Israele uccide sette palestinesi durante le proteste della Marcia del Ritorno di Gaza

Redazione di Middle East Eye

Venerdì 12 ottobre 2018, Middle East Eye

Due minori tra quelli uccisi nell’enclave assediata, e 140 persone , tra cui 45 bambini, 8 donne e 2 paramedici, feriti da proiettili veri

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi durante le proteste nella zona orientale della Striscia di Gaza nei pressi della barriera militare che separa da Israele il territorio palestinese assediato.

Ashraf Al-Qudra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, ha detto ai giornalisti che venerdì sei palestinesi sono stati uccisi e altri 112 sono stati feriti quando soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro manifestanti nella zona orientale della Striscia di Gaza.

Migliaia di palestinesi si sono uniti alle manifestazioni come parte delle proteste della Marcia del Ritorno che è iniziata il 30 marzo per chiedere la fine del blocco israeliano, durato undici anni, e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro città d’origine in quello che ora è Israele.

Oudra ha affermato che quattro palestinesi – Ahmad al-Taweel, 27 anni, Mohamed Ismail, di 29, Ahmad Abu Ne’eim, di 17, e Abdullah al-Daghma, di 25 – sono stati uccisi a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza.

Ha detto che Tamer Abu Ermanah, 27 anni, è stato colpito a morte dai soldati israeliani a est della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Ha sostenuto che soldati israeliani hanno sparato e ucciso anche Afifi Mahmoud Afifi, 18 anni, nella zona orientale di Gaza City.

Venerdì sera il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che un settimo palestinese era stato ucciso. Il suo nome è Mohammed Abbas.

Il ministero della Salute afferma che 192 manifestanti palestinesi sono rimasti feriti. Di questi 140 persone – compresi 45 minori, otto donne e due infermieri – sono stati colpiti da proiettili veri.

Un fotografo di Middle East Eye a Gaza ha aggiunto che tre giovani palestinesi si sono avvicinati alla barriera militare israeliana, l’hanno attraversata e si sono scazzottati con cecchini israeliani situati a ovest della barriera.

L’esercito israeliano sostiene che circa 14.000 “rivoltosi e manifestanti” si sono riuniti in vari luoghi lungo il confine. In un comunicato l’esercito ha detto che le truppe “hanno individuato un certo numero di assalitori che si sono arrampicati sulla rete di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza.”

Ha affermato che hanno collocato un “ordigno esplosivo” che è scoppiato e “ha dato fuoco alla barriera.”

L’esercito israeliano ha detto che in seguito gli uomini si sono avvicinati a un posto di frontiera israeliano e sono stati colpiti. “Gli assalitori sono stati uccisi,” ha sostenuto, senza dire quante persone sono state colpite.

Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato che venerdì, in risposta alle proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha annunciato la sospensione della fornitura di combustibile a Gaza.

Il principale valico di frontiera per fornire combustibile a Gaza è stato chiuso da Israele per settimane in due diverse occasioni in luglio e in agosto.

Chi critica questa strategia la descrive come una punizione collettiva per i palestinesi.

Lo scorso mese il Qatar ha accettato di pagare per la fornitura di combustibile per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia assediata.

Dall’inizio delle proteste il 30 marzo il fuoco israeliano ha ucciso a Gaza almeno 203 palestinesi. La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa durante manifestazioni sul confine, benché altri siano morti per attacchi aerei e colpi sparati da carri armati.

Da quando le proteste sono iniziate è rimasto ucciso un soldato israeliano.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

 




Lara Alqasem sta danneggiando la campagna palestinese di boicottaggio?

Ali Abunimah

10 ottobre 2018, Electronic Intifada

Per qualcuno Lara Alqasem sta prendendo una posizione corretta insistendo che le dovrebbe essere consentito di studiare all’università Ebraica di Gerusalemme, nonostante i tentativi del governo israeliano di deportarla.

È istintivo e naturale stare dalla parte di qualunque palestinese, soprattutto quando è arrestato da Israele e in tal senso merita solidarietà.

Ma le sue azioni meritano uno sguardo più attento dal punto di vista del loro impatto sui tentativi da parte dei palestinesi di far pagare ad Israele la catastrofica e continua violazione dei loro diritti umani.

Da questo punto di vista la decisione di Alqasem di iscriversi all’università Ebraica viola e danneggia direttamente la campagna palestinese per boicottare le istituzioni israeliane complici del regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid, soprattutto in quanto il suo caso è diventato una questione di politica internazionale.

Ingresso negato

La ventiduenne cittadina statunitense con nonni palestinesi è atterrata all’aeroporto Ben Gurion il 2 ottobre e le è stato negato l’ingresso [in Israele], nonostante avesse un visto per studio rilasciato dal consolato israeliano a Miami per frequentare un dottorato.

Il pretesto per negarle l’ingresso è la sua precedente adesione all’università alla sezione della Florida di “Studenti per la Giustizia in Palestina”, che appoggia il movimento BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – per i diritti dei palestinesi.

È parte della repressione in corso, guidata dal ministro per gli Affari Strategici Gilad Erdan, contro i sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Lara è stata la presidentessa della sezione di uno dei gruppi BDS più estremisti e pieni di odio contro Israele negli USA,” ha detto Erdan. “Israele non permetterà l’ingresso a quanti lavorano per danneggiare il Paese, indipendentemente dalle loro giustificazioni.”

Il governo israeliano ha basato la sua causa contro Alqasem su affermazioni fatte dal sito web antipalestinese “Canary Mission”.

Da quando è atterrata, Alqasem è stata arrestata all’aeroporto Ben Gurion in attesa di un procedimento giudiziario riguardo la decisione di averle negato l’ingresso.

Lunedì un giudice israeliano ha stabilito che rimanga agli arresti finché il suo caso non verrà risolto.

A “The Electronic Intifada” risulta che è stata fissata un’altra udienza per giovedì [11 ottobre].

Il governo israeliano insiste che Alqasem non è detenuta in quanto è libera di tornare negli USA quando vuole.

Richiesta di condanna

Martedì Erdan ha cambiato tono – vedendo evidentemente la possibilità di trasformare il caso di Alqasem in una vittoria per la propaganda israeliana.

Se Lara Alqasem domani dirà con la sua voce, non attraverso ogni sorta di avvocati o dichiarazioni che possono essere fraintese, che il sostengo al BDS non è legittimo e di essere pentita per quello che ha fatto, sicuramente riconsidereremo la nostra posizione,” ha affermato Erdan.

In effetti Alqasem, attraverso i suoi legali e la sua famiglia, ha già chiarito che, se mai ha appoggiato il movimento non violento guidato dai palestinesi per fare pressione su Israele affinché ponga fine ai suoi crimini contro i palestinesi, ora non lo fa più.

Nel suo appello Alqasem ha sostenuto di non aver mai partecipato attivamente a campagne di boicottaggio ed ha promesso al tribunale che non le promuoverà in futuro,” ha riportato l’Associated Press [agenzia di stampa USA, ndtr.].

Stiamo parlando di una persona che vuole semplicemente studiare in Israele, che non sta boicottando nessuno,” ha detto all’AP il suo legale, Yotam Ben-Hillel. “Non fa neanche più parte dell’organizzazione studentesca.”

Può aver criticato alcune politiche israeliane in passato, ma rispetta la società e la cultura israeliane,” ha detto all’AP la madre di Lara, Karen Alqasem. “Per lei ciò non è una contraddizione.”

Causa importante

Nel frattempo Alqasem è diventata una causa importante per sionisti sia progressisti che di destra.

Ha ricevuto la visita di parlamentari del partito di sinistra israeliano Meretz, che, come i suoi avversari sionisti di destra, si oppone a qualunque ritorno di rifugiati palestinesi alle loro case in quello che ora è Israele perché non sono ebrei.

L’università Ebraica, un’istituzione complice nel furto delle terre palestinesi e in altre forme di discriminazione, e che si oppone al movimento BDS, ha chiesto di unirsi al suo ricorso legale.

E sulla pagina delle opinioni del “The New York Times” anche Bari Weiss e Bret Stephens, due editorialisti di destra, strenuamente filo-israeliani, si sono schierati in difesa di Alqasem.

Gli israeliani hanno buone ragioni per vedere la campagna BDS come una forma sottilmente dissimulata di fanatismo,” scrivono gli editorialisti, diffamandola come simile al boicottaggio nazista dei negozi ebraici. Cercano anche di legare “Studenti per la Giustizia in Palestina” al terrorismo, un’altra grossolana menzogna.

Eppure suggeriscono che lasciar entrare Alqasem potrebbe aiutare a “contrastare una pericolosa tendenza tra i giovani ebrei americani, che sono sempre più distanti da Israele a causa della sua politica intransigente.”

Weiss ha combattuto strenuamente contro la libertà accademica dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani alla Columbia University, quando è stata una studentessa, eppure senza la minima traccia di ironia ora difende Alqasem.

Tuttavia non c’è da sorprendersi che polemisti antipalestinesi come Stephens e Weiss vogliano vedere studenti come Alqasem oltrepassare i picchetti del boicottaggio.

Violare il boicottaggio

Ma il PACBI – la campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale di Israele – ha preso una posizione diversa e chiara. Il gruppo della campagna ha scritto a “The Electronic Intifada”:

Qualunque studente straniero, indipendentemente dalla sua identità, che si iscriva in una università israeliana complice [delle politiche israeliane], come l’università Ebraica, sta violando le fondamentali linee guida del BDS. Sconsigliamo vivamente questa iscrizione e qualunque altro rapporto con queste istituzioni complici.”

L’università Ebraica, come qualunque università israeliana, contribuisce al regime israeliano di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid. Queste istituzioni giocano un costante ruolo di pianificazione, messa in atto, giustificazione o occultamento delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi da parte di Israele,” ha aggiunto il PACBI.

Ci sono un paio di cose importanti da notare riguardo a questa dichiarazione – il suo riferimento a studenti stranieri così come a identità.

Qualcuno potrebbe sostenere che l’origine palestinese di Alqasem giustifica il fatto di frequentare l’università Ebraica. Ma non è il suo caso.

Le linee guida per il boicottaggio accademico del PACBI consentono a qualche palestinese – quelli con cittadinanza israeliana – di frequentare università israeliane, ma ciò non avviene solamente per la loro origine etnica palestinese.

Piuttosto è a causa del fatto che si trovano in un “rapporto obbligato” con lo Stato di Israele. In quanto contribuenti e cittadini – benché di seconda classe perché non sono ebrei – i palestinesi in Israele non hanno scelta se non frequentare le scuole e le università israeliane per realizzare il loro diritto allo studio rimanendo risolutamente nella loro patria.

La loro situazione è quindi simile a quella dei sudafricani neri che lottavano per accedere e frequentare le università del regime di apartheid nel loro Paese, o degli afro-americani che hanno continuato a frequentare le istituzioni razziste come parte della lotta per i diritti civili per imporre la fine della segregazione.

Questa analisi del “rapporto obbligato” può presumibilmente essere estesa ai palestinesi che vivono nella Cisgiordania occupata, soprattutto a Gerusalemme est, dove le scelte educative per i palestinesi sono fortemente limitate da Israele.

Ma è difficile vedere come si possa applicare a qualcuno come Alqasem, una studentessa straniera che con la sua cittadinanza USA non dipende dalle istituzioni educative israeliane.

Anche il desiderio personale di Alqasem – condiviso da molti palestinesi della diaspora – di essere legata alla sua patria d’origine è comprensibile, ma come cittadina americana ha già la possibilità di fare quello che per milioni di rifugiati palestinesi senza Stato rimane un sogno.

Con il suo passaporto USA Alqasem è formalmente in grado di visitare la Palestina storica – o di iscriversi a un’università palestinese – anche se a causa della discriminazione arbitraria di Israele, ai palestinesi americani viene spesso negato l’ingresso.

Eppure, come dimostra il suo caso, prendersi il disturbo di ottenere un visto per studio da Israele non dà maggiori garanzie di ingresso.

Pagare un prezzo

Sarebbe particolarmente spiacevole se Alqasem decidesse di rinnegare l’appello al boicottaggio mentre altri stanno pagando un prezzo per rispettarlo.

Questa settimana al professore dell’università del Michigan John Cheney-Lippold sono stati negati un aumento [di stipendio] e un anno sabbatico come punizione per aver rifiutato di scrivere una lettera di presentazione a una studentessa per un programma di studio all’estero in Israele.

Se una studentessa avesse voluto frequentare un programma di studio all’estero in una istituzione del Sud Africa durante l’apartheid, aveva spiegato in precedenza Cheney-Lippold, “anche in quel caso avrei rifiutato di scrivere una lettera per lei.”

E USACBI, un gruppo con sede negli USA che appoggia il boicottaggio accademico, ha lanciato una grande campagna contro i programmi di studio all’estero in Israele.

Gli organizzatori della campagna sostengono che, poiché Israele regolarmente e arbitrariamente nega l’ingresso a persone di origine araba, mediorientale o musulmana, questi programmi di studio all’estero violano le clausole di parità di diritti nelle istituzioni educative.

Come singolo individuo Alqasem è ovviamente libera di acconsentire alla richiesta di Israele di denunciare pubblicamente il BDS in cambio di un beneficio personale. Ma se lo farà danneggerà i tentativi collettivi di gente in tutto il mondo per porre fine alla brutale repressione dei palestinesi da parte di Israele.

L’avvocato di Alqasem, Yotam Ben-Hillel, ha risposto ad una richiesta da parte di “The Electronic Intifada” di un commento dicendo che si sarebbe incontrato di persona con un rappresentante della rivista a Gerusalemme – una condizione impossibile dato che la rivista non ha un rappresentante là.

Allora ha risposto a un collaboratore chiedendogli di parlare per telefono o con Skype, o di fornire risposte scritte alle domande inviate da “The Electronic Intifada”, dicendo di essere troppo occupato per farlo prima dell’udienza di giovedì per il caso di Alqasem.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Appena comincia la raccolta delle olive, i coloni attaccano

Yumna Patel

11 ottobre 2018, MONDOWEISS

Il tempo è finalmente arrivato: gli abitanti di Turmusayya, un rigoglioso villaggio palestinese incastonato in una valle tra Ramallah e Nablus, nella parte centrale della Cisgiordania occupata, hanno avuto il permesso delle autorità israeliane per andare a raccogliere le olive dei loro alberi.

Questa possibilità viene concessa solo due volte all’anno: due giorni in primavera per coltivare la loro terra e due giorni in autunno per raccogliere le olive.

Pieni di eccitazione e della sensazione di urgenza, i contadini sono arrivati ai loro campi coltivati, che sono circondati da una colonia e da un avamposto israeliani. Quando sono arrivati, sono rimasti sconvolti nel vedere decine di alberi abbattuti, sradicati e marciti.

I 40 ulivi erano di proprietà del settantottenne palestinese Mahmoud al-Araj, che aveva curato gli alberi da quando era un ragazzino.

Alcuni di quegli alberi hanno 40, 50, 60, 70 anni”, dice a Mondoweiss al-Araj, seduto all’ombra di un grande ulivo con il tronco che è stato squarciato.

Ho coltivato queste piante, questa terra, da quando ero ragazzo. Aiutavamo le nostre famiglie e abbiamo faticato su questa terra per poter mantenere i nostri figli e le future generazioni,” dice.

Additando l’avamposto israeliano illegale di Adei Ad, costruito su terreni di Turmusayya, a poche centinaia di metri di distanza, l’angoscia nella voce di al-Araj si accentua.

Abbiamo dato tutto quello che abbiamo per la nostra terra e per questi alberi, e ora i coloni arrivano e distruggono tutto.”

Gli attacchi dei coloni sono una parte ‘inevitabile’ del raccolto

Quando abbiamo visto gli alberi in queste condizioni, non abbiamo chiamato Mahmoud perché avevamo paura che gli venisse un infarto,” dice a Mondoweiss Said Hussein, un parente di Al-Araj, mentre lo aiuta su per l’accidentato sentiero verso il suo uliveto. Hussein, che gestisce una serie di attività commerciali in America, passa il suo tempo tra Chicago e il suo luogo di nascita, Turmusayya. È proprietario di vari acri di terreno nel villaggio, a molti dei quali non può assolutamente accedere.

Sono proprietario di 114 dunum (11,4 ettari) di terra all’interno e attorno a Turmusayya,” dice Hussein a Mondoweiss, indicando le colline ondulate in lontananza, “ma ho accesso solo a circa 30 dunum. E anche per questi 30 dunum devo avere il permesso degli israeliani per accedervi.”

Hussein dice che la sua famiglia era proprietaria di circa 1.000 ulivi sulla terra del villaggio. Ora questo numero di aggira tra i 150 e i 200 alberi. “Prima che arrivassero i coloni, ci divertivamo a venire qui al terreno non solo per lavorarci, ma per starci in famiglia e persino per fare un picnic,” dice Hussein, sorridendo mentre rammenta bei ricordi della sua giovinezza.

Ogni venerdì venivamo qui a sederci sotto gli alberi a mangiare e a divertirci insieme,” dice. “Ora possiamo solo venire qui quattro giorni all’anno, e non possiamo neanche godercelo perché cerchiamo di fare il lavoro in tempo.”

Secondo Hussein, le restrizioni israeliane sui contadini di Turmusayya sono iniziate nel 1998, lo stesso anno in cui è stato costruito l’avamposto di Adei Ad.

Ci hanno reso sempre più difficile l’accesso alla terra, finché, intorno al 2002, è stato ufficializzato che dovevamo avere l’autorizzazione israeliana per accedere ai terreni,” dice.

Hussein sostiene che quattro giorni all’anno non sono praticamente sufficienti per occuparsi degli ulivi e della terra.

Questi alberi li devi amare e te ne devi prendere cura come se fossero figli tuoi. La terra ha bisogno di lavoro continuo per togliere le erbacce, potare i rami degli alberi, e via di seguito,” dice. “Come potremmo fare tutto questo solo in pochi giorni?”

E poi, quando abbiamo la fortuna di venirci, non possiamo neanche goderci pienamente la terra perché dobbiamo continuamente guardarci le spalle per via dei coloni che arrivano a tormentarci e ad attaccarci mentre stiamo lavorando,” continua.

Hussein raccontato a Mondoweiss di essere stato vittima di diversi attacchi da parte dei coloni nel corso degli anni.

Hanno cosparso i miei alberi con veleno e li hanno uccisi, hanno abbattuto e sradicato alberi e hanno incendiato la mia macchina e rotto le mie finestre mentre stavo lavorando sul terreno,” ha affermato.

L’attacco dei coloni è diventato parte inevitabile della raccolta delle olive,” dice scuotendo la testa. “È stabilito che accada ogni anno.”

Gli ulivi sono nemici dei coloni”

I casi di Hussein e al-Araj non sono gli unici. A Turmusayya circa il 60% dei [circa] 1.760 ettari di terra del villaggio si trovano nell’Area C – la zona della Cisgiordania sotto totale controllo israeliano per la sicurezza e amministrativo in cui sono vietati l’edificazione o i lavori agricoli da parte dei palestinesi.

La maggior parte della terra nell’Area C è agricola, per lo più coltivata a ulivi, così come a vigna, grano e altre colture.

Secondo il funzionario del comune Wadi Abu Awwad, 65 anni, direttore dei servizi topografici a Turmusayya, tutti gli 11.000 abitanti di Turmusayya sono proprietari di qualche appezzamento di terra agricola nella zona, rendendo l’agricoltura uno degli aspetti più significativi della vita del villaggio.

Turmusayya è circondato da cinque colonie e avamposti israeliani a nord e a est del villaggio, esponendolo a frequenti attacchi dei coloni.

Dal 1990, o persino prima, Turmusayya e i villaggi attorno a noi hanno sofferto molto,” dice a Mondoweiss Abu Awwad nel suo ufficio del Comune. “Nel corso degli anni i coloni hanno tagliato migliaia di ulivi, hanno danneggiato e bruciato le auto della gente e i loro attacchi hanno causato la morte di quattro persone.”

Abu Awwad dice che nel 2014 i coloni hanno abbattuto circa 2.000 alberi. “Fanno tutto il possibile per farci lasciare la terra, fanno buchi negli alberi, li avvelenano e li cospargono con pesticidi.”

Durante il suo incarico presso il Comune, Abu Awwad ha presentato più di 93 ricorsi alle autorità israeliane contro i coloni. Dice che neanche uno ha portato neppure a un arresto.

I soldati dicono sempre che non abbiamo prove e cercano di sostenere che forse abbiamo ‘nemici’ nel villaggio che tagliano gli alberi.”

Pochi anni fa, secondo Abu Awwad, un colono perse la sua carta d’identità sulla scena di un attacco contro gli ulivi. “Abbiamo mostrato il documento ai soldati e abbiamo detto: ‘Guardate, abbiamo una prova”, ma hanno detto che non era sufficiente, e che al colono era semplicemente successo di perdere la sua carta d’identità nella zona.”

Ma siamo certi che ogni volta che c’è un attacco contro gli alberi o una proprietà del villaggio sono stati i coloni,” dice.

Come mai perdiamo alberi solo nelle zone vicino alle colonie? La valle di Turmusayya è vasta, e ci sono molti alberi nel villaggio che non sono mai stati toccati. È perché i coloni non vi hanno accesso.”

Abu Awwad, come molte altre vittime palestinesi degli attacchi dei coloni, crede che i coloni prendano di mira l’agricoltura come parte di una strategia a lungo termine per cacciare i palestinesi dalle loro terre.

Gli ulivi sono un nemico dei coloni. Perché, se sulla tua terra sono piantati gli alberi, significa che continuerai a starci,” dice. “Loro vogliono che la terra non sia coltivata in modo che possano averla in base alla legge ottomana che dice che se non coltivi la terra per 5 anni il governo ha il diritto di appropriarsene.”

Nonostante decenni di attacchi da parte dei coloni, Abu Awwad sostiene di aver fiducia che il popolo di Turmusayya non se ne andrà mai dalla sua terra.

Pensano che tagliando gli alberi loro possono fare in modo che i contadini si arrendano, ma ciò non è mai successo e non succederà mai,” dice.

Ogni volta che li tagliano, noi torniamo sempre e li ripiantiamo.”

Yumna Patel è una giornalista multimediale che vive a Betlemme, Palestina.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Amnesty International: ‘La demolizione di Khan al-Ahmar è un crimine di guerra’

3 ottobre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) – Martedì Amnesty International ha dichiarato che la demolizione del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ad est di Gerusalemme occupata, ed il trasferimento dei suoi abitanti da parte delle forze israeliane come parte di un piano illegale israeliano di espansione delle colonie è un “crimine di guerra”. Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nordafrica, ha denunciato la programmata demolizione israeliana di Khan al-Ahmar ed ha sottolineato che “questa azione non solo è spietata e discriminatoria, ma è illegale.”

La demolizione del villaggio porterebbe al trasferimento di 181 abitanti, il 53% dei quali sono minori e il 95% rifugiati registrati presso l’UNRWA, Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi. A settembre l’Alta Corte israeliana ha respinto un appello contro la demolizione del villaggio ed ha sentenziato a favore della sua evacuazione e demolizione, concedendo ai residenti un periodo fino al 1 ottobre perché se ne vadano.

L’Alta Corte israeliana ha deciso la demolizione sulla base della mancanza dei permessi di costruzione israeliani, quasi impossibili da ottenere, cosa che le Nazioni Unite hanno detto essere la conseguenza del regime urbanistico e di pianificazione discriminatorio praticato nell’area C – l’oltre 60% della Cisgiordania occupata sotto completo controllo israeliano.

Gli accordi di Oslo del 1995 tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e le autorità israeliane hanno diviso la Cisgiordania in tre settori: le aree A, B e C. L’area A, comprensiva delle popolose città palestinesi e che rappresenta il 18% della Cisgiordania, sarebbe stata sotto il controllo dell’appena costituita Autorità Nazionale Palestinese (ANP), mentre l’area B sarebbe rimasta sotto il controllo dell’esercito israeliano, e all’ANP sarebbe spettato quello per l’amministrazione civile.

Invece l’area C, la maggior parte della Cisgiordania, è stata posta sotto il completo controllo militare israeliano e include la maggioranza delle risorse naturali e degli spazi liberi sul territorio palestinese. In base agli accordi di Oslo, era previsto che la terra sotto controllo israeliano sarebbe stata gradualmente trasferita all’ANP entro un periodo di 5 anni.

Tuttavia, circa due decenni dopo, la terra continua ad essere sotto il controllo israeliano.

L’area C, insieme a Gerusalemme est – considerata la capitale di un futuro Stato palestinese come parte di una soluzione a due Stati – è stata terreno della rapida espansione degli insediamenti, mentre il muro israeliano di separazione ha ulteriormente diviso le comunità palestinesi ed ha posto restrizioni ai palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza anche rispetto alla possibilità di andare a visitare quella che doveva essere la loro capitale.

Lunedì Amnesty International, insieme a Jewish Voice for Peace (Voci Ebraiche per la Pace, organizzazione ebraica statunitense contraria all’occupazione, ndtr.), ha lanciato una campagna sui social media nei confronti del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [occupati], un’unità del ministero della Difesa israeliano che è responsabile di attuare la politica del governo nell’area C.

La campagna afferma che “le politiche di Israele di insediamento di civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, di arbitrarie distruzioni delle proprietà e di trasferimenti forzati di palestinesi che vivono sotto occupazione, costituiscono violazioni della Quarta Convenzione di Ginevra e sono crimini di guerra previsti dallo Statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso e trasferito con la forza intere comunità e demolito più di 50.000 case e strutture palestinesi.

Amnesty International ha dichiarato: “Dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di questa demolizione, i residenti di Khan al-Ahmar vedono ora avvicinarsi il giorno terribile in cui vedranno le loro case, possedute da generazioni, crollare davanti ai loro occhi.”

Ha sottolineato che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar si configura come un crimine di guerra”, specificando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e delle esistenze palestinesi per fare spazio alle colonie.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Giudice USA blocca una legge contro il boicottaggio in Arizona

Ali Harb

venerdì 28 settembre 2018, Middle East Eye

Più di 20 Stati hanno approvato leggi contro il BDS, ma in gennaio una normativa simile è stata sospesa da un giudice nel Kansas.

Giovedì un giudice statunitense ha sospeso una legge dell’Arizona che vieta allo Stato di mantenere rapporti con collaboratori esterni che boicottano Israele.

La sentenza è stata il secondo colpo alle leggi contro il boicottaggio a livello statale, dopo che in gennaio un giudice aveva bloccato una norma simile in Kansas.

Mikkel Jordahl, un avvocato che gestisce un proprio ufficio legale e ha un contratto con lo Stato come legale dei detenuti, lo scorso anno ha fatto causa all’Arizona rifiutandosi di firmare una dichiarazione in cui diceva di non essere impegnato nel boicottaggio di Israele.

Giovedì la giudice Diane Humetewa ha sentenziato a favore di Jordahl, imponendo un provvedimento inibitorio sulla legge, che secondo lei viola il diritto costituzionale a “boicottaggi politici collettivi”.

Humetewa ha affermato che chiedere a chi ha un contratto con lo Stato di dichiarare che non boicotta Israele “lede il carattere significativo dei boicottaggi politici collettivi, congelando la possibilità del querelante di unirsi alla più complessiva richiesta di un cambiamento politico.”

Jordahl aveva detto di essere stato indotto al boicottaggio di imprese che appoggiano l’occupazione israeliana dei territori palestinesi dalla campagna “Peace Not Walls” [Pace Non Muri] della Chiesa luterana evangelica in America.

Citando una serie di precedenti, Humetewa ha sentenziato che i boicottaggi politici che intendono raggiungere un fine comune riguardano la libertà di parola.

Una restrizione della possibilità di un singolo di partecipare a un appello collettivo per opporsi a Israele indiscutibilmente rappresenta un limite per imprese che desiderano impegnarsi in un simile boicottaggio ad esprimersi, come garantito [dalla legge],” ha scritto la giudice. “Il tipo di azione collettiva presa di mira dalla legge riguarda specificamente i diritti di riunione e associazione di cui gli americani e i cittadini dell’Arizona usufruiscono ‘per promuovere cambiamenti politici, sociali ed economici.’”

Jordahl ha affermato che le politiche dello Stato devono essere valutate in base alla Costituzione USA, che concede una totale protezione alla libertà di parola.

Non penso che i nostri legislatori abbiano il diritto di derogare dai diritti del nostro Primo Emendamento,” ha detto a Middle East Eye.

L’Arizona ha approvato la sua legge contro il boicottaggio nel 2016. Jordahl dice di aver firmato controvoglia la dichiarazione quell’anno. Ma dopo un viaggio in Israele e nei territori palestinesi ha rifiutato di acconsentire alla dichiarazione contro il boicottaggio per rinnovare il suo contratto.

Quando sono tornato e mi è stato chiesto di firmare di nuovo questa certificazione, semplicemente non l’avrei potuto fare perché per me sarebbe stata una vergogna,” ha detto l’avvocato. “Non ha niente a che fare con i miei contratti locali. Ma qui lo Stato dell’Arizona mi sta obbligando a dire come non posso spendere il mio denaro. Semplicemente non voglio sostenere affari che traggano profitto dall’occupazione in Cisgiordania. Spetta me [deciderlo], non a loro.”

L’“Unione Americana per le Libertà Civili” [Ong Usa che si occupa di diritti civili e individuali, ndtr.], che ha appoggiato Jordahl nel contenzioso, ha accolto favorevolmente la sentenza di Humetewa.

I boicottaggi politici sono una forma di protesta non violenta difesa dalla Costituzione,” ha detto giovedì in un comunicato Kathy Brody, responsabile giuridica dell’ACLU in Arizona. “La sentenza di oggi sostiene il concetto che il governo non ha il diritto di dire alle persone – neanche a quelle contrattate dallo Stato – quali cause possano o non possano appoggiare.”

Più di 20 Stati USA hanno approvato leggi che limitano il boicottaggio di Israele nel tentativo di lottare contro il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS).

Chi critica queste leggi dice che i governi degli Stati stanno cercando di mettere a tacere il dibattito sulla Palestina, violando la libertà di espressione e la costituzione USA.

L’avvocato dell’ACLU Brian Hauss ha detto che la decisione dell’Arizona dovrebbe mandare un “messaggio forte” ai legislatori in tutti gli USA.

Il diritto al boicottaggio è vivo e vegeto negli Stati Uniti e i governi degli Stati non dovrebbero cercare di utilizzare i propri mezzi finanziari nei confronti di chi ha contratti con lo Stato per impedire la libertà di parola,” ha detto Hauss in un comunicato.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Venerdì di sangue mentre Gaza segna sei mesi di proteste

Maureen Clare Murphy

29 settembre 2018, The Electronic Intifada

Venerdì ha segnato quella che il ministro della Salute di Gaza ha definito come la singola giornata più sanguinosa delle proteste della “Grande Marcia del Ritorno” dal 14 maggio, quando le forze di occupazione israeliane hanno ferito a morte più di 60 palestinesi.

Venerdì sette palestinesi, tra cui due minori, sono stati uccisi, a due giorni dal compimento di sei mesi dall’inizio delle proteste.

I due bambini sono stati identificati come Nasir Azmi Musbah, 11 anni, colpito alla testa a est di Khan Younis, e Muhammad Nayif Yusif al-Hawm, 14 anni, colpito al petto a est di Bureij.

A Bureij, nel centro di Gaza, è stato ucciso anche un adulto, Muhammad Ashraf al-Awawdeh, 25 anni, colpito al petto da un proiettile vero. E nel sud, a Khan Younis, Muhammad Ali Muhammad Inshasi, 18 anni, è stato colpito allo stomaco.

Altri tre sono stati uccisi a est di Gaza City: Iyad Khalil Ahmad al-Shaer, 18 anni, colpito al petto; Muhammad Bassam Muhammad Shakhsa, 24 anni, colpito alla testa; Muhammad Walid Haniyeh, 32 anni, colpito al volto.

Secondo l’associazione per i diritti umani “Al Mezan”, con sede a Gaza, durante le proteste di venerdì più di 250 palestinesi sono rimasti feriti, 163 dei quali da pallottole vere, compresi 20 minori.

Secondo “Al Mezan” tra i feriti ci sono un paramedico e quattro operatori dei media, compreso il giornalista Haneen Mahmoud Suleiman Baroud, 23 anni, colpito direttamente alla testa da un candelotto lacrimogeno.

Un video pubblicato da mezzi di informazione palestinesi mostra i momenti successivi al ferimento di un uomo alla nuca durante le proteste a est di Gaza City venerdì.

L’uomo era insieme a un gruppo che comprendeva anche donne e bambini che sventolavano bandiere nei pressi della barriera lungo il confine tra Gaza e Israele.

Non è risultato subito chiaro se l’uomo ferito fosse tra quanti sono morti in seguito alle ferite riportate.

I media palestinesi hanno anche reso pubblico un video che mostra un’infermeria che si dispera sul corpo di suo fratello Nasir Azmi Misbah, il bambino ucciso, nella sala mortuaria di un ospedale.

Al Mezan” condanna il “persistente silenzio della comunità internazionale” che incoraggia la prosecuzione delle uccisioni “senza nessun timore di conseguenze.”

Dopo la sua morte, le foto dell’undicenne Nasir Azmi Musbah sono state diffuse nelle reti sociali.

150 uccisi durante le proteste

L’uso di forza letale contro manifestanti disarmati di venerdì da parte di Israele è tipico delle sue azioni nel corso della “Grande Marcia del Ritorno”, durante la quale più di 150 palestinesi sono stati uccisi, compresi 28 minori, 3 persone con disabilità, 3 paramedici e 2 giornalisti.

Oltre a quanti sono morti durante le proteste, dal 30 marzo altri 52 palestinesi di Gaza sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane e Israele sta trattenendo i corpi di 10 di essi.

Il fuoco letale contro manifestazioni di massa a Gaza è oggetto di una continua indagine avviata dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, a cui questa settimana è stato detto da gruppi per i diritti umani che non ci sono prove che neppure un solo dimostrante ucciso da Israele durante la “Grande Marcia del Ritorno” fosse armato.

La violenza israeliana ha anche provocato un avvertimento senza precedenti da parte della procura generale della Corte Penale Internazionale, che ha affermato che i dirigenti israeliani potrebbero dover affrontare un processo per l’uccisione di manifestanti disarmati.

La procuratrice, Fatou Bensouda, questa settimana a New York, durante l’Assemblea Generale dell’ONU, si è incontrata con il ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese Riyad al-Maliki.

L’economia di Gaza “in caduta libera”

Questa settimana la Banca Mondiale ha affermato che l’economia di Gaza è “in caduta libera” in seguito a più di un decennio di blocco, ad una serie di attacchi militari israeliani e alla divisione interna tra le fazioni palestinesi.

L’economia di Gaza ha subito una contrazione del 6% nel primo trimestre di quest’anno, “con indicazioni di un ulteriore peggioramento da allora.”

Il risultato è una situazione allarmante, con una persona su due che vive in povertà e il tasso di disoccupazione a più del 70% della sua popolazione giovanile, che rappresenta la maggioranza,” ha aggiunto la Banca Mondiale.

La situazione economica e sociale a Gaza è andata peggiorando per oltre un decennio, ma è crollata negli ultimi mesi ed ha raggiunto un punto critico,” ha sostenuto Marina Wes, direttrice [della Banca Mondiale] per la Cisgiordania e Gaza.

Una crescente frustrazione sta alimentando maggiori tensioni che hanno già iniziato a sfociare in rivolta e a riportare indietro lo sviluppo umano della vasta popolazione giovanile della regione.”

L’inviato dell’ONU per il Medio Oriente Nickolay Mladenov la scorsa settimana ha detto al Consiglio di Sicurezza che “la crisi energetica a Gaza sta arrivando a un punto critico” in quanto le ultime riserve di carburante per tenere in funzione la sanità d’urgenza e le strutture idriche e fognarie fornite a Gaza si sono esaurite, con una mancanza di elettricità di circa 20 ore al giorno.

Ha aggiunto che medicine indispensabili “sono ad un livello minimo critico, con circa metà dei farmaci essenziali con scorte di meno di un mese e il 40% totalmente esaurite.”

Nel contempo il commissario generale dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, martedì ha detto che l’ente ha fondi sufficienti per tenere aperti scuole e ambulatori solo fino a metà ottobre.

Abbiamo ancora bisogno di circa 185 milioni di dollari per riuscire a garantire che tutti i nostri servizi, il sistema educativo, le cure mediche, i servizi di sostegno e sociali e il nostro lavoro d’emergenza, soprattutto in Siria e a Gaza, possano continuare fino alla fine dell’anno,” ha aggiunto Pierre Krähenbühl.

Due terzi dei due milioni di abitanti di Gaza sono rifugiati da terre dall’altra parte del confine con Israele. Più di metà degli abitanti di Gaza riceve aiuti alimentari dall’UNRWA, il cui bilancio per questi aiuti entro la fine dell’anno sarà esaurito.

Attualmente l’ONU fornisce aiuti alimentari a 1,3 milioni di persone a Gaza, rispetto alle sole 130.000 del 2005.

Lo scorso mese gli USA hanno annunciato che avrebbero smesso di finanziare l’UNRWA dopo aver congelato 300 milioni di dollari in aiuti a gennaio, facendo precipitare l’agenzia in una crisi finanziaria senza precedenti.

Gli USA hanno anche deciso di tagliare di altri 200 milioni di dollari l’aiuto bilaterale per la Cisgiordania e Gaza.

Nel contempo venerdì è stato avviato un procedimento contro gli USA presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia in merito allo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, che l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah afferma essere una violazione della Convenzione di Vienna [sulle relazioni diplomatiche e consolari, ndtr.].

(traduzione di Amedeo Rossi)




Proteste sulla costa di Gaza: un palestinese ucciso, altri 90 feriti

Palestine Chronicle

25 settembre 2018

Un palestinese di 21 anni è stato ucciso e altri 90 feriti lunedì sera, quando le forze israeliane hanno sparato proiettili veri contro le proteste nel nord della Striscia di Gaza assediata.

Centinaia di manifestanti palestinesi hanno raggiunto la barriera di confine navale a nord di Gaza vicino alla spiaggia di Zikim per partecipare ad una protesta con le barche partita dal porto di Gaza nel tentativo di rompere l’assedio che dura da quasi 12 anni.

Si sono visti manifestanti sventolare bandiere palestinesi e gettare in mare decine di copertoni incendiati come parte della protesta, mentre le forze israeliane hanno ripetutamente sparato proiettili veri e candelotti lacrimogeni verso i manifestanti e le barche.

Il ministero palestinese della Sanità di Gaza ha confermato che un palestinese, identificato come Muhammad Fayiz Abu al-Sadeq, è stato colpito ed ucciso dalle forze israeliane.

Il ministero ha confermato che altri 90 palestinesi sono stati feriti; le condizioni di salute dei manifestanti feriti restano ignote.

Altre fonti aggiungono che un fotoreporter, Muntaser al-Sawwaf, dell’agenzia turca di notizie Anadolu, è stato ferito da un candelotto lacrimogeno israeliano mentre riprendeva le proteste; anche la sua videocamera è stata danneggiata da un proiettile vero.

Come parte dell’assedio israeliano dell’enclave costiera dal 2007, l’esercito israeliano, adducendo preoccupazioni per la sicurezza, impone che i pescatori palestinesi della Striscia di Gaza operino entro una limitata “zona di pesca prestabilita”, i cui esatti limiti vengono decisi dalle autorità israeliane e sono stati modificati nel corso del tempo.

Negli anni sono stati fatti molti tentativi di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul perdurante assedio della Striscia di Gaza e di violarlo, con imbarcazioni che cercavano sia di far rotta verso Gaza che di uscire da Gaza.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Sono Mohammed Bakri, regista perseguitato da Israele

20 settembre 2018

Mohammed Bakri, è un attore, regista e sceneggiatore palestinese con cittadinanza israeliana. Da 15 anni è perseguitato da Israele e a gennaio 2019 dovrà subire l’ennesimo processo per diffamazione. La sua ‘colpa’? Essere l’autore di “Jenin, Jenin”, un documentario del 2002 che denuncia, attraverso i racconti di testimoni oculari, i crimini commessi dall’esercito israeliano durante l’attacco al campo-profughi di Jenin.

Sottotitoli a cura di Assopace Palestina,




Rapporto della Banca Mondiale: “Economia di Gaza in caduta libera”

25 settembre 2018, Ma’an News

BETLEMME (Ma’an) –Secondo un rapporto pubblicato martedì dalla Banca Mondiale, l’economia nella Striscia di Gaza assediata è in “caduta libera”; il rapporto sollecita un’azione urgente da parte di Israele e della comunità internazionale per evitare “un tracollo immediato”.

Il rapporto è stato pubblicato prima di una riunione ad alto livello del ‘Ad Hoc Liaison Committee [Commissione Ad Hoc di Collegamento] (AHLC)’ della Banca Mondiale, responsabile del coordinamento dell’assistenza allo sviluppo per i palestinesi, del 27 settembre.

Il rapporto segnala che il tasso di disoccupazione tra i giovani di Gaza è del 70%. Inoltre sottolinea le gravi difficoltà che l’economia palestinese deve affrontare ed identifica le future necessità.

Marina Wes, Direttrice Regionale della Banca Mondiale per la Cisgiordania e Gaza, ha detto che “una combinazione di guerra, isolamento e divisioni interne ha ridotto Gaza in una paralisi economica ed ha esacerbato le sofferenze della gente. Una situazione in cui la popolazione lotta per sbarcare il lunario, patisce una sempre peggiore povertà, una crescente disoccupazione e il deterioramento di servizi pubblici come la sanità, l’acqua e la rete fognaria, necessita di soluzioni urgenti, concrete e sostenibili.”

L’economia di Gaza è in caduta libera, registra una decrescita del 6% nel primo trimestre del 2018, con segnali di ulteriore deterioramento da allora in poi.”

Pur se il problema fondamentale resta l’assedio durato quasi 12 anni, un insieme di fattori ha recentemente influito sulla situazione a Gaza, che includono la decisione dell’Autorità Nazionale palestinese (ANP) di ridurre i pagamenti mensili verso Gaza di 30 milioni di dollari, la riduzione di 50-60 milioni di dollari annui del programma di aiuti ed i tagli ai programmi dell’UNRWA [Agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ndtr] da parte degli Stati Uniti.

La stessa ANP accusa un calo delle donazioni finanziarie e ha un deficit annuale di 1,24 miliardi di dollari.

Anche se la situazione attuale in Cisgiordania non è così terribile, la passata crescita dovuta ai consumi è instabile e si prevede un cospicuo rallentamento dell’economia nel prossimo futuro.

Wes ha aggiunto che “la situazione economica e sociale di Gaza è andata deteriorandosi per oltre un decennio, ma lo ha fatto in termini esponenziali nei mesi scorsi, raggiungendo un livello critico. La crescente frustrazione porta a crescenti tensioni che hanno già iniziato a sfociare in disordini e ad ostacolare lo sviluppo umano della numerosa popolazione giovanile della regione.”

Il rapporto insiste sulla necessità di un approccio equilibrato alla situazione di Gaza, che unisca un’immediata risposta alla crisi ad iniziative per costruire le condizioni per uno sviluppo sostenibile.

Tra le risposte immediate vi è il garantire la continuazione della fornitura dei servizi essenziali, come energia, acqua, educazione e salute. Servizi essenziali di questo genere sono cruciali per la vita degli abitanti e per il funzionamento dell’economia.

Un’ altra urgente necessità è “accrescere il potere d’acquisto delle famiglie, per rendere possibile un ritorno alle attività economiche di base e dare impulso a quelle tradizionali di sussistenza, estendendo la zona di pesca al di là delle molto ridotte tre miglia fino ad una distanza di 20 miglia come concordato negli anni ’90.”

La Banca Mondiale ritiene che, oltre ad una risposta alla crisi, “Israele potrebbe dare sostegno a condizioni favorevoli alla crescita economica eliminando le restrizioni al commercio e consentendo la mobilità di merci e persone, senza la quale la situazione economica a Gaza non migliorerà mai.”

Il rapporto della Banca Mondiale aggiunge che l’ANP dovrebbe dare inizio a politiche e progetti necessari allo sviluppo economico sostenibile, compreso il sostegno al commercio di servizi digitali, che potrebbero nel frattempo svolgere un ruolo trainante.

Wes ha sottolineato che “il capitale umano palestinese, con la sua popolazione giovane e relativamente ben istruita, potrebbe rappresentare un immenso potenziale. Una rinnovata attenzione verso la creazione di lavoro darà notevoli risultati in termini di sviluppo economico. È ora tempo per tutte le parti di unirsi e creare un contesto che generi opportunità per questi giovani.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)

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Come i tribunali spagnoli diventano terreno di scontro per i tentativi di Israele contro il BDS

Rebecca Stead

22 settembre 2018,Middle East Monitor

Il 4 settembre una corte distrettuale spagnola ha annullato una mozione di appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). La risoluzione era stata portata avanti dal consiglio comunale di Ayamonte, una piccola città sul confine con il Portogallo e chiedeva il bando di ogni rapporto con imprese o organizzazioni israeliane.

A fine agosto due Comuni spagnoli, Villarrobledo e Sagunto, hanno revocato il sostegno al BDS pochi mesi dopo aver dichiarato le loro città “spazio libero dall’apartheid israeliano.” Sono solo due di circa 60 città e cittadine spagnole che hanno manifestato il proprio appoggio al movimento BDS negli ultimi due anni. Tra queste Valencia – la terza città più grande della Spagna – che si è unita al BDS facendo riferimento alle atrocità commesse da Israele contro i palestinesi che all’inizio di quest’anno hanno partecipato alla “Grande Marcia del Ritorno” nella Striscia di Gaza assediata.

Quindi, perché questo voltafaccia? Un filo rosso che unisce i tre casi succitati è ACOM, o “Acción y Comunicación sobre Oriente Medio” (Azione e Comunicazione sul Medio Oriente). ACOM si definisce un’“organizzazione a-confessionale e indipendente che intende intensificare i rapporti politici tra la Spagna e Israele lavorando con i governi, i partiti politici, i media e la società civile.” Eppure, lungi dall’agire come un’organizzazione indipendente, ACOM è stata in prima fila nei tentativi di Israele per contrastare l’appoggio al BDS, coinvolgendo nel farlo i tribunali spagnoli in un braccio di ferro.

Nel caso di Ayamonte, ACOM ha presentato una causa legale presso il tribunale distrettuale perché la risoluzione BDS del consiglio comunale venisse annullata. Villarrobledo e Sagunto sono state minacciate di azioni legali se non avessero rinunciato al loro appoggio al movimento di boicottaggio. Parlando di Sagunto, il presidente di ACOM Ángel Mas ha detto che “continueremo a impedire al movimento estremista BDS di infiltrarsi nelle istituzioni di tutti i cittadini spagnoli e di distruggere la natura democratica, pluralistica ed aperta delle nostre istituzioni.” Secondo “Times of Israel” [giornale indipendente israeliano in inglese, ndtr.] utilizzando questa strategia ACOM ha bloccato almeno 26 iniziative di consigli locali e Comuni spagnoli per promuovere una posizione a favore del BDS. Il “Jerusalem Post” [giornale di destra israeliano, ndtr.] stima che questo numero potrebbe salire a 35.

ACOM non fa nessun tentativo di nascondere il proprio progetto filo-israeliano. Il suo sito web propone di “smontare il razzismo del BDS” e cita uno strano miscuglio di “fatti su Israele”, compreso che il 20% della popolazione di Israele è araba e che non c’è stato nessun riconoscimento da parte di Hamas del diritto all’esistenza di Israele. Se si possono trarre conclusioni su un’organizzazione in base agli amici che ha, i suoi stretti legami con l’ “Anti-Defamation League” [Lega contro la Diffamazione, organizzazione della lobby filoisraeliana, ndtr.] negli USA, il “Palestine Media Watch” [Osservatorio dei Media Palestinesi] (PMW), una ONG con sede in Israele che controlla gli “incitamenti alla violenza” da parte dei mezzi di comunicazione palestinesi, e “Ong Monitor”, un gruppo con sede a Gerusalemme noto per criticare con veemenza solo le Ong di sinistra e filo-palestinesi, la dicono lunga sul programma di ACOM.

L’organizzazione ha anche stretti rapporti con il sistema politico israeliano. Nel 2017 il membro del parlamento israeliano Yair Lapid, del partito “Yesh Atid” [partito di centro, all’opposizione, ndtr.] si è unito ad una delegazione di ACOM e di “Ong Monitor” presso il parlamento spagnolo per presentare un rapporto congiunto su Ong che “portano avanti campagne politiche ostili ad Israele.” Lapid è stato a lungo in rapporto con la politica di colonizzazione del governo israeliano, e nel luglio 2017 ha partecipato a una cerimonia nella colonia illegale di Netiv HaAvot, a sud di Betlemme, persino dopo che la Corte Suprema israeliana aveva ordinato la demolizione dell’avamposto e l’evacuazione dei suoi abitanti illegali. Nel maggio 2018 Lapid ha affermato che, in base al futuro “Accordo del Secolo” del presidente USA Donald Trump, la cittadina di Abu Dis sostituirà Gerusalemme come capitale di un futuro Stato palestinese.

Questi legami con le Ong di destra e con l’elite politica israeliana hanno collocato ACOM in prima linea nella guerra di Israele contro il BDS. Sul piano interno, la spinta ha portato Israele a vietare a vari attivisti del BDS, compresa Ana Sanchez Mera, che sarebbe affiliata al Comitato Nazionale [palestinese] del BDS (BNC) e attiva nelle iniziative del BDS spagnolo, l’ingresso nel Paese. Eppure che quest’ultima battaglia si stia giocando nei tribunali spagnoli, un luogo a dir poco improbabile, dimostra che questo braccio di ferro va ben oltre i confini dello Stato ebraico. In questo modo i tribunali spagnoli sono diventati sotto molti aspetti un microcosmo di una più ampia lotta per l’opinione pubblica, una guerra per le pubbliche relazioni combattuta in un mondo torbido di Ong e di programmi solo parzialmente occulti.

Eppure nel marzo 2018 al presidente di ACOM Ángel Mas è stato dato un assaggio della sua stessa medicina. Il “Comitato di Solidarietà con la Causa Araba”, una Ong che riceve finanziamenti da molti Comuni spagnoli, ha presentato una denuncia di 70 pagine contro Mas. L’iniziativa ha rappresentato la prima volta che un ente filo-israeliano è stato chiamato in tribunale in Spagna per le sue attività. Mas ha detto di essere “sorpreso e contrariato” per la decisione del giudice di esaminare la denuncia, definendo la mossa “un tentativo futile di abusare del sistema giudiziario spagnolo con la propaganda.” Mas ha aggiunto: “Avendo subito durissime sconfitte in tribunale, il movimento BDS spagnolo sta cambiando metodi. Sta prendendo di mira singoli individui con una campagna di menzogne (…) Non avrà successo.”

Questi costanti andirivieni giuridici non mostrano alcun segno di diminuzione. Proprio questa settimana ACOM ha pubblicato un comunicato stampa vantandosi di un’azione legale pendente contro il consiglio comunale di Pamplona, nel nord della Spagna. La denuncia lo accusa di discriminazione contro israeliani ed ebrei spagnoli per la mancata istituzione di una piattaforma di rappresentanti israeliani e per l’appoggio al boicottaggio militare [di Israele], due punti fondamentali del movimento BDS. Con questi precedenti, i tentativi di ACOM e, per estensione, di Israele per distruggere la campagna di boicottaggio in Spagna hanno sempre più spinta e forza. Benché movimenti filo-BDS come CSAC abbiano iniziato a giocare lo stesso gioco di ACOM, questi tentativi rimangono ancora indietro sia per quantità che per impatto. Se il BDS desidera conservare slancio e influenza, dovrà mettere più forza in questo prolungato braccio di ferro.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)