Coloni israeliani incendiano auto e distruggono proprietà durante un’aggressione contro un villaggio nella zona di Ramallah

Ma’an News

Mercoledì 9 agosto 2017

Betlemme (Ma’an) – Mercoledì durante un attacco coloni israeliani hanno dato fuoco a due veicoli di proprietari palestinesi nel villaggio di Umm Safa, nella zona centrale del distretto di Ramallah nella Cisgiordania occupata presumibilmente per vendicare tre coloni israeliani che il mese scorso sono stati uccisi da un palestinese nella vicina colonia di Halamish.

L’agenzia di notizie palestinese Wafa ha raccolto la testimonianza di Marwan Sabah, il capo del consiglio di villaggio, che ha detto che i coloni israeliani hanno dato fuoco ai veicoli verso le 2.30 del mattino.

Sabaha ha detto che, mentre i soldati israeliani, secondo quanto riportato, si trovavano di notte all’ingresso del villaggio, dopo che se ne sono andati i coloni hanno attaccato case alla periferia del villaggio.

Peraltro di rado i soldati israeliani sono in grado di controllare i coloni israeliani, e spesso emergono racconti di soldati israeliani che stanno a guardare gli attacchi dei coloni contro palestinesi senza intervenire. Se i soldati prendono qualche iniziativa, si tratta in genere di sparare “mezzi per il controllo della folla”, come gas lacrimogeni e proiettili rivestiti di gomma o spesso letali contro i palestinesi.

Secondo quanto riferito, i coloni hanno anche scritto sui muri del villaggio slogan di odio, invocando attacchi vendicativi contro i palestinesi in risposta all’aggressione mortale del mese scorso, quando un palestinese del villaggio di Kobar, nella zona di Ramallah, è entrato nella colonia di Halamish ed ha accoltellato a morte tre coloni israeliani.

Secondo l’esercito israeliano dell’incidente si occuperà la polizia israeliana. Tuttavia non è stato possibile reperire nessun portavoce della polizia israeliana per un commento.

Secondo Sabah, la mattina dopo l’attacco sono arrivate forze israeliane “per ispezionare la zona.” Una portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che avrebbe preso in considerazione ogni rapporto su quanto avvenuto.

Nelle prime ore dell’alba di mercoledì le forze israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio di Kobar, arrestando il padre e lo zio dell’aggressore di Halamish, il diciannovenne Omar al-Abed. Anche altre tre persone del villaggio sono state arrestate durante scontri che hanno lasciato 15 feriti, alcuni con ferite da arma da fuoco.

La scorsa settimana circa 200 coloni dell’insediamento di Halamish hanno attaccato il villaggio di Kobar. Le forze israeliane hanno risposto reprimendo violentemente gli scontri scoppiati tra i coloni ed i residenti palestinesi, con un bilancio di un palestinese ferito da proiettili veri sparati dall’esercito israeliano. Più di circa 600.000 coloni israeliani abita nei territori palestinesi occupati in violazione delle leggi internazionali. La comunità internazionale ha ripetutamente definito la loro presenza e la loro popolazione in aumento il principale impedimento per una possibile pace nella regione.

Sabato l’ONU ha informato che dopo una riduzione delle aggressioni dei coloni contro i palestinesi durante tre anni, la prima metà del 2017 ha mostrato il maggiore aumento di questi attacchi, con 89 incidenti documentati finora nell’anno.

“Su base mensile ciò rappresenta un incremento dell’88% rispetto al 2016,” ha detto l’ONU. Gli attacchi durante questo periodo hanno comportato la morte di tre palestinesi.

I media israeliani hanno informato che anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, ha messo in guardia il governo israeliano sull’allarmante tendenza e gli ha “chiesto di adottare urgenti misure per evitare un’ulteriore peggioramento,” secondo l’ONU.

Attivisti e gruppi per i diritti umani palestinesi hanno a lungo accusato Israele di favorire una “cultura dell’impunità” per i coloni ed i soldati israeliani che commettono violenze contro i palestinesi.

Secondo l’ong israeliana Yesh Din, negli ultimi tre anni le autorità israeliane hanno incriminato solo nell’8,2% dei casi i coloni israeliani che hanno commesso reati contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata.

Al contempo palestinesi che avrebbero o hanno attaccato israeliani sono spesso uccisi sul posto, cosa nella quale i gruppi per i diritti umani hanno ravvisato “esecuzioni extragiudiziarie”, o hanno affrontato lunghe condanne alla prigione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Hamas è disponibile a sciogliere il comitato amministrativo se l’ANP interrompe ogni misura punitiva a Gaza.

Ma’an News

3 agosto 2017

Gaza (Ma’an) – In un tentativo di raggiungere la riconciliazione nazionale tra le fazioni palestinesi di Hamas e Fatah in lotta tra loro e di ridurre una grave crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, il movimento Hamas ha annunciato giovedì [3 agosto]di essere pronto ad abolire il suo comitato amministrativo [il governo che di fatto gestisce il potere nella Striscia, ndt.] a Gaza, se l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dominata da Fatah dovesse ritirare ogni misura punitiva imposta negli ultimi mesi all’enclave costiera assediata.

In un comunicato il membro del comitato centrale di Hamas Salah al-Bardwil ha affermato che una volta che l’ANP “abbia assunto tutte le responsabilità a Gaza,” Hamas scioglierà il suo comitato amministrativo, che ha formato all’inizio dell’anno tra l’indignazione dell’ANP, che ha accusato Hamas di tentare di formare un governo ombra e rendere Gaza indipendente dalla Cisgiordania occupata.

Dopo l’annuncio [della formazione] del comitato amministrativo, l’ANP con sede a Ramallah è stata accusata di far precipitare deliberatamente l’impoverita Striscia di Gaza in una catastrofe umanitaria per impossessarsi del controllo del territorio togliendolo ad Hamas.

L’ANP ha deciso di ridurre drasticamente i finanziamenti per il carburante israeliano destinato all’enclave costiera, e nel contempo le autorità israeliane hanno acconsentito alle richieste dell’ANP di ridurre drasticamente la fornitura di elettricità a Gaza, che era già colpita dalla mancanza di disponibilità di elettricità e carburante.

Altre politiche messe in atto dall’ANP avrebbero incluso il presunto blocco dei trasferimenti per ragioni sanitarie dei pazienti di Gaza per ricevere trattamenti medici fuori dal territorio e il taglio dei finanziamenti al settore sanitario dell’enclave assediata, che ha visto il bilancio usuale di 4 milioni di dollari mensili del ministero della salute di Gaza crollare ad appena 500.000 dollari, che hanno anche gravemente esacerbato la drammatica situazione degli abitanti di Gaza.

Scatenando forse la maggior indignazione, ad aprile l’ANP ha fatto notevoli tagli agli stipendi dei suoi dipendenti a Gaza, dal 30% al 70% dei salari precedenti.

Giovedì Al-Bardwil ha chiesto che tutti questi interventi che sono stati imposti come ritorsione per la formazione del comitato amministrativo, una volta che questo venga sciolto, [siano ritirati e che] l’ANP si prenda la responsabilità di assumere e gestire gli attuali membri del comitato.

Ha chiesto a tutte le fazioni palestinesi di “iniziare immediatamente un dialogo nazionale per giungere ad un governo che rappresenti l’unità nazionale e dia al Consiglio Legislativo Palestinese (CLP) il potere per svolgere il proprio compito.

Al-Bardwil ha anche chiesto di organizzare elezioni presidenziali e legislative “da cui emerga il meglio per il popolo palestinese.”

“La posizione di Hamas è una risposta alla voce del popolo a Gerusalemme ed ovunque e la conferma dell’impegno di Hamas per l’ interesse nazionale e i precedenti accordi,” ha affermato al-Bardwil.

La dichiarazione di Al-Bardwil è arrivata un giorno dopo che il presidente Mahmoud Abbas si è incontrato a Ramallah con una delegazione di Hamas in Cisgiordania per discutere della riconciliazione nazionale.

Durante l’incontro Abbas avrebbe detto alla delegazione che “se Hamas scioglie il comitato amministrativo che ha formato per governare la Striscia di Gaza e consente al governo del primo ministro Rami Hamdallah di lavorare liberamente a Gaza, allora tutte le misure recentemente applicate alla Striscia di Gaza saranno ritirate.”

Rinnovati appelli per una riconciliazione nazionale sono sorti sull’onda di una massiccia campagna di disobbedienza civile di massa tra i palestinesi di Gerusalemme occupata per protestare contro le misure israeliane nel complesso della moschea di Al-Aqsa.

In passato sono stati fatti numerosi tentativi di riconciliare Hamas e Fatah da quando si sono violentemente scontrati nel 2007, poco dopo la vittoria di Hamas nelle elezioni generali del 2006 nella Striscia di Gaza.

Tuttavia la dirigenza palestinese ha ripetutamente mancato di portare a compimento le promesse di riconciliazione, mentre entrambi i movimenti si sono spesso scambiati l’accusa dei numerosi fallimenti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




“Fanculo, spazzate via Gaza”, dice un portavoce della nuova campagna UE

Ali Abunimah e Dena Shunra – 3 agosto 2017, Electronic Intifada

L’Unione Europea ha ingaggiato come volto di una nuova campagna promozionale un israeliano che invoca una violenza genocida contro i palestinesi.

Avishai Ivri compare in un video postato lo scorso mese dall’ambasciata dell’UE a Tel Aviv sulla sua pagina Facebook.

“L’Unione Europea. Pensate che sia contro Israele, vero?” Inizia a dire Ivri. “Lasciate che vi sorprenda.”

Ivri allora elenca statistiche sui rapporti commerciali e turistici, intese a convincere gli spettatori israeliani di quanto l’Unione Europea favorisca Israele. Ha anche vantato che l’UE è un acquirente dell’industria bellica di Israele, sopratutto droni.

L’UE “è il miglior vicino che abbiamo,” ha concluso Ivri.

Appoggio il genocidio

Ivri era un autore di “Latma”, un spettacolo di sketch ormai terminato che rifletteva punti di vista di estrema destra e razzisti, come raffigurare migranti e rifugiati dai Paesi africani come scimmie.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg.

Durante l’attacco israeliano del novembre 2012 che uccise 174 palestinesi [si riferisce all’operazione “Pilastro di difesa”, ndt.], Ivri auspicò che fosse ancora più violento.

“C’è una strategia che non è ancora stata sperimentata; 1.000 arabi uccisi per ognuno dei nostri morti,” twittò. “Penso che dalla scorsa settimana siano in debito con noi di 5.000 [morti].”

Durante lo stesso attacco Ivri raccomandò: “Fanculo, spazzate via Gaza.”

Ivri è un convinto sostenitore della soluzione dello Stato unico, ma in cui palestinesi e israeliani non avrebbero gli stessi diritti. Al contrario, appoggia l’eliminazione dei palestinesi come intero popolo – un obiettivo che corrisponde alla definizione del diritto internazionale di pulizia etnica e probabilmente di vero e proprio genocidio.

Nel gennaio 2013 Ivri ha twittato che “Giudea e Samaria” – il nome che Israele utilizza per la Cisgiordania occupata – “possono sempre essere annesse, punto e basta.” Se i palestinesi oppongono resistenza, avverte, “saranno portati via, su camion. La forza è sempre un’opzione, ma preferiamo una soluzione concordata (ma sennò, la forza).”

“Non esiste una cosa come una nazione palestinese e sicuramente non ha interesse in uno Stato,” a twittato in febbraio.

“Nello Stato di Israele a 500 anni da oggi nessuno ricorderà che ci fosse una cosa chiamata palestinesi, ” ha twittato in maggio.

“I palestinesi sono una Nazione?” chiese nel 2012, prima di rispondersi: “Sono merda.”

Ivri vede i continui attacchi israeliani contro i palestinesi come la possibilità per Israele di mettere in atto il suo progetto violento teso ad eliminare la Palestina.

Durante l’attacco israeliano dell’estato 2014 contro Gaza che ha ucciso più di 2.200 palestinesi [si riferisce all’operazione “Margine protettivo”, ndt.], compresi 550 bambini, Ivri ha invocato la conquista totale del territorio costiero – così come della Cisgiordania.

Ivri ha twittato: “In 10 anni, quando Israele sarà il potere sovrano sia a Gaza che in Giudea e Samaria, ci domanderemo a cosa abbiamo pensato per 30 (o 60) anni e perché non lo abbiamo fatto parecchi anni fa.”

“Nessuno governerà Gaza per Israele. Solo Israele lo può fare,” ha twittato durante lo stesso attacco israeliano, aggiungendo che “i giorni al potere” del capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas “sono contati, e dopo che se ne sarà andato Israele governerà anche sulla Giudea e Samaria.”

Durante l’attacco Ivri ha anche diffuso un articolo in cui sosteneva che Israele sarebbe stato giustificato se avesse tagliato le forniture idriche ed elettriche a Gaza – cosa che è stata fatta, violando le leggi internazionali.

Disumanizzare i palestinesi

Ivri giustifica questo tipo di violenza che sostiene lo sterminio con la demonizzazione e disumanizzazione totale delle vittime del regime di occupazione e di apartheid israeliano. Ironicamente, a volte riconosce l’esistenza dei palestinesi unicamente per individuarli come demoni.

“I palestinesi sono gli eredi dei nazisti,” ha twittato nel maggio 2016, aggiungendo che la bamdiera palestinese “significa una sola cosa = un appello per uccidere ebrei, ovunque siano.”

Questo è stato un argomento costante. Nell’ottobre 2014 ha offerto una “sintesi: i palestinesi sono nazisti.”

Non hanno ancora costruito camere a gas,” ha affermato, perché “la cosa più moderna che hanno avuto a disposizione sono ordigni esplosivi artigianali. Ma sono assolutamente nazisti.”

Durante l’attacco del 2014 contro Gaza, ha twittato che “Hamas è nazista. Non come loro, non approssimativamente, non qualcosa di simile. Nazisti.”

Nell’ottobre 2015, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha provocato uno scandalo internazionale assolvendo Hitler dall’ideazione dello sterminio di milioni di ebrei europei e accusando invece un palestinesi [il Gran Muftì di Gerusalemme, ndt.], Ivri ha detto la sua appoggiandolo palesemente.

“I palestinesi si sono offerti volontari per aiutare Hitler,” ha affermato Ivri. “E’ una cosa ben nota.”

Di norma, ci si aspetterebbe che la UE rifiutasse paragoni gratuiti di altri avvenimenti con il genocidio nazista. Ma a quanto pare ciò va bene purché il bersaglio siano i palestinesi.

L’istigazione di Ivri non prende di mira solo i palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Odia anche i palestinesi cittadini di Israele, riferendosi ai beduini come a una “bomba ad orologeria”.

Si fa anche promotore della discriminazione razziale nelle assunzioni: “Un datore di lavoro non può sapere se i suoi dipendenti potenziali sono coinvolti nel terrorismo. Cosa dovrebbe fare? Chiaramente non vorrebbe assumere per niente arabi. Mettetevi per un attimo nei suoi panni.”

Sostegno a favore di crimini di guerra

Il sostegno di Ivri a favore di crimini di guerra contro palestinesi è costante e disinvolto. Quando nel marzo 2016 Elor Azarya ha giustiziato a sangue freddo il palestinese ferito e impossibilitato a nuocere Abd al-Fattah Yusri al-Sharif – un omicidio per cui al medico dell’esercito è stato comunque data una lieve condanna – Ivri l’ha approvato.

“Un esercito veramente etico si assicura che i terroristi siano morti,” ha twittato.

Dal 2016, Israele ha incrementato la sua campagna contro i difensori dei diritti umani. Persino l’UE ha cercato di sollevare una timida protesta contro la cosiddetta legge israeliana della “trasparenza”, che inasprisce i controlli sui gruppi per i diritti umani che ricevono finanziamenti dai governi europei.

Ivri si è unito agli attacchi senza sosta del governo israeliano contro i gruppi, compreso l’israeliano B’Tselem, che documentano soprusi contro i palestinesi.

Lo scorso dicembre ha twittato che “B’Tselem e il resto delle organizzazioni europee operanti in Israele sono un’ulteriore arma nell’arsenale degli odiatori degli ebrei e di Israele nel mondo.”

L’UE promuove l’odio

Una richiesta via mail di “The Electronic Intifada” all’ambasciata UE di Tel Aviv includeva una domanda su quanto denaro dei contribuenti europei abbia ricevuto come compenso Ivri per il video.

L’ambasciata non ha risposto a questa domanda né alle altre sul costante incitamento di Ivri al razzismo ed alla violenza, compresi crimini di guerra.

Ma in precedenza l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv non ha fatto segreto del suo punto di vista estremista a favore di Israele.

In una lettera aperta che riflette sull’imminente fine dei suoi quattro anni come ambasciatore, Lars Faaborg-Andersen ha ricordato che da giovane negli anni ’70 passò un periodo in un kibbutz – una forma di colonia sionista che giocò un ruolo cruciale nella pulizia etnica dei palestinesi, ma che godette di una rosea reputazione progressista tra occidentali ingenui o complici [del sionismo].

“In quei giorni giovani europei e americani affluivano in Israele per partecipare all’esperimento dei kibbutz socialisti e dimostrare la propria solidarietà con David nella sua lotta per la sopravvivenza contro i Golia arabi che lo circondavano, ” ha scritto Faaborg-Andersen, facendo rispuntare la mitologia sionista che toglie di mezzo la Nakba, l’espulsione da parte di Israele della grande maggioranza della popolazione palestinese nel 1948, così come la successiva occupazione e colonizzazione della terra palestinese.

Durante il suo incarico come ambasciatore, Faaborg-Andersen e i suoi colleghi dell’UE hanno fatto tutto il possibile per promuovere la guerra di Israele contro la lotta palestinese per la sopravvivenza e la libertà, compreso il finanziamento dell’industria bellica e i torturatori israeliani, partecipando agli attacchi di Israele contro il movimento nonviolento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni e continuando ad essere pienamente complici del brutale assedio israeliano contro Gaza.

L’ambasciata dell’UE a Tel Aviv ha anche svolto il ruolo di campo di addestramento per membri della lobby di Israele a Bruxelles.

Ma sicuramente il risultato personale più vergognoso di Faaborg-Andersen sarà di essersi calato nella parte di aperto sostenitore della violenza genocida come il volto dell’Unione Europea e dei suoi molto strombazzati “valori”.

Ofer Neiman ha contribuito alla ricerca.

Ali Abunimah è direttore esecutivo di Electronic Intifada. Dena Shunra è traduttrice ed autrice.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele sotto tiro per gli attacchi a giornalisti palestinesi ed agenzie di informazione

30 luglio 2017, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Nei giorni scorsi le forze israeliane sono state oggetto di una severa condanna per attacchi a giornalisti palestinesi e agenzie di informazione, in seguito ad un’incursione nella notte di sabato contro una società di produzione mediatica a Ramallah ed a molteplici attacchi a giornalisti che informavano sulle proteste di massa nei territori palestinesi occupati contro le misure di sicurezza, ora ritirate, alla Moschea di Al-Aqsa.

In un raid all’alba di sabato le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sede di PalMedia, una società di produzione nel settore dei media, che fornisce servizi di trasmissione a parecchi organi di informazione, tra cui Russia Today, al-Mayadeen, al-Manar e al-Quds News, hanno messo a soqquadro gli uffici e distrutto attrezzature, con l’accusa di presunta “istigazione”.

Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’OLP, ha denunciato il raid in una dichiarazione in cui ha affermato che “le politiche israeliane di violenza e repressione sono un palese tentativo di spezzare la risolutezza del popolo palestinese” e configurano una violazione delle leggi internazionali sui diritti umani relativamente alla libertà di espressione.

Israele si sta chiaramente impegnando in una costante politica che prende di mira deliberatamente i mezzi di comunicazione ed i giornalisti palestinesi che lavorano con coraggio per rappresentare la narrazione umana palestinese e che informano sull’ occupazione militare israeliana e le sue permanenti politiche di apartheid e di pulizia etnica,” ha detto.

Queste politiche israeliane di violenza e repressione, come anche i recenti attacchi contro esponenti della stampa palestinese all’interno e intorno a Gerusalemme est occupata, sono un palese tentativo di spezzare la tenacia del popolo palestinese.”

Ha invitato la comunità internazionale ad agire immediatamente per “frenare la continua violazione da parte di Israele delle leggi e delle convenzioni internazionali e per sostenere i nostri sforzi nonviolenti e diplomatici per chiedere giustizia e protezione per il popolo palestinese in tutte le sedi giuridiche internazionali.”

Anche il Centro Palestinese per lo Sviluppo e la Libertà dei Media (Mada) domenica ha rilasciato una dichiarazione in risposta al raid contro PalMedia ed a ciò che ha definito un palese incremento degli attacchi contro giornalisti “che svolgono il proprio lavoro informando circa i sit-in pacifici organizzati da abitanti di Gerusalemme.”

La grande quantità di violenti attacchi indiscriminati contro media e giornalisti conferma la persistenza delle violazioni e dell’aggressione dell’occupazione israeliana alle libertà dei mezzi di comunicazione con diversi mezzi violenti”, ha dichiarato l’ONG con sede a Ramallah.

Mada considera questi incidenti come mezzi per impedire che si diffonda al resto del mondo la vera immagine di ciò che sta avvenendo sul terreno e le politiche messe in atto contro i palestinesi, ed inoltre insiste sull’urgente necessità di perseguire i responsabili di tali attacchi, che sono tuttora impuniti.”

Mada ha affermato che, nelle ultime due settimane, ha osservato decine di violazioni commesse dalle forze israeliane nei confronti di giornalisti a Gerusalemme.

Questi attacchi erano di diverso tipo, ma comprendevano arresti, pestaggi, minacce, confisca e distruzione di attrezzature, impedimento di trasmettere gli avvenimenti, interrogatori ed il fatto di prendere di mira giornalisti con pallottole vere e lacrimogeni.”

Il 22 luglio la corrispondente televisiva di Ma’an Mirma al-Atrash è stata colpita da un candelotto di gas lacrimogeno e lievemente ferita al viso durante una protesta nella città di Betlemme, in Cisgiordania.

Mada ha sottolineato il violento arresto, filmato, del fotogiornalista Fayez Abu Rmeila durante una protesta il 25 luglio, aggiungendo che egli è stato sottoposto a due interrogatori dopo che è stato spinto e picchiato da un poliziotto che gli ha anche confiscato la carta di identità e la memory card.

Abu Rmeila ha detto a Mada che “a causa di una disputa insorta tra me ed il poliziotto, lui mi ha aggredito e minacciato di spaccarmi la testa se avessi parlato in malo modo.” In seguito ha detto di essere stato nuovamente picchiato, insultato ed ingiuriato nel centro di detenzione.

Il rapporto di Mada elenca almeno altri 11 giornalisti, inviati di organi locali ed internazionali come la Reuters, aggrediti a Gerusalemme da poliziotti israeliani.

Anche l’Ong “Reporter Senza Frontiere” ha condannato gli ostacoli posti dalle forze israeliane alla copertura mediatica nel corso della crisi di Al-Aqsa, azione che era già stata ampiamente denunciata dal sindacato palestinese dei giornalisti, dal ministero dell’Informazione palestinese, dal “Comitato di Protezione dei Giornalisti” e da altri.

In una dichiarazione rilasciata venerdì, l’organizzazione internazionale per la libertà di stampa ha accusato le forze israeliane di fare uso di “intimidazione, divieto di accesso, violenza ed arresti per limitare o impedire la copertura mediatica delle manifestazioni e degli scontri scatenati dall’introduzione di ulteriori misure di sicurezza intorno alla Moschea di Al-Aqsa nella città vecchia di Gerusalemme.”

In seguito ad un precedente raid contro l’ufficio di PalMedia tre anni fa, “Reporter Senza Frontiere” ha affermato che il raid “si è aggiunto al lungo elenco di violazioni dei diritti dei mezzi di informazione palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane, attraverso continue minacce, arresti ed operazioni militari.”

Israele è stato accusato di etichettare qualunque mezzo di informazione critico nei confronti di Israele e delle sue politiche nelle comunità palestinesi come “istigazione”, allo scopo di reprimere le critiche alle politiche discriminatorie di Israele, alla sua perdurante occupazione della Cisgiordania giunta al suo cinquantesimo anno e al suo decennale assedio della Striscia di Gaza, che ha precipitato quel territorio in una interminabile crisi umanitaria.

Nel bel mezzo delle proteste a Gerusalemme, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha anche accusato la rete televisiva satellitare Al Jazeera, con sede in Qatar, di aver “incitato deliberatamente alla violenza” ad Al-Aqsa attraverso la sua informazione sugli eventi, ed ha chiesto che gli organi competenti israeliani chiudano i suoi uffici in Israele.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Un tribunale israeliano conferma la sentenza per omicidio colposo, con condanna a 18 mesi nei confronti di Elor Azarya

30 luglio 2017 , Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Domenica un tribunale israeliano ha confermato la sentenza per omicidio colposo e la condanna a 18 mesi di carcere emessa nei confronti dell’ex soldato israeliano Elor Azarya, per aver sparato con modalità da esecuzione al ventunenne palestinese Abd al-Fattah al-Sharif nel 2016.

Azarya è stato condannato per omicidio colposo ad un anno e mezzo di prigione per aver sparato ed ucciso Al-Sharif mentre il palestinese disarmato era a terra gravemente ferito, dopo che aveva presumibilmente compiuto un attacco col coltello nella città di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata, nel marzo 2016.

Il collegio di difesa di Azarya ha fatto appello sia contro la sentenza per omicidio colposo che contro la condanna a 18 mesi di prigione, in quanto troppo severa, mentre la procura militare israeliana ha fatto ricorso in appello per aggravare la sentenza.

Secondo il Times of Israel, i giudici della corte d’appello hanno deciso di confermare la sentenza per omicidio colposo, definendo l’azione di Azarya “proibita, grave, immorale” e sostenendo che “ l’etica è fondamentale perché l’esercito sia in grado di resistere sia al suo interno che rispetto all’esterno.”

I giudici hanno espresso tre voti contro due per la conferma della sentenza. “La punizione è la più mite tra le possibili sentenze applicabili,” hanno sottolineato, lamentando che “un così eccellente soldato abbia commesso un simile tremendo errore”.

La corte ha puntualizzato che Azarya, che è stato trasferito agli arresti domiciliari all’inizio di questo mese in attesa del processo d’appello, “non ha mai espresso rimorso o messo in discussione le sue azioni” e questa è stata una delle principali ragioni per cui la pena non è stata ridotta.

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Il quotidiano Haaretz ha riportato che Azarya, che ha scontato solo nove giorni in carcere ed ha trascorso la maggior parte della sua detenzione all’interno di una base militare, sarebbe stato trasferito in un carcere militare se la sentenza fosse stata confermata.

Tuttavia, riferisce Haaretz, il collegio di difesa di Azarya potrebbe compiere parecchi altri passi per tentare di eludere la sentenza.

Gli avvocati di Azarya potrebbero portare il caso davanti alla Corte Suprema israeliana per chiedere che la condanna dell’ex soldato sia rinviata una seconda volta, cercare di ottenere una riduzione della pena da parte del capo di stato maggiore dell’esercito israeliano – un’iniziativa che sarebbe possibile solo se Azarya assumesse pubblicamente la responsabilità delle sue azioni – o chiedere la grazia al Presidente Reuven Rivlin.

La procura ha anche fatto appello contro la sentenza sostenendo che la condanna di Azarya non era congruente con la decisione dei giudici, che avevano respinto nel dettaglio ogni obiezione del collegio di difesa quando lo hanno incriminato ed avevano accettato l’argomentazione della procura, secondo cui il soldato ha commesso un ingiustificato omicidio per vendetta. Comunque, la difesa ha sostenuto che Azarya aveva subito un ingiusto accanimento e che la sua condanna rappresenta “un’applicazione selettiva della legge”, secondo Human Rights Watch (HRW).

In giugno l’associazione per i diritti ha affermato: “Certo, Human Rights Watch ha reiteratamente documentato il fatto che il problema non è la condotta di un singolo soldato, ma il clima di impunità per le uccisioni illegali di palestinesi.

La responsabilità di applicare le norme morali e giuridiche non grava solo sulle spalle di un singolo soldato ventenne, ma anche sugli ufficiali di alto grado che hanno inviato a lui – e a molti altri – il messaggio sbagliato relativamente all’uso letale della forza.”

Al-Sharif è stato colpito e gravemente ferito dopo aver presumibilmente aggredito col coltello un altro soldato israeliano ed in seguito è stato lasciato a terra sanguinante per circa dieci minuti. Azarya gli ha sparato alla testa e parecchi testimoni lo hanno sentito dire “Questo cane è ancora vivo” e “ Questo terrorista merita di morire”, prima di premere il grilletto.

Prima della condanna, il caso era già stato denunciato come “processo dimostrativo” per accendere i riflettori su questo caso in modo da distogliere l’attenzione da una più generale cultura dell’impunità per le forze armate israeliane, in quanto Azarya è stato accusato di omicidio colposo per ciò che veniva definito dalle associazioni per i diritti come un’ “esecuzione extragiudiziale” e dalla famiglia della vittima come “omicidio a sangue freddo”.

In seguito all’iniziale notizia della condanna a 18 mesi, la famiglia Al-Sharif aveva detto di “non essere sorpresa” dalla mite sentenza – sottolineando che il soldato aveva ricevuto una pena detentiva minore di quella che sarebbe toccata ad un bambino palestinese che avesse tirato pietre.

Secondo Human Rights Watch, Azarya è stato l’unico membro delle forze armate israeliane ad essere accusato di aver ucciso un palestinese nel 2016 – quando almeno 109 palestinesi sono stati colpiti ed uccisi dalle forze armate e dai coloni israeliani.

Secondo l’associazione (israeliana) per i diritti Yesh Din, su 186 inchieste giudiziarie condotte dall’esercito israeliano per sospetti reati contro palestinesi, solo quattro hanno portato ad incriminazioni.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’innamoramento di Israele per gli antisemiti ungheresi mette in luce l’orribile essenza del sionismo

Asa Winstanley – 26 luglio 2017,Middle East Monitor

Il sionismo, l’ideologia ufficiale dello Stato di Israele, è sempre stato un progetto politico antisemita. Benché il sionismo si sia presentato come una soluzione all’antisemitismo europeo, in realtà ha significato una sua continuazione nello spirito e nella pratica.

La premessa di base che sta dietro al sionismo è sempre stata fondamentalmente anti-ebraica. L’idea che gli ebrei non siano autentici cittadini dei loro Paesi d’origine in Europa ed altrove e che dovrebbero andarsene per diventare coloni in un Paese straniero – Israele – è tale che la sinistra politica non ha problemi a riconoscerla come antisemita quando è sostenuta dalla destra politica. Quando la stessa menzogna esce dalla bocca dei sionisti, allora (compreso qualche qualche gruppo progressista e di sinistra) viene accettata perché appoggiano Israele. E’ ora di porre fine a questa ipocrisia e di ammettere che il sionismo è antisemitismo.

Un’ulteriore prova di ciò è risultata evidente all’inizio di questo mese con la questione di George Soros in Ungheria. Il governo di destra ha lanciato una campagna di manifesti esplicitamente anti-semiti che ha preso di mira gli immigrati; i manifesti mostravano il volto sorridente di Soros e una didascalia: “Non lasciamo che Soros abbia l’ultima parola [letteralmente: che rida per ultimo, ndt.]!”

Nato ebreo ungherese, Soros è un finanziere miliardario e finanziatore di cause progressiste attraverso le sue “Fondazioni per una Società Aperta”. I beneficiari della sua generosità includono gruppi che promuovono politiche immigratorie più aperte.

Il messaggio chiaramente insito nei manifesti era che ricchi ebrei stanno dietro una trama per inondare l’Ungheria di immigrati, una tipica menzogna della propaganda fascista. “Human Rights Watch”, un’organizzazione in parte finanziata da Soros, ha condannato la campagna, affermando che “evoca ricordi dei manifesti nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.”

Anche la comunità ebraica ungherese ha manifestato preoccupazione, e l’ambasciata israeliana a Budapest inizialmente ha fatto lo stesso. Tuttavia, ore dopo, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che è anche il ministro degli Esteri – in un comunicato rilasciato dal ministero degli Esteri ha scavalcato l’ambasciata. Il “chiarimento” ha sostenuto che George Soros “minaccia continuamente i governi israeliani democraticamente eletti” ed ha affermato che finanzia organizzazioni “che diffamano lo Stato ebraico e cercano di negargli il diritto di difendersi.”

B’tselem, il gruppo per i diritti umani israeliano che si dedica a documentare le violazioni a danno dei palestinesi da parte di Israele, è un altro gruppo sostenuto dalle fondazioni di Soros.

Il “chiarimento” di Netanyahu è molto significativo in quanto ha offerto un appoggio al primo ministro ungherese Viktor Orban. Lo scorso mese Orban ha elogiato il leader ungherese della Seconda Guerra Mondiale Miklos Horthy, definendolo uno “statista eccezionale”. Horthy fu un alleato di Adolf Hitler e il suo regime collaborò con i nazisti nella deportazione degli ebrei. Mezzo milione di ebrei ungheresi furono uccisi durante l’Olocausto nazista.

Ciononostante Netanyahu ha dato il proprio sostegno al leader ungherese alla vigilia della sua visita a Budapest all’inizio del mese, durante la quale ha lodato le credenziali filo-israeliane di Orban. “C’è un nuovo antisemitismo che è rappresentato dall’anti-sionismo e che consiste nel delegittimare l’unico Stato ebraico,” ha detto Netanyahu dopo colloqui con Orban. “L’Ungheria è, in molti modi, all’avanguardia degli Stati che vi si oppongono.”

Questa è in sintesi la politica israeliana: l’antisemitismo è ridefinito da “odio degli ebrei in quanto tali” a “critiche contro Israele”. Ciò ha raggiunto un culmine talmente estremo che persino ai sionisti non ebrei è consentito di uscirsene con i giudizi anti-ebraici più stravaganti finché appoggiano Israele sempre e comunque.

La faccenda ci ricorda un cartone animato orribilmente antisemita creato nel 2015 da un’organizzazione di coloni israeliani che riceve finanziamenti pubblici. Il grottesco esempio di propaganda era un attacco generalizzato contro B’tselem, Yesh Din e altri gruppi israeliani per i diritti umani. In esso un personaggio losco, con il naso grande definito come “Lo ebreo” [nel testo inglese “Ze Jew”], ha delle monete europee lanciategli in cambio di bugie propagandistiche inventate contro Israele. Classico esempio antisemita di incitamento contro gli ebrei critici di Israele, era persino intitolato “L’ebreo eterno”, come un film di propaganda nazista del 1940.

Come ha scritto recentemente Haaretz in un editoriale sulla faccenda di Soros, “Chi sostiene progetti universalisti e lotta per i diritti umani, compresi i diritti delle minoranze e degli stranieri, in Israele è denunciato come nemico.”

Attivisti ebrei nei movimenti di solidarietà con la Palestina in Gran Bretagna raccontano sistematicamente di essere vittime delle denunce più ferocemente antisemite da parte dei sionisti, che spesso esprimono l’auspicio che gli attivisti o le loro famiglie fossero stati uccisi durante l’Olocausto.

Riguardo a Soros, la destra ungherese e quella israeliana sembrano aver trovato una causa comune. Poco dopo che Netanyahu ha appoggiato la campagna di odio anti-semita di Orban, un parlamentare del suo partito di estrema destra, il Likud, ha proposto quella che ha chiamato la “Legge Soros”, per bloccare le donazioni ai gruppi di sinistra che godono di finanziamenti stranieri.

L’innamoramento di Israele per gli antisemiti ungheresi mette in luce l’orribile essenza del sionismo. La sua china verso il fascismo sempre più esplicito continua a ritmo sostenuto.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Giornalisti del NYT, della Reuter e dell’Economist autocensurano i propri articoli da Israele in modo da non essere “brutalmente presi di mira”- John Lyons

Philip Weiss – 26 luglio 2017,Mondoweiss

Negli USA la lobby israeliana viene citata di rado in modo critico sui media più importanti. Ma controllate questo brano del programma politico ” Drum ” [“Tamburo” in inglese] della ABC australiana di due giorni fa: i corrispondenti, veterani del Medio Oriente, Antony Loewenstein e John Lyons descrivono le incessanti pressioni da parte di Israele e della sua lobby su giornalisti che sono critici nei confronti di Israele.

La conduttrice del programma Ellen Fanning ha notato che nel nuovo libro di Lyons (“Balcony Over Jerusalem: A Middle East Memoir” [ “Balcone su Gerusalemme: ricordi del Medio Oriente”]) egli ricorda di essersi incontrato con un importante corrispondente dell’agenzia di stampa France-Presse e di avergli chiesto: “Quanti corrispondenti dall’estero si autocensurano? “

Lyons:

“Ha risposto: ‘Tutti’, e lui è uno dei più duri capi redazione in circolazione. Come parte del libro ho intervistato The New York Times, the Economist, Reuters, AFP, ed ho scoperto una caratteristica comune. La Reuters [agenzia di stampa inglese, ndt.] ha persino proprie parole specifiche che si possono utilizzare per non far arrabbiare gli israeliani. Sono andato là con l’idea che se fossi stato a Washington e a New York avrei raccontato quello che vedevo. Ma ogni volta che avessi voluto parlare di colonie, qualcosa di reale, sarei stato preso di mira, in quanto giornalista.”

“Se racconti la verità su quello che vedi davanti a te in Israele e in Cisgiordania, sarai brutalmente preso di mira.”

Lyons è un giornalista di grande esperienza. E’ stato corrispondente per sei anni da Gerusalemme per “The Australian” [principale quotidiano australiano, ndt.] ed ora è co- direttore editoriale del giornale.

Gli attacchi non vengono solo da Israele, ma dalla lobby filo-israeliana globale. Lyons:

“Beh, nel libro ho scritto un capitolo intitolato ‘La lobby”, che riguarda essenzialmente la lobby australiana, prende in considerazione i numerosi viaggi che ogni sorta di politici e giornalisti e tutti quanti fanno. Incessanti carovane che attraversano Gerusalemme, che è una parte ridotta di ciò…Ma posso dire…in base alla mia esperienza personale nell’ “Autralian”, che è un giornale molto filo-israeliano, eppure i miei direttori, la pressione su di loro, di cui hanno parlato per il libro – la pressione c’è, è chiaro che non sono contenti di quello che hai fatto, e delle infinite lamentele –

Due o tre anni fa ho fatto un reportage per “Four Corners” [“Quattro angoli”, importante programma televisivo australiano di attualità politica, ndt.]. E allora ho dovuto difenderlo per mesi e mesi. Alla fine ci siamo difesi da ogni obiezione…Ancor prima che “Four Corners” andasse in onda, uno dei gruppi di Melbourne ha fatto circolare: ‘Questo è il link per le proteste, clicca qui, e invia una protesta automatica alla ABC’.”

Per cui i viaggi sono solo la parte “delicata” di ciò!”

Ecco il reportage di “Four Corners” del 2014: documenta il fatto che l’esercito israeliano stava prendendo di mira ragazzini palestinesi per arrestarli e incarcerarli e “minacciando i bambini di violentarli”, nel tentativo di rendere insopportabile la vita ai palestinesi in Cisgiordania. Queste pratiche ovviamente non sono terminate ( e ricordate che su “60 minuti” [programma televisivo statunitense di notizie della CBS, ndt.] cinque anni fa il defunto Bob Simon [giornalista americano della rete televisiva CBS, ndt.] ha protestato contro Michael Oren [politico, diplomatico, scrittore e storico israeliano nato negli USA, dirigente del partito centrista “Kulanu”, ndt.] perché si era rivolto ai suoi superiori nel tentativo di interferire sul suo reportage a proposito dei cristiani che lasciano la Palestina).

Anche Antony Loewenstein è un giornalista con molta esperienza. Ha pubblicato vari libri sulla Palestina e su altre questioni internazionali, e recentemente ha concluso una missione di un anno e mezzo a Gerusalemme.

Egli afferma:

“Quello che dice John è vero. Ho scritto di questo per 15 anni. Il modo in cui spesso funziona è che un giornalista che è critico – ebreo, non-ebreo, musulmano, palestinese, cristiano, qualunque cosa sia – se è critico contro le colonie, contro l’occupazione, contro il governo israeliano, contro il modo in cui la lobby israeliana in Australia, secondo me in modo dannoso e disonesto, fa pressione sul sistema dei media, ABC ed altri, e sui governi, sarà preso di mira in privato e in pubblico.”

Cosa dire della lobby palestinese? Chiede Fanning. Loewenstein:

“Esiste una lobby, è ridotta ma in crescita. Ha influenza ma è relativamente insignificante. E’ più che altro il modo in cui penso funzioni il potere politico in questo Paese.

Chiunque passi del tempo in Israele o in Cisgiordania o a Gaza, che, come dice John, sono state occupate per 50 anni…Secondo me ora è permanente. Ci dobbiamo chiedere perché così tanta gente nei media e nelle elite politiche rifiuta di parlare della realtà. Un’occupazione permanente è un orrore…

Occorre essere molto più sinceri con i nostri politici ed essere giornalisti che non cedono alle intimidazioni della lobby israeliana, cosa che succede continuamente.”

Però Loewenstein in seguito osserva che l’opinione pubblica si è spostata in modo evidente, nonostante i media siano decisamente a favore di Israele.

E conclude:

“La lobby ha il diritto di esistere. La questione è che gruppi come AIJAC (Australia/Israel & Jewish Affairs Council [Consiglio Australia/Israele e delle questioni ebraiche]) sono così bellicosi e di estrema destra, stanno appoggiando le politiche del governo israeliano che sono a favore delle colonie, dell’occupazione, anti-arabe e profondamente razziste.”

La lobby israeliana in Australia ha già attaccato Loewenstein per i suoi commenti durante il programma.

Non c’è neanche bisogno di dire che la lobby israeliana continuerà ad esercitare un potere spropositato finché giornalisti e politici si rifiuteranno di parlarne apertamente. Cosa che non sta succedendo negli USA.

Grazie ad Ofer Neiman [probabilmente si tratta di uno dei leader del movimento BDS israeliano “Boycott from Within”, “Boicottaggio dall’interno”, ndt.]

(traduzione di Amedeo Rossi)




Coloni israeliani tentano di prendere il controllo di una casa palestinese ad Hebron

25 luglio 2017 Ma’an News

Hebron (Ma’an) – Secondo quanto raccontato a Ma’an da alcuni residenti, martedì sera decine di coloni israeliani hanno fatto irruzione in una casa palestinese nei pressi della moschea di Ibrahim [“Tomba dei Patriarchi” nella denominazione israeliana, ndt.] nella città di Hebron, nella zona meridionale della Cisgiordania, nel tentativo di prendere il controllo dell’edificio.

Gli abitanti della casa della famiglia Abu Rajab sono stati coinvolti per anni in una disputa giuridica con coloni israeliani, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato la propria intenzione di incoraggiarvi la fondazione di una nuova colonia israeliana illegale, con il nome di “Beit Hamachpela.”

Tuttavia le autorità israeliane non hanno concesso l’autorizzazione di costruire la colonia sulla base del fatto che i coloni non sono stati in grado di dimostrare il presunto acquisto della casa palestinese, in quanto i palestinesi li hanno accusati di aver falsificato i documenti.

Hazem Abu Rajab al-Tamimi, un abitante della casa, ha affermato che più di 50 coloni hanno fatto irruzione nella casa e che i soldati israeliani li hanno aiutati durante l’incursione.

Al-Tamimi ha detto a Ma’an che i soldati israeliani e le guardie di frontiera sono state schierate davanti alla casa durante le scorse 48 ore prima di consentire alla fine ai coloni di farvi irruzione martedì.

In risposta ad una richiesta di fare un commento, una portavoce dell’esercito israeliano ha detto a Ma’an che decine di israeliani sono entrati “in un piccolo edificio” adiacente alla moschea, ma ha negato che i soldati fossero presenti durante l’incursione dei coloni.

Ha detto che le forze israeliane sono arrivate sul luogo dopo che ciò era avvenuto ed erano attualmente presenti nella zona alle 21,30 circa.

“Al momento non c’è la decisione di farli sloggiare,” ha detto la portavoce, ed ha sottolineato che la situazione era in evoluzione.

Mercoledì mattina l’esercito israeliano ha detto a Ma’an che la casa era stata dichiarata zona militare chiusa, ma non ha potuto confermare se i coloni erano stati espulsi dall’edificio oppure no.

I coloni israeliani hanno sostenuto di aver comprato la casa dai proprietari, tuttavia i proprietari palestinesi hanno citato in giudizio i coloni israeliani e li hanno accusati di aver falsificato i documenti nel tentativo di impossessarsi della casa.

La casa della famiglia Abu Rajab è costituita da tre piani. Al-Tamimi ha detto che, in seguito al caso in corso relativo alla casa, il tribunale israeliano ha deciso che nessuno possa entrare al secondo e al terzo piano dell’edificio finché non verrà stabilita una decisione del tribunale.

Ha affermato che il tribunale ha anche deciso di mettere la casa sotto la “protezione” dell’esercito israeliano e dell’Amministrazione Civile [il governo militare nei territori palestinesi occupati, ndt.] israeliana.

L’Ong e osservatorio sulle colonie israeliano “Peace Now” ha rilasciato una dichiarazione in cui conferma che circa 15 famiglie di coloni sono entrate nella casa senza autorizzazione.

“La lunga controversia legale su chi sia il proprietario non è ancora arrivata alla fine, ma ciò non ha impedito ai coloni di invaderla oggi,” afferma il comunicato.

“Peace Now” ha spiegato che la commissione del registro dell’Amministrazione Civile israeliana ha rigettato le affermazioni dei coloni di averla acquistata, e i coloni che hanno impugnato la decisione stavano aspettando di comparire di nuovo davanti alla commissione.

“Finora i coloni non sono stati in grado di dimostrare la proprietà e i palestinesi sostengono che non è stata acquistata. Oltretutto i coloni rivendicano solo una proprietà parziale dell’immobile. Inoltre, anche se alla fine i coloni provassero di avere la proprietà, ciò non rappresenterebbe una ragione sufficiente per fondare un nuovo insediamento nel cuore della città palestinese di Hebron” afferma “Peace Now”.

La dichiarazione continua: “La fondazione di un nuovo insediamento a Beit HaMachpela ostacolerebbe seriamente la libertà di movimento dei palestinesi e si aggiungerebbe alla crescente tensione nella zona.”

“Chiediamo che il governo ordini l’immediata evacuazione dei coloni che hanno invaso Beit HaMachpela. Dopo che le loro pretese di proprietà sono state rigettate, i coloni hanno deciso di farsi giustizia da soli e di costituire una colonia illegale che potrebbe incendiare la regione. Chiediamo al Primo Ministro e al Ministro della Difesa di rispettare la legge e gli interessi israeliani e di evacuare senza indugio gli intrusi.”

Situata nel centro di Hebron – una delle maggiori città della Cisgiordania occupata – la Città Vecchia è stata divisa tra zone sotto controllo palestinese e sotto il controllo israeliano, note come H1 e H2, in seguito al massacro della moschea di Ibrahim [nel 1994 un colono israeliano entrò nella moschea vestito da soldato ed uccise 29 palestinesi in preghiera prima di essere linciato dalla folla, ndt.].

Circa 800 coloni israeliani notoriamente molto aggressivi vivono ora sotto la protezione dell’esercito israeliano nella Città Vecchia, circondati da più di 30.000 palestinesi.

I residenti palestinesi della Città Vecchia devono fare i conti quotidianamente con una massiccia presenza di militari israeliani, con almeno 20 check point situati alle entrate di molte strade, così come della stessa moschea di Ibrahim.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Palestinese colpito ed arrestato dopo aver ucciso 3 israeliani in un attacco all’arma bianca in una colonia

Ma’an News

21 luglio 2017

Betlemme (Ma’an) – Un palestinese è stato colpito e, a quanto riferito, versa in condizioni non gravi dopo aver fatto irruzione in una casa di una colonia israeliana illegale nel centro della Cisgiordania occupata ed aver compiuto venerdì sera, secondo l’esercito israeliano, un attacco all’arma bianca che ha causato la morte di tre israeliani e un ferito.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che un aggressore è entrato in una casa della colonia illegale di Halamish, nota anche come Neve Tzuf ed ha accoltellato quattro israeliani.

Due sono morti poco dopo in seguito alle ferite ed altri due sono stati portati in ospedale in gravi condizioni. Di un terzo è stata confermata la morte.

Il portavoce ha detto che l’assalitore è stato colpito. E’ stato identificato dai media israeliani come Omar al-Abed, tra i 19 e 20 anni, del vicino villaggio di Kobar, nella parte settentrionale del distretto di Ramallah.

Secondo il sito israeliano di notizie Ynet, un settantenne, suo figlio e sua figlia, sui trent’anni, sono stati uccisi e la loro madre di 68 anni è rimasta gravemente ferita.

Secondo quanto riportato, quando l’aggressore ha fatto irruzione nella casa i quattro stavano cenando per lo Shabbat con circa 10 membri della loro famiglia. Alcuni sono riusciti a nascondersi in un’altra stanza, a chiamare la polizia e urlare per chiedere aiuto. Secondo Ynet un vicino, soldato dell’esercito israeliano, avrebbe sentito del trambusto, sarebbe arrivato sul posto ed avrebbe sparato ferendo in modo non grave l’assalitore.

Secondo i media israeliani, prima di mettere in atto l’attacco, al-Abed ha scritto su Facebook: “Ho molti sogni e credo che si realizzeranno, amo la vita e rendere felici gli altri, ma cos’è la mia vita quando loro (Israele) uccidono donne e bambini e profanano la nostra Al-Aqsa?”

L’attacco mortale ha avuto luogo dopo che tre palestinesi sono stati uccisi – due dei quali dalla polizia israeliana ed uno, a quanto riportato, da un colono israeliano – quando, venerdì mattina, a Gerusalemme massicce manifestazioni di disobbedienza civile sono degenerate in violenti scontri.

Altre centinaia di palestinesi disarmati sono stati feriti dalle forze israeliane nel corso di proteste nei territori occupati contro le nuove misure per la sicurezza nel complesso della moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme occupata, imposte in seguito alla sparatoria mortale della scorsa settimana nel luogo sacro, con un bilancio di tre aggressori palestinesi e due poliziotti israeliani uccisi.

I palestinesi hanno visto le misure ad Al-Aqsa come l’ennesimo esempio del fatto che le autorità israeliane utilizzano le violenze e le tensioni tra israeliani e palestinesi come mezzo per accentuare il controllo su importanti luoghi nei territori palestinesi occupati e per normalizzare crescenti misure che prendono di mira i palestinesi da parte delle forze israeliane.

Secondo informazioni, in risposta all’attacco alla colonia il portavoce di Hamas Husam Badran avrebbe detto: “Continueremo a lottare contro l’occupazione in ogni punto di frizione per appoggiare Al-Aqsa.”

In seguito all’incidente, un notevole numero di forze israeliane ha fatto un’incursione a Kobar ed ha imposto la chiusura del villaggio, consentendo l’uscita o l’entrata al villaggio solo a “casi umanitari” – una tipica risposta dell’esercito israeliano ad attacchi mortali contro israeliani, che viene regolarmente denunciata dai gruppi per i diritti umani come una punizione collettiva messa in atto contro palestinesi innocenti.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” ha informato che durante la notte forze israeliane hanno fatto irruzione nella casa di al-Abed ed hanno arrestato suo fratello, iniziando i preparativi per la demolizione della casa.

L’esercito israeliano avrebbe anche arrestato un palestinese disarmato “sospetto” nei pressi di Halamish, secondo quanto riferito da Ynet, che afferma che l’esercito israeliano stava verificando se fosse in qualche modo coinvolto nell’incidente.

Si prevede che ulteriori truppe verranno schierate nella Cisgiordania occupata.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Tre palestinesi sono stati uccisi negli scontri per Al-Aqsa a Gerusalemme e in Cisgiordania

Ma’an News , 21 luglio 2017

Betlemme (Ma’an) – Secondo informazioni raccolte da Ma’an, venerdì tre palestinesi sarebbero stati colpiti ed uccisi durante scontri nella Gerusalemme est e nella Cisgiordania occupate, nel corso di incidenti su vasta scala nei territori palestinesi occupati in seguito a nuove misure di sicurezza presso il complesso della moschea di Al-Aqsa.

Le morti sono avvenute venerdì durante grandi manifestazioni a Gerusalemme est per denunciare le nuove misure israeliane per la sicurezza nei pressi della moschea di Al-Aqsa in seguito all’attacco mortale della scorsa settimana.

Le forze israeliane hanno represso violentemente le proteste a Gerusalemme est, così come altre marce in solidarietà nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza sotto assedio, mentre la Mezzaluna Rossa palestinese ha detto a Ma’an che venerdì almeno 193 palestinesi sono rimasti feriti a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

Secondo le informazioni in possesso di Ma’an, nel 2017 49 palestinesi, 14 dei quali nel solo mese di luglio, sono stati uccisi dagli israeliani.

Un palestinese sarebbe stato ucciso da un colono israeliano a Ras al-Amoud

Fonti mediche hanno detto a Ma’an che un adolescente palestinese è stato ucciso durante scontri nel quartiere di Ras al-Amoud a Gerusalemme est, mentre testimoni affermano che il giovane è stato ammazzato da un colono israeliano.

Il giovane è stato identificato come il diciottenne Muhammad Mahmoud Sharaf, del quartiere di Silwan.

Testimoni affermano che Sharaf è stato colpito al collo da un colono israeliano ed è poi morto in seguito alle ferite.

Subito dopo la sua morte i familiari in lutto hanno fatto il funerale di Sharaf, per paura che le autorità israeliane confiscassero il suo corpo, mentre i partecipanti scandivano slogan sul giovane e su Al-Aqsa.

Nel contempo un altro palestinese, identificato da fonti mediche come Muhammad Abu Ghanam, è morto in seguito a ferite nell’ospedale al-Makassed dopo essere stato colpito dalle forze di polizia israeliane durante scontri nel quartiere di al-Tur a Gerusalemme.

Testimoni hanno affermato che venerdì sera forze israeliane hanno fatto irruzione nell’ospedale cercando di arrestare palestinesi feriti durante gli scontri.

Un giornalista di Ma’an presente sul posto ha detto che si è tenuto rapidamente anche il funerale di Abu Ghanam, in quanto palestinesi sono stati filmati mentre trasportavano il suo corpo oltre un muro che circonda l’ospedale al-Makassed, per evitare che le forze israeliane se ne impossessassero.

Testimoni affermano che le forze israeliane hanno sparato bombe assordanti nel cimitero di al-Tur durante il funerale. Persone del posto hanno detto a Ma’an che Abu Ghanam aveva vent’anni, era un abitante di al-Tur ed era al secondo anno di studi presso l’università di Birzeit.

Palestinese colpito ed ucciso durante la manifestazione ad Abu Dis.

Nel pomeriggio di venerdì il ministro palestinese della Sanità ha detto che un palestinese è deceduto in seguito a ferite in un ospedale di Ramallah dopo essere stato colpito al petto dalle forze israeliane durante una manifestazione nel villaggio di Abu Dis, nel distretto di Gerusalemme, in Cisgiordania.

Il palestinese ucciso è stato identificato da fonti locali come il diciassettenne Muhammad Mahmoud Khalaf, mentre secondo altre fonti si tratterebbe di Muhammad Lafi.

Venerdì sera il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) ha emesso un comunicato in cui celebra Muhammad Khalaf come un “eroico martire” che è morto “per appoggiare Al-Aqsa e in rifiuto delle politiche vigliacche e razziste dell’occupazione (israeliana).”

Il FDLP aggiunge che Khalaf e la sua famiglia sono militanti del movimento di sinistra, e che il giovane aveva di recente superato i suoi esami di maturità e dirigeva il comitato studentesco nell’istituto arabo di Abu Dis.

(traduzione di Amedeo Rossi)