La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio

Ramy Younis

11 gennaio 2019, +972

Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.

I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.

Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.

Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.

Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.

I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.

Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.

Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?

Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.

Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”

Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi

Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.

Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”

Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.

C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.

Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.

D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”

Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?

Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.

Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”

Buona domanda. Non ho una risposta.

In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.

È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.

Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”

Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.

Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?

Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.

Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”

E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?

È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.

Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Amira Hass: perchè “La fabbrica del consenso” di Chomsky è ancora importante

Al-Jazeera – 22 dicembre 2018

La giornalista israeliana che informa su Gaza e sulla Cisgiordania condivide le sue idee su “La fabbrica del consenso” di Chomsky

Listening Post [“Postazione d’ascolto”, programma della rete televisiva Al-Jazeera] ha intervistato la giornalista israeliana Amira Hass sulla sua opinione riguardo al libro di Noam Chomsky “La fabbrica del consenso”. Hass ha passato buona parte della sua carriera professionale vivendo ed informando da Gaza e dalla Cisgiordania –una dei pochissimi giornalisti israeliani ad averlo fatto. Qui di seguito la trascrizione completa della nostra intervista con lei.

The Listening Post: “La popolazione in generale non sa cosa stia avvenendo e non sa neppure cosa non sa.” Questa è la sintesi concisa di Noam Chomsky sulla comprensione dell’opinione pubblica in generale riguardo a quali decisioni vengano prese in suo nome. Quanto le sembra vero questo oggi?

Amira Hass: È un’affermazione molto umanistica e ottimistica, la convinzione che la gente voglia avere accesso alle informazioni e con l’accesso alle informazioni possa agire, possa cambiare. Posso dire che questo tipo di approccio ha guidato molte persone come me.

In ebraico le parole comprensione, informazione e consapevolezza hanno tutte la stessa radice. È così che ho iniziato a lavorare a Gaza all’inizio degli anni ’90 ed ho scritto di Gaza, pensando che l’opinione pubblica israeliana non sapesse niente dell’occupazione e di cosa ciò significasse, della vita dei gazawi.

Mi aspettavo che i miei reportage raggiungessero altri e cambiassero la consapevolezza. Ho scoperto molto presto che non era così.

Lo stesso Noam Chomsky ha detto che quando scrive delle politiche di Israele si basa in buona misura su informazioni pubblicate dalla stampa israeliana, che non ha mai effettivamente informato sulla gravità delle politiche israeliane e della repressione.

Fino agli accordi di Oslo in Israele c’era una certa visibilità persino nei media più importanti. Ma ciò non ha cambiato la consapevolezza della gente. Ed è molto peggio oggi, quando nell’era di internet abbiamo una grande quantità di mezzi di comunicazione. Queste informazioni sono in circolazione – da parte di attivisti, organizzazioni per i diritti umani -, è tutto alla luce del sole. Ma la gente non le va a leggere. Vi hanno accesso ma scelgono di non andarle a vedere.

The Listening Post: “Chomsky ha sostenuto che normalmente i giornalisti non sono tenuti sotto controllo attraverso interventi dall’alto, ma dalla “selezione di personale che pensa quello che deve e dall’interiorizzazione, da parte dei redattori e dei giornalisti sul campo, delle priorità e delle definizioni di quello su cui vale la pena informare che sia conforme alla politica istituzionale.” Nella sua esperienza, come succede questo quando si informa sull’occupazione israeliana?

Hass: Ciò è quanto percepisce chi scrive. Ogni giornalista capisce molto rapidamente che c’è una serie di filtri mentre scrivi il tuo articolo. Possono essere problemi molto innocui come la lunghezza, il tempo, le scadenze. Hai a disposizione 300 parole. No, 400.

Ma qualcuno decide quante parole avrai per ogni argomento. Qualcuno deciderà se sarà in prima pagina o da qualche parte in fondo al giornale. O alla fine delle notizie lette alla radio o alla televisione.

Quindi, chi decide sulla gerarchia delle notizie? Cos’è importante? Cosa non lo è? Chi decide cosa sia giornalismo investigativo e cosa non lo sia?

Molto spesso mi rendo conto che se hai un’informazione ufficiale, quello viene chiamato giornalismo investigativo. Ma se tu in realtà hai informazioni direttamente dalla gente – diciamo sui pericoli di inquinamento dell’acqua a Gaza – ciò non è visto come qualcosa di serio come quando [la notizia] arriva da una fonte ufficiale.

The Listening Post: “La censura è in buona misura auto-censura” – gli inviati accettano e interiorizzano i limiti imposti dal mercato e dal potere esercitato su di loro. Ci parli di quando si è resa conto che ciò era vero e come questa consapevolezza ha influito su di lei, l’ha ispirata, l’ha frustrata.

Hass: In Israele i giornalisti non vivono ancora soggetti a una censura di Stato. C’è una censura militare ma quella non ha mai seriamente influito sul mio lavoro. Ma c’è la socializzazione. Lo si vede nei principali mezzi di comunicazione israeliani che dedicano sempre meno spazio e attenzione alla situazione dell’occupazione.

Ciò è andato peggiorando dagli accordi di Oslo. Hanno consentito alla gente di pensare che l’occupazione non esistesse. ‘Oh, ora hanno gli accordi. C’è un governo palestinese. Non c’è occupazione. Di fatto, c’è solo il terrorismo palestinese contro di noi.’ Perciò le persone hanno ancor meno interesse ad accedere a informazioni disponibili e la maggior parte dei mass media israeliani ascolta il pubblico, dà ascolto al loro desiderio di non sapere.

The Listening Post: Nel suo libro Chomsky afferma che “la ragione dell’esistenza dei mezzi di informazione è inculcare e difendere l’agenda economica, sociale e politica di gruppi privilegiati che dominano la società nazionale e lo Stato,” e lo fanno attraverso la selezione degli argomenti, la definizione dei problemi, il filtro delle informazioni e mantenendo la discussione all’interno “dei confini del consentito” nei media. Ci può parlare dello scontro con i “confini del consentito” nel contesto in cui lavora?

Hass: Sono fortunata per aver lavorato in un giornale israeliano il cui editore e proprietario è liberale nel vero senso della parola ed è anche decisamente contrario all’occupazione israeliana. Perciò ho la libertà che penso che non hanno i miei colleghi che informano su questo in altri giornali e in altri mezzi di comunicazione, che potrebbero anche essere contrari alle politiche israeliane.

Credo che, venendo dalla sinistra, dalla mia famiglia, dal mio contesto, mi sono abituata ad essere respinta. Ma ho insistito e sono anche fortunata perché c’è una comunità molto importante, non molto grande ma molto decisa, di attivisti anche israeliani contro l’occupazione e contro le politiche israeliane in generale, politiche israeliane colonialiste – forse questo è un termine migliore di occupazione.

The Listening Post: Sono passati trent’anni dalla pubblicazione di “La fabbrica del consenso”. Perché oggi è ancora importante?

Hass: Sono importanti, il libro ed il concetto sono importanti perché offrono ad ogni giornalista una sorta di faro. Sono importanti perché vediamo come nel corso degli anni i magnati hanno preso sempre più il controllo di sempre più mezzi di comunicazione, di imprese e piattaforme mediatiche.

Notizie che sono considerate degne di essere stampate non sono necessariamente quelle che sono positive per la gente e per l’opinione pubblica. Perciò il libro fa appello allo scetticismo delle persone e ciò è sempre importante. Tuttavia, come ho detto prima, oggi il problema è che la gente non è interessata a quello che non serve immediatamente ai suoi interessi. E questa è una constatazione molto triste.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dare lavoro al nemico: la storia dei lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane

Middle East Monitor

Editore: Zed Books

Data di pubblicazione: 15 July 2017

Autore: Matthew Vickery

Recensione di: Mustafa Fatih Yavuz

Chi fa ricerca e discute del conflitto tra Palestina e Israele scoprirà che persino l’argomento più specifico è stato ben indagato. Tuttavia temi quali la soluzione dei due Stati, le questioni riguardanti la sicurezza, lo status di Gerusalemme e persino i rifugiati palestinesi riflettono discussioni dell’élite che non fanno riferimento a quelli che rimangono ai margini del discorso – le vittime dell’occupazione. Questi sono i lavoratori palestinesi che non hanno altra alternativa che lavorare nelle colonie israeliane in Cisgiordania a causa degli alti tassi di disoccupazione e delle restrizioni israeliane.

Quando ero a Tel Aviv ho chiesto dei palestinesi a una delle mie amiche che si definisce sionista. Mi ha risposto in modo generico: “A me vanno bene, e costruiscono la mia strada, lavorano per me.” Anche se la risposta mi ha deluso per il suo tono altezzoso, c’era una realtà nascosta dietro di essa. L’espansione delle colonie israeliane e della popolazione ebraica ha raggiunto più di 600.00 [abitanti] dal 1967, ed anche la conseguente involuzione economica palestinese è cresciuta in questo periodo. Ci sono 37.000 palestinesi in Cisgiordania obbligati a guadagnarsi da vivere lavorando in quelle colonie a causa dello sviluppo agricolo ed economico degli insediamenti. Ma quelle storie di palestinesi sono state per lo più ignorate, e quel che è peggio i lavoratori sono stati etichettati dai loro connazionali come “traditori” o “parte del problema”.

Invece il libro di Matthew Vickery offre indicazioni in merito alla loro vita quotidiana, alle principali difficoltà che devono affrontare, a come i coloni li trattano e alle loro condizioni di vita. In quanto giornalista, Vickery sceglie una narrazione non accademica per far entrare il lettore nelle storie dei lavoratori palestinesi. Ha realizzato una serie di interviste con lavoratori palestinesi in Cisgiordania ed ha utilizzato queste interviste come base per il suo libro. Poiché credono che quello che fanno sia sbagliato, lavorare per la gente che sta rubando la loro terra è diventata una vergogna per loro e non ne parlano facilmente.

Il libro di Vickery è diviso in due parti principali, in cui intende mostrare come i coloni abbiano dato lavoro ai palestinesi e come il loro impiego diventi sfruttamento. Nella prima parte il lettore viene introdotto alle varie discussioni riguardo allo status giuridico ed ai sentimenti dei palestinesi che lavorano nelle colonie – vergogna, disperazione, umiliazione ed alienazione. Vickery evidenzia soprattutto le cattive condizioni di lavoro, come il fatto di essere pagati sotto il salario minimo e lo status giuridico dei palestinesi. In base alla legge israeliana, ogni lavoratore nelle colonie ha diritto a un minimo di 214,62 shekel (circa 50 €) al giorno. Ma i palestinesi che non possono avere dalla polizia israeliana un permesso di lavoro sono pagati 140 shekel (circa 33 €) e anche meno.

Lo status giuridico dei palestinesi che lavorano nelle colonie è in realtà incerto. Secondo Vickery la loro condizione dovrebbe essere equiparata a quella dei lavoratori all’interno di Israele nel 2007. Tuttavia ciò non è mai stato applicato. Egli fornisce un interessante aneddoto dall’interno di una commissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] nel 2013: “Il ministero dell’Economia ha detto che, quando si tratta di salute e controlli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, non svolge alcuna attività nelle colonie perché non sa quali leggi applicare.”

Vickery dedica un capitolo ai mediatori di queste questioni di lavoro. I palestinesi vengono assunti attraverso caporali che fanno da intermediari tra i coloni e la forza lavoro palestinese. L’autore non evita di descrivere questi caporali palestinesi come strumenti per sfruttare la manodopera palestinese facendo riferimento a un’altra fonte: “Gli intermediari sono aggressivi, motivati dal denaro e non hanno nessun problema nello sfruttare i loro stessi connazionali.”

Con i dati da fonti affidabili utilizzati nella seconda sezione è ben descritto come Israele sfrutta la manodopera palestinese controllando la popolazione, realizzando colonie ebraiche e limitando gli investimenti palestinesi in Cisgiordania. L’autore pone il lettore nella prospettiva economica dell’occupazione. La segregazione nel mercato del lavoro e lo strangolamento dell’economia palestinese diventano lo strumento principale per controllare i palestinesi e non lasciar loro altre possibilità se non lavorare nelle colonie come operai di serie B. Dato che l’argomento riguarda soprattutto i “lavoratori”, l’autore evidenzia l’impostazione marxista e ne mette alla prova l’ideologia. Utilizza il [concetto di] “esercito industriale di riserva” per confrontare questa nozione con la situazione dei lavoratori palestinesi e scopre che la definizione marxista non è sufficiente per descrivere il rapporto tra lavoratori palestinesi e coloni ebrei capitalisti.

È evidente che la classe operaia israeliana e quella palestinese non sono la stessa cosa, divise semplicemente dallo sfruttamento capitalista. L’importanza di comprenderlo è che risulta possibile ridefinire e utilizzare i concetti marxisti riguardo ad Israele e all’occupazione dei territori palestinesi.” Vickery sostiene anche che i palestinesi che vivono nell’Area C della Cisgiordania [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo temporaneo di Israele, ndtr.], sottoposti all’occupazione israeliana, sono in realtà lavoratori forzati. L’autore cita un certo numero di fonti che definiscono il lavoro forzato e sostiene che i palestinesi sono in realtà indirettamente lavoratori forzati a causa del fatto di non avere alternative.

Nella grande maggioranza dei casi i lavoratori palestinesi delle colonie in Cisgiordania non sono liberi nella scelta dell’impiego. Sono stati di fatto integrati nel settore attraverso politiche del governo israeliano riguardo ai lavoratori palestinesi, al regime dei permessi, al controllo del mercato e dell’economia palestinesi e alle restrizioni nella libertà di movimento all’interno della Cisgiordania.” scrive Vickery.

Le storie dei lavoratori palestinesi nelle colonie sono veramente molto tristi e non rare per la società palestinese in generale. Le persone sono in realtà abbandonate dalla loro amministrazione, dal loro popolo, dall’attenzione internazionale e lasciate nelle mani del loro aguzzino. Sono davvero, come afferma uno dei titoli dei capitoli del libro, i “miserabili della Terra Santa.” Questo saggio sarà una buona lettura per quanti sono curiosi riguardo la situazione dei lavoratori in Cisgiordania e a come i coloni, in quanto datori di lavoro, trattano i loro dipendenti palestinesi. Forse i lettori possono trovare storie simili a quelle dei palestinesi nei lavoratori in altre parti del mondo. Forse questa occupazione non è stata architettata attraverso la potenza dell’esercito e dei rapporti diplomatici ma del capitale. Chi lo sa?

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’agonia di Khan al Ahmar

Patrizia Cecconi

30/ 09/ 2018, Pressenza

Una delle ultime illegali prepotenze israeliane sta per avere, quasi certamente, il suo epilogo. Si tratta del villaggio beduino di Khan Al Ahmar a est di Gerusalemme, esattamente tra le due colonie – illegali come tutte le altre – di Ma’ale Adumin e Kfar Adumin.

La storia del villaggio non differisce molto da quella di altri villaggi rasi al suolo, in piena illegalità, da Israele, ma qui c’è qualcosa di speciale. C’è una scuola di gomme, cioè un’idea fantastica avuta dall’Associazione Vento di Terra che l’ha costruita e che ha richiamato l’attenzione, finalmente, anche delle istituzioni internazionali. Ma Israele, convinto di essere al di sopra di ogni legge che non sia la propria, dopo l’ultima sentenza della “sua” Corte suprema, ha deciso che la scuola e il villaggio vanno demoliti. Il perché è gravissimo, ma ce lo faremo spiegare da uno dei rappresentanti  nonché fondatore dell’associazione che al momento si trova nel villaggio a rischio demolizione: Massimo Annibale Rossi al quale abbiamo chiesto un’intervista.

La prima cosa che sembra normale chiedere a Massimo A. Rossi è come nasce l’idea di costruire una scuola di gomme e perché proprio lì.  Questa storia è la storia di una lunga battaglia e Massimo ci sta mettendo l’anima per riuscire a vincerla, ma mentre inizia a raccontare lo interrompo per chiedergli qualcosa di sé.

Non intendo una biografia ma almeno qualche notizia che faccia capire ai nostri lettori cosa c’è dietro tanto impegno.

La richiesta è accolta e Massimo dice di potersi definire “un figlio della rivoluzione basagliana”. Basaglia, lo psichiatra capace di far aprire i manicomi negli anni ’70, “era un grande innovatore e un grande rivoluzionario” mi dice e aggiunge “l’abbattimento dei muri di segregazione è una vera rivoluzione e i muri non sono solo quelli manicomiali, ma quelli discriminatori del ‘diverso’ in genere” e questa consapevolezza sarà un po’ l’imprinting del suo impegno sul sociale. Anche la sua tesi di laurea in Letteratura moderna riguarderà una ricerca sull’alterità. Quindi a pieno titolo può definirsi un figlio della rivoluzione basagliana.

Prima di arrivare in Palestina Massimo ha lavorato nelle periferie milanesi, poi in America Latina. Ha sempre scelto di fare lavoro in rete e ricorda la prima Cooperazione allo sviluppo come un ottimo strumento per operare nelle situazioni di svantaggio sociale. Non sarà più così quando la Cooperazione italiana inizierà una diversa metodologia operativa rifacendosi al modello anglosassone e “a quel punto nasce l’idea di formare una piccola ong indipendente che sia assolutamente radicata nella realtà, senza avere l’imprinting aziendalistico delle ong anglosassoni”.

Insomma, abbiamo davanti, o meglio “in linea” un uomo che una dozzina di anni fa, con un piccolo gruppo di amici, tra cui la sua compagna di vita Barbara Archetti, attuale presidente di VdT, costituisce un’associazione che ha come filosofia di fondo l’abbattimento della discriminazione sociale.

Vento di Terra verrà costituita nel 2006, ma già nel 2002 era avvenuto l’incontro con la Palestina, dice Massimo, “Inizialmente si trattava di interesse giornalistico. Osservare, descrivere e comunicare” poi però avverrà il coinvolgimento con “il mondo palestinese vero e il passaggio dal descrivere all’intervenire.”  Lavorerà con i progetti educativi con i centri Rousseau nel campo profughi di Shuafat in Cisgiordania e porterà in Italia, in sei anni di summer camp, 150 bambini accolti da una ventina di Comuni del milanese. “Ormai eravamo considerati come parte della comunità e in quel periodo Barbara (n.d.r. l’attuale presidente dell’associazione) gestì anche un asilo nido nel campo. Ma i beduini erano degli ‘invisibili’. Fu la coordinatrice del campo di Shuafat a farci conoscere la comunità beduina di Khan Al Ahmar, una tribù cacciata dalla propria terra, nel deserto del Negev nel 1952 e sistematasi in questo pezzetto di terra a est di Gerusalemme”.

Infatti, la comunità beduina degli Jahalin rappresenta uno dei casi di profughi nella loro stessa terra, ma Israele sta mettendo in pratica, totalmente fuori da tutte le leggi internazionali, il cosiddetto piano D già elaborato prima della sua autoproclamazione come stato nel maggio del “48 e cioè l’annessione di tutta la Palestina storica “rosicchiando” con le sue colonie illegali i territori palestinesi dell’area C, praticando quella che viene definita colonizzazione da insediamento e che va contro il Diritto internazionale.

Quindi la piccola comunità beduina deve sparire perché Israele deve unire le due colonie e tagliare in due la Palestina impedendo la nascita di uno Stato palestinese per mancanza, tra l’altro, di continuità territoriale.

Ma perché Khan al Ahmar ha pensato di fare una scuola proprio qui? Massimo A. Rossi risponde che “il lavoro di VdT in Palestina, compresa anche la Striscia di Gaza, riguarda sempre progetti educativi proprio per quell’esserci – alla base dell’associazione – del discorso di abbattimento muri discriminatori. Abbiamo deciso di fare qui la scuola perché la comunità infantile di Khan al Ahmar non aveva accesso ad altre scuole se non attraversando una pericolosissima autostrada scavalcando il guard rail. Quei bambini avevano il diritto di accedere all’istruzione, ma Israele non consentiva costruzioni che avessero delle fondamenta e così, con gli architetti dell’associazione Arcò di Milano, collegata con l’Università di Pavia si pensò di costruire una struttura già sperimentata in New Mexico. Le vecchie gomme di auto in Palestina non mancano, vengono usate come forma di riciclo un po’ ovunque. Venne preparato il progetto e la costruzione coinvolse tutta la comunità. Realizzammo la scuola, senza fondamenta in modo che Israele non potesse accampare giustificazioni per demolirla, in 14 giorni e 14 notti. Era il giugno del 2009”.

Ma conoscendo la storia di quella scuola sappiamo che Israele tentò da subito di abbatterla, dichiarandola illegale. Non potendo dire apertamente al mondo quale fosse il motivo dell’abbattimento e l’intenzione di demolire l’intero villaggio, la destra filoisraeliana in Italia mostrò la faccia buona di Israele e disse che la scuola era dannosa per la salute dei bambini. Chiedo se ricordo bene e Massimo mi conferma che sì, ricordo bene “in Italia i filoisraeliani  dissero che il ‘nero-fumo’ cioè una sostanza rilasciata dagli pneumatici, era dannosa per la salute dei bambini. Ma gli pneumatici erano coperti dalla malta e quindi la scusa venne abbandonata” poi continua dicendo che Israele non poteva neanche accampare il diritto di uso di suolo pubblico, comunque pretestuoso, perché il terreno era di proprietà privata della famiglia Anata e questa sembrava un’ottima forma cautelativa.

Dopo anni di dispute, di ricorsi al Tribunale e infine alla Corte suprema di Giustizia – l’organo giuridico israeliano che mette l’ultima parola alle sentenze dei precedenti tribunali – dopo l’intervento di parlamentari italiani ed europei, si sperava di potercela fare ma ormai la Corte Suprema – la cui composizione negli anni è cambiata seguendo l’andamento governativo sempre più a destra – ha dato il suo parere favorevole alla distruzione della scuola e del villaggio e il governo israeliano ha offerto uno spazio vicino a una discarica o un altro in prossimità di fognature per spostare tutta la comunità.

L’Alto rappresentante per gli affari esteri della UE, Federica Mogherini, su sollecitazione del direttore di B’Tselem, ha preso posizione dichiarando che abbattimento e deportazione potrebbero configurarsi come crimini di guerra e creare seri problemi ad Israele. B’Tselem è stata la prima  associazione israeliana democratica ad esprimersi in tal senso e seguita a dare il suo supporto sapendo che  domani, 1° ottobre, le ruspe dovrebbero entrare in azione.

Chiedo a Massimo A. Rossi cosa faranno loro di VdT e mi risponde “noi saremo accanto alla comunità comunque. A noi questo progetto ha cambiato la vita, non possiamo abbandonare bambini e famiglie  all’arbitrio israeliano. Peraltro, la sentenza della Corte Suprema parla di demolizione e non di deportazione degli abitanti.” In effetti il capo villaggio ha inviato una lettera aperta alle autorità israeliane ed all’esercito dicendo che da lì loro non si sposteranno e che chiunque agirà contro di loro, dall’ultimo conducente di ruspa al primo generale, sarà ritenuto responsabile di crimini contro l’umanità e si chiederà contro ognuno di loro l’intervento delle organizzazioni giuridiche internazionali.

Domani, 1° ottobre, sarà pure giorno di sciopero nazionale in tutta la Palestina, proclamato dall’Anp contro la legge che trasforma, anche giuridicamente, lo Stato israeliano in Stato ebraico rendendo di fatto e di diritto Israele uno Stato di apartheid. Cosa succederà domani al villaggio di Khan Al Akhmar? Si spera nel miracolo, visto che lo strapotere di Israele va al di sopra dell’Onu al punto di permettersi di non far entrare in Palestina parlamentari e rappresentanti Onu, in quanto, sia chiaro, tutta la Palestina è assediata, anche se Gaza lo è in modo più esasperato, tutta la Palestina è assediata e le chiavi d’entrata e d’uscita per il fondo chiuso e occupato chiamato Palestina le tiene l’assediante.

Si spera nel miracolo.

Intanto Vento di Terra non cede come non ha ceduto dopo che l’esercito israeliano ha demolito con precisione certosina quello che Massimo A. Rossi chiama il “nostro vero gioiello, la ‘Terra dei bambini’ di Um al Naser nella Striscia di Gaza, costruita in un posto in cui c’era solo liquame, un gioiello di architettura biodinamica. Il nostro materiale di base erano sacchi di sabbia. La costruimmo nel 2011, offriva educazione e gioia a 150 bambini. A inaugurarla fu Laura Bodrini. Quando l’esercito israeliano invase la Striscia di Gaza, nel 2014, La terra dei bambini fu il primo edificio ad essere demolito”.

Chi scrive lo sa bene e visitò quel che ne restava un anno dopo il massacro israeliano detto “margine protettivo”. Non c’era più niente se non qualche pezzo di tondino di ferro sfuggito ai bulldozer.  Massimo racconta della distruzione “del loro gioiello” con un tono profondamente amaro ma poco dopo aggiunge “Ora però la stiamo ricostruendo. Non è proprio la stessa cosa ma il nuovo asilo ha preso già a funzionare e poi abbiamo il progetto Zeina per le donne. No, ormai non ci fermiamo. Le nostre scuole, i nostri centri sono tutti costruiti con i parametri della bio-architettura, leghiamo insieme ambiente e istruzione in un progetto che vede la pace e il rispetto per la vita come percorso e come obiettivo”.

Chi ha visitato i centri di Umm Al Naser sa che non c’è una parola di troppo in queste affermazioni, e la ex-direttrice della Terra dei bambini che ora dirige il nuovo asilo e che è a sua volta membro di una famiglia beduina, è una delle giovani donne più determinate e intelligenti incontrate nella Striscia di Gaza.

Da questa conversazione con il co-fondatore di VdT emerge quanto affermato nelle prime battute : un figlio della rivoluzione basagliana che vede nell’abbattimento dei muri di segregazione la propria mission che VdT realizza come e dove può.

Israele probabilmente domani metterà in pratica quel che rappresenterà, per il momento, la sua ultima vergogna oltre che il suo ultimo crimine, ma Israele cammina esattamente come i suoi bulldozer: distrugge tutto ciò che confligge col suo piano di annessione illegale della Palestina, sapendo che finora ha potuto contare sulla tolleranza delle istituzioni internazionali ed ora può addirittura contare sul sostegno immediato, totale e dichiarato senza pudore del presidente degli USA, l’uomo che si pone come padrone del mondo e che, nella sua rozzezza politica oltre che umana, ha affermato la sua intenzione di sostenere Israele al di là di ogni legalità internazionale.

Sappiamo che Khan Al Ahmar non è che l’ennesimo passo di pulizia etnica, del resto il colonialismo da insediamento non può sopportare un’interruzione “araba” nella sua continuità etnicamente “ebraica” ma, come gli abitanti di altri villaggi, distrutti e immediatamente ricostruiti per tre, quattro, dieci  volte o addirittura, come Al Aragib per oltre 130 volte, anche Khan Al Ahmar verrà ricostruito una, due, dieci volte a meno che Israele non si macchi ancora una volta del crimine di deportazione caricando gli abitanti a forza sui  camion, come ci ricordano antiche e tristi immagini in cui i caricati erano ebrei, per allontanarli definitivamente dalla loro terra.

Il portavoce della comunità Jahalin ha detto chiaramente che accetteranno di essere spostati solo a patto che possano tornare nella loro terra, cioè solo a patto che venga data almeno parziale attuazione alla Risoluzione Onu 194. Cosa che Israele con farà.

Faccio un’ultima domanda a Massimo chiedendogli cosa faranno domani se il miracolo non si avvererà e arriveranno i bulldozer. Mi risponde che “faremo resistenza passiva, non offriremo la possibilità di sparare e, come ti ho già detto, noi non abbandoneremo la comunità e la sosterremo ovunque, ma soprattutto contiamo su quanto esposto dall’associazione B’Tselem e dall’Alto commissario Federica Mogherini sul piano giuridico: questa volta, forse per la prima volta, Israele avrà qualcosa da perdere. Se Israele seguiterà a non subire sanzioni, seguiterà ad applicare la legge della giungla. Contiamo su questo”.

Chiudiamo così l’intervista telefonica, noi, osservatori a distanza e con il compito di informare, e Massimo A. Rossi da Khan Al Ahmar, in mezzo a “tanta energia, tanta volontà …ma poco realismo” come mi dice con un po’ di amarezza salutandomi e aggiungendo di essere, ovviamente, molto preoccupato.

Chiudiamo augurandoci che avvenga “il miracolo” e che Israele per una volta capisca che deve arrendersi al Diritto e accantonare la legge del più forte.  Lo capirà solo se realmente scatteranno le sanzioni previste dal Diritto internazionale, quelle di cui, fino ad oggi, ha potuto farsi beffe sapendo che alle enunciazioni non seguiva altro che un inutile quanto ridicolo rimprovero.