Come Israele ha fatto di un insegnante un traditore

Oren Ziv

9 febbraio 2024 – +972 Magazine

I post sui social media relativi al 7 ottobre lo hanno fatto licenziare, arrestare e gettare in prigione. Ora, Meir Baruchin deve lottare per tornare in una scuola che vuole che se ne vada.

Immaginate la scena: un giorno un insegnante di scuola superiore di 62 anni entra nel cortile della scuola e viene accolto da una protesta premeditata da parte degli studenti che si rifiutano di frequentare la sua lezione. “Figlio di puttana!” uno studente gli urla contro. “Buffone!” grida un altro. “Puttana!” strilla un terzo, mentre altri studenti sputano per terra davanti a lui.

Questa è stata l’accoglienza che Meir Baruchin ha ricevuto il 19 gennaio, il giorno in cui è stato reintegrato nella scuola superiore Yitzhak Shamir della città di Petah Tivkah, nella zona centrale di Israele, dopo essere stato licenziato, arrestato e incarcerato per quattro giorni in condizioni di isolamento in una prigione di massima sicurezza. Il suo reato? Due post su Facebook l8 ottobre – il giorno dopo che i miliziani guidati da Hamas avevano massacrato oltre 1.100 persone nel sud di Israele e dopo che Israele aveva iniziato il bombardamento della Striscia di Gaza – in cui condivideva una foto di bambini palestinesi uccisi in un attacco aereo israeliano e implorava di fermare questa follia” e metteva in guardia contro il crescente spargimento di sangue in Cisgiordania.

In unudienza tenutasi 10 giorni dopo presso il Comune di Petah Tikvah, che assume tutti gli insegnanti delle scuole pubbliche della città, Baruchin è stato accusato di condannare i soldati delle IDF [l’esercito israeliano, ndt.], stigmatizzare lo Stato di Israele e sostenere atti terroristici” e licenziato dal suo incarico. Alla ricerca di ulteriori punizioni il Comune ha anche presentato alla polizia una denuncia riguardo alla condotta di Baruchin, che è stato arrestato meno di un mese dopo con laccusa di manifesta intenzione di tradire il Paese”.

Alla fine Baruchin è stato rilasciato su cauzione e il 15 gennaio il tribunale regionale del lavoro di Tel Aviv ha stabilito che era stato licenziato ingiustamente. Il Comune ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale e il procedimento legale è ancora in corso nonostante l’avvenuta reintegrazione il mese passato. E anche se per la preside della scuola, Rachel Barel, sarebbe stato necessario un intervento giuridicamente praticabile per impedire il suo ritorno”, nel frattempo la scuola ha concordato che Baruchin riceverà il suo stipendio insegnando a distanza, registrando le lezioni di educazione civica per gli studenti del 12° anno [in Israele l’ultimo anno delle superiori, ndt.] che si preparano per gli esami di maturità.

Mentre dallinizio della guerra i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare una persecuzione dilagante, il caso di Baruchin dimostra come, anche se in numero molto minore, anche gli ebrei israeliani di sinistra stanno cadendo vittime della repressione di Stato sulla libertà di espressione. In seguito alla rivolta suscitata dal suo breve ritorno a scuola +972 ha incontrato l’insegnante di storia e educazione civica nella sua casa di Gerusalemme per conoscere la sua esperienza degli ultimi mesi. L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

E’ rimasto sorpreso nel ritrovarsi in questa situazione, licenziato e persino arrestato per un post sui social media?

Insegno educazione civica e storia, due materie fortemente politiche. Le dimensioni politiche sono inevitabili, quindi non sono rimasto sorpreso da questa repressione. Non sono il primo ad essere arrestato senza motivi fondati – e se fossi stato palestinese sarebbe andata peggio – e sfortunatamente non credo che sarò lultimo.

Conosco centinaia di insegnanti che hanno paura di parlare apertamente, paura di perdere i propri mezzi di sostentamento. Il mio licenziamento è stato chiaramente un messaggio intenzionale. Lobiettivo è mettere a tacere chiunque sollevi delle critiche minacciandone i mezzi di sussistenza, denunciandolo pubblicamente, infamandolo nei principali media e mandandolo in prigione.

Un ministro del governo ha suggerito di sganciare una bomba atomica su Gaza. Un altro ha chiesto che Huwara [città palestinese in Cisgiordania] venga cancellata. Durante lindagine ho chiesto a chi mi interrogava se avessero convocato tutte le persone che avevano cantato o scritto sui muri Morte agli arabi” o che avevano chiesto che i villaggi palestinesi fossero dati alle fiamme. Che dire di Itzik Zarka [un importante attivista del Likud] che si è detto orgoglioso del fatto che 6 milioni di ebrei ashkenaziti siano stati inceneriti [nell’Olocausto]? Lo avete arrestato? Interrogato? È abbastanza evidente che ci troviamo di fronte ad unapplicazione selettiva delle leggi.

Non si tratta semplicemente di costruire una realtà. È anche una manipolazione deliberata delle coscienze. Attraverso il controllo del sistema educativo, dellesercito e dei media si acquisisce un potere enorme e si può manipolare la popolazione nel modo desiderato. Chi non si adegua è un traditore, un anti-israeliano, un nemico che va trattato come si tratta un nemico.

La sensazione è che come società oscilliamo costantemente tra nevrosi e psicosi. Siamo in uno stato di disintegrazione, incapaci di accogliere coloro che sono diversi da noi. Sono visti come nemici, creano un senso di minaccia. E quando si è minacciati si reagisce violentemente.

Alla base dell’indagine ci sono due post su Facebook scritti l’8 ottobre. Cosa ha detto in quei post?

In uno di essi ho condiviso limmagine dei cadaveri di cinque bambini palestinesi, della famiglia Abu Daqqah, avvolti in lenzuoli bianchi. Di solito non invio queste foto, ma ero così scioccato che volevo che gli israeliani vedessero cosa veniva fatto a loro nome. La maggioranza degli israeliani non se ne interessa. Ho visto che questa foto è stata pubblicata anche su siti web di destra con faccine che ridono ed emoji di applausi e commenti del tipo: “Molti altri così“.

Nel secondo post ho scritto che anche in Cisgiordania si stava verificando un massacro. Quel giorno erano stati uccisi circa cinque palestinesi, alcuni dei quali minori.

Unaltro elemento presentato come prova contro di lei è una schermata proveniente dal WhatsApp di un insegnante che mostra un messaggio in cui lei scrive: I soldati israeliani non hanno mai violentato donne palestinesi? Lo fanno dal 1948. Questo non è contenuto nei libri di testo [di storia]”. Mi parli di questa conversazione.

Il 7 ottobre nel gruppo c’è stato uno scambio di opinioni emotivamente intenso, giustamente. La gente era scioccata, e lo ero anchio. Molti insegnanti hanno scritto cose che esprimevano shock e dolore, e si è sviluppata una discussione sugli obiettivi della risposta israeliana. Hanno scritto che Gaza avrebbe dovuto essere rasa al suolo e Hamas sradicato. Quindi ho chiesto: Qual è il fine? Cosa vogliamo?”

Ho scritto che uccidendo un gran numero di donne e bambini stavamo facendo del male a persone innocenti, cosa impossibile da accettare. Allora qualcuno ha risposto che dopo quello che ci hanno fatto [i palestinesi] se lo meritavano e ha affermato che i nostri soldati non hanno mai violentato le donne palestinesi. Quindi ho corretto questa affermazione. Sul mio telefono ho delle schermate dei diari di David Ben Gurion e Yisraeli Galili [il Capo di Stato Maggiore del gruppo paramilitare sionista pre-statale dell’Haganah] che descrivono casi in cui nel 1948 i nostri soldati hanno violentato donne palestinesi. Da quando sono stato rilasciato ho raccolto ulteriori prove di questo.

Mi racconti del suo arresto e interrogatorio a novembre.

Giovedì 9 novembre intorno alle 14.30 ho ricevuto una telefonata dalla polizia che mi informava che ero convocato per un interrogatorio con l’accusa di istigazione. Quando sono arrivato alla stazione di polizia un detective mi si è avvicinato. Ha confiscato il mio telefono e mi ha portato in una stanza dove mi hanno immediatamente legato mani e piedi e mi hanno portato via l’orologio da polso. [L’orologio, il telefono, il computer portatile e le chiavette USB sono stati restituiti a Baruchin solo tre settimane dopo il suo rilascio.]

Hanno iniziato a setacciare il mio telefono e poi mi hanno mostrato un mandato di arresto e uno di perquisizione dicendomi che avrebbero perquisito la mia casa. Cinque investigatori mi hanno portato a casa mia e, in presenza di due testimoni di cui avevo chiesto la presenza, la hanno messa a soqquadro.

Quella sera sono stato riportato alla stazione di polizia per essere interrogato. L’interrogatorio è durato circa quattro ore. L’investigatrice mi ha mostrato una dozzina di post sulla mia pagina Facebook, ma solo uno di questi era successivo al 7 ottobre. C’erano post di quattro anni fa, alcuni di un anno e mezzo fa.

La sua tecnica era molto manipolatoria. Non mi ha fatto vere e proprie domande. Piazzava le risposte all’interno delle domande. Ad esempio, mi chiedeva qualcosa del tipo: Se giustificasse lo stupro delle donne da parte di membri di Hamas, cosa ne penserebbe di…” – come se avesse già deciso che io giustificavo lo stupro.

E poi è stato messo in cella?

Sì, verso le 23:00. Agli altri detenuti è stato detto di non avvicinarsi né di parlare con me [Baruchin era l’unico ebreo israeliano tra i “prigionieri in regime di sicurezza” del Russian Compound – il centro di detenzione di massima sicurezza a Gerusalemme]. Mi hanno dato due coperte che puzzavano di sigarette. Con una mi coprivo e usavo l’altra come cuscino. Non avevo portato niente con me. Ho indossato gli stessi vestiti per quattro giorni. Mi hanno portato via i lacci delle scarpe e la cintura. Non mi hanno nemmeno permesso di tenere un libro da leggere e ovviamente non potevo guardare la televisione.

Nella cella stavo quasi sempre sdraiato sul letto e fissavo le pareti. Per non impazzire facevo esercizio fisico ogni ora e mezza o due, ma non c’era quasi spazio per muovermi. Una volta al giorno mi lasciavano uscire dalla cella per andare nel cortile, che è un quadrato di cemento recintato su tutti i lati. Per i primi due giorni non sono stato in grado di mangiare nulla [a causa dello stress]. Solo il terzo giorno sono riuscito a mangiare un pezzo di pane con formaggio e cetriolo. L’acqua delle docce era fredda.

Sono stato sradicato da tutto ciò che fa parte della mia vita: la famiglia, gli amici, le attività, gli hobby. Avrei dovuto iniziare a insegnare ai bambini evacuati dai kibbutz che circondano Gaza. Il loro preside voleva che insegnassi cinque giorni alla settimana; ovviamente ciò non è accaduto e non ho avuto nemmeno modo di dire loro che non avrei potuto farlo.

Il secondo giorno del mio arresto c’è stata un’udienza [per il prolungamento della detenzione]. Non ero fisicamente presente in aula; mi hanno condotto in manette nella sala videoconferenze del centro di detenzione, dove riuscivo a malapena a sentire quello che dicevano nel video.

Il rappresentante della polizia ha raccontato una serie di bugie, tra cui il fatto che io avessi giustificato tutte le atrocità commesse da Hamas. Non solo non ho mai giustificato una cosa del genere, ma ho scritto un post in cui condannavo esplicitamente le azioni di Hamas e dicevo che ero scioccato e profondamente ferito dalle atrocità commesse da Hamas. Hanno del tutto ignorato quel post.

Nel corso dell’udienza il giudice è andato di fretta per tornare a casa prima dello Shabbat e non mi ha permesso di parlare. Ha prolungato la mia detenzione fino a lunedì a mezzogiorno, e la questione è finita lì.

Dopo di che è stato interrogato di nuovo: cosa è successo allora?

Domenica sera [il quarto giorno di detenzione] sono stato portato per un altro interrogatorio. Anche questo è durato circa quattro ore. L’interrogante mi ha chiesto di Hamas, cosa pensassi di loro e delle organizzazioni terroristiche in generale. Non sono caduto nella sua trappola. Ad un certo punto ha detto che i miei post erano come i Protocolli degli Anziani di Sion [un famigerato falso che descrive una cospirazione ebraica per conquistare il mondo]. Queste sono state le sue parole.

Sono un insegnante di storia. Ho letto i Protocolli degli Anziani di Sion decine di volte. Ho insegnato l’argomento. Le ho chiesto se avesse mai letto i Protocolli degli Anziani di Sion. Lei è rimasta in silenzio.

Dopo alcune ore ha constatato che non riusciva a ottenere da me ciò che voleva, così ha chiamato il suo comandante più anziano, che mi ha posto anche lui una serie di domande usando esattamente la stessa tecnica. Sapevano benissimo di non avere nulla contro di me.

Il mese scorso le è stato finalmente permesso di tornare al suo posto di insegnante, ma presto la situazione è diventata insostenibile. Cos’è successo al suo rientro?

Il mio primo giorno di rientro è stato un venerdì e il venerdì di solito insegno in due classi del 12° anno. Quella mattina la preside mi ha mandato una mail dicendomi che ci sarebbe stata una grande manifestazione e che sarebbe stata presente la polizia. La mattina mi ha accompagnato in classe. Tutti gli studenti si sono rifiutati di restare in classe, tranne uno che non aveva portato con sé il quaderno, per cui è uscito anche lui. Sono rimasto in classe da solo. Due ragazze di un’altra classe sono entrate per curiosità e abbiamo avuto una piacevole conversazione.

Poi sono andato nell’aula professori e durante la pausa decine di studenti hanno bussato alla porta e alle finestre. Gridavano: Figlio di puttana! Tua madre è una puttana! Che ti venga un cancro! Violenteremo tua figlia!” Nessuno ha cercato di fermarli: né la preside, né gli addetti alla sicurezza all’interno della scuola, né la guardia al cancello. Non è stato chiamato alcun agente di polizia. C’erano due genitori fuori dal cancello che hanno solo peggiorato le cose.

Nei giorni successivi sono rimasto sotto assedio nella sala professori. Decine di studenti non frequentavano le lezioni, in realtà con l’autorizzazione. Nell’aula docenti c’erano circa 12-15 insegnanti di cui due o tre mi si sono avvicinati per stringermi la mano esprimendo empatia. Uno di loro mi è rimasto vicino per tutta la giornata.

Poi, alla fine della giornata, decine di studenti si sono presentati alla porta dell’edificio che conduce all’aula professori. Volevo andare a casa e la preside e la guardia di sicurezza mi hanno scortato fino alla porta.

A 30 metri dal cancello della scuola c’erano decine di studenti che imprecavano e mi sputavano contro. Quando ho lasciato il portone della scuola i genitori e gli studenti mi hanno inseguito continuando a imprecare e sputare. La settimana successiva è accaduta la stessa cosa.

Come ha risposto la scuola?

Lunedì sera [22 gennaio], la preside ha inviato un messaggio al gruppo WhatsApp dei genitori dicendo che la scuola, educando alla tolleranza, non accettava alcuna violenza verbale. Ma la realtà si è dimostrata completamente diversa.

Al mio successivo rientro la preside mi aveva suggerito di entrare nella scuola dall’ingresso sul retro, ma ho rifiutato. Sarei entrato solo dall’ingresso principale. Avrebbero potuto imprecare, sputare, picchiarmi: non avrei risposto. Se un quindicenne pensa che sia giusto sputare addosso a un uomo di 62 anni, non ho niente da dire al riguardo.

Dopo aver perso in tribunale volevano rendermi la vita infelice e rendermi insopportabile il tempo trascorso a scuola. Pensavano che ciò mi avrebbe spezzato.

Perché è importante per lei postare sui social media su ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania?

Lopinione pubblica israeliana non sa cosa viene fatto in suo nome, né in Cisgiordania né a Gaza, per come lo Stato manipola la nostra coscienza. Non appare nei media, certamente non nei principali. E a quelli che lo sanno non importa. Nei miei post cerco di portarlo alla loro attenzione. E voglio mostrare nomi e volti: Guardateli! Guardateli! Alcuni di loro sono bambini! Guarda cosa stanno facendo in vostro nome! Potete convivere con questo?” Se i media facessero il loro lavoro, non dovrei farlo io.

Molte volte le persone mi hanno accusato di non scrivere di ciò che ci fanno i palestinesi. E io rispondo sempre che non hanno bisogno che lo faccia io: hanno tutti i media, la tv, la stampa, la radio, internet. Uso la mia pagina Facebook per scrivere di ciò che non sanno, non di ciò che sanno già. E c’è qualcosa che non va in loro se non capiscono che quello che è successo il 7 ottobre mi ha profondamente scioccato e ferito.

Qual è il suo approccio pedagogico, come insegnante di storia e di educazione civica che lavora in una società del genere?

Per me, leducazione ai valori” e linsegnamento vanno di pari passo. Non cerco di instillare i miei valori nei miei studenti: presento una serie di valori e lascio che i miei studenti, che hanno 16 o 17 anni, capiscano da soli quali saranno quelli a cui attenersi. Il punto non è che io sia soddisfatto ma che loro si sentano contenti di se stessi.

Insegno da 35 anni e nessuno studente ha cambiato ciò che pensava a causa di qualcosa che ho detto in classe. Se pensa che io abbia il potere di far cambiare loro idea, non sta rendendo sufficiente merito agli studenti. Non sono marionette e non sono io a tenere i fili. Spesso non sono d’accordo con me e può svilupparsi una conversazione rispettosa. Questa è la filosofia della mia professione e rende le lezioni interessanti. Anni dopo la laurea molti di loro restano in contatto e mi mandano messaggi del tipo: Sa, solo adesso capisco il significato di ciò di cui abbiamo parlato in classe”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Jenin: tutta la storia, intervista con Mustafa Barghouti

Mustafa Barghouti

7 luglio 2023 – PalestineDeepDive

Il dottor Mustafa Barghouti è il leader di Iniziativa Nazionale Palestinese e anche il presidente della Società Palestinese di Assistenza Medica. È stato candidato alla presidenza nelle elezioni palestinesi ed è medico. 

Questa settimana il dr. Barghouti ha passato parecchi giorni a Jenin, è entrato nella città e nel campo profughi nel secondo giorno dell’incursione e degli attacchi israeliani che hanno ucciso 12 palestinesi, fra cui 4 minori. 

Palestine Deep Dive [Approfondimenti sulla Palestina, rivista on-line, ndt.] ha ottenuto un’intervista esclusiva con il dr. Barghouti per ascoltare il suo resoconto su come si sono svolti gli attacchi israeliani contro Jenin, sull’entità dei danni dopo il massacro, sul conseguente stato d’animo della gente sul posto. Vogliamo anche conoscere la sua opinione su come oggi i palestinesi sono trattati dai principali mezzi d’informazione.

PDD: Può riassumerci gli eventi di questa settimana a Jenin?

Dr Barghouti: Certo. Beh, prima di tutto lasciatemi dire che l’attacco israeliano contro Jenin non è in alcun modo giustificato. Non era diretto solo contro il campo di Jenin, ma anche contro l’intera città. Per pattugliare la zona Israele ha usato tutto il suo arsenale militare: blindati, carri armati, elicotteri Apache e caccia F-16.

Hanno usato razzi e droni per attaccare una popolazione essenzialmente di civili, in una delle zone più densamente popolate del mondo: il campo profughi di Jenin infatti conta 16.000 persone che vivono in meno di mezzo chilometro quadrato.

L’esercito ha mirato ad arrestare o uccidere persone che stanno resistendo all’occupazione, ma non ci sono riusciti, a parte uccidere 12 persone fra cui 4 minori di età inferiore ai 17 anni. Poiché hanno fallito, hanno condotto arresti arbitrari di persone che non fanno realmente parte della resistenza. Hanno anche condotto attacchi terribili e causato enormi danni al campo.

Hanno utilizzato carri armati e bulldozer corazzati che hanno demolito le strade principali e il campo, distruggendo anche delle case, moltissime auto, dando poi fuoco a molti edifici nella città di Jenin, così come nel campo profughi.

Hanno anche usato droni per lanciare razzi contro i civili. Sono stato in molte case che sono state completamente, totalmente distrutte. È stato veramente un miracolo che non siano state uccise molte più persone, ma ci sono stati comunque almeno 200 feriti. Il numero ufficiale è 130, ma in realtà molti preferiscono essere curati a casa piuttosto che in ospedale per paura di essere arrestati. A Jenin ho visitato gli ospedali principali che sono molto vicini al campo, e ho visto i feriti, persone a cui hanno sparato con l’intento di uccidere.

I feriti hanno pallottole nell’addome, nel petto e nelle gambe. Tutti i proiettili usati sono ad alta velocità e lo scopo era di uccidere. Ho visto un uomo colpito alla testa, con il cervello spappolato, prima che lasciassimo l’ospedale ne hanno annunciato la morte. Ma hanno compiuto terribili massacri anche dentro le case, attacchi terribili contro le persone. Le loro famiglie mi hanno detto che l’esercito è entrato nelle case attraverso i muri.

Sono andati da una casa all’altra aprendosi dei varchi nei muri e quindi le famiglie improvvisamente si sono trovate davanti i soldati. Hanno separato gli uomini dalle donne, ammanettato gli uomini, isolandoli in una stanza separata per poi arrestarne la maggioranza, mentre le donne erano in una zona separata, tutte nella stessa stanza. Di solito l’esercito interrompe l’erogazione dell’elettricità. Come sapete la zona è molto calda, è estate, la gente è rimasta bloccata nelle stanze senza acqua, cibo, provviste e con un gran caldo. Molti sono anziani che soffrono di ipertensione, diabete e cardiopatie.

Sono stati tenuti così per due giorni mentre l’esercito occupava il resto della casa, in molti casi l’hanno usata per creare postazioni per i cecchini per sparare alle persone che pensavano facessero parte della resistenza. Molte famiglie mi hanno detto che i soldati hanno rubato loro i soldi. Ci sono dei piccoli, contenitori, non so come li chiamano, in cui i bambini conservano i loro soldini, uno sembrava un giocattolo: li hanno rotti e hanno preso i risparmi dei bambini!

Ma, peggio ancora, hanno isolato i minori, in alcuni casi in una stanza con un ufficiale o un soldato per interrogarli, cercando di costringerli a testimoniare contro i familiari, per esempio a dire che i familiari avevano delle armi. Quando non ci sono riusciti hanno portato nella stanza un cane per terrorizzarli mentre erano separati dalle famiglie. Questo è il tipo di comportamento dell’esercito israeliano. Oltre a ciò hanno attaccato le ambulanze, impedendo alle equipe mediche di raggiungere i feriti in tempo. Hanno sparato a un ragazzo, Hamesia, e l’hanno lasciato a morire dissanguato, il suo corpo è stato trovato solo ore dopo perché l’esercito non ha permesso a nessun medico di avvicinarglisi.

Hanno sparato alle ambulanze, al personale di pronto soccorso e ai giornalisti. C’è un video in cui si vede l’esercito sparare 10 volte da un blindato contro una macchina da presa di una TV e una troupe della stazione televisiva Al-Araby. Solo un miracolo ha salvato questi giornalisti dall’essere uccisi, come era accaduto in precedenza a Shireen Abu Akleh nella stessa zona, e non sorprende che si siano comportati così con i nostri giornalisti. Nel corso degli ultimi 10 anni l’esercito ha ucciso 52 giornalisti palestinesi nel corso di vari attacchi contro i civili.

Fino ad ora il numero totale di palestinesi uccisi dall’esercito israeliano è 197, i feriti sono molte centinaia. Queste sono le cifre più alte dal 2005. L’attacco contro Jenin ha fallito nel senso che non sono riusciti a catturare le persone che cercavano.

PDD: cosa voleva ottenere il primo ministro Benjamin Netanyahu invadendo Jenin?

Dr Barghouti: Netanyahu ha dichiarato molto chiaramente che il suo obiettivo è non solo prevenire la fondazione di uno Stato palestinese indipendente, ma soprattutto togliere completamente dalla testa della gente anche solo l’idea di uno Stato palestinese. Ha dichiarato che il suo governo fascista ha annunciato dei piani per espandere le colonie con una velocità senza precedenti. Hanno già costruito 50 nuove colonie illegali, cosa che non succedeva da anni. Hanno dichiarato la costruzione di non meno di 13.000 nuove abitazioni nelle colonie.

Hanno rivelato che il loro obiettivo è di legalizzare tutti gli avamposti di insediamento creati dai coloni, inclusi i sette nuovi che hanno ricevuto un’autorizzazione da questo nuovo governo. Il numero totale di avamposti di insediamento è 171. Il piano di Netanyahu è di riempire la Cisgiordania con 151 di queste nuove colonie che andranno ad aggiungersi alle altre. Smotrich, il secondo più importante ministro del governo e che si è auto-dichiarato fascista e omofobo, ha reso noto la strategia dell’establishment israeliano.

Ha detto che riempirà la Cisgiordania di coloni e colonie, cosicché i palestinesi perderanno ogni speranza di ottenere un loro Stato e poi avranno una scelta fra tre opzioni: emigrare, morire o accettare una vita di sottomissione a questo regime. Ben-Gvir ha detto che hanno ucciso 120 palestinesi e che ne uccideranno altre migliaia. Ecco il tipo di linguaggio che questo governo sta usando. Allora qual è il piano di Netanyahu?

Il piano di Netanyahu è annettere completamente tutta la Cisgiordania e ebraizzarla, impedire la creazione di uno Stato palestinese indipendente, non concedere la libertà ai palestinesi e allo stesso tempo uccidere chiunque resista a queste ingiustizie. Quando parla di uccidere e arrestare i palestinesi che resistono all’occupazione egli intende praticamente chiunque respinga questi orrendi progetti di mantenere l’occupazione e il sistema di apartheid in Palestina. Non ci sta riuscendo perché l’intero popolo palestinese non accetterà mai una vita di schiavitù sotto l’occupazione israeliana e il suo sistema di apartheid. 

Praticamente quello che Netanyahu sta facendo è esattamente quello che Einstein ha descritto come follia: quando uno continua a fare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi. Noi siamo stati vittime dell’oppressione israeliana per i 56 anni di occupazione e 75 anni di pulizia etnica avvenuta durante la Nakba nel 1948 e loro hanno continuato ad opprimerci, ma noi non abbiamo mai smesso di resistere a questa ingiustizia in ogni modo possibile. Ed ecco il motivo per cui dico che Netanyahu sta fallendo, perché il suo obiettivo di soggiogarci non avrà mai successo. Nel frattempo tantissimi hanno perso la loro vita, anche in questa fase, e penso che la morte di ogni palestinese, e di ogni israeliano, sia responsabilità del governo israeliano, anche se le cifre sono così diverse.

Quando si paragona il numero dei palestinesi uccisi con quello degli israeliani la discrepanza è enorme, ma io penso che tutti, il sangue di tutti, palestinesi o israeliani, sia sulle mani di questi estremisti e fascisti come Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir, che impediscono che la pace prevalga in quest’area o che qui ci sia giustizia. 

Credo che ora ci troviamo davanti a uno dei governi più estremisti, ma la cosa tragica è che l’opposizione sionista in Israele, che si oppone a Netanyahu riguardo alla riforma del sistema giudiziario, non ha nulla da obiettare a quello che si sta facendo a noi palestinesi. In realtà tutti i leader dell’opposizione hanno sostenuto gli attacchi contro il campo di Jenin e quelli contro i palestinesi. È veramente di poco aiuto e molto deludente perché significa che sfortunatamente tutti i partiti sionisti stanno sostenendo il sistema di occupazione, apartheid e fascismo e la crescita del fascismo che sta riguardando Israele stesso.

Ci sono stati molti saggi leader israeliani che a un certo punto hanno detto che l’occupazione diventerà il cancro che divorerà Israele dall’interno, e io penso che sia esattamente quello che sta succedendo. L’occupazione ha prodotto i coloni, i coloni l’apartheid che sta ora producendo il fascismo in Israele, che è la cosa più pericolosa a cui siamo sottoposti. 

Nel frattempo voglio elogiare il notevole spirito di resilienza e solidarietà che i palestinesi hanno mostrato l’un l’altro nel campo di Jenin, perché oggi ero con equipe mediche che venivano da Ramallah, Gerusalemme e Tulkarem, con la Società Palestinese di Assistenza Medica, l’organizzazione che dirigo.

Erano tutti nel campo ad aiutare la gente, offrendo cure. La gente è arrivata da tutto il Paese per portare latte, cibo, materiale medico sanitario per i bambini e molte amministrazioni comunali intorno a Jenin hanno mandato trattori e macchinari per cercare di riparare alcuni dei terribili danni alle infrastrutture causati dall’esercito. Sono state tagliate le condutture dell’acqua, disselciate le strade, distrutte le attrezzature sanitarie, completamente tagliata la rete elettrica. Le infrastrutture sono state distrutte e non è la prima volta: è esattamente quello che è successo nel 2002 quando Israele invase il campo di Jenin e distrusse tutto, uccidendo più di 70 persone. È veramente ironico che la generazione che oggi sta resistendo all’occupazione sia quella dei bambini nati nel 2002.

PDD: Qual è oggi l’atteggiamento sul terreno dei giovani palestinesi verso il “Processo di Pace”?

La giovane generazione e io stesso abbiamo perso speranza nel cosiddetto processo di pace molto tempo fa, ma cosa abbiamo? Gli accordi di Oslo furono firmati nel 1993, esattamente 30 anni fa. Israele ne ha ostacolato l’implementazione, essi dovevano essere un accordo ad interim solo per sei anni per arrivare alla fondazione di uno Stato palestinese. Yitzhak Rabin, che firmò quell’accordo, fu assassinato da un estremista israeliano. Netanyahu ha sollevato l’opinione pubblica israeliana contro il governo che firmò gli Accordi di Oslo. Netanyahu nel 1994 ha poi scritto un libro intitolato A Place Under the Sun (Un posto sotto il sole) in cui ha promesso che avrebbe affossato il processo di Oslo e impedito la fondazione di uno Stato palestinese. Questo è esattamente quello che ha fatto. Dal 2014 non c’è stato un solo incontro fra i leader palestinesi e quelli israeliani. Israele ha bloccato tutti questi meeting, i negoziati e ha continuato a costruire colonie illegali che sottraggono terra alla Cisgiordania, distruggendo qualsiasi possibilità per la soluzione dei due Stati.

Quando Israele attacca il campo di Jenin, dei civili, sta attaccando dei rifugiati spogliati delle loro terre, della loro patria nel 1948 e che vivono in condizioni orribili in un campo profughi sotto l’occupazione israeliana. Quando Israele attacca un campo profughi così, con una situazione molto critica sotto la sua occupazione con il suo arsenale militare, carri armati, aerei, droni e caccia, quando fa tutto ciò è totalmente inaccettabile che il mondo resti in silenzio e, ancor peggio, che alcuni Paesi incoraggino Israele.

Le dichiarazioni del governo degli Stati Uniti e del governo britannico dicono che Israele ha il diritto all’autodifesa non sono altro che dare il via libera a questa aggressione. E il popolo palestinese che vive sotto l’occupazione israeliana? Non abbiamo il diritto di difenderci o per loro siamo degli esseri subumani? Penso che il fatto vergognoso sia che il parlamento britannico discuta come impedire la forma di resistenza più pacifica, cioè il boicottaggio, disinvestimento e le sanzioni. Fare ricorso al BDS come è successo in Sudafrica non è altro che un atto di libertà di parola, libertà per un popolo di lottare contro l’ingiustizia, per protestare contro l’occupazione e il sistema di apartheid.

Queste posizioni a sostegno di Israele rendono complici coloro che rilasciano dichiarazioni come “Israele ha il diritto all’autodifesa” di un crimine di guerra che Israele ha commesso e continua a commettere contro il popolo palestinese. Tutto il discorso sulla soluzione dei due Stati è diventato null’altro che un cliché che non convince nessuno. Se Stati Uniti, Regno Unito, Europa fossero realmente seri a proposito dello Stato palestinese lo avrebbero riconosciuto e non si sarebbero limitati a riconoscere solo Israele. Se fossero seri sulla soluzione dei due Stati avrebbero iniziato immediatamente a far pressione su Israele, inclusa l’imposizione di sanzioni, per costringerlo a fermare le attività delle colonie illegali che, come ammettono questi Paesi, stanno distruggendo la possibilità di uno Stato palestinese e la soluzione dei due Stati. Penso che tutto questo parlare della soluzione dei due Stati sia null’altro che un modo per distrarre l’attenzione, un modo per dare a Israele più tempo per finire il vero lavoro che sta facendo qua: l’annessione della Cisgiordania e l’eliminazione totale di ogni possibilità di soluzione a due Stati.

E noi diciamo che, nonostante Israele abbia distrutto l’opzione dei due Stati, ciò non significa che abbiano distrutto la nostra speranza di libertà. E hanno creato una nuova realtà, che è una realtà di uno Stato di apartheid. L’alternativa può solo essere uno Stato democratico in cui i palestinesi godano della parità dei diritti non solo come cittadini, ma anche come Nazione, con l’uguaglianza dei diritti per i cittadini e parità di diritti nazionali. Questa è l’unica soluzione a una situazione di uno Stato di apartheid.

PDD: come sono trattati oggi i palestinesi dai media?

Dr Barghouti: Noi siamo per lo più ignorati e raramente intervistati. Io ricordo sempre che 10 o 20 anni fa venivamo intervistati molto più frequentemente dai media internazionali, come CNN e BBC. Negli ultimi anni siamo stati totalmente ignorati. Io non penso che la narrazione dei palestinesi passi attraverso la maggioranza di questi organi di stampa. È per questo che ora contiamo di più sui social media.

Anche quando abbiamo la rara opportunità di portare all’attenzione della gente la narrazione e il punto di vista palestinese, gli israeliani attaccano immediatamente queste emittenti, come stanno facendo ora con la BBC. Vogliono monopolizzare la verità, i media. Vogliono impedire alla gente in Gran Bretagna e nel mondo di conoscere la realtà, la verità. La BBC ha intervistato me ma anche molti israeliani, molti più di noi, eppure gli israeliani attaccano la BBC perché vogliono zittire la voce della verità. Vogliono ostacolare la possibilità che nel mondo si sappia la verità su quello che sta succedendo qui.

Noi non stiamo dicendo che non dovrebbero intervistare gli israeliani, lasciate che lo facciano, ma dovrebbero intervistare anche noi. Noi abbiamo il pieno diritto di portare le nostre opinioni ai media e all’opinione pubblica mondiali. La gente può poi giudicare da sé chi ha ragione e chi torto, cosa è corretto e cosa non lo è, e quali sono i fatti. Ma impedire persino che si possa conoscere il punto di vista dei palestinesi secondo me fa pensare a due cose.

Uno, un comportamento fascista che tenta di monopolizzare la verità e i fatti. Mi spiace. Mostra anche che la posizione di Israele è debole perché hanno paura della verità. Hanno paura del fatto che se si mette uno di noi davanti ai media con un israeliano, persino uno dei fascisti israeliani, la gente riconoscerà immediatamente che noi stiano dicendo la verità. Io dico sempre ai miei colleghi dei media che noi abbiamo bisogno forse di un decimo di quello che hanno gli israeliani per avere la meglio. Perché? Perché noi diciamo la verità ed è questo che essi temono.

PDD: La BBC avrebbe dovuto scusarsi con l’ex primo ministro Naftali Bennett per aver domandato se Israele è “felice di uccidere minori palestinesi”?

Dr Barghouti: Penso che fosse solo giusto perché Israele sta uccidendo i minori. Appena prima dell’ultimo assalto contro Jenin i soldati israeliani hanno ucciso un bambino di due anni e mezzo e il padre davanti a casa. Il padre è stato raggiunto da due proiettili alla spalla e il piccolo uno al cervello, è morto: due anni e mezzo! Gli hanno sparato dieci volte. Poi l’esercito ha detto che è stato un errore, ma nessun soldato è stato portato in tribunale e nessuno è stato punito. Nel 1996 io stesso come medico stavo cercando di aiutare un ferito al quinto piano a Ramallah dove c’erano scontri fra l’esercito e la gente.

Mentre stavo cercando di bloccare l’emorragia un cecchino israeliano mi ha visto e mi ha sparato due volte. Ho ancora 35 schegge nella schiena e in una spalla. Nessuno è stato punito. No, Israele uccide bambini e civili e medici e giornalisti. No, non penso che la BBC avrebbe dovuto scusarsi per questo. Secondo me l’establishment israeliano con il suo enorme potere sta praticando quello che io chiamo terrorismo intellettuale contro i media in tutto il mondo e contro chiunque solidarizzi con i palestinesi. Nessuno dovrebbe accettare di subire questo terrorismo intellettuale che Israele sta mettendo in atto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Palestine Deep Dive.

Mustafa Barghouti

Politico, attivista e medico

Il dr. Mustafa Barghouti è medico, attivista e politico palestinese, segretario generale di Iniziativa Nazionale Palestinese, anche nota come Mubadara. È membro del Consiglio Legislativo Palestinese dal 2006 e fa anche parte del Consiglio Centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Perché Karim Khan ha congelato il fascicolo sulla Palestina: la CPI e i crimini di guerra israeliani a Gaza

Romana Rubeo Dott. Ramzy Baroud

24 maggio 2023 – Middle East Monitor

L’ultima guerra di Israele contro Gaza, iniziata il 9 maggio, ha causato la morte di 33 palestinesi, tra cui sei bambini, e il ferimento di altre centinaia. La maggior parte delle persone uccise e ferite erano civili.

Il primo giorno di guerra Maurice Hirsh, ex capo della procura militare dell’IDF [esercito israeliano, ndt.], ha espresso una giustificazione “giuridica” della guerra israeliana. Ha scritto il seguente passaggio su Twitter: “Se si considera il vantaggio militare ottenuto eliminando questi importanti terroristi è irrilevante chiedersi quanti bambini siano stati uccisi accidentalmente”.

Hirsh ha già usato in precedenza questo tipo di logica. Ad esempio, nell’agosto 2022 ha scritto un articolo sul quotidiano israeliano Jerusalem Post in cui ha giustificato gli attacchi dell’esercito israeliano contro la popolazione civile di Gaza. “Nel mondo della propaganda anti-israeliana e dei cicli apparentemente infiniti di violenza contro i terroristi a Gaza, la moltitudine di odiatori e irragionevolmente ignoranti spesso usa le parole ‘sproporzionato’ e ‘proporzionalità’ come mezzo per rimproverare lo Stato ebraico.”

Sebbene per molti tale logica equivalga all’incitamento all’odio e alla totale giustificazione dei crimini di guerra abbiamo deciso di chiedere il parere legale di un esperto di diritto internazionale. Gli abbiamo chiesto se le opinioni di Hirsh sono in qualche modo giustificate.

Triestino Mariniello è un esperto di diritto internazionale e membro del team legale che rappresenta le vittime di Gaza davanti alla Corte penale internazionale (CPI).

Abbiamo chiesto al dott. Mariniello un parere sui commenti di Hirsh all’interno del contesto della legalità, o illegalità, dell’ultima guerra israeliana a Gaza.

“Il principio di distinzione”

“La dichiarazione di Hirsh non ha validità in termini di diritto internazionale o diritto umanitario”, afferma Mariniello.

“Anche in quest’ultima operazione militare le autorità israeliane sembrano aver violato i principi fondamentali della legge sui conflitti armati, in particolare il principio di distinzione, che vieta a qualsiasi Paese di attaccare direttamente obiettivi civili”, aggiunge.

Secondo Mariniello il comportamento dell’esercito israeliano nel suo ultimo attacco alla Striscia assediata ha seguito uno schema simile alle guerre precedenti.

“I crimini più evidenti presumibilmente commessi durante l’ultima operazione militare israeliana sono gli attacchi deliberati e intenzionali contro obiettivi civili e l’uso eccessivo della forza. Queste violazioni non sono una novità. Hanno caratterizzato nel corso degli anni ogni singola operazione militare israeliana contro Gaza assediata, compresi gli attacchi contro scuole, ospedali, luoghi religiosi e uffici giornalistici”.

Obiettivi militari?

Tuttavia Israele ribatte sostenendo che i suoi attacchi prenderebbero di mira le infrastrutture militari e accusa i cosiddetti militanti di rifugiarsi in mezzo ai civili.

Ma è così?

Gli attacchi israeliani sono stati effettuati su edifici residenziali di notte, mentre la popolazione civile dormiva, con la presenza di persone non direttamente coinvolte nelle ostilità, e in assenza di ostilità in corso. In sostanza, secondo le leggi internazionali non erano obiettivi militari”, dice Mariniello.

Nel suo articolo sul Jerusalem Post Hirsh attacca “la moltitudine di denigratori e irriducibili ignoranti” per aver enfatizzato concetti come proporzionalità e sproporzione nel diritto internazionale.

Tuttavia per Mariniello questi principi non sono opinabili ma fondamentali per il diritto internazionale durante i conflitti armati.

“L’altro pilastro del diritto internazionale e umanitario che sembra essere stato ignorato da Israele è il principio di proporzionalità che proibisce attacchi sproporzionati. Questo è già accaduto nei precedenti attacchi militari a Gaza”.

Mariniello prosegue parlando di altri due importanti principi del diritto internazionale anch’essi ‘presumibilmente’ violati da Israele, in questa guerra e nelle guerre precedenti: “Il principio di necessità e l’obbligo di precauzione, che prevede che ‘la popolazione civile e i singoli civili godano di una protezione globale contro i pericoli derivanti dalle operazioni militari.'”

Israele ha agito in aperta violazione di questi principi “perché non c’è stato alcun preavviso (nonostante) la consapevolezza che i civili si trovassero nell’edificio durante la notte”.

Contesto mancante

Quello che di solito manca nelle tipiche analisi delle operazioni militari israeliane sulla [Striscia di] Gaza assediata è il più ampio contesto. Ma questo contesto è rilevante quando si esamina la legalità o illegalità della guerra secondo il diritto internazionale?

Mariniello risponde: Contesto e ostilità non possono essere analizzati separatamente. Lanci di razzi e bombardamenti fanno notizia, ma bisogna ricordare l’impatto permanente e quotidiano dell’occupazione israeliana e del controllo militare sulla popolazione civile (che ne paga il prezzo più alto), sia in Cisgiordania e Gaza”.

“Gaza è ancora in stato di occupazione sulla base del diritto internazionale ed è soggetta a un blocco che è entrato nel suo 17esimo anno. Il blocco ha un impatto devastante sulla vita dei residenti della Striscia, come evidenziato dalle organizzazioni per i diritti umani palestinesi, internazionali e israeliane, che lo descrivono apertamente come una catastrofe umanitaria.”

Giustizia ritardata

Una cosa che frustra costantemente i palestinesi è il doppio standard esibito dalle istituzioni legali e politiche internazionali nei riguardi di Israele come violatore seriale del diritto internazionale, rispetto a molti altri Paesi o entità.

Israele non è mai stato veramente chiamato a rispondere della sua occupazione militare, del regime di apartheid o dei numerosi crimini di guerra commessi contro i palestinesi.

Ma i palestinesi e i loro sostenitori non si arrendono.

Abbiamo chiesto a Mariniello se le vittime palestinesi possono sperare in qualche forma di giustizia e risarcimento.

“Gli attacchi rivolti contro i civili e l’uso sproporzionato della forza non sono solo violazioni del diritto umanitario ma sono anche crimini di guerra, che possono essere perseguiti anche in conformità con l’articolo 8 dello Statuto di Roma”, che riguarda i crimini di guerra, dice Mariniello.

Doppi standard

La storia recente ci ha insegnato che quando la comunità internazionale è decisa a punire e sanzionare un Paese che viola il diritto internazionale sono molte le misure che possono essere adottate. Immediatamente dopo il lancio dell’operazione militare russa in Ucraina nel febbraio 2022, ad esempio, sono state imposte migliaia di sanzioni a Mosca.

La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per il presidente russo Vladimir Putin e la Commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Lvova-Belova, nonostante il fatto che né la Russia né l’Ucraina siano membri della CPI. Ciò significa che alla Corte non è stata concessa una giurisdizione automatica per indagare sui crimini commessi durante il conflitto in corso.

Nel caso della Palestina, nonostante l’avvio di un’indagine nel marzo 2021, il procedimento investigativo della CPI sembra trovarsi a un punto morto. Come spiegare tutto questo? Questo è l’ennesimo caso di doppi standard?

Spiega Mariniello: Dal punto di vista legale la politica del doppio standard applicata dai Paesi occidentali è inaccettabile. I meccanismi del diritto internazionale non possono essere applicati in alcuni casi e ignorati in altri. Ad esempio, nel caso dell’Ucraina 43 Paesi si sono rivolti alla CPI, di cui cinque si sono opposti all’indagine della CPI in Palestina”.

“Questa selettività non riguarda solo la comunità internazionale ma anche la CPI. La CPI rappresenta l’unica possibilità di giustizia per le vittime di crimini di guerra o crimini contro l’umanità, considerando gli attacchi sistematici contro le popolazioni civili”.

Quanto all’affermazione che Israele è una democrazia con un sistema giudiziario vitale e plausibilmente in grado di processare i propri presunti criminali di guerra, Mariniello ribatte: “Il sistema giudiziario israeliano ha dimostrato più e più volte di non essere in grado di rendere giustizia alle vittime di questi abusi. Ne abbiamo avuto recentemente la conferma nel caso dell’uccisione della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh”.

Karim Khan

Considerando che la CPI è uno dei più importanti tribunali in cui le vittime di crimini di guerra possano in una qualche misura ottenere giustizia, pur tenendo presente i doppi standard e le carenze della stessa CPI, cosa possono aspettarsi i palestinesi?

Questa domanda diventa ancora più rilevante se teniamo presente il fatto che, secondo il rapporto dell’Assemblea degli Stati aderenti alla CPI, il budget stanziato per l’indagine sulla Palestina è molto piccolo. Ciò non è affatto promettente.

“Sfortunatamente, dall’avvento di Karim Khan come procuratore capo della CPI le indagini si sono fermate”, dice Mariniello. “Khan ha dimostrato che in altri casi le procedure possono essere molto rapide, quando c’è la volontà di andare avanti, come nel caso dell’Ucraina”.

Purtroppo la “volontà di procedere” sembra assente nel caso della Palestina.

“Nonostante il procedimento relativo alla Palestina sia ben documentato e sia stato avviato già nel 2009, l’attuale Procuratore non sembra avere alcuna intenzione di portarlo avanti”. Per Khan, “la Palestina non sembra una priorità”.

Molte voci critiche hanno condannato questo atteggiamento, sottolineando come la Procura sia interessata solo alle indagini che godono dell’appoggio degli Stati Uniti e dei suoi potenti alleati. Queste accuse sembrano trovare riscontro nella decisione di congelare le indagini su presunti crimini di guerra sia in Afghanistan che in Palestina”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I disordini di Huwwara: il racconto in prima persona dell’attacco dei coloni israeliani contro una cittadina palestinese

Hussein al-Suwaiti a Huwwara, Palestina occupata

27 febbraio 2023 – Middle East Eye

Testimonianza resa a Ola Marshoud

Hussein al-Suwaiti descrive le scene dell’aggressione da parte di coloni israeliani violenti, che ha lasciato sul terreno macchine, edifici e autodemolizioni bruciati in tutta la sua cittadina

I coloni israeliani si sono riuniti presso l’incrocio di una colonia, sono scesi a Huwwara a piedi ed hanno dato fuoco a tutta la cittadina.

Sono arrivati sventolando bandiere per vendicarsi perché in precedenza quel giorno un palestinese aveva ucciso due coloni israeliani.

I coloni hanno incendiato case, negozi e autodemolizioni. Si sono diretti verso la strada principale della cittadina in cui abitiamo e prima hanno aggredito i nostri vicini. Hanno dato fuoco all’autosalone del mio vicino e all’autodemolizioni di fronte.

Poi si sono diretti contro la mia famiglia.

Hanno attaccato la nostra casa con pietre e pezzi di ferro ed hanno cercato di farvi irruzione. Hanno scagliato tutto quello che trovavano contro la nostra casa.

Huwwara aveva già subito attacchi dei coloni in precedenza, ma non così, non a questo livello di violenza. È stato indescrivibile.

Abbiamo iniziato a pregare e i miei figli si sono messi a piangere e a gridare.

Nel passato alcuni coloni si erano piazzati fuori dalla nostra casa, gridando e lanciando qualche pietra. Attaccavano una o due case alla volta, ma ieri si sono sparpagliati in città più di 250 coloni.

Non potevi neanche cercare rifugio dai tuoi vicini perché anche loro erano sotto attacco.

Ridotta in cenere

Vicino a me c’è un’officina di autodemolizioni, con dentro circa 25 macchine.

I coloni hanno incendiato le gomme, le hanno lanciate contro le auto e l’hanno ridotta in cenere.

Ne hanno bruciata anche un’altra vicino, più grande della mia, e il fumo ha riempito la strada. I soldati israeliani hanno sparato gas lacrimogeni contro i coloni, ma la maggior parte è finita nella nostra casa, che è sparita sotto tutto quel fumo e quei lacrimogeni. Stavamo soffocando. Non potevamo far altro che pregare, gridare aiuto e urlare contro i coloni.

Quando stavano davanti all’ingresso di casa cercando di fare irruzione ho iniziato a tirargli contro attraverso la finestra le scarpe dal porta scarpe che avevo vicino a me. Mentre ciò avveniva i soldati israeliani se ne stavano lì fermi a guardare.

Ho urlato verso i soldati e gli ho detto che i coloni stavano cercando di entrare a forza in casa mia. Mi hanno puntato contro le armi e mi hanno detto di tornare dentro.

Non c’era nessuno ad aiutarci. Il fuoco si stava avvicinando sempre di più e stavamo per bruciare vivi nella nostra casa. Il mio maggior timore era che mi incendiassero la macchina che avevo parcheggiato nel cortile davanti all’entrata. Se lo avessero fatto, saremmo rimasti bloccati in casa.

Ho scritto su Facebook un messaggio angoscioso: per l’amor di Dio, abbiamo bisogno di un’ambulanza e di un mezzo antincendio.

Il fuoco aveva attecchito nell’officina di autodemolizioni. Sono arrivati sul posto dei poliziotti palestinesi e hanno chiesto a noi e ai nostri vicini di lasciare le nostre case. Ci hanno messi su un’ambulanza palestinese e ci hanno portati in ospedale.

A mio figlio di sette anni hanno dovuto dare l’ossigeno per le inalazioni di fumo, mentre io ho ricevuto cure d’emergenza perché ho l’asma.

Sfrontatezza

Ho altri tre figli, di 15,14 e 13 anni. Il panico che abbiamo vissuto è indescrivibile.

L’attacco di ieri ha messo in discussione la sicurezza che si prova nella propria casa, nella propria città. Ora siamo in stato di allerta e ci aspettiamo che ritornino in qualunque momento.

Prima che iniziasse questo attacco i coloni erano arrivati a Huwwara con le loro famiglie, compresi i bambini, alcuni dei quali nei passeggini, e andavano in giro per la città.

Dietro a questa sfrontatezza c’è l’esercito. I coloni sanno di essere protetti dai soldati, per cui ovviamente fanno tutto quello che vogliono. Sono entrati nella cittadina sotto la protezione dell’esercito, che gliel’ha consentito.

In passato, quando arrivavano sul posto, i soldati contenevano la situazione e i coloni si disperdevano. Questa volta no.

Quando ho urlato ai soldati che non potevamo respirare, mi hanno puntato contro i fucili. Dobbiamo avere osservatori internazionali sul posto.

Come dice il proverbio, “il giudice e il boia sono la stessa identica persona”. Non c’è nessuno che ci protegga.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’ambasciatore degli Stati Uniti Tom Nides afferma che i palestinesi non hanno bisogno di diritti, hanno solo bisogno di “soldi”

Philip Weiss

23 febbraio 2023 – Mondoweiss

La scorsa settimana l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Tom Nides ha tenuto un’intervista con David Axelrod ed è stato quanto mai sincero – e il risultato è sorprendente: Israele ora è “in fiamme” e i palestinesi non hanno pari diritti. Ma i palestinesi non hanno bisogno di diritti, hanno solo bisogno di “soldi”.

E cosa tiene Nides sveglio la notte? Qual è la sua “più grande paura”? Israele ha “perso l’efficacia di una propria narrazione” nei campus universitari negli Stati Uniti, anche tra i giovani ebrei!

Quindi i palestinesi vengono uccisi in ogni dove perché resistono all’occupazione e la preoccupazione e il timore dell’ambasciatore è che nelle università non venga più diffusa la versione filo-israeliana. Che le persone che sostengono Israele abbiano paura di farsi avanti!

Non penso che si possa ottenere una dimostrazione migliore del ruolo narcisistico della lobby israeliana dello scambio Axelrod-Nides del 16 febbraio. Nides è un tipo simpatico, un affabile uomo d’affari di Duluth i cui legami familiari nella comunità ebraica ufficiale hanno spinto la sua carriera nel Partito Democratico, fino a un incarico di grande fiducia da parte di Joe Biden. E cosa gli interessa davvero? Promuovere Israele nelle università.

In realtà è solo un galoppino filo-israeliano, ma lo è anche Axelrod: entrambi questi potenti accoliti sessantenni si scavalcano a vicenda per mostrare il loro attaccamento emotivo a Israele in quanto presunta democrazia, tralasciando del tutto le uccisioni dei palestinesi. Forse la fase più sconvolgente di questa performance è il momento in cui Nides si vanta di andare a ogni shiva [rituale religioso ebraico in occasione di un lutto, ndt.] per ogni israeliano ucciso da “terroristi” e poi si lamenta che vengano uccisi anche dei palestinesi innocenti – senza alcun accenno ai loro funerali, perché non ci va.

Questo razzismo anti-palestinese è profondamente radicato nella nostra politica, ma il fatto che Nides se ne vanti dovrebbe essere imbarazzante. Ed è un liberal” [progressista, ndt.] ! Il quale ci dice che i palestinesi vogliono “denaro” non diritti.

Sentiamo cosa hanno da dire Nides e Axelrod.

Nides critica il governo Netanyahu per aver portato avanti i piani per privare la magistratura dei poteri e legalizzare gli insediamenti. “Stiamo dicendo al Primo Ministro, come dico ai miei figli, tira i freni, rallenta… Stai andando troppo veloce”. Questo era il titolo della notizia.

Axelrod afferma che le critiche di un ambasciatore e anche del presidente Biden sono “molto insolite”.

Nides si dice entusiasta della democrazia israeliana e spiega quanto sia importante questa percezione per il settore commerciale e per gli Stati Uniti che difendono Israele.

Prima di tutto, questa è una democrazia piena di vita, come dimostrano le decine di migliaia di persone che protestano ogni sabato… La realtà è che il 72% di questo Paese ha votato per la quinta volta in due anni. È incredibile. In America possiamo solo sognarlo…

Alla fine dei conti gli Stati Uniti non si trovano nella posizione di dire e dettare a Israele come scegliere la loro Corte Suprema. Per essere chiari, l’unica cosa che lega i nostri Paesi è un sentimento di democrazia, un senso delle istituzioni democratiche.

È così che difendiamo Israele alle Nazioni Unite, è così che difendiamo i valori che condividiamo.

E gli Stati Uniti non rinunceranno mai a difendere Israele. Lo dice Biden. Nides:

Senti, la cosa più importante è che questa relazione tra Stati Uniti e Israele sia indissolubile, che è l’indicazione che ho ricevuto dal presidente quando ho accettato questo lavoro. Come tu sai, David… Joe Biden si preoccupa davvero per Israele. Crede nel suo cuore e nella sua anima, nelle sue kishke [viscere in ebraico, ndt.], come diremmo noi ebrei…. Ha detto: non è necessario essere ebreo per essere sionista».

Noi ebrei” è un segnale; entrambi i personaggi si lasciano andare. Axelrod e Nides si scambiano la loro buona fede sionista e il reciproco “orgoglio per Israele”. Axelrod, 68 anni, ex braccio destro di Barack Obama, dice di essere cresciuto a New York in una famiglia di immigrati, che hanno messo insieme i soldi per mandare i loro nonni in Israele. “Qualcosa di cui io e la mia famiglia siamo sempre stati orgogliosi è questa democrazia piena di vita… una democrazia che prospera in una parte del mondo che in realtà non ha mai visto una democrazia”. E non danneggerebbe “l’anima di Israele” la perdita di indipendenza della magistratura?

“Ci tengo molto a Israele”, dice Nides. Ha visitato il Paese per la prima volta a 15 anni, alla fine degli anni ’70. E in questo momento gli ebrei americani sono preoccupati che i cambiamenti di Netanyahu possano minare la “democrazia” israeliana: “Gli ebrei americani e non solo gli ebrei liberal riformatori come me, ma anche gli ebrei moderati e conservatori sono piuttosto preoccupati”. (Per la cronaca, questa settimana sul New York Times Peter Beinart ha demolito il concetto di democrazia ebraica. “Non puoi salvare la democrazia in uno Stato ebraico”. Non tutti gli ebrei americani sono stupidi e venduti.)

Axelrod chiede se Nides si preoccupi della “sfilacciatura” di quel sostegno ebraico americano nel caso Israele prendesse una svolta antidemocratica e le politiche espansionistiche di Israele venissero proseguite (come è stato per 56 anni)? Questo è ciò che tiene Nides sveglio la notte:

“Quello che veramente mi preoccupa, David, che mi tiene sveglio la notte, è quanto succede nei campus universitari. Questo mi fa preoccupare davvero… E’ molto difficile per un ragazzo ebreo o non ebreo intervenire e parlare di Israele. Abbiamo perso l’efficacia della nostra narrazione nei campus universitari e dobbiamo concentrarci su questo… Ho fatto una registrazione su Hillel [antico rabbino ebreo, ndt.]… Ho detto: ascoltate ragazzi, abbiamo perso questa efficacia della nostra narrazione, potete essere a favore sia di Israele che del popolo palestinese! In qualche modo abbiamo perso questa efficacia di una nostra narrazione nei campus universitari. Si può sostenere la discussione dicendo di avere a cuore sia il popolo palestinese che Israele. Va bene, non c’è niente di sbagliato in questo!”

Axelrod interviene dicendo che si può essere “contrari al terrorismo e alla brutalità che gli israeliani hanno conosciuto ed essere critici quando vengono limitati i diritti umani dei palestinesi”. Limitati: bell’eufemismo!

Nides confessa la sua più grande paura:

“Ciò che mi preoccupa più di ogni altra cosa è la prossima generazione, ok? La prossima generazione di ragazzi che frequentano i campus universitari e i dottorati. Questa è la mia più grande paura. Sì, Israele deve realizzare un maggiore impegno nella comunicazione. Devono comunicare in modo che i giovani credano che Israele sia un Paese democratico, in cui i diritti delle persone sono protetti.”

I due esperti discutono della soluzione dei due Stati. “A questo punto sembra una tipologia di espressione vuota”, sostiene Axelrod; e Nides dice che si tratta di una “visione”, ma il denaro è più importante per i palestinesi.

“Ascolta, non sto sognando. Non sono un sognatore. Ecco perché mi concentro sulle cose che fanno la differenza, ragazzi. Mi sveglio ogni giorno e cerco di fare qualcosa che aiuti il popolo palestinese. E queste cose sono i soldi. Come ricorderai, sotto l’amministrazione Trump hanno tagliato tutti i fondi per i palestinesi, tutto. Sotto l’amministrazione Biden negli ultimi due anni abbiamo fornito loro circa 750 milioni di dollari di assistenza diretta al popolo palestinese. Questo è reale, è concreto. E’ qualcosa che fa davvero la differenza…”

Alla gente non interessa la politica ma i soldi: La persona media non si sveglia… e dice: oh dov’è la mia soluzione a due Stati? No, si sveglia e dice: dove trovo lavoro? posso guadagnarmi da vivere? posso comprare un’auto? Queste sono cose concrete.” Proprio come la convinzione di Trump/Kushner nella “pace economica”, non nei diritti.

Nides afferma in tono difensivo di trascorrere la maggior parte del suo tempo a cercare di portare cose concrete ai palestinesi.

“Mentre inseguiamo questo tipo di idea di una soluzione a due Stati . Io passo il 60% del mio tempo cercando di aiutare il popolo palestinese. OK? Trascorro il mio tempo cercando di far aprire il ponte Allenby [varco di confine tra Giordania e Territori Palestinesi Occupati, ndt.] 24 ore su 24, 7 giorni su 7… Spingo in modo aggressivo per ottenere un accordo sul 4g, in modo che i palestinesi abbiano 4g e non 2g sui loro telefoni… Si tratta di fare cose per il popolo palestinese. Dicono: ‘Oh Tom, sono piccole cose…’ Non mi interessa. Istruzione, assistenza sanitaria… Il palestinese medio si sveglia ogni giorno, proprio come l’israeliano medio, e tutto quello che vuole è sicurezza, lavoro, libertà e opportunità, niente di più…”

Nides pensa che Netanyahu si ritirerà a causa dell’economia: L’unica cosa che sta attirando l’attenzione del primo ministro, come dovrebbe essere, è l’impatto economico che questo può avere. Credo, forse sto sognando, forse, ma credo che prevarranno le menti più assennate.” (Proprio quello che fa il BDS quando prende di mira l’apartheid.)

Nides ripete che Israele è in fiamme. “Come ho detto 100 volte al primo ministro non possiamo dedicare tempo alle cose a cui insieme teniamo se il giardino è in fiamme”. E quando il ministro della polizia Itamar Ben-Gvir è salito al Nobile Santuario [la moschea di Al Aqsa di Gerusalemme, la seconda più antica moschea dell’Islam, ndt.] – “per creare problemi, a mio avviso … .. questo è il tipo di assurdità che a mio avviso infiamma le cose”.

Non preoccuparti, qualunque cosa faccia Israele, gli Stati Uniti lo difenderanno:

“Proprio su questo non esistono dubbi. Copriamo saldamente le spalle a Israele, sia per quanto riguarda la sua sicuerezza che alle Nazioni Unite.”

Nides poi si vanta:Mi sono recato allo shiva [servizio funebre, ndt.] di ogni famiglia di ogni israeliano ucciso da un terrorista nell’ultimo anno e mezzoCapisco la minaccia a cui si trova esposto Israele.”

E che dire di tutti i palestinesi uccisi? Axelrod fa riferimento all'”uso eccessivo della forza in Cisgiordania”.

“Mi si spezza il cuore, ok, mi si spezza il cuore quando un palestinese innocente viene ucciso, ma certamente mi si spezza il cuore quando un ebreo innocente esce da una sinagoga e viene falciato da un terrorista… È terribile.”

Quei palestinesi non hanno diritti, ma guai parlare di dar loro diritti perché questo metterebbe fine al sogno sionista. Nides:

“In definitiva, il motivo per cui sostengo una soluzione a due Stati è che salvaguarderebbe Israele come Stato democratico ebraico. Fino a quando qualcuno viene da me e dice: “Hey Tom, ho questa nuova idea che potresti avere uno Stato unico e salvaguardare uno Stato democratico ebraico – è fantastico, mostramelo. Non è possibile, e quando qualcuno mi esporrà un modo in cui far sì che 3 milioni di persone che vivono in Cisgiordania ottengano gli stessi diritti dei 9 milioni di persone che vivono in Israele, dimostrando che sia possibile, allora ne potremo discutere. Ma purtroppo non è così. Ed è per questo che è importante mantenere in vita la visione di una soluzione a due Stati.”

In conclusione: sono contro la parità di diritti. E 2 milioni di persone a Gaza sono al di là delle mie preoccupazioni. E io sono un liberal. E Joe Biden ha bisogno della lobby israeliana.

(traduzione dall’inglese di Aldo lotta)




Resistere all’occupazione illegale israeliana della Palestina: conversazione con Issa Amro

Redazione di Palestine Chronicle

18 dicembre 2022, Palestine Chronicle

In questa puntata di “Palestina in prospettiva” conduttore e giornalista per The Palestine Chronicle Paul Salvatori, che vive a Toronto, conversa con il difensore dei diritti umani ed attivista palestinese Issa Amro.

Da un luogo segreto dove ha dovuto rifugiarsi per tutelare la propria vita Amro condivide la sua esperienza di essere un costante bersaglio di molestie, violenze, abusi e detenzione arbitraria da parte dell’esercito israeliano, nonché di coloni israeliani che lo terrorizzano in modo analogo, spesso con la protezione e l’appoggio dell’esercito stesso.

Lo fanno perché lui, insieme ad altri attivisti pacifisti in Cisgiordania, cerca di porre fine all’ulteriore sviluppo di colonie israeliane illegali. 

Parallelamente all’appello urgente delle Nazioni Unite perché finisca l’aggressione contro Amro e perché Israele smantelli la “zona chiusa militarizzata” che ha istituito intorno alla sua casa – in violazione del diritto umanitario internazionale –, Amro invita gli ascoltatori a far pressione sui loro governi per assicurare che l’appello sia preso in considerazione.

Questo comporta rendere l’occupazione illegale della Palestina “costosa”, in modo che gli stessi governi, o chiunque altro coinvolto, perda di più (economicamente, politicamente, ecc.) di quanto guadagni sostenendo l’occupazione. Simile ad un moderno Gandhi, Amro auspica che questo avvenga in modo nonviolento e attraverso la disobbedienza civile, smascherando pubblicamente la disumanità dell’occupazione – dalla distruzione delle abitazioni e dell’agricoltura palestinesi all’uccisione e bombardamento di civili palestinesi indifesi.

Palestina in prospettiva” è un recente podcast su The Palestine Chronicle e una sotto-serie del podcast dedicato alla giustizia sociale e ai diritti umani, The Dark Room.

Attraverso schiette interviste e discussioni con voci filo-palestinesi – da studiosi ed attivisti ad artisti e intellettuali – “Palestina in prospettiva” illumina questioni centrali sulla giustizia palestinese, la resistenza e la lotta internazionale contro l’apartheid israeliano. Lo spettacolo è ospitato dal giornalista, attivista e musicista di Toronto Paul Salvatori.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Accusare di apartheid non basta: un’intervista a Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani 

David Kattenburg

25 luglio 2022 – Mondoweiss

Miloon Kothari, Alto Commissario ONU per i diritti umani chiarisce perché l’apartheid non basta a spiegare le cause alla radice della crisi palestinese.

Il viaggio di Joe Biden in Israele, nella Palestina occupata e in Arabia Saudita è finito in un lampo.

La Dichiarazione di Gerusalemme firmata da Biden e dal premier israeliano Yair Lapid cita le “ostilità con Hamas durate undici giorni nel maggio 2021,” e riafferma l’impegno di Washington a fornire a Israele, una potenza nucleare, 1 miliardo di dollari destinati alla difesa missilistica (oltre ai 3,8 miliardi che già riceve) e ad aiutare Israele a costruire “sistemi di armi laser ad alta energia” per difendersi da Iran e dai suoi “terroristi per procura.”

Nella Dichiarazione è degno di nota il riferimento al conflitto del maggio 2021 in cui furono uccisi oltre 250 gazawi, di cui 66 minori, e furono feriti migliaia di palestinesi. In seguito a quell’attacco il Consiglio ONU dei Diritti Umani (HRC) ha istituito una Commissione di Inchiesta per identificare “le cause profonde” degli undici giorni di violenza.

La Commissione ha presentato il suo primo rapporto al Consiglio ONU per i Diritti Umani il 7 giugno, probabilmente mentre si stilava la Dichiarazione di Gerusalemme di Biden e Lapid. A giudicare dal contenuto, il sostegno incondizionato che gli USA hanno sempre offerto a Israele sarà più complicato.

Il nome completo è lunghissimo e la dice lunga. Secondo Ia “Commissione d’Inchiesta indipendente e internazionale (COI) sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est e Israele”, “Israele” è effettivamente un unico Stato dal fiume [Giordano] al mare [Mediterraneo], uno Stato chiaramente di apartheid, ma dove il problema fondamentale sono i coloni.

Navanethem (Navi) Pillay, giurista sudafricana con straordinarie credenziali (vedi sotto), presiede la Commissione, con l’australiano Chris Sidoti, consulente per i diritti umani, e Miloon Kothari, accademico e attivista indiano per i diritti umani e difensore del diritto alla casa.

Dopo il primo rapporto della Commissione, Mondoweiss ha intervistato Miloon Kothari. Le sue opinioni sono schiette e taglienti.

Un mandato sulle cause profonde

A differenza delle passate commissioni d’inchiesta dell’ONU sul “conflitto” in Medio Oriente, il mandato della Commissione Pillay non ha limiti temporali, non è soggetto a rinnovi annuali né a restrizioni nell’esame del conflitto che ha portato alla sua costituzione. Al contrario, le è stato detto di procedere con calma ed esaminare le “cause profonde sottostanti alle tensioni ricorrenti.”

E, in contrasto con le passate commissioni e i passati relatori speciali sui Territori Palestinesi Occupati (OPT), la Commissione è stata incaricata di esaminare la situazione sia nei Territori che in Israele “propriamente detto”, (“Israel itself,” come definito nel rapporto di giugno della Commissione).

“Quindi essenzialmente stiamo esaminando la situazione dei diritti umani dal fiume al mare,” dice Kothari a Mondoweiss. “Ci sono somiglianze dentro e fuori la Linea Verde [il confine tra Israele e la Cisgiordania prima dell’occupazione nel 1967, ndt.] e quindi bisogna fare dei collegamenti.”

Il rapporto di giugno della Commissione sottolinea questi collegamenti.

“L’impunità alimenta il crescente risentimento fra il popolo palestinese nei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est e in Israele … La continua occupazione dei Territori Palestinesi Occupati, compresa Gerusalemme Est, il blocco di Gaza che dura da 15 anni e la pluriennale discriminazione entro i confini di Israele sono tutti intrinsecamente legati e non possono essere analizzati singolarmente” [corsivo aggiunto].

Miloon Kothari approfondisce il discorso.

“Ciò che è emerso nei territori occupati dal ’67 è già successo entro la Linea Verde fin dal ’48: i livelli di discriminazione, le leggi differenziate e lo spossessamento dei palestinesi in Israele,” dice Kothari a Mondoweiss. “Così io penso sia importante fare questa distinzione, ma anche tracciare dei parallelismi.”

Più facile a dirsi che a farsi. Israele non permetterà alla Commissione Pillay l’ingresso nello “Stato Ebraico” e l’Egitto non la lascerà entrare a Gaza (per ora). Quindi i commissari hanno incontrato palestinesi e israeliani ad Amman e in Europa. Una delegazione di trenta accademici ebrei israeliani, giornalisti ed ex diplomatici ha incontrato la Commissione a Ginevra.

Kothari dice a Mondoweiss: “In generale erano d’accordo con noi e ci hanno incoraggiato a continuare. L’ambasciatore israeliano non ha risposto a una richiesta di un incontro a Ginevra. Se pensano di avere qualcosa da dire dovrebbero lasciarci entrare e spiegare il loro punto di vista sull’intera situazione. Comunque non abbiamo perso la speranza. Continuiamo a provare. E a sperare che, prima o poi, ci permettano di entrare.”

Un’occupazione permanente

Una delle osservazioni più esplicite del primo rapporto della Commissione (limitato in questa fase alla revisione dei risultati delle precedenti commissioni ONU e dei relatori speciali) si riferisce all’apparente permanenza dell’occupazione israeliana.

“La Commissione nota la forza della prova indiziaria credibile che indica in modo convincente che Israele non ha intenzione di porre fine all’occupazione, attua chiaramente politiche per assicurare il controllo completo sui Territori palestinesi occupati e opera per alterare la demografia tramite il mantenimento di un contesto repressivo contro i palestinesi e favorevole ai coloni israeliani,” afferma il rapporto.

Come ha fatto notare Michael Lynk, ex relatore speciale ONU, un’occupazione belligerante “permanente” secondo il diritto internazionale è un ossimoro. Miloon Kothari va oltre.

“È stata illegale fin dagli inizi,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Mi spingerei a sollevare la domanda sul perché (Israele è) membro delle Nazioni Unite. Perché… il governo israeliano non rispetta i propri obblighi come Stato membro dell’ONU. In realtà, sia direttamente che tramite gli Stati Uniti, cerca sempre di minare il funzionamento dell’ONU.”

E Kothari e gli altri commissari sostengono che Israele pratica il grave crimine di apartheid.

Citando osservazioni del Comitato ONU sui diritti Civili e Politici, la Commissione Pillay nota il “sistema a tre livelli sistema giuridico (israeliano) che concede uno stato civile, diritti e protezione legale differenziati a seconda che si tratti di cittadini ebrei israeliani, cittadini palestinesi di Israele e palestinesi residenti a Gerusalemme Est.”

Inoltre nel suo rapporto iniziale la Commissione sottolinea che “Israele applica una parte sostanziale della sua legislazione interna ai coloni israeliani in Cisgiordania, mentre i palestinesi sono soggetti alla legge militare israeliana.”

Limiti dell’apartheid

Ma la Commissione Pillay non è ancora pronta a uscire dal limbo dell’apartheid.

“L’apartheid è un paradigma/quadro per capire la situazione, ma non è sufficiente,” dice Kothari a Mondoweiss.

“Dobbiamo includere il colonialismo, temi generali come la discriminazione, l’occupazione e altre dinamiche per ottenere un quadro completo delle cause alla radice della crisi attuale… porre fine all’apartheid non porrà fine alla crisi dell’occupazione per il popolo palestinese … il tema dell’autodeterminazione richiede molti altri cambiamenti.”

Ma la Commissione Pillay “in futuro arriverà al tema dell’apartheid perché prenderemo in esame la discriminazione in generale, dal fiume al mare.” dice Kothari.

Nel frattempo la Commissione sta raccogliendo dati forensi per presentarli alla Corte Penale Internazionale (ICC) e alla Corte Internazionale di Giustizia.

“Il nostro lavoro consiste nel formare un archivio di tutte le testimonianze che riusciamo a raccogliere e poi, al momento appropriato, consegnarlo agli organi giudiziari che possono agire,” dice Kothari.

Documentare lo spossessamento

Il segretariato della Commissione Pillay ha a sua disposizione competenze in materia di indagine e consulenza legale, dice Kothari, ed è in contatto con la ICC. A giugno Kothari e i suoi colleghi si sono recati presso la Corte Penale Internazionale, dove hanno incontrato Nazhat Shameem Khan (nessun rapporto con il procuratore capo Karim Khan), la sostituta procuratrice e il suo team.

Mentre raccoglie testimonianze legali per futuri casi giudiziari, la Commissione Pillay progetta anche di individuare “la responsabilità di terzi” dalle “alte parti contraenti” della IV Convenzione di Ginevra. L’articolo 1 della Ginevra IV richiede loro di “rispettare e garantire il rispetto della convenzione in ogni circostanza.”

Fra i temi che la Commissione prenderà in esame con parti terze come USA, Canada e UE ci sono il trasporto di armi in Israele e il coinvolgimento delle loro imprese nell’occupazione a quanto pare permanente di Israele e l’impresa delle colonie, palesemente illegale.

“Speriamo di convincere questi Paesi ad andare oltre l’ideologia e la cieca fiducia in qualsiasi cosa faccia Israele,” dice Kothari.

La Commissione ha in mente di andare in Libano, Giordania, Egitto, Siria e Nord America, per parlare con la diaspora palestinese.

“Ci sono rifugiati che storicamente sono stati espropriati nei territori occupati,” dice Miloon Kothari a Mondoweiss.

Per documentarlo la Commissione userà dati geospaziali che “mostrano molto chiaramente… fino a che punto le dimensioni dell’occupazione si siano consolidate in Cisgiordania e i danni arrecati, per esempio, dal blocco di Gaza.”

Il rapporto della Commissione presenterà questi e altri risultati nel suo secondo rapporto all’Assemblea Generale dell’ONU nella terza settimana di ottobre 2022.

Pressioni politiche

Alcuni membri della Commissione andranno due settimane negli USA per partecipare a tavole rotonde in università e incontrare i parlamentari che siano interessati a incontrarla.

Kothari attira l’attenzione di Mondoweiss sull’Atto di Eliminazione della COI (Commissione di inchiesta). Appoggiato da 73 Repubblicani e 15 Democratici (inclusi Henry Cuellar, Josh Gottheimer e Ritchie Torres), la Risoluzione 7223 della Camera (dei Rappresentanti) chiede una riduzione del 25% degli stanziamenti USA per il Consiglio per i diritti umani che sembra corrispondere al lavoro della Commissione Pillay.

Niente fa arrabbiare gli alleati di Israele più della presidentessa sudafricana della Commissione. Navi Pillay è stata oggetto di attacchi al vetriolo dal momento della sua istituzione.

Le credenziali di Pillay sono notevoli. La prima donna ad aprire uno studio legale nella sua provincia natale di Natal, ha difeso attivisti anti-apartheid incarcerati a Robben Island, è stata giudice dell’Alta Corte del Sud Africa e poi del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Pillay al momento fa parte della Corte Internazionale di Giustizia, della Commissione Internazionale contro la pena di morte e del Consiglio Consultivo dell’Accademia Internazionale dei Principi di Norimberga. Presiede inoltre l’inchiesta para-giudiziaria sulla Detenzione nella Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Le sue credenziali non fanno vacillare i suoi oppositori negli USA o in Canada. La [lobby filoisraeliana canadese] B’Nao Brith ha fatto pressione sul governo canadese per farla licenziare ed è stata consigliata (o almeno così dice) di parlare direttamente con Bob Rae, l’ambasciatore canadese.

“Su suggerimento di Rae,” riferisce la BBC, ha anche “richiesto l’aiuto della missione canadese a Ginevra.”

Global Affairs Canada (dipartimento del Governo canadese) a cui è stato chiesto se la BBC avesse veramente chiesto alla missione canadese a Ginevra di far licenziare la dott.ssa Pillay, “educatamente” mi ha detto che non hanno “nulla da aggiungere.”

Dopo il rapporto della Commissione del 7 giugno, quando la porta della stalla era spalancata e i buoi scappati, il Canada si è unito agli Usa e ad altri venti Paesi nella condanna del lavoro della Commissione. La loro lettera al Consiglio per i diritti umani esprime “profonda preoccupazione” circa il mandato “aperto” della Commissione senza “clausola di caducità, data finale o limiti precisi.”

“Nessuno è al di sopra del controllo,” sottolinea la lettera. “Dobbiamo lavorare per opporci all’impunità e promuovere il principio di responsabilità sulla base di criteri applicati in modo coerente e universale.”

Comunque, continua la lettera, “noi crediamo che la natura del COI… dimostri ulteriormente la lunga e sproporzionata attenzione verso Israele da parte del Consiglio… Noi continuiamo a credere che questo esame lungo e sproporzionato debba terminare e che il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale.”

Miloon Kothari concorda che ‘il Consiglio debba affrontare tutti i temi riguardanti i diritti umani, indipendentemente dal Paese, in modo imparziale”, ma respinge la “doppiezza” e il “doppiopesismo” contenuti nel resto della lettera.

“Quando si parla di Ucraina, il diritto internazionale diventa molto, molto importante,” ha detto a Mondoweiss. “E si procede a testa bassa facendo notare tutte le violazioni commesse dalla Russia. Ma le stesse violazioni di occupazione e spossessamento compiute da Israele non ricevono lo stesso trattamento.”

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




“L’impunità a livello internazionale è la colonna portante dell’occupazione israeliana,” afferma un’associazione per i diritti

Anjuman Rahman

10 luglio 2022 – Middle East Monitor

Quando i ragazzi palestinesi, in maggioranza adolescenti, difendono le proprie case e la propria terra, l’esercito israeliano risponde picchiandoli e lanciando contro di loro granate assordanti e lacrimogeni. Si tratta niente meno che di un’aggressione su vasta scala.

“La maggioranza dei minori palestinesi presi di mira dalle forze di occupazione israeliane sono giovani maschi,” afferma Ayed Abu Eqtaish, direttore del programma per la responsabilizzazione di Defence for Children International-Palestine [Difesa Internazionale dei Minori – Palestina] (DCIP).

Secondo un rapporto di DCIP dall’inizio dell’anno 15 minori palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione. Tra le vittime ci sono stati Muhammad Akram Ali Abu Salah, Sanad Muhammad Khalil Abu Attia, Muhammad Hussein Muhammad Qassem e Amjad Walid Hussein Fayed, tutti sedicenni, e Shawkat Kamal Shawkat Abed, di 17 anni.

DCIP aggiunge che il 13 febbraio un cecchino israeliano ha ucciso colpendolo a un occhio il sedicenne Muhammad Abu Salah, abitante del villaggio di Al-Yamoun, a Jenin.

“Le violazioni dei diritti umani dei minori palestinesi sono causate dalla presenza delle forze di occupazione israeliane nei territori palestinesi occupati,” afferma Ayed.

“Nonostante i numerosi strumenti giuridici e i criteri che la comunità internazionale ha cercato di istituire per proteggere i diritti dei minori, nel corso degli anni la quantità delle violazioni nei confronti dei minorenni continua a peggiorare.”

“Per esempio lo scorso anno abbiamo documentato l’uccisione di 78 minori palestinesi per mano dell’esercito israeliano, 61 dei quali nella Striscia di Gaza e 17 in Cisgiordania.”

“Sessanta dei 61 morti nella Striscia di Gaza sono stati uccisi durante l’attacco militare contro Gaza nel maggio 2021. Ma, cosa più importante, dalla nostra documentazione vediamo che non era necessario sparare per uccidere i minori palestinesi, perché essi non rappresentavano alcuna minaccia alla vita dei soldati israeliani.”

I bombardamenti aerei e da terra durante l’aggressione di 11 giorni hanno ucciso 253 palestinesi e ferito più di 1.900 persone.

DCIP documenta l’arresto, il ferimento, la morte e l’incarcerazione di ragazzi e giovani palestinesi e offre difesa legale a quanti sono processati nei tribunali militari israeliani.

“Durante gli ultimi 10 anni per l’uccisione di un minore palestinese è stato rinviato a giudizio solo un soldato israeliano, e la condanna che ha subito è stata meno grave di quella a cui viene condannato un minore palestinese per aver lanciato una pietra contro un veicolo israeliano.”

Secondo Ayed questo è un doloroso ma perfetto microcosmo della politica israeliana di totale impunità, del suo sistema giudiziario corrotto e delle amare frustrazioni della lotta dei palestinesi per vivere nelle proprie case sulla propria terra.

Il problema principale, spiega, è incentrato sul livello di responsabilizzazione e impunità di cui godono i soldati agli occhi della comunità internazionale. “L’impunità a livello internazionale è la colonna portante dell’occupazione israeliana,” afferma.

I soldati che prestano servizio nei territori occupati sanno benissimo che quasi tutto quello che fanno verrà giustificato. Non saranno mai puniti né da Israele né dalle sue autorità né da chiunque altro. Le uccisioni, le incursioni notturne, gli arresti e le detenzioni senza processo, le punizioni collettive, le demolizioni di case, le confische di terre, l’espansione delle colonie e lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle forze di occupazione sono sistematicamente tollerate.

I dati raccolti dall’associazione israeliana per i diritti umani Yesh Din mostrano che solo il 2% delle denunce contro soldati israeliani presentate da palestinesi porta a incriminazioni. Nel contempo oltre l’80% dei casi vengono chiusi senza che venga svolta neppure un’inchiesta penale.

“Nonostante le molte violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani, Israele non è stato chiamato a rispondere di nessuna delle sue prassi brutali e pensa di avere il permesso di continuare con le sue uccisioni e violazioni dei diritti dei civili palestinesi, compresi i minorenni.”

Oltre a questo disinteresse, Ayes accusa la comunità internazionale di applicare in modo palese un doppio standard nella risposta all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non c’è differenza tra l’invasione di Kyiv da parte di Mosca e l’illegale occupazione delle terre palestinesi da parte di Israele, spiega.

“Non c’è la volontà politica da parte della comunità internazionale di rispettare i propri obblighi giuridici, cioè punire e sanzionare Israele per le sue pratiche illegali. Tutto quello che sta facendo è sacrificare le proprie responsabilità riguardo ai diritti umani per mantenere buoni rapporti politici e diplomatici con Israele.”

Egli denuncia anche l’ONU per non aver punito adeguatamente Israele, in particolare per essersi rifiutata di includere Israele nella lista di chi viola i diritti dei minori e nel rapporto su Minori e Conflitti Armati, dopo una delle più letali guerre israeliane contro Gaza nel 2014.

“Il numero di minori palestinesi uccisi quell’anno è stato il più alto a livello internazionale e, nonostante la nostra insistenza presso l’ONU perché aggiungesse Israele alla lista degli eserciti e gruppi armati che violano i diritti dei minori, essa si è ripetutamente rifiutata.”

Ogni anno DCIP raccoglie centinaia di testimonianze di minori palestinesi arrestati e sottoposti a lunghi interrogatori senza la presenza di un familiare, un tutore o un avvocato.

Spesso i minori sono obbligati a firmare false confessioni in documenti scritti in ebraico, una lingua che la maggioranza dei minori palestinesi non conosce. Oltretutto, mentre le leggi militari e civili israeliane fissano a 12 anni l’età minima per la responsabilità penale, DCIP afferma che le forze israeliane arrestano regolarmente minori palestinesi con un’età inferiore.

“Le dichiarazioni che raccogliamo rendono l’idea di come il sistema stia funzionando e delle tipologie di maltrattamenti e torture a cui sono sottoposti i minori, che poi noi utilizziamo per costruire le nostre campagne di sensibilizzazione,” afferma Ayed.

“Quello che riscontriamo è che fin dal momento dell’arresto i minori palestinesi subiscono maltrattamenti e torture per mano delle forze israeliane. Tre su quattro durante l’arresto o l’interrogatorio sperimentano violenze fisiche, che comprendono schiaffi, calci, pugni, e i minori vengono obbligati a stare seduti in posizioni dolorose.”

Nel contempo minori detenuti da Israele soffrono anche di pesanti violenze psicologiche consistenti in detenzione in isolamento, minacce contro le loro famiglie, intimidazioni e incarcerazione senza processo in base alla detenzione amministrativa.

Inoltre nelle prigioni non ci sono consulenti psicologici e, nonostante la loro età, spesso vengono tenuti insieme a delinquenti israeliani. Il loro arresto avviene spesso di notte e comprende metodi inumani di contenzione e trasporto intesi a distruggerne l’animo. Tutto il processo ha un profondo effetto psicologico, fisico e sociale su di loro.

“Metodi di tortura psicologica sono utilizzati per esercitare il massimo di pressione possibile sulla persona sotto interrogatorio per spezzarne la resistenza,” spiega Ayed.

“Crediamo che ogni minore che passa attraverso questo sistema ne rimarrà psicologicamente colpito, perché tutto il sistema israeliano è inteso ad attaccare non solo il fisico, ma anche la mente e il benessere psicologico di questi minori. Vogliono spezzarli dentro.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Chomsky sull’apartheid israeliano, le celebrità impegnate, il BDS e la soluzione dello Stato unico

Ramzy Baroud & Romana Rubeo

28 Giugno 2022 – The Palestine Chronicle

Questo è, secondo il socialista italiano Antonio Gramsci, l'”interregno” – il momento raro e sismico della storia in cui si verificano grandi cambiamenti, quando degli imperi crollano e altri nascono, con la conseguenza di nuovi conflitti e battaglie.

L'”interregno” gramsciano, tuttavia, non è un passaggio facile, perché questi profondi cambiamenti spesso incarnano una “crisi”, che “consiste proprio nel fatto che il vecchio sta morendo e il nuovo non riesce a nascere”.

“In questo interregno compare una grande varietà di sintomi morbosi”, scrisse l’intellettuale antifascista nei suoi famosi “Quaderni dal carcere”.

Anche prima della guerra Russia-Ucraina e del successivo aggravamento della crisi Russia-NATO il mondo stava chiaramente vivendo una sorta di interregno: la guerra in Iraq, la guerra in Afghanistan, la recessione globale, la crescente disuguaglianza, la destabilizzazione del Medio Oriente, la ‘primavera araba’, la crisi dei profughi, la nuova ‘spartizione dell’Africa’, il tentativo statunitense di indebolire la Cina, l’instabilità politica degli stessi USA, la guerra alla democrazia e il declino dell’impero americano.

Gli eventi recenti, tuttavia, hanno finalmente dato a questi cambiamenti sconvolgenti una maggiore chiarezza, con la Russia che si è mossa contro l’espansione della NATO e con la Cina e altre economie emergenti – le nazioni BRICS [associazione che vede riuniti al suo interno cinque Paesi caratterizzati da uneconomia in forte ascesa: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, con recente richiesta di adesione da parte di Argentina e Iran, ndt.].

Per riflettere su tutti questi cambiamenti e altro ancora abbiamo parlato con l’intellettuale “più citato” e rispettato al mondo, il professor Noam Chomsky del MIT [Massachusetts Institute of Technology, una delle più importanti università di ricerca del mondo, ndt.]

L’obiettivo principale della nostra intervista era di esaminare le sfide e le opportunità che la lotta palestinese deve affrontare durante questo “interregno” in corso. Chomsky ha scambiato con noi le sue opinioni sulla guerra in Ucraina e le sue vere cause profonde.

Tuttavia l”intervista si è concentrata in gran parte sulla Palestina, sulle opinioni di Chomsky riguardo il linguaggio, le tattiche e le soluzioni connesse alla lotta e alla questione palestinesi. Di seguito sono riportati alcuni dei pensieri di Chomsky su questi problemi, tratti da una conversazione più lunga che può essere visualizzata qui. 

Chomsky sull’apartheid israeliano

Chomsky crede che chiamare le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi “apartheid” sia in realtà un “regalo per Israele”, almeno se per apartheid si intende l’apartheid in stile sudafricano.

Ho sostenuto per molto tempo che i Territori Palestinesi Occupati sono molto peggio del Sud Africa. Il Sudafrica aveva bisogno della sua popolazione nera, faceva affidamento su di loro”, dice Chomsky, aggiungendo: “La popolazione nera costituiva l’85% della popolazione. Era la forza lavoro; il paese non poteva funzionare senza quella popolazione e, di conseguenza, hanno cercato di rendere la loro situazione più o meno tollerabile da parte della comunità internazionale. (…) Speravano in un’approvazione internazionale, che non hanno ottenuto”.

Quindi, se i Bantustan [territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano nell’epoca dell’apartheid, ndt.] erano, secondo Chomsky, “più o meno vivibili”, lo stesso “non vale per i palestinesi nei Territori Occupati. Israele vuole solo sbarazzarsi delle persone, non le vuole. E le sue politiche degli ultimi 50 anni, con poche variazioni, hanno in qualche modo reso la vita invivibile, in modo che le persone vadano da qualche altra parte”.

Queste politiche repressive si applicano all’intero territorio palestinese: “A Gaza, (loro) [Israele, ndt.] li annientano e basta”, dice Chomsky. Ci sono oltre due milioni di persone che ora vivono in condizioni orribili, sopravvivono a malapena. Le organizzazioni di sostegno dei diritti internazionali affermano che probabilmente fra un paio d’anni non saranno nemmeno in grado di sopravvivere. (…) Nei Territori Palestinesi Occupati, in Cisgiordania, le atrocità (si verificano) ogni giorno”.

Chomsky pensa anche che Israele, a differenza del Sudafrica, non stia cercando l’approvazione della comunità internazionale. La sfrontatezza delle azioni israeliane è piuttosto sorprendente. Fanno quello che vogliono, sapendo che gli Stati Uniti li sosterranno. Bene, questo è molto peggio di quello che è successo in Sud Africa; non è un tentativo di accogliere in qualche modo la popolazione palestinese come forza lavoro subordinata, è solo [un tentativo, ndt.] di sbarazzarsene”.

Chomsky sulla nuova unità palestinese

Gli eventi del maggio 2021 e l’unità popolare tra palestinesi costituiscono, secondo Chomsky, “un cambiamento molto positivo”. Per prima cosa, ciò che ha gravemente ostacolato la lotta palestinese è il conflitto tra Hamas e l’OLP [le due principali organizzazioni politiche palestinesi che competono per garantirsi il controllo dei territori palestinesi, ndt.]. Se non viene risolto, ciò costituisce un grande regalo ad Israele”.

Secondo Chomsky i palestinesi sono comunque riusciti a superare la frammentazione territoriale: Inoltre, la divisione tra i confini legali” che separa Israele dall’”area larga della grande Palestina” è sempre stata un ostacolo all’unità palestinese. Ora questo viene superato, poiché la lotta dei palestinesi si sta trasformando nella stessa lotta. I palestinesi sono tutti nella stessa barca”.

Tuttavia la descrizione di B’tselem e Human Rights Watch [organizzazioni per i diritti umani, la prima israeliana, la seconda internazionale, ndt.] dell’intera regione come regione di apartheid – anche se non sono del tutto d’accordo con la definizione per i motivi che ho menzionato, perché penso che non sia abbastanza dura – è un passo verso il riconoscimento che c’è qualcosa di fondamentalmente in comune all’interno di tutta quest’area”.

Quindi penso che questo sia un passo positivo. È saggio e promettente per i palestinesi riconoscere che “siamo tutti sulla stessa barca”, comprese le comunità della diaspora. Sì, è una lotta comune”, conclude Chomsky.

Chomsky su uno Stato o due Stati

Sebbene negli ultimi anni il sostegno a uno Stato unico sia cresciuto in modo esponenziale, al punto che un recente sondaggio dell’opinione pubblica condotto dal Jerusalem Media and Communication Center (JMCC) [organizzazione no profit costituita da giornalisti e ricercatori palestinesi impegnata nella diffusione di informazioni e nella realizzazione di sondaggi su fatti e temi riguardanti la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e la Striscia di Gaza, ndt.] ha concluso che la maggioranza dei palestinesi in Cisgiordania è attualmente favorevole alla soluzione ad un unico Stato, Chomsky mette in guardia contro discussioni che non diano priorità alla questione più urgente riguardante l’obiettivo coloniale di Tel Aviv per un “grande Israele”.

Non dovremmo illuderci nel pensare che le cose stiano evolvendo verso la realizzazione di uno Stato unico o di una confederazione, come ora viene argomentato da parte della sinistra israeliana. Non ci si sta muovendo in quella direzione, non è nemmeno un’opzione per ora. Israele non la accetterà mai finché avrà l’opzione di un grande Israele. E, inoltre, nella comunità internazionale non c’è nessun sostegno per tale opzione, da parte di nessuno. Nemmeno degli Stati africani”.

“I due Stati, beh, possiamo parlarne, ma bisogna riconoscere che si deve lottare contro l’opzione attualmente in gioco di un grande Israele”. In effetti, secondo Chomsky, “gran parte della discussione su questo argomento mi sembra fuori luogo”.

È soprattutto un dibattito tra soluzione a due Stati o a uno Stato che tiene fuori l’opzione più importante, l’opzione in gioco, quella che viene perseguita, ovvero un grande Israele. La costituzione di un grande Israele, per cui Israele si impossessa di tutto ciò che vuole in Cisgiordania, schiaccia Gaza e annette – illegalmente – le alture del Golan siriano .., prende semplicemente ciò che vuole, impedisce le concentrazioni di popolazioni palestinesi in modo da non incorporarle. Non vogliono i palestinesi a causa di quello che viene chiamato lo Stato ebraico democratico, la pretesa di uno Stato ebraico democratico in cui lo Stato è lo Stato sovrano del popolo ebraico. Quindi, il mio Stato, ma non lo Stato di una manciata di abitanti di un villaggio palestinese”.

Chomsky continua: “Per mantenere questa pretesa, è necessario mantenere un’ampia maggioranza ebraica, per cui si può in qualche modo fingere l’assenza di repressione. Ma in tal modo la politica è quella di un grande Israele, in cui non ci sarà alcun problema demografico. Le principali concentrazioni di palestinesi sono emarginate in altre aree, in pratica vengono espulse”.

Chomsky su BDS e Solidarietà Internazionale

Abbiamo anche chiesto a Chomsky la sua opinione sulla crescente solidarietà con i palestinesi nella scena internazionale e sui social media e sul sostegno alla lotta palestinese da parte di molte personalità pubbliche e celebrità.

Non credo che le celebrità popolari significhino così tanto. Ciò che conta è ciò che sta accadendo tra la popolazione in generale negli Stati Uniti. In Israele, purtroppo, la popolazione si sta spostando a destra. È uno dei pochi Paesi che conosco, forse l’unico, in cui i giovani sono più reazionari dei più anziani”.

“Gli Stati Uniti stanno andando nella direzione opposta”, continua Chomsky, poiché “i giovani sono più critici nei confronti di Israele e sempre più favorevoli ai diritti dei palestinesi”.

Per quanto riguarda il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), Chomsky ha riconosciuto il ruolo significativo svolto dal movimento di base globale, sebbene abbia notato che il BDS “ha risultati non sempre positivi”. Il movimento dovrebbe diventare “più flessibile (e) più attento agli effetti delle azioni”, osserva Chomsky.

“Le basi ci sono”, conclude Chomsky. “È necessario pensare attentamente a come svilupparle”.

Il dottor Ramzy Baroud è un giornalista e caporedattore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo ultimo libro, curato insieme a Ilan Pappé, è “Our Vision for Liberation: Engaged Palestinian Leaders and Intellectuals Speak out” [La nostra visione per la liberazione: parlano i leader palestinesi e gli intellettuali coinvolti”. Baroud è ricercatore anziano associato presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA) [Centro no profit di ricerca sociale e politica sul mondo islamico, con sede ad Istambul, ndt.]. Il suo sito web è www.ramzybaroud.net

Romana Rubeo è una scrittrice italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su molti giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito una master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




In che modo Israele progetta di “colonizzare” la parte restante di Gerusalemme

ARAB 48

9 Maggio 2022 – Mondoweiss

Un nuovo catasto israeliano a Gerusalemme est potrebbe portare alla confisca di vaste aree di proprietà palestinesi. Ahmad Amara valuta le terribili implicazioni per il popolo di Gerusalemme e per il futuro della città.

Il progetto israeliano di accatastare i territori di Gerusalemme est, che è stato formalmente stilato attraverso un decreto del governo con il titolo “Decreto 3790 finalizzato alla riduzione delle carenze socioeconomiche e alla promozione dello sviluppo economico a Gerusalemme est” minaccia ciò che resta dei terreni di Gerusalemme, poiché Israele prevede di accatastare l’intera Gerusalemme est occupata attraverso un comitato supervisionato dal Ministero della Giustizia. I lavori del comitato dovrebbero concludersi entro la fine del 2025.

Israele doveva completare il processo di attribuzione/accatastamento del 50% del territorio di Gerusalemme Est durante il quarto trimestre del 2021. Tuttavia, poiché la procedura sembra essere complicata, Israele prevede che il lavoro non andrà avanti facilmente in tutti i quartieri di Gerusalemme Est. Pertanto il comitato incaricato ha deciso di avviare zone pilota in diverse aree. Inoltre il processo è stato rallentato anche dalla diffusione nell’ultimo anno del Covid-19, che tuttavia continua.

Una valutazione della situazione pubblicata dal Madar Research Center [centro di ricerca indipendente palestinese sugli aspetti politici, sociali, economici e culturali delle questioni israeliane, ndtr.] afferma che Israele sostiene che l’accatastamento dei terreni di Gerusalemme est aumenterebbe le entrate della municipalità di Gerusalemme di centinaia di milioni di shekel [uno shekel equivale a 28 centesimi di euro, ndtr.], così come aumenterebbe le entrate dei gerosolimitani che potrebbero beneficiare dell’accatastamento, oltre all’assegnazione di circa 550.000 dunum [55.000 ettari, ndtr.] per zone industriali che impiegherebbero forza lavoro palestinese.

Tuttavia la registrazione delle terre potrebbe essere utilizzata di fatto per far avanzare irreversibilmente la colonizzazione israeliana, il che porterebbe alla confisca di vasti terreni di Gerusalemme est, che poi sarebbero ufficialmente registrati come proprietà demaniale.

Durante l’ultimo mezzo secolo di occupazione e annessione della città Israele ha già confiscato vaste aree di Gerusalemme Est a favore di grossi insediamenti coloniali israeliani. Israele ha soffocato la naturale espansione dei gerosolimitani palestinesi creando nuove situazioni nell’area. Pertanto l’accatastamento dei terreni di Gerusalemme est, in base a quanto avviene oggi rispetto alla situazione precedente all’occupazione del 1967, consoliderebbe i cambiamenti coloniali a Gerusalemme est e faciliterebbe il furto repentino di altre terre con pretesti giuridici.

Arab 48 [emittente online di informazioni in lingua araba, ndtr.] ha intervistato su questo aspetto e sulle sue implicazioni per le terre e le persone di Gerusalemme e il futuro della città il ricercatore, docente e avvocato Dr. Ahmad Amara, specializzato in diritto fondiario e diritto internazionale. Il Dr. Amara è un avvocato specializzato in contenzioso internazionale, docente presso la New York University di Tel Aviv e ricercatore presso lo studio di consulenza legale dell’Università Al-Quds. La sua ricerca si concentra sull’intersezione tra diritto, storia e geografia, con particolare attenzione al diritto fondiario ottomano nella Palestina meridionale e a Gerusalemme. Di recente ha pubblicato Emptied Lands – A Legal Geography of Bedouin Rights in the Negev [Terre svuotate – Una geografia giuridica dei diritti dei beduini nel Negev, ndtr.], con Alexandre Kedar e Oren Yiftachel, e attualmente sta lavorando alla ricerca sul controllo del territorio e sull’ebraizzazione attraverso vari strumenti legali incentrati su Silwan e Sheikh Jarrah [quartieri prevalentemente palestinesi di Gerusalemme Est oggetto negli ultimi anni di ripetuti sfratti violenti da parte delle forze di polizia israeliane, ndtr.].

Arab 48: Le intenzioni di Israele di sfruttare tutti gli strumenti legali, amministrativi e progettuali a favore dei suoi piani di colonizzazione sono chiare, ma per favore mi spiega cos’è l’attribuzione/accatastamento di una proprietà fondiaria e qual è la procedura?

Amara: una semplice attribuzione di una proprietà terriera costituisce praticamente la registrazione dei diritti fondiari, cioè l’affermazione dei diritti del proprietario sulla propria terra con riferimento ad un determinato appezzamento di terreno, ad un’area specifica in centimetri su una mappa e ad un certificato catastale.

L’attribuzione delle proprietà fondiarie fu introdotta in Palestina dagli inglesi e dagli ottomani prima di loro. Il Tapu [catasto] che conosciamo è una procedura ottomana. Nel contesto temporale delle normative e delle riforme amministrative e legali ottomane, la legge sul Tapu è stata introdotta a metà del XIX secolo, in un momento in cui l’Impero Ottomano intraprendeva il suo tentativo di agire come uno Stato moderno centralizzato e cercava di compilare quante più statistiche e dati possibili sulla popolazione e sul territorio. La legge ottomana sul Tapu fu emanata nel 1860, mentre la legge fondiaria ottomana venne promulgata nel 1958. Questa legge ha avuto un ruolo importante nella confisca israeliana delle terre palestinesi nel Negev, in Galilea, in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Dopo gli ottomani giunse la Gran Bretagna e stabilì una nuova procedura di attribuzione/accatastamento di una proprietà fondiaria basata su accurate mappe di rilevamento e su una lottizzazione in blocchi e appezzamenti. La procedura faceva anche parte della politica britannica di controllo delle terre demaniali e di trasferimento di alcune di queste terre agli insediamenti coloniali sionisti. Israele ha seguito e applicato la stessa procedura di accatastamento fondiario.

Per quanto riguarda l’iter burocratico relativo all’attribuzione/accatastamento, lo Stato fa una dichiarazione relativa alla registrazione, i richiedenti interessati devono presentare la loro richiesta fondiaria, quindi la procedura è regolata da diverse norme e regolamenti che portano alla pubblicazione di una tabella delle rivendicazioni fondiarie e in seguito di una tabella dei diritti fondiari. Pertanto, chiunque rivendichi un diritto otterrebbe la registrazione e pubblicazione del suo nome per una verifica da parte del responsabile degli insediamenti fondiari.

Arab 48: Riguardo la terra che nessuno rivendica, rimane proprietà dello Stato?

Amara: il responsabile delle attribuzioni fondiarie è obbligato a ricercare, approfondire e stabilire i diritti sulla terra, indipendentemente dal fatto che lo Stato abbia presentato un reclamo per uno specifico terreno. Il pericolo sta in ciò che Israele cerca di registrare a suo favore come terra pubblica o statale — Proprietà degli Assenti [la Legge sulle Proprietà degli Assenti, emanata nel 1950, fu creata ad hoc al fine di acquisire la proprietà su beni e immobili delle migliaia di profughi palestinesi che furono espulsi dalle forze ebraiche verso i Paesi arabi confinanti, ndtr.] e proprietà appartenenti agli ebrei da prima del 1948. Il rischio esiste perché nel processo di attribuzione Israele è la controparte e l’arbitro.

Come è noto, la terra presumibilmente appartenuta agli ebrei prima del 1948 è amministrata dal “Custode generale”, mentre la proprietà degli assenti [palestinesi costretti ad abbandonare la terra] è gestita dal “Custode delle proprietà degli assenti”. Entrambi sono presenti nel Comitato per l’assegnazione del titolo fondiario, che comprende anche rappresentanti del comune di Gerusalemme. Questi comitati attualmente si riuniscono e sono operativi. C’è una società che lavora specificamente al rilevamento e alla mappatura, e hanno già iniziato con blocchi di terreni pilota a Beit Hanina, Jabal al-Mukabbir, Sheikh Jarrah e Beit Safafa, un’operazione supervisionata dal Ministero della Giustizia israeliano.

Arab 48: Lei ha sottolineato che questa attribuzione del titolo fondiario è la continuazione di un processo avviato dal Mandato Britannico prima del 1948, che aveva obiettivi di controllo coloniale LAO [Law and Administration Ordinance, Ordinanza sulla legge e l’amministrazione, con cui lo Stato di Israele riconobbe validità alle leggi del Mandato britannico, ndtr.] della terra.

.Amara: Il processo è più di una semplice confisca. La procedura britannica di attribuzione della proprietà fondiaria, iniziata nel 1928, mirava a suddividere e controllare le “terre statali” e a facilitare la loro destinazione a favore della colonizzazione ebraica, come delineato nella Sezione 6 del Mandato britannico sulla Palestina.

Il secondo obiettivo era rispondere alla richiesta della leadership sionista di registrazione dei terreni per facilitarne l’acquisto e per proteggere meglio i diritti dell’acquirente. In questo contesto, notiamo che anche se gli inglesi fino al 1948 avevano accatastato solo il 20% del territorio della Palestina, la registrazione avveniva principalmente nelle aree in cui erano ubicati insediamenti coloniali ebraici, cioè principalmente in Galilea e sulla costa, mentre non troviamo tali registrazioni, per esempio, in Cisgiordania.

Come è noto, l’accordo tra i leader sionisti prevedeva tre modi per prendere il controllo della terra in Palestina: il primo era con la forza, come facevano tutte le potenze coloniali (conquista), il secondo era attraverso leggi autoritarie e decisioni di confisca delle terre, che non era possibile in assenza di sovranità, mentre il terzo era l’acquisto e l’accatastamento dei terreni, quindi la registrazione era fondamentale per loro.

La prima cosa che fecero gli inglesi quando colonizzarono la Palestina fu chiudere gli uffici Tapu (del catasto), e la successiva fu formare la Commissione Abramson, che suggerì l’emissione di due ordinanze, la Land (Mahlul) Ordinance del 1920 e la Land (Mawat) Ordinance del 1921. Tra il 1928 e il 1948 il mandato britannico è stato in grado di accatastare 5,2 milioni di dunam [520.000 ettari, ndtr.] di terra su un totale di 26 milioni di dunam [2.600.000 ettari, ndtr.] della Palestina e, se osserviamo la mappa di accatastamento, vediamo che esiste una somiglianza significativa tra la mappa di accatastamento e la mappa della partizione della Palestina.

Arab 48: Quindi, l’attribuzione della proprietà fondiaria era al servizio del sionismo anche prima della creazione di Israele. Come sarà sotto la sovranità israeliana, e a Gerusalemme in particolare?

Amara: Il movimento sionista aveva contribuito alla stesura delle leggi fondiarie britanniche. A volte venivano inviati progetti di legge all’Agenzia ebraica [istituita nel 1923 col compito di facilitare l’immigrazione ebraica in Palestina e l’acquisto di terre dai proprietari arabi e di pianificare le politiche generali della leadership sionista, ndtr.] per un commento ed era importante che la terra fosse assegnata e accatastata nelle aree di attrito in cui la terra veniva acquistata, per radicare lì i diritti degli insediamenti coloniali ebraici.

Per quanto riguarda l’attuale attribuzione della proprietà fondiaria a Gerusalemme, le esperienze passate in Galilea e nel Negev suggeriscono che Israele ha cambiato molte delle leggi e regolamenti britannici e ottomani, in particolare per quanto riguarda la definizione di diritti e regole probatorie, incluso il ruolo dei comitati di villaggio locali, il peso di testimonianze orali che confermano che una certa persona possiede la terra e il dato empirico del possesso della terra.

L’esperienza successiva al 1948 fu molto diversa da quella precedente. Sebbene poco più di 2 milioni di dunum [200.000 ettari, ndtr.], meno del 5% della terra, siano stati acquistati dalle istituzioni sioniste prima del 1948, lo Stato di Israele ora controlla il 95% della terra. Ciò è stato ottenuto attraverso una serie di leggi e procedure come la legge sulla proprietà degli assenti, la legge sull’acquisizione di terreni e l’ordinanza sui terreni (acquisizione per finalità pubbliche).

Le prime attribuzioni di proprietà fondiarie dopo il 1948 iniziarono a Gerusalemme ovest nei villaggi e nei quartieri di Ein Karem, Deir Yassin e al-Talibiya, e l’obiettivo era legittimare il controllo israeliano sulle terre di queste aree, sapendo che Gerusalemme era classificata come Corpus Separatum nell’ambito del Piano di spartizione delle Nazioni Unite [l’area di Gerusalemme si sarebbe dovuta trovare sotto un regime internazionale, con uno status speciale per la sua comune importanza religiosa, ndtr.].

Tuttavia, negli anni ’50 e ’60 si avviò il processo di attribuzione in Galilea e fu legato all’imposizione di una sovranità e agevolazione del processo di colonizzazione ebraica di fronte ai timori dell’indipendenza della regione da Israele o alla minaccia della sua annessione a un Stato arabo. Naturalmente ha giocato un ruolo importante nel processo anche la politica di ebraizzazione della Galilea.

Arab 48: Sentiamo spesso parlare della dichiarazione di Ben-Gurion dell’epoca, in cui diceva, dopo un viaggio in Galilea, di essersi sentito come se si trovasse in un Paese arabo.

Amara: L’attribuzione delle proprietà fondiarie in Galilea è connessa con l’ebraizzazione di quest’area, cosa che sta avvenendo oggi anche a Gerusalemme, ma ciò che ci preoccupa di questa esperienza è il modo in cui Israele in quella circostanza ha implementato il processo di attribuzione delle proprietà fondiarie. Le autorità israeliane hanno negato tutte le testimonianze orali su cui si era fatto affidamento durante la registrazione degli insediamenti nel periodo del Mandato britannico e hanno escluso le registrazioni fiscali come prova della proprietà. Confiscando così ingiustamente vaste aree di terra.

I dati specifici riportano che a seguito di questo accordo e della conseguente confisca 8.000 ricorsi vennero presentati ai tribunali israeliani da proprietari terrieri palestinesi, l’85% dei quali fu respinto.

Nel Negev l’attribuzione venne annunciata nel 1974, nelle aree in cui era stata trasferita ed era concentrata la maggior parte dei beduini e, dopo l’annuncio, furono presentate 3.220 richieste sulle terre in assegnazione. Tuttavia, Israele scelse di congelare queste richieste e di negoziare principalmente un risarcimento monetario con i ricorrenti. Tuttavia, nel 2004 era stato evaso solo il 15% circa di queste richieste.

Dopo il 2004 Israele ha iniziato a presentare controrivendicazioni nei confronti delle famiglie arabe del Negev, e ad oggi sono 500-600 le cause giudiziarie, 300-400 delle quali sono state risolte a favore di Israele. Ad oggi la magistratura israeliana non ha riconosciuto alcuna rivendicazione di proprietà da parte di arabi del Negev. Nel nostro libro sul Negev, Emptied Lands, mostriamo come Israele stia svuotando la terra della sua popolazione indigena e della sua storia, sostenendo che queste terre sono terre “mawat”, morte [nel diritto ottomano, terreni non coltivati che venivano per questo incamerati dallo Stato, ndtr.], e quindi “terre statali”, e che i beduini sono intrusi in queste terre.

Arabo 48: Quindi, sta dicendo che le attribuzioni fatte da Israele in diverse aree palestinesi erano preventivamente volte a confiscare e a porre sotto controllo la terra, e questo è ciò che accadrà a Gerusalemme est?

Amara: L’ironia è che subito dopo l’occupazione di Gerusalemme Est Israele ha bloccato l’accordo sulla proprietà fondiaria avviato dalla Giordania, durante il quale era stato accatastato il 30% delle terre della Cisgiordania.

Durante gli ultimi 50 anni di occupazione, Israele ha confiscato 24.000 dunum [2.400 ettari, ndtr.], che costituiscono il 38% della terra di Gerusalemme est, sulla base principalmente di una legge britannica del 1943 che autorizzava la confisca di terre a fini di interesse pubblico.

Quindi riteniamo che l’annuncio dell’attribuzione miri a contrattare con la gente ciò che resta della terra. Sappiamo che le istituzioni che cercano di continuare a controllare le terre palestinesi sono presenti nel comitato, come il “Custode generale” e il “Custode delle proprietà degli assenti” e altri, e sono pronte a sequestrare ulteriori terre palestinesi con vari pretesti e leggi israeliane. In effetti, il solo Keren Kayemet” (Fondo nazionale ebraico) ha annunciato che aprirà per l’accatastamento 17.000 schedari di proprietà terriere presenti nei suoi archivi, inclusi 2.050 schedari di appezzamenti di terreno a Gerusalemme est.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)