Le forze di sicurezza palestinesi si ritirano dalla zona B di Gerusalemme

23 maggio 2020 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu [agenzia di stampa turca, ndtr.] informa che le forze di sicurezza palestinesi si sono ritirate dai villaggi e dai sobborghi di Gerusalemme classificati come zona B dagli Accordi di Oslo.

Secondo i testimoni le forze palestinesi hanno abbandonato le cittadine nordoccidentali di Iksa, Qatanna e Biddu, e quelle settentrionali di Abu Dis e Izarriya.

Benché l’Accordo di Oslo II, firmato nel 1995 tra l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ed Israele, designi la zona B come sottoposta al controllo di sicurezza israeliano, Tel Aviv ha permesso alle forze di sicurezza palestinesi di dispiegarvisi a causa della pandemia da coronavirus.

I funzionari palestinesi non hanno ancora chiarito se la misura sia collegata alle recenti affermazioni del presidente Mahmoud Abbas sul ritiro della Palestina dai precedenti accordi con Stati Uniti e Israele, in quanto è previsto che Tel Aviv si annetta vaste aree della Cisgiordania occupata.

Martedì Abbas ha detto che il Paese stava interrompendo tutti gli accordi e le intese firmati con Israele e con gli Stati Uniti, compresi quelli sulla sicurezza.

Ha affermato che la Palestina ritiene l’amministrazione USA responsabile dell’occupazione del popolo palestinese e la considera un complice fondamentale delle azioni e decisioni di Israele contro i diritti dei palestinesi.

Da parte sua, mercoledì il Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha ordinato di mettere in atto le decisioni di Abbas di troncare i rapporti con Israele e gli USA.

Di conseguenza, nella riunione governativa straordinaria tenutasi nel pomeriggio, Shtayyeh ha ordinato a tutti i ministeri di prendere concrete e urgenti misure relativamente alle decisioni di Abbas.

L’iniziativa è stata presa come protesta per le minacce israeliane di annettere parte dei territori palestinesi occupati nel 1967.

In base all’Accordo di Oslo II i territori palestinesi della Cisgiordania occupata furono divisi in zone A, B e C.

La zona A comprende il 18% della Cisgiordania ed è controllata dall’Autorità Nazionale Palestinese, sia per quanto riguarda la sicurezza che l’amministrazione.

La zona B comprende il 21% della Cisgiordania ed è sottoposta all’amministrazione civile palestinese e alla gestione della sicurezza israeliana.

La zona C comprende il 61% della superficie della Cisgiordania ed è sotto il controllo amministrativo e di sicurezza di Israele, cosa che implica l’approvazione delle autorità israeliane per qualunque progetto o iniziativa palestinese al suo interno.

(Traduzione dallo spagnolo di Cristiana Cavagna)




Più di 150 personalità arabe chiedono a Israele e al mondo arabo di scarcerare i prigionieri politici

20 maggio 2020 – Middle East Monitor

Oltre 150 note personalità del mondo arabo hanno chiesto la scarcerazione di prigionieri palestinesi dalle prigioni israeliane e di prigionieri politici da quelle negli Stati arabi, definendo la pandemia da coronavirus durante la detenzione una “doppia punizione”.

Tra le personalità arabe figurano diplomatici, giornalisti, artisti, accademici, attivisti per i diritti umani e intellettuali, ciascuno dei quali ha aderito all’appello in un articolo pubblicato ieri sul sito politico in francese Orient XXI.

L’articolo chiede ad Israele e agli Stati arabi che detengono prigionieri di coscienza di rilasciarli immediatamente e senza condizioni, soprattutto in quanto “in presenza della pandemia la detenzione diventa una doppia punizione”.

Tra i firmatari vi sono gli scrittori giordano Ibrahim Nasrallah   ed egiziano   Ahmed Nagy, gli accademici rispettivamente marocchino, palestinese-americano e tunisino Abdellah Hammoudi, Rashid Khalidi and Yadh Ben Achour, il compositore e suonatore di oud tunisino Anouar Brahem e la cantante libanese Omaima El Khalil. Vi sono inoltre l’attore palestinese Saleh Bakri, i giornalisti libanese ed egiziano Pierre Abi Saab e Khaled al-Balshi, i politici palestinesi Hanan Ashrawi e Nabil Shaat e il difensore dei diritti umani palestinese Omar Barghouti e tunisino Mokhtar Trifi.

L’articolo afferma che, nonostante il regime occupante israeliano ed i regimi arabi abbiano risposto a precedenti appelli internazionali per il rilascio di prigionieri e “abbiano annunciato la scarcerazione di prigionieri e ne abbiano effettuato alcune, queste non sono state estese ai prigionieri politici.”

Inoltre sottolinea che non vi è una reale e significativa differenza tra i prigionieri palestinesi in Israele ed i prigionieri politici nel mondo arabo, definendo entrambe le categorie “unite dallo stesso destino”. Una firmataria, l’ex ambasciatrice palestinese per la Francia e l’Unione Europea, Leila Shahid, ha affermato: “La lotta per la libertà, la cittadinanza e i diritti umani non ha nazionalità. In Palestina, in Marocco o in Egitto, la lotta è la stessa e dobbiamo essere tutti uniti.”

Un esempio citato a tal proposito è Ramy Shaath, coordinatore della sezione egiziana del movimento internazionale per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) contro l’occupazione di Israele ed i prodotti da essa sfruttati. Per quasi un anno Shaath è stato incarcerato dalle autorità egiziane, diventando uno dei prigionieri di coscienza di cui l’articolo chiede il rilascio.

Il vice-presidente della Federazione Internazionale per i Diritti Umani [che riunisce 164 organizzazioni nazionali di difesa dei diritti umani in oltre 100 Paesi, ndtr.], Hafidha Chekir, ha affermato: “Il diritto dei popoli all’autodeterminazione è parte integrante del diritto internazionale riguardo ai diritti umani e non può essere soggetto né a deroga né ad esclusione.” Sostenere questo diritto umano e il rilascio dei prigionieri che lo hanno esercitato, ha detto,“è una causa nobile e legittima”, chiedendo “il rilascio immediato e senza condizioni di Ramy, come anche di tutti i prigionieri palestinesi e i detenuti politici nella regione araba.”

Durante l’attuale crisi causata dalla pandemia da coronavirus parecchi Stati del Medio Oriente – come Egitto, Iran, Siria – hanno scarcerato migliaia di prigionieri per il timore del diffondersi del virus nelle prigioni. Tuttavia queste misure in genere hanno permesso la scarcerazione di chi era vicino alla fine della detenzione e non hanno incluso i prigionieri detenuti per motivi politici.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Territori Occupati: Abu Mazen annuncia fine accordi con Israele ma pochi ci credono

Michele Giorgio

21 maggio 2020, Nena News da Il Manifesto

Il governo Netanyahu non risponde. Scetticismo nella popolazione palestinese. Il presidente dell’Anp più volte in passato ha dato lo stesso annuncio senza far seguire passi concreti alle sue parole.

Un annuncio del genere non molti anni fa avrebbe innescato una crisi regionale, manifestazioni popolari nelle strade dei Territori palestinesi occupati e l’invio di rinforzi di truppe e mezzi corazzati israeliani in Cisgiordania. Invece le parole con cui martedì sera, al termine di una riunione dei vertici politici palestinesi, il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha decretato la fine degli accordi con Israele e Usa a causa delle intenzioni del governo Netanyahu di voler annettere allo Stato ebraico la Valle del Giordano e larghe porzioni di Cisgiordania, sono state accolte tiepidamente dai palestinesi e con palese disinteresse nello Stato ebraico. «Sapete quante volte il presidente Abbas ha annunciato o minacciato l’interruzione dei rapporti con Israele, inclusa la cooperazione di sicurezza (tra le intelligence delle due parti)? Tante. E alle sue parole non sono seguite azioni concrete. La nostra popolazione non ci crede più», ci dice l’analista Hamada Jaber di Ramallah.

I vertici di Fatah, il partito guidato da Abbas e spina dorsale dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), ieri giuravano sulla sostanza del passo mosso dal presidente. «Siamo di fronte a una decisione storica» spiegava Osama Qawasme, portavoce di Fatah, «è la risposta all’attacco di Netanyahu e Donald Trump ai diritti legittimi del popolo palestinese e alle risoluzioni internazionali». Altri dirigenti di Fatah hanno usato toni simili. Hamada Jaber invece ridimensiona la portata dell’annuncio. «Lo considero più una minaccia che una decisione vera e propria» afferma «d’altronde non è passato inosservato che il presidente Abbas sia stato poco perentorio ed incisivo leggendo il suo discorso. L’intervento che pronunciò alle Nazioni unite lo scorso autunno e la sua condanna delle demolizione di case palestinesi a Wadi Hommus (a sud di Gerusalemme) erano stati molto più accesi contro Israele e gli Usa».

Fonti dell’Anp ci riferiscono che la riunione dei vertici palestinesi è stata infuocata. Alcuni dei presenti hanno invocato, a tratti alzando la voce, di tagliare ogni rapporto con Israele e di dare all’occupazione militare israeliana l’intero peso del mantenimento dei tre milioni di palestinesi. Non si è parlato di uno scioglimento delle autorità palestinesi. Tuttavia nelle pieghe del dibattito, a mezza bocca, è emerso anche un possibile ritorno al periodo precedente agli Accordi di Oslo del 1993  (tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin) e, quindi all’esistenza dell’Anp che ha sgravato Israele dall’obbligo di fornire servizi a milioni di civili palestinesi sotto occupazione e non ha conquistato l’indipendenza. In questo clima ha avuto origine l’annuncio di Abbas. Ma il presidente non cerca lo scontro. Spera che l’Unione europea, le Nazioni unite e altre parti internazionali convincano Netanyahu a frenare l’annessione, almeno fino alle presidenziali Usa di fine anno che il presidente palestinese si augura possa vincere Joe Biden, il candidato democratico. Per questo ha ribadito che la via del negoziato resta aperta. «A patto – ha spiegato – che si svolga sotto auspici internazionali (il Quartetto per il Medio oriente) e attraverso una Conferenza di pace basata sulla legittimità internazionale».

L’opinione pubblica palestinese è divisa al suo interno. Da un lato chiede una posizione più ferma nei confronti di Israele e insiste per la fine della cooperazione di intelligence. Dall’altro pur non avendo fiducia nell’Anp teme il suo smantellamento che significherebbe la disoccupazione per circa 200 mila persone e altrettante famiglie lasciate senza reddito. Nena News




Israele deve scarcerare i minori palestinesi, afferma l’ONU

Tamara Nassar

12 maggio 2020 – Electronic Intifada

Dirigenti delle Nazioni Unite chiedono a Israele di scarcerare immediatamente tutti i minori palestinesi.

Persino in piena pandemia da nuovo coronavirus Israele ha imprigionato altri minori palestinesi.

A fine marzo erano rinchiusi nelle carceri israeliane circa 194 minori palestinesi. Attualmente sono più di 180.

Questo numero è superiore alla media mensile di minori detenuti nel 2019,” hanno affermato funzionari dell’ONU.

La gran maggioranza di questi minori non è stata incriminata per alcun reato, ma viene trattenuta in carcerazione preventiva.”

A causa della pandemia i processi a cui Israele assoggetta i palestinesi, compresi i minori, negli illegittimi tribunali militari sono stati sospesi.

La dichiarazione è firmata dal coordinatore umanitario dell’ONU Jamie McGoldrick, dalla rappresentante speciale dell’UNICEF in Palestina Geneviève Boutin e da James Heenan, capo dell’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza.

A rendere ancor più critica la situazione, Israele ha vietato quasi tutte le visite ai detenuti. Ciò significa che i minori non possono vedere i propri familiari o i propri avvocati, aggravando la loro sofferenza psicologica e negando loro consulenza legale.

I minori detenuti sono soggetti ad un rischio maggiore di contrarre il COVID-19, in quanto il distanziamento fisico e le altre misure di prevenzione sono spesso assenti o difficili da attuare”, hanno detto i funzionari dell’ONU.

Il modo migliore per garantire i diritti dei minori detenuti in presenza di una pericolosa pandemia, in qualunque Paese, è scarcerarli e stabilire una moratoria su nuovi ingressi in strutture detentive.”

Sostegno da una deputata

Israele detiene il discutibile primato di essere l’unico Paese al mondo che sottopone sistematicamente i minori – e solo quelli palestinesi – a tribunali militari.

Negli ultimi anni parlamentari USA hanno presentato una proposta di legge allo scopo di limitare tali abusi.

La deputata Betty McCollum ha proposto il disegno di legge HR 2407, che impedirebbe agli USA di finanziare enti militari israeliani che risultino coinvolti in soprusi verso minori palestinesi.

Sostengo la richiesta dell’UNICEF ad Israele di scarcerare tutti i minori palestinesi presenti nelle sue prigioni militari”, ha dichiarato McCollum lunedì.

La pandemia COVID-19 e i soprusi inflitti a questi minori giustificano il loro immediato rilascio.”

Attualmente la proposta di legge McCollum ha 23 firmatari.

Ignorare le richieste

La richiesta dell’ONU fa eco a quelle avanzate dalle associazioni per i diritti umani fin dall’inizio della pandemia.

Sia ‘Defense for Children International Palestine’ che l’associazione per i diritti dei prigionieri Addameer hanno chiesto ad Israele di scarcerare i minori palestinesi.

Israele ha ignorato queste richieste.

In aprile ha arrestato altri 18 minori.

In base alle statistiche stilate da Addameer, attualmente nelle carceri israeliane si trovano circa 4.700 palestinesi, 400 dei quali sono sottoposti alla cosiddetta detenzione amministrativa – senza imputazione né processo.

Molti dopo l’arresto sono posti da Israele in quarantena obbligatoria.

Alla fine di marzo Israele ha rilasciato un prigioniero palestinese dal carcere militare di Ofer e il giorno seguente è risultato positivo al test del nuovo coronavirus.

È da notare che Nour al-Deen Sarsour era stato nella sezione 14 del carcere, dove era detenuto insieme a decine di altri prigionieri, il che rende probabile che molti siano stati esposti al contagio.

Le forze di occupazione israeliane tengono rinchiusi i minori palestinesi nella vicina sezione 13.

Israele ha inoltre continuato a punire i detenuti palestinesi ponendone alcuni in isolamento e vietando ad altri di parlare con i propri familiari.

Ha ignorato i reiterati avvertimenti da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani secondo cui le autorità devono ridurre in modo significativo l’intera popolazione carceraria per contrastare la pandemia.

Ora più che mai i governi dovrebbero rilasciare tutte le persone detenute senza una sufficiente motivazione giuridica, inclusi i prigionieri politici ed altre persone incarcerate solo per aver espresso opinioni critiche o di dissenso,” ha dichiarato in marzo Michelle Bachelet, attuale alta commissaria dell’ONU per i diritti umani.

In aprile un prigioniero palestinese è morto in un carcere israeliano.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi promettono di sfidare l’ordine israeliano sulla questione dei pagamenti ai prigionieri

MEE e agenzie

9 maggio 2020 – Middle East Eye

L’ordine militare israeliano sospenderebbe i sussidi destinati a sostenere i prigionieri e le loro famiglie

Venerdì notte i leader palestinesi hanno promesso di sfidare un ordine militare israeliano che potrebbe sospendere i pagamenti straordinari destinati a sostenere i prigionieri, i loro parenti e le famiglie delle persone uccise durante i disordini.

L’ordine, che dovrebbe entrare in vigore sabato, minaccia multe e carcere per chiunque effettui tali pagamenti e nei giorni scorsi ha sollecitato le banche palestinesi a chiudere i conti dei prigionieri e delle loro famiglie. Israele considera il programma [di sussidi] una ricompensa per la violenza e da tempo cerca di eliminarlo.

Il Times of Israel ha riferito che Ramallah [il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] ha promesso di proseguire i sussidi a circa 11.000 persone e famiglie, descrivendoli come una forma di welfare sociale e di compensazione per ciò che sostiene essere un iniquo sistema di giustizia militare.

I prigionieri e le loro famiglie sono per lo più considerati eroi da molti palestinesi e la chiusura dei conti bancari ha scatenato una furiosa reazione. Due filiali di una banca, la Cairo Amman Bank, sono state attaccate nella notte; una è stata data alle fiamme e l’altra presa a colpi di fucile.

Ci sono 13 banche attive nelle zone della Cisgiordania governate dall’Autorità Nazionale Palestinese. Il Times ha riportato che sette di esse sono di proprietà palestinese, cinque sono giordane e una egiziana.

Secondo l’Associazione dei prigionieri palestinesi, quattro banche hanno iniziato a chiudere i conti.

In un comunicato visionato dalla agenzia Reuters l’esercito israeliano ha affermato che l’ordine militare gli consente di sequestrare le risorse appartenenti a coloro che commettono un crimine contro la sicurezza.

Ma venerdì notte il Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha detto che le banche hanno accettato di riaprire i conti. “Le famiglie dei prigionieri possono attivare i loro conti bancari a partire da domenica,” ha affermato in una dichiarazione. “Respingiamo le minacce israeliane alle banche riguardo fondi destinati ai prigionieri e ai martiri e non ci piegheremo ad esse.”

Samer Bani Odeh, un cinquantunenne rilasciato nel 2011 dopo aver trascorso 16 anni in un carcere israeliano per appartenenza ad un gruppo armato, ha detto alla Reuters che la Cairo Amman Bank gli aveva comunicato la chiusura del suo conto.

Un dirigente della banca di Nablus ci ha incontrati (un gruppo di prigionieri) e ha detto: ci dispiace, ma dobbiamo chiudere i vostri conti. Questo non dipende da noi,” ha detto Odeh.

L’Associazione delle Banche in Palestina ha difeso la chiusura dei conti in quanto finalizzata a proteggere i beni dei prigionieri dal sequestro e le banche dalla punizione israeliana. Ha invitato l’ANP a trovare un altro modo per effettuare i pagamenti.

L’Autorità Nazionale Palestinese dispone di un limitato autogoverno in alcune parti della Cisgiordania, terra occupata da Israele dalla guerra del 1967 ed in cui vivono circa 3 milioni di palestinesi.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Facebook disattiva decine di account di giornalisti e attivisti palestinesi

Akram Al-Waara, Betlemme, Cisgiordania occupata

6 maggio 2020 – Middle East Eye

Secondo i dati raccolti da Middle East Eye almeno 52 palestinesi sono stati colpiti da un’ondata di disattivazioni da parte di Facebook

Decine di palestinesi che il 4 maggio cercavano di accedere al loro profilo Facebook hanno scoperto che le pagine non erano più attive. 

Nel corso della giornata, Facebook ha cancellato i profili di 50 giornalisti e attivisti palestinesi a cui è stato anche notificato che le loro pagine erano state disattivate per “non aver seguito gli standard della nostra comunità.”

“Noi abbiamo già riesaminato questa decisione, che non può essere annullata,” continuava il messaggio, invitando gli utenti a informarsi meglio circa gli standard della comunità di Facebook. 

“Non hanno fornito alcun motivo specifico, un post o una foto per esempio, che avesse violato le loro linee guida” ci ha detto Imad Jibreen, 40 anni, giornalista freelance residente nel villaggio di Tuqu, nella Cisgiordania occupata.

“Hanno semplicemente eliminato le nostre pagine e detto che non potevamo farci nulla.”

Secondo i dati raccolti da Middle East Eye, Jibreen era uno degli almeno 52 palestinesi colpiti dalle disattivazioni, anche se ci si aspetta che i numeri salgano perché anche altri hanno raccontato che i loro account sono stati disattivati. 

“Ho tre pagine Facebook diverse: due account ufficiali per lavoro in arabo e in inglese e uno personale. Sono stati tutti rimossi,” ha detto Jibreen a MEE, aggiungendo che era successo anche ad alcuni suoi amici e colleghi. 

Facebook non ha risposto alla richiesta da parte di MEE di un commento. 

“Sono frustrato e arrabbiato,” dice Jibreen a MEE, aggiungendo che Facebook è una delle molte piattaforme social che usa per lavoro e nella vita personale. “Adesso ho perso tutti i miei contatti e le mie reti: amici, famiglia e lavoro. E non ho nessuna idea del perché.”

Su richiesta del governo israeliano’

I palestinesi non sono nuovi alla censura sulle reti sociali, particolarmente su Facebook. 

Per anni Facebook, in accordo con il governo e le agenzie di sicurezza di Israele, ha disattivato gli account dei palestinesi il pretesto di prevenire “l’incitamento alla violenza” da parte dei palestinesi sulla sua piattaforma. 

La pratica è iniziata nel 2016, alla vigilia di un’ondata di attacchi su piccola scala a soldati israeliani nel territorio occupato. Israele all’epoca sosteneva che gli attacchi dei “lupi solitari” erano stati incitati alla violenza dai social media, cosa che l’aveva spinta a collaborare con Facebook.

All’epoca la documentazione indicava che Facebook ottemperava a circa il 95% delle richieste presentate dal governo israeliano di rimuovere gli account di civili palestinesi, la maggioranza dei quali attinge ai notiziari e ottiene informazioni da piattaforme di reti sociali come Facebook. 

La collaborazione di Facebook con il governo israeliano che continua fino ad oggi ha attirato da anni numerose critiche dai gruppi di sostegno dei diritti, che sostengono che la pratica “dimostra il loro coinvolgimento con il governo israeliano per zittire i contenuti relativi alla solidarietà con i palestinesi o le critiche contro Israele.”

“Questa non è la prima volta che io e i miei colleghi abbiamo avuto dei problemi con Facebook,” racconta Jibreen a MEE, aggiungendo che i suoi post sono stati frequentemente rimossi dal sito.

“Che io stia condividendo i miei video o post originali, o persino solo qualcosa che è stato ampiamente riportato da Facebook, loro rimuovono il mio post,” ci dice. “Qualsiasi testo che contenga la parola ‘martire’ o persino la frase ‘riposi in pace’ viene tolto.”

‘Proteggere il mondo dalla realtà dell’occupazione’

Samer Khweira, 39 anni, un reporter della stazione radio Al-Haya a Nablus il cui account è stato rimosso lunedì, ci ha detto di avere problemi con Facebook da anni. 

“Qualsiasi cosa io postassi correva il rischio di essere tolta,” dice Khweira. “Che fossero video di attacchi dei coloni contro contadini o scontri con i soldati israeliani.”

Anche un semplice post che annunciava la notizia che un palestinese era stato ucciso dall’esercito israeliano veniva rimosso dalla sua pagina per aver violato gli “standard della comunità.”

Sia Jibreen che Khweira hanno denunciato problemi per aver postato una diretta streaming su Facebook e hanno detto che a loro e a parecchi colleghi era stato spesso impedito di andare in diretta, un “problema tecnico” che non erano riusciti a correggere. 

“Siamo certi che la disattivazione di tutti i nostri account sia stata fatta su richiesta del governo israeliano,”  afferma Jibreen a MEE. 

“Israele non vuole che la gente, specialmente la comunità internazionale, veda cosa succede in Palestina,” continua. 

“Censurando giornalisti e attivisti palestinesi non solo violano la nostra libertà di parola, ma si rendono anche complici degli sforzi israeliani di nascondere al mondo la realtà dell’occupazione.”

Traduzione di Mirella Alessio




Gaza si blocca del tutto

Fedaa al-Qedra

5 maggio 2020 – The Electronic Intifada

Nabil Mattar non è in grado di far fronte alle necessità della sua famiglia.

Fino a poco tempo fa vendeva accessori per telefonini nei mercati di Gaza. Le restrizioni introdotte per rispondere alla pandemia da coronavirus lo hanno lasciato senza entrate.

Di solito mi guadagnavo 10 dollari al giorno,” dice Mattar, padre di sette figli. “Era troppo poco per poter risparmiare qualcosa. Da quando ho smesso di lavorare non ho soldi per sfamare i miei bambini.”

La perdita colpisce la sua dignità: “Non puoi immaginare come si sente un padre impotente di fronte ai propri figli,” afferma.

La disoccupazione era già un gravissimo problema prima che in marzo a Gaza venissero confermati i primi casi del nuovo coronavirus.

Negli ultimi mesi del 2019 il tasso di disoccupazione ufficiale a Gaza era del 43%. Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica Palestinese ciò significava che più di 208.000 persone erano senza lavoro.

Shock”

Secondo il ministero dell’Economia di Gaza, da quando è scoppiata la pandemia altre 130.000 persone ora sono rimaste senza lavoro.

Il ministero stima che da quando è iniziato il blocco totale siano state lasciate a casa 25.000 persone che lavoravano in hotel, ristoranti e bar.

Ibrahim al-Dali è uno di loro. Era cameriere in un hotel sul lungomare di Gaza City. “Che io abbia perso il lavoro è stato uno shock per la mia famiglia,” racconta.

Al-Dali è stato per molto tempo la principale fonte di sostentamento della famiglia. Con il suo stipendio ha mantenuto i suoi genitori e due dei suoi fratelli.

Il padre lavorava in Israele, ma è rimasto disoccupato a causa del blocco totale imposto a Gaza negli ultimi 13 anni.

È difficile per un uomo giovane come me rimanere a casa,” dice al-Dali. “Ma la cosa peggiore è che non posso più aiutare la mia famiglia.”

Gli abitanti di Gaza stanno facendo il Ramadan in modo sommesso. Normalmente i ristoranti e i bar sono pieni durante il mese sacro, in quanto molte famiglie escono di sera per porre fine alla giornata di digiuno.

Tuttavia quest’anno il settore della ristorazione è praticamente bloccato. Invece di offrire servizi per il turismo e le attività di svago, gli hotel sono stati utilizzati come strutture per l’isolamento.

Il ministero del Lavoro di Gaza ha destinato 1 milione di dollari per aiutare le persone senza lavoro durante la pandemia.

Ibrahim al-Dali, il cameriere disoccupato, ha fatto richiesta di un contributo di 100 dollari al sito web del ministero. Gli sono stati negati sulla base del fatto che non è sposato.

In totale il ministero ha considerato che circa 40.000 richieste avessero i requisiti per il sussidio. Eppure è stato in grado di aiutarne solo 10.000.

Strade vuote

Ahmad Younis, un tassista, ha ricevuto il finanziamento di 100 dollari. Ma il sussidio è “molto scarso e non copre la quantità di soldi che ho perso,” afferma.

Il settore dei trasporti in genere è molto attivo,” dice. “Ma in questi giorni quando esco con la mia auto le strade sono praticamente vuote. Ho così pochi passeggeri che posso a malapena sbarcare il lunario. Temo che la situazione possa continuare in questo modo per mesi. Ciò per me sarebbe un disastro.”

L’Ufficio Centrale di Statistica palestinese stima che il nuovo coronavirus potrebbe avere come conseguenza che nel 2020 il prodotto interno lordo della Cisgiordania e di Gaza sia del 14% inferiore rispetto all’anno scorso. Ciò significherebbe una perdita totale di circa 2.5 miliardi di dollari.

Alcune attività economiche stanno cercando di affrontare le sfide poste dal COVID-19.

Molte industrie tessili a Gaza hanno iniziato a produrre mascherine protettive, soprattutto per clienti in Israele.

Il settore dell’abbigliamento aveva un ruolo fondamentale nell’economia locale, ma è stato gravemente danneggiato quando Israele ha imposto il blocco delle esportazioni di tessuti nel 2007. Questo divieto è stato attenuato solo nel 2015, portando a una parziale ripresa del commercio di vestiti a Gaza.

Forse è troppo presto per dire se la produzione di mascherine darà un impulso al settore tessile, che ne avrebbe assoluto bisogno. In ogni caso tale impulso non sarà sufficiente a compensare i problemi più gravi che affliggono l’economia di Gaza – problemi provocati da Israele, che agisce di concerto con i governi più potenti al mondo.

Fedaa al-Qedra è una giornalista di Gaza

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Politici britannici chiedono sanzioni contro Israele per i piani di annessione della Cisgiordania

Redazione MEE

2 maggio 2020 – Middle East Eye

La lettera firmata da 127 da parlamentari ed ex parlamentari sollecita il governo britannico a “prendere l’iniziativa” per il rispetto del diritto internazionale

Decine di politici britannici appartenenti a tutto lo schieramento politico hanno chiesto al Primo Ministro Boris Johnson di imporre delle sanzioni ad Israele nel caso in cui proceda con il progetto di l’annessione di parti della Cisgiordania occupata.

In una lettera rilasciata venerdì 127 tra parlamentari ed ex-parlamentari, compresi membri del Partito Conservatore, hanno invitato Johnson a chiarire che l’annessione sarebbe illegale ai sensi del diritto internazionale e “avrebbe gravi conseguenze, tra cui le sanzioni”.

“Il diritto internazionale è chiarissimo. È vietata l’annessione di territori attraverso la guerra”, si legge nel documento.

Il Council for Arab-British Understanding (Caabu) [ONG britannica impegnata nel sostegno dei diritti umani sulla base delle leggi internazionali, ndtr.], che ha stilato la lettera, ha dichiarato che si tratta di un’ “iniziativa senza precedenti”.

“I politici, compresi ex membri del gabinetto, ministri e alti diplomatici, chiedono azioni e non parole per contrastare qualsiasi annessione da parte di Israele”, ha detto l’associazione in una nota.

La lettera mette in guardia sul fatto che l’annessione sarebbe un “colpo mortale” per gli sforzi per la pace e la soluzione dei due Stati. Equipara la messa in pratica da parte di Israele di una sua sovranità sulla terra palestinese all’annessione della Crimea ucraina da parte della Russia nel 2014.

“La Gran Bretagna ha giustamente reagito a queste azioni con misure adeguate, comprese sanzioni severe,” afferma.

Johnson ha criticato duramente le azioni della Russia in Crimea.

“La sicurezza di ogni Nazione dipende dal principio essenziale secondo il quale i Paesi non devono cambiare i confini o acquisire territori con la forza. Ecco perché il destino della Crimea è importante per tutti noi”, ha scritto nel 2018 quando era ministro degli Esteri.

“Tutti abbiamo l’obbligo di opporci alla Russia in modo proporzionato e risoluto”.

‘Il Regno Unito deve prendere l’iniziativa’

Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e le alture del Golan siriane nella guerra del 1967 contro i suoi vicini arabi.

La lettera di venerdì afferma che la comunità internazionale ha “il dovere” di proteggere i palestinesi sotto occupazione.

“Se vogliamo impedire ad altri Stati con ambizioni territoriali di imitare l’illegale comportamento israeliano, il Regno Unito deve prendere l’iniziativa di opporsi a questa aggressione,” si legge.

I politici accusano inoltre Israele di approfittare della diffusione del coronavirus per “attuare questo piano vergognoso”.

Tra i firmatari, Lord Chris Patten, ex presidente del Partito Conservatore; Sir Edward Davey, leader dei liberal democratici, e la baronessa Helena Kennedy, membro laburista della Camera dei Lord.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetutamente annunciato di voler annettere ampie zone della Cisgiordania in violazione del diritto internazionale.

In aprile ha raggiunto un accordo con il suo principale rivale, Benny Gantz, per formare un governo di coalizione che farà passi avanti verso una legge di annessione.

Washington ha fatto sapere che sosterrà il progetto israeliano, ma l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno denunciato il piano.

L’anno scorso, il Regno Unito si è unito a Francia, Germania, Italia e Spagna per mettere in guardia contro i programmi di annessione da parte di Israele.

“Se attuato, ciò costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale,” hanno affermato in una nota i Paesi europei.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Procuratrice della CPI ha sferrato un colpo contro i tentativi di pressione di Israele, dichiarando la propria giurisdizione sullo Stato di Palestina

Redazione di Palestine Chronicle

1 maggio 2020 – Palestine Chronicle

Giovedì 30 aprile la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale (CPI) Fatou Bensouda ha ribadito che la Palestina è uno Stato, e quindi la CPI può esercitare la propria giurisdizione per procedere contro presunti crimini di guerra ivi commessi.

La dichiarazione è stata una ferma risposta ai fortissimi tentativi di pressione da parte di Israele e dei suoi sostenitori, in particolare la Germania, per delegittimare l’intero processo.

Il documento di 60 pagine si intitola: “Una risposta alle ‘Osservazioni degli Amici Curiae [figura giuridica che definisce i soggetti che collaborano con la Corte a titolo di amici, ndtr.], dei legali rappresentanti delle vittime e degli Stati’.”

Il documento afferma infatti: “Una volta che uno Stato ratifica lo Statuto, la Corte è automaticamente competente ad esercitare giurisdizione riguardo ai crimini previsti dall’articolo 5 commessi sul suo territorio,” senza alcun ulteriore “giudizio separato” da parte degli organi della Corte riguardo alla statualità dello Stato membro.”

Il documento inoltre asserisce: “La possibilità di creare la Palestina come Stato – e l’esercizio del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese – è stata impedita dall’espansione delle colonie e dalla costruzione della barriera (di separazione) e dal relativo regime in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, fatti che sono stati ritenuti costituire una violazione del diritto internazionale.”

La camera istruttoria preliminare della CPI deciderà ora come procedere con l’inchiesta.

Il dott. Triestino Mariniello, membro dell’ufficio legale che rappresenta le vittime di Gaza presso la CPI, ha dichiarato a Palestine Chronicle: “La Procuratrice ha esposto argomentazioni del tutto convincenti ed ha preso correttamente in considerazione le istanze tese a persuadere la Corte a non procedere.”

Mariniello ha anche detto al Chronicle che, nonostante le “osservazioni di Bensouda fossero inoppugnabili”, la sua decisione di far intervenire la camera istruttoria preliminare non era una procedura legalmente vincolante e “ha solo causato inutili ritardi.”

Dal momento che la Palestina ha presentato una denuncia alla Corte, la CPI aveva il potere di avviare un’inchiesta senza chiedere che la camera istruttoria preliminare si esprimesse sulla questione [della competenza della CPI in materia, ndtr.]”, ha detto.

Le vittime che noi rappresentiamo sono preoccupate riguardo ad ulteriori rinvii e anche relativamente al cosiddetto ‘limitato ambito di indagine’, che è di fatto un’esclusione dei crimini commessi contro civili palestinesi dal 2015 in poi.”

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’esercito israeliano è contrario all’annessione della valle del Giordano sostenuta dai suoi dirigenti politici

Adnan Abu Amer

28 aprile 2020 – Middle East Monitor

I generali israeliani hanno rivelato che l’annuncio dell’annessione della valle del Giordano e di colonie in Cisgiordania porterà al collasso dei servizi di sicurezza palestinesi, perché essi perderanno il controllo della popolazione e verranno visti come collusi con l’occupazione. Inoltre il piano di annessione darà come risultato il collasso della stessa ANP [Autorità Nazionale Palestinese, ndtr.] perché dimostrerà ai palestinesi il suo fallimento nel processo politico, anche se questo dovesse significare che l’opinione pubblica palestinese si rivolga ad Hamas, che sta cercando di trarre vantaggio dall’eventuale caos relativo alla sicurezza in Cisgiordania.

Stanno emergendo sempre più voci di un certo numero di ex- importanti generali e dirigenti dell’esercito e dei sistemi di sicurezza israeliani secondo i quali ogni decisione di annettere la Cisgiordania costituisce una minaccia per il destino degli israeliani e Israele potrebbe non essere in grado di affrontare le conseguenze di una simile iniziativa. Tuttavia ai sostenitori del piano di annessione non interessa quello che potrebbe succedere il giorno dopo, intendono semplicemente soddisfare i propri desideri, benché ci siano ancora molte questioni irrisolte.

Molti generali israeliani credono che i risultati di un qualunque processo di annessione, totale o parziale, provocheranno reazioni che Israele non sarà in grado di affrontare o gestire, soprattutto perché il danno provocato dall’annessione avrà un effetto domino. Porrà una minaccia alla sicurezza dello Stato, alla sua economia e ai suoi rapporti con i vicini arabi.

Oltretutto il fatto che i decisori politici israeliani non ascoltino le raccomandazioni di chi ha l’esperienza nel prevedere le conseguenze del piano di annessione suggerisce una mancanza di responsabilità, perché questi esperti stanno dicendo che riprendere il controllo israeliano sui palestinesi costerà al bilancio israeliano circa 14, 8 miliardi di dollari.

L’attuale capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, Aviv Kochavi, ha manifestato la propria irritazione nei confronti del suo ministro della Difesa, Naftali Bennett [della coalizione di estrema destra dei coloni “Nuova Destra”, ndtr.] per aver posto le basi dell’annessione senza averlo coinvolto in questi sforzi. Ciò ha implicato radunare importanti ufficiali di vari settori dell’esercito, dell’amministrazione civile e del coordinatore israeliano delle attività di governo nei territori occupati [enti israeliani che gestiscono i territori palestinesi, ndtr.] ed esperti di diritto e chiedere loro di preparare una serie di scenari per annettere la valle del Giordano e alcune colonie.

Sul terreno la decisione di annettere la valle del Giordano e altre zone porterà a proteste di massa da parte dei palestinesi e indebolirà la Giordania a causa della diffusione di caos e disordini che potrebbero avvenire sul suo territorio. Ciò potrebbe consentire l’ingresso nel Paese dell’influenza iraniana, lasciando Israele senza confini sicuri mentre sulla sua porta di casa si insedierebbero milizie filo-iraniane.

Ci sono stime secondo cui l’annuncio da parte di Israele di un piano per l’annessione della valle del Giordano sia una finzione da sbandierare e serva come messaggio all’opinione pubblica israeliana secondo cui la valle del Giordano è ancora presente nell’agenda politica del partito. Pertanto l’idea dell’annessione di un terzo della Cisgiordania riappare quando si inizia a parlare di elezioni e poi viene subito accantonata e ritirata dopo il voto.

L’appello israeliano ad annettere la valle del Giordano è un’implicita manifestazione della mancanza di volontà di raggiungere un accordo politico con i palestinesi, in quanto tale annessione danneggia l’accordo di pace con la Giordania e l’Egitto, oltre alle minacce che i palestinesi interrompano il coordinamento per la sicurezza con Israele.

Si prevede che annettere la Cisgiordania senza un accordo con l’ANP danneggerà seriamente il progetto sionista. Non c’è modo di ottenere un’annessione, ridotta o estesa, o di dire che l’annessione includerà solo la “Zona A” della Cisgiordania o le colonie ebraiche al suo interno.

Il danno diretto risultante dall’annessione è la cessazione del coordinamento per la sicurezza con l’ANP, che non sarà in grado di sopravvivere, obbligando l’esercito israeliano a schierarsi in tutta la Cisgiordania. A quel punto è difficile immaginare gli scenari previsti. Si potrebbe assistere alla fine del sogno sionista perché la comunità internazionale considererebbe Israele una nuova versione del regime di apartheid sudafricano.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)