La forza della legge versus la legge della forza: una recensione di ‘Justice for some’ di Noura Erakat

Richard Falk

16 luglio 2019 – Mondoweiss

JUSTICE FOR SOME Law and the Question of Palestine [GIUSTIZIA PER ALCUNI. Diritto e questione palestinese]

Di Noura Erakat Pag. 352, Stanford University Press, $30.00

Non pretendo di avvicinarmi a questo libro con mente aperta. Per dirla più chiaramente, riconosco con qualche orgoglio di aver sostenuto ‘Justice for some’ ancor prima della sua pubblicazione, e il mio commento compare in quarta di copertina. Inoltre due mesi fa ho partecipato ad una presentazione del libro all’università George Mason, dove Noura Erakat è docente.

Il mio intendimento in questa recensione non è di fare una serena valutazione dei punti di forza e di debolezza del libro, ma piuttosto di consacrarlo come contributo importante e dotto alla letteratura critica volta a risolvere il conflitto israelo-palestinese secondo i dettami della giustizia piuttosto che attraverso un continuo affidarsi alla forza muscolare dell’oppressione, come ribadito dalla geopolitica. E quindi cogliere questa opportunità per invitare ad una attenta lettura di ‘Justice for some’ da parte di tutti coloro che si interessano alla lotta palestinese e di chi è curioso di [sapere] come il diritto agisca pro e contro il benessere umano, come dimostrato dal suo utilizzo in una serie di circostanze storiche e sociali.

Erakat si concentra sulle storture del militarismo e della geopolitica che sono state inflitte al popolo palestinese nel suo complesso, portando i lettori a rendersi conto di come ‘diritto’ e ingiustizia abbiano troppo spesso agito insieme per decenni. Erakat offre ai lettori questa dissertazione giurisprudenziale critica e illuminante, ma non si ferma qui. ‘Justice for some’ fa anche ricorso a una metodologia costruttivista nel seguente senso: mentre Israele ha abilmente utilizzato le leggi per opprimere il popolo palestinese, il testo di Erakat spiega ai lettori anche come il diritto possa essere, e sia, utilizzato in nome della giustizia, servendo la causa dell’emancipazione dei palestinesi come parte integrante della continua lotta per l’emancipazione del popolo palestinese.

In un certo senso, la mia partigianeria a favore della lotta palestinese è simile a quella di Erakat, che chiarisce fin dalla prefazione che la sua intenzione è di descrivere l’oppressione territoriale e nazionale dei palestinesi nel modo più trasparente possibile attraverso l’ottica delle leggi e dei diritti umani e di condannare l’uso da parte di Israele di sistemi, procedure e tattiche giuridiche per portare avanti crudelmente il progetto sionista a spese dei palestinesi.

Justice for some’ rappresenta una importante tendenza negli studi [giuridici], che cerca di affiancare l’obbiettività accademica con l’esplicito impegno etico e politico. Questo accorpamento di obbiettivi potrebbe apparire adeguato quando si tratta di un conflitto così aspro come quello israelo-palestinese, ma non è stato molto adottato nell’insegnamento prevalente. Il canone accademico nei testi di studio continua a privilegiare una posizione neutrale o di presunta obbiettività riguardo alle implicazioni politiche, che non è altro che una maschera professionale indossata da accademici ingenui o cinici che non intendono assumersi la responsabilità delle proprie opinioni personali.

Ancor peggio, l’influenza sionista sul discorso accademico e mediatico su questo argomento è talmente forte che qualunque frase esplicita contenuta nel libro di Erakat è censurata, autocensurata e attaccata come ‘di parte’. Per il pensiero dominante l’originalità di Erakat e la sua convincente analisi nella migliore delle ipotesi vengono ignorate, oppure ridicolizzate. Autori come lei sono sovente attaccati in quanto rappresentanti del cosiddetto ‘nuovo anti-semitismo’, cioè una qualifica usata per screditare i testi e gli autori che criticano le politiche e le prassi di Israele, confondendo malignamente le critiche con l’odio verso gli ebrei. Questa distorta equazione ci offre una definizione dei discorsi d’odio che equivale a emettere una sentenza di morte contro la libertà di espressione. E’ una vergogna nazionale che le istituzioni legislative americane a livello statale e federale si bevano un simile veleno!

E’ difficile comunicare l’originalità giurisprudenziale di Erakat senza discuterne in modo ampio, ma ci proverò. Molto nasce dalla sua ardita asserzione: ‘Io sostengo che il diritto è politica.” (4) Con questo intende, per dirlo in termini grossolani, che ‘la forza delle leggi’ dipende dalla ‘legge della forza’, cioè i diritti giuridici senza la possibilità di applicare a un certo livello la legge restano senza effetto, oppure l’insidioso effetto è di dare copertura legale a comportamenti disumani. Oppure, come Erakat dice attraverso una metafora, la politica procura il vento di cui la vela ha bisogno perché la nave vada avanti.

Allo stesso tempo, quando discute dei diritti e delle strategie palestinesi, Erakat ribadisce che il richiamo alla ‘forza’ non implica affidarsi o invitare alla violenza. La sua affermazione strategica di nonviolenza diventa esplicita quando parla in termini di approvazione dell’importanza della campagna BDS, come anche nel suo sostegno ai vari tentativi di criticare Israele alle Nazioni Unite o altrove.

Soprattutto Erakat argomenta in modo persuasivo ch Israele è stato più abile dei palestinesi a fare uso efficace del diritto, in parte perché ha il vento in poppa per via dei suoi legami con la geopolitica, specialmente con gli Stati Uniti, ma anche perché gli esperti giuridici israeliani hanno svolto il loro ‘lavoro legale’ meglio dei palestinesi. Il libro di Erakat può essere letto come uno stimolo ai palestinesi perché facciano un miglior uso di ciò che lei chiama ‘opportunismo basato su principi giuridici’ (19)

In senso più ampio, Israele, per via degli appoggi geopolitici e del controllo sul dibattito è riuscito ad ottenere che i suoi più flagranti crimini internazionali, compreso l’uso eccessivo della forza, le punizioni collettive e il terrorismo di Stato, siano ‘legalizzati’ sotto la dicitura ‘sicurezza’ e ‘autodifesa’, prerogative a tempo indeterminato intrinseche alla nozione stessa di Stato sovrano. Al contrario, i palestinesi che esercitano un diritto di resistenza del tutto giustificabile, persino quando è diretto contro obbiettivi militari, sono criminalizzati a livello internazionale e il loro comportamento è stigmatizzato come ‘atti di terrorismo’. Il più sinistro imbroglio ‘legale’ di Israele è stato sfidare ripetutamente e in modo flagrante il diritto internazionale senza subire alcuna conseguenza negativa. Questa dinamica di sfidare le leggi può essere illustrata dal disconoscimento da parte di Israele del parere consultivo della Corte Internazionale del 2004, nonostante l’accordo di 14 giudici su 15 (qualcuno si sorprende che l’unico contrario fosse il giudice americano?) che la costruzione del muro di separazione sul territorio palestinese occupato viola le norme fondamentali del diritto umanitario internazionale, comprese le Convenzioni di Ginevra del 1977.

Inoltre Erakat merita apprezzamento perché mantiene uno stile accademico senza al contempo moderare le parole o lasciarsi intrappolare nel linguaggio giuridico spesso confuso. Il problema del linguaggio è cruciale nella sua interpretazione delle contraddizioni tra legge e giustizia che hanno privato il popolo palestinese, e la sua nazione, dei diritti fondamentali per oltre un secolo. Erakat è chiara come pochissimi docenti di diritto internazionale nel dire che le questioni in discussione possono essere correttamente valutate solo se pienamente contestualizzate storicamente e ideologicamente.

Secondo Anthony Anghie [professore di diritto all’università di Singapore, ndtr.] e diversi altri, Erakat ritiene essenziale mostrare che le radici del moderno diritto internazionale riflettono un quadro normativo che è servito a legittimare il colonialismo europeo e le sue pratiche. Estende provocatoriamente questa generalizzazione ad Israele, identificandolo come l’ultimo Stato “coloniale di insediamento” che è stato creato. Aggiungerei che Israele è stato fondato nonostante la potente tendenza anticolonialista che si è mossa in un’unica direzione a partire dal 1945.

Erakat è parimenti pronta a sostenere che la prolungata occupazione israeliana della Palestina dopo il 1967 è diventata ‘annessione’. Avanza anche l’opinione che il modo in cui Israele controlla il popolo palestinese attraverso la frammentazione politica e gli strumenti legislativi sia una forma di ‘apartheid’. Negli approcci critici e costruttivisti evitare gli eufemismi giuridici è di centrale importanza per la fondamentale impresa di liberare i meccanismi giuridici dalle macchinazioni degli Stati. Ciò che fa il linguaggio veritiero è guardare attraverso la finzione giuridica per illuminare le questioni morali in gioco. Questa chirurgia linguistica è un prerequisito per fare chiarezza sulla relazione tra la legge e la giustizia e l’ingiustizia, non solo relativamente alla Palestina, ma in rapporto a particolari questioni, sia che coinvolgano migranti internazionali, minoranze vittime di violenza o popoli a cui si nega l’autodeterminazione.

Justice for some’ mi ha aiutato a rendermi conto che questo significato fondamentale della legge come strumento inevitabilmente politicizzato di controllo e resistenza può essere in contrasto con l’idea che io ho precedentemente evidenziato nei miei scritti giuridici, che il vero significato delle norme giuridiche può essere colto soltanto attraverso la loro corretta interpretazione. Su questa base ho argomentato la contrarietà alla guerra in Vietnam, contestando che il ruolo dell’America implicasse l’uso della forza in violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, che stabiliscono i criteri per l’uso della forza, e che questo argomento era giuridicamente superiore alle giustificazioni avanzate dal governo USA e dai suoi apologeti.

Questo paradigma normativo (o ermeneutico) riflette la retorica del diritto internazionale ed il modo in cui gli avvocati abitualmente affrontano una controversia, incluse le modalità del ragionamento giuridico usate dai giudici nei tribunali sia all’interno degli Stati che a livello internazionale per spiegare e giustificare le proprie decisioni. Si può applicare in particolar modo all’uso del diritto internazionale nell’arte di governare per approvare o meno un comportamento contestato, riflettendo indirettamente l’intensità dei venti politici che gonfiano le vele della nave dello Stato, ma anche la raffinatezza e le motivazioni di chiunque stia difendendo una causa, e per chi.

Sullo sfondo di questa interpretazione, ciò che Erekat cerca e riesce a fare, più che l’interpretazione emancipatoria delle norme giuridiche, riguarda il metterci in grado di afferrare il nesso manipolatorio sotteso al dibattito giuridico internazionale e che plasma i modelli politici di controllo e resistenza. Il paradigma normativo è complementare e di sottofondo, in quanto lo scopo principale di Erakat è sviluppare meglio di quanto facciano gli approcci tradizionali un esaustivo fondamento logico per un paradigma politico e normativo che corrisponda alla realtà della lotta palestinese, e di altre lotte simili, per i diritti fondamentali, in particolare quello dell’autodeterminazione. Questi paradigmi non si contraddicono necessariamente l’un l’altro, ma poggiano su differenti funzioni del diritto e e dei giuristi in vari contesti, e da un punto di vista giurisprudenziale possono essere considerati complementari. Il lavoro di Erakat si preoccupa non tanto di comprendere come sia il mondo, quanto di come dovrebbe essere governato e di come il diritto e la professione giuridica possano (o non possano) far sì che ciò accada. In questo senso lo spirito che caratterizza il libro di Noura Erakat richiama alla mente il famoso detto di Karl Marx: “I filosofi finora hanno interpretato il mondo in vari modi; la questione è cambiarlo.”

Richard Falk è professore emerito di diritto internazionale all’università di Princeton. È autore o co-autore di 20 libri e curatore editoriale di altri 20. Nel 2008 il Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHRC) ha nominato Falk Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla “situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967” per un periodo di 6 anni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Segni di esclusione razziale: razzializzare il colonialismo di insediamento israeliano

Andy Simons

2 aprile 2019 Middle East Monitor

Recensione del libro di Ronit Lentin

Data di pubblicazione : agosto 2018 Editore: Bloomsbury Academic , Paperback : 269 pagine

Nell’accusa politica distorta e ambigua di oggi alcuni principi rimangono immutati. Ronit Lentin, sociologa del Trinity College di Dublino, si è da tempo specializzata nei rapporti razziali e il suo libro scava nelle basi razziste di Israele. Di conseguenza il razzismo collettivo degli ebrei bianchi di Israele supera decisamente ogni confronto.

Un pregio dell’analisi è teoretico, in quanto utilizza gli scritti di Patrick Wolfe, David Theo Goldberg e Giorgio Agamben per vedere come modelli filosofici ed economici facciano leva sulla differenza razziale. Nel suo contesto universitario l’autrice deve mostrare gli esempi accademici nella condanna del sistema legale distorto dei sionisti. Si potrebbe essere tentati di andare a leggere i loro lavori.

Ma, a meno che uno non faccia parte di una università prestigiosa, non si soffermerà su tali libri ed ha il mio permesso di saltare questi passaggi. Perché spaccare il capello in quattro per esprimere una definizione esatta del “colonialismo di insediamento” quando il lettore di questo libro è già al corrente dell’ingiustizia? Fortunatamente in questo volume non ce n’è bisogno perché Lentin ha puntato i riflettori su molteplici luoghi oscuri.

Un altro filone che esplora è quello della storia politica, e in questo ha avuto da molto tempo colleghi quali lo studioso Ilan Pappé che lo scrive chiaramente, citando come lei estrae il razzismo dal profondo del cuore israeliano. La materia prima del razzismo si trova ovunque, da parte dei contabili finanziari come dei compilatori di precedenti giuridici. Per quanto riguarda il sistema giudiziario sionista, ci si chiede perché non crolli sulle sue stesse tremolanti colonne. Il primo “decreto per la protezione del popolo” di Hitler è stato permanentemente applicato al giusto tipo di persone, consentendo che la contraddizione discriminatoria procedesse indisturbata. Questa è una lezione che avrebbe dovuto essere appresa dall’Olocausto ebraico, ma la legittima potenza ebraica ha adottato la stessa fiaccola della superiorità ariana nazista.

Il libro insiste sul fatto che la razza, in politica, deve voler dire cura. In medicina, per esempio, gli ebrei arabi, essendo più scuri di pelle, sono stati maltrattati nel modo in cui un medico nazista infliggeva malattie agli ebrei del campo e come nell’esperimento Tuskegee sui maschi negri in Alabama [dal 1932 al 1972 afroamericani malati di sifilide non vennero curati con la penicillina per poter studiare l’evoluzione della malattia, ndtr.]. Uno dei dottori razzisti israeliani era parente dell’autrice. Riguardo alla cittadinanza, un altro esempio, la “Legge del Ritorno” dello Stato [di Israele] nel 1991 è stata modificata per consentire l’arrivo di un milione di ebrei russi e dei loro familiari non ebrei per incrementare la popolazione bianca di Israele. Vagliando la disciplina dell’“esercito più morale al mondo” [autodefinizione dell’esercito israeliano, ndtr.], è risultato che l’IDF [esercito israeliano] aveva organizzato stupri di massa durante la Nakba e che ci sono crescenti aggressioni sessuali persino nei confronti di donne ebree che oggi fanno il servizio militare per il governo militarista. E riguardo alla geografia, la modalità dello Stato sionista è semplicemente di accerchiare le comunità arabe sulla mappa, ai lati di ogni strada.

Come viene giustificato il razzismo? Già prima del Mandato Britannico [sulla Palestina] gli abitanti arabi erano visti come ‘inferiori’ e la colonizzazione della Palestina necessitava di essere illuminato dal progresso europeo e americano. E il giovane Israele mantenne semplicemente le “Norme di Difesa (Emergenza)” del governo del Mandato, che includevano la maggior parte delle principali perversioni dell’applicazione delle leggi degli ebrei israeliani riguardo agli autoctoni non ebrei, dai processi a civili nei tribunali militari alle efficienti demolizioni di case, alla censura.

I tribunali sionisti si aggrappano a qualunque giustificazione, compresi la stessa Dichiarazione Balfour [con cui nel 1917 il governo britannico si impegnò a favorire la creazione di un “focolare ebraico” in Palestina, ndtr.], i decreti del Mandato britannico, la risoluzione 181 dell’ONU che riconosceva lo Stato di Israele e persino sentenze della Bibbia. La colonizzazione è considerata un’impresa quasi sacra, in quanto tiene fede alla cosiddetta missione e il modo di vita ebraici, imitando il patriottismo USA come una sorta di religione.

Oltre all’ingegnosa strutturazione delle leggi, c’è sempre l’azione immediata di polizia o esercito. Il caso dell’espulsione dei beduini di Umm al-Hiran del 2017 ha implicato l’intenzionale uso di armi da fuoco contro una comunità disarmata e che non stava protestando. Giornalisti e parlamentari della Knesset sono stati esclusi dalla scena. Due anni prima il villaggio di Al-Araqib era stato demolito e ai suoi abitanti erano stati addebitati dal governo i costi della demolizione! Ciò che rende questo modo di agire più di una semplice prosecuzione della ‘pulizia etnica’ è stata anche la revoca della loro cittadinanza. Questa è stata una punizione perché i beduini non se ne sono andati nel resto del Medio Oriente o non sono semplicemente morti. Non importa che siano stati rinchiusi là dal nuovo Stato militarizzato dopo il 1948.

Il capitolo sul genere deve soddisfare le esigenze della razza, e ci sono forse troppe questioni da presentare. Un aspetto imprevisto è il rapporto d’interesse dello Stato israeliano per il delitto d’onore palestinese, in quanto questo, ovviamente, ne ridurrebbe la comunità.  Ma ci sono troppe tentazioni per l’autrice, determinando una deviazione dal percorso relativo alla discriminazione razziale. La decolonizzazione della Palestina, da parte dei palestinesi o di questi ultimi insieme agli ebrei israeliani, è un indispensabile punto di discussione. Eppure il capitolo sulla teoria della liberazione si allontana dalla vera e propria questione del libro riguardo a ebrei contro i goy [non ebrei] arabi.

Qui buona parte del frutto marcio è raccolto da fonti libere in rete, molte delle quali sioniste. Non ero a conoscenza del fatto che “quasi tutti” i palestinesi cittadini di Israele che hanno espresso critiche su Facebook durante il massacro del 2014 a Gaza [operazione “Margine protettivo”, ndtr.] sono stati interrogati dai servizi di sicurezza dello Stato. E stranamente mi sono perso la dichiarazione di Netanyahu sulla manifestazione razzista-fascista del 2017 a Charlotteville, Virginia [una manifestante antirazzista venne investita e uccisa da un suprematista bianco, ndtr.]: “Riguardo a voi, ebrei americani che avete fronteggiato questi nazisti laggiù – nazisti che odiano voi democratici progressisti, insieme ai vostri amici negri, musulmani, immigrati e gente di sinistra – beh, ve la siete andata a cercare…Arrangiatevi.”

O forse la vostra disapprovazione diventerà permanente leggendo un sondaggio d’opinione Pew [istituto di ricerca Usa, ndtr.] del 2016 secondo cui il 48% degli ebrei israeliani e il 59% degli ortodossi vuole l’espulsione degli arabi. Lentin ci ricorda che il parlamentare prediletto dai coloni, Naftali Bennett, ha reso legittime risposte razziste agli esami. Un ministro dell’Educazione può fare cose del genere, un balsamo per il cosiddetto ‘trauma del colono’, e ottenere pure l’approvazione dell’opinione pubblica.

Quindi uno dei pregi di questo libro sono le molte prove raccolte su internet, incoraggiandovi a fare altrettanto. Utilizzando una serie di piattaforme pubbliche, Lentin lo ha fatto per voi: se siete un attivista antirazzista per i diritti dei palestinesi, questa è una guida per il consumatore che riempirà innumerevoli sacchetti della spesa di ingiustizie basate sulla discriminazione razziale. Se il carrello pieno di orrori di questo libro ha un difetto, è che ve ne si trovano troppi da prendere, ma i sionisti continuano semplicemente a costruire scaffali su cui impilarli.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le contraddizioni di una religione atea

Rabkin Y. M., Capire lo Stato di Israele. Ideologia, religione e società, Zambon, Francoforte, 2018.

Recensione di Amedeo Rossi

“Dio non esiste e ci ha promesso questa terra”: con questa caustica citazione di un intellettuale israeliano l’autore, docente di storia all’università di Montreal, in Canada, sintetizza il rapporto contraddittorio tra ideologia e religione che caratterizza il sionismo e l’attuale società israeliana.

Rabkin inizia la sua analisi presentando un’interpretazione che smentisce le basi teologiche su cui si fonda la rivendicazione della conquista della Palestina da parte del popolo ebraico. A differenza di quanto è stato e viene tuttora affermato dai leader sionisti e dai coloni fondamentalisti religiosi, la tradizionale posizione dei rabbini nei confronti della “terra di Israele” è stata a lungo caratterizzata da una sostanziale indifferenza nei confronti di qualunque tipo di rivendicazione territoriale. Anzi, l’idea di riunificare il popolo ebraico in Palestina è stata considerata empia e combattuta. Lo stesso termine “antisionista” è nato tra gli ebrei, sia religiosi che laici. Su questo punto Rabkin insiste con un’analisi approfondita e ricca di citazioni ricavate da testi per lo più religiosi. “Vi era ben poco spazio per la tradizione ebraica nel progetto sionista, che non soltanto aveva avuto origine in ambienti protestanti, ma era appoggiato da individui di origini ebraiche che si professavano atei o agnostici,” ricorda Rabkin nella nota introduttiva. Infatti, il concetto stesso di “esilio”, centrale nell’ideologia sionista, nella fede ebraica “è innanzitutto uno stato di incompletezza spirituale, una perdita di contatto con la presenza divina, più che un allontanamento da un luogo fisico concreto.” Addirittura, la nascita dello Stato di Israele, che per i sionisti è considerata la redenzione dallo sterminio e dalle persecuzioni, per i rabbini è stata e sarà la causa del processo di distruzione del popolo ebraico per aver violato i precetti divini. Alcuni rabbini, come Elhanan Wasserman, erano convinti che la Shoà “non potesse essere altro che un castigo per l’abbandono della Torah così a lungo incoraggiato e praticato dai sionisti.”

Secondo l’autore il movimento sionista, pur facendo frequente ricorso a citazioni bibliche, avrebbe operato una separazione tra il giudaismo (inteso come identità spirituale e religiosa peculiare del popolo ebraico) ed ebraismo, concetto etnico- razziale prima ancora che culturale. Nel libro questo processo di allontanamento viene attribuito storicamente a due processi fondamentali: l’influenza tra gli intellettuali laici assimilati del millenarismo protestante, che già nel 1621 avrebbe preconizzato il ritorno degli ebrei in Terrasanta come propedeutico al ritorno di Cristo sulla terra; il processo di emancipazione fallita degli intellettuali ebrei, che sarebbero stati frustrati dalle politiche restrittive e discriminatorie messe in atto soprattutto nei Paesi dell’Europa centro orientale. Ciò li avrebbe portati ad accogliere il nazionalismo tipico dell’epoca e a considerarlo l’unica soluzione contro le persecuzioni, in particolare nell’impero zarista. Sviluppatosi in un contesto politico autocratico, lontano dal liberalismo che stava conquistando l’egemonia politica nei Paesi occidentali, il sionismo laico avrebbe aderito ad un nazionalismo “Sangue e suolo” con forti connotati autoritari.

Per sostenere quest’ultima tesi Rabkin tratta con maggiore approfondimento la corrente “revisionista” del sionismo (Jabotinsky e Nordau) e ricorda anche le simpatie per i regimi di destra, compreso il nazismo, e per l’URSS di Stalin che hanno caratterizzato le vicende storiche nel sionismo fino alla creazione dello Stato di Israele. Oltre al volontarismo, che ha caratterizzato sia il marxismo-leninismo che fascismo e nazismo, l’autore sostiene ad esempio che “tra il movimento sionista e il nazionalsocialismo esisteva un’affinità concettuale, anche se non politica: entrambi consideravano gli ebrei come un popolo straniero che non si sarebbe mai assimilato e per il quale non vi era posto in Europa.” Nel libro si insiste molto sulla dicotomia tra gli ebrei originari dei Paesi dell’Est Europa, che avrebbero dato vita ad un movimento politico fortemente caratterizzato da autoritarismo e cinismo, e il contesto liberale in cui al contrario si sarebbe sviluppata l’opposizione a questo progetto.

Il libro cita anche vari esempi di opposizione, o quanto meno di critica, al sionismo da parte di intellettuali laici, come Arendt, Freud, Buber, Einstein (che definì Jabotinsky “un pericolo per la nostra gioventù quanto l’hitlerismo lo è per la gioventù tedesca”), oltre naturalmente ai comunisti ed ai socialisti ebrei, come i militanti del Bund, su cui però l’autore ricorda lo sprezzante giudizio di Plechanov, il padre del marxismo in Russia, che definiva i bundisti “sionisti con il mal di mare”. Ma Rabkin si concentra in particolare sull’opposizione religiosa, tra gli haredi (ortodossi e ultraortodossi) e gli ebrei riformati in Europa e negli USA, ricordando ad esempio la tragica vicenda dell’avvocato e giornalista olandese Jacob de Haan. Pur essendo un haredi, aderì al sionismo e nel 1919 si stabilì a Gerusalemme. Resosi conto della situazione, cercò di arrivare a un accordo tra il potere mandatario inglese, i notabili arabi e i coloni ebrei. La sua influenza a Londra e i buoni rapporti con il figlio del re di Giordania potevano minacciare i progetti sionisti, e venne ucciso da sicari dell’Haganah, la milizia armata dei laburisti. Un complice dell’omicidio dopo anni ammise che venne eliminato perché l’eventuale accordo avrebbe minacciato i progetti sionisti.

Oltre alla creazione dello Stato di Israele nel 1948, la guerra dei Sei Giorni del 1967 rappresenta l’altro punto di svolta nei rapporti tra progetto sionista e opposizione religiosa. La vittoria sui nemici arabi “era stata l’opera della divina provvidenza, oppure l’opera di Satana, che crea miraggi di redenzione per fuorviare gli innocenti […] costituiva parte di un susseguirsi ininterrotto di distruzioni originatosi con l’ascesa del sionismo, proseguito con le stragi naziste e destinato inevitabilmente a concludersi con il declino e la caduta.” Questa posizione radicalmente critica è diventata progressivamente sempre più marginale, ed anzi dal ’67 molti gruppi integralisti religiosi si sono sempre più schierati a sostegno di Israele e del processo di colonizzazione dei territori palestinesi occupati. Sono stati quelli che Rabkin chiama i “fautori del nazional-giudaismo” (mentre il sociologo delle religioni Renzo Guolo usa il termine “fondamentalisti nazional-religiosi”) ad essere i primi a fondare colonie e ad essere i più fanatici e violenti contro i palestinesi. Il libro ricorda in particolare l’assassinio di Rabin e l’attentato di Baruch Goldstein a Hebron.

Nonostante questo rapporto contraddittorio e spesso conflittuale con il sionismo, l’autore ammette che le comunità ebraiche del resto del mondo si sono schierate in modo incondizionato dalla parte di Israele. Rabkin spiega questo dato affermando che “per molti, la fedeltà a Israele ha da lungo tempo sostituito il giudaismo come principio cardine dell’identità ebraica. Me nella diaspora, questa fedeltà si indirizza ad uno Stato ideale, persino immaginario, più che allo Stato di Israele esistente.” Questa visione idealizzata non ammette critiche e non dà ascolto neanche alle voci degli israeliani dissidenti. Tuttavia, ricorda l’autore, da sondaggi effettuati sull’argomento risulta che negli USA solo il 40% degli ebrei ritiene che Israele incarni la promessa di dio al popolo ebraico, contro l’82% degli evangelici bianchi. Con questo dato coerente con le argomentazioni del libro, a conferma dell’importanza, anche numerica (Rabkin parla di 50 milioni di “cristiani sionisti” negli USA), delle sette protestanti nel sostegno incondizionato a Israele, si chiude il libro.

In conclusione, si tratta di un lavoro molto approfondito e complesso, in cui la religione e la teologia ebraiche si ripercuotono sulle questioni politiche che segnano le vicende dello Stato di Israele e dell’ideologia da cui è nato. È un saggio che richiede una lettura attenta e competente, molto ricco di spunti di discussione (peccato che delle molte fonti riportate in nota nella bibliografia finale vengano citati solo i libri editi in italiano). Come ha scritto lo storico israeliano Shlomo Sand in una frase citata all’inizio del volume: “Chi crede che il sionismo sia una prosecuzione del giudaismo farà bene a leggere questo libro; e chi crede che Israele sia uno Stato ebraico deve leggerlo assolutamente.”




Una sofferenza lunga un secolo

Cecilia Dalla Negra

Si chiamava Palestina

Storia di un popolo dalla Nakba a oggi

Edizioni Aut Aut, Palermo 2018, pagg.301

Recensione di Cristiana Cavagna

La giornalista esperta di Palestina Cecilia Dalla Negra ( che tra i suoi tanti lavori ha contribuito alla cura del numero dedicato alle donne palestinesi della storica rivista femminista DWF) torna sulla storia di questo popolo che ancora resiste su una terra “così piccola, e insieme così carica di simboli e significati”.

Prima di parlare del libro, mi permetto una nota personale: pur conoscendo da anni le vicende della Palestina, ho letto questo libro tutto d’un fiato, come si legge un romanzo avvincente, quando vuoi sapere “come va a finire”…. una bellissima sorpresa, anche per l’ottimo stile in cui è scritta. Anche il titolo è avvincente: “si chiamava Palestina” è un verso di una poesia (“Su questa terra”) del poeta palestinese Mahmoud Darwish….

Però questo non è un romanzo, e la tragedia del popolo palestinese – la Nakba (catastrofe) – non “va a finire”, perché continua ancora adesso, con gli oltre 200 morti della “Grande Marcia del Ritorno” a Gaza nel 2018, 70 anni dopo quel 1948.

L’autrice mette proprio la Nakba al centro e al cuore del suo lavoro, dedicato a un pubblico di “non addetti ai lavori”, come ci dice nella premessa metodologica, ma dotato di rigore storico, di un robusto apparato di note e di una bibliografia molto vasta, e si conclude con 6 toccanti testimonianze di storie personali.

La Nakba come “dolore….quello individuale e quello collettivo…divenuto elemento fondante dell’identità individuale e collettiva palestinese..” : passaggio dell’introduzione dell’autrice, messo opportunamente in evidenza nella prefazione di Wasim Dahmash, palestinese nato in Siria, saggista e docente di letteratura araba. Dahmash ci ricorda anche un’altra cosa importante, che la Palestina non è l’unico caso di colonialismo di insediamento nella storia, ma è l’unico a non essersi concluso nel XXI secolo…

Nei 6 capitoli del libro si snoda la storia della “Nakba mustamirra”, la “catastrofe ancora in corso”, nei 70 anni dal 1948 alla Grande Marcia del Ritorno a Gaza iniziata nel 2018: l’occupazione del 1967 con la guerra dei 6 giorni, la prima Intifada, gli accordi di Oslo, la seconda Intifada, la questione di Gaza e la nascita e il ruolo di Hamas.

Tutti “fatti storici”, dai quali si è spesso allontanata tanta stampa internazionale, che ha favorito la narrazione dominante e contribuito alla “disumanizzazione” di un popolo… “ogni volta che l’occupazione è stata descritta come conflitto; ogni volta che un’offensiva contro Gaza è diventata una guerra, che una vittima civile è diventata un effetto collaterale, che la resistenza è stata sovrapposta al terrorismo”.

E ogni “fatto storico” viene inquadrato entro un’ampia disamina delle sue premesse, e ne viene messa in luce la specifica caratterizzazione.

Così, alla Nakba si arriva partendo dagli accordi segreti di Sykes-Picot del 1916, dalla dichiarazione Balfour del 1917, dalla nascita del sionismo politico col programma di colonizzare la Palestina e conquistare la sua terra, passando per la “grande rivolta” del 1936-39. Viene citata una lettera del 1937 di Ben Gurion al figlio:”…dopo la formazione di un esercito forte nel quadro della fondazione dello Stato, aboliremo la spartizione e ci estenderemo su tutta la Palestina…Dobbiamo cacciare gli arabi e prendere il loro posto”.

Il 1967 (la “Naksa”, la “ricaduta”) viene considerato uno “spartiacque fondamentale”: viene avviata la costruzione dei primi insediamenti illegali in Cisgiordania, “che non si arresterà mai, a prescindere dall’indirizzo politico dei governi israeliani”. Ed è l’inizio della politicizzazione di massa della popolazione palestinese: “per i palestinesi diventerà evidente che gli Stati arabi non sarebbero mai stati in grado di fronteggiare l’avanzata israeliana e che quindi avrebbero dovuto essere loro, da soli, a cercare la propria liberazione.”

Gli accordi di Oslo, “l’inizio della fine”, trovano le loro premesse nella dichiarazione unilaterale di indipendenza dello Stato di Palestina del 1988, con il reciproco riconoscimento con Israele, e contengono la “pretesa di poter costruire la pace senza il presupposto della giustizia”. Dopo Oslo, “i diritti per i quali i palestinesi si sono battuti per anni…saranno ridotti a singole ‘questioni’: Gerusalemme, il diritto al ritorno dei profughi, i confini, le colonie diventeranno capitoli separati di una storia che non ha più un passato.”

Se la prima Intifada, con i Comitati Popolari della Resistenza e la disobbedienza civile, attraverso il boicottaggio di massa dei prodotti israeliani, parla di riappropriarsi della dignità negata, di autorganizzazione e di solidarietà, la seconda “ non può essere considerata esclusivamente una rivolta contro il potere occupante, ma anche come una sollevazione del popolo palestinese contro la propria leadership”.

La situazione attuale infine, da un lato vede l’assenza di un coordinamento politico del dissenso e la mancanza di strutture forti di riferimento, oltre al rischio di una “depoliticizzazione della vicenda palestinese, ridotta a mera questione economica o umanitaria” (anche con il contributo delle organizzazioni internazionali che hanno reso la popolazione dipendente dai loro finanziamenti); dall’altro riscontra ancora la presenza, nelle mobilitazioni a Gaza, della volontà di “porre fine ad un’ingiustizia troppo a lungo ignorata” e la capacità delle nuove generazioni di trovare forme alternative di espressione, riappropriandosi del “diritto di narrare”, di cui parlava Edward Said.

Citando nella prefazione la bella frase di Vittorio Arrigoni, “la Palestina può essere anche fuori dall’uscio di casa”, Dalla Negra ci dice che “ciò che accade lì è il paradigma di ogni ingiustizia e di ogni violazione…difendere la Palestina è il più scontato tentativo di restare umani.”




Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna

Middle East Monitor

The History and Politics of the Bedouin. Reimagining Nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna]

Autore : Seraj Assi

Data di pubblicazione: aprile 2018 Editore : Routledge, 222 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 31 gennaio 2019

Lo studio di Seraj Assi sul nomadismo fa chiarezza sulle precedentemente nascoste interpretazioni che hanno contribuito al fatto che si sia discusso dei beduini da un punto di vista colonialista. The History and Politics of the Bedouin –Reimagining nomadism in Modern Palestine [Storia e politica dei beduini. Rivisitazione del nomadismo nella Palestina moderna] (Routledge, 2019) esplora la storia che sta dietro le imposizioni dall’esterno sulla popolazione. Le prime narrazioni, per lo più di rappresentanti dell’impero britannico, hanno influenzato la politica e la retorica contro i beduini “radicate nella visione sedentaria del nomadismo.”

Ispirato alla teoria post-coloniale riguardo a come la rappresentazione di soggetti colonizzati abbia fornito una “giustificazione morale” alla dominazione europea, il libro di Assi è una critica antropologica che gradualmente costruisce una complessa immagine su come il potere definisca ciò che compete allo Stato e, di conseguenza, cosa manipolare e chi escludere.

Il libro esplora cinque temi principali: l’eredità etnologica del “Palestine Exploration Fund” [Fondo di Esplorazione della Palestina, società orientalista britannica fondata nel 1865, ndtr.]; la percezione britannica del nomadismo; l’eredità dell’amministrazione britannica nel sud della Palestina; la percezione araba del nomadismo; come la storiografia sionista ha rappresentato il nomadismo.

Assi inizia con una domanda importante: “Perché Israele, che si vanta del proprio carattere democratico, continua a respingere i diritti dei beduini sulla terra come ‘invasioni tribali’ su terre dello Stato?” La sua ricerca mostra che i britannici rappresentavano gli arabi come nomadi, dando quindi inizio all’individuazione di una tendenza che con il tempo trova un terreno comune con la propaganda sionista riguardo alla terra desolata.

Recuperare le narrazioni dei beduini e sfidare i concetti colonialisti prevalenti, afferma Assi, richiede uno spostamento del centro dell’attenzione e dell’analisi storica. Egli identifica tre problemi principali che ostacolano tali narrazioni: concentrarsi su periodi in cui è emersa la coscienza nazionale palestinese; l’attenzione sulla Palestina urbana, che marginalizza i gruppi subalterni; scarso interesse nei confronti del dominio britannico in Palestina, dovuto al fatto che la maggior parte degli studi si concentra sul contrasto tra Palestina e sionismo.

Il libro ci ricorda che una classificazione storica lineare del nomadismo non è efficace. Il periodo del Mandato britannico, per altro verso, fornisce il punto di partenza per studiare concetti sul nomadismo e su come questi abbiano influenzato sia la narrazione coloniale che nazionale. Assi descrive il nomadismo come un’“eredità condivisa”. Analizza come “nazionalismo e colonialismo siano ugualmente coinvolti nel duplice processo di negazione e di invenzione, di cancellazione e riscatto, associazione e assimilazione, che plasmano la percezione e gli atteggiamenti colonialisti verso il nomadismo.”

La ricerca di Assi mostra che attribuire il nomadismo ai beduini servì in origine agli interessi imperialisti in Palestina. La categorizzazione e le attribuzioni razziali da parte degli esploratori britannici nella Palestina ottomana crearono discordanze sul diritto alla terra. I beduini vennero classificati come una razza pura, diversi dai “fellahin” [contadini, ndtr.] e dalla “gente di città”, ma ritenuti anche invasori che, con il loro nomadismo, “rendevano desolata la terra.”

Questi primi pregiudizi vennero inseriti nelle ambizioni politiche britanniche e gettarono le basi della dominazione coloniale in Palestina. Assi cita il colonnello F. R. Conder [un esploratore inglese, ndtr.] il quale affermò che “a me sembra che il miglior futuro che possa toccare alla Palestina sia di essere occupata da una forte potenza europea, che possa individuare il valore delle (sue) risorse naturali.”

Ai beduini venne anche attribuita una lealtà tribale che, secondo gli esploratori britannici, escludeva caratteri nazionali. Tuttavia, dati i tentativi di limitare le possibilità del nazionalismo in Palestina, queste caratteristiche devono essere lette all’interno del contesto coloniale. Classificandoli come nomadi, tribali ed estranei alla Palestina, i beduini vennero automaticamente esclusi da qualunque nozione di formazione di uno Stato.

Assi afferma chiaramente che i concetti britannici di nomadismo servivano agli scopi colonialisti. L’esclusione della proprietà beduina sulla terra con l’imposizione del sistema britannico portò a una conferma delle originarie caratteristiche nomadiche. La situazione economica dei beduini era etichettata come “un’economia primitiva della povertà…a cui manca il tipo di economia che esiste tra le popolazioni sedentarie.” Facendo ricorso alla superiorità per evitare di riconoscere in modo costruttivo la politica e la società beduine, i britannici dissociarono i beduini dalla causa nazionale palestinese.

Le tre principali caratteristiche imposte sui beduini dai britannici li resero una etnia separata, distinta dagli altri gruppi etnici in Palestina, estranei alla Palestina raffigurandoli come una tribù di conquistatori privi di Stato a causa della definizione coloniale di nomadismo.

Benché ci siano stati tentativi dei palestinesi di integrare i beduini nella lotta nazionale, gli sforzi iniziali portavano con sé un punto di partenza simile a quello dei colonialisti britannici, in termini di attribuzione di purezza razziale. Assi tratteggia i tentativi dello storico palestinese Aref Al-Aref, un funzionario del Mandato britannico che agiva contro gli interessi sionisti e britannici e il cui lavoro sui beduini è considerato una narrazione storica che “rasenta l’antropologia politica.” Al-Aref, tuttavia, tentò di ribaltare i parametri di esclusione britannici e sionisti, mostrando come i beduini “non fossero fuori dalla storia, ma gli attori del ritorno degli arabi alla storia.”

L’autore descrive anche come Al-Aref abbia tentato di coinvolgere i beduini nel fondare diritti tribali sulla terra attraverso la proprietà privata piuttosto che collettiva. A questo proposito, afferma Assi, “nella sua mente persisteva il concetto che regolamentare la proprietà equivalesse a formare uno Stato-Nazione.”

Per i sionisti conquistare il deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndtr.] equivaleva alla “concretizzazione finale del sionismo.” Assi descrive come i primi coloni inizialmente si siano assimilati con i beduini, ma fu una fase transitoria nella rivendicazione ebraica sulla terra che inaugurò i legami sionisti tra il nazionalismo agrario e il colonialismo di insediamento.

Riguardo alla strategia di colonizzazione sionista l’autore cita Ben Gurion: “Se lo Stato non mette fine al deserto, il deserto rischia di mettere fine allo Stato.”

Questa citazione del primo capo del governo di Israele è analizzata meglio se contrapposta all’analisi di Assi delle opinioni di Al-Aref sui beduini e sul nomadismo. Al-Aref afferma che i beduini non possono essere considerati come estranei e nomadi, in quanto i loro spostamenti avvengono nel loro stesso territorio, regolato dalla proprietà beduina. Il colonialismo intendeva eliminare la tradizionale proprietà della terra dei beduini, da cui l’assunzione degli originari concetti britannici di nomadismo per descrivere la comunità beduina.

Il dettagliato studio di Assi accresce la consapevolezza riguardo ai legami tra la percezione imperialista e le imposizioni sioniste e a come questa abbia modellato la narrazione esterna sui beduini e sul nomadismo. Inventare il nomadismo serviva agli interessi britannici e sionisti per fondare il lungo processo di colonizzazione. In un momento in cui l’espulsione forzata della comunità beduina rimane una priorità per il governo israeliano, questo libro è una lettura obbligata per comprendere l’invenzione politica della narrazione degli autoctoni.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: una storia di quattromila anni

Palestine: A Four Thousand Year History [Palestina: una storia di quattromila anni]

Autore: Nur Masalha

Data di pubblicazione: agosto 2018, Editore: Zed Books, 458 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 30 ottobre 2018, Middle East Monitor

L’ultimo libro di Nur Masalha, “Palestine: A Four Thousand Year History” [Palestina: una storia di quattromila anni] (Zed Books, 2018) presenta un’accurata distinzione tra il ritorno dei palestinesi alla storia e la pretesa rivendicazione sionista – quest’ultima fallita nei suoi sforzi volti a giustificare le proprie pretese dal punto di vista storico. Nell’esame della ricca storia della Palestina, vengono evidenziati i limiti del sionismo e della sua concretizzazione colonialista.

Il fatto di privilegiare narrazioni artificiose sulla storia palestinese documentata ha forgiato la colonizzazione della Palestina. La prima menzione rilevata della Palestina risale a più di 3.200 anni fa. Eppure la maggior parte dell’antica storia della Palestina è ignorata, in linea con l’approccio colonialista che fornisce una visibilità selettiva alla Palestina solo per fondare la cancellazione sionista della popolazione indigena. A sua volta la cancellazione sionista è stata responsabile anche dell’eliminazione, tra le altre sparizioni, della minoranza ebraica di lingua araba in Palestina, per spianare la strada, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, all’identità razziale ed eliminare le varie identità regionali della Palestina. Nella conquista coloniale la cancellazione della Palestina e di tutta la sua eredità da parte del movimento sionista è stata essenziale.

Masalha identifica tre tipologie di scritti sulla Palestina e quello che hanno ottenuto riguardo alla conservazione o alla cancellazione della memoria palestinese. La prima è quella che viene definita come geografia delle sacre scritture, legata agli scritti del colonialismo di insediamento israeliano ed è diffusa dalle élite di potere. Nei nuovi scritti storiografici, la storia palestinese è trattata come un’appendice di quella di Israele e per lo più attribuita agli storici sionisti che confondono colonialismo di insediamento e democrazia. La terza è la storia subalterna della Palestina che privilegia le necessità della Palestina di articolare se stessa.

Attraverso il suo libro, Masalha mostra che la storia dettagliata della Palestina virerebbe certamente verso le narrazioni subalterne. I resoconti cronologici, supportati da molti riferimenti che menzionano la Palestina, preparano il lettore al successivo contrasto con la falsa rappresentazione orientalista e sionista; la prima fornisce a quest’ultima ampio spazio per prosperare, avendo iniziato a sostituire la storia dei nativi con una fantasia auspicata e conveniente.

Nel libro ci sono due principali premesse che mostrano come i concetti palestinesi e sionisti della terra siano fondati rispettivamente su attaccamento e cancellazione. In Palestina, afferma Masalha, “la lotta tra colonizzatore e colonizzato sulla terra, sulla demografia, sul potere e sulla proprietà si è centrata anche sulla rappresentazione, sulla falsa rappresentazione e sull’autorappresentazione.” La rappresentazione palestinese della terra aveva tutta una storia su cui basarsi – non aveva nessuna necessità di inventare qualcosa di nuovo. D’altra parte il mito sionista del ritorno era “costruito sulla cancellazione, sulla non esistenza di un popolo indigeno della Palestina, sulla effettiva espulsione fisica dei palestinesi e sulla loro separazione dalla storia.”

Masalha mostra che, a differenza delle congetture sioniste, la Palestina aveva una moneta propria, un’amministrazione collaudata, un’autonomia provinciale e militare, così come aveva definito propri legami commerciali. Attraverso i diversi periodi storici viene evidenziato che, mentre la Palestina ha subito parecchie trasformazioni – religiose, economiche e sociali –, c’è stata continuità per quanto riguarda la conservazione del territorio palestinese e la sua diffusione nella letteratura, negli scritti di viaggio e nella cartografia. Si potrebbe affermare che la memoria sociale e la geografia politica della Palestina rimangano costanti e la storia documentata attesta questo fatto. Oltretutto c’è la prova della consapevolezza collettiva dei nativi e dell’autorappresentazione tra i palestinesi che, negli anni successivi, avrebbe resistito all’imperialismo britannico e al colonialismo sionista.

Nel libro la discussione su terra, concezioni e false concezioni rivela un graduale contrasto che è messo in luce dall’esame da parte di Masalha del quadro orientalista e dell’imposizione di una narrativa immaginaria della Palestina “come una terra non tanto di storie vissute e memorie condivise di persone comuni, quanto piuttosto di una commemorazione della cristianità occidentale.” L’inesistente storia sionista in Palestina cercava di ignorare una storia documentata. Da qui il nesso tra recupero biblico e intervento colonialista, fino al punto che i palestinesi vennero intenzionalmente rappresentati in modo distorto in Occidente, “come qualcosa che potesse essere compreso e gestito secondo modalità specifiche.”

Le imposizioni che portarono alla colonizzazione sionista erano di natura coercitiva, che negava l’identità locale palestinese e l’emergere della “nuova coscienza territoriale” della Palestina. Masalha si riferisce agli scritti del poeta palestinese Mahmoud Darwish, le cui opere si basano sulla diversa storia dell’essere palestinese e concepiscono l’identità palestinese come “il prodotto di tutte le potenti culture che sono passate attraverso la terra di Palestina.”

Masalha afferma che le narrazioni colonialiste hanno confuso la storia della Palestina con i miti biblici che hanno eliminato la comprensione storica della Palestina e del suo status come entità geopolitica definita fin dall’Età del Bronzo. Una lettura della Palestina da un punto di vista autoctono mostra una sequenza ininterrotta in cui la terra è stata arricchita da diverse culture e nessun tentativo di annullare gli abitanti originari e i loro spazi. Linguisticamente e territorialmente c’è stata una continuità. L’eredità culturale e la coscienza storica palestinesi sono state essenziali anche per formare la sua coscienza nazionale.

Sotto il Mandato britannico e nel periodo successivo, scrive Masalha, “la resistenza attiva alla minaccia esistenziale posta dall’immigrazione sionista e la colonizzazione di insediamento della Palestina durante il periodo mandatario diventarono centrali nella lotta nazionalista palestinese.”

Leggendo il libro ci si rende conto di come l’intricata storia della Palestina, che copre la maggior parte del libro, sia stata rapidamente distrutta dal progetto coloniale sionista; quest’ultimo è presentato negli ultimi capitoli e riecheggia la frenetica colonizzazione del territorio e la sostituzione della popolazione autoctona con coloni di insediamento. Le tre tipologie di scritti identificate da Masalha all’inizio di questo saggio figurano tutte quando la discussione si rivolge alla più recente analisi storica su come il sionismo cristiano abbia rappresentato la narrazione del colonialismo di insediamento e quindi abbia reso la storia subalterna di fondamentale importanza, nonostante lo squilibrio di potere dovuto all’egemonia sionista.

La cancellazione da parte dei sionisti non manca di contraddizioni. Il mito della terra desolata, che Masalha estende per includere la narrazione colonialista della terra i cui abitanti non meritano di essere consultati, si è imbattuta in ostacoli che hanno evidenziato i limiti dello stesso sionismo, come il fatto di dover ebraicizzare i nomi dei villaggi arabi in quanto la tradizione biblica era inadeguata per tener conto delle alterazioni della toponomastica palestinese. Quello che non si poté distruggere è stato alterato o ce ne si è appropriati, quest’ultimo caso inquadrato come eventi naturali o manipolato in un processo selettivo di ricostruzione utile alle politiche di insediamento sionista.

Come per tutti i libri di Masalha, l’attenzione ai dettagli, così come la rigorosa spiegazione, è impeccabile. Ogni lettura o rilettura di questo libro provocherà nuove riflessioni dovute ai diversi temi e alle relative analisi, in particolare riguardanti la separazione, imposta dal sionismo per soddisfare il progetto colonialista, degli autoctoni dalla loro storia. La Palestina è sempre stata in grado di autodefinirsi, mentre il sionismo e Israele si sono sostenuti a vicenda con la rapina, la modificazione, l’appropriazione e la sostituzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestina: Femminismi e resistenza

DWF (Donna Woman Femme)

Rivista trimestrale, giugno 2018, (pag.136)

Edizioni UTOPIA, Roma

Saggi, articoli, interviste a cui hanno collaborato:

Rana Awad, Giada Bonu, Patrizia Cacioli, Federica Castelli, Ingrid Colanicchia, Noemi Ciarniello, Cecilia Dalla Negra, Teresa Di Martino, Serena Fiorletta, Paola Masi, Roberta Paoletti

Recensione di Cristiana Cavagna

L’editoriale di questo particolare e interessante numero monografico della storica rivista femminista (dedicato alla giovane infermiera Razan Al Nijjar, uccisa a Gaza durante le manifestazioni per il ritorno) esplicita ciò che è al centro di questo lavoro: la doppia resistenza delle donne palestinesi, all’occupazione israeliana e a alla società patriarcale palestinese.

Le autrici la articolano in un percorso che vede le donne protagoniste, da quelle rifugiate nei campi profughi, a quelle detenute nelle prigioni israeliane, alle donne della resistenza nonviolenta, alle attiviste delle tante, più o meno note, associazioni per i diritti, alle poetesse, alle scrittrici, alle musiciste, alle artiste (una sezione specifica della rivista è dedicata proprio alla rappresentazione artistica come atto politico e forma di resistenza).

Va segnalata, in apertura, un’utile sintetica cronologia, che va dal 1897, data di fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale, al 2018, con lo spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e con le manifestazioni della Grande Marcia del Ritorno, a Gaza, nel 70^ anniversario della Nakba.

Particolarmente interessante, e in certo modo propedeutico a tutto il lavoro, è il primo saggio, di Cecilia Dalla Negra: “Palestina, Storia, Terra, Lotta di donne” che, pur non ignorando la fondamentale partecipazione degli uomini, sottolinea il ruolo giocato dalle donne fin dagli albori della lotta contro la colonizzazione sionista.

Femminile è la Palestina, femminile è la terra, la resistenza e la parola che la esprime – muqàwama – , femminili sono le olive, e se gli alberi sono uomini, donne sono le radici….e femminile è la Storia, che racconta come, nel 1893, le donne organizzarono la loro prima manifestazione nella cittadina di Afula, opponendo i propri corpi alla costruzione di un insediamento ebraico sulla loro terra….”

Corpi che ritornano sempre nella narrazione al femminile della storia della Palestina: il 1917, anno della Dichiarazione Balfour, in cui le attiviste contestano la creazione di un ‘focolare ebraico’ in Palestina; il 1921, in cui viene fondata la prima organizzazione politica femminile, la ‘Palestinian Arab Women’s Union’; la ribellione al dominio britannico nella Grande Rivolta del 1936-39, che parte dalle campagne dove la partecipazione femminile è altissima, anche per la ridotta divisione di genere nel lavoro agricolo; gli anni ’60 con la lotta armata e la maggior politicizzazione delle donne, anche se la leadership del movimento resta maschile; la prima Intifada, la nascita dei Comitati di Resistenza Popolare con l’autorganizzazione e l’autoproduzione, con le donne in primo piano, per boicottare l’economia dell’occupante; la seconda Intifada del 2000 e poi il ripiegamento della società su sé stessa e la nascita della militanza delle donne islamiste, che si impongono all’interno delle strutture istituzionali e politiche della Striscia di Gaza.…Fino al volto della resistenza di oggi, quello di Ahed Tamimi, la sedicenne del villaggio di Nabi Saleh, incarcerata per aver schiaffeggiato un soldato israeliano entrato nel suo cortile.

Proprio a una donna, Manal Tamimi, di Nabi Saleh, villaggio famoso per la sua resistenza nonviolenta, è dedicata una delle tante interviste: “Non sono una supermamma, sono una mamma palestinese, un’attivista e una combattente….per me la cosa più difficile è essere normale quando ho due figli in prigione, e non a casa.”

Sono tante, stimolanti, le testimonianze.

Sawsan Shunnar, ex detenuta politica: “La cultura era parte integrante della nostra quotidianità: leggevamo poesie, letteratura e discutevamo persino di cinema…le detenute politiche utilizzavano le canzoni militanti come codice per comunicare tra loro… Vi sono differenze nette con le detenute di oggi…nella visione del proprio ruolo e anche nell’aspetto estetico….e la visione politica della maggioranza delle detenute di oggi non è chiara…”

Tamar Zeevi è una giovane ‘refusenik’: dopo 115 giorni in una prigione militare, è stata rilasciata dall’esercito, che l’ha riconosciuta formalmente come obiettrice di coscienza a causa dell’opposizione all’occupazione israeliana.

Significative le parole di una giovane palestinese dei territori occupati, membro della più antica organizzazione femminista israeliana,’Isha l’Isha’, dove operano insieme donne israeliane e palestinesi: “Le donne israeliane bianche credono di dovermi liberare, in quanto vittima di una società tradizionale e patriarcale…ma posso liberarmi da sola: abbiamo bisogno di alleate, non di insegnanti”.

Non si possono non menzionare le due lunghe e ricche interviste a Meri Calvelli, attivista a Gaza dal 1987, che puntualizza la drammatica situazione della Striscia, e alla scrittrice Susan Abulawa, nei cui ormai famosi romanzi emerge la capacità delle donne di coltivare il ‘sumud’, la resilienza..

Quasi a conclusione, un articolo dell’organizzazione “Palestinian Working Women Society for Development” esprime forti critiche e richieste ai responsabili politici palestinesi: “…scarsa volontà politica di denunciare lo stato occupante per crimini di guerra contro i palestinesi, specialmente contro le donne; assenza di volontà politica di cambiare la condizione delle donne secondo le convenzioni internazionali, inclusa la CEDAW (Convenzione ONU contro la discriminazione delle donne, del 1979);….la Palestina deve fare i passi necessari per incorporare la CEDAW nella legislazione nazionale….”

Ma è ancora nell’editoriale che troviamo forse una conclusione, forse un’ipotesi di speranza: “La lotta femminile e femminista palestinese è stata una costante che si è sempre intrecciata a quella per la liberazione nazionale…con la consapevolezza che il gioco del ‘prima la liberazione nazionale, poi quella sessuale’ è stato smascherato….”

Cioè, con le parole di una delle più note autrici del mondo arabo, Fadwa Tuqan (definita dal più famoso e importante poeta palestinese Mahmoud Darwish la poetessa della Palestina): “Come posso mettere la mia penna al servizio della liberazione nazionale, se non sono libera io stessa?”.




Le guerre dell’antisemitismo

Karl Sabbagh, Le guerre dell’antisemitismo, Skyscraper Publications, novembre 2018, pp. 272.

Hilary Wise – 17 dicembre 2018,Middle East Monitor

Con accuse di antisemitismo che occupano regolarmente le prime pagine coinvolgendo personaggi di alto profilo come Ken Livingtone [ex-sindaco laburista di Londra dal 2000 al 2008, ndtr.] o l’ex rabbino capo britannico Jonathan Sacks, chi può essere all’oscuro del fatto che è in corso un’appassionata lotta? Tuttavia, qual è la realtà che sta dietro questi titoli?

La meticolosa analisi dei fatti di Karl Sabbagh è di un tempismo perfetto. Insinuazioni e accuse contro persone che fanno campagna per i diritti dei palestinesi, ovviamente, continuano da decenni, ma gli ultimi due anni hanno visto un massiccio incremento dell’ampiezza e nell’intensità degli attacchi, soprattutto contro la Sinistra, compreso il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn. Mentre la possibilità di una vittoria dei laburisti si profila sempre più vicina, organizzazioni come il “Jewish Labour Movement” [Movimento degli Ebrei Laburisti] (JLM), “Labour against Anti-Semitism” [Laburisti Contro l’Anti-semitismo] (LAAS), il “Board of Deputies of British Jews” [Comitato dei Deputati Ebrei Britannici], la Campaign against Anti-Semitism [Campagna contro l’Antisemitismo] (CAA) ed altri hanno intensificato la campagna. Questo libro è quindi sia un resoconto di attività del passato che un avvertimento sul peggio che deve ancora venire.

Per chi non è informato sulla storia della regione, il capitolo introduttivo fornisce un riassunto chiaro, compresa una confutazione punto per punto dei miti spesso ripetuti utilizzati per giustificare l’iniziale e continua espulsione ed oppressione della popolazione nativa della Palestina. Ne consegue che, di fronte a simili prove inconfutabili, l’unica risorsa a disposizione della lobby filo-israeliana è cercare di far tacere le critiche.

I diversi metodi utilizzati emergono da una serie di resoconti personali. Lo scrittore e musicista Tom Suarez ha scoperto che il CAA non solo ha chiesto che venisse escluso come oratore, sia in Gran Bretagna che negli USA, ma ha fatto anche campagna perché ovunque gli fosse negato un ingaggio come musicista. Tony Greenstein, ben noto blogger e attivista a favore dei diritti dei palestinesi, ha fornito un dettagliato resoconto di cosa significhi essere trascinato di fronte alla Commissione Costituzionale Nazionale del partito Laburista, in un lungo e traumatico processo pseudo-legale. Centinaia di membri del partito sono stati denunciati in questo modo da gruppi di persone che controllano minuziosamente internet, non tanto per cercarvi affermazioni antiebraiche quanto critiche contro Israele. I numeri che ne risultano consentono alla lobby di accusare quello laburista come un partito che non è stato attivo nell’estirpare l’”endemico” antisemitismo tra i suoi membri.

Jeremy Corbyn ed altri leader del partito sono oggetto di critiche per non aver risposto rapidamente e nettamente agli attacchi. La politica dei gesti rassicuranti e le proteste di innocenza sembrano avere semplicemente rinvigorito la campagna contro il partito Laburista.

Nel suo capitolo che si occupa dei gruppi di controllo, Sabbagh dimostra quanto utilizzino qualunque cosa, da citazioni decontestualizzate a pure e semplici invenzioni, compresi scambi orali che non possono essere verificati. Di fatto il CAA, un’associazione benefica riconosciuta è specializzata nella scoperta (spesso inventata) di incidenti di antisemitismo e nell’intimidazione di individui e gruppi che fanno campagna o di luoghi di riunione che ospitano eventi a favore dei palestinesi. Il suo esplicito obiettivo è “ottenere conseguenze disastrose, che siano penali, professionali, finanziarie o di immagine” per chi critica Israele. Hanno chiesto che vengano avviate azioni penali per “discorsi di odio” dalla procura generale e che docenti universitari che parlano a favore dei diritti dei palestinesi vengano licenziati. Come molte persone prese di mira possono testimoniare, anche se le accuse si dimostrano false, una volta che la calunnia viene lanciata il danno è fatto. Pubbliche smentite (raramente fatte) possono non essere lette, e molte persone non si possono permettere di adire a vie giudiziarie. La risposta ad altri che dicono la verità è chiara: denuncia Israele e ciò può succedere anche a te. Esempi della reale criminalizzazione delle critiche contro Israele negli Stati Uniti dovrebbero servire come avvertimenti per chiunque in questo Paese.

Il vergognoso ruolo giocato dai media è un tema ricorrente nel libro di Sabbagh. Il fatto che i “sondaggi” della CAA sull’opinione pubblica ebraica siano stati presentati come estremamente approssimativi, tra gli altri da leader e commentatori ebraici, non ha impedito a molti dei principali media dal citarli come fonti di informazione affidabili.

Per esempio affermazioni infondate secondo cui un terzo degli ebrei britannici stanno prendendo in considerazione l’idea di emigrare sono semplicemente citate come un fatto. L’assurda, quasi isterica reazione del rabbino Sacks a un commento assolutamente banale di Jeremy Corbyn è un esempio calzante. Non un solo mezzo di comunicazione importante ha seriamente messo in discussione il suo incredibile paragone con il famoso discorso su “fiumi di sangue” di Enoch Powell [politico ultraconservatore inglese, ndtr.].

L’analisi di Sabbagh sui mezzi di comunicazione più importanti a questo riguardo è confermata da un recente rapporto della “Media Reform Coalition” [Coalizione per la Riforma dei Media, insieme di gruppi inglesi della società civile per la ricerca e campagne per migliorare l’informazione, ndtr.] (illustrato nell’Appendice). Mostra che inesattezze diffuse e ripetuto hanno teso a promuovere il concetto che il partito Laburista è istituzionalmente antisemita.

Al centro del libro si trova la controversia relativa alla definizione di antisemitismo dell’”International Holocaust Remembrance Alliance” [Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto] (IHRA), dato che essa diventata l’arma prediletta della lobby israeliana. In sé la definizione è indiscutibile, ma alcuni degli esempi presuntamene “utili” relativi ad Israele – che la lobby ha lottato con le unghie e coi denti perché venissero inclusi – sono molto sospetti. Lo scopo apertamente dichiarato è di confondere ogni critica di Israele con l’antisemitismo. Sabbagh lo dimostra nel dettaglio e segnala il pericolo della sua adozione, citando numerose opinioni giuridiche, compresa quella di avvocati che di fatto hanno formulato la definizione originale.

Altri documenti fondamentali che vengono forniti sono trascrizioni del documentario di Al Jazeera “La Lobby”, che evidenza le interferenze del governo israeliano sulla politica britannica. Una serie di documentari simili più recenti sulla lobby negli USA non è stata messa in onda, ma fortunatamente è filtrata su internet. È incluso anche un resoconto delle accuse di antisemitismo fatte contro la baronessa Jenny Tonge [ex deputata del partito Liberal Democratico, espulsa dal partito con accuse di antisemitismo per aver difeso i diritti dei palestinesi, ndtr.] quando ha presieduto un incontro in parlamento.

L’effetto cumulativo di tutti questi dati attentamente studiati e chiaramente presentati è profondamente agghiacciante. Le implicazioni per la libertà di parola in Gran Bretagna – la base fondamentale della nostra democrazia – sono ineludibili. Sfortunatamente, praticamente per definizione i principali media molto probabilmente non recensiranno una pubblicazione che rivela il loro approccio di parte e negligente verso uno dei principali problemi dei nostri tempi. Speriamo che il passaparola e il potere delle reti sociali attirino i lettori che questo libro merita.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Esternalizzare l’occupazione

Rod Such

29 Novembre 2018, The Electronic Intifada

The Privatization of Israeli Security by Shir Hever, Pluto Press (2017)

[“La privatizzazione della sicurezza in Israele”] di Shir Hever, Pluto Press (2017)

“La privatizzazione della sicurezza in Israele” di Shir Hever è uno studio sullo sviluppo di imprese private militari e per la sicurezza iniziato in Israele negli anni ’90 e che continua tuttora. Questa tendenza presenta implicazioni per il futuro sia riguardo all’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza che al movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Ricercatore di economia e autore di The Political Economy of Israel’s Occupation [“L’economia politica dell’occupazione israeliana] (2010), Hever si basa sul lavoro del politologo Neve Gordon, soprattutto sul libro di Gordon Israel’s Occupation (2008) [“L’occupazione israeliana”, Diabasis, Parma, 2016] e sulla più recente analisi del complesso militare industriale di Israele dell’antropologo Jeff Halper nel suo libro War Against the People (2015) [“La guerra contro il popolo”, Ed. Epoké, Novi Ligure, 2017]. Tuttavia, a differenza di questi studi, Hever si concentra in particolare sulla privatizzazione.

Tra il 1994 e il 2006 cinque grandi industrie belliche di proprietà del governo israeliano vennero vendute a imprenditori privati. Durante lo stesso periodo gli strateghi del governo svilupparono il concetto di “centro versus periferia”, in cui immaginavano che il governo conservasse il possesso delle funzioni fondamentali dell’esercito esternalizzando al contempo le responsabilità considerate marginali, come l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza.

Hever ammette che la sua conclusione più discutibile è che, in seguito agli accordi di Oslo del 1993, la dirigenza politica israeliana abbia esternalizzato all’Autorità Nazionale Palestinese l’occupazione, che è stata una funzione centrale dell’esercito israeliano. Riconosce la difficoltà di definire l’ANP come un’impresa privata. Oltretutto nota che l’esercito israeliano inizialmente si oppose all’esternalizzazione dell’occupazione all’ANP ed ha sistematicamente tentato di screditarla come alleato di Israele in materia di sicurezza.

Forze delegate

Hever sostiene che la creazione dell’Esercito del Libano del Sud nel 1979, poco dopo l’invasione israeliana del 1978 e la successiva occupazione del Libano meridionale, ha posto le basi per la successiva decisione di “esternalizzare l’occupazione” in Palestina. L’ELS era una forza delegata da Israele destinata a far apparire che la popolazione libanese appoggiasse l’occupazione israeliana. Israele addestrava, armava e pagava segretamente i soldati e gli ufficiali dell’ELS.

Benché Hever noti che l’ELS non era ufficialmente un’impresa, esso era come una compagnia privata militare e della sicurezza nella misura in cui i soldati al livello più basso dell’ELS “erano motivati dalle opportunità di lavoro piuttosto che dall’ideologia.”

L’ELS ha preparato la strada alla seconda fase dell’esternalizzazione della sicurezza da parte di Israele, rappresentata dalla creazione dell’ANP come parte degli accordi di Oslo e dall’assenso a dare all’ANP il ruolo limitato del mantenimento della sicurezza in alcune delle principali città della Cisgiordania.

Hever ammette che ci sono sostanziali differenze tra l’ELS e l’ANP, soprattutto che l’ELS mancava di legittimazione all’interno del Libano. Israele non ha finanziato l’ANP, né ha addestrato le forze della sicurezza palestinese; pertanto l’ANP ha goduto di un certo grado di legittimazione tra i palestinesi.

Tuttavia, essendo priva di potere sovrano, l’ANP è diventata inevitabilmente uno strumento dell’occupazione israeliana. Hever sostiene che questo era l’obiettivo originario dei dirigenti politici israeliani.

Però l’esercito israeliano non sopportava questa decisione politica ed ha resistito alla cessione della sua autorità su alcune città della Cisgiordania. Peccato che Hever non fornisca nessuna documentazione della sua affermazione, se non citando uno studio di Kobi Michael pubblicato in Militarism and Israeli Society [“Militarismo e società israeliana”] (2010).

Minacciato dall’esternalizzazione, scrive Hever, l’esercito israeliano “ha utilizzato la propria autorità professionale e le proprie capacità di produrre rapporti di intelligence per attaccare la legittimità dell’ANP agli occhi del governo israeliano ed esercitare pressioni sul governo israeliano per autorizzare l’uso di mezzi letali contro le forze dell’ANP.”

Di conseguenza l’ANP non è stata “completamente soggetta agli interessi israeliani e l’ANP ha perseguito politiche che configgevano direttamente con gli interessi israeliani,” scrive Hever, citando gli esempi dell’ANP che persegue il riconoscimento come Stato da parte delle Nazioni Unite e la sua decisione del 2009 di appoggiare il boicottaggio dei prodotti delle colonie israeliane.

Ciononostante Hever afferma che in Cisgiordania l’ANP svolge ancora per Israele funzioni relative alla sicurezza. E poiché l’ANP non ha né sovranità né deve dar conto al popolo palestinese, ha finito per giocare un ruolo di subappaltatore.

Occasionalmente questo ruolo è stato evidente, come quando prigionieri politici rilasciati da Israele sono finiti come prigionieri politici detenuti dall’ANP, portando al fatto che l’organizzazione sia vista da molti palestinesi come fornitrice di “servizi carcerari al governo di occupazione israeliano.”

Occupazione israelo-statunitense

Nel suo capitolo “Esternalizzare l’occupazione” Hever dimostra che l’esempio più ovvio della privatizzazione dell’occupazione è stato quando Israele ha contrattato compagnie private per gestire posti di blocco nella “zona di congiunzione”, le aree adiacenti alle colonie illegali israeliane o ai confini dell’armistizio del 1949 noti come Linea Verde.

Benché i posti di blocco a Gerusalemme continuino ad essere gestiti dalla polizia di frontiera israeliana e quelli provvisori – noti anche come “posti di blocco volanti” – continuino ad essere gestiti dall’esercito, la maggior parte dei checkpoint della zona di congiunzione è stata privatizzata.

La ragione di questa privatizzazione, afferma Hever, è proteggere il governo israeliano dalle critiche per ogni violazione dei diritti umani commessa ai posti di blocco privatizzati. Tuttavia questo argomento non è documentato da esempi.

Se questo è stato il motivo di Israele per evitare di essere considerato responsabile, lo scopo non è stato raggiunto. Molte delle più note uccisioni di palestinesi ai checkpoint continuano ad essere causate dai soldati e dalla polizia di frontiera e sono state rese pubbliche da osservatori di associazioni per i diritti umani.

Gli attivisti del BDS faranno tesoro delle informazioni nel capitolo “Dimensioni Globali della Privatizzazione della Sicurezza in Israele”, che include studi di caso dettagliati sui servizi di sicurezza privatizzati offerti a Israele da G4S e HP, entrambe imprese boicottate dal movimento.

Oltretutto Hever mostra come il crescente aiuto militare USA ad Israele abbia agito come incentivo per la privatizzazione.

La tendenza alla privatizzazione all’interno degli stessi USA, diventata lampante durante le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, ha influenzato anche i dirigenti israeliani.

Come gli USA, dove membri dell’esercito e dello spionaggio lasciano il lavoro nel settore statale e poi si spostano verso incarichi ben remunerati nelle imprese della sicurezza, la creazione di tali compagnie secondo Hever ha contribuito ad arricchire alti ufficiali dell’esercito israeliano che “hanno iniziato a passare in gran numero dagli enti della sicurezza statale a compagnie della sicurezza privata.”

La ricerca di Hever sottolinea la necessità di ulteriori campagne BDS che prendano di mira chi rende più facile l’occupazione e i finanziamenti da parte degli USA che arricchiscono così tante persone in quella che di fatto è l’occupazione congiunta israelo-statunitense della Palestina. Per gli attivisti che monitorano lo sviluppo di società che traggono profitti dall’occupazione il libro di Hever è una risorsa preziosa.

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Book” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Settant’anni e una brutta storia

Vercelli C., Israele 70 anni. Nascita di una Nazione, Edizioni del Capricorno, Torino, 2018, 12,90 €.

Amedeo Rossi

Questo libro merita una recensione solo per una ragione: è una chiara dimostrazione del perché non sia possibile instaurare un dibattito serio neppure con i filo-israeliani di “sinistra” (Vercelli, autore di vari libri su Israele, è un collaboratore de “Il Manifesto”).

Il sottotitolo fa riferimento, in modo involontariamente ironico, ad un famoso film americano del 1915, “The born of a Nation”, un capolavoro del cinema ma anche un’esaltazione del razzismo. Non è certo la nota predominante del libro, che in quarta di copertina viene definito “una ricostruzione puntuale e obiettiva”, ma neppure questa è la descrizione corretta di questo lavoro.

Il punto di vista dell’autore viene chiarito in primo luogo dall’uso del lessico: i problemi con i palestinesi sono definiti “frizioni”, questi ultimi in genere indicati genericamente come “arabi” o “arabo musulmani”, la pulizia etnica del ’48 “fuga”, la Cisgiordania sarebbe “Giudea e Samaria”, le colonie israeliane sono definite “insediamenti”, “stanziamenti”, in un caso (Gilo) “quartiere”.

Vercelli assume, senza renderlo mai esplicito, esclusivamente il punto di vista sionista e israeliano, facendo eco a tutti i luoghi comuni ormai smentiti dalla storiografia. Dei nuovi storici israeliani in bibliografia compaiono solo Tom Segev e il libro di Benny Morris “Vittime”, di cui però non cita i passaggi che mettono in dubbio la lettura degli avvenimenti dal punto di vista israeliano.

Ecco alcuni degli esempi più evidenti a un lettore informato di questa posizione dell’autore.

Secondo Vercelli “l’ostilità delle popolazioni arabe” verso i sionisti era dovuta al fatto che queste ne vedevano la presenza “come una crescente intrusione che, in prospettiva, poteva portare all’espropriazione delle terre e alla limitazione delle possibilità di lavoro.” Inoltre sarebbe stato particolarmente ostile “il ceto medio urbano” che “dovette confrontarsi con la concorrenza ebraica in campo commerciale, artigianale e della piccola industria.” L’autore liquida così quello che fu un tipico processo colonialista di espulsione dei contadini e di creazione di un mercato della terra in un contesto di economia agraria tradizionale, che determinò un aumento vertiginoso dei prezzi, una crisi dell’agricoltura, l’inurbamento dei coltivatori espulsi dalle campagne, la creazione di un‘ economia e di un mercato paralleli che escludevano la popolazione nativa, come aveva preconizzato lo stesso Herzl, padre del sionismo. Tutto ciò grazie anche al favore del potere mandatario inglese, che nel libro invece non viene evidenziato.

Negli anni ’30 i flussi dell’immigrazione ebraica in Palestina sarebbero stati incentivati dalla chiusura delle frontiere USA, ma anche in questo caso viene ignorato l’intervento dei dirigenti sionisti che si attivarono per promuovere questa chiusura. In merito Enzo Sereni, dirigente sionista, affermò: “Non abbiamo nulla di cui vergognarci nel fatto che abbiamo usato la persecuzione degli ebrei in Germania per l’edificazione della Palestina.” Di questo non c’è traccia nella ricostruzione qui proposta.

Altrettanto avviene riguardo alle tattiche terroristiche messe in atto da tutte le milizie sioniste, a cui Vercelli dedica solo un accenno ed una foto dell’esplosione dell’hotel King David, ma la didascalia non dice che ci furono 97 morti e 58 feriti. Vengono totalmente ignorate le centinaia di vittime arabe di attacchi terroristici sionisti, oppure l’uccisione del mediatore Onu conte Bernadotte, e il fatto che alcuni primi ministri israeliani, come Begin, Shamir e Rabin, erano stati capi o militanti di gruppi che praticavano il terrorismo indiscriminato contro i civili.

Ancora più grave è la versione accolta nel libro riguardo alla guerra del ’48, da cui è nato lo Stato di Israele. Ad esempio la questione dell’espulsione dei palestinesi dalla loro terra viene così spiegata : i profughi sarebbero stati “popolazioni civili coinvolte nei combattimenti e fuggite dai loro luoghi di residenza.” Inoltre, secondo Vercelli, questo esodo sarebbe stato incentivato dalla “propaganda dei paesi arabi… che garantivano una vittoria certa sugli ebrei”. “Nondimeno,” concede l’autore, “da parte sionista l’interesse ad avere territori abitati in grande maggioranza da popolazione ebraica era nell’ordine delle cose.” Viene liquidato in questo modo il processo di pulizia etnica e con esso il lavoro degli studiosi palestinesi e dei nuovi storici israeliani, compreso il già citato Benny Morris. Certo, dal punto di vista sionista ciò era “nell’ordine delle cose” per la semplice ragione, non menzionata nel testo, che anche nei territori destinati dal piano di spartizione dell’ONU al futuro Stato di Israele la maggioranza della popolazione era araba. Vercelli cita solo la strage di Deir Yassin, troppo nota per essere ignorata, ma non le decine di massacri perpetrati dalle milizie sioniste e le centinaia di villaggi distrutti durante la guerra. Ma definisce la cacciata degli ebrei dai Paesi arabi “un brutale meccanismo di ritorsione” e “una massiccia espulsione.”

A questo proposito, pur dedicando alcune analisi interessanti alle caratteristiche della società ebreo-israeliana, il libro ignora i molti episodi di discriminazione di carattere tipicamente eurocentrico e colonialista cui furono sottoposti gli ebrei arabi, dal rapimento di bambini di famiglie yemenite all’ emarginazione territoriale nelle zone di confine. Nel 1949 comparve su Haaretz, giornale progressista, un articolo in cui si affermava che gli ebrei di lingua araba: “Sono appena meglio del livello di arabi, negri e berberi della regione.” Un’immagine molto diversa da quella di una società felicemente multietnica, dinamica, che presterebbe “particolare riguardo ai diritti civili.” Basti pensare al trattamento riservato in Israele ai lavoratori immigrati, ai richiedenti asilo, in generale ai non ebrei. Vercelli ignora anche la condizione di inferiorità giuridica a cui sono soggetti i cittadini arabo-israeliani, sottoposti all’amministrazione militare fino al 1966, espropriati delle terre e discriminati da più di 50 leggi e regolamenti, definiti sbrigativamente nel libro “diversi vincoli e numerose limitazioni” che avrebbero provocato “un misto di diffidenza ed estraneità”. Gli “attriti” con gli “arabo musulmani” (ma ci sono anche gli “arabo-cristiani”) avrebbero determinato in “alcuni arabi” il senso di appartenenza “a quell’identità palestinese” maturata nei campi profughi “come nei Territori a maggioranza palestinese, a est e a sud di Israele”.

Grazie alla guerra dei Sei Giorni e alla conseguente occupazione della Cisgiordania e di Gaza, da cui altre centinaia di migliaia di palestinesi secondo il libro sarebbero “fuggite”, “la nozione di spazio [degli ebrei israeliani]…si svincolò dalle dimensioni asfittiche legate a una piccola porzione di territorio quale era lo Stato del 1948.”

Il libro non accenna neppure al metodico, pianificato e progressivo processo di espropriazione ed oppressione imposto alle comunità locali dai vari governi israeliani, rispetto alla quale i palestinesi manifesterebbero una “crescente indisponibilità”, non dovuta a fatti concreti ed oggettivi ma al “senso di discriminazione”. Allo stesso modo il libro minimizza, parlando di qualche centinaio di vittime, le responsabilità (riconosciute persino da un’inchiesta parlamentare israeliana) dell’esercito e dell’allora ministro della Difesa Sharon nella strage di Sabra e Shatila durante la guerra contro il Libano; la Prima Intifada sarebbe scoppiata perché “[I giovani palestinesi] si sentivano vittime di un’ingiustizia,”; la Seconda dalla “disillusione” e dal “malessere della popolazione palestinese”, che portarono ad una radicalizzazione, attribuita al successo dei gruppi islamisti, senza spiegarne le cause. Sensazioni, opinioni, emozioni soggettive. Quanto infine al fatto che nel nuovo contesto mediorientale “Israele non può dare risposte di merito ai problemi degli altri paesi della regione, ma si confronta, inevitabilmente, con gli effetti prodotti dalla loro persistenza,” andrebbe chiesto conto all’autore degli sviluppi diplomatici che vedono Israele allineato sempre più esplicitamente con i peggiori regimi arabi.

 Si potrebbe proseguire, ma credo che quanto scritto finora dia sufficientemente conto del tenore di questo libro. Si tratta di un’opera celebrativa (come testimonia il notevole apparato iconografico) ed elogiativa che esalta l’impresa sionista con un approccio solo apparentemente neutrale, la cui lettura è utile più per analizzare l’ideologia dell’autore e dei suoi sodali filo-israeliani che per il suo valore storiografico.