A Qusra si infrangono le menzogne di Israele riguardo alla violenza dei coloni

Oren Ziv

18 agosto 2026 – +972 Magazine

I coloni hanno assediato una famiglia palestinese per 10 giorni nel tentativo di occupare la loro casa. La mancanza di volontà dell’esercito di fermarli racconta come stanno le cose

Negli ultimi 10 giorni Qusai Abu Ridi ha visto dal suo balcone come i coloni israeliani e i soldati che li accompagnano assediano la sua casa.

I coloni sono arrivati a Qusra, situata a circa 30 chilometri a sudest di Nablus nella Cisgiordania occupata, il 9 agosto, montando una tenda direttamente fuori dalla casa di Abu Ridi. Nei giorni seguenti hanno tagliato le tubature dell’acqua e la linea elettrica e hanno bloccato le strade circostanti, intrappolando Abu Ridi e suo figlio diciottenne all’interno con scorte in diminuzione. Hanno assediato anche altre due case del villaggio, tutte situate nell’Area B [in base agli accordi Oslo sotto amministrazione civile dell’ANP e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania, dove i coloni stanno rapidamente espandendo il suo controllo territoriale nonostante apparentemente l’Autorità Palestinese mantenga la giurisdizione civile.

Questo metodo di pulizia etnica, per cui i coloni creano un avamposto direttamente fuori dalle case palestinesi per cercare di espellere le famiglie e occupare le loro proprietà, ha avuto successo innumerevoli volte in tutta la Cisgiordania, anche a Qusra e nei villaggi vicini. Quello che è inusuale in questo caso è che ha attirato notevole attenzione, anche dai mezzi di comunicazione israeliani che raramente si occupano dell’occupazione dalla prospettiva dei palestinesi, prima che il processo fosse completato.

Anche i video di Abu Ridi hanno portato a una significativa diffusione internazionale creando un livello di pressione sul governo e sull’esercito israeliani raro negli ultimi anni. Il fratello di Abu Ridi, Loui, che è proprietario della casa, è cittadino americano e l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee ha condannato i coloni che assediano Qusra come “terroristi israeliani.”

Parte della ragione dell’attenzione, soprattutto all’interno di Israele, è l’evidenza di quello che si sta consumando. Non ci sono accuse dell’esercito riguardo a un sospetto palestinese armato, né la solita descrizione di “frizioni” reciproche. Anche le imminenti elezioni israeliane e le crescenti critiche internazionali sulla violenza dei coloni possono aiutare a spiegare l’attenzione.

Ma l’episodio è diventato particolarmente rivelatore a causa della differenza tra quello che l’esercito israeliano dice di cercare di fare e quello che effettivamente sta succedendo sul terreno.

L’esercito afferma di voler cacciare i coloni e ha riversato soldati nella zona, che ha anche dichiarato zona militare chiusa. Il capo del comando centrale Avi Bluth, responsabile per la Cisgiordania, ha visitato personalmente il luogo per due volte.

Eppure, mentre faceva irruzione nelle case degli abitanti palestinesi trasformandone alcune in postazioni militari, l’esercito ha fatto ben poco contro i coloni. Alcuni soldati sono stati filmati mentre pregavano, bevevano il caffè con i coloni e gli stringevano la mano quando stavano di pattuglia nella zona con i fuoristrada, evidenziando la totale impunità con cui [i coloni] stanno operando. Nel momento in cui scriviamo la tenda è stata smantellata e la famiglia è riuscita a riottenere l’accesso all’acqua e all’elettricità, ma i coloni circolano liberamente nella zona fuori dalla casa di Abu Ridi sotto il controllo dell’esercito.

Il gruppo è composto da varie decine di giovani coloni sostenuti da un numero più piccolo di coloni più vecchi armati e soldati della Difesa Regionale [in prevalenza coloni armati, ndt.]. Non è certo una forza che l’esercito israeliano non sia in grado di controllare.

Con tutta l’attenzione internazionale su quello che si sta consumando a Qusra ci si aspetterebbe che l’esercito spostasse almeno temporaneamente i coloni, se non altro per dimostrare un simulacro di applicazione della legge e di “autorità”. Invece questo episodio sta evidenziando le politiche formali e informali da lungo tempo in vigore in tutta la Cisgiordania.

Ai coloni è concessa un’estrema libertà di entrare nelle terre e comunità palestinesi, sia durante “escursioni”, mentre pascolano le pecore o per stabilire avamposti e compiere aggressioni. Questo sistema sembra così profondamente radicato sia nell’esercito che nella polizia che persino gli ordini impartiti da comandanti di alto grado non sono necessariamente eseguiti sul terreno.

L’esercito potrebbe allontanarli in 10 minuti”

Questa situazione è stata chiaramente visibile durante il fine settimana. Venerdì mattina +972 Magazine ha documentato che giovani coloni stavano accanto a una tenda eretta da poco nei pressi di una delle case palestinesi mentre i soldati parlavano tranquillamente con loro. Solo quando forze della polizia di frontiera sono arrivate i coloni sono scappati in un vicino uliveto, anche se nessuno ha cercato di arrestarli.

Quel giorno circa 100 attivisti di sinistra, per lo più israeliani, accompagnati da troupe televisive di tutto il mondo hanno cercato per la prima volta di avvicinarsi alla casa. Avevano portato cibo, bottiglie di acqua e medicine per circa un chilometro a piedi lasciando i rifornimenti nei pressi del cancello. Ma i soldati e poliziotti di frontiera hanno impedito loro di avvicinarsi alla casa e il gruppo si è ritirato dopo che la polizia ha minacciato di disperderli con la forza Solo il membro della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Ofer Cassif è riuscito ad attraversare il blocco servendosi della sua immunità parlamentare).

Da allora i coloni hanno continuato ad aggirarsi nella zona, hanno eretto una tenda camminando avanti e indietro fuori dal muro di una delle case e terrorizzando una squadra di operai municipali arrivata per aggiustare la conduttura idrica che [i coloni] avevano danneggiato. “I coloni hanno attaccato i lavoratori proprio sotto gli occhi dell’esercito,” ha detto Abu Ridi a +972. “Nel contempo agli attivisti arrivati (venerdì) non è stato consentito di avvicinarsi.”

Domenica, parlando al telefono con +972 dalla sua casa, Abu Ridi ha affermato che un nuovo contingente di soldati dell’unità di comando di Egoz è arrivato per sostituire quelli della Golani, suggerendo che la dirigenza dell’esercito fosse scontenta del modo di operare di questi ultimi: “Spero che aiuteranno a mettere fine a questo spettacolo,” ha detto. “Ma finora niente è cambiato. Siamo ancora sotto assedio.

Se lo volessero potrebbero mandarli via in 10 minuti,” ha continuato Abu Ridi. Invece egli è convinto che le autorità stiano tentando di aspettare la fine della crescente attenzione: “Sperano che la gente si stanchi, che il mondo dimentichi e che i media smettano di informare su questo. Allora saranno in grado di occupare le case e gli avamposti torneranno. Questo è ciò che temo.”

Lunedì suo fratello Loui è arrivato in volo dagli Stati Uniti ed è andato direttamente a Qusra. Appena arrivato alla sua casa assediata ha srotolato sul tetto una grande bandiera americana, una chiara indicazione della protezione che ritiene questo simbolo gli garantisca agli occhi dell’esercito e del governo israeliani, anche se non dei coloni.

Ero terrorizzato per mio fratello e suo figlio, temevo per la loro incolumità. Ora sto avendo paura per la mia stessa sicurezza,” ha detto Loui a +972 appena atterrato all’aeroporto Ben Gurion. Ha lasciato la sua casa a gennaio e suo fratello ha iniziato a viverci a marzo per timore che i coloni cercassero di impossessarsene anche prima che iniziasse l’attuale assedio. Ha aggiunto di essere stato in contatto con l’ambasciata USA e con un membro del Congresso, ma di dover ancora vedere una qualunque azione concreta per proteggere la sua famiglia e la sua proprietà.

Non siamo gli unici ad avere a che fare con questo, ci sono centinaia di palestinesi in Cisgiordania che affrontano la stessa situazione, è uno schema,” ha aggiunto martedì. “I miei vicini di Jalud (il villaggio adiacente) sono già stati obbligati ad andarsene e i coloni hanno occupato le loro case. Se riescono a farlo qui probabilmente scenderanno fino alla strada e prenderanno la casa del mio vicino, avvicinandosi sempre più al (centro del) villaggio.

Potrebbe succedere a chiunque,” ha continuato. “Ognuno dovrebbe poter vivere in pace. I bambini dovrebbero poter vivere una vita normale, non con la paura che qualcuno li aggredisca di notte.”

Ruqaya Hassan, 28 anni, viveva in una delle altre case sotto assedio a Qusra, vicino alla proprietà di Abu Ridi. I coloni hanno circondato il suo edificio per giorni e persino “sparato contro (la casa) e ci hanno attaccati (con delle pietre) mentre eravamo rinchiusi,” ha detto a +972

Vari giorni fa una delle figlie di Hassan ha avuto bisogno di cure mediche urgenti. Con i coloni che circondavano la casa della famiglia da ogni lato era impossibile andarsene con la propria auto. Solo quando è arrivata un’ambulanza Hassan e le sue due figlie sono riuscite ad uscire. “Eravamo intrappolate dentro,” ha raccontato. “Era pericoloso persino per l’ambulanza arrivare là.”

Suo marito è rimasto a casa, temendo che i coloni la occupassero se se ne fosse andato. Ma in seguito l’esercito ha ordinato al marito di Hassan di lasciarla e ne ha preso il controllo. Ora sta da Abu Ridi.

Dopo che la figlia ha ricevuto le cure Hassan ha cercato di tornare a casa, solo per scoprirla “piena di soldati che l’hanno trasformata in una postazione militare.” In seguito a ciò Hassan e le figlie soggiornano in un’altra casa del villaggio. “I soldati sono venuti per liberare la zona dai coloni, ma stanno a guardare e non fanno niente,” ha aggiunto.

Una strategia sistematica

La maggior parte delle informazioni giornalistiche su Qusra, sia in Israele che all’estero, ha trattato l’assedio come un incidente isolato. Ma esso fa parte di una trasformazione più generale in corso in questa parte della Cisgiordania: una rete di avamposti dei coloni che prendono il controllo di decine di migliaia di dunam [unità di misura della terra in Palestina: 10 dunam= 1 ettaro, ndt.] di terreni agricoli palestinesi e espropriano case ai margini di villaggi, tra cui Jalud, Oaryut, Jurish e Qabalan, spesso con risultati letali.

Solo a marzo a Qaryut sono stati uccisi da un colono che prestava servizio militare i fratelli Muhammad e Fahim Muammar e a Qusra Amir Odeh è stato ucciso da un colono armato sulla strada che porta alle case ora sotto assedio.

Come ha mostrato in una mappa che ha pubblicato sulle reti sociali Dror Etkes, dell’associazione di monitoraggio delle colonie Kerem Navot, Jabal Ein Eina, dove a gennaio è stato creato il principale avamposto della zona, Tel Talpiot, si trova in un punto strategico tra sei villaggi palestinesi dell’Area B. Da lì i coloni possono controllare una vasta area delle terre dei villaggi, confinando le comunità palestinesi nelle loro zone edificate e creando nel contempo contiguità territoriale con altre colonie e avamposti dell’area.

Dalla fondazione di Tel Talpiot i coloni che operano dall’avamposto hanno ripetutamente preso di mira gli abitanti ora sotto assedio a Qusra, cacciando le famiglie dalle proprie abitazioni e danneggiando case e altre proprietà.

La casa di Mahmoud Tubasi è stata teatro di un incidente simile lo scorso mese nella vicina Jalud. Ad aprile i coloni di Tel Talpiot hanno creato un avamposto nei pressi della sua casa, che in seguito hanno tentato di incendiare. A luglio hanno occupato un’altra casa tra la sua proprietà e il villaggio e messo sotto assedio Tubasi e la sua famiglia per più di due settimane.

Mi hanno circondato in modo che non potessi andare a prendere cibo e acqua,” ha detto a +972 venerdì a Qusra, dove è andato a sostenere le famiglie intrappolate nelle proprie case. “Tagliano le tubature e i cavi della luce.”

Ha detto che il 22 luglio coloni armati sono arrivati alla sua casa e hanno consegnato alla famiglia un ultimatum: “Avete un’ora per andarvene sani e salvi o morirete nella casa.” Tubasi, sua moglie e i loro due figli hanno deciso di non avere scelta se non andarsene. Ora i coloni hanno occupato la casa.

Per lui la somiglianza con quello che ora sta avvenendo a Qusra è inconfutabile. “Hanno fatto la stessa cosa con me: assedio, distruzione di rete elettrica e idrica ed espulsione,” ha spiegato. “Il problema è che l’esercito li protegge. Prendono la terra e le case, occupano tutto e ci espellono.”

Tuttavia questa volta l’attenzione che circonda Qusra gli ha dato un certo ottimismo: “Spero che non ci riescano.”

Non ci viene concesso di difenderci”

Il pericolo nel cercare di raggiungere la zona assediata a Qusra era già evidente mesi fa. Alla fine di febbraio i coloni sono scesi da Tel Talpiot su un fuoristrada e hanno aggredito brutalmente tre attivisti dell’associazione israeliana Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi], che stavano riaccompagnando alcuni abitanti alle proprie case.

Una delle persone ferite, Yael Levkovitz, è tornata venerdì a Qusra per unirsi alla marcia verso le case assediate. “Per tre giorni sono stata seduta a leggere i messaggi e mi sono detta che dovevo essere qui,” ha detto a +972.

E’ la prima volta che torno a Qusra dopo l’aggressione,” ha aggiunto. “Sono venuta qui con una spinta molto forte. Ma questa volta c’è un sacco di gente e di soldati, cosa che non è successa allora.”

Anche Ibrahim Luzi, un altro abitante della zona, era presente alla marcia di venerdì, tornato per controllare la casa che era stato obbligato a lasciare a marzo in seguito a mesi di intensi attacchi dei coloni. Ha detto a +972 che senza la presenza di attivisti non sarebbe stato in grado neppure di arrivarci.

I coloni hanno vandalizzato la proprietà, distruggendo una parte del muro, spaccando le finestre e devastandone l’interno. “Ho costruito la casa in 20 anni e ci ho vissuto per un anno,” ha spiegato Luzi. Ma la violenza dei coloni ha reso sempre più difficile alla sua famiglia rimanere.

Una notte, mentre stavo dormendo, sono entrati dalla finestra e hanno spruzzato contro di me e la mia famiglia del gas,” ha raccontato. “Non c’era nessuno a proteggerci.” 

Il figlio di Luzi ha passato quattro mesi in prigione dopo essere stato arrestato per aver cercato di proteggere la casa dai coloni. “(I coloni) hanno libertà d’azione e l’esercito sta con loro, mentre noi non possiamo difenderci,” ha lamentato.

Secondo Luzi un ufficiale dell’esercito ha chiarito quali sono le sue priorità. “L’ufficiale mi ha detto di essere qui solo per proteggere (i coloni). Gli ho detto che stavano entrando in casa e lui ha risposto di non potermi aiutare.”

Durante il fine settimana di fronte allo scenario degli eventi a Qusra il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di stendere un piano per trasferire la responsabilità per l’applicazione delle leggi civili in Cisgiordania alla polizia israeliana. E’ un’iniziativa che, come ha ammesso con gioia il ministro della Sicurezza Nazionali Itamar Ben Gvir, è un “passo significativo verso (l’applicazione della) sovranità israeliana,” e l’annessione della Cisgiordania.

L’esercito interviene già ora raramente in modo concreto contro i pogrom e le aggressioni dei coloni: normalmente i soldati arrivano solo dopo che gli attacchi sono iniziati e consente agli aggressori di andarsene liberamente. In ogni caso è improbabile che affidare maggiori poteri di intervento alla polizia protegga maggiormente i palestinesi: la stessa polizia israeliana in Cisgiordania ha apertamente evitato di agire contro i responsabili.

Nonostante la recente attenzione internazionale su Qusra Luzi non vede una ragione per credere che la situazione cambi in modo significativo. “Finora niente è cambiato,” ha affermato. “Non c’è speranza con il governo di Smotrich.”

+972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] hanno contattato l’esercito israeliano per un commento. La risposta verrà aggiunta se e quando arriverà.

Una versione di questo articolo è stata in precedenza pubblicata in ebraico su Local Call.

Oren Ziv è fotogiornalista e reporter di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cerco di non fare confronti fra periodi storici. E poi Israele marchia i palestinesi con un numero

Hanin Majadli

19 agosto 2026 • Haaretz

Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi

Questa settimana le Forze di Difesa Israeliane hanno operato a Qabatiyah, vicino a Jenin. Durante l’operazione alcuni detenuti palestinesi sono stati contrassegnati con dei numeri scritti sulla fronte e sul corpo.

Questo richiama alla mente certi periodi storici. Poco dopo è arrivata anche la replica. Secondo quanto riportato, i comandanti hanno chiarito alle Forze la gravità dell’atto e si è imparata la lezione.

Si è imparata la lezione. È difficile pensare a una frase israeliana più tipica. Per decenni qui si sono imparate delle lezioni. Quando i palestinesi vengono uccisi si impara la lezione. Quando i detenuti vengono maltrattati si impara la lezione. Dopo ogni atto che avrebbe dovuto essere un’eccezione si impara la lezione. Eppure chissà come le lezioni non vengono mai apprese in tempo per prevenire il prossimo incidente. Un brevetto israeliano.

Certo, non è la prima volta che qualcosa viene impresso sulla pelle dei palestinesi. In questo contesto si sono già imparate delle lezioni, poi dimenticate. C’è stato il palestinese sul cui volto era stata impressa “involontariamente” una stella di David con la “suola dello stivale di un poliziotto”. Case palestinesi in Cisgiordania su cui sono state dipinte con la vernice spray delle stelle di David come se fossero svastiche. E guardate con quanta facilità arriviamo alle richieste pubbliche di non permettere ai medici arabi di curare gli ebrei.

Per non parlare della ben nota paura dei palestinesi a mostrare apertamente la propria identità nei momenti in cui le strade ebraiche si fanno più violente, più nazionaliste, più vendicative. Ricordo delle parenti che nei momenti di tensione si toglievano l’hijab durante i tragitti notturni in auto. E anche se non voglio violare il divieto di “fare paragoni” con altri periodi, arriva Israele e imprime dei numeri sulla pelle dei palestinesi. E allora cosa volete che pensiamo?

Ancor prima che le Forze di Difesa Israeliane annunciassero che avrebbero imparato la lezione mi chiedevo se fosse stato un soldato ad agire di propria iniziativa, se l’ordine fosse stato impartito da un comandante, o se si trattasse di un clima generale che lasciava intendere fosse lecito numerare i detenuti palestinesi sulla fronte. Sono consapevoli delle associazioni che questo evoca? Vogliono che vediamo le immagini e le confrontiamo? O forse sono talmente immersi nel loro senso di potere che nessuno si ferma a pensare a come appare la cosa? E cosa è peggio: fare una cosa del genere consapevolmente, o farla senza minimamente comprenderne il significato?

A volte penso che diamo troppa importanza al dibattito sull’opportunità di fare paragoni. Forse non c’è bisogno di fare paragoni. “Loro”, di cui non pronunceremo i nomi, non si sono mostrati mentre facevano saltare in aria le case e scherzavano sulla distruzione su TikTok, che all’epoca non esisteva. Non hanno trasformato le uccisioni di massa in uno spettacolo di intrattenimento in prima serata. Forse siamo fermi nel tentativo di trovare precedenti storici invece di guardare ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi.

Forse Israele non trae ispirazione da nessuno. Forse è già nella fase in cui fornisce ispirazione. Ecco i reel degli spettacoli del genocidio. Per un vasto pubblico che non solo non si scandalizza né si imbarazza o vergogna, ma esulta. Media che trasformano la fame in barzellette raccontate su un panel. Politici che competono tra loro sulle ipotesi di vendetta. Soldati che documentano il tutto con orgoglio. Un’intera nazione che sta progressivamente perdendo la capacità di tracciare dei fondamentali confini morali non per paura o obbedienza, ma in un’atmosfera di hafla, di celebrazione festosa.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Gli USA sanzionano la presidente e un funzionario della Corte Penale internazionale

Redazione di MEMO

18 agosto 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca] Anadolu riferisce che martedì gli USA hanno imposto sanzioni alla presidente della Corte Penale Internazionale Tomoko Akane e al funzionario Abdoulaye Seye.

Akane, una cittadina giapponese che svolge il ruolo di presidente della CPI dal 2024 e Seye, cittadino senegalese, sono stati aggiunti alla lista del dipartimento del Tesoro di “cittadini specificatamente designati”, secondo il sito web dell’agenzia.

Entrambe le designazioni sono state effettuate in conformità all’ordine esecutivo 14203 “Imposizione di sanzioni alla Corte Penale Internazionale” che è stato firmato il 6 febbraio 2025 dal presidente USA Donald Trump e che da allora è stato usato per designare 10 funzionari della CPI, inclusi il precedente procuratore capo Karim Khan e 8 giudici.

L’essere inseriti in tale lista blocca ogni bene statunitense posseduto da Akane e Seye, e vieta a cittadini ed entità americani di effettuare transazioni commerciali con loro.

L’iniziativa giunge mentre Washington ha intensificato la pressione sulla corte dopo che quest’ultima ha emesso a novembre 2024 i mandati d’arresto per Netanyahu e per l’ex-ministro israeliano della Difesa Yoav Gallant relativamente ai presunti crimini di guerra a Gaza.

Il segretario di stato USA Marco Rubio ha accusato Akane e Seye di impegnarsi in sforzi “diretti” da parte della CPI per “indagare, arrestare, imprigionare o perseguire politici di governi che non hanno riconosciuto la giurisdizione della CPI.”

Tutta la nostra campagna governativa per smontare la minaccia posta dalla CPI alla sovranità nazionale raccoglierà i suoi frutti e ci aspettiamo che altre Nazioni si uniscano alla nostra campagna interrompendo il loro finanziamento e la loro partecipazione a questa corte politicizzata e inaccettabile,” ha aggiunto.

Il dipartimento di stato USA il mese scorso ha lanciato una campagna che ha per obiettivo lo smantellamento di ciò che l’amministrazione Trump ha descritto come una minaccia da parte della CPI alla “sovranità americana.”

In un discorso a Camp David il mese scorso Rubio ha affermato che la CPI si è resa illegittima rivendicando la giurisdizione su Nazioni che non sono membri della corte. Gli USA e Israele non aderiscono alla CPI.

Trump poi ha detto che Rubio stava cercando di “difendere Bibi e varie altre persone,” facendo riferimento al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Akane, la sesta presidente della CPI e la prima giapponese a ricoprire il ruolo, ha ripetutamente criticato la campagna di sanzioni da quando è cominciata affermando a dicembre all’assemblea degli Stati membri della corte che le sanzioni non cambieranno il modo in cui i giudici interpretano il loro mandato.

Noi non accetteremo mai nessun tipo di pressione da alcuno su questioni di interpretazione del quadro statutario e dell’aggiudicazione dei casi,” ha detto Akane all’assemblea, sottolineando il fatto che “l’indipendenza e l’imparzialità della corte sono le nostre stelle polari e rimangono inalterate.”

La CPI non ha ancora emesso alcuna dichiarazione sulle ultime designazioni [nella lista statunitense, ndt].

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Non potevo star a guardare i miei figli piangere dalla fame”: per sopravvivere al genocidio alcuni gazawi hanno creato una “economia dello sfollamento”

Tareq S. Hajjaj

17 agosto 2026  Mondoweiss

Nei campi degli sfollati di Gaza i sopravvissuti hanno dato vita a nuove attività economiche: la proprietaria di una palestra adesso forgia pesi usando lattine vuote, il proprietario di un supermercato è diventato panettiere, una casalinga fa l’ambulante — dalla distruzione del genocidio hanno ricostruito attività per sopravvivere.

Iman Mughira ha speso mesi e 250.000 dollari per aprire, con vari soci, una palestra a Rafah prima che Israele la distruggesse durante il genocidio. Sfollata ad al-Mawasi, nella zona occidentale di Khan Younis a sud di Gaza, ha monitorato le immagini da satellite della sua città finché è stata certa che la palestra non c’era più.

Quando ho capito che era stata distrutta mi sono sentita come se anche il mio futuro fosse stato distrutto,” ha detto a Mondoweiss Mughira, 33 anni.

Mughira è una delle migliaia di gazawi che ha perso la propria fonte di reddito in quello che un rapporto dell’organizzazione ONU Commercio e Sviluppo (UNCTAD) ha definito “la più grave crisi economica mai registrata” a Gaza, cancellando 22 anni di progresso e sviluppo in meno di due anni. ”Tagliati fuori da quello che avevano costruito prima del genocidio, molti palestinesi sfollati nella Striscia hanno improvvisato nuove attività e aziende partendo da quello che si sono lasciati alle spalle, cercando di continuare quello che avevano un tempo costruito in modi completamente diversi.”

Quando ho dovuto andarmene ho lasciato dietro di me i sogni della mia vita, qualcosa che avevo impiegato anni a costruire e sono arrivata ad al-Mawas dove non ci sono né sicurezza né stabilità,” ha continuato. Mughira ci ha detto che, dopo la fuga, la sua massima preoccupazione era cosa sarebbe stato della sua attività. Avendo seguito le notizie sulla sua città dalle immagini satellitari, cercando di capire cosa fosse successo, un giorno ha ricevuto conferma che era stata completamente spazzata via dall’esercito israeliano, proprio come quasi tutto il resto di Rafah.

Dopo lo shock iniziale della perdita della sua impresa, Mughira ha cominciato a cercare un modo per venir fuori dalla sofferenza che l’aveva sommersa. Ha notato quello che si stava ammonticchiando intorno ad ogni tenda del campo: le latte vuote degli aiuti alimentari dell’olio per cucinare.

Questi materiali sono disponibili in ogni tenda perché tutti li ricevono e poi buttano le lattine vuote nell’immondizia,” ci ha detto Mughira. “Così mi è venuta l’idea di riusarle per qualcosa di nuovo e positivo per gli sfollati. Le abbiamo riempite di sabbia e usando come sbarre dei bastoni di legno usati abbiamo improvvisato dei pesi,” ha spiegato.

Mughira ha cominciato a condividere la sua esperienza sui social media, ricevendo messaggi da donne nei campi che dicevano di essersi ritagliate un’ora al giorno per sé stesse per fare un po’ di esercizio e muoversi di nuovo senza dover andare da qualche parte e spendere dei soldi che non avevano.

Altre donne le hanno detto che gli esercizi le avevano aiutate a ritornare in forma recuperando flessibilità, affrontando con maggiore facilità gli sforzi fisici richiesti dallo sfollamento come portare l’acqua, trasportare le cose a mano, dormire sulla sabbia e fare il bucato.

Alla fine le donne hanno cominciato ad andare personalmente nella sua tenda per fare ginnastica con lei. Mughira dice che ha scoperto che molte di loro erano affette da malattie o avevano dei problemi fisici, come dolori muscolari, causati dal dormire sulla sabbia dentro le tende e dai doveri a cui dovevano adempiere come lavare i panni a mano e portare e pulire le loro cose.

“Non avevo scelta”

Ayman Abu Muhareb, 44 anni, passa le sue giornate davanti al forno che la sua famiglia ha costruito con fango e paglia davanti al campo per sfollati di Deir al-Balah, nella parte centrale di Gaza, cuocendo pane per pochi soldi per sostenere la propria famiglia di otto persone, fra cui una figlia con una malformazione cardiaca. 

I medici mi hanno ripetutamente messo in guardia dallo stare lunghe ore davanti al fumo proveniente dal forno dove brucio legna, plastica e stoffa,” Abu Muhareb ha detto a Mondoweiss. “Ho cominciato questo lavoro un anno fa e da allora la mia salute e le mie condizioni fisiche sono visibilmente peggiorate. Ma non ho scelta. Devo lavorare per portare a casa da mangiare per la mia famiglia e per curare la mia figlia malata.”

Prima della guerra Abu Muhareb possedeva un supermercato e viveva con i suoi in relativa stabilità. Da allora il supermercato è stato bombardato e quello che restava è stato razziato. La sua fonte di reddito è andata distrutta costringendolo a trovarsi un altro lavoro per sfamare la famiglia.

 Non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei fatto il panettiere per le famiglie sfollate,” ha detto. “Ma le circostanze mi hanno costretto, proprio come hanno costretto molte persone a fare lavori per cui non sono adatte solo per soddisfare le necessità quotidiane.”

Ma nonostante lavori ore e ore, ignorando i consigli dei medici, dice che con questo lavoro ci sono ancora giorni in cui non riesce a procurarsi tutto quello di cui la sua famiglia avrebbe bisogno. 

Muhareb non è la sola persona che è stata costretta ad una professione che non ha scelto. In tutta Gaza donne che prima non erano mai state l’unica fonte di reddito della famiglia improvvisamente sono state costrette a cercarsi un lavoro per provvedere alle proprie famiglie, particolarmente quando il marito o il padre sono stati feriti o uccisi. 

Zeinab al-Najjar, 50 anni, ha otto figli. Suo marito è stato ferito durante la guerra ed è ridotto alla sedia a rotelle, lasciandole il compito di sostenere la grande famiglia con ogni mezzo possibile.

Dopo essere sfollati sulla spiaggia di Deir al-Balah, al-Najjar si è trovata costretta a fronteggiare grandi responsabilità. Ha cominciato andando di tenda in tenda vendendo i lupini che si sgranocchiano comunemente a Gaza.

Una volta era una madre che cucinava per i propri figli e se ne prendeva cura mentre il marito lavorava. Adesso i ruoli si sono ribaltati e lei è l’unica responsabile di mettere in cibo in tavola per l’intera famiglia.

Lo sfollamento ha costretto la gente a cambiare attività e modo di vivere,” ha spiegato al-Najjar. Io comincio nel pomeriggio quando il calore del sole è meno intenso,” ha continuato. “Lavoro per ore e qualche volta ritorno alla mia tenda dopo mezzanotte quando so di aver guadagnato abbastanza per prendermi cura della mia famiglia.”

Non potevo star seduta a guardare i miei figli, specie i più piccoli, piangere per la fame. So che questo lavoro forse non è adatto a me, ma non ho altra scelta. Non cerco grandi guadagni o ricchezza, tutto quello che voglio è dar da mangiare ai miei figli, niente di più. Ecco cosa lo sfollamento ha costretto a fare, giorno dopo giorno,” ha concluso.

S.Hajjaj
Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza per Mondoweiss e membro del Sindacato degli scrittori palestinesi. Seguilo su Twitter/X at @Tareqshajjaj.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




‘Punta di diamante dell’annessione’: Israele affida il controllo della Cisgiordania alla polizia civile

Mohammad Mansour

16 agosto 2026 – Al Jazeera

Il passaggio di competenze sull’ordine pubblico rivela i piani per cancellare la Linea Verde, imporre l’apartheid e rafforzare i gruppi armati di coloni.

Politici e analisti palestinesi hanno messo in guardia contro quello che descrivono come un piano israeliano per annettere illegalmente la Cisgiordania occupata attraverso una serie di decisioni e azioni con diversi pretesti.

Venerdì scorso il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha ordinato alle forze armate di elaborare un piano per il trasferimento dei poteri di ordine pubblico nella Cisgiordania occupata alla polizia israeliana.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz la decisione fa seguito alle critiche mosse all’esercito per la gestione dell’assedio di un’abitazione palestinese nel villaggio di Qusra da parte dei coloni israeliani.

Katz ha giustificato il passaggio di consegne affermando: “Il ruolo dell’esercito è combattere il terrorismo palestinese… e non dare la caccia ai giovani delle colline [individui appartenenti all’ala più radicale della destra israeliana noti per azioni violente e per loccupazione di terreni palestinesi, spesso con il supporto dellesercito, ndt.]

Il Ministero della Difesa ha specificato che la polizia dovrebbe istituire un’unità specifica per la gestione di tali questioni civili.

Tuttavia funzionari palestinesi e un’ampia gamma di esperti politici avvertono che questo cambiamento strutturale rappresenta una pericolosa accelerazione dell’annessione illegale, dell’apartheid e della pulizia etnica.

Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese [partito politico palestinese socialdemocratico, ndt.], ha dichiarato ad Al Jazeera che i coloni sono la “punta di diamante del processo di annessione e ebraizzazione”.

Ha tracciato parallelismi storici diretti con la deportazione di massa dei palestinesi, affermando: “Ripetono ciò che fecero le bande terroristiche sioniste nel 1948, come l’Haganah e la Banda Stern”.

Barghouti ha avvertito che affidare la sicurezza al Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir e gli insediamenti israeliani illegali al Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich equivale a “consegnare la Cisgiordania ai coloni”.

Ha sottolineato che si tratta di una guerra aperta contro la popolazione, aggiungendo: “Chi governa di fatto la Cisgiordania è il noto terrorista fascista Smotrich”.

Annessione di fatto

Gli analisti sostengono che la sostituzione della legge di occupazione militare con il diritto civile modifichi radicalmente la realtà giuridica del territorio. Mohanad Mustafa, accademico e ricercatore in studi israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la decisione cancella giuridicamente i confini.

“Il governo non sta trattando la Cisgiordania come un territorio occupato”, ha affermato Mustafa, spiegando che nel trasferire il potere a una forza di polizia civile, “il governo ha annesso la Cisgiordania”.

Ha osservato che questa mossa esonera i militari dai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale affidando l’applicazione della legge a Ben-Gvir.

Mustafa ha avvertito che Ben-Gvir, che in precedenza aveva supervisionato la demolizione di migliaia di case arabe in Israele, ora ordinerà alla polizia di “sostenere sempre di più i coloni e spingerli sempre più ad intensificare la repressione e il terrorismo contro i palestinesi”.

La leadership palestinese ha condannato fermamente il provvedimento. Hussein al-Sheikh, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha descritto il provvedimento come una palese violazione degli accordi internazionali e un tentativo di “imporre la legge e la sovranità israeliana sulla Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, e di consolidare l’annessione illegale di terre palestinesi”.

L’organizzazione palestinese Hamas ha fatto eco a questo sentimento rilasciando una dichiarazione in cui definisce il provvedimento un “passo pericoloso sulla strada verso l’imposizione di un’annessione di fatto” che fornisce “copertura e maggiore protezione di fronte all’escalation degli attacchi e dei crimini commessi dai coloni”.

Milizie fasciste

L’Autorità Palestinese ha accusato il governo israeliano e il suo esercito di sponsorizzare la violenza dei coloni. Persino alcuni membri del parlamento israeliano hanno accusato l’esercito di complicità.

Gli analisti sottolineano che sollevare lesercito dai propri compiti equivale in sostanza a delegare la violenza ai coloni, trasformandoli in un braccio armato dello Stato.

Nihad Abu Ghosh, esperto in affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che non c’è contraddizione tra l’esercito e i coloni. Ha osservato che i coloni si sono trasformati in “formazioni di milizia fascista” che svolgono il lavoro sporco per conto dello Stato.

“Si tratta di formazioni di milizia fascista, e ci sono precedenti simili in molti Paesi già governati dal fascismo, come la Spagna, l’Italia, la Germania o persino il Cile”, ha affermato Abu Ghosh, aggiungendo che queste milizie svolgono ruoli che “richiedono l’elusione di qualsiasi disciplina, regola o legge” per realizzare un’annessione “strisciante e graduale”.

Apartheid e deportazione

Il doppio quadro giuridico derivante da questo cambiamento ha suscitato forti critiche a livello internazionale e locale. Shadi al-Shurafa, ricercatore esperto di affari israeliani, ha dichiarato ad Al Jazeera che la situazione rappresenta uno stato di segregazione da manuale.

“Ci troviamo di fronte all’applicazione di un palese sistema di apartheid razzista in Cisgiordania”, ha affermato al-Shurafa, sottolineando come un unico regime operi attraverso due leggi completamente differenti sulla base dell’etnia.

Ha aggiunto che l’obiettivo finale dell’attuale governo è quello di attuare una pulizia etnica completa e di intrappolare i palestinesi in “cantoni e bantustan isolati”.

Altri esperti sostengono che questa mossa alteri completamente lo status giuridico internazionale del territorio, spingendo la crisi verso una nuova fase, più pericolosa.

“La questione è passata dall’annessione a una fase post-annessione, creando una realtà in cui il palestinese si trova costretto a pensare alla migrazione”, ha dichiarato Adel Shadid, esperto di affari israeliani.

Complicità internazionale

Gli analisti hanno anche evidenziato il ruolo della comunità internazionale, in particolare degli Stati Uniti, nel favorire questo cambiamento sistemico.

Shadid ha liquidato le recenti condanne statunitensi della violenza dei coloni come mera messa in scena per “ingannare l’opinione pubblica mondiale”.

Ha sostenuto che il progetto di fondo gode del pieno appoggio degli Stati Uniti, osservando che “tutto ciò che sta accadendo ora è un piano americano-israeliano e che c’è armonia tra le due amministrazioni di destra, quella di Washington e quella israeliana”.

Andrew Whitley, ex funzionario delle Nazioni Unite e presidente del consiglio di amministrazione del Britain Palestine Project [ONG che sostiene i diritti dei Palestinesi, ndt.], ha sottolineato che il trasferimento di consegne previsto è “del tutto illegale” e ha sollecitato un immediato intervento internazionale.

Ha dichiarato ad Al Jazeera che “lo Stato palestinese sta scomparendo sotto i nostri occhi”, chiedendo alla comunità internazionale di andare oltre la retorica.

“Dobbiamo fare molto di più che limitarci a torcerci le mani e lamentarci del fatto che i governi non facciano nulla al riguardo”, ha affermato Whitley, chiedendo sanzioni concrete per fermare la rapida cancellazione della presenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Autismo e guerra: a Gaza le famiglie affrontano la distruzione e la perdita

Enas Abu Ghayad

12 agosto 2026 – Aljazeera

I continui bombardamenti sconvolgono la routine quotidiana provocando traumi emotivi e ricadute comportamentali nei minori autistici di Gaza.

Khan Younis, Striscia di Gaza Tra le macerie di Khan Younis, il sedicenne Ahmed Hatem al-Mahabeel stringe forte la mano sotto il mento: un gesto ripetitivo che compie per calmare il suo sistema nervoso e per affrontare il ricordo del fragore delle esplosioni.

Ahmed, affetto da autismo, ha dovuto affrontare la perdita di alcuni dei suoi luoghi preferiti: la sua camera da letto, la sua scuola, il centro sportivo che frequentava, tutti distrutti dalla guerra genocida di Israele contro Gaza.

Prima della guerra Ahmed stava bene. Faceva progressi a scuola sotto la supervisione di uno specialista. Si allenava in una scuola di calcio, imparava a memoria il Corano e eccelleva in inglese.

Ma la guerra di Israele, in corso dall’ottobre 2023, ha ucciso più di 73.380 palestinesi e distrutto vaste aree dell’enclave. E dietro questi titoli di giornale si cela l’interruzione dei servizi e delle strutture di supporto necessari a persone come Ahmed, affette un disturbo dello spettro autistico.

“Ahmed andava da solo in moschea e al circolo, facendo ottimi progressi, ma la guerra ha distrutto tutto ciò che avevamo costruito”, dice la madre, Umm Ahmed. “Soffre di un’estrema sensibilità ai rumori improvvisi; quando sente delle esplosioni ha gravi attacchi di panico, si copre le orecchie e barcolla. Nei casi di terrore estremo ricorre all’autolesionismo, sbattendo la testa per terra per sfuggire al rumore.”

In aggiunta al trauma psicologico la grave malnutrizione e la carenza di proteine ​​hanno causato la rottura dell’appendice.

“A causa della scarsità di cibo le complicazioni hanno portato a un’infezione della ferita costringendo i medici a eseguire un secondo intervento chirurgico per aprire l’addome e pulirlo fino alla guarigione”, ricorda Umm Ahmed.

Oggi Ahmed trascorre le sue giornate rinchiuso in casa a causa della mancanza di sicurezza a Gaza, dato che gli attacchi israeliani continuano nonostante il cessate il fuoco di ottobre.

“Tutta la nostra speranza è che Ahmed abbia l’opportunità di viaggiare all’estero per le cure e la riabilitazione, per riprendersi ciò che la guerra gli ha portato via”, dice la madre.

Bombardamenti e sovraccarico sensoriale

I continui bombardamenti rappresentano una minaccia diretta per il sistema nervoso dei pazienti autistici. A Gaza le continue esplosioni hanno provocato gravi ricadute di disturbi comportamentali, tra cui privazione totale del sonno, vagabondaggio fuori dalle tende, attacchi di panico e autolesionismo.

“Un ragazzo autistico ha assoluto bisogno di routine e tranquillità per sentirsi al sicuro”, spiega lo psicologo Diaa Abu Aoun, che ha lavorato con Ahmed. “Quando è costretto a vivere in una tenda in mezzo a continue esplosioni, il suo cervello riceve un trauma sensoriale che non riesce a elaborare. Questa paura si traduce in insonnia, problemi digestivi e gravi crisi di urla con completa perdita di controllo”.

Nel campo di Nuseirat, nella parte centrale di Gaza, il diciannovenne Muneer al-Haj ha mostrato alcuni di questi comportamenti. Quando sente i bombardamenti aerei stringe forte le mani a pugno e cammina avanti e indietro emettendo suoni per attutire il rumore.

Prima della guerra Muneer seguiva un promettente percorso di riabilitazione sotto la guida di specialisti. Frequentava la scuola e dimostrava spiccate capacità comunicative e un talento per il disegno.

Con l’inizio dei bombardamenti israeliani nel corso della guerra e la carenza di farmaci causata dal blocco di Gaza le sue condizioni sono peggiorate, con la comparsa di convulsioni e sintomi simili a crisi epilettiche.

A causa della carenza di farmaci la terapia di Muneer è stata ridotta a mezza compressa al giorno di un sedativo.

Ecco come il padre, che non ha voluto rivelare il suo nome completo preferendo farsi chiamare Abu Muneer, descrive il cambiamento:

“Prima comunicava e si esprimeva con chiarezza, ma la guerra ha distrutto ogni cosa… questo spazio sicuro si è dissolto di fronte alle difficoltà e alla paura”, dice Abu Muneer. «Ora ci pone domande pressanti a cui non sappiamo rispondere e se le lasciamo irrisolte reagisce con violenti attacchi. Durante i bombardamenti cerchiamo di rassicurarlo dicendogli “Dio ci proteggerà“, ma lui si rende conto di quello che sta succedendo ed esprime la sua angoscia dicendo: ‘Non ho un tetto sopra la testa né una patria’ ”.

L’assenza di un luogo sicuro e l’esaurimento dei sedativi hanno trasformato i nostri tentativi di calmare i bambini in singole iniziative, cariche di paura e confusione”, afferma Abu Muneer.

Carenza di farmaci

L’interruzione di trattamenti specialistici minaccia direttamente decine di pazienti, affermano gli esperti.

“L’improvvisa interruzione o la riduzione forzata delle dosi di farmaci psichiatrici e anticonvulsivanti… crea gravi alterazioni nella chimica cerebrale”, ha affermato Abu Aoun. “Quando un giovane autistico viene privato dei farmaci o riceve solo metà dose il sistema nervoso esprime una grave reazione di rimbalzo. Aumentano le crisi violente e le convulsioni acute, che inducono all’autolesionismo e impediscono la risposta all’addestramento comportamentale”.

La carenza di farmaci e il collasso dei servizi specialistici hanno lasciato i minori autistici senza un trattamento continuativo o alternative adeguate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che nessuna attrezzatura per la riabilitazione è entrata a Gaza tra maggio 2024 e aprile di quest’anno, mentre tutte le strutture hanno dovuto affrontare gravi limitazioni.

Anche il Centro Palestinese per l’Educazione Speciale è stato distrutto e il suo ex direttore, Arij Abu Sultan, è stato ucciso, costringendo i genitori ad assumere un ruolo terapeutico sempre maggiore.

Reem Jarour, responsabile dei programmi per l’autismo presso l’associazione Dolphins per l’istruzione e lo sviluppo comunitario di Gaza, sottolinea come le persone con autismo abbiano necessità di ambienti familiari per mantenere la propria stabilità emotiva:

“Un giovane autistico non può sopravvivere senza un ecosistema predeterminato; la routine è una valvola di sicurezza neurologica”, afferma Jarour. “Quello a cui assistiamo oggi a Gaza è la distruzione totale delle strutture comportamentali costruite nel corso degli anni. Lo sfollamento improvviso trasforma i fattori ambientali scatenanti in minacce acute portando a una massiccia regressione delle competenze linguistiche e sociali”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un senatore USA chiede che l’ambasciatore statunitense in Israele si dimetta immediatamente

Redazione di MEMO

12 agosto 2026 – Middle East Monitor

Il senatore Chris Van Hollen ha affermato che l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee deve dimettersi, accusandolo di chiudere gli occhi sui maltrattamenti dei cittadini americani da parte delle autorità israeliane e di essere diventato un difensore del governo estremista del primo ministro Benjamin Netanyahu.

E’ ora per il nostro ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, di dimettersi. Il lavoro di un ambasciatore americano è di difendere e proteggere gli interessi degli Stati Uniti l’America. L’ambasciatore Huckabee ha fallito nel fare ciò. E’ diventato un difensore del governo estremista in Israele,” ha detto il senatore democratico per il Maryland in un videomessaggio pubblicato sui social media.

Ha aggiunto che i cittadini americani hanno affrontato una detenzione arbitraria e maltrattamenti nelle mani delle forze di sicurezza israeliane, mentre l’ambasciatore Huckabee si è continuamente astenuto dal condannare queste pratiche o dal chiederne conto ai responsabili.

Van Hollen ha attaccato Huckabee sulla detenzione israeliana di Sama Safi di 20 anni e di Adam Karakrah di 16 anni, che sono entrambi cittadini americani.

Sotto i suoi occhi continuiamo a vedere cittadini americani maltrattati e detenuti ingiustamente. Infatti mentre noi parliamo abbiamo un giovane studente americano ventenne e un ragazzo di quindici anni illegittimamente detenuti. Abbiamo assistito ad un uomo palestinese-americano di 82 anni picchiato a sangue dall’IDF [l’esercito israeliano, ndt].”

Van Hollen ha osservato che lui e altri 30 senatori USA in precedenza “avevano sollecitato l’ambasciatore Huckabee a considerare il governo israeliano responsabile per le uccisioni di più di nove americani solo negli ultimi quattro anni” da parte di coloni violenti o delle forze di sicurezza israeliane.

Eppure nessuno è chiamato a renderne conto e non c’è giustizia,” ha aggiunto Van Hollen.

Inoltre il senatore ha criticato Huckabee per quello che ha descritto come una netta contraddizione tra manifestazioni di simpatia per i palestinesi cristiani e la sua posizione passiva nei confronti dell’incremento degli attacchi di coloni che prendono di mira villaggi cristiani in Cisgiordania.

Van Hollen ha evidenziato che gli attacchi violenti ai villaggi cristiani sono cresciuti e che i colpevoli stanno agendo “con impunità.” Egli ha richiamato il fatto che Huckabee abbia ignorato la questione relativa a questi attacchi per cui l’ambasciatore ha semplicemente osservato di essere cristiano e di stare “facendo bene qui in Terra Santa”, che secondo Van Hollen, “mette a nudo l’intero problema,” cioè che i visitatori cristiani nei tour in Terra Santa sono trattati bene mentre “cosa succede ai cristiani che vivono in Terra Santa da migliaia e migliaia di anni? [si tratta evidentemente di un errore di Van Hollen: i cristiani esistono al massimo da poco più di duemila anni, ndt.] Il signor Huckabee semplicemente li ignora. Egli è diventato un difensore incondizionato del governo israeliano più estremista della storia.”

Van Hollen ha concluso il suo videomessaggio reiterando l’affermazione che Huckabee “dovrebbe dimettersi oggi.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Funzionari ONU avvertono: la Cisgiordania occupata è vicina al “punto di rottura”

Middle East Monitor

11 agosto 2026 Middle East Monitor

Martedì alcuni funzionari ONU hanno avvertito che la Cisgiordania occupata ha raggiunto un cruciale “punto di rottura,” menzionando un’escalation di violenza senza precedenti da parte degli occupanti israeliani e un sistematico deterioramento della statalità palestinese, secondo quanto riferisce Anadolu [agenzia di stampa governativa turca ndt.]

Le organizzazioni umanitarie non sono in grado di creare le condizioni politiche di cui i minori hanno bisogno per essere al sicuro,” ha detto Hannan Sulieman, vice direttrice esecutiva dell’UNICEF presso il Consiglio di Sicurezza. “Tale responsabilità spetta agli Stati membri che hanno il potere di cambiarle.”

Sulieman ha presentato alla comunità internazionale quattro richieste urgenti: dare priorità alla protezione dei minori ponendo fine alla detenzione amministrativa, interrompere lo sfollamento forzato con pressioni diplomatiche, garantire un accesso sicuro a scuole e ospedali e consentire ai rifornimenti umanitari di arrivare senza ulteriori ritardi.

Sulieman ha denunciato un bilancio straziante di vittime minori, notando che nella Cisgiordania occupata, dal gennaio 2024, sono 174 i minori palestinesi di cui si è accertata la morte. “Più di uno alla settimana,” ha sottolineato.

Ha rivelato che almeno 355 minori sono detenuti in carceri militari, la cifra più alta degli ultimi otto anni, circa la metà senza accusa o processo.

Sfollamento sistematico

Ramiz Alakbarov, vice Coordinatore Speciale, ha confermato l’allarme descrivendo la situazione come un’emergenza che richiede un’azione immediata per evitare un’annessione de facto. Ha detto che nel 2026 sono stati uccisi decine di palestinesi e circa 3800 sono gli sfollati a causa di demolizioni, sfratti e attacchi da parte degli occupanti.

La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti,” rimarca Alakbarov, citando oltre 1400 episodi documentati quest’anno riguardanti 260 comunità. Ha puntato il dito su un modello evidente secondo cui i palestinesi vengono prima rimossi con la forza dai loro villaggi in modo che poi gli occupanti si impossessino delle terre lasciate vacanti. Il funzionario ha fatto notare che per la prima volta la terra di cui gli occupanti si sono impadroniti per costruire infrastrutture si trovava chiaramente nell’”Area A”

Instabilità finanziaria e politica

Alakbarov ha inoltre evidenziato l’acuta crisi finanziaria in cui si trova l’Autorità Palestinese (AP) che non avrebbe ricevuto i 6 miliardi di dollari di tasse incassate e trattenute dalle autorità israeliane. Nel pieno dell’instabilità ha accolto positivamente le preparazioni per le elezioni legislative fissate il 28 novembre.

Alakbarov conclude che sono “passaggi interconnessi, non sviluppi isolati,” miranti ad indebolire l’amministrazione palestinese.

Ha detto che se la situazione continuerà a deteriorarsi danneggerà l’implementazione della risoluzione 2803 (del 2025) [l’istituzione del Board of Peace, ndt.] e eroderà le prospettive per realizzare una pace negoziata israeliano-palestinese basata sulla soluzione dei due Stati, e ha spinto per un’immediata “e totale” implementazione della Risoluzione 2803, insieme alla Dichiarazione di New York [per la soluzione pacifica con i due Stati, ndt.]

La Risoluzione 2803 appoggia il piano di pace proposto dal presidente statunitense Donald Trump per la Striscia di Gaza e una forza internazionale temporanea nell’enclave dopo i due anni di guerra.

Dall’inizio del genocidio di Israele a Gaza nell’ottobre 2023 c’è stata un’escalation di attacchi in Cisgiordania da parte dell’esercito israeliano e dei coloni che, secondo i dati palestinesi, hanno ammazzato 1183 palestinesi, ferito 13.000 ed arrestato circa 25.000.

I palestinesi segnalano che l’escalation è parte del tentativo israeliano di imporre fatti sul campo, aprendo la strada all’annessione della Cisgiordania occupata e minando la possibilità di stabilire uno Stato palestinese lungo i confini del 1967 in accordo con le rilevanti risoluzioni ONU.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Cosa significa la campagna israeliana di distruzione dei campi profughi palestinesi in Cisgiordania

Qassam Muaddi  

11 agosto 2026  Mondoweiss

Israele ha giurato di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania, come ha già fatto a Jenin e Tulkarem. Un nuovo raid nel campo profughi di Qalandia dimostra chiaramente che la campagna israeliana mira a porre fine non solo alla resistenza palestinese, ma anche a ciò che questi campi rappresentano

I campi profughi palestinesi in Cisgiordania sono nuovamente in cima alle notizie dopo che l’esercito israeliano ha lanciato un nuovo, prolungato raid nel campo profughi di Qalandia, che si trova a nord di Gerusalemme e appena fuori Ramallah. Nella tarda notte di martedì le forze israeliane sono entrate nel campo di Qalandia dopo averlo completamente chiuso e hanno proceduto ad arrestare dozzine di palestinesi e a condurre interrogatori sul campo, distribuendo volantini che minacciavano di arrestare i palestinesi che avessero intrapreso qualsiasi azione contro le forze israeliane.

In una precedente incursione a Qalandia lo scorso maggio i soldati israeliani avevano detto agli abitanti di “fare le valigie e andare in un paese europeo” e avevano ripetutamente evocato il nome di “Jenin” mentre si muovevano attraverso il campo. Gli abitanti hanno interpretato il riferimento a Jenin come una minaccia diretta, visto l’annientamento del campo profughi di Jenin nel nord della Cisgiordania.

L’attuale raid a Qalandia è avvenuto pochi giorni dopo che il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva annunciato di aver dato istruzioni all’esercito di occupare “un altro” campo profughi in Cisgiordania, replicando l’occupazione israeliana di tre campi profughi nella Cisgiordania settentrionale all’inizio del 2025. All’epoca l’esercito israeliano sfollò l’intera popolazione dei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams a Tulkarem, e del campo profughi di Jenin per un totale di almeno 40.000 persone. A queste persone non fu mai permesso di tornare alle proprie case e rimangono tuttora sfollate, e molti di loro continuano a vivere in una situazione di grave crisi umanitaria.

Durante la distruzione dei campi le forze israeliane rasero al suolo ampie porzioni delle case degli abitanti aprendo larghe strade sterrate nel cuore degli insediamenti per creare, a loro dire, “vie sicure” per le operazioni militari. In realtà non si tratta solo di un tentativo da parte di Israele di “riprogettare” l’architettura dei campi, ma di eliminarli completamente come tali, trasformandoli in estensioni urbane delle città vicine e cancellando ciò che rappresentano.

Dal 2021 i campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati centri nevralgici di gruppi di resistenza armata locali, e la dura repressione israeliana contro questi gruppi ha portato ad uno spopolamento su vasta scala.

L’attacco a questi campi profughi ha però implicazioni che vanno oltre la semplice repressione dei gruppi di resistenza palestinesi. La popolazione che è stata sfollata era già rifugiata da settant’anni e i campi svolgevano un ruolo fondamentale nella storia della lotta palestinese, rivestendo un forte valore simbolico per i palestinesi e per Israele. È proprio questo aspetto che rende i campi profughi un bersaglio costante in tutta la Cisgiordania.

Decenni di resistenza

Tutti i 19 campi profughi palestinesi in Cisgiordania furono creati tra il 1948 e il 1950 per ospitare i palestinesi che erano stati sfollati con la forza dalle loro case durante la Nakba in quello che sarebbe diventato Israele. L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei rifugiati palestinesi (UNRWA) affittò appezzamenti di terreno per la costruzione dei campi con contratti di 90 anni, diventando così il detentore legale dei diritti immobiliari sui campi, che non furono mai ampliati. Per le masse di rifugiati che avevano perso tutto, questi campi divennero l’unica opzione abitativa in condizioni di vita precarie, povertà e sovraffollamento, a cui si aggiungeva lo stigma sociale dell’espropriazione.

Almeno dal 2017 i funzionari israeliani hanno spinto per la chiusura dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dei campi profughi palestinesi. Benjamin Netanyahu ha affermato che l’UNRWA perpetua il problema dei rifugiati palestinesi prolungando il conflitto. Nel gennaio 2025, mentre Israele preparava l’invasione dei campi di Jenin, Nur Shams e Tulkarem, il governo ordinò all’agenzia delle Nazioni Unite di lasciare la propria sede a Gerusalemme dopo averle vietato per legge l’ingresso nel paese.

Alla fine degli anni ’50 iniziarono a emergere in tutto il Medio Oriente nei primi campi profughi i primi gruppi di resistenza palestinese. Dopo l’occupazione israeliana del 1967 iniziò a prendere forma in Cisgiordania la resistenza armata palestinese, concentrandosi nei campi profughi.

A metà degli anni ’70 il campo di Jenin vide l’emergere di uno dei gruppi più importanti in Cisgiordania: le “Pantere Nere” legate a Fatah, un gruppo paramilitare che si affermò durante la Prima Intifada del 1987. Fu nel campo profughi di Balata, alla periferia di Nablus, che la prima scintilla dell’Intifada si diffuse dal campo profughi di Jabalia in Gaza alla Cisgiordania.

Circa un decennio dopo, nei primi anni 2000 la Seconda Intifada vide i campi profughi diventare una roccaforte per le ali armate delle fazioni palestinesi, in particolare i campi di Balata e al-Ain a Nablus, il campo di Tulkarem e il campo di Jenin. Nel 2002 quest’ultimo fu bersaglio di un assedio e di una campagna di bombardamenti israeliani durata 10 giorni. Uno degli ultimi raid israeliani contro un campo palestinese durante la Seconda Intifada fu quello contro al-Ain nel 2008, per reprimere i combattenti palestinesi anche molto tempo dopo la fine dell’Intifada nella maggior parte del resto della Cisgiordania.

Più che una roccaforte militante

Nel corso degli anni la resistenza contro Israele è diventata una caratteristica fondamentale dell’identità collettiva dei campi profughi, dove palestinesi di diversa estrazione sociale hanno dato vita a nuove comunità focalizzate sull’idea di espropriazione ed emarginazione. Sebbene sia la resistenza di massa e dei gruppi armati ad aver reso famosi i campi profughi della Cisgiordania, è qualcos’altro che costituisce il nucleo della loro identità e ha creato, in primo luogo, le condizioni per una cultura della resistenza.

Nel marzo dello scorso anno Mondoweiss ha intervistato alcuni rifugiati palestinesi sfollati di recente dalle loro case nel campo di Jenin. Halima, una donna sulla sessantina che alloggiava in una scuola trasformata in rifugio nella città di Jenin, ha descritto i forti legami comunitari tra gli abitanti del campo, raccontando il momento in cui l’ha lasciato.

“Non sopportavo la vista della distruzione… Mi ha spezzato il cuore, perché ogni angolo del campo è casa mia e tutti gli abitanti sono per me come una famiglia “, ha detto Halima. “Diverse famiglie di più generazioni vivevano nello stesso edificio, e dunque le porte delle nostre case erano sempre aperte a tutti. Se a qualcuno di noi mancava qualcosa per cucinare, una medicina o qualsiasi altra cosa, bastava che andasse nella casa accanto a chiedere. È il nostro modo di vivere.”

“Sono cresciuta nella consapevolezza che la mia famiglia era stata costretta ad abbandonare Haifa, e questa consapevolezza è un elemento condiviso della nostra identità di rifugiati”, ha continuato Halima. “Ovunque andiamo ce la portiamo dietro: provenire dal campo profughi di Jenin significa condividere con tutti gli altri del campo il fatto di essere nati rifugiati, e questo ci lega gli uni agli altri ovunque andiamo”.

In un certo senso i campi profughi hanno dato vita a una nuova forma di comunità palestinese, in cui la questione dell’espropriazione è al centro dell’identità collettiva. Più specificamente è la questione dei rifugiati palestinesi e la memoria della Nakba del 1948.

“Un campo profughi è una concentrazione degli aspetti irrisolti della questione palestinese”, ha dichiarato a Mondoweiss Abdul Rahim Al-Shaikh, professore di Studi Culturali all’Università di Birzeit.

“I campi profughi sono sempre stati luoghi marginalizzati, del tutto esclusi dai servizi, con alti livelli di povertà. Questo li ha sempre resi un monito dell’espropriazione originaria del popolo palestinese e li ha trasformati in roccaforti della resistenza”.

Ecco perché l’offensiva israeliana in Cisgiordania si concentra sui campi profughi, nel tentativo di annettere “definitivamente” il territorio e sradicare ogni forma di resistenza. Non solo per l’attività militante che i campi hanno generato per decenni, ma per ciò che rappresentano: la memoria vivente della Nakba, le loro strutture sociali collettiviste, una coscienza plasmata dall’espropriazione – e la cultura della resistenza che producono.

Qassam Muaddi è il corrispondente di Mondoweiss per la Palestina. Si può seguirlo su Twitter/X all’indirizzo @QassaMMuaddi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




‘Buio, fiamme, urla’: villaggio palestinese terrorizzato dai coloni israeliani

Basel Adra

7 agosto 2026 – +972 Magazine

Nel remoto villaggio di Tuba in Cisgiordania un pogrom notturno di decine di coloni ha lasciato abitanti feriti, case bruciate e pannelli solari distrutti

Il messaggio Whatsapp è arrivato alle 21,50 di mercoledì. Era la disperata richiesta d’aiuto di Hamza Abu Jundiya, un ventiduenne del villaggio di Tuba a Masafer Yatta: “I coloni stanno dando fuoco alle case”.

Alle 22,11 un altro messaggio: “Mandate ambulanze e pompieri. Ci sono bambini feriti e le case stanno bruciando.”

Quelle poche parole racchiudevano il crescente terrore di quella notte nel piccolo villaggio, situato al confine meridionale della Cisgiordania occupata. Era stato già prima bersaglio di attacchi incendiari da parte dei coloni israeliani, ma questa volta è sembrato ad un livello diverso.

Arrivare a Tuba non è mai facile. La fangosa strada che conduce al villaggio è stata danneggiata ed erosa dalle piogge invernali perché ai palestinesi è proibito ripararla; ogni azione del genere verrebbe considerata “costruzione illegale” in un’area in cui è impossibile ottenere permessi. Nel migliore dei casi il viaggio dura circa 30 minuti.

Una volta dal mio villaggio di At-Tuwani ci volevano solo cinque o dieci minuti. Ma la creazione dell’avamposto di Havat Ma’on e della colonia di Ma’on ha tagliato il nostro accesso diretto alla strada, lasciando Tuba sempre più isolata ogni volta che scoppiano le violenze.

Per le famiglie intrappolate nelle loro case quella notte ogni minuto sembrava senza fine. Quando è iniziato l’attacco Rana Maghnam di 37 anni era seduta nella stanza degli ospiti con la sua figliastra di 7 anni, Razan.

Ho guardato fuori dalla finestra ed ho visto un gruppo di coloni che correvano giù dalla collina”, racconta. “Sono uscita e il primo colono che ha raggiunto la nostra casa si è diretto verso di noi. Aveva un bastone ed ha cominciato subito a picchiarmi mentre le ragazze si nascondevano dietro di me.

Siamo corse in un’altra stanza per proteggerci, ma il colono ci ha seguite”, continua Maghnam. “Razan è stata colpita da una pietra lanciata dall’esterno della casa che le ha ferito il naso e il labbro superiore. Poi il colono ci ha nuovamente raggiunte e mi ha picchiata alla testa e ad un braccio.”

L’aggressione ha procurato a Maghnam dita fratturate alla mano destra e una profonda ferita alla testa che ha necessitato di otto punti. È stata trasportata in un ospedale nella città più vicina di Yatta dove ha ricevuto le cure di emergenza. Ma anche molto tempo dopo che le ferite sono state ricucite i ricordi di quella notte restano impossibili da cancellare.

Tuttora fa fatica a descrivere la paura nel vedere decine di coloni israeliani invadere il villaggio. “È stata una notte terrificante. I rumori delle grida, dei pianti, delle persone picchiate e delle finestre in frantumi risuonavano dappertutto. Sono divampate fiamme dalla stanza (degli ospiti) dove eravamo sedute e il fumo si è diffuso nella stanza dove ci siamo nascoste dopo che hanno dato fuoco a sedie, divani e mobili di legno fuori casa.”

Quando finalmente è spuntato il giorno la distruzione si è rivelata in pieno: tre case erano state bruciate fino ad essere irriconoscibili. La rete elettrica del villaggio è stata gravemente danneggiata dal fuoco e i coloni avevano distrutto circa due dozzine dei pannelli solari del villaggio. Cinque abitanti, compresi tre bambini, sono stati feriti.

Mentre lasciavano il villaggio i coloni hanno scritto con lo spray sull’ovile di una famiglia le parole in ebraico “1:0 per gli ebrei” – un messaggio che gli abitanti hanno letto non solo come vandalismo, ma come un festeggiamento per la loro sofferenza.

Hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro’

La mattina dopo dentro ad una delle case bruciate tutto era nero. Dal soffitto pendevano fili elettrici fusi. Il pavimento era ricoperto di cenere. Il frigorifero era diventato nulla più che un contorto ammasso di metallo. Anche 15 ore dopo l’incendio la puzza di fumo era così soffocante da rendere difficile respirare.

In piedi tra i resti della casa di famiglia la 17enne Sujood Mahmoud Awad ha descritto ciò che aveva visto la notte prima. “Ero seduta dentro casa quando ho sentito dei rumori fuori. Ho guardato e ho visto i coloni tirare pietre alle finestre. Sono corsa a nascondermi in bagno. Ho chiamato mio padre che dormiva nella stanza accanto.

Mio fratello Joud di 11 anni stava dormendo in camera sua. Un colono lo ha afferrato al collo, soffocandolo, e lo ha scaraventato fuori.

Sono tornati dentro casa. Sentivo che distruggevano delle cose. Hanno gettato sul pavimento il frigorifero e la lavatrice e poi hanno dato fuoco alla casa mentre io ero ancora dentro, tremante di paura.”

In quel momento Sujood non era certa che ne sarebbe uscita viva. “Un colono ha cominciato a colpire la porta del bagno, che mi è sbattuta in faccia e io sono caduta a terra. Quando finalmente i coloni sono andati via la casa si è riempita di fumo denso. Il fuoco è rapidamente divampato da una stanza all’altra. Sono corsa fuori atterrita, ma non riuscivo a respirare. Sono svenuta fuori di casa per via del fumo.”

Suo padre Mahmoud Awad si è svegliato con ciò che descrive come il peggior incubo di qualunque genitore. “La nostra casa stava bruciando, come anche quella di mio fratello Mohammad, due magazzini per il fieno e una tenda che usavamo come deposito. Sono corso a cercare i miei figli. Avevo tre estintori, ma due non funzionavano. Ho tentato di tutto per spegnere il fuoco, ma non ci sono riuscito. Non abbiamo le apparecchiature antincendio necessarie.”

Vedeva impotente il villaggio che sprofondava nel buio. “È andata via la corrente e il villaggio è diventato completamente buio. C’erano solo fumo, fiamme, grida e pianti. Stavamo lì incapaci di spegnere il fuoco mentre lo vedevamo divorare le nostre case e distruggere tutto all’interno.

Continuavo ad andare avanti e indietro portando taniche d’acqua, cercando di spegnere le fiamme, ma ogni volta che mi avvicinavo soffocavo per il fumo e dovevo tornare indietro”, continua. “Non è rimasto niente se non pietre e metallo contorto.”

Tutto ciò che la famiglia possedeva è scomparso in pochi minuti. “Il cibo, i mobili, i materassi, le coperte: tutto è scomparso.”

Hanno distrutto le telecamere di sicurezza, i fari e il nostro bagno’

Hamza, il cui messaggio per primo quella notte mi aveva informato dell’attacco, ha detto che i coloni, dopo aver dato fuoco alla casa di suo cugino Radwan, si sono diretti alla casa della sua famiglia.

Uno dei coloni aveva due bottiglie di liquido infiammabile. Mia madre, le mie sorelle e i bambini sono corsi dentro casa a nascondersi. Mio padre, mio fratello ed io siamo rimasti fuori per difendere la casa. Siamo riusciti a evitare che le dessero fuoco, ma mi hanno picchiato sulla testa e sulla schiena con delle pietre.

Hanno distrutto tre telecamere di sicurezza, i fari intorno alla casa e il nostro bagno esterno”, continua. “Hanno anche rotto le finestre cercando di irrompere in casa. Mia madre è stata colpita in faccia da schegge di vetro.”

Man mano che più abitanti del villaggio si sono riuniti e sono corsi verso la casa per aiutare a difenderla i coloni infine si sono ritirati verso il vicino avamposto di Havat Ma’on, a solo pochi minuti da Tuba. È lo stesso avamposto da cui recentemente decine di coloni hanno attaccato il mio villaggio di At-Tuwani, incendiando la moschea e case ed auto, frantumando finestre e scrivendo con lo spray “Vendetta”.

Giovani e volontari dei villaggi vicini sono accorsi per aiutare a spegnere il fuoco prima che riuscissero ad arrivare le squadre di emergenza; a causa delle condizioni della strada le ambulanze non sono arrivate a Tuba fino a quasi un’ora dopo l’inizio dell’attacco. Un denso fumo ricopriva il villaggio mentre gli abitanti si muovevano nell’oscurità recando torce a mano, cercando i sopravvissuti, aiutando i feriti e cercando disperatamente di salvare ciò che restava.

La polizia israeliana è arrivata circa 40 minuti dopo l’inizio dell’attacco, provenendo dalla direzione di Havat Ma’on. I soldati israeliani, che sono responsabili della sicurezza in questa parte della Cisgiordania, non sono arrivati se non dopo più di un’ora dall’inizio dell’attacco.

Gli abitanti dicono che la polizia è andata da una casa bruciata all’altra scattando fotografie e registrando video, procedure di routine che, nella loro esperienza, raramente hanno condotto all’incriminazione degli assalitori. Al tempo stesso i soldati erano apertamente ostili nei confronti della gente del villaggio. Hanno minacciato di arresto gli abitanti e camminavano tra le case bruciate coi fucili puntati contro i civili.

Se la polizia fosse stata davvero interessata ad identificare i responsabili avrebbe saputo esattamente dove cercare. I coloni venivano dai vicini avamposto e colonia, luoghi dotati di alcune delle più avanzate videocamere di sorveglianza nella zona. Ma gli abitanti non hanno speranza che i loro assalitori vengano portati davanti alla giustizia: anzi, vengono lasciati a prepararsi per il prossimo pogrom.

Nel pomeriggio di venerdì tre coloni di Havat Ma’on erano già tornati nel villaggio ad attaccare gli abitanti.

Questi attacchi non solo provocano profondi danni fisici e psicologici alle comunità che li subiscono, ma comportano anche un enorme onere finanziario che raramente viene risarcito. Le famiglie le cui case, veicoli e beni personali vengono bruciati o distrutti sono lasciate a sostenere devastanti perdite che spesso annullano i risparmi e le risorse accumulati in tutta una vita.

Ricostruire una casa, rimpiazzare i beni essenziali e ripristinare anche solo un semplice senso di normalità richiedono risorse che la maggior parte delle famiglie colpite semplicemente non possiede. Di conseguenza questi attacchi si lasciano dietro durature conseguenze umanitarie, economiche e sociali che continuano ad incidere su intere comunità molto dopo che le violenze sono cessate.

Una dichiarazione della polizia israeliana ha confermato che “sono stati inviati sulla scena investigatori della stazione di polizia di Hebron e investigatori forensi della polizia israeliana” e “hanno cominciato a raccogliere prove, reperti forensi e dichiarazioni di testimoni.” +972 Magazine ha chiesto che cosa stia facendo la polizia per impedire gli attacchi dei coloni contro i villaggi palestinesi in questa zona e il portavoce ha risposto che “la responsabilità di impedire e reagire agli incidenti nelle aree A e B compete all’esercito” – eppure Tuba e i vicini villaggi palestinesi di Masafer Yatta si trovano in Area C [sotto esclusivo controllo israeliano, ndt.]

In risposta alla richiesta di +972 di un commento, l’esercito israeliano ha affermato: “Mercoledì le forze dell’IDF sono state inviate nell’area di Khirbet Tuba, nel settore della Brigata Yehuda, in seguito ad un rapporto secondo cui civili israeliani hanno incendiato case e attaccato palestinesi nella zona. Di conseguenza diversi palestinesi sono stati feriti, comprese una ragazza e una donna. Anche diverse strutture sono state bruciate. Al loro arrivo le forze hanno perlustrato la zona e identificato strutture bruciate, scritte sui muri e proprietà danneggiate. I sospetti erano fuggiti prima dell’arrivo delle forze. Durante la notte agenti del distretto di polizia di Giudea e Samaria [come gli israeliani chiamano la Cisgiordania, ndt.] sono entrati nell’area sotto la protezione dell’esercito per raccogliere testimonianze, prove e reperti per l’indagine.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di At-Tuwani nelle colline a sud di Hebron.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)