Ferrero Laura. Contrabbando di vita. Prigionia, genere e riproduzione in Palestina, Carocci, Roma, pp. 138.

Recensione di Amedeo Rossi

Nel 2018 vinse il premio per la fiction del Nazra Festival, rassegna di corti palestinesi, Bonboné, che raccontava la storia di una coppia di palestinesi i quali, nonostante lui fosse in prigione in Israele, cercava di avere un figlio facendo uscire clandestinamente lo sperma dal carcere.

Di tale pratica, più diffusa di quanto si potrebbe pensare, parla il libro di Laura Ferrero. Il suo sguardo antropologico le consente di proporre al lettore un’analisi che va molto oltre il semplice accorgimento per risolvere un problema legato all’impossibilità di godere dell’intimità matrimoniale per procreare. La ricerca, che si basa su un approfondito apporto teorico, una ricca bibliografia e su interviste realizzate sul campo. Come scrive l’autrice nell’introduzione, “il libro intende accostare le molteplici cornici di senso necessarie per una profonda comprensione del fenomeno: la dimensione politica, quella etico-religiosa e quella intima” cercando di “riempire cornici interpretative ‘astratte’ con esperienze ‘concrete’.” In Palestina il conflitto tra popolazione autoctona e colonialismo di insediamento sionista include tre aspetti strettamente correlati: il territorio, la demografia e la narrazione. Questo libro tiene conto di tutti e tre, naturalmente con particolare attenzione al secondo, e aggiunge anche dettagli sul discorso etico che nell’islam si occupa di riproduzione assistita (non pare, segnala l’autrice, che questa pratica riguardi anche le coppie cristiane) e sui discorsi che si muovono all’interno della società palestinese, entrambi necessari per inquadrare il “contrabbando di vita”. Tutto ciò è ulteriormente arricchito dalla conoscenza del dialetto arabo locale, il cui lessico svela il contesto culturale sotteso a questa pratica.

Il primo livello, imprescindibile, è la situazione determinata dall’occupazione israeliana e più in generale dal colonialismo di insediamento. Il tentativo di occupare la “Terra Promessa” è alla radice della costruzione dello Stato israeliano e della sua progressiva espansione territoriale. Questa occupazione ha implicato fin da subito l’eliminazione della presenza dei palestinesi. Nel 1972 due giornali israeliani raccontarono che Golda Meir, all’epoca primo ministro e presidente del Partito Laburista, aveva affermato di perdere il sonno pensando alla quantità di bambini “arabi” che stavano nascendo in quel momento. A questo tentativo di cancellazione, sia fisica che simbolica, i palestinesi si oppongono in vari modi, dalla lotta armata alla resistenza non violenta, come il boicottaggio, e con il sumud, sintetizzato nello slogan “esistere è resistere”. Uno dei principali strumenti di oppressione a danno dei palestinesi è l’incarcerazione di oppositori o presunti tali e l’uso della detenzione amministrativa, una misura che consente di trattenere una persona in carcere senza un processo e senza accuse formali. Si stima che dal 1967 circa il 20% della popolazione palestinese sia stato arrestato almeno una volta nella vita. La percentuale di condanne nei tribunali militari dei territori occupati raggiunge l’iperbolica percentuale di circa il 99%. Le vittime dirette di questo sistema sono in grande maggioranza maschi, ma ciò si ripercuote anche sulle donne, in particolare sulle mogli dei condannati a lunghe pene detentive. Nel contempo, evidenzia Ferrero citando Dalla Negra, “dominazione coloniale e oppressione patriarcale sono «sistemi gerarchici di controllo e sopraffazione che si plasmano e si rinforzano a vicenda».” Così alla tradizionale centralità maschile (la maschilità, come la definisce l’autrice, concetto che indica i vari modi di essere o di voler essere maschi all’interno di un certo contesto storico-culturale) si unisce l’enfasi nazionalista, che rivendica la virilità dei maschi e il ruolo delle donne come “riproduttrici biologiche e simboliche della patria”. Una “bomba biologica”, le definì Arafat. Ferrero aggiunge, citando Joseph Massad, che a partire dalla lettura che vede il nemico sionista stuprare la terra palestinese, “la mascolinità [palestinese] si lega alla protezione della nazione-corpo femminile-terra, che richiede che si risponda alla violenza subita con un’affermazione virile di resistenza.” Questa retorica, che fa del corpo delle donne un terreno di lotta per la terra e con essa le identifica, ne oscura “i vissuti e le narrazioni, anche silenziando il loro dolore.” Nel contempo essa accentua la pressione sociale sulle donne, il cui vissuto viene subordinato all’esigenza di rimanere legate ai detenuti politici e di sostenerli nei duri anni di detenzione. “Non mettono in prigione le persone solo per impedirgli di fare attività politica,” afferma una delle donne intervistate, “ma gli impediscono di vivere, di vedere la loro famiglia, di studiare, di vivere la loro vita […] Quindi il discorso dei figli […] è un messaggio per l’occupazione che loro non possono vietarci tutto.”

Il vissuto e il dolore emergono nel libro dalle testimonianze delle mogli dei detenuti che hanno deciso di affrontare il percorso della procreazione assistita in assenza del coniuge. In esse è presente la rivendicazione di un ruolo all’interno della resistenza contro l’occupante, la consapevolezza che il personale è anche politico, ma in genere prevale una visione intima e privata della decisione di avere dei figli “a distanza”. Questa scelta non ha solo cambiato in positivo la vita delle mogli/madri, ma anche quella dei detenuti. Come dice Hanan, citando un detto locale: “Chi ha figli non muore […] È come quando pianti un albero, e trai benefici dai suoi frutti, e dai suoi frutti puoi avere altri semi, e puoi piantare ancora altri alberi.” Un beneficio che Ferrero e le sue intervistate interpretano in senso ampio: non solo affettivo o politico, ma anche per il benessere della coppia forzatamente separata e come una forma di assicurazione per la vecchiaia, in presenza di un welfare piuttosto debole.

Nella scelta di procreare ha un peso notevole la pressione della comunità, sia scoraggiando la decisione per il rischio di maldicenze e pettegolezzi, sia in senso contrario: “Per noi i discorsi della gente sono molto importanti […] Devi rispettare la società perché non puoi perdere il supporto della comunità,” afferma Souad. Tutto l’iter, dalla consegna dello sperma del detenuto per l’inseminazione, che coinvolge in prima persona i maschi delle rispettive famiglie perché certifichino “l’autenticità” dello sperma, fino al parto sono avvenimenti pubblici, come sfida all’occupazione ma anche per sfatare l’accusa che il neonato sia il frutto di una relazione extraconiugale. “[I mezzi di comunicazione] hanno rivestito un ruolo di primaria importanza non solo nella diffusione delle notizie relative alla nascita di un nuovo bambino, ma anche nel veicolare un determinato discorso simbolico e culturale […] i corridoi e le stanze dell’ospedale erano popolati da conduttori televisivi e personalità pubbliche.” In genere il figlio ha anche un effetto positivo sulla coppia: “Il nostro rapporto è diventato più bello. Lui ha visto che mi sacrifico per lui, e che lo aspetto veramente […] C’è finalmente qualcosa a cui pensare, di cui occuparsi. Non devo rivolgere il mio pensiero tutto solo e unicamente alla prigione,” afferma Rola; “I miei figli hanno restituito luce alla mia vita […] Adesso addirittura la vita di mio marito in carcere è migliorata; anche per lui è una nuova speranza,” racconta Mariam. Questi bambini hanno ridato almeno in parte la normalità alla vita di coppia nonostante le condizioni avverse dovute all’occupazione. E si comprende la ragione per cui i bambini nati dallo “sperma di contrabbando” dei detenuti vengano chiamati safir al-hurriyya, ossia “ambasciatori della libertà”, definizione che racchiude il significato politico di questa pratica e nel contempo li carica di un senso che va oltre il loro posto all’interno della famiglia di appartenenza.

In questa situazione, già di per sé complessa, ci sono altri due elementi che hanno una notevole importanza: la tecnologia riproduttiva e la questione religiosa, cui Ferrero dedica particolare attenzione. Il primo fa riferimento all’attività del centro Razan di Nablus, senza il quale non sarebbe stato possibile realizzare la fecondazione artificiale. A loro volta sia detenuti e mogli che lo stesso centro l’hanno accolta favorevolmente in quanto una serie di fatawa, di pareri, hanno considerato halal, legittima dal punto di vista religioso, la riproduzione assistita attraverso il contrabbando di sperma. Ciò risponde anche a quello che l’autrice definisce “un vero e proprio imperativo riproduttivo maschile” tipico del mondo arabo “che attribuisce alla fertilità e alla procreazione un ruolo centrale nella costruzione dell’identità maschile.”

La ricerca sul campo si è svolta dall’ottobre 2015 al febbraio 2016. Nel frattempo, soprattutto a partire dal 7 ottobre 2023, la situazione in Palestina e in particolare nelle carceri è notevolmente peggiorata. Le visite dei parenti sono state praticamente vietate e la mobilità all’interno dei territori occupati è stata ulteriormente limitata, compromettendo la possibilità dei prigionieri e delle loro mogli di accendere la “luce” portata nelle loro vite dagli “ambasciatori della libertà”.




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Stiamo assistendo all’ultimo sussulto della violenza israeliana”: una conversazione con Avi Shlaim.

Sebastian Shehadi

21 marzo 2025 – Novara Media

“Il sionismo è in procinto di autodistruggersi.”

Pochi storici israeliani hanno messo alla prova i miti nazionali del [loro] Stato come Avi Shlaim. Professore emerito di relazioni internazionali presso l’università di Oxford, Shlaim è tra i più illustri studiosi della storia palestinese e israeliana contemporanea.

Nato nel 1945 in una famiglia di ebrei arabi iracheni che poi si è spostata in Israele, il percorso accademico di Shlaim è segnato dal suo approccio critico, sfaccettato e personale formatosi in modo non marginale durante il servizio militare nell’esercito israeliano a metà degli anni ’60.

In quanto una delle principali personalità del movimento dei “Nuovi Storici” degli anni ’80, Shlaim ha contribuito a smantellare alcune delle narrazioni sulla fondazione di Israele sfidando i tradizionali punti di vista sionisti. Il suo lavoro sulla guerra arabo-israeliana del 1948 e sulla Nakba, soprattutto il suo fondamentale libro The Iron Wall: Israel and the Arab World [Il Muro di Ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, Bologna, 2003], offre un’analisi critica delle azioni israeliane che portarono alla guerra e delle sue conseguenze.

Il professor Shlaim ha incontrato Novara Media nella sua casa di Oxford per discutere del suo ultimo libro “Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine” [Genocidio a Gaza: la lunga guerra di Israele contro la Palestina]. Questo fondamentale saggio giunge nel momento della catastrofica crisi dei palestinesi a Gaza, mentre la campagna israeliana di espulsione e sterminio continua a godere dell’appoggio militare e diplomatico dei governi occidentali.

Come scrive lo stesso Shlaim, i saggi del libro nascono da una sensazione profondamente sentita (e declinata storicamente) del “dovere morale di dire la verità al potere e schierarsi con i palestinesi nell’ora del bisogno.” Con precisione e lucidità etica elenca i molti crimini di guerra, compreso il genocidio, che Israele ha perpetrato e reso normali contro il popolo palestinese, il cui diritto all’autodeterminazione e alla dignità umana è stato incessantemente attaccato e annientato di fronte agli occhi del mondo. Nel farlo il libro offre un’analisi inflessibile della logica razzista e tipica del colonialismo di insediamento che caratterizza le pratiche politiche e militari di Israele.

Il genocidio a Gaza funge anche da puntuale verifica delle celebrate memorie di Shlaim, “Three Worlds: Memoirs of an Arab-Jew” [Tre Mondi: memorie di un ebreo arabo] del 2023, che riesaminano (e modificano) la domanda sollevata in quel libro se termini come “apartheid”, “fascismo” e “genocidio” debbano applicarsi allo Stato di Israele. Soppesando le prove disponibili e citando le osservazioni giuridiche, tra gli altri, della relatrice speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, che ha anche scritto l’introduzione al suo nuovo libro, Shlaim si impegna in una conclusione definitiva: Israele sta commettendo un genocidio.

Prima di occuparci del libro, può spiegare qual è la cosa principale che le ha fatto prendere posizione come “antisionista”? So che quando lei è arrivato per la prima volta a Oxford, decenni fa, non si definiva tale. Cos’è cambiato?

È stato un lungo percorso, ma quello che mi ha cambiato è stata la ricerca d’archivio. Mi sono radicalizzato negli archivi. In Israele sono stato indottrinato a scuola e ancora di più quando ho fatto il servizio militare nelle Forze di Difesa Israeliane [l’esercito israeliano, ndt.] a metà degli anni ’60. Credevo che Israele fosse un piccolo Paese amante della pace circondato da arabi ostili che volevano buttarci a mare, il che comportava che non avessimo altra scelta che difenderci e combattere. Accettai questa fondamentale narrazione sionista finché iniziai a interessarmi come storico al conflitto arabo israeliano.  Passai un anno intero andando ogni giorno negli archivi di Stato israeliani, guardando i documenti che mi raccontavano una storia totalmente diversa: che Israele era aggressivo, che Israele aveva deliberatamente provocato conflitti con i suoi vicini e che Israele non era interessato alla pace.

Quando nel 1993 vennero firmati gli accordi di Oslo ero euforico. Pensavo che fosse una cosa seria, che sarebbe iniziato un processo di lento ma irreversibile ritiro dai territori occupati e che sarebbe nato uno Stato palestinese. Ricordo di aver parlato con Edward Said, che era mio amico, su questo dopo che entrambi avevamo scritto articoli sulla London Review of Books [prestigiosa rivista bimestrale britannica di letteratura e politica, ndt.].

Quello di Edward era intitolato “Una Versailles palestinese. Oslo come strumento della resa palestinese.” Il mio riconosceva tutti i limiti dell’accordo, ma affermava che si trattava di un modesto passo nella giusta direzione.

Mi sbagliavo. Ho erroneamente pensato che il processo di Oslo fosse irreversibile. Fui ingenuo riguardo a Oslo. Sono ingenuo riguardo ad altre cose, ma non sono un codardo. Quando, sulla base delle prove, giungo a una conclusione, non falsifico il quadro, scrivo esattamente com’è. È così che mi sono radicalizzato, denunciando quello che ho visto dai documenti esistenti di Israele in quanto opposti alla sua propaganda. Ora Netanyahu ha chiuso le sale di lettura negli archivi pubblici israeliani. Quando vado in Israele entro con il mio passaporto israeliano e non sono mai stato fermato. Ma ora che sono stato così esplicito e che ho scritto un nuovo libro che si intitola “Genocidio a Gaza” non so cosa succederà la prossima volta che andrò là.

Alcuni sostengono che i simpatizzanti israeliani della causa palestinese dovrebbero rinunciare alla loro cittadinanza israeliana. Cosa pensa di questa forma di protesta? 

Penso che sia assolutamente fuori luogo affermare che un israeliano non sia un alleato credibile finché non rinuncia alla sua cittadinanza. Ciò detto, ho preso seriamente in considerazione di rinunciare alla mia cittadinanza israeliana. Ho parlato con una donna del consolato israeliano a Londra e mi ha detto: ‘So chi è lei, conosco le sue opinioni e simpatizzo con esse. Ma se vuole il mio parere, non vale la pena di rinunciare al suo passaporto. Le autorità si vendicherebbero e non le consentirebbero di tornare.’ In altre parole se avessi rinunciato al mio passaporto israeliano non sarei più riuscito ad andare negli archivi.

Negli anni scorsi si era astenuto dall’utilizzare la parola “genocidio” riguardo a Israele. Cosa esattamente le ha fatto cambiare posizione?

Ho esitato prima di chiamare il mio libro “Genocidio a Gaza” perché genocidio è una parola veramente molto seria. Ma le prove che ho davanti agli occhi sono schiaccianti e sempre più gravi. Questo è il primo genocidio che viene trasmesso in diretta. In genere Paesi e dirigenti politici non dicono “stiamo commettendo un genocidio” e “vogliamo spazzare via il nemico”. In genere lo nascondono, invece gli israeliani parlano apertamente di genocidio.

In uno dei capitoli del libro faccio riferimento a una banca dati di affermazioni genocide. Quello che è stato pubblicamente affermato, non solo da figure marginali ma da persone come il presidente israeliano Isaac Herzog, che ha proclamato che “non ci sono innocenti a Gaza”, è scioccante. Nessun innocente tra le 50.000 persone che sono state uccise e i circa 20.000 minori. Ci sono citazioni di Netanyahu che sono genocidarie, così come quelle del suo ex-ministro della Difesa Yoav Gallant, che ha affermato che “affrontiamo bestie umane.”

Ho esitato a chiamare certi eventi genocidio prima dell’ottobre 2023, ma quello che per me ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato quando Israele ha bloccato ogni aiuto umanitario a Gaza. Stanno utilizzando la morte per fame come arma di guerra. Questo è genocidio.

Perché i politici occidentali sono così riluttanti a chiamare le cose con il loro nome? La risposta è ovvia: l’eccezionalismo israeliano. Israele è al di sopra delle leggi internazionali e i dirigenti occidentali lo consentono. Quando al ministro degli Esteri britannico David Lammy è stato chiesto se è in corso un genocidio, ha detto che genocidio è un concetto giuridico e che dobbiamo aspettare che la Corte si pronunci. Si sbaglia completamente. Quello che Israele sta facendo risponde alla Convenzione dell’ONU sul Genocidio, che non afferma che i Paesi debbano attendere che un tribunale prenda l’iniziativa. La Gran Bretagna e l’America non sono solo complici dei crimini di guerra israeliani, ma sono parte attiva assistendo Israele nella sua campagna genocida contro i palestinesi.

L’assurdità morale di questa situazione ha avuto anche un effetto interessante su di me dal punto di vista personale. Sono sia un ebreo che un israeliano, ma non mi sono mai identificato come ebreo in quanto non sono praticante. Tuttavia dall’attacco genocida contro Gaza ho voluto avvicinarmi di più all’ebraismo perché i suoi valori fondamentali sono l’altruismo, la verità, la giustizia e la pace.

Il governo Netanyahu è l’antitesi di questi fondamentali valori ebraici. L’essenza dell’ebraismo è la non-violenza, ma l’attuale regime è il governo più violento della storia di Israele. Io, in quanto ebreo, sento di avere il dovere morale di schierarmi ed essere preso in considerazione. Il nuovo libro è il mio modesto contributo personale alla lotta contro il fascismo sionista, sostenuto dall’imperialismo americano. È una presa di posizione personale.

Cos’altro rende questo libro diverso da quello che è già stato scritto, sia in termini del suo lavoro che della letteratura in generale?

Nel 2023 ho pubblicato un’autobiografia intitolata “Three Worlds: Memoirs of an Arab Jew” [Tre Mondi: Memorie di un Arabo Ebreo, ndt.]. In tutto quel libro c’è una critica implicita al sionismo. Sono uno studioso di relazioni internazionali, quindi penso sempre che i palestinesi siano le principali vittime del sionismo. Ma quando ho scritto questa storia di famiglia ho capito che c’è un’altra categoria di vittime del sionismo di cui non si parla molto e che sono gli ebrei arabi.

In quel libro ho affermato di pensare che Israele abbia commesso molti crimini contro l’umanità, come l’apartheid e la continua pulizia etnica fin dalla Nakba, ma non un genocidio. Ora dico che sta commettendo anche un genocidio. Vedo Israele come uno Stato di colonialismo d’insediamento e la logica del colonialismo d’insediamento è l’eliminazione del nemico. É quello che Israele ha fatto fin dall’inizio.

Dal 7 ottobre l’obiettivo non dichiarato dell’attacco israeliano contro Gaza è stato la pulizia etnica e c’è un rapporto governativo fatto filtrare che delinea lo spopolamento di Gaza. Lo spopolamento di 2.3 milioni di persone. Ciò non è avvenuto per la resistenza egiziana, ma questo è lo scopo iniziale della guerra. Quando non ha funzionato, Israele è passato a una fase successiva attraverso il genocidio, l’uccisione e la morte per fame dei gazawi.

Ho seguito le politiche israeliane a Gaza fin dal ritiro israeliano dalla Striscia nel 2005, ma niente mi aveva preparato a quello che Israele sta facendo ora che prende di mira i civili. Morte e distruzione descritte cinicamente dai generali israeliani come “falciare l’erba”: è agghiacciante. Qualcosa di meccanico che si fa così spesso. Qualcosa che infligge morte e distruzione, lasciando nel contempo irrisolto il problema politico sottostante.

L’attuale compagna a Gaza è qualitativamente diversa da tutte quelle precedenti. Se aggiungiamo tutte le vittime palestinesi in tutti i precedenti attacchi contro Gaza (otto negli ultimi 15 anni) esse sono una frazione di quelle di questa guerra.

Cosa risponde alle giustificazioni israeliane per questa violenza degli ultimi 16 mesi?

Israele sostiene, come i suoi alleati occidentali, di “agire per autodifesa”. Al primo ministro [britannico] Keir Starmer è stato chiesto se togliere cibo, acqua e carburante alla gente di Gaza da parte di Israele fosse giustificato ed egli ha ripetuto che “Israele ha il diritto di difendersi”. È un mantra. Io direi agli apologeti di Israele che, in base alle leggi internazionali, Israele ha un solo diritto: porre fine all’occupazione e andarsene.

Israele non ha il diritto all’autodifesa come definita nell’articolo 51 della carta dell’ONU. In base al diritto internazionale Israele a Gaza è il potere occupante. Non hai diritto all’autodifesa se l’attacco contro di te è venuto da una zona sotto il tuo controllo.

Israele giustifica sempre i suoi attacchi contro Gaza affermando che Hamas ha lanciato razzi sui suoi cittadini e di avere il dovere di proteggerli. Hamas ha accettato molti accordi di cessate il fuoco ed ha buoni precedenti nell’averli rispettati. Israele ha rotto ogni accordo di cessate il fuoco con Hamas quando non gli conveniva più.

Si prenda per esempio quando l’Egitto mediò l’accordo di pace per il cessate il fuoco tra Israele e Hamas a metà del 2008. Hamas rispettò e impose il cessate il fuoco ad altri gruppi più radicali come il Jihad Islamico fino al 4 novembre 2008, quando Israele attaccò Gaza e uccise combattenti di Hamas, rinnovando di conseguenza le ostilità. Hamas offrì a Israele il rinnovo di questo accordo di cessate il fuoco alle sue condizioni originarie. Israele ignorò totalmente questa proposta. Israele aveva una via diplomatica per risolvere il conflitto ma non la prese, lanciando invece l’operazione Piombo Fuso. É così che Israele protegge i suoi cittadini.

Fino a che punto l’Occidente ha tracciato una linea rossa? Pare che Israele possa uccidere palestinesi senza limite.

Il genocidio non è una questione di numeri. È l’intenzione di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo religioso o etnico. Ciò detto, i 50.000 morti a Gaza sono largamente sottostimati. Ce ne sono probabilmente molte migliaia in più sepolti sotto le macerie. The Lancet [prestigiosa rivista medica, ndt.] stima che ci siano piuttosto 180.000 vittime. Non riesco a immaginare un momento in cui Trump dirà “ora basta”.

Biden è stato totalmente inefficace. Ha occasionalmente criticato Israele per i bombardamenti indiscriminati contro i civili, ma non ha mai smesso di fornire armi, così Israele non gli ha dato per niente retta. Ha dato il via libera a Israele. Trump è diverso perché appoggia il progetto della destra israeliana, che è la pulizia etnica di Gaza in Cisgiordania. E ora abbiamo il piano di Trump per Gaza, cioè che tutti gli abitanti di Gaza vadano altrove, in Egitto o Giordania, e che l’America occupi Gaza e la trasformi in una Riviera. Chiama Gaza un “sito di demolizione” che deve essere ripulito. Si noti l’arroganza imperialista.

Dove ci porteranno i prossimi quattro anni sotto Trump?

Il governo Netanyahu afferma che il popolo ebraico ha il diritto esclusivo all’autodeterminazione su tutta la terra di Israele, che naturalmente include la Cisgiordania. Questo governo è più estremista di qualunque altro in precedenza. Sostiene la sovranità esclusiva su tutta la terra di Israele. (Il ministro delle Finanze Bezalel) Smotrich e (l’ex-ministro della Sicurezza Nazionale Itamar) Ben-Gvir non lo nascondono. Vogliono che la pulizia etnica venga accelerata a Gaza e in Cisgiordania e che l’espansione delle colonie continui a tutta velocità, con l’obiettivo finale dell’annessione formale della Cisgiordania.

Finora Israele non ha incontrato alcuna effettiva opposizione dall’Unione Europea, dalla Gran Bretagna, dall’America o dalle Nazioni Unite. La comunità internazionale è stata impotente, come lo è stata per oltre 75 anni.

Dato che lei è stato così esplicito, nel corso degli ultimi 16 mesi ha ricevuto molte molestie da parte di ambienti filo-israeliani?

No. Di fatto da quando è iniziata la guerra a Gaza non ho praticamente ricevuto mail ostili e sono stato più radicale e mi sono espresso pubblicamente più che in precedenza. Al contrario ho ricevuto molti messaggi di appoggio. Persone che mi scrivono e dicono: “Grazie. Parli per noi, ci hai dato voce.” È molto incoraggiante. In qualche modo sono finito in video su Tik Tok.

Per me è molto interessante il fatto di non aver ricevuto alcun messaggio di odio negli ultimi 16 mesi, perché di solito succede. L’opinione pubblica sta cambiando in tutto il mondo. Israele è passato dalla parte del torto. Il BDS chiede la fine dell’occupazione, il diritto al ritorno e uguali diritti per i palestinesi cittadini di Israele. È un movimento globale non violento. Israele non ha alcun argomento per ribattere.

Come puoi giustificare l’occupazione e l’apartheid? Non puoi, ed è la ragione per cui Israele ha intrapreso una scontata campagna per confondere deliberatamente l’antisionismo con l’antisemitismo. Ma la gente è diventata più accorta e se si ha un messaggio onesto da trasmettere come faccio io, chiamando le cose per quello che sono, le persone ascoltano.

Ha qualche speranza che un giorno una parte neutrale si occuperà della giustizia per la Palestina?

L’asimmetria di potere tra Israele e i palestinesi è talmente grande che un accordo volontario non è possibile. Tutta la storia, soprattutto da Oslo in poi, dimostra che non possono raggiungere un accordo che sia equo. Dire a israeliani e palestinesi “risolvete le vostre divergenze” è come mettere un leone e un coniglio in una gabbia e dire loro di “risolvere le loro divergenze”. Una parte neutrale è necessaria per spingere i due contendenti a un accordo. Avrebbe dovuto essere l’ONU. Ma l’America ha messo da parte l’ONU e l’UE e ha stabilito un monopolio sul processo di pace. Tuttavia non ha mai spinto Israele a fare un accordo.

Non riesco a vedere che in Israele ci possa essere una spinta dall’interno per il cambiamento. Non riesco a vedere gli israeliani svegliarsi dopo il 7 ottobre e dire: “Finora ci siamo sbagliati. Dobbiamo veramente andare al tavolo delle trattative con i palestinesi.” Non succederà. La tendenza è totalmente opposta.

Prima dell’attacco di Hamas c’è stata una frattura nella società israeliana sulla riforma giudiziaria, una divisione molto profonda che ha quasi portato a una guerra civile. Ma poi c’è stato l’attacco di Hamas e tutta la società israeliana si è unita dietro la guerra. Pensano che Israele abbia il diritto di fare qualunque cosa voglia indipendentemente dalle leggi internazionali, e che chiunque accusi Israele di qualunque cosa sia un antisemita.

Questo oggi è il consenso in Israele. Nel contempo i governi occidentali hanno garantito l’impunità a Israele, benché stiano iniziando a cambiare. Guardi le iniziative positive di Irlanda, Norvegia, Slovenia e Spagna che negli ultimi 16 mesi si sono schierate con la Palestina.

Ciò detto, non ripongo le mie speranze nei governi, ma nella società civile, nel BDS, nelle manifestazioni a Londra e altrove e negli studenti e nei loro accampamenti di protesta. Gli studenti sono motivati dalla giustizia e dall’etica. Sono dalla parte giusta della storia. I governi statunitense e britannico sono dalla parte sbagliata. È per questo che Israele è così spaventato dal BDS e dagli studenti. Israele è passato dalla parte del torto. È una società brutale, aggressiva, militarista, ed è destinato a seguire la stessa strada del Sudafrica grazie alle sanzioni.

Penso che nel XXI secolo l’apartheid non sia sostenibile a lungo termine e pertanto che il sionismo stia per autodistruggersi. Gli imperi diventano molto violenti proprio quando sono in declino e penso che questo sia ciò a cui stiamo assistendo adesso, gli ultimi sussulti della violenza israeliana. Una volta che sarà finito, le fratture nella società israeliana continueranno. Israele sarà diventato più debole all’interno e il sostegno dall’esterno diminuirà. Questa combinazione di fattori porterà alla disintegrazione del sionismo e del colonialismo d’insediamento. Israele è sulla via dell’autodistruzione, ma non succederà da un giorno all’altro, ci vorranno ancora molti anni.

In qualche modo questo momento straordinario la fa sentire fiducioso?

L’Occidente, e in particolare gli USA, sostenendo Israele senza riserve ha distrutto il cosiddetto sistema internazionale basato sulle regole. È un tempo terribile, più di quanto possa ricordare. Israele ha mostrato il suo vero volto. Vediamo quanto sia brutale e quello che è capace di fare.

L’elezione di Trump ha gravi conseguenze perché non gli importa delle leggi internazionali, dell’ONU o della Nato. Gli interessa solo prima l’America. Userà ogni mezzo a sua disposizione per favorire l’America. È un potere imperiale senza limiti politici, morali o giuridici.

Cosa ritiene che si stia delineando dopo la caduta del sionismo israeliano?

C’è ancora un vasto consenso internazionale per la soluzione a due Stati. Ho appoggiato questa soluzione ma Israele l’ha sotterrata. Oggi Israele non parla neppure più della soluzione a due Stati. Al contrario sembra che resista apertamente ad oltranza allo Stato palestinese.

Una soluzione a due Stati non è più una possibilità. Israele sta continuando la politica di annessione strisciante. Di conseguenza quello che rimane ai palestinesi della Cisgiordania sono poche enclave isolate, non le fondamenta di uno Stato sostenibile. Perciò la scelta è tra uno Stato con diritti uguali per tutti i suoi cittadini o lo status quo: apartheid, etnocrazia e genocidio. Ho fatto una chiara scelta a favore della libertà e di uguali diritti per tutti. È quello che io e molti altri intendiamo quando diciamo: “Dal fiume al mare.”

Genocide in Gaza: Israel’s Long War on Palestine di Avi Shlaim è pubblicato dalla Irish Pages Press.

Sebastian Shehadi è un giornalista indipendente e collaboratore di The New Statesman [rivista politica britannica fondata nel 1913, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

 




Fantasie di controllo [Seconda Parte]

Tom Stevenson

12 febbraio 2025, London Review of Books

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

Col senno di poi questo flirt con la resistenza civile sembra essere stato il primo tentativo di Hamas di uscire dall’impasse in cui si trovava. Sinwar aveva trascorso più di vent’anni nelle prigioni israeliane, dal suo arresto nel 1989 al rilascio nel 2011 nell’ambito dello scambio di prigionieri per Shalit [militare israeliano catturato da Hamas e liberato in cambio della liberazione di un migliaio di carcerati palestinesi, ndt.]. L’operazione Shalit era stata per molti aspetti un successo. Ma Sinwar vi si era opposto ritenendo troppo esiguo il numero di palestinesi liberati. Quando non era in isolamento o non tentava la fuga dalla sua cella scavando un tunnel Sinwar aveva trascorso il periodo di prigionia studiando diligentemente e scrivendo due libri (nel primo, un romanzo, il protagonista osserva suo padre scavare un rifugio di fortuna sotto la loro casa in un campo profughi). Era stato arrestato prima che Gaza fosse assediata e non aveva assistito alla graduale trasformazione della Striscia da parte di Israele in un campo di sorveglianza. Tuttavia, quando tornò a Gaza nel 2011 la sua ascesa alla leadership fu rapida. Molti dei leader della nuova generazione erano veterani delle prigioni israeliane: Rawhi Mushtaha divenne il primo ministro de facto di Gaza mentre Tawfiq Abu Naim capo della sicurezza interna. Eppure sotto la loro guida la linea iniziale era quella di una “resistenza popolare pacifica”.

Nel 2018 in un’intervista con la giornalista italiana Francesca Borri Sinwar parlò della necessità di un cessate il fuoco. “Quello che conta è che finalmente ci si renda conto che Hamas è qui… siamo parte integrante di questa società, anche se dovessimo perdere le prossime elezioni”, disse. “Inoltre, siamo un pezzo della storia dell’intero mondo arabo, che include islamisti, laici, nazionalisti, militanti di sinistra”. Eppure nel 2021 ci furono chiari segnali di un cambiamento. “Per molto tempo abbiamo provato ad attuare una resistenza civile pacifica”, disse Sinwar al giornalista Hind Hassan. “Ci aspettavamo che il mondo e le organizzazioni internazionali avrebbero fatto cessare i crimini e i massacri commessi sul nostro popolo dall’occupazione. Ma sfortunatamente il mondo è rimasto a guardare mentre l’occupazione uccideva i nostri figli.’

Il fallimento di queste tattiche potrebbe aver portato all’Operazione Al-Aqsa Flood. L’attacco lanciato il 7 ottobre ha fatto seguito al periodo più sanguinoso di violenza dei coloni in Cisgiordania da anni. L’intelligence israeliana afferma di aver scoperto documenti che dimostrano che Hamas avrebbe iniziato a pianificare un “grande progetto” all’inizio del 2022, anche se è molto difficile verificare tale affermazione. A dicembre 2022 Sinwar parlava di arrivare in Israele “come un travolgente diluvio“. È chiaro che l’operazione era ben pianificata. L’attacco è stato guidato dalle Brigate Qassam, ma supportato da altri cinque gruppi armati di Gaza: le Brigate Al-Quds della Jihad islamica palestinese, le Brigate di Resistenza Nazionale del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martire Abu Ali Mustafa del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate Martiri di Aqsa e le Brigate Mujaheddin. Nonostante il coinvolgimento di così tante fazioni le informazioni sull’operazione sono state strettamente custodite e rivelate alle singole unità simultaneamente all’ultimo minuto. La comunicazione digitale è stata ridotta al minimo. Sono stati utilizzati droni e missili per distruggere i siti di sorveglianza e i posti di comando e controllo mentre il muro veniva sfondato con bulldozer ed esplosivi. Ciò che più ha colpito è stata l’adozione sia delle tattiche che delle modalità d’intervento proprie delle forze speciali statunitensi e israeliane (le Brigate Qassam chiamavano “commando” le proprie unità Nukhba). In totale gli attacchi hanno provocato la morte di 725 civili israeliani, 36 dei quali bambini e 71 cittadini stranieri e di 379 membri del personale di sicurezza israeliano.

La versione riveduta del libro di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell Hamas: The Islamic Resistance Movement ha il grande vantaggio di offrire un’analisi degli eventi nei primi mesi successivi all’ottobre del 2023. Nell’edizione originale, pubblicata nel 2010, Milton-Edwards, un esperto accademico, e Stephen Farrell, ex capo dell’ufficio Reuters a Gerusalemme, hanno fornito una buona panoramica su Hamas che differiva relativamente poco dalle testimonianze ufficiali. Come altri scrittori, hanno intervistato molti leader di Hamas. Tra loro ce n’erano alcuni che in seguito sono ascesi alla ribalta, in particolare Abu Obaida, il portavoce delle Brigate Qassam, e Saleh al-Arouri, vicepresidente dell’ufficio politico di Hamas fino al suo assassinio l’anno scorso. Farrell ha anche intervistato Sinwar a Khan Younis nel 2011, subito dopo la sua liberazione.

Ciò che finalmente Hamas ha ottenuto il 7 ottobre è stato stroncare l’illusione di un controllo che Israele credeva di aver raggiunto. “L’inimmaginabile spettacolo dei parapendio motorizzati che sorvolavano gli accessi di Gaza” è stato di per sé una sorta di vittoria. La presa del valico di Erez, dove i metodi di repressione del XXI secolo (droni, torri di sorveglianza elettronica, database biometrici) si sono aggiunti alle vecchie perquisizioni corporali, è stato un enorme colpo di scena simbolico. I primi obiettivi di Hamas sono state le installazioni militari israeliane, tra cui Reim, il quartier generale della divisione Gaza dell’esercito israeliano. Ma l’apparenza di un’operazione di forze speciali si è rapidamente trasformata in violenza incontrollata (un modello non estraneo a chiunque abbia una conoscenza anche superficiale delle azioni delle forze speciali britanniche in Afghanistan). Milton-Edwards e Farrell elencano quanto di peggio è accaduto. La milizia di Gaza ha sparato contro le auto trascinando fuori i non combattenti per giustiziarli. Hamas non si aspettava che un festival di musica trance si svolgesse a pochi minuti dalla recinzione. Quando i suoi combattenti sono arrivati ​​lì, hanno “svuotato i caricatori nelle tende e nelle cabine dei servizi igienici”. Gli abitanti dei kibbutz vicino al confine sono stati rapiti o uccisi e le loro case saccheggiate e incendiate.

Nel gennaio 2024 Hamas ha pubblicato il suo resoconto sull’operazione, presentandolo come la spiegazione delle proprie motivazioni e “una confutazione delle accuse israeliane”. Milton-Edwards e Farrell menzionano il documento ma non lo descrivono in dettaglio. Secondo il resoconto di Hamas, intitolato “Our Narrative”, l’operazione al-Aqsa Flood “ha preso di mira siti militari israeliani con l’intento di catturare i soldati nemici per fare pressione sulle autorità israeliane affinché liberassero migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane attraverso un accordo di scambio di prigionieri”. Affermava che i principali obiettivi erano la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e siti militari “vicini agli insediamenti israeliani intorno a Gaza”. Hamas ha respinto come “bugie e invenzioni” l’idea che i suoi combattenti avessero preso di mira i civili e ha affermato di aver “preso di mira solo i soldati dell’occupazione e coloro che portavano armi”. Tutte le morti di civili sarebbero state accidentali o il risultato di fuoco incrociato. E durante l’operazione si sarebbero verificati “alcuni errori a causa del rapido crollo del sistema militare e di sicurezza israeliano e del caos provocato lungo le aree di confine con Gaza”.

Ovviamente questo resoconto non regge. È vero che alcune delle vittime delle unità Qassam nei kibbutz erano Kitat Konenut armati, riservisti locali addestrati per una risposta d’emergenza, che sono morti combattendo. Alcune morti possono anche essere attribuite alla direttiva Annibale, messa in atto da Israele dalle prime ore di quel giorno, che ha imposto alle sue forze di sparare ai veicoli che si muovevano in direzione di Gaza con droni, attacchi aerei e mortai al fine di uccidere gli ostaggi piuttosto che lasciarli catturare per un riscatto. Alcuni civili sono stati uccisi dall’esercito israeliano sia al festival che nei kibbutz. Nel kibbutz Be’eri un carro armato israeliano ha sparato contro una casa in cui era nota la presenza di combattenti di Hamas e civili israeliani causando la morte di tredici civili. Ma questo non mette in discussione la chiara evidenza che gravi crimini di guerra sono stati commessi dalle Brigate Qassam e da altre milizie di Gaza.

Israele e i suoi sostenitori hanno esagerato e montato ciò che non aveva bisogno di esagerazione o invenzione. I combattenti Qassam hanno lanciato granate nei rifugi e sparato con lanciarazzi contro le case. A Be’eri una granata a frammentazione è stata lanciata contro una clinica odontoiatrica. Delle unità Qassam hanno ucciso a colpi di arma da fuoco donne disarmate che stavano fuggendo a piedi. Ci sono prove che le Brigate Mujahideen e Al-Quds (sebbene non combattenti Qassam) hanno decapitato soldati israeliani. Nel kibbutz Alumim lavoratori nepalesi e thailandesi sono stati uccisi indiscriminatamente. In una dichiarazione successiva Hamas ha riconosciuto che abitanti di Gaza “si sono precipitati [oltre i confini] senza coordinamento con Hamas”, il che “ha portato a molti errori”. Ma dire che Hamas “ha perso il controllo” dell’operazione a causa del rapido crollo delle forze di sicurezza israeliane significa negare la responsabilità che comporta un‘azione militare. In un messaggio trapelato, rivolto a dei funzionari di Hamas, Sinwar sembrava riconoscerlo. “Le cose sono andate fuori controllo… la gente si è lasciata trascinare in tutto questo, e ciò non sarebbe dovuto accadere”.

Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre l’obiettivo principale di Hamas era catturare ostaggi. Stimano che dal 1983 Israele abbia scambiato 8500 detenuti palestinesi con diciannove israeliani e le spoglie di altri otto. Non è un cattivo tasso di scambio (anche se è una goccia nell’oceano, dato che quattro palestinesi su dieci vengono “prima o poi imprigionati da Israele nel corso della loro vita”). Sostengono anche che un obiettivo secondario era far deragliare il processo di normalizzazione diplomatica israelo-saudita sponsorizzato dagli Stati Uniti. Milton-Edwards e Farrell non presentano prove concrete di ciò e non è chiaro perché le pressioni a cui Gaza era sottoposta non avrebbero potuto determinare un 7 ottobre anche se gli Stati Uniti non fossero stati impegnati in un maldestro tentativo di rinnovare i propri accordi con l’Arabia Saudita. In alcune interviste Milton-Edwards ha sostenuto con più sottigliezza che Hamas stava reagendo all’emarginazione della causa palestinese a livello internazionale. Lei e Farrell scrivono che Deif vedeva l’operazione come un modo per ispirare una “rivoluzione che avrebbe posto fine all’ultima occupazione e all’ultimo regime di apartheid razzista al mondo”. C’è una dimensione internazionale in questo modo di pensare, ma non riducibile a un’agenda diplomatica.

Un’altra domanda è se Hamas avesse previsto quanto sarebbe stata brutale la rappresaglia di Israele. Milton-Edwards e Farrell sostengono che Hamas credeva che se Israele avesse invaso loro sarebbero stati avvantaggiati dal fatto di trovarsi nel proprio territorio. Citano al-Arouri, che considerava un’invasione terrestre israeliana di Gaza “lo scenario migliore per porre fine a questo conflitto e sconfiggere il nemico”. Hamas ha tratto vantaggio dalla distruzione di Gaza da parte dell’aeronautica israeliana. I suoi combattenti hanno usato tattiche mordi e fuggi e sfruttato efficacemente i tunnel, rallentando l’avanzata israeliana e rendendo impossibile anche solo liberare le strade e proseguire. Di conseguenza, le forze speciali hanno dovuto entrare nei tunnel oppure costringere i civili a entrarvi per verificare la presenza di trappole. I combattenti di Hamas sono tornati anche nelle zone che le forze israeliane pensavano di aver sgomberato. Ma nel tempo le forze israeliane sembrano essere diventate più brave a difendersi dalle imboscate, almeno sulle unità corazzate. Più di quattrocento soldati israeliani sono stati uccisi a Gaza. È più del doppio del numero di soldati britannici uccisi in Iraq, ma molti meno dell’obiettivo di Hamas.

Nulla di ciò che Hamas ha compiuto il 7 ottobre si avvicina a quello che Israele ha fatto a Gaza. Eppure, chiunque abbia visto i video delle Brigate Qassam nei kibbutz quella mattina e conosca minimamente Israele deve aver avuto in mente limmagine pulsante di una Gaza subito destinata a essere rasa al suolo. Perché Hamas non ha optato per un’operazione puramente militare? Perché prendere in ostaggio dei bambini? È facile pensare che se avesse condotto unoperazione militare disciplinata – come i suoi leader hanno descritto al-Aqsa Flood – prendendo di mira esclusivamente forze militari e non commettendo crimini di guerra avrebbe potuto evitare critiche e persino trovare sostegno per un atto di resistenza legittima contro gli orribili e continui crimini israeliani. Ma la reazione di Israele e degli Stati Uniti sarebbe stata comunque la stessa. In assenza di atrocità reali ne sarebbero state inventate di false, e lazione militare sarebbe stata comunque definita terrorismo. Tutto ciò che Israele ha fatto era prevedibile dal momento in cui Hamas ha sorvolato la barriera con i parapendio. Il sostegno ricevuto a Washington, New York, Londra, Berlino e Bruxelles era scontato. Gaza sarebbe stata comunque distrutta.

Per Hamas il grande valore del 7 ottobre era quello di un attacco simbolico al sistema di confinamento e divisione su cui si basa l’apartheid di Israele. Al-Aqsa Flood ha definitivamente confutato l’idea che Israele potesse semplicemente mettere in gabbia gli zotici e continuare a vivere normalmente. Ma se catturare ostaggi è stata la tattica principale di Hamas, come sostengono Milton-Edwards e Farrell, è risultata chiaramente imperfetta. Per quanto abbia mostrato di ritenere importante il recupero degli ostaggi Israele ha sempre scelto la vendetta anziché il negoziato per le loro vite. Inoltre sembra che Hamas abbia gravemente sopravvalutato il sostegno che avrebbe ricevuto da Hezbollah in Libano, dall’Iran e, cosa fondamentale, dai palestinesi in Cisgiordania. Se l’attacco è stato un disperato tentativo di rilanciare il sostegno regionale alla Palestina, allora, con la notevole eccezione dello Yemen, è fallito. Milton-Edwards e Farrell sostengono che il 7 ottobre ha rivelato la vacuità dell'”asse della resistenza”. Le risposte di Hezbollah e dell’Iran sono state deboli. Israele ha finito per attaccare il Libano e devastare Hezbollah, non il contrario. “Sostegno alla Palestina, contenimento di Israele: questo è stato il vero limite dell’asse”, concludono. “Tutte le parole spese sul fervore rivoluzionario in Medio Oriente non sono state altro che parole”.

Se il 7 ottobre ha segnato una svolta strategica per Hamas la domanda ovvia è: non ha reso la possibilità di un miglioramento della condizione dei palestinesi ancora più incredibilmente remota? Gaza è stata distrutta. Israele sostiene di aver eliminato 23 dei 24 battaglioni delle Brigate Qassam, anche se è un errore concepire la potenza di Hamas come si trattasse di un esercito permanente (una valutazione dell’Institute for the Study of War e del Critical Threats Project suggerisce che solo tre dei battaglioni sono ora di fatto “non in grado di combattere”). Sinwar ha descritto le morti a Gaza come “sacrifici necessari” per la causa della liberazione. Lo storico palestinese Yezid Sayigh ritiene che il 7 ottobre abbia fatto arretrare di trent’anni la causa della liberazione palestinese. Chi ha ragione? È il classico dilemma del rivoluzionario: rompendo violentemente la stasi si possono scatenare forze che ritardano o annientano i propri progetti.

È nella natura della violenza rivoluzionaria creare problemi insolubili. Bisogna schierarsi con le persone che fuggono da un campo di concentramento. Ma bisogna anche schierarsi con i non combattenti contro l’uomo che punta loro un fucile. È comprensibile la determinazione nell’asserire che l’orrenda violenza israeliana debba essere affrontata solo con la non violenza, ma quand‘è che questo diventa ciò che il grande scrittore pacifista A.J. Muste chiamava “predicare la non violenza agli oppressi”? La strategia di Israele è stata coerente per decenni: sottomettere con la sopraffazione per mantenere il controllo della terra e impedire qualsiasi tipo di autodeterminazione palestinese. È difficile per un estraneo entrare veramente nella prospettiva di Gaza, dove la non violenza può significare solo essere sottomessa a una forza superiore.

La possibilità che Israele non provocasse una resistenza armata a Gaza è sempre stata pari a zero. I gazawi erano di fatto sotto assedio e un’azione militare per rompere l’assedio non può essere liquidata come terrorismo o classificata come un pogrom. Per Israele e i suoi sostenitori il crimine del 7 ottobre è stato in ultima analisi quello di aver violato la legge fondamentale della situazione palestinese, dirigendo contro Israele una piccolissima parte della violenza dell’occupazione. Tuttavia, non bisogna cadere nella trappola di dire che i movimenti di resistenza armata non commettono crimini. L’uccisione di non combattenti è indifendibile, sia quando si manifesta come crudeltà inutile (uccisione di lavoratori nepalesi con granate), sia quando si presenta sotto le mentite spoglie della resistenza militare (uccidere a colpi di arma da fuoco un uomo perché è in “età militare” ed è costretto entro i confini di Gaza).

Negli Stati Uniti e in Europa la tendenza prevalente è quella di accettare il modo in cui Israele inquadra la situazione. Qualsiasi azione israeliana, per quanto aberrante, è automaticamente supportata come parte del “diritto di Israele a difendersi”. Il sostegno degli Stati Uniti in particolare non ha vacillato. A gennaio il consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, Jake Sullivan, ha parlato del “dovere” di Israele di andare contro un “nemico terrorista ben radicato”. Marco Rubio, il nuovo segretario di Stato di Trump, ha detto che Hamas è un gruppo di “selvaggi” che devono essere sradicati. Il numero noto di morti a Gaza ammonta a cinquantamila. La falsa narrazione dei sostenitori di Hamas come demoni irrazionali è una parte fondamentale della giustificazione ideologica dietro ogni morte, ogni mutilazione, ogni scena di distruzione.

Il 15 gennaio i mediatori del Qatar hanno annunciato che Hamas e Israele avevano concordato un cessate il fuoco. L’accordo prevedeva una tregua di sei settimane durante la quale 33 ostaggi israeliani sarebbero stati rilasciati insieme a centinaia di palestinesi tenuti in detenzione amministrativa in Israele. La seconda fase, che includerebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti e il completo ritiro delle forze israeliane, è stata tenuta in sospeso in vista di una successiva decisione. Così come la fase finale, che in teoria comporterebbe la ricostruzione di Gaza. Dopo l’annuncio dell’accordo le operazioni militari israeliane a Gaza sono continuate. L’aeronautica militare israeliana ha festeggiato la notizia con una serie di bombardamenti e un imponente attacco aereo su Jenin in Cisgiordania.

L’accordo è arrivato dopo un anno intero di farsa diplomatica, durante il quale Israele e gli Stati Uniti hanno condotto una messinscena di colloqui senza alcuna intenzione di fermare l’assalto. Hamas è sempre stata disposta a rilasciare gli ostaggi rimasti in cambio del ritiro delle forze israeliane da Gaza e del rilascio di alcuni prigionieri palestinesi. Israele ha sempre rifiutato questa proposta. Se gli Stati Uniti o Israele lo avessero voluto, un accordo molto simile avrebbe potuto essere raggiunto un anno prima, quando il numero stimato delle vittime era inferiore alla metà dell’attuale. Trump potrebbe aver contribuito a far passare un accordo, ma qual è l’alternativa del governo degli Stati Uniti al ripristino di Gaza allo status di campo di concentramento? In risposta alla notizia dell’accordo il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Mike Waltz, ha affermato: “Gaza deve essere smilitarizzata, Hamas deve essere distrutta… Israele ha tutto il diritto di proteggersi in ogni modo”. Non c’è nulla che impedisca a Israele di riprendere gli attacchi su Gaza ogni volta che lo desidera.

L’obiettivo dichiarato di Israele era quello di eliminare Hamas. Milton-Edwards e Farrell non pensano che “distruggere” Hamas sia mai stata un’idea praticabile. Sicuramente anche i leader israeliani lo sapevano. Ma poi Gaza stessa, non Hamas, è sempre stata il vero bersaglio di una campagna che l’ex ministro della difesa israeliano Moshe Ya’alon ha descritto come “pulizia etnica”. Hamas è stata indebolita (attualmente non è in grado di impedire il saccheggio dei camion degli aiuti a Gaza), ma non è stata distrutta. Mohammed Sinwar ha sostituito suo fratello come leader de facto a Gaza. Hamas è ancora parte integrante della società di Gaza. Il suo sistema amministrativo è malconcio, ma è sopravvissuto. Il 14 gennaio Blinken ha affermato che, secondo le valutazioni degli Stati Uniti, “Hamas ha reclutato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi”. Il movimento è nato dall’occupazione, ma l’attacco genocida a Gaza supera la crudeltà delle circostanze che hanno portato alla sua costituzione. Hamas si è trasformata molte volte in passato e lo farà di nuovo. I campi di tortura, gli stupri documentati di detenuti palestinesi, le file di uomini spogliati e bendati, inginocchiati nella polvere tra le macerie di quella che un tempo era la loro casa: cosa ne verrà fuori? Israele potrebbe finire col desiderare il ritorno della versione di Hamas che un tempo malediva.

24 gennaio

[Prima Parte]

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Fantasie di controllo [Prima parte]

Tom Stevenson

Hamas: La ricerca del potere

di Beverley Milton-Edwards e Stephen Farrell.

Politica, 331 pp., £17.99, giugno 2024, 978 1 5095 6493 4

London Review of Books, Vol. 47 No. 2 · 6 febbraio 2025

La storia di Hamas è incomprensibile senza un riferimento alla straordinaria vita del suo fondatore, Ahmed Yassin. Nacque nel 1936, l’anno della Grande Rivolta contro gli inglesi, e la sua vita seguì una traiettoria per molti versi analoga a quella della Palestina stessa. Nel 1948 il suo villaggio natale, vicino ad Ashkelon, fu ripulito etnicamente dalle forze israeliane e la sua famiglia fu costretta a trasferirsi a Gaza, dove rimase paralizzato in un incidente infantile. Divenne un mullah ribelle e un carismatico predicatore della liberazione nazionale. Quando non teneva sermoni alla moschea di al-Abbas a Gaza City Yassin dirigeva un’organizzazione religiosa rivolta a fornire quei servizi sociali che l’occupazione israeliana trascurava o distruggeva. Ma la vita sotto l’occupazione lo portò a concludere che la logica di Gaza era quella della lotta, non quella di alleviare le difficoltà. Fu arrestato per la prima volta da Israele nel 1984, quando le forze di sicurezza dello Stato scoprirono che la sua organizzazione di beneficenza stava accumulando armi. Fondò Harakat al-Muqawamah al-Islamiyyah, il Movimento di Resistenza Islamico, o Hamas, dopo essere stato rilasciato nel 1985 in cambio di alcuni soldati israeliani catturati.

La riunione fondativa di Hamas si tenne nella casa di Yassin a Gaza nel 1987, all’inizio della prima intifada. Vi parteciparono professori, medici, ingegneri e aspiranti rivoluzionari che conservavano il ricordo del 1936 e le ferite del 1967. Invece dell’irraggiungibile accordo politico con Israele cercato da Yasser Arafat e dall’OLP gli strumenti di Hamas sarebbero stati la bomba e il coltello. Dopo la prima intifada Yassin fu nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo e tenuto in isolamento per lunghi periodi. Non fu liberato fino al 1997 (come conseguenza del tentativo di assassinio di Khalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas ad Amman, da parte di Israele), molto tempo dopo l’accordo di Oslo, che fu visto da Hamas e da molti altri come una capitolazione.* Al momento del suo rilascio Yassin era più conosciuto di qualsiasi altra figura politica palestinese, a parte lo stesso Arafat. A Gaza ricevette un’accoglienza da eroe. Ma anni di prigionia avevano lasciato il segno. Costretto su una sedia a rotelle e quasi cieco, sarebbe rimasto il leader spirituale di Hamas, ma la sua effettiva capacità di leadership era limitata. Le sue infermità non lo protessero: nel 2004 fu assassinato a Gaza City da un elicottero da combattimento israeliano.

Dopo la morte di Yassin Hamas ha avuto tre generazioni di leader. Il successore naturale fu Abdel Aziz al-Rantisi, un medico a cui le autorità israeliane impedirono di esercitare la professione e che si dedicò invece a promuovere l’attività politica tra i professionisti del settore medico. Nato all’inizio della Nakba, Rantisi era più giovane di Yassin di dieci anni e aveva presenziato alla fondazione del movimento. Ma il suo mandato durò solo un mese, prima che anche lui venisse assassinato. Mishal, nato nell’anno della crisi di Suez [1956, ndt.], fu il primo leader di Hamas a vivere, per precauzione, fuori dai territori occupati. Da Amman, Doha e Damasco condusse Hamas a una clamorosa vittoria alle elezioni palestinesi del 2006. Nel 2017 gli succedettero Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar, entrambi nati a Gaza nel 1962. Haniyeh visse per la maggior parte della sua vita in una modesta casa ad Al-Shati, nel nord di Gaza. Quando assunse la carica di capo dell’ufficio politico di Hamas seguì l’esempio di Mishal e si trasferì a Doha, lasciando Sinwar a gestire gli affari all’interno della striscia. Lo scorso luglio Haniyeh è stato assassinato a Teheran, probabilmente da una bomba fatta esplodere a distanza. Tre mesi dopo Sinwar è stato ucciso da un carro armato israeliano nel sud di Gaza, a meno di cinque miglia dal luogo in cui era nato.

Nonostante tutto il successo di Israele nell’uccidere i leader di Hamas, molto poco ne ha avuto nel fermare la diffusione del movimento. In parte perché non esiste un solo Hamas, ce ne sono tre. C’è il movimento politico, plasmato dall’ideologia religiosa e impegnato a porre fine all’occupazione israeliana della Palestina attraverso la lotta armata. È stato fondato da un uomo (Yassin) in un luogo particolare (Gaza) e in un momento particolare (la fine degli anni ’80). Ha una gerarchia e una politica interna. Ha una storia. Poi c’è l’Hamas presente nelle menti dell’establishment politico e di sicurezza israeliano. Questo è un Hamas immaginario, ma l’immaginazione è guidata dalla conoscenza: questo Hamas è odiato ma anche rispettato a malincuore. C’è anche un terzo Hamas, che esiste solo nelle dichiarazioni pubbliche dei politici israeliani e, cosa fondamentale, in Occidente. Questa non è tanto un’organizzazione quanto un esempio di primordiale ferocia mediorientale, uno dei tanti nemici caricaturali dell’Occidente. È un Hamas senza storia, che è saltato fuori già completamente formato.

Israele ha preferito combattere l’Hamas di sua creazione piuttosto che l’Hamas noto agli studiosi seri, sebbene per molti anni lo studio fondamentale del movimento sia stato condotto da due israeliani in The Palestinian Hamas di Shaul Mishal e Avraham Sela, pubblicato nel 2000. Mishal e Sela hanno descritto un movimento sociale con radici profonde tra “la gente comune”. Intellettualmente, Hamas ha attinto dai principali pensatori politici religiosi della tradizione riformista islamica: Rachid Ghannouchi in Tunisia e Hassan al-Turabi in Sudan. Non era una banda di criminali ma una forza politica e sociale ben organizzata. Ha diviso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania in distretti e sottodistretti, suddividendoli ulteriormente in unità locali guidate da membri del movimento. Ha esercitato una pressione implacabile per imporre norme religiose conservatrici, con l’obiettivo di una resistenza pura, e quindi forte, epurata da scettici e oppositori compresi i sostenitori di Fatah, il partito più potente all’interno dell’OLP. La presenza di Hamas a tutti i livelli della società, a provvedere all’assistenza sociale e medica oltre che all’educazione religiosa, ha garantito un livello basilare di sostegno.

L’attrattiva di Hamas nasceva da una combinazione di ideologia e pragmatismo politico. Mentre l’OLP arrancava verso un’accettazione della spartizione, iscritta negli Accordi di Oslo, Hamas rimase impegnata, almeno in linea di principio, nella liberazione dell’intera Palestina storica. Il suo statuto originario, pubblicato nell’agosto 1988, sosteneva obiettivi politici molto simili a quelli dell’OLP, ma espressi in un linguaggio esplicitamente religioso, consolidato da un antisemitismo. Tuttavia Mishal e Sela sostenevano che, nonostante un’immagine di organizzazione fondamentalista dogmatica, Hamas era in effetti impeccabilmente pragmatica. I suoi documenti interni erano caratterizzati dal “realismo politico”. Poteva essere comunitaria e riformista quando il momento lo richiedeva e passare ad una ribellione violenta quando si presentava l’opportunità. I ​​suoi metodi erano “violenza controllata, coesistenza negoziata e processo decisionale strategico”. Hamas non era un movimento di liberazione nazionale laico: la sua definizione di vittoria era una Palestina restituita al dominio islamico e palestinese. Ma si comprendeva che tale obiettivo fosse lontano. Il movimento lavorava per promuovere un conservatorismo religioso dal basso attraverso i suoi progetti sociali. Spesso inquadrava questioni politiche usando riferimenti religiosi: in particolare decisioni politiche non ortodosse o controverse venivano giustificate con il ricorso ad un linguaggio religioso. Ma molto poco di Hamas trovava spiegazione in uno zelo religioso. La principale funzione pratica della sua religiosità, sostengono Mishal e Sela, era quella di stimolare una mobilitazione tra tutte le classi.

L’ala armata di Hamas, le Brigate Al-Qassam, venne fondata nel 1991. Ma per il primo decennio della sua esistenza la realtà era piuttosto diversa dall’immagine di militanti col parapendio a cui è ora associata. Quadri scarsamente armati trascorrevano la maggior parte del loro tempo a spostarsi tra la campagna e gli appartamenti delle loro madri. Se erano fortunati avevano accesso ad alcune mitragliatrici rubate (per lo più Uzi e Carl-Gustaf m/45), ma poco di più. Israele sperava che l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania avrebbe fornito un facsimile di autogoverno e uno sbocco sicuro ma inefficace alle richieste di liberazione palestinesi. Ma le carenze dell’ANP continuavano a motivare la richiesta di forme di lotta più attive, di cui Hamas si appropriava. Nel 1994 condusse il suo primo attentato suicida all’interno di Israele dopo il massacro di 29 palestinesi da parte di un estremista ebreo di estrema destra nella Grotta dei Patriarchi a Hebron. Una volta che i tunnel di Rafah entrarono in funzione negli anni 2000 gli armamenti di Hamas migliorarono e l’organizzazione iniziò a produrre in loco esplosivi e munizioni. Sotto la supervisione di Adnan al-Ghoul, Yahya Ayyash e Mohammed Deif, questa divenne alla fine un’importante industria che sfornava lanciarazzi “Yassin” e missili “Qassam”.

Hamas fu fondata per perseguire la resistenza armata contro l’occupazione, ma nella pratica il confronto violento è sempre stato in attrito con il calcolo politico. Per trovare un equilibrio il movimento ricorse al concetto religioso di sabr, o “pazienza”. Lo scoppio della seconda intifada, in risposta ai falliti colloqui di pace a Camp David nel 2000 e alla provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, colse di sorpresa Hamas. La leadership reagì intensificando gli attentati suicidi, ma si trovava a seguire gli eventi piuttosto che guidarli. Il movimento era stato fondato sul rifiuto della partizione e dell’accordo politico con Israele. Ma in pratica la sua leadership stava accettando l’idea di due Stati sulla base dei confini del 1967. Nel giugno 2003 Ismail Abu Shanab, un membro fondatore di Hamas, sostenne un accordo a due Stati (due mesi dopo fu assassinato da un attacco missilistico di un elicottero Apache israeliano). Nel 2006 Ismail Haniyeh chiese [la nascita di] “uno Stato palestinese sovrano che comprendesse la Cisgiordania e la Striscia di Gaza con capitale a Gerusalemme Est”. Gli sforzi fallimentari degli Stati Uniti in Medio Oriente dopo l’11 settembre crearono dilemmi anche per Hamas. Nel corso della seconda intifada condannò gli attacchi di al-Qaeda, ridusse le sue operazioni militari contro Israele e offrì un cessate il fuoco unilaterale. Al contrario, Israele riuscì a trasformare con successo l’occupazione in un altro campo di battaglia nella guerra globale al terrore. Negli Stati Uniti Hamas divenne rapidamente assimilato all’asse del male (gli attentatori suicidi non erano stati d’aiuto) e fu associato ad al-Qaida.

La seconda intifada, tra il 2000 e il 2005, costò la vita a gran parte dei vertici di Hamas, tra cui Yassin, Rantisi e Salah Shehadeh, il primo leader delle Brigate Qassam, che fu assassinato in un attacco aereo insieme ad altre quattordici persone, tra cui sette minori. Eppure ad appena un anno dalla fine dell’intifada Hamas aveva preso parte ad elezioni regolari vincendole e stava rimodellando le sue relazioni con l’Autorità Nazionale Palestinese. Con il suo quartier generale politico all’estero, fu sottoposto all’accusa che i suoi leader fossero al riparo dalle realtà della vita a Gaza. Ma una leadership remota aveva dei vantaggi pratici. Dai suoi uffici a Doha e Damasco Mishal coltivò migliori relazioni con l’Iran, che si era allontanato dall’OLP negli anni ’80 e aveva tagliato i legami con essa dopo Oslo. Ancora più di Mishal incarnava la nuova strategia di sensibilizzazione internazionale il vicepresidente del movimento, Mousa Abu Marzouk, che aveva vissuto per un po’ negli Stati Uniti (per un certo periodo l’attività editoriale di Hamas è stata condotta principalmente a Dallas).

La vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi colse quasi tutti di sorpresa. L’intelligence israeliana era convinta che Fatah avrebbe vinto. Il Dipartimento di Stato americano sotto Condoleezza Rice era d’accordo. La morte di Arafat aveva indebolito l’OLP e la lussuosa condotta di vita dei suoi leader tornati dall’estero dopo Oslo l’aveva screditata. Ma questa era ben lontana dall’essere la storia completa. Nel 2009 la giornalista italiana Paola Caridi pubblicò un prezioso resoconto sulla corsa alle elezioni, Hamas: dalla Resistenza al Regime [Ed. Feltrinelli, ndt.]. Esordiva riflettendo sul motivo per cui Hamas avesse ottenuto un sostegno così forte tra i palestinesi comuni. Il movimento si era impegnato in una campagna elettorale tradizionale e il suo slogan, “Cambiamento e Riforma”, era conciliante. Ma Caridi sosteneva che il voto non fosse semplicemente “una protesta contro la corruzione, il clientelismo e l’inefficienza di Fatah”. Hamas aveva vinto perché “ha fornito un’alternativa ai laici considerata più che semplicemente plausibile”.

La risposta degli Stati Uniti e di Israele alla vittoria di Hamas fu molto dura. Abu Marzouk scrisse un articolo sul Washington Post in cui faceva appello alla “lunga tradizione americana di sostenere i diritti degli oppressi all’autodeterminazione”. Il ministro degli Esteri di Hamas, Mahmoud al-Zahar, scrisse a Kofi Annan. Non cambiò nulla. Quando Hamas tentò di formare un governo di coalizione con Fatah gli Stati Uniti glielo impedirono. Un blocco tra Stati Uniti e Israele causò presto carenze di pane a Gaza. Gli Stati Uniti applicarono sanzioni nel tentativo di costringere il presidente Mahmoud Abbas, che riceveva regolarmente Condoleezza Rice a Ramallah, a indire nuove elezioni. Nel frattempo la CIA stava lavorando direttamente con le forze di sicurezza di Fatah guidate da Mohammed Dahlan, all’epoca un segreto di Pulcinella nei territori occupati. La conseguenza fu una guerra civile tra Fatah e Hamas che si concluse nel giugno 2007 quando le forze di Hamas occuparono l’edificio di sicurezza e intelligence di Fatah a Gaza City, noto come “Ship”. Ciò fece sì che Hamas rimanesse escluso in Cisgiordania ma tenesse il controllo esclusivo di Gaza.

I ministeri grossomodo funzionavano, la spazzatura veniva raccolta e l’accesso a Internet era stato stabilito. I ritratti di Arafat furono sostituiti con le insegne di Hamas. L’ex insediamento israeliano di Neve Dekalim fu trasformato in un campo di addestramento. Il blocco era un problema più difficile da risolvere. I confini di Gaza furono sigillati, il suo spazio aereo controllato e presto sarebbe stato sotto costante attacco. In risposta alla cattura da parte di Hamas del soldato israeliano Gilad Shalit nel giugno 2006 (Shalit sarebbe stato poi scambiato con detenuti palestinesi), Israele aveva distrutto la centrale elettrica di Gaza. Gli ospedali spesso dovevano essere alimentati da generatori di emergenza e talvolta avevano elettricità solo per poche ore al giorno. Il primo grande attacco di Israele a Gaza, l’operazione Piombo Fuso, fu lanciato il 27 dicembre 2008. Iniziò con massicci bombardamenti aerei e causò 1400 morti e 46.000 case distrutte. Ci sarebbe stato un attacco di questo tipo, anche se non sempre di tale portata, ogni due anni fino all’ottobre 2023. La principale risposta difensiva di Hamas fu quella di estendere la rete di tunnel per alleviare il blocco e fornire riparo dagli attacchi aerei, la mossa che chiunque farebbe se fosse messo a capo di una Gaza assediata.

Per Israele e i suoi sostenitori Hamas, come l’OLP, è sempre stata un’organizzazione terroristica, in base alla logica secondo cui qualsiasi violenza commessa dai palestinesi giustifica ogni violenza da parte di Israele mentre nessuna violenza commessa da Israele giustifica quella da parte dei palestinesi. Nel 2016, sul suo sito web ufficiale, sotto il titolo un po’ aziendale “Informazioni sul movimento: chi siamo”, Hamas ha affermato di essere “un movimento di liberazione nazionale con un’ideologia islamica moderata” che “limita la sua lotta e il suo lavoro alla causa palestinese”. Vale la pena di tenere in considerazione l’autodescrizione, in particolare se viene regolarmente trascurata. Ma l’autodescrizione è necessariamente parziale. Dire che Hamas è semplicemente il campione zelante di una lotta giusta contro una brutale occupazione militare ed esercita il diritto legale alla resistenza armata significa tralasciare molti elementi.

Hamas è stata fondata come organizzazione militante clandestina. Nel governare Gaza si è trovata di fronte a una dinamica essenzialmente diversa da qualsiasi cosa avesse sperimentato prima. Lo studio più significativo su quel periodo di Hamas è stato Hamas Contained [Hamas sotto controllo, ndt.] di Tareq Baconi, pubblicato nel 2018. Baconi ha preso di mira la condanna categorica e infondata del movimento, che sosteneva fosse solo un altro modo per “rendere accettabile la demonizzazione e la sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza”. Qualunque cosa fosse, Hamas, come l’OLP negli anni ’60 e ’70, era la fazione palestinese “più rappresentativa della nozione di resistenza armata contro Israele”. Fin dall’inizio aveva cercato di presentarsi più come un’espressione formalizzata di resistenza che come un partito politico tradizionale. Di conseguenza anche per i palestinesi che non gradivano che Hamas fosse al governo la lotta armata che incarnava rimaneva un motivo di orgoglio.

Il lavoro di Baconi è basato su uno studio rigoroso delle principali pubblicazioni di Hamas, la rivista Al-Resalah, pubblicata a Gaza City e distribuita localmente, e Filastin al-Muslima, l’organo intellettuale del movimento. La sua analisi ha colto ciò che molti altri avevano tralasciato, vale a dire cosa è successo al movimento tra le elezioni del 2006 e il 2023. All’interno dell’establishment della sicurezza israeliano da tempo si riteneva che una Gaza governata da Hamas fosse una variabile prevedibile. Hamas poteva essere facilmente etichettata come un’organizzazione terroristica, esponendo così l’intera Gaza alla condanna internazionale. Tuttavia, di fronte alle responsabilità di governo Hamas si trovò a dover limitare le proprie operazioni armate contro Israele. Il lancio di razzi era per lo più limitato a rispondere a gravi violazioni israeliane. Il potere che gli era stato conferito ha iniziato a sembrare più un vincolo alla lotta che una sua promozione. Una Gaza gestita da Hamas costituiva una risorsa per Israele, come ha affermato Netanyahu nel 2019?

C’erano segnali che Hamas si fosse reso conto di essere stato messo all’angolo. Quando la giunta di Abdel Fattah el-Sisi in Egitto attaccò il sistema di contrabbando dal Sinai attraverso i tunnel nell’inverno del 2013-14 Hamas decise di resuscitare gli sforzi di riconciliazione con Fatah. Ma il governo di unità formato nel giugno 2014 si rivelò di breve durata a causa di un altro importante attacco israeliano a Gaza, l’operazione Margine Protettivo. Nell’estate del 2014 in 51 giorni di bombardamenti furono uccisi 2220 palestinesi (alcune delle armi utilizzate furono fornite dalla Gran Bretagna). Hamas aveva voluto condividere il peso della responsabilità amministrativa per Gaza e Israele e i suoi sostenitori si erano rifiutati di permetterlo. Alla base di tutto questo c’era un modello consueto, osserva Baconi, “per cui le provocazioni israeliane, spesso dopo la firma di accordi di unità palestinese, innescano opportunità per Israele di rivendicare l’autodifesa e lanciare attacchi impressionanti contro Gaza”. Hamas era stata in grado di prendere il potere a Gaza perché Israele non era riuscito a circoscrivere la politica palestinese entro i confini dettati dal trattato di Oslo. Ma alla fine Hamas è stata utile alla più ampia strategia di occupazione israeliana. “Attraverso un duplice processo di controllo e pacificazione”, scrive Baconi, Hamas è stata “forzatamente trasformata in poco più che un’autorità amministrativa nella Striscia di Gaza, per molti versi simile all’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania”. Non ci sarebbe stato alcun ritorno alla strategia degli attentati suicidi della seconda intifada. Hamas sembrava essere stata cooptata.

Eppure c’era una domanda senza risposta: per quanto tempo Gaza poteva rimanere sotto controllo? Quando nel 2017 Haniyeh e Sinwar presero il comando, i primi segnali furono di un’ulteriore pacificazione. Quell’anno Hamas pubblicò il suo nuovo patto, che eliminava l’antisemitismo del suo statuto fondativo e riconosceva ufficialmente la possibilità di un accordo sui confini del 1967. In sostanza già da un decennio Hamas aveva accettato la possibilità di una soluzione a due Stati, ma averlo messo per iscritto era un’altra cosa. Sinwar aveva una reputazione di spietatezza (negli anni ’80 era stato incaricato da Yassin di gestire il controspionaggio nella parte meridionale di Gaza), ma ora si appellava personalmente a Netanyahu per una “nuova fase”. Nel 2018, invece di una ripresa generale delle ostilità, Hamas optò per la disobbedienza civile, la Grande Marcia del Ritorno, con manifestazioni in gran parte pacifiche tenute ogni venerdì lungo la barriera di confine con Israele. Israele rispose uccidendo centinaia di dimostranti e ferendone migliaia. Mohammed Deif, capo delle Brigate Qassam, propose una reazione armata; Sinwar lo scavalcò.

* Adam Shatz ha scritto del complotto per uccidere Mishal sul London Review of Books del 14 maggio 2009

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Palestinesi e israeliani: vite che si incrociano e si scontrano.

Mannocchi Francesca. Sulla mia terra. Storie di israeliani e palestinesi, De Agostini, Milano, 2024, pp. 288.

Recensione di Amedeo Rossi

Francesca Mannocchi si è distinta in questi mesi per essere tra i pochissimi giornalisti italiani ad aver denunciato il genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme est, cercando di contestualizzare i fatti di cronaca nel loro contesto storico.

Questo libro che, nonostante l’argomento e le drammatiche testimonianze che riporta, la De Agostini propone come rivolto a bambini e ragazzi. Infatti l’autrice esordisce nell’introduzione con “Care ragazze, cari ragazzi”. Anche l’impostazione grafica richiama riferimenti scolastici: alcune pagine sembrano fogli di un quaderno a spirale a righe, alcune parole del testo sono cerchiate a matita, altre su fondo grigio approfondiscono alcuni concetti citati nel testo.

Un breve capitolo introduttivo ricostruisce l’attacco dei miliziani palestinesi contro il sud di Israele del 7 ottobre 2023. Vi si trovano alcune omissioni, come il fatto ormai noto che alcuni civili israeliani, almeno nel kibbutz Be’eri e al Nova Festival, sono stati uccisi dallo stesso esercito israeliano. Il testo ignora anche le domande relative a come sia stato possibile superare con assoluta facilità uno dei confini più controllati al mondo. Infine non si ricorda che fin da un anno prima, e poi nel luglio 2023, l’intelligence israeliana aveva informato i comandi dell’esercito, e probabilmente anche il governo, dei preparativi di Hamas per un’operazione su larga scala.

La prima parte, intitolata “Cronologia”, presenta un inquadramento storico che inizia dalla nascita del sionismo. Anche in questo caso si notano alcune lacune, solo in parte colmate nei riferimenti che si trovano a corredo delle testimonianze che seguono. A proposito di Gaza non viene spiegato che la sovrappopolazione della Striscia è dovuta al fatto che il 70% della popolazione è composta da profughi del ’47-’49 e del ’67. Ancor prima, riguardo all’ostilità palestinese nei confronti della colonizzazione sionista, non ne vengono menzionate le ragioni economiche, così come non viene ricordato che quasi metà della popolazione del territorio destinato dalla risoluzione ONU era palestinese, che le truppe sioniste ne occuparono ben di più e solo la pulizia etnica consentì la nascita di uno Stato “ebraico”.

Gli altri capitoli del libro sono dedicati alle testimonianze di palestinesi e israeliani. Riguardo ai primi Mannocchi inizia dalle colline a sud di Hebron che definisce “un luogo importante e simbolico”, in quanto teatro di una pluridecennale resistenza non violenta ai coloni e all’esercito. Vi sono riportate le testimonianze di attivisti ma soprattutto di persone comuni, cui vengono negati diritti fondamentali: all’istruzione, ad avere una casa, a vivere in condizioni dignitose. Questa violenza non ha risparmiato neppure i bambini. Il padre di uno di loro spiega: “Noi facciamo di tutto, qui, nelle nostre comunità, per educarli alla convivenza e alla pace. Per educarli alla non violenza. Ma i nostri sono bambini traumatizzati.”

Il racconto passa alla dura resistenza del campo profughi di Jenin, uno dei luoghi della Cisgiordania più martoriati ma anche più indomabili. La scritta che campeggiava all’ingresso del campo prima che venisse demolita nel marzo 2024 dall’esercito israeliano ne riassume lo spirito indomito: “Stazione di attesa prima del ritorno”, ovviamente dei luoghi di origine dei profughi, cioè nell’attuale Israele. Questa resistenza è alimentata dalla repressione, come racconta uno degli intervistati. A Jenin, spiega Mannocchi, le incursioni notturne dell’esercito nelle case dei palestinesi sono talmente frequenti che una madre le racconta: “I bambini ora dormono inconsciamente con le mani alzate.” E non stupisce che quando la giornalista ha chiesto a un bambino di 7 anni cosa voglia fare da grande lui risponda: “Combattere”. Come Abu, che voleva fare l’educatore nel campo, ma è stato ingiustamente incarcerato per 2 anni . “Mi hanno arrestato perché sono nato qui e loro considerano chiunque sia nato qui se non un terrorista, qualcuno che lo diventerà in futuro. Sentivo di non avere scelta,” racconta Abu, che è entrato in un gruppo armato. O come il giovane Amjad, che a 13 anni aveva scavalcato il muro di separazione per andare a vedere il mare a Giaffa. Per conquistarsi quel diritto è diventato un combattente e poi un martire della causa palestinese. Eppure Jenin è nota anche per la formidabile esperienza del Freedom Theatre, fondato dal figlio di un’attivista israeliana e di un palestinese. La sua sede è stata devastata nel dicembre 2023 durante un’incursione dell’esercito israeliano.

Altrettanto drammatica è la situazione di Hebron. Da decenni alcune centinaia di coloni estremisti religiosi si sono installati nel cuore della città vecchia e nei pressi è stata costruita Kiryat Arba, una delle colonie più violente. Mannocchi ripercorre la storia recente della città, raccontando sia le azioni dei gruppi armati palestinesi che quelle dei fanatici israeliani, seguaci del rabbino razzista e suprematista Meir Kahane e di Baruch Goldstein, autore di una strage di fedeli palestinesi nella moschea di Ibrahim/Tomba dei Patriarchi, definito un santo “che diede la sua vita per il popolo ebraico, la Torah e la nazione di Israele”. Lì la giornalista incontra Yahya, che a causa delle imposizioni dell’esercito non è in grado di accudire adeguatamente il figlio affetto da distrofia muscolare. E Raed, liberato dopo mesi di detenzione amministrativa, senza accuse né processo, che racconta delle violenze subite ad opera delle guardie carcerarie, soprattutto dopo il 7 ottobre. Il padre lamenta di non poter offrire altro che acqua e datteri a parenti e vicini accorsi a riabbracciare Raed, perché il governo israeliano vieta ogni festeggiamento per la liberazione dei prigionieri.

Mannocchi intervista anche i familiari di Rashid, ucciso con una fucilata mentre cercava di difendere Jit il suo villaggio, da un attacco dei coloni.

Tra gli israeliani troviamo Iddo, un 17enne israeliano che si rifiuta di fare il servizio militare e quindi dovrà andare in carcere, militante pacifista che solidarizza attivamente con i palestinesi delle colline a sud di Hebron. Racconta della sua solitudine tra i coetanei che lo considerano un traditore, ma afferma: “La mia più grande paura è andarmene da qui, ho paura di non poter avere un futuro in Israele […] Non me ne vado perché questo è l’unico posto che conosco, l’unico che chiamo casa.” Erella, settantasettenne, aiuta i bambini palestinesi e israeliani a conoscersi, mentre Gili, dopo l’uccisione di un suo amico il 7 ottobre ha superato il desiderio di vendetta ed ha deciso di conoscere i palestinesi. Dice di aver capito che “noi israeliani non vediamo i palestinesi come esseri umani e non diamo loro i diritti che appartengono agli esseri umani”. Per questo aiuta le comunità beduine della Cisgiordania.

Ma la giornalista incontra anche i coloni, come il direttore delle pubbliche relazioni del movimento Im Irtzu, che intende “rivitalizzare” la colonizzazione sionista. Costui afferma: “E’ importante colonizzare questa terra […] perché fa parte del nostro rapporto con Dio.” Nei pressi di Hebron Mannocchi visita la colonia di Otniel, teatro negli anni di alcuni attentati. Uno dei responsabili giustifica i massacri di minori in corso a Gaza in quanto “i loro adulti hanno costruito la loro educazione mettendo odio nei loro cuori, è molto triste ma […] è quello che dobbiamo fare.” E, aggiunge la giornalista, costui “pensa che dopo la guerra, a Gaza, non ci sia altra alternativa se non l’espulsione dei palestinesi dalla striscia e anche dei palestinesi dalla Cisgiordania.” Concetto ribadito da un’altra intervistata, nota come la “regina di Otniel”, che non parla mai di palestinesi perché, ricorda Mannocchi, “come tutti, pensa che la Palestina non esista. Né sia mai esistita. Né mai esisterà.” Infine compare Daniella Weiss, la “madrina dei coloni”, che sta pianificando la costruzione di nuove colonie a Gaza e sostiene che “chi mi definisce estremista […] non capisce che i miei atti e le mie parole sono guidati dalla Torah”.

Se il libro non può pretendere di rappresentare una situazione differenziata ed estremamente frammentata e le interviste non costituiscono certo un campione statisticamente significativo, la forza delle testimonianze dirette di alcuni protagonisti di queste tragiche vicende è sicuramente molto efficace restituisce umanità soprattutto ai palestinesi, che nella nostra informazione vengono usualmente rappresentati come semplici numeri.




Perché bisogna leggere Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic (Lobbing a favore del sionismo su entrambe le sponde dell’Atlantico), il nuovo libro di Ilan Pappe sulla lobby israeliana

Peter Oborne

24 giugno 2024, MiddleEastEye

Nessuno è più qualificato a sfidare l’ortodossia ufficiale che soffoca qualsiasi discussione sull’argomento

Non è stata ancora pubblicata una recensione del nuovo, eccellente e appassionato libro del professor Ilan Pappe sulla lobby sionista. Questo silenzio non è una sorpresa. Anche un breve cenno sulla lobby rischia di scatenare accuse di antisemitismo e può distruggere una carriera.

Il mese scorso Faiza Shaheen è stata scaricata senza una parola come candidata laburista per i seggi londinesi di Chingford e Woodford Green. “Qualcuno si è lamentato per il suo like ad un tweet che si riferiva alla ‘lobby israeliana’ – ampiamente considerato uno stereotipo antisemita”, ha riferito Rachel Cunliffe, redattrice politica associata del New Statesman [rivista politica e culturale progressista britannica, ndt.]

In un’ormai famigerata apparizione a Newsnight [programma della BBC di notizie nazionali e internazionali, ndt.] in seguito alla sua defenestrazione, Shaheen in lacrime si è scusata per aver messo un like al tweet e ha ammesso che si trattasse di uno stereotipo.

Non aveva altra scelta. La Commissione per l’Uguaglianza e i Diritti Umani (EHRC) [ente pubblico britannico responsabile dell’applicazione delle leggi sull’uguaglianza e sulla non discriminazione, ndt.], l’ente regolatore statutario, concorda. Nel 2020 ha citato l’affermazione secondo cui dietro le denunce di antisemitismo ci fosse la “lobby israeliana” come prova di illegale persecuzione antisemita.

Pappe è entrato in un territorio pericoloso. Pochi sono più qualificati di lui a sfidare l’ortodossia ufficiale secondo cui è vietato discutere della lobby israeliana. Nessuno è più agguerrito nella battaglia.

Forse il più eminente dei “nuovi storici” che hanno raccontato la storia della fondazione di Israele, Pappe è stato denunciato alla Knesset dopo la pubblicazione nel 2006 del suo controverso libro La pulizia etnica della Palestina [ed. ital. Fazi 2008]. Il ministro israeliano dell’Istruzione ha invitato l’Università di Haifa a licenziarlo, e uno dei più diffusi giornali israeliani lo ha raffigurato al centro di un bersaglio accanto a cui un editorialista aveva scritto: “Non sto dicendo di uccidere questa persona, ma non mi sorprenderei se qualcuno lo facesse”.

Dopo una serie di minacce di morte, Pappe lasciò Israele e fu fortunato a trovare rifugio all’Università di Exeter. 

Colpire politici e giornalisti

Il famoso editore francese Fayard ha recentemente interrotto la distribuzione di La pulizia etnica della Palestina. Al suo arrivo negli Stati Uniti il mese scorso Pappe, che resta cittadino israeliano, è stato interrogato per due ore dagli agenti federali. Alla fine è stato fatto entrare, ma solo dopo che il contenuto del suo telefono era stato copiato. Questo genere di molestia, ha notato in seguito Pappe, non è nulla in confronto a ciò che i palestinesi affrontano quotidianamente.

Ha scritto un libro che deve essere letto e riletto da chiunque voglia comprendere il contesto internazionale della guerra a Gaza. Il libro descrive come la lobby israeliana abbia preso di mira sia politici che giornalisti.

Due politici britannici hanno perso il posto agli uffici esteri a causa delle pressioni della lobby per le loro simpatie filo-palestinesi: Alan Duncan nel 2016 e Christopher Mayhew nel 1964. Anche George Brown, ex ministro degli Esteri laburista, fu preso di mira negli anni ’60.

La lobby ha perseguitato giornalisti come Jeremy Bowen, costretto a sopportare una lunga indagine della BBC; l’ex corrispondente del Guardian da Gerusalemme Suzanne Goldenberg; l’ex redattore del Guardian Alan Rusbridger e il giornalista televisivo Jonathan Dimbleby. Il governo israeliano si è ripetutamente lamentato con la BBC che la corrispondente estera Orla Guerin fosse “antisemita” e mostrasse di “identificarsi totalmente con gli obiettivi e i metodi dei gruppi terroristici palestinesi”, addirittura collegando i suoi servizi dal Medio Oriente all’aumento dell’antisemitismo in Gran Bretagna – accuse tanto grottesche quanto false.

Altri nomi sono presenti in questa lunga lista.

Negli Stati Uniti è William Fulbright, il più longevo presidente della Commissione per le Relazioni Estere del Senato, il primo e più sconvolgente esempio. La tremenda storia della sua rovina nel 1974 è ben raccontata nel libro: “I soldi della lobby israeliana furono versati nelle casse elettorali del suo rivale, il governatore dell’Arkansas Dale Bumpers… Fino ad oggi la strada verso il Campidoglio è disseminata di candidati, appartenenti all’élite della politica americana, le cui carriere sono state analogamente stroncate”, scrive Pappe.

Il crimine di Fulbright è stato quello di sostenere che “invece di riarmare Israele, potremmo avere subito la pace in Medio Oriente se solo dicessimo a Tel Aviv di ritirarsi dietro i confini del 1967 e garantirli”.

“Niente li può toccare”

Questo spietato trattamento contro singole persone distingue la lobby filo-israeliana da altre lobby sia straniere che corporative. Michael Mates, ex membro del Comitato parlamentare per l’Intelligence e la Sicurezza, una volta mi disse (in una citazione ripresa nel libro di Pappe) che “nel nostro corpo politico la lobby filo-israeliana è la lobby politica più potente. Non c’è niente che li possa toccare”.

Pappe va molto indietro nella storia per tratteggiare le origini della mobilitazione per il ritorno del popolo ebraico in Palestina. La storia inizia due secoli fa con i cristiani evangelici, il che potrebbe spiegare l’utilizzo da parte di Pappe del termine “lobby sionista” piuttosto che del termine standard “lobby filo-israeliana”.

Tanto nel lontano passato come oggi questo tipo di sostegno a Israele è mosso dall’antisemitismo. Nel 1840 lo studioso delle religioni George Bush, un diretto antenato dei due presidenti degli Stati Uniti, invocò la rinascita di uno stato ebraico in Palestina, esprimendo la speranza che al popolo ebraico sarebbero stati offerti “gli stessi incentivi e attrattive per trasferirsi in Siria che ora li incoraggiano a emigrare in questo paese”.

Quei primi sostenitori cristiani di una Palestina ebraica, come i successivi sionisti cristiani, erano ignari della presenza palestinese in quella che vedevano come la Terra Santa. Per loro la Palestina era la stessa dei tempi di Gesù. Nelle parole di Pappe, ” fu in seguito immaginata come parte organica dell’Europa medievale, con la gente vestita di abiti medievali che vagava per una campagna europea”.

In Gran Bretagna Edwin Montagu, uno dei primi ebrei praticanti a partecipare ad un gabinetto britannico, descrisse il sionismo come un “credo politico problematico” – una frase che lo farebbe espellere dal partito laburista di Keir Starmer e mettere alla gogna dai media.

Montagu considerava antisemita la Dichiarazione Balfour e avvertiva che “quando agli ebrei verrà detto che la Palestina è la loro patria ogni paese cercherà immediatamente di sbarazzarsi dei suoi cittadini ebrei e in Palestina ci sarà una popolazione che caccerà i suoi attuali abitanti”.

Salvaguardare la legittimità di Israele

Dopo la fondazione di Israele, il compito principale della lobby è diventato quello di salvaguardare la legittimità dello Stato israeliano. Pappe dimostra che il partito laburista ne è stato un sostenitore più forte e affidabile rispetto ai conservatori, e mette in rilievo il ruolo di Poale Zion [movimento di lavoratori ebrei marxisti-sionisti fondato in varie città della Polonia, dell’Europa e dell’Impero russo all’inizio del XX secolo, ndt.], antecedente all’odierno Movimento Operaio Ebraico [importante parte del Partito Laburista, ndt.], che originariamente cercò di conciliare marxismo e sionismo e convinse i sindacati e i laburisti che Israele era un progetto socialista.

Pappe scrive che Poale Zion divenne “parte di una lobby intesa ad frenare qualsiasi potenziale orientamento anti-israeliano nel Partito laburista in Gran Bretagna e a rafforzare il rapporto tra il Partito laburista e i suoi elettori ebrei filo-israeliani”.

Secondo Pappe l’ex primo ministro Harold Wilson, che guidò il partito laburista dal 1963 al 1976, era “filo-israeliano fino al midollo”. Pappe ipotizza che l’ammirazione di Wilson per Israele, come quella di David Lloyd George nella generazione precedente, fosse il prodotto di un’educazione protestante dissidente. Il politico Roy Jenkins (1920-2003) disse che il libro di Wilson The Chariot of Israel era “uno dei trattati più profondamente sionisti mai scritti da un non ebreo”.

Alec Douglas-Home (1903-1995), ministro degli Esteri nel governo di Edward Heath succeduto all’amministrazione Wilson dopo le elezioni generali del 1970, era più amichevole con i palestinesi. Vecchio aristocratico di Eton, Douglas-Home è oggi liquidato come un inetto vecchio bacucco, un’aberrazione nella Gran Bretagna del dopoguerra.

Oggi le sue opinioni susciterebbero un cenno di approvazione da parte della Palestine Solidarity Campaign [organizzazione di attivisti dal 2004, “la più grande organizzazione europea per i diritti dei palestinesi” (Guardian), ndt.]. Secondo Pappe “fu l’unico ministro degli Esteri britannico a discutere apertamente del diritto al ritorno dei profughi palestinesi espulsi da Israele nel 1948” e, cosa ancora più notevole, “l’unico ministro degli Esteri britannico a sfidare la disonesta mediazione degli americani”.

Subito dopo la guerra del 1967, Douglas-Home insistette, con il sostegno di Heath, che la Gran Bretagna non poteva più ignorare le “aspirazioni politiche degli arabi palestinesi”. Al governo, fece infuriare Israele consentendo all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di aprire un ufficio a Londra.

Pappe afferma che Douglas-Home è stato l’unico politico britannico di alto livello, con l’importante eccezione dell’alcolista George Brown, a interpretare la risoluzione 242 delle Nazioni Unite come richiesta di ritiro incondizionato di Israele entro i confini del 5 giugno 1967. Durante la guerra del 1973, il governo Heath si rifiutò di consegnare armi a Israele – anche se, come nota Pappe, ciò era dovuto principalmente al timore di un embargo petrolifero arabo.

Gli anni di Corbyn

La prospettiva storica di Pappe mette la leadership di Jeremy Corbyn nel Partito Laburista sotto una nuova luce. “Le opinioni di Corbyn sulla Palestina erano praticamente identiche a quelle espresse dalla maggior parte dei diplomatici e politici britannici di alto livello sin dal 1967; come loro sosteneva la soluzione dei due Stati e riconosceva l’Autorità Palestinese”, scrive Pappe. In questo era più tradizionalista della Campagna di Solidarietà con la Palestina, che sosteneva la soluzione di uno Stato unico.

Alla luce di ciò Pappe ragionevolmente si chiede: “Perché la lobby lo ha visto come una minaccia”? E risponde: “Sospettavano, giustamente, che credesse sinceramente in una giusta soluzione a due Stati e che non avrebbe accettato le scuse di Israele per ostacolarla”.

In un passaggio che fa riflettere aggiunge: “Christopher Mayhew, George Brown e Jeremy Corbyn avevano molto in comune. Erano in posizioni di potere che potevano influenzare la politica britannica nei confronti di Israele. Erano tutti totalmente fedeli alla politica ufficiale britannica di sostegno dei due Stati come soluzione del ‘conflitto’. Nessuno di loro negava il diritto di Israele all’esistenza, nessuno di loro ha fatto alcuna osservazione antisemita in tutta la vita e non erano antisemiti in nessun senso della parola”.

Pappe ha parole dure anche nei confronti dell’inchiesta dell’EHRC sull’antisemitismo laburista. “In un mondo più ragionevole, o forse tra molti anni”, scrive, “se alla gente fosse chiesto che cosa un’importante istituzione per i diritti umani indagherebbe in relazione a Israele e Palestina, risponderebbe la violazione dei diritti umani dei palestinesi … [in questo rapporto] non vi era alcuna discussione seria su ciò che costituisce antisemitismo, né veniva fatto alcun tentativo di distinguere tra antisemitismo e antisionismo e critica a Israele”.

In una breve conclusione scritta dopo gli orrori del 7 ottobre Pappe scrive: “Molte persone nel XXI secolo non possono continuare ad accettare un progetto di colonizzazione che richiede un’occupazione militare e delle leggi discriminatorie per sostenersi. C’è un limite in cui la lobby non può più sostenere questa realtà brutale e continuare a essere vista come un’entità morale agli occhi del resto del mondo. Credo e spero che questo limite verrà raggiunto nel corso della nostra vita”.

Questo tempestivo libro di uno dei migliori storici dell’Israele contemporaneo merita di diventare oggetto di un urgente dibattito contemporaneo. Finora è stato ignorato in un ambiente politico e mediatico che, come illustra il recente caso di Faiza Shaheen, ha imposto un sistema di omertà intorno a qualsiasi discussione sulla lobby israeliana.

Lobbing for Zionism on Both Sides of the Atlantic è pubblicato da Oneworld.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Peter Oborne ha vinto il premio per il miglior commento/blog sia nel 2022 che nel 2017 ed è stato nominato Freelance dell’anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. È stato anche nominato editorialista dell’anno dei British Press Awards nel 2013. Si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph nel 2015. Il suo ultimo libro è The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam, pubblicato a maggio da Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti The Triumph of the Political Class, The Rise of Political Lying, Why the West is Wrong about Nuclear Iran e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Contro l’ipocrisia dell’accademia e della politica

Contro l’ipocrisia dell’accademia e della politica

Wind M., Towers of Ivory and Steel. How Israeli Universities Deny Palestinian Freedom [Torre d’avorio e acciaio. Come le università israeliano negano la libertà ai palestinesi], Verso Books, 2024, London/New York, 288 pagine.

Recensione di Amedeo Rossi

 Mentre nelle università statunitensi ed europee si intensificano le proteste contro la collaborazione con le istituzioni accademiche e il complesso militare industriale israeliani, il libro di Maya Wind rappresenta uno strumento fondamentale per denunciare quello che le istituzioni occidentali molto spesso si rifiutano di vedere.

L’autrice, antropologa israeliana che insegna all’università canadese della British Columbia e in precedenza attivista nel suo Paese, in questo lavoro estremamente approfondito smentisce ogni ipocrisia relativa alla neutralità del sapere e del lavoro accademico in Israele. Il libro evidenzia anche quanto sia fuorviante l’opposizione al boicottaggio riguardante il bando MAECI per la collaborazione con le università israeliane nei settori della tecnologia del suolo, dell’acqua e dell’ottica di precisione. Wind dimostra come sia tradizionalmente pervasiva la vicinanza tra istituzioni accademiche, governi e forze di sicurezza israeliane e le università siano parte integrante del progetto di colonizzazione ed espulsione dei palestinesi dalla loro terra. Si tratta di un argomento già trattato in altre ricerche, anche italiane, ma il fatto di essere israeliana ha consentito all’autrice l’accesso ad archivi, documenti e fonti in ebraico che, come evidenzia anche l’abbondanza di note e riferimenti, le consentono un’indagine più diretta. E lo fa con nomi e cognomi degli accademici che partecipano a questa stretta collaborazione.

Il volume si divide in due parti, “Complicità” e “Repressione”, e inizia con un breve saggio della studiosa palestinese Nadia Abu El-Haj e si chiude con un testo dello storico statunitense Robin D. G. Kelley.

Wind chiarisce subito quale sia il suo intento: “Le università israeliane sono complici nella violazione dei diritti dei palestinesi? Questo libro intende rispondere a questa domanda svelando come le università israeliane siano coinvolte nel sistema di oppressione israeliano.”

Questa complicità risale alle origini della colonizzazione sionista. L’Università Ebraica (1918) è stata ideata per essere “un avamposto strategico del movimento sionista e avanzare pretese simboliche e politiche su Gerusalemme”, mentre il Technion (1925) e l’Istituto Weizmann (1934) “sono state fondate per lo sviluppo scientifico e tecnologico” del futuro Stato di Israele, afferma l’autrice, a partire dall’applicazione in ambito militare delle loro competenze.

La sua analisi non inizia dalle facoltà scientifiche legate direttamente al complesso militare-industriale, ma dalle discipline umanistiche, im particolare archeologia, orientalistica, diritto e criminologia. L’archeologia, scrive Wind, “costruisce prove per sostenere le rivendicazioni israeliane sulla terra attraverso la cancellazione della storia araba e musulmana e convalida l’uso israeliano di scavi per espandere le colonie israeliane ed espropriare terra palestinese.” La disciplina ha avuto fin da prima della fondazione dello Stato la funzione di legittimare la rivendicazione su base biblica della Palestina come terra ebraica. Ma l’archeologia viene utilizzata anche come mezzo per cacciare i palestinesi dalla Cisgiordania, e quindi fa pienamente parte del sistema di occupazione. Wind cita il caso degli abitanti di Susiya, nel sud della Cisgiordania, dove esercito e coloni, con l’attiva collaborazione dell’Università Ebraica di Gerusalemme, da anni minacciano di espulsione gli abitanti anche in base al ritrovamento di un’antica sinagoga. L’orientalistica funge da base ideologica per certificare l’inferiorità dei popoli arabi, diffondendo i pregiudizi dell’Occidente. A proposito di nomi e cognomi, un tipico esempio è il professore di etica dell’università di Tel Aviv Asa Kasher, che ha elaborato un’interpretazione delle leggi internazionali e di guerra ad uso e consumo delle politiche israeliane e delle prassi militari che legittimano l’uccisione dei civili palestinesi. Nel 2002 ha fatto parte di un’apposita commissione che ha stabilito il numero di civili che è lecito uccidere nelle esecuzioni “mirate” di militanti palestinesi per salvare la vita di un israeliano. Gli esperti hanno concordato come accettabile una media di 3,14 civili per ogni ipotetica vittima israeliana. Presso l’università di Haifa Kasher ha redatto la “Dottrina etica per combattere il terrorismo”, con i risultati che si sono visti a Gaza, anche prima del 7 ottobre. Ha anche stilato le linee guida per censurare i suoi colleghi dissidenti. Non sono solo gli accademici a contribuire attivamente al sistema di dominazione messo in atto da Israele, ma addirittura gli stessi edifici universitari. Wind cita tre casi: l’Università Ebraica a Gerusalemme, quella di Haifa nel nord e la Ben Gurion nel Negev (Naqab), a sud. Oltre ad essersi impossessata dei libri sequestrati nelle biblioteche della Cisgiordania attraverso un vero e proprio saccheggio, l’Università Ebraica è stata costruita su terreni del villaggio palestinese di Sheikh Badr. Essa svolge un ruolo attivo nel progetto di “ebraizzazione” di Gerusalemme e nelle vessazioni a danno degli abitanti palestinesi di Issawiyeh, che si trova nei pressi del campus. Le altre due università sono impegnate, soprattutto con il lavoro dei demografi, nell’elaborare le modalità di espulsione degli abitanti palestinesi con cittadinanza israeliana e della loro sostituzione con immigrati ebrei. L’università di Haifa ha promosso la legge che consente ai “comitati di accoglienza” di negare la residenza a persone non gradite in comunità che intendano rimanere esclusivamente ebraiche. All’interno di queste università viene comunemente accolto un folto contingente di militari e membri dei servizi di sicurezza, che rappresentano una concreta intimidazione nei confronti degli studenti palestinesi ed ebrei di sinistra. Infine l’autrice cita l’università di Ariel, che si trova nell’omonima colonia, illegale in base alle leggi internazionali, ma con cui alcune istituzioni accademiche italiane, come Firenze e Milano, hanno stretto rapporti di collaborazione annullati solo dopo le proteste degli studenti e delle associazioni filo-palestinesi. Questa università “ha trasformato…la percezione [di Ariel] da parte dell’opinione pubblica israeliana da una colonia illegale e fortemente militarizzata a un sobborgo di Tel Aviv […] L’istituzione conferisce lauree come mezzo per estendere la sovranità israeliana e procedere nell’annessione dei Territori Palestinesi Occupati,” scrive Wind.

Più evidente e nota è la collaborazione delle facoltà scientifiche con l’apparato militare, con l’occupazione e il processo di espulsione dei palestinesi. Questo vale non solo per le ricerche tecnologiche direttamente legate all’industria militare, ma in generale per il mondo universitario israeliano.

Nella seconda parte del libro, a smentita della presunta democraticità del mondo accademico israeliano, Wind evidenzia la metodicità della repressione nei confronti dei docenti, non solo di origine palestinese, ma anche ebrei critici con le politiche del governo, spesso obbligati ad andare a insegnare all’estero, come Ilan Pappé e Neve Gordon. Ma la questione di fondo è che non possono esistere libertà e sviluppo “etico” delle conoscenze in un contesto coloniale. Nel caso del bando MAECI, non ci sono legittimi dubbi solo riguardo al doppio uso civile/militare dell’ottica di precisione, ma anche gli altri due settori coinvolgono direttamente le politiche e le pratiche della dominazione israeliana. Infatti le tecnologie del suolo e dell’acqua rientrano a pieno titolo nelle politiche di dominazione dei palestinesi. E, come ricorda Wind, sia che si tratti di tecnologie belliche che di ricerche ed elaborazioni teoriche, le “scoperte” israeliane hanno un’evidente applicazione pratica e vengono pubblicizzate come prodotti “testate sul campo”, cioè sui palestinesi. Il modello stesso di stretta collaborazione tra accademia, esercito e industrie belliche è stato ormai adottato anche in Italia. Andrebbe invece accolto l’appello di Maya Wind nelle conclusioni: È nostro dovere chiedere di interrompere i rapporti con l’accademia israeliana fino a quando non prenderà parte al processo di decolonizzazione.”

P.S. Dopo la stesura di questa recensione il libro di Maya Wind è stato pubblicato in italiano: Wind M., Torri d’avorio e d’acciaio. Come le università israeliane sostengono l’apartheid del popolo palestinese, Edizioni Alegre, Roma, 2024, € 18.




Dissipare la nebbia della hasbara*

Recensione di Steve France

2 ottobre 2023 – Mondoweiss

Una nuova guida cerca di disinnescare e combattere “ l’israelese”, la rete di ingannevoli cliché e stereotipi che ha profondamente radicato la narrazione sionista nella coscienza degli americani.

 

* sforzi propagandistici per diffondere all’estero informazioni positive sullo Stato di Israele, ndt.]

Prima o poi, forse fra poco, gli americani cominceranno a porre molte più domande su Israele e Palestina. Quando succederà gli attivisti dovranno essere pronti. Specialmente in questo momento di dubbi e divisioni crescenti fra i sostenitori di Israele dobbiamo suscitare un dibattito che li metta di fronte a questa realtà razzista.

Fino a poco tempo fa avrei detto che stavo facendo il possibile per accelerare l’arrivo del giorno in cui questi dibattiti abbondassero. Non mi sembra di aver avuto molto successo nel risvegliare la gente all’importanza e urgenza di pari diritti per i palestinesi. Troppo spesso noto un’espressione distante e inquieta negli occhi di quelli che spero di illuminare. Ho la sensazione che anche altri sostenitori lottino per ampliare il cerchio di chi ha capito oltre al “coro” di quelli già convinti.

Tuttavia ora vedo che il mio approccio manca di efficacia. Invece di tentare di spiegare agli individui la verità come la conosco io, dovrei prima chiedere la loro opinione su Israele e Palestina, e poi ascoltare attentamente, persino con empatia. Invece di insegnare, dovrei fare delle domande indagatrici basate su fatti chiave sul posto e sulla storia per rivelare le inconsistenze inerenti al concetto di Israele quale “Stato ebraico e democratico.”

Potreste chiamare il nuovo approccio “Non dire. Chiedi.” È esposto chiaramente in un volumetto auto-pubblicato nel 2021, intitolato When They Speak Israel: A Guide to Clarity in Conversations about Israel (Quando parlano ‘israelese’: una guida alla chiarezza nel dibattito su Israele) di Alex McDonald, un quacquero, attivista di lunga data, che si batte per pari e pieni diritti per i palestinesi, incluso quello al ritorno per i rifugiati.

McDonald è un texano cresciuto accettando senza farsi domande la narrazione israeliana. Tuttavia, qualche anno fa, ormai adulto, si è imbattuto in un intoppo che l’ha incuriosito: in teoria la “recinzione di sicurezza” israeliana doveva tenere i palestinesi fuori da Israele e lontano dai civili israeliani. Eppure si è espansa profondamente dentro la Cisgiordania, ingoiando moltissimi tratti di terra palestinese, e quindi nella zona israeliana si trovano più palestinesi, non meno. Cercando di far ordine si è imbattuto in ulteriori inconsistenze e, ben presto, è diventato uno sfacciato antisionista critico della complicità USA. 

Il suo ripensamento è profondo, “come in Matrix”, il film di azione/fantascienza del 1999 in cui, ingerendo una “pillola rossa”, si spezza l’incantesimo che inganna la maggior parte dei personaggi e quindi si rivela l’odiosa verità: il loro mondo e le loro stesse vite non sono altro che mere illusioni. Ma McDonald si trova davanti ad un’altra sfida. Mentre cercava di far aprire gli occhi sulla verità su Israele ai suoi amici e familiari, loro gli facevano capire che “volevano porre termine a quelle conversazioni o smettere di leggere le mie email e scritti.” Si è trovato fra le fila degli attivisti solidali con i palestinesi i cui sforzi per informare la gente sono raramente ben accolti.

Il tentativo di capire questa profonda resistenza alle critiche a Israele l’ha portato a identificare un fenomeno che chiama “israelese,” cioè la rete di cliché e stereotipi fuorvianti che ha profondamente radicato la narrazione sionista nelle menti e nei dibattiti degli americani. Come prendere la “pillola blu” in Matrix che fa credere ai personaggi che le loro vite totalmente simulate sono reali, l’israelese illude gli ascoltatori, spesso facendo ricorso al non detto e alle emozioni.

Gli attivisti per i diritti umani per i palestinesi hanno gran familiarità con l’israelese. Il libro di McDonald elenca molti stratagemmi e confutazioni. “Israele non ha forse il diritto all’autodifesa?” (o il “diritto di esistere?”). E anche “La tua opinione è sbilanciata,” “Perché stai prendendo di mira Israele?” “Noi dovremmo sostenere l’unica democrazia del Medio Oriente.” “Quando Israele diede Gaza ai palestinesi essi hanno risposto lanciando razzi contro Israele,” oltre alle accuse e insinuazioni di antisemitismo che fanno sempre capolino.

McDonald risponde all’israelese con un processo in due fasi: primo, mettiti in contatto con gli ascoltatori diventando tu stesso un buon ascoltatore. Trova le convinzioni specifiche e i ragionamenti che stanno alla base del loro sostegno a Israele e della loro sfiducia verso i palestinesi. Questa fase può sembrare quella che Jonathan Kuttab [cofondatore di Nonviolence International e del gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq] ha definito ‘normalizzazione’, quelle conversazioni cioè che “mettono insieme ebrei e arabi in condizioni altamente controllate che apparentemente mirano a promuovere la coesistenza, senza veramente affrontare o mettere in dubbio l’ingiustizia sottostante.” Tuttavia l’approccio di McDonald va ben oltre questo primo passo.

La fase due del processo si fa più complicata. Adesso, l’obiettivo è, con gentilezza ma fermezza, di portare alla luce i fatti che rivelano il razzismo di Israele e chiedere come tali fatti possano conciliarsi con la nozione che Israele è giusto nei confronti dei palestinesi. Continuando il parallelo con Matrix, spiega che alcune particolari pillole blu (fatti, convinzioni e logiche infondati) stanno alla base delle posizioni sioniste del tuo interlocutore e poi offri gli antidoti appropriati, la pillola rossa.

Ecco, per esempio, come neutralizzare, anzi “ribaltare” la seguente frasetta in israelese: “Perché stai prendendo di mira e criticando Israele” (in un mondo pieno di altri governi che violano i diritti umani)?

Primo, assicurati che il tuo interlocutore “sappia che Israele viola i diritti umani,” implicito nella domanda stessa in israelese; (2) chiarisci che tu, in realtà, critichi gli altri violatori; (3) chiedi se loro proteggono dalle critiche altri violatori che non siano Israele e in ultimo, (4) chiedi perché si concentrano su Israele per la protezione. Come sempre devi essere chiaro che tu sei contro tutte le forme di razzismo, incluso il razzismo antiebraico e che non sei “pro-palestinese,” solo “pro-uguaglianza.”

È divertente vedere come McDonald dissolva vecchie battute sioniste con una gragnuola gentile, ma persistente, di confutazioni e contestualizzazioni. In effetti il libro offre una splendida parata di “fregato!”.” Comunque McDonald vuole evitare questo atteggiamento. Non importa quanto gli attivisti siano tentati, ogni presa in giro danneggia le possibilità di uno scambio proficuo. È determinato a intrattenere conversazioni sincere e rispettose con i sionisti e i loro simpatizzanti se anche loro parlano in buona fede. Consiglia i lettori di non perdere tempo con persone “che pur consapevoli del razzismo di Israele, comunque sostengono lo Stato.” Secondo lui lascia fuori molti potenziali interlocutori perché “la maggior parte dei sionisti sono brave persone,” sinceramente contro il razzismo, ma a cui è stato inculcato che sostenere Israele è giustificato, anzi un solenne dovere morale. Devono ancora rendersi conto che Israele ha cominciato e si dedica attivamente al razzismo e alle violazioni dei diritti umani.

McDonald si rende conto che potrebbe volerci del tempo per i sostenitori di Israele per accettare che Israele è razzista fino al midollo. Scrive che potrebbero dover passare attraverso le “cinque fasi del dolore: diniego, rabbia, contrattazione, depressione e infine accettazione,”. I difensori devono mostrare empatia senza tentennare nella loro posizione a favore di uguaglianza e diritti umani.

Il vostro interlocutore potrebbe essere confuso o rendersi conto di essere stato turlupinato” dalle false formule dell’israelese, precisa. “Dategli tempo e spazio. È davanti a una situazione molto difficile: buoni amici danno una cattiva notizia ai loro amici con dolcezza.” Ma continuano a dare la notizia: l’unico modo per una vera pace passa dall’uguaglianza dei diritti per tutti.

McDonald ci spinge a una specie di ri-orientamento “copernicano” per aprire le menti di individui e piccoli gruppi. Ci spinge verso un discorso che si basi sulla persona con cui stiamo parlando e non su noi stessi o sull’informazione che stiamo tentando di impartire, pur se di grande importanza. In un certo senso il punto focale della conversazione non è tanto come è Israele per l’altra persona ed esattamente perché lui o lei non vedono le clamorose diseguaglianze del dominio di Israele sui palestinesi. Così pur “amando” la persona con cui stai parlando devi essere forte abbastanza per combatterla.

Considerando la mia esperienza mi sono reso conto che il mio approccio è spesso stato troppo timido e troppo aggressivo. Ho cercato di dimostrare la mia conoscenza della storia pertinente e delle circostanze presenti. Mi sono concentrato sulle dichiarazioni in astratto delle altre persone, non sulle loro convinzioni errate, ma sincere. Ancora più sconcertante, il mio desiderio che la persona davanti a me avrebbe capito quanto sia razzista Israele verso i palestinesi non è espresso direttamente, ma resta sospeso in aria. Ho presunto che fosse trasmesso implicitamente, ma la connessione da persona a persona che mi avrebbe permesso di esprimerlo direttamente e personalmente manca.

Usare l’approccio di McDonald richiede sforzo. I passi sono semplici ma, come in un balletto, devono essere armoniosi, precisi e seguire la giusta sequenza. Eppure promettono di rendere la difesa meno stressante e frustrante. Una delle intuizioni più innovative di McDonald è che “Noi [critici di Israele] non dobbiamo portare delle prove alla nostra storia. Dobbiamo solo chiedere di spiegarci la loro” nel quadro di fatti noti e innegabili come, fra gli altri: il linguaggio decisamente razzista della Legge Fondamentale dello Stato-Nazione di Israele, il muro di separazione brutalmente invadente, il sostegno governativo ai coloni in Cisgiordania e l’impunità per la loro violenza contro i palestinesi, la sistematica detenzione in Israele dei minori secondo il diritto militare.

Il metodo di McDonald libera anche i difensori dalla necessità di conseguire una conoscenza enciclopedica sulla Palestina. Infatti egli ci mette in guardia dal farci coinvolgere in domande confuse su fatti che richiederebbero tempo prezioso e sono impossibili da risolvere. Attenetevi ai fatti più importanti. “La maggior parte delle persone a cui parlate di Israele sapranno che offre un trattamento preferenziale agli ebrei e discrimina contro i non ebrei, specialmente contro i palestinesi,” dice. “L’esempio più facile da sottolineare è la cittadinanza. Solo gli ebrei hanno il diritto alla cittadinanza entro 48 ore dall’arrivo in Israele.”

Sulla differenza che ha sperimentato usando il suo nuovo approccio dice: “La grande differenza è che, da quando ho interiorizzato il fatto che io sono a favore dell’uguaglianza per tutti e contro le discriminazioni contro chiunque, non sono più sulla difensiva sulle accuse di antisemitismo. Se si solleva il tema chiedo come sia possibile che sostenere l’uguaglianza per tutti possa discriminare qualcuno.”

Il gran sollievo che adesso prova è la chiave: “Il mio obiettivo è metterti più a tuo agio durante queste conversazioni,” conclude, “e sottolineare… i difetti logici nei messaggi che spesso potresti ascoltare sulla situazione Israele-Palestina.”

WHEN THEY SPEAK ISRAEL
A Guide to Clarity in Conversations About Israel
Alex McDonald
156 pp. Great Tree Publishing, $12.95

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Politica dell’inganno: messa a nudo la slealtà della Gran Bretagna verso la Palestina

Peter Oborne

25 agosto 2023 – MiddleEastEye

Con lucida analisi e una meticolosa ricerca, il nuovo libro dello storico Peter Shambrook dimostra come la Gran Bretagna abbia mentito fin dall’inizio sulle sue intenzioni riguardo alla Palestina

Ad aprile le forze di sicurezza israeliane hanno brutalmente aggredito i fedeli palestinesi all’interno della moschea di Al-Aqsa, nella Gerusalemme est occupata.

All’indomani dell’attacco James Cleverly, ministro degli Esteri britannico, ha invitato “tutte le parti a rispettare gli accordi storici sullo status quo dei luoghi santi di Gerusalemme e a cessare ogni azione provocatoria”.

Cleverly dovrebbe sapere che ad Al-Aqsa c’è stato un solo aggressore: Israele. Avrebbe anche dovuto sapere che l’accordo sullo status quo attribuisce la responsabilità della sicurezza interna ad Al-Aqsa al re di Giordania Abdullah II.

E che l’accordo sullo status quo non attribuisce alcun ruolo alle forze israeliane all’interno del complesso di Al-Aqsa. Eppure Cleverly ha proceduto a fare allegramente la sua menzognera dichiarazione.

Lo splendido nuovo libro dello storico del Medio Oriente Peter Shambrook colloca la disinvolta malafede di Cleverly nel suo tragico contesto storico.

In Policy of Deceit. Britain and Palestine 1914-1939 [Politica dell’inganno. La Gran Bretagna e la Palestina 1914-1939] Shambrook dimostra che il resoconto cinicamente fuorviante di Cleverly sugli eventi all’interno di Al-Aqsa – così come innumerevoli altre dichiarazioni false e sbilanciate da parte di funzionari britannici – fa parte di uno schema di disonestà britannica sulla Palestina che risale a più di un secolo fa.

In una trattazione di ammirevole lucidità di pensiero e meticolosa erudizione Shambrook dimostra come la Gran Bretagna abbia mentito fin dall’inizio sulle sue intenzioni riguardo alla Palestina.

La Gran Bretagna e gli Ottomani

Al centro della sua persuasiva indagine c’è l’accordo concluso tra l’impero britannico e lo sharif della Mecca dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

La Gran Bretagna era allora la più grande potenza del mondo, ma cominciò a temere di perdere i “possedimenti” all’estero quando gli Ottomani si schierarono con la Germania.

La situazione si fece critica quando, contro ogni previsione, l’impero ottomano respinse l’invasione britannica della Turchia nel 1915.

A seguito di questo disastro gli inglesi conclusero di non avere altra scelta se non quella di stringere un accordo con Hussein Ibn Ali, sharif della Mecca, membro della famiglia hashemita il cui lignaggio risale per 41 generazioni fino al profeta Maometto – la principale autorità religiosa per i santuari dell’Islam.

L’accordo era semplice: lo sharif avrebbe guidato una rivolta araba contro gli ottomani. In cambio, la Gran Bretagna promise di concedere un vasto Stato arabo dopo la sconfitta degli ottomani.

Cosa sia accaduto è un case study sulla perfidia britannica. Nel 1920 il Ministero degli Esteri inventò un “Vilayet [provincia in turco, ndt.] di Damasco” ottomano il cui confine si estendeva per quasi 500 km. a sud fino al Golfo di Aqaba. Nessuna provincia del genere era mai esistita.

I distretti amministrativi ottomani erano geograficamente molto precisi. La provincia compresa nel fittizio Vilayet inventato dalla Gran Bretagna era in realtà chiamato – come qualsiasi rapida occhiata a una mappa ottomana avrebbe potuto stabilire – il Vilayet della Siria.

Sir Henry McMahon, alto commissario in Egitto, fu incaricato di iniziare un contatto epistolare con lo sharif.

Nel suo illuminante testo Shambrook racconta la storia della corrispondenza tra lo sharif e McMahon. Ciò significa entrare in un campo minato, perché lo Stato britannico non ha mai ammesso che la Palestina fosse inclusa nell’area promessa allo sharif.

La posizione britannica è stata sostenuta da studiosi seri. Il prof. Isaiah Friedman, in Palestine: A Twice-Promised Land? [Palestina: una terra promessa due volte?] (pubblicato 23 anni fa), supportò la posizione del governo britannico. Lo stesso vale per In the Anglo-Arab Labyrinth [Nel labirinto anglo-arabo] (1976) di Elie Kedourie.

Grazie a ricerche su documenti privati e registri pubblici, Shambrook confuta sia le conclusioni di Kedourie che quelle di Friedman, smantellando nel contempo la versione ufficiale degli eventi e dimostrando che il governo britannico aveva effettivamente promesso la Palestina allo sharif.

Per di più dimostra che gli inglesi hanno mentito in merito fin dall’inizio. Nella lunga lista di decisori britannici che hanno fatto affermazioni fuorvianti figurano David Lloyd George, Arthur Balfour, George Curzon, Winston Churchill e numerosi funzionari del Ministero degli Esteri.

Cinicamente sfruttata

Al centro dell’inganno britannico c’era, nelle lettere inviate da McMahon allo sharif, l’interpretazione intenzionalmente errata della parola “distretti”, resa dalla parola araba wilayat.

Una parola molto simile – vilayet – era usata dagli amministratori turchi. Aveva un significato leggermente diverso. Questa differenza venne cinicamente sfruttata dal Ministero degli Esteri per escludere tutta la Palestina dall’area assegnata allo sharif.

Questo punto essenziale era ben noto non solo agli Ottomani, ma a tutte le grandi potenze, ed era chiaro come il sole sulla mappa dettagliata utilizzata dai generali britannici presso il Ministero della Guerra a Londra durante la loro pianificazione strategica per sconfiggere gli Ottomani.

Shambrook stabilisce inoltre che McMahon non stava commettendo un errore innocente usando il termine wilayat nella sua corrispondenza. L’alto commissario per l’Egitto sapeva perfettamente cosa significava quella parola in arabo e cosa significava vilayet in turco. Possiamo esserne certi perché in altre parti della corrispondenza egli usò accanto a wilayat anche il termine vilayet nel senso corretto.

Se McMahon avesse specificato nella sua lettera che riservava [alla Gran Bretagna] l’intera regione a ovest del Vilayet della Siria, allora tutta la Palestina sarebbe stata esclusa dall’accordo concluso con lo sharif.

Ma non lo fece.

Promessa infranta

Significativamente McMahon espose queste circostanze in una lettera esplicativa spedita due giorni dopo al Ministero degli Esteri. In cui diceva ai suoi padroni a Londra di avere escluso dalla sua offerta allo sharif le coste settentrionali della Siria (l’attuale Libano), che in nessun caso possono includere la regione della Palestina.

Shambrook prosegue dimostrando che questa era la prospettiva accettata dai decisori militari e diplomatici britannici fino al 1920. Fu solo allora che il Ministero degli Esteri inventò il Vilayet di Damasco. Anche in questa fase il Ministero degli Esteri dichiarò che non vi erano ambiguità nella corrispondenza di McMahon per quanto riguardava la Palestina. Ma aveva bisogno di adattarsi alla nuova realtà politica, con il governo di Lloyd George determinato a realizzare una nuova macchinazione politica a favore dei sionisti in Palestina.

Nei successivi 20 anni il governo britannico – in 24 diverse occasioni! – rifiutò di rendere pubblica la corrispondenza tra lo sharif e McMahon a fronte delle richieste non solo arabe.

Il motivo, come risulta dagli atti, è semplice. I funzionari sapevano che sarebbe stato impossibile difendere in parlamento la promessa non mantenuta sulla Palestina allo sharif.

Questo rifiuto, come mostra Shambrook, inasprì le relazioni anglo-arabe per tutto il periodo tra le due guerre. Shambrook dimostra anche come l’unica ragione per cui gli inglesi alla fine nel 1939 pubblicarono la corrispondenza fu quella di tenersi buono il mondo arabo mentre si profilava un’altra guerra mondiale.

Non c’è da stupirsi che il grande storico Arnold Toynbee, funzionario del Ministero degli Esteri durante la Prima Guerra Mondiale, abbia scritto in seguito che “la Palestina non era esclusa dall’area in cui il governo britannico aveva promesso nel 1915 di riconoscere e sostenere l’indipendenza araba, e che la Dichiarazione Balfour del 1917 era quindi incompatibile con un impegno precedente”.

Toynbee aggiunse che questo inganno “è forse il peggior crimine di cui un diplomatico professionista possa macchiarsi, poiché compromette la reputazione di onestà del Paese”.

Ferite infette

Il libro di Shambrook rappresenta un’importante acquisizione storica. Risolve il mistero dell’accordo tra lo sharif e McMahon. Ribalta la secolare narrazione britannica secondo cui la Palestina era esclusa dall’accordo con lo sharif. Scarta anche l’idea promossa da studiosi come Albert Hourani o Martin Gilbert secondo cui la verità dell’accordo fosse misteriosa o inafferrabile.

Oltre a ciò dimostra che la corrispondenza tra lo sharif e McMahon avrebbe potuto avere un peso legale maggiore della famosa promessa fatta due anni dopo alla comunità ebraica internazionale sotto forma della Dichiarazione Balfour, che era una dichiarazione di intenti e non (perlomeno ufficialmente) un accordo tra due parti.

Oggi dovremmo ricordare che lo sharif mantenne la sua parte nell’accordo, guidando una rivolta contro il dominio ottomano nell’Hijaz [parte nord-occidentale della Penisola arabica, ndt.].

Gli inglesi no.

Da allora il popolo palestinese è stato costretto a subirne le conseguenze.

Shambrook conclude il suo libro con un appello alla Gran Bretagna affinché riconosca di non aver mantenuto la sua promessa.

Ovunque per curare le ferite della storia sono necessari il riconoscimento degli errori e la volontà di tutte le parti coinvolte di assumersi la responsabilità delle politiche perseguite,” scrive.

In Medio Oriente, dove da tanto tempo tali ferite si sono aggravate, il riconoscimento da parte del governo britannico, anche se in ritardo, della verità riguardo alla promessa fatta in precedenza allo sharif della Mecca nel 1915 sarebbe sicuramente benvenuto”.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Peter Oborne ha vinto il premio per il miglior blog di commenti sia nel 2022 che nel 2017 ed è anche stato nominato Libero Professionista dell’Anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli che ha scritto per Middle East Eye. È stato anche nominato Editorialista dell’Anno dei British Press Awards nel 2013. Si è dimesso da capo editorialista politico del Daily Telegraph nel 2015. Il suo ultimo libro è The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam [Il destino di Abramo: perché l’Occidente si sbaglia sull’Islam], pubblicato a maggio da Simon & Schuster. Fra i suoi libri precedenti The Triumph of the Political Class [Il trionfo della classe politica], The Rise of Political Lying [L’ascesa della menzogna politica], Why the West is Wrong about Nuclear Iran [Perché l’Occidente ha torto sul nucleare iraniano] e The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism [L’assalto alla verità: Boris Johnson, Donald Trump e l’emergere di una nuova barbarie morale].

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)