Israele garantisce l’impunità a coloni e soldati, e una famiglia palestinese viene uccisa a colpi d’arma da fuoco

Editoriale di Haaretz

16 marzo 2026 Haaretz

La responsabilità dell’uccisione della famiglia Bani Odeh a Tammun, nella parte settentrionale della valle del Giordano, avvenuta nella notte tra sabato e domenica ricade sull’alto comando delle Forze di Difesa Israeliane, sulla Polizia israeliana e sul governo israeliano. Le scuse non servono a nulla: senza alcuna giustificazione, un’unità in borghese della Polizia di Frontiera in Cisgiordania ha sparato contro un’auto che semplicemente trasportava un padre, una madre e quattro figli di ritorno a casa. I soldati non erano in pericolo e, anche se l’avessero percepito, nulla può giustificare la pesante e indiscriminata sparatoria.

L’unità in borghese è entrata nel villaggio a bordo di un’auto con targa palestinese mentre la famiglia stava tornando da una spesa a Nablus, in vista del Ramadan. Secondo i testimoni oculari, le truppe hanno aperto il fuoco contro di loro. I primi a essere colpiti sono stati Othman di 7 anni, che a quanto pare aveva bisogno di cure speciali ed era cieco, e Mohammed di 5 anni, seguiti dai genitori, Ali Khaled Bani Odeh di 37 anni, e Waad Othman Bani Odeh di 35. Un terzo bambino, Khaled, di 11 anni, sopravvissuto all’attacco, ha raccontato che dopo la sparatoria un soldato lo ha tirato fuori dall’auto, lo ha picchiato e gli ha detto: “Abbiamo ucciso dei cani”.

Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha dichiarato che il veicolo “ha accelerato in direzione delle truppe” e che l’unità “si è sentita in pericolo”. Un parente ha commentato: “Un padre, una madre e quattro figli. Chi mai accelererebbe? Questo è un omicidio a sangue freddo”.

La vita dei palestinesi in Cisgiordania è diventata un bene di scarso valore, sia per i coloni in uniforme o anche in abiti civili, sia per l’esercito. Né la polizia né l’esercito, che a volte si oppone alla violenza e a volte vi partecipa, possono chiamarsene fuori.

Tutto ciò avviene sotto la guida del Capo del Comando Centrale Avi Bluth che ha intrapreso una politica sconsiderata in Cisgiordania, con un Capo di Stato Maggiore che non fa nulla per fermarla e un Ministro della Sicurezza Nazionale assetato di sangue.

La situazione è peggiorata nelle ultime settimane. All’incendio di case e terreni agricoli, all’abbattimento di alberi e agli attacchi con bastoni si è aggiunto l’uso di armi da fuoco. Sabato i coloni hanno ucciso un abitante del villaggio di Qusra. La settimana scorsa tre palestinesi sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco a Khirbet Abu Falah, mentre un abitante di Wadi al-Rahim è stato ucciso sempre a colpi di arma da fuoco da un colono in uniforme militare. Una settimana prima un colono riservista aveva ucciso due abitanti a Qaryout. E tre settimane fa, un giovane abitante di Mukhmas è stato picchiato e ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre le truppe dell’IDF si trovavano nella zona.

Questi atti non rappresentano un’eccezione, ma sono il risultato di politiche che permettono a coloni e soldati di agire indisturbati e di colpire palestinesi innocenti. L’unità degli affari interni della polizia ha aperto un’indagine, ma quando la norma è che nessuno venga perseguito e l’esercito si rifiuta di assumersene la responsabilità le uccisioni non faranno che aumentare. Dal punto di vista del governo guidato da Benjamin Netanyahu, ideatore del “Piano Decisivo”, da Bezalel Smotrich, dallo sconsiderato Ministro della Difesa Israel Katz e dal Ministro della Sicurezza Nazionale kahanista [fanatico religioso, ndt.] Itamar Ben-Gvir, le uccisioni fanno parte di un piano volto ad annettere la Cisgiordania ed espellere la sua popolazione palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Editoriale | Gli abitanti arabo-israeliani di Tarabin sono vittime della campagna di Ben-Gvir

Editoriale Haaretz

6 gennaio 2026, Haaretz

L’operazione di pubbliche relazioni nel Negev condotta dal Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha fatto la sua prima vittima. Mohammed Hussein Tarabin, 35 anni, padre di sette figli, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un poliziotto di un’unità speciale.

La polizia ha rapidamente fornito un briefing, affermando che Tarabin “metteva in pericolo le forze di polizia”, ​​giustificando così il suo assassinio. Ben-Gvir si è affrettato a sostenere l’omicidio, così come il capo della polizia.

Tuttavia, il quadro che emerge è che, nel migliore dei casi, si è trattato di un uso inutile-ingiustificato di armi da fuoco, con il sospetto di illeciti penali nel peggiore.

Tarabin è stato colpito all’interno della sua casa, nonostante non costituisse un pericolo per le forze di polizia e non fosse armato. In realtà, l’unica cosa che ha fatto di sbagliato è stata aprire la porta agli agenti di polizia che si stavano introducendo in casa sua. Tarabin avrebbe dovuto essere arrestato con l’accusa di essere coinvolto nell’incendio di auto, ma era solo un sospettato. Per la polizia, questo è stato sufficiente a renderlo un potenziale bersaglio. È stato sufficiente per sparargli mentre apriva la porta.

Tarabin è stato colpito a distanza ravvicinata, un proiettile al petto. Se fosse stato un cittadino ebreo, si sarebbe scatenato l’inferno. Ma Tarabin era un cittadino arabo, sospettato di illeciti, quindi la presunzione di innocenza fino a prova contraria a lui non si applicava. L’uccisione di Tarabin ricorda la tragica morte di Yakub Abu al-Kiyan nel 2017. Anche allora, la polizia si precipitò a sostenere gli agenti coinvolti nell’incidente, finché non si scoprì che la sparatoria era ingiustificata.

Passarono anni prima che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu si scusasse per quel grave incidente, e anche allora, lo fece solo per attaccare le forze dell’ordine.

Questa volta non c’è nessuno nel governo che oserà dire nulla.

La sparatoria nel villaggio di Tarabin al-Sana rappresenta un nuovo apice nella trasformazione delle comunità del Negev in obiettivi fortificati. Invece di occuparsi dei criminali la polizia impone sanzioni e restrizioni a un’intera comunità, trasformandone la vita in un inferno. Blocchi di cemento, elicotteri, droni, forze speciali e la Guardia Nazionale: tutto questo ha lo scopo di rendere intollerabile la vita degli abitanti arabi del Negev.

Finora i risultati di questa campagna sono stati un fallimento. Una pistola è stata sequestrata e quasi tutti gli arrestati sono stati rilasciati poco dopo. L’unico a trarre vantaggio da questo incidente è Ben-Gvir. La sofferenza dei cittadini arabi israeliani risuona sui social media e accresce la sua popolarità tra le persone di estrema destra.

Considerate le imminenti elezioni e il fatto che nessuno nella polizia sia pronto a opporsi a lui, sembra che i cittadini arabi israeliani continueranno a soffrire per mano di una polizia che si è sottomessa a un kahanista criminale ed estremista.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato in Israele sulle edizioni del quotidiano in Ebraico e in Inglese.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il governo israeliano del 7 ottobre si limiterà al fatto che non c’è che da rimproverare l’esercito per gli attacchi

Editoriale di Haaretz

26 novembre 2025 – Haaretz

Il governo israeliano, sotto il cui mandato è avvenuto il massacro del 7 ottobre, è determinato a imputarne la colpa esclusivamente all’esercito. Questo è il suo obiettivo e ogni mezzo è considerato valido per raggiungerlo: minare la fiducia dell’opinione pubblica nell’IDF [esercito israeliano, ndt.], politicizzare la nomina di alti gradi e screditare pubblicamente il capo di stato maggiore Eyal Zamir [nominato da Netanyahu per continuare la guerra a Gaza, ndt.].

Il governo preferisce nascondere la verità piuttosto che prendersi le sue responsabilità per gli errori di quanti hanno guidato Israele per anni – 14 anni (meno uno) nel caso del primo ministro Benjamin Netanyahu – portandolo al disastro.

Il governo si rifiuta di fare la cosa ovvia: istituire una commissione d’inchiesta pubblica. Al contrario l’esercito ha già indagato su sé stesso. “L’IDF è l’unica istituzione del Paese che ha accuratamente esaminato i propri errori e se n’è preso la responsabilità,” ha scritto Zamir. Da questo punto di vista l’indagine dell’esercito non sostituisce una commissione d’inchiesta pubblica, ma è nondimeno un processo serio e credibile. Questo è precisamente ciò che lo rende pericoloso agli occhi del governo, che intende controllare le conclusioni delle indagini.

In questo contesto lo scontro tra il ministro della Difesa Israel Katz e Zamir diventa più chiaro. Zamir ha avvertito che bloccare nomine nell’esercito “danneggia la capacità dell’IDF e la sua adeguatezza alle prossime sfide.” Katz ha risposto in modo arrogante, affermando: “Il capo di stato maggiore sa molto bene di essere subordinato al primo ministro, al ministro della Difesa e al governo di Israele.”

Il messaggio sottinteso è un appello ai seguaci di Bibi [Netanyahu] perché etichettino Zamir come uno che minaccia lui e il suo governo.

Zamir ha anche rivelato di aver saputo solo dai media che Katz ha intenzione di rivedere il rapporto investigativo sul 7 ottobre stilato dalla Commissione Turgeman dell’esercito. Il rapporto è stato redatto da 12 tra generali maggiori e di brigata in sette mesi ed è stato presentato al ministro della Difesa in persona.

“La decisione di sollevare dubbi sul rapporto… è sconcertante,” ha scritto giustamente Zamir. Evidenziando quello che ha visto come un tentativo politico di scavalcare il lavoro di esperti, ha aggiunto: “Una revisione alternativa di 30 giorni da parte dell’ispettore dell’establishment della difesa, con il dovuto rispetto, non è seria.”

Il conflitto tra Katz e Zamir non è puramente personale, è parte di un più complessivo tentativo di prendere il controllo del sistema della difesa. Katz agisce per lo più per interposta persona, più preoccupato della sua posizione nelle primarie del Likud [il partito di Netanyahu e suo, ndt.] che del futuro di Israele o dell’IDF. La provocazione contro Zamir arriva direttamente dalla famiglia di Netanyahu. Il primo ministro cerca di fare all’IDF quello che il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sta facendo alla polizia.

Questa situazione pericolosa sposta la responsabilità sull’opinione pubblica. Di fronte ai tentativi del governo di autoassolversi dalle sue responsabilità storiche e di concentrare l’attenzione solo sull’esercito – benché tutti gli alti gradi della Difesa si siano presi le proprie responsabilità e si siano dimessi e l’esercito continui a indagare su sé stesso – l’opinione pubblica deve comprendere quale parte appoggiare e quale deve difendere.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Troppe persone sono complici del vergognoso trattamento dei palestinesi nelle carceri israeliane

7 luglio 2025, Haaretz

Il quadro che emerge dalla prigione di Megiddo è davvero terrificante. Un ragazzo di 16 anni che è stato scarcerato era così sottopeso da essere in pericolo di vita, e aveva lesioni da scabbia su tutto il corpo. Questo è successo poco dopo che un ragazzo di 17 anni è morto a Megiddo, con il sospetto che la causa del decesso sia stato il grave stato di malnutrizione.

Un’indagine della giornalista di Haaretz Hagar Sheraf ha messo in luce che entrambi questi casi che coinvolgono minorenni sono parte di un quadro sistemico di inedia, malattie, violenze e incuria sanitaria nei confronti di detenuti e prigionieri palestinesi a Megiddo sotto la responsabilità del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir.

Ma la responsabilità non è solo di Ben-Gvir. Il commissario del Servizio Carcerario Israeliano e i direttori delle carceri mettono in pratica le sadiche direttive di Ben-Gvir. È sotto il loro controllo che ai prigionieri vengono serviti pasti insufficienti e di pessima qualità. È nelle prigioni sotto il loro comando che i prigionieri non ricevono abiti e lenzuola pulite, e sono i prigionieri di cui loro sono responsabili che sono malati e non ricevono cure. E sono sempre loro che permettono che i prigionieri siano sottoposti a violenze quotidiane.

Questa politica crudele è sotto gli occhi di tutti. Anzi, Ben-Gvir se ne vanta. Alcuni gruppi di difensori dei diritti umani stanno cercando di portare alcuni di questi casi all’Alta Corte di Giustizia, ma la Corte sta permettendo questa vergogna perché non si affretta a intervenire. In pratica, secondo le testimonianze pubblicate nel rapporto, perfino i pasti insufficienti che il servizio carcerario dice di fornire non vengono di fatto somministrati ai detenuti, che perdono peso mentre la loro salute si deteriora.

La prigione di Megiddo è forse una delle peggiori, ma non certo l’unica. Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, dall’inizio della guerra 73 prigionieri e detenuti palestinesi sono morti in carcere e nelle strutture di detenzione militari. Il più alto numero di decessi è avvenuto presso la prigione di Ketziot. Un ex detenuto, un residente del Negev che è diventato portavoce dei prigionieri appartenenti ad Hamas, ha descritto nei particolari la situazione nella prigione di Ketziot: pugni in faccia e pasti inadeguati, spesso non cotti a sufficienza, sono la realtà quotidiana anche lì.

Tali condizioni sono inaccettabili, chiunque siano i detenuti. Sfortunatamente troppe persone sono complici di questa condotta vergognosa senza doverne rispondere di fronte alla legge. Anche i sistemi che dovrebbero controllarle hanno paura, permettendo che la situazione si perpetui.

La responsabilità non è solo di Ben-Gvir, del capo del servizio carcerario Kobi Yaakobi e di Meweed Sbeiti e Yaakov Oshri, rispettivamente attuale e precedente direttore di Megiddo. Anche i giudici della Corte Suprema e qualsiasi altro giudice israeliano che riceve ripetuti reclami da parte dei prigionieri e non fa nulla sono ugualmente responsabili.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Editoriale Haaretz. La libertà di stampa in Israele è sotto attacco con il pretesto della guerra con l’Iran

Editoriale Haaretz

23 giugno 2025 Haaretz

Dietro al pretesto della guerra anche la libertà di stampa in Israele è sotto attacco. Lunedì Haaretz ha riferito che il consulente legale della polizia ha inviato ai dirigenti nuove direttive che danno loro il potere di arrestare e anche imprigionare giornalisti, se ritengono che questi stiano documentando la posizione di lanci di missili “vicini o interni a siti di difesa strategica.”

Ma le indicazioni non si riferiscono solo a strutture segrete. Come attestato dal documento, esse sono anche, “in determinati casi, soggette a discrezionalità individuale” – cioè alla personale interpretazione –di ogni singolo agente di polizia, di qualunque grado.

Sono direttive draconiane. E’ sufficiente per un agente il timore che il sito in questione sia “sensibile”, anche se non lo è, per esercitare ampi poteri contro i giornalisti – dal fermarli per interrogarli al sospettarli di gravi reati contro la sicurezza.

Col pretesto di tutelare la sicurezza nazionale è stato in tal modo dato semaforo verde all’uso della forza arbitraria contro i giornalisti. Il sindacato dei giornalisti di Israele ha giustamente definito le nuove direttive “l’ultimo chiodo sul feretro della libertà di stampa in Israele” e ha richiesto che il capo della polizia Danny Levy le revocasse immediatamente.

Queste direttive non sono spuntate dal nulla. Precedentemente il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e il Ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi hanno cercato di richiedere ai media esteri di ottenere l’approvazione preventiva da parte della censura militare per pubblicare fotografie della scena dello schianto di un missile.

Questa iniziativa non ha alcuna base legale, ma è stata temporaneamente bloccata solo grazie all’intervento della procuratrice generale Gali Baharav-Miara. Tuttavia, dato il ritmo dei recenti eventi e con l’incalzare dei tamburi di guerra, sembra che sia solo questione di tempo perchè anche lei venga destituita, insieme a chiunque altro si azzardi a frenare l’incontenibile impulso di potere di questo governo in nome della “sicurezza nazionale”.

Dall’inizio della guerra i giornalisti esteri, soprattutto dei media arabi, hanno riferito di un trattamento ostile da parte della polizia, compreso il divieto di accedere a determinati luoghi. Ben-Gvir ha addirittura chiesto che il capo del servizio di sicurezza Shin Bet prendesse iniziative contro i media che, secondo lui, “mettono a rischio la sicurezza nazionale” attraverso i loro reportage.

Anche le milizie semiufficiali che Ben-Gvir ha alimentato non hanno abbassato la guardia. Domenica uno squadrone della sicurezza locale guidato dal rapper di destra noto come ‘l’ombra’ (Yoav Eliassi) ha eretto una barricata sul luogo di un attacco missilistico a Tel Aviv ed ha fermato violentemente dei giornalisti stranieri.

Solo un intervento del portavoce del distretto di polizia di Tel Aviv ha permesso ai giornalisti di accedere al sito. In seguito la polizia ha detto di aver “chiarito le direttive” e che gli squadroni di sicurezza erano stati avvertiti di non interagire con i giornalisti.

La guerra è un tempo difficile quando si tratta di diritti civili. Ma quando è condotta sullo sfondo di un tentato colpo di stato che è stato temporaneamente bloccato in seguito all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 la minaccia alla democrazia è raddoppiata. La procuratrice generale, le organizzazioni della società civile, gli stessi media e l’opposizione politica – se si ricorda ancora di esserlo – devono stare in guardia.

Il presente articolo è l’editoriale di apertura di Haaretz, come pubblicato sui giornali in ebraico e in inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Paura, censura e repressione tengono gli israeliani all’oscuro su Gaza

Editoriale di Haaretz

12 maggio 2025 – Haaretz

L’indifferenza dell’opinione pubblica [israeliana, ndt.] verso ciò che Israele sta facendo nella Striscia di Gaza non è solo il risultato di una mancanza di attenzione, ma anche della guerra che Israele sta conducendo contro la possibilità di sapere.

Israele sta nascondendo le immagini delle distruzioni, dei bambini feriti, delle donne morte, della portata della carneficina, della fame, delle malattie, dello stato degli ospedali e dell’entità del disastro umanitario a Gaza.

Non si tratta solo di occultamento, ma anche di mettere a tacere gli oppositori della guerra, persino coloro che esprimono preoccupazione per ciò che sta accadendo.

Eden Solomon (Haaretz in ebraico, 11 maggio) ha rivelato come lo Stato abbia messo a tacere le voci dei beduini del Negev. Circa 20 persone intervistate hanno testimoniato che dal 7 ottobre il servizio di sicurezza dello Shin Bet ha svolto la funzione di censura, principalmente sui social media.

Qualsiasi critica al governo, soprattutto riguardo alla guerra a Gaza, può comportare essere convocati per un interrogatorio. Uomini, donne, minori e anziani hanno ricevuto un mandato di comparizione dallo Shin Bet, minacciati e sottoposti a perquisizioni umilianti.

La polizia ha arrestato una giovane beduina per aver condiviso un post in cui affermava: “Conosco persone i cui parenti sono stati uccisi a Gaza e hanno paura di parlarne e naturalmente di mostrare le loro foto in pubblico”. Un attivista politico racconta come, a causa della persecuzione, “nessuno parli, attacchi i ministri o il governo o esprima opinioni”.

Allo stesso tempo il governo sta portando avanti la legge sulle ONG, che mira a porre limiti alle azioni delle organizzazioni della società civile fino a sopprimerle.

In base al disegno di legge verrebbe applicata un’aliquota d’imposta draconiana dell’80% su qualsiasi donazione proveniente da uno Stato straniero; in altre parole, ad esempio donazioni provenienti da Gran Bretagna, Germania, Nazioni Unite o Unione Europea a organizzazioni no-profit israeliane che operano per la promozione dei diritti umani, dei diritti delle donne, della tutela ambientale o dei diritti dei palestinesi. La legge stabilisce inoltre che un’organizzazione no-profit che fa affidamento su tali donazioni perderà il diritto di ricorrere in tribunale – una misura senza precedenti persino rispetto ai regimi autocratici.

L’obiettivo è chiaro: eliminare gli elementi di critica da parte della società civile e dare alla coalizione [di governo] il controllo completo sul dibattito pubblico.

Tutto ciò avviene nel contesto di un prolungato blocco mediatico imposto da Israele alla Striscia di Gaza. Da 19 mesi ai giornalisti stranieri non è permesso entrare nell’enclave e fare reportage in modo indipendente. Dall’inizio della guerra i giornalisti stranieri sono entrati a Gaza solo una decina di volte e in condizioni restrittive, accompagnati da un portavoce dell’esercito.

Questa non è libertà di stampa, ma una falsificazione della realtà. In ogni caso Israele continua senza sosta a mettere in discussione le informazioni che provengono dall’interno di Gaza, sostenendo che si tratti di propaganda di Hamas da non prendere in considerazione.

È così che si costruisce una realtà artificiale. Gli israeliani vivono isolati da ciò che accade al di fuori delle mura della censura. L’unico modo per fermare il degrado è prima di tutto sapere. È ora di porre fine all’occultamento, al silenzio, alla persecuzione politica e alla costruzione artificiosa della conoscenza.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato sulle edizioni israeliane in ebraico e inglese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il glorioso lascito della cosiddetta “guardiana della democrazia” israeliana

Orly Noy e Amos Brison

28 marzo 2025 – +972 Magazine

Bisogna resistere ai tentativi del governo di rimuovere la procuratrice generale. Ma persino per sua stessa ammissione lei ha orgogliosamente autorizzato i crimini di Israele contro i palestinesi.

“La procuratrice generale sembra una leonessa che lotta per la ‘democrazia ebraica’, ma quando si tratta dei rapporti (dello Stato) con gli arabi si trasforma nel (ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben Gvir [esponente dell’estrema destra dei coloni religiosi, ndt.].” È così che in un’intervista dello scorso anno a Local Call [edizione in ebraico di + 972, ndt.] Hassan Jabareen, direttore dell’associazione per i diritti civili dei palestinesi Adalah, ha descritto Gali Baharav-Miara, la consulente legale del governo israeliano. Adesso che il governo sta spingendo per cacciarla dal suo incarico, la stessa Baharav-Miara sta usando questo stesso argomento nel tentativo di dimostrare la propria lealtà.

Domenica scorsa il governo israeliano ha approvato con voto unanime una mozione di sfiducia contro la procuratrice generale, facendo il primo passo sia di un lunghissimo procedimento legale per cacciarla sia la mossa forse più audace finora del tentativo iniziato due anni fa di distruggere ogni controllo giudiziario. Con una proposta di 84 pagine il ministro della Giustizia e principale sostenitore del golpe contro il sistema giudiziario Yariv Levin ha accusato Baharav-Miara di agire “come longa manus degli oppositori del governo”; nel contempo il primo ministro Netanyahu ha inveito contro “lo Stato profondo di sinistra che utilizza il sistema giudiziario per ostacolare la volontà del popolo.”

La procuratrice generale non è l’unica funzionaria importante nel mirino del governo; anche Ronen Bar, capo del servizio della sicurezza [interna, ndt.]  Shin Bet, è finito sotto attacco, e un’ingiunzione della Corte Suprema è stata l’unica cosa che gli ha permesso di rimanere al suo posto dopo che il governo ha votato per cacciarlo.

Fine modulo

All’inizio della guerra Bar è stato preso di mira da Netanyahu in quanto figura chiave del sistema della sicurezza, nel tentativo di assolvere se stesso dalla responsabilità per gli errori del 7 ottobre, nonostante [Bar] abbia apertamente riconosciuto il ruolo dell’agenzia. In seguito, come Baharav-Miara, ha provocato ulteriore collera chiedendo la creazione di una commissione d’inchiesta statale su questi errori, una cosa a cui Netanyahu si oppone strenuamente nel timore che consideri responsabile anche lui.

Ma l’iniziativa che sembra aver segnato il destino di Bar è giunta all’inizio di marzo, quando ha approvato l’avvio di un’indagine sui rapporti tra due dei collaboratori più vicini al primo ministro e il governo del Qatar, ufficialmente nemico di Israele, in uno scandalo noto come “Qatargate”. Per anni Netanyahu ha personalmente agevolato i trasferimenti finanziari del Qatar ad Hamas a Gaza, considerandolo uno strumento per indebolire l’Autorità Palestinese e approfondire le divisioni tra palestinesi. Ora, con il suo circolo più intimo sotto inchiesta per accordi segreti con Doha, c’è un crescente rischio che i rapporti stessi di Netanyahu con lo Stato del Golfo possano essere indagati ancor più nel dettaglio.

In coincidenza con la ripresa della guerra a Gaza, dove 59 ostaggi israeliani continuano a rimanere in ostaggio, questi sviluppi hanno infiammato una nuova ondata di proteste di massa in Israele, con decine di migliaia di persone scese in piazza a Tel Aviv, Gerusalemme e in altre città. Sventolando bandiere israeliane e scandendo slogan contro la dittatura, che ricordano le manifestazioni che hanno scosso il Paese per buona parte del 2023, i dimostranti hanno bloccato le principali autostrade e si sono scontrati con la polizia, che ha risposto con granate stordenti e cannoni ad acqua.

Il progettato licenziamento di Baharav-Miara e Bar, insieme al più generale rafforzamento del potere del governo, compresa l’approvazione di una nuova legge che accentua il controllo governativo sulla selezione dei giudici, è stato identificato dall’opposizione alla Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] e nelle piazze come un assalto contro i presunti “garanti della legge”. Ma la loro risposta evidenzia una profonda contraddizione che illumina i limiti della cosiddetta democrazia israeliana.

Un via libera ai crimini di guerra

In risposta alla decisione del governo di licenziarla, Baharav-Miara ha reso pubblica una lettera in sua difesa che elenca le decisioni del governo che lei ha appoggiato nell’ultimo anno e mezzo. Alcune rappresentano una palese distorsione della legge, altre sono profondamente radicate nella discriminazione razziale e altre ancora riguardano evidenti crimini di guerra e contro l’umanità.

Dietro a quasi ogni esempio che cita nella sua lettera come prova della sua lealtà al governo ci sono orribili delitti che ha approvato. Per esempio, il cosiddetto “approccio operativo a Gaza” è un eufemismo per definire la guerra di Israele contro i palestinesi nella Striscia che ha portato ad accuse di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia. Questo “approccio” include ad esempio l’uccisione indiscriminata di civili definiti “danni collaterali” in un processo di selezione di obiettivi realizzato dall’intelligenza artificiale.

La “guerra contro il terrorismo e l’incitamento al terrorismo”, di cui pure si vanta la procuratrice generale nella sua lettera, ha significato arresti di massa di cittadini palestinesi di Israele dopo il 7 ottobre anche per minime espressioni di solidarietà con il loro popolo massacrato a Gaza, e tutto ciò mentre le reti sociali in ebraico sono state inondate di espliciti incitamenti al genocidio senza alcuna conseguenza nei confronti dei responsabili. Nei mesi che hanno seguito il 7 ottobre Baharav-Miara ha appoggiato la politica delle forze di polizia di Ben Gvir per impedire ai cittadini palestinesi di protestare contro la guerra mentre il sangue scorreva nelle strade di Gaza.

Nella sua lettera Baharav-Miara ha anche ricordato ai ministri di aver ampiamente collaborato con il governo per “espandere le colonie e sostenerle”, una politica che solo pochi giorni fa è stata descritta in un nuovo rapporto dell’ONU come un crimine di guerra. Che razza di esperto di diritto si vanta di aver appoggiato una così palese violazione delle leggi internazionali? Che razza di procuratore generale è fiero di aver legittimato crimini di guerra?

Ma non si è fermata qui, ha continuato ad elencare un’agghiacciante serie di ulteriori crimini che ha appoggiato: la detenzione amministrativa, lo strumento draconiano che Israele utilizza per incarcerare palestinesi senza accuse né processo; la demolizione punitiva di case di proprietà di quelli che Israele sostiene essere “terroristi”, molti dei quali non sono neppure stati accusati, per non dire condannati, di alcun crimine; il trattenimento di cadaveri di palestinesi come merce di scambio, un atto degno delle peggiori organizzazioni criminali; la difesa della “politica del governo sull’aiuto umanitario a Gaza”, un nauseante eufemismo per [definire] la sistematica privazione di cibo a oltre 2 milioni di esseri umani. Evidentemente questo è il glorioso lascito della cosiddetta guardiana della democrazia israeliana.

La verità è che Baharav-Miara ha totalmente fallito nel suo dovere fondamentale di mettere in guardia il governo contro le evidenti violazioni della legge e di perseguire i responsabili di questi crimini. La lettera che ha inviato ai ministri per difendere la sua posizione è davvero un’ammissione di quanto lei sia inadeguata per il suo ruolo. Mentre lamenta che “la proposta (di licenziarla) non riguarda una maggior fiducia, ma la richiesta di fedeltà politica,” la prima parte della sua lettera è una testimonianza della lealtà criminale che ha dimostrato per le illegali e sanguinarie politiche durante la guerra. Se non fosse per gli orrori incarnati in quelle parole, ci sarebbe da ridere.

Eppure, nonostante tutto ciò, gli israeliani devono ancora uscire a protestare contro il licenziamento di Baharav-Miara perché le forze che intendono sostituirla sono ancora più moralmente corrotte e pericolose di lei. Ogni giorno in cui questo sanguinario governo rimane al potere le vite di milioni di palestinesi sono in grave pericolo e dobbiamo resistergli in ogni modo possibile finché non cadrà.

Questa è anche la ragione per cui il deputato di Hadash [partito arabo-ebraico di sinistra, ndt.] Ayman Odeh chiede ai cittadini palestinesi di unirsi alle proteste. Odeh comprende meglio di chiunque altro il ruolo che Baharav-Miara e Bar giocano in questo miserabile sistema di oppressione (va ricordato che lo Shin Bet è noto, tra le varie cose, per ricattare i palestinesi LGBTQ+ per obbligarli a diventare informatori); il suo appello perché i cittadini palestinesi scendano in piazza non è un sostegno a loro quanto piuttosto un riflesso di quanto profondamente perversa e disperata sia diventata la situazione in Israele.

È essenziale resistere a questo governo e ai suoi instancabili tentativi di proteggersi dal controllo e dal dover rendere conto delle proprie azioni. Ma dipingere la procuratrice generale – che in base alle sue stesse ammissioni ha coperto praticamente ogni crimine israeliano nella guerra genocida contro Gaza e nella persecuzione dei cittadini palestinesi – come una campionessa della democrazia è una tragica farsa.

Baharav-Miara incarna la logica etnocratica di una democrazia solo per gli ebrei. Se questi giorni amari chiariscono qualcosa è che il concetto di una democrazia selettiva non è solo immorale, ma è un’illusione assurda, scollegata dalla realtà e in ultima istanza pericolosa sia per i palestinesi che per gli ebrei.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa dal Farsi. Dirige il consiglio esecutivo di B’Tselem ed è attivista del partito politico Balad [partito della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti riguardano le linee di intersezione e definizione della sua identità come mizrahi [ebrea originaria di un Paese a maggioranza musulmana, ndt.], donna di sinistra, donna, migrante temporanea che vive entro incessanti migrazioni e il costante dialogo tra loro.

Amos Brison è un redattore di +972 che risiede a Berlino.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Finché ci saranno indagini farsa, in Cisgiordania l’IDF continuerà a sparare ai bambini

Editoriale di Haaretz

28 gennaio 2025 – Haaretz

La “Gazificazione” della Cisgiordania continua, compresa l’intollerabile facilità con cui vengono uccisi dei bambini.

All’inizio di gennaio Reda Besharat, 8 anni, e suo cugino Hamza Besharat, 10 anni, sono stati uccisi dall’attacco di un drone israeliano nel villaggio di Tammun. Il padre di uno dei ragazzini ha affermato il giorno seguente che, quando sono stati colpiti, suo figlio e suo nipote si stavano preparando per andare a scuola e si trovavano nel cortile di casa. Nell’attacco è stato ucciso anche un terzo cugino, il ventitreenne Adam Besharat.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno risposto a questa terribile tragedia con un’indagine che non si può che definire offensiva. Ha rilevato che il drone ha sparato “sulla base dell’indicazione che nel momento dell’incidente era difficile stabilire che (i bersagli) erano dei minorenni.” Se un drone che sta sorvegliando la zona non è in grado di distinguere tra bambini e adulti, allora perché i suoi dati vengono utilizzati per approvare attacchi così letali?

In effetti l’indagine è un modello per sottrarsi a ogni responsabilità. Secondo l’IDF i bambini sono stati erroneamente identificati come adulti che avevano collocato un ordigno esplosivo, benché in seguito nella zona non sia stata trovata alcuna bomba.

L’indagine ha anche rivelato che questo errore fatale non è stato bloccato da nessuno lungo la catena di comando, incluso il capo del Comando Centrale, il generale Avi Bluth. Una delle conclusioni dell’indagine dell’esercito è che sarebbe stato opportuno prendere ulteriori iniziative per verificare l’identità dei bersagli.

Sarebbe stato opportuno” è un eufemismo. Un’indagine su un’azione irresponsabile con tali orribili conseguenze non dovrebbe concludersi con quello che “sarebbe stato opportuno” fare, ma piuttosto prendendo misure significative contro i responsabili.

Nel passato la polizia militare apriva automaticamente un’indagine dopo l’uccisione di palestinesi in Cisgiordania. Ora il comportamento predefinito è aprire un’indagine sugli “incidenti di combattimento” solo dopo un controllo della procura generale militare. Ovviamente gli avvenimenti in Cisgiordania sono sempre più spesso classificati come incidenti di combattimento. Le conclusioni dell’indagine riguardo ai bambini sono state trasmesse al capo del comando generale e non sono state ancora sottoposte alla procura generale militare.

Sabato sera una bambina di 2 anni è stata colpita e uccisa dal fuoco dell’IDF in un villaggio nei pressi di Jenin. L’esercito ha affermato che le forze hanno sparato contro un edificio in cui, secondo l’intelligence, si nascondeva un uomo armato. Tuttavia in casa della bimba non c’era un uomo armato barricato all’interno, bensì una famiglia che stava cenando.

Appena si sono accorti di aver colpito una bambina i soldati hanno chiamato la Mezzaluna Rossa palestinese e hanno portato via anche la madre, lievemente ferita a un braccio. L’IDF sta ancora indagando sull’incidente. Ma che benefici trarrà dai suoi risultati la bimba uccisa?

Dopo le massicce uccisioni a Gaza di decine di migliaia di persone, tra cui minori, sembra che l’IDF stia perdendo ogni freno anche in Cisgiordania. Questa tendenza pericolosa deve essere immediatamente fermata.

Il presente articolo è l’editoriale principale di Haaretz come pubblicato in Israele nelle edizioni in ebraico e in inglese del giornale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il punto di vista dell’Irish Examiner: l’Irlanda resiste alle intimidazioni israeliane

Editoriale

17 dicembre 2024 – Irish Examiner

Nonostante la stizzosa decisione di Israele di chiudere la sua ambasciata, la posizione dell’Irlanda sull’attacco a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari

In un momento di crescenti tensioni tra due Nazioni, l’ultima cosa di cui c’è bisogno è una decisione stizzosa e avventata di chiudere qualsiasi via diplomatica tra le parti coinvolte.

La decisione del governo israeliano di chiudere la sua ambasciata in Irlanda a causa delle presunte “politiche anti-israeliane” del governo irlandese sembra, da un lato, essere un rimprovero per la continua messa in discussione da parte degli irlandesi della guerra omicida a Gaza e in Libano, che aveva visto il governo sotto pressione perché espellesse l’ambasciatore israeliano. [Il governo irlandese, n.d.t.] si è rifiutato di farlo, mentre la via più facile sarebbe stata quella di cedere in quel momento alle pressioni dei partiti di opposizione.

D’altro canto si potrebbe semplicemente trattare di un atto di riduzione dei costi e di taglio di bilancio mascherato da protesta diplomatica. Dopotutto solo tre mesi fa il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che per finanziare le azioni militari in corso di Israele ha pianificato circa 9 miliardi di euro di ampi tagli alla spesa nel 2025.

E l’accusa dell’ex ambasciatrice israeliana in Irlanda, Dana Erlich, secondo cui qui c’è un'”ossessione anti-israeliana” e che il “governo irlandese sta promuovendo misure antisemite” fa acqua da tutte le parti.

Certamente l’Irlanda ha riconosciuto lo Stato palestinese e ha cercato di unirsi alla causa sudafricana contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per la guerra a Gaza, ma equiparare questo alla “delegittimazione” di Israele di cui l’Irlanda è accusata è semplicemente sbagliato.

L’affermazione della sig.ra Erlich, secondo cui il suo incarico in questo Paese è stato caratterizzato da “un’ossessione anti-israeliana” e che c’era “una competizione [per vedere] chi avrebbe potuto fare le dichiarazioni anti-israeliane più estreme” ignora il fatto che l’opposizione alla guerra ha portato decine di migliaia di manifestanti nelle strade di Tel Aviv e di altre città israeliane quasi ogni giorno dall’inizio del conflitto.

L’affermazione dell’ex ministro degli Esteri e leader dell’opposizione Yair Lapid secondo cui la decisione di chiudere l’ambasciata di Dublino è “una vittoria per l’antisemitismo e le organizzazioni anti-israeliane” è più vicina alla verità.

Nonostante la sua posizione sull’Irlanda, Israele è desideroso di non iniziare uno scontro con l’UE che è il suo più grande partner commerciale ed è quindi improbabile che chiuda l’ambasciata irlandese a Tel Aviv per paura di provocare una reazione da parte di Bruxelles.

Comunque gli appelli degli israeliani, prevalentemente sui social media, per il boicottaggio dell’Irlanda e dei prodotti irlandesi si intensificheranno.

La posizione irlandese sulla guerra a Gaza è stata motivata e basata su principi umanitari. È stata ferma e risoluta e dovrebbe continuare a esserlo anche di fronte ai tentativi di intimidazione da parte di Israele.

(Traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Editoriale | Perché Israele ha paura di permettere ai giornalisti stranieri di accedere a Gaza? Cosa nasconde?

11 settembre 2024 – Haaretz

Vietando ai giornalisti di entrare a Gaza, Israele impedisce non solo la copertura mediatica degli orrori della guerra, ma anche il riscontro in tempo reale delle rivendicazioni di Hamas – un interesse fondamentale di Israele

Dopo undici mesi di guerra, è possibile dire che le circostanze che Israele ha usato per giustificare l’interdizione dei media da Gaza non sono più valide e che occorre permettere l’accesso alla stampa estera affinché la guerra possa avere adeguata copertura mediatica.

A causa del controllo esercitato da Israele sui valichi di frontiera, ulteriormente rafforzato dopo la presa di Rafah, nessun giornalista straniero può mettere piede nella Striscia senza l’autorizzazione dello Stato. Il divieto assoluto per i giornalisti stranieri di entrare senza un accompagnatore dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano limita gravemente sia la capacità di fare informazione in modo indipendente sia il diritto del pubblico israeliano e mondiale di sapere cosa stia succedendo a Gaza.

Il ruolo del giornalista è quello di essere sul campo, di parlare direttamente con le persone e non solo con portavoce che rappresentano interessi costituiti, di percepire l’atmosfera e riferire gli eventi. Non c’è paragone tra un resoconto immediato, sul campo, e uno realizzato con la mediazione di terzi, interviste telefoniche e analisi condotte per mezzo di video e fermo-immagine.

Quando Israele impedisce ai giornalisti di andare a Gaza, non solo impedisce loro di raccontare gli orrori della guerra, ma anche di esaminare le dichiarazioni di Hamas in tempo reale – il che costituisce un chiaro interesse israeliano. Quando Israele impedisce ai giornalisti stranieri di testimoniare ciò che sta accadendo a Gaza, dobbiamo chiederci: che cosa vuole nascondere lo Stato? In che modo trae vantaggio dal fatto che i giornalisti non entrano a Gaza?

Se si impedisce ai giornalisti stranieri di fare il loro lavoro, la conseguenza è che l’onere della cronaca ricade sulle spalle dei giornalisti palestinesi, che subiscono in prima persona la guerra e le aspre condizioni di vita che essa impone.

Secondo i dati del Committee to Protect Journalists [Comitato per la protezione dei giornalisti], almeno 111 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante la guerra (di cui tre, secondo l’esercito israeliano, attivisti di Hamas o della Jihad Islamica palestinese) – cosa che rende ancora più urgente l’ingresso a Gaza di altri giornalisti.

Ad ogni modo, è proprio in tempo di guerra che assume più importanza la presenza di giornalisti che non siano parte in causa del conflitto: persone che possano raccontare l’evento senza timore di pressioni da parte della loro comunità o del loro governo. In tempo di guerra, al giorno d’oggi, quando nessuna immagine è al di sopra del sospetto di essere stata generata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, il ruolo del giornalista sul campo è più importante che mai.

Non c’è nulla di vero nell’affermazione dell’esercito secondo la quale l’accesso di giornalisti “embedded” [giornalisti che si recano sul campo tra le fila dell’esercito al quale si accompagnano e al quale sono perciò vincolati per quanto riguarda la libertà di movimento e il punto di vista sui fatti n.d.t.] sia un’alternativa adeguata all’accesso indipendente. Niente può sostituire l’ingresso indipendente, senza il quale i giornalisti non possono parlare liberamente con le persone del posto né recarsi in aree di interesse per il pubblico e i media. Non possiamo accettare una situazione in cui l’esercito determina le modalità della copertura giornalistica. Israele deve permettere ai giornalisti di entrare nella Striscia di Gaza, in modo che tutti possano capire meglio che cosa vi sta accadendo e che la “nebbia di guerra” [in gergo militare, la difficoltà di ottenere informazioni attendibili in contesti bellici n.d.t.] sia dissipata almeno in parte.

L’articolo sopra riportato è l’editoriale principale di Haaretz, pubblicato in lingua ebraica e inglese in Israele.

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)