Avviso

nota redazionale

1 giugno 2018

Motivi tecnici impediscono di spedire via email i titoli e i relativi link dei nuovi articoli che mettiamo sul sito zeitun.info;potete continuare ad accedere direttamente al sito  digitando http://zeitun.info oppure  Facebook. La redazione continua il suo lavoro di informazione e ci vorrà un certo tempo per ripristinare l’invio email. La redazione di zeitun.info




Amnesty International: la demolizione illegale e il trasferimento forzato di un villaggio di Beduini palestinesi rappresenta un crimine di guerra.

Comunicato Stampa

1 giugno 2018, Amnesty International

Le autorità israeliane devono annullare immediatamente il progetto di demolire il villaggio beduino palestinese di Khan al-Ahmar e di trasferire forzatamente la comunità che ci vive, ha dichiarato Amnesty International in vista dell’arrivo anticipato dei bulldozer previsto per il 1 giugno, dopo che la settimana scorsa la Corte Suprema di Israele ha autorizzato la demolizione.

È stato previsto che i residenti del villaggio siano trasferiti in un’area vicino a quella che era la discarica municipale di rifiuti di Gerusalemme, nei pressi del villaggio di Abu Dis.

“La scandalosa decisione presa la settimana scorsa dalla Corte Suprema di permettere all’esercito israeliano di demolire l’intero villaggio di Khan al-Ahmar è stata un colpo tremendo per le famiglie che da quasi dieci anni stanno facendo una campagna di informazione e combattono una battaglia legale per rimanere sulla loro terra e preservare le loro abitudini di vita. Procedere con la demolizione non sarebbe solo un atto di crudeltà, ma rappresenterebbe anche un trasferimento forzato, che è un crimine di guerra”, ha detto Magdalena Mughrabi, vice-direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Khan al-Ahmar è abitato da circa 180 residenti della tribù beduina Jahalin. È circondato da diversi insediamenti illegali israeliani che si trovano ad est di Gerusalemme.

Da più di 60 anni, la tribù beduina Jahalin sta lottando per mantenere le proprie abitudini di vita. Dopo essere stati scacciati negli anni 1950 dalle loro terre nel deserto del Negev, hanno subito continue vessazioni, pressioni e reinsediamenti da parte dei vari governi israeliani.

Alla fine di agosto 2017, il ministro della difesa israeliani Avigdor Lieberman annunciava che entro alcuni mesi il governo avrebbe sgomberato l’intera comunità. Lo scorso 24 maggio, la Corte Suprema israeliana ha sentenziato a favore della demolizione dell’intero villaggio di Khan al-Ahmar, compresa la scuola che è stata costruita usando vecchi copertoni di auto e che fornisce istruzione a circa 170 ragazzi di cinque diverse comunità beduine.

La Corte ha deciso che il villaggio è stato costruito senza i dovuti permessi di costruzione, anche se per i Palestinesi è impossibile ottenere tali permessi nelle aree della Cisgiordania sotto controllo israeliano conosciute col nome di Zona C.

“Le autorità israeliane hanno distrutto migliaia di vite palestinesi, sottoponendo uomini, donne e bambini ad anni di traumi e di ansie con la loro politica profondamente discriminatoria di negare innanzitutto i permessi di costruzione per poi distruggere con i bulldozer case, scuole e strutture per la pastorizia”, ha detto Magdalena Mughrabi.

“Invece di continuare a punire i Palestinesi perché costruiscono senza permessi, le autorità israeliane devono smettere di costruire ed espandere i loro insediamenti illegali in Cisgiordania, ciò che rappresenterebbe un primo passo per rimuovere i civili israeliani che vivono in questi insediamenti.”

“La sentenza della Corte Suprema è estremamente pericolosa e può rappresentare un precedente ai danni di altre comunità che cercano di opporsi ai progetti israeliani di trasferirle nei centri urbani. Le autorità israeliane devono rispettare i loro obblighi legali internazionali e abbandonare ogni piano di trasferimento forzato per Khan al-Ahmar e altre comunità.”

Informazioni sul contesto

Khan al-Ahmar si trova circa due chilometri a sud della colonia di Kfar Adumin nella Cisgiordania occupata. Dal 2009, la comunità beduina che vi risiede sta combattendo contro i continui ordini di demolizione di edifici e infrastrutture, tra cui la “scuola di gomme”. Quello stesso anno, gli abitanti delle vicine colonie israeliane di Kfar Adumin, Alon e Nofei Prat hanno chiesto alla Corte Suprema israeliana di permettere all’esercito israeliano di eseguire gli ordini di demolizione già emessi.

Khan al-Ahmar è una delle 46 comunità palestinesi della Cisgiordania a rischio di trasferimento forzato, a causa dei piani di ricollocamento israeliani e delle pressioni ad andarsene che vengono esercitate sui residenti. Queste comunità si trovano nella zona designata come Area C in base agli Accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). In quest’area, che rappresenta più del 60% della Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha il completo controllo sulla sicurezza. L’Amministrazione Civile israeliana, che è un corpo militare, controlla la pianificazione ambientale e urbanistica.

L’esercito israeliano ha recentemente annunciato nuovi progetti di demolizione per i villaggi di Ein al-Hilweh e Umm Jamal nella Valle del Giordano, di Jabal al Baba a est di Gerusalemme, e del 20% degli edifici nel villaggio palestinese di Susiya che si trova nelle colline a sud di Hebron.

La politica di Israele di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente le proprietà palestinesi e trasferendo forzatamente gli abitanti che vivono sotto occupazione, viola la Quarta Convenzione di Ginevra ed è un crimine di guerra compreso nello statuto della Corte Penale Internazionale.

A partire dal 1967, Israele ha evacuato e trasferito forzatamente intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e infrastrutture palestinesi.

Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina

1




Comunicato di Amnesty International per l’embargo delle armi dirette a Israele

27 aprile 2018, Amnesty International

Sulla base delle sue recenti ricerche, Amnesty International ha concluso che nel corso delle proteste della “Grande marcia del ritorno”, a Gaza l’esercito israeliano ha ucciso e ferito manifestanti palestinesi che non costituivano alcuna minaccia imminente.

Nel corso delle proteste dei venerdì, iniziate il 30 marzo, i soldati israeliani hanno ucciso 35 palestinesi e ne hanno feriti oltre 5500, in alcuni casi arrecando intenzionalmente danni potenzialmente letali.

Pertanto, Amnesty International ha rinnovato la sua richiesta ai governi affinché, dopo la sproporzionata risposta alle manifestazioni nei pressi della barriera che lo separa dalla Striscia di Gaza, sia imposto un embargo sulle armi dirette a Israele.

Da quattro settimane il mondo assiste con orrore agli attacchi dei cecchini e di altri soldati, perfettamente protetti, che da dietro la barriera colpiscono i manifestanti palestinesi con proiettili veri e gas lacrimogeni. Nonostante le ampie condanne internazionali, l’esercito israeliano non ha ritirato l’ordine illegale di sparare contro manifestanti disarmati”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Il tempo delle simboliche dichiarazioni di condanna è finito. La comunità internazionale deve agire concretamente e fermare l’afflusso di armi e di equipaggiamento militare a Israele. Non farlo significherà continuare ad alimentare gravi violazioni dei diritti umani contro uomini, donne e bambini che già vivono nella sofferenza a causa del crudele blocco imposto da Israele contro Gaza. Queste persone stanno semplicemente protestando contro la loro insopportabile condizione di vita e chiedono il diritto di tornare nelle loro case e nei loro villaggi in quello che oggi è Israele”, ha aggiunto Mughrabi.

Gli Usa sono il principale fornitore di materiale e tecnologia militare a Israele e hanno assunto l’impegno di fornire, nei prossimi 10 anni, aiuti militari per un valore di 38 miliardi di dollari. Ma anche altri paesi – tra cui Francia, Germania, Italia e Regno Unito – hanno autorizzato grandi quantità di forniture.

Manifestanti colpiti alle spalle

Nella maggior parte dei casi analizzati da Amnesty International, i manifestanti uccisi sono stati colpiti sulla parte superiore del corpo, come la testa e il petto, in alcuni casi mentre davano le spalle ai soldati israeliani. Testimonianze oculari, riprese video e immagini fotografiche lasciano intendere che molti di loro sono stati uccisi o feriti in modo intenzionale mentre non ponevano alcuna minaccia.

Mohammad Khalil Obeid, un calciatore di 23 anni, è stato colpito a entrambe le ginocchia il 30 maggio nei pressi del campo di al-Breij. In quel frangente, stava riprendendo sé stesso dando le spalle alla barriera. Il video, pubblicato sui social media, mostra che nel momento in cui è stato colpito si trovava in una zona isolata, lontano dalla barriera, e non sembrava rappresentare alcuna minaccia alla vita dei soldati israeliani.

Ferite mai viste dai tempi del conflitto del 2014

I medici dell’ospedale europeo e di quello di Shifa, nella città di Gaza, hanno dichiarato ad Amnesty International che molte delle gravi ferite che hanno curato erano agli arti inferiori, come le ginocchia, di un genere mai visto dal conflitto di Gaza del 2014.

Molti feriti hanno riportato gravi danni alle ossa e ai tessuti, così come ferite da fori di uscita tra i 10 e i 15 millimetri e rischiano di subire ulteriori complicazioni, infezioni, paralisi o amputazioni. Il gran numero di ferite alle ginocchia, che aumentano la probabilità di frammentazione del proiettile, sono particolarmente preoccupanti e lascerebbero intendere che l’esercito israeliano possa intenzionalmente infliggere ferite mortali.

Secondo esperti militari e medici legali che hanno esaminato le immagini delle ferite, molte sono compatibili con quelle causate dai fucili d’assalto Tavor, di fabbricazione israeliana, dotati di munizioni di 5,56 milllimetri. Altre chiamano in causa i fucili M24, prodotti dalla statunitense Remington, dotati di munizioni da caccia di 7,62 millimetri, che si ingrandiscono ed espandono all’interno del corpo.

Secondo Medici senza frontiere, la metà degli oltre 500 pazienti trattati nei suoi centri presentavano ferite “in cui il proiettile ha letteralmente distrutto i tessuti dopo aver polverizzato l’osso”.

La natura di queste ferite illustra come i soldati israeliani stiano usando armi militari ad alta velocità per causare il massimo danno a manifestanti palestinesi che non pongono un’imminente minaccia nei loro confronti. Questo apparentemente voluto tentativo di uccidere e ferire è profondamente preoccupante, oltre che del tutto illegale. In alcuni casi sembra essersi trattato di uccisioni deliberate, una grave violazione delle Convenzioni di Ginevra e un crimine di guerra”, ha commentato Mughrabi.

Se Israele non assicurerà indagini efficaci e indipendenti che diano luogo a processi nei confronti dei responsabili, il Tribunale penale internazionale dovrà aprire un’indagine su tali uccisioni e gravi ferimenti in quanto possibili crimini di guerra e garantire che i responsabili saranno portati di fronte alla giustizia”, ha sottolineato Mughrabi.

Secondo il ministero della Sanità di Gaza, alla data del 26 aprile il totale dei feriti era stimato a 5511 (592 bambini, 192 donne e 4727 uomini), 1738 dei quali colpiti da proiettili veri. Circa la metà delle persone ricoverate presentava ferite alle gambe e alle ginocchia, 225 al collo e alla testa, 142 all’addome e al bacino, 115 al petto e alla schiena. Finora, sono state necessarie 18 amputazioni.

Tra le persone morte a seguito delle ferite vi sono quattro minorenni tra i 14 e i 17 anni e due giornalisti, che indossavano giubbotti protettivi che li identificavano con chiarezza come tali. Molti altri sono stati feriti.

Gli ospedali di Gaza stanno gestendo con difficoltà l’elevato numero di feriti a causa della scarsità di forniture mediche, energia elettrica e gasolio causata dal blocco israeliano e dalle divisioni politiche palestinesi. Nel frattempo, Israele ha ritardato o rifiutato il trasferimento di alcuni pazienti bisognosi di cure specialistiche d’urgenza disponibili in altre parti dei Territori, a causa della loro partecipazione alle proteste.

Yousef al-Kronz, un giornalista di 20 anni, ha subito l’amputazione della gamba sinistra dopo che le autorità israeliane gli avevano negato il permesso di ricevere cure mediche urgenti a Ramallah. A seguito di un’azione legale di gruppi per i diritti umani, ha potuto poi lasciare Gaza e operarsi per evitare l’amputazione dell’altra gamba.

Personale paramedico in servizio a Gaza ha riferito ad Amnesty International delle difficoltà di evacuare i manifestanti feriti a causa dei gas lacrimogeni esplosi contro di loro e nei pressi degli ospedali da campo.

Uccisioni e ferimenti potenzialmente letali illegali

Nonostante gli organizzatori della “Grande marcia del ritorno” avessero ripetutamente dichiarato che le proteste sarebbero state pacifiche si sarebbero svolte mediante sit-in, concerti, competizioni sportive, discorsi e altre attività pacifiche, l’esercito israeliano ha rafforzato il suo schieramento alla barriera collocandovi carri armati e altri veicoli militari, soldati e cecchini e ha dato ordine di sparare a chiunque si trovasse nel raggio di diverse centinaia di metri di distanza dalla barriera stessa.

Sebbene alcuni manifestanti abbiano cercato di avvicinarsi alla barriera, abbiano lanciato pietre in direzione dei soldati e dato fuoco a pneumatici, le informazioni raccolte da Amnesty International e dai gruppi per i diritti umani israeliani e palestinesi mostrano che i soldati israeliani hanno colpito manifestanti privi di armi, giornalisti, personale medico e altre persone che erano distanti dalla barriera da 150 a 400 metri e che non ponevano in essere alcuna minaccia.

In una richiesta alla Corte suprema di ordinare la fine dell’uso dei proiettili veri per disperdere le proteste, le associazioni per i diritti umani Adalah e Al Mezan hanno presentato 12 video pubblicati sui social media in cui persone prive di armi, tra cui donne e bambini – in alcuni casi, mentre sventolavano bandiere palestinesi o scappavano dalle vicinanze della barriera – sono stati colpiti dai soldati israeliani.




Comunicato del procuratore della Corte Penale Internazionale, Fatou Bensouda, in merito al peggioramento della situazione a Gaza

8 aprile 2018, Fonte : Ufficio del Procuratore

È con grave preoccupazione che io assisto alla violenza e al deterioramento della situazione nella Striscia di Gaza riguardo alle recenti dimostrazioni di massa. Dal 30 marzo 2018 almeno 27 palestinesi sono stati uccisi dalle Forze israeliane di difesa (IDF) con ancora oltre un migliaio di feriti molti in seguito a pallottole vere o a quelle rivestite di gomma. La violenza contro civili, in una situazione come quella che prevale a Gaza, potrebbe costituire crimine sotto il profilo dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (“ICC” o “la Corte”) come lo potrebbe l’uso della presenza di civili nelle attività militari aventi lo scopo di scudi umani.

Ricordo a tutte le parti in causa che dal mio ufficio la situazione in Palestina è sotto esame preliminare. Dato che un esame preliminare non vuol dire inchiesta, qualsiasi presunto nuovo crimine commesso nel contesto della situazione in Palestina, può essere soggetta all’indagine del mio ufficio. Questo si applica agli eventi delle passate settimane e a qualsiasi incidente futuro.

Sono consapevole che nella Striscia di Gaza le manifestazioni sono previste continuare ulteriormente. Il mio ufficio continuerà ad analizzare da vicino la situazione e registrerà qualunque istigazione o ricorso alla forza illegale. Invito tutti quelli coinvolti di astenersi da un ulteriore aggravamento di questa tragica situazione.

Chiunque istiga o intraprende atti di violenza quali comandare, richiedere, incoraggiare o contribuire in qualsiasi altro modo all’esecuzione di crimini all’interno della giurisdizione della Corte Penale Internazionale è passibile di azione penale presso la Corte con pieno rispetto per il principio di complementarietà. Il ricorso alla violenza deve cessare.

L’Ufficio del procuratore dell’ICC svolge accertamenti preliminari indipendenti e imparziali, indagini e azioni processuali contro il crimine di genocidio, il crimine contro l’umanità e i crimini di guerra. Fin dal 2003 , l’Ufficio ha iniziato indagini in molte situazioni all’interno della giurisdizione dell’ICC, in particolare in Uganda, nella Repubblica Democratica del Congo, nel Darfur, in Sudan, nella Repubblica Centrale Africana (due distinte situazioni), in Kenya, in Libia, in Costa d’Avorio, in Mali, in Georgia e in Burundi. La seconda Camera preliminare si è fatta carico della richiesta del pubblico ministero per l’autorizzazione a iniziare un’indagine sulla situazione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. L’Ufficio sta anche conducendo esami preliminari in merito alle situazioni in Colombia, nella Repubblica di Gabon, in Guinea, in Iraq/Uk, in Nigeria, in Palestina, nelle Filippine, in Venezuela e in Ucraina.

OTPNewsDesk@icc-cpi.int

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




B’Tselem esorta i soldati a rifiutarsi di sparare sui manifestanti a Gaza: sparare a manifestanti disarmati è illegale, e l’ordine di farlo è totalmente illegale

4 aprile 2018, B’Tselem

Domani (giovedì 5) B’Tselem lancerà una campagna dal titolo “Mi spiace, comandante, non posso sparare”. La campagna prevede annunci sui giornali che spiegano ai soldati che devono rifiutarsi di aprire il fuoco su dimostranti disarmati. L’organizzazione intraprende questo insolito passo dopo gli eventi di venerdì scorso, quando i soldati hanno sparato vere pallottole contro manifestanti disarmati. Su 17 palestinesi uccisi quel giorno, almeno 12 sono stati uccisi durante le proteste. Altre centinaia sono stati feriti da colpi di arma da fuoco.

Le forze armate si stanno preparando alle manifestazioni, ma invece di tentare di ridurre il numero di morti o feriti, fonti ufficiali hanno annunciato in anticipo che i soldati faranno fuoco contro i manifestanti anche se si trovano a centinaia di metri dal confine. B’Tselem ha messo in guardia dal verosimile risultato di questa politica e ora, in vista delle manifestazioni previste questo venerdì, sta nuovamente specificando che sparare a manifestanti disarmati è illegale e che gli ordini di sparare in tal modo sono manifestamente illegali.

La responsabilità di diramare questi ordini illegali e le loro conseguenze letali ricadono sui responsabili politici e, soprattutto, sul primo ministro israeliano, sul ministro della difesa e sul capo di stato maggiore. Sono sempre loro che hanno anche l’obbligo di modificare queste regole immediatamente, prima delle proteste pianificate per questo venerdì, al fine di evitare ulteriori vittime. Detto questo, è comunque un reato osservare degli ordini palesemente illegali. Pertanto, fino a quando i soldati sul campo continueranno a ricevere l’ordine di fare fuoco contro civili disarmati, hanno il dovere di rifiutarsi di obbedire.

B’Tselem vuole sottolineare che l’illegalità di tali ordini “non è una questione di forma, né trascurabile, né parzialmente opinabile”. Al contrario, si tratta di “un’illegalità inconfondibile palesemente evidente nell’ordine stesso, è un comando di natura chiaramente criminale o tale che le azioni che ordina sono chiaramente di natura criminale. È un’illegalità che offende l’occhio e oltraggia il cuore, se l’occhio non è cieco e il cuore non è insensibile o corrotto “.

Contrariamente all’impressione che danno gli alti ufficiali militari e i ministri del governo, all’esercito non è permesso agire come meglio crede, né Israele può determinare da solo ciò che è lecito e ciò che non lo è quando si tratta di manifestanti. Come per tutti i paesi, le azioni di Israele sono soggette alle disposizioni del diritto internazionale e alle restrizioni imposte sull’uso delle armi, e in particolare sull’uso dei proiettili. Le disposizioni ne limitano l’uso a casi che comportino un pericolo mortale tangibile e immediato e solo in assenza di altre alternative. Israele non può semplicemente decidere di svincolarsi da queste regole.

L’uso di munizioni vere è palesemente illegale nel caso di soldati che sparino da una grande distanza contro manifestanti situati dall’altra parte della recinzione che separa Israele dalla Striscia di Gaza. Inoltre, non è consentito ordinare ai soldati di sparare munizioni vere a persone che si avvicinano alla recinzione, la danneggiano o tentano di attraversarla. Ovviamente, l’esercito è autorizzato a prevenire tali azioni, e persino ad arrestare persone che tentino di eseguirle, ma gli è assolutamente proibito sparare vere munizioni solo per questi motivi.

(traduzione. di Luciana Galliano)




B’Tselem: Gaza non è “zona di guerra”, sparare ai manifestanti è un crimine

29 marzo 2018, B’Tselem

Il Centro di informazione israeliano sui diritti umani nei Territori Occupati:

Prima delle manifestazioni palestinesi programmate per l’inizio di domani (venerdì) a Gaza, gli ufficiali israeliani hanno ripetutamente minacciato di rispondere con l’eliminazione fisica.

Ignorando completamente il disastro umanitario a Gaza di cui Israele è responsabile, stanno interpretando la protesta in termini di rischio per la sicurezza, rappresentando i manifestanti come terroristi e riferendosi a Gaza come a una “zona di guerra”.

Informazioni frammentarie riferite dai media indicano che: i soldati avranno l’ordine di sparare a chiunque si muova entro i 300 metri dalla recinzione; cecchini spareranno a chiunque la tocchi; si sparerà anche in circostanze che non siano una minaccia mortale [per i soldati]. In altre parole sparare per uccidere i palestinesi che partecipano alle dimostrazioni.

Le forze israeliane da tempo hanno già sparato per uccidere contro manifestanti palestinesi a Gaza. Solo nel dicembre 2017- il mese con il più alto numero di morti dello scorso anno- a Gaza le forze israeliane hanno sparato e ucciso otto manifestanti palestinesi disarmati.

Indubbiamente l’ incremento dell’uso illegale delle armi da fuoco innalzerà il numero dei morti. Ma questo prevedibile esito appare non avere scosso gli israeliani responsabili delle decisioni riguardo alla risposta da dare alle manifestazioni a Gaza, sia in generale che in particolare nell’ impartire gli ordini che consentono di aprire il fuoco.

Inoltre, la presunzione israeliana di poter decidere le azioni dei palestinesi all’interno della Striscia di Gaza è assurda. La decisione di dove, se e come manifestare a Gaza non è Israele che la deve prendere, nè rispetto alla manifestazione di domani né in generale rispetto alla vita quotidiana.

I comunicati ufficiali israeliani non fanno alcun riferimento alle concrete motivazioni della protesta, alla situazione disastrosa di Gaza o al diritto di manifestare liberamente. Israele ha il potere di cambiare in meglio [le condizioni] di vita a Gaza, ma ha scelto di non farlo. Ha fatto di Gaza un enorme prigione, ma impedisce ai prigionieri persino di protestare contro di ciò, pena la morte.

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Hamas: il coordinamento per la sicurezza con Israele è la principale minaccia all’unità

Middle East Monitor

10 novembre 2017

Ieri Hamas ha detto che il coordinamento per la sicurezza tra l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ed Israele danneggerà gli interessi nazionali palestinesi ed influenzerà negativamente le possibilità di promuovere una riconciliazione nazionale.

In una dichiarazione ufficiale il portavoce di Hamas, Fawzi Barhoum, ha sottolineato che “Hamas è sorpreso dalla ripresa, da parte dell’ANP in Cisgiordania, del coordinamento e della cooperazione per la sicurezza con il nemico sionista, fatto che rappresenta il maggior pericolo per il popolo palestinese, la sua unità ed i suoi legittimi diritti, compreso il diritto a resistere all’occupazione.”

“Il coordinamento per la sicurezza dell’ANP pregiudica la reputazione del popolo palestinese, delle sue lotte e della sua storia”, ha aggiunto.

Barhoum ha chiamato il popolo palestinese a far pressione sull’ANP perché interrompa quelle che ha descritto come azioni “che danneggiano l’interesse nazionale”.

Ha sottolineato che l’ANP deve lavorare per assicurare che i colloqui per la riconciliazione abbiano successo e per promuovere il progetto nazionale palestinese.

Le osservazioni di Hamas sono giunte il giorno dopo che il capo della polizia dell’ANP Hazem Atallah ha comunicato che due settimane fa tutte le forze di sicurezza dell’ANP hanno completamente ristabilito la cooperazione per la sicurezza con Tel Aviv. “E’ per il nostro popolo, per la sicurezza del nostro popolo e per i diritti del nostro popolo”, ha detto.

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva interrotto il coordinamento con Israele il 21 luglio, chiedendo che (Israele) rimuovesse i metal detector che aveva installato fuori dal complesso della moschea di Al-Aqsa. Secondo un sondaggio effettuato a settembre dal Centro palestinese di ricerca politica e statistica, circa il 73% dei palestinesi appoggiava la decisione di Abbas.

Di fronte a proteste di massa in tutto il mondo ed al rifiuto dei palestinesi di passare attraverso i metal detector, due settimane dopo Israele ha smantellato le barriere ed ha comunicato che avrebbe installato misure di sicurezza meno invasive. L’agenzia di informazioni Safa [che secondo Israele è legata ad Hamas, ndt.] ha riferito che all’inizio di questa settimana la polizia israeliana ha iniziato a sistemare telecamere ai cancelli della moschea di Al-Aqsa per controllare l’ingresso e l’uscita dei palestinesi dal luogo sacro.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE A SOSTEGNO DELLE VITTIME DELLA TORTURA, ADDAMEER EVIDENZIA GLI ABUSI SISTEMATICI DA PARTE DALLE FORZE ISRAELIANE  

26/06/2017-

Nella giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, Addameer, associazione per i diritti umani dei prigionieri, afferma che i prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti continuatamente a torture fisiche e psicologiche da parte delle forze israeliane.

Le autorità d’occupazione praticano la tortura e i maltrattamenti in modo sistematico, in contrasto con il diritto internazionale, che vieta la tortura fisica e psicologica. Le Convenzioni sui diritti umani, tra cui la Convenzione contro la tortura, di cui Israele è paese firmatario, così come la quarta convenzione di Ginevra, vietano l’uso della tortura senza eccezioni.

In occasione della giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, il problema dei prigionieri palestinesi ha un’importanza speciale. Dal 1967, 73 prigionieri palestinesi sono deceduti a causa delle torture subite durante gli interrogatori. L’ultimo caso è quello di Arafat Jaradat, morto il 23 febbraio 2013 a seguito delle torture subite durante gli interrogatori. L’esperto di patologia forense, Dr. Sebnem Korur Fincanci, incaricato di indagare sul caso, è arrivato alla conclusione: “Arafat Jaradat è stato picchiato duramente la detenzione, con conseguente sindrome da Stress respiratorio acuto, che lo ha portato alla morte in carcere il 23 febbraio 2013.” [1] Nonostante questo, fino ad oggi, nessun funzionario israeliano è stato accusato per la morte di Jaradat.

I prigionieri e i detenuti palestinesi sono sottoposti a tortura e maltrattamenti fin dal momento dell’arresto, quando i soldati allo scopo di arrestarli, entrano forzatamente nelle loro case prima dell’alba, ai posti di blocco militari, sulle strade pubbliche o quando viaggiano ai posti di confine. Mentre i tempi e luoghi possono variare per quanto riguarda l’arresto dei detenuti palestinesi, la politica di aggressioni fisiche contro di loro è sistematica e praticata in modo capillare, indipendentemente dalle condizioni di salute, sesso o età.

I prigionieri palestinesi sono spesso sottoposti a tortura psicologica e fisica durante l’interrogatorio. Nel corso della detenzione, l’interrogatorio può durare fino a 75 giorni e le visite dell’avvocato possono essere negata per i primi 60 giorni. Le forme di tortura ed i maltrattamenti impiegati contro i prigionieri palestinesi comprendono: isolamento prolungato dal mondo esterno; condizioni di detenzione disumane; uso eccessivo di bende e manette; schiaffi e calci; privazione del sonno; negazione di cibo e acqua per lunghi periodi di tempo; diniego di accesso ai servizi igienici; diniego di accesso alle docce o al cambio di vestiti per giorni o settimane; esposizione a condizioni estreme di freddo o di caldo; abuso di posizioni; urla ed esposizione a rumori; insulti e imprecazioni; arresto di membri della famiglia o minacce di arrestarli;  abusi sessuali; schiaffi, calci e colpi; violento scuotimento.

Le confessioni estratte attraverso queste pratiche illegali sono quindi ammesse in tribunale. Queste politiche sono praticate in diretta violazione del diritto internazionale, tra cui l’articolo 2, paragrafo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), ratificata da Israele il 3 ottobre 1991, che richiede ad ogni stato firmatario di impedire l’uso della tortura e le pratiche associate. In questo giorno, Addameer sottolinea che ci sono 6200 prigionieri politici palestinesi che continuano a subire maltrattamenti e torture sistematiche ed intenzionali.

 Addameer si rivolge quindi al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres chiedendogli di far pressione su Israele affinché si attenga agli obblighi sanciti dal diritto internazionale, e affinché consenta ai relatori speciali delle Nazioni Unite e al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura di visitare le prigioni e i centri di detenzione – al fine di monitorare e studiare le condizioni e le accuse di tortura.

Addameer invita inoltre le Nazioni Unite e i singoli Stati contraenti ad invocare la Corte Penale Internazionale (CPI) affinché indaghi sul reato di tortura e sui maltrattamenti che sono commessi sistematicamente contro i prigionieri e i detenuti palestinesi.

 [1] Il Comitato Pubblico contro la tortura e Al-Haq, 4 aprile 2014. “L’esperto internazionale di patologia forense ha detto: il detenuto palestinese Arafat Jaradat è stato torturato, e questo ha causato la sua morte mentre era in un carcere israeliano”: ahttp://www.alhaq.org/advocacy/topics/right-to-life-and-body-integrity/794-joint-press-statement-the-public-committee-against-torture-in-israel-and-al-haq

 




Il testo della risoluzione del Consiglio di Sicurezza sulle colonie israeliane

“Le colonie israeliane non hanno alcuna validità legale, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”.

https://www.un.org/press/en/2016/sc12657.doc.htm

Il Consiglio di Sicurezza,

riconfermando le sue risoluzioni sull’argomento, comprese le 242 (1967), 338 (1973), 446 (1979), 452 (1979), 465 (1980), 476 (1980), 478 (1980), 1397 (2002), 1515 (2003 e 1850 (2008),

guidato dalle intenzioni e dai principi della Carta delle Nazioni Unite e riaffermando, tra le altre cose, l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza,

riconfermando l’obbligo di Israele, potenza occupante, di attenersi scrupolosamente ai suoi obblighi legali ed alle sue responsabilità in base alla Quarta Convenzione di Ginevra riguardanti la protezione dei civili in tempo di guerra, del 12 agosto 1949, e ricordando il parere consuntivo reso dalla Corte Internazionale di Giustizia il 9 luglio 2004,

condannando ogni misura intesa ad alterare la composizione demografica, le caratteristiche e lo status dei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme est, riguardante, tra gli altri: la costruzione ed espansione di colonie, il trasferimento di coloni israeliani, la confisca di terre, la demolizione di case e lo spostamento di civili palestinesi, in violazione delle leggi umanitarie internazionali e importanti risoluzioni,

esprimendo grave preoccupazione per il fatto che le continue attività di colonizzazione israeliane stanno mettendo pericolosamente in pericolo la possibilità di una soluzione dei due Stati in base ai confini del 1967,

ricordando gli obblighi in base alla Roadmap del Quartetto, appoggiata dalla sua risoluzione 1515 (2003), per il congelamento da parte di Israele di tutte le attività di colonizzazione, compresa la “crescita naturale”, e lo smantellamento di tutti gli avamposti dei coloni costruiti dal marzo 2001,

ricordando anche l’obbligo, in base alla Roadmap del Quartetto, delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese di mantenere operazioni concrete intese a prendere misure contro tutti coloro che sono impegnati in azioni terroristiche e a smantellare gli strumenti terroristici, compresa la confisca di armi illegali,

condannando ogni atto di violenza contro i civili, comprese le azioni terroristiche, così come ogni atto di provocazione, incitamento e distruzione,

riprendendo la propria visione di una regione in cui due Stati democratici, Israele e Palestina, vivano uno di fianco all’altro in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute,

sottolineando che lo status quo non è accettabile e che passi significativi, coerenti con la transizione prevista nei precedenti accordi, sono urgentemente necessari per (i) stabilizzare la situazione e ribaltare le tendenze negative sul terreno, che stanno costantemente erodendo la soluzione dei due Stati e rafforzando una realtà dello Stato unico, e (ii) creare le condizioni di efficaci negoziati sullo status definitivo e per il progresso della soluzione dei due Stati attraverso questi negoziati e sul terreno,

1. Riafferma che la costituzione da parte di Israele di colonie nel territorio palestinese occupato dal 1967, compresa Gerusalemme est, non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale e un gravissimo ostacolo per il raggiungimento di una soluzione dei due Stati e di una pace, definitiva e complessiva;

2. insiste con la richiesta che Israele interrompa immediatamente e completamente ogni attività di colonizzazione nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, e che rispetti totalmente tutti i propri obblighi a questo proposito;

3. ribadisce che non riconoscerà alcuna modifica dei confini del 1967, comprese quelle riguardanti Gerusalemme, se non quelle concordate dalle parti con i negoziati;

4. sottolinea che la cessazione di ogni attività di colonizzazione da parte di Israele è indispendabile per salvaguardare la soluzione dei due Stati e invoca che vengano intrapresi immediatamente passi positivi per invertire le tendenze in senso opposto sul terreno che stanno impedendo la soluzione dei due Stati;

5. chiede a tutti gli Stati, tenendo presente il paragrafo 1 di questa risoluzione, di distinguere, nei loro contatti importanti, tra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati dal 1967;

6. Chiede passi immediati per evitare ogni atto di violenza contro i civili, compresi atti di terrorismo, così come ogni azione di provocazione e distruzione, chiede che a questo proposito i responsabili vengano chiamati a risponderne, e invoca il rispetto degli obblighi in base alle leggi internazionali per rafforzare i continui sforzi di combattere il terrorismo, anche attraverso l’attuale coordinamento per la sicurezza, e la condanna esplicita di ogni atto di terrorismo;

7. Chiede ad entrambe le parti di agire sulla base delle leggi internazionali, comprese le leggi umanitarie internazionali, e dei precedenti accordi ed obblighi, di mantenere la calma e la moderazione e di evitare azioni di provocazione, di incitamento e di retorica incendiaria, con il proposito, tra le altre cose, di attenuare l’aggravamento della situazione sul terreno, di ricostituire la fiducia, dimostrando attraverso politiche e azioni concrete un effettivo impegno a favore della soluzione dei due Stati, creando le condizioni necessarie alla promozione della pace;

8. chiede alle parti di continuare, nell’interesse della promozione della pace e della sicurezza, di esercitare sforzi congiunti per lanciare negoziati credibili sulle questioni riguardanti lo status finale nel processo di pace del Medio Oriente e nei tempi definiti dal Quartetto nella sua dichiarazione del 21 settembre 2010;

9. Invita a questo proposito ad intensificare ed accelerare gli sforzi e il sostegno ai tentativi diplomatici internazionali e regionali che intendono raggiungere senza ulteriori ritardi una pace complessiva, giusta e definitiva in Medio Oriente sulla base delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, dei parametri di Madrid, compreso il principio di terra in cambio di pace, dell’iniziativa araba di pace e della Roadmap del Quartetto e una fine dell’occupazione israeliana iniziata nel 1967; sottolinea a questo proposito l’importanza dei continui sforzi di promuovere l’iniziativa di pace araba, della Francia per la convocazione di una conferenza di pace internazionale, i recenti tentativi del Quartetto, così come quelli dell’Egitto e della Federazione Russa;

10. Conferma la propria determinazione ad appoggiare le parti attraverso i negoziati e nella messa in pratica di un accordo;

11. Riafferma la propria determinazione ad esaminare mezzi e modi per garantire la completa applicazione delle sue risoluzioni a questo proposito;

12. Chiede al segretario generale di informare il Consiglio ogni tre mesi sull’attuazione delle decisioni della presente risoluzione;

13. Decide di seguire attivamente la questione.

(Traduzione di Amedeo Rossi)




Testo integrale della risoluzione UNESCO sulla Palestina occupata

Traduzione da http://www.globalist.it/world/articolo/207146/unesco-ecco-il-testo-integrale-della-risoluzione-quot-palestina-occupata-quot.html [con alcune modifiche e correzione dei refusi da parte dei redattori di Zeitun].

Testo originale : http://unesdoc.unesco.org/images/0024/002462/246215e.pdf

Di seguito il testo della risoluzione “Palestina Occupata”, approvata dalla commissione dell’Unesco con 24 voti favorevoli, 6 contrari e 26 astensioni

Voti a favore: Algeria, Bangladesh, Brasile, Chad, Cina, Repubblica Domenicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Marocco, Mauritius, Messico, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa, Sudan e Vietnam.

Voti contrari: Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti.

Astenuti: Albania, Argentina, Cameron, El Salvador, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Haiti, India, Italia, Costa d’Avorio, Giappone, Kenya, Nepal, Paraguay, Saint Vincent e Nevis, Slovenia, Korea del Sud, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Togo, Trinidad e Tobago, Uganda e Ucraina.

Assenti: Serbia e Turkmenistan.

Comitato Esecutivo

Sessione n. 200

Commissione programma e relazioni esterne (PX)

Oggetto 25: PALESTINA OCCUPATA

Discussione

Proposta da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

IA Gerusalemme

Il comitato esecutivo,

  1. 1. Avendo esaminato il documento 200EX/25,

  1. 2. Richiamandosi alle quattro disposizioni della convenzione di Ginevra (1949) ed ai relativi protocolli (1977), alle regolamentazioni del Tribunale dell’Aia in territori di guerra, alla convenzione dell’Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954) ed ai relativi protocolli, alla Convenzione sui mezzi per proibire ed impedire l’importazione, l’esportazione ed il trasferimento illegale di beni culturali (1970) e alla Convenzione per la protezione del Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale (1972), all’inserimento della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura tra i siti Patrimonio Culturale dell’Umanità (1972) e tra i siti del Patrimonio a Rischio (1982), oltre che alle raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale, così come alle risoluzioni e decisioni dell’UNESCO in riferimento a Gerusalemme, richiamandosi anche alle precedenti risoluzioni UNESCO in materia di ricostruzione e sviluppo di Gaza ed alle risoluzioni UNESCO relative ai siti palestinesi di Al-Kahlil/Hebron e Betlemme,

  1. 3, Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme,

  1. 4, Condanna fermamente il rifiuto di Israele di implementare le precedenti decisioni UNESCO riguardanti Gerusalemme, in particolare il punto 185 EX/Ris. 14, sottolineando come non sia stata rispettata la propria richiesta al Direttore Generale di nominare, il prima possibile, un rappresentate permanente di stanza a Gerusalemme Est per riferire regolarmente quanto riguarda ogni aspetto di competenza UNESCO, né lo siano state le reiterate richieste successive in tal senso;

  1. 5. Condanna fortemente il mancato rispetto da parte di Israele, potenza occupante, della cessazione dei continui scavi e lavori a Gerusalemme Est ed in particolare all’interno e nei dintorni della Città Vecchia, e rinnova la richiesta ad Israele, la potenza occupante, di proibire tutti questi lavori in base ai propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO;

  1. 6. Ringrazia il Direttore Generale per gli sforzi compiuti nel cercare di rendere effettive le precedenti risoluzioni UNESCO per Gerusalemme e nel cercare di mantenere e rinnovare tali sforzi;

IB Al-Aqsa Mosque/Al-Ḥaram Al-Sharif e dintorni

IB1 Al-Aqsa Mosque/Al-Ḥaram Al-Sharif

  1. 7. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di ripristinare lo status quo precedente al settembre 2000, in base al quale il dipartimento giordano “Awqaf ” (Fondazione religiosa) esercitava senza impedimenti autorità esclusiva sulla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif ed il cui mandato si estendeva a tutte le questioni riguardanti l’amministrazione della moschea Al- Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, inclusi il mantenimento, il restauro e la regolamentazione degli accessi;

  1. 8. Condanna fortemente le sempre maggiori aggresioni israeliane e le misure illegali nei confronti dell’ Awqaf e del suo personale, e nei confronti della libertà di culto e dell’accesso dei musulmani alla loro moschea santa Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di rispettare lo status quo storico e di porre fine immediatamente a dette misure;

  1. 9. Deplora fermamente le continue irruzioni di estremisti israeliani di destra e delle forze armate alla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a mettere in atto le misure necessarie a prevenire violazioni provocatorie che non rispettino la santità e l’integrità della Moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif;

  1. 10. Denuncia fermamente le continue aggressioni israeliane nei confronti dei civili, tra cui figure religiose e sacerdoti islamici, denuncia l’ingresso con la forza nelle varie moschee ed edifici storici del complesso Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif da parte di funzionari israeliani, compresi quelli delle cosiddette “Antichità Israeliane” [IAA, l’autorità israeliana delle antichità, che dipende dal ministero della Cultura. Ndtr], l’arresto ed il ferimento di musulmani in preghiera e di guardie dell’Awqaf, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a queste aggressioni ed agli abusi che alimentano le tensioni sul terreno e tra le religioni;

  1. 11. Disapprova le limitazioni imposte da Israele all’accesso alla Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif durante l’Eid Al-Adha del 2015 e le conseguenti violenze, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di cessare ogni sorta di abusi contro la Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

  1. 12. Condanna fermamente il rifiuto di Israele di concedere visti agli esperti UNESCO incaricati del progetto UNESCO presso il “Centro per i Manoscritti Islamici” di Al-Aqsa /Al-Ḥaram Al-Sharif, e chiede ad Israele di concedere il visto agli esperti UNESCO senza alcuna restrizione;

  1. 13. Condanna i danni provocati dalle forze di sicurezza israeliane, specialmente a partire dall’agosto 2015, alle porte e finestre della Moschea al-Qibli all’interno del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e a tale proposito riafferma l’obbligo da parte di Israele di rispettare l’integrità, l’autenticità ed il patrimonio culturale della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, come stabilito dallo status quo tradizionale, in quanto sito islamico di preghiera e parte del patrimonio culturale mondiale;

  1. 14. Esprime la propria profonda preoccupazione per il blocco israeliano ed il divieto di ristrutturare l’edificio della porta di “Al-Rahma”, una delle porte della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a riaprire tale porta e porre fine agli ostacoli posti per la realizzazione dei necessari lavori di restauro, per poter riparare i danni apportati dalle condizioni meteorologiche, specialmente dalle infiltrazioni d’acqua all’interno delle stanze dell’edificio.

  1. 15. Chiede inoltre ad Israele, la potenza occupante, di consentire la messa in opera immediata di tutti i 18 progetti hashemiti [del re di Giordania. Ndtr.] di ristrutturazione di Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

  1. 16. Deplora la decisione israeliana di costruire una funivia a doppio cavo a Gerusalemme Est ed il cosiddetto progetto “Liba House” nella Città Vecchia, cosi come la costruzione del cosiddetto “Kedem Center”, un centro per visitatori nei pressi del lato sud della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, la costruzione dell’edificio “Strauss” ed il progetto di un ascensore nella Piazza Al-Buraq “Plaza del Muro occidentale”, e invita Israele, la potenza occupante, a rinunciare ai progetti sopra citati e a fermare i lavori in conformità con i propri obblighi in base alle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO;

IB2 La salita alla scalinata “Mughrabi” nella moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif

  1. 17. Ribadisce che la scalinata “Mughrabi” è parte integrante ed inseparabile del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

  1. 18. Prende atto del sedicesimo verbale di monitoraggio e di tutti i verbali precedenti, insieme alle relative aggiunte preparate dal World Heritage Center, e dei verbali sullo stato di conservazione inoltrati al World Heritage Center dal regno di Giordania e dallo Stato di Palestina;

1. 19. Deplora le continue misure e decisioni unilaterali da parte israeliana in merito alla scalinata, inclusi gli ultimi lavori realizzati alla porta “Mughrabi” nel febbraio 2015, l’installazione di una copertura all’entrata e la creazione di una tribuna di preghiera ebraica a sud della scalinata nella piazza “Al-Buraq, o “piazza del Muro occidentale”, e la rimozione dei resti islamici del sito, e riafferma che nessuna misura unilaterale israeliana dovrà essere presa, conformemente al proprio status e agli obblighi derivanti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati.

  1. 20. Esprime inoltre la propria forte preoccupazione riguardo alla demolizione illegale di resti omayyadi, ottomani e mamelucchi, così come per altri lavori e scavi intrusivi attorno al percorso della porta “Mughrabi” e inoltre chiede ad Israele, la potenza occupante, di fermare tali demolizioni, scavi e lavori e di attenersi ai propri obblighi in base alle disposizioni dell’UNESCO menzionate nel paragrafo precedente;

  1. 21. Rinnova i propri ringraziamenti alla Giordania per la sua cooperazione e sollecita Israele, la potenza occupante, a cooperare con il servizio giordano dell'”Awqaf”, in conformità con gli obblighi imposti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati, e di agevolare l’accesso al sito da parte degli esperti giordani con i propri strumenti e materiali per permettere l’esecuzione del progetto giordano per la scalinata della porta “Mughrabi” in base alle disposizioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale”, in particolare del 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4 and 39 COM/7A.27;

  1. 22. Ringrazia il direttore generale per l’attenzione riservata alla delicata situazione in oggetto, e le chiede di intraprendere le adeguate misure per permettere la messa in pratica del progetto giordano;

IC Missione di monitoraggio attivo dell’UNESCO nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura ed incontro degli esperti UNESCO in merito alla scalinata “Mughrabi” 

  1. 23. Sottolinea ancora una volta l’urgenza della messa in pratica della missione di monitoraggio attivo nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;

  1. 24. A questo proposito ricorda la disposizione 196 EX/Dec. 26 che ha deciso, in caso di mancata realizzazione, di prendere in considerazione altri mezzi per garantirne la messa in pratica in conformità con le leggi internazionali;

  1. 25. Sottolinea con forte preoccupazione che Israele, la potenza occupante, non ha rispettato nessuna delle 12 risoluzioni del comitato esecutivo né le 6 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , che richiedono la realizzazione della missione di monitoraggio nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura.

  1. 26. Segnala il continuo rifiuto da parte di Israele di agire in accordo con le decisioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” che chiedono un incontro con gli esperti UNESCO in merito alla missione di monitoraggio della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;

  1. 27. Invita il Direttore Generale ad intraprendere le misure necessarie per mettere in pratica il succitato monitoraggio in base alla disposizione 34 COM/7A.20 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , prima della prossima riunione del comitato esecutivo, ed invita tutte le parti in causa ad adoperarsi per agevolare la missione e l’incontro con gli esperti;

  1. 28. Chiede che il verbale e le raccomandazioni evidenziate dalla missione di monitoraggio ed il verbale dell’incontro tecnico riguardante la scalintata “Mughrabi” siano presentati a tutte le parti coinvolte;

  1. 29. Ringrazia il direttore generale per i continui sforzi a sostegno della succitata missione di monitoraggio congiunto dell’UNESCO e delle decisioni e risoluzioni dell’UNESCO in merito;

II RICOSTRUZIONE E SVILUPPO DI GAZA

  1. 30. Condanna gli scontri militari all’interno ed intorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili da essi provocati, compresi l’uccisione ed il ferimento di migliaia di civili palestinesi, tra cui bambini, ed il continuo impatto negativo nel campo di competenza dell’ UNESCO, gli attacchi contro scuole ed altri edifici culturali ed educativi, incluse le trasgressioni all’inviolabilità delle scuole dell’ “United Nations Relief” [UNRRA, organizzazione ONU per il soccorso alle popolazioni vittime di conflitti. Ndtr.] e della “Works Agency for Palestine Refugees” in Medio Oriente (UNRWA) [organizzazione dell’ONU che si occupa dei profughi palestinesi. Ndtr.];

  1. 31. Condanna fortemente il continuo blocco israeliano della Striscia di Gaza, che condiziona pesantemente il libero flusso di personale e degli aiuti umanitari, così come l’intollerabile numero di vittime tra i bambini palestinesi, gli attacchi alle scuole e ad altri edifici educativi e culturali, e la negazione del diritto all’istruzione, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre immediatamente fine al blocco;

  1. 32. Rinnova la richiesta al direttore generale di ripristinare, il prima possibile, la presenza dell’UNESCO a Gaza per poter assicurare la rapida ricostruzione di scuole, università, siti culturali, istituzioni, centri di comunicazione e luoghi di culto che sono stati distrutti o danneggiati nelle successive guerre contro Gaza;

  1. 33. Ringrazia il direttore generale per l’incontro informativo tenutosi nel marzo 2015 sull’attuale situazione a Gaza riguardo alle competenze dell’UNESCO e per il risultato dei progetti condotti dall’UNESCO nella Striscia di Gaza-Palestina, e la invita ad organizzare, al più presto, un nuovo incontro informativo sulle stesse questioni;

  1. 34. Ringrazia inoltre il direttore generale per le iniziative che sono già state portate avanti a Gaza nel campo dell’educazione, della cultura, dei giovani e per la sicurezza dei reporter, ed auspica che continui il coinvolgimento attivo nella ricostruzione dei siti culturali ed educativi di Gaza;

III I DUE SITI PALESTINESI DI AL-ḤARAM AL IBRĀHĪMĪ/TOMBA DEI PATRIARCHI AD AL-KHALĪL/HEBRON E DELLA MOSCHEA BILĀL IBN RABĀḤ /TOMBA DI RACHELE A BETLEMME

  1. 35. Riafferma che i due siti in oggetto, situati ad Al-Khalil/Hebron ed a Betlemme sono parte integrante della Palestina;

  1. 36. Condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono importanti dal punto di vista religioso per ebraismo, cristianesimo e islam;

  1. 37. Disapprova fortemente l’attuale prosecuzione di scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni da parte di Israele e di un muro di separazione all’interno della  città vecchia di Al-Khalil/Hebron, che danneggia l’integrità del sito, e condanna il conseguente impedimento alla liberta di movimento e di accesso a luoghi di preghiera. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a tali violazioni in base alle disposizioni delle importanti convenzioni, decisioni e risoluzioni dell’UNESCO.

  1. 38. Deplora profondamente il nuovo ciclo di violenza, iniziato nell’ottobre 2015, nel contesto di una costante aggressione da parte dei coloni israeliani e di altri gruppi estremisti verso i residenti palestinesi, inclusi studenti, e chiede ad Israele di impedire tali aggressioni;

  1. 39. Denuncia l’impatto visivo del muro di separazione nel sito della Moschea Bilal Ibn Rabaḥ Mosque/Tomba di Rachele a Betlemme, così come l’assoluto divieto di accesso per i fedeli cristiani e musulmani palestinesi al sito, e chiede alle autorità israeliane di riportare il paesaggio all’aspetto originale e rimuovere il divieto di accesso;

  1. 40. Condanna decisamente il rifiuto da parte di Israele di dare compimento alla disposizione 185 EX/Dec. 15, che impone ad Israele di rimuovere i due siti palestinesi dal proprio patrimonio nazionale e chiede alle autorità israeliane di agire in base a tale decisione;

IV

  1. 41. Decide di includere questi argomenti di discussione sotto il titolo di “Palestina Occupata” nell’agenda della 201° sessione, ed invita il direttore generale a sottoporre ad essa un rapporto aggiornato sulla situazione a riguardo.