Una banca tedesca ha chiuso il conto di “Jewish Voice for Peace” per il suo sostegno al BDS

Shir Hever

2 giugno 2019 – The Real News Network

Nota redazionale: l’articolo che segue è in realtà la sbobinatura di un programma televisivo di RLNN, quindi ha una modalità comunicativa inusuale per un testo scritto. Tuttavia, data la rilevanza della questione affrontata, cioè una delle conseguenze pratiche della mozione votata dal parlamento tedesco che definisce il movimento BDS antisemita, abbiamo deciso di tradurre ugualmente questa intervista.

Shir Hever discute la decisione della banca di chiudere il conto di “Jewish Voices for a Just Peace in the Middle East” [Voce ebraica per una Giusta Pace in Medio Oriente]. È la seconda volta dai tempi di Hitler che un conto bancario ebraico viene chiuso, questa volta a causa delle pressioni di Israele per bloccare il movimento per il boicottaggio e il disinvestimento [contro Israele, ndtr.].

MARC STEINER Benvenuti su Real News Network [rete indipendente di notizie su internet, ndtr]. Sono Marc Steiner. Per due volte da quando i nazisti governarono in Germania una banca tedesca ha chiuso il conto di un’organizzazione ebraica. È successo nel 2016 – la stessa banca e di nuovo la stessa organizzazione ebraica. La banca si chiama “Banca per l’Economia Sociale”, che gestisce conti per molte organizzazioni della società civile ed è considerata un’istituzione bancaria progressista. Tuttavia ha chiuso il conto di “Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East”. Jewish Voice – com’è nota – è un’organizzazione tedesca che promuove la solidarietà con i diritti dei palestinesi. Abbiamo già informato qui a “The Real News” in merito, descrivendo come ciò fosse parte di una campagna internazionale per chiedere che la “Banca per l’Economia Sociale” non discriminasse questi clienti ebrei. La banca ha ceduto e ha riaperto il conto. Quest’anno la situazione si è di nuovo surriscaldata. La banca allora ha incaricato un esperto esterno di indagare se Jewish Voice sia un gruppo antisemita. Tuttavia alla fine l’esperto si è rifiutato di condurre una simile accertamento. Poi Jewish Voice è riuscito a vincere il Göttingen Prize. Poco dopo la banca ha imposto un ultimatum: rinnegate il BDS o chiuderemo il vostro conto.

E ora ci raggiunge un membro del direttivo di Jewish Voice che guarda caso è anche un inviato di the Real News, per discutere del perché Jewish Voice abbia rifiutato di collaborare con un’inchiesta, se siano o meno antisemiti, o perché abbiano rifiutato di abbandonare il BDS. Shir Hever è un membro del direttivo di Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East e collaboratore di Real News Network che vive ad Heidelberg, in Germania. Il suo libro più recente è “Privatization of Israeli Security” [Privatizzazione della Sicurezza Israeliana]. Bentornato, Shir. È sempre un piacere parlare con te.

SHIR HEVER Grazie per avermi invitato, Marc.

MARC STEINER  Questo è un argomento per alcuni versi veramente complicato, quindi, cos’è successo nel frattempo? Ho letto la dichiarazione della banca e tra breve vi dirò la mia opinione in merito, ma dimmi quello che è successo qui.

SHIR HEVER  Beh, la banca ha condotto una trattativa con noi, con Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East, e …MARC STEINER Ne hai fatto parte? Hai partecipato alla trattativa?

SHIR HEVER  No, no. Altri membri del direttivo hanno partecipato al processo negoziale e fondamentalmente eravamo piuttosto ottimisti su questa trattativa. Siamo andati con una prospettiva molto positiva e abbiamo pensato che la banca volesse realmente scusarsi per averci accusati di antisemitismo e di aver disposto questa indagine contro di noi. La banca era anche comprensibilmente sottoposta a molte pressioni internazionali e dall’interno della Germania perché chiudesse il nostro conto in quanto era chiaro a tutti che se un’organizzazione ebraica avesse perso il proprio conto per aver appoggiato il movimento BDS, allora a ogni organizzazione in Germania sarebbe successo altrettanto. Tutte le altre organizzazioni avrebbero dovuto annunciare di rifiutare il BDS, altrimenti anche i loro conti sarebbero stati chiusi in modo veramente maccartista.

Perciò era molto importante per noi in quel contesto dire alla banca che volevamo conservare il nostro conto con loro come una questione simbolica e che volevamo garantire che la nostra esistenza in questa banca fosse prova della libertà di parola in Germania. Ma a un certo punto la banca ci ha semplicemente detto: “O rendete pubblico un comunicato, o ne firmate uno che scriveremo per voi, in cui prendete le distanze dal movimento BDS e fondamentalmente dite che voi lo rifiutate, o noi chiuderemo il vostro conto.” Ovviamente non accetteremo questo tipo di controllo delle opinioni o di controllo politico. C’è, in base alla Costituzione tedesca, il diritto di libertà di parola e la libera espressione politica è protetta. La banca non sembra capirlo, e ci ha solo detto che avrebbe chiuso il nostro conto.

MARC STEINER  Beh, lasciami dire, quando ho letto la dichiarazione della banca e stavo più o meno pensando dove potesse accadere, ma questa mi sembra una questione molto complessa. Da una parte c’è una banca che rifiuta di conservare il conto di Jewish Voice in un Paese che è ipersensibile riguardo a questioni ebraiche a causa dell’Olocausto, quello che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale e prima. D’altra parte, ci sono tutte – a quanto pare in base a quello che ho letto – ci sono tutte queste organizzazioni sioniste di destra che stanno insistendo che il vostro conto sia chiuso e che voi siate, di fatto, benché ebrei, antisemiti. O, alcuni amano dire, ebrei che odiano se stessi. (Risate) E allora parliamo dunque di ciò, di queste due specie di contraddizioni e situazioni che esistono e come hanno giocato in tutto questo, e la tua analisi in merito.

SHIR HEVER Penso che l’analisi migliore sia utilizzare una storia biblica e sono sicuro che la conosci, ma forse non la conoscono tutti i nostri spettatori – il giudizio di re Salomone, che si trova nella Bibbia. In quella storia due donne che sostengono di essere la madre dello stesso bambino vanno dal re, e la soluzione del re è di tagliarlo a metà. Una madre dice di essere d’accordo, ma ognuna avrebbe avuto una metà e fondamentalmente nessuna avrebbe avuto un bambino. E l’altra dice: “No, datelo all’altra, ma non uccidete il bambino.” E allora re Salomone dice: “Oh, lei dev’essere la vera madre, date a lei il bambino.” Credo che questa sia una situazione molto simile. Sfortunatamente, la banca non sembra conoscere molto bene la cultura e la storia ebraiche, perché ci troviamo in una situazione in cui il bambino è la presenza ebraica in Germania. La domanda è: possono gli ebrei vivere in Germania sicuri e liberi, avere le proprie opinioni politiche e fare le proprie scelte su quali opinioni politiche avere?

E in quella banca c’era un’altra organizzazione, un’altra associazione ebraica chiamata Keren Hayesod, che è filoisraeliana. In realtà Keren Hayesod è registrata in Israele. E’ un’associazione sionista. Invia denaro alle colonie illegali in Cisgiordania. Compra terreni su cui possono vivere solo gli ebrei, quindi è un’organizzazione razzista molto di destra. E noi di Jewish Voice for a Just Peace non abbiamo mai chiesto alla banca di chiudere il loro conto. Crediamo che, anche se quell’associazione è razzista, ha diritto alle sue opinioni. Noi le combattiamo, ma non abbiamo intenzione di farle tacere. Noi cerchiamo di garantire che anche le nostre opinioni vengano ascoltate. Per cui in questo senso vogliamo avere una presenza ebraica in Germania in cui chiunque possa avere un’opinione. Tuttavia la banca…ora, quello che è successo è in realtà che Keren Hayesod ha detto che se la banca non ci caccia, se ne andranno dalla banca.

MARC STEINER  E loro hanno più soldi di voi.

SHIR HEVER (Risate) Hanno molti più soldi di noi. Sono appoggiati dal governo israeliano, per cui hanno molti più soldi. Ma comunque, quando lo scorso anno la banca ha riaperto il nostro conto, se ne sono andati per protesta e hanno detto che avrebbero chiuso il loro conto con questa banca. Ora, guarda cosa sta per succedere a questa banca dato che ci hanno cacciati. Dopo che siamo stati buttati fuori cosa succede se Keren Hayesod dice che vuole riaprire il proprio conto nella Banca per l’Economia Sociale? Se la banca dice di non essere un luogo di dibattito politico – come fanno nella loro dichiarazione – di non essere il luogo giusto per tenere discussioni politiche tra gruppi ebraici?

Quindi fondamentalmente stanno dicendo che i gruppi politici ebraici non devono avere conti nella banca, che è un’affermazione assolutamente razzista. La loro altra possibilità è di dire: sì, vogliamo avere Keren Hayesod, l’organizzazione di destra apre il proprio conto, ma non Jewish Voice for a Just Peace. Ciò significa che la banca dice: sì, siamo a favore dell’occupazione, a favore del razzismo, a favore degli ebrei di destra, ma siamo contro gli ebrei che difendono i diritti umani. E quindi ciò significa che questa non è realmente tanto una banca, quanto un’organizzazione politica – mentre a sua volta la banca nella sua dichiarazione afferma di non essere un’organizzazione politica. Quindi decidetevi. O siete un’organizzazione politica o siete un’organizzazione che non consente agli ebrei di essere clienti.

MARC STEINER  Cosa pensi che abbia veramente spinto, abbia obbligato a prendere questa decisione? Voglio dire, per quanto ho letto a proposito della banca, la Banca per l’Economia Sociale l’ho definita all’inizio una specie di istituzione progressista, per quanto possa esserlo una banca. Cioè, se fosse qui negli Stati Uniti, sarebbe considerata una banca progressista che accetta tutti questi gruppi, prende il loro denaro e sembra sostenere un certo numero di cause progressiste nella stessa Germania. Quindi, cos’è successo? Cosa c’è veramente dietro tutto questo?

SHIR HEVER  Quello che c’è dietro è che la lobby israeliana sta lavorando in modo estremamente pesante in Germania per cercare di rendere illegittimo il BDS e persino di criminalizzarlo. Sono decisi ad utilizzare fino all’ultima carta a disposizione, ricorrendo ai sensi di colpa dei tedeschi sull’Olocausto. Tuttavia questa non è veramente una questione così importante per quei tedeschi di destra che sono filoisraeliani e che hanno portato avanti questa decisione che il parlamento tedesco…Stanno utilizzando in Germania organizzazioni che sostengono di essere associazioni che rappresentano tutti gli ebrei in Germania, ma ovviamente gli ebrei sono un gruppo molto diversificato, hanno molte opinioni diverse e nessuna organizzazione da sola li può rappresentare.

MARC STEINER Sempre. Sempre, direi.

SHIR HEVER

Sempre. Sì, sì. Ovviamente, ovviamente. E quindi, ci sono le organizzazioni che sostengono continuamente che il BDS è antisemita, e si tratta naturalmente di una menzogna. Ma la nostra organizzazione, Jewish Voice for a Just Peace, e molti dei nostri membri appoggiano il BDS. È un grande problema per loro perché dimostra che il BDS non è antisemita. Continuiamo a pubblicare informazioni sui diritti dei palestinesi, sulle leggi internazionali e su come la politica tedesca verso Israele sia costellata di contraddizioni interne, perché sta appoggiando ciecamente Israele e continua a sostenere di appoggiare le leggi internazionali e le posizioni dell’Unione Europea, e semplicemente ciò non è compatibile. Questa è la ragione per cui queste organizzazioni sono così impegnate nel togliere di mezzo Jewish Voice for a Just Peace. È un obiettivo molto problematico per loro. E il fatto che quest’anno abbiamo vinto il Göttingen Peace Prize è una cosa che da un lato mostra proprio quanto sia diffuso l’appoggio, il sostegno di base per la nostra organizzazione in Germania, ma è anche come una chiamata alle armi per le organizzazioni di destra filo-israeliane, che ora devono raddoppiare i loro sforzi e i loro finanziamenti per cercare di delegittimare la nostra organizzazione.

MARC STEINER  Quindi, con il poco tempo che ci è rimasto qui, solo due domande molto veloci. Una: quanto è divisa la comunità ebraica, che, ovviamente, è piccolissima paragonata a quanto era negli anni ’20 e ’30, ma è divisa su questa questione quanto sembra essere sempre più divisa qui negli Stati Uniti? E secondo: quali sono i prossimi passi?

SHIR HEVER  Penso che in Germania quello che veramente non c’è molto, come invece negli Stati Uniti, è una ben radicata comunità ebraica molto grande e da molto tempo che non si preoccupa ogni giorno di questioni riguardanti Israele-Palestina, più interessata alla vita ebraica in sé. Quello che c’è in Germania è una generazione di ebrei che sono venuti soprattutto dall’Unione sovietica e qui è piuttosto una generazione più anziana, che tende ad essere più conservatrice. Ovviamente le loro opinioni politiche sono differenziate come in qualunque altro gruppo, ma questa è la principale base d’appoggio per l’organizzazione chiamata “Central “ (Council of Jews in Germany [Consiglio degli Ebrei in Germania]), che è un’organizzazione di destra filo-israeliana, e il suo presidente, il dottor Josef Schuster, sta costantemente attaccando la nostra organizzazione definendoci antisemiti. Ma poi c’è una nuova generazione di ebrei tedeschi, molti dei quali arrivano da Israele e sanno di persona cosa siano l’occupazione e l’apartheid.

MARC STEINER Come te.

SHIR HEVER  Come me. Sì. E ci sono decine di migliaia come me che arrivano da Israele in Germania perché la Germania è considerata un Paese liberale e democratico, in cui la gente può esprimere la propria opinione. Solo che siamo venuti in questo Paese per scoprire che sì, questo è un Paese liberale e democratico su qualunque argomento meno Israele. Su questo problema sfortunatamente la politica tedesca è molto indietro. Ma in questo gruppo di ebrei immigrati in Germania l’opinione è molto più a sinistra. Di nuovo, naturalmente, è un gruppo molto diversificato. Nel gruppo ci sono anche i filo-israeliani, ma sono una piccola minoranza. E una grande percentuale di questo gruppo appoggia il movimento BDS.

MARC STEINER Quindi, molto rapidamente perché siamo in chiusura, quali sono i vostri prossimi passi?

SHIR HEVER  Bene, stiamo prendendo in considerazione di presentare un ricorso al tribunale e di presentare una denuncia contro la banca perché, in base alla Costituzione tedesca, l’articolo 5 sancisce il diritto alla libertà di parola e di organizzazione. Cosa interessante, c’è un altro articolo della Costituzione tedesca, l’articolo 18, che non è mai stato veramente applicato prima. Ma questo articolo afferma che un’organizzazione che abusa del diritto di parola e di organizzazione per prevaricare i diritti di altre organizzazioni di esprimersi liberamente, perderà questi diritti. E penso che la Banca per l’Economia Sociale non abbia fatto il suo dovere e non abbia raccolto accuratamente informazioni prima di prendere la sua decisione davvero avventata. Il fatto che abbiano preso una posizione politica come banca è qualcosa che mette a rischio la loro stessa esistenza.

MARC STEINER Bene, Shir Hever, è sempre un grande piacere parlare con te. Molte grazie per questo reportage e siamo ovviamente ansiosi di parlare di nuovo con te molto presto.

SHIR HEVER  Molte grazie, Marc.

MARC STEINER Grazie a te. Sono Marc Steiner per The Real News Network. Grazie per essere stati con noi. Statemi bene.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Un Stato democratico e laico

Ofra Yeshua-Lyth: “La sola soluzione in Medio Oriente è uno Stato democratico e laico”

La giornalista rilascia a MEE le sue riflessioni sul sionismo e sulla società israeliana, che secondo lei non troverà la propria salvezza che in uno Stato unico ed egualitario per tutti i suoi cittadini

 

Di Hassina Mechaï

Martedì 7 maggio 2019 – Middle East Eye

 

Perché uno Stato ebraico non è una buona idea? La tesi sottesa al libro di Ofra Yeshua-Lyth, giornalista e scrittrice israeliana, è semplice: la situazione attuale in Israele – occupazione, militarizzazione della società, mescolanza di nazionalismo e religione – non è affatto una rottura con il sionismo o una deviazione dalla sua dinamica.

Nel suo libro, con prefazione dello storico israeliano Ilan Pappé, l’autrice, che è stata corrispondente a Washington e in Germania di “Maariv”, uno dei principali quotidiani israeliani, ne deduce che la sola soluzione a quello che viene definito (in modo errato, secondo lei) il “conflitto israelo-palestinese” è uno Stato unico laico e democratico. Un incontro.

 

Deviazione dal sionismo o logica intrinseca

Durante gli anni di militanza in “Shalom Arshav” (Pace Ora [movimento pacifista israeliano contrario all’occupazione, ndtr.]), Ofra Yeshua-Lyth ha osservato una sinistra invischiata in illusioni pericolose. Questa sinistra, al potere dal 1948 al 1977, ha potuto credere e far credere che sionismo, ebraismo e democrazia potessero stare insieme in un vero Stato di diritto. E che il solo ostacolo fosse l’occupazione.

La soluzione sarebbe dunque stata la pace in cambio della restituzione di questi territori occupati. Un’equazione semplice, ovvero semplicistica per l’autrice, che pensa che l’occupazione sia la conseguenza e non la causa della situazione.

“La sinistra israeliana crede che il solo problema sia l’occupazione, che sia sufficiente mettervi fine e che tutto si sistemerà. Che Israele diventerà un “buon piccolo Israele”, un piccolo Stato per gli ebrei. Ma il problema è più profondo e riguarda l’idea stessa di sionismo.” Il fallimento di quello che è comunemente chiamato “il campo della pace” sarebbe dunque ineluttabile. “La sinistra illuminata vorrebbe togliere gli ebrei dalle zone abitate in maggioranza da non ebrei, mentre la destra nazionalista spera di cacciare i non ebrei dai territori che brama”, riassume l’autrice.

Per lei e per molti israeliani la vera rottura c’è stata con la seconda Intifada. “Confesso di aver creduto ad Oslo. Anche degli amici palestinesi. Ma altri, molto pochi, hanno visto che quegli accordi non erano che menzogne. Tuttavia la seconda Intifada ha scosso le due società. Israele è diventato antipalestinese in misura senza precedenti.

Gli israeliani rifiutavano di vedere e di capire la collera dei palestinesi. Per loro ciò significava che non avevano interlocutori. Per altri, ciò ha giustificato sempre più l’idea di uno Stato ebraico da una riva all’altra [dal Mediterraneo al Giordano, ndtr.]”, aggiunge.

Secondo Ofra Yeshua-Lyth la soluzione dei due Stati ha lasciato la società israeliana indifesa davanti alle proprie contraddizioni, alle sue linee di frattura. Gli strati di immigrazioni successive coesistono più di quanto non vivano insieme. Il sionismo non sarebbe dunque riuscito a unire la società?

“Ciò che minaccia il sionismo non è l’esplosione, ma l’implosione. Il sionismo non è riuscito a costruire una società unificata. La sola cosa che la rende coesa è la paura, l’idea che Israele sia sempre minacciato e che lo Stato e l’esercito debbano essere forti. L’odio e la paura sono delle emozioni molto forti che fanno da collante.”

Ofra Yeshua-Lyth, lei che è nata da quella che potrebbe essere definita una “coppia mista”, lo può testimoniare. Sua madre era un’ebrea russa e suo padre un ebreo yemenita. Se “gli ebrei askenaziti [dell’Europa centro- orientale, ndtr.] hanno imparato a dissimulare – ed alcuni sono realmente riusciti a superare – la ripugnanza per l’atmosfera araba e medio-orientale”, la realtà del razzismo subito dagli ebrei arabi emigrati in Israele rimane concreta.

“Questa cultura doppia mi ha resa sensibile alla questione dei diritti dei palestinesi. Negli anni ’80 il molto influente movimento “Shalom Archav” sosteneva che la democrazia israeliana non potesse essere perfetta perché gli ebrei mizrahim (orientali) lo impedivano. Si diceva di loro che non capissero la democrazia. Anche se tutti erano ebrei, le classi sociali continuavano a essere divise tra ashkenaziti e mizrahi,” spiega a MEE.

 

La società israeliana tra religione e nazionalismo

Il movimento sionista si iscrive nella dinamica nazionalista laica del diritto dei popoli a disporre di se stessi. Theodore Herzl voleva lasciare i rabbini nelle sinagoghe e confinare i militari nelle caserme.

“Herzl non era credente. Ben Gurion, Sharon e Netanyahu non mangiano kosher [cibo ammesso dalla religione ebraica, ndtr.]. Si ignora che Ben Gurion ha potuto sostenere l’idea che i palestinesi attuali discendano dagli ebrei convertiti al cristianesimo o all’islam”, sottolinea Ofra Yeshua-Lyth, che non è cresciuta in una famiglia religiosa e ha sposato un non ebreo.

Eppure l’attuale situazione israeliana è l’esatto contrario: i militari e i religiosi fanno parte del potere e plasmano la vita degli israeliani fin nell’intimità. “La società cosiddetta laica nella quale sono cresciuta non si è mai separata davvero dal passato religioso tradizionale,” nota Ofra Yeshua-Lyth. Fin dalle origini del sionismo si sono dovute tenere insieme le diverse stratificazioni d’immigrazione. La soluzione è stata trovata in questa religione che è servita, secondo l’autrice, da “collante” nazionale.

Così in Israele i problemi familiari sono discussi davanti ai tribunali rabbinici. “La religione ha generato un groviglio ideologico, civico e teologico a spese del buon senso. Milioni di israeliani vi sono rimasti intrappolati e non osano liberarsene”, osserva la scrittrice. Secondo lei aver fatto della religione il criterio dell’identità nazionale fa naufragare “qualunque possibilità di creare una vera nuova Nazione.”

 

Un uomo, una voce, una cittadinanza

Ofra Yeshua-Lyth se la prende anche con il mito della ‘sola democrazia del Medio Oriente’. “Quando i principi della democrazia entrano in conflitto con quanto prescrive l’ebraismo, questa democrazia cede il passo alla religione”, deplora. “L’unità nazionale” e “gli imperativi securitari” sono le “scuse abituali”, scrive.

È esattamente in nome di questa mescolanza di religione e nazionalismo che “gli arabi devono essere descritti soprattutto come crudeli, dei nemici che non transigono sulla messa in discussione dello Stato ebraico”, analizza Ofra Yeshua Lyth. “Che gli arabi possano essere non violenti e privi di qualunque forma di odio ‘innato’ verso gli ebrei è così poco accettabile che qualunque fiero nazionalista israeliano lo nega quasi in preda al panico.”

L’occupazione è quindi sia quello che paralizza la società israeliana che ciò che la fa stare insieme, in una volontà di vivere che si costruisce “contro”. Perché, come dice giustamente la giornalista, “nel registro dei media israeliani, solo i ragazzini che lanciano pietre sono dei ribelli violenti. I criminali che li picchiano sono i nostri cari ragazzi.”

Partendo da questa cruda realtà Ofra Yeshua-Lyth osserva con distacco la dichiarazione di Emmanuel Macron che mette in relazione antisemitismo e antisionismo. “Trovo molto sorprendente che la critica alle politiche, alle azioni e alle leggi israeliane sia definita come ‘antisemitismo’”. Bisogna parlare della discriminazione a danno della popolazione autoctona non ebraica della Palestina in virtù delle leggi israeliane e dell’occupazione militare di vaste zone popolate.

I sionisti farebbero bene a prendere in considerazione la situazione del nostro regime invece di mascherarla con false grida, con la pretesa di essere vittime perseguitate. È vero che l’antisemitismo è vivo e vegeto. Deve essere condannato – così come tutte le altre forme di razzismo, compresa la retorica antiaraba e antimusulmana che è molto presente e aggressiva, nello spazio pubblico israeliano come altrove.”

Ofra Yeshua-Lyth propone uno Stato laico e democratico per tutti quelli che vivono tra il Giordano e il Mediterraneo, per il 20% di popolazione israeliana che è palestinese come per i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.

“Ciò che mi lega ai palestinesi laici è più importante dell’affinità che potrei avere con gli israeliani religiosi o di destra. Si parla della dimensione patriarcale dell’islam, ma l’ebraismo lo è altrettanto. Sono per uno Stato laico. Non sono ottimista, tuttavia è la sola soluzione, o meglio la sola soluzione logica: uno Stato democratico e laico. Sono per il principio di una persona un voto”, dichiara a MEE.

L’altra rivoluzione da compiere sarebbe accettare che la popolazione ebraica non sia maggioritaria nello Stato così creato. Allora si prospetta lo spettro della questione demografica che tormenta tanti dirigenti israeliani: “La politica deve essere definita dall’ideologia, dalla religione. Gli israeliani hanno paura di essere controllati dai palestinesi. I palestinesi sono persone moderne e laiche. Penso che siano alcuni israeliani che non vorrei veder arrivare al potere.”

Infine, questa ipotesi di uno Stato laico presuppone anche un diritto al ritorno per i palestinesi rifugiati in altri Paesi. “Bisogna ammettere la realtà della Nakba. Non tutti i palestinesi della diaspora vogliono necessariamente tornare. Ma bisogna riconoscere loro questo diritto al ritorno.”

La creazione di una cittadinanza sui generis nello Stato unico sarebbe dunque la panacea? “Non sono ottimista. Il fanatismo religioso è talmente grande, il nazionalismo è così forte che persino i palestinesi di cittadinanza israeliana sono minacciati. Ormai in Israele addirittura le parole ‘sinistra’ e ‘diritti dell’uomo’ sono diventate dei dispregiativi, delle parole estranee,” conclude Ofra Yeshua-Lyth.

 

 

(traduzione di Amedeo Rossi)




Samah Jabr parla del fatto di essere una dei solo 22 psichiatri in Cisgiordania

Jehan Alfarra

17 dicembre 2017, Middle East Monitor

Samah Jabr è una delle prime donne psichiatra in Palestina e una dei solo 22 psichiatri che assistono i 2.5 milioni di abitanti nella Cisgiordania occupata.

Nata a Gerusalemme, Jabr è cresciuta come abitante senza diritti di cittadinanza. Nella sua vita ha vissuto sotto occupazione militare, assistendo all’impatto sul benessere psicologico dei palestinesi di avvenimenti traumatici come l’arresto e la demolizione di case.

Crescere in Palestina come abitante di Gerusalemme mi ha resa consapevole della vulnerabilità della mia situazione e mi ha fatto capire che l’ingiustizia è un agente patogeno che danneggia il benessere del popolo palestinese sotto occupazione,” dice Jabr a MEMO.

Dopo essersi laureata alla facoltà di medicina dell’università Al-Quds, Jabr ha seguito corsi di specializzazione in psichiatria e psicoterapia infantile in Francia, Inghilterra e Palestina. Oltre al lavoro clinico, dal 1998 ha anche documentato la sua esperienza scrivendo per organi di stampa e pubblicando articoli accademici su riviste specializzate.

Il mio lavoro di medico mi ha portata a contatto con le esperienze della gente,” dice, “e sento la responsabilità morale di fornire una testimonianza dei casi e delle esperienze dei palestinesi.”

Jabr mi racconta che nel corso della sua carriera ha incontrato molte vittime di torture fisiche e psicologiche, ma che quello che più la colpisce sono sempre le ferite meno visibili, meno evidenti.

Si riferisce al caso di un giovane che ora dorme con una borsa di indumenti intimi vicino al letto perché ha il costante timore di essere riarrestato. Un altro caso che ha segnato Jabr è quello di alcune sorelle la cui madre è stata arrestata dai soldati israeliani durante una perquisizione in casa. Temendo un’altra incursione le ragazze hanno dormito per mesi nella stanza centrale dell’abitazione invece che nelle loro camere da letto, totalmente vestite e con il velo.

Le persone sono più interessate alle ferite fisiche, all’amputazione di una gamba o a un trauma cranico,” spiega,” e spesso quando non c’è sangue non prestiamo attenzione.”

Parliamo di quante persone sono state uccise e di quante sono rimaste ferite, ma qui c’è molta sofferenza invisibile, nascosta.

Sento la mia responsabilità morale di non fare solo il lavoro palliativo necessario a gestire le conseguenze di maltrattamenti, ma anche di informare e di fare quanto è possibile per fermare maltrattamenti e ingiustizia.”

Continua raccontando un’altra storia di un ragazzo palestinese che le ha detto che le guardie in prigione erano più brave di suo padre perché gli davano una sigaretta da fumare mentre suo padre non voleva. “In seguito ho saputo da questo ragazzino come suo padre non ha saputo proteggerlo dall’arresto,” continua.

Questo è un piccolo esempio del tipo di danni invisibili che patiscono le persone vulnerabili e del tipo di violenza che possono avere subito nella propria cerchia familiare, ciò che può disturbare i loro sentimenti e il loro sistema di valori,” dice, “e questi esempi sono molto comuni.”

Documentare il trauma in un film

Gli incontri e le idee di Jabr riguardo all’impatto psicologico della vita in Palestina sono stati il soggetto di un documentario presentato in alcuni cinema francesi il mese scorso. Nel film, “Beyond the Frontlines: Tales of Resistance and Resilience in Palestine” [Oltre la linea del fronte: racconti di resistenza e resilienza in Palestina], Jabr racconta brani scelti dai suoi scritti riguardanti cosa significhi resistenza nel contesto dell’occupazione israeliana.

La regista francese del film, Alexandra Dols, aveva contattato Jabr verso la fine del 2012 perché voleva usare i suoi scritti come base del documentario dopo aver trovato un articolo che Jabr aveva scritto nel 2007 per il “Washington Report on Middle East affairs” [rivista USA di studi sul Medio Oriente, ndt.] intitolato “Ballare per percussionisti diversi – ma comunque ballare”, che indagava il significato di un’azione per soggetti differenti. L’articolo parte dall’incontro con una paziente che le aveva raccontato come avesse “ballato come una gallina sgozzata” quando suo figlio era stato ucciso; seguono altri incontri di quel giorno con soldati israeliani che ballavano a un posto di blocco e di se stessa che danzava durante un matrimonio in famiglia.

Inizialmente esitante, Jabr ha risposto ad Alexandra nel 2013 accettando di partecipare al documentario. La troupe è arrivata in Palestina verso la fine dell’anno.

Dols è arrivata con due volontari,” spiega Jabr, sottolineando le difficoltà incontrate dal gruppo per garantirsi i fondi per il montaggio. “Ma il fatto che non fossero finanziati da una grande istituzione per me era rassicurante,” afferma Jabr, riferendosi alle sue preoccupazioni sulla censura delle istituzioni più importanti riguardo al suo discorso. Spiega:

Vedo la resistenza come una risposta sana alla violenza della situazione e all’occupazione, in cui le persone sono soggette all’ingiustizia.”

Questa idea viene ripresa da varie voci palestinesi intervistate nel film, provenienti da una grande varietà di contesti dello spettro politico e ideologico.

Le interviste e le registrazioni dei miei articoli hanno richiesto molto tempo,” aggiunge Jabs, “ma sono soddisfatta del film.

Mi è piaciuto il modo in cui Dols ha reso i miei articoli dal punto di vista visivo. Li ha fatti leggere a me e ha proposto immagini e fotografie che li rendono più visibili e più evidenti, gli argomenti e le idee su cui avevo scritto.”

Avendo partecipato alla prima settimana di proiezioni in Francia, Jabr dice di aver trovato che il film è un grande strumento di discussione, aggiungendo che le reazioni sono state incoraggianti. “É’ un film di due ore, ma le persone sono rimaste altre due ore per discutere e fare domande,” afferma.

Alcuni operatori nel campo della salute mentale che erano presenti mi hanno messo in discussione riguardo alla neutralità e all’imparzialità,” continua. “Alcuni di loro se ne sono usciti con l’affermazione che avere delle convinzioni politiche non è professionale e ciò mi ha permesso di ragionare sulla responsabilità morale che ritengo necessaria e sull’importanza di comprendere il contesto…senza ignorare i conflitti intimi degli individui.”

In seguito alle proiezioni, Jabr ha ricevuto una lettera in cui uno spettatore le ha scritto che Israele deve volersi suicidare per aver consentito alla regista del film di entrare a Gerusalemme e a Jabr di andare all’estero per criticarlo. Ha parlato di questo scambio in un articolo scritto in seguito alla proiezione.

Il film è stato proiettato anche in Palestina ed è stato accettato al festival cinematografico “Giorni di Cinema” [che si tiene in Palestina, ndt.]. In seguito ha vinto il premio “Sunbird” [attribuito dallo stesso festival] come miglior documentario.

Anche il gruppo israeliano di operatori della salute mentale per i diritti umani “PsychoActive” ha ospitato una proiezione del film. “C’è stata ogni sorta di reazioni diverse,” afferma Jabr, “ma la prima reazione sono stati silenzio e tristezza.”

Mentre alcuni israeliani sono stati incoraggiati non solo a farsi un’idea dell’occupazione ma ad agire contro di essa, altri hanno accusato il film di essere di parte e di non presentare la prospettiva israeliana.

La regista ha chiarito fin dalla prima scena, in cui c’è una conversazione tra un israeliano e un palestinese, che aveva deciso di seguire la storia dei palestinesi,” spiega Jabr.

La salute mentale in Palestina

Cinquant’anni di occupazione hanno lasciato i palestinesi con una delle percentuali più alte di disturbi mentali in Medio Oriente, eppure i servizi di salute mentale continuano ad essere tra le aree con meno risorse a disposizione per le prestazioni sanitarie, con finanziamenti e personale insufficienti. “Queste carenze non sono solo influenzate dalla situazione sul terreno, ma anche dalla mentalità dei responsabili politici della sanità,” dice Jabr. “Ma, nonostante questi limiti, c’è stata una crescita in questa professione e stiamo facendo molto per migliorarla.”

Nella sua veste di responsabile dei servizi di salute mentale in Cisgiordania, Jabr sta cercando di sviluppare un modello di servizi che risponda alle risorse a disposizione. “Sto cercando di promuovere una gerarchia nei servizi, per cui dottori generalisti, infermieri e insegnanti possano fornire interventi a bassa intensità per appoggiare la resilienza e il benessere delle persone,” aggiunge, “per identificare quelli che hanno necessità di aiuto e indirizzare chi ha bisogno di interventi più specialistici al personale specializzato.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Primo anniversario Grande Marcia del Ritorno a Gaza

Mentre la Grande Marcia del Ritorno di Gaza si avvicina al primo anniversario, l’iniziatore delle proteste, Ahmed Abu Artema, discute della costruzione di un movimento non violento

 

MondoWeiss

Allison Deger – 22 marzo 2019

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Tutto è iniziato a causa di un uccello. Ahmed Abu Artema, l’improbabile leader del più ampio movimento palestinese da decenni, un pomeriggio di febbraio dello scorso anno camminava a grandi passi lungo la barriera di separazione che divide la sua casa nella Striscia di Gaza da Israele. Al crepuscolo ha visto uccelli volare nel cielo, attraversare la barriera “e nessuno li fermava”.

È stato un momento di assoluta chiarezza. Ahmed era fisicamente intrappolato dentro un territorio non statale assediato, e nello stesso luogo c’era uno stormo di uccelli più libero di lui.

“Perché complichiamo questioni semplici? Una persona non ha il diritto di muoversi liberamente come un uccello?” si è chiesto. Guardando di nuovo la barriera, frustrato ha pensato: “Mi tarpa le ali,” “Uccide i miei sogni” e “interrompe le mie camminate serali.”

“E se uno di noi- palestinesi di Gaza – vedesse se stesso come un uccello e decidesse di arrivare fino a un albero dall’altra parte della barriera?” Ahmed ha supposto: “Se quell’uccello fosse palestinese, gli sparerebbero.”

Più tardi quella notte Ahmed ha postato su Facebook un messaggio che è diventato virale in cui chiedeva ai palestinesi di marciare verso la barriera con l’obiettivo di accamparsi a pochi chilometri dall’altra parte della barriera, un vero diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi che non possono più aspettare una soluzione dal moribondo processo di pace. Pochi mesi dopo, il 30 marzo 2018, la festa palestinese del Giorno della Terra, generalmente celebrata con manifestazioni, ha segnato l’inizio della prospettiva di Ahmed.

Denominate la Grande Marcia del Ritorno, le proteste da allora sono continuate ogni venerdì, a volte con decine di migliaia di partecipanti. Negli ultimi mesi ad intermittenza un piccolo gruppo di israeliani si è unito a loro dall’altra parte della zona cuscinetto.

“L’idea si è talmente diffusa da essere diventata nella Striscia di Gaza un movimento sociale,” mi ha detto questa settimana Ahmen durante una camminata in giro per monumenti a Washington in un tranquillo pomeriggio di primavera. Aveva una spilla con la bandiera palestinese appuntata sulla sua elegante camicia. Al mattino aveva parlato al “Carnegie Endowement for International Peace” [fondazione Carnagie per la Pace Internazionale, centro di ricerca per la pace mondiale, ndt.] nel contesto di un giro di tre settimane organizzato dall’ “American Friends Service Committee” [Comitato del Servizio degli Amici Americani, associazione religiosa quacchera che si impegna per la pace e la convivenza, ndt.]. Le sue osservazioni in questo articolo sono tratte sia dal suo discorso ufficiale che dalla conversazione con me che ne è seguita.

A 34 anni è un padre occhialuto, affabile eppure metodico, di quattro bambini con meno di 8 anni, con qualche capello grigio. È stato negli USA per circa due mesi ed è ancora stupito di alcuni degli aspetti della vita fuori dall’assedio che Gaza sta subendo nell’ultimo decennio. Il suono degli aeroplani, in particolare. “Quando senti un aereo, è un segno di vita, ma a Gaza è un segno di morte,” dice.

Ahmed aveva viaggiato all’estero solo una volta prima d’ora, un breve soggiorno in Egitto. Questo è il suo primo viaggio da adulto da qualche parte e la prima occasione in cui è stato lontano dalle proteste del venerdì. “L’ho scritto come un sogno, poi sono andato a dormire,” dice. “Non è stato il mio potere come individuo che ha fatto diffondere l’idea.”

Non c’è un confine internazionale che delimita Gaza. È stretta dalla linea armistiziale della guerra arabo-israeliana del 1948, rafforzata dopo la guerra del giugno 1967. Una zona cuscinetto si estende lungo la frontiera orientale, ed è profonda circa un chilometro. Dentro Gaza il filo spinato e la rete metallica sono visibili dalla principale autostrada che in un altro contesto sarebbe chiamata una strada di campagna. Via Saladino, che prende il nome dal fondatore del califfato degli Ayyubidi, che inaugurarono un periodo di prosperità economica in buona parte del Medio Oriente, può essere percorsa in auto in soli 30 minuti, senza andare in fretta.

In questa strada, “se tu guardi alla tua destra puoi vedere la barriera di filo spinato,” dice Ahmed, e alla tua sinistra una flotta navale israeliana nel mar Mediterraneo.

“Immagina di essere confinato in un simile spazio,” e nello stesso momento circondato dai 2,2 milioni di abitanti di Gaza, dei quali due terzi sono rifugiati originari di terre all’interno di Israele, aggiunge Ahmed.

Dal punto di vista funzionale Gaza continua ad essere un non Stato, quasi un’aberrazione storica in cui un’enclave dell’impero ottomano e in seguito del mandato britannico non ha mai conquistato l’indipendenza come Stato palestinese durante la colonizzazione di tutto il Medio Oriente che fece seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Durante gli accordi di pace di Oslo venne promesso uno Stato, ma deve ancora essere realizzato. In base alle leggi internazionali sarebbe la parte occidentale del frammentato territorio palestinese occupato. Eppure per i suoi abitanti più vecchi la Striscia è stata soggetta a un turbinio di poteri stranieri senza che se ne veda la fine. Un ottantenne palestinese ha vissuto sotto il controllo britannico, giordano ed ora israeliano. Benché i coloni e i soldati israeliani se ne siano andati da Gaza durante il disimpegno del 2005, originato da un precedente accordo di pace, Israele controlla ancora tutti i posti di blocco dentro e fuori Gaza tranne uno, e ha giurisdizione su cielo e mare.

Durante l’ultimo decennio e mezzo Gaza è stata governata dal movimento islamico Hamas. In questo periodo Gaza non solo è stata fisicamente separata dalla Cisgiordania, ma sempre più isolata politicamente da Ramallah dopo che il governo si è diviso nel 2006, pochi mesi prima che iniziasse l’assedio israeliano e un anno dopo le elezioni palestinesi, le ultime a parte le elezioni comunali. Da allora l’Autorità Nazionale Palestinese con sede in Cisgiordania ha intavolato negoziati di pace con Israele con la mediazione degli USA, promossi direttamente da John Kerry e ora dal presidente Donald Trump, con il destino di Gaza spesso messo in secondo piano.

Da quando lo scorso anno Trump ha dichiarato Israele come capitale di Gerusalemme, secondo Ahmed c’è stato un punto di svolta per i suoi amici e per lui. Da quel momento egli non conosce più nessuno che veda gli USA come un mediatore imparziale del processo di pace. “Sappiamo ovviamente che storicamente le amministrazioni americane sono state vicine ad Israele,” dice Ahmed. “La nostra esperienza non ci lasciava alcuno spazio per fidarci dell’amministrazione USA, ma Trump è l’esempio più estremo.”

Trump, dice Ahmed, è stato la ragione per cui i palestinesi si sono sentiti spinti ai margini. Protestare vicino alla barriera con Israele è sempre stato considerato da tutti come pericoloso. “Con le sue politiche che influenzano Israele ha provocato l’incendio. Le persone hanno sentito che i propri diritti fondamentali erano in pericolo.”

L’ONU dice che nelle manifestazioni iniziate lo scorso marzo le forze israeliane hanno ucciso 260 palestinesi, e ne hanno feriti più di 26.000, circa 7.000 dei quali sono stati colpiti da proiettili veri. Durante le proteste nei pressi della barriera i palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani e ne hanno feriti quattro.

In passato Ahmed ha cercato di organizzare a Gaza un movimento nonviolento che facesse breccia negli sbarramenti con Israele. Il momento in cui ci è arrivato più vicino è stato quando aiutò a organizzare una manifestazione nel maggio 2011 in cui rifugiati palestinesi in Libano e in Siria si riunirono a migliaia sui confini con Israele e a decine entrarono in Israele. “The Guardian” [giornale inglese di centro sinistra, ndt.] all’epoca informò che le forze israeliane ne avevano uccisi 13 sul fronte settentrionale e feriti 60 a Gaza con proiettili veri. Contemporaneamente nella regione hanno avuto luogo cambiamenti drammatici.

“Quando sono iniziate le primavera arabe, soprattutto dopo la caduta di Hosni Mubarak (in Egitto), ci siamo sentiti ispirati,” dice Ahmed.

Infatti, mentre si stava svolgendo un’insurrezione in piazza Tahrir, giovani chiusi nei caffè a Gaza e Ramallah e scoraggiati come Ahmed hanno tentato una rivoluzione palestinese di quel genere. La “Coalizione della marcia del 15”, a volte chiamata Hirak Shababi [“Il movimento dei giovani”, che ha partecipato alle proteste contro la politica economica del governo giordano, ndt.], ha galvanizzato i giovani palestinesi in Cisgiordania e a Gaza per chiedere la riconciliazione tra Fatah, con base in Cisgiordania, e Gaza, governata da Hamas. È stato il primo movimento sociale dell’epoca di twitter, e il primo episodio di intenso attivismo che prendeva di mira la loro stessa dirigenza. Ma la dissidenza ha avuto vita breve, contrassegnata da divisioni interne e repressione brutale. Dopo due anni il nuovo movimento dei giovani è finito in niente.

“Avevano dei limiti politici,” dice delle proteste precedenti, “non c’era una posizione chiara riguardo alle divisioni politiche e a quale fosse la causa scatenante.”

“Hamas diceva di essere contro la divisione, Fatah diceva di essere contro la divisione. Che senso ha quando tutti dicono la stessa cosa?” Per Ahmed, il suo obiettivo aveva bisogno di un linguaggio semplice: “Vogliamo tornare alle nostre case e siamo rifugiati.”

Ahmed è ben conscio del fatto che grandi zone in cui una volta si trovavano i villaggi palestinesi in Israele distrutti nella guerra del 1948 non sono mai state economicamente sfruttate. Attivisti del gruppo israeliano “Zochrot” e urbanisti dell’organizzazione palestinese “Badil” hanno suggerito la possibilità di utilizzare le riserve naturali di Israele come luoghi per il reinsediamento dei palestinesi. Però in Israele c’è uno scarso appoggio a questa idea, tranne che da parte di qualche centinaio di persone di estrema sinistra, e questa causa non è mai stata abbracciata da alcun partito politico, compresi i partiti arabi in Israele.

Un precedente negoziato di pace tra l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas sarebbe fallito in parte sul numero di palestinesi a cui consentire eventualmente di tornare in Israele. Olmert ne aveva accettati 5.000 e il presidente George W. Bush, che sovrintendeva ai colloqui, offrì di concedere 100.000 cittadinanze USA nel contesto di una soluzione dei due Stati. Per i palestinesi questi numeri erano bassi in modo offensivo. I rifugiati palestinesi sono più di 7 milioni.

“Se il mondo ne avesse la volontà sarebbe in grado di mettere fine alla tragedia di questi rifugiati,” dice Ahmed. “Vogliamo una soluzione basata sulle fondamenta della giustizia, dell’uguaglianza e dell’umanità,” per “coesistere con i nostri vicini ebrei in base ai valori della cittadinanza.”

“Mentre il popolo ebraico ha il diritto di vivere in pace e sicurezza, non è giusto risolvere una tragedia creandone un’altra,” dice.

Per come la vede Ahmed, parte di questa ingiustizia è dovuta al fatto che la vita a Gaza è cambiata, rapidamente. Molte case hanno l’elettricità solo per sei ore al giorno, con interruzioni che durano fino a 16 ore. Il sistema sanitario sta crollando. I tagli dell’amministrazione Trump ai servizi per i rifugiati hanno provocato la chiusura di ambulatori. Gravi malattie non possono essere trattate sul posto e i permessi per uscire per essere curati in un ospedale israeliano, egiziano o in altri luoghi sono sempre più difficili da ottenere.

Ahmed ha smesso tre anni fa di portare i suoi figli a nuotare al mare perché l’inquinamento è molto grave ed è stato messo in rapporto con alcuni decessi. Ora, durante i giorni caldi d’estate vanno ancora sulla spiaggia, ma la famiglia rimane sulla sabbia. Quando i jet israeliani passano sullo spazio aereo di Gaza, un rumore che descrive come frequente, terrorizzano suo figlio, “Abdelrahman ha molta paura ogni volta che sente un aereo.”

“So di molti bambini che sono morti alla sua età, ma io non gli ho mai parlato di questo,” dice Ahmed.

“Questa è una delle ragioni per cui sono un attivista. Cerco, non da solo, anzi, noi cerchiamo di creare un mondo migliore per i nostri bambini,” dice. “Non posso immaginare per loro la stessa vita che ha vissuto mio padre, che vivo io.”

La decadenza delle infrastrutture iniziò sul serio circa dieci anni fa, quando l’ONU avvertì che Gaza sarebbe diventata “inabitabile” entro il 2020. Il rapporto venne pubblicato in risposta al peggioramento delle condizioni dovute al blocco, ma Ahmed sostiene che “un completo collasso economico è già avvenuto” un anno prima della scadenza prevista, “rendendo Gaza una terra totalmente desolata.”

“Accetteresti una vita come questa o chiederesti qualcosa di meglio?” chiede.

“Se tu fossi un giovane di Gaza potresti arrivare a 35 anni senza avere mai avuto un lavoro,” spiega. “Essere padre a Gaza significa che ti vergogni perché non puoi provvedere alla tua famiglia.”

Con Gaza che sta diventando inabitabile, peggiorata dal fattore Trump, Ahmed si è trovato con un pubblico impaziente di cercare alternative. A Gaza i tempi erano maturi per tentare la nonviolenza su vasta scala.

Nel suo primo post su Facebook nel gennaio 2018 ha auspicato tattiche pacifiste.

“E se 200.000 manifestanti accompagnati dai media internazionali marciassero pacificamente e oltrepassassero la barriera di filo spinato a est di Gaza per entrare per qualche chilometro nella nostra terra occupata, portando la bandiera palestinese e le chiavi del ritorno [molti profughi palestinesi hanno conservato le chiavi delle case da cui sono stati cacciati da Israele, ndt.]?” Ha scritto Ahmed. “E se decine di migliaia di palestinesi erigessero un villaggio di tende all’interno di Israele e continuassero ad utilizzare metodi pacifisti rimanendo là senza fare ricorso ad alcuna forma di violenza?”

La maggioranza dei dimostranti ha rispettato l’insistenza sulle proteste pacifiche, anche se molti hanno lanciato pietre, gomme incendiate o fatto volare aquiloni incendiari che hanno bruciato ettari di terreno agricolo israeliano. Le forze israeliane hanno sparato sui dimostranti proiettili veri e lacrimogeni, gli aquiloni ora sono intercettati dai droni. Le scene sono a volte caotiche e Ahmed viene a sapere delle vittime solo quando la manifestazione del venerdì si disperde e lui ha il tempo di controllare le notizie.

Israele sostiene di avere il diritto di utilizzare una forza letale per difendere i propri confini. Rispondendo a un recente rapporto sui diritti umani pubblicato all’ONU un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha affermato che le proteste sono inscenate da Hamas. Ha detto al “Christian Broadcasting Network” [Rete Televisiva Cristiana, gestita da gruppi evangelici filo-israeliani, ndt.] che “Hamas utilizza i civili a Gaza come scudi umani per i terroristi.”

Ahmed sa che il suo impegno di lunga data per la nonviolenza non è condiviso da tutti. Ma vede il sostegno da gruppi come Hamas subordinato alla spinta di quelli che praticano la nonviolenza, non viceversa. La resistenza pacifica è di nuovo diffusa.

“Le nostre richieste sono semplici e oneste, vogliamo tornare, vogliamo una vita dignitosa. Persino quelli impegnati nella resistenza armata hanno iniziato a capire come può essere efficace la non violenza pacifica,” dice.

“Ci sono persone nella Striscia di Gaza che si oppongono ad Hamas, e c’è un contesto che circonda le attuali proteste nella Striscia di Gaza e ciò include la dura situazione che molte persone vivono,” dice “e molti errori che Hamas ha commesso nell’amministrare la Striscia di Gaza.”

“Ma io vorrei affermare che tutto questo dissenso con Hamas riguarda l’amministrazione e il modo di governare. Questi dissensi non riguardano l’occupazione” dice.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




L’antirazzismo selettivo di Macron Un’intervista con Maxime Benatouil

Intervista di David Broder

27 febbraio 2019, Jacobin

Emmanuel Macron ha descritto l’antisionismo come una nuova forma di antisemitismo. Eppure associando tutti gli ebrei francesi allo Stato di Israele rischia di alimentare il risentimento tra le vittime del razzismo.

Se prendiamo in parola Emmanuel Macron, la Francia ha un crescente problema di antisemitismo. La scorsa settimana il presidente si è rivolto al Consiglio Rappresentativo delle Organizzazioni Ebraiche del Paese, denunciando un aumento dell’antisemitismo “senza precedenti dalla Seconda Guerra Mondiale”. Già l’11 febbraio il suo ministro degli Interni ha informato che il 2018 ha visto un incremento del 74% degli attacchi contro ebrei. Fonti governative hanno anche messo in rapporto questa evoluzione con le proteste dei “gilet gialli”, mentre ministri hanno imputato a questo “flagello” atti di vandalismo contro un negozio di bagel [ciambelle tipiche della cucina ebraica, ndt.] e recenti attacchi contro giornalisti.

Eppure molti ebrei francesi sono critici riguardo al tentativo di strumentalizzare affermazioni antisemite. Le notizie sul coinvolgimento di “gilet gialli” nell’attacco al negozio di bagel si sono presto dimostrate infondate, e il tentativo del presidente di considerare l’antisionismo una nuova forma di antisemitismo ha offuscato la distinzione tra ebrei e Israele. Allo stesso tempo gli ebrei antirazzisti hanno sottolineato i pericoli di un atteggiamento di doppio standard che non prenda altrettanto seriamente dell’antisemitismo l’islamofobia e il razzismo contro i neri.

Per Maxime Benatouil, un importante esponente dell’“Union Juive Française pour la Paix” [Unione Ebraico Francese per la Pace] (UJFP), la lotta contro l’antisemitismo deve essere unita a una coerente difesa delle minoranze. Ha parlato con David Broder di “Jacobin” della presenza di atteggiamenti antisemiti nelle proteste dei “gilet gialli”, del tentativo di Macron di strumentalizzare gli attacchi contro gli ebrei e del pericolo di mettere le minoranze le une contro le altre.

D.B.: Il filosofo Bernard-Henri Lévy ha sostenuto che l’antisemitismo è al cuore del movimento dei “gilet gialli”. Le sue affermazioni rientrano in una più complessiva narrazione per cui ministri e la stampa a favore di Macron hanno dipinto il movimento come di estrema destra o guidato da fascisti. C’è qualche prova che le idee contro l’establishment o cospirative tra i “gilet gialli” siano legate ad argomenti antisemiti?

M.B.: I commenti di Bernard Henry-Levy sono sintomatici della reazione contro i “gilet gialli”. Questo è un vero movimento sociale di classi lavoratrici e popolari ed è nato al di fuori delle strutture politiche tradizionali in cui tradizionalmente si inseriva la loro attività. È vero che in questo movimento ci sono stati indizi di antisemitismo, su cui i media francesi si sono particolarmente soffermati, e nelle proteste ci sono state anche figure come l’ex-attore Dieudonné (noto per il suo uso del gesto della quenelle [allungare un braccio sinistro verso il basso piegando il destro verso la spalla sinistra, considerato politicamente sospetto di filo-nazismo, ndt.] e per la promozione di temi antisemiti).

Ma non c’è un particolare antisemitismo tra i “gilet gialli” come tali, più di quanto ce ne sia nel resto della società francese. E anche in quanto il loro movimento riflette la società nel suo complesso, quando è cresciuto è diventato più politicizzato e c’è stata più opposizione tra i “gilet gialli” contro il razzismo, il sessismo, l’omofobia e quindi l’antisemitismo. In questo senso, lo sviluppo politico del movimento è stato veramente sorprendente.

D.B.: Ci sono comunque prove di crescenti aggressioni contro ebrei, dimostrate in particolare dall’uccisione lo scorso anno della sopravvissuta all’Olocausto Mireille Knoll. Infatti è stato detto che c’è stato un aumento del 74% di incidenti antisemiti in Francia. Cosa pensi ci sia dietro a questo?

M.B.: È terribile che siano avvenuti così tanti incidenti antisemiti – è stato detto che lo scorso anno ci sono stati 531 di questi atti. Ma non sono sicuro che sia una buona idea presentare questi dati in questo modo. Mentre i numeri che il ministero degli Interni ha fornito ai media francesi hanno riferito di un aumento del 74% da un anno all’altro, di fatto anche solo dieci anni fa il numero di questi incidenti era attorno a 800 all’anno, molti di più di ora. Forse la decisione di parlare di un aumento senza dare un’indicazione della tendenza generale è stato un errore, o forse ci sono ragioni politiche per voler dipingere questo quadro.

Il governo sta tentando di suggerire che c’è un aumento di incidenti antisemiti legati ai “gilet gialli” – per esempio quando ci sono state scritte razziste su un negozio di bagel a Parigi, il fatto che fossero in giallo è stato preso dal governo come una prova che fosse stato fatto da questi dimostranti dei “gilet gialli”, e i ministri hanno twittato in tal senso. Ma è risultato che i graffiti erano comparsi due giorni prima della manifestazione in questione, e in ogni caso non lungo il suo percorso.

D.B.: La scorsa settimana c’è stata una tempesta mediatica dopo che lo scrittore Alain Finkielkraut è stato chiamato “sporco sionista” da un “gilet giallo”. Mentre la parola “sionista” potrebbe essere usata come una parola in codice per “ebreo” oppure no, non pensi che questo tipo di incidenti prestino il fianco a critiche contro il movimento, o almeno diano l’impressione che non dimostri solidarietà agli ebrei di fronte all’antisemitismo?

M.B.: Finkielkraut è uno scrittore notoriamente di destra ed è certamente un sionista, con una lunga lista di polemiche contro i palestinesi. Ma chiamarlo “sporco sionista” o dire “tornatene a Tel Aviv” può chiaramente avere una dimensione antisemita.

Oltre che riconoscere questo, è anche il caso di chiarire due cose su Finkielkaut e su questo incidente. Ha immediatamente tentato di strumentalizzarlo come se lui fosse un antirazzista. Ma non è stato affatto come se un cittadino ebreo qualunque, magari con una kippah [zuccotto tipico degli ebrei, soprattutto religiosi, ndt.], fosse passato per caso vicino alla manifestazione e fosse poi stato aggredito da “gilet gialli”.

Invece Finkielkraut è un personaggio pubblico famoso. In effetti lui stesso è noto per attacchi razzisti, per esempio in un’intervista con Haaretz [quotidiano israeliano di centro sinistra, ndt.] qualche anno fa in cui definì la squadra di calcio francese “nera-nera-nera” (stravolgendo la descrizione corrente della sua caratteristica multirazziale, “bianco-nero-arabo”), lamentando che non ci fossero abbastanza giocatori bianchi.

Finkielkraut lavora per una delle principali emittenti radio statali ed ha invitato nel suo spettacolo un polemista ebreo ancora più di destra, Éric Zemmour. Zemmour ha riabilitato l’eredità del regime di Vichy del maresciallo Pétain, affermando che aveva cercato di salvare gli ebrei francesi e cose del genere.

Quindi ovviamente questi incidenti sono negativi e non dovrebbero avvenire, ma difficilmente possono essere utilizzati da simili personaggi per dipingere i “gilet gialli” come promotori dell’antisemitismo.

D.B.: In seguito all’incidente di Finkielkraut, martedì scorso a Parigi ci sono state due diverse proteste contro l’antisemitismo: cosa le divideva?

M.B.: Esse rappresentavano due concezioni molto diverse di cosa significhi “antirazzismo”. Prima ho parlato di strumentalizzazione politica, e infatti una delle proteste è stata convocata dal partito Socialista (PS), nell’evidente tentativo di raccogliere sostegno dietro di sé. Il PS è stato a lungo un partito importante, ma nelle elezioni presidenziali del 2017 è crollato al 6% dei voti ed è stato persino obbligato a lasciare il suo storico quartier generale.

Cercando di rivitalizzare la sua base ha convocato una manifestazione che includeva i principali partiti, o almeno “La République en Marche” di Emmanuel Macron e i “Republicains”, di destra. La dimostrazione era un modo per mettere insieme i partiti politici di centro e di destra.

Non sono stati invitati non solo il “Rassemblement national” (ex–Front National) di Marine Le Pen, ma neppure, inizialmente, “La France Insoumise” [partito di sinistra, ndtr.]. È stato un tentativo di strumentalizzare l’antisemitismo, con la volontà di dare l’impressione che al partito di Jean-Luc Mélenchon non gliene fregasse niente di questo problema. Tuttavia personalità di destra e razziste sono state incluse nella marcia convocata dal partito Socialista, compreso Éric Ciotti, un parlamentare dei “Républicains” che voleva introdurre misure per vietare a chi accompagna i bambini per attività extra-scolastiche di portare simboli religiosi, in particolare da aprte di donne che indossano l’hijab [velo islamico, ndt.].

Per noi dell’“Union Juive Française pour la Paix” (UJFP) – un’organizzazione ebraica antirazzista e antisionista – non ha senso manifestare mano nella mano con gente come quella. Allo stesso tempo forze della sinistra – “France Insoumise”, il partito comunista, ma anche quelli come il “Parti des Indigènes de la République” [Partito degli Indigeni della Repubblica, partito che si definisce antiimperialista, anticolonialista e antisionista, ndt.], la cui portavoce Houria Bouteldja per anni ha affrontato attacchi diffamatori infondati, probabilmente in quanto donna araba che difende la giustizia – non dovrebbero farsi coinvolgere in un dibattito di merda, come quello che è divampato in contesti britannici e americani, riguardo a se sono o meno “antisemiti”.

Invece noi di UJFP martedì abbiamo contribuito a organizzare una manifestazione separata che ha insistito sulla necessità di lottare contro l’antisemitismo come parte di un antirazzismo coerente. La manifestazione nel quartiere di Menilmontant a Parigi si è tenuta insieme al “Nuovo Partito Anticapitalista” [gruppo di sinistra di origine troskista, ndt.] e ad altre organizzazioni, come “Indigènes de la République” e altri gruppi che rappresentano lavoratori arabi e persone di origine africana.

Non si può lottare contro il razzismo in un modo che non fa che assolvere lo Stato dalle sue responsabilità nel promuovere l’antisemitismo, l’islamofobia, il razzismo contro i neri e i rom, e quindi la dinamica distruttiva creata quando cerca di dare la prevalenza alla lotta contro una forma di razzismo rispetto alle altre.

D.B.: Enzo Traverso ha segnalato la sensazione di discriminazione che può nascere quando lo Stato prende in considerazione meno seriamente il razzismo contro alcune minoranze rispetto ad altre – facendo loro intendere che sono considerate e protette di meno. Infatti, mentre lo Stato francese proclama di lottare contro l’antisemitismo, è da notare quanto poco i suoi dirigenti abbiano respinto l’idea che in Francia gli ebrei non siano sicuri, per esempio, quando dopo gli attacchi del novembre 2015 a Parigi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha spiegato che gli ebrei francesi dovrebbero andare in Israele per essere davvero sicuri. Come si può separare l’antirazzismo dalla “vittimizzazione competitiva” o dallo scatenare le minoranze le une contro le altre?

M.B.: Nel 2017 Emmanuel Macron ha organizzato la prima commemorazione delle incursioni di “Vel d’Hiv”, in cui gli ebrei vennero radunati in un velodromo di Parigi prima di essere trasportati ai campi della morte in Germania. Scandalosamente lo ha fatto insieme a Benjamin Netanyahu, con il risultato che il capo di una potenza straniera è stato dipinto come se fosse un rappresentante degli ebrei francesi, e quindi come se questi ultimi cittadini fossero meno francesi. Comunque durante questo evento Netanyahu è stato molto contento di sentire Macron descrivere l’antisionismo e la campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) come una pericolosa nuova forma di antisemitismo.

Quello che vorremmo sarebbe che la società e lo Stato francesi prendessero ogni forma di razzismo altrettanto seriamente di quanto fanno con l’antisemitismo. La lotta contro gli attacchi agli ebrei non può essere perseguita in un modo che alimenta al contempo l’islamofobia o prende di mira altre minoranze. Quindi stiamo cercando di creare uno spazio antirazzista in cui possiamo collaborare e studiare strategie con altri movimenti antirazzisti in modo che non ci si limiti a rispondere all’ultima offesa antisemita e poi non si dica nient’altro sul razzismo.

Per fare un esempio di ciò, quando la sopravvissuta all’Olocausto Mireille Knoll è stata uccisa e poi c’è stato un corteo contro l’antisemitismo, certo non ci siamo sentiti di partecipare a una manifestazione che includeva anche il Front National [partito di estrema destra francese, ndt.] (FN). Di fatto in quell’occasione persino la Lega per la Difesa Ebraica, un’organizzazione di estrema destra e ultra-sionista, non ha voluto rimanere in silenzio riguardo alla presenza del FN. Il modo particolare in cui lo Stato lotta contro l’antisemitismo, ignorando altre forme di razzismo, mentre presenta ogni attacco contro un cittadino ebreo come un attacco a tutta la repubblica francese, può in parte alimentare teorie cospirative e risentimento verso gli ebrei, se sono visti come protetti in un modo in cui altri non lo sono. Facciamo molto di più contro l’antisemitismo quando lottiamo contro ogni razzismo che quando lo prendiamo in considerazione come qualcosa di isolato.

D.B.: Negli scorsi giorni Emmanuel Macron ha proposto di classificare l’“antisionismo” come una forma di antisemitismo in sé. C’è stato persino il suggerimento che ciò potrebbe portare a una nuova legge per criminalizzare alcune forme di critica a Israele. Quali reali misure vi aspettate che ciò comporti?

M.B.: L’antisionismo e l’opposizione contro Israele sono opinioni politiche che non dovrebbero in nessun caso essere soggette a restrizioni da parte della legge. Ovviamente l’antisionismo è un’idea che può avere molti significati diversi, dalla generalizzata opposizione al progetto sionista tra gli ebrei prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948, alla posizione di quanti non vogliono distruggere Israele ma piuttosto trasformarlo in uno Stato per tutti i suoi cittadini, compreso il circa 20% della popolazione che è arabo-palestinese. Ovviamente di recente la legge sullo Stato-Nazione ha invece declassato lo status ufficiale dell’arabo in Israele ed ha imposto una discriminazione ancora più pesante contro i palestinesi.

Emmanuel Macron è stato invitato a pronunciare il discorso inaugurale della cena del Consiglio delle Organizzazioni Rappresentative degli Ebrei (CRIF), che, nonostante un passato più di sinistra, è diventato molto di destra e una forza filo-israeliana tra gli ebrei francesi – quasi una seconda ambasciata israeliana – anche se i media francesi spesso lo presentano come la voce di tutta la “comunità ebraica”. È molto più di destra e tollerante riguardo ai neonazisti persino dell’AIPAC [potente organizzazione lobbystica degli ebrei americani a favore di Israele, ndt.]. Lo possiamo vedere nella sua totale mancanza di reazione riguardo all’iniziativa di Netanyahu di offrire posizioni chiave ai kahanisti [dal rabbino Meir Kahane, capo del partito israeliano di ultradestra Kach, messo fuori legge negli anni ’80, ndtr.] (suprematisti ebrei, che si oppongono fermamente alle critiche per l’uccisione di palestinesi), se verrà rieletto.

Il CRIF ha spinto perché l’antisionismo venga classificato come antisemitismo, e quando Macron ha parlato alla cena ha detto che dietro all’opposizione all’esistenza di Israele c’è “la negazione dell’ebreo”. Ha detto che la definizione di antisemitismo proposta dall’“International Holocaust Remembrance Alliance” [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa che intende promuovere la memoria dell’Olocausto formata da 31 Paesi membri, ndtr.] (IHRA) dovrebbe essere adottata per legge, compresi gli esempi specifici che elenca. Questi ultimi hanno già provocato polemiche nel partito Laburista in Gran Bretagna, perché specificano che è antisemita dire che “l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista.”

Ciò significherebbe che chi critica il colonialismo di insediamento potrebbe essere considerato un “antisemita” sulla base del fatto che si oppone al “diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico”. Non si sa quali passi concreti si stiano per fare. Ma, dato che Macron ha parlato di inserire la definizione dell’IHRA nel codice penale, questo potrebbe ulteriormente criminalizzare e impedire il lavoro della campagna francese del BDS e il movimento di solidarietà con la Palestina.

Per ora i partiti di sinistra – come “La France Insoumise” (LFI) e il partito comunista francese – sono rimasti piuttosto silenziosi riguardo alle critiche nei confronti di questa iniziativa, perché non vogliono essere trascinati in un’altra polemica a questo proposito. Non hanno dimostrato molto coraggio. Adrien Quatennens, un giovane e brillante deputato di LFI, ha detto che “non è un’idea molto buona”.

Ma noi, come organizzazione ebraica antisionista, stiamo rispondendo in modo più deciso. Insieme ai nostri alleati resisteremo contro questo attacco alla libertà di parola. In quanto oppositori coerenti dell’antisemitismo e antirazzisti conseguenti difenderemo il diritto a criticare Israele e – soprattutto – a dimostrare solidarietà con i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Miko Peled: lo Stato di Israele andrà in frantumi e prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare

STUART LITTLEWOOD

21 settembre 2018, American Herald Tribune

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso ex-soldato israeliano, è ora un noto attivista pacifista e un instancabile militante per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più limpide che chiedono di sostenere il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e la creazione di un’unica democrazia con uguali diritti in tutta la Palestina storica. Sarà presente al congresso del partito Laburista a Liverpool del 23-26 settembre. Sono stato abbastanza fortunato da avere la possibilità di intervistarlo prima. In una settimana che segna il settantesimo anniversario dell’uccisione di Folke Bernadotte e il trentaseiesimo anniversario del massacro genocida nel campo di rifugiati di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire gli obiettivi sionisti, quello che dice Miko potrebbe fornire argomento di riflessione a quanti scrivono sotto dettatura della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, sei cresciuto in una famiglia sionista con una formazione sionista. Cos’è successo perché tu te ne allontanassi?

Miko Peled: Come suggerisce il titolo della mia autobiografia “The General’Son” [Il figlio del generale], sono nato da un padre che era generale dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] e allora, come evidenzia il sottotitolo, ho intrapreso un “viaggio di un israeliano in Palestina”. Il viaggio ha chiarito a me, e attraverso me spero che chiarisca al lettore, quello che “Israele” è e cos’è la Palestina. È un viaggio dalla sfera dell’oppressore e occupante (Israele) a quella dell’oppresso (Palestina) e del popolo nativo della Palestina. Ho scoperto che di fatto è lo stesso Paese, che Israele è la Palestina occupata. Ma senza il viaggio non me lo sarei mai immaginato. Per me è stato fondamentale. Mi ha permesso di vedere l’ingiustizia, la deprivazione, la mancanza di acqua e di diritti, e via di seguito. Più mi sono permesso, e continuo a permettermi, di avventurarmi in questo viaggio, più sono stato in grado di vedere cosa realmente sia il sionismo, cosa sia Israele e cosa sono io in tutto questo.

Molti mesi fa hai avvertito che Israele stava “impegnandosi al massimo, stava calunniando, stava cercando qualunque mezzo possibile per bloccare Jeremy Corbyn [segretario del partito Laburista inglese e futuro candidato alle prossime elezioni britanniche, ndt.]”, e la ragione per cui viene usata l’accusa di antisemitismo è che non hanno altri argomenti. Ciò si è avverato con Jeremy Corbyn sottoposto a un attacco brutale e continuo persino da parte dell’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe affrontarlo Corbyn e quali contromisure gli suggeriresti di prendere?

Nel corso del congresso del partito Laburista dello scorso anno Jeremy Corbyn ha chiarito che non consentirà che le accuse di antisemitismo interferiscano con il suo lavoro come leader del partito Laburista e come uomo impegnato a creare una società britannica e un mondo giusti. In quel discorso ha detto qualcosa che nessun dirigente occidentale oserebbe dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese.” E’ sempre stato corretto e il suo appoggio sta aumentando. Penso che stia facendo la cosa giusta. Prevedo che continuerà a farla.

E cosa ne dici dell’esternazione di Sacks?

Non c’è da sorprendersi che un razzista che appoggia Israele se ne possa uscire in questo modo – non rappresenta nessuno.

La direzione del partito Laburista, il NEC, ha adottato in pieno la definizione di antisemitismo dell’IHRA [International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa che si occupa di antisemitismo e ricordo della Shoa, ndtr.], nonostante gli avvertimenti di esperti giuridici e la raccomandazione da parte della Commissione Ristretta della Camera dei Comuni di inserire riserve. Questa decisione è vista come un cedimento a pressioni esterne e ovviamente ha un impatto sulla libertà di parola che è insita nelle leggi britanniche ed è garantita dalle convenzioni internazionali. Come inciderà ciò sulla credibilità del partito Laburista?

Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono sicuro che su quelli che hanno votato per adottarla ricadrà la vergogna. Ci sono almeno due note già emanate dalla comunità degli ebrei ultra-ortodossi, che rappresenta almeno dal 25% al 30% degli ebrei britannici, in cui rifiutano l’idea secondo cui Jeremy Corbyn è antisemita, rifiutano il sionismo e la definizione dell’IHRA.

Tornando all’occupazione, tu hai detto che 25 anni fa Israele ha raggiunto il suo obiettivo di rendere irreversibile la conquista della Cisgiordania. Perché pensi che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea della soluzione dei due Stati? Come ti aspetti che evolva la situazione?

Gli USA, e soprattutto l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia inglobato tutta la Palestina mandataria e che non ci sia posto per non ebrei in quel Paese. Non affermano il contrario. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono accontentare Israele e lo accettano com’è. Il loro elettorato, tuttavia, chiede giustizia per i palestinesi per cui, con un atto di compromesso poco coraggioso, i Paesi dell’UE trattano l’Autorità Nazionale Palestinese, con uno stile veramente post-coloniale, come se fosse uno Stato palestinese. Penso che sia per questo che gli europei procedono a “riconoscere” il cosiddetto Stato di Palestina, benché non sia tale. Lo fanno per tener buono il loro elettorato senza fare realmente niente per sostenere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato neppure un palestinese, non hanno liberato neanche un prigioniero dalle carceri israeliane, non hanno salvato un solo bambino dalle bombe a Gaza, non hanno alleviato le sofferenze e le privazioni dei palestinesi nel deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndt.] o nei campi di rifugiati. È un gesto vuoto, vigliacco.

Quello che dovrebbero fare gli europei è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi stanno vivendo sotto un regime di apartheid nella loro stessa terra, che sono vittime di una pulizia etnica e di un genocidio e che questo deve cessare e che l’occupazione sionista deve finire del tutto e senza condizioni.

Penso che lo Stato di Israele andrà in frantumi e che prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare. La situazione attuale è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non spariranno, Israele ha appena annunciato – di nuovo – che due milioni dei suoi cittadini non ebrei non sono accettati come parte dello Stato, e il BDS sta già lavorando.

L’IDF si autodefinisce l’esercito più etico del mondo. Tu hai fatto il servizio militare nell’IDF. Quanto è credibile questa affermazione?

É una menzogna. Non esiste un esercito etico e l’IDF per settant’anni ha partecipato a una pulizia etnica, a un genocidio e a imporre un regime di apartheid. Di fatto l’IDF è una delle forze terroriste meglio equipaggiate, meglio addestrate, meglio finanziate e meglio nutrite al mondo. Benché abbiano generali e belle uniformi e le armi più sofisticate, non sono altro che bande armate di criminali e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere palestinesi. I suoi ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo le politiche brutali e crudeli che sono spietatamente inflitte alla vita quotidiana ai palestinesi.

Breaking the Silence” [Rompere il silenzio, ndt.] è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnata a mettere in luce la verità riguardo a un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione civile oppressa da un’occupazione illegale. Sostengono che il loro obiettivo è porre fine prima o poi all’occupazione. Quante possibilità di successo hanno secondo te?

Loro e altre Ong simili potrebbero fare una grande differenza. Sfortunatamente non si spingono abbastanza avanti, non chiedono ai giovani israeliani di rifiutarsi di fare il servizio militare nell’IDF, non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi mi pare che il loro lavoro sia in superficie e non faccia un granché.

Spesso gli israeliani accusano il sistema educativo palestinese di produrre futuri terroristi. Com’è l’educazione in Israele?

Il sistema educativo palestinese viene sottoposto ad uno scrupoloso controllo, quindi ogni accusa di insegnare l’odio è priva di fondamento. Tuttavia Israele fa un ottimo lavoro insegnando ai palestinesi che sono occupati ed oppressi e che non hanno altra scelta che resistere. Lo fanno con l’esercito, la polizia segreta, la burocrazia dell’apartheid, infiniti permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite.

I tribunali israeliani insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non contano niente. Non ho incontrato nessun palestinese che manifestasse odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’educazione fornita da Israele, non di un qualunque libro scolastico palestinese. Gli israeliani seguono un’approfondita educazione razzista che è ben documentata in un libro di mia sorella, la professoressa Nurit Peled-Elhanan, intitolato “Palestine in Israeli Textbooks” [La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, EGA Edizioni Gruppo Abele, 2015, ndtr.]

Le comunità cristiane stanno rapidamente diminuendo. Gli israeliani sostengono che i musulmani li stanno cacciando, ma i cristiani affermano che è la spietatezza dell’occupazione che ha determinato il fatto che tanti se ne vadano. Che opinione ti sei fatto? Gli israeliani stanno cercando di seminare zizzania tra cristiani e musulmani? É in corso una guerra di religione che spinge i cristiani ad andarsene?

I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione palestinese, ora sono a mala pena il 2%. Non c’è nessun altro colpevole oltre a Israele. Israele ha distrutto le comunità e le chiese cristiane come ha distrutto quelle musulmane. Per Israele gli arabi sono gli arabi e non hanno posto nella Terra di Israele. Raccomando vivamente l’eccellente reportage del defunto Bob Simon nel programma “60 minuti” della CBS del 2012 intitolato “Cristiani in Terra Santa”. Alla fine si è scontrato con l’ex-ambasciatore di Israele a Washington che voleva che la messa in onda venisse annullata.

Attualmente ti definisci una persona religiosa?

Non lo sono mai stato.

Tu conosci Gaza. Come giudichi la capacità di Hamas di governare? E mediatori onesti potrebbero lavorare con essa per raggiungere la pace?

Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per molti anni, sia palestinesi che stranieri, e la loro opinione è che fin dove può arrivare un governo e prendendo in considerazione le durissime condizioni in cui vivono, meritano un elogio.

Qualcuno sostiene che l’opinione pubblica israeliana è per lo più ignara degli orrori dell’occupazione e che la verità gli viene nascosta. Se è vero, ciò inizia a cambiare?

Gli israeliani sanno benissimo delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano, e votano in gran numero e per settant’anni hanno continuato a votare per persone che hanno portato loro e i loro figli a commettere quelle atrocità. Le atrocità sono commesse non da mercenari stranieri, ma da ragazzi e ragazze israeliani che per la maggior parte fanno orgogliosamente il servizio militare. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. Nel passato in Israele c’era un’apparenza di discorso civile, e oggi non esiste più. Oggi affermare che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è perfettamente accettabile. Nel passato le persone provavano un certo imbarazzo ad ammettere che la pensavano in quel modo.

Israele ha condotto una serie di attacchi armati in acque internazionali contro imbarcazioni per l’aiuto internazionale che portavano rifornimenti di medicinali urgenti e di altro genere non militare alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggio e passeggeri sono stati regolarmente picchiati e incarcerati, alcuni uccisi. Ora gli organizzatori devono rinunciare o rinnovare i loro tentativi utilizzando tattiche diverse?

Le flottiglie di Gaza sono sicuramente da lodare, ma se l’obiettivo è raggiungere le spiagge di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore risiede solo nel fatto che sono un’espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se il tempo, lo sforzo, il rischio e le spese giustifichino il risultato. Israele farà in modo che nessuno riesca a passare e il mondo non presta loro molta attenzione. A mio parere le flottiglie non sono la forma migliore di azione. Nessuno dei problemi nella continua tragedia dei palestinesi può essere risolto singolarmente. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua, non le leggi razziste, ecc.

Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha il miglior potenziale per questo, ma non viene utilizzato a sufficienza e si perde troppo tempo a discuterne i vantaggi.

Sicuramente una delle debolezze di quelli che si preoccupano di vedere la giustizia in Palestina è che chiunque abbia un’idea semplicemente “vi si dedica”. Ci sono poco coordinamento e poca strategia riguardo alla questione fondamentale di come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza da questa parte e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una sfida impegnativa.

Questa settimana è stato il settantesimo anniversario dell’uccisione di un diplomatico svedese, il conte Folke Bernadotte, da parte di un commando sionista mentre fungeva da mediatore del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono rimasti stranamente indifferenti a questo, persino gli svedesi.

Questo è stato uno tra i molti assassinii politici perpetrati da gruppi terroristici sionisti di cui nessuno è stato chiamato a rispondere. Il primo fu nel 1924, quando assassinarono Yaakov Dehan [scrittore ebreo olandese antisionista, ndt.]. Poi nel 1933 uccisero Chaim Arlozorov [sindacalista, poeta e politico israeliano, ndt.]. Il massacro nel 1946 dell’hotel King David [sede del governo mandatario britannico in Palestina, ndt.] fu ovviamente motivato da ragioni politiche e provocò quasi cento morti, molti dei quali persone innocenti che si trovarono nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Poi nel settembre 1948 l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario dell’ONU e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che a quanto pare era arrivato con piani per porre fine alla violenza in Palestina, piani che i dirigenti sionisti non consideravano accettabili. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, che io sappia non sono previste cerimonie commemorative o qualunque riferimento a questo anniversario da parte di alcuna organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Ciò avvenne poco dopo l’assassinio e fece un buon lavoro per garantire che il governo svedese mettesse a tacere la questione.

Ci furono molte più uccisioni e massacri – viene in mente l’attacco contro la nave da guerra USA “Liberty” e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come uno strumento legittimo per raggiungere i propri obiettivi politici. Si sa o si ricorda poco di queste brutali uccisioni. Innumerevoli dirigenti, scrittori, poeti, ecc. palestinesi vennero assassinati da Israele.

Il movimento di solidarietà con la Palestina ripone molte speranze nel BDS. Quanto è efficace il BDS e come la società civile può aumentare al massimo la pressione?

Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per intervento magico o divino. Le persone devono accoglierlo a pieno, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e l’isolamento totale di Israele. C’è troppa tolleranza per quelli che promuovono il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e questo deve cambiare. I politici eletti devono essere obbligati ad accettare il BDS in toto. I gruppi solidali con la Palestina devono passare dalla solidarietà alla resistenza totale, e il BDS è la forma ideale di resistenza a disposizione.

Ci sono altre questioni fondamentali che stai affrontando adesso?

Ritengo che a questo punto sia fondamentale passare dalla solidarietà alla resistenza. È importantissimo utilizzare gli strumenti a nostra disposizione, come il BDS. L’approvazione della legge israeliana sullo Stato-Nazione è un’opportunità per unire di nuovo i cittadini palestinesi di Israele con gli altri palestinesi. Tutti noi dobbiamo cercare di portare l’unità totale tra i rifugiati, la Cisgiordania, Gaza e il 1948 [cioè Israele, ndt.] e chiedere la totale uguaglianza di diritti e la sostituzione del regime sionista che ha terrorizzato la Palestina per settant’anni con una Palestina libera e democratica. Spero che questa opportunità venga colta.

Per terminare, Miko, come stanno andando i tuoi due libri – ‘The General’s Son’  e ‘Injustice: The Story of The Holy Land Foundation Five’ [Ingiustizia: la storia dei cinque della “Fondazione della Terra Santa”, sui responsabili di una Ong USA ingiustamente condannati per finanziamenti mai avvenuti ad Hamas, ndtr.]? Mi pare che l’ultimo, che racconta come il sistema giudiziario negli USA sia stato indebolito a favore di interessi filo-israeliani, dovrebbe essere un libro molto letto qui, nel Regno Unito, dove la stessa cosa sta avvenendo nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe diffondersi nei tribunali.

Beh, stanno andando bene, benché nessuno dei due sia ancora un best seller, e dato che stiamo dalla parte meno popolare della questione è difficile venderlo. “The general’s son” è uscito nella seconda edizione, per cui va bene, e naturalmente mi piacerebbe vedere questo e “Injustice” in mano a più persone. Purtroppo però poca gente ha capito come l’occupazione in Palestina stia colpendo le vite di persone in Occidente a causa del lavoro di gruppi di controllo sionisti come il Board of Deputies [gruppo di parlamentari britannici che appoggia Israele, ndt.] in Gran Bretagna e AIPAC e ADL [due associazioni lobbistiche a favore di Israele, ndtr.] negli USA.

In questo solo caso, cinque innocenti stanno scontando condanne di lunga durata nelle prigioni federali degli USA solo perché sono palestinesi.

Molte grazie, Miko, ti ringrazio per aver trovato il tempo di condividere le tue opinioni.

La principale delle molte idee positive che ho avuto da questo incontro con Miko è la necessità per gli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò significherà maggiore coinvolgimento, miglior coordinamento, modificare gli obiettivi e una strategia più acuta. Di fatto un BDS MK2, sovralimentato e con benzina ad alto numero di ottani. In secondo luogo, dobbiamo trattare il sionismo e quelli che lo promuovono con molta minore tolleranza. Come ha detto Miko in un altra occasione, “se opporsi ad Israele è antisemitismo, allora come chiamate l’appoggio a uno Stato impegnato da settant’anni in una brutale pulizia etnica?”

Riguardo a Jeremy Corbyn – se legge questo articolo – sì, sarebbe meglio che ci andasse giù pesante con i seminatori d’odio, compresi i veri antisemiti con la schiuma alla bocca, ma dovrebbe anche ripulire il partito Laburista della sua altrettanto spregevole “Tendenza Sionista”. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Intervista al Coordinatore della Grande Marcia per il diritto al Ritorno

Patrizia Cecconi

23 febbraio 2019, Pressenza

Il 22 febbraio si è svolto a Milano un incontro pubblico con l’avvocato Salah Abdel Ati, residente a Gaza, che ha portato la sua testimonianza sulla Grande Marcia del Ritorno e sulla situazione nella Striscia.

Alla fine dell’incontro Patrizia Cecconi ha fatto alcune domande all’avvocato S. A. Ati che riteniamo interessante proporre anche nel nostro sito. L’articolo integrale con la cronaca della serata milanese è stato pubblicata su Pressenza.

D. Lei è un giovane avvocato ma ha già molti anni di esperienza nelle lotte per i diritti umani in Palestina. Vuole raccontarci un po’ della sua vita a Gaza?

R. Veramente non sono tanto giovane, ho 44 anni e due dei miei quattro figli sono già all’università. Il ragazzo studia ingegneria e la ragazza è al primo anno di farmacia. Noi vogliamo che i nostri figli studino e tutte le famiglie a Gaza vogliono questo. Non tutti però possono date le condizioni economiche, ma la percentuale di iscritti all’Università, maschi e femmine, è molto alta. 

D. Lei fa parte delle famiglie arrivate a Gaza in seguito alla cacciata dovuta alla Nakba o è originario della Striscia? 

R. Sono uno di quel 75% di gazawi che vive in un campo profughi in quanto la mia famiglia è arrivata a Gaza dopo essere stata cacciata dalla Palestina storica. Da allora viviamo nel campo profughi di Jabaliya, al nord della Striscia.

D. Jabaliya è il luogo da cui partì la prima intifada, cioè la rivolta delle pietre, come venne chiamata, dopo l’uccisione di alcuni palestinesi investiti da un camion dell’esercito israeliano nel dicembre del 1987, è così? 

R. Sì, la rivolta partì da Jabaliya. La situazione era già carica e quella fu l’occasione che fece esplodere la rabbia palestinese. Inoltre, il giorno dopo l’investimento, gli israeliani spararono, uccidendolo, a un bambino che aveva lanciato delle pietre e da Jabaliya la rivolta si allargò e si espanse in tutti i territori occupati. Io ero un ragazzino e, come tutti gli altri ragazzini, partecipai alla rivolta. La mia gamba destra porta ancora i segni lasciati da Israele. 

D. Durante e dopo la prima intifada si occupò di politica in modo sistematico o rimase nelle fila della rivolta spontanea?

R. Mi occupai di politica. Entrai nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e venni eletto rappresentante degli studenti. Sono rimasto nel Fronte popolare fino ad alcuni anni fa. 

D. Il PFLP ha sempre rappresentato l’anima laica e di sinistra della Palestina, è vero?

R. Sì, il PFLP è stato il primo partito ad avere delle donne tra i suoi massimi dirigenti, però ora non faccio più parte dell’organizzazione politica, ma continuo a svolgere le attività in cui ho sempre creduto e per le quali ho lavorato anche nel Fronte Popolare.

D. Per esempio?

R. Per esempio la formazione politica e sociale dei giovani, i tavoli di formazione e di dialogo con le donne. Lo studio dei diritti umani e le violazioni che Israele, ma anche le autorità che governano la Palestina, sebbene in forma e numero diversi, commettono. Tutti i programmi che svolgiamo nel sociale. Insomma tutto ciò che dovrebbe preparare alla vita in una società libera, quella per la quale lavoriamo e per la quale abbiamo iniziato l’esperienza della Grande Marcia del Ritorno.

D. Lei è coordinatore per gli aspetti legali della Grande Marcia del Ritorno. Ci può dire come e da chi è nata l’idea di questa marcia che finora ha visto circa 250 martiri e oltre 25.000 feriti? E chi realmente la porta avanti? Le faccio questa domanda perché i nostri media, a parte quelli “di nicchia” ne parlano come di un progetto imposto da Hamas alla popolazione gazawa. Un progetto crudele che manda a morire tanti innocenti. 

R. No, non è un progetto di Hamas. Io ho molti contatti con l’Occidente e so bene come vengono manipolate le notizie. Intanto diciamo che in questo modo la colpa delle uccisioni non si dà agli assassini ma si scarica su una parte della società gazawa, quella che ne rappresenta il governo di fatto. Hamas può essere accusato di restrizioni e di una visione reazionaria rispetto ai valori della sinistra laica, ma non può essere accusato degli omicidi israeliani. Israele uccide manifestanti inermi, si è accanita su due dei giornalisti più competenti e conosciuti anche all’estero, due reporter che mandavano foto inequivocabili alle agenzie internazionali. Non è un caso. I suoi cecchini colpiscono il personale sanitario mentre presta soccorso. Sparano sui bambini. Sono tutti crimini contro l’umanità e se il diritto internazionale non sanziona Israele per questi numerosi e continui crimini, Israele continuerà a commetterli e queste violazioni peseranno anche sulle vostre democrazie. Comunque la grande marcia non è un progetto di Hamas, ma il movimento di Hamas partecipa, al pari di membri di Fatah, del Fronte Populare, del Fronte Democratico, degli altri movimenti politici e delle organizzazioni della società civile che hanno aderito in grande numero alla marcia.

D. Le ripeto la domanda che le avevo fatto e alla quale già mi ha risposto, ma solo in parte. Abbiamo capito che non è nata da Hamas e che non è governata da Hamas, ma come è nata l’idea della Grande Marcia?

R. È nata alla fine del 2017 discutendo sulla situazione che ci vede schiacciati sotto l’assedio. Acqua quasi totalmente non potabile, elettricità somministrata a piacere di Israele tre, quattro ore a caso durante il giorno o la notte col chiaro intento di rendere più difficile possibile la vita dei gazawi. Campi continuamente distrutti o dalle ruspe o dagli aerei che spargono diserbanti. Bombardamenti israeliani a piacere. Disoccupazione altissima. Salari tagliati anche dall’Anp. Il grado di esasperazione dei giovani e degli adulti che si alterna a fenomeni di depressione per mancanza di futuro. Insomma una situazione insostenibile. Discutendo veniva fuori che in questi 70 anni in tutta la Palestina e, in particolare, in questi 12 anni di assedio a Gaza, nessuna lotta è mai riuscita vincente. 

La resistenza è un nostro legittimo diritto ma né la resistenza armata, né la non violenza hanno mai portato all’ottenimento dei diritti spettanti al nostro popolo. Allora abbiamo pensato, discutendo e anche litigando, che un vero movimento popolare, un movimento di massa, senza uso di violenza, avrebbe potuto aiutarci ad ottenere quel che ci è dovuto. Abbiamo pensato che un diritto riconosciutoci dall’ONU già nell’anno della Nakba rappresentava tutti i palestinesi, la Risoluzione 194, cioè il nostro diritto al ritorno nelle terre, nelle case da cui siamo le nostre famiglie sono state cacciate. Così abbiamo pensato, organizzandoci in comitati, a organizzare questa grande marcia, ricreando lungo il confine dell’assedio, gli accampamenti in cui le tende portavano il nome dei villaggi e delle città da cui siamo stati cacciati. Sarebbe stato un grande movimento e forse il mondo delle istituzioni ci avrebbe finalmente dato ascolto. La grande marcia non vuole divisioni tra fazioni politiche e questo è un altro nostro importante obiettivo. 

D. Ma non avete messo in conto che Israele avrebbe potuto fare una carneficina? 

R. Israele ci ammazza ogni giorno e il mondo sta in silenzio. I nostri giovani hanno ideato il fumo nero degli pneumatici per coprire la vista ai cecchini, ma il mondo non ferma Israele, anzi lo protegge e addirittura abbiamo letto sui vostri giornali che i nostri giovani sono violenti perché incendiano gli pneumatici! Il nostro popolo ama la vita, non vuole morire, ma la morte è messa in conto. Lei ha visto durante la proiezione dei filmati [presentati durante l’incontro di Milano] che abbiamo adottato la vostra canzone “Bella ciao”? Ebbene l’ultima strofa della vostra canzone è quella che ci porta a lottare a rischio della vita, morire per la libertà. 

D. Caro avvocato, è eroico e mi azzarderei a dire commovente quel che mi sta dicendo, ma il mondo delle istituzioni non sembra capirlo.

R. È per questo che sto facendo questo viaggio. Domani sarò a Bruxelles perché abbiamo bisogno di lobbies politiche che ci aiutino a imporre a Israele le giuste sanzioni secondo la normativa giuridica internazionale. Senza sanzioni che costringano Israele al rispetto dei diritti umani non ci saranno né giustizia né pace. 

D. Lei a Gaza dirige il centro Masarat, giusto? Qual è l’attività di questo centro?

R. Il Masarat – Palestinian Center for Policy Research & Strategic Studies  segue una filosofia di apertura in tutte le direzioni e l’obiettivo prioritario su cui stiamo lavorando da molti anni è quello di raggiungere la riconciliazione tra le due fazioni più importanti, i cui leader governano rispettivamente la Cisgiordania (Fatah) e la Striscia di Gaza (Hamas). Noi siamo convinti che senza unificazione tra tutte le forze politiche non ci sarà alcuna possibilità di battere l’occupazione. Sul fronte interno, dal punto di vista politico, lavoriamo per questo. Sul fronte esterno lavoriamo per ottenere il rispetto dei diritti umani da parte di Israele, ma se cogliamo violazioni dei diritti umani da parte delle autorità palestinesi non esitiamo a denunciarle e a chiedere che vengano ripristinati i diritti violati. Recentemente abbiamo denunciato come violazione dei diritti umani anche il taglio degli stipendi agli impiegati di Gaza da parte dell’ANP.

D. Questo tipo di denunce non può acuire le distanze tra Fatah e Hamas?

R. No, perché noi non denunciamo per conto dell’una o dell’altra fazione politica, ma in nome del rispetto del popolo palestinese che è un dovere rispettare, quale che sia l’orientamento politico dei singoli cittadini. Noi abbiamo un programma con obiettivi precisi e strategie precise. Critichiamo i comportamenti che ledono il popolo palestinese e sono quelli che acuiscono le intolleranze politiche. Il nostro obiettivo finale è la fine dell’occupazione perché è da questa lunghissima occupazione che genera la corruzione, l’esasperazione e sfiducia.

Abbiamo un numero altissimo di diritti riconosciuti sulla carta ma mai applicati. Domani a Bruxelles, dove speriamo di poter avere presto una sede, e nei giorni successivi a Ginevra (Commissione dei diritti umani) andrò con questo compito, quello di segnare un passo concreto verso la fine dell’occupazione.

D. E se l’obiettivo interno per cui lavorate da anni non si realizzerà?

R. Se si realizzerà avremo una chance, non la certezza, ma una chance di abbattere l’occupazione. Se invece non si realizzerà resteremo in una situazione continuamente precaria, Israele seguiterà a mangiarsi la Cisgiordania e seguiterà lo stillicidio di vite palestinesi sia lì che a Gaza. Ma a Gaza potrebbe anche prendere forma la sempre minacciata nuova guerra di aggressione, e allora non sarà solo Gaza a pagarne le conseguenze. Noi vogliamo l’unificazione, ma sappiamo che in realtà non abbiamo delle leadership democratiche. In Palestina abbiamo delle figure di grande intelligenza, ma non si riesce a uscire dalla logica del personalismo, mentre avremmo bisogno di una struttura democratica. Noi lavoriamo per questo ed è per questo che operiamo in tutte le direzioni che poi è il significato che ha il nome dell’associazione che presiedo, “Masarat”, cioè “in ogni direzione”.

D. Vorrei farle un’ultima domanda. Vedo che ormai è notte fonda e domattina presto dovrà partire, ma può dirmi cosa pensa dei Paesi arabi rispetto alla situazione di Gaza e della Cisgiordania?

R. Sarò necessariamente sintetico. I Paesi arabi sono l’essenza della conflittualità poliedrica. Prendiamo ad esempio il Qatar. Il Qatar ha interessi sia in Cisgiordania che nella Striscia, offre finanziamenti, ricostruisce interi quartieri distrutti dai bombardamenti ma, al tempo stesso, collabora con Israele. Questa è una situazione che in modo più o meno evidente ritroviamo in quasi tutti i Paesi arabi. Non abbiamo altri alleati credibili che noi stessi, per questo il nostro obiettivo è l’unità dei palestinesi e quindi la riconciliazione. 

D. Bene, la ringrazio e le auguro buona fortuna a Bruxelles e a Ginevra.

R. Vorrei chiudere affidandole un messaggio per il popolo italiano. Al popolo italiano vorrei dire: potete sostenerci boicottando Israele affinché capisca che la società civile non sostiene i suoi crimini, e potete sostenerci chiedendo alle vostre istituzioni di esprimersi a favore della nostra causa, cioè a favore della giustizia.

 




La lotta palestinese si sta trasformando in movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio

Ramy Younis

11 gennaio 2019, +972

Secondo lo studioso Tareq Baconi la Grande Marcia del Ritorno segnala un cambiamento per il popolo palestinese. I palestinesi non stanno più lottando per uno Stato e stanno rivendicando sempre più i loro pieni diritti – in primo luogo il diritto al ritorno.

I dirigenti della Grande Marcia del Ritorno hanno sorpreso il mondo quando hanno organizzato la prima manifestazione lungo la barriera tra Israele e Gaza il 30 marzo 2018. Decine di migliaia di palestinesi vi hanno partecipato. Già nella prima protesta i cecchini israeliani hanno aperto il fuoco e hanno ucciso 14 palestinesi e ne hanno feriti più di 1.200.

Le proteste sono diventate dimostrazioni settimanali, in quanto ogni venerdì decine di migliaia di gazawi hanno manifestato lungo la barriera. L’esercito israeliano ha continuato a sparare contro di loro. I dirigenti delle marce, un gruppo di circa 20 attivisti, per lo più laici e di sinistra, hanno cercato di evitare per quanto possibile che la gente arrivasse troppo vicino alla barriera. Hamas, che all’inizio ha fornitol’ appoggio logistico che ha contribuito al successo delle proteste (ovvero, gli spostamenti e la propaganda), ha lentamente iniziato a giocare un ruolo più significativo nelle manifestazioni.

Hamas è entrato a forza nella Grande Marcia del Ritorno e potrebbe aver preso il controllo delle proteste, ma comunque senza Hamas Gaza non avrebbe potuto alleggerire il blocco. Hamas è una forza politica che può affrontare Israele come non sono capaci di fare né Fatah né l’Autorità Nazionale Palestinese.

Questo è il giudizio secondo Tareq Baconi, un giovane intellettuale e ricercatore palestinese, in precedenza membro dell’European Council for Foreign Relations [gruppo di studio inter-europeo su questioni di politica estera, ndtr.] e attualmente analista dell’International Crisis Group [ong europea che si occupa della gestione di conflitti, ndtr.]. È uno degli esperti su Hamas più apprezzati. Il nuovo libro di Baconi, “Hamas Contained: The Rise and Pacification of Palestinian Resistance” [Hamas sotto controllo: la nascita e la pacificazione della resistenza palestinese”, Stanford Univ Pr, 2018], analizza la transizione di Hamas dalla lotta armata alla resistenza popolare.

Ho parlato con Baconi di una delle storie più significative del 2018 – le marce del ritorno a Gaza. Si è detto molto sul coinvolgimento, se non sulla presa di controllo, del movimento, iniziato come protesta popolare, da parte di Hamas.

I palestinesi di Gaza sono critici nei confronti delle imposizioni religiose di Hamas, della sua intrusione nella vita quotidiana degli abitanti e della sua ostilità con Fatah. I media israeliani amano mostrare persone di Gaza che accusano Hamas dell’assedio, della povertà e delle vittime in seguito agli attacchi israeliani, ma non è così.

Baconi, figlio di rifugiati palestinesi di Haifa e di Gerusalemme, è cresciuto ad Amman e attualmente vive a Ramallah. Nella nostra conversazione non risparmia critiche a Fatah, ad Hamas e alla dirigenza palestinese in Israele, ma sottolinea ripetutamente che alla base della sua analisi ci sono Israele e gli enormi crimini che sta commettendo: l’occupazione e il blocco di Gaza.

Innanzitutto, cosa pensi della Grande Marcia del Ritorno?

Le marce sono una fonte di speranza. Indicano che le politiche di Hamas e di Fatah hanno fallito, che anche la via del negoziato promossa dagli americani ha fallito, ma che il popolo palestinese rimane saldo e continua a rivendicare i propri diritti dal ’48, non dal ’67, in primo luogo il diritto al ritorno. Le fazioni politiche possono aver fallito, ma il popolo è ancora legato ai propri valori e chiede gli stessi diritti per cui ha lottato fin dall’inizio.

Il popolo palestinese è arrivato a un punto di transizione, passando dalla richiesta di uno Stato alla rivendicazione dei propri diritti. È il passaggio a un movimento per i diritti civili, e Gaza sta dando l’esempio. Benché ci siano state proteste nella diaspora palestinese, in Siria e in Libano e all’interno [dei confini] del ’48 [cioè in Israele, ndtr.], ad Haifa, il modo in cui le marce sono iniziate a Gaza mette in luce un percorso da seguire e indica un nuovo sviluppo. Per quanto mi riguarda è una fonte di speranza. Ma mostra anche le sfide che stiamo per affrontare, nel modo in cui le marce si sono sviluppate, nel modo in cui Hamas ha affrontato le proteste e, ovviamente, nel modo in cui Israele ha risposto ad esse.”

Lo scorso anno qualcosa è cambiato nelle piazze palestinesi

Certo, non ho dubbi. E non è solo l’anno passato, è negli ultimi due anni, fin dall’”Intifada della preghiera” ad Al-Aqsa [si riferisce alle vittoriose proteste palestinesi contro l’installazione di sistemi di sorveglianza per l’accesso alla Spianata delle Moschee da parte di Israele, ndtr.]. Ma lo si può vedere anche all’interno [dei confini] del ’48, nel modo in cui i politici [palestinesi con cittadinanza israeliana, ndtr.] stanno parlando dell’uguaglianza – benché debbano affrontare i loro problemi come cittadini [di Israele], questo linguaggio ha avuto un impatto sul popolo palestinese. Ciò gli ha consentito di vedere politici diversi da Abbas e da Hamas. Gli ha fornito approcci differenti alla lotta e un modo per affrontare le sfide sulla base dei diritti.

Questo periodo di transizione in cui ci troviamo va avanti da più di un anno, forse da due o tre. Quest’anno ha portato il cambiamento più rilevante a causa della politica USA. Quando abbiamo visto quello che è successo a Gerusalemme [il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e lo spostamento in città dell’ambasciata USA, ndtr.] e all’UNRWA [la drastica riduzione dei finanziamenti USA all’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr.], questo ha portato a una frattura. I politici sono abituati a ripetere le stesse dichiarazioni e stanno ancora riponendo le loro speranze nella politica americana. La gente capisce che è finita, che non possiamo continuare allo stesso modo. Perciò, anche se non sta sorgendo un nuovo movimento politico, possiamo notare un grande cambiamento tra la gente. Sia nei termini di un’ambivalenza in merito a dove stiamo andando, sia anche in termini di speranza. Che possiamo organizzare la lotta per i nostri pieni diritti, basati sul ’48 [data della nascita di Israele e della contemporanea espulsione dei palestinesi, ndtr.], piuttosto che accettare una semi-uguaglianza solo per tirare avanti con le nostre vite.”

Ho detto a Baconi che la distanza tra il popolo palestinese e l’ANP è stata palpabile lo scorso giugno a Ramallah durante la protesta, a cui ho partecipato, contro le sanzioni che l’ANP ha imposto a Gaza. Ho assistito in diretta alla violenza che le forze palestinesi hanno messo in atto contro i manifestanti. Percepisco che c’è rabbia nei confronti dell’ANP.

C’è molta rabbia e l’ANP non può più negare quello che sta succedendo. Quando lo scorso novembre sono scoppiate proteste ad al-Khalil (Hebron), abbiamo visto foto delle forze palestinesi affrontare i manifestanti come avrebbero potuto fare le forze di occupazione.

Inoltre, non c’è più una giustificazione economica per l’ANP. La gente è stanca della durissima situazione economica. Avrebbe potuto essere altrimenti se l’ANP fosse stata in grado di offrire un adeguato livello di vita – che è il principio su cui si basa l’ANP: ignorare l’occupazione e dare l’impressione che si tratti dell’unica entità che governa le vite dei palestinesi –, se fosse stata in grado di garantire una vita economicamente agiata. Ma non esiste neppure questo. Non c’è un processo di riconciliazione guidato dagli americani, le condizioni di vita sono insopportabili e si possono vedere scene in cui l’occupazione e l’ANP lavorano insieme.

D’altra parte la gente vede il modo in cui Hamas affronta le marce, e capisce che Hamas almeno è in grado di trovare delle falle nell’occupazione. È capace di rafforzare la sua posizione politica come l’ANP non è in grado di fare. Perciò ovviamente c’è rabbia.”

Ti pare che la gente sia arrabbiata anche con Hamas per il modo in cui è intervenuta nelle marce?

Penso assolutamente che Hamas intervenga in tutto. Ma Hamas ha fornito al movimento per il ritorno le infrastrutture per [consentire di] dare più risonanza al modo in cui l’ha fatto. Perciò c’è tensione. Da una parte ci sono proteste che si fondano sul diritto al ritorno, iniziate dalla società civile, a cui hanno partecipato centinaia [di migliaia] di persone a Gaza. Hanno introdotto una nuova politica e ci consentono di osservare il futuro della lotta palestinese. Non ho dubbi che ciò sia quello su cui sono fondate le marce.

Dall’altra Hamas ha giocato un notevole ruolo nel fornire risorse, nel consentire al movimento di crescere e nel portare Israele ad accettare di fare delle concessioni. Sono riusciti a obbligare Israele ad alleggerire il blocco. Se Hamas non si fosse impegnato nelle marce del ritorno pensi che il movimento sarebbe stato in grado di ottenere le stesse concessioni da Israele?”

Buona domanda. Non ho una risposta.

In termini di allentamento del blocco, nei termini di consentire l’ingresso di merci a Gaza – se Hamas non fosse intervenuta nelle proteste nel modo in cui l’ha fatto, non penso che Israele avrebbe fatto queste concessioni a Gaza.

È difficile per me da ammettere, perché avrei preferito che queste proteste non avessero avuto niente a che vedere con Hamas. Allo stesso tempo ho visto Hamas diventare una forza politica che può trattare con Israele in un modo in cui Fatah e l’ANP non sono in grado di fare. Attraverso le proteste sono stati capaci di migliorare la loro posizione negoziale.

Sono sempre critico nei confronti di Hamas. Ma per me è importante che l’opinione pubblica israeliana capisca che, a differenza di quello che gli viene detto dai medi israeliani, anche se Hamas ha fornito le infrastrutture e alla fine si è impadronito delle proteste, le marce non sono una minaccia per la sicurezza. Nessun soldato israeliano ha il diritto di sparare contro i manifestanti a Gaza, perché le proteste non rappresentano alcun pericolo per gli israeliani.”

Il 14 maggio 2018, il giorno prima della commemorazione della Nakba e giorno in cui gli USA hanno spostato la loro ambasciata a Gerusalemme, Israele ha superato qualunque limite quando i suoi soldati hanno ucciso 68 dimostranti durante una marcia a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di palestinesi. Nel complesso, in base alle stime più caute, dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno fino al dicembre 2018 sono stati uccisi 235 palestinesi (comprese 60 vittime uccise in attacchi aerei durante l’anno). Dopo sei mesi dall’inizio delle proteste settimanali, sono rimaste ferite più di 25.000 persone, molte delle quali hanno avuto amputata una gamba in conseguenza delle insolitamente vaste e distruttive ferite dovute a proiettili. Tutti pensano che le manifestazioni continueranno. Rimangono l’argomento di cui più si parla nelle strade di Gaza.

Cosa pensi succederà con le proteste a Gaza nel 2019? Continueranno?

Penso che le marce continueranno. Nell’ultima hudna (accordo di cessate il fuoco), Hamas ha accettato di ridurre il numero di manifestanti in modo che Israele non colpisca Gaza. Non è chiaro quanto durerà questo equilibrio. In base alle mie ricerche su Hamas, so che se Israele non alleggerisce l’assedio e se non consente il movimento di persone attraverso i valichi, Hamas sarà obbligata a far pressione su Israele perché prenda atto della fine dell’accordo.

Considerando ogni guerra e attacco israeliano contro Gaza dal 2007 ad oggi, è Israele che ha violato i termini degli accordi e ciò ha obbligato Hamas a rispondere di nuovo con la violenza. Non c’è modo di sapere come questi negoziati incideranno sulle marce in futuro, ma credo che, indipendentemente da quello che è destinato a succedere tra Israele ed Hamas, le marce continueranno. Anche se non continueranno con la stessa intensità, non c’è una soluzione politica all’orizzonte. Credo che stiamo per assistere a più movimenti popolari e rivolte, non solo a Gaza ma ovunque, anche nella diaspora e nel [territorio del] ’48.”

E come pensi che ciò inciderà sull’ANP?

È una bella domanda. Sfortunatamente l’ANP continuerà a utilizzare la forza militare contro i manifestanti. Continuerà a reprimere le proteste. Il grande cambiamento avverrà una volta che capiremo il destino dell’Autorità Nazionale Palestinese dopo Abbas. Voglio credere che ci sarà un cambiamento positivo, ma è molto probabile che le politiche dell’ANP e il coordinamento per la sicurezza con Israele rimarranno.

Non so per quanto tempo ancora l’ANP potrà continuare a controllare il popolo palestinese. Le cose sono peggiorate dal punto di vista sociale e politico, soprattutto se non c’è una soluzione politica con gli israeliani. Con i palestinesi sottoposti all’oppressione sia dell’occupazione che dell’ANP, qualcosa accadrà. Il cambiamento non è ancora noto, ma non penso che la situazione in Cisgiordania sia sostenibile.”

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call [Chiamata Locale, sito israeliano di notizie affiliato a +972, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Amira Hass: perchè “La fabbrica del consenso” di Chomsky è ancora importante

Al-Jazeera – 22 dicembre 2018

La giornalista israeliana che informa su Gaza e sulla Cisgiordania condivide le sue idee su “La fabbrica del consenso” di Chomsky

Listening Post [“Postazione d’ascolto”, programma della rete televisiva Al-Jazeera] ha intervistato la giornalista israeliana Amira Hass sulla sua opinione riguardo al libro di Noam Chomsky “La fabbrica del consenso”. Hass ha passato buona parte della sua carriera professionale vivendo ed informando da Gaza e dalla Cisgiordania –una dei pochissimi giornalisti israeliani ad averlo fatto. Qui di seguito la trascrizione completa della nostra intervista con lei.

The Listening Post: “La popolazione in generale non sa cosa stia avvenendo e non sa neppure cosa non sa.” Questa è la sintesi concisa di Noam Chomsky sulla comprensione dell’opinione pubblica in generale riguardo a quali decisioni vengano prese in suo nome. Quanto le sembra vero questo oggi?

Amira Hass: È un’affermazione molto umanistica e ottimistica, la convinzione che la gente voglia avere accesso alle informazioni e con l’accesso alle informazioni possa agire, possa cambiare. Posso dire che questo tipo di approccio ha guidato molte persone come me.

In ebraico le parole comprensione, informazione e consapevolezza hanno tutte la stessa radice. È così che ho iniziato a lavorare a Gaza all’inizio degli anni ’90 ed ho scritto di Gaza, pensando che l’opinione pubblica israeliana non sapesse niente dell’occupazione e di cosa ciò significasse, della vita dei gazawi.

Mi aspettavo che i miei reportage raggiungessero altri e cambiassero la consapevolezza. Ho scoperto molto presto che non era così.

Lo stesso Noam Chomsky ha detto che quando scrive delle politiche di Israele si basa in buona misura su informazioni pubblicate dalla stampa israeliana, che non ha mai effettivamente informato sulla gravità delle politiche israeliane e della repressione.

Fino agli accordi di Oslo in Israele c’era una certa visibilità persino nei media più importanti. Ma ciò non ha cambiato la consapevolezza della gente. Ed è molto peggio oggi, quando nell’era di internet abbiamo una grande quantità di mezzi di comunicazione. Queste informazioni sono in circolazione – da parte di attivisti, organizzazioni per i diritti umani -, è tutto alla luce del sole. Ma la gente non le va a leggere. Vi hanno accesso ma scelgono di non andarle a vedere.

The Listening Post: “Chomsky ha sostenuto che normalmente i giornalisti non sono tenuti sotto controllo attraverso interventi dall’alto, ma dalla “selezione di personale che pensa quello che deve e dall’interiorizzazione, da parte dei redattori e dei giornalisti sul campo, delle priorità e delle definizioni di quello su cui vale la pena informare che sia conforme alla politica istituzionale.” Nella sua esperienza, come succede questo quando si informa sull’occupazione israeliana?

Hass: Ciò è quanto percepisce chi scrive. Ogni giornalista capisce molto rapidamente che c’è una serie di filtri mentre scrivi il tuo articolo. Possono essere problemi molto innocui come la lunghezza, il tempo, le scadenze. Hai a disposizione 300 parole. No, 400.

Ma qualcuno decide quante parole avrai per ogni argomento. Qualcuno deciderà se sarà in prima pagina o da qualche parte in fondo al giornale. O alla fine delle notizie lette alla radio o alla televisione.

Quindi, chi decide sulla gerarchia delle notizie? Cos’è importante? Cosa non lo è? Chi decide cosa sia giornalismo investigativo e cosa non lo sia?

Molto spesso mi rendo conto che se hai un’informazione ufficiale, quello viene chiamato giornalismo investigativo. Ma se tu in realtà hai informazioni direttamente dalla gente – diciamo sui pericoli di inquinamento dell’acqua a Gaza – ciò non è visto come qualcosa di serio come quando [la notizia] arriva da una fonte ufficiale.

The Listening Post: “La censura è in buona misura auto-censura” – gli inviati accettano e interiorizzano i limiti imposti dal mercato e dal potere esercitato su di loro. Ci parli di quando si è resa conto che ciò era vero e come questa consapevolezza ha influito su di lei, l’ha ispirata, l’ha frustrata.

Hass: In Israele i giornalisti non vivono ancora soggetti a una censura di Stato. C’è una censura militare ma quella non ha mai seriamente influito sul mio lavoro. Ma c’è la socializzazione. Lo si vede nei principali mezzi di comunicazione israeliani che dedicano sempre meno spazio e attenzione alla situazione dell’occupazione.

Ciò è andato peggiorando dagli accordi di Oslo. Hanno consentito alla gente di pensare che l’occupazione non esistesse. ‘Oh, ora hanno gli accordi. C’è un governo palestinese. Non c’è occupazione. Di fatto, c’è solo il terrorismo palestinese contro di noi.’ Perciò le persone hanno ancor meno interesse ad accedere a informazioni disponibili e la maggior parte dei mass media israeliani ascolta il pubblico, dà ascolto al loro desiderio di non sapere.

The Listening Post: Nel suo libro Chomsky afferma che “la ragione dell’esistenza dei mezzi di informazione è inculcare e difendere l’agenda economica, sociale e politica di gruppi privilegiati che dominano la società nazionale e lo Stato,” e lo fanno attraverso la selezione degli argomenti, la definizione dei problemi, il filtro delle informazioni e mantenendo la discussione all’interno “dei confini del consentito” nei media. Ci può parlare dello scontro con i “confini del consentito” nel contesto in cui lavora?

Hass: Sono fortunata per aver lavorato in un giornale israeliano il cui editore e proprietario è liberale nel vero senso della parola ed è anche decisamente contrario all’occupazione israeliana. Perciò ho la libertà che penso che non hanno i miei colleghi che informano su questo in altri giornali e in altri mezzi di comunicazione, che potrebbero anche essere contrari alle politiche israeliane.

Credo che, venendo dalla sinistra, dalla mia famiglia, dal mio contesto, mi sono abituata ad essere respinta. Ma ho insistito e sono anche fortunata perché c’è una comunità molto importante, non molto grande ma molto decisa, di attivisti anche israeliani contro l’occupazione e contro le politiche israeliane in generale, politiche israeliane colonialiste – forse questo è un termine migliore di occupazione.

The Listening Post: Sono passati trent’anni dalla pubblicazione di “La fabbrica del consenso”. Perché oggi è ancora importante?

Hass: Sono importanti, il libro ed il concetto sono importanti perché offrono ad ogni giornalista una sorta di faro. Sono importanti perché vediamo come nel corso degli anni i magnati hanno preso sempre più il controllo di sempre più mezzi di comunicazione, di imprese e piattaforme mediatiche.

Notizie che sono considerate degne di essere stampate non sono necessariamente quelle che sono positive per la gente e per l’opinione pubblica. Perciò il libro fa appello allo scetticismo delle persone e ciò è sempre importante. Tuttavia, come ho detto prima, oggi il problema è che la gente non è interessata a quello che non serve immediatamente ai suoi interessi. E questa è una constatazione molto triste.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dare lavoro al nemico: la storia dei lavoratori palestinesi nelle colonie israeliane

Middle East Monitor

Editore: Zed Books

Data di pubblicazione: 15 July 2017

Autore: Matthew Vickery

Recensione di: Mustafa Fatih Yavuz

Chi fa ricerca e discute del conflitto tra Palestina e Israele scoprirà che persino l’argomento più specifico è stato ben indagato. Tuttavia temi quali la soluzione dei due Stati, le questioni riguardanti la sicurezza, lo status di Gerusalemme e persino i rifugiati palestinesi riflettono discussioni dell’élite che non fanno riferimento a quelli che rimangono ai margini del discorso – le vittime dell’occupazione. Questi sono i lavoratori palestinesi che non hanno altra alternativa che lavorare nelle colonie israeliane in Cisgiordania a causa degli alti tassi di disoccupazione e delle restrizioni israeliane.

Quando ero a Tel Aviv ho chiesto dei palestinesi a una delle mie amiche che si definisce sionista. Mi ha risposto in modo generico: “A me vanno bene, e costruiscono la mia strada, lavorano per me.” Anche se la risposta mi ha deluso per il suo tono altezzoso, c’era una realtà nascosta dietro di essa. L’espansione delle colonie israeliane e della popolazione ebraica ha raggiunto più di 600.00 [abitanti] dal 1967, ed anche la conseguente involuzione economica palestinese è cresciuta in questo periodo. Ci sono 37.000 palestinesi in Cisgiordania obbligati a guadagnarsi da vivere lavorando in quelle colonie a causa dello sviluppo agricolo ed economico degli insediamenti. Ma quelle storie di palestinesi sono state per lo più ignorate, e quel che è peggio i lavoratori sono stati etichettati dai loro connazionali come “traditori” o “parte del problema”.

Invece il libro di Matthew Vickery offre indicazioni in merito alla loro vita quotidiana, alle principali difficoltà che devono affrontare, a come i coloni li trattano e alle loro condizioni di vita. In quanto giornalista, Vickery sceglie una narrazione non accademica per far entrare il lettore nelle storie dei lavoratori palestinesi. Ha realizzato una serie di interviste con lavoratori palestinesi in Cisgiordania ed ha utilizzato queste interviste come base per il suo libro. Poiché credono che quello che fanno sia sbagliato, lavorare per la gente che sta rubando la loro terra è diventata una vergogna per loro e non ne parlano facilmente.

Il libro di Vickery è diviso in due parti principali, in cui intende mostrare come i coloni abbiano dato lavoro ai palestinesi e come il loro impiego diventi sfruttamento. Nella prima parte il lettore viene introdotto alle varie discussioni riguardo allo status giuridico ed ai sentimenti dei palestinesi che lavorano nelle colonie – vergogna, disperazione, umiliazione ed alienazione. Vickery evidenzia soprattutto le cattive condizioni di lavoro, come il fatto di essere pagati sotto il salario minimo e lo status giuridico dei palestinesi. In base alla legge israeliana, ogni lavoratore nelle colonie ha diritto a un minimo di 214,62 shekel (circa 50 €) al giorno. Ma i palestinesi che non possono avere dalla polizia israeliana un permesso di lavoro sono pagati 140 shekel (circa 33 €) e anche meno.

Lo status giuridico dei palestinesi che lavorano nelle colonie è in realtà incerto. Secondo Vickery la loro condizione dovrebbe essere equiparata a quella dei lavoratori all’interno di Israele nel 2007. Tuttavia ciò non è mai stato applicato. Egli fornisce un interessante aneddoto dall’interno di una commissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] nel 2013: “Il ministero dell’Economia ha detto che, quando si tratta di salute e controlli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, non svolge alcuna attività nelle colonie perché non sa quali leggi applicare.”

Vickery dedica un capitolo ai mediatori di queste questioni di lavoro. I palestinesi vengono assunti attraverso caporali che fanno da intermediari tra i coloni e la forza lavoro palestinese. L’autore non evita di descrivere questi caporali palestinesi come strumenti per sfruttare la manodopera palestinese facendo riferimento a un’altra fonte: “Gli intermediari sono aggressivi, motivati dal denaro e non hanno nessun problema nello sfruttare i loro stessi connazionali.”

Con i dati da fonti affidabili utilizzati nella seconda sezione è ben descritto come Israele sfrutta la manodopera palestinese controllando la popolazione, realizzando colonie ebraiche e limitando gli investimenti palestinesi in Cisgiordania. L’autore pone il lettore nella prospettiva economica dell’occupazione. La segregazione nel mercato del lavoro e lo strangolamento dell’economia palestinese diventano lo strumento principale per controllare i palestinesi e non lasciar loro altre possibilità se non lavorare nelle colonie come operai di serie B. Dato che l’argomento riguarda soprattutto i “lavoratori”, l’autore evidenzia l’impostazione marxista e ne mette alla prova l’ideologia. Utilizza il [concetto di] “esercito industriale di riserva” per confrontare questa nozione con la situazione dei lavoratori palestinesi e scopre che la definizione marxista non è sufficiente per descrivere il rapporto tra lavoratori palestinesi e coloni ebrei capitalisti.

È evidente che la classe operaia israeliana e quella palestinese non sono la stessa cosa, divise semplicemente dallo sfruttamento capitalista. L’importanza di comprenderlo è che risulta possibile ridefinire e utilizzare i concetti marxisti riguardo ad Israele e all’occupazione dei territori palestinesi.” Vickery sostiene anche che i palestinesi che vivono nell’Area C della Cisgiordania [in base agli accordi di Oslo, sotto totale controllo temporaneo di Israele, ndtr.], sottoposti all’occupazione israeliana, sono in realtà lavoratori forzati. L’autore cita un certo numero di fonti che definiscono il lavoro forzato e sostiene che i palestinesi sono in realtà indirettamente lavoratori forzati a causa del fatto di non avere alternative.

Nella grande maggioranza dei casi i lavoratori palestinesi delle colonie in Cisgiordania non sono liberi nella scelta dell’impiego. Sono stati di fatto integrati nel settore attraverso politiche del governo israeliano riguardo ai lavoratori palestinesi, al regime dei permessi, al controllo del mercato e dell’economia palestinesi e alle restrizioni nella libertà di movimento all’interno della Cisgiordania.” scrive Vickery.

Le storie dei lavoratori palestinesi nelle colonie sono veramente molto tristi e non rare per la società palestinese in generale. Le persone sono in realtà abbandonate dalla loro amministrazione, dal loro popolo, dall’attenzione internazionale e lasciate nelle mani del loro aguzzino. Sono davvero, come afferma uno dei titoli dei capitoli del libro, i “miserabili della Terra Santa.” Questo saggio sarà una buona lettura per quanti sono curiosi riguardo la situazione dei lavoratori in Cisgiordania e a come i coloni, in quanto datori di lavoro, trattano i loro dipendenti palestinesi. Forse i lettori possono trovare storie simili a quelle dei palestinesi nei lavoratori in altre parti del mondo. Forse questa occupazione non è stata architettata attraverso la potenza dell’esercito e dei rapporti diplomatici ma del capitale. Chi lo sa?

(traduzione di Amedeo Rossi)