Come Israele imprigiona palestinesi perché corrispondono al ‘profilo del terrorista’

Orr Hirschauge e Hagar Shezaf – 31 maggio 2017Haaretz

Israele ha arrestato centinaia di palestinesi dall’inizio dell’intifada “dei lupi solitari” nel settembre 2015, in parte sulla base dell’analisi dei post sui social media. Le autorità affermano che questi arresti sono legittimi, ma altri vi scorgono una grave violazione dei diritti umani.

Il marito di Su’ad Zariqat è stato investito ed ucciso in un incidente in Israele nel 2010. Da allora, la ventinovenne palestinese dice di aver postato regolarmente sue fotografie sulla propria pagina Facebook. Ma nelle prime ore del 2 dicembre 2015 le forze israeliane sono entrate in casa sua e l’hanno arrestata. Questo è successo nel momento più critico delle violenze che erano iniziate due mesi prima in Cisgiordania e Israele. Era la seconda volta che veniva arrestata, dopo essere stata in prigione nel 2008 con l’accusa di contatti con organizzazioni ostili ad Israele. Questa volta, dice, le è stata mostrata una schermata di un post su Facebook con la fotografia di suo marito accompagnata dalla scritta “Che Dio ci riunisca in paradiso.”

Zariqat dice che la parola shahda (affine a shahid, ‘martire’ in arabo) nel suo post Facebook sembrava allarmare chi la stava interrogando. “Gli ho detto che si tratta di una parola che usiamo regolarmente. Il fatto che l’ho scritta su Facebook non significa che io farò alcunché, anche quando qualcuno muore in un incidente automobilistico lo chiamiamo shahid.”

In seguito all’interrogatorio, nei confronti di Zariqat è stato emesso un ordine di detenzione amministrativa di quattro mesi – detenzione senza processo che viene utilizzata come detenzione cautelare da Israele, soprattutto contro palestinesi della Cisgiordania. Essa è stata successivamente prorogata di altri quattro mesi. La maggior parte del materiale nei casi di detenzione amministrativa è riservata e al difensore non vengono mostrate né la documentazione né l’imputazione.

Quando le si chiede come la sua vita abbia risentito della detenzione, Zarikat dipinge un quadro fosco. Prima del suo arresto, dice, la sua vita ruotava intorno al desiderio di finire gli studi universitari, lavorare e aiutare economicamente la sua famiglia. Tuttavia dopo il suo rilascio non è stata in grado di riprendere gli studi e raramente esce di casa. La detenzione l’ha cambiata, dice, ed è stata traumatica.

Il caso di Zariqat non è un’eccezione. Nei primi mesi dell’ondata di violenze iniziata nel settembre 2015, molti palestinesi sono stati arrestati e interrogati in relazione alla loro attività sui social network. A partire dall’ottobre 2015, Israele ha arrestato più di 200 palestinesi con l’accusa di istigazione [alla violenza] sui social media. I loro avvocati descrivono circostanze e sequenze di eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’esperienza della giovane vedova. Il suo profilo – una congiunta di uno shahid che vive nella zona di Hebron – corrisponde perfettamente al profilo creato dalle forze di sicurezza israeliane per valutare il livello di minaccia di individui palestinesi che potrebbero compiere attacchi con coltelli o con automobili.

In base ai dati del Ministero degli Esteri, 43 israeliani sono stati uccisi e 682 feriti negli attacchi terroristici in Israele e Cisgiordania da settembre 2015.

L’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie (OCHA) afferma che nello stesso periodo sono stati uccisi 237 palestinesi, 167 dei quali mentre cercavano di compiere attacchi contro israeliani. Altri sono stati uccisi nel corso di incursioni dell’esercito israeliano e durante manifestazioni, comprese quelle svoltesi lungo il confine della Striscia di Gaza. Secondo i dati dell’OCHA, la stima dei palestinesi feriti in quel periodo è di 15.000.

Il tenente colonnello (in pensione) Maurice Hirsch è stato il procuratore capo militare per la Giudea e la Samaria (la Cisgiordania) fino all’anno scorso. Afferma che da settembre 2015 decine di post sui social media, che presumibilmente indicavano l’intenzione dell’autore di compiere un attacco terroristico, hanno portato a detenzioni amministrative. In altri casi, persone identificate come possibili esecutori di un attacco terroristico sono state accusate di istigazione sui social media.

Hirsch spiega che la procura militare è obbligata a seguire una procedura penale esaustiva prima di poter ricorrere all’opzione della detenzione amministrativa. Perciò, se vi sono prove sufficienti per un’accusa di istigazione, vi si farà ricorso – anche se vi è il dubbio che il sospettato sia un potenziale terrorista, aggiunge Hirsch. Sottolinea che questa disposizione di legge è stata utilizzata nella maggior parte dei casi in cui sono state presentate accuse penali relative ad individui sospettati di essere potenziali aggressori.

Sami Janazreh, di 43 anni, è stato posto in detenzione amministrativa nel novembre 2015. E’ stato arrestato a casa sua nel campo profughi di Al-Fawwar, vicino a Hebron. Dice che all’inizio non ha capito perché lo arrestavano. Come in tutti i casi di detenzione amministrativa, la maggior parte dei materiali del fascicolo era riservata e non gli è stato mostrato né la documentazione né l’imputazione. Poco dopo l’arresto, ha deciso di entrare in sciopero della fame, chiedendo di poter conoscere quali fossero le accuse contro di lui.

Dopo 71 giorni di sciopero della fame, la lotta di Janazreh ha avuto successo, almeno in parte. Parlando con Haaretz dalla sua casa di Al-Fawwar, dice che gli è stato comunicato che, invece della detenzione amministrativa, avrebbe subito un processo per istigazione sui social media.

La mia imputazione è stata costruita sulla base delle schermate dei miei post su Facebook”, dice. “Allora mi sono reso conto che la lotta contro gli arresti per Facebook è esattamente come la lotta contro la detenzione amministrativa – ogni palestinese oggi potrebbe essere colpevole. Per ogni palestinese che sia stato scoperto dal servizio di sicurezza dello Shin Bet ad aver condiviso una fotografia di uno shahid o di un prigioniero, o ad aver scritto un post su Facebook su di sé in quanto palestinese – loro potrebbero dire che si tratta di istigazione.”

Il dottor Itamar Mann, un professore di diritto internazionale e teoria politica all’università di Haifa, afferma che non è un caso che queste prassi – processi per istigazione e imputazioni sulla base di un’attività sui social media – esistano nei tribunali militari in Cisgiordania (gli organismi attraverso i quali Israele processa i palestinesi in Cisgiordania).

Dal punto di vista del sistema giuridico”, dice, “sussiste una differenza tra il modo in cui Israele attribuisce diritti all’interno di Israele e nei territori palestinesi. E più precisamente esiste una differenza nei limiti posti al diritto di libertà di espressione. Le leggi sui diritti umani non vengono applicate nei territori palestinesi e perciò la libertà di espressione non gode delle stesse tutele nei tribunali militari.”

Secondo l’organizzazione palestinese ‘Addameer – Associazione per il sostegno ai prigionieri e per i diritti umani’ (un’organizzazione no profit palestinese di patrocinio legale), dal 1967 sono stati arrestati in base alla legge marziale israeliana più di 800.000 palestinesi – cioè il 20% della popolazione palestinese totale e il 40% dei maschi adulti.

Profilo generico dei potenziali aggressori

Da quando, a settembre 2015, è iniziata l’ondata di violenze (nota anche come ‘intifada dei lupi solitari’) le autorità israeliane hanno messo a punto un sistema di allarme preventivo che valuta la probabilità di coinvolgimento di singoli palestinesi in attacchi terroristici. Nel luglio 2016 l’ufficio del portavoce dell’esercito israeliano ha tenuto diverse conferenze stampa in cui il sistema veniva descritto da un ufficiale dell’intelligence israeliana competente in materia. In seguito a recenti richieste, l’esercito israeliano ha negato agli autori di questo articolo la disponibilità a interviste in merito, adducendo cambiamenti di politica.

In aprile Amos Harel di Haaretz ha riferito che in poco più di un anno questo sistema ha identificato circa 2.200 palestinesi in varie fasi della decisione di condurre attacchi terroristici o nella pianificazione di tali attacchi. Circa 400 sono stati successivamente arrestati dall’esercito israeliano e dallo Shin Bet. I nomi di altre 400 persone sono stati consegnati all’Autorità Nazionale Palestinese ed essi sono stati arrestati dagli organismi di sicurezza in Cisgiordania e sono stati ammoniti.

Un ufficiale ha affermato in una conferenza tenuta in una base dell’esercito israeliano nel luglio 2016: “A differenza dei terroristi appartenenti ad Hamas o alla Jihad islamica, se ci si reca a casa sua una settimana prima dell’attacco, il ragazzo non sa ancora di essere un terrorista”. Haaretz è in possesso di una registrazione di questa dichiarazione pubblica.

Secondo l’ufficiale, subito dopo l’inizio dell’ondata di attacchi le autorità israeliane hanno incaricato decine di ufficiali dell’intelligence di delineare dei profili generici di “potenziali aggressori”. All’inizio sono stati elaborati tre o quattro profili generici dei primi aggressori, assemblando dati che includevano età, ubicazione della residenza e una valutazione della struttura psicologica e delle intenzioni degli aggressori, basati sulle informazioni a disposizione delle autorità. Queste comprendevano post sui social media e informazioni da altre fonti. Secondo l’ufficiale, durante questo processo sono stati anche interrogati alcuni degli aggressori.

In base ai profili elaborati, si è stimato che i potenziali aggressori fossero in maggioranza minori di 25 anni, che circa il 40% di loro attraversasse difficoltà personali e che presumibilmente avessero il desiderio di diventare martiri come mezzo onorevole per suicidarsi. Secondo la dichiarazione rilasciata, altri dati includono la schedatura, se esiste, ed una mappa delle attività collegate al terrorismo di soggetti in relazione con la persona, compresi i familiari. I problemi personali, comprese le tensioni in ambito familiare ed i matrimoni forzati, venivano descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio come forti motivazioni, soprattutto nei casi di attacchi compiuti da donne. Le autorità israeliane hanno identificato parecchi villaggi della Cisgiordania e quartieri di Gerusalemme est come basi di partenza di circa la metà degli attacchi.

Sempre secondo l’ufficiale, vengono svolte quasi quotidianamente “riunioni di gestione dei rischi” da parte degli ufficiali dell’intelligence israeliana per prendere decisioni in merito alla scelta del miglior modo di procedere nei confronti degli individui segnalati dal sistema. “Non puoi dire ‘ok, semplicemente arresterò chiunque abbia 16 anni ed abbia tendenze suicide e sia del villaggio da cui sono provenuti gli attacchi. Non puoi arrestare chiunque abbia solo qualche problema in testa tale che possa desiderare di accoltellare un soldato”, ha detto.

Come ha evidenziato il giornalista israeliano Ehud Yaari a gennaio su ‘The American Interest’, sono stati dedicati particolari sforzi per entrare nelle applicazioni per inviare messaggi in modo da ampliare la raccolta dei dati. “La gente oggi cambia il proprio modo di comunicare ogni settimana, per cui bisogna agire a raggio molto, molto ampio nei modi di raccogliere dati e sulle informazioni specifiche che si stanno cercando”, ha detto l’ufficiale nella conferenza di luglio.

Come ha sottolineato Yaari nel suo articolo, oltre a monitorare i post sui social media le autorità israeliane hanno anche fatto in modo di rimuovere i contenuti di istigazione alla violenza in rete. Ha anche aggiunto che l’insieme di queste attività ha costituito un importante spostamento nell’allocazione delle risorse dello Shin Bet, che ha portato ad assegnare fino ad un terzo del personale dell’agenzia al dipartimento tecnologico. Questa riforma è stata descritta in dettaglio da Amos Harel in un reportage di aprile su Haaretz (edizione in ebraico).

Nel corso dei primi mesi delle violenze nel 2015, il numero dei palestinesi non appartenenti ad organizzazioni terroristiche detenuti nelle prigioni israeliane è salito del 66% – da 648 arresti a 1038, secondo i dati del Servizio Penitenziario israeliano. Le cifre forniscono un indicatore dei cambiamenti che hanno avuto luogo nella popolazione dei prigionieri detenuti nelle carceri israeliane per motivi di sicurezza da settembre 2015.

E’ ragionevole ipotizzare che, con i dovuti adeguamenti, sarebbe anche possibile utilizzare lo stesso sistema per identificare potenziali aggressori ebrei. Ma secondo la conferenza stampa di luglio, esso non è stato utilizzato in tal modo né in Israele né in Cisgiordania.

I prigionieri di Facebook

Sia gli avvocati che gli ex detenuti intervistati per questo articolo descrivono i “prigionieri di Facebook” come persone che corrispondono ai criteri descritti dall’ufficiale nella conferenza di luglio – la maggior parte di loro sono giovani provenienti dalla zona di Hebron o dai campi profughi o da Gerusalemme, senza precedenti arresti alle spalle. Yousef al-Jaabri, un ventenne che ha scontato sei mesi di prigione per accuse di istigazione su Facebook, racconta a Haaretz: “Durante la mia detenzione ho incontrato altri prigionieri di Facebook, ma la maggior parte di loro era in detenzione amministrativa. Prendono di mira soprattutto la gente di Hebron.”

Secondo la documentazione dei tribunali e il personale della procura militare, tra ottobre 2015 e la fine del 2016, dai 160 ai 170 casi di istigazione relativi ai social media sono stati portati di fronte ai tribunali militari in Cisgiordania. La maggior parte dei palestinesi arrestati per sospetta istigazione è rimasta in carcere dai 6 ai 18 mesi e, nei casi in cui vi è stata incriminazione, sono stati rilasciati in seguito a patteggiamento.

In base ai dati del Ministero della Giustizia israeliano, altri 60 casi di istigazione, per la maggior parte connessi ai social media, sono comparsi di fronte ai tribunali civili in Israele in quel periodo di tempo – a fronte di soli 30 casi tra il 2011 e il 2014.

Siamo arrivati al punto che la prima cosa che viene chiesta negli interrogatori dei palestinesi arrestati in Cisgiordania è ‘qual è il nome del tuo profilo Facebook?’”, dice Fadi Qawasmi, un avvocato che rappresenta molti palestinesi nei tribunali militari in Cisgiordania. “Allora vediamo che questo elemento (l’istigazione su Facebook) è un’ ulteriore accusa che si aggiunge a quella di lancio di pietre, per esempio, oppure è un’accusa a sé stante.”

Uno dei fondamentali tasselli che hanno reso possibile l’arresto e l’incriminazione di molti palestinesi in questo periodo si può riscontrare in un caso comparso presso il tribunale militare di Ofer nel febbraio 2016, al quale era acclusa una perizia giudiziaria di un ufficiale dello Shin Bet. La perizia asserisce che il 70% degli aggressori che avevano degli account sui social media si esprimevano “in modo estremista ed illegale” su Facebook.

L’ex procuratore militare Hirsch dice di aver spiegato ai procuratori e alle autorità investigative che lui paragona i social media “ad una persona che parla da una pedana a Hide Park. Il fatto che stiamo parlando di social media fa una così grande differenza?” Secondo Hirsch, dal punto di vista della procura, una persona che mette un ‘mi piace’ su Facebook è paragonabile a qualcuno che in pubblico annuisce con la testa. Comunque, un individuo che condivide il contenuto “si pone al livello dello stesso istigatore, poiché propaga l’intero contenuto istigatorio.”

I post presentati in tribunale come prova di istigazione su Facebook spesso riportano versetti del Corano o espongono fotografie di martiri. Alcuni post possono essere visti come dichiarazioni che testimoniano tendenze suicide, o l’intenzione dell’autore di sacrificare la propria vita. “Il mio desiderio, se non tornerò, è di incontrarti in paradiso”, ha scritto un diciassettenne di Hebron in uno dei post incluso in un’incriminazione per istigazione.

Altri post presentati in tribunale avevano carattere chiaramente politico – alcuni facevano riferimento alla moschea Al-Aqsa, altri alla resistenza contro l’occupazione israeliana. Alcuni includevano un appello esplicito alla violenza contro gli israeliani. Mentre alcuni dei palestinesi incriminati di istigazione su Facebook hanno un considerevole seguito – a volte migliaia di amicizie –, in altri casi gli accusati avevano meno di 50 amici ed i loro post ricevevano non più di un paio di “mi piace”.

Il dott. Yonatan Mendel, uno studioso di lingua araba ed autore dell’articolo “La politica della non traduzione: sulle traduzioni israeliane di intifada, shahid, hudna e movimenti islamici” (pubblicato nel 2010 sulla Cambridge Literary Review), afferma che la percezione da parte israeliana dell’istigazione è favorita in parte da una comprensione unidimensionale dei termini politici e religiosi usati dai palestinesi – in riferimento al fatto che i post su Facebook e tutte le prove sono tradotti dall’arabo all’ebraico dal tribunale militare.

Molto spesso vi è una traduzione criminalizzante che non è rispettosa del contesto politico e linguistico in cui è stata scritta”, dice. “Per esempio, nell’idea degli israeliani, un appello all’intifada equivale ad un appello alla violenza. Tuttavia, se in arabo si dice ‘faccio appello all’intifada’, significa che ci si oppone alla violenza diretta contro di noi e perciò è una cosa molto più profonda. Persino riuscendo a dimostrare che si tratta di intifada, anche la resistenza non violenta è intifada. Analogamente, quando i palestinesi usano il termine ‘shahid’, si riferiscono anzitutto e soprattutto al concetto di ‘vittima’. Anche una persona che muore per un attacco cardiaco ad un checkpoint è uno shahid ed i bambini morti sotto i bombardamenti sono shahids.”

Anche gli ebrei istigano [alla violenza]

Nel maggio 2016 Arif Jaradat, un palestinese di 23 anni affetto da sindrome di Down, è stato colpito ed ucciso da soldati dell’esercito israeliano nel suo villaggio di Sa’ir, nei pressi di Hebron. La sua famiglia afferma che è stato colpito dopo che si è messo a gridare e a camminare verso un gruppo di soldati che erano entrati nel villaggio.

Due mesi dopo l’esercito ha arrestato suo fratello, Hiran, durante un’incursione notturna in casa sua. Hiran ha detto ad Haaretz che quelli che lo hanno interrogato gli hanno mostrato schermate dei post che ha pubblicato su Facebook che includevano foto che ricordavano suo fratello.

Ti è stato chiesto esplicitamente se tu avessi intenzione di compiere un attacco terroristico?

Quando mi hanno mostrato la foto di mio fratello Arif mi hanno detto: ‘Vuoi forse vendicare la morte di tuo fratello e compiere un attacco terroristico?’ Ho detto ‘No, amo la vita e non voglio vendetta per mio fratello né per chiunque altro.’”

E com’è la tua vita dopo l’arresto?

Riguardo all’uso di Facebook tornerò a postare cose lì – ma starò più attento a cosa postare. Non puoi proprio sapere se una certa immagine è considerata un’istigazione [alla violenza] o no.”

Le imputazioni contro Hiran Jaradat comprendono 33 post dalla sua pagina Facebook. La maggior parte di questi riguardano shahid e due di questi approvano violenze contro israeliani. Non includono le foto di suo fratello Arif.

Secondo un rapporto pubblicato dalla Fondazione “Berl Katznelson” (un istituto accademico israeliano legato al partito Laburista israeliano), tra il giugno 2015 e il maggio 2016 175.000 appelli alla violenza in ebraico sono stati postati in rete, il 50% dei quali diretti contro arabi. Comunque arabi sospetti sono stati coinvolti in più di metà delle 594 inchieste riguardanti l’istigazione condotte dalla polizia israeliana tra il settembre 2015 e la fine del 2016. Secondo i dati della polizia israeliana, il numero di incriminazioni presentate contro arabi è stato di quasi tre volte maggiore di quelle contro ebrei sospetti.

Casi limite’

Una delle maggiori critiche sollevate contro l’uso del sistema predittivo per scopi polizieschi riguarda la possibilità di sospettare di persone che non avrebbero commesso nessun crimine in assenza dell’intervento della polizia. Nel gergo del processamento dei dati tali casi sono chiamati “falsi positivi”. Guy Caspi è l’amministratore delegato della “Fifth Dimension Holdings Ltd.” [Aziende Quinta Dimensione, ndt.], con sede in Israele, un’impresa che sviluppa sistemi di analisi predittiva utilizzata dalle agenzie di sicurezza in Israele e all’estero. Egli afferma che i falsi positivi sono una parte integrante dell’operazione dei sistemi di previsione computerizzata, aggiungendo che attualmente ci sono solo due imprese che producono tecnologie che forniscono sistemi predittivi utilizzati per l’intelligence dagli organismi della sicurezza israeliani – “Fifth Dimension” e l’industria leader “Palantir Technologies Inc.”, con sede a Palo-Alto [in California, ndt.]. “Palantir” ha un gruppo di vendita e diffusione con uffici situati a Tel Aviv. “Palantir” non ha rilasciato dichiarazioni.

Nel 2015, dopo essersi ritirato dal servizio attivo, l’ex- capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Benny Gantz è stato nominato direttore generale di “Fifth Dimension”. Nel 2016 l’impresa ha nominato presidente Ram Ben-Barak, ex-vice capo del Mossad [servizio segreto israeliano per l’estero, ndt.]. Secondo Caspi i clienti dell’impresa possono stabilire loro stessi la proporzione di falsi positivi confrontando casi identificati come indesiderabili benché segnalati come desiderabili con casi che sono segnalati come desiderabili mentre sono indesiderabili. Nel caso di transazioni finanziarie, per esempio, un simile scambio sarebbe tra transazioni illecite considerate lecite e transazioni lecite considerate illecite.

Gli organismi di intelligence dicono: ‘Non mi importa del 2 o 3 % di falsi positivi,’” dice Caspi. Aggiunge che “Fitfth Dimension” sviluppa strumenti di supporto decisionale, e che operazioni di polizia adottate in seguito ai risultati del sistema sono decise dal personale umano delle agenzie di sicurezza.

Riferendosi al film di fantascienza di Steven Spielberg “Minority Report” del 2002, su un’unità di polizia che utilizza la premonizione per bloccare futuri crimini, afferma: “Non ci siamo ancora arrivati. Chi viene esaminato dal sistema non è automaticamente giudicato e portato davanti a un tribunale.” Aggiunge che, rispetto agli organismi di intelligence, l’incidenza di falsi positivi nel settore finanziario è molto più alta.

Il ministro per le Questioni di Intelligence Yisrael Katz – che fa anche parte della commissione per la sicurezza – nel suo ufficio di Tel Aviv ha confermato ad Haaretz che c’è una possibilità che qualcuno dei palestinesi che sono stati arrestati dopo essere stati indicati dal sistema predittivo non stesse attivamente e pienamente pianificando un attacco, e forse non avesse deciso di portare un attacco nel momento in cui è stato arrestato. Katz afferma che ciò può accadere in “casi limite”.

Come effetto dell’unico sistema che è stato sviluppato e messo in funzione qui, centinaia di casi di attacchi di questo tipo sono stati impediti. Nel dubbio se agire oppure no – può darsi che si possano includere anche casi limite,” ha aggiunto Katz.

Nel marzo 2016 una ragazza diciassettenne palestinese di un villaggio nei pressi di Jenin è stata arrestata mentre viaggiava in taxi verso l’incrocio di Tapuah, scena di molti tentativi di aggressione. Ufficiali della polizia di frontiera l’hanno bloccata dopo aver ricevuto un’allerta specifica dell’intelligence su di lei. E’ stata perquisita e si è scoperto che portava con lei un coltello, in apparenza con lo scopo di compiere un’aggressione. Secondo un rapporto del luglio 2016, un’allerta riguardante lei era stata inviata dopo che era stata segnalata dal sistema computerizzato. L’ufficiale che ha dato l’informazione ha notato che era stata segnalata sul radar del sistema in base a indicazioni secondo cui aveva dei problemi con i suoi genitori e poteva essere affetta da depressione.

Dopo un picco di 80 tentativi di aggressione nell’ottobre 2015, il numero di attacchi è costantemente diminuito. Secondo i dati del Ministero degli Esteri, fin dall’aprile 2016 il numero di tentativi è sceso a meno di 20 al mese. Katz vede questa diminuzione come una chiara prova che i metodi utilizzati da Israele per combattere le aggressioni hanno avuto effetto, compreso l’utilizzo del sistema di allerta preventiva.

Sono stati fatti arresti, gli attacchi terroristici sono diminuiti, ciò significa che erano quelle le persone, non c’è niente da dire. Statisticamente quelle erano (le persone giuste). In qualche caso abbiamo sbagliato in un modo o nell’altro? Il motivo lo giustifica – prevenire attacchi terroristici. Non è come se qualcuno avesse inventato un modo per perseguitare qualcun altro su Facebook.”

I costi e i benefici

La combinazione di un sistema di predizione computerizzata e il meccanismo di incriminazione come un modo per combattere gli attacchi di lupi solitari è unico dello Stato di Israele, ma l’utilizzo di simili tecnologie sta aumentando rapidamente tra le forze di polizia e le agenzie di sicurezza in tutto il mondo. Le imprese di tecnologia che vendono strumenti di controllo predittivo includono “Palantir”, come già rilevato, e multinazionali come IBM e Motorola.

Due studi condotti da “Rand Corporation” (un gruppo di studio no-profit fondato dal governo USA) hanno scoperto che i sistemi di predizione computerizzata utilizzati dalla polizia non hanno effetti reali sulla sicurezza pubblica. In uno degli studi di “Rand” i ricercatori hanno concluso che una prima versione del sistema utilizzato dalla polizia di Chicago non ha ridotto il numero di sparatorie in città. In un altro studio i ricercatori non hanno scoperto prove statistiche di una riduzione dei crimini nella città di Shreveport, Louisiana – in cui è stato utilizzato per la prima volta un sistema informatizzato di predizione dei delitti.

I ricercatori hanno scoperto che senza un orientamento sull’uso corretto dei dati di predizione, i funzionari di polizia di Shreveport “hanno bloccato individui che stavano commettendo infrazioni all’ordine pubblico [per esempio camminare in mezzo alla strada]” in zone previste come ad alta criminalità.

Gruppi per i diritti umani e studiosi di diritto segnalano il rischio dell’uso di strumenti di polizia predittiva. Oltre alla violazione della privacy, chi lo critica teme che sistemi di polizia predittiva possano intensificare un’inutile aumento dell’attenzione della polizia su specifici gruppi razziali ed etnici, affermando che, data la mancanza di trasparenza, risultati preconcetti possano passare inosservati.

In operazioni realizzate dalla polizia di Chicago nel 2016, la maggior parte delle persone arrestate erano comparse in liste di potenziali provatori di disordini create dal sistema di predizione computerizzata. Sono state arrestate per possesso di armi e spaccio di droga.

Riguardo alla prassi di polizia predittiva c’è un grande timore, nel mondo e negli USA, che questi mezzi portino a una privazione preventiva della libertà,” dice David Robinson, un dirigente dell’impresa di consulenza politica “Upturn”: “Il punto di vista tradizionale su come questo sistema si suppone che funzioni è che la privazione della libertà è conseguenza di un’infrazione della legge. L’idea di privare qualcuno della propria libertà prima che abbia fatto qualcosa di sbagliato è un allontanamento fondamentale dal modello su cui le politiche sono tradizionalmente basate. In ogni società vale la pena fermarsi a pensare molto seriamente se attraversare questo limite o no.”

Il portavoce dell’esercito israeliano ha risposto a questo articolo: “Negli ultimi due anni lo Stato di Israele ha affrontato un’ondata di terrorismo, accompagnata da gravi istigazioni a colpire cittadini e soldati israeliani. Allo stesso tempo, assistiamo al fenomeno di attacchi terroristici realizzati da individui o gruppi in seguito all’esposizione a contenuti che incitano [alla violenza], e che sono ispirati da simili contenuti.

Le forze di sicurezza stanno conducendo un’estesa campagna contro il terrorismo, per garantire la sicurezza dello Stato e dei suoi abitanti,” ha continuato il portavoce. “In questo contesto, si stanno prendendo varie misure per evitare attacchi terroristici e combattere il fenomeno dell’incitamento alla violenza. Il trattamento da parte degli autori dei dati, che in passato sono stati presentati in una conferenza stampa a cui essi non erano presenti, non è corretto e estrapola alcuni aspetti al di fuori del contesto. Vorremmo sottolineare che le forze di sicurezza stanno agendo per raccogliere ed esaminare approfonditamente le informazioni che arrivano nelle loro mani.

Aggiungeremo che gli ordini di detenzione amministrativa sono emanati quando ci sono informazioni di sicurezza accertate e che rendono necessario l’arresto. Questi ordini sono emessi dopo un esame accurato di informazioni rilevanti e sono soggetti a revisione da parte dei giudici. Imputazioni per crimini di istigazione sono avviate quando si sono raccolte prove che indicano l’uso di un linguaggio pesante che incita al terrorismo e a gravi violenze.”

Il portavoce dell’esercito israeliano non ha rivolto una richiesta per indicare alcuna inesattezza nell’articolo o per chiarire le parti in cui le cose dette nella conferenza stampa sono state prese fuori di contesto.

Su richiesta della censura militare, alcune parti di questo articolo su come funziona il sistema di allerta preventiva sono state eliminate.

La ricerca per quest’articolo è stata possibile grazie al sostegno di Journalismfund.eu.

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All’Unione Europea “piace” quello che Israele sta facendo?

Il controllo predittivo è stato conosciuto e praticato in vari Paesi membri dell’Unione Europea per anni. Secondo un rapporto dell’organizzazione europea per i diritti civili “Statewatch”, dipartimenti di polizia della Gran Bretagna hanno sperimentato strumenti di mantenimento predittivo dell’ordine. Tuttavia la messa in opera di sistemi predittivi a livello nazionale su base individuale sembra essere fuori dalla portata per i membri dell’UE e contraddire gli articoli relativi alla privacy ed alla non discriminazione presenti nella Carta Fondamentale dei Diritti Dell’Unione Europea.

Per esigenze di antiterrorismo – per poter dire che questa o quella persona sta per fare questo e quello – è necessario un sistema di formazione che abbia libertà normativa e che possa integrare vari flussi di informazioni”, dice Caspi, di “Fifth Dimension”.

Ciò non ha impedito a funzionari dell’UE di esprimere interesse nell’adottare metodologie israeliane. Durante conferenze in Israele e in incontri con funzionari israeliani nel 2016, il coordinatore antiterrorismo dell’UE, Gilles de Kerchove, ha manifestato interesse nell’adottare le tecnologie israeliane per combattere contro gli attacchi di lupi solitari. De Kerchove ha discusso a lungo il piano UE per lottare contro l’istigazione in rete e le difficoltà nel trovare abbastanza persone che parlino le lingue mediorientali per controllare manualmente i contenuti.

Lo scorso ottobre il giornale danese “Information” ha riportato che la polizia danese ha comprato da “Palantir Technologies” una piattaforma per il controllo predittivo. Facendo seguito a questo acquisto, a febbraio il ministro della Giustizia danese Soren Pape ha presentato un progetto di legge per una consultazione pubblica con lo scopo di ampliare l’uso dei dati da raccogliere per prevenire i delitti.

Criminalizzare la diffusione di messaggi via internet è ora una pratica di tutta l’UE sulla base di una “Decisione Quadro per Combattere il Razzismo e la Xenofobia” adottata nel 2008. Una direttiva dell’UE sulla lotta al terrorismo firmata in marzo rende obbligatorio per gli Stati membri punire la distribuzione di messaggi “che esaltino atti di terrorismo”. Gli Stati membri saranno anche obbligati a eliminare o bloccare istigazioni a commettere aggressioni terroristiche dal web.

La Spagna è al primo posto nelle condanne per “esaltazione del terrorismo”. Ci sono state 19 condanne nel 2015 e altre 27 lo scorso anno. All’inizio di quest’anno una corte spagnola ha incarcerato César Strawberry (nome vero César Montaña Lehman) per una serie di tweet del 2013. I tweet, che César ha descritto come “ironici”, includevano un commento secondo cui voleva inviare al re di Spagna “una torta esplosiva” per il suo compleanno. Nel caso di César, ha detto di non aver intenzione di commettere veramente atti di terrorismo. Ma il codice penale spagnolo non fa distinzione di intenzioni. La Corte Suprema ha stabilito che l’intenzione era “irrilevante”.

(Staffan Dahllöf e Jennifer Baker)

(traduzione di Cristiana Cavagna e Amedeo Rossi)

 




Nota redazionale sui due articoli sul blocco del Qatar

Nota redazionale: proponiamo ai lettori questi due articoli, uno di Middle East Monitor dagli USA e l’altro di Middle East Eye da Israele, sui riflessi sul conflitto israelo-palestinese della crisi tra il Qatar ed altri Paesi sunniti del Golfo, ed in particolare sul ruolo di Israele sulla vicenda. I due testi propongono una visione pressoché opposta della situazione, per cui ci è sembrato interessante offrire la possibilità di confrontare le due tesi proposte dai giornalisti. A nostro parere questi punti di vista così diversi rendono evidente la contraddittorietà della situazione mediorientale, che si presta a interpretazioni molto diverse a seconda delle fonti prese in considerazione. Lasciamo al lettore l’onere di farsi una propria opinione su quale delle due letture accogliere.

La redazione di Zeitun.info




L’ONU vede un aumento degli incontri tra l’esercito israeliano e i ribelli siriani e teme un’escalation

Barak Ravid – 19 giugno 2017,Haaretz

Israele sostiene che gli incontri si svolgono per ragioni umanitarie, ma l’ONU teme che potrebbero innescare scontri tra i ribelli e l’esercito siriano

Un rapporto reso pubblico negli scorsi giorni dal segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ai membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU afferma che negli ultimi sette mesi le Forze di Osservazione delle Nazioni Unite per il Disimpegno hanno notato un significativo incremento dei contatti e degli scambi tra le forze armate israeliane e organizzazioni di ribelli lungo la frontiera di Israele con la Siria, soprattutto nella zona del monte Hermon.

Il rapporto per la prima volta esprime la preoccupazione di Guterres che le relazioni tra gli israeliani e le organizzazioni di ribelli possano portare a un’escalation, causando un rischio per gli osservatori dell’ONU.

Pubblicato l’8 giugno, il rapporto delle Nazioni Unite descrive l’attività degli osservatori dell’ONU dal 2 marzo al 16 maggio. Durante questo periodo ogni due o tre giorni hanno osservato incontri e contatti tra l’esercito israeliano e i ribelli nella zona di confine, compresa quella del monte Hermon. Nel complesso hanno elencato almeno 16 di tali incontri in quel lasso di tempo.

Gli incontri hanno avuto luogo nei pressi di avamposti dell’ONU nella zona del monte Hermon, in quella di Quneitra e nella parte centrale delle Alture del Golan [occupate da Israele nel 1967 ed in seguito illegittimamente annesse, ndt.], nei pressi del moshav [comunità agricola israeliana, ndt.] “Yonatan”.

Rispetto ai rapporti di periodi precedenti, c’è stato un significativo incremento nei contatti tra i soldati dell’esercito israeliano e individui del lato “Bravo” [cioè dei ribelli siriani, ndt.], che si sono tenuti per quattro volte in febbraio, tre in marzo, otto in aprile e una in maggio,” afferma il rapporto, riferendosi al lato siriano della frontiera.

Questo incremento del numero di incontri tra i soldati israeliani e rappresentanti dei ribelli conferma una tendenza già rilevata nel precedente rapporto, pubblicato il 17 marzo. Quel rapporto riguardava il periodo tra il 18 novembre 2016 e il primo marzo 2017, ed elencava almeno 17 incontri lungo il confine del Golan, anche nei pressi del monte Hermon.

Secondo i due rapporti, gli osservatori dell’ONU hanno visto 33 incontri tra israeliani e rappresentanti dei ribelli negli ultimi sette mesi.

In confronto, secondo il rapporto dell’ONU, dal 30 agosto al 16 novembre dello scorso anno hanno avuto luogo solo due incontri simili, e solo nei pressi del confine, non del monte Hermon.

Una delle questioni prese in considerazione nell’ultimo rapporto sono stati i contatti che hanno avuto luogo nella zona dell’Hermon negli ultimi tre mesi. Si afferma che questi incontri sono avvenuti nei pressi di uno degli avamposti dell’esercito israeliano lì ed hanno seguito tutti le stesse modalità: persone non identificate, alcune delle quali armate, che sembravano far parte di organizzazioni ribelli, sono arrivate all’avamposto dell’IDF accompagnate da muli e sono state accolte dai soldati.

Il rapporto afferma: “In qualche caso si è osservato che persone e materiali sono stati trasferiti in entrambe le direzioni. In ogni occasione gli individui sconosciuti e i muli sono tornati sul lato Bravo.”

Nel rapporto il segretario generale dell’ONU ha chiarito che non si è potuto verificare la natura degli incontri.

L’esercito israeliano ha affermato che i rapporti erano di natura umanitaria e medica,” dice il rapporto.

Israele asserisce che tutti i contatti con i rappresentanti dei ribelli sul lato siriano sono stati per ragioni umanitarie, ma negli ultimi mesi l’ONU ha iniziato ad osservare con diffidenza questi rapporti e a temere che possano portare a un’escalation. Il rapporto nota una particolare preoccupazione in merito agli incontri nei pressi del monte Hermon, che il segretario generale dell’ONU ha definito come un’area di importanza strategica.

I contatti tra l’esercito israeliano e individui non identificati del lato “Bravo”, compresi quelli nella zona del monte Hermon, potrebbero portare a scontri tra elementi armati e l’esercito siriano. Rinnovo il richiamo ad entrambe le parti all’Accordo di Disimpegno delle Forze relativo alla richiesta di mantenere la stabilità nella zona. Ogni attività militare nell’area di separazione messa in atto da qualunque soggetto mette a rischio il cessate il fuoco e la popolazione civile della zona, oltre che il personale delle Nazioni Unite sul terreno,” ha scritto nel rapporto il segretario generale.

L’ultimo rapporto del segretario generale dell’ONU sulle attività degli osservatori dell’ONU sulle Alture del Golan, così come i tre precedenti, ha criticato l’esercito siriano per aver portato nei pressi del confine armi pesanti, violando l’accordo di disimpegno. L’ONU ha criticato anche Israele per la stessa ragione.

Secondo gli ultimi quattro rapporti, nell’ultimo anno l’esercito israeliano ha portato nel Golan una o due batterie del sistema Iron Dome [sistema di intercettazione dei missili, ndt.] e detiene nella zona anche cannoni da 155 mm e lanciarazzi, in violazione dell’accordo di disimpegno con la Siria. L’UNDOF [Forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite sul confine tra Siria e Israele, ndt.] ha protestato per queste violazioni con entrambe le parti.

Domenica il Wall Street Journal ha informato che Israele per anni ha segretamente fornito aiuti ai ribelli siriani sulle Alture del Golan, con l’obiettivo di mantenere una zona di sicurezza di forze amiche per mantenere a distanza l’ISIS e forze alleate con l’Iran.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




FPLP e Hamas rivendicano la responsabilità dell’attacco letale a Gerusalemme

17 giugno 2017Ma’an News

Betlemme (Ma’an) – L’organizzazione di sinistra Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e il movimento Hamas hanno entrambi rivendicato la responsabilità per l’attacco omicida di venerdì nella Gerusalemme est occupata, mentre, secondo una dichiarazione rilasciata sabato dal gruppo, il FPLP ha definito gli attaccanti palestinesi uccisi “eroi” del popolo palestinese.

Tutti e tre i palestinesi, che erano armati di coltelli e di un’arma automatica, sono stati uccisi sul posto dalla polizia israeliana nei pressi della Porta di Damasco nella Città Vecchia di Gerusalemme. Un’ufficiale della polizia israeliana di 23 anni è stata uccisa nell’attacco, mentre un certo numero di persone presenti sul luogo sono rimaste ferite. Il ministero della Salute palestinese ha identificato gli attaccanti uccisi come Adel Hasan Ahmad Ankoush e Baraa Ibrahim Salih Taha, di18 anni, e Osama Ahmad Dahdouh, di 19.

Mentre i media israeliani hanno riportato che il cosiddetto Stato Islamico si è attribuito l’attacco, Hamas ha smentito la rivendicazione ed ha affermato che riconoscere l’attribuzione dell’attacco al gruppo è stato un tentativo di confondere la situazione. L’affermazione di Hamas ha confermato che uno degli attaccanti era un membro del proprio movimento, mentre gli altri due appartenevano al FPLP.

In passato lo Stato Islamico ha tentato di attribuirsi la responsabilità di attacchi palestinesi, in particolare facendovi menzione sul periodico on line di propaganda del gruppo “Dabiq”. Tuttavia i dirigenti palestinesi hanno rifiutato ogni correlazione tra quello che considerano una parte della legittima resistenza palestinese contro la colonizzazione israeliana e il “terrorismo” ispirato dallo Stato Islamico.

Il portavoce di Hamas Sami Abu Zuhri nella dichiarazione ha affermato che l’attacco di venerdì è parte della resistenza popolare palestinese contro l’ormai cinquantennale occupazione israeliana e una “reazione naturale ai crimini dell’occupazione”.

Nel contempo il FPLP ha lodato gli attaccanti come “eroi” in un comunicato rilasciato dal gruppo e ha affermato che Baraa Salih Taha e Osama Ahmad Dahdouh erano membri dell’organizzazione.

Secondo il FPLP i tre avevano in precedenza partecipato al lancio di bottiglie molotov e pietre per opporsi “agli attacchi delle forze di occupazione e dei coloni,” lungo le strade di collegamento israeliane che portano alla colonia illegale israeliana di Halamish, che è adiacente alla loro città natale, Deir Abu Mashal, nel distretto di Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania occupata.

Il FPLP ha affermato che in seguito a ciò nel 2015 Baraa ha passato parecchi mesi in prigione in Israele, mentre Osama era stato in carcere per un anno nel 2014.

Il gruppo ha definito l’attacco un’ “operazione eroica” e ha affermato che è arrivato in un “momento critico per difendere la resistenza palestinese”.

Gli attaccanti erano “eroi del popolo palestinese che hanno agito per difendere i diritti del popolo palestinese con un coraggio senza pari, eludendo il controllo sionista su Gerusalemme per dirigere il fuoco della loro rabbia contro le forze in armi ed i soldati dell’occupazione,” ha sostenuto il gruppo, e ha aggiunto che “la resistenza è continua, radicata nella patria e a Gerusalemme, l’eterna capitale della Palestina.”

Il FPLP aggiunge che l’attacco manda anche un “messaggio forte, diretto” ai “leader sconfitti dell’Autorità Nazionale Palestinese, alle loro politiche e alla loro strategia”, aggiungendo che l’attacco ha evidenziato che la resistenza sta continuando ed è l’unica via per sconfiggere l’occupante.”

Nel contempo sabato i rappresentanti delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno entrambi condannato l’attacco.

L’inviato della Nazioni Unite per il Processo di Pace in Medio Oriente Nickolay Mladenov in una dichiarazione ha affermato che ” simili atti di terrorismo devono essere nettamente condannati da tutti. Sono inorridito dal fatto che ancora una volta qualcuno trovi opportuno giustificare simili attacchi in quanto ‘eroici’. Sono inaccettabili e tendono a trascinare tutti verso un nuovo ciclo di violenze.”

L’ambasciatore dell’UE in Israele Lars Faaborg-Andersen ha affermato su Twitter: “Condanno gli attacchi terroristici di ieri a Gerusalemme, in cui è stato ucciso Hadas Malka. Le mie condoglianze alla sua famiglia e ai suoi colleghi.”

Secondo quanto riferito, l’ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Danny Danon ha anche condannato l’Autorità Nazionale Palestinese per aver incoraggiato gli attacchi attraverso il discusso programma di compensazione ai “martiri”, che fornisce sussidi finanziari alle famiglie dei palestinesi imprigionati, feriti o uccisi dalle forze israeliane.

“La dirigenza palestinese continua a dare il suo appoggio alla pace, anche se paga mensilmente i terroristi ed educa i propri bambini all’odio. La comunità internazionale deve chiedere che i palestinesi mettano fine ai loro intollerabili atti di violenza,” ha affermato.

In base alla documentazione di Ma’an, 33 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane e dai coloni dall’inizio del 2017, mentre durante lo stesso periodo 8 israeliani sono stati uccisi dai palestinesi.

Mentre i dirigenti israeliani spesso indicano l’ “incitamento” palestinese come causa di questi attacchi, e spesso tentano di metterli in relazione con la cosiddetta “guerra al terrorismo”, i palestinesi hanno al contrario citato come le cause principali di tali attacchi le frustrazioni quotidiane e la continua violenza militare israeliana imposta dall’occupazione israeliana del territorio palestinese.

In seguito all’attacco di venerdì le forze israeliane hanno completamente bloccato il villaggio cisgiordano di Deir Abu Mashal ed hanno fatto irruzione nelle case delle famiglie dei palestinesi uccisi, avvertendole che le loro abitazioni saranno presto demolite – una politica israeliana utilizzata contro famiglie i cui membri hanno commesso attacchi e che i gruppi per i diritti umani hanno giudicato una forma di “punizione collettiva”.

Nel contempo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato tutti i permessi concessi ai palestinesi per entrare a Gerusalemme e in Israele per il mese santo musulmano del Ramadan.

Numerosi altri palestinesi sono rimasti feriti e detenuti dalle forze israeliane in seguito all’attacco, in quanto, secondo alcuni testimoni, forze israeliane avrebbero “aggredito” palestinesi e sparato proiettili veri “a casaccio” nella zona.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Importanti politici israeliani esaltano un libro che sostiene che gli arabi dovrebbero essere rinchiusi in campi di internamento

Chaim Levinson | 9 giugno 2017 | Haaretz

Nota redazionale: riteniamo interessante per il lettore tradurre il seguente articolo di Haaretz in quanto evidenzia quale sia il livello di razzismo contro i palestinesi con cittadinanza israeliana (i cosiddetti arabo-israeliani) che si manifesta non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra i politici e gli accademici ebreo-israeliani. Oltre al contenuto del libro, la presenza entusiastica di 400 membri del Likud, al governo da molti anni, e le dichiarazioni di alcuni ministri e parlamentari del principale partito del Paese rappresentano un indicatore significativo quanto preoccupante della situazione politica israeliana. Infine, il ragionamento relativo al rapporto costi/benefici della presenza di una minoranza araba in Israele, di chiara impronta ultra-liberista, evidenzia uno degli aspetti più inquietanti del discorso proposto dal professore in questione.

Circa 400 esponenti del Likud hanno partecipato alla presentazione del libro di uno storico che afferma che gli arabi israeliani “eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato”[in realtà i palestinesi con cittadinanza israeliana non possono fare il servizio militare ndt] e “consumano più di quello che producono

Mercoledì notte politici del Likud hanno partecipato alla presentazione di un libro di un esperto di Islam, ma non è stata la tipica festa [per l’uscita] del libro. L’autore, lo storico Raphael Israeli, sostiene che gli arabo-israeliani sono la quinta colonna che approfitta dello Stato” e che non possono essere integrati nella società israeliana.

Egli ha persino espresso ammirazione per l’internamento dei cittadini giapponesi da parte degli americani nella Seconda Guerra Mondiale e ha criticato il fatto che gli arabi “non vengano confinati in campi [di prigionia]”

Il libro in ebraico è: “ La minoranza araba in Israele: processi evidenti e nascosti”. Israeli, professore emerito di storia del Medio Oriente, dell’Islamismo e della Cina all’Università ebraica, ha anche insegnato all’Università di Haifa. Egli è già conosciuto per la sua critica alle società islamiche, e in special modo alla comunità arabo-israeliana.

L’editore del libro è un membro del Likud, Eliyahu Gabbay, un ex parlamentare nella Knesset del Partito Nazionale Religioso. Il progetto è stato finanziato da un uomo d’affari di Miami, Haim Yehezkel.

L’evento, alla presenza di circa 400 esponenti del Likud, si è tenuto all’Hotel Ramat Gan’s Kfar Maccabiah. Hanno parlato noti membri del Likud, compresi il ministro dei Trasporti Yisrael Katz, il presidente della Coalizione [di governo] David Bitan e il parlamentare Miki Zohar. Tutti i partecipanti hanno ricevuto in omaggio una copia del libro.

Nel frattempo, un foglio fatto circolare ha fornito proposte per trattare “minacce e boicottaggi contro chi presta servizio nelle forze di sicurezza” e altri mali quali “ bigamia, poligamia con più donne, alcune importate da Gaza e dalla Giordania, l’occupazione di terra statale e l’istigazione contro lo Stato”.

L’emozione è stata forte, Israeli se n’è persino uscito con una virulenta protesta contro il ruolo della Suprema Corte in Israele. Alcuni partecipanti hanno gridato insulti contro i parlamentari arabi apostrofandoli come “traditori”e chiedendo la loro cacciata dalla Knesset. Un partecipante ha chiesto il ripristino della legislazione militare nei riguardi della comunità araba israeliana, terminata nel 1966.

Nel libro di 240 pagine, che non contiene note o fonti, Israeli afferma che l’elemento nazionalistico e islamico presente nell’identità degli arabi israeliani impedisce loro di integrarsi in Israele e, grazie alla sinistra ingenua, questa minoranza costituisce una minaccia alla sicurezza di Israele

Il successo del progresso tecnico a Tel Aviv e a Ra’anana deriva da iniziative private costituite da imprese che hanno osato rischiare, qualche volta fallendo, qualche volta con successo. C’è qualcuno che stia impedendo agli imprenditori arabi di attivarsi e iniziare, investire e assumersi dei rischi nel fondare con successo nuove aziende a Sakhinin?” Israeli scrive, riferendosi a una cittadina arabo-israeliana nel nord.

Investono in hummus e in automobili di lusso e si lamentano che lo Stato non investa su di loro o in strutture industriali nelle loro aree.” Osem, Tnuva e Strauss non sono nemmeno state impiantate dallo Stato” egli aggiunge, riferendosi a tre delle maggiori imprese del settore alimentare di Israele.

Israeli scrive che può darsi che la comunità araba venga discriminata nei finanziamenti, ma riguardo al pagamento delle imposte vale il contrario. “Gli imprenditori ebrei pagano allo Stato che finanzia i propri cittadini arabi, che pagano meno tasse. D’altra parte gli arabi eccellono nell’evitare di prestare servizio allo Stato e il loro tasso di criminalità è il doppio della media nazionale. Consumano più di quello che producono,” egli scrive.

Ricevono un ammontare enormemente maggiore in sussidi di quello che pagano al nostro ministero delle Finanze. Se gli arabi israeliani non sono soddisfatti del livello al quale approfittano dello Stato, che trovino un altro Paese che che li vizi ancor di più e offra loro quello che nessun Stato arabo o islamico farebbe…. questa richezza non è stata accumulata grazie a loro, ma nonostante il fatto che siano un pesante fardello per lo Stato ebraico, economicamente, socialmente e riguardo alla sicurezza.

Israeli suggerisce che gli arabi israeliani e gli ebrei ultra ortodossi sono dei parassiti della società. “Se non fosse per (gli arabo-israeliani) e per gli ebrei parassiti come loro, il prodotto interno lordo pro capite in Israele salirebbe perfino oltre il livello di quello europeo,” egli scrive.

anche chi è discriminato, quindi, se non i componenti della maggioranza ebraica? Il PIL pro capite in Israele ha ragiunto il suo livello attuale non per merito del governo, ma per quello degli imprenditori ebrei che hanno tratto benefici per sé e per l’economia, con vantaggi anche per gli arabi.”

Secondo l’autore, gli arabo-israeliani vivono in semi autonomia “ accaparrando” più risorse di quelle che forniscono o che meritano, ma “non alzerebbero un dito per migliorare la loro situazione economica”

Riguardo ai sentimenti degli arabo-israeliani verso lo Stato, Israeli scrive che “non li abbiamo visti mettersi in fila per donare il sangue per i feriti delle guerre di Israele, oppure essere presenti per sostituire il personale mandato a combattere ai confini, per proteggere anche loro.”

Egli dice che non è così che una minoranza che vuole integrarsi dovrebbe comportarsi.

Egli scrive: “Questo è il comportamento di una quinta colonna, non di cittadini leali. Mentre non li abbiamo sentiti esaltare i progressi scientifici e tecnici del loro Paese, dei cui risultati desiderano usufruire completamente, hanno espresso ammirazione per la capacità di Saddam Hussein di attaccare Israele, per la combattività di Hezbollah e per l’abilità della Jihad islamica di colpire al cuore il loro Paese.”

Nel suo capitolo finale Israeli intende risvegliare l’opinione pubblica israeliana che secondo lui sembra non accorgersi del pericolo. Egli ricorda che durante la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna ha imprigionato persone che il ministero dell’Interno riteneva sospette e che gli Stati Uniti hanno messo in campi di internamento i cittadini di origine giapponese.

Ma dice che l’indebolita Israele ha perso la voglia di esistere come Stato ebraico, e “sebbene gli arabi s’identifichino apertamente con il nemico, non gli succederà niente di male. Non soltanto non vengono rinchiusi nei campi di internamento, ma possono stare nel nostro parlamento.”

(Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




“Muori, soffri, puttana”

Gideon Levy

Haaretz – 4 giugno 2017

Giovedì scorso è avvenuto un orribile incidente nei Territori Occupati.

Non è stato meno deprecabile del colpo di grazia di Elor Azaria contro un terrorista impossibilitato a offendere [Azaria è un soldato israeliano che ha ucciso un giovane palestinese a terra già ferito, ndt]. Guardando il video che documenta il fatto ti si rivolta lo stomaco. È disgustoso e fa arrabbiare, ma nessun media in Israele, riflettendo la profonda apatia nella quale siamo sprofondati, vi ha dedicato la minima attenzione.

 Quel giorno un gruppo di soldati stava intorno a una ragazza palestinese morente che si contorceva per il dolore, riversa sanguinante sulla strada. I soldati facevano a gara tra di loro per vedere chi l’avrebbe insultata con il linguaggio più spregevole. Questi sono i tuoi soldati, Israele, questo è il loro linguaggio, questi sono i loro valori e principi. A nessuno è venuto nemmeno in mente di prestarle soccorso, nessuno ha pensato di mettere a tacere l’esplosione di odiose oscenità che svolazzavano intorno alla ragazza che stava dissanguandosi fino alla morte. Questo è stato un regalo adeguato alle celebrazioni dell’anniversario [della Guerra del ’67, ndtr.]– dai paracadutisti di bell’aspetto al Muro del Pianto fino a quest’atto bestiale al checkpoint di Mevo Dotan. Cinquant’anni di occupazione ci hanno portato a questo.

 Il video mostra una ragazza palestinese che avanza lentamente verso il checkpoint. Forse qualcuno le ha detto di fermarsi, ma questo nella registrazione non si sente . Non si vede nessun coltello o nemmeno un tentativo di accoltellamento. In seguito si vede la ragazza correre via con due israeliani, forse soldati, che la inseguono alle calcagna. Questo è solo l’inizio. È diventato un’abitudine “neutralizzare” (“aka” in ebraico vuol dire uccidere) giovani maschi e femmine che cercano di ferire i soldati, di solito in un tentativo di procurarsi la morte. Nella maggior parte dei casi queste sono semplicemente esecuzioni. È quasi sempre possibile arrestare gli assalitori senza ucciderli. Ma l’esercito è eroico quando fronteggia giovani donne e ora i suoi soldati sanno solo come uccidere. L’hanno colpita a morte come ci si aspettava da loro.

E allora succede questo: la ragazza giace sulla strada, i soldati armati la circondano come in un rito pagano, vomitando un torrente di insulti. Il video mostra solamente i loro corpi, non i loro visi. Insieme a loro c’è un uomo armato in calzoncini corti, che calza dei sandali, probabilmente un colono. La ragazza si lamenta, si gira , si ripiega su se stessa e geme mentre i soldati dicono: “Spero che tu muoia, figlia di puttana, fanculo, muori, soffri, khaba (kahba in arabo marocchino vuol dire puttana)”. Non si sarebbero comportati così intorno a un cane morente. Durante questi abusi si può sentire qualcuno che chiede “Dov’è il coltello”? , “Non la toccate”, “Sei stupenda”, e, al telefono, “ Dove sei, a casa?”

 Poche ore dopo è morta per le ferite riportate. Nour Iqab Enfeat del villaggio di Yabad, vicino a Jenin, in Cisgiordania, aveva 16 anni. Un soldato ha avuto delle lievi ferite. Soltanto dei soldati vigliacchi ammazzano in questo modo una studentessa.

 Tuttavia, in questo caso l’esecuzione di routine è stata accompagnata da una cerimonia di “requiem” Bisogna averla vista per crederci. Non c’era nemmeno un soldato con un briciolo di compassione o di umanità. Bisogna prendere atto dell’enorme odio che provano i soldati dell’esercito di occupazione verso la nazione che tiranneggiano. Bisogna vedere fino a che punto hanno perso la loro umanità. Come si può rallegrarsi di una studentessa agonizzante? Maledire qualcuno che soffre in quell modo non è meno malvagio di spararle.

 Questa è la lezione che I soldati delle Forze di Difesa Israeliane hanno imparato dal processo Azaria [il tribunale in primo grado gli ha comminato la pena di 18 mesi, mentre per la destra è un eroe, ndtr.]. Invece di sparare lascia che la “terrorista” muoia dissanguata mentre la si insulta. Si sono comportati così non per un desiderio di vendetta a causa del suo tentativo di accoltellare un soldato. L’hanno fatto innanzitutto perché era palestinese. Ovviamente non si sarebbero mai comportati in questo modo se una ragazza colona avesse tentato di ferirli.

 Non è stato il gesto di un individuo. Erano in tanti. Non è stato nemmeno un fatto eccezionale. Questi sono i tuoi soldati, Israele. Qualcuno dovrebbe riferire questo al capo di Stato Maggiore Gadi Eizenkot, che, chissà perché, è percepito come uno a cui preme la moralità dell’IDF. Hai cinque figli, Eizenkot. Cosa penseresti se qualcuno si comportasse in questo modo nei confronti di uno di loro? Cosa penserebbe qualsiasi padre o madre in Israele? Il coltello nelle mani di una studentessa disperata giustifica comportamento di qualunque genere? A questo punto non è chiaro che mandare il proprio figlio a prestare servizio nei territori li trasforma in questo?

Se i soldati di quel checkpoint non saranno processati e puniti, risulterà chiara una cosa: il vero codice morale che prevale nell’IDF è la barbarie.

(traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Barghouthi: lo sciopero della fame segna un ‘punto di svolta’ per i palestinesi detenuti da Israele

30 maggio 2017,Ma’an

RAMALLAH (Ma’an) – Martedì, per la prima volta dopo la fine dello sciopero alcuni giorni fa, Marwan Barghouthi, il leader di Fatah incarcerato, che ha guidato uno sciopero della fame di massa di 40 giorni nelle carceri israeliane, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha definito lo sciopero un “punto di svolta” nel rapporto dei prigionieri palestinesi con la dirigenza carceraria ed ha avvertito le autorità israeliane che i prigionieri ricomincerebbero lo sciopero se gli impegni presi non fossero rispettati.

La sua dichiarazione, resa nota dall’Associazione dei Prigionieri Palestinesi (PPS), ha sottolineato il trattamento dei prigionieri palestinesi nel corso dello sciopero della fame, che comprendeva il loro trasferimento tra diverse prigioni israeliane e in isolamento in “condizioni brutali e crudeli”.

Barghouthi ha aggiunto che le autorità israeliane hanno confiscato “tutti gli averi personali, compresa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutti gli oggetti sanitari ed igienici, la loro vita è stata resa un inferno e sono state diffuse vergognose dicerie e menzogne.”

Ha aggiunto: “Eppure tra i prigionieri si è registrata una risolutezza senza precedenti nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscita a spezzare la loro determinazione.”

Centinaia di prigionieri in sciopero della fame hanno invocato la fine del divieto delle visite dei familiari, il diritto ad accedere ad un’istruzione superiore, cure e trattamenti medici adeguati, la fine dell’isolamento e della detenzione amministrativa – incarcerazione senza accuse né processo – tra le altre richieste di diritti fondamentali.”

Dopo aver ringraziato tutti coloro che si sono impegnati nel sostegno allo sciopero della fame, Barghouthi, che è stato una figura decisiva nel corso dei colloqui con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) che hanno messo fine allo sciopero, ha detto che i leader dello sciopero sono stati capaci di “ottenere parecchi risultati equi ed umanitari” dalle autorità carcerarie, incluso il ripristino di una seconda visita mensile dei familiari dei prigionieri, e sono riusciti a costringere le autorità israeliane a considerare questioni relative alla “vita quotidiana” nelle prigioni, come le modalità di trasferimento, e le “condizioni delle donne, dei minori e dei malati detenuti.”

Mentre i leader palestinesi hanno affermato che l’80% delle richieste dei prigionieri sono state esaudite da Israele, i dirigenti del Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) hanno duramente smentito tali affermazioni, dicendo che non sono state fatte concessioni ai prigionieri e che l’accordo che ha posto fine allo sciopero ha garantito solamente il ripristino di una seconda visita mensile dei familiari ai prigionieri, che sarà finanziata dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

Tuttavia, Barghouthi ha aggiunto che i prigionieri hanno accettato la creazione di un “comitato di alti dirigenti del Servizio Penitenziario” per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri palestinesi nei prossimi giorni, “per discutere di tutti i problemi senza eccezioni.”

Alla luce di ciò e in vista dell’inizio del sacro mese del Ramadan, abbiamo deciso di interrompere lo sciopero per dare l’opportunità di condurre queste discussioni con il Servizio Penitenziario, sottolineando la nostra ferma intenzione di riprendere lo sciopero se il Servizio Penitenziario non rispetterà gli impegni assunti verso i prigionieri”, ha detto.

Ha poi aggiunto che lo sciopero ha rappresentato un “punto di svolta” nel rapporto tra i prigionieri palestinesi e il “sistema dell’amministrazione penitenziaria”, dicendo che i prigionieri “non consentiranno più nessuna violazione delle loro conquiste e dei loro diritti.”

Lo sciopero, ha affermato Barghouthi, aveva anche lo scopo di unificare il movimento dei prigionieri palestinesi e di porre le basi di una “leadership nazionale unificata”, che nei prossimi mesi possa ottenere il riconoscimento dei palestinesi “nelle carceri dell’occupazione israeliana” come prigionieri di guerra e prigionieri politici.

Lo sciopero inoltre ha cercato di mettere in luce le violazioni israeliane del diritto internazionale nel sistema carcerario, in particolare in quanto il trasferimento di prigionieri palestinesi fuori dai territori occupati in carceri all’interno di Israele viola la quarta Convenzione di Ginevra.

Barghouthi ha anche fatto appello al presidente palestinese Mahmoud Abbas, all’OLP e alle fazioni palestinesi nazionaliste ed islamiche perché adempiano ai loro obblighi nazionali e lavorino per la liberazione dei palestinesi sottoposti a detenzione israeliana, ed ha diffidato dal proseguire qualunque negoziato prima che siano poste le condizioni per la “completa liberazione di tutti i prigionieri e detenuti palestinesi.”

Barghouthi è stato tenuto in isolamento per tutta la durata dello sciopero, mentre le autorità israeliane tentavano di screditare il leader diffondendo un video di Barghouthi che nella sua cella di isolamento si sarebbe alimentato durante lo sciopero della fame, video prontamente denunciato dai leader palestinesi come “falso” e un tentativo da parte delle autorità israeliane di delegittimare Barghouthi.

Le autorità israeliane avevano rifiutato di negoziare con Barghouthi fino all’undicesima ora delle trattative tra IPS, ANP e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), mentre gli scioperanti avevano ribadito che qualunque trattativa che non includesse Barghouthi era illegittima e “finalizzata a interrompere lo sciopero della fame in cambio di vuote promesse.”

Lunedì la Commissione per gli affari interni del parlamento israeliano, la Knesset, ha tenuto una riunione riguardo allo sciopero, durante la quale un dirigente dell’IPS ha asserito che “in nessun momento l’IPS ha negoziato con i prigionieri di sicurezza in sciopero della fame e non ha accettato nessuna delle loro richieste.”

L’IPS ha affermato che, poiché l’ANP ha accettato di finanziare la seconda visita mensile (dei familiari), dopo che lo scorso anno era venuto a mancare il finanziamento dell’ICRC, non è stata fatta nessuna nuova concessione ai prigionieri.

Durante la riunione, diversi deputati israeliani di destra hanno criticato le richieste dello sciopero, ed uno di loro ha detto: “A loro (i prigionieri) dovrebbero essere concesse le condizioni minime in base al diritto internazionale”, mentre un altro ha detto: “Se facessimo la cosa giusta, ogni terrorista prenderebbe una pallottola in testa. C’è spazio sufficiente sottoterra.”

Secondo l’associazione Addameer per i diritti dei prigionieri, fino ad aprile nelle prigioni israeliane erano detenuti 6.300 palestinesi.

Mentre le autorità israeliane definiscono i palestinesi “prigionieri di sicurezza”, gli attivisti e le associazioni per i diritti hanno a lungo considerato i palestinesi detenuti da Israele come prigionieri politici ed hanno sistematicamente condannato l’uso israeliano delle carceri come mezzo per destabilizzare la vita politica e sociale palestinese nei territori occupati.

Addameer ha riferito che il 40% della popolazione maschile palestinese è stata detenuta dalle autorità israeliane in un certo momento della sua vita.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

 




Come Israele impedisce agli agricoltori palestinesi di lavorare le proprie terre

Amira Hass – 28 maggio 2017,Haaretz

Questa settimana è finito uno sciopero di un mese, in quanto l’Amministrazione Civile ha accettato di riesaminare le procedure riguardanti l’accesso alle terre coltivate oltre il Muro di separazione in Cisgiordania. Le ragioni dello sciopero sono veramente scomparse? Il tempo lo dirà.

Lo sciopero è finito. No, non quello famoso dei prigionieri palestinesi in Israele, ma un altro sciopero, che coinvolge decine di migliaia di famiglie palestinesi le cui terre sono rinchiuse tra il Muro di Separazione della Cisgiordania e la Linea Verde [il confine tra Israele e Cisgiordania precedente la guerra del ’67, ndtr.] – l’area nota in gergo militare come la “zona di congiunzione”.

Alla fine di febbraio i comitati palestinesi di collegamento di Qalqilyah, Tul Karm, Salfit e Jenin hanno smesso di sottoporre all’ufficio di collegamento israeliano le domande da parte di agricoltori palestinesi che chiedono i permessi per entrare nelle loro terre. (Hanno continuato a presentare richieste per altri permessi).

Parecchi terreni sono coinvolti – circa 137,000 dunams (13.700 ettari), 94.000 dei quali di proprietari privati, secondo l’Amministrazione Civile israeliana [organismo militare che gestisce l’occupazione in Cisgiordania] in Cisgiordania. Ma nuove norme, e nuove interpretazioni di quelle esistenti, hanno ridotto la terra che i palestinesi hanno il permesso di coltivare. E dalla fine dello scorso anno si sono moltiplicati i resoconti delle nuove difficoltà che i contadini devono affrontare per ottenere i permessi per coltivare la loro terra.

“Non possiamo collaborare con, e di conseguenza dare il beneplacito a, regole che renderanno più facile per Israele impossessarsi di molte altre migliaia di dunam con il pretesto che la terra è stata abbandonata,” hanno affermato i comitati di collegamento, spiegando la propria iniziativa inusuale.

Dopo circa tre mesi in cui i coltivatori sono stati impossibilitati a rinnovare i loro permessi e hanno temuto sempre più per il destino dei loro appezzamenti abbandonati, la questione è stata discussa lo scorso martedì dal capo dell’Amministrazione Civile, generale Ahvat Ben Hur, e dal vice ministro per gli Affari Civili dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ayman Qandil. Erano presenti molte altre persone di entrambe le parti, e uno dei palestinesi [presenti] ha capito che, in cambio della ripresa immediata del lavoro dei comitati, le regole sarebbero rimaste congelate fino al 15 giugno. Durante questo periodo, Ben Hur le riconsidererà e “speriamo per il meglio”.

L’Amministrazione Civile non l’ha chiamato un “congelamento”, ma “l’esame di una serie di problemi relativi alle regole che governano la zona di congiunzione.”

Sorprendentemente questo sciopero non ha sollevato interesse oltre i coltivatori e le loro famiglie, benché riguardi il futuro dell’intero patrimonio di terre pubbliche palestinesi. Tuttavia forse non è sorprendente,perché dall’ottobre 2003 i palestinesi non hanno libertà di movimento in questa zona. Fu allora che il generale Moshe Kaplinsky, comandante delle forze israeliane in Cisgiordania, emise un ordinanza di interdizione su tutta la zona di congiunzione.

Cittadini israeliani e residenti, persone che possono immigrare in Israele in base alla “Legge del Ritorno” (questo dice l’ordinanza) e turisti possono entrare in questa zona liberamente. Solo i palestinesi hanno bisogno di un permesso per entrare nelle loro terre e case, e non vi possono accedere per qualunque altra ragione che non sia il lavoro o la residenza.

Dal 2009 l’Amministrazione Civile ogni tanto ha pubblicato il suo regolamento degli ordini in vigore per permessi di ingresso nella zona di congiunzione (e non solo per i contadini), per mettere in pratica quest’ordinanza. In febbraio è stata rilasciata la quinta versione. Questo insieme di nuove regole e nuove interpretazioni di quelle esistenti ha fatto suonare il campanello d’allarme.

Una di esse vanifica la tradizione palestinese del lavoro collettivo delle famiglie sui terreni. Infatti l’Amministrazione Civile obbliga di fatto le famiglie a dividere artificialmente la terra tra gli eredi dopo la morte del padre, anche se essi vorrebbero piuttosto considerarla come una proprietà collettiva, con alcuni che lavorano effettivamente la terra, altri che pagano il trattore, i semi o gli strumenti agricoli, ed altri ancora che vendono i prodotti. Dividere la terra porta via tempo, soprattutto a causa della doppia burocrazia israeliana e palestinese. Costa anche denaro (imposte, ecc.) e può provocare dispute.

Questa ordinanza è stata introdotta per la prima volta nel 2014. Da conversazioni con agricoltori alla fine del 2016 risulta chiaro che alcuni di loro vi si sono già adeguati. I comitati di collegamento palestinesi a quanto pare non hanno capito subito quanto fosse nefasta.

Nuova regola non scritta

Ma c’è un trucco: un’interpretazione che non compare nel regolamento. Nella seconda metà del 2016 a quanto pare qualcuno nell’ufficio di collegamento israeliano (parte dell’Amministrazione Civile) ha deciso che un appezzamento di terra di meno di cinque dunam non necessita di più di una persona che lo lavori – di conseguenza, i permessi di accesso sarebbero stati concessi solo al proprietario registrato, anche se fosse stato anziano, malato o avesse un altro lavoro.

Dalla fine del 2016 sia Haaretz che le organizzazioni per i diritti umani hanno ricevuto numerose informazioni su questa prassi.

Come per ogni regola non scritta, all’inizio si poteva pensare che si trattasse di casi isolati, forse derivanti da incomprensioni. Ma le testimonianze continuavano ad arrivare. E in risposta alle domande di Haaretz un portavoce del Coordinatore israeliano per le Attività di Governo nei Territori non ha negato che questa è effettivamente l’interpretazione utilizzata.

Dal 2014 l’Amministrazione Civile ha anche rifiutato di riconoscere che la moglie ed i figli del proprietario abbiano diritti di proprietà sulla terra. In effetti vengono loro concessi permessi di accesso sulla loro terra come “dipendenti”, il cui numero dipende dalle dimensioni del terreno, dal tipo di produzione e dalla stagione. Questa restrizione nei permessi per i membri della famiglia è il terzo problema.

Secondo i dati dell’amministrazione civile, nell’aprile 2016 sono stati concessi a contadini nella zona di collegamento 5.075 permessi. L’aprile scorso sono stati 5.218 (tutti per proprietari registrati). Presumibilmente l’incremento si deve a persone che hanno obbedito all’ordine e hanno diviso la loro terra tra i loro eredi.

Al contrario il numero di permessi per “coltivatori dipendenti ” è sceso da 12.282 nell’aprile 2016 a 9.856 lo scorso aprile. Questa riduzione dovrebbe essere in parte attribuibile allo sciopero. Ma conferma anche quello che i contadini hanno raccontato ad Haarez e all’ong [israeliana] contro l’occupazione Machsom Watch: sempre meno membri della famiglia ottengono permessi come “dipendenti”.

La norma che ha intensificato il campanello d’allarme è comparsa per la prima volta nell’ultimo regolamento. Afferma che nessun permesso verrà rilasciato per terreni di meno di 330 metri quadrati, perché “non ci sono sostanziali necessità agricole” per simili appezzamenti. Quindi, mentre l’Amministrazione Civile sta obbligando le famiglie a dividere la loro terra, afferma anche che “non ci sono sostanziali necessità agricole” per appezzamenti piccoli. Quanto ci vorrà prima che molte famiglie scoprano di avere una serie di appezzamenti piccoli, “insostenibili”, e di conseguenza non hanno il diritto di accesso alla loro terra e a lavorarla?

Per tutte queste ragioni i comitati di collegamento palestinesi hanno dichiarato lo sciopero parziale. Quindi chiunque avesse un permesso scaduto (sono validi per uno o due anni) non poteva rinnovarlo.

Una settimana fa, di sabato – prima dell’incontro di Ben Hur con Qandil – il portavoce del COGAT [Coordinamento delle Attività di Governo nei Territori, ndtr.] ha detto ad Haaretz che Ben Hur aveva autorizzato gli uffici di collegamento israeliani a ricevere le richieste di permesso direttamente da “agricoltori con appezzamenti di cinque o più dunam”. L’avvocato Alaa Mahajna, che rappresenta molti contadini di Qalqilyah a nome dell’ANP, ha affermato che in questa decisione  il limite di cinque dunam  ha confermato che le dimensioni del terreno, e non i diritti di proprietà, sono diventati il fattore decisivo per il rilascio dei permessi.

“Una china pericolosa”

L’organizzazione per i diritti umani “Hamoked” [Ong israeliana contro l’occupazione, ndtr.] – Centro per la Difesa dell’Individuo – ha aiutato i contadini a cui è stato negato il permesso ad accedere alla loro terra dal 2002. In genere l’Amministrazione Civile (subordinata al COGAT) ritira il rifiuto in seguito all’intervento di “Hamoked” (compresi ricorsi all’Alta Corte di Giustizia). Ma non tutti conoscono “Hamoked”, essa non ha le risorse per gestire decine di migliaia di casi e non è compito di “Hamoked” svolgere servizi altrui per loro.

L’avvocato Yadin Elam si è occupato di tutti i ricorsi all’Alta Corte presentati da “Hamoked” sulla questione. Lo scorso gennaio ha scritto a Ben Hur in merito ai problemi presenti in una bozza dell’ultimo regolamento e nella sua interpretazione. Ha messo in guardia riguardo a una “china pericolosa” di regole e della loro applicazione più rigida nel concedere i permessi, contrariamente all’impegno dello Stato all’Alta Corte che il danno causato ai contadini sarebbe stato minimo.

Sette anni dopo l’emanazione del primo regolamento “pare che qualcuno abbia deciso di riscriverlo e di interpretare ogni norma nel modo più dannoso che si possa immaginare,” ha scritto Elam. Ha citato il limite di cinque dunam, così come la meschina lentezza burocratica che comporta avere un permesso, con il risultato di perdere giorni di lavoro agricolo.

Elam ha scritto che le norme sono difficili da capire persino per un avvocato israeliano. Oltretutto il regolamento è pubblicato solo in ebraico, per cui quelli la cui vita dipende da esso in pratica non lo possono leggere.

La sua lettera è stata inviata anche al consigliere giuridico per la Cisgiordania, il colonnello Eyal Toledano, e al difensore civico dell’Amministrazione Civile, il tenente Bar Naorani. Gli è stata garantita una risposta, che non è ancora arrivata.

Lo scorso mese, come preliminare all’appello all’Alta Corte, Mahajna ha chiesto alla procura generale di annullare le nuove norme. Ha definito la regola dei 330 metri quadrati “draconiana, senza basi giuridiche”, aggiungendo che “contraddice il concetto fondamentale della legge e dei diritti di proprietà,” in quanto “i diritti di proprietà su un appezzamento di terreno le cui dimensioni non superano i 330 metri quadrati non sono considerati diritti e non vengono protetti.”

“Questa norma crea de facto un sistema di proprietà nuovo e fondamentalmente diverso, che si applica a due diversi gruppi nazionali sotto lo stesso regime, con tutto quello che ciò implica,” ha scritto.

La risposta che ha ricevuto è simile a quella del COGAT ad Haaretz lo scorso sabato: “In base a chiare ragioni di sicurezza, è necessario limitare la libertà di movimento sul lato della barriera di sicurezza verso Israele. L’Amministrazione Civile attribuisce importanza a garantire il diritto di accesso alla loro terra ai contadini proprietari palestinesi.”

Il COGAT ha anche detto ad Haaretz che il nuovo regolamento “intende offrire una soluzione migliore ai residenti che necessitano di permessi di accesso alla zona di congiunzione, salvaguardando le necessità di sicurezza ed evitando abusi dei permessi. Non ci sono impedimenti a un membro di una famiglia che lavora una serie di terreni per i suoi parenti, sia per il fatto che questi ultimi si trovino all’estero o per configurare una necessità agricola unendo appezzamenti. Ma per fare ciò, la richiesta deve essere accompagnata da una procura da parte del proprietario del terreno.”

Criteri per determinare il numero di dipendenti in base alle dimensioni del terreno e al tipo di prodotto sono già stati inclusi nel regolamento del 2014, così continua, con la disposizione che le richieste di far entrare più familiari della quota consentita sarebbero state prese in considerazione dal capo dell’ufficio di collegamento del distretto. Il regolamento del 2017 “ha definito il termine ‘necessità agricole’ in base al parere professionale del dirigente del personale agricolo, per garantire uniformità nel valutare queste richieste.

“Il regolamento lo stabilisce come una norma, permessi ‘agricoli’ non saranno concessi per piccoli appezzamenti che non superino i 330 metri quadrati. Questa norma può non essere rispettata se vengono presentate prove che, nonostante le piccole dimensioni del terreno, c’è una reale necessità colturale. Nel caso non ci siano queste necessità, i proprietari possono chiedere un permesso per ‘uso personale’.”

Tuttavia i permessi per ‘uso personale’ sono solo una tantum e non possono essere rinnovati automaticamente.

Centinaia di agricoltori stanno ora aspettando in fila presso gli uffici di collegamento palestinesi con richieste di rinnovo dei permessi da inoltrare alla burocrazia israeliana. Le ragioni dello sciopero sono davvero scomparse? Il tempo lo dirà.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




In seguito ad informazioni fuorvianti, Fadwa Barghouthi conferma la fine dello sciopero della fame di massa

29 maggio 2017, Ma’an

Betlemme (Ma’an) – Dopo che lunedì mattina sono state divulgate informazioni secondo cui due giorni dopo la fine dello sciopero il leader dello sciopero della fame di massa Marwan Barghouthi stava ancora rifiutando i pasti nella prigione israeliana, il Comitato Palestinese per le Questioni dei Prigionieri e la moglie di Barghouthi, Fadwa, hanno smentito queste notizie ed hanno affermato che lo sciopero della fame è stato effettivamente interrotto totalmente.

Lunedì mattina l’agenzia di notizie Al Jazeera in arabo, citando una dichiarazione congiunta presumibilmente rilasciata dallo stesso Comitato gestito dall’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e dall’ong locale “Associazione dei Prigionieri Palestinesi” (PPS), ha informato che Marwan Barghouthi avrebbe rifiutato di sospendere il suo sciopero della fame finché non fosse stato rimandato alla prigione di Hadarim e potesse avere la conferma che tutti i prigionieri in sciopero della fame trasferiti dall’inizio dello sciopero fossero stati riportati anche loro nelle prigioni di provenienza. Il reportage faceva intendere che fino a lunedì mattina Barghouthi non aveva interrotto il suo sciopero.

Tuttavia la moglie di Marwan, Fadwa Barghouthi, ha spiegato che l’informazione di Al Jazeera era fuorviante, spiegando che “il leader dello sciopero della fame sarebbe stato l’ultimo a porre fine allo sciopero della fame dopo essersi assicurato che tutto fosse in regola riguardo agli altri scioperanti,” ed ha confermato che, dopo che è stato raggiunto un accordo, suo marito è stato riportato alla prigione di Hadarim.

Dal primo giorno dello sciopero della fame, Barghouthi è stato messo in isolamento nella prigione di Jalama, e poi in quella di Ashkelon per partecipare ai negoziati finali.

Commentando l’informazione del reportage di Al Jazeera, Fadwa ha detto: “E’ stata una questione di pragmatica e non si dovrebbe intendere nel senso che Marwan continua lo sciopero della fame.”

Fadwa ha aggiunto che “finora non mi è stato permesso di incontrare Marwan ed il Servizio Penitenziario Israeliano prevede che il suo avvocato, per poterlo visitare, debba ottenere un permesso dell’ufficio giudiziario del governo israeliano.”

Le sue dichiarazioni sono state confermate dal direttore dell’ufficio di Betlemme del Comitato per i Detenuti Munqith Abu Atwan, che ha detto a Ma’an che Barghouthi ha rifiutato di alimentarsi prima di essere certo che i prigionieri che hanno fatto lo sciopero della fame fossero stati riportati nelle carceri da cui erano stati spostati.

“Barghouthi ha guidato i negoziati che hanno portato alla decisione di porre fine allo sciopero della fame, ma ha informato il Comitato per le Questioni dei Prigionieri che non avrebbe mangiato finché tutti i prigionieri in sciopero della fame non fossero al sicuro e avessero iniziato a nutrirsi per primi, per essere sicuro che il Servizio Penitenziario Israeliano non infliggesse nessuna punizione ai detenuti,” ha detto.

In precedenza il Comitato aveva informato che la fine dello sciopero della fame era arrivata dopo 20 ore di negoziati con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che hanno visto l’IPS accettare l’80% delle richieste dello sciopero.

Lunedì, in una conferenza stampa a Ramallah, alla presenza del capo della PPS Qaddura Fares e del capo della Commissione di Controllo delle questioni dei detenuti Amin Shoman, il presidente del Comitato Issa Qaraqe ha annunciato formalmente il risultato dello sciopero della fame.

Tuttavia un portavoce dell’IPS ha negato quanto riferito dal Comitato a Ma’an, e ha affermato che l’unico risultato dello sciopero è stato il ripristino delle visite dei familiari due volte al mese per i prigionieri, in conseguenza di un accordo fatto tra l’ANP e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC), in base al quale l’ANP finanzierà la seconda visita, che era stata in precedenza finanziata dall’ICRC, finché l’organizzazione internazionale non l’ha sospesa lo scorso anno.

Va osservato che nell’agosto 2016 il PPS ha affermato che il presidente palestinese Mahmoud Abbas aveva già approvato la decisione di coprire tutte le spese per la seconda visita. A quanto pare, dalla sospensione dello sciopero l’unica dichiarazione rilasciata dai dirigenti in prigione, a parte gli aggiornamenti di Barghouthi trasmessi dall’ANP e dalla sua famiglia, è arrivata dal segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo palestinese della sinistra marxista, ndtr.] in prigione Ahmad Saadat, che si era unito allo sciopero a 17 giorni dal suo inizio.

Domenica Saadat, in assenza di una dichiarazione ufficiale della dirigenza dello sciopero, ha diffuso caute felicitazioni agli scioperanti per la loro apparente vittoria, in quanto informazioni relative al risultato dello sciopero finora sono state diffuse solo dal Comitato diretto dall’ANP e dall’IPS.

“Mentre è troppo presto per fornire una valutazione finale dei risultati dello sciopero prima delle dichiarazioni ufficiali dei dirigenti dello sciopero, possiamo dire chiaramente che l’incapacità dell’occupante di spezzare o di limitare lo sciopero è una vittoria per i prigionieri e per la loro volontà e determinazione di continuare la lotta,” ha scritto in una dichiarazione, pubblicata domenica dalla rete palestinese di solidarietà con i detenuti “Samidoun”, dal carcere di Ramon, in Israele.

Saadat ha evidenziato che “lo scontro non finisce con lo sciopero, al contrario deve continuare per rafforzare, ampliare e costruire sui risultati dello sciopero.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Dopo 40 giorni i palestinesi interrompono lo sciopero della fame di massa nelle prigioni israeliane

27 maggio 201, Ma’an

BETLEMME (Ma’an) – All’alba di sabato, centinaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane hanno interrotto uno sciopero della fame di massa durato 40 giorni, dopo aver raggiunto un accordo con il Servizio Penitenziario Israeliano (IPS), che ha ripristinato le visite dei famigliari dei prigionieri due volte al mese. I leader palestinesi hanno plaudito alla “vittoria” dei prigionieri, dicendo che l’accordo rappresenta “un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi.”

Il capo del Comitato palestinese per le questioni dei prigionieri Issa Qaraqe e il capo della Associazione palestinese per i prigionieri (PPS) Qaddura Fares hanno detto in un comunicato congiunto che i prigionieri hanno sospeso lo sciopero, denominato “Libertà e Dignità”, in seguito ad oltre 20 ore di trattative tra l’IPS e Marwan Barghouthi – il leader di Fatah incarcerato, che è stato il principale dirigente dello sciopero di massa, ed altri leader dei prigionieri nel carcere di Ashkelon.

Il comunicato ha aggiunto che gli ufficiali dell’IPS hanno annunciato la fine dello sciopero dopo aver negoziato con Barghouthi, con cui l’IPS aveva insistentemente rifiutato di parlare per tutta la durata dello sciopero, in quanto gli scioperanti avevano respinto le trattative senza la presenza di Barghouthi.

La dichiarazione congiunta non ha menzionato quali delle richieste degli scioperanti fossero realmente state accettate dalle autorità carcerarie israeliane.

Un portavoce dell’IPS ha detto a Ma’an che l’accordo, che garantisce ai prigionieri una seconda visita mensile dei familiari, da finanziarsi da parte dell’ANP, è stato concluso tra lo Stato di Israele, il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP),

In effetti questa iniziativa ha reintrodotto il numero di visite di familiari che era tradizionalmente concesso ai prigionieri palestinesi, prima che l’anno scorso l’ICRC riducesse da due ad una al mese il numero delle visite consentite, provocando proteste in tutto il territorio palestinese.

Il portavoce dell’IPS ha confermato che Barghouthi ha partecipato agli accordi, ma ha detto che l’IPS non considerava i colloqui dei “negoziati”, in quanto ripristinavano semplicemente una precedente politica e non facevano alcuna nuova concessione ai prigionieri.

Il portavoce dell’IPS ha detto a Ma’an che 834 prigionieri che erano rimasti in sciopero fino al 40^ giorno avevano interrotto lo sciopero e i 18 prigionieri che si trovavano in ospedale sarebbero stati rimandati nelle carceri israeliane quando le loro condizioni di salute fossero migliorate.

Il portavoce non ha voluto dichiarare se altre richieste, tra le quali figuravano anche il diritto ad accedere all’istruzione superiore, ad adeguate cure e trattamenti medici e la fine dell’isolamento e della detenzione amministrativa – incarcerazione senza accuse o processo – oltre ad altre richieste di diritti fondamentali, fossero state esaudite.

L’accordo è arrivato nel primo giorno del mese sacro ai musulmani del Ramadan, quando alcuni scioperanti avevano promesso di digiunare e rinunciare alla bevanda di acqua e sale consumata dai prigionieri dall’alba al tramonto – la sola fonte di nutrimento assunta dagli scioperanti.

Moltissimi prigionieri palestinesi sono stati trasferiti in ospedali israeliani durante lo sciopero della fame, e si ha notizia che i prigionieri vomitassero sangue ed avessero svenimenti. I leader palestinesi temevano la possibile morte di scioperanti se le loro richieste non fossero state accolte.

Sabato Xavier Abu Eid, un portavoce dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), ha rilasciato una dichiarazione affermando che lo sciopero della fame aveva “ trionfato”.

Nella dichiarazione si legge: “Questo è un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi in base al diritto internazionale. E’ anche un segno della realtà dell’occupazione israeliana che non ha lasciato altra scelta ai prigionieri palestinesi se non digiunare per ottenere i diritti fondamentali che spettano loro in base al diritto internazionale.”

Come si sottolinea nella dichiarazione, lo sciopero della fame è stato uno dei più lunghi scioperi nella storia della Palestina e ha visto un’ampia partecipazione di prigionieri palestinesi di tutte le fazioni politiche.

La dichiarazione rileva che le forze israeliane hanno tentato di spezzare lo sciopero della fame con diversi provvedimenti punitivi, compreso l’utilizzo dell’isolamento dei prigionieri in sciopero, “l’istigazione” contro gli scioperanti e i loro leader, in particolare Barghouthi, e la minaccia di alimentazione forzata degli scioperanti.

L’epica resilienza e la determinazione dei prigionieri in sciopero della fame ed il loro rifiuto di sospendere lo sciopero, nonostante la repressione e le durissime condizioni che hanno affrontato, hanno permesso che la loro volontà prevalesse su quella dei carcerieri.”

La dichiarazione prosegue poi ringraziando tutti coloro che hanno espresso solidarietà ai prigionieri palestinesi, in particolare agli ex detenuti politici in Sudafrica, Irlanda e Argentina.

Nella dichiarazione si legge: “Il popolo palestinese è una nazione imprigionata ed i prigionieri palestinesi sono lo specchio di questa dolorosa realtà.”

Il portavoce dell’ANP Youssef al-Mahmoud si è anche congratulato con gli scioperanti per “aver realizzato i loro obiettivi.”

I nostri eroici prigionieri hanno ottenuto una nuova vittoria nella loro leggendaria resistenza”, ha detto, aggiungendo che il governo proseguirà nei suoi sforzi per “garantire che tutti i prigionieri palestinesi vengano liberati senza eccezioni né condizioni.”

Ha anche invitato a porre termine alle divisioni politiche in Palestina ed a lavorare per riconquistare l’unità nazionale per sostenere i palestinesi nell’affrontare le loro sfide.

Al contempo, il membro del comitato centrale di Fatah Jamal Muheisin e Qaraqe hanno tenuto una conferenza stampa in piazza Yasser Arafat a Ramallah per annunciare la “vittoria” dello sciopero della fame. Il comitato nazionale a sostegno dello sciopero ha anche emesso una dichiarazione dicendo che gli scioperanti hanno conseguito un “leggendario trionfo, costringendo il governo di occupazione a negoziare con i leader dello sciopero e con Marwan Barghouthi, dopo aver rifiutato di trattare per 40 giorni.”

La dichiarazione ha sottolineato che “l’epico sciopero della fame” ha riportato l’unità tra i palestinesi nelle prigioni israeliane e ha rinverdito lo spirito di solidarietà nazionale, che è riuscito a “sconfiggere i disegni dell’occupante.”

La dichiarazione ha aggiunto che nella giornata di sabato sarebbero state diffuse ulteriori informazioni riguardo ai dettagli dell’accordo tra I dirigenti dell’IPS e gli scioperanti.

I palestinesi incarcerati da Israele hanno attuato diversi scioperi della fame, che hanno visto la morte di parecchi scioperanti durante gli scioperi, a causa della politica israeliana di alimentazione forzata dei prigionieri, da quando l’esercito israeliano ha occupato la Cisgiordania, compresa Gerusalemme est e Gaza, nel 1967.

Le loro richieste andavano dal pretendere cibo di migliore qualità al porre fine alla tortura nelle prigioni israeliane.

Secondo l’associazione Addameer per i diritti dei prigionieri, fino ad aprile erano incarcerati nelle prigioni israeliane 6.300 palestinesi, che in maggioranza sono detenuti all’interno del territorio israeliano, in violazione del diritto internazionale che vieta di detenere palestinesi della Cisgiordania e di Gaza al di fuori dei territori occupati.

Mentre le autorità israeliane definiscono i palestinesi “prigionieri di sicurezza”, gli attivisti e le associazioni per i diritti hanno a lungo considerato i palestinesi detenuti da Israele come prigionieri politici ed hanno sistematicamente condannato l’uso israeliano delle carceri come mezzo per destabilizzare la vita politica e sociale palestinese nei territori occupati.

Addameer ha riferito che il 40% della popolazione maschile palestinese è stata detenuta dalle autorità israeliane in un certo momento della sua vita.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)