«Stiamo con le Ong – stiamo con Gaza»: un appello. Le prime firme e il link per chi vuole aderire.

https://www.digiunogaza.it/wp-content/uploads/2026/02/no_liste_no_bersagli.pdf

Noi operatrici e operatori della sanità e associazioni che operano per la pace, in difesa dei diritti umani e del diritto internazionale esprimiamo la nostra solidarietà a Medici Senza Frontiere, a Oxfam e a chi, delle 37 ONG a cui Israele ha negato il permesso di operare a Gaza, rifiuterà di consegnare alle autorità israeliane le liste del proprio personale palestinese, ritenendola una richiesta incompatibile con i princìpi umanitari e con il dovere di protezione dei lavoratori e delle comunità assistite. Questa decisione coraggiosa non è un atto di sfida: è un imperativo etico e legale.

 

Nel marzo 2025, le autorità israeliane hanno annunciato che le ONG operanti a Gaza avrebbero dovuto fornire nomi e informazioni sul proprio personale. Il 30 dicembre è stato poi comunicato che le registrazioni preliminari di 37 ONG umanitarie erano scadute e che le organizzazioni avrebbero dovuto cessare le attività entro 60 giorni oppure trasmettere tali dati, senza chiare garanzie sulla sicurezza degli operatori.

Questa richiesta di delazione mira a costringere le ONG a partecipare alla politica coloniale di sorveglianza e controllo dei gazawi, un sistema utilizzabile per arrestare, torturare o uccidere operatori sanitari, come dimostrato dai dati degli ultimi due anni. Allo stesso tempo, la misura contribuisce a screditare le ONG agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, ponendole in una situazione di scelta comunque sbagliata.

I dati parlano con drammatica chiarezza. Nel 2022 a Gaza erano presenti 16.259 operatori sanitari, di cui il 18,2% impiegato presso organizzazioni non governative. Dal 7 ottobre 2023, circa 1.700 di questi professionisti sono stati uccisi — il 10,4% dell’intera forza lavoro sanitaria — con un’età media all’uccisione di 38,8 anni e una perdita stimata di 68.089 anni di vita.

Tra i sanitari uccisi, 15 appartenevano allo staff di Medici Senza Frontiere. Parallelamente, 656 operatori sanitari sono emigrati al di fuori di Gaza, mentre oltre 360 sono stati illegalmente detenuti dalle forze israeliane.

La violenza contro il personale sanitario non si limita a Gaza. Anche in Cisgiordania si è assistito a un drammatico incremento degli attacchi contro le strutture e il personale sanitario da parte delle forze israeliane. Secondo i dati consolidati di Insecurity Insight sugli attacchi alla sanità nel territorio palestinese occupato tra il 7 ottobre 2023 e settembre 2025, sono stati registrati 778 episodi in Cisgiordania e Gerusalemme Est, con 12 operatori sanitari uccisi e 161 arrestati.

In questo contesto, consegnare i nomi dei colleghi palestinesi significherebbe trasformarli in potenziali bersagli, esporli ad un ulteriore rischio di arresto o uccisione e violare il nostro dovere legale ed etico di proteggerli, oltre a tradire i principi fondamentali dell’azione umanitaria. Allo stesso tempo, impedire alle ONG l’ingresso a Gaza significa privare centinaia di migliaia di gazawi da cure essenziali e violare nuovamente il diritto internazionale.

L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha parzialmente o completamente bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, aggravando una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Gli ospedali operano senza i materiali più elementari: garze, antibiotici, anestetici, soluzioni fisiologiche, materiale chirurgico. Physicians for Human Rights ha documentato come perfino i bisturi siano stati classificati come materiale “dual use” e bloccati all’ingresso.

Anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, Israele non ha rispettato gli accordi sull’ingresso degli aiuti: secondo Al Jazeera, al 9 dicembre 2025 il cessate il fuoco era stato violato almeno 738 volte, con 377 palestinesi uccisi e solo il 38% dei camion concordati effettivamente autorizzati a raggiungere le proprie destinazioni.

Il 29 gennaio 2026, le Forze di Difesa Israeliane hanno riconosciuto come accurate le cifre del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi da Ottobre 2023. Per più di due anni, questi dati sono stati sistematicamente screditati come “propaganda di Hamas” da funzionari israeliani, canali mediatici Occidentali e persino dal Congresso degli Stati Uniti.

Il Congresso Americano ha addirittura vietato per legge ai dipartimenti governativi di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza, contribuendo attivamente alla delegittimazione di una fonte che, storicamente, si è dimostrata affidabile.

Israele stesso ha confermato ciò che organizzazioni internazionali indipendenti e articoli apparsi su prestigiose riviste scientifiche sostenevano da tempo: questi numeri sono reali. Anzi, sono conservativi non includendo le migliaia di persone ancora sepolte sotto le macerie né i morti per fame, infezioni e malattie prevenibili. Studi pubblicati su The Lancet stimavano, già a luglio 2024, che il bilancio reale potesse superare i 100.000 morti.

A Gaza si è assistito al più grave crollo dell’aspettativa di vita mai registrato, passando da 75,5 a soli 40,5 anni da ottobre 2023 a settembre 2024. Con i civili che rappresentano oltre l’80% delle vittime e circa 20.000 bambini uccisi, a Gaza si registrano le più alte percentuali di uccisioni di civili e di bambini mai documentati in un singolo contesto di violenza organizzata contro una popolazione.

Non sono solo le prove empiriche e di salute pubblica a corroborare il verdetto di genocidio, ma anche le posizioni ufficiali di IAGS, Commissione d’inchiesta ONU, Amnesty International, Human Rights Watch, B’Tselem e relatori speciali ONU, tutti concordi nel riconoscere che a Gaza è in corso un genocidio.

Chiediamo pertanto ai nostri governi e alla società civile di:

● esprimere un forte sostegno e solidarietà alle ONG che proteggono il loro personale rifiutando di consegnare liste che potrebbero trasformarsi in elenchi di bersagli;

● esigere che Israele rispetti il diritto internazionale e garantisca il proseguimento delle attività delle ONG sul territorio;

● garantire l’ingresso degli aiuti umanitari come stabilito dagli accordi.

Le Convenzioni di Ginevra non sono suggerimenti. La protezione del personale medico non è negoziabile.

Quando a un’organizzazione umanitaria viene imposto di scegliere tra consegnare i nomi dei propri colleghi a una forza che ne ha già uccisi 1.700, arrestati illegalmente e torturati oltre 360 in poco più di due anni, oppure cessare le operazioni, è la scelta stessa a rivelare la natura del regime che la impone.

Stiamo con MSF e Oxfam. Stiamo con le ONG. Stiamo con Gaza.

Il silenzio è complicità. L’azione è dovere.

Firma anche tu!

Per info: digiunogaza@gmail.com 

Coordinatori della petizione

  • Luisa Morgantini (AssoPacePalestina)
  • Jonathan Montomoli (#DigiunoGaza)
  • Roberto De Vogli (Università di Padova)
  • Ghassam Abu-Sittah (University of Glasgow, University of Beirut)
  • Gennaro Giudetti (operatore umanitario)

Soggetti promotori

  1. #DigiunoGaza
  2. Sanitari per Gaza
  3. AssoPacePalestina
  4. FNOMCEO – Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri
  5. Global Movement to Gaza Italia
  6. Assemblea Corpi e Terra – Non unə di meno
  7. Medicina Democratica
  8. SPIGC – Società Polispecialistica Italiana Giovani Chirurghi
  9. RUP – Ricerca e Università per la Palestina
  10. Specializzandi per la Palestina
  11. Women in Surgery Italia
  12. Isde Italia – Associazione Medici per l’Ambiente
  13. EPHA – European Public Health Alliance
  14. People’s Health Movement Europe
  15. G2H2 – Geneve Global Health Hub
  16. SID – Society for International Devolopment

Associazioni prime firmatarie/First signatories associations

  1. Rimini4Gaza
  2. Ecomapuche – Emilia Romagna
  3. Ass.ne Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali – CDCA Abruzzo
  4. Salaam Ragazzi dell’Olivo Comitato di Trieste
  5. Comitato “Fermiamo la guerra” – Firenze
  6. Coordinamento Fiorentino contro il Riarmo
  7. Fucina per la Nonviolenza – Firenze
  8. SUMUD Centro Culturale palestinese delle Marche
  9. Comunità delle Piagge – Firenze
  10. Rete Pace e Disarmo Fano – Pesaro
  11. Centro Culturale Paolo VI – Rimini
  12. La Bottega del Barbieri
  13. Rifugio antispecista Agripunk – Arezzo
  14. Circolo Arci Ugo Winkler, Brentonico
  15. Fondazione Cetacea – Riccione
  16. Associazione Periferie al Centro – Fuori Binario – Firenze
  17. Sanitari per Gaza Ravenna
  18. Presidio Libera Potenza “Elisa Claps e Francesco Tammone”
  19. Libere Cittadine per la Palestina – Roma
  20. Associazione Progetto Arcobaleno – Firenze
  21. Mani Rosse Antirazziste – Roma
  22. Associazione Culturale Lavoratori e Lavoratrici del commercio equo e solidale “Flavio Iuliani”
  23. Statunitensi contro la guerra – Firenze
  24. Casa dei Diritti dei Popoli – Firenze
  25. Zeitun , Notizie e libri sulla Palestina

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Appello urgente per salvare le vite degli scioperanti della fame di Palestine Action

Former hunger strikers

11 gennaio 2026 Al Jazeera

Ex scioperanti della fame provenienti da Irlanda, Palestina e dalla Baia di Guantanamo chiedono al governo del Regno Unito di intervenire immediatamente

Al Governo del Regno Unito:

Noi firmatari vi scriviamo oggi come sopravvissuti alla violenza di Stato.

Siamo un collettivo di ex scioperanti della fame provenienti da Palestina, Irlanda e dalla Baia di Guantanamo. Gli scioperi della fame finiscono solo quando il potere interviene, o quando le persone muoiono. Abbiamo imparato – con il dolore, i danni permanenti e guardando i nostri compagni cadere – come si comportano gli Stati quando i prigionieri non hanno altra scelta che rifiutare l’unico diritto loro concesso: il cibo.

Perciò scriviamo in totale solidarietà con gli scioperanti della fame detenuti oggi nelle carceri britanniche: Qesser Zuhrah, Amu Gib, Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Teuta Hoxha, Jon Cink, Lewie Chiaramello e Muhammad Umer Khalid. Sono incarcerati in custodia cautelare, senza processo e senza condanna. Per alcuni la custodia cautelare dura da oltre un anno e nella maggior parte dei casi non saranno processati per altri due anni.

Il governo del Regno Unito ha scelto la custodia cautelare prolungata, l’isolamento e la censura. Ha scelto di limitare i contatti con i familiari, di permettere il rifiuto delle cure mediche e di usare il linguaggio del terrore in un subdolo tentativo di privare deliberatamente questi prigionieri della solidarietà pubblica e dei diritti fondamentali prima ancora che abbia luogo qualsiasi processo.

Non possiamo dimenticare ciò per cui si stanno esponendo oggi gli scioperanti della fame. Sono per la Palestina. Sono per lo smantellamento dell’infrastruttura di armi che uccide i palestinesi. Sono per la fine del regime di apartheid attuato dal governo israeliano. Sono solidali con i prigionieri palestinesi. Sono per la completa liberazione della Palestina, dal fiume al mare.

Per anni i prigionieri palestinesi all’interno delle carceri israeliane sono stati sottoposti ad abusi sistematici tra cui torture ben documentate, violenza sessuale estrema, assenza di cure mediche e morte in detenzione. Eppure il governo del Regno Unito, attraverso il suo incrollabile sostegno allo Stato israeliano, continua a scegliere di essere complice di quelle azioni. Sceglie di continuare ad armare Israele e proteggere i funzionari israeliani dall’obbligo di rispondere delle proprie scelte mentre i corpi dei palestinesi – uomini, donne e bambini – vengono violati e distrutti nelle loro strade, nelle loro case e dietro le sbarre.

I prigionieri politici di Palestine Action hanno iniziato lo sciopero della fame quando non hanno più avuto altra scelta. La decisione dello Stato di affidarsi alla categoria di “terrore” per imporre la repressione sistematica di coloro che si rifiutano di conformarsi non ha lasciato loro altre alternative nel tentativo di ottenere i diritti che spettano loro per legge.

Non si tratta di un fenomeno nuovo: l’uso della parola “terrore” è stato a lungo utilizzato per creare paura, per avvelenare la percezione pubblica, per giustificare la ripetuta violazione anche dei diritti umani più elementari. Una volta attribuita questa etichetta, i diritti diventano condizionali, la libertà diventa negoziabile e la presunzione di innocenza svanisce. Lo stato di diritto che si proclama con orgoglio di difendere viene rapidamente profanato di fronte a una sola parola, utilizzata da politici senza scrupoli determinati a proteggere i propri interessi: “terrorista”.

La messa al bando di Palestine Action non riguardava la sicurezza. Riguardava il controllo. Le ripetute e flagranti violazioni del principio sub judice [una causa sotto esame di un tribunale non può essere discussa pubblicamente per non influenzare il processo, ndt.] non miravano a convincere l’opinione pubblica che si trattasse di un’organizzazione pericolosa; rappresentavano piuttosto una condanna dei prigionieri prima del processo. Si trattava di isolarli, criminalizzare la solidarietà e lanciare un monito a chiunque possa parlare o organizzarsi contro la macchina da guerra israeliana.

Nessun processo celebrato in un clima di paura creata dallo Stato può essere considerato equo, e nessuna giuria esposta a decenni di retorica terroristica può operare senza pregiudizi. Questi prigionieri sono stati diffamati nel momento in cui l’annuncio del loro arresto ha menzionato un “collegamento al terrorismo”, nonostante un processo non abbia mai avuto luogo.

Chiediamo pertanto quanto segue:

1. Un incontro ministeriale urgente con le famiglie e i rappresentanti legali per concordare azioni che preservino la vita degli scioperanti della fame. La libertà su cauzione immediata per i prigionieri di Palestine Action (noti come Filton 24) e per tutti gli scioperanti della fame.

2. La cessazione delle accuse di terrorismo volte a criminalizzare il dissenso.

3. Condizioni di processo eque, libere da narrazioni basate sulla paura e da interferenze politiche.

4. Accesso immediato a cure mediche liberamente scelte dai prigionieri.

5. La fine della censura e delle restrizioni alle visite dei familiari.

Nel 1981 la Gran Bretagna scelse di lasciare morire gli scioperanti della fame irlandesi nel carcere di Long Kesh. Negli anni 2000 la Gran Bretagna scelse il silenzio sulla difficile situazione dei detenuti nella Baia di Guantanamo. Per decenni la Gran Bretagna, insieme ad altri governi, ha continuato a scegliere l’inazione in Palestina. Ogni volta i funzionari britannici affermavano la responsabilità essere altrove. Ogni volta la storia ha registrato la verità.

Le suffragette, nonostante fossero state alimentate forzatamente ed etichettate come terroriste, sono oggi celebrate come eroine e combattenti per la libertà. I ​​prigionieri di Long Kesh, nonostante le diffamazioni che subirono, sono ora considerati una parte vitale della pace raggiunta con l’Accordo del Venerdì Santo. I prigionieri della Baia di Guantanamo, nonostante il trattamento disumano e il consenso pubblico alla tortura, rimasero senza processo e furono in gran parte rilasciati senza condanna.

Così come furono assolti tutti loro, la storia assolverà anche i prigionieri di Palestine Action che hanno cercato di fermare il massacro di persone innocenti, contro la volontà e gli interessi del governo britannico.

Non siamo semplici osservatori, ma testimoni dell’ingiustizia attualmente perpetrata dalle braccia dello Stato contro persone che la storia senza dubbio assolverà, come ha fatto con gli scioperanti della fame che li hanno preceduti.

Firmatari:

Shadi Zayed Saleh Odeh, Palestine

Mahmoud Radwan, Palestine

Othman Bilal, Palestine

Mahmoud Sidqi Suleiman Radwan, Palestine

Loay Odeh, Palestine

Tommy McKearney, Ireland

Laurence McKeown, Ireland

Tom McFeely, Ireland

John Nixon, Ireland

Mansoor Adayfi (GTMO441), Guantanamo

Lakhdar Boumediene, Guantanamo

Samir Naji Moqbel, Guantanamo

Moath Al-Alwi, Guantanamo

Khalid Qassim, Guantanamo

Ahmed Rabbani, Guantanamo

Sharqawi Al-Hajj, Guantanamo

Saeed Sarim, Guantanamo

Mahmoud Al Mujahid, Guantanamo

Hussein Al-Marfadi, Guantanamo

Osama Abu Kabir, Guantanamo

Abdul Halim Siddiqui, Guantanamo

Ahmed Adnan Ahjam, Guantanamo

Abdel Malik Al Rahabi, Guantanamo

Ahmed Elrashidi, Guantanamo

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Esclusivo: più di 100 medici che lavorano a Gaza chiedono un’azione internazionale in quanto “i colleghi muoiono di fame e sono colpiti da Israele”

Prem Thakker

13 agosto 2025 – Zeteo

Molti lavoratori sanitari “soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti” si legge in una lettera aperta firmata da professionisti della sanità.

Più di 100 medici e professionisti della salute internazionali che negli ultimi 22 mesi hanno prestato servizio a Gaza hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono l’attenzione internazionale riguardo al devastante attacco israeliano contro i lavoratori sanitari palestinesi e sollecitano un’immediata azione internazionale per proteggerli e ricostruire il sistema sanitario decimato di Gaza.

Rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi muoiono di fame e vengono colpiti da Israele,” si legge nella lettera, diffusa in anteprima da Zeteo [media indipendente di controinformazione, ndt.]. “Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti.”

Tra i firmatari ci sono i dottori Thaer Ahmad, Yasser Khan, Tanya Haj-Hassan, Ambereen Sleemi e Nick Maynard. 

A Gaza negli ultimi 22 mesi le condizioni hanno raggiunto il punto più basso. Le morti per fame sono aumentate a una velocità allarmante. Gli ospedali rimasti ancora in funzione sono arrivati a “un crollo quasi totale” in quanto devono affrontare una media di otto “stragi di massa” giornaliere. Centinaia di migliaia di persone sono sempre più assetate in quanto l’accesso all’acqua potabile si riduce e le malattie si diffondono.

A peggiorare le cose, le condizioni di vita stanno colpendo quelli che hanno l’incarico di contribuire ad alleviare le sofferenze. A maggio 2025, afferma la lettera, le forze israeliane avevano ucciso più di 1.500 operatori sanitari palestinesi. Molti di più, osserva sempre il comunicato, sono stati rapiti, detenuti illegalmente e torturati nelle carceri israeliane.

Nel contempo a Gaza, aggiunge la lettera, l’esercito israeliano ha gravemente limitato il lavoro della solidarietà internazionale e delle organizzazioni mediche e ha bloccato “l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati.” I professionisti della salute palestinesi, anche loro cacciati dalle proprie case, e che spesso vivono in tende o rifugi di fortuna, hanno continuato a prestare le cure a migliaia dei loro vicini che si trovano in situazioni simili.

Nella lettera i medici espongono nel dettaglio perché le condizioni a Gaza sono terribili.

I pazienti non possono guarire senza cibo sufficiente e accesso a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura,” si legge nella lettera.

In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per medici e lavoratori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.” Agli oltre 100 operatori sanitari si sono aggiunti più di 150 lavoratori della salute solidali che hanno anche loro firmato la lettera.

Firmiamo questa lettera in solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Ecco il testo completo della lettera:

La lettera dei medici – Voci in solidarietà con i colleghi palestinesi di Gaza

Ci rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Noi, gli operatori sanitari firmatari, dalla fine del 2023 abbiamo lavorato insieme ai nostri colleghi palestinesi a Gaza e abbiamo assistito in prima persona alle dimensioni e alla gravità della loro sofferenza.

Oggi alziamo di nuovo la nostra voce in piena solidarietà con in nostri colleghi a Gaza che continuano tutti quanti a subire una violenza inimmaginabile.

Il genocidio in corso e l’assedio crescente da parte di Israele hanno di fatto distrutto tutto il sistema sanitario di Gaza. I pochi ospedali rimasti parzialmente in funzione sono ancora in piedi grazie alla determinazione e all’impegno dei medici e infermieri palestinesi che continuano a prendersi cura dei pazienti nonostante il pericolo costante di essere presi di mira, e ora anche di morire di fame.

Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti patiscono fame, capogiri e svenimenti mentre eseguono operazioni o si occupano dei pazienti nel pronto soccorso. La maggioranza di loro è stata sfollata in tende dopo essere stata cacciata dalle proprie case e molti stanno sopravvivendo con meno di un solo piatto di riso al giorno.

Le conseguenze umanitarie della crisi politica a Gaza non sono solo segnate direttamente dalle stragi dell’esercito israeliano contro l’intera popolazione, ma anche dal metodico attacco di Israele contro il sistema sanitario:

  • In seguito ai ripetuti e sistematici attacchi israeliani contro il sistema sanitario e i lavoratori della salute gli operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi in gran numero. A maggio 2025 risultavano uccisi oltre 1.580 lavoratori.

  • L’esercito israeliano ha rapito, arrestato illegalmente, vessato e torturato centinaia di lavoratori sanitari palestinesi, tenendoli in condizioni degradanti nelle prigioni e in campi di detenzione.

  • Lo Stato di Israele ha ripetutamente bloccato l’evacuazione di pazienti e le iniziative sanitarie internazionali e chiuso o ostacolato evacuazioni indispensabili e corridoi umanitari.

  • Israele continua a bloccare sistematicamente l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati. In seguito a ciò i lavoratori sanitari palestinesi devono cercare di salvare vite in ospedali senza i più basilari materiali che sono rapidamente disponibili a poca distanza da loro.

I pazienti non possono guarire senza alimentazione e accesso adeguato a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura. In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per i medici e gli operatori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.

Non ci sono difficoltà logistiche che possano essere risolte semplicemente con un maggiore aiuto medico o più delegazioni sanitarie internazionali. Questa è una crisi interamente creata dall’uomo attraverso una crudeltà senza limiti e nel totale disprezzo per la vita dei palestinesi.

Chiediamo un’immediata azione internazionale per:

  1. Proteggere i lavoratori sanitari palestinesi e tutti i palestinesi, compresi sforzi coordinati per garantire l’immediato rilascio dei palestinesi e degli operatori sanitari palestinesi illegalmente detenuti.

  2. Proteggere le strutture sanitarie e bloccare immediatamente gli attacchi contro tutte le strutture sanitarie compresi ospedali, cliniche e ambulanze come previsto dalle leggi internazionali.

  3. Porre fine al blocco illegale e garantire l’ingresso umanitario senza impedimenti di cibo, acqua potabile, rifornimenti sanitari e distribuzione di carburante e garantire l’accesso illimitato di delegazioni mediche internazionali a Gaza.

  4. Garantire un cessate il fuoco immediato e permanente e la fine dell’illegale occupazione militare di Gaza.

  5. Chiamare a rispondere quanti sono responsabili di attacchi, arresti e violenze che colpiscono le attività sanitarie a Gaza.

Firmiamo questa lettera per solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Firmata da professionisti della salute che hanno lavorato a Gaza:

  1. Mahmooda Syed, DO, MBA, FACEP

  2. Brennan Bollman MD, MPH

  3. Ayesha Khan, MD, MPH

  4. Zahed Rahman RN, Terapia Intensiva

  5. Abeerah Muhammad MSN, RN, CENEN

  6. Owais Nadeem, MD

  7. Sarah Badran, MD, MACM

  8. Lana Abugharbieh BSN, RN, CEN

  9. Nour Sharaf, DO

  10. Aziz Rahman, MD

  1. Talal Ali Khan, MD, FACP, FASN, FRCP

  2. Elidalis Burgos, MSN, APRN, AGACNP-BC

  3. James Smith, MBBS, MA, MSc, MSc, medico di pronto soccorso britannico

  4. Mohammad Rizwan Minhas, MD

  5. Khawaja Ikram, DO

  6. Noor Amin, MD

  7. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  8. Yipeng Ge, MD, MPH, CCFP

  9. Margaret Ogden, MPH, infermiera diplomata

  10. Qutaiba Mohammad Allawwama, infermiere di pronto soccorso

  11. Sarah Lalonde, Bsc. MD, CCFP-EM

  12. Zena Saleh, MD, specializzanda in chirurgia generale

  13. Tarek Meguid, MD,OB/GYN

  14. Anas Alkassem, MD

  15. Ali Khader, MD, MPH

  16. Nada Al Hadithy, FRCS, MD, FMLM, PgDip

  17. Mumen Diraneyya, specialista in chirurgia generale

  18. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  19. Thaer Ahmad, medico e membro del consiglio di PAMA

  20. Mir S Ali, MD, pediatra

  21. Uzer Khan, MD

  22. Feroze Sidhwa, MD, MPH, FACS, FICS

  23. Deirdre Nunan, MD, FRCSC (ortopedico)

  24. Ben Thomson, MD, MPH, MSc, FRCPC

  25. Ambereen Sleemi, MD, MPH uroginecologo

  26. Ahmed Hassabelnaby, DO –medicina d’urgenza

  27. Saira Hussain, MBBS FRCA MA FANZCA

  28. Bushra Othman, BMBS, FRACS, chirurgia generale

  29. Mina Naguib, medico di pronto soccorso, BSc, BMBS, DMCC, MPH, FRCRM

  30. Tom Potokar, Prof, OBE, chirurgo plastico

  31. Goher Rahbour, BMedSci, MBChB, MRCS, MD Res, FRCS

  32. Nick Maynard, MD

  33. Junaid Sultan, specialista in chirurgia vascolare

  34. Aarianna Read, infermiera diplomata

  35. Aalisha Mariam Karimi, MB BChir, MRCP, FRCA, DipHTM

  36. Aqsa Durrani, MD, MPH

  37. Janet Hall, medico

  38. Matthew Arnaouti, specializzando in traumatologia e ortopedia

  39. Kirsty Blacka, Charge Sister – infermiera diplomata

  40. Adam Hamawy, MD FACS

  41. Ana Jeelani, specialista in chirurgia pediatrica ortopedica

  42. Kaji Sritharan, specialista di chirurgia vascolare

  43. Haleh Sheikholeslami, MD, FAAFP

  44. Dr Paul Ransom, medico di pronto soccorso britannico

  45. Yasser Khan, MD, FRCSC

  46. Einar Lande, t ginecologo

  47. Lucy Hooton, capo infermiera

  48. Line Dahlgaard Berntzen, medico

  49. John Kahler,MD, FAAP

  50. Chandra Hassan, MD

  51. Yassar Arain, MD

  52. Nahreen Ahmed, MD MPH

  53. Tanya Haj-Hassan, BMBCh

  54. Mahmoud Sabha, MD

  55. Khaled Al-hreish, MD

  56. Nabeel Rana, MD

  57. Alia Kattan, MD

  58. Rana Mahmoud, RNBSN

  59. Mohamad Abdelfattah, MD

  60. Hina Syed , M.D.

  61. Jennifer Arriaga, BSN, RN, CCRN

  62. Morgan McMonagle, MB BCh FRCSI FACS MD

  63. Christos Georgalas, docente di chirurgia della testa e del collo

  64. Tammy Abughnaim, MD, medicina d’emergenza

  65. Abdullah Salameh, chirurgia generale

  66. Mohammed Akuji, anestesista specializzato

  67. Amy Neilson, MBBS BSc MPH&TM FACRRM FACTM FEWM

  68. Jason O’Connor, infermiere diplomato, PANZMA

  69. Osama H. M. Hamed, chirurgo

  70. Dr. Farah Abdul Aziz, MBBS FRACS

  71. Montaha Khan, specialista in terapia intensiva

  72. Salih El Saddy, MD, PANZMA

  73. Jacklyne Scarbolo, dirigente medico

  74. Jamal Merei, chirurgo generale

  75. Patrick Ennis, NHS infermiere specializzato

  76. Husam Basheer, esparto in ortopedia

  77. Mohammed Alkandari, MD

  78. Ghassan Alami, MD-CM, FRCS(C)

  79. Travis Melin, D.O

  80. Jeremy Hickey, anestesista specializzato

  81. Asma Lina fazlanie, MbChB, FRCA, MRCP

  82. Mohammed Mustafa, MD

  83. Sakib Rokadiya

  84. Hanadi Katerji, RN

  85. Victoria Rose, chirurga plastica specializzata

  86. Martina Marchiò, PMR

  87. Wilhelmi Massay, Terapia intensiva

  88. Tas Qureshi, chirurgo

  89. Heba Al-Nashef, Ostetrica specializzata

  90. Mark Brauner, DO, FACEP

  91. Azeem Elahi, MD

  92. Wajid Jawaid, chirurgo pediatrico specializzato

  93. Michail Liontiris, MD, MScIH –medicina d’urgenza

  94. Haseeb Khawaja MD

  95. Mohamed S A Elfar, MD, MSc, FACS, FCCM

  96. Greg Shay, MD

  97. Elen O’Donnell, MBBS, FACRRM, DipPH

  98. Mohamed Kuziez , MD, FAAP

  99. Adil Husain, M.D.

  100. Mohammed Sbeih, MD, FACS

  101. Chandra Hassan, MD, FACS

  102. Raul Incertis Jarillo, anestesista

  103. Shehzad Batliwala, DO

  104. Anas Ahmed, MD

  105. Mark Perlmutter MD

  106. Joelle Tischhauser

  107. Dr Chris Holden

  108. Amanda Prezioso, infermiera

  109. Yacine Haffaf, Surgeon chirurgo

  110. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  111. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  112. Rana Mahmoud, RNBSN

  113. Riad Abdelkarim, MD, MHCM, FACP; direttore sanitario

La lettera è stata firmata anche da 159 professionisti della salute solidali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Centinaia di scrittori israeliani chiedono a Netanyahu di porre fine alla guerra a Gaza e garantire il rilascio dei prigionieri

Redazione di Middle East Monitor

15 aprile 2025 – Middle East Monitor

Oltre 350 letterati israeliani hanno firmato una lettera aperta che esorta il primo ministro Benjamin Netanyahu a porre fine alla guerra a Gaza e a garantire il ritorno dei 59 prigionieri israeliani rimasti.

I firmatari, che rappresentano un’ampia fetta della comunità letteraria israeliana, accusano Netanyahu di ostacolare deliberatamente un potenziale accordo con Hamas che garantirebbe un cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri, sostenendo che egli stia privilegiando la propria sopravvivenza politica rispetto agli interessi nazionali e umanitari.

“Hamas ha proposto un accordo per la restituzione degli ostaggi, il rilascio dei prigionieri e un cessate il fuoco. Il primo ministro ha delineato un accordo scandito in diverse fasi, ma negli ultimi diciassette mesi ha fatto tutto il possibile per ostacolarlo, temendo che la fine della guerra avrebbe significato la fine del suo governo e della sua libertà come imputato”, si legge nella lettera.

Gli scrittori lo accusano di prolungare la guerra per motivi personali, mettendo a rischio prigionieri, soldati e civili. Criticano inoltre il primo ministro per aver minato i valori democratici di Israele e eroso” la coesione sociale.

“Sta erodendo la responsabilità reciproca, l’uguaglianza e la giustizia, trasformandoci da cittadini alla pari in una democrazia funzionante a sudditi di una teocrazia autoritaria, in cui siamo obbligati a prestare servizio nell’esercito, a sacrificare i nostri figli all’idolo al potere, ma ci vengono negati pari diritti, responsabilità reciproca e la giustizia e sicurezza che uno Stato democratico deve ai suoi cittadini”.

La lettera evidenzia anche il crescente risentimento per il sostegno di Netanyahu a politiche che esentano le comunità ultraortodosse dal servizio militare ma al contempo condannano i riservisti che protestano contro la guerra, definendo questo atteggiamento un tradimento della responsabilità nazionale condivisa.

“Gli atti che vengono compiuti a Gaza e nei territori occupati non sono fatti in nostro nome, ma ricadranno comunque sulla nostra coscienza. Le chiediamo di fermare immediatamente la guerra, di riportare a casa tutti gli ostaggi e di tracciare un percorso futuro per Gaza che sia internazionale e concordato”, aggiungono.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




1000 persone colpite direttamente dal 7 ottobre firmano una lettera che chiede con urgenza una commissione di inchiesta di Stato

I firmatari giurano di opporsi ad una “commissione di insabbiamento politico”

Michael Bachner e redazione Times of Israel

1 gennaio 2025 – Times of Israel

Mentre il governo di Netanyahu continua a contrastare una iniziativa che i sondaggi dicono essere sostenuta da una larga maggioranza, su 4 pagine di giornali compare un appello di ex ostaggi, sopravvissuti, famiglie di defunti

Circa 1000 persone le cui vite sono state direttamente colpite dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno sottoscritto una lettera aperta pubblicata mercoledì su diversi importanti giornali in cui si chiede che il governo istituisca immediatamente una commissione statale di inchiesta sui tanti errori che hanno consentito il più grande disastro nella storia di Israele.

La lettera aperta ha occupato quattro pagine su ognuno dei giornali, a causa del grande numero dei firmatari.

Tra i firmatari vi sono più di 20 sopravvissuti alla prigionia, centinaia di famiglie di defunti, parenti di ostaggi ancora detenuti a Gaza, sopravvissuti all’attacco, soldati dell’esercito feriti e riservisti.

La lettera aperta è stata promossa dall’associazione October Council, che rappresenta le famiglie direttamente colpite dal massacro del 7 ottobre – in cui circa 1200 persone furono uccise, 251 prese in ostaggio e molte altre ferite – e ha fatto richiesta di una commissione di inchiesta statale.

Noi, famiglie colpite il 7 ottobre e firmatarie in calce chiediamo che il governo istituisca una commissione di inchiesta statale”, afferma la lettera. “Ci uniremo come baluardo contro ogni tentativo di istituire una commissione di insabbiamento politico. Non accetteremo un comitato in cui i destinatari dell’inchiesta designano gli inquirenti.

Solo una commissione di inchiesta statale avrà gli strumenti e il mandato per indagare su ogni cosa e ogni persona; per rivelare la verità; per dare giustizia ai caduti, agli assassinati, alle vittime e alle loro famiglie; per rafforzare la sicurezza nazionale e per impedire il prossimo disastro.”

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e gli altri membri della sua coalizione di estrema destra hanno respinto l’ipotesi di avviare una commissione di inchiesta statale, sostenendo che una simile indagine sarebbe politicamente sbilanciata contro di loro, poiché i suoi membri verrebbero nominati dal presidente della Corte Suprema e adducendo inoltre che qualunque inchiesta dovrebbe essere avviata solo dopo la fine della guerra.

Il premier e la maggior parte dei suoi alleati politici hanno rifiutato di riconoscere ogni responsabilità per i molteplici errori che hanno portato al massacro, cercando invece di attribuire la colpa ai capi della sicurezza e ai rivali politici.

Fin dal suo esordio il governo ha cercato di riformare radicalmente il sistema giudiziario, ritenendolo eccessivamente attivo e sbilanciato contro la destra. Questi tentativi hanno incluso quello, tuttora in corso, di riformare la Corte Suprema forzando la nomina di un giudice conservatore come presidente al posto del presidente attualmente in carica, Isaac Amit, e promuovendo la candidatura di giudici ultraconservatori agli scranni dell’alta corte.

Questi sforzi sono stati duramente condannati dai magistrati e dall’opposizione – come anche dalla gran maggioranza del pubblico, secondo la maggior parte dei sondaggi di opinione – in quanto tali da compromettere le fondamenta democratiche di Israele.

Una commissione di inchiesta statale dispone dei più ampi poteri in base al diritto israeliano ed è lo strumento principale per indagare sui principali errori dei leader del Paese, dei capi della sicurezza e degli organi dello Stato. E’ normalmente guidata da un giudice in pensione della Corte Suprema. Esther Hayut sarebbe una potenziale candidata per tale ruolo, dopo il suo incarico di presidente dell’alta corte, scaduto un anno fa. Ma Netanyahu si è ripetutamente opposto duramente alla sua nomina a causa delle sue esplicite critiche ai tentativi di riforma giudiziaria.

La coalizione (di governo) ha invece proposto la creazione di un collegio di più basso livello guidato da persone nominate dal governo, o un compromesso che darebbe vita ad un gruppo con un consenso più ampio.

Ma gli oppositori di Netanyahu hanno sostenuto che il premier e chi è al potere stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità per quanto si è svolto il 7 ottobre per poter restare al potere. I sondaggi di opinione hanno mostrato che il pubblico sostiene in misura schiacciante la creazione di una commissione di inchiesta statale, anche all’interno della base elettorale della coalizione.

Meno di tre anni fa, quando erano all’opposizione, Netanyahu ed i suoi alleati politici hanno condotto una campagna a favore dell’istituzione di una commissione di inchiesta statale sullo scandalo che ha coinvolto la polizia israeliana, che avrebbe usato potenti software spia per monitorare abusivamente cittadini israeliani.

Una Commissione di Inchiesta Civile indipendente – costituita da parenti delle vittime dell’attacco alla luce del continuo rifiuto di Netanyahu di approvare una commissione di inchiesta statale – ha pubblicato i suoi risultati a novembre, attaccando Netanyahu ed accusandolo di minare il processo decisionale della sicurezza nazionale del governo, provocando una frattura tra la leadership politica e militare israeliana e lasciando il Paese impreparato al devastante attacco di Hamas.

Il rapporto inoltre asseriva che l’intero governo “aveva fallito nella sua principale missione” e che le Forze di Difesa Israeliane (l’esercito), lo Shin Bet (i Servizi Interni) ed altre organizzazioni “hanno completamente mancato il loro unico obbiettivo – proteggere i cittadini di Israele.”

I membri del comitato hanno avvertito che il loro lavoro non poteva sostituire quello di un’indagine ufficiale con il potere di convocazione di testimoni, ma hanno affermato che ciò che avevano ascoltato era estremamente preoccupante.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Lettera aperta di matematici contro il genocidio a Gaza

Matematici contro il genocidio a Gaza

18 dicembre 2024 Al Jazeera

I 1.078 firmatari denunciano il genocidio e chiedono di tagliare i ponti con le istituzioni israeliane che non lo condannano

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha compiuto un attacco terroristico in Israele, uccidendo più di 1.200 persone su una popolazione di 9,5 milioni, tra cui oltre 800 civili e almeno 33 minorenni, e ferendone altri 5.400. L’attacco ha portato anche alla cattura di 248 ostaggi, circa 100 dei quali ancora detenuti a Gaza. Da allora il governo israeliano ha lanciato una violenta risposta genocida contro la popolazione palestinese di Gaza, sotto gli occhi della comunità internazionale. Alla fine di ottobre 2024 le vittime identificate avevano raggiunto quota 43.061, tra cui oltre 13.735 bambini, 7.216 donne e 3.447 anziani, con oltre 100.000 feriti, su una popolazione di 2,3 milioni. Migliaia di altre vittime rimangono disperse, sepolte sotto le macerie. L’esercito israeliano sta infliggendo ai civili palestinesi non meno che l’equivalente di un 7 ottobre ogni dieci giorni, e lo fa da più di un anno.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha descritto la situazione a Gaza come una “crisi dell’umanità”. Oltre al pesante tributo per i civili, questa guerra ha portato alla massiccia distruzione delle infrastrutture civili palestinesi e costretto il 90% della popolazione di Gaza a ripetuti sfollamenti. La maggior parte degli ospedali è stata bombardata e distrutta e numerosi team medici sono stati uccisi. I continui attacchi e blocchi di cibo, acqua, carburante, medicine e aiuti umanitari causano sofferenze insopportabili alla popolazione di Gaza, che sta affrontando anche fame e malattie infettive. I minori, insieme ad altri gruppi vulnerabili, sono particolarmente colpiti.

A fine ottobre 2024 il Ministero dell’Istruzione palestinese, con sede a Ramallah, ha riferito che dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso oltre 11.057 scolari e 681 studenti a Gaza e ferito oltre 16.897 scolari e 1.468 studenti. In totale sono stati uccisi 441 insegnanti e personale scolastico e 2.491 sono rimasti feriti. A Gaza sono stati uccisi almeno 117 accademici, tra cui Sufyan Tayeh, matematico, fisico teorico e presidente dell’Università islamica di Gaza, ucciso insieme alla sua famiglia da un bombardamento israeliano nel campo profughi di Jabaliya il 2 dicembre 2023. Inoltre a Gaza sono state danneggiate 406 scuole, di cui 77 completamente distrutte. Le università di Gaza sono state gravemente colpite, con 20 istituzioni danneggiate, 51 edifici completamente demoliti e 57 parzialmente distrutti. Di conseguenza da più di un anno circa 88.000 studenti e 700.000 scolari di Gaza sono stati privati ​​dell’istruzione.

Il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) ha stabilito l’esistenza di un presumibile genocidio e ha ordinato a Israele di adottare misure per prevenirlo. Il 28 marzo la CIG ha ribadito questo ordine, chiedendo l’attuazione di misure preventive. Quindi, il 24 maggio, la CIG ha ordinato a Israele di interrompere immediatamente la sua offensiva militare a Rafah e di aprire il valico di Rafah per consentire l’accesso senza ostacoli ai servizi umanitari e agli aiuti per i civili. Questi ordini sembrano essere stati completamente ignorati e gli attacchi ai civili a Gaza si sono intensificati, soprattutto nel nord, con il chiaro obiettivo di spopolare questa regione dai palestinesi. Il 30 settembre 2024, dopo giorni di bombardamenti aerei, l’esercito israeliano ha invaso anche il Libano, uccidendo almeno 1.600 persone e sfollandone 1,2 milioni.

Le violazioni dei diritti umani da parte del governo israeliano si estendono oltre la Striscia di Gaza e non iniziano come rappresaglia per l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Cisgiordania dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi 79 scolari e 35 studenti, con centinaia di feriti o arrestati. E violazioni sistematiche e diffuse dei diritti umani, come la confisca di terreni, il saccheggio delle risorse e la discriminazione razziale sono state ampiamente documentate in 57 anni di occupazione dei territori palestinesi e 17 anni di blocco a Gaza. Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo sulle “conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), tra cui Gerusalemme Est e Gaza”, dichiarando inequivocabilmente illegale l’occupazione di Israele e chiedendone l’immediata cessazione. La Corte Internazionale di Giustizia ha sottolineato che la responsabilità di non sostenere questa pratica illegale ricade non solo sugli Stati terzi, ma anche su tutte le istituzioni che rispettano il diritto internazionale, comprese le università.

La comunità scientifica si è spesso mobilitata in passato per difendere i diritti umani e il diritto internazionale. In una lettera aperta pubblicata sul New York Times nel dicembre 1948, firmata da Hannah Arendt e Albert Einstein, gli autori denunciarono la visita negli USA di Menahem Begin, leader del partito Tnuat Haherut, precursore del Likud (il partito dell’attuale Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu), in questi termini: “Tra i fenomeni politici più inquietanti dei nostri tempi c’è l’emergere nel neonato Stato di Israele del ‘Partito della Libertà’ (Tnuat Haherut), un partito politico strettamente affine nella sua organizzazione, metodi, filosofia politica e richiamo sociale ai partiti nazista e fascista. Fu formato dai membri e dai seguaci dell’ex Irgun Zvai Leumi, un’organizzazione terroristica in Palestina, di destra e sciovinista… È con le sue azioni che quel partito terroristico tradisce il suo vero carattere; dalle sue azioni passate possiamo giudicare cosa ci si può aspettare che faccia in futuro. Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, lontano dalle strade principali e circondato da terre ebraiche, non aveva preso parte alla guerra e aveva persino combattuto contro bande arabe che volevano usarlo come base. Il 9 aprile i gruppi terroristici attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare nei combattimenti, uccisero la maggior parte dei suoi abitanti (240 uomini, donne e bambini) e ne tennero in vita alcuni per farli sfilare come prigionieri per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica fu inorridita dall’azione e l’Agenzia ebraica inviò un telegramma di scuse al re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, lungi dal vergognarsi del loro atto, erano orgogliosi di questo massacro, lo pubblicizzarono ampiamente e invitarono tutti i corrispondenti esteri presenti nel Paese a vedere i cadaveri ammucchiati e la devastazione totale a Deir Yassin.”

Da più di un anno il governo israeliano e le sue forze militari commettono ogni giorno a Gaza l’equivalente di un massacro di Deir Yassin, mentre la comunità scientifica rimane in gran parte in silenzio. Eppure, come dimostra la lettera aperta di cui sopra, questa comunità si è già fortemente opposta agli attacchi contro i civili, sia durante le guerre in Algeria e in Vietnam, sia, più di recente, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Gli scienziati, in particolare i matematici, non possono rimanere indifferenti al genocidio in corso a Gaza, soprattutto perché sembra che le potenze occidentali sostengano politicamente, diplomaticamente e militarmente questo crimine contro l’umanità.

Basta! Esortiamo i nostri colleghi a cessare ogni collaborazione scientifica con istituzioni israeliane che non condannino esplicitamente il genocidio a Gaza e la colonizzazione illegale della Palestina. Li incoraggiamo anche a fare pressione sulle nostre istituzioni affinché interrompano alle stesse condizioni gli accordi con quei partner, in conformità con il diritto internazionale. Questa presa di posizione ovviamente non include le collaborazioni individuali con colleghi israeliani, 3.400 dei quali hanno coraggiosamente firmato un appello alla comunità internazionale, che desideriamo sostenere, “per intervenire immediatamente applicando qualsiasi possibile sanzione contro Israele per ottenere un cessate il fuoco immediato tra Israele e i suoi vicini, per il futuro delle persone che vivono in Israele/Palestina e nella regione, e per garantire il loro diritto alla sicurezza e alla vita”. Infine, chiediamo che le nostre istituzioni rispettino scrupolosamente le libertà accademiche e sostengano risolutamente la libertà di espressione in conformità con la legge.

Un elenco completo dei firmatari può essere trovato qui

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Rupi Kaur, Sally Rooney e Judith Butler si uniscono al boicottaggio delle “silenti” istituzioni culturali israeliane

Imran Mullah

28 ottobre 2024-Middle East Eye

Autori vincitori del premio Nobel sono tra le centinaia di scrittori, editori e altri lavoratori del libro che boicottano le istituzioni culturali israeliane “complici” della guerra di Israele a Gaza.

Gli autori vincitori del premio Nobel Annie Ernaux e Abdulrazak Gurnah sono tra centinaia di scrittori, editori e altri lavoratori del libro che si sono impegnati a non lavorare con istituzioni culturali israeliane che sono “silenti osservatori della schiacciante oppressione dei palestinesi”.

In una lettera aperta, promossa dal Palestine Festival of Literature (PalFest) [Festival della letteratura palestinese] e pubblicata lunedì, i firmatari hanno affermato: “Non possiamo in buona coscienza impegnarci con le istituzioni israeliane senza interrogarci sulla loro relazione con l’apartheid e le espulsioni di popolazione”.

Ciò include istituzioni che “non hanno mai riconosciuto pubblicamente i diritti inalienabili del popolo palestinese come sanciti dal diritto internazionale”.

Sally Rooney, l’autrice del bestseller Normal People [da cui è stata tratta una serie televisiva di successo; traduzione italiana: Persone normali, Einaudi, ndt.], ha firmato la lettera, così come la famosa poetessa Rupi Kaur, che ha pubblicato originariamente la sua opera su Instagram. Tra i firmatari ci sono anche la vincitrice del Booker Prize Arundhati Roy e il famoso poeta palestinese Mohammed El-Kurd.

La lettera, che condanna le azioni di Israele a Gaza come genocidio, recita: “Invitiamo i nostri editori, redattori e agenti a unirsi a noi nel prendere posizione nel riconoscere il nostro coinvolgimento, la nostra responsabilità morale e a smettere di avere relazioni con lo Stato israeliano e con le istituzioni israeliane complici”. Tra gli altri firmatari figurano Jhumpa Lahiri, che ha vinto il premio Pulitzer nel 2000, e Kamila Shamsie, vincitrice del Women’s Prize for Fiction [Premio per la narrativa femminile] del 2018. Anche lo storico autore di bestseller William Dalrymple ha firmato la lettera, così come i giornalisti Owen Jones, Afua Hirsch e Pankaj Mishra, e l’accademica Judith Butler.

Divisioni nel mondo dell’editoria

“La cultura ha svolto un ruolo fondamentale nel normalizzare queste ingiustizie”, dice la lettera. “Le istituzioni culturali israeliane, spesso lavorando direttamente con lo Stato, sono state fondamentali nell’offuscare, mascherare e mistificare l’espropriazione e l’oppressione di milioni di palestinesi per decenni”.

UK Lawyers for Israel [avvocati britannici per Israele], un gruppo di difesa legale che sta attaccando il governo del Regno Unito per la sua sospensione parziale delle vendite di armi a Israele, ha inviato un’altra lettera a enti commerciali ed editori sostenendo che il “boicottaggio è chiaramente discriminatorio nei confronti degli israeliani”.

Gli ultimi mesi hanno visto forti divisioni nel mondo dell’editoria sulla guerra di Israele a Gaza.

A maggio l’Edinburgh International Book Festival (EIBF) [Festival internazionale del libro di Edimburgo] ha posto fine a una ventennale partnership con la società di gestione patrimoniale Baillie Gifford a causa della mobilitazione degli attivisti contro i legami di quest’ultima con le aziende tecnologiche e militari israeliane

Nello stesso mese la Society of Authors [Società degli Autori] del Regno Unito, il più grande sindacato del paese degli scrittori, illustratori e traduttori, ha votato di stretta misura per respingere una risoluzione a sostegno di un cessate il fuoco a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




“Non possiamo restare in silenzio su ciò che abbiamo visto”. I medici americani volontari a Gaza chiedono il cessate il fuoco in una lettera alla Casa Bianca.

Sahar Akbarzai

26 luglio 2024 CNN


Un gruppo di 45 medici e infermieri americani che hanno fatto volontariato negli ospedali di Gaza hanno inviato una lettera aperta al presidente degli Stati Uniti Joe Biden e alla vicepresidente Kamala Harris raccontando le loro esperienze e chiedendo un cessate il fuoco immediato e un embargo sulle armi.

I firmatari hanno descritto all’unanimità di aver curato bambini che avevano subito ferite che, secondo loro, erano state inflitte deliberatamente. “In particolare, ognuno di noi ha curato quotidianamente bambini non ancora adolescenti che erano stati colpiti alla testa e al petto”, hanno scritto.

“Vorremmo che poteste vedere gli incubi che tormentano molti di noi da quando siamo tornati: sogni di bambini storpiati e mutilati dalle nostre armi e le loro madri inconsolabili che ci supplicano di salvarli. Vorremmo che poteste sentire i pianti e le urla che le nostre coscienze non ci lasceranno dimenticare”.

Molti membri del gruppo hanno esperienze di volontariato in altre zone di conflitto come l’Ucraina e l’Iraq, riporta la lettera. “Riteniamo di essere nella giusta posizione per rilasciare una dichiarazione sull’enorme tributo umano dell’attacco di Israele a Gaza, in particolare il tributo che ha imposto a donne e bambini”, si legge nella lettera pubblicata su X giovedì dal dott. Feroze Sidwa, che ha condotto la stesura della lettera insieme agli altri medici. La lettera dei medici e infermieri chiede all’amministrazione Biden di partecipare a un embargo sulle armi sia per Israele che per tutti i gruppi armati palestinesi e di sospendere il sostegno militare, diplomatico ed economico a Israele fino a quando non verrà raggiunto un cessate il fuoco permanente e immediato. La CNN ha contattato la Casa Bianca per un commento.

La lettera arriva in un momento critico per la Casa Bianca, che sta esortando gli israeliani ad accettare un accordo di cessate il fuoco. Giovedì Biden ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu, un giorno dopo che il leader israeliano ha parlato al Congresso degli Stati Uniti in merito al conflitto. Delle fonti hanno detto alla CNN che ci si aspettava che il presidente fosse molto più autorevole nello spingere Netanyahu ad accettare un accordo. “Riteniamo che il nostro governo sia obbligato a farlo, sia in base alla legge americana che al diritto umanitario internazionale, e che sia la cosa giusta da fare”, si legge nella lettera.

Gli “unici osservatori indipendenti” a Gaza

Il dott. Adam Hamawy, chirurgo plastico statunitense ed ex chirurgo traumatologico dell’esercito statunitense, ha dichiarato alla CNN giovedì: “Non c’è nessuno che abbia resoconti di prima mano a parte i medici. Ci sentiamo in dovere di parlare perché … siamo testimoni di tutto questo. A Gaza non c’è un osservatore indipendente”, ha detto. “Se non volete credere ai palestinesi, allora dovete credere a 50 dottori che sono andati lì in momenti e luoghi diversi”.

A parte i giornalisti palestinesi che vivono a Gaza, non c’è stato alcun accesso dei media all’enclave dal 7 ottobre, con alcune eccezioni di ingresso sotto scorta ufficiale.

Hamawy ha firmato la lettera per raccontare ciò che ha visto con i suoi occhi. “Abbiamo tutti assistito alla completa devastazione di una società, delle vite delle persone, della struttura sanitaria”, ha detto.

Hamawy ha lavorato come chirurgo a Sarajevo, a New York City l’11 settembre e in Iraq, dove aveva eseguito un intervento chirurgico salvavita sulla senatrice statunitense Tammy Duckworth nel 2004 dopo che il suo elicottero era stato colpito da un RPG, un’arma che lancia razzi dotati di testata esplosiva. Ma ha detto che quelle esperienze in altre zone di conflitto non sono paragonabili a ciò a cui ha assistito a Gaza, aggiungendo che il 90% di coloro che vi ha visto uccidere erano donne e bambini. Hamawy ha lavorato all’ospedale europeo di Gaza nella città meridionale di Khan Younis a maggio di quest’anno, dove ha eseguito circa 115 interventi di chirurgia ricostruttiva e curato principalmente bambini di età inferiore ai 14 anni. Ha detto di aver operato su amputazioni, ustioni e ferite da arma da fuoco al viso.

Il chirurgo afferma che una ferita da arma da fuoco sul volto di uno dei suoi pazienti, un ragazzo adolescente, proveniva molto probabilmente da un mitra d’assalto o da un cecchino perché la ferita aveva un foro di entrata piccolo. La CNN ha contattato le Forze di difesa israeliane (IDF) per un commento su questa accusa. Un altro paziente era un ragazzino che aveva preso quella che pensava fosse una scatoletta di tonno per portarla alla sua famiglia a Rafah, ha ricordato Hamawy. Ma, dice Hamawy, l’oggetto di metallo era in realtà una bomba a grappolo inesplosa, e ha raccontato che dopo averla aperta di fronte alla sua famiglia il bambino ha perso il braccio sinistro, entrambe le gambe e tre dita del braccio destro.

“Nessun bambino viene colpito due volte per errore da un cecchino”

Il dott. Mark Perlmutter, chirurgo ortopedico della mano ebreo americano della Carolina del Nord e presidente della World Surgical Association, ha detto alla CNN di aver deciso di andare a Gaza dopo aver ricevuto le fotografie della radiografia di un intervento chirurgico mal eseguito nell’enclave martoriata. Le foto gli erano state inviate da un medico tirocinante del primo anno che era stato costretto a eseguire l’operazione e aveva chiesto il parere di Perlmutter. Quando Perlmutter gli ha chiesto perché non avessero eseguito l’operazione dei chirurghi esperti, il tirocinante ha spiegato che erano stati uccisi in un bombardamento. Perlmutter ha detto alla CNN che durante il suo soggiorno ha visto l’elevata violenza inflitta sui bambini, che rappresentavano circa il 90% di coloro che arrivavano al pronto soccorso quando lavorava all’European Gaza Hospital. Descrivendo l’ospedale strapieno, Perlmutter ha detto che dopo ogni bombardamento c’erano bambini feriti stesi sul pavimento, con i loro cari in preda al panico e in lacrime.

“Alcuni sono morti, altri moriranno davanti a te e altri ancora puoi salvarli. Cerchi di salvare quelli che puoi salvare”, ha detto Perlmutter.

Ha ricordato due pazienti di circa sei anni che avevano ricevuto colpi di arma da fuoco alla testa e al petto, ferite che, ha detto, suggerivano fossero stati presi di mira deliberatamente.

“Nessun bambino viene colpito due volte da un cecchino per errore”, ha detto Perlmutter, aggiungendo che i colpi erano “mirati per uccidere” al petto.

La CNN ha contattato l’IDF per un commento su queste accuse.

Mentre Perlmutter cercava di curare i bambini con ferite alla testa, ha detto, i loro “cervelli fuoriuscivano” nelle sue mani, in quello che ha descritto come un momento per lui particolarmente traumatico.

Nel firmare la lettera, Perlmutter ha detto alla CNN che spera che “l’americano medio possa sentire il dolore che proviamo quotidianamente. Non vedranno mai quello che abbiamo visto, ma dovrebbero capire quello che abbiamo visto”.

Tutti a Gaza sono malati, feriti o entrambe le cose”

Lanciata in risposta agli attacchi terroristici guidati da Hamas in Israele il 7 ottobre, che hanno ucciso almeno 1.200 persone, l’offensiva militare di Israele a Gaza che dura da mesi ha causato la morte di oltre 39.000 palestinesi secondo il Ministero della Salute di Gaza. I firmatari della lettera stimano che il vero bilancio della guerra potrebbe essere di oltre 92.000, se si includono le morti per fame o malattie e i corpi ancora sepolti sotto le macerie. La scorsa settimana l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che in campioni di liquami era stato trovato il virus della poliomielite, mettendo migliaia di palestinesi a rischio di contrarre una malattia che può causare la paralisi. Secondo le Nazioni Unite e i precedenti reportage della CNN, da mesi il sistema sanitario di Gaza è collassato sotto gli incessanti attacchi aerei israeliani, le interruzioni di corrente e la carenza di forniture mediche.

In queste condizioni gli operatori sanitari americani hanno segnalato che le epidemie potrebbero portare alla morte di altre decine di migliaia di bambini. Lo spostamento di persone in aree senza acqua corrente o servizi igienici “è praticamente certo che provocherà molte morti per malattie diarroiche virali e batteriche e polmoniti, in particolare nei bambini di età inferiore ai cinque anni”, si legge nella lettera. “Tutti a Gaza sono malati, feriti o entrambe le cose” con poche eccezioni, si legge nella lettera. “Non siamo politici. Non pretendiamo di avere tutte le risposte. Siamo semplicemente medici e infermieri che non possono rimanere in silenzio su ciò che abbiamo visto a Gaza”, si dice nella lettera.

Con il contributo di Tala Alrajjal, Sam Fossum ed Eugenia Ugrinovich.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Lettera aperta al mondo degli accademici e amministratori universitari di Gaza

Accademici e amministratori universitari di Gaza

29 maggio 2024Al Jazeera

Facciamo appello ai nostri sostenitori perché ci aiutino a resistere alla campagna di scuolicidio e a ricostruire le nostre università

Accademici e personale delle università palestinesi di Gaza ci siamo uniti per affermare la nostra esistenza, l’esistenza dei nostri colleghi e dei nostri studenti per insistere sul nostro futuro minacciato da tutti gli attuali tentativi di cancellarci.

Le forze di occupazione israeliana hanno demolito i nostri edifici, ma le nostre università continuano a vivere. Noi riaffermiamo la nostra determinazione collettiva a rimanere sulla nostra terra, per riprendere appena possibile a insegnare, studiare e far ricerca a Gaza nelle nostre università palestinesi.

Facciamo appello ai nostri amici e colleghi in tutto il mondo a resistere alla campagna di scuolicidio in corso nella Palestina occupata, a lavorare con noi per ricostruire le nostre università demolite e a respingere tutti i piani che cercano di bypassare, cancellare o indebolire l’integrità delle nostre istituzioni accademiche. Il futuro dei nostri giovani a Gaza dipende da noi e dalla nostra capacità di rimanere nella nostra terra per continuare a servire le prossime generazioni del nostro popolo.

Lanciamo questo appello sotto le bombe delle forze di occupazione nella Gaza occupata, dai campi profughi di Rafah e dai luoghi dei temporanei nuovi esili in Egitto e negli altri Paesi ospitanti. Lo stiamo divulgando mentre l’occupazione israeliana continua a condurre quotidianamente la sua campagna genocida contro il nostro popolo, tentando di eliminare ogni aspetto della nostra vita collettiva e individuale.

Le nostre famiglie, i nostri colleghi e studenti sono assassinati mentre noi siamo ancora una volta diventati dei senzatetto, rivivendo le esperienze dei nostri genitori e nonni durante i massacri e l’espulsione di massa da parte delle forze armate sioniste nel 1947 e 1948.

Le nostre infrastrutture civiche, università, scuole, ospedali, biblioteche, musei e centri culturali, costruiti nel corso di generazioni dal nostro popolo, sono in rovina a causa di questa premeditata e continua Nakba. Prendere deliberatamente di mira le nostre infrastrutture didattiche è un palese tentativo per rendere Gaza inabitabile ed erodere il tessuto intellettuale e culturale della nostra società. Tuttavia ci rifiutiamo di permettere che tali atti estinguano la fiamma della conoscenza e della resilienza che brucia dentro di noi.

Alleati dell’occupazione israeliana negli Stati Uniti e nel Regno Unito stanno aprendo di nuovo un altro fronte di scuolicidio promuovendo presunti piani di ricostruzione che cercano di eliminare la possibilità di una vita educativa palestinese indipendente a Gaza. Noi respingiamo tutti questi progetti e esortiamo i nostri colleghi a rifiutare qualunque complicità in essi. Noi sollecitiamo anche tutte le università e i colleghi in tutto il mondo a coordinare direttamente con le nostre università ogni sforzo umanitario.

Noi estendiamo il nostro sincero apprezzamento alle istituzioni nazionali e internazionali che ci hanno mostrato solidarietà, fornendo sostegno e assistenza durante questi tempi difficili. Tuttavia sottolineiamo l’importanza di coordinare questi sforzi per riaprire concretamente le università palestinesi a Gaza.

Noi sosteniamo l’urgente necessità di rimettere in piedi le istituzioni educative di Gaza non solamente aiutando gli studenti attuali, ma garantendo la resilienza e la sostenibilità del nostro sistema di educazione terziaria a lungo termine. L’educazione non è solo un mezzo per impartire conoscenza, è un pilastro vitale della nostra esistenza e un faro di speranza per il popolo palestinese.

Pertanto è essenziale formulare una strategia a lungo termine per rimettere in sesto le infrastrutture e ricostruire tutti i servizi universitari. Tuttavia tale impresa richiederà un tempo considerevole e consistenti finanziamenti, mettendo a rischio la capacità delle istituzioni accademiche di sostenere gli interventi e causando la possibile perdita di personale e di studenti e impedendo la riapertura.

Date le presenti circostanze è fondamentale passare rapidamente all’insegnamento online per limitare i disagi causati dalla distruzione delle infrastrutture. Questo passaggio necessita di un’assistenza completa per coprire i costi operativi, inclusi gli stipendi del personale accademico.

Dall’inizio del genocidio le rette degli studenti, la principale fonte di reddito per le università, sono crollate. La mancanza di entrate ha lasciato i dipendenti senza salari, costringendo molti di loro a cercare altrove opportunità di reddito.

Oltre a colpire la sussistenza del personale accademico e amministrativo, questo sforzo finanziario causato dalla deliberata campagna di scuolicidio pone una minaccia esistenziale al futuro delle università stesse.

Bisogna quindi prendere urgentemente delle misure per risolvere la presente crisi finanziaria delle istituzioni accademiche per garantire la loro stessa sopravvivenza. Facciamo appello a tutte le parti interessate a coordinare immediatamente i loro sforzi per sostenere questo importante obiettivo.

La ricostruzione delle istituzioni accademiche di Gaza non è solo una questione di istruzione, è una testimonianza della nostra resilienza, della determinazione e dell’incrollabile impegno per garantire un futuro alle prossime generazioni.

Il destino dell’istruzione terziaria a Gaza appartiene alle università di Gaza, alle loro facoltà, al loro personale, ai loro studenti e a tutto il popolo palestinese. Noi apprezziamo gli sforzi delle persone e dei cittadini di tutto il mondo che operano per porre fine a questo continuo genocidio.

Facciamo appello ai nostri colleghi in patria e a livello internazionale per sostenere i nostri costanti tentativi di difesa e conservazione delle nostre università per il bene del futuro del nostro popolo e della nostra possibilità di restare sulla nostra terra palestinese a Gaza. Abbiamo costruito queste università dalle tende [dei rifugiati del 1987-48]. E dalle tende, con l’aiuto dei nostri amici, le ricostruiremo ancora una volta.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)

Firmatari:

Dr Kamalain Shaath, Vice Chairman of the Board of Trustees, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Omar Milad, President of Al Azhar University Gaza, Al Azhar University Gaza

Dr Mohamed Reyad Zughbur, Dean of the Faculty of Medicine, Al Azhar University Gaza

Dr Nasser Abu Alatta, Dean of Students Affairs, Al Aqsa University

Dr Akram Mohammed Radwan, Dean of Admission, Registration, and Student Affairs, University College of Applied Sciences – Gaza

Dr Atta Abu Hany, Dean of Faculty of Science, Al Azhar University Gaza

Prof Hamdi Shhadeh Zourb, Dean of the Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Ahmed Abu Shaban, Dean of the Faculty of Agriculture and Veterinary Medicine, Al Azhar University Gaza

Dr Ahmed A Najim, Dean of Admission and Registration, Al Azhar University Gaza

Dr Noha A Nijim, Dean of Economics and Administrative Science Faculty, Al Azhar University Gaza

Prof Hatem Ali Al-Aidi, Dean of Planning and Quality, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Ihab A Naser Dean of Faculty of Applied Medical Sciences, Al Azhar University Gaza

Eng Amani Al-Mqadama, Head of the International Relations, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Mohammed R AlBaba, Dean of Faculty of Dentistry, Al Azhar University Gaza

Dr Rami Wishah , Dean of the Faculty of Law, Al Azhar University Gaza

Prof Basim Mohammad Ayesh, Head of MSc Programme Committee and Professor of Molecular Genetics, Al Aqsa University

Prof Hassan Asour, Dean of Scientific Research, Al Azhar University Gaza

Khaled Ismail Shahada Tabish, Head of Salaries Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Mazen Sabbah, Dean of Faculty of Sharia, Al Azhar University Gaza

Dr Ashraf J Shaqalaih, Head of Laboratory Medicine Dept, Al Azhar University Gaza

Dr Mahmoud El Ajouz, Head of Food Analysis Center and Lecturer at the Faculty of Agriculture, Al Azhar University Gaza

Dr Mazen AbuQamar, Head of Nursing Department, Al Azhar University Gaza

Eng Abed Elnaser Mustafa Abu Assi, Head of Engineering Office, Al Azhar University Gaza

Dr Ahmed Rezk Al-Wawi, Vice President of the Islamic University Workers’ Union, Islamic University of Gaza (IUG)

Shareef El Buhaisi, Head of Administration Office at the Faculty of Applied Medical Sciences, Al Azhar University Gaza

Dr Saeb Hussein Al-Owaini, Director of Employees, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Mai Ramadan, Director of the Drug and Toxicology Analysis Centre, Al Azhar University Gaza

Dr Mohammed S M Kuhail, Director of Libraries, Al Azhar University Gaza

Eng Emad Ahmed Ismail Al-Nounou, Director, Technical Department, Al Azhar University Gaza

Eng Ismail Abdul Rahman Abu Sukhaila, Director Engineering Office, Islamic University of Gaza (IUG)

Osama R Shawwa, Director of Administrative Office in the Department of Political Sciences, Al Azhar University Gaza

Adnan A S El-Ajrami, Director of Administrative Office at the Faculty of Medicine, Al Azhar University Gaza

Hashem Mahmoud Kassab, Director of Public Relations and Media Department, Al Azhar University Gaza

Mazen Hilles, Director of Administration of Diploma Programme, Al Azhar University Gaza

Adel Mansour Suleiman Al-Louh , Services Manager, Islamic University of Gaza (IUG)

Hammam Al-Nabahen, Director of IT Services, Islamic University of Gaza (IUG)

Maher Haron Ereif, Audit Department Assistant Director, Al Azhar University Gaza

Khalid Solayman Alsayed, Information Technology Administrator, Al Azhar University Gaza

Dr Amani H Abujarad, Assistant Professor of Applied Linguistics Department of English, Al Azhar University Gaza

Dr Ayman Shaheen, Assistant Professor in Political Sciences, Al Azhar University Gaza

Prof Alaa Mustafa Al-Halees, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Basil Hamed, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Mohamed Elhindy, Assistant Professor in Veterinary Medicine, Al Azhar University Gaza

Prof Bassam Ahmed Abu Zaher, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Fakhr Abo Awad, Faculty of Science – Department of Chemistry, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Saher Al Waleed, Professor of Law, Al Azhar University Gaza

Prof Kamal Ahmed Ghneim, Faculty of Arts, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Khadir Tawfiq Khadir, Department of English Language – Faculty of Arts, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Marwan Saleem El-Agha, Assistant Professor of Business Administration, Al Azhar University Gaza

Dr Mona Jehad Wadi, Assistant Professor of microbiology, Al Azhar University Gaza

Dr Mohammed Faek Aziz, Deanship of Quality and Development, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Muhammed Abu Mattar, Associate Professor in Law, Al Azhar University Gaza

Prof Abdul Fattah Nazmi Hassan Abdel Rabbo, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Saher Al Waleed, Professor of Law, Al Azhar University Gaza

Dr Sari El Sahhar, Assistant Professor in Plant Protection, Al Azhar University Gaza

Dr Nidal Jamal Masoud Jarada, Law, University College of Applied Sciences – Gaza

Dr Sherin H Aldani, Assistant Professor in Social Sciences, Al Azhar University Gaza

Dr Wael Mousa, Assistant Professor in Food Technology, Al Azhar University Gaza

Prof Mohamed I H Migdad, Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Alaa Mustafa Al-Halees, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Usama Hashem Hamed Hegazy, Professor of Applied Mathematics, Al Azhar University Gaza

Prof Basil Hamed, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Tawfik Musa Allouh, Professor of Arabic Literature, Al Azhar University Gaza

Prof Bassam Ahmed Abu Zaher, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Zaki S Safi, Professor of Chemistry, Al Azhar University Gaza

Prof Fakhr Abo Awad, Faculty of Science – Department of Chemistry, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Kamal Ahmed Ghneim, Faculty of Arts, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Khadir Tawfiq Khadir, Department of English Language – Faculty of Arts, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Khaled Hussein Hamdan, Faculty of Fundamentals of Religion, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Ata Hasan Ismail Darwish, Professor of Science Education and Curriculum, Al Azhar University Gaza

Prof Hazem Falah Sakeek, Professor of Physics, Al Azhar University Gaza

Prof Mohammed Abdel Aati, Department of Electrical Engineering and Intelligent Systems, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Nader Jawad Al-Nimra, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Prof Nasir Sobhy Abu Foul, Professor of Food Technology, Al Azhar University Gaza

Dr Rawand Sami Abu Nahla, Lecturer at Faculty of Dentistry, Al Azhar University Gaza

Prof Hussein M. H. Alhendawi, Professor of Organic Chemistry, Al Azhar University Gaza

Prof Ihab S. S. Zaqout, Professor in Computer Science, Al Azhar University Gaza

Dr Rushdy A S Wady, Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Abed El-Raziq A Salama, Assistant Professor in Food Technology, Al Azhar University Gaza

Dr Ahmed Aabed, Admin Assistant in Administrative and Financial Affairs Office, Al Azhar University Gaza

Dr Ahmed Mesmeh, Faculty of Sharia and Law, Al Azhar University Gaza

Dr Emad Khalil Abu Alkhair Masoud, Associate professor of microbiology, Al Azhar University Gaza

Dr Alaa Issa Mohammed Saleh, Lecturer at the faculty of Dentistry, Al Azhar University Gaza

Dr Ali Al-Jariri, Continuing Education Department, Al Quds Open University

Dr Arwa Eid Ashour, Faculty of Science, Department of Mathematics, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Hala Zakaria Alagha, Assistant Professor in Clinical Pharmacy, Al Azhar University Gaza

Prof Marwan Khazinda, Professor of Mathematics, Al Azhar University Gaza

Prof Moamin Alhanjouri, Associate Professor in Statistics, Al Azhar University Gaza

Prof Sameer Mostafa Abumdallala, Professor of Economics, Al Azhar University Gaza

Dr Bilal Al-Dabbour, Faculty of Medicine, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Nabil Kamel Mohammed Dukhan, Faculty of Education – Department of Psychology, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Jamal Mohamed Alshareef, Assistant Professor, Linguistics Department of English, Al Azhar University Gaza

Dr Sadiq Ahmed Mohammed Abdel Aal, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Khaled Abushab, Associate Professor in Applied Medical Sciences, Al Azhar University Gaza

Dr Abed El-Raziq A Salama, Assistant Professor in Food Technology, Al Azhar University Gaza

Dr Emad Khalil Abu Alkhair Masoud, Associate Professor of Microbiology, Al Azhar University Gaza

Dr Hala Zakaria Alagha, Assistant Professor in Clinical Pharmacy, Al Azhar University Gaza

Dr Jamal Mohamed Alshareef, Assistant Professor, Linguistics Department of English, Al Azhar University Gaza

Dr Khaled Abushab, Associate Professor in Applied Medical Sciences, Al Azhar University Gaza

Dr Suheir Ammar, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Dr Waseem Bahjat Mushtaha, Associate Professor in Dental Medicine, Al Azhar University Gaza

Prof Ali Abu Zaid, Professor of Statistics, Al Azhar University Gaza

Dr Zahir Mahmoud Khalil Nassar, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Abdul Hamid Mustafa Said Mortaja, Faculty of Arts, Department of Arabic Language, Islamic University of Gaza (IUG)

Abdul Rahman Salman Nasr Al-Daya, Associate Professor at the Faculty of Sharia and Law, Islamic University of Gaza (IUG)

Ayman Salah Khalil Abumayla, Officer – Student Affairs Department, Al Azhar University Gaza

Abdullah Ahmed Al-Sawarqa, Library, Islamic University of Gaza (IUG)

Ashraf Ahmed Mohammed Abu Mughisib, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Abdul Fattah Abdel Rabbo, Deanship of Engineering and Information Systems, University College of Applied Sciences – Gaza

Basheer Ismail Hamed Hammo, Faculty of Fundamentals of Religion, Islamic University of Gaza (IUG)

Bssam Fadel Nssar, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Eng Mohammed Awni Abushaban, Teaching Assistant IT Department, Al Azhar University Gaza

Etemad Mohammed Abdul Aziz Al-Attar, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Fahd Ghassan Abdullah Al-Khatib, Engineering Office, Islamic University of Gaza (IUG)

Ibrahim K I Albozom, Administrative Officer Faculty of Arts, Al Azhar University Gaza

Abdullah Ahmed Anaqlah, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Abdelrahman Abu Saloom, Radiologist at the College of Dentistry, Al Azhar University Gaza

Feryal Ali Mahmoud Farhat, Administrator, Islamic University of Gaza (IUG)

Fifi Al-Zard, Campus Services, Islamic University of Gaza (IUG)

Manar Y Abuamara, Secretary, Al Azhar University Gaza

Hani Rubhi Abdel Aal, Graduate Studies, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Abdul Raouf Al-Mabhouh, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Adnan Al-Qazzaz, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Sfadi Salim Abu Amra, Supporting Services Department, Al Azhar University Gaza

Hassan Ahmed Hassan Al-Nabih, Department of English Language – Faculty of Arts, Islamic University of Gaza (IUG)

Hassan Nasr, Information Technology, University College of Applied Sciences – Gaza

Hatem Barhoom, Islamic University of Gaza (IUG)

Tamer Musallam, Lecturer in Business Diploma Programme, Al Azhar University Gaza

Ahmed Adnan Mahmoud Mattar, Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Jaber Mahmoud Al-Omsey, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Khalil Ibrahim Qadoura, Administrator, Islamic University of Gaza (IUG)

Hussein Al-Jadaily, Faculty of Nursing, Islamic University of Gaza (IUG)

Ibrahim Issa Ibrahim Seidem, Faculty of Fundamentals of Religion, Islamic University of Gaza (IUG)

Ezia Abu Zaida, Secretary, Al Azhar University Gaza

Khaled Mutlaq Issa, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Khalil Mohammed Said Hassan Abu Kuweik, Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Ibraheem Almasharawi, Instructor at the Faculty of Agriculture and Veterinary Medicine, Al Azhar University Gaza

Maher Jaber Mahmoud Shaqlieh, Information Technology Affairs, Islamic University of Gaza (IUG)

Mahmoud Abdul Rahman Mousa Asraf, Department of English Language, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Mohammed Said Abu Safi, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Omar Ismail Al-Dahdouh, Faculty of Information Technology, University College of Applied Sciences – Gaza

Ahmed Salman Ali Abu Amra, Faculty of Sharia and Law, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Saqer, Faculty of Science, Department of Mathematics, Islamic University of Gaza (IUG)

Ahmed Younes Abu Labda, Personnel Affairs, Islamic University of Gaza (IUG)

Alaa Fathi Salim Abu Ajwa, Islamic University of Gaza (IUG)

Mahmoud Said Mohammed Al- Damouni, Central Library, Islamic University of Gaza (IUG)

Ghasasn Alswairki, Adminstration Officer at Faculty of Pharmacy, Al Azhar University Gaza

Mahmoud Shukri Sarhan, Faculty of Education, Islamic University of Gaza (IUG)

Mahmoud Youssef Mohammed Al- Shoubaki, Faculty of Fundamentals of Religion, Islamic University of Gaza (IUG)

Majdi Said Aqel, Faculty of Education, Islamic University of Gaza (IUG)

Muahmmed Abu Aouda, Security Department, Al Azhar University Gaza

Majed Hania, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Majed Mohammed Ibrahim Al-Naami, Faculty of Literature, Islamic University of Gaza (IUG)

Mamoun Abdul Aziz Ahmed Salha, Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Emad Ali Ahmed Abdel Rabbo, Administrator, Islamic University of Gaza (IUG)

Imad Alwaheidi Lecturer in Livestock Production Al Azhar University Gaza

Manar Mustafa Al-Maghari, Medical Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Bassam Mohammed Al- Kurd, Campus Services, Islamic University of Gaza (IUG)

Marwa Rouhi Abu Jalaleh, Information Technology Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Yousif Altaban, Security Department, Al Azhar University Gaza

Hala Muti Mahmoud Abu Naqeera, Student Affairs, Islamic University of Gaza (IUG)

Marwan Ismail Abdul Rahman Hamad, Faculty of Education, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammad Hussein Kraizem, Health Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed AlAshi, Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Hassan Al-Sar, Faculty of Engineering, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Ibrahim Khidr Al-Gomasy, Faculty of Education, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Juma Al-Ghoul, Faculty of Sharia and Law, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Khalil Ayesh, Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Faiz Ahmed Ali Hales, Computer Maintenance Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Mohammed Taha Mohammed Abu Qadama, Administrator, Islamic University of Gaza (IUG)

Yousef Fahmy Krayem, Lab Technician at Faculty of Agriculture and Veterinary Medicine, Al Azhar University Gaza

Nabhan Salem Abu Jamous, Department of Supplies and Purchases, Head of Storage Section, Islamic University of Gaza (IUG)

Nihad Mohammed Sheikh Khalil, Faculty of Arts – Department of History, Islamic University of Gaza (IUG)

Tamer Nazeer Nassar Madi, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Rami Othman Mohammed Hassan Skik, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Salah Hassan Radwan, Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Salem Abushawarib, Faculty of Economics and Administrative Sciences, Islamic University of Gaza (IUG)

Salem Jameel Bakir Al-Sazaji, Faculty of Information Technology, Islamic University of Gaza (IUG)

Abed Alraouf S Almasharawi, Administrative Officer in the Library, Al Azhar University Gaza

Samah Al-Samoni, Public Relations, Islamic University of Gaza (IUG)

Wafa Farhan Ismail Ubaid, Faculty of Nursing, Islamic University of Gaza (IUG)

Tawfiq Sufian Tawfiq Harzallah, Admission and Registration Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Walid Zuheir Aidi Abu Shaaban, Finance and Auditing Department, Islamic University of Gaza (IUG)

Yasser Zaidan Salem Al-Nahal, Faculty of Science, Islamic University of Gaza (IUG)

Youssef Sobhi Abdel Nabi Al-Rantissi, Computer Technician, Islamic University of Gaza (IUG)




Una petizione firmata da migliaia di artisti e curatori chiede di escludere Israele dalla Biennale di Venezia

Naama Riba

26 febbraio 2024 – Haaretz

In una lettera aperta alla mostra internazionale d’arte i firmatari auspicano che non ci sia un ‘padiglione del genocidio’ e sostengono che la prevista esposizione israeliana rappresenta uno Stato ‘implicato in atrocità contro i palestinesi’.

Una lettera aperta, che nei giorni scorsi sta avendo grande successo tra migliaia di artisti, curatori e personaggi della cultura, chiede alla Biennale di Venezia di escludere la partecipazione di Israele all’esibizione internazionale prevista in aprile.

La lettera afferma che “mettere in mostra un’arte che rappresenta uno Stato coinvolto nelle continue atrocità contro i palestinesi a Gaza è inaccettabile. No a un padiglione del genocidio alla Biennale di Venezia.” Essa specifica che il gruppo proponente, l’Alleanza per l’Arte non per il Genocidio, è stato creato specificamente a questo proposito. Finora la petizione è stata pubblicata su siti isolati come il sito online ARTNET.

Uno dei firmatari della lettera è Faisal Saleh, il fondatore del Palestinian Museum US, situato in Connecticut. Saleh ha criticato il rifiuto della Biennale di accogliere un padiglione palestinese per il fatto che l’Italia non riconosce la Palestina.

Il padiglione israeliano prevede di esporre le opere dell’artista Ruth Patir, curate da Mira Lapidot e Tamar Margalit. L’esposizione, intitolata “Madrepatria”, verrà collocata in una specie di padiglione della “fertilità e creatività”, che occupa tre piani pieni di nuovi video che verranno posizionati in tre spazi, ciascuno con un differente disegno e carattere, ma tutti riconducibili al mondo emotivo e materiale dei luoghi descritti nei film: un museo, una clinica, un sito archeologico e una casa.

La petizione contro la partecipazione di Israele è stata firmata finora da personalità come la fotografa ebrea americana Nan Goldin; la storica dell’arte britannica Claire Bishop; il fotografo ebreo sudafricano Adam Broomberg, che lavora nei territori palestinesi; la studiosa israeliana Ariella Azoulay, che vive negli Stati Uniti; l’artista israeliano Oreet Ashery, che vive nel Regno Unito e il direttore israeliano Eyan Sivan, che vive in Francia.

Secondo quanto scritto nella lettera aperta, che è circolata nei gruppi WhatsApp in tutto il mondo, per anni la Biennale è stata invitata a riconoscere le “atrocità” commesse dai Paesi partecipanti. Per esempio, tra il 1950 e il 1968 il Sudafrica non ha esposto alla Biennale a causa della condanna diffusa in tutto il mondo e degli appelli a boicottarlo per il suo regime di apartheid. È stato applicato un divieto ufficiale a partire dal 1968, sulla base della Risoluzione ONU 2396 che prevedeva di sospendere “gli scambi con il regime razzista.” Il Sudafrica non è stato riammesso come Paese partecipante alla Biennale fino al 1993, quando il governo di apartheid stava per essere abolito.

La lettera specifica inoltre che nel 2022, con l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, la Biennale e i suoi curatori hanno rilasciato diverse dichiarazioni pubbliche di sostegno al diritto del popolo ucraino all’autodeterminazione, alla libertà e all’umanità. La condanna pubblica da parte della Biennale della “inaccettabile aggressione militare della Russia” comprendeva la dichiarazione di rifiuto di “ogni forma di collaborazione con coloro che hanno condotto o sostenuto un così atroce atto di aggressione”. Dall’inizio della guerra in Ucraina la Russia non ha aperto il suo padiglione per partecipare alla Biennale.

La Biennale è rimasta in silenzio rispetto alle atrocità contro i palestinesi. Siamo sgomenti per questo doppio standard. L’aggressione di Israele a Gaza rappresenta uno dei più intensi bombardamenti nella storia”, asserisce la lettera. “Dalla fine di ottobre 2023 Israele ha già sganciato tonnellate di esplosivi su Gaza di potenza equivalente alla bomba nucleare sganciata su Hiroshima in Giappone nel 1945.” La lettera non fa riferimento al massacro compiuto dai terroristi di Hamas in Israele il 7 ottobre, in cui 1200 persone, in maggioranza civili, sono state uccise e centinaia rapite e portate nella Striscia di Gaza. Non fa neppure menzione del fatto che il padiglione israeliano è stato imbrattato a novembre con la frase “autorizzati a commettere un genocidio pianificato” scritta con lo spray sull’edificio e vernice rossa spruzzata sulla facciata e sul marciapiede.

La lettera aperta fa anche riferimento al tema principale della mostra di Patir nel padiglione: “Mentre il pool di curatori di Israele programma il “Padiglione della Fertilità” riflettendo sulla maternità contemporanea, Israele ha assassinato più di 12.000 bambini ed impedito l’accesso alle cure riproduttive e alle strutture mediche. Il risultato è che le donne palestinesi subiscono il taglio cesareo senza anestesia e partoriscono per strada.” In conclusione la petizione afferma che “ogni rappresentazione ufficiale di Israele sulla scena culturale internazionale è un sostegno alle sue politiche e al genocidio a Gaza.”

Haaretz ha sollecitato commenti da parte della Biennale di Venezia, del Ministro degli Esteri israeliano, dei curatori del padiglione israeliano e di Patir. Non è stata ancora ricevuta alcuna risposta.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)