“Queste catene saranno spezzate”: il libro di Ramzy Baroud sui prigionieri palestinesi – Recensione del libro

Michael Lescher

10 febbraio 2020 – Palestine Chronicle

(These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons [Queste catene verranno spezzate: storie palestinesi di lotta e resistenza nelle carceri israeliane], di Ramzy Baroud, Clarity Press, Inc., 2020)

Fyodor Dostoevsky ha scritto che “il grado di civiltà in una società può essere giudicato visitando le sue prigioni” – un’osservazione in nessun luogo più tristemente vera che in una società la cui stessa esistenza comporti il confinamento di un altro popolo. Il nuovo libro di Ramzy Baroud, “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons”, illustra con una straziante immediatezza il motivo per cui la Palestina contemporanea si riveli nel modo più chiaro all’interno delle prigioni che Israele ha costruito per coloro che resistono alla sua occupazione della loro terra. Viste attraverso il libro di Baroud, queste gabbie raccontano una doppia storia: da un lato, lo squallore di una società eretta sulle fondamenta di un’espropriazione; dall’altro, l’aspra determinazione dei palestinesi che, contro ogni previsione, si rifiutano di essere cancellati dalla storia.

“These Chains Will Be Broken” è una raccolta di testimonianze di prima mano che descrivono le esperienze dei detenuti palestinesi, prese o dai prigionieri stessi o da altri che li conoscono da vicino. (La storia di Faris Baroud, argomento del capitolo finale del libro e di un lontano parente dell’autore, è raccolta dagli scritti di sua madre Ria, morta nel 2017; suo figlio è morto quasi due anni dopo, ancora dietro le sbarre.)

Baroud, giornalista, studioso e consulente nel settore dei media, ha dedicato diversi precedenti libri alla lotta palestinese vista dal punto di vista degli stessi palestinesi. In “These Chains Will Be Broken”, fa un ulteriore passo avanti, tenendo sospesa la propria voce narrante in modo che i detenuti possano raccontare la propria storia a modo loro, trasportando così il lettore direttamente nella loro esperienza. Il risultato è un toccante e profondamente inquietante promemoria su come, in fondo, la storia della Palestina sia un costante ripetersi di prigionia e resistenza.

“La prigionia”, scrive Khalida Jarrar (lei stessa una dei protagonisti del libro) con una premessa illuminante, “rappresenta una posizione morale che deve essere presa ogni giorno e non può mai essere lasciata alle proprie spalle”. Che sia un avvertimento: il lettore di “These Chains Will Be Broken” è ripetutamente costretto ad assumere tale posizione morale mentre, capitolo dopo capitolo, i prigionieri palestinesi mettono a nudo le loro privazioni, le loro speranze, le loro delusioni e la loro determinazione a resistere.

Perfino quelli che hanno familiarità con le realtà della lotta possono trovarsi impreparati alle sue asprezze se le percepiscono, come accade a questi palestinesi, dietro le mura della prigione piuttosto che sepolte dentro la rete della propaganda israeliana. In un articolo denigratorio pubblicato (ahimè) dalla prestigiosa Yale University Press nel 2006, il portavoce della WINEP [organizzazione di esperti americana con sede a Washington DC che si occupa della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, ndtr.] Matthew Levitt ha liquidato con poche parole Majdi Hamad definendolo “un terrorista di Hamas condannato all’ergastolo per aver ucciso a Gaza dei compagni palestinesi, presumibilmente sospetti informatori.” Ma quando Hamad compare per la prima volta nel libro di Baroud attraverso gli occhi del compagno prigioniero Mohammad al-Deirawi, dà un’impressione molto diversa: “Veniva trascinato nella sua cella nel carcere sotterraneo di Nafha da un buon numero di guardie armate. Lo picchiavano e lo prendevano a calci dappertutto e, nonostante le sue catene, reagiva come il leone che era. Il suo volto era coperto di sangue. “(Apprendiamo dal libro che questo “leone” è anche “dolce e gentile con i suoi compagni”.)

Allo stesso modo i lettori occidentali possono essere sorpresi della dignità dello stesso al-Deirawi, a cui, dopo aver ricevuto una condanna a 30 anni in un tribunale militare israeliano, viene chiesto dal giudice non se abbia qualcosa da dire ma se sia disposto a “chiedere scusa”.

“Non ho nulla di cui scusarmi”, così al-Deirawi riferisce di aver risposto al giudice. “Non mi scuserò mai per aver resistito all’occupazione, per aver difeso il mio popolo, per aver lottato per i miei diritti rubati. Ma dovete scusarvi voi, e devono scusarsi coloro che demoliscono le case mentre i loro proprietari sono ancora dentro. Coloro che uccidono i bambini, che occupano la terra e commettono crimini contro persone disarmate e innocenti, sono loro che devono scusarsi.” “La mia risposta non gli è piaciuta”, aggiunge al-Deirawi, in uno dei rari momenti di ironia del libro.

I racconti nella raccolta di Baroud contengono descrizioni inevitabili di torture e maltrattamenti, ma alcuni dei dettagli più sconvolgenti riguardano atti di sadismo del tutto gratuito. Una guardia si offre di portare una tazza di tè a un prigioniero e poi versa acqua bollente sulla sua mano tesa. Una caviglia ridotta in frantumi viene “trattata” con un impacco di ghiaccio. Ad un minore incarcerato viene falsamente detto, la notte prima della sua liberazione, che sta per essere condannato all’ergastolo. Una donna tenuta in isolamento è costretta ad osservare un gatto con cui ha stretto amicizia mentre muore insieme ai suoi cuccioli dopo che sono stati avvelenati dalle guardie.

Per di più, i racconti dei prigionieri confermano che queste non sono azioni isolate; nascono dalla logica di un sistema progettato per disumanizzare le sue vittime e anche per intimidirle. Prigioniero dopo prigioniero, per esempio, offrono una descrizione orribile della “bosta” – il veicolo speciale usato per trasportare i palestinesi dalla prigione al tribunale militare e viceversa. La stravagante crudeltà di questa prigione su ruote non ha uno scopo dal punto di vista giudiziario; evidentemente per i loro carcerieri tenere i palestinesi rinchiusi in posizioni anguste, ammanettati e incatenati, dentro minuscole gabbie di metallo surriscaldate per 8-12 ore ogni volta, è fine a se stesso.

Ma tutto questo è solo una parte della storia raccontata nella raccolta di Baroud. Ci sono momenti notevoli di bellezza e coraggio. Un prigioniero separato dalla sua giovane figlia per decenni descrive la felicità provata nel sentire che sua figlia, frequentando la prima elementare, ha appreso la vera ragione della sua prigionia. Sottoposti a continui tormenti, alcuni prigionieri riescono a conseguire il diploma di scuola superiore. Una donna detenuta insulta “un omone” che le guardie hanno fatto entrare nella sua cella: “Se vuoi violentarmi, vai avanti; hai violentato la mia terra e la mia gente, quindi vai avanti e violentami.” La sua sfida mette fine alle minacce sessuali anche se le guardie hanno continuato a torturarla, dice, con sigarette e scosse elettriche sul seno.

Un altro prigioniero dedica quasi tutto il suo tempo allo studio delle lingue, traducendo libri e articoli su una vasta gamma di argomenti politici – un compito che persegue con immutato zelo anche dopo che il suo intero negozio di 4.000 articoli è stato confiscato (senza spiegazione) dalle guardie israeliane con un’incursione. Ancora, un altro prigioniero descrive come lui e i suoi compagni hanno perseverato nello sciopero della fame, nonostante le aggressioni e l’alimentazione forzata, fino a quando le loro richieste sono state finalmente soddisfatte.

La decisione di Baroud di non suddividere i suoi protagonisti in base alla natura dell’azione di resistenza per la quale sono stati imprigionati, violenta o non violenta, messa in atto all’interno di Israele o nei Territori Palestinesi Occupati, metterà a disagio alcuni lettori. Ciò è chiaramente intenzionale. Nella sua introduzione, Baroud insiste sul fatto che “sarebbe assolutamente ingiusto ingabbiare i prigionieri palestinesi in comode categorie di vittime o terroristi, in quanto le classificazioni rendono un’intera Nazione sia vittima che terrorista, un concetto che non riflette la vera natura della pluridecennale lotta palestinese contro il colonialismo, l’occupazione militare e il radicato apartheid israeliano”.

La spietata forma in prima persona di queste narrazioni conferma l’intuizione di Baroud. In mezzo alle ineludibili abiezioni e ai diritti violati della reclusione prolungata, le convinzioni politiche sono destinate a essere vissute in termini di passione condivisa, non di dettagli. Questo libro sostiene che chiunque ricerchi dei parametri diversi per comprendere la Palestina e le prassi dei suoi difensori deve prima distruggere le gabbie che pongono dei confini all’agire dei palestinesi. Fintanto che l’occupazione israeliana renderà la Palestina una vasta prigione, la resistenza sarà in ogni caso l’unico criterio in base al quale una vita palestinese possa essere valutata.

E i prigionieri qui rappresentati ne sono ben consapevoli. Come la poetessa (ed ex prigioniera) Dareen Tatour esclama alla fine del suo capitolo in “These Chains Will Be Broken”:

Lo spirito non si inchinerà,

la sua tenacia non morirà…

Per lune che sorgeranno nei nostri cieli

Dobbiamo vivere in questa oscurità.

Michael Lesher, scrittore e avvocato, ha pubblicato numerosi articoli che trattano di abusi sessuali su minori e altri argomenti, incluso il conflitto Israele-Palestina. È autore del recente libro Sexual Abuse, Shonda and Concealment in Orthodox Jewish Communities (McFarland & Co., Inc.) [Abuso sessuale, vergogna e copertura nelle comunità ebree ortodosse, ndtr.], incentrato sulla copertura di casi di abuso tra ebrei ortodossi. Vive a Passaic, nel New Jersey.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Recensione di Stone Men – the Palestinians who built Israel [Uomini di pietra: i palestinesi che hanno costruito Israele] di Andrew Ross (Verso, 2019)

Ben Ehrenreich

mercoledì 1 maggio 2019 – The Guardian

Un segreto di cui nessuno vuole parlare: come le colonie in Cisgiordania vengono costruite da palestinesi espulsi dalla loro terra.

Non lontano dall’orrendo posto di controllo di Qalandia – la principale porta d’entrata attraverso la quale l’esercito israeliano controlla il passaggio di esseri umani tra Ramallah e Gerusalemme – c’è un piccolo laboratorio all’aperto di tagliatori di pietre, uno delle centinaia sparsi in tutta la Cisgiordania. Qualunque cosa accada al checkpoint, in genere si può vedere almeno un lavoratore nel cortile dove vengono tagliate le pietre, con il volto, i capelli e i vestiti incrostati della stessa polvere bianca che copre l’alto muro di cemento e la torre di guardia, dove si mescola con il fumo e il carbone neri dei pneumatici bruciati e delle bottiglie molotov che i giovani del posto, in giornate particolarmente brutte, lanciano contro il posto di controllo e le barriere che li rinchiudono.

Quando chi va a visitare la regione scrive di pietre, tende a concentrarsi su quelle che i giovani palestinesi lanciano contro soldati armati e blindati. E sui molto più letali proiettili che i soldati gli sparano contro. È facile perdersi in quel parapiglia. Andrew Ross non è né distratto né affascinato da tali scene emblematiche. È più interessato al tagliatore di pietre che in genere rimane fuori dall’inquadratura. Attraverso lui ed altri come lui, Ross esamina le strutture non visibili dell’espropriazione e dello sfruttamento che stanno alla base dell’occupazione altrettanto concretamente quanto tutti quei muri e fucili.

Stone Men” può essere asciutto, persino aspro, ma fornisce in modo coerente la comprensione dei rapporti travagliati e inquietanti tra israeliani e palestinesi che è difficile trovare altrove. Questa è soprattutto una storia di lavoro. La Palestina si trova su riserve di pietra calcarea di alta qualità valutate 20 miliardi di dollari [18 miliardi di euro], e in Cisgiordania l’attività economica per estrarla, tagliarla e lavorarla fornisce più lavoro nel settore privato di qualunque altra industria. Dato che sia i palestinesi che gli israeliani attribuiscono un’importanza mitica alla terra, concentrarsi sulla pietra che da essa viene estratta – e sulle relazioni di potere in gioco quando viene trasformata in case da entrambi i lati della Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania, ndtr.] – consente a Ross di demistificare il conflitto mettendo al contempo in evidenza le basi profondamente inique su cui è stato costruito Israele. Il fatto che la maggior parte di quel Paese, le colonie in Cisgiordania e persino la stessa barriera di sicurezza [il Muro di Separazione, ndtr.] è stato costruito da palestinesi, e con materiali estratti dalla stessa ossatura della terra che hanno perduto è un segreto di cui nessuno vuole parlare.

Ross inizia dai primi anni del Mandato britannico, con la spinta sionista – attraverso il boicottaggio, i soprusi e la violenza – per creare un’economia autosufficiente libera dal “lavoro arabo”. Questa strategia avrebbe modellato persino l’architettura. Le cave erano di proprietà di palestinesi, e gli immigrati ebrei appena arrivati dall’Europa non erano esperti nella lavorazione della pietra locale. La maggior parte di Tel Aviv venne costruita in cemento e blocchi di silicato, che permisero ai costruttori ebrei di evitare di dipendere dai lavoratori palestinesi. Questi materiali avrebbero anche consentito loro di costruire una città modernista nuova di zecca, diversa – e segregata – dalla sua antica vicina, la palestinese Jaffa, che era stata costruita con pietra erosa. Nel 1948 Jaffa sarebbe stata svuotata del 97% della sua popolazione araba. Interi quartieri vennero in seguito distrutti con i bolldozer.

Il famoso centro di Tel Aviv in stile Bauhaus sarebbe in seguito stato chiamato la “Città Bianca” – il nome si riferiva al colore dei mattoni di silicato e del cemento stuccato con cui era stata costruita. Nei decenni seguenti la fondazione di Israele il lavoro arabo avrebbe cessato di essere visto come una minaccia per l’autonomia ebraica. Molte migliaia di case dovevano essere costruite sul territorio appena conquistato. I suoi precedenti abitanti sarebbero stati impiegati, con salari a buon mercato, per costruire il nuovo Stato. Ingabbiati da restrizioni negli spostamenti ed esclusi dalla maggior parte delle altre occupazioni, avevano poche alternative:

I palestinesi in Israele vennero sottoposti alla legge marziale fino al 1966. Condizioni simili avrebbero creato una classe di lavoratori da sfruttare nelle terre occupate prima della guerra del 1967. Da allora il calcare – denominato “pietra di Gerusalemme”, benché la maggior parte di essa venga estratta dalle colline della Cisgiordania – sarebbe diventato il materiale predominante utilizzato per costruire le comunità israeliane, con una funzione sia ideologica che pratica, trasmettendo un’immagine di omogeneità e di antichi legami con la terra.”

Ross non risparmia l’élite palestinese. Include un capitolo tra i più completi e approfonditi che abbia letto sull’area residenziale di Rawabi, nella zona di Ramallah. Messa in vendita per i ricchi professionisti palestinesi, Rawabi è stata costruita in collaborazione con impresari israeliani su terreni confiscati a contadini del posto dall’Autorità Nazionale Palestinese. Il discorso di Ross gli consente di tracciare la rete di complicità che ha consentito a un piccolo gruppo di ricchi palestinesi di approfittare della spoliazione dei loro compatrioti.

Le parti più tristi di “Stone Men” – e quelle in cui avrei voluto che si fosse soffermato di più e avesse consentito ai suoi interlocutori di apparire con maggiori sfumature e dettagli – si basa sulle sue interviste a lavoratori palestinesi. Uno di loro costruisce case in una colonia edificata su terreni sottratti al villaggio in cui vive. È stato in grado di sopportare le provocazioni razziste dei coloni, dice a Ross, ma quando un colono ha cercato di assumerlo per costruire una casa su un terreno di proprietà della sua stessa famiglia per lui è stato troppo. “Non l’ho potuto fare,” dice. Un’altra delle fonti di Ross, che egli identifica solo come Samir, aveva lavorato per anni in cantieri in Israele, risparmiando per costruirsi una casa, solo per vederla demolire dai soldati israeliani che hanno spianato la strada per il percorso della barriera di sicurezza. In seguito, incapace di trovare un altro impiego, ha accettato un lavoro per la costruzione della barriera. Amici d’infanzia gli hanno tirato pietre mentre stava lavorando.

Storie come questa e gli altri racconti di umiliazione e resistenza che Ross narra valgono più di intere biblioteche di discussioni astratte. Eppure, egli propone ripetutamente la tesi secondo cui, in ogni futuro accordo per uno “status finale”, il lavoro che i palestinesi hanno fatto per costruire Israele debba essere preso in considerazione, “in quanto i palestinesi si sono meritati diritti civili e politici attraverso il loro lavoro complessivo.” È un’argomentazione infelice, che segue una logica che Ross riconosce essere stata utilizzata frequentemente da “colonialisti d’insediamento…per giustificare l’espropriazione di terre dei popoli indigeni,” secondo cui il diritto sulla terra si conquista solo con il suo “miglioramento”. Condizionato dalla negazione della validità di ogni presenza palestinese nella regione prima del sionismo, ciò ripete la cancellazione storica che Ross, in tutti tranne che in pochi punti del suo libro, documenta con notevole competenza ed impegno.

– The Way to the Spring: Life and Death in Palestine [La via verso la sorgente: vita e morte in Palestina] di Ben Ehrenreich è pubblicato da Granta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il centrismo degli imbecilli

Recensione di Hannah Gurman

4 novembre 2019 – Mondoweiss

del libro How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo]

di Bari Weiss

224 pp.,Crown, $20.00

Nel 1971 il New York Times pubblicò un articolo sull’antisemitismo intitolato “Il socialismo degli imbecilli”. Scritto da Seymour Lipset, un eminente studioso di sociologia politica, sollecitava attenzione nei confronti dello spostamento del fenomeno. “A differenza della situazione precedente il 1945, quando le politiche antiebraiche erano ampiamente identificate con elementi di destra,” osservava Lipset,” l’attuale ondata è legata a governi, partiti e gruppi che vengono per convenzione descritti come di sinistra.” Prendendo in considerazione solo l’antisemitismo all’interno dei movimenti del nazionalismo nero e della nuova sinistra, l’articolo sosteneva che le critiche di sinistra contro Israele e il sionismo erano contagiate da luoghi comuni antisemiti e che la sinistra negli Stati Uniti e in Europa stava inconsapevolmente ripetendo la propaganda sovietica.

Lipset non era il primo ad affermare che la sinistra avesse un problema con l’antisemitismo. La frase “socialismo degli imbecilli” è attribuita ad August Bebel, un dirigente del movimento socialista tedesco alla fine del Diciannovesimo secolo. Questa critica interna tuttavia confermava la prevalente associazione tra antisemitismo ed estrema destra, che l’avvento del nazismo e gli orrori dell’Olocausto avevano reso innegabile. Tuttavia negli anni ’60 riemersero preoccupazioni riguardanti l’antisemitismo della sinistra. Questa volta gli allarmi vennero da intellettuali ebrei americani che legavano la propria analisi dell’antisemitismo a un più complessivo discorso su uno spostamento a destra nell’orientamento politico degli ebrei americani.

Molti di questi personaggi giocarono un ruolo influente nel movimento neoconservatore che emerse in opposizione con l’estremismo percepito della sinistra. Tra gli anni ’60 e ’80 importanti neoconservatori misero in relazione il loro appello a favore di uno spostamento a destra nella politica americana con problemi legati alla sopravvivenza degli ebrei. Nel 1984 Irving Kristol [giornalista noto come il “padrino del neoconservatorismo”, ndtr.] sostenne che la sinistra avesse sostanzialmente abbandonato gli ebrei. “Mentre gli ebrei bianchi americani hanno per la maggior parte conservato la propria lealtà alla politica del progressismo americano,” scrisse, “questa politica si è cortesemente e inesorabilmente allontanata da loro.” In un’intervista sul suo libro del 1984 sull’antisemitismo della sinistra, Nathan Perlmutter [dirigente del gruppo lobbystico filoisraeliano “Antidefamation League, ndtr.] sostenne che la critica della sinistra alla politica estera USA in Medio Oriente era un problema più grave del suprematismo bianco di destra. “Sono più preoccupato dell’isolazionismo che potrebbe danneggiare il maggior alleato dell’America in Medio Oriente,” affermò, “di quanto lo sia di qualche uomo del Ku Klux Klan in un pascolo per mucche nel Missouri centrale.”

Oggi una nuova generazione di intellettuali ebrei americani sta sollecitando l’attenzione sulla crescita dell’antisemitismo a sinistra. A 33 anni l’editorialista e ragazza-prodigio del New York Times Bari Weiss è una delle più giovani e al tempo stesso eminenti componenti di questo gruppo. Come Lipset, Weiss rifugge l’etichetta di neoconservatrice, identificandosi come centrista. Il suo primo libro, How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo], pubblicato in settembre, in apparenza mette in guardia contro la crescita dell’antisemitismo sia a sinistra che a destra. Eppure, allo stesso modo di altri recenti lavori su questa linea, come Antisemitism Here and Now [Antisemitismo qui e ora] di Deborah Lipstadt, pubblicato all’inizio di quest’anno, il punto essenziale del libro di Weiss è rimproverare la sinistra in quanto altrettanto cattiva, se non peggiore, della destra. Così facendo, continua la tradizione dei neoconservatori di calunniare la sinistra con accuse di antisemitismo. Mentre Weiss dedica attenzione ad alcune questioni di antisemitismo a sinistra, la sua analisi alla fin fine contribuisce a una pericolosa distorsione del fenomeno e a un trito tentativo di infangare i movimenti sociali progressisti nel nome del moderatismo centrista.

Nelle prime pagine del libro Weiss scrive in modo commovente del massacro avvenuto nel 2018 nella sinagoga “Tree of Life” [Albero della Vita], nella sua città natale di Pittsburgh, dove un nazionalista bianco ha ucciso undici fedeli e ne ha feriti altri sei. Si è trattato dell’attacco più letale contro ebrei nella storia degli Stati Uniti.Una buona parte della prima metà del libro è dedicata a raccontare questo ed altri atti di violenza antisemita commessi da estremisti di destra.Benché appassionate e necessarie, tale condanna di efferate atrocità non offre una visione originale sul fenomeno contemporaneo dell’antisemitismo.

Mano a mano che il libro prosegue diventa chiaro che le accuse di antisemitismo nei confronti della destra servono per lo più come preludio del vero punto cruciale del libro, che è la polemica contro l’antisemitismo della sinistra. Mentre Weiss riconosce che l’antisemitismo della destra è responsabile della grande maggioranza dell’attuale violenza fisica contro ebrei negli Stati Uniti e in Europa, osserva che tali atti sono condannati ad alta voce da pressoché tutti gli americani, incluso il presidente Trump. A differenza dell’antisemitismo di destra, che è trasparente e ovvio, sostiene lei, l’antisemitismo della sinistra è un’“iniziativa molto più sottile e sofisticata” che è “tipicamente nascosta nel…linguaggio della giustizia sociale e dell’antirazzismo, dell’uguaglianza e della liberazione.” E poiché gli ebrei sono storicamente identificati con la sinistra, il suo antisemitismo è disconosciuto, tollerato e gli viene consentito di diffondersi ancor di più. Poiché esso pone una minaccia interna ai valori e alle istituzioni progressisti, l’antisemitismo della sinistra è in ultima analisi più “insidioso e forse più radicalmente pericoloso” di quello della sua controparte di destra.

Una parte centrale dell’argomentazione di Weiss, e più in generale di quanti si autodefiniscono centristi, è l’affermazione secondo cui l’antisionismo è intrinsecamente antisemita. “Quando l’antisionismo diventa una posizione politica normativa,” scrive, “l’antisemitismo attivo diventa la norma.” Insistendo sul fatto che la lunga storia delle critiche ebraiche al sionismo non è più valida nel mondo post – Olocausto, rifiuta di accettare la possibilità che questa visione del mondo abbia un qualunque valore nell’attualità, respingendolo in modo derisorio come il programma di un misero “centinaio di anarchici impegnati a Brooklin e a Berkeley.” E mentre Weiss apparentemente riconosce che non tutte le critiche a Israele sono antisemite, dedica solo un paragrafo in tutto il libro all’anti-liberalismo dell’attuale governo israeliano e alle atrocità che ha commesso contro i palestinesi. Più in generale, ripete una pericolosa concettualizzazione dell’antisemitismo che include le critiche allo Stato di Israele. Sotto l’apparenza della neutralità politica, la “definizione provvisoria di antisemitismo” adottata dal governo del Regno Unito, dall’Unione Europea e da un’ampia gamma di organizzazioni non governative, prende di mira disordinatamente le critiche di sinistra alle violazioni israeliane dei diritti umani. Persino lo studioso americano che per primo ha stilato la definizione provvisoria ha condannato il suo uso come strumento di repressione della libertà di parola.

Ci dev’essere un legittimo dibattito sulla questione su se e perché Israele è preso di mira dalla sinistra rispetto ad altri Stati che commettono anche loro violazioni dei diritti umani e atrocità in modo sistematico. Ma mentre Weiss e altri centristi lamentano che i misfatti di Israele sono distorti e presi fuori dal contesto, essi fanno regolarmente altrettanto prendendo di mira intellettuali ed attivisti di sinistra. Rifiutando di confrontarsi con le idee di studiosi di sinistra che collocano Israele all’interno del paradigma del colonialismo d’insediamento e dell’imperialismo europeo e americano, lei al contrario sceglie esempi per evidenziare un presunto problema sistemico. Mentre cita qualche considerazione volgarmente antisemita fatta da docenti del dipartimento di studi sul Medio Oriente della Columbia University, omette i molti altri esempi in cui docenti della Columbia e altrove sono stati presi di mira da gruppi ebraici di destra, compresa “Canary Mission” [sito filoisraeliano che diffonde denunce e calunnie contro militanti filopalestinesi, ndtr.], solo perché criticano il sionismo o appoggiano il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). Mentre descrive gli intellettuali di sinistra come un branco di prepotenti antisemiti, [l’autrice] rimane in silenzio riguardo al suo stesso ruolo in campagne che intendono distruggere la carriera e la reputazione di molti professori in nome della “libertà accademica”.

L’Islam è un’altra questione centrale della denuncia centrista dell’antisemitismo di sinistra. Weiss lamenta che la sinistra accusi di essere islamofobo chiunque denunci l’antisemitismo nella comunità musulmana. “Ci vorrà molto per spiegare perché ‘la sinistra militante’ insisterà all’infinito su una panetteria che non vuole fare una torta per un matrimonio gay, ma non ha niente da dire sul delitto d’onore.”

Benché l’eredità del colonialismo europeo possa spiegare l’esistenza dell’antisemitismo nel Medio Oriente di oggi, sostiene, non dovrebbe giustificare tali convinzioni. Ma mentre Weiss non esita a evidenziare i pericoli di basarsi eccessivamente sull’ideologia post-coloniale, rifiuta di riconoscere i modi in cui le sue stesse opinioni sono modellate sull’ideologia successiva all’11 settembre. Il libro equipara costantemente l’Islam all’estremismo islamico e riproduce le argomentazioni dell’apparato della sicurezza nazionale statunitense post- 11 settembre. Uno degli esempi che offre dell’antisemitismo musulmano negli Stati Uniti è il tentativo di attentato dinamitardo del 2009 contro due sinagoghe nel Bronx. Ripetendo i resoconti giornalistici più in voga di quegli avvenimenti, omette il fatto che quei presunti terroristi antisemiti erano vagabondi affamati, senza casa e malati mentali di Newburgh, New York, che vennero incastrati dall’FBI, che creò l’idea di un complotto, offrì grandi somme di denaro alle sue vittime e li addestrò a usare bombe. Questo è un palese esempio dei molti modi in cui Weiss e altri distorcono le opinioni e le attività di noti musulmani progressisti come Ilhan Omar e Rashida Talib [due deputate, una somala e l’altra palestinese, della sinistra del partito Democratico americano, ndtr.] che sono state accusate di antisemitismo. Ossessionata dal loro uso di luoghi comuni antisemiti, Weiss minimizza i luoghi comuni razzisti che sono stati adottati contro di loro e considera patologici i rapporti di solidarietà che si sono creati tra loro e gruppi di ebrei progressisti.

La sordità che Weiss dimostra riguardo alla sua stessa islamofobia è accompagnata dalla sua volontaria cecità per il ruolo della razza nei dibattiti riguardo all’antisemitismo contemporaneo. Sfidando la nozione secondo cui l’antisemitismo abbia qualcosa a che fare con la razza, Weiss refuta l’affermazione in base alla quale gli ebrei sono bianchi. Circa la metà degli ebrei in Israele, nota, sono sefarditi che arrivano dalla Spagna, dal Nord Africa, dalla Persia e dal Medio Oriente. Ciò può essere vero, ma non dà conto delle forme complesse in cui nonostante ciò l’ideologia razzista europea continui ad esistere in Israele, come esaminato nel lavoro di Ella Shohat. Non affronta neanche lo status razziale degli ebrei negli Stati Uniti. Nel suo libro del 1998, How Jews Became White Folks [Come gli ebrei sono diventati bianchi], Karen Brodkin esplora l’ambivalenza e l’inquietudine che accompagnarono l’accettazione degli ebrei nel proverbiale “Sogno Americano” postbellico. Al contrario Weiss formalmente riconosce i propri privilegi in quanto ebrea nell’America contemporanea, ma non come il suo status si fondi sull’essere bianca. Quindi non è in grado di fare i conti con i modi in cui le sue idee sono state modellate dalll’eredità del centrismo liberalista che si fonda sulla razza.

“Il centro è venuto meno,” lamenta Weiss. Come Arthur Schlesinger, autore del libro del 1949 The Vital Center [Il Centro Vitale], Weiss presenta il centrismo come la risposta razionale e ragionevole a un’America minacciata dall’estremismo sia di destra che di sinistra. E come Schlesinger, Weiss immagina se stessa come una voce obiettiva di moderazione che si trova al di fuori e al di sopra dell’ideologia. Mentre gli estremisti dei due estremi dello spettro ideologico adottano una pericolosa “lealtà tribale”, lei si schiera solo per la verità e la giustizia. Weiss rivolge le proprie avvertenze sui pericoli dell’antisemitismo di sinistra a quanti vedono allo stesso modo la polarizzazione della politica americana come la minaccia esistenziale per la Nazione e desiderano un ritorno al centro vitale.

Il lettore ideale del libro è un ebreo americano che si identifica come progressista ma si sente lontano e non accettato nei circoli progressisti. Il capitolo conclusivo del libro offre consigli a questo lettore su come “controbattere”: “smetti di colpevolizzarti”, “appoggia Israele”, “affidati all’ebraismo”, “racconta la tua storia”. Per contro Weiss caratterizza gli ebrei progressisti come collaboratori e complici dell’antisemitismo paragonabili agli ebrei filo-stalinisti che furono “agenti della loro stessa distruzione” in Unione Sovietica. Se sei uno di quegli individui, Weiss vuole metterti in guardia perché tu veda l’errore del tuo modo di essere prima che sia troppo tardi. Benché formulati nel linguaggio dell’attenzione e della preoccupazione, questi avvertimenti risultano calunnie politiche appena velate che ripetono la caricatura che la destra fa della sinistra.

Per molti progressisti è fin troppo facile sparlare di Weiss. Come illustrano recenti recensioni del suo libro, è una di quelle figure che la sinistra ama odiare. Ma mentre Weiss ed altri neoconservatori contrari a Trump possono essere facili bersagli, non è sufficiente deridere le risposte centriste all’antisemitismo. Benché non riescano ad avvicinarsi neanche lontanamente a fornire buone risposte, esse affrontano alcune importanti domande sul ruolo, lo status e l’esperienza degli ebrei nella politica progressista. Alcuni dei momenti più interessanti e stimolanti di How to Fight Anti-Semitism sono quelli in cui Weiss esprime la sensazione di esclusione dai circoli progressisti che, afferma, instillano un sentimento di colpa e di vergogna nell’identità ebraica contemporanea.

È un’affermazione comune che ripete i punti salienti delle critiche di Bill Maher e di altri critici di centro alla sinistra in generale. Invece di ignorare o sfottere queste sensazioni, dobbiamo analizzare come altri intellettuali ebrei le hanno elaborate in modo più produttivo. Michael Lerner, un rabbino e fondatore del movimento di rinnovamento ebraico, ne è un buon esempio. Lerner è un uomo impegnato a sinistra. Per decenni si è espresso a favore del movimento progressista per la giustizia sociale, ha criticato Israele ed ha messo in guardia contro i pericoli dei tentativi del movimento neoconservatore di corteggiare gli ebrei americani. Lui e la sua famiglia sono stati presi di mira personalmente dai sionisti militanti. Riguardo all’antisemitismo, tuttavia, Lerner non è un difensore della sinistra. Nel suo libro del 1992 The Socialism of Fools: Anti-Semitism on the Left [Il Socialismo degli Imbecilli: l’antisemitismo della sinistra], scritto in seguito ai Crown Heights Riots [i disordini di Crown Heights, zona di Brooklyn dove nel 1991 l’uccisione accidentale di un bambino da parte di un’auto guidata da ebrei scatenò una rivolta antiebraica della popolazione di colore, ndtr.] in un clima di tensioni crescenti tra ebrei e neri, egli condivideva apparentemente alcune delle preoccupazioni dei centristi. Lerner sosteneva che l’attuale movimento per la giustizia razziale si stesse ingiustificatamente inimicando gli ebrei. Era particolarmente arrabbiato per l’identificazione degli ebrei come bianchi che beneficiano del sogno americano e oppressori delle comunità di colore.

Nell’esprimere la sua frustrazione, Lerner respingeva anche l’affermazione secondo cui gli ebrei sono bianchi. Tuttavia lo fece in un modo che riformulava la concezione di bianco come forma della sua stessa oppressione. In Jews and Blacks [Ebrei e Neri] (1995), un libro con la trascrizione delle conversazioni tra Lerner e Cornel West [intellettuale militante afro-americano, ndtr.] Lerner riconosce il prezzo storico, materiale e psicologico del fatto che gli ebrei siano considerati bianchi in America: “Non solo siamo stati beneficiari della ricchezza americana (acquisita dagli americani a spese del genocidio degli indiani americani e poi della schiavitù di milioni di africani e dell’uccisione di altri milioni nel corso del processo), abbiamo avuto anche meno probabilità di diventare il principale “Altro” trasformato in vittima negli USA proprio perché quel ruolo era già assegnato agli afroamericani.” Lerner evidenziava anche come l’accettazione nell’America Bianca negli anni ’50 avesse contribuito all’accettazione sociale: “Molti ebrei americani erano interessati a normalizzare la propria vita in America…si concentrarono nel farlo e nell’accumulare benessere e potere.”

Invece di negare la realtà storica della condizione di bianco, egli la evidenziava come una forma di dipendenza materiale e psicologica che in ultima analisi è negativa per i bianchi come per i neri. Così facendo riprendeva le critiche alla condizione di bianco sviluppate da James Baldwin [scrittore e intellettuale afroamericano, ndtr.] e da altri i cui scritti hanno ispirato il campo accademico degli studi sulla condizione di bianco che sono sbocciati nelle università durante gli anni ’80 e ’90. Lerner sosteneva che la condizione di bianchi obbligò gli ebrei a concentrarsi solo sui loro interessi particolari e a dimenticare la tradizione universalistica della tikkun olam, un dovere di risanare e trasformare il mondo. Utilizzando il linguaggio della religione e della spiritualità, egli evidenziava i pericoli politici del rafforzamento dell’associazione tra ebreo e bianco: “Quelli che vedono gli ebrei come ‘privilegiati’ o ‘bianchi’ di fatto contribuiscono a rafforzare la paranoia degli ebrei di destra riguardo ad un mondo che rimarrà sempre insensibile agli ebrei, come è stato nel XX secolo del genocidio.” Invece di una politica che sminuisce l’oppressione degli ebrei e fa sentire gli ebrei a disagio con se stessi, Lerner invocava una “politica di senso” trasformatrice che venisse alimentata da un senso di solidarietà e da un desiderio condiviso di cambiare in modo fondamentale l’ordine prestabilito a favore di tutti.

L’approccio di Lerner non è privo di problemi e Cornel West giustamente mise in discussione come, tra le altre cose, questa visione potesse servire a nascondere, invece di evidenziare, le disuguaglianze del capitalismo basato sulla razza. Ma è un’importante reminiscenza del fatto che non dobbiamo negare l’esistenza dell’antisemitismo a sinistra per lottare contro le sue molto più pericolose manifestazioni nella politica della destra attuale. A livello molto elementare, possiamo riconoscere l’esistenza dell’antisemitismo nella storia del pensiero e della politica della sinistra. Sì, la figura dell’ebreo negli scritti di Marx è antisemita. Sì, Stalin massacrò migliaia di ebrei, compresi molti che erano leali alla causa. Possiamo anche riconoscere che ogni tanto il discorso attuale della sinistra, anche se per lo più involontariamente, flirta con luoghi comuni ed assunti antisemiti. Sì, è problematico escludere persone dalla Women’s March [Marcia delle Donne, manifestazioni in tutti gli USA a favore dei diritti delle donne, ndtr.] solo perché portano la stella di David.

Ma non dobbiamo neppure accettare la formulazione centrista del problema. La Women’s March è un buon esempio. Per Weiss il problema è che i sionisti non siano accettati nei circoli progressisti. Ma, per gli ebrei progressisti, il problema è il presupposto secondo cui un simbolo ebraico viene interpretato come un simbolo sionista, cancellando il ruolo degli ebrei nella storia della sinistra e lavorando contro una politica di solidarietà. Il problema con cui la sinistra deve fare i conti non è l’antisemitismo di per sé, ma piuttosto il ruolo, lo status e il senso dell’ebraismo nella politica progressista. Cercare forme migliori per includere l’ebraismo nelle politiche progressiste può essere una fonte di rafforzamento della sinistra. Gruppi come “IfNotNow” [SeNonOra, gruppo di ebrei americani contro l’occupazione, ndtr.] e Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, altro gruppo ebraico americano antisionista, ndtr.] sono testimonianze di tale possibilità trasformatrice.

In ultima analisi, Weiss e altri analisti neoconservatori dell’antisemitismo contemporaneo obbligano gli ebrei a stare all’interno di una politica cinica che pone la sopravvivenza degli ebrei in contrasto con altri movimenti per la giustizia sociale.

I progressisti hanno una visione più convincente da offrire, in cui una politica di solidarietà affronta minacce contro le comunità ebraiche non a spese di altri “Altri”, ma insieme ad essi.

Hannah Gurman

Hannah Gurman è una docente associata di storia e studi americani presso la Gallatin School per lo studio individualizzato all’università di New York.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Il nazionalismo colonialista ispirato dalla religione alimenta le guerre di Israele

Rod Such

14 agosto 2019 – The Electronic Intifada

War over Peace: One Hundred Years of Israel’s Militaristic Nationalism [Guerra alla Pace: cento anni di nazionalismo militarista di Israele] di Uri Ben-Eliezer, University of California Press (2019)

War over Peace, del sociologo israeliano Uri Ben-Eliezer, solleva una serie di domande relative alla natura della società israeliana, e soprattutto sul perché Israele abbia tentato di risolvere con la guerra invece che con mezzi diplomatici praticamente ogni conflitto che ha incontrato o generato.

La sua risposta può essere brevemente sintetizzata in questo modo: la guerra e la violenza sono intrinseche all’ideologia sionista. I suoi elementi fondamentali – etno-nazionalismo e militarismo – promanano dall’imperativo di dominare e controllare la “Terra di Israele” in modo esclusivo, senza concedere potere politico agli arabi. Questo imperativo non può essere visto semplicemente da un punto di osservazione politico o economico, ma come una conseguenza della cultura colonialista di insediamento del sionismo. Quella cultura, conclude Ben-Eliezer, si basa sempre di più su una forma di nazionalismo colonialista ispirato dalla religione.

Un precedente libro di Ben-Eliezer, The Making of Israeli Militarism [La Creazione del Militarismo Israeliano] (1998), indaga la creazione di Israele come una “Nazione in armi”, un tema che riprende anche in questo libro.

War over Peace è per molti versi complementare a “Fortress Israel” [Fortezza Israele] di Patrick Tyler, solo che quest’ultimo non riesce a dar conto degli elementi di etno-nazionalismo nell’ideologia sionista individuati da Ben-Eliezer. Benché sociologo di formazione, Ben-Eliezer usa una prospettiva storica per esaminare l’evoluzione della cultura da “nazionalismo militarista” di Israele. Costruisce una narrazione che abbraccia la prima colonizzazione sionista pre-statuale, la Nakba del 1947-49, la guerra di Suez del 1956, le guerre del 1967 e del 1973 con i circostanti Paesi arabi, le due invasioni del Libano, le intifada palestinesi e le più recenti guerre contro Gaza.

In ogni capitolo egli inserisce riflessioni sul carattere etno-nazionalista che sta dietro ai conflitti, ma in questo studio tende a predominare l’inquadramento storico. Di conseguenza il lettore ne ricava un’analisi più storica che sociologica, molto probabilmente perché l’autore riconosce la necessità di smitizzare la propaganda che Israele ha utilizzato per descriversi come il debole David circondato dai Golia arabi.

Sete di potenza”

Ben-Eliezer inizia il suo racconto con un’analisi del movimento sionista pre-statuale, che divide in tre campi – laburista, revisionista e binazionale – dedicando una particolare attenzione alla critica del nazionalismo etnocentrico fatta da intellettuali del gruppo binazionale noto come “Brit Shalom”.

Notando l’affinità del campo revisionista con il fascismo europeo, egli attribuisce all’Olocausto la definitiva predominanza del sionismo laburista. Ben-Eliezer afferma che il destino degli ebrei europei sotto il fascismo nazista convinse la maggioranza dei coloni sionisti a credere che la potenza militare fosse indispensabile. Facendo citazioni dall’archivio del gruppo sionista laburista a partire dal 1943, egli evidenzia la loro convinzione della necessità di “una sete di potenza, un aumento di potenza, una smania di potenza”.

La ricerca di capacità militari portò il leader del sionismo laburista David Ben Gurion a sostenere la creazione di un esercito e poi il trasferimento di massa dei palestinesi, anticipando la fine del Mandato Britannico [sulla Palestina, ndtr.] in seguito alla raccomandazione per la partizione da parte delle Nazioni Unite.

Ben-Eliezer respinge l’affermazione dello storico israeliano Benny Morris secondo cui non c’è una prova documentaria che dimostri che ci sia stato un ordine esplicito di espulsione di massa [dei palestinesi, ndtr.]. Ben-Eliezer sostiene che l’esistenza di un simile documento non è necessaria, perché l’intenzione di espellere i palestinesi in modo massiccio era ben compresa ed accettata tra i paramilitari sionisti e scaturiva senza soluzione di continuità da una “condizione mentale, una percezione culturale, da un’ideologia.”

L’obiettivo della pulizia etnica divenne chiarissimo, aggiunge l’autore, quando le forze israeliane rifiutarono il diritto dei palestinesi a tornare alle loro case molto dopo la creazione di Israele. La continua espulsione alla fine del 1948 e all’inizio del 1949 non aveva niente a che vedere con la sicurezza, scrive. Al contrario, sostiene Ben-Eliezer, queste espulsioni evidenziano “un chiaro proposito etno-nazionale: evitare ogni possibilità di futura partizione” e quindi ogni richiesta araba sul rimanente 22% della Palestina mandataria. Anche allora i dirigenti israeliani volevano quei territori come pare del Grande Israele.

War over Peace rende evidente la tesi di altri storici o studiosi secondo cui il principale obiettivo del colonialismo di insediamento era la conquista della terra.

Lo stato maggiore dell’esercito israeliano, nota, pianificò l’acquisizione di più territorio fin dal 1963. A quel tempo l’esercito era diventato talmente potente che avrebbe potuto andare oltre la leadership civile, cosa che fece ignorando semplicemente una strategia di de-escalation appoggiata dal primo ministro Levi Eshkol e iniziando la guerra del 1967 contro le forze egiziane, una linea di condotta che più tardi divenne famosa come “la rivolta dei generali”.

Sionismo religioso

La conseguente occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, della Striscia di Gaza, della penisola del Sinai e delle Alture del Golan siriane portò allo scoperto quello che Ben-Eliezer denomina “sionismo religioso”. Ciò che era stato un occasionale sottinteso utilizzato sia dai sionisti laici che religiosi per giustificare le azioni di Israele ora risultò essere la prevalente giustificazione per la conquista di tutta la Palestina.

Questo nuovo movimento nazionalista religioso evitò di addurre ragioni di sicurezza per la conquista e invece mise insieme argomenti religiosi e nazionalisti con l’affermazione secondo cui i territori occupati furono dati agli ebrei da dio e quindi non possono essere ceduti.

Gli insuccessi militari patiti da Israele nella guerra del 1973 con Egitto e Siria e durante le successive invasioni israeliane del Libano portarono a una ridefinizione di questo ethos religioso-nazionalista e all’emergere di gruppi contro la guerra come “Peace Now” [Pace Ora]. Le perdite subite in questi conflitti determinarono una messa in discussione pubblica sulla questione se il nazionalismo fosse coerente con l’ebraismo.

Ben-Eliezer descrive come fondamentale punto di svolta quando nel 1983 un nazionalista di destra lanciò una granata contro una manifestazione di “Peace Now”, uccidendo un israeliano: “La sua uccisione segnò uno spartiacque, dopo il quale la società israeliana non sarebbe più stata la stessa. L’epoca dell’egemonia e del consenso nei confronti del processo di costruzione della Nazione e della formazione dello Stato era giunta al termine.”

L’autore è meno efficace nello spiegare come questo momento di svolta, che vide l’apparizione di quello che Ben-Eliezer definisce “nazionalismo progressista” o “civile”, abbia rappresentato solo un breve periodo nella storia sociale di Israele.

Ben-Eliezer riconosce che l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin da parte di un fanatico religioso nel 1995 e il fatto che Israele non abbia tenuto fede agli accordi di Oslo giocarono un ruolo in quello che definisce una ritirata rispetto ad una società più progressista. Ciò coincise con il riemergere del nazionalismo religioso in una forma ancora più virulenta. Ma l’autore è meno accurato nella spiegazione del perché ciò avvenne.

Potrebbe darsi che Oslo e la prospettiva della partizione nella forma della soluzione dei due Stati abbia amplificato, invece di mettere in discussione, i fondamenti dell’etno-nazionalismo?

In ogni caso War over Peace merita attenzione per la sua penetrante analisi del ruolo della cultura e dell’ideologia nella formazione del colonialismo di insediamento israeliano.

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Book” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La forza della legge versus la legge della forza: una recensione di ‘Justice for some’ di Noura Erakat

Richard Falk

16 luglio 2019 – Mondoweiss

JUSTICE FOR SOME Law and the Question of Palestine [GIUSTIZIA PER ALCUNI. Diritto e questione palestinese]

Di Noura Erakat Pag. 352, Stanford University Press, $30.00

Non pretendo di avvicinarmi a questo libro con mente aperta. Per dirla più chiaramente, riconosco con qualche orgoglio di aver sostenuto ‘Justice for some’ ancor prima della sua pubblicazione, e il mio commento compare in quarta di copertina. Inoltre due mesi fa ho partecipato ad una presentazione del libro all’università George Mason, dove Noura Erakat è docente.

Il mio intendimento in questa recensione non è di fare una serena valutazione dei punti di forza e di debolezza del libro, ma piuttosto di consacrarlo come contributo importante e dotto alla letteratura critica volta a risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo i dettami della giustizia piuttosto che attraverso un continuo affidarsi alla forza muscolare dell’oppressione, come ribadito dalla geopolitica. E quindi cogliere questa opportunità per invitare ad una attenta lettura di ‘Justice for some’ da parte di tutti coloro che si interessano alla lotta palestinese e di chi è curioso di [sapere] come il diritto agisca pro e contro il benessere umano, come dimostrato dal suo utilizzo in una serie di circostanze storiche e sociali.

Erakat si concentra sulle storture del militarismo e della geopolitica che sono state inflitte al popolo palestinese nel suo complesso, portando i lettori a rendersi conto di come ‘diritto’ e ingiustizia abbiano troppo spesso agito insieme per decenni. Erakat offre ai lettori questa dissertazione giurisprudenziale critica e illuminante, ma non si ferma qui. ‘Justice for some’ fa anche ricorso a una metodologia costruttivista nel seguente senso: mentre Israele ha abilmente utilizzato le leggi per opprimere il popolo palestinese, il testo di Erakat spiega ai lettori anche come il diritto possa essere, e sia, utilizzato in nome della giustizia, servendo la causa dell’emancipazione dei palestinesi come parte integrante della continua lotta per l’emancipazione del popolo palestinese.

In un certo senso, la mia partigianeria a favore della lotta palestinese è simile a quella di Erakat, che chiarisce fin dalla prefazione che la sua intenzione è di descrivere l’oppressione territoriale e nazionale dei palestinesi nel modo più trasparente possibile attraverso l’ottica delle leggi e dei diritti umani e di condannare l’uso da parte di Israele di sistemi, procedure e tattiche giuridiche per portare avanti crudelmente il progetto sionista a spese dei palestinesi.

Justice for some’ rappresenta una importante tendenza negli studi [giuridici], che cerca di affiancare l’obbiettività accademica con l’esplicito impegno etico e politico. Questo accorpamento di obbiettivi potrebbe apparire adeguato quando si tratta di un conflitto così aspro come quello israelo-palestinese, ma non è stato molto adottato nell’insegnamento prevalente. Il canone accademico nei testi di studio continua a privilegiare una posizione neutrale o di presunta obbiettività riguardo alle implicazioni politiche, che non è altro che una maschera professionale indossata da accademici ingenui o cinici che non intendono assumersi la responsabilità delle proprie opinioni personali.

Ancor peggio, l’influenza sionista sul discorso accademico e mediatico su questo argomento è talmente forte che qualunque frase esplicita contenuta nel libro di Erakat è censurata, autocensurata e attaccata come ‘di parte’. Per il pensiero dominante l’originalità di Erakat e la sua convincente analisi nella migliore delle ipotesi vengono ignorate, oppure ridicolizzate. Autori come lei sono sovente attaccati in quanto rappresentanti del cosiddetto ‘nuovo anti-semitismo’, cioè una qualifica usata per screditare i testi e gli autori che criticano le politiche e le prassi di Israele, confondendo malignamente le critiche con l’odio verso gli ebrei. Questa distorta equazione ci offre una definizione dei discorsi d’odio che equivale a emettere una sentenza di morte contro la libertà di espressione. E’ una vergogna nazionale che le istituzioni legislative americane a livello statale e federale si bevano un simile veleno!

E’ difficile comunicare l’originalità giurisprudenziale di Erakat senza discuterne in modo ampio, ma ci proverò. Molto nasce dalla sua ardita asserzione: ‘Io sostengo che il diritto è politica.” (4) Con questo intende, per dirlo in termini grossolani, che ‘la forza delle leggi’ dipende dalla ‘legge della forza’, cioè i diritti giuridici senza la possibilità di applicare a un certo livello la legge restano senza effetto, oppure l’insidioso effetto è di dare copertura legale a comportamenti disumani. Oppure, come Erakat dice attraverso una metafora, la politica procura il vento di cui la vela ha bisogno perché la nave vada avanti.

Allo stesso tempo, quando discute dei diritti e delle strategie palestinesi, Erakat ribadisce che il richiamo alla ‘forza’ non implica affidarsi o invitare alla violenza. La sua affermazione strategica di nonviolenza diventa esplicita quando parla in termini di approvazione dell’importanza della campagna BDS, come anche nel suo sostegno ai vari tentativi di criticare Israele alle Nazioni Unite o altrove.

Soprattutto Erakat argomenta in modo persuasivo ch Israele è stato più abile dei palestinesi a fare uso efficace del diritto, in parte perché ha il vento in poppa per via dei suoi legami con la geopolitica, specialmente con gli Stati Uniti, ma anche perché gli esperti giuridici israeliani hanno svolto il loro ‘lavoro legale’ meglio dei palestinesi. Il libro di Erakat può essere letto come uno stimolo ai palestinesi perché facciano un miglior uso di ciò che lei chiama ‘opportunismo basato su principi giuridici’ (19)

In senso più ampio, Israele, per via degli appoggi geopolitici e del controllo sul dibattito è riuscito ad ottenere che i suoi più flagranti crimini internazionali, compreso l’uso eccessivo della forza, le punizioni collettive e il terrorismo di Stato, siano ‘legalizzati’ sotto la dicitura ‘sicurezza’ e ‘autodifesa’, prerogative a tempo indeterminato intrinseche alla nozione stessa di Stato sovrano. Al contrario, i palestinesi che esercitano un diritto di resistenza del tutto giustificabile, persino quando è diretto contro obbiettivi militari, sono criminalizzati a livello internazionale e il loro comportamento è stigmatizzato come ‘atti di terrorismo’. Il più sinistro imbroglio ‘legale’ di Israele è stato sfidare ripetutamente e in modo flagrante il diritto internazionale senza subire alcuna conseguenza negativa. Questa dinamica di sfidare le leggi può essere illustrata dal disconoscimento da parte di Israele del parere consultivo della Corte Internazionale del 2004, nonostante l’accordo di 14 giudici su 15 (qualcuno si sorprende che l’unico contrario fosse il giudice americano?) che la costruzione del muro di separazione sul territorio palestinese occupato viola le norme fondamentali del diritto umanitario internazionale, comprese le Convenzioni di Ginevra del 1977.

Inoltre Erakat merita apprezzamento perché mantiene uno stile accademico senza al contempo moderare le parole o lasciarsi intrappolare nel linguaggio giuridico spesso confuso. Il problema del linguaggio è cruciale nella sua interpretazione delle contraddizioni tra legge e giustizia che hanno privato il popolo palestinese, e la sua nazione, dei diritti fondamentali per oltre un secolo. Erakat è chiara come pochissimi docenti di diritto internazionale nel dire che le questioni in discussione possono essere correttamente valutate solo se pienamente contestualizzate storicamente e ideologicamente.

Secondo Anthony Anghie [professore di diritto all’università di Singapore, ndtr.] e diversi altri, Erakat ritiene essenziale mostrare che le radici del moderno diritto internazionale riflettono un quadro normativo che è servito a legittimare il colonialismo europeo e le sue pratiche. Estende provocatoriamente questa generalizzazione ad Israele, identificandolo come l’ultimo Stato “coloniale di insediamento” che è stato creato. Aggiungerei che Israele è stato fondato nonostante la potente tendenza anticolonialista che si è mossa in un’unica direzione a partire dal 1945.

Erakat è parimenti pronta a sostenere che la prolungata occupazione israeliana della Palestina dopo il 1967 è diventata ‘annessione’. Avanza anche l’opinione che il modo in cui Israele controlla il popolo palestinese attraverso la frammentazione politica e gli strumenti legislativi sia una forma di ‘apartheid’. Negli approcci critici e costruttivisti evitare gli eufemismi giuridici è di centrale importanza per la fondamentale impresa di liberare i meccanismi giuridici dalle macchinazioni degli Stati. Ciò che fa il linguaggio veritiero è guardare attraverso la finzione giuridica per illuminare le questioni morali in gioco. Questa chirurgia linguistica è un prerequisito per fare chiarezza sulla relazione tra la legge e la giustizia e l’ingiustizia, non solo relativamente alla Palestina, ma in rapporto a particolari questioni, sia che coinvolgano migranti internazionali, minoranze vittime di violenza o popoli a cui si nega l’autodeterminazione.

Justice for some’ mi ha aiutato a rendermi conto che questo significato fondamentale della legge come strumento inevitabilmente politicizzato di controllo e resistenza può essere in contrasto con l’idea che io ho precedentemente evidenziato nei miei scritti giuridici, che il vero significato delle norme giuridiche può essere colto soltanto attraverso la loro corretta interpretazione. Su questa base ho argomentato la contrarietà alla guerra in Vietnam, contestando che il ruolo dell’America implicasse l’uso della forza in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, che stabiliscono i criteri per l’uso della forza, e che questo argomento era giuridicamente superiore alle giustificazioni avanzate dal governo USA e dai suoi apologeti.

Questo paradigma normativo (o ermeneutico) riflette la retorica del diritto internazionale ed il modo in cui gli avvocati abitualmente affrontano una controversia, incluse le modalità del ragionamento giuridico usate dai giudici nei tribunali sia all’interno degli Stati che a livello internazionale per spiegare e giustificare le proprie decisioni. Si può applicare in particolar modo all’uso del diritto internazionale nell’arte di governare per approvare o meno un comportamento contestato, riflettendo indirettamente l’intensità dei venti politici che gonfiano le vele della nave dello Stato, ma anche la raffinatezza e le motivazioni di chiunque stia difendendo una causa, e per chi.

Sullo sfondo di questa interpretazione, ciò che Erekat cerca e riesce a fare, più che l’interpretazione emancipatoria delle norme giuridiche, riguarda il metterci in grado di afferrare il nesso manipolatorio sotteso al dibattito giuridico internazionale e che plasma i modelli politici di controllo e resistenza. Il paradigma normativo è complementare e di sottofondo, in quanto lo scopo principale di Erakat è sviluppare meglio di quanto facciano gli approcci tradizionali un esaustivo fondamento logico per un paradigma politico e normativo che corrisponda alla realtà della lotta palestinese, e di altre lotte simili, per i diritti fondamentali, in particolare quello dell’autodeterminazione. Questi paradigmi non si contraddicono necessariamente l’un l’altro, ma poggiano su differenti funzioni del diritto e e dei giuristi in vari contesti, e da un punto di vista giurisprudenziale possono essere considerati complementari. Il lavoro di Erakat si preoccupa non tanto di comprendere come sia il mondo, quanto di come dovrebbe essere governato e di come il diritto e la professione giuridica possano (o non possano) far sì che ciò accada. In questo senso lo spirito che caratterizza il libro di Noura Erakat richiama alla mente il famoso detto di Karl Marx: “I filosofi finora hanno interpretato il mondo in vari modi; la questione è cambiarlo.”

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton. È autore o co-autore di 20 libri e curatore editoriale di altri 20. Nel 2008 il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967” per un periodo di 6 anni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Segni di esclusione razziale: razzializzare il colonialismo di insediamento israeliano

Andy Simons

2 aprile 2019 Middle East Monitor

Recensione del libro di Ronit Lentin

Data di pubblicazione : agosto 2018 Editore: Bloomsbury Academic , Paperback : 269 pagine

Nell’accusa politica distorta e ambigua di oggi alcuni principi rimangono immutati. Ronit Lentin, sociologa del Trinity College di Dublino, si è da tempo specializzata nei rapporti razziali e il suo libro scava nelle basi razziste di Israele. Di conseguenza il razzismo collettivo degli ebrei bianchi di Israele supera decisamente ogni confronto.

Un pregio dell’analisi è teoretico, in quanto utilizza gli scritti di Patrick Wolfe, David Theo Goldberg e Giorgio Agamben per vedere come modelli filosofici ed economici facciano leva sulla differenza razziale. Nel suo contesto universitario l’autrice deve mostrare gli esempi accademici nella condanna del sistema legale distorto dei sionisti. Si potrebbe essere tentati di andare a leggere i loro lavori.

Ma, a meno che uno non faccia parte di una università prestigiosa, non si soffermerà su tali libri ed ha il mio permesso di saltare questi passaggi. Perché spaccare il capello in quattro per esprimere una definizione esatta del “colonialismo di insediamento” quando il lettore di questo libro è già al corrente dell’ingiustizia? Fortunatamente in questo volume non ce n’è bisogno perché Lentin ha puntato i riflettori su molteplici luoghi oscuri.

Un altro filone che esplora è quello della storia politica, e in questo ha avuto da molto tempo colleghi quali lo studioso Ilan Pappé che lo scrive chiaramente, citando come lei estrae il razzismo dal profondo del cuore israeliano. La materia prima del razzismo si trova ovunque, da parte dei contabili finanziari come dei compilatori di precedenti giuridici. Per quanto riguarda il sistema giudiziario sionista, ci si chiede perché non crolli sulle sue stesse tremolanti colonne. Il primo “decreto per la protezione del popolo” di Hitler è stato permanentemente applicato al giusto tipo di persone, consentendo che la contraddizione discriminatoria procedesse indisturbata. Questa è una lezione che avrebbe dovuto essere appresa dall’Olocausto ebraico, ma la legittima potenza ebraica ha adottato la stessa fiaccola della superiorità ariana nazista.

Il libro insiste sul fatto che la razza, in politica, deve voler dire cura. In medicina, per esempio, gli ebrei arabi, essendo più scuri di pelle, sono stati maltrattati nel modo in cui un medico nazista infliggeva malattie agli ebrei del campo e come nell’esperimento Tuskegee sui maschi negri in Alabama [dal 1932 al 1972 afroamericani malati di sifilide non vennero curati con la penicillina per poter studiare l’evoluzione della malattia, ndtr.]. Uno dei dottori razzisti israeliani era parente dell’autrice. Riguardo alla cittadinanza, un altro esempio, la “Legge del Ritorno” dello Stato [di Israele] nel 1991 è stata modificata per consentire l’arrivo di un milione di ebrei russi e dei loro familiari non ebrei per incrementare la popolazione bianca di Israele. Vagliando la disciplina dell’“esercito più morale al mondo” [autodefinizione dell’esercito israeliano, ndtr.], è risultato che l’IDF [esercito israeliano] aveva organizzato stupri di massa durante la Nakba e che ci sono crescenti aggressioni sessuali persino nei confronti di donne ebree che oggi fanno il servizio militare per il governo militarista. E riguardo alla geografia, la modalità dello Stato sionista è semplicemente di accerchiare le comunità arabe sulla mappa, ai lati di ogni strada.

Come viene giustificato il razzismo? Già prima del Mandato Britannico [sulla Palestina] gli abitanti arabi erano visti come ‘inferiori’ e la colonizzazione della Palestina necessitava di essere illuminato dal progresso europeo e americano. E il giovane Israele mantenne semplicemente le “Norme di Difesa (Emergenza)” del governo del Mandato, che includevano la maggior parte delle principali perversioni dell’applicazione delle leggi degli ebrei israeliani riguardo agli autoctoni non ebrei, dai processi a civili nei tribunali militari alle efficienti demolizioni di case, alla censura.

I tribunali sionisti si aggrappano a qualunque giustificazione, compresi la stessa Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 il governo britannico si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndtr.], i decreti del Mandato britannico, la risoluzione 181 dell’ONU che riconosceva lo Stato di Israele e persino sentenze della Bibbia. La colonizzazione è considerata un’impresa quasi sacra, in quanto tiene fede alla cosiddetta missione e il modo di vita ebraici, imitando il patriottismo USA come una sorta di religione.

Oltre all’ingegnosa strutturazione delle leggi, c’è sempre l’azione immediata di polizia o esercito. Il caso dell’espulsione dei beduini di Umm al-Hiran del 2017 ha implicato l’intenzionale uso di armi da fuoco contro una comunità disarmata e che non stava protestando. Giornalisti e parlamentari della Knesset sono stati esclusi dalla scena. Due anni prima il villaggio di Al-Araqib era stato demolito e ai suoi abitanti erano stati addebitati dal governo i costi della demolizione! Ciò che rende questo modo di agire più di una semplice prosecuzione della ‘pulizia etnica’ è stata anche la revoca della loro cittadinanza. Questa è stata una punizione perché i beduini non se ne sono andati nel resto del Medio Oriente o non sono semplicemente morti. Non importa che siano stati rinchiusi là dal nuovo Stato militarizzato dopo il 1948.

Il capitolo sul genere deve soddisfare le esigenze della razza, e ci sono forse troppe questioni da presentare. Un aspetto imprevisto è il rapporto d’interesse dello Stato israeliano per il delitto d’onore palestinese, in quanto questo, ovviamente, ne ridurrebbe la comunità.  Ma ci sono troppe tentazioni per l’autrice, determinando una deviazione dal percorso relativo alla discriminazione razziale. La decolonizzazione della Palestina, da parte dei palestinesi o di questi ultimi insieme agli ebrei israeliani, è un indispensabile punto di discussione. Eppure il capitolo sulla teoria della liberazione si allontana dalla vera e propria questione del libro riguardo a ebrei contro i goy [non ebrei] arabi.

Qui buona parte del frutto marcio è raccolto da fonti libere in rete, molte delle quali sioniste. Non ero a conoscenza del fatto che “quasi tutti” i palestinesi cittadini di Israele che hanno espresso critiche su Facebook durante il massacro del 2014 a Gaza [operazione “Margine protettivo”, ndtr.] sono stati interrogati dai servizi di sicurezza dello Stato. E stranamente mi sono perso la dichiarazione di Netanyahu sulla manifestazione razzista-fascista del 2017 a Charlotteville, Virginia [una manifestante antirazzista venne investita e uccisa da un suprematista bianco, ndtr.]: “Riguardo a voi, ebrei americani che avete fronteggiato questi nazisti laggiù – nazisti che odiano voi democratici progressisti, insieme ai vostri amici negri, musulmani, immigrati e gente di sinistra – beh, ve la siete andata a cercare…Arrangiatevi.”

O forse la vostra disapprovazione diventerà permanente leggendo un sondaggio d’opinione Pew [istituto di ricerca Usa, ndtr.] del 2016 secondo cui il 48% degli ebrei israeliani e il 59% degli ortodossi vuole l’espulsione degli arabi. Lentin ci ricorda che il parlamentare prediletto dai coloni, Naftali Bennett, ha reso legittime risposte razziste agli esami. Un ministro dell’Educazione può fare cose del genere, un balsamo per il cosiddetto ‘trauma del colono’, e ottenere pure l’approvazione dell’opinione pubblica.

Quindi uno dei pregi di questo libro sono le molte prove raccolte su internet, incoraggiandovi a fare altrettanto. Utilizzando una serie di piattaforme pubbliche, Lentin lo ha fatto per voi: se siete un attivista antirazzista per i diritti dei palestinesi, questa è una guida per il consumatore che riempirà innumerevoli sacchetti della spesa di ingiustizie basate sulla discriminazione razziale. Se il carrello pieno di orrori di questo libro ha un difetto, è che ve ne si trovano troppi da prendere, ma i sionisti continuano semplicemente a costruire scaffali su cui impilarli.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le contraddizioni di una religione atea

Rabkin Y. M., Capire lo Stato di Israele. Ideologia, religione e società, Zambon, Francoforte, 2018.

Recensione di Amedeo Rossi

“Dio non esiste e ci ha promesso questa terra”: con questa caustica citazione di un intellettuale israeliano l’autore, docente di storia all’università di Montreal, in Canada, sintetizza il rapporto contraddittorio tra ideologia e religione che caratterizza il sionismo e l’attuale società israeliana.

Rabkin inizia la sua analisi presentando un’interpretazione che smentisce le basi teologiche su cui si fonda la rivendicazione della conquista della Palestina da parte del popolo ebraico. A differenza di quanto è stato e viene tuttora affermato dai leader sionisti e dai coloni fondamentalisti religiosi, la tradizionale posizione dei rabbini nei confronti della “terra di Israele” è stata a lungo caratterizzata da una sostanziale indifferenza nei confronti di qualunque tipo di rivendicazione territoriale. Anzi, l’idea di riunificare il popolo ebraico in Palestina è stata considerata empia e combattuta. Lo stesso termine “antisionista” è nato tra gli ebrei, sia religiosi che laici. Su questo punto Rabkin insiste con un’analisi approfondita e ricca di citazioni ricavate da testi per lo più religiosi. “Vi era ben poco spazio per la tradizione ebraica nel progetto sionista, che non soltanto aveva avuto origine in ambienti protestanti, ma era appoggiato da individui di origini ebraiche che si professavano atei o agnostici,” ricorda Rabkin nella nota introduttiva. Infatti, il concetto stesso di “esilio”, centrale nell’ideologia sionista, nella fede ebraica “è innanzitutto uno stato di incompletezza spirituale, una perdita di contatto con la presenza divina, più che un allontanamento da un luogo fisico concreto.” Addirittura, la nascita dello Stato di Israele, che per i sionisti è considerata la redenzione dallo sterminio e dalle persecuzioni, per i rabbini è stata e sarà la causa del processo di distruzione del popolo ebraico per aver violato i precetti divini. Alcuni rabbini, come Elhanan Wasserman, erano convinti che la Shoà “non potesse essere altro che un castigo per l’abbandono della Torah così a lungo incoraggiato e praticato dai sionisti.”

Secondo l’autore il movimento sionista, pur facendo frequente ricorso a citazioni bibliche, avrebbe operato una separazione tra il giudaismo (inteso come identità spirituale e religiosa peculiare del popolo ebraico) ed ebraismo, concetto etnico- razziale prima ancora che culturale. Nel libro questo processo di allontanamento viene attribuito storicamente a due processi fondamentali: l’influenza tra gli intellettuali laici assimilati del millenarismo protestante, che già nel 1621 avrebbe preconizzato il ritorno degli ebrei in Terrasanta come propedeutico al ritorno di Cristo sulla terra; il processo di emancipazione fallita degli intellettuali ebrei, che sarebbero stati frustrati dalle politiche restrittive e discriminatorie messe in atto soprattutto nei Paesi dell’Europa centro orientale. Ciò li avrebbe portati ad accogliere il nazionalismo tipico dell’epoca e a considerarlo l’unica soluzione contro le persecuzioni, in particolare nell’impero zarista. Sviluppatosi in un contesto politico autocratico, lontano dal liberalismo che stava conquistando l’egemonia politica nei Paesi occidentali, il sionismo laico avrebbe aderito ad un nazionalismo “Sangue e suolo” con forti connotati autoritari.

Per sostenere quest’ultima tesi Rabkin tratta con maggiore approfondimento la corrente “revisionista” del sionismo (Jabotinsky e Nordau) e ricorda anche le simpatie per i regimi di destra, compreso il nazismo, e per l’URSS di Stalin che hanno caratterizzato le vicende storiche nel sionismo fino alla creazione dello Stato di Israele. Oltre al volontarismo, che ha caratterizzato sia il marxismo-leninismo che fascismo e nazismo, l’autore sostiene ad esempio che “tra il movimento sionista e il nazionalsocialismo esisteva un’affinità concettuale, anche se non politica: entrambi consideravano gli ebrei come un popolo straniero che non si sarebbe mai assimilato e per il quale non vi era posto in Europa.” Nel libro si insiste molto sulla dicotomia tra gli ebrei originari dei Paesi dell’Est Europa, che avrebbero dato vita ad un movimento politico fortemente caratterizzato da autoritarismo e cinismo, e il contesto liberale in cui al contrario si sarebbe sviluppata l’opposizione a questo progetto.

Il libro cita anche vari esempi di opposizione, o quanto meno di critica, al sionismo da parte di intellettuali laici, come Arendt, Freud, Buber, Einstein (che definì Jabotinsky “un pericolo per la nostra gioventù quanto l’hitlerismo lo è per la gioventù tedesca”), oltre naturalmente ai comunisti ed ai socialisti ebrei, come i militanti del Bund, su cui però l’autore ricorda lo sprezzante giudizio di Plechanov, il padre del marxismo in Russia, che definiva i bundisti “sionisti con il mal di mare”. Ma Rabkin si concentra in particolare sull’opposizione religiosa, tra gli haredi (ortodossi e ultraortodossi) e gli ebrei riformati in Europa e negli USA, ricordando ad esempio la tragica vicenda dell’avvocato e giornalista olandese Jacob de Haan. Pur essendo un haredi, aderì al sionismo e nel 1919 si stabilì a Gerusalemme. Resosi conto della situazione, cercò di arrivare a un accordo tra il potere mandatario inglese, i notabili arabi e i coloni ebrei. La sua influenza a Londra e i buoni rapporti con il figlio del re di Giordania potevano minacciare i progetti sionisti, e venne ucciso da sicari dell’Haganah, la milizia armata dei laburisti. Un complice dell’omicidio dopo anni ammise che venne eliminato perché l’eventuale accordo avrebbe minacciato i progetti sionisti.

Oltre alla creazione dello Stato di Israele nel 1948, la guerra dei Sei Giorni del 1967 rappresenta l’altro punto di svolta nei rapporti tra progetto sionista e opposizione religiosa. La vittoria sui nemici arabi “era stata l’opera della divina provvidenza, oppure l’opera di Satana, che crea miraggi di redenzione per fuorviare gli innocenti […] costituiva parte di un susseguirsi ininterrotto di distruzioni originatosi con l’ascesa del sionismo, proseguito con le stragi naziste e destinato inevitabilmente a concludersi con il declino e la caduta.” Questa posizione radicalmente critica è diventata progressivamente sempre più marginale, ed anzi dal ’67 molti gruppi integralisti religiosi si sono sempre più schierati a sostegno di Israele e del processo di colonizzazione dei territori palestinesi occupati. Sono stati quelli che Rabkin chiama i “fautori del nazional-giudaismo” (mentre il sociologo delle religioni Renzo Guolo usa il termine “fondamentalisti nazional-religiosi”) ad essere i primi a fondare colonie e ad essere i più fanatici e violenti contro i palestinesi. Il libro ricorda in particolare l’assassinio di Rabin e l’attentato di Baruch Goldstein a Hebron.

Nonostante questo rapporto contraddittorio e spesso conflittuale con il sionismo, l’autore ammette che le comunità ebraiche del resto del mondo si sono schierate in modo incondizionato dalla parte di Israele. Rabkin spiega questo dato affermando che “per molti, la fedeltà a Israele ha da lungo tempo sostituito il giudaismo come principio cardine dell’identità ebraica. Me nella diaspora, questa fedeltà si indirizza ad uno Stato ideale, persino immaginario, più che allo Stato di Israele esistente.” Questa visione idealizzata non ammette critiche e non dà ascolto neanche alle voci degli israeliani dissidenti. Tuttavia, ricorda l’autore, da sondaggi effettuati sull’argomento risulta che negli USA solo il 40% degli ebrei ritiene che Israele incarni la promessa di dio al popolo ebraico, contro l’82% degli evangelici bianchi. Con questo dato coerente con le argomentazioni del libro, a conferma dell’importanza, anche numerica (Rabkin parla di 50 milioni di “cristiani sionisti” negli USA), delle sette protestanti nel sostegno incondizionato a Israele, si chiude il libro.

In conclusione, si tratta di un lavoro molto approfondito e complesso, in cui la religione e la teologia ebraiche si ripercuotono sulle questioni politiche che segnano le vicende dello Stato di Israele e dell’ideologia da cui è nato. È un saggio che richiede una lettura attenta e competente, molto ricco di spunti di discussione (peccato che delle molte fonti riportate in nota nella bibliografia finale vengano citati solo i libri editi in italiano). Come ha scritto lo storico israeliano Shlomo Sand in una frase citata all’inizio del volume: “Chi crede che il sionismo sia una prosecuzione del giudaismo farà bene a leggere questo libro; e chi crede che Israele sia uno Stato ebraico deve leggerlo assolutamente.”




Una sofferenza lunga un secolo

Cecilia Dalla Negra

Si chiamava Palestina

Storia di un popolo dalla Nakba a oggi

Edizioni Aut Aut, Palermo 2018, pagg.301

Recensione di Cristiana Cavagna

La giornalista esperta di Palestina Cecilia Dalla Negra ( che tra i suoi tanti lavori ha contribuito alla cura del numero dedicato alle donne palestinesi della storica rivista femminista DWF) torna sulla storia di questo popolo che ancora resiste su una terra “così piccola, e insieme così carica di simboli e significati”.

Prima di parlare del libro, mi permetto una nota personale: pur conoscendo da anni le vicende della Palestina, ho letto questo libro tutto d’un fiato, come si legge un romanzo avvincente, quando vuoi sapere “come va a finire”…. una bellissima sorpresa, anche per l’ottimo stile in cui è scritta. Anche il titolo è avvincente: “si chiamava Palestina” è un verso di una poesia (“Su questa terra”) del poeta palestinese Mahmoud Darwish….

Però questo non è un romanzo, e la tragedia del popolo palestinese – la Nakba (catastrofe) – non “va a finire”, perché continua ancora adesso, con gli oltre 200 morti della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza nel 2018, 70 anni dopo quel 1948.

L’autrice mette proprio la Nakba al centro e al cuore del suo lavoro, dedicato a un pubblico di “non addetti ai lavori”, come ci dice nella premessa metodologica, ma dotato di rigore storico, di un robusto apparato di note e di una bibliografia molto vasta, e si conclude con 6 toccanti testimonianze di storie personali.

La Nakba come “dolore….quello individuale e quello collettivo…divenuto elemento fondante dell’identità individuale e collettiva palestinese..” : passaggio dell’introduzione dell’autrice, messo opportunamente in evidenza nella prefazione di Wasim Dahmash, palestinese nato in Siria, saggista e docente di letteratura araba. Dahmash ci ricorda anche un’altra cosa importante, che la Palestina non è l’unico caso di colonialismo di insediamento nella storia, ma è l’unico a non essersi concluso nel XXI secolo…

Nei 6 capitoli del libro si snoda la storia della “Nakba mustamirra”, la “catastrofe ancora in corso”, nei 70 anni dal 1948 alla Grande Marcia del Ritorno a Gaza iniziata nel 2018: l’occupazione del 1967 con la guerra dei 6 giorni, la prima Intifada, gli accordi di Oslo, la seconda Intifada, la questione di Gaza e la nascita e il ruolo di Hamas.

Tutti “fatti storici”, dai quali si è spesso allontanata tanta stampa internazionale, che ha favorito la narrazione dominante e contribuito alla “disumanizzazione” di un popolo… “ogni volta che l’occupazione è stata descritta come conflitto; ogni volta che un’offensiva contro Gaza è diventata una guerra, che una vittima civile è diventata un effetto collaterale, che la resistenza è stata sovrapposta al terrorismo”.

E ogni “fatto storico” viene inquadrato entro un’ampia disamina delle sue premesse, e ne viene messa in luce la specifica caratterizzazione.

Così, alla Nakba si arriva partendo dagli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916, dalla dichiarazione Balfour del 1917, dalla nascita del sionismo politico col programma di colonizzare la Palestina e conquistare la sua terra, passando per la “grande rivolta” del 1936-39. Viene citata una lettera del 1937 di Ben Gurion al figlio:”…dopo la formazione di un esercito forte nel quadro della fondazione dello Stato, aboliremo la spartizione e ci estenderemo su tutta la Palestina…Dobbiamo cacciare gli arabi e prendere il loro posto”.

Il 1967 (la “Naksa”, la “ricaduta”) viene considerato uno “spartiacque fondamentale”: viene avviata la costruzione dei primi insediamenti illegali in Cisgiordania, “che non si arresterà mai, a prescindere dall’indirizzo politico dei governi israeliani”. Ed è l’inizio della politicizzazione di massa della popolazione palestinese: “per i palestinesi diventerà evidente che gli Stati arabi non sarebbero mai stati in grado di fronteggiare l’avanzata israeliana e che quindi avrebbero dovuto essere loro, da soli, a cercare la propria liberazione.”

Gli accordi di Oslo, “l’inizio della fine”, trovano le loro premesse nella dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato di Palestina del 1988, con il reciproco riconoscimento con Israele, e contengono la “pretesa di poter costruire la pace senza il presupposto della giustizia”. Dopo Oslo, “i diritti per i quali i palestinesi si sono battuti per anni…saranno ridotti a singole ‘questioni’: Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, i confini, le colonie diventeranno capitoli separati di una storia che non ha più un passato.”

Se la prima Intifada, con i Comitati Popolari della Resistenza e la disobbedienza civile, attraverso il boicottaggio di massa dei prodotti israeliani, parla di riappropriarsi della dignità negata, di autorganizzazione e di solidarietà, la seconda “ non può essere considerata esclusivamente una rivolta contro il potere occupante, ma anche come una sollevazione del popolo palestinese contro la propria leadership”.

La situazione attuale infine, da un lato vede l’assenza di un coordinamento politico del dissenso e la mancanza di strutture forti di riferimento, oltre al rischio di una “depoliticizzazione della vicenda palestinese, ridotta a mera questione economica o umanitaria” (anche con il contributo delle organizzazioni internazionali che hanno reso la popolazione dipendente dai loro finanziamenti); dall’altro riscontra ancora la presenza, nelle mobilitazioni a Gaza, della volontà di “porre fine ad un’ingiustizia troppo a lungo ignorata” e la capacità delle nuove generazioni di trovare forme alternative di espressione, riappropriandosi del “diritto di narrare”, di cui parlava Edward Said.

Citando nella prefazione la bella frase di Vittorio Arrigoni, “la Palestina può essere anche fuori dall’uscio di casa”, Dalla Negra ci dice che “ciò che accade lì è il paradigma di ogni ingiustizia e di ogni violazione…difendere la Palestina è il più scontato tentativo di restare umani.”




Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna

Middle East Monitor

The History and Politics of the Bedouin. Reimagining Nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna]

Autore : Seraj Assi

Data di pubblicazione: aprile 2018 Editore : Routledge, 222 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 31 gennaio 2019

Lo studio di Seraj Assi sul nomadismo fa chiarezza sulle precedentemente nascoste interpretazioni che hanno contribuito al fatto che si sia discusso dei beduini da un punto di vista colonialista. The History and Politics of the Bedouin –Reimagining nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna] (Routledge, 2019) esplora la storia che sta dietro le imposizioni dall’esterno sulla popolazione. Le prime narrazioni, per lo più di rappresentanti dell’impero britannico, hanno influenzato la politica e la retorica contro i beduini “radicate nella visione sedentaria del nomadismo.”

Ispirato alla teoria post-coloniale riguardo a come la rappresentazione di soggetti colonizzati abbia fornito una “giustificazione morale” alla dominazione europea, il libro di Assi è una critica antropologica che gradualmente costruisce una complessa immagine su come il potere definisca ciò che compete allo Stato e, di conseguenza, cosa manipolare e chi escludere.

Il libro esplora cinque temi principali: l’eredità etnologica del “Palestine Exploration Fund” [Fondo di Esplorazione della Palestina, società orientalista britannica fondata nel 1865, ndtr.]; la percezione britannica del nomadismo; l’eredità dell’amministrazione britannica nel sud della Palestina; la percezione araba del nomadismo; come la storiografia sionista ha rappresentato il nomadismo.

Assi inizia con una domanda importante: “Perché Israele, che si vanta del proprio carattere democratico, continua a respingere i diritti dei beduini sulla terra come ‘invasioni tribali’ su terre dello Stato?” La sua ricerca mostra che i britannici rappresentavano gli arabi come nomadi, dando quindi inizio all’individuazione di una tendenza che con il tempo trova un terreno comune con la propaganda sionista riguardo alla terra desolata.

Recuperare le narrazioni dei beduini e sfidare i concetti colonialisti prevalenti, afferma Assi, richiede uno spostamento del centro dell’attenzione e dell’analisi storica. Egli identifica tre problemi principali che ostacolano tali narrazioni: concentrarsi su periodi in cui è emersa la coscienza nazionale palestinese; l’attenzione sulla Palestina urbana, che marginalizza i gruppi subalterni; scarso interesse nei confronti del dominio britannico in Palestina, dovuto al fatto che la maggior parte degli studi si concentra sul contrasto tra Palestina e sionismo.

Il libro ci ricorda che una classificazione storica lineare del nomadismo non è efficace. Il periodo del Mandato britannico, per altro verso, fornisce il punto di partenza per studiare concetti sul nomadismo e su come questi abbiano influenzato sia la narrazione coloniale che nazionale. Assi descrive il nomadismo come un’“eredità condivisa”. Analizza come “nazionalismo e colonialismo siano ugualmente coinvolti nel duplice processo di negazione e di invenzione, di cancellazione e riscatto, associazione e assimilazione, che plasmano la percezione e gli atteggiamenti colonialisti verso il nomadismo.”

La ricerca di Assi mostra che attribuire il nomadismo ai beduini servì in origine agli interessi imperialisti in Palestina. La categorizzazione e le attribuzioni razziali da parte degli esploratori britannici nella Palestina ottomana crearono discordanze sul diritto alla terra. I beduini vennero classificati come una razza pura, diversi dai “fellahin” [contadini, ndtr.] e dalla “gente di città”, ma ritenuti anche invasori che, con il loro nomadismo, “rendevano desolata la terra.”

Questi primi pregiudizi vennero inseriti nelle ambizioni politiche britanniche e gettarono le basi della dominazione coloniale in Palestina. Assi cita il colonnello F. R. Conder [un esploratore inglese, ndtr.] il quale affermò che “a me sembra che il miglior futuro che possa toccare alla Palestina sia di essere occupata da una forte potenza europea, che possa individuare il valore delle (sue) risorse naturali.”

Ai beduini venne anche attribuita una lealtà tribale che, secondo gli esploratori britannici, escludeva caratteri nazionali. Tuttavia, dati i tentativi di limitare le possibilità del nazionalismo in Palestina, queste caratteristiche devono essere lette all’interno del contesto coloniale. Classificandoli come nomadi, tribali ed estranei alla Palestina, i beduini vennero automaticamente esclusi da qualunque nozione di formazione di uno Stato.

Assi afferma chiaramente che i concetti britannici di nomadismo servivano agli scopi colonialisti. L’esclusione della proprietà beduina sulla terra con l’imposizione del sistema britannico portò a una conferma delle originarie caratteristiche nomadiche. La situazione economica dei beduini era etichettata come “un’economia primitiva della povertà…a cui manca il tipo di economia che esiste tra le popolazioni sedentarie.” Facendo ricorso alla superiorità per evitare di riconoscere in modo costruttivo la politica e la società beduine, i britannici dissociarono i beduini dalla causa nazionale palestinese.

Le tre principali caratteristiche imposte sui beduini dai britannici li resero una etnia separata, distinta dagli altri gruppi etnici in Palestina, estranei alla Palestina raffigurandoli come una tribù di conquistatori privi di Stato a causa della definizione coloniale di nomadismo.

Benché ci siano stati tentativi dei palestinesi di integrare i beduini nella lotta nazionale, gli sforzi iniziali portavano con sé un punto di partenza simile a quello dei colonialisti britannici, in termini di attribuzione di purezza razziale. Assi tratteggia i tentativi dello storico palestinese Aref Al-Aref, un funzionario del Mandato britannico che agiva contro gli interessi sionisti e britannici e il cui lavoro sui beduini è considerato una narrazione storica che “rasenta l’antropologia politica.” Al-Aref, tuttavia, tentò di ribaltare i parametri di esclusione britannici e sionisti, mostrando come i beduini “non fossero fuori dalla storia, ma gli attori del ritorno degli arabi alla storia.”

L’autore descrive anche come Al-Aref abbia tentato di coinvolgere i beduini nel fondare diritti tribali sulla terra attraverso la proprietà privata piuttosto che collettiva. A questo proposito, afferma Assi, “nella sua mente persisteva il concetto che regolamentare la proprietà equivalesse a formare uno Stato-Nazione.”

Per i sionisti conquistare il deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndtr.] equivaleva alla “concretizzazione finale del sionismo.” Assi descrive come i primi coloni inizialmente si siano assimilati con i beduini, ma fu una fase transitoria nella rivendicazione ebraica sulla terra che inaugurò i legami sionisti tra il nazionalismo agrario e il colonialismo di insediamento.

Riguardo alla strategia di colonizzazione sionista l’autore cita Ben Gurion: “Se lo Stato non mette fine al deserto, il deserto rischia di mettere fine allo Stato.”

Questa citazione del primo capo del governo di Israele è analizzata meglio se contrapposta all’analisi di Assi delle opinioni di Al-Aref sui beduini e sul nomadismo. Al-Aref afferma che i beduini non possono essere considerati come estranei e nomadi, in quanto i loro spostamenti avvengono nel loro stesso territorio, regolato dalla proprietà beduina. Il colonialismo intendeva eliminare la tradizionale proprietà della terra dei beduini, da cui l’assunzione degli originari concetti britannici di nomadismo per descrivere la comunità beduina.

Il dettagliato studio di Assi accresce la consapevolezza riguardo ai legami tra la percezione imperialista e le imposizioni sioniste e a come questa abbia modellato la narrazione esterna sui beduini e sul nomadismo. Inventare il nomadismo serviva agli interessi britannici e sionisti per fondare il lungo processo di colonizzazione. In un momento in cui l’espulsione forzata della comunità beduina rimane una priorità per il governo israeliano, questo libro è una lettura obbligata per comprendere l’invenzione politica della narrazione degli autoctoni.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: una storia di quattromila anni

Palestine: A Four Thousand Year History [Palestina: una storia di quattromila anni]

Autore: Nur Masalha

Data di pubblicazione: agosto 2018, Editore: Zed Books, 458 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 30 ottobre 2018, Middle East Monitor

L’ultimo libro di Nur Masalha, “Palestine: A Four Thousand Year History” [Palestina: una storia di quattromila anni] (Zed Books, 2018) presenta un’accurata distinzione tra il ritorno dei palestinesi alla storia e la pretesa rivendicazione sionista – quest’ultima fallita nei suoi sforzi volti a giustificare le proprie pretese dal punto di vista storico. Nell’esame della ricca storia della Palestina, vengono evidenziati i limiti del sionismo e della sua concretizzazione colonialista.

Il fatto di privilegiare narrazioni artificiose sulla storia palestinese documentata ha forgiato la colonizzazione della Palestina. La prima menzione rilevata della Palestina risale a più di 3.200 anni fa. Eppure la maggior parte dell’antica storia della Palestina è ignorata, in linea con l’approccio colonialista che fornisce una visibilità selettiva alla Palestina solo per fondare la cancellazione sionista della popolazione indigena. A sua volta la cancellazione sionista è stata responsabile anche dell’eliminazione, tra le altre sparizioni, della minoranza ebraica di lingua araba in Palestina, per spianare la strada, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, all’identità razziale ed eliminare le varie identità regionali della Palestina. Nella conquista coloniale la cancellazione della Palestina e di tutta la sua eredità da parte del movimento sionista è stata essenziale.

Masalha identifica tre tipologie di scritti sulla Palestina e quello che hanno ottenuto riguardo alla conservazione o alla cancellazione della memoria palestinese. La prima è quella che viene definita come geografia delle sacre scritture, legata agli scritti del colonialismo di insediamento israeliano ed è diffusa dalle élite di potere. Nei nuovi scritti storiografici, la storia palestinese è trattata come un’appendice di quella di Israele e per lo più attribuita agli storici sionisti che confondono colonialismo di insediamento e democrazia. La terza è la storia subalterna della Palestina che privilegia le necessità della Palestina di articolare se stessa.

Attraverso il suo libro, Masalha mostra che la storia dettagliata della Palestina virerebbe certamente verso le narrazioni subalterne. I resoconti cronologici, supportati da molti riferimenti che menzionano la Palestina, preparano il lettore al successivo contrasto con la falsa rappresentazione orientalista e sionista; la prima fornisce a quest’ultima ampio spazio per prosperare, avendo iniziato a sostituire la storia dei nativi con una fantasia auspicata e conveniente.

Nel libro ci sono due principali premesse che mostrano come i concetti palestinesi e sionisti della terra siano fondati rispettivamente su attaccamento e cancellazione. In Palestina, afferma Masalha, “la lotta tra colonizzatore e colonizzato sulla terra, sulla demografia, sul potere e sulla proprietà si è centrata anche sulla rappresentazione, sulla falsa rappresentazione e sull’autorappresentazione.” La rappresentazione palestinese della terra aveva tutta una storia su cui basarsi – non aveva nessuna necessità di inventare qualcosa di nuovo. D’altra parte il mito sionista del ritorno era “costruito sulla cancellazione, sulla non esistenza di un popolo indigeno della Palestina, sulla effettiva espulsione fisica dei palestinesi e sulla loro separazione dalla storia.”

Masalha mostra che, a differenza delle congetture sioniste, la Palestina aveva una moneta propria, un’amministrazione collaudata, un’autonomia provinciale e militare, così come aveva definito propri legami commerciali. Attraverso i diversi periodi storici viene evidenziato che, mentre la Palestina ha subito parecchie trasformazioni – religiose, economiche e sociali –, c’è stata continuità per quanto riguarda la conservazione del territorio palestinese e la sua diffusione nella letteratura, negli scritti di viaggio e nella cartografia. Si potrebbe affermare che la memoria sociale e la geografia politica della Palestina rimangano costanti e la storia documentata attesta questo fatto. Oltretutto c’è la prova della consapevolezza collettiva dei nativi e dell’autorappresentazione tra i palestinesi che, negli anni successivi, avrebbe resistito all’imperialismo britannico e al colonialismo sionista.

Nel libro la discussione su terra, concezioni e false concezioni rivela un graduale contrasto che è messo in luce dall’esame da parte di Masalha del quadro orientalista e dell’imposizione di una narrativa immaginaria della Palestina “come una terra non tanto di storie vissute e memorie condivise di persone comuni, quanto piuttosto di una commemorazione della cristianità occidentale.” L’inesistente storia sionista in Palestina cercava di ignorare una storia documentata. Da qui il nesso tra recupero biblico e intervento colonialista, fino al punto che i palestinesi vennero intenzionalmente rappresentati in modo distorto in Occidente, “come qualcosa che potesse essere compreso e gestito secondo modalità specifiche.”

Le imposizioni che portarono alla colonizzazione sionista erano di natura coercitiva, che negava l’identità locale palestinese e l’emergere della “nuova coscienza territoriale” della Palestina. Masalha si riferisce agli scritti del poeta palestinese Mahmoud Darwish, le cui opere si basano sulla diversa storia dell’essere palestinese e concepiscono l’identità palestinese come “il prodotto di tutte le potenti culture che sono passate attraverso la terra di Palestina.”

Masalha afferma che le narrazioni colonialiste hanno confuso la storia della Palestina con i miti biblici che hanno eliminato la comprensione storica della Palestina e del suo status come entità geopolitica definita fin dall’Età del Bronzo. Una lettura della Palestina da un punto di vista autoctono mostra una sequenza ininterrotta in cui la terra è stata arricchita da diverse culture e nessun tentativo di annullare gli abitanti originari e i loro spazi. Linguisticamente e territorialmente c’è stata una continuità. L’eredità culturale e la coscienza storica palestinesi sono state essenziali anche per formare la sua coscienza nazionale.

Sotto il Mandato britannico e nel periodo successivo, scrive Masalha, “la resistenza attiva alla minaccia esistenziale posta dall’immigrazione sionista e la colonizzazione di insediamento della Palestina durante il periodo mandatario diventarono centrali nella lotta nazionalista palestinese.”

Leggendo il libro ci si rende conto di come l’intricata storia della Palestina, che copre la maggior parte del libro, sia stata rapidamente distrutta dal progetto coloniale sionista; quest’ultimo è presentato negli ultimi capitoli e riecheggia la frenetica colonizzazione del territorio e la sostituzione della popolazione autoctona con coloni di insediamento. Le tre tipologie di scritti identificate da Masalha all’inizio di questo saggio figurano tutte quando la discussione si rivolge alla più recente analisi storica su come il sionismo cristiano abbia rappresentato la narrazione del colonialismo di insediamento e quindi abbia reso la storia subalterna di fondamentale importanza, nonostante lo squilibrio di potere dovuto all’egemonia sionista.

La cancellazione da parte dei sionisti non manca di contraddizioni. Il mito della terra desolata, che Masalha estende per includere la narrazione colonialista della terra i cui abitanti non meritano di essere consultati, si è imbattuta in ostacoli che hanno evidenziato i limiti dello stesso sionismo, come il fatto di dover ebraicizzare i nomi dei villaggi arabi in quanto la tradizione biblica era inadeguata per tener conto delle alterazioni della toponomastica palestinese. Quello che non si poté distruggere è stato alterato o ce ne si è appropriati, quest’ultimo caso inquadrato come eventi naturali o manipolato in un processo selettivo di ricostruzione utile alle politiche di insediamento sionista.

Come per tutti i libri di Masalha, l’attenzione ai dettagli, così come la rigorosa spiegazione, è impeccabile. Ogni lettura o rilettura di questo libro provocherà nuove riflessioni dovute ai diversi temi e alle relative analisi, in particolare riguardanti la separazione, imposta dal sionismo per soddisfare il progetto colonialista, degli autoctoni dalla loro storia. La Palestina è sempre stata in grado di autodefinirsi, mentre il sionismo e Israele si sono sostenuti a vicenda con la rapina, la modificazione, l’appropriazione e la sostituzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)