Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La lobby di Israele si sta indebolendo davanti ai nostri occhi

 Philip Weiss  

2 dicembre 2025 – Mondoweiss

Dopo due anni di genocidio a Gaza il sostegno della comunità ebraica americana a Israele è in evidente crisi. La questione chiave in questa crisi è un soggetto un tempo considerato impossibile da criticare: la lobby israeliana.

Il mese scorso un membro di alto livello dell’organizzazione ebraica J Street [gruppo di pressione liberal statunitense moderatamente critica con Israele, ndtr.], che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a qualunque costo” è stata imposta da un’“associazione ben finanziata di …ebrei”.

Un piccolo, organizzato e ben finanziato gruppo di ebrei americani ha posto la questione come dirimente nelle elezioni e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di contrastarlo”, ha scritto Ilan Goldenberg. Non molto tempo fa gli attacchi contro la lobby israeliana (compreso il mio) erano considerati teorie cospirative antisemite. Adesso li diffonde un’importante organizzazione ebraica

Questo accade perché lo storico sostegno ad Israele della comunità ebraica americana oggi è in evidente crisi. Eminenti ebrei stanno finalmente attaccando la lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da organizzazioni ebraiche di primo piano per garantire che non ci fosse alcuna distanza tra i governi israeliano e USA.

La crisi è stata determinata dalla dirompente vittoria alle elezioni per il sindaco di New York di Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana: non puoi essere antisionista ed essere preso su serio nella politica statunitense.

La lobby israeliana, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, ma Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso l’establishment ebraico si è espresso con voce timorosa. L’elezione di Mamdani è “deprimente” e “nefasta”, ha affermato la Conferenza dei presidenti [delle associazioni ebraiche USA, ndt.]. “L’ingresso di Zohran Mamdani” a Gracie Mansion [la residenza ufficiale del sindaco di New York, ndtr.] ci ricorda che l’antisemitismo rimane un chiaro e imminente pericolo.”

La ADL [Lega Antidiffamazione, organizzazione ebraica internazionale, ndtr.] ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” in base all’idea che Mamdani favorirà la violenza antisemita – un’accusa basata sulle critiche di Mamdani ad Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite…ed ha mostrato forte animosità nei riguardi dello Stato ebraico in contrasto con le opinioni della schiacciante maggioranza degli ebrei di New York.”

Se la lobby pensava di mettere al tappeto Mamdani, non ci è riuscita. Due settimane dopo l’elezione Mamdani è andato alla Casa Bianca ed ha parlato di “genocidio” israeliano e Trump non ha fatto niente per contraddirlo. Era ora di sentire pronunciare quel termine alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha dato il via al nuovo discorso critico verso Israele, ma questo è stato permesso da un più vasto movimento sociale. I giovani americani si stanno ribellando contro Israele per le sue politiche antipalestinesi di genocidio e apartheid.

Il mese scorso Rahm Emanuel [politico e ambasciatore statunitense, membro del partito democratico, ndtr.] ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, la Jewish Federations. Sottolineando che Obama visitò Israele prima di lanciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che sta per candidarsi alla presidenza, ha detto che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale. 

Nessuno sta lasciando l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica.”

E non si parla solo di democratici. Emanuel ha detto che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno scagliando contro Israele.

Guardate in che posizione si trova Israele in America tra i giovani sotto i 30 anni”, ha detto. “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico prendere una posizione filoisraeliana. Israele è estremamente impopolare – voglio far comprendere questo aspetto a tutti quelli tra noi che sostengono uno Stato ebraico – oggi per la generazione sotto i 30 anni gli ultimi due anni saranno decisivi come lo è stata la guerra dei 6 giorni per la generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti sul compito che abbiamo di fronte.”

La lobby israeliana si sta squagliando davanti ai nostri occhi. Durante la stessa conferenza Eric Fingerhut, un ex membro del Congresso a capo delle Federations, ha detto che la brutta immagine di Israele è il risultato di una cospirazione internazionale:

Abbiamo riscontrato un attacco pianificato e coordinato contro i sostenitori di Israele in Nordamerica e contro la comunità ebraica che appoggia Israele, alimentato da miliardi di dollari in fondi neri…provenienti da Iran, Qatar, Cina e Russia ed altri. Diffuso dai più avanzati strumenti di comunicazione mai inventati…”

La conferenza era finalizzata a ripristinare la buona posizione di Israele nel discorso americano – “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che significa Israele.”

Ma ha clamorosamente fallito. La copertura dell’evento si è incentrata su un altro disastro: la scrittrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, ha lamentato che parlare ai giovani di Israele significa finire contro “un muro di bambini morti.”

I bambini morti stanno tormentando anche gli ebrei americani, ha detto Hurwitz:

C’è tiktok che martella il cervello dei giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché così tanti di noi non possono avere una conversazione sana con gli ebrei più giovani, perché qualunque cosa cerchiamo di dire loro, la ascoltano attraverso questo muro di carneficina. Io voglio fornire dati, informazioni, fatti. Loro li ascoltano attraverso questo muro di carneficina.”

Hurwitz ha affermato che l’educazione sull’olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Questo li ha portati a vedere gli israeliani pesantemente armati come nazisti, e i loro bersagli, gli scheletrici palestinesi, come oggetti di simpatia.

Hurwitz è stata ferocemente attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale, per la sua affermazione che coloro che negano il diritto degli ebrei ad uno Stato ebraico sono antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, dice Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria ad una storia di odio verso gli ebrei antica di 2000 anni. Negando queste verità gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso indiscriminatamente i civili palestinesi e ha distrutto i loro mezzi di sopravvivenza per due anni a Gaza, con l’avallo del governo americano e della lobby israeliana.

La signora Rachel, famosa sui media per bambini, ha dato voce alla situazione morale di Gaza a novembre quando ha accolto a New York una ragazza traumatizzata di nome Qamar:

Mi dispiace tanto per Qamar perché il mondo è rimasto fermo quando il suo campo è stato bombardato, le sono state negate cure mediche per 20 giorni ed hanno dovuto amputarle una gamba e lei viveva in una tenda lacera, allagata e fredda.”

Non c’è da meravigliarsi che Rachel sia diventata una leader nell’ambito della solidarietà per la Palestina negli Stati Uniti, per la sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I principali media stanno ora facendo il possibile per negare questo movimento. Negano che le posizioni riguardo alla Palestina abbiano avuto un ruolo nella sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano che abbiano costituito un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche quando neo candidati che si battono contro Israele stanno crescendo nelle primarie dei democratici in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico adesso è una crisi per gli ebrei, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta dividendo riguardo al suo sostegno ufficiale al genocidio.

Gli ebrei che denunciano le azioni di Israele sono stati cruciali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano sionisti progressisti. Ma anche il sionismo liberal è a sua volta in confusione, abbandonando vecchi dogmi – come ‘il BDS è antisemita’ – per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Joanathan Greenblatt stanno portando l’establishment ebraico in una situazione marginale. L’argomentazione decisiva di Hurwitz è l’eccezionalismo: gli ebrei hanno un ruolo speciale da ricoprire nel mondo, ecco perché la gente ci odia.

Si inserisce in una lunga tradizione: la lobby ha propinato una bugia dopo l’altra nel nostro discorso politico. I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case. Insediare 700.000 coloni nei territori occupati è buona cosa. Non esiste apartheid. Non esiste genocidio.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono nell’interesse degli USA.

Queste bugie ora non funzionano più. Qualunque ideale il sionismo abbia sposato alle sue origini come movimento di liberazione europeo, esso si è coagulato in fanatismo a fronte della resistenza palestinese. La comunità ebraica ufficiale ha incentivato quel fanatismo.

Le bugie della lobby israeliana un tempo erano un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi porta questo discorso nelle pubbliche piazze.

Philip Weiss

Philip Weiss è fondatore e caporedattore di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Nei campus israeliani lo Stato definisce un altro nemico interno

Yael Berda 

21 novembre 2025 +972 Magazine

Mentre i meccanismi di controllo dell’occupazione si infiltrano nella sfera civile, gli ebrei dissidenti sono i prossimi della lista e la libertà accademica non offre alcuna protezione

Nell’Israele del 2025 i confini tra le aree in cui si esercita il potere del regime stanno diventando sempre più labili. I meccanismi di controllo sui palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza occupate – legge militare accanto a legge civile, potere incondizionato accanto a istituzioni formali – si insinuano all’interno, colpendo i cittadini palestinesi di Israele e in misura crescente i dissidenti ebraico-israeliani che rifiutano di conformarsi alla politica statale.

Non si tratta di un cambiamento improvviso, piuttosto di un processo progressivo. Nel corso dei decenni il regime di occupazione ha sviluppato tecnologie di controllo, sorveglianza e riconoscimento per sottomettere i palestinesi che si sono gradualmente trasformate in strumenti di governo della sfera civile israeliana.

Un elemento centrale di questo processo è il meccanismo di definizione dei nemici. Non si tratta solo di una pratica di controllo militare, ma di un potente strumento politico che ridefinisce i limiti della legittimità. In questo senso due recenti attacchi alla libertà di espressione nei campus universitari israeliani non rappresentano delle eccezioni; sono la naturale prosecuzione di modelli consolidati nel tempo.

Il 6 novembre Alec Yefremov, insegnante di educazione civica in una scuola superiore di Tel Aviv, ha partecipato alla cerimonia di laurea della sorella presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Era presente, per festeggiare la laurea della moglie, anche il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Quando ha visto il leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Yefremov gli ha gridato che è un razzista, kahanista che idolatra Baruch Goldstein che nel 1994 uccise a colpi d’arma da fuoco 29 palestinesi nella moschea Ibrahimi di Hebron.

Yefremov è stato espulso dalla cerimonia dalle guardie di sicurezza dell’università, per poi essere ammanettato dalla polizia e portato via per essere interrogato con l’accusa di “insulto a pubblico ufficiale” e “disturbo dell’ordine pubblico”. È stato perquisito fisicamente presso la stazione di polizia e successivamente rilasciato con il divieto di entrare per 15 giorni nel campus universitario. L’Università Ebraica ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava l’arresto di Yefremov e la polizia israeliana, e con l’appoggio dei politici dell’opposizione ha avviato un’indagine interna sull’arresto e sulla perquisizione corporale. (Tali indagini solitamente non portano a nulla.)

Una settimana dopo Almog Cohen, vicepresidente dell’ufficio del Primo Ministro israeliano, è arrivato infuriato ad una conferenza presso l’Università Ben-Gurion del Negev, nella città meridionale di Be’er Sheva.

Forte dell’immunità e di un senso di possesso dello spazio, Cohen – insieme ad attivisti del movimento di estrema destra Im Tirzu, che hanno filmato e poi messo il video online – è arrivato a interrompere la conferenza di informatica di Sebastian Ben Daniel, critico abituale della politica israeliana (e collaboratore di lunga data di +972 con lo pseudonimo di John Brown).

“Sono andato questa mattina all’Università Ben-Gurion a causa delle dichiarazioni antisemite del docente Sebastian Ben Daniel, che ha definito gli eroici soldati delle IDF ‘assassini di bambini, criminali di guerra, neonazisti’ “, ha dichiarato Cohen in seguito. “Non permetterò ad uno pagato con fondi pubblici di esprimersi in questo modo, quando molti dei suoi studenti – di destra o di sinistra – sono essi stessi riservisti”. L’università ha sporto denuncia alla polizia contro Cohen e ha dichiarato: “I nostri campus devono rimanere spazi sicuri per lo studio, l’insegnamento, la ricerca e lo scambio di idee, [ed essere] luoghi in cui gli studenti possono imparare e istruirsi, i docenti possono insegnare e i ricercatori possono condurre ricerche senza timore di violenze fisiche o verbali”.

Seppure diversi, questi due episodi sono espressione dello stesso fenomeno. Illustrano l’erosione del confine tra autorità legittima e potere assoluto, persino all’interno della Linea Verde e persino contro gli ebrei.

Potere nudo e crudo

In un articolo accademico che ho scritto dieci anni fa, intitolato “Sul nemico oggettivo e il vuoto politico”, dimostravo come in Israele funzioni un meccanismo di denuncia in base al quale una minaccia viene definita non sulla base di azioni o prove, ma semplicemente etichettandola come tale. Un indizio, una parola, una storia su Instagram o, a volte, persino il silenzio sono sufficienti per collocare qualcuno nella categoria di “nemico”, valutando esclusivamente in base alle immagini, alle percezioni e alle emozioni che suscitano, eliminando la necessità di prove.

Questa è da tempo la realtà nei territori occupati: i palestinesi sono definiti naturalmente sospetti e la legge è elaborata di conseguenza. Ma una volta che l’identificazione di nemici diventa strumento centrale di governo, si cercano di continuo nuovi obiettivi.

Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono stati gradualmente incorporati in questa definizione, subendo incriminazioni per dei post sui social media, restrizioni alla libertà di parola e interrogatori di polizia per dichiarazioni pubbliche. Adesso gli oppositori ebrei del regime – inclusi docenti critici e studenti politicamente attivi – si trovano vittime dello stesso meccanismo.

Si può capire questa situazione anche attraverso quello che il politologo ebreo tedesco Ernst Fraenkel ha definito il concetto di “doppio Stato”, una condizione in cui lo Stato gestisce due sistemi contemporaneamente: uno normativo che parla il linguaggio delle leggi, delle procedure e dei regolamenti e, accanto a questo, un sistema discrezionale che agisce con nuda e cruda autorità in nome della “sicurezza”, dell’ “interesse nazionale” o dell’ “ordine pubblico”.

L’arresto di Yefremov e l’attacco alla conferenza di Ben Daniel sono allegorie che illustrano bene questo meccanismo: se il primo è mascherato da una facciata di legalità e procedura amministrativa, il secondo espone la forza cruda, immediata e sproporzionata del regime.

La sfera accademica dovrebbe essere protetta dal principio della libertà di ricerca intellettuale, che è già stato gravemente eroso, eppure la forza discrezionale del potere politico vi penetra senza ostacoli. Il modello a lungo utilizzato nei territori occupati – diritto militare accanto al diritto civile, potere illimitato accanto alle istituzioni formali – ora si insinua all’interno quasi senza resistenza. E quando entrambi i sistemi operano in tandem, crolla la distinzione tra “legale” e “lecito”.

Quando il controllo, la sorveglianza e la retorica del “nemico interno” si trasformano in strumenti di gestione [della società, n.d.t.] civile non c’è più limite: il nemico esterno di ieri diventa quello interno di domani. Una volta che questa logica viene interiorizzata dalla polizia, dai politici e dai membri delle istituzioni accademiche stesse, ciò a cui assistiamo nei campus non è un'”escalation”, ma una dimostrazione diretta del sistema in atto.

Quando il problema è l’ordine

Le risposte a questi due incidenti parlano lo stesso linguaggio in codice. La dichiarazione dell’Associazione dei Rettori Universitari, che condannava l’intrusione di Cohen nell’aula magna dell’Università Ben-Gurion e chiedeva di preservare spazi di apprendimento sicuri, può essere apparsa dura, ma evitava di affrontare il meccanismo che produce la violenza.

Parlava di “tolleranza zero per il disordine”, come se il problema risiedesse in una condotta indisciplinata piuttosto che in un regime politico che esercita un potere incondizionato sugli spazi del sapere. Faceva appello al governo affinché condannasse l’atto come se non fosse proprio questo governo a marchiare i docenti come nemici e a consentire l’incursione del potere discrezionale nella sfera accademica. Così, la capacità delle istituzioni di stabilire confini viene erosa: adottano il linguaggio del regime invece di sfidarlo.

La risposta degli ex rettori universitari e dei premi Nobel è stata più decisa e precisa, ma ancora confinata all’interno di un paradigma liberale che invita le istituzioni indebolite a difendersi. Ha espresso profonda preoccupazione per la libertà di espressione e la resilienza civica, ma non ha riconosciuto che il sistema normativo stesso non può più arginare la portata del potere discrezionale. E ha anche invocato un “ripristino dell’ordine” – richiesta futile quando un’istituzione deve difendersi da una forza politica che detiene il meccanismo per definire il nemico. Il problema è precisamente l’ordine.

Ciò che si è verificato nei campus israeliani quindi non è semplicemente un “attacco alla libertà accademica”, ma la piena esposizione di questo meccanismo. La polizia non ha deviato dal suo percorso quando ha usato una forza sproporzionata contro Yefremov; ha agito secondo un modello a lungo sperimentato sui palestinesi. Cohen non ha fatto irruzione in un’aula magna perché era “senza freni”; lo ha fatto perché il regime israeliano gli ha segnalato che la sfera accademica non è più protetta.

Quando perfino il mondo accademico adotta il linguaggio dell’ordine, della sicurezza e del patriottismo non è più in grado di articolare un’opposizione efficace al potere statale, e cede invece autorità e legittimità allo Stato. E non ha senso chiedere al regime di smettere di considerarci nemici, perché il meccanismo produce nemici e ne ha bisogno per giustificare la propria esistenza.

L’unica risposta possibile è politica: riportare l’attenzione al linguaggio del potere, del controllo, della razza e del regime; ricostruire spazi di conoscenza e comunità indipendenti dall’approvazione statale; smascherare il meccanismo di definizione del nemico; formare partnership ebraico-palestinesi che smantellino le condizioni necessarie al funzionamento di questo meccanismo.

Yael Berda è professoressa associata di Sociologia e Antropologia presso l’Università Ebraica e ricercatrice presso la Middle East Initiative della Harvard Kennedy School. È autrice di “Burocrazia coloniale e cittadinanza contemporanea”, “La burocrazia dell’occupazione” e “Vivere l’emergenza: il regime dei permessi di soggiorno di Israele nella Cisgiordania occupata”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)

 




Nuovi dati rivelano che dal 7 ottobre 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.

Yuval Abraham

17 novembre 2025 – +972 Magazine

Le autopsie e le testimonianze di ex detenuti suggeriscono che molti siano morti a causa di torture, negligenza medica e privazione di cibo. Secondo un archivio dell’intelligence israeliana trapelato decine di loro erano civili.

Dal 7 ottobre 2023 almeno 98 palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione militari, in molti casi verosimilmente come conseguenza diretta di torture, negligenza medica e privazione di cibo da parte di soldati e agenti penitenziari. Dei detenuti di Gaza, che costituiscono la maggioranza, meno di un terzo è stato classificato dallo stesso esercito israeliano come costituito da combattenti, il che significa che Israele è responsabile della morte di decine di civili palestinesi sotto custodia.

Dati finora non resi pubblici sulle morti di palestinesi in detenzione sono stati ottenuti dallesercito israeliano e dal Servizio Penitenziario Israeliano (IPS) da parte di Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), [ONG internazionale costituita da medici che si battono contro le atrocità di massa e le gravi violazioni dei diritti umani, ndt.], che oggi ha diffuso un rapporto rendendo note queste cifre. Secondo PHRI, 98 è probabilmente una cifra notevolmente sottostimata, dato che le organizzazioni per i diritti umani non sono in grado di localizzare centinaia di altre persone presumibilmente detenute a Gaza.

+972 Magazine, Local Call e The Guardian hanno incrociato i dati di PHRI con un database interno dell’intelligence militare israeliana, trapelato e pubblicato all’inizio di quest’anno, per determinare quanti dei detenuti deceduti a Gaza l’esercito considerasse appartenenti alle ali militari di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. (Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che secondo i rapporti dell’IPS rappresentano meno del 2% di tutti i detenuti dell’enclave dal 7 ottobre).

Secondo i dati ottenuti da PHRI almeno 68 prigionieri provenienti da Gaza sono morti sotto custodia israeliana fino alla fine di agosto. L’archivio dell’intelligence, che comprende i dati ottenuti a maggio e che, secondo diverse fonti dei servizi segreti israeliani, l’esercito considera la banca dati più completa sui combattenti palestinesi a Gaza, indicava che 21 di questi detenuti erano combattenti, deceduti sotto custodia israeliana dallinizio della guerra. Nello stesso periodo sono state documentate 65 morti tra i detenuti provenienti da Gaza nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani, il che suggerisce che ben 44 dei prigionieri gazawi deceduti fossero civili.

+972, Local Call e The Guardian avevano precedentemente rivelato che l’archivio interno dell’esercito indicava che i civili costituissero l’83% di tutte le vittime a Gaza e i tre quarti di coloro che erano stati arrestati e trattenuti in stato detentivo.

Oltre ai 68 gazawi, PHRI riferisce che durante la guerra e fino all’agosto di quest’anno sono morti sotto custodia israeliana 23 palestinesi della Cisgiordania e tre con cittadinanza o residenza israeliana, per un totale di 94 detenuti. Da allora sono morti sotto custodia almeno altri quattro palestinesi, tre della Cisgiordania e uno di Gaza, portando il bilancio totale delle vittime note a 98. (Questo non include altri sette casi in cui i palestinesi sono stati colpiti dal fuoco dell’esercito e sono morti sotto custodia poco dopo essere stati arrestati e prima di raggiungere le strutture carcerarie).

Questa cifra è notevolmente più alta di quanto si pensasse in precedenza. I dati più recenti pubblicati all’inizio di novembre da tre organizzazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi (Addameer, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società dei Prigionieri Palestinesi) stimavano che i detenuti deceduti nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani negli ultimi due anni siano stati 81.

Secondo Amani Sarahneh, dell’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, tra il 1967 e l’ottobre 2023 il numero totale di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana è stato di 237. Sebbene la documentazione relativa ai primi anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza fosse contraddittoria, il bilancio delle vittime tra i prigionieri e i detenuti palestinesi negli ultimi due anni rappresenta una netta escalation, a dimostrazione di come durante la guerra la violenza fisica, la tortura e altri abusi ai danni dei palestinesi siano diventati una normalità nel sistema carcerario israeliano.

Tuttavia PHRI osserva che 98 è probabilmente una cifra significativamente sottostimata. “Questo non è un quadro completo”, ha spiegato Naji Abbas, direttore del Dipartimento Prigionieri e Detenuti dell’organizzazione. “Siamo certi che ci siano altre persone morte in stato di detenzione delle quali non siamo a conoscenza”.

L’esercito israeliano ha fornito gli ultimi dati sui detenuti deceduti in strutture di detenzione militari nel maggio 2024, insieme a dati equivalenti pubblicati dall’IPS relativi alle carceri; in quel momento il bilancio totale delle vittime in entrambe le tipologie di strutture era di 60; ciò significa che il tasso di decessi di detenuti palestinesi sotto custodia israeliana durante i primi otto mesi di guerra era di circa uno ogni quattro giorni. Quattro mesi dopo l’IPS ha dichiarato, in risposta a una richiesta di accesso ai dati, che altri tre detenuti erano morti nelle carceri israeliane.

Dal settembre 2024 ulteriori informazioni sui decessi di palestinesi sotto custodia israeliana sono pervenute solo in risposta a richieste specifiche su singoli detenuti: in altre parole, l’esercito e l’IPS hanno confermato decessi specifici quando richiesto, ma non hanno fornito dati di propria iniziativa.

Nel frattempo, resta sconosciuto il destino di molti altri palestinesi che sarebbero stati arrestati dai soldati israeliani a Gaza. L’esercito ha informato l’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked di non avere informazioni su centinaia di palestinesi che l’organizzazione sospetta siano stati arrestati dalle forze israeliane. In passato l’esercito ha comunicato alle organizzazioni per i diritti umani che alcuni individui non si trovassero sotto custodia israeliana, per poi riferire in seguito, in risposta a procedimenti legali, che erano morti.

Le famiglie a Gaza non ricevono notifiche ufficiali della morte dei loro parenti durante la detenzione israeliana e spesso ne vengono a conoscenza attraverso i media. I dati forniti dallo Stato a PHRI indicano che l’identità di almeno 18 cittadini di Gaza deceduti nelle carceri israeliane è sconosciuta e che nessuna notifica della loro morte è stata data alle loro famiglie.

Nonostante quasi 100 decessi registrati in condizioni di custodia cautelare e numerose testimonianze e altre prove di gravi abusi fisici, tra cui violenze sessuali generalizzate, come documentato in un nuovo schiacciante rapporto del Centro Palestinese per i Diritti Umani di Gaza, solo un soldato israeliano è stato processato: a febbraio  ed è stato condannato a sette mesi per aggressione a detenuti di Gaza. Altri cinque soldati sono stati accusati di maltrattamenti aggravati e di aver causato gravi lesioni personali a un prigioniero nel centro di detenzione di Sde Teiman, dopo che un filmato è trapelato ai media israeliani lo scorso anno.

Come riporta Haaretz, il massimo funzionario legale dell’esercito israeliano ha deliberatamente evitato di avviare indagini su presunti crimini di guerra commessi da soldati israeliani, anche in relazione alle morti di detenuti sotto custodia cautelare, per timore della prevedibile reazione della destra.

“Non ci sono state accuse per alcun caso di omicidio”, ha spiegato Abbas. “Questo non è solo un caso isolato. È sistemico e continuerà ad avvenire“.

Secondo i dati ottenuti da PHRI Sde Teiman è stato il centro di detenzione più letale, con la morte di 29 palestinesi dal 7 ottobre. Almeno altri due detenuti sono morti nel campo di Ofer (dove +972 ha rivelato testimonianze di gravi abusi, scosse elettriche e la diffusione dilagante di malattie), almeno uno nel campo di Anatot e almeno altri sette in diverse altre strutture di detenzione gestite dall’esercito nel sud di Israele. Cinque sono morti all’ospedale di Soroka dopo essere stati trasferiti da strutture di detenzione militari mentre erano ancora sotto custodia.

Per quanto riguarda le carceri normali gestite dall’IPS, almeno 16 detenuti sono morti nel carcere di Ketziot, almeno cinque nel carcere di Ofer, almeno sei nel carcere di Nitzan e nel Centro Medico dell’IPS (Marash), sette nel carcere di Megiddo, quattro nel complesso che comprende il carcere di Nafha e quello di Ramon, almeno uno nel carcere di Eshel, almeno tre in quello di Kishon e altri tre nel carcere di Shikma. Il luogo del decesso di altri otto è sconosciuto.

“Ogni notte sentivamo persone picchiate a morte”

+972, Local Call e The Guardian hanno esaminato 10 resoconti autoptici di palestinesi deceduti sotto custodia israeliana, redatti da medici che hanno assistito alle autopsie per conto delle famiglie dei deceduti. In cinque di questi c’erano prove di violenza come possibile causa di morte: numerose costole rotte, lividi sulla pelle o in prossimità degli organi interni e lacerazioni degli organi interni. Almeno tre decessi sono stati causati direttamente da negligenza, tra cui un caso di malnutrizione estrema, un caso di tumore del sangue non curato e un altro in cui un detenuto diabetico è stato privato di insulina.

Omar Daraghmeh, 58 anni, è morto nel carcere di Megiddo nell’ottobre 2023. Una TAC post-mortem ha rivelato un’estesa emorragia addominale, sollevando il sospetto che il decesso sia stato causato da aggressione fisica o da una caduta da un’altezza considerevole.

Anche l’autopsia di Abdel Rahman Mara’i, 33 anni, morto nello stesso carcere il mese successivo, ha rivelato segni di violenza: costole e sterno erano rotti, oltre alla presenza di lividi su tutto il corpo. Il medico che ha assistito all’autopsia di Mara’i ha attribuito la sua morte alle violenze subite.

Un detenuto che si trovava nella stessa cella di Mara’i ha raccontato a PHRI: “Circa 15 agenti [del carcere] lo hanno aggredito, tutti intorno a lui, picchiandolo violentemente. Lo hanno pestato per circa cinque minuti, soprattutto sulla testa”.

Sari Hurriyah, un avvocato palestinese con cittadinanza israeliana, arrestato nello stesso periodo di Mara’i a causa di post su Facebook, ha dichiarato al canale israeliano Channel 13 di aver assistito alla morte di Mara’i nella cella vicina. “Ogni notte sentivamo persone che venivano picchiate a morte, urlavano”, ha detto Hurriyah.

Secondo la testimonianza di Hurriyah, Mara’i ha gridato per ore dopo l’aggressione: “Sto male, ho dolore, non riesco a respirare, portatemi un medico”. Ma le guardie carcerarie sono semplicemente entrate nella sua cella e gli hanno detto di stare zitto, ha raccontato Hurriyah. Il giorno dopo, la sua voce si è spenta; le guardie si sono rese conto che era morto e lo hanno portato fuori dalla cella “in un sacco della spazzatura nero”.

Abdel Rahman Bahash, 23 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel gennaio 2024. L’autopsia ha rilevato fratture multiple alle costole, una lesione alla milza, infiammazione e lesioni polmonari. Una possibile causa del decesso è stata l’insufficienza respiratoria dovuta a una lesione polmonare. Un altro detenuto ha raccontato che le guardie avevano aggredito Bahash; in seguito, lui aveva lamentato dolori al torace e alle costole, ma gli è stata negata qualsiasi cura medica. Quando non è riuscito più a stare in piedi, le guardie lo hanno portato via ed è morto pochi giorni dopo.

Walid Khaled Abdullah Ahmed, 17 anni, è morto nel carcere di Megiddo nel marzo 2025. Un medico presente all’autopsia ha riferito che non aveva quasi più massa grassa o muscolare e soffriva anche di colite e scabbia, il che ha fatto sospettare che fosse morto di fame. Suo padre ha dichiarato ad Haaretz: “Ho visto durante le udienze in tribunale che il ragazzo appariva magro, con il viso emaciato, come altri detenuti che soffrono di malnutrizione nelle carceri”. Secondo suo padre, Ahmed non aveva malattie pregresse.

Arafat Hamdan, 25 anni, è morto nel carcere di Ofer nell’ottobre 2023. Soffriva di diabete di tipo 1 e un detenuto che era con lui ha affermato che la morte è dovuta a negligenza: le sue condizioni sono gradualmente peggiorate fino a quando non ha smesso di mangiare e ha iniziato a perdere conoscenza a intermittenza.

“Abbiamo chiamato di nuovo il medico per visitarlo, e lui ci ha detto di chiamarlo quando Arafat fosse morto”, ha ricordato il detenuto in un rapporto di B’Tselem. “Dopo un’ora e mezza, abbiamo visto del liquido fuoriuscire dalla sua bocca. Uno dei detenuti gli ha controllato il polso e ha urlato che Arafat era morto”.

Mohammed Al-Zabar, 21 anni, è deceduto nel carcere di Ofer nel febbraio 2024. Fin dall’infanzia, soffriva di malattie intestinali e necessitava di una alimentazione specifica. L’autopsia ha indicato che è morto per mancanza dei nutrimenti necessari, con conseguente stipsi prolungata, senza che gli venissero somministrate cure mediche.

Secondo le testimonianze dei detenuti che stavano insieme a lui Thaer Abu Asab, 38 anni, è stato picchiato a morte nel carcere di Ketziot nel novembre 2023. Un detenuto ha raccontato a B’Tselem che le forze speciali hanno fatto irruzione nella cella e hanno iniziato a picchiare su tutto il corpo i detenuti con manganelli fino a farli sanguinare dalla testa. “Hanno colpito Thaer più forte”, ha raccontato. “Ha cercato di proteggersi la testa con le mani, ma ben presto ha dovuto cedere a causa dei colpi”.

Dopo che le guardie se ne sono andate Abu Asab è rimasto a terra, ancora sanguinante e privo di sensi. Il detenuto ha raccontato di aver cercato di chiamare una guardia per più di un’ora, ma nessuno si è fatto vivo. Alla fine, Abu Asab è stato portato fuori dalla cella e le guardie hanno informato i detenuti che era morto.

Il giorno seguente, ha continuato il carcerato, lo Shin Bet (l’agenzia per la sicurezza interna israeliana) ha interrogato uno a uno tutti i detenuti che stavano insieme ad Abu Asab e “ha affermato che avevamo creato scompiglio e ucciso Thaer, motivo per cui eravamo rimasti tutti feriti. Hanno detto che eravamo stati noi ad attaccarci a vicenda, non le guardie… Ha detto che avevamo ucciso Thaer e volevamo incastrare la prigione”.

L’IPS si è rifiutata di rispondere all’indagine dettagliata di +972 sui decessi menzionati nel nostro rapporto, indirizzandoci invece al Coordinatore delle Attività Governative nei Territori (COGAT) perché “il COGAT è responsabile dei detenuti palestinesi non condannati”. Il COGAT ha detto a +972 che la questione dei decessi sotto custodia non è di loro competenza.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che negli ultimi due anni sono state detenute a Gaza persone “ragionevolmente sospettate di essere coinvolte in attività terroristiche. Nei casi di indizi rilevanti i prigionieri vengono sottoposti a ulteriori interrogatori, screening e detenzione in strutture apposite sul territorio israeliano”.

La dichiarazione afferma che i sospettati sono “trattenuti in base a ordini di detenzione emessi in conformità con la legge e, nei casi appropriati, vengono avviati contro di loro procedimenti penali. In altri casi vengono trattenuti in custodia cautelare a causa del rischio che rappresentano, al fine di tenerli lontani dai combattimenti, nel pieno rispetto della legge israeliana e delle Convenzioni di Ginevra”.

L’esercito ha ammesso che “ci sono stati decessi di detenuti, compresi quelli arrivati ​​feriti o con una condizione medica complessa preesistente”, aggiungendo che “ogni decesso viene indagato dalla polizia militare inquirente”, i cui risultati vengono sottoposti all’Ufficio dell’Avvocatura Generale Militare per la revisione.

Il portavoce ha aggiunto: “L’affermazione secondo cui i detenuti sarebbero ‘scomparsi’ da Gaza è falsa ed erronea”.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Testo integrale della risoluzione statunitense per Gaza approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Redazione di MEE

18 novembre 2025-Middle East Eye

La risoluzione 2803 delle Nazioni Unite affida a Donald Trump il controllo di Gaza e, usando un linguaggio vago, afferma che se determinati obiettivi saranno raggiunti, potrebbe aprirsi la strada alla creazione di uno Stato palestinese

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza che sostiene la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione e un possibile “percorso verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese” se determinati obiettivi saranno raggiunti.

La risoluzione, approvata con 13 voti favorevoli e 0 contrari, con l’astensione di Cina e Russia, assegnerà a Donald Trump il controllo supremo di Gaza e vedrà il suo “consiglio di pace” supervisionare truppe multinazionali di mantenimento della pace, un comitato di tecnocrati palestinesi e una forza di polizia locale, per un periodo di due anni.

Non è chiaro chi altro farà parte del “consiglio per la pace”, ma Trump ha dichiarato sui social media che sarà “presieduto da me e includerà i leader più potenti e rispettati del mondo”.

La risoluzione afferma che le truppe di stabilizzazione contribuiranno a proteggere le aree di confine insieme a una forza di polizia palestinese addestrata e selezionata e che si coordinerà con altri paesi per garantire il flusso di aiuti umanitari a Gaza.

Afferma che questa forza dovrebbe consultarsi e cooperare strettamente con i vicini Egitto e Israele.

Chiede inoltre che essa garantisca “il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza” e “lo smantellamento permanente delle armi dei gruppi armati non statali”. La risoluzione autorizza la forza di stabilizzazione a “utilizzare tutte le misure necessarie per adempiere al suo mandato”.

Hamas, che non ha accettato il disarmo, ha respinto la risoluzione affermando che non soddisfa i diritti e le richieste dei palestinesi e cerca di imporre un’amministrazione fiduciaria internazionale sull’enclave a cui i palestinesi e le fazioni della resistenza si oppongono.

“Assegnare alla forza internazionale compiti e ruoli all’interno della Striscia di Gaza, incluso il disarmo della resistenza, la priva della sua neutralità e la trasforma in una parte del conflitto a favore dell’occupazione,” ha affermato il gruppo.

La risoluzione afferma che le forze israeliane si ritireranno da Gaza “sulla base di standard, traguardi e tempi legati alla smilitarizzazione” che saranno concordati dalla forza di stabilizzazione, dalle forze israeliane, dagli Stati Uniti e dai garanti del cessate il fuoco.

La risoluzione, utilizzando un linguaggio vago e non impegnativo, afferma inoltre che se l’Autorità Nazionale Palestinese si riformasse “fedelmente” e la ricostruzione di Gaza procedesse, “potrebbero esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la sovranità palestinese”.

È possibile leggere la risoluzione integrale qui:

Risoluzione 2803 (2025)

Adottata dal Consiglio di Sicurezza nella sua 10046ª riunione, il 17 novembre 2025

Il Consiglio di Sicurezza,

Accogliendo con favore il Piano Globale per porre fine al conflitto di Gaza del 29 settembre 2025 (“Piano Globale”), e applaudendo gli Stati che lo hanno firmato, accettato o approvato e accogliendo inoltre con favore la storica Dichiarazione di Trump per una pace e una prosperità durature del 13 ottobre 2025 e il ruolo costruttivo svolto dagli Stati Uniti d’America, dallo Stato del Qatar, dalla Repubblica Araba d’Egitto e dalla Repubblica di Turchia, nell’aver facilitato il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza,

Accertando che la situazione nella Striscia di Gaza minaccia la pace regionale e la sicurezza degli Stati confinanti e prendendo atto delle precedenti risoluzioni in merito del Consiglio di Sicurezza relative alla situazione in Medio Oriente, inclusa la questione palestinese,

1. Approva il Piano globale, riconosce che le parti lo hanno accettato e le invita ad attuarlo nella sua interezza, compreso il mantenimento del cessate il fuoco, in buona fede e senza indugio;

2. Accoglie con favore l’istituzione del Board of Peace (BoP) come amministrazione transitoria dotata di personalità giuridica internazionale, che definirà il quadro e coordinerà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, conformemente al Piano Globale e ai pertinenti principi giuridici internazionali, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non avrà completato in modo soddisfacente il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 e la proposta franco-saudita, e potrà riprendere il controllo di Gaza in modo sicuro ed efficace. Dopo che il programma di riforma dell’ANP sarà stato fedelmente portato a termine e la riqualificazione di Gaza sarà progredita, potrebbero finalmente crearsi le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese. Gli Stati Uniti avvieranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza pacifica e prospera;

3. Sottolinea l’importanza della piena ripresa degli aiuti umanitari in cooperazione con il BoP nella Striscia di Gaza, in modo coerente con i pertinenti principi giuridici internazionali e attraverso organizzazioni cooperanti, tra cui le Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa, e garantendo che tali aiuti siano utilizzati esclusivamente per scopi pacifici e non dirottati da gruppi armati;

4. Autorizza gli Stati membri che partecipano al BoP e il BoP a: (A) stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano globale, compresi quelli relativi ai privilegi e alle immunità del personale della forza stabiliti nel paragrafo 7 di seguito; (B) istituire entità operative dotate, se necessario, di personalità giuridica internazionale e autorità transazionali per l’esecuzione delle sue funzioni, tra cui: (1) l’attuazione di un’amministrazione di governance transitoria, compresa la supervisione e il supporto di un comitato tecnocratico palestinese apolitico di palestinesi competenti della Striscia, come sostenuto dalla Lega araba, che sarà responsabile delle operazioni quotidiane del servizio civile e dell’amministrazione di Gaza; (2) la ricostruzione di Gaza e dei programmi di ripresa economica; (3) il coordinamento, il supporto e la fornitura di servizi pubblici e assistenza umanitaria a Gaza; (4) qualsiasi misura per facilitare il movimento delle persone dentro e fuori Gaza, in modo coerente con il Piano globale; (5) qualsiasi compito aggiuntivo necessario per supportare e attuare il Piano globale;

5. Intende che le entità operative di cui al paragrafo 4 di cui sopra opereranno sotto l’autorità transitoria e la supervisione del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da parte di donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

6. Invita la Banca Mondiale e altre istituzioni finanziarie a facilitare e fornire risorse finanziarie per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo di Gaza, anche attraverso l’istituzione di un fondo fiduciario dedicato a tale scopo e gestito dai donatori;

7. Autorizza gli Stati membri che collaborano con il BoP e il BoP a istituire una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) temporanea a Gaza da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP, con forze fornite dagli Stati partecipanti, in stretta consultazione e cooperazione con la Repubblica Araba d’Egitto e lo Stato di Israele, e ad adottare tutte le misure necessarie per svolgere il suo mandato nel rispetto del diritto internazionale, incluso il diritto internazionale umanitario. L’ISF collaborerà con Israele ed Egitto, fatti salvi i loro accordi esistenti, insieme a una nuova forza di polizia palestinese, opportunamente addestrata e selezionata, per contribuire a proteggere le aree di confine; stabilizzare il contesto di sicurezza a Gaza assicurando il processo di smilitarizzazione della Striscia di Gaza, inclusa la distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive, nonché la dismissione permanente delle armi dei gruppi armati non statali; proteggere i civili, comprese le operazioni umanitarie; addestrare e fornire supporto a selezionate forze di polizia palestinesi; coordinarsi con gli Stati interessati per proteggere i corridoi umanitari; e intraprendere ulteriori compiti che possano essere necessari a supporto del Piano Globale. Man mano che la Forze Internazionali di Stabilizzazione (ISF) stabiliscono controllo e stabilità le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno dalla Striscia di Gaza in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione che saranno concordati tra le IDF, le ISF, i garanti e gli Stati Uniti, fatta eccezione per una presenza perimetrale di sicurezza che rimarrà fino a quando Gaza non sarà adeguatamente protetta da qualsiasi minaccia terroristica. Le ISF dovranno: (A) assistere il BoP nel monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco a Gaza e stipulare gli accordi necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano Globale; (B) operare sotto la guida strategica del BoP e saranno finanziate attraverso contributi volontari da donatori, veicoli di finanziamento del BoP e governi;

8. Decide che il BoP e le presenze civili e di sicurezza internazionali autorizzate dalla presente risoluzione rimarranno autorizzate fino al 31 dicembre 2027, fatte salve ulteriori azioni da parte del Consiglio, e che qualsiasi ulteriore rinnovo dell’ autorizzazione dell’ISF avverrà in piena cooperazione e coordinamento con Egitto e Israele e con gli altri Stati membri che continueranno a collaborare con l’ISF;

9. Invita gli Stati membri e le organizzazioni internazionali a collaborare con il BoP per individuare opportunità di contribuire con personale, attrezzature e risorse finanziarie alle sue entità operative e all’ISF, a fornire assistenza tecnica alle sue entità operative e all’ISF e a dare pieno riconoscimento ai suoi atti e documenti;

10. Richiede al BoP di fornire ogni sei mesi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una relazione scritta sui progressi compiuti in relazione a quanto sopra;

11. Decide di conservare la propria competenza sulla questione.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




La decisione della Germania di accogliere asini – ma non bambini – da Gaza per essere curati ha suscitato indignazione

Leon Wystrychowski

18 novembre 2025 – Middle East Monitor

La notizia sembra uno scherzo di cattivo gusto, ma non è così. “Asinelli salvati da Gaza trovano casa a Oppenheim”, riferisce la Allgemeine Zeitung, un giornale regionale della Germania ovest. Su Instagram la sezione commenti sul post è stata velocemente bloccata a causa di “numerosi commenti inappropriati e pieni di odio”, verosimilmente critici nei confronti della decisione della Germania di accogliere quattro asinelli. Ma qual è il contesto più ampio?

Gli animali sono benvenuti – i gazawi no

Per molti la vicenda dei quattro asinelli “salvati” da Gaza è una prova ulteriore del disumano cinismo dei leader tedeschi. Da ottobre 2023 praticamente nessun essere umano di Gaza è stato accolto dalla Germania. Berlino non ha dato priorità al soccorso dal genocidio di Gaza ai cittadini palestinesi con passaporto tedesco, nonostante l’obbligo stabilito dal Ministero degli Esteri di evacuare i propri cittadini dalle zone di guerra e di crisi. Intanto la Germania ha addirittura concesso la cittadinanza a israeliani che erano stati fatti prigionieri durante le operazioni a Gaza dopo l’ottobre 2023, chiedendo con forza il loro rilascio in quanto “ostaggi tedeschi”.

Mentre nei mesi scorsi diversi Paesi occidentali – per esempio la Spagna nell’estate 2024 – hanno accolto gruppi di bambini di Gaza feriti o malati per ricevere cure, la Germania non ha fatto quasi niente. Si ritiene che solo due bambini di Gaza siano stati curati in Germania in più di due anni. Diverse città tedesche si sono offerte di accogliere un maggior numero di minori da Gaza ed hanno sostenuto di essere pronte a farlo, ma il governo federale ha bloccato questi piani, adducendo a pretesto la situazione “molto imprevedibile” di Gaza anche dopo il cessate il fuoco ufficiale. Il Ministero degli Esteri e quello degli Interni hanno citato anche “procedure complesse” e la necessità di passare al vaglio i membri della famiglia che avrebbero accompagnato [i minori]. Le ONG che aiutano i pazienti provenienti dall’estero devono garantire il loro ritorno e quello degli accompagnatori: se in seguito viene fatta domanda di asilo le ONG devono coprire i costi del procedimento legale, che spesso dura anni.

Anche l’articolo di Allgemeine Zeitung offre un esempio del grottesco doppio standard del discorso tedesco su Gaza. Comincia così: “Hanno sofferto la fame e la miseria, le percosse e la fatica.” A parte il fatto che questa impostazione suggerisce che i gazawi non sono solo potenziali “terroristi di Hamas” e “odiatori degli ebrei”, ma anche maltrattatori di animali, esso ignora la sistematica tortura dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, come documentato in recenti rapporti del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), praticamente assente dai media tedeschi. L’empatia dimostrata verso gli asini in questo articolo supera di molto quella verso gli esseri umani a Gaza nei due anni trascorsi. Non sorprende che l’articolo eviti di menzionare chi sia responsabile della fame degli asini o delle deprivazioni di quasi due milioni di palestinesi. L’articolo si rallegra che gli asini “nonostante tutto quello che hanno passato, sono notevolmente fiduciosi” e “hanno addirittura iniziato a riprendersi un po’.” Una simile attenzione per la condizione psicologica della popolazione umana di Gaza è praticamente inesistente nei media tedeschi.

Il ‘greenwashing’ del genocidio da parte della Germania

C’è tuttavia un’altra dimensione al di là dell’ovvio cinismo: la storia di come questi asinelli sono arrivati in Germania. “Questi asini erano abbandonati, feriti, maltrattati o destinati alla morte”, comunica lo zoo di Oppenheim. (Non una parola sul perché sono stati abbandonati o che cosa sia successo ai loro originari proprietari). Gli animali sono stati “salvati” da organizzazioni israeliane per la difesa degli animali – per la precisione, un gruppo che pare abbia “salvato 50 asinelli a Gaza”. Come possa agire una ONG israeliana in una zona di guerra in corso non è chiaro, ma probabilmente è stato necessario un coordinamento con l’esercito.

Già la scorsa estate fonti di informazione hanno riferito che l’esercito israeliano stava trasportando centinaia di asini di Gaza in una fattoria chiamata “il Santuario per Ricominciare”. I media israeliani l’hanno definito “soccorso agli animali”. Secondo l’agenzia di notizie belga c’erano stati 10 di questi trasferimenti all’inizio di agosto. L’ “organizzazione di aiuto” israeliana si vanta di aver “salvato” circa 600 asini. In un altro rapporto su altri quattro asinelli portati in un ranch in Bassa Sassonia nel nord della Germania si rivela che dietro i trasferimenti in Germania c’è effettivamente l’organizzazione ‘Santuario per Ricominciare’. L’articolo aggiunge inoltre: “Gli asini dovevano lavorare duramente, erano trattati molto male e non avevano diritti. Le loro malattie non venivano curate.”

Dall’inizio del genocidio a Gaza gli asini sono diventati un mezzo di trasporto vitale. Con le limitazioni di carburante e le strade danneggiate, essi trasportano in modo sicuro i feriti e i malati agli ospedali, trasportano le persone nel viaggio di ritorno a casa e consegnano cose essenziali come acqua, cibo e rifornimenti. Ben lungi dall’essere sfruttati insensatamente o lasciati morire, gli animali malati e feriti a Gaza sono curati e salvati.

Un rapporto del Guardian di aprile 2025 ha sottolineato che una sola equipe medica ha soccorso oltre 7.000 asini da ottobre 2023. Intanto il giornalista Tarek Baè ha sottolineato su X che, secondo l’ONU, ad agosto 2024 il 43% di tutto il bestiame a Gaza era stato ucciso in seguito alla guerra di distruzione di Israele.

Visto in quest’ottica il “salvataggio” di asini da parte di soggetti israeliani sembra più un furto o un sequestro. Fa parte della strategia in atto dell’esercito israeliano: negare ai palestinesi i mezzi di produzione, soprattutto terra e ulivi, e i trasporti è centrale per il controllo coloniale e per la sistematica espulsione dei palestinesi. A lungo sono state usate giustificazioni ecologiche per mascherare questi piani, i critici parlano anche di “guerra ambientale”: dalla piantagione di alberi da parte del Fondo Nazionale Ebraico (JNF) alla creazione di riserve naturali che espellono i palestinesi e ne mettono a rischio le vite, fino al preteso “salvataggio” degli asini di Gaza. La Germania sta sostenendo la pulizia etnica dei palestinesi e il genocidio a Gaza non solo politicamente, economicamente, attraverso gli armamenti forniti a Israele, bloccando gli aiuti per Gaza, ma anche distruggendo gli ultimi mezzi di sopravvivenza nella Striscia di Gaza dietro la maschera di “greenwashing” (ecologismo di facciata, ndtr.).

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)