Israele deve smettere di utilizzare città arabe come terreno di addestramento delle IDF

Israele deve smettere di utilizzare città arabe come terreno di addestramento delle IDF

Zehava Galon

15 novembre 2021 – Haaretz

 

La scorsa settimana il comando Nord delle Forze di Difesa Israeliane [IDF, l’esercito israeliano, ndtr.] ha condotto un’esercitazione utilizzando mezzi blindati nel Wadi Ara [regione di Israele abitata in prevalenza da arabo-israeliani, ndtr.] e nella città di Umm al-Fahm. La giustificazione ufficiale – perché non è esattamente di questo che si è trattato – dell’esercito è stata che lì i vicoli “ricordano il sud del Libano”.

L’esercitazione è avvenuta sei mesi dopo le ostilità contro Gaza e gli sporadici incidenti all’interno di Israele, e persino gli ufficiali delle IDF dovrebbero comprendere ciò che queste manovre rappresentano per gli abitanti di Umm al-Fahm: “Vi possiamo occupare in qualunque momento.” Il presidente della commissione di controllo di Umm al-Fahm, Ali Adnan, in seguito ha affermato alla radio pubblica Kan Bet che Israele sta trasformando i suoi abitanti arabi in nemici, come in Libano.

Se l’esercito voleva fare un’esercitazione in una città che assomigli al sud del Libano ha spazio e anche finanziamenti sufficienti per costruire un quartiere che sembri Marjayoun [cittadina del sud del Libano, ndtr.]. Le IDF non avrebbero progettato e realizzato manovre militari del genere a Safed [città quasi esclusivamente ebraica, ndtr.]. Non avrebbero terrorizzato gli abitanti ebrei in questo modo. Dopo gli avvenimenti di maggio, l’esercito israeliano ha sostenuto che gli autisti di autobus arabi non si sono fatti vedere per le sue esercitazioni. Circa una settimana dopo è risultato che lo stesso esercito aveva rifiutato di coinvolgerli.

Ed è proprio questo il punto. L’esercito si stava addestrando a Umm al-Fahm esattamente come fa regolarmente nelle comunità della Cisgiordania. Gli abitanti sono al massimo comparse. E, se viene sparato un proiettile o un colpo di mortaio vagante, ovviamente si tratterebbe di sfortuna, ma non sarebbe molto importante e in Israele non provocherebbe nessun commento negativo.

Il principale risultato, mai raggiunto in precedenza nella storia di Israele, di questo governo è la collaborazione con la Lista Araba Unita [gruppo politico islamista che fa parte dell’attuale coalizione di governo israeliana, ndtr.]. Ma com’è che anche questo governo continua a trattare come nemici i cittadini arabi di Israele, con la loro pluridecennale esperienza di discriminazione istituzionalizzata e l’altrettanto istituzionale incitamento all’odio?

È per questo che la delinquenza nella società araba viene definita “terrorismo” ed è così che la scorsa settimana è emersa un’altra notizia scioccante: il servizio di sicurezza interna [israeliano] Shin Bet ha estorto delle confessioni a tre abitanti di Giaffa riguardo alla loro presunta aggressione contro un soldato. Se l’avvocato dei sospettati non avesse trovato un video del luogo del delitto e non lo avesse usato per dimostrare che i tre sono arrivati dopo l’incidente, è praticamente certo che sarebbero stati condannati.

Questa è la situazione quando sei un cittadino arabo nello Stato ebraico: sei sempre colpevole. Gli arabi possono essere sottoposti a detenzione amministrativa [cioè senza prove né accuse, ndtr.] e le loro case possono essere perquisite senza un mandato, due procedure che lo Shin Bet e le IDF utilizzano quotidianamente in Cisgiordania.

E qui è il caso di menzionare una cosa che gli ebrei preferiscono dimenticare, ma che è per sempre impressa nella memoria degli arabi di Israele: questi metodi non sono stati inventati in Cisgiordania. Vennero utilizzati per la prima volta contro i cittadini arabi di Israele durante il periodo dello stato d’assedio, finché esso non finì nel 1966.

In pratica ci viene chiesto di scegliere tra due sistemi di governo. Uno, un regime basato sull’etnia, un regime di superiorità ebraica, l’altro, la cittadinanza: “Ci sarà una stessa legge e uno stesso rito per voi e per lo straniero che soggiorna presso di voi” (Numeri, 15:16). Quelli che protestano contro la definizione di Israele come Stato di apartheid dovrebbero opporsi fermamente contro l’idea perversa di due sistemi giuridici separati, all’interno dell’Israele propriamente detto: uno per gli ebrei e uno per gli altri israeliani. Ma sorprendentemente quelli che protestano sono esattamente gli stessi che stanno insistendo perché vengano ripristinati i metodi del governo militare.

I diritti umani non possono essere separati: se non ci sono diritti per gli arabi di Israele, i diritti degli ebrei verranno minacciati. I nuovi strumenti saranno troppo allettanti per la polizia e le altre forze di sicurezza. Meglio fermarsi qui prima che sia troppo tardi.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Non è antisemita protestare contro l’ambasciatrice israeliana. Basta chiedere agli ebrei britannici

Non è antisemita protestare contro l’ambasciatrice israeliana. Basta chiedere agli ebrei britannici

La scorsa settimana le proteste durante il discorso a Londra dell’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, sono state immediatamente definite antisemite e persino paragonate alla Notte dei Cristalli. Ma molti ebrei britannici hanno duramente criticato il razzismo di Hotovely e anche il suo sostegno all’occupazione.

Tommer Spence

15 novembre 2021 – Haaretz

 

Le proteste della scorsa settimana contro l’ambasciatrice israeliana nel Regno Unito, Tzipi Hotovely, durante il suo discorso alla London School of Economics (LSE), hanno innescato un’ondata di condanne nella politica britannica, con importanti esponenti conservatori e laburisti che le hanno etichettate come antisemitismo e un attacco alla libertà di parola.

In alcuni casi le istituzioni ebraiche britanniche sono andate oltre, e il Jewish Chronicle ha paragonato l’incidente alla Notte dei Cristalli, quando migliaia di ebrei furono mandati nei campi di concentramento dai paramilitari nazisti, le loro proprietà distrutte e le sinagoghe profanate.

In qualità di rappresentante eletto degli studenti ebrei nel Board of Deputies [la seconda maggiore organizzazione ebraica del Regno Unito, dopo la Initiation Society fondata nel 1745, ndtr.], il principale organo rappresentativo della comunità ebraica britannica, considero molto seriamente l’antisemitismo nei campus, anche perché è qualcosa che ho vissuto in prima persona.

L’antisemitismo è profondamente radicato nella società britannica, quindi non c’è dubbio che si annidi nelle università, e che i luoghi comuni sugli ebrei possano – inconsciamente o meno – influenzare il modo in cui le persone percepiscono e criticano lo Stato ebraico.

Ma se vogliamo sradicare l’antisemitismo da ogni tipo di discorso e di militanza relativi a Israele, allora dobbiamo essere molto chiari su cosa lo sia e cosa no.

Non si discute su eventuali minacce di violenza o intimidazioni rivolte a Hotovely: sono chiaramente inaccettabili.

Ma sono inaccettabili come atti individuali, riferibili solo a sé stessi. Suggerire che da soli rappresentino atti di antisemitismo semplicemente perché l’ambasciatrice è una funzionaria del governo israeliano è tanto inconsistente quanto dannoso, dato che uno dei messaggi fondamentali dell’educazione contro l’antisemitismo è che gli ebrei e lo Stato di Israele sono distinti e non intercambiabili.

Non ci sono testimonianze di canti antisemiti intonati durante la protesta quando Hotovely se n’è andata, e ha potuto parlare senza essere interrotta. L’idea che quanto accaduto sia paragonabile alla Notte dei Cristalli solo perché l’incidente è avvenuto nello stesso giorno è così grossolana che rasenta il revisionismo sull’Olocausto.

La realtà è che affermare che i manifestanti contro Hotovely potessero essere mossi solo da odio contro gli ebrei serve solo – inconsapevolmente o meno – a occultare il suo razzismo passato ed attuale. Implica che non vi sia alcuna ragione legittima che possa provocare espressioni di critica quando in realtà è vero il contrario.

Il curriculum di Hotovely in politica include l’invito alla Knesset [il parlamento israeliano] di un gruppo razzista e violento contrario ai matrimoni misti, e l’affermazione che fosse “importante prevedere delle procedure per prevenire i matrimoni misti”.

È sostenitrice dichiarata della soluzione discriminatoria di un unico Stato, avendo espresso esplicitamente la propria visione di come la Cisgiordania potrebbe essere portata sotto il permanente controllo israeliano senza dare la cittadinanza ai palestinesi che vi vivono. Da quando è diventata ambasciatrice ha chiarito che questo continua ad essere il suo punto di vista e ha continuato a fare commenti razzisti, descrivendo la Nakba come una “bugia araba” in uno dei suoi primi eventi pubblici lo scorso anno.

I politici e i commentatori che si sono precipitati ad accusare i manifestanti di antisemitismo pensavano senza dubbio di parlare in nome di, oppure a, una comunità concorde su questo punto. L’ironia è che, mentre si è registrata una condanna  unanime delle minacce di violenza contro Hotovely alla LSE, gli ebrei britannici non sono mai stati più divisi su Israele – in gran parte proprio grazie a Hotovely.

Dopo anni di latente scontento per l’occupazione, la nomina ad ambasciatrice di una nazionalista dichiarata ha provocato un’ondata di frustrazione nei confronti del governo israeliano. Quasi 2000 ebrei britannici hanno firmato una petizione chiedendo che la nomina di Hotovely fosse respinta ed è stata apertamente criticata da figure pubbliche di alto livello, tra cui il rabbino capo del Reform Movement [movimento religioso che vuole adattare l’ebraismo alle mutate condizioni del mondo moderno, ndtr.], la seconda comunità del Regno Unito.

Da quando è arrivata a Londra un anno fa, alcune istituzioni pubbliche hanno cercato di ignorare la frattura, ospitandola in numerose occasioni e rifiutandosi di contestare anche i suoi commenti più incendiari. Eppure all’interno della comunità ebraica ha continuato a crescere l’opposizione nei suoi confronti.

Dopo che la fazione progressista Liberal Judaism [seconda in Gran Bretagna dopo Reform Movement nella World Union for Progressive Judaism, ndtr.]  l’ha ospitata per un evento questa primavera, decine di membri di base sono intervenuti e uno dei membri del consiglio di amministrazione del movimento – il presidente del gruppo di azione antirazzista – si è dimesso per protesta. L’amministratore delegato di Liberal Judaism, il rabbino Charley Baginsky, ha in seguito espresso rammarico per come l’evento fosse stato strutturato in modo acritico e per come ai membri della comunità non fosse stata data l’opportunità di obiettare prima che esso fosse annunciato pubblicamente.

Il movimento giovanile sionista Noam, parte della corrente conservatrice di Masorti [movimento di ebrei tradizionali, non strettamente osservanti in Israele, che si identificano principalmente con l’ebraismo ortodosso, ndtr.], ha apertamente boicottato Liberal Judaism in merito ad un evento con Hotovely, un fatto senza precedenti nelle comunità ebraiche di tutto il mondo. La sua prima apparizione di persona nella comunità ebraica, meno di un mese fa, è stata accolta dall’uscita di attivisti ebrei.

Senza dubbio qualcuno – non ultima l’ambasciata israeliana – spera che gli eventi alla LSE della scorsa settimana mettano fine a questo malcontento all’interno della comunità ebraica, che la scena di Hotovely oggetto di feroci proteste evochi un senso di solidarietà che porti al fatto che futuri disaccordi vengano espressi a porte chiuse, come lo furono con i predecessori di Hotovely. Ma i fatti suggeriscono il contrario.

Le violenze di maggio in Israele-Palestina hanno mosso le proteste guidate da ebrei del Regno Unito più vaste mai avvenute a sostegno dei palestinesi, una tendenza che è molto probabile aumenti mentre continua l’occupazione. Le opinioni impudenti ed estremiste di Hotovely non faranno altro che esacerbare questa tendenza, e finché rimarrà in carica molti ebrei britannici con orgoglio la contesteranno sulla base dei loro principii.

Tommer Spence è uno dei fondatori di Na’amod [movimento di ebrei britannici contro l’occupazione, ndtr.], e rappresentante degli studenti ebrei nel Board of Deputies degli ebrei britannici.

 

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il boicottaggio culturale di Israele: perché Sally Rooney ha ragione

Il boicottaggio culturale di Israele: perché Sally Rooney ha ragione

Analisi: Il boicottaggio accademico e culturale si fonda sul fatto che Israele utilizza entrambe questi ambiti come strumenti per commettere e mascherare violazioni dei diritti dei palestinesi, in violazione del diritto internazionale.

Yara Hawari

26 ottobre 2021  –  The New Arab

 

All’inizio di ottobre è stato reso noto che la scrittrice irlandese Sally Rooney ha rifiutato l’offerta dell’editore israeliano Modan di pubblicare il suo ultimo libro.

Molti organi di informazione sono stati inondati da titoli fuorvianti che affermavano erroneamente che Rooney avesse rifiutato il consenso alla pubblicazione del suo libro in ebraico.

In una dichiarazione pubblicata il 12 ottobre Rooney ha spiegato la propria posizione esprimendo il suo sostegno di vecchia data alla lotta palestinese e l’adesione alle linee guida del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

La scrittrice fa parte di una schiera di centinaia di esponenti della cultura irlandese che hanno preso posizione a favore del popolo palestinese e sono impegnati a sostenere il boicottaggio culturale di Israele.

Il BDS è un movimento guidato dai palestinesi che si ispira alla lotta anti-apartheid sudafricana che ha utilizzato i boicottaggi per fare pressione sul regime. L’appello al boicottaggio accademico e culturale, pubblicato nel 2004, chiede ad artisti e personalità della cultura internazionale di rifiutare la complicità con l’apartheid israeliano boicottando le istituzioni israeliane in assenza del loro completo riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.

Questo appello è giunto dopo il fallimento per decenni di interventi, negoziati e progetti di dialogo internazionali, e si basa sulla necessità di “un quadro di riferimento palestinese che delinei i principi guida” su come confrontarsi con Israele.

Le richieste del movimento sono chiare: il riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese secondo il quadro giuridico internazionale; la fine dell’occupazione militare delle terre palestinesi e arabe (comprese le alture del Golan siriane) in corso dal 1967, il riconoscimento dei diritti fondamentali dei cittadini palestinesi di Israele all’uguaglianza e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, come previsto dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

Il Movimento BDS è quindi completamente in linea con il diritto internazionale. Inoltre il diritto al boicottaggio è stato sancito molte volte come strumento politico legale. È importante sottolineare che in questo caso il boicottaggio non è semplicemente una posizione di principio: è una tattica politica, che si ispira a una lunga storia di resistenza globale [nei Paesi del] sud del mondo, volta a portare avanti azioni che costringano Israele a rispettare il diritto internazionale. Fondamentalmente, il BDS prende di mira la complicità, non l’identità.

Il boicottaggio accademico e culturale si fonda sul fatto che Israele utilizza questi ambiti come strumenti per commettere e mascherare violazioni dei diritti dei palestinesi.

Ad esempio, molte delle istituzioni accademiche israeliane sono direttamente coinvolte nello sviluppo di sistemi di armamento e dottrine militari utilizzate dall’esercito israeliano contro il popolo palestinese.

Alcune di tali istituzioni accademiche, come l’Università di Ariel, sono persino costruite all’interno di colonie in Cisgiordania, universalmente riconosciute come illegali. Allo stesso modo, le istituzioni culturali israeliane sono esplicitamente utilizzate per promuovere l’idea che Israele sia un Paese “normale”.

Fino al punto che una volta un funzionario del ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “Stiamo vedendo come la cultura sia uno strumento di prim’ordine dell’hasbara [propaganda istituzionale atta a mettere in buona luce all’estero lo Stato di Israele, ndtr.], e non faccio distinzioni tra hasbara e cultura”.

Altri sono ancora più apertamente complici. Modan, la casa editrice israeliana rifiutata dalla Rooney, si vanta sul suo sito web di produrre e commercializzare libri per il Ministero della Difesa israeliano.

Coloro che hanno preso parte alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica hanno da tempo sottolineato l’importanza del boicottaggio culturale e accademico come un modo per fare pressione non solo dall’interno ma anche dall’esterno.

Ecco le parole di South African Artists Against Apartheid [Artisti sudafricani contro l’apartheid, progetto musicale nato nel 1985 per protestare contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, ndtr.]: “Quando artisti e sportivi hanno iniziato a rifiutare di esibirsi in Sudafrica, gli occhi del mondo si sono rivolti verso le ingiustizie che qui venivano praticate verso le persone di colore. Questo ha quindi creato un’ondata di pressione sui politici e sui leader mondiali che rappresentano il loro elettorato, per esigere un cambio di regime – questo ha contribuito a un Sudafrica libero, democratico e non razzista”.

L’arcivescovo Desmond Tutu, vincitore del premio Nobel per la pace, ha spesso affermato l’importanza del boicottaggio per porre fine all’apartheid. In occasione dell’esibizione della Cape Town Opera [l’Orchestra dell’Opera di Città del Capo, ndtr.] a Tel Aviv, ha dichiarato: “Proprio come affermavamo durante l’apartheid che sarebbe stato inappropriato per gli artisti internazionali esibirsi in Sudafrica, in una società fondata su leggi discriminatorie e segregazione razziale, così sarebbe sbagliato che la Cape Town Opera si esibisse in Israele”.

Sebbene anche altri Paesi siano colpevoli di violazione del diritto internazionale e dei diritti di altri popoli, come era vero all’epoca del movimento di boicottaggio sudafricano, l’accusa che coloro che sostengono il BDS stiano prendendo di mira esclusivamente Israele è un argomento intellettualmente debole.

Coloro che aderiscono al BDS stanno rispondendo direttamente a un appello della società civile palestinese. Lo stesso BDS è un movimento antirazzista e internazionalista che ha molte connessioni con altre lotte in tutto il mondo, dal Kashmir a Black Lives Matter negli Stati Uniti. In effetti, il BDS non può essere considerato in maniera isolata da altri movimenti in crescita in tutto il mondo che chiedono responsabilizzazione e giustizia.

Nonostante ciò che ne dicono i detrattori, il movimento BDS ha successo e sta prendendo slancio. Migliaia di artisti e personalità della cultura in tutto il mondo hanno firmato dichiarazioni a sostegno del movimento di boicottaggio, come una presa di posizione del 2015 nel Regno Unito.

Tra coloro che hanno approvato il boicottaggio culturale ci sono Arundhati Roy, Judith Butler, Naomi Klein e Angela Davis. Sulla scena accademica migliaia di campus hanno adottato risoluzioni del BDS con la richiesta che i luoghi in cui studiano non siano complici dell’oppressione palestinese. La “Israeli Apartheid Week ” [Settimana dell’apartheid israeliano, ndtr.] ora è saldamente inserita nel calendario dei gruppi studenteschi progressisti di tutto il mondo.

La Rooney quindi non è affatto sola nella sua solidarietà pubblica con il popolo palestinese e nell’adesione alle linee guida del movimento BDS.

Dopo decenni dalla sua fondazione, Israele continua a intensificare le sue violente aggressioni militari, la conquista della terra palestinese e la distruzione delle case palestinesi. Di fronte alla totale impunità e alla mancanza di un intervento internazionale, il BDS fornisce agli alleati e agli amici internazionali un modo per sostenere la lotta palestinese dalla base.

Rispondere a questo invito è il minimo che possa fare chi ha valori progressisti e internazionalisti.

Yara Hawari è la collaboratrice per la politica palestinese di Al-Shabaka, la rete palestinese di politica.

Le opinioni esposte in questo articolo sono espressamente dell’autrice e non rappresentano necessariamente quelle di The New Arab, della sua direzione editoriale o della sua redazione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Ciò che Israele non può ammettere del terrorismo ebraico

 

Ciò che Israele non può ammettere sul terrorismo ebraico

Natasha Roth-Rowland

2 novembre 2021 – +972 Magazine

 

Domenica 24 ottobre, ancora nel pieno delle conseguenze della messa fuori legge di sei ONG palestinesi con le accuse pretestuose e non dimostrate di “terrorismo”, la destra israeliana ha commemorato il 31^ anniversario della morte di Meir Kahane, il rabbino estremista alla testa di gruppi fascisti americani e israeliani che da molto tempo sono a loro volta al bando per terrorismo nei rispettivi Paesi.

Può apparire superficiale e financo condiscendente portare esempi di terrorismo ebraico ogniqualvolta nascano accuse di terrorismo palestinese (e di sostegno ad esso). Questo comprensibile riflesso non soltanto rischia di convalidare le definizioni volutamente ampie di terrorismo usate da Israele per criminalizzare ogni forma di resistenza all’occupazione (comprese le attività in difesa dei diritti umani), ma può anche oscurare la differenza di potenziale derivante dal fatto che il terrorismo ebraico ha spesso il sostegno – vuoi implicito vuoi esplicito – di uno Stato pesantemente armato.

Ciononostante, se dovessimo applicare lo schema usato da Israele e dai suoi sostenitori agli estremisti ebraici, questo non farebbe che evidenziare l’arbitrarietà, l’inconsistenza e l’evidente razzismo delle accuse di terrorismo rivolte indiscriminatamente contro persone e movimenti palestinesi.

Che accadrebbe, ad esempio, se organizzazioni ebraiche sospettate di finanziare e fiancheggiare il terrorismo fossero oggetto dei medesimi controlli dei gruppi palestinesi oggetto delle stesse accuse? Un ottimo esempio di questo fenomeno è lo studio israeliano di assistenza legale Honenu, che si dedica quasi esclusivamente alla difesa di inquisiti ebrei – compresi militari dell’esercito – accusati di violenze nazionaliste contro i palestinesi (assistenza alla quale, va ribadito, questi indiziati hanno diritto).

In precedenza il gruppo ha fornito assistenza a Yigal Amir, l’assassino dell’ex primo ministro Yitzhak Rabin, e prima ancora aveva offerto aiuto finanziario alle famiglie di terroristi ebrei in carcere, fra cui Ami Popper, che nel 1990 uccise sette palestinesi (pare che Honenu abbia interrotto questa prassi nel 2016 in seguito a commenti di stampa negativi). Esso continua comunque ad avere i requisiti per ricevere donazioni esentasse sia da Israele sia dagli USA.

E quali entità israeliane o loro sostenitori dovrebbero affrontare conseguenze legali per l’accusa di legami o di identificazione con gruppi definiti terroristi da parte delle autorità di governo? Un semplice studio di caso è il partito politico Otzma Yehudit (“Potere Ebraico”) e il suo parlamentare in carica Itamar Ben-Gvir, che ha ricevuto il sostegno dell’ex primo ministro Benjamin Netanyahu. Ben-Gvir era un attivista del Kach, il partito attualmente fuorilegge fondato da Kahane, e vari candidati del partito Otzma Yehudit avevano militato nel Kach. Con tutto ciò, Ben-Gvir non solo non ha carichi pendenti con la legge, ma addirittura ora ha il potere di contribuire a influenzarla.

All’esterno del governo, c’è la rete ben più oscura della Hilltop Youth israeliana [“Gioventù della Cima della Collina”, giovani estremisti religiosi nazionalisti che stabiliscono avamposti illegali in Cisgiordania, ndtr], coloni estremisti in larga misura responsabili dell’intensificazione delle ondate di violenza contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

È vero che alcuni di questi coloni vengono saltuariamente arrestati o anche imprigionati dalle autorità israeliane, ed è vero che lo Shin Bet [servizio di sicurezza interno d’Israele, ndtr.] ha una divisione che si occupa specificamente dell’estremismo ebraico. Tuttavia questi interventi sono l’eccezione che dimostra la regola dell’impunità, della collaborazione con le forze di sicurezza e delle coperture su cui possono contare di norma i coloni violenti. Le istituzioni dei coloni che fomentano tale violenza di quando in quando sono state sottoposte a chiusure o al taglio delle sovvenzioni governative, ma non hanno mai corso il serio rischio di venire messe fuorilegge.

L’incapacità da parte israeliana di affrontare efficacemente il terrorismo ebraico e la criminalizzazione dei difensori palestinesi dei diritti umani non sono che le due facce della stessa medaglia, e se si comprende ciò diventa evidente che la designazione delle sei ONG palestinesi come associazioni terroriste non ha nulla a che fare per Israele con la “giustizia” e neppure con la sicurezza. Piuttosto, come la scorsa settimana notavano in due articoli diversi Anwar Mhajne [docente allo Stonehill College, Boston, ndtr.] e Amjad Iraqi [redattore di +972, ndtr.], ha a che fare con la dominazione e con la campagna pluridecennale di smantellamento dell’identità nazionale palestinese, insieme con “l’eliminazione dell’autoaffermazione dei palestinesi”, come scrive Iraqi.

Tali imperativi non possono che condurre in ultima istanza alla messa fuorilegge di organizzazioni che sostengono i palestinesi incarcerati da Israele, o documentano le violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori Occupati, oppure assistono i contadini palestinesi a cui si espropriano le terre. Come ha detto Sahar Francis, responsabile di Addameer [una delle sei organizzazioni dichiarate fuori legge da Israele e che si occupa di prigionieri politici, ndtr.], a Yuval Abraham [giornalista freelance di Middle East Eye, sito di notizie in inglese con sede a Londra, ndtr.] la settimana scorsa: “Ci prendono di mira da anni per la semplice ragione che, parlando di apartheid, stiamo riuscendo a cambiare il paradigma a livello internazionale.”

Natasha Roth-Rowland scrive per la rivista +972 ed è dottoranda in storia all’Università della Virginia. Le sue ricerche e scritti vertono sull’estrema destra ebraica in Israele-Palestina e negli USA. Dopo avere lavorato diversi anni in Israele-Palestina quale redattrice, scrittrice e traduttrice, attualmente si è stabilita a New York. Scrive con il vero cognome in ricordo del nonno Kurt, che dovette cambiare il cognome in ‘Rowland’ quando cercò rifugio in Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale.

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 

 

 

 




La commemorazione dell’assassinio di Rabin in un crescendo di odio e istigazione.

 

Adnan Abu Amer

25 ottobre 2021 – Middle East Monitor

 

Gli israeliani commemorano il 26° anniversario dell’assassinio dell’ex primo ministro Yitzhak Rabin. Questa commemorazione avviene in una situazione senza precedenti di drastica polarizzazione con reciproci scambi di accuse. Inoltre negli ultimi tempi si levano voci che esprimono la loro paura di un ritorno alla stessa atmosfera di istigazione [alla violenza, ndt] che precedette l’assassinio: il primo del suo genere nella storia di Israele.

Pochi giorni fa in Israele si sono tenuti alcuni eventi per commemorare questo anniversario alla presenza di molte personalità politiche le quali hanno convenuto che qualsiasi israeliano che abbia vissuto la notte dell’omicidio di Rabin non dimenticherà mai quel momento. Fu uno shock che nessuna parola può descrivere, poiché un ebreo aveva ucciso un altro ebreo. Inoltre Rabin era rappresentato, per molte generazioni di israeliani, dall’immagine caratterizzante della sua irruzione nella moschea di Al-Aqsa durante la guerra del 1967.

Un sondaggio sulle opinioni di molti israeliani nel commentare questo ricordo ha mostrato che dopo tutti questi anni è come se gli israeliani si vendicassero gli uni degli altri: l’odio e la divisione tra di loro stanno aumentando. Potrebbero persino perdere lo stesso Israele a causa di tutto questo. È vero che gli israeliani mettono tutti i loro sforzi nel rafforzare la sicurezza di Israele dall’esterno, ma non si rendono conto che stanno per perdere il loro stato dall’interno.

L’anniversario dell’omicidio di Rabin lancia un avvertimento agli israeliani su come dovrebbe essere il dibattito tra destra e sinistra, quali sono i limiti di questo dibattito e le sue linee rosse: in sostanza, senza arrivare ad alzare le mani gli uni sugli altri. Rabin non era di sinistra quando è stato assassinato ma, piuttosto, era qualcuno che comprendeva i pericoli di uno stato binazionale con i palestinesi, quindi si affrettò a fare un accordo con loro. Le istigazioni [alla violenza, ndt] sono oggi molto simili a quelle a cui Israele assistette alla vigilia del suo assassinio, perché gli istigatori stanno usando lo stesso vocabolario e la stessa terminologia.

Quanto ai membri della destra israeliana, accusano coloro che commemorano l’assassinio di Rabin di mettere in piedi un circo politico. È vero che si astengono dal chiamarlo traditore – come gli estremisti della destra lo avevano accusato di essere all’epoca – ma sono d’accordo nell’affermare che la sua posizione politica rispetto ai palestinesi era sbagliata. Contemporaneamente vi sono odio dilagante, divisione e discorsi volgari contro gli avversari politici.

Inoltre la destra israeliana considera la commemorazione dell’assassinio di Rabin un’occasione per attaccare coloro che lo commemorano. Questo ha spinto alcuni dei suoi leader a boicottare la commemorazione; ciò ha reso evidente che non esiste una linea di demarcazione netta tra legittime dichiarazioni politiche e affermazioni incendiarie che potrebbero portare all’assassinio politico; inoltre screditare qualsiasi opposizione israeliana alla politica del governo in carica può condurre ad effetti negativi tra le masse israeliane e spianare la strada verso altri crimini politici.

Ventisei anni dopo l’assassinio di Rabin la società israeliana è più divisa che mai e le istigazioni [all’odio, ndt] intestino hanno raggiunto nuove vette. Il periodo seguente all’assassinio è considerato uno dei momenti più drammatici della storia di Israele. Quando Rabin fu trasferito in ospedale in condizioni critiche, gli israeliani speravano in due cose: che Rabin sopravvivesse e che l’assassino non fosse ebreo, ma tutte le loro speranze furono spazzate via.

Yigal Amir, l’assassino di Rabin, era un nazionalista estremista a cui era stato fatto il lavaggio del cervello. Credeva che uccidere Rabin avrebbe seppellito il processo di accordo con i palestinesi e salvato Israele dalle conseguenze catastrofiche che ciò avrebbe comportato. Ha continuato a crederlo anche quando era dietro le sbarre ed è per questo che è stato considerato uno dei più pericolosi assassini politici della storia moderna.

L’assassinio di Rabin e, 6 mesi dopo, la sconfitta alle elezioni del suo successore, Shimon Peres, a favore di Netanyahu hanno portato al crollo del processo di Oslo, con Israele che è passato a destra e vi è rimasto per un quarto di secolo. Oggi, mentre Israele celebra la memoria di Rabin, le istigazioni della destra del Likud e di altri partiti, che portarono all’assassinio di Rabin, non si sono fermate. Al contrario sono aumentate le segnalazioni dei servizi di sicurezza dello Shin Bet [servizio di intelligence interno israeliano, ndtr.] di maggiori possibilità di violenza causate dalle istigazioni della destra contro il primo ministro, Naftali Bennett.

Anche gli alti funzionari della polizia israeliana non esitano a dire che questi giorni ricordano loro ciò che ha preceduto l’uccisione di Rabin. L’odio e la divisione che vediamo nelle strade sono più pericolosi di quanto non fossero in quel momento e squillano campanelli d’allarme che avvertono della possibilità di un altro assassinio politico, mentre gli attivisti del Likud vagano per le strade indossando magliette con la scritta: “Quelli di sinistra sono traditori ‘. Il figlio dell’ex primo ministro, Yair Netanyahu, ha ripetutamente twittato contro gli oppositori di suo padre, accusandoli di rappresentare una minaccia esistenziale per Israele e descrivendoli come “cattivi quanto l’Iran”.

Oggi, a più di un quarto di secolo dall’assassinio di Rabin, gli israeliani sembrano ancora più divisi tra destra e sinistra e lacerati tra sostenitori di Rabin e del processo di Oslo da lui guidato e oppositori che consideravano la consegna della terra ai palestinesi un peccato imperdonabile contro la Torah. Questo mostra quanto sia tesa l’atmosfera e come gli israeliani siano lacerati tra i due poli. In questo senso l’atmosfera attuale è molto peggio, sia a causa della velocità del collasso interno, sia perché non è più solo una divisione tra destra e sinistra, ma piuttosto tra gli individui di due campi contrapposti, il che rende la situazione più pericolosa.

È vero che metà degli israeliani sta dietro a questo campo, mentre l’altra metà lo vede come una forza distruttiva, che rappresenta una vera minaccia esistenziale per il futuro di Israele. In realtà, nessuna delle due parti è pronta a muoversi. Inoltre, in questo momento c’è una miscela tra le amare recriminazioni di questa intransigenza e la profonda crisi economica e le relative proteste in corso in tutto Israele. Questa miscela a sua volta spinge il tutto sull’orlo di un’esplosione; qualunque cosa di sinistra è una scintilla per appiccare il fuoco.

Gli eventi interni a cui Israele sta assistendo in questi giorni contribuiscono ad alimentare le proteste in tutto lo Stato. La maggior parte della violenza in Israele consiste in tentativi di investire i manifestanti, sparare gas lacrimogeni e spray al peperoncino, lancio di pietre e occasionali scontri. Pertanto l’atmosfera è molto volatile; sembra aspettare solo che qualcuno lanci un fiammifero.

Tutto ciò conferma che Israele potrebbe andare incontro ad un altro assassinio politico. La colla che univa le varie tribù israeliane in un’unica nazione non esiste più. Ciò è dimostrato dal fatto che, a seguito della lezione appresa dall’assassinio di Rabin, lo stesso Naftali Bennett è ben protetto dai servizi di sicurezza: infatti la più grande minaccia viene dalle proteste nelle strade di Israele.

Al fondo dell’anniversario dell’assassinio di Rabin giace la constatazione che le possibilità di cercare di prendere di mira qualcun altro in Israele sono in aumento. La situazione sta diventando molto scivolosa, i freni si stanno indebolendo e sembra che Israele non abbia modo di uscire da questa crisi ingestibile.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

 

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




È ora che Israele e l’Occidente riconoscano che la soluzione dei due-Stati è morta

 

 

È ora che Israele e l’Occidente riconoscano che la soluzione dei due-Stati è morta

Un recente sondaggio rivela che persino gli esperti occidentali e israeliani sanno che due Stati in Palestina sono impossibili.

Haidar Eid*

19 settembre 2021 – Al Jazeera

 

Lo scorso agosto l’autorevole rivista USA Foreign Affairs ha condotto un sondaggio sulla soluzione dei due Stati in Palestina fra “autorità con conoscenze specialistiche e i maggiori generalisti del campo”. I 64 esperti dovevano rispondere alla domanda “la soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese non è più praticabile?” e spiegare la propria posizione con un breve commento.

La metà ha risposto che la soluzione dei due Stati non è morta, sette non si sono espressi e 25 hanno risposto di sì – quella soluzione è morta.

Tra chi ha risposto di no, qualcuno ha tuttora oppure ha avuto in precedenza a che fare con istituti di ricerca sionisti, quali il Washington Institute for Near East Policy. Uno di loro è Martin Indyk, ex ambasciatore USA allo Stato segregazionista di Israele, che prima di iniziare la carriera diplomatica ha prestato servizio come vicedirettore per la ricerca dell’AIPAC [American Israel Public Affairs Committee, considerata la più potente lobby negli USA, che sostiene lo Stato di Israele, ndtr].

L’elenco comprende anche Dennis Ross e altri fortemente impegnati nel cosiddetto “processo di pace”, una storia infinita il cui obiettivo è salvaguardare lo Stato segregazionista di Israele e liquidare del tutto i diritti basilari dei palestinesi.

Ovviamente chi ha avuto parte nel “processo di pace” continua a restare attaccato all’illusione che sia possibile instaurare un bantustan [territori del Sudafrica riservati alle popolazioni native dal governo sudafricano nell’epoca dell’apartheid, ndtr.] palestinese.

Chi ha difeso la soluzione dei due Stati ha ammesso che alcune “barriere” ne ostacolano la realizzazione; fra queste la più citata è stata “la mancanza di volontà politica” da “entrambe le parti”. Qualcuno ha persino suggerito che la responsabilità sia esclusivamente della dirigenza palestinese, in quanto Hamas e l’Autorità Nazionale Palestinese non hanno il sostegno del popolo palestinese necessario per fare i sacrifici richiesti ed accettare l’apartheid e le politiche di insediamento coloniale di Israele.

È curioso che alcuni di quelli che non si sono espressi abbiano preferito adottare una posizione relativista post-moderna su un tema di libertà, uguaglianza e giustizia – perché ciò altro non è. Altri ancora hanno adottato un approccio alla questione palestinese incentrato sui diritti umani, rifiutandosi di assumere una posizione politica.

Sta a ciascuno giudicare che cosa significhi restare “neutrali” su un’evidente questione di giustizia. Solo pochi decenni fa chi avrebbe osato essere “neutrale” sulla fine dell’apartheid in Sudafrica?

In generale gran parte dei sostenitori della soluzione dei due Stati nel mondo accademico, nei circoli di politica estera e così via sono israeliani, americani o europei che non trovano nulla da ridire su un progetto di insediamento coloniale. I pochi palestinesi che sono a favore di questo approccio razzista alla questione palestinese non riconoscono i fatti compiuti: il sistema fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo è in realtà quello di un unico Stato, uno Stato di apartheid dove una comunità gode di tutti i privilegi di cittadinanza, mentre l’altra è privata dei suoi diritti umani fondamentali.

È piuttosto difficile non notare il razzismo e l’ingiustizia connaturati alla realtà segregazionista in Palestina, dove a soffrire non sono soltanto i palestinesi che vivono nei territori occupati dal 1967, come lascia intendere la domanda di Foreign Affairs.

Da parte mia, ho partecipato al sondaggio credendo che fosse importante far sentire la mia voce di palestinese. Ecco ciò che ho scritto nel limitato spazio a disposizione:

“Oltre al fatto che Israele ha intrapreso passi irreversibili che hanno reso impossibile questa soluzione – ossia l’espansione delle colonie ebraiche; l’annessione di altra terra in Cisgiordania oltre che a Gerusalemme; la costruzione del muro dell’apartheid che separa i palestinesi da altri palestinesi; il blocco della Striscia di Gaza; l’approvazione da parte della Knesset della razzista Nation-State Law [Legge sullo Stato-Nazione: questa legge, approvata dal parlamento israeliano nel 2018, restringe ai cittadini ebrei il diritto di autodeterminazione, legittimando così la discriminazione dei cittadini non ebrei, ndtr] – in linea di principio la soluzione dei due Stati non garantisce al popolo palestinese i diritti fondamentali previsti dal diritto internazionale (l’uguaglianza e il diritto al ritorno). Una soluzione di tipo bantustan è una soluzione razzista per antonomasia.”

Che una pubblicazione USA così autorevole sollevi questa domanda sulla realtà dei due Stati in Palestina e si assicuri che ci siano voci palestinesi fra gli intervistati è sicuro indizio della capacità dei palestinesi di fare sentire la propria voce nel cuore dell’impero. È anche rivelatrice del fatto che lentamente ma inesorabilmente il dibattito internazionale sulla Palestina si sta allontanando dagli argomenti del “processo di pace” o della “intransigenza” della dirigenza palestinese.

Se un intervistato ha espresso totale sconcerto per la semplice decisione da parte di Foreign Affairs di fare una simile domanda, ciò dà evidentemente fastidio ai sionisti USA e israeliani. Il tono difensivo adottato in molte delle risposte negative alla domanda indica che persino i più accaniti sostenitori di Israele sono consapevoli che la soluzione dei due Stati non può risolvere la questione palestinese e che essa è già morta a causa delle politiche israeliane di apartheid in Palestina.

L’alternativa è evidente: uno Stato unico per tutti gli abitanti della Palestina storica, senza distinzione di razza, etnia e religione; uno Stato simile al Sudafrica post-apartheid, che non sia basato sulla oppressione di una comunità da parte di un’altra. Non si può arrivare ad una vera soluzione della questione palestinese se si parte da idee razziste sulla separazione dei popoli. Soltanto il recupero dell’identità multiculturale della Palestina, che sia davvero inclusiva, laica e democratica, può portare ad una pace duratura non solo fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, ma anche oltre.

*Haidar Eid è professore associato all’Università Al-Aqsa di Gaza.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.

 

(traduzione dall’inglese di Stefania Fusero)

 




Gantz criminale di guerra e colonialista

Il capo dell’opposizione afferma che l’occupazione è un bene per i palestinesi

Ali Abunimah

10 settembre 2019 – Electronic Intifada

 

Benny Gantz, capo dell’esercito israeliano durante il massacro a Gaza nel 2014 da parte di Israele, sta prendendo in prestito argomentazioni dell’apartheid sudafricano per promuovere la sua campagna elettorale.

Gantz guida la coalizione di opposizione presuntamene di centro-sinistra che spera di spodestare Benjamin Netanyahu nelle elezioni israeliane di questo mese.

Lunedì, durante un attacco elettorale contro il primo ministro israeliano, Gantz ha dichiarato che, a differenza di Netanyahu, avrebbe consentito alle deputate USA Ilhan Omar e Rashida Tlaib di visitare Israele e i territori occupati.

Gantz ha sostenuto che, se l’avessero potuto fare, avrebbero visto “con i propri occhi” che “il miglior luogo in cui essere arabo in Medio Oriente è Israele… e il secondo miglior posto in cui essere arabo in Medio Oriente è la Cisgiordania.”

L’affermazione di Gantz secondo cui l’occupazione militare e la colonizzazione israeliane sono una benedizione per i palestinesi costituisce una diretta imitazione dei governanti dell’apartheid sudafricano, che insistevano sul fatto che il loro brutale regime suprematista bianco era un bene per la popolazione di colore.

Lo scrittore Ben White ha segnalato un’intervista del “New York Times” nel 1977 con John Vorster, che all’epoca era il primo ministro del regime razzista del Sud Africa.

“Il livello di vita dei neri in Sud Africa è da due a cinque volte più alto di quello di qualunque altro Paese africano,” sostenne Vorster.

Questa affermazione era un pilastro della propaganda del Sud Africa quando, durante gli anni ’80, il movimento globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni si rafforzava.

Non è sorprendente, in quanto i colonialisti sostengono sempre che il loro dominio violento è un regalo per il popolo che sfruttano ed opprimono.

Nelle attuali iniziative di Israele gli echi della propaganda del Sud Africa sono forti.

E come i razzisti sudafricani che cercavano di lottare contro l’isolamento del loro regime, Gantz ha dichiarato che “chiunque collabori con il BDS sta agendo contro lo Stato di Israele.”

L’ex capo dell’esercito ha anche sostenuto che il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi – è una “forma di antisemitismo”.

Nei fatti è un movimento antirazzista radicato nelle leggi internazionali e nei diritti universali.

Le affermazioni di Gantz mostrano che, nonostante i tentativi di presentarlo come un’alternativa ripulendone l’immagine, egli non rappresenta niente di diverso rispetto a Netanyahu.

 

Gantz deve affrontare un processo per crimini di guerra

Le elezioni israeliane da rifare cadono il 17 settembre.

Quello stesso giorno in Olanda ci sarà un’udienza in tribunale del processo di Ismail Ziada contro Benny Gantz.

Zaida, un cittadino palestino-olandese, ha citato in giudizio Gantz e un altro comandante israeliano per l’attacco del 20 luglio 2014 contro la casa della sua famiglia nel campo di rifugiati di al-Bureij a Gaza.

Il bombardamento israeliano uccise sette persone – la madre settantenne di Ziada, Muftia Ziada, tre fratelli, una cognata, un nipote di 12 anni e un amico che era andato a trovarli.

L’assalto contro Gaza del 2014 diretto da Gantz uccise 2.200 palestinesi, compresi 550 minori.

Ben lungi dal vergognarsi dei suoi crimini, nelle elezioni israeliane di aprile – che non sono riuscite ad esprimere un chiaro vincitore, provocando quindi queste votazioni di settembre – Gantz ha anzi messo annunci pubblicitari in cui si vantava di quanti palestinesi aveva massacrato nel 2014.

 

Il “dialogo” dell’UE con un criminale di guerra

I sanguinari precedenti e la difesa del colonialismo da parte di Gantz forniscono anche un metro di giudizio con il quale misurare il presunto sostegno dell’Unione Europea ai diritti umani.

Invece di stare dalla parte delle vittime di Gantz e della loro campagna per la giustizia, l’UE sta promuovendo il responsabile.

Proprio lo scorso mese Emanuele Giaufret, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, e i suoi colleghi europei si sono incontrati con Gantz per un’amichevole chiacchierata.

“Abbiamo intenzione di continuare il dialogo,” ha twittato Giaufret.

Ciò dimostra che non c’è un livello di razzismo e di crimini che un leader israeliano possa commettere contro i palestinesi che lo escluda dal caldo abbraccio dell’UE.

Speriamo che i giudici olandesi abbiano il senso della giustizia, della decenza e del coraggio di cui molti diplomatici e politici europei sono privi in modo così spregevole.

 

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Negazionismo e Nakba

Quando scoppia la bolla del negazionismo: un kibbutz israeliano di fronte alla Nakba

Salman Abu Sitta

5 settembre 2019 – Mondoweiss

 

Cosa succede quando un popolo è rinchiuso in una bolla in cui la “verità” ha un solo libro da leggere, da seguire e a cui ubbidire, e poi improvvisamente la bolla scoppia e il sole risplende su una verità completamente nuova, verificabile, chiara e corretta?

Ciò è quello che succede ai kibbutz [comunità agricole sioniste con proprietà collettiva, ndtr.] di Nirim, Nir Oz, Magen e Ein Hashloshla. Questi quattro kibbutz vennero fondati dopo la Nakba del 1948 sulla mia terra, Al Ma’in (65,000 dunum – 6.500 ettari). Al Ma’in è stato ed è da secoli il luogo d’origine della mia famiglia, Abu Sitta, ora rifugiata nella Striscia di Gaza e altrove.

Eitan Bronstein Aparicio, fondatore di “De-Colonizer” [De- Colonizzatore] (fondatore in precedenza di “Zochrot”, un gruppo israelo-palestinese che insegna la Nakba agli israeliani), ha fatto scoppiare la bolla. Eitan ha allestito una mostra piccola e semplice. Ha raccolto mappe, libri, video e una foto aerea della RAF [aviazione militare britannica, ndtr.] di Al Ma’in nel 1945, che mostra campi e l’aspetto principale del villaggio e le ha collocate in due stanze e un cortile. La mostra si è tenuta il 25 luglio 2019 nella “Casa Bianca”, l’unico edificio palestinese sopravvissuto alla demolizione del villaggio da parte degli israeliani nel 1948 e trasformata da Haim Peri, un artista di Nir Oz, in una galleria d’arte.

Eitan ha invitato i coloni di Al Ma’in e della zona circostante ad andare a vedere la mostra. Il suo messaggio era semplice. Quella era la gente che viveva qui e che ora è rifugiata a due chilometri di distanza dietro il filo spinato nella Striscia di Gaza. La presentazione lasciava intendere che Israele aveva preso la loro proprietà ed ora ci vivete voi.

Nonostante il fatto che il numero dei visitatori è stato modesto, probabilmente tra quaranta e cinquanta, le reazioni sono state indicative di gente a cui è stata negata la verità, le vittime del fatto di aver messo a tacere la Nakba.

Le considerazioni, e persino le minacce, più irate sono venute da un vecchio abitante di un kibbutz, di più di 80 anni, che aveva assistito e partecipato all’attacco contro Al Ma’in. La milizia Haganah [principale gruppo armato sionista prima della nascita di Israele, ndtr.] attaccò Al Ma’in il 14 maggio 1948 con 24 veicoli blindati, distrusse e bruciò case, demolì la scuola costruita nel 1920, fece saltare in aria il pozzo e il mulino a motore. Ad essa resistettero coraggiosamente per alcune ore 15 difensori palestinesi armati di vecchi fucili. Da bambino vidi le rovine fumanti del mio villaggio mentre ero ammassato insieme ad altri bambini e donne in una forra lì vicino. Non avevo mai visto un ebreo prima di allora e non sapevo chi fossero gli aggressori o perché fossero venuti a distruggere le nostre vite.

Il 14 maggio 1948 diventai un rifugiato.

Quel giorno sulle rovine del mio Paese, la Palestina, Ben Gurion proclamò lo Stato di Israele.

In seguito all’attacco e all’occupazione, nel periodo tra il 1949 e il 1955 sulla terra di Al Ma’in vennero costruiti i quattro kibbutz. La famiglia Abu Sitta, che era allora composta da circa 1.000 persone ed ora da circa 10.000, diventò rifugiata, per lo più nella Striscia di Gaza.

I coloni anziani, che erano presenti nel 1948, hanno accusato Eitan di eversione e gli hanno consigliato di trovare un altro Paese in cui emigrare. Hanno minacciato di dire alle autorità di negare l’ingresso a visitatori stranieri che potrebbero andare proprio per vedere la mostra. Ironicamente questi anziani sono stati i primi a visitare la mostra, probabilmente per trovare il modo di spiegare la loro storia negazionista.

Ovviamente la loro storia non merita neppure una replica. Hanno detto che lì non c’era nessuno: “Siamo arrivati dove c’era un deserto vuoto.” Come spiegare i campi coltivati nelle foto aeree? Chi li aveva seminati? La casa in cui è stata sistemata la mostra, il pozzo e il mulino a motore, le rovine che si trovano ancora lì, come li possono spiegare?

Il colono più anziano di Nirim, Solo (cioè Chaim Shilo o Solo Weicheck), 94 anni, un tedesco di origini russe, era indignato quando un giornalista britannico gli ha chiesto ripetutamente: “Perché non permettete alla famiglia Abu Sitta di tornare a casa?”

I coloni anziani hanno detto che quelle case erano state costruite dagli inglesi. Si tratta di una strana affermazione, in quanto chiunque abbia una conoscenza anche approssimativa della storia palestinese sa che abbiamo combattuto contro i britannici fin dalla [dichiarazione] Balfour. In particolare, il mio fratello maggiore Abdullah era il leader della rivolta del 1936-1939 nel distretto meridionale. Lui e i suoi compagni espulsero i britannici dal distretto di Beer Sheba per un anno, dall’ottobre 1938 al novembre 1939.

I coloni anziani sostengono di aver comprato le terre. Ma nessuno potrebbe fornire una prova di essere proprietario, legalmente o in altro modo, di un solo appezzamento di terreno per miglia e miglia.

La risposta più comune di giovani e anziani è stata: “Abbiamo vinto la guerra. Quando mai il vincitore ha restituito quello che ha vinto?”

Affermare che essere forti nella vittoria contro una controparte debole sia una giustificazione per un crimine solleverebbe la Germania nazista dai suoi crimini perché avrebbe potuto commettere e commise quei crimini. In base alla stessa argomentazione, i britannici sarebbero assolti da ogni colpa per il massacro di Amritsar  del 1919 [le truppe inglesi spararono contro la folla che assisteva ad un comizio nella città indiana, uccidendo più di 300 persone, ndtr.], i russi per aver giustiziato ufficiali polacchi nella foresta di Katyn nel 1940 [truppe sovietiche sterminarono più di 20.000 tra ufficiali e prigionieri polacchi, ndtr.] e i francesi per aver gettato in mare centinaia di prigionieri algerini da voli della morte con elicotteri nel 1957 [durante la “battaglia di Algeri” combattuta dal movimento di liberazione algerino, ndtr.].

I coloni hanno ripetuto il solito vecchio ritornello: “Noi abbiamo accettato il piano di spartizione [della Palestina tra arabi ed ebrei, approvato dall’ONU nel 1947, ndtr.], voi no. Sarebbe possibile che la Francia concedesse più di metà del Paese agli immigrati africani?”

Se i coloni fossero stati informati, avrebbero saputo che il piano di spartizione era una semplice raccomandazione, senza alcun valore giuridico vincolante. L’ONU non aveva l’autorità di dividere Paesi e lo disse. Oltretutto l’ONU, e sorprendentemente gli USA, lasciarono cadere il piano di spartizione a favore dell’amministrazione fiduciaria sulla Palestina da parte dell’ONU.

Nessuna fonte israeliana lo cita. I poveri coloni sarebbero gli ultimi a saperlo.

I coloni hanno sostenuto che “se non ci aveste fatto una guerra, tra di noi ci sarebbe stata la pace.” Ciò è molto strano. Non ricordo che la mia famiglia o qualunque altro gruppo di palestinesi abbia schierato un esercito ed abbia marciato verso la Polonia e la Russia per attaccarvi gli ebrei. É vero il contrario. Allora, chi ha scatenato la guerra? Non sanno rispondere.

Ciò che sicuramente non sanno è che l’abbandono del piano di spartizione a metà del marzo 1948 innescò un fondamentale avvenimento nella storia della Nakba. Ben Gurion [leader sionista e primo capo del governo israeliano, ndtr.] decise di conquistare la Palestina e ordinò di mettere in pratica immediatamente il piano Dalet [che prevedeva l’espulsione dei palestinesi dalla Palestina, ndtr.].

Di conseguenza iniziò l’invasione sionista della Palestina. In sei settimane, dal primo di aprile al 14 maggio 1948, l’Haganah conquistò località cruciali in Palestina e fondò sul terreno Israele, dopo che Herbert Samuel [politico ebreo sionista inglese nominato alto commissario del Mandato britannico sulla Palestina, ndtr.] (1920-1925) [periodo in cui Samuel fu alto commissario in Palestina, ndtr.] aveva definito le sue fondamenta giuridiche 28 anni prima.

In quelle sei settimane 220 villaggi, comprese molte cittadine, vennero attaccati e spopolati, quasi metà di tutti i rifugiati palestinesi vennero espulsi e vennero commessi 22 degli oltre 50 massacri avvenuti nel corso della Nakba. Durante quelle stesse sei settimane vennero condotte 17 operazioni militari da nove brigate. In ogni attacco ci fu una superiorità numerica di 10 a 1 contro i difensori. In totale Israele organizzò 31 operazioni militari per occupare parecchie regioni della Palestina, incrementando così il proprio controllo dal 6% della Palestina alla fine del Mandato [britannico] al 78% a metà del 1949. Vennero occupate nuove terre per formare una solida spina dorsale dalla pianura della costa centrale fino a Merj bin Amer e alle rive occidentali del fiume Giordano da Beisan a Metulla.

Quella fu la vera invasione della Palestina. Fu un’invasione sionista.

Ecco Adele Raemer, una nuova colona di Nirim. Arrivò dal Bronx [quartiere di New York, ndtr.] nel 1975 per insediarsi sulla mia terra. Scrive un blog sulla sofferenza dei kibbutz nell’‘enclave di Gaza’ e si lamenta degli aquiloni palestinesi che incendiano i ‘suoi’ campi di grano. Ho risposto dicendo che quelli sono i miei campi di grano. Le ho detto che ricordo che da bambino mi veniva permesso di sedermi sulla nostra mietitrebbia.

Ha voluto sapere: “Da quanto tempo la famiglia Abu Sitta ha vissuto ad Al Ma’in?”

Mi sono rifiutato di rispondere. Avrei potuto replicare che il nome Abu Sitta era sulle mappe di Allenby [generale britannico che sconfisse i turchi in Medio Oriente, ndtr.] quando conquistò Beer Sheba nel 1917, che il mio trisnonno fu citato per nome in un documento ottomano del 1845 riprodotto al Cairo e a Gerusalemme. Avrei potuto dirle che il nome Abu Sitta (Padre di Sei) venne coniato verso il 1720 in considerazione del fatto che il mio progenitore era un ben noto cavaliere accompagnato dalla scorta di sei compagni.

Mi sono rifiutato di rispondere perché non devo provare la mia discendenza a una colona i cui parenti sono arrivati di nascosto su una nave da uno shtetl [villaggio ebraico dell’Europa dell’est, ndtr.] sulle spiagge della Palestina nel cuore della notte.

Le sue lamentele sulla dura vita a Nirim sono state riprese da suo cugino, Gil Troy, un docente di storia all’università McGill [università canadese con sede a Montreal, ndtr.]. La formazione accademica non lo salva dai limiti della bolla della negazione. In risposta al devastante attacco israeliano contro Gaza dell’agosto 2014 [l’operazione “Margine protettivo”, ndtr.] ha scritto che Nirim venne fondato nel 1946, cioè prima della Nakba. Falso. Venne fondato sulla mia terra nella primavera del 1949, dopo che fummo attaccati ed espulsi. Egli ammira la “vera comunità di coltivatori”, ma omette di menzionare che venne fondata su una proprietà rubata e che i proprietari la vedono da dietro il filo spinato a due chilometri di distanza. Egli loda i coloni in quanto “agricoltori che persino sotto il continuo fuoco tendono la mano ai loro vicini gazawi, sconcertano il mondo con la loro straordinaria generosità ebraica, sionista e democratica.”

La bolla negazionista ha impedito al dotto professore di notare che la popolazione di 247 villaggi spopolati è stata ammassata nella stretta Striscia di Gaza con una densità di 7.000 persone per km2, mentre i coloni vagano sulla loro terra con una densità di 7 persone per km2.

Lo stesso Nirim ha 173 membri e le loro famiglie sfruttano 20.000 dunam (2.000 ettari) della mia terra, mentre la mia famiglia estesa, Abu Sitta, è composta da 10.000 rifugiati che vivono a due chilometri di distanza.

Il dotto professore parla del “confine” di Israele. Dovrebbe sapere che Israele non ha mai avuto un confine né per sua stessa ammissione né per le leggi internazionali. Probabilmente si riferiva alla linea dell’accordo di armistizio del 24 febbraio 1949. Ma il secondo articolo di questo accordo stabilisce che esso non concede diritti a Israele, né riguardo alla sua sovranità né alla proprietà di terre occupate.

Senza dubbio il dotto professore non sa che il confine di cui parla è solo una linea temporanea di ‘modus vivendi’ concordata nel febbraio 1950. La vera linea di armistizio è tre chilometri all’interno della terra occupata da Israele nel 1948, il che fa sì che Nirim, Ein Hashlosha e Nir Oz si trovino nella Palestina non occupata, nota ora come Striscia di Gaza.

Questo solo pensiero terrorizzerebbe i coloni e trasformerebbe la mostra di Eitan in una bomba di fatti che minerebbe tutte le loro rivendicazioni. Ma ciò non è stato citato.

È stranamente assente da ogni discussione l’orrendo stupro e l’uccisione di una ragazzina araba di 12 anni catturata da un plotone di Nirim nell’agosto 1949. I soldati di un plotone l’hanno violentata a turno, poi le hanno sparato e l’hanno sepolta. L’unico segno fu la sua mano che spuntava dalla fossa poco profonda. Ben Gurion citò brevemente questo fatto nel suo diario di guerra. Nessuno fa riferimento a questo crimine, neppure i coloni più anziani, come Solo, che all’epoca erano lì.

Ma c’è un raggio di speranza, un raggio così tenue da mettere in evidenza la dimensione della negazione. È una risposta di Efran Katz, un colono di Nir Oz. Vale la pena di citarlo integralmente:

Quello che oggi ho visto qui è stato molto toccante e persino doloroso. Nonostante abbia vissuto qui per più di 35 anni, sento la necessità e la speranza di tornare alla terra e riviverla con le emozioni passate, di riviverla con la cultura e i costumi vostri, degli abitanti.

Una terra non è un mattone. Una terra è un valore, è radici, è l’amore per un luogo. Non c’è posto per la deportazione. Il mio cuore è con voi.

Ai coloni può sembrare che la bolla della negazione sia un luogo sicuro in cui nascondersi. La logica è chiara. Se un crimine viene rivelato, chi lo ha commesso sarebbe un criminale meritevole di una punizione e obbligato a un risarcimento. La mostra di Eitan è un chiaro promemoria.

Ma ora non è rimasto molto spazio per nascondersi nella bolla della negazione. Quando tutto il mondo saprà del crimine, la giustizia li raggiungerà e il risarcimento sarà un prezzo molto pesante da pagare.

 

Salman Abu Sitta è fondatore e presidente della “Palestine Land Society” [Società Palestinese della Terra], di Londra, che si dedica alla documentazione sulla terra e il popolo palestinesi. É l’autore di sei libri sulla Palestina, compresi il compendio “Atlante della Palestina 1917-1966”, edizione in inglese e in arabo, l’“Atlante del viaggio di ritorno” e oltre 300 documenti e articoli sui rifugiati palestinesi, il diritto al ritorno, la storia della Nakba e i diritti umani. Gli viene attribuita una vasta documentazione e cartografia della terra e del popolo palestinesi di oltre 40 anni. La sua acclamata autobiografia “Mappare il mio ritorno” descrive la sua vita in Palestina e la sua lunga lotta in quanto rifugiato per tornare in patria.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Israele non è un Paese democratico

Perché Israele non può essere definito uno Stato democratico

La ‘democrazia’ in Israele è stata instaurata per gli ebrei dopo che i sionisti hanno espulso il 90% dei palestinesi

 

Joseph Massad

23 agosto 2019 – Middle East Eye

 

 

Le elezioni israeliane della scorsa primavera sono state viste dalla stampa occidentale e  da alcuni politici occidentali come una conferma che Israele sta diventando meno democratico e più razzista e sciovinista.

Ci viene detto che questo sta compromettendo l’immagine di Israele come “Stato ebreo e democratico”. Il New York Times ha scritto: “Per la sinistra la democrazia israeliana è sulla difensiva. Per la destra etno-nazionalista, che l’anno scorso è riuscita a sancire con la legge fondamentale l’autodefinizione di Israele come lo Stato-Nazione degli ebrei, ha bisogno di un adeguamento.”

Il comune cliché celebrativo secondo cui Israele è stato in grado di bilanciare i suoi due importanti principi ideali e fondamentali – cioè essere “uno Stato ebreo e democratico” –  si è di recente modificato in quanto alcuni stanno lamentando che questo presunto equilibrio sia stato compromesso dalle “recenti” tendenze della destra.

Impegno nella pulizia etnica

Il fatto rilevante che questo quadro ignora deliberatamente è che la “democrazia” in Israele è stata instaurata per gli ebrei israeliani dopo che i sionisti hanno espulso il 90% della popolazione palestinese quando Israele è stato fondato nel 1948, diventando da un giorno all’altro maggioranza nel Paese etnicamente ‘ripulito’.

Hanno scelto un governo liberale democratico per la maggioranza ebrea di coloni, instaurando un sistema di apartheid legale per i palestinesi che non hanno potuto espellere, anche attraverso decine di leggi razziste.

Questo impegno ad attuare una pulizia etnica e un governo ebraico suprematista è stato un cardine  dell’ideologia del movimento sionista fin dal  suo esordio.

Theodor Herzl, il padre del sionismo, ha tracciato le linee su come comportarsi con i nativi palestinesi. Nel suo pamphlet fondativo  del 1896 ‘The State of the jews” [Lo Stato degli ebrei]  mise in guardia contro ogni impegno democratico e ammoniva che “un’infiltrazione (di ebrei in Palestina) è destinata a finire in un disastro. Proseguirà fino al momento inevitabile in cui la popolazione nativa si sentirà minacciata e costringerà il governo esistente ad arrestare un ulteriore afflusso di ebrei. Di conseguenza l’immigrazione è inutile se non si basa su una sicura supremazia.”

I coloni ebrei, ha scritto Herzl nel suo diario, dovrebbero “cercare di sospingere la poverissima popolazione [araba, ndtr.] al di là del confine, trovandole impiego nei Paesi di transito, negando loro qualunque impiego nel nostro Paese….

L’espulsione dei poveri deve essere condotta in modo discreto e prudente. Bisogna lasciar credere ai proprietari di immobili che stanno raggirandoci, vendendoci i beni a prezzo maggiore del loro valore. Ma noi non venderemo loro niente in cambio.”

Le colonie ebree si sono moltiplicate di pari passo con l’espulsione dei palestinesi. Nel 1920 l’agronomo e giornalista polacco Chaim Kalvarisky,  direttore della ‘Jewish Colonization Association’, affermava che, essendo stato uno di coloro che hanno spodestato i palestinesi fin dagli anni ’90 dell’800, “la questione degli arabi mi è apparsa per la prima volta in tutta la sua gravità subito dopo il primo acquisto di terra che ho fatto là. Ho dovuto espellere gli abitanti arabi dalla loro terra allo scopo di insediarvi i nostri fratelli.”

Kalvarisky si rammaricava che il “doloroso canto funebre” di coloro che stava cacciando “non ha smesso di risuonare alle mie orecchie per lungo tempo da allora.”

Opposizione categorica

La paura della democrazia universale da parte dei sionisti ed il loro impegno verso la pulizia etnica erano così forti che dopo la prima guerra mondiale, quando gli inglesi – preoccupati di impegnarsi su troppi fronti–  volevano chiedere agli USA di assumersi parte della responsabilità per la Palestina, loro si opposero categoricamente.

L’Organizzazione Mondiale Sionista (World Zionist Organization, WZO) contestò con veemenza il coinvolgimento statunitense: “La democrazia in America troppo frequentemente significa governo della maggioranza senza riguardo alla diversità di tipi o fasi di civilizzazione o alle differenze di qualità…La maggioranza numerica in Palestina oggi è araba, non ebrea. Qualitativamente, è un semplice fatto che gli ebrei oggi sono predominanti in Palestina, e date le opportune condizioni saranno quantitativamente predominanti anche nella prossima o nelle prossime due generazioni”, ha affermato la WZO.

“Ma se la mera concezione aritmetica di democrazia dovesse essere applicata adesso o tra breve tempo nelle condizioni palestinesi, la maggioranza che comanderebbe sarebbe la maggioranza araba, e il compito di creare e sviluppare una grande Palestina ebrea sarebbe infinitamente più difficile.”

Si noti che la WZO ignorava il fatto che gli indigeni americani e gli afroamericani, tra gli altri, non erano inclusi nella versione USA di “democrazia”.

Nello stesso anno Julius Kahn, un membro ebreo del Congresso USA, inviò una dichiarazione appoggiata da circa 300 personalità ebree – sia rabbini che laici –  all’allora presidente Woodrow Wilson, la cui amministrazione sosteneva i sionisti.

La dichiarazione denunciava che i sionisti cercavano di segregare gli ebrei e di invertire la storica tendenza verso l’emancipazione, e si opponeva alla creazione di uno specifico Stato ebraico in Palestina in quanto contrario “ai principi della democrazia.”

 ‘Trasferimento forzato’

Il radicato timore di Herzl per la democrazia si trasmise ai suoi seguaci sionisti. A destra, il fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, nel 1923 polemizzò contro la “sinistra” laburista sionista, che voleva espellere la popolazione palestinese con l’inganno, spiegando che non c’era altra strada se non la formula violenta secondo cui la colonizzazione ebrea e l’espulsione dei palestinesi erano un solo e unico processo.

“Qualunque popolo nativo….non accetterà volontariamente non solo un nuovo padrone, ma neanche un nuovo partner. Ed è così per gli arabi”, ha sottolineato Jabotinsky. “Coloro tra di noi che sono inclini al compromesso cercano di convincerci che gli arabi siano una specie di folli che possono essere ingannati… (e) che abbandoneranno il loro diritto di nascita in Palestina per ottenere vantaggi culturali ed economici. Io rigetto totalmente questa analisi degli arabi palestinesi.”

Negli anni ’20 e ’30 del  ‘900 i sionisti idearono piani strategici per la pulizia etnica (che chiamavano “trasferimento”) dei palestinesi. Concordando con Jabotinsky, David Ben-Gurion, il leader  aburista sionista dei coloni, dichiarò nel giugno 1938: “Sostengo il trasferimento forzato. Non vi vedo niente di immorale.”

La sua dichiarazione faceva seguito alla politica adottata dall’Agenzia Ebraica, che creò il suo primo “Comitato per il trasferimento della popolazione” nel novembre 1937 per pianificare l’espulsione forzata dei palestinesi. Due altri comitati furono creati nel 1941 e nel 1948.

Nemici dei palestinesi

Chaim Weizmann, capo della WZO, nel 1941 concepì dei piani per espellere un milione di palestinesi in Iraq e sostituirli con cinque milioni di polacchi ed altri coloni ebrei europei. Parlò dei suoi piani all’ambasciatore sovietico a Londra, Ivan Maisky, sperando di ottenere l’appoggio sovietico.

Quando Maisky si mostrò sorpreso, Weizmann replicò con un argomento razzista, non diverso da quello usato dai fascisti nei confronti degli ebrei europei nello stesso periodo: “l’indolenza e il primitivismo dei palestinesi trasforma un fiorente giardino in un deserto. Datemi la terra occupata da un milione di arabi e vi insedierò facilmente un numero di ebrei cinque volte maggiore.”

La cosiddetta formula di uno “Stato ebreo e democratico”, che tanti tra i difensori di Israele temono sia oggi in pericolo, si è sempre basata su un calcolo di supremazia ebrea e pulizia etnica – non diversamente dalle democrazie liberali suprematiste bianche instaurate dopo la pulizia etnica in USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Ma, mentre le altre colonie di insediamento sono state capaci, dopo secoli di pulizia etnica, di istituire la supremazia demografica bianca – anche se le attuali politiche contrarie all’immigrazione non bianca negli USA dimostrano quanto delicato sia diventato questo equilibrio – la popolazione ebrea coloniale di Israele è tornata ad essere una minoranza di fronte ad una maggioranza di nativi palestinesi.

Quella maggioranza continua a resistere alla pulizia etnica e al governo suprematista ebraico, che i sostenitori di Israele ed i nemici dei palestinesi vantano come “uno Stato ebreo e democratico.”

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Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

 

Joseph Massad è professore di politica araba contemporanea e di storia del pensiero alla Columbia University di New York. È autore di diversi libri e di articoli accademici e giornalistici. I suoi libri comprendono: ‘Colonial effects: the making of National identity in Jordan’ [Effetti colonialisti: la creazione di un’identità nazionale in Giordania], ‘Desiring arabs’ [Arabi desiderosi], ‘The persistence of the palestinian question: essays on zionism and the palestinians’ [La persistenza della questione palestinese: saggi su sionismo e palestinesi], ed il più recente ‘Islam in liberalism’ [L’Islam nel liberalismo]. I suoi libri e i suoi articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.

 

 

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Eurovision e hasbara

Sole, gay, misoginia e shawarma: la promozione dell’Eurovision ancora un altro fallito tentativo israeliano di legittimazione

Denijal Jegić

13 maggio 2019- Mondoweiss

 

La competizione musicale dell’Eurovision di quest’anno avrà luogo a Tel Aviv. L’evento di musica pop potrebbe essere una grande opportunità propagandistica per l’ultima colonia europea. Gli ultimi tentativi di Israele di promuovere se stesso rivelano tuttavia ancora una volta la sua convulsa lotta per legittimarsi. L’hasbara [propaganda, ndtr.] finanziata dal governo continua a riciclare gli stessi miti colonialisti, cercando di nascondere l’appartenenza al colonialismo d’insediamento e la cancellazione degli indigeni dietro a immagini colorate di sole, mare, bandiere arcobaleno e shawarma [kebab, ndtr.].

L’emittente televisiva pubblica KAN ha diffuso un video sulle reti sociali, con l’intento scontato di pubblicizzare la  competizione canora dell’Eurovision e di promuovere Israele come destinazione turistica.

Il filmato è tristemente emblematico del più generale approccio di Israele verso il pubblico occidentale. Mostra Lucy Ayoub, una degli ospiti dell’Eurovision, ed Elia Grinfeld, un dipendente di KAN, che cantano e ballano, cercando disperatamente di attirare l’attenzione di due turisti europei bianchi che sembrano scettici. Lucy ed Elia guidano i due turisti in un teatro, obbligandoli a “unirsi a questo rapido indottrinamento”, in modo che possano aiutarli “ad avere delle fantastiche vacanze”. Quel momento potrebbe implicare che i creatori del video siano consapevoli di quanto possa essere estenuante per il mondo esterno il carattere ridicolo dell’hasbara.

“So proprio quello che avete sentito, che questa è una terra di guerra e occupazione,” dichiara Elia. “Ma abbiamo molto più di quello,” aggiunge Lucy. Riflettendo le pratiche del governo israeliano di perpetuare fisicamente la guerra e l’occupazione cercando al contempo di nascondere a parole quella politica, il video sostituisce in modo sonoro e visivo la situazione palestinese con il benessere sionista.

Quello che segue è un riciclaggio dei noti argomenti dell’hasbara, di “un piccolo Paese con un grande orgoglio” e della “Nazione delle start-up” altamente tecnologica. L’orrore delle gerarchie in base alla razza è celato, in quanto Israele viene presentato come un mosaico multietnico. Lucy, figlia di madre ebrea israeliana e di padre palestinese cristiano, usa le sue origini “arabe” per mascherare i soprusi di Israele contro i palestinesi, proclamando: “Sono araba, sì, alcuni di noi vivono qui,” senza menzionare che la maggior parte di loro è stata espulsa. Quando Elia aggiunge che è scappato dalla Russia, Israele appare come un rifugio per le minoranze perseguitate. Dopo tutto, come propagandano Lucy ed Elia, Israele è “la terra del miele”, “la terra del latte”, e “sempre soleggiato.”

Nessuna propaganda israeliana sarebbe completa senza utilizzare il pinkwashing [il ricorso alla presunta tolleranza verso gli omosessuali per mascherare l’oppressione dei palestinesi, ndtr.], ovvero l’occultamento retorico da parte di Israele della violenza del colonialismo di insediamento dietro l’auto-glorificazione per il suo presunto progresso riguardo ai diritti LGBT+.

In generale l’hasbara si affretta a mostrare una coppia di uomini gay che si baciano in pubblico, per far pensare al proprio pubblico che include le minoranze e, al contempo, dipingere gli arabi e i musulmani come intrinsecamente omofobi (ciò è in linea con il luogo comune orientalista secondo cui i palestinesi non meritano la libertà perché Hamas ha ucciso omosessuali). Quindi è assolutamente prevedibile che nel video di KAN due uomini dimostrino affetto in pubblico davanti a una bandiera arcobaleno a Tel Aviv. Elia canta che “i gay si abbracciano per strada”, nel caso ciò non fosse ovvio. La prassi israeliana di pinkwashing appare notevolmente omofobica. Poiché la popolazione LGBT+ sta lottando per uguali diritti ed è ancora perseguitata in molte parti del mondo, è a dir poco offensivo esibire gay e utilizzarli come una copertura per la persecuzione dei palestinesi. Anche il fatto che Israele abbia preso di mira in modo strategico palestinesi

non–eterosessuali è stato ben documentato.

Il video include anche stereotipi antisemiti: “Molti di noi sono ebrei, ma solo alcuni sono taccagni.” Fa riferimenti misogeni umilianti per le donne, quando Elia chiede ai turisti di “godersi le nostre care bitches [puttane, ndtr.]” invece delle beaches [spiagge, ndtr.].

Il video promuove il furto coloniale di cucina, cultura, storia e geografia palestinesi. Allo spettatore viene detto che c’è “buon shawarma” in tutto Israele, e il Mar Morto diventa israeliano in un luogo di villeggiatura orientalista, quando  Lucy sta seduta su un cammello coperto da stoffe colorate.

Gerusalemme viene definita “la nostra amata capitale” che, come apprende lo spettatore, è la sede dello “Yad Vashem” [il museo dell’Olocausto, ndtr.] e dei luoghi santi. Lucy ed Elia camminano per la Città Vecchia, che è sottoposta a un’occupazione illegale da oltre mezzo secolo. Infine, mentre Lucy ed Elia stanno ballando e dicendo agli spettatori “Vi stiamo aspettando”, Elia indossa una maglietta che dice “Amo Iron Dome” [il sistema antimissile israeliano, ndtr.], in supporto al complesso militare-industriale di Israele.

È come se i palestinesi e la Palestina non fossero mai esistiti. Non solo non sono nominati neanche una volta, la loro storia e la loro cultura sono sostituiti da una fragile narrazione della comunità dei coloni basata su un esclusivismo genocida.

Questo scopo di indottrinamento degli stranieri con miti colonialisti è centrale anche in un sito web che è stato messo in piedi dal governo israeliano. Intitolata boycotteurovision.net, la pagina è un ovvio tentativo di prendere di mira i sostenitori del movimento BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndtr.]. Descrivendo Israele come “Bellissimo. Diverso. Sensazionale” (BDS), il sito consiste in testi e video di propaganda, comprese immagini di coppie gay, luoghi sacri di Gerusalemme e turisti bianchi. Come una guida di viaggio poetica, la pagina rende romantico Israele come un “Paese incantevole”, che “offre magnifiche vedute, spiagge dorate, panorami verdeggianti, vasti deserti, cime innevate e città dinamiche immerse nel valore millenario di straordinari siti storici e culturali.”

Il lettore apprende inoltre che “in Israele tutta la gente, ebrei e arabi, musulmani e cristiani, religiosi e laici, così come LGBT, vive insieme in un bastione di coesistenza nel cuore del Medio Oriente.” Tuttavia la realtà è l’apartheid e un’oppressione strutturale dei palestinesi musulmani e cristiani, delle persone di colore ebree e non e dei dissidenti politici indipendentemente dalla loro identificazione etnico-nazionale o religiosa. Ciò non ha niente a che vedere con la coesistenza.

Il “bastione” di pace e coesistenza è un tipico mito orientalista che sfrutta le convinzioni degli occidentali sull’inferiorità culturale delle civiltà islamica e araba. Nel luogo comune di un Medio Oriente presuntamene pericoloso, Israele, in quanto colonia europea, serve come simbolo di una libertà continuamente minacciata che deve essere salvaguardata.

Il sito web fa ricorso anche al mito orientalista di Israele “che fa fiorire il deserto e lo trasforma in un’oasi di tolleranza.” Questo argomento sionista non solo ignora la presenza storica dei palestinesi. Negandone completamente l’esistenza, la fantasia di un deserto vuoto è servita come una fondamentale giustificazione per la colonizzazione della Palestina.

La riscrittura nel sito web della storia palestinese include l’affermazione che “Israele, nella sua breve storia, ha assorbito più immigrati di qualunque altro Paese, con nuovi arrivati da più di cento Paesi.” La Nakba, la distruzione dei villaggi palestinesi e la violenta espulsione della maggioranza della sua popolazione rimangono assenti. Invece al lettore viene detto che “la vita in Israele è innovativa, e allo stesso tempo ancora legata alla sua ricca storia. Israele è una destinazione piena di cordialità, disponibilità e amore che lascerà a chiunque la visiti ricordi (e amici!) per tutta la vita.”

Ovviamente ciò non riguarda i milioni di rifugiati palestinesi della diaspora, i palestinesi profughi interni a Gaza, o i palestinesi della Cisgiordania che non hanno il permesso di tornare nel territorio da cui sono stati espulsi nel 1948, mentre Israele continua a violare numerose risoluzioni ONU.

I tentativi propagandistici di Israele riguardo all’Eurovision sono parte integrante della sua cancellazione discorsiva di ogni cosa palestinese. E mentre la parola “Palestina” non viene pronunciata in nessuno dei colorati video e immagini, il linguaggio iperbolico, la necessità di verbalizzare le cose più semplici e di pregare letteralmente i turisti a visitarlo rivela che c’è qualcosa di inquietante dietro la facciata colorata dell’hasbara.

L’Eurovision è un semplice esempio di come Israele stia disperatamente cercando di guadagnarsi legittimità attraverso un’ostinata insistenza su vecchi miti e il quasi comico esaurimento degli stessi argomenti.  Poiché il sionismo è un moderno movimento colonialista che è incompatibile con i diritti umani universali e con le leggi internazionali e Israele non ha alcuna giustificazione morale o giuridica per la colonizzazione della Palestina e per i soprusi genocidari contro i palestinesi, il regime israeliano continuerà a avere disperatamente bisogno di una propaganda assurda nei suoi sforzi di raccontare al mondo esterno, e probabilmente a se stesso, una versione modificata della storia, cercando di dimostrare di avere una qualche legittimità.

 

Su Denijal Jegić

Denijal Jegić è uno studioso con un post-dottorato. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Istituto di Studi Americani Transnazionali all’università Johannes Gutenberg di Magonza.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)