominio e che la potenza economica, sociale e diplomatica di Israele potesse crescere indipendentemente da questa risoluzione. Su questa base l’esercito ha adottato una dottrina che ha abbandonato ogni pretesa di ricercare una soluzione politica, concentrandosi invece sulla “gestione” del conflitto attraverso la deterrenza e quella che definisce la “campagna tra una guerra e l’altra “.

Il 7 ottobre ha mandato in frantumi questi presupposti. L’esercito è crollato di fronte a un attacco condotto dai palestinesi “con infradito, kalashnikov e pick-up”, come ha detto in seguito Netanyahu difendendo la sua politica di agevolazione dei trasferimenti di denaro dal Qatar ad Hamas. Per la prima volta dal 1948, Israele ha perso il controllo su parti del suo territorio sovrano. Più di 1.100 civili e soldati sono stati uccisi uccisi in quello che è diventato il giorno più buio della storia del Paese.

Centinaia di migliaia di israeliani sono stati mobilitati per combattere a Gaza e in Libano. Centinaia sono stati uccisi e molte migliaia sono rimasti feriti. Le risorse economiche del Paese sono state convogliate nello sforzo bellico e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza lo hanno trasformato in un paria internazionale agli occhi del mondo.

Tra i successi rivendicati da Hamas nel suo recente documento che riassume la guerra di Gaza c’è il ritorno della questione palestinese al centro del dibattito globale, regionale e israeliano. Mentre Hamas ignora opportunamente i propri fallimenti – in particolare la devastazione che le sue azioni ha inflitto ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania – è difficile ignorare questo unico successo. In sostanza, quindi, il ritorno al 6 ottobre riflette il desiderio collettivo di Israele di rimuovere ancora una volta “la questione palestinese” dall’agenda politica.

Rimettere il genio nella bottiglia

Negli ultimi due anni la questione delle relazioni tra Israele e i palestinesi ha permeato quasi ogni aspetto della vita israeliana: dalle manifestazioni di massa che chiedevano il rilascio degli ostaggi, alla lotta politica per la coscrizione degli ultra-ortodossi, al crescente deficit di bilancio e alla trasformazione delle relazioni estere di Israele. Il cessate il fuoco ha permesso a vari attori all’interno del sistema israeliano di immaginare che questo genio potesse essere nuovamente costretto a rientrare nella bottiglia.

Primo tra tutti, Netanyahu stesso. L’idea che i palestinesi possano essere semplicemente ignorati è in gran parte una sua creazione e, negli anni precedenti all’ottobre 2023, sembrava persino funzionare. La posizione diplomatica ed economica di Israele è migliorata nonostante – Netanyahu probabilmente direbbe proprio grazie a – la sua continua occupazione, l’espansione delle colonie e la negazione dell’autodeterminazione palestinese. Nel frattempo, il cosiddetto “campo della pace” israeliano si è ristretto fino a diventare irrilevante.

Come sosteneva Netanyahu in un editoriale del 2022 su Haaretz, gli Accordi di Abramo erano, a suo avviso, la prova definitiva che “la strada per la pace non passa per Ramallah, la ignora”. Da questa stessa logica sono derivate l’idea di Hamas come “risorsa” e la politica di lunga data di agevolazione dei finanziamenti al gruppo. L’apparato di sicurezza, pur essendo scettico nei confronti della tesi più complessiva di Netanyahu, la metteva in pratica, mantenendo l’occupazione e l’assedio di Gaza, affidandosi alla deterrenza e a periodiche “fasi” di scontro diretto con Hamas.

In un editoriale del Wall Street Journal pubblicato nello stesso anno, Netanyahu si vantava di aver creato un “triangolo ferreo di pace”, basato sul potere economico, diplomatico e militare. Il 7 ottobre e nei due anni successivi, tutti e tre i lati di quel triangolo si sono incrinati.

Anche se non si accetta in toto l’argomento secondo cui Israele è diventata un'”economia zombie” in marcia verso il collasso, lo stesso Netanyahu ha ammesso che l’economia israeliana è sottoposta a gravi pressioni. L’isolamento diplomatico di Israele è ancora più difficile da contestare, con il Paese che ora sembra quasi interamente dipendente dai capricci di Donald Trump – un giorno esortando pubblicamente il Presidente israeliano a “perdonare” Netanyahu prosciogliendolo dal processo per corruzione, il giorno dopo umiliandolo spiegando come lo abbia costretto ad accettare il cessate il fuoco con Hamas.

Il primo ministro può sostenere che il lato militare del triangolo rimane intatto, e forse è persino più forte di quanto non fosse il 6 ottobre. Israele ora controlla più della metà della Striscia di Gaza, Hamas è stato significativamente indebolito, Hezbollah è stato colpito duramente dai bombardamenti israeliani sul Libano, le forze israeliane hanno conquistato territorio in Siria senza reazioni significative e l’Iran ha subito gravi colpi.

Eppure, come giustamente notano i critici di Netanyahu, tutti questi fronti sono “rimasti aperti”. Hamas, sebbene indebolito, governa ancora quasi metà di Gaza. La “vittoria totale” promessa all’opinione pubblica israeliana non si è mai materializzata. I sondaggi mostrano che sono più gli israeliani che credono che la guerra a Gaza si sia conclusa con un pareggio rispetto a quelli che pensano che Israele o Hamas abbiano vinto in modo decisivo.

Per Netanyahu, tuttavia, questa situazione di stallo sembra essere l’esito preferito, perché rappresenta di fatto un ritorno al paradigma pre-7 ottobre di “gestione del conflitto”. La lunga storia del primo ministro nel rafforzare il governo di Hamas a Gaza esemplifica questa logica politica: frammentare il movimento nazionale palestinese geograficamente e istituzionalmente, impedendo così l’emergere di uno Stato palestinese.

Nascondere il fallimento di una strategia

Almeno in teoria, il piano in 20 punti di Trump per Gaza include il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Striscia, la fine dell’assedio e riferimenti all'”autodeterminazione e allo Stato palestinese” – tutti sviluppi che Netanyahu considera minacce esistenziali. Eppure, al di là di questi elementi, Netanyahu sta facendo tutto il possibile per impedire che l’accordo passi alla sua seconda fase, non nonostante il fatto che comprende il disarmo di Hamas, ma proprio perché lo include. Finché Hamas manterrà il controllo di Gaza, non vi sarà alcun rischio di alcun processo politico significativo.

Prima del 7 ottobre, Netanyahu e le forze di sicurezza non consideravano Hamas una seria minaccia militare. Ora, dopo che Gaza è stata devastata e gran parte della leadership di Hamas è stata eliminata, Netanyahu probabilmente ritiene che l’organizzazione rappresenti un pericolo ancora minore di prima.

In questo senso gli interessi di Netanyahu e quelli dell’esercito sono strettamente allineati. Entrambi cercano di oscurare la portata del fallimento del 7 ottobre e il crollo dell’intera dottrina della “deterrenza” che lo ha preceduto. Attraverso i continui attacchi in Libano e a Gaza, così come con l’incombente minaccia di un’altra guerra con l’Iran, entrambi vogliono distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto che Israele è di fatto tornato al 6 ottobre.

Netanyahu e l’esercito – che, a seguito dei recenti cambi di leadership, sono diventati anche più stretti alleati ideologici – non pretendono più nemmeno di offrire all’opinione pubblica israeliana la prospettiva della pace. Ciò che promettono invece è una rinascita della dottrina della deterrenza, che significa conflitto permanente e una “campagna tra una guerra e l’altra” sempre più violenta.

Anche i partner della coalizione di Netanyahu, appartenenti alla destra nazionalista-religiosa-fascista, sono favorevoli a un ritorno al 6 ottobre. Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir avrebbero preferito che Israele perseguisse una “soluzione finale” a Gaza, rimuovendo in un modo o nell’altro i palestinesi dal territorio e ricostruendo le colonie ebraiche. Ma, una volta diventato chiaro che tale percorso era insostenibile, si sono dimostrati pronti ad accettare la narrazione di Netanyahu e a sostenere il congelamento della situazione a Gaza così com’è per impedire qualsiasi negoziato politico – un’eco della strategia israeliana del “disimpegno” dalla Striscia nel 2005.

Finché Israele non procederà concretamente alla seconda fase del cessate il fuoco – sotto forma di ritiro delle truppe e autorizzazione all’ingresso delle forze internazionali, con i “pericoli” politici associati al fatto di offrire ai palestinesi anche solo un barlume di speranza futura – Smotrich potrà sfruttare il suo controllo sull’Amministrazione Civile per accelerare l’annessione de facto della Cisgiordania, mentre Ben Gvir potrà far leva sulla sua autorità sulla polizia per intensificare la repressione dei cittadini palestinesi di Israele e reprimere qualsiasi opposizione politica al governo.

Opposizione solo di nome

Anche se non invocherà mai esplicitamente l’espressione “6 ottobre”, la strategia elettorale di Netanyahu si baserà probabilmente su un ritorno al paradigma familiare della “gestione del conflitto”.

Affermerà di aver migliorato l'”equilibrio della deterrenza” nei confronti dell’intero Medio Oriente bloccando allo stesso tempo qualsiasi progresso verso uno Stato palestinese. Sottolineerà che, nonostante l’erosione della reputazione di Israele nell’opinione pubblica mondiale, Donald Trump rimane saldamente al suo fianco – e che questo, in definitiva, è ciò che conta (la decisione di assegnare a Trump un “Premio Israele per la Pace” in occasione dell’imminente Giorno dell’Indipendenza si inserisce perfettamente in questa narrazione). E, salvo una grave crisi economica prima delle elezioni, è probabile che Netanyahu torni a parlare del “triangolo di ferro” del potere militare, diplomatico ed economico.

Ma ciò che colpisce è che l’opposizione al primo ministro, sia politica che giornalistica, accetti in gran parte la stessa premessa, cioè che l’unica lingua che Israele può parlare con i palestinesi – e con la regione in senso più ampio – è il linguaggio della forza.

Questo nonostante il fatto che questa stessa politica sia crollata il 7 ottobre, che il sostegno di Netanyahu ad Hamas rappresenti uno dei suoi principali punti deboli nell’opinione pubblica israeliana e nonostante la crescente pressione per una commissione d’inchiesta statale indipendente sui fallimenti politici e di sicurezza che hanno reso gli attacchi di Hamas così letali. Invece di sfidare Netanyahu sul terreno della “gestione del conflitto”, l’opposizione abbandona in gran parte questo campo e si concentra su questioni come la riforma giudiziaria, il “Qatargate” e la corruzione.

Questo fallimento è evidente nella gestione della vicenda Qatargate. Il fatto che individui a stretto contatto con Netanyahu, operanti all’interno del suo ufficio, siano stati pagati dal Qatar e ne abbiano promosso gli interessi durante la guerra è uno scandalo politico di prim’ordine che ha creato spaccature persino tra i suoi sostenitori. A Netanyahu si è iniziato ad attribuire l’etichetta di “finanziatore di Hamas”.

Eppure l’opposizione e gran parte dei media progressisti non riescono a trarre la conclusione principale. La storia non è che il Qatar abbia corrotto l’ufficio di Netanyahu per aiutare Hamas, ma piuttosto il contrario: che Netanyahu ha corteggiato il Qatar per finanziare Hamas, soprattutto per bloccare la nascita di uno Stato palestinese. Se fossero disposti a sostenere esplicitamente questa argomentazione potrebbero affermare che impedire il prossimo 7 ottobre richiederebbe di fare esattamente l’opposto di ciò che ha fatto Netanyahu: porre fine all’occupazione e consentire la nascita di uno Stato palestinese.

Non ci si aspetta che Naftali Bennett [rappresentante dell’estrema destra dei coloni ma ostile a Netanyahu, ndt.], che i sondaggi indicano come la figura più probabile a guidare un governo di opposizione, offra un’alternativa significativa a Netanyahu. Lo stesso vale per gli altri parlamentari che hanno composto il cosiddetto “governo del cambiamento” che Bennett ha brevemente guidato nel 2021-22. Al contrario il successo di Bennett si basa proprio sulla promessa di tornare al 6 ottobre e alla logica della “gestione del conflitto”.

Bennett offre alla società israeliana un ritorno alla “normalità” e al rispetto per le istituzioni statali, nonché una “correzione” nei rapporti tra i diversi segmenti della società israeliana – e questo, come suggerisce il suo messaggio non troppo sottile, può essere ottenuto solo mettendo da parte i palestinesi. Vale la pena notare che durante il suo mandato di primo ministro lo stesso Bennett ha continuato la politica di consentire il trasferimento di denaro dal Qatar ad Hamas, sebbene attraverso un meccanismo più indiretto.

Quasi tutti i leader dei partiti sionisti del blocco di opposizione sono ugualmente desiderosi di tornare a “gestire il conflitto”. Ciò si riflette chiaramente nel loro dichiarato rifiuto di formare un governo appoggiato dai partiti arabi – siano essi Hadash, Balad, Ta’al o persino Ra’am di Mansour Abbas – in parte perché esigerebbero un cambio di rotta verso una soluzione politica e uno Stato palestinese.

In altre parole, i partiti di opposizione che inquadrano le prossime elezioni come una lotta per la vita o la morte contro il “regime malvagio” di Netanyahu sono comunque disposti a fargli mantenere il potere, a patto che ciò significhi nessun processo di pace con i palestinesi.

Non si torna indietro

Secondo un sondaggio del settembre 2025 condotto dall’Israel Democracy Institute circa tre quarti degli ebrei israeliani negano il diritto dei palestinesi a uno Stato, con un aumento dell’11% rispetto a prima della guerra. Ma ciò può essere confrontato con un altro dato: una risicata maggioranza degli elettori dell’opposizione sostiene la ricerca del sostegno dei partiti arabi per la formazione di un governo, sebbene i leader dell’opposizione respingano categoricamente questa opzione. L’opinione pubblica, in altre parole, è più malleabile di quanto appaia a prima vista.

Eppure, anche se l’intero sistema politico israeliano – sia la coalizione che l’opposizione – volesse tornare al 6 ottobre, è tutt’altro che chiaro che un tale ritorno sia possibile. Congelare la situazione a Gaza sarà estremamente difficile: è impossibile mantenere 2 milioni di persone nelle attuali condizioni a tempo indeterminato, Hamas rimane al suo posto e il prestigio di Trump – così come quello degli Stati che hanno mediato l’accordo e che esercitano influenza a Washington, come Turchia e Qatar – dipende da progressi tangibili a Gaza.

L’opinione pubblica globale si è drasticamente spostata a favore dei palestinesi e, anche se il senso di urgenza si è attenuato con il rallentamento del ritmo della distruzione a Gaza, è improbabile che si inverta. Il percorso verso un’ulteriore normalizzazione con il mondo arabo appare bloccato e, anche in assenza di combattimenti attivi a Gaza, l’ombra della guerra continua ad aleggiare.

Le proteste che chiedono una commissione d’inchiesta non politicizzata e la resistenza alla coscrizione degli ultra-ortodossi sono inseparabili dalla guerra, così come il diffuso rifiuto dell’attuale governo di destra riflesso in quasi tutti i sondaggi. Il pervasivo senso di stallo politico contribuisce indubbiamente al fatto che da quando il governo Netanyahu è entrato in carica oltre 200.000 israeliani abbiano lasciato il Paese.

Il fatto che non si tornerà al 6 ottobre non significa necessariamente che Israele si diriga verso una soluzione migliore. Il tentativo di ricacciare nella bottiglia il genio scatenato il 7 ottobre potrebbe rivelarsi estremamente violento, come sembra indicare l’escalation delle operazioni militari in Cisgiordania, la repressione della polizia contro i cittadini palestinesi di Israele e persino l’intensificarsi della repressione degli attivisti antigovernativi ebrei.

Ma anche un altro esito rimane possibile. Molto dipenderà dal fatto che l’opposizione israeliana riconosca che “gestire il conflitto” è il territorio di Netanyahu e che rimuoverlo dal potere richiederà il rifiuto di giocare sul suo terreno.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)