L’ONU afferma che ci sono stati almeno nove tentativi respinti di consegnare tende a Gaza

Redazione di MEMO

17 novembre 2025 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie] Anadolu riferisce che lunedì l’ONU ha sottolineato la gravissima situazione nella Striscia di Gaza in quanto i suoi tentativi di consegnare tende ai bisognosi sono stati ripetutamente respinti.

Citando l’Office of the Coordination of Humanitarian Affairs [Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari] (OCHA) il portavoce ONU, Stephane Dujarric durante una conferenza stampa ha avvertito che “la situazione umanitaria rimane molto difficile, con molte persone che lottano per avere accesso ai beni essenziali di cui hanno bisogno per sopravvivere.”

Ricordando le recenti forti piogge nell’enclave, Dujarric ha detto che “durante il fine settimana le organizzazioni umanitarie hanno avviato una rapida valutazione delle aree interessate e fornito un certo aiuto iniziale. Dal 10 ottobre almeno nove tentativi delle Nazioni Unite e dei nostri partner di portare tende nella Striscia sono stati respinti,” ha osservato.

Ha affermato che partner che lavorano sulla sicurezza alimentare riferiscono che “con la quantità di pacchi alimentari che entrano nella Striscia, aumentato negli ultimi giorni, pianificano di ricominciare la distribuzione di due razioni di cibo e un pacco di farina in tutta la Striscia.”

Tuttavia Dujarric ha anche osservato che la distribuzione nel nord di Gaza è stata recentemente limitata e ha detto: “All’inizio di questa settimana la distribuzione nel nord di Gaza è stata limitata a biscotti energetici e a un pacco di farina perché i partner che lavorano per portare le forniture hanno avuto degli ostacoli, inclusi il fatto che non sono stati considerati prioritari di convogli umanitari ai valichi, ritardi nei controlli doganali e la mancanza di accesso ai valichi settentrionali.”

Evidenziando il livello di distruzione nella Striscia di Gaza, Dujarric ha affermato che le squadre “hanno rimosso 100.000 tonnellate di detriti da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco,” ma ha aggiunto che “circa 58 milioni di detriti e macerie rimangono sparse in tutta la Striscia di Gaza e solo metà di questa quantità [di macerie] è al momento accessibile.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cos’è la misteriosa organizzazione che porta i palestinesi di Gaza in Sud Africa?

Yashraj Sharma

16 novembre 2025 – Al Jazeera

Sono emersi dettagli sul controverso piano per far uscire i palestinesi da Gaza gestito da Al-Majd Europe

Giovedì mattina è atterrato in un aeroporto di Johannesburg, lasciando “esterrefatti” i funzionari sudafricani, un aereo charter che trasportava dalla martoriata Gaza 153 palestinesi, molti dei quali senza i documenti richiesti per il viaggio.

Dopo circa 12 ore di confusione, al gruppo, affidato alle cure di un’organizzazione benefica locale, è stato consentito di sbarcare.

Dall’organizzazione, che afferma sul suo sito in rete di organizzare “evacuazioni da zone di conflitto”, era stata richiesta ai passeggeri una considerevole somma di denaro.

Ecco tutto ciò che sappiamo finora del trasporto di questo gruppo e di chi c’è dietro Al-Majd Europe.

Cos’è successo in Sud Africa?

Secondo la polizia di frontiera sudafricana l’aereo pieno di persone è rimasto su una pista di atterraggio per circa 12 ore mentre le autorità sudafricane cercavano di capire perché non avessero timbri o ricevute di uscita quando hanno lasciato Gaza. Quando il servizio di immigrazione glielo ha chiesto non sapevano neppure dove sarebbero andati o quanto tempo pensavano di rimanere in Sud Africa.

Il governo ha consentito loro di lasciare l’aereo dopo che l’organizzazione benefica Gift of the Givers [Dono dei Donatori] ha offerto loro una sistemazione.

Fonti ufficiali hanno affermato che 23 palestinesi si sono diretti in altri Paesi, senza aggiungere ulteriori dettagli.

“Ci sono persone da Gaza che in qualche modo misterioso sono stati messi su un aereo che è passato da Nairobi ed è arrivato qui,” ha detto venerdì il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa.

Cos’è la compagnia che li ha fatti volare in Sud Africa?

Dietro al volo c’è Al-Majd Europe, accusata di agire in coordinamento con le autorità israeliane.

Il giornale israeliano Haaretz ha informato domenica che l’organizzazione è guidata da un israeliano-estone di nome Tomer Janar Lind. Il quotidiano ha affermato che Lind ha lavorato con un’unità dell’esercito israeliano incaricata del trasferimento forzato di palestinesi da Gaza per agevolare vari voli simili. Questa unità, che si chiama Voluntary Emigration Bureau [Ufficio dell’Emigrazione Volontaria], è stato creato all’inizio del 2025 dal ministero della Difesa israeliano per mettere in atto una politica di espulsione dei palestinesi dalla loro terra.

Secondo l’articolo di Haaretz, Lind non nega di aver organizzato voli per i palestinesi, ma si rifiuta di fornire altre informazioni.

“Non è affatto un evento casuale,” afferma Oroub el-Abed, docente associata in migrazioni internazionali e studi sui rifugiati dell’università Birzeit di Ramallah.

“E’ parte integrante di un modello colonialista di lunga data, la sistematica spoliazione dei nativi palestinesi che è stata perpetrata dai sionisti israeliani che vogliono svuotare la terra del suo popolo nativo utilizzando molteplici strategie,” dice ad Al Jazeera.

Il sito web di Al-Majd Europe afferma che è stata fondata nel 2010 in Germania e nella sua pagina iniziale c’è una finestra a comparsa che mette in guardia da individui che affermano di essere suoi agenti, condividendo numeri di telefono di “rappresentanti legittimi”.

Ma il sito non ha indirizzi o numeri di telefono e fornisce solo una sede a Sheikh Jarrah, nella Gerusalemme est occupata. Tuttavia Al Jazeera non è stata in grado di trovarvi un ufficio.

Il dominio del sito web, almajdeurope.org, è stato registrato solo nel febbraio di quest’anno, mentre vari link sul sito non portano da nessuna parte. L’indirizzo mail, info@almajdeurope.org, risponde con un messaggio automatico in cui si afferma che esso non esiste.

Namecheap, che ha registrato il dominio, è stato citato in vari rapporti sulla sicurezza informatica riguardo a truffe in rete per via del suo basso costo e della facilità del processo di iscrizione.

Al Jazeera ha anche saputo che a molte persone è stato detto di pagare con bonifici su conti bancari di singole persone, non dell’organizzazione.

Al-Majd Europe fa quello che dice di fare?

Tra i link che funzionano c’è una pagina con quattro “storie di impatto”.

Un post riguardante “Mona”, una ventinovenne di Aleppo, Siria, è datato 22 marzo 2023, benché il sito sia stato registrato solo 10 mesi fa.

Il racconto, affidato alla voce di “Mona”, esprime gratitudine ad Al-Majd per aver portato lei e sua madre “in un posto sicuro” quando si sono sentite minacciate in Libano, dove erano scappate nel 2013.

Il modulo in rete dice: “Solo per gli abitanti di Gaza attualmente all’interno della Striscia di Gaza!”

“Volete viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarvi!”

Come sono finite su quel volo le persone?

Dopo aver pagato ad Al-Majd da 1.400 a 2.000 dollari a testa, con lo stesso prezzo per minori che per adulti, le famiglie palestinesi, compresa una donna incinta, sono salite sull’aereo senza sapere quale fosse la loro destinazione finale.

Venerdì Loay Abu Saif, che era a bordo del volo con sua moglie e i figli, ha raccontato ad Al Jazeera di aver sentito parlare di Al-Majd attraverso una pubblicità su una rete sociale.

Saif ha detto di non sapere quando avrebbero lasciato Gaza fino al giorno prima, quando gli è stato detto che i passeggeri avrebbero potuto prendere solo una piccola borsa, un telefonino e un po’ di denaro.

Sono stati portati in autobus da Rafah, nel sud di Gaza, fino al valico di Karem Abu Salem (noto in Israele come Kerem Shalom), dove sono stati controllati e poi trasferiti all’aeroporto israeliano di Ramon senza che le autorità israeliane timbrassero i loro documenti di viaggio.

Un’altra persona intervistata da Al Jazeera che vuole rimanere anonima ha detto: “I …richiedenti devono (avere una) famiglia (giovane). (Poi) i nomi vengono inviati per un controllo di sicurezza. Una volta che è completato, se la famiglia è approvata, le viene chiesto di pagare,” ha affermato.

“C’è stato prima un coordinamento con l’esercito israeliano perché gli autobus entrassero a Rafah,” ha sostenuto. “La procedura è stata solo di routine.”

Il gruppo è partito da Ramon con un velivolo rumeno e prima di atterrare a Johannesburg ha fatto scalo a Nairobi, in Kenia.

Ci sono stati voli simili in precedenza?

Il quotidiano israeliano Haaretz ha informato che c’è stato un volo simile il 27 maggio. Ha sostenuto che circa 57 palestinesi di Gaza sono saliti su autobus che li hanno portati all’aeroporto di Ramon attraverso il valico di Karem Abu Salem.

Secondo Haaretz il gruppo poi è salito su un volo charter rumeno di Fly Lili. L’aereo è arrivato a Budapest e da lì ha proseguito fino in Indonesia e Malaysia.

Il sito di Al-Majd sostiene anche di aver favorito il viaggio di “un gruppo di medici che lavorano in ospedali della Striscia di Gaza” che è andato in Indonesia “per ulteriori studi e formazione medica avanzata”. Tuttavia questo post è datato 28 aprile 2024.

Al Jazeera non può verificare in modo indipendente l’autenticità di questo post né la foto di gruppo che vi compare.

Il fondatore di Gift of the Givers, Imtiaz Sooliman, che ha sostenuto che Al-Majd è una delle “organizzazioni di facciata di Israele”, ha detto all’agenzia di stampa Associated Press [con sede negli USA, ndt.] che questo è stato il secondo aereo ad arrivare in Sud Africa.

Un altro volo è arrivato il 28 ottobre con più di 170 palestinesi a bordo, ma non è stato reso noto dalle autorità.

Cosa dicono i palestinesi?

L’ambasciata palestinese in Sud Africa ha affermato in un comunicato che il viaggio è stato organizzato da “un’associazione non registrata e ingannevole che sfrutta le tragiche condizioni umanitarie del nostro popolo a Gaza, ha ingannato famiglie, raccolto soldi da loro e agevolato il loro viaggio in modo irregolare e irresponsabile.”

Il ministero degli Affari Esteri dell’Autorità Palestinese ha avvertito i palestinesi, soprattutto quelli della Striscia di Gaza, riguardo a reti che cercano di portarli via dalle loro case in linea con gli interessi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Tutto è ammesso”: i crimini di guerra israeliani a Gaza raccontati in un documentario britannico

Simon Speakman Cordall

11 novembre 2025 – Aljazeera

Il nuovo film, che presenta testimonianze dirette di soldati israeliani a Gaza, rivela un campionario di abusi sistematici.

Nel corso di un nuovo documentario che presenta testimonianze di soldati israeliani impiegati a Gaza, dopo circa 30 minuti dall’inizio un soldato riflette sull’enclave dopo mesi di guerra israeliana: “Caldo terribile. Sabbia. Fetore. E cani che vagano in branco. Mangiano cadaveri… È orribile… È una specie di apocalisse zombie. Niente alberi. Niente cespugli. Niente strade. Non c’è nulla”.

Il documentario Breaking Ranks: Inside Israels War [Rompere i ranghi: nel cuore della guerra israeliana, ndt.], andato in onda lunedì [10 novembre, ndt.] sulla rete britannica ITV, presenta le testimonianze di soldati israeliani: alcuni parlano della vergogna provata per aver partecipato a ciò che riconoscono essere un genocidio, altri descrivono senza esitazioni la natura di quella guerra.

Sono compresi i dettagli di regole sull’apertura del fuoco quasi del tutto avulse da possibili giustificazioni, la distruzione totale di proprietà e case, l’uso sistematico di scudi umani, la guerra con i droni e le uccisioni indiscriminate legate a un sistema di aiuti militarizzato.

“La gente non ci pensa”, dice alla telecamera uno dei soldati, citato come Eli. “Perché se ci pensi, vorresti suicidarti.

“Quando ti prendi un momento per pensarci, ti viene voglia di urlare”, dice, con il volto oscurato per nascondere la sua identità.

Fuoco libero

Nei suoi due anni di guerra genocida a Gaza Israele ha ucciso più di 69.000 persone e ne ha ferite centinaia di migliaia. Le agenzie internazionali affermano che ci vorranno decenni prima che l’enclave si riprenda, se mai ci riuscirà.

L’intelligence israeliana sostiene che l’83% delle persone uccise a Gaza erano civili.

“‘Non ci sono civili a Gaza’, lo sentiamo dire continuamente”, riferisce Daniel, comandante di un’unità corazzata israeliana. Un’altra collaboratrice, il maggiore Neta Caspin, descrive una conversazione con il rabbino della sua brigata.

Racconta: “[Lui] si è seduto accanto a me e ha passato mezz’ora a spiegarmi perché dobbiamo comportarci come loro [Hamas] il 7 ottobre 2023. Che dobbiamo vendicarci di tutti loro, civili compresi… che questo è il solo modo”.

Il 7 ottobre 2023 Il braccio armato di Hamas ha condotto un attacco contro Israele, durante il quale sono morte 1.139 persone e circa 250 sono state fatte prigioniere.

Il capitano Yotam Vilk del Corpo Corazzato descrive la sospensione di tutte le regole sull’apertura del fuoco contro i civili – secondo le quali questi dovrebbero disporre dei mezzi, dell’intenzione e della capacità di rappresentare una minaccia per i soldati israeliani.

“Non esistono mezzi, intenzioni e capacità a Gaza”, spiega Vilk. “Basta un semplice sospetto che i civili si muovano dove non è permesso'”, dice, descrivendo l’ambiente sovraffollato e caotico di Gaza, dove i limiti precisi ai movimenti sono noti quasi esclusivamente alle truppe israeliane.

“Chiunque oltrepassi il limite viene automaticamente considerato un criminale e può essere ucciso”, aggiunge Vilk.

Zanzare

Durante la sua guerra Israele ha negato il crescente numero di accuse di crimini di guerra da parte di molteplici organismi, sostenendo di aver indagato su qualsiasi accusa credibile.

Tuttavia ad agosto un rapporto dell’organismo di monitoraggio britannico Action on Armed Violence (AOAV) [azione contro la violenza armata] ha rivelato che, delle poche indagini sulle accuse di crimini di guerra da parte degli investigatori militari, tra cui l’uccisione di 15 paramedici ad aprile, poche hanno portato a una risposta.

Rispondendo alle smentite israeliane di non aver utilizzato scudi umani, il comandante carrista Daniel ha chiarito che l’esercito “sta mentendo”.

“Si chiama ‘protocollo zanzara'”, dice riferendosi alla pratica di routine di catturare civili palestinesi, agganciare loro un iPhone e usarli per esplorare a distanza presunti centri di Hamas.

“Ogni compagnia ha la sua ‘zanzara'”, aggiunge, alludendo ai palestinesi catturati come insetti. “Si tratta di tre palestinesi per battaglione, da nove a dodici per brigata, poi decine, se non centinaia, per divisione”.

Daniel ricorda che alcuni soldati della sua unità avevano deciso di rilasciare due adolescenti catturati come scudi umani, preoccupati di incorrere in una violazione del diritto internazionale, e aggiunge che allora un alto ufficiale aveva affermato: “I soldati non hanno bisogno di conoscere il diritto internazionale, ma solo lo ‘spirito [militare israeliano]“.

Distruzione

Secondo l’ONU durante i suoi due anni di guerra a Gaza Israele ha distrutto o danneggiato il 92% del patrimonio abitativo e sfollato più volte almeno 1,9 milioni di persone.

Tutte le istituzioni che compongono una società, dalle università agli ospedali, sono state prese di mira e distrutte. I video caricati sui social media dai soldati israeliani mostrano un’orgia di violenza, con case e beni palestinesi saccheggiati ed esposti al ridicolo dai soldati.

“Senti che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e che puoi fare qualsiasi cosa”, ha detto un militare di leva che ha dichiarato di chiamarsi solo “Yaakov”. “Non per vendetta, ma semplicemente perché puoi”.

Altri partecipanti hanno raccontato di aver bruciato regolarmente le case palestinesi o di aver esultato davanti alle demolizioni.

Parlando dall’insediamento illegale israeliano di Beit El, nella Cisgiordania occupata, il giudice rabbinico Avraham Zarbiv, oggetto di una denuncia per crimini di guerra alla Corte Penale Internazionale, si è vantato di aver guidato un bulldozer per distruggere case e beni della gente durante la sua permanenza a Gaza.

“Pubblico molti video”, dice, prima di passare a uno in cui lo si vede alla guida di un bulldozer, mentre distrugge case in palese violazione del diritto internazionale.

“Fino alla fine, fino alla vittoria, fino all’insediamento coloniale. Non ci arrenderemo finché questo villaggio non sarà spazzato via”, dice nel video, spiegando alla telecamera come il suo filmato “sollevi il morale dei soldati”.

Proseguendo, Zarbiv si è attribuito il merito di aver introdotto la tattica di distruggere intere case, ormai diventata comune.

“Abbiamo cambiato il comportamento di un intero esercito”, si vanta. “Rafah è stata rasa al suolo. Jabalia è stata rasa al suolo. Beit Hanoon è stata rasa al suolo. Shujayea è stata rasa al suolo. E Khan Younis è stata rasa al suolo.”

Vergogna

Un altro soldato ha descritto lesperienza di restare seduto in uno scantinato, mezzo svestito, e uccidere palestinesi a distanza tramite un drone, incoraggiato da media e da unopinione pubblica che, come ha detto Yaakov, sergente di plotone e presente nel film, non sapevano né volevano sapere cosa stesse accadendo a Gaza.

Qualsiasi vita che non fosse israeliana contava poco, dice Eli, mentre Yaakov descrive come, da un’altra parte, i soldati del programma di aiuti privato israelo-americano, la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), “aprissero il fuoco, anche senza vedere una minaccia concreta”.

Alcuni dei partecipanti hanno riconosciuto di aver preso parte a un genocidio; altri hanno ammesso di aver causato sofferenze.

“Tutte le moschee, quasi tutti gli ospedali, quasi tutte le università, ogni istituzione culturale è stata distrutta”, ha detto Yaakov rivolgendosi alla telecamera.

Avete distrutto una società. Non è necessario ucciderli uno a uno per distruggere ogni traccia della società che c’era prima.

“Spero di poter trovare un modo per vivere senza provare vergogna qualsiasi cosa faccia.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Netanyahu afferma che lo scandalo delle torture a Sde Teiman ha provocato un ‘danno indicibile’: ha portato a paragonare i soldati israeliani ai nazisti

Redazione di MEMO

11 novembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che il video trapelato che mostra la tortura di un prigioniero palestinese nella prigione di Sde Teiman ha provocato un grave danno all’immagine di Israele e del suo esercito, portando a paragonare i soldati israeliani ai nazisti.

Parlando prima della seduta della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Netanyahu si è rivolto ai deputati dopo che 40 membri del parlamento hanno firmato una mozione per convocarlo a discutere della costituzione di una commissione ufficiale di inchiesta sugli eventi del 7 ottobre 2023.

Il caso Sde Teiman contro Forza 100 un anno e mezzo fa ha causato un danno indicibile allo Stato di Israele e all’IDF [l’esercito israeliano, ndt.],” ha affermato Netanyahu, riferendosi all’unità militare implicata nello scandalo. Ha dichiarato che il video, che sarebbe stato modificato, è stato pubblicato da Channel 12 [rete televisiva israeliana, ndt.] ed è stato visualizzato più di 100 milioni di volte, provocando un ampio scandalo internazionale.

Il video, trasmesso per la prima volta ad agosto 2024, mostra soldati israeliani che a luglio dello stesso anno torturano e aggrediscono sessualmente un prigioniero palestinese nella struttura carceraria di Sde Teiman, sita nel meridione di Israele, lasciando l’uomo con gravi ferite, inclusa una lacerazione rettale.

Netanyahu ha accusato coloro che indagano sull’incidente – con un velato riferimento all’ex-avvocato generale militare Yifat Tomer-Yerushalmi – di “abusare del loro potere per distorcere la verità” e di fornire “armi di propaganda ai nemici di Israele.”

Ha concluso chiedendo una approfondita inchiesta sull’incidente dicendo: “Ciò che è accaduto nel caso di Sde Teiman deve essere investigato, la verità svelata e fatta giustizia.”

La struttura carceraria di Sde Teiman ha subito ripetute accuse di torture e abusi sistematici contro prigionieri palestinesi da parte di organizzazioni per i diritti umani e di ex-detenuti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Quante volte Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza? Ecco i numeri.

AJLabs

11 novembre 2025 – Al Jazeera

Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, un mese fa, gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 242 palestinesi e ne hanno feriti 622.

A un mese dalla dichiarazione del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza Israele ha violato l’accordo con attacchi quasi quotidiani uccidendo centinaia di persone.

Dal 10 ottobre al 10 novembre l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza afferma che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco almeno 282 volte con la prosecuzione di attacchi aerei, di artiglieria e sparatorie dirette.

L’ufficio ha affermato che Israele ha sparato contro i civili 88 volte, ha fatto irruzione in aree residenziali oltre la “linea gialla” 12 volte, ha bombardato Gaza 124 volte e ha demolito proprietà private in 52 occasioni. Ha aggiunto che Israele nell’ultimo mese ha anche arrestato 23 palestinesi di Gaza.

Israele ha inoltre continuato a bloccare gli aiuti umanitari vitali e a distruggere case e infrastrutture in tutta la Striscia.

Al Jazeera monitora le violazioni del cessate il fuoco fino ad oggi/fin dal loro inizio.

Quali sono i termini del cessate il fuoco?

Il 29 settembre gli Stati Uniti hanno presentato una proposta in 20 punti, senza alcun contributo palestinese, per porre fine alla guerra di Israele a Gaza, liberare i prigionieri rimasti nell’enclave, consentire il pieno ingresso degli aiuti umanitari nel territorio assediato e delineare un ritiro delle forze israeliane in tre fasi.

Alcune delle principali condizioni della prima fase, attualmente in corso, includono:

La fine delle ostilità a Gaza da parte di Israele e Hamas

La revoca del blocco di tutti gli aiuti a Gaza da parte di Israele e la cessazione delle sue interferenze nella distribuzione degli aiuti

Il rilascio di tutti i prigionieri detenuti a Gaza, vivi o morti, da Hamas

Il rilascio di circa 2.000 prigionieri palestinesi e persone scomparse dalle carceri israeliane

Il ritiro delle forze israeliane sulla “linea gialla”

A seguito della mediazione di partner come Egitto, Qatar e Turchia i rappresentanti di circa 30 paesi si sono riuniti il ​​13 ottobre per una cerimonia, guidata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di firma dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza.

Tuttavia si notava l’assenza di Israele e Hamas e ciò sollevava dubbi sulla capacità del vertice di ottenere progressi tangibili verso la fine della guerra e la risoluzione delle questioni fondamentali dell’occupazione israeliana e dell’assedio di Gaza durato 18 anni. Israele si è impegnato a non consentire la nascita di uno Stato palestinese e gli Stati Uniti hanno continuato a trasferire armi su larga scala e a fornire sostegno diplomatico a Israele durante la sua guerra genocida contro Gaza, pur rilasciando solo vaghe dichiarazioni sul futuro di Gaza.

Israele attacca Gaza quasi ogni giorno

Secondo un’analisi di Al Jazeera Israele ha attaccato Gaza in 25 degli ultimi 31 giorni di cessate il fuoco, il che significa che sono solo sei i giorni in cui non sono stati segnalati attacchi violenti, morti o feriti.

Nonostante i continui attacchi gli Stati Uniti insistono sul fatto che il “cessate il fuoco” sta ancora tenendo.

Israele continua a uccidere palestinesi

Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a mezzogiorno del 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 242 palestinesi e ne ha feriti 622.

Il 19 e il 29 ottobre – due dei giorni più sanguinosi dall’ultimo cessate il fuoco – Israele ha ucciso un totale di 154 persone.

Il 19 ottobre, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco in seguito all’uccisione di due soldati israeliani a Rafah, le forze israeliane hanno ucciso 45 persone in una massiccia ondata di raid aerei su tutta la Striscia di Gaza.

Il braccio armato di Hamas, le Brigate Qassam, ha sottolineato che Israele controlla l’area di Rafah e di non aver avuto contatti con alcun combattente palestinese in quella zona.

Il 29 ottobre Israele ha ucciso 109 persone, tra cui 52 bambini, dopo uno scontro a fuoco a Rafah in cui è rimasto ucciso un soldato israeliano.

Israele ha anche affermato che un corpo trasferito da Gaza da Hamas tramite la Croce Rossa non apparteneva a uno dei prigionieri che avrebbero dovuto essere restituiti in base al cessate il fuoco.

“Gli israeliani hanno reagito, e dovevano farlo”, ha detto Trump ai giornalisti, definendo gli attacchi israeliani una “rappresaglia” per la morte del soldato.

Ecco gli ultimi dati del Ministero della Salute palestinese a Gaza che tracciano le vittime dal 7 ottobre 2023 al 10 novembre 2025:

Uccisi confermati: almeno 69.179 persone, inclusi 20.179 bambini.

Feriti: almeno 170.693 persone.

Israele continua a soffocare gli aiuti

Il cessate il fuoco prevedeva che “tutti gli aiuti sarebbero stati immediatamente inviati nella Striscia di Gaza”. Tuttavia, la realtà sul campo rimane molto diversa.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP) solo la metà degli aiuti alimentari richiesti sta attualmente raggiungendo Gaza, mentre una coalizione di agenzie umanitarie palestinesi afferma che le consegne totali di aiuti ammontano a solo un quarto di quanto concordato nell’ambito del cessate il fuoco.

Dal 10 ottobre al 9 novembre solo 3.451 camion hanno raggiunto le destinazioni previste all’interno di Gaza, secondo la commissione delle Nazioni Unite di controllo e tracciamento UN2720 che monitora gli aiuti umanitari a Gaza.

Secondo gli autisti dei camion le consegne di aiuti stanno subendo ritardi significativi a causa delle ispezioni israeliane che richiedono molto più tempo del previsto.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo al 6 novembre solo 4.453 camion erano entrati a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco su un totale previsto di 15.600.

Ciò costituisce una media di circa 171 camion al giorno, ben al di sotto dei 600 camion al giorno previsti.

Tuttavia la Casa Bianca afferma che quasi 15.000 camion carichi di merci commerciali e aiuti umanitari sono entrati a Gaza dal 10 ottobre, una cifra fortemente contestata dai palestinesi e dalle organizzazioni umanitarie.

Inoltre Israele ha bloccato più di 350 prodotti alimentari fondamentali per la nutrizione, tra cui carne, latticini e verdure essenziali per una dieta equilibrata. Sono stati invece consentiti alimenti non di base, come snack, cioccolato, patatine e bibite analcoliche.

Hamas ha rilasciato i prigionieri che avrebbe dovuto restituire?

Il 13 ottobre, in base all’accordo di cessate il fuoco, Hamas ha rilasciato tutti i 20 prigionieri israeliani ancora in vita in cambio di 250 palestinesi che scontano lunghe pene detentive e di 1.700 palestinesi scomparsi da Israele dal 7 ottobre 2023.

Come parte dell’accordo, Hamas dovrebbe anche restituire i corpi di 28 prigionieri israeliani in cambio di 360 corpi palestinesi detenuti da Israele.

Al 10 novembre Hamas aveva restituito i corpi di 24 prigionieri israeliani, mentre quattro rimanevano a Gaza. Il l’organizzazione ha affermato di aver bisogno di mezzi di scavo pesanti per recuperare i corpi rimanenti sepolti sotto le macerie dei bombardamenti israeliani.

Israele ha finora restituito 300 corpi palestinesi, molti dei quali mutilati e con segni di tortura. Molti rimangono non identificati.

Cosa dice il diritto internazionale sui cessate il fuoco?

Secondo il Lieber Institute un cessate il fuoco è concepito per interrompere i combattimenti attivi, o “congelare un conflitto sul posto”, ma per quanto concerne il diritto internazionale può presentare aspetti ambigui.

La sospensione delle ostilità è meglio intesa come cessazione delle operazioni militari ostili attive.

La ripresa delle ostilità violerebbe gli accordi politici, ma potrebbe non costituire una violazione del diritto internazionale, a meno che il cessate il fuoco non faccia parte di un trattato vincolante o di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La violenza dei coloni tocca un livello record

Tamara Nassar 

10 novembre 2025 – The Electronic Intifada

La violenza dei coloni ebrei contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata ha raggiunto livelli record.

Ottobre si avvia ad essere “il mese più violento” da quando l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, ha iniziato a documentare le violenze dei coloni nel 2013.

L’agenzia di monitoraggio dell’ONU OCHA ha anche registrato il più alto numero di attacchi di coloni in un solo mese da quando ha iniziato a documentare gli incidenti nel 2006, con oltre 260 attacchi di coloni contro palestinesi e loro proprietà.

Si tratta di una media di otto incidenti al giorno.

OCHA ha documentato al momento circa 150 attacchi di coloni ai raccolti contro palestinesi e loro proprietà nella Cisgiordania occupata durante la stagione, in confronto a 110 nello stesso periodo dello scorso anno e dai 30 ai 46 attacchi tra il 2020 e il 2023.

In questi attacchi sono stati feriti più di 140 palestinesi.

I coloni ebrei estremisti hanno provocato più danni durante la stagione di raccolta delle olive di quest’anno che in tutti gli anni dal 2020. Oltre 4.200 alberi e virgulti di ulivo sono stati vandalizzati dai coloni – più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Anche l’ampiezza degli attacchi è significativamente aumentata”, ha riferito OCHA la settimana scorsa.

Sono stati presi di mira più di 75 cittadine e villaggi, circa il doppio del numero delle comunità colpite nel 2023 e tre volte quello del 2020.

Gli attacchi dei coloni durante la stagione della raccolta hanno incluso aggressioni violente ai contadini, furto delle olive e degli attrezzi per la raccolta, abbattimento o sradicamento degli alberi, ostruzione dell’accesso alla terra e incendio di veicoli appartenenti a abitanti palestinesi.

La raccolta annuale delle olive è la principale fonte di sussistenza per decine di migliaia di palestinesi e gli ulivi sono profondamente radicati nella tradizione e nell’identità palestinesi”, ha affermato Roland Friedrich in quanto capo degli affari dell’UNRWA per la Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

Questi attacchi “minacciano il modo di vivere di molti palestinesi”.

OCHA ha registrato circa 1.500 attacchi di coloni contro palestinesi dall’inizio dell’anno, la maggior parte dei quali ha riguardato danneggiamenti delle proprietà palestinesi.

Più di 180 di questi casi hanno anche provocato vittime palestinesi.

Accesso alla terra

Inoltre i coloni hanno pesantemente limitato l’accesso dei palestinesi alle proprie terre, anche quando i contadini avevano un esplicito permesso da parte dell’esercito israeliano per entrarvi.

Un esempio delle intimidazioni dei coloni è il villaggio di Burin, nel governatorato di Nablus nel nord della Cisgiordania occupata.

I contadini palestinesi avevano un “accordo preliminare” con le autorità israeliane per accedere alle loro terre per la raccolta. Ma i cosiddetti custodi della colonia di Yitzhar, che ospita alcuni dei coloni più violenti in Cisgiordania, ha impedito ai palestinesi l’ingresso sparando colpi in aria per costringerli ad andarsene.

Di conseguenza circa 74 acri di uliveti sono rimasti non raccolti.

Questo è il terzo anno consecutivo in cui alcuni villaggi sono stati completamente privati di accesso ai loro uliveti all’interno delle colonie israeliane.

In alcuni casi ai contadini che avevano il permesso di accesso ai loro uliveti è stato dato un periodo di tempo limitato, come nel villaggio di Ein Yabrud vicino Ramallah, dove sono stati concessi tre giorni di tempo. Se venivano attaccati dai coloni non vi tornavano.

In particolare i nuovi avamposti di coloni hanno compromesso la possibilità dei contadini di accedere alle loro terre, anche nelle aree A e B – piccole zone della Cisgiordania occupata in cui l’Autorità Nazionale Palestinese detiene il controllo nominale.

Quelli che Israele definisce “avamposti” spesso sono costruiti senza il permesso di Israele e sono considerati illegali per la legge israeliana.

Nel dicembre 2024 due associazioni israeliane che monitorano l’attività dei coloni hanno riferito che gli avamposti di pastorizia includono il 14% della Cisgiordania, più di 194.000 acri di terra.

In meno di tre anni il 70% di tutta la terra requisita dai coloni ad oggi è stato preso con il pretesto di attività di pascolo”, hanno riferito Peace Now e Kerem Navot.

I coloni iniziano la requisizione delle terre espellendo con la forza i pastori e gli agricoltori palestinesi dalla loro terra e insediando avamposti di pastorizia.

Poi incominciano ad aggredire, intimidire e attaccare le comunità palestinesi, non lasciando loro altra scelta che andarsene, spiegano le associazioni. Dopo di che i coloni si prendono la terra e costruiscono nuovi avamposti, che inizialmente consistono di poche roulotte o strutture in genere non collegate a infrastrutture idriche, elettriche o fognarie.

L’attuale governo israeliano sta lavorando per sveltire il processo di riconoscimento di questi avamposti come colonie.

Tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, comprese Gerusalemme est e le alture del Golan siriane, sono illegali ai sensi del diritto internazionale e sono considerate crimini di guerra.

La settimana scorsa il consiglio di pianificazione dell’Amministrazione Civile si è riunito per discutere piani per 1973 nuove unità abitative per coloni che dovrebbero essere costruite nella Cisgiordania occupata. Dal novembre scorso questo “Alto Consiglio di Pianificazione” ha tenuto riunioni mensili con lo scopo di sviluppare progetti abitativi per le colonie.

Dall’inizio del 2025, includendo i piani destinati all’approvazione in questa settimana, il consiglio ha promosso un totale di 28.183 unità abitative”, ha riferito Peace Now [il più numeroso e longevo movimento israeliano che sostiene la pace, ndt.] la settimana scorsa.

E’ un “record assoluto.”

All’inizio di questo mese il Ministero dell’Edilizia Abitativa di Israele ha pubblicato piani attuativi per la costruzione di un nuovo quartiere in una colonia a sud est di Ramallah, la sede dell’Autorità Nazionale Palestinese nella Cisgiordania occupata.

La colonia di Geva Binyamin aggiungerebbe 342 unità e 14 nuove case per singole famiglie, in particolare per soldati riservisti nell’esercito israeliano.

Questo consente gare d’appalto emesse in agosto dal governo israeliano per più di 4.000 unità nella mega colonia di Maale Adumim, vicino a Gerusalemme, e di Ariel.

Dall’inizio dell’anno Israele ha emesso gare d’appalto per circa 5.700 unità abitative per coloni, definite da Peace Now “un record assoluto” e approssimativamente un aumento del 50% dall’ultimo picco del 2018.

Questi piani potrebbero portare circa 25.000 nuovi coloni a vivere in colonie esclusivamente per ebrei in Cisgiordania.

Deportazioni

Israele ha espulso decine di attivisti stranieri che cercavano di portare aiuto o protezione ai contadini palestinesi nella Cisgiordania occupata durante la stagione della raccolta.

Rudy Schulkind, un attivista inglese di 30 anni, era uno degli espulsi.

Tutti i contadini con cui abbiamo parlato erano incredibilmente generosi e amichevoli e grati per il sostegno da parte dei volontari internazionali”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ma la sua permanenza in Cisgiordania è stata interrotta.

Ho raccolto le olive solo per un giorno intero e il secondo giorno sono stato arrestato ed espulso”, ha detto a The Electronic Intifada.

Schulkind ha raccontato che in quel secondo giorno i coloni israeliani con mitragliatrici pesanti “hanno cercato, sia verbalmente che fisicamente, di impedire il lavoro che stavamo facendo e di interrompere la nostra raccolta delle olive.”

Schulkind ha aggiunto che quando poi è arrivato l’esercito è stato chiaro che “non era interessato a dissuadere i coloni e che era lì essenzialmente per aiutare i coloni ad impedire ai contadini palestinesi di accedere al diritto alla propria terra.”

Una volta arrivati in un altro luogo i volontari sono stati arrestati ed informati dall’esercito israeliano che la zona in cui si trovavano era stata dichiarata cosiddetta zona militare.

Schulkind ha detto che lui e parecchi altri attivisti sono stati caricati su un autobus e condotti in una stazione di polizia dove sono stati interrogati uno per volta con differenti accuse, comprese accuse di terrorismo.

Le forze israeliane hanno trattenuto Schulkind per circa tre giorni prima di rimpatriarlo in Inghilterra il 19 ottobre.

Non abbiamo mai avuto la possibilità di parlare con le nostre famiglie”, ha detto a The Electronic Intifada.

Ha aggiunto che gli è stata concessa una breve telefonata con un avvocato prima dell’interrogatorio, ma non è stato mai portato davanti a un giudice prima di essere espulso.

Tamara Nassar è assistente di redazione per The Electronic Intifada.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele sferra un attacco di propaganda mirata destinato alle chiese USA

Redazione di MEMO

11 novembre 2025 Middle East Monitor

Dinanzi a una forte perdita di consenso tra i cristiani evangelici Israele ricorre agli influencer e all’Intelligenza Artificiale per risalire la china.

Israele ha lanciato una campagna promozionale costata milioni di dollari per recuperare il sostegno della base cristiana conservatrice negli USA, che nel corso del genocidio in atto a Gaza è drasticamente calato. Da alcuni documenti risulta che Tel Aviv ha siglato contratti multimilionari con società statunitensi legate agli alleati di Donald Trump e con network vicini agli ambienti evangelici per ricostruire la propria immagine e riguadagnare consensi.

Negli USA Israele ha perduto parecchi dei suoi tradizionali sostenitori, il che costituisce ciò che molti ritengono una minaccia esistenziale per l’occupazione. Per evitare ulteriori fratture tra i conservatori USA e i cristiani evangelici ora Israele sta riversando milioni di dollari in sofisticate campagne digitali e non solo volte a reclutare influencer, targetizzare fedeli, manipolare la IA e saturare di contenuti le varie piattaforme.

Secondo Haaretz le misure adottate da Israele includono contratti costati 6 milioni di dollari e stipulati lo scorso agosto con Clock Tower X, un’azienda di proprietà di Brad Parscale, già manager della campagna digitale di Trump. Le indicazioni prevedono la produzione di 100 pezzi di core-content al mese e 5.000 varianti, con l’obiettivo di raggiungere 50 milioni di visualizzazioni al mese. L’80% di questi contenuti è diretto all’utenza giovanile statunitense mediante piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. La campagna è veicolata dal Salem Media Group, un network che dà voce ai cristiani conservatori e che possiede oltre 200 stazioni radio e siti web.

Un’altra campagna proposta, per un ammontare di oltre tre milioni di dollari, è quella presentata da Show Faith by Works, società che fa capo al consulente repubblicano Chad Schnitger. L’iniziativa punta a contrastare la perdita di consensi negli ambienti evangelici — di cui lo stesso Schnitger fa parte — mediante annunci mirati rivolti a chiese e organizzazioni cristiane in tutti gli stati USA occidentali, servendosi di messaggi che mettono in relazione il sostegno espresso dalla Bibbia per il popolo d’Israele e narrazioni pro-Israele. Il tenore delle affermazioni è del genere che “sono stati i palestinesi a scegliere Hamas”, oppure che i palestinesi “hanno festeggiato il massacro del 7 ottobre” o “danno rifugio ai terroristi”.

In questa campagna verrebbe messa in atto anche quella che i dossier definiscono “la più grande operazione di geofencing nella storia degli USA”, consistente nel fare una mappatura digitale di tutte le principali chiese e di tutti i college d’ispirazione cristiana esistenti in California, Arizona, Nevada e Colorado durante gli orari di messa al fine di individuare e tracciare i frequentatori attraverso i dati commerciali ad essi associati. Tali utenti — un pubblico stimato in otto milioni di fedeli e quattro milioni di studenti cristiani — verrebbero poi bombardati di annunci mirati pro-Israele.

Un’altra campagna ancora, nome in codice “Esther Project”, è stata concordata in passato con la Bridges Partners, società di consulenza con sede a Washington diretta da Uri Steinberg (ex attaché diplomatico al turismo per il Nord-America) e Yair Levi. Per un milione di dollari l’iniziativa ha assoldato 14—18 influencer incaricati di produrre fino a 30 post al mese da pubblicare su social come Instagram, TikTok, YouTube e X. E già in precedenza erano stati stanziati centinaia di migliaia di shekel [1 shekel=0,26 euro, NdT] per un altro progetto che ha fatto arrivare in Israele influencer di destra provenienti dagli Stati Uniti. Il gruppo ha visitato le colonie e si è poi dato da fare in attività di promozione che secondo il governo hanno avuto un grande ritorno diplomatico, oltre che in termini di propaganda.

Parallelamente all’uso di influencer umani, Israele sta facendo ricorso anche alla IA. Il contratto con The Clock Tower X definisce gli estremi di un’operazione basata su tecniche “Search and Language” volta a manipolare i criteri di SEO e le piattaforme di IA generativa come ChatGPT e Claude. L’obiettivo è influenzare il modo in cui questi strumenti inquadrano le ricerche e i risultati inerenti a Israele, Palestina e guerra di Gaza.

Un ulteriore contratto firmato con SKDKnickerbocker si aggira intorno ai 2,5 milioni di dollari e comporta l’utilizzo di bots su tutta una serie di piattaforme come TikTok, Instagram, LinkedIn e YouTube per “inondare la zona” di argomentazioni dettate dal Ministero degli esteri. Inoltre prevede l’ingaggio di cinque portavoce incaricati di rilasciare comunicati di Israele sulle piattaforme mediatiche.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




In una tenda al centro di Gaza nasce un festival di cinema delle donne

Ibtisam Mahdi 

4 novembre 2025 +972Mag

Tenutosi la scorsa settimana nell’arco di sei giorni, il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato “un’affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio”

Alla fine di un tappeto rosso improvvisato, steso tra gli edifici distrutti nel quartiere centrale di Deir Al-Balah a Gaza, alcune decine di palestinesi sedevano davanti a un grande schermo televisivo. Il silenzio è calato all’inizio del film, con i partecipanti che alternavano un attenzione incupita a sommessi ma udibili singhiozzi mentre guardavano le proprie esperienze degli ultimi due anni che scorrevano davanti a loro per un’ora e mezza. Il film era La voce di Hind Rajab e la proiezione ha segnato l’apertura del primo Festival Internazionale di Cinema delle Donne di Gaza.

“Ho pianto guardando il film”, ha detto a +972 Magazine Nihal Hasanein, una delle partecipanti, dopo la proiezione del 26 ottobre. All’inizio di quest’anno ha perso tre suoi figli in un attacco aereo israeliano sulla sua casa a Beit Lahiya; ora vive nel campo di Al-Jazaeri a Deir Al-Balah, dove il film è stato proiettato. “Mi ha riportato alla mente i ricordi di quando ho perso tutti i miei figli in una volta, insieme alla mia casa”, ha detto Hasanein.

Diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, La voce di Hind Rajab ricostruisce l’omicidio di Hind Rajab, una bambina di 5 anni, e di sei membri della sua famiglia da parte di soldati israeliani mentre tentavano di fuggire da Gaza City in auto nel gennaio 2024. Presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia a settembre, il film ha ricevuto il Gran Premio della Giuria e una standing ovation di 23 minuti da parte del pubblico. Successivamente ha vinto diversi altri premi prestigiosi, diventando una delle opere arabe più acclamate dell’anno. La proiezione, poco più a sud del quartiere natale di Rajab a Gaza, è stata la prima nel mondo arabo.

Il Festival Internazionale di Cinema delle Donne è stato lanciato dal regista e ricercatore palestinese Ezzaldeen Shalh, ex presidente dell’Unione Internazionale del Cinema Arabo, in collaborazione con il Ministero della Cultura Palestinese e istituzioni cinematografiche locali e internazionali. Nella sua intenzione il festival mira a presentare film prodotti, diretti o scritti da donne, in particolare in Palestina ma anche nel mondo arabo e non, e che affrontino le questioni femminili.

L’edizione inaugurale, organizzata con lo slogan “Donne leggendarie durante il genocidio”, ha cercato di far luce sulle sofferenze delle donne palestinesi negli ultimi due anni e di rilanciare la vita culturale di Gaza. “C’era bisogno di una piattaforma artistica che rappresentasse le donne palestinesi e permettesse loro di raccontare al mondo le loro storie dalla propria prospettiva”, ha affermato Shalh.

Dal 26 ottobre – Giornata Nazionale della Donna Palestinese e anniversario della prima Conferenza delle Donne Palestinesi del 1929 – al 31 ottobre il festival ha presentato quasi 80 film provenienti da oltre due dozzine di paesi tra Medio Oriente e Nord Africa, Europa e Americhe. Le proiezioni hanno attirato oltre 500 partecipanti, numeri che impallidiscono rispetto alle cifre prebelliche, quando oltre 2.000 persone al giorno affollavano simili festival culturali a Gaza.

Oltre a Ben Hania, il festival inaugurale ha reso omaggio ad altre due donne il cui lavoro ha contribuito alla lotta del popolo palestinese: la regista palestinese Khadijeh Habashneh e la compianta regista libanese Jocelyne Saab. La giuria includeva registe di spicco come Annemarie Jacir e Céline Sciamma e l’attrice Jasmine Trinca.

Yusri Darwish, presidente dell’Unione Generale dei Centri Culturali in Palestina, ha celebrato il festival come “una nuova affermazione che Gaza ama la vita nonostante il genocidio e che può trasformare le macerie in uno schermo e la tristezza in un messaggio di speranza”.

Darwish ha osservato che organizzare il festival in questo momento è “un omaggio alle donne palestinesi che hanno sopportato gli orrori della guerra – dalla perdita alla detenzione, fino allo sfollamento – e che meritano che le loro storie vengano raccontate al mondo con onestà e giustizia”.

Superare gli ostacoli

Secondo Shalh la sfida più grande nell’organizzazione del festival è stata trovare una sede, dato che “a Gaza tutte le sedi adatte erano state distrutte”. La troupe ha dovuto erigere tende provvisorie sullo sfondo di edifici parzialmente crollati; senza elettricità, si sono affidati a un generatore per proiettare i film. “La comunicazione con i registi e la giuria è stata difficile”, ha precisato.

Le condizioni a Gaza hanno reso impossibile la partecipazione di tutti coloro che avrebbero dovuto percorrere lunghe distanze. Niveen Abu Shammala, una giornalista che viveva nel quartiere di Shuja’iya nella parte orientale di Gaza City prima della guerra ma che ora è sfollata in una tenda nella parte occidentale della città, era solita documentare eventi culturali, in particolare festival cinematografici, in tutta la Striscia. Tuttavia, l’elevato costo dei trasporti, oltre all’orario tardo – il festival apriva dopo le 15:30 – le ha impedito di partecipare.

“Anche se la guerra è finita, c’è ancora paura a muoversi di notte”, ha spiegato. “Mi sarebbe piaciuto guardare i film che hanno partecipato, perché è difficile scaricarli con la connessione internet estremamente debole.”

Nelly Al-Masri ha potuto partecipare, guardando tutti e tre i film proiettati il ​​secondo giorno del festival presso la sede del Sindacato dei Giornalisti. È rimasta particolarmente colpita dal cortometraggio giordano Hind Under Siege [Hind sotto assedio] che parla anch’esso di Hind Rajab. “Questo film mi ha profondamente colpito”, ha detto Al-Masri a +972. “Parlava a nome dei bambini di Gaza, non solo a nome di Hind”.

Al-Masri sperava di partecipare a un maggior numero di eventi del festival, ma i costi di trasporto, la continua difficoltà di procurarsi cibo e acqua pulita a sufficienza e la necessità di prendersi cura dei figli lo hanno reso impossibile. “Molte donne stanno affrontando la stessa situazione”, ha detto. “Speriamo che le condizioni a Gaza migliorino”.

Hamsa Mahmoud, una bambina di dieci anni, non sapeva dell’esistenza del festival ma ha partecipato a diverse proiezioni dopo aver notato la folla radunarsi intorno alle tende vicino a casa sua. “È la prima volta che partecipo a un festival”, ha spiegato. “Ero felice di essere qui, e ancora più felice di avere la possibilità di guardare qualcosa su uno schermo. Dall’inizio della guerra e delle interruzioni di corrente non siamo più riusciti a vedere nulla. Vorrei che ci fossero più festival come questo”.

Un’altra partecipante, l’attivista sociale Faten Harb, vede il cinema come un mezzo importante per consolidare la determinazione delle donne palestinesi a Gaza. “L’arte è un messaggio nobile e il modo più semplice e facile per raggiungere il mondo senza dire troppo”, ha detto.

“Il mondo è stanco di sentire notizie di uccisioni, distruzione e feriti”, ha continuato Harb. “Ecco perché dobbiamo cercare altri modi per raccontare la sofferenza della popolazione di Gaza. Abbiamo urgente bisogno di questo tipo di eventi per far luce su ciò che è accaduto nella Striscia di Gaza durante la guerra genocida, soprattutto alle donne, che sono state le più duramente colpite”.

Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza specializzata in reportage su temi sociali, in particolare riguardanti donne e bambini. Collabora anche con organizzazioni femministe di Gaza su temi di cronaca e comunicazione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’incubo tossico di Gaza – 260.000 tonnellate di rifiuti richiedono urgentemente l’intervento internazionale

Redazione di PC

5 novembre 2025 – Palestine Chronicle

Il comune di Gaza sta affrontando una catastrofe sanitaria e ambientale senza precedenti per le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti che si sono accumulati per strada e in discariche provvisorie.

Il grave accumularsi dei rifiuti a Gaza City ha generato un disastro sanitario e ambientale su larga scala, denunciano le autorità e gli abitanti. Lo scrive in un articolo il giornale Al-Araby Al-Jadeed.

La crisi è provocata dalla guerra genocidaria di Israele, che non solo ha impedito l’accesso alla principale discarica ufficiale, ma ha anche distrutto circa l’85% dei veicoli e dei macchinari comunali, rendendo impossibile lo svolgimento di servizi essenziali.

Il portavoce del municipio, Husni Muhanna, ha detto a Al-Araby Al-Jadeed che la situazione a Gaza City è “estremamente critica,” viste le oltre 260.000 tonnellate di rifiuti ammassate in strada o in discariche estemporanee. Muhanna attribuisce questa crisi alla mancanza di veicoli, alla scarsità di carburante (necessario per rendere operativi i pochi camion rimasti) e alle restrizioni imposte dall’esercito israeliano che impediscono agli operatori ecologici del comune di accedere a Juhor ad-Dik, la discarica ufficiale a sud-est di Gaza City.

Muhanna ha affermato che certe vie della città sono diventate vere e proprie “discariche improvvisate a cielo aperto”, il che costituisce una diretta minaccia alla vita delle persone e accresce la “reale possibilità che scoppi un’epidemia o inizino a diffondersi malattie infettive”.

Conseguenze disastrose per la salute e per l’ambiente

Quali siano gli effetti catastrofici dell’accumulo dei rifiuti è ben specificato nell’articolo:

Questi enormi cumuli di rifiuti creano un ambiente ideale per la proliferazione di insetti, roditori e mosche, e favoriscono il diffondersi di malattie come tifo, colera, epatite virale e affezioni respiratorie.

Il percolato tossico che viene a prodursi nelle discariche penetra nelle falde acquifere, aumentando il rischio di malattie gastrointestinali e di avvelenamento cronico.

A esacerbare la crisi — osserva Muhanna — c’è anche il fatto che, nell’intento di risolvere il problema delle esalazioni, gli abitanti appiccano il fuoco ai rifiuti in maniera incontrollata e questo provoca inquinamento dell’aria e aggrava ancora di più le condizioni delle persone affette da asma.

La dottoressa Sulaf Deeb, medico specializzato in igiene e sanità pubblica, parlando ad Al-Araby Al-Jadeed ha denunciato un significativo incremento dei casi di affezioni respiratorie, dermatiti e problemi gastrointestinali, specie tra i bambini e gli anziani che vivono nei pressi di siti dove vengono accumulati i rifiuti.

Per di più, la fuoriuscita di sostanze tossiche dai rifiuti non adeguatamente gestiti determina un degrado ambientale a lungo termine, come la contaminazione del suolo e delle falde acquifere, l’emissione di gas serra e la distruzione della biodiversità.

Gli abitanti raccontano la loro sofferenza

L’impatto psicologico che pesa quotidianamente sui gazawi è gravissimo. Ahmed Abdel Hadi, 42 anni, che vive nel centro di Gaza City, dice che le condizioni sono diventate insopportabili. Definisce intollerabile l’odore che regna in città, soprattutto nelle ore pomeridiane, spiegando che i suoi figli soffrono tutti di allergie e tossiscono costantemente. Ha anche osservato l’allarmante presenza di ratti, mosche e zanzare al calar della sera, confessando di sentirsi in uno stato di paura continua dovuto all’altissima probabilità di contrarre malattie e alla totale mancanza di sicurezza igienico-sanitaria.

Khalil Dahman, che ha un banco a un mercato nelle vicinanze di una di queste aree di scarico improvvisate, ha subìto un notevole calo delle vendite e sta perdendo i clienti, che non riescono più a tollerare i miasmi o i fumi provenienti dai rifiuti incendiati. È una situazione che si ripercuote negativamente sul sostentamento di tutta la popolazione, e anche l’immagine della città ne risulta deturpata.

L’appello del comune

Malgrado le sue attività siano al collasso, il comune sta lavorando con le risorse rimaste per spostare temporaneamente i rifiuti in siti più interni, come la discarica nel quartiere di Al-Yarmouk. Il portavoce comunale Husni Muhanna lancia comunque un appello urgente agli organismi internazionali affinché intervengano inviando macchinari e attrezzature pesanti necessarie alla raccolta e alla movimentazione dei rifiuti.

Sollecita con urgenza la fornitura di equipaggiamenti protettivi per gli operatori ecologici, nonché il permesso di accedere in sicurezza alla discarica ufficiale.

Il comune ha in programma di ricostruire da cima a fondo il sistema di gestione dei rifiuti solidi, dopo la guerra, concentrandosi su risanamento, differenziazione e riciclaggio, ma — sottolinea Muhanna — perché tutto ciò sia possibile è necessario togliere il blocco navale su Gaza e garantire l’ingresso di risorse essenziali come carburante e attrezzature.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




“Ci stanno obbligando a ingrassare”: a Gaza è consentito l’ingresso di certi cibi scelti mentre prodotti essenziali sono introvabili

Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

4 novembre 2025 – Middle East Eye

Alimenti voluttuari inondano gli scaffali di Gaza mentre cibi e medicine vitali continuano a scarseggiare o sono vietati

Nei supermercati che riaprono in tutta Gaza in seguito al cessate il fuoco che ha posto fine a due anni di guerra Monther al-Shrafi trova scaffali stracolmi di cioccolato, bibite gassate e sigarette, prodotti che durante la carestia sembravano “un sogno”.

Ma sostiene che, mentre questi beni di lusso sono tornati in abbondanza, quelli essenziali continuano a mancare, compresi cibi fondamentali come le uova o medicine salvavita come gli antibiotici.

“Ti rendi conto che a Gaza c’è il cioccolato mentre non ci sono antibiotici? O c’è la frutta ma non bendaggi e punti di sutura?” dice a Middle East Eye Shrafi, un abitante di Gaza City.

“Qui a Gaza c’è carenza, o persino quasi mancanza, di prodotti essenziali come carne, pollo, pesce e uova, di cui il corpo umano ha bisogno e che sono componenti fondamentali di una dieta sana.”

Dopo che il 10 ottobre è entrato in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hamas le autorità israeliane hanno riaperto parzialmente il valico di Kerem Shalom nel sudest di Gaza.

Per la prima volta da quando l’esercito israeliano ha chiuso i valichi il 2 marzo, costringendo la Striscia in una situazione di carestia che è costata la vita a centinaia di palestinesi, è stato consentito l’ingresso di beni e aiuti internazionali.

Insieme a frutta e verdura, i prodotti ammessi includono carboidrati e farinacei come farina di grano, semolino, riso, pasta, mais in scatola e patate; prodotti zuccherati come cioccolato, caramelle e marmellata; grassi come burro, sottilette e panna in scatola e altri beni secondari, comprese sigarette e bibite gassate.

Tuttavia le proteine animali sono molto scarse. Le uova sono completamente assenti, i prodotti quotidiani sono per lo più introvabili e pollo e carne bovina congelati sono autorizzati solo in quantità molto ridotta, rendendo il loro prezzo inaccessibile alla stragrande maggioranza degli abitanti.

Per esempio, quando si riesce a trovarlo, un chilo di pollo congelato ora costa circa 80 shekel (circa 22 euro).

“Non mi pare che (dopo il cessate il fuoco) ci sia alcun miglioramento nella situazione alimentare, perché i prodotti che si riescono a trovare a Gaza non sono sani,” dice Shrafi.

“Cibi in scatola e liofilizzati non possono sostituire quelli naturali fondamentali come uova o carne fresca. Quindi non c’è un miglioramento rispetto alla carestia.”

Shrafi afferma che in svariate occasioni è andato da una farmacia all’altra in cerca di alcune medicine ma non è riuscito a trovarle.

“Mia figlia soffre di un’infezione all’alluce e non riesco neppure a trovare antidolorifici per alleviare il suo dolore,” aggiunge.

“Le pillole di antibiotico sono introvabili, e se si trovano vengono vendute a prezzi esorbitanti, molto oltre le possibilità dei comuni cittadini schiacciati da due anni di continuo sterminio. Farmacie, negozi di articoli sanitari e reparti ospedalieri a Gaza sono completamente privi di molti prodotti essenziali di cui hanno bisogno i pazienti.”

Una piccola quantità rispetto a ciò che serve”

Secondo il ministero della Salute di Gaza anche dopo l’accordo di cessate il fuoco le autorità israeliane impongono ancora pesanti restrizioni sull’ingresso di medicine, forniture e attrezzature mediche. “Queste costanti restrizioni hanno portato ad una carenza di farmaci che raggiunge il 56%, mentre la mancanza di materiale sanitario è al 68%, delle forniture di laboratorio al 67%,” afferma Zahir al- Wahidi, direttore dell’Unità di Informazione sulla Salute del ministero della Sanità di Gaza.

“La chirurgia ortopedica deve affrontare una carenza dell’83%, la chirurgia cardiaca del 100% e i servizi renali e i tutori per le ossa dell’80%. Le carenze più gravi sono nei servizi d’emergenza, negli anestetici, nelle cure intensive e nei farmaci per gli interventi chirurgici.”

Commercianti e organizzazioni internazionali che operano a Gaza devono ottenere il permesso delle autorità israeliane per quali prodotti possono far entrare nella Striscia assediata.

Le restrizioni sono imposte sia attraverso ordini diretti e liste di beni vietati o indirettamente lasciando in sospeso le richieste di importazione di alcuni beni o rifiutandole in blocco.

Di conseguenza molti prodotti essenziali sono introvabili da più di due anni, mentre altri inondano Gaza.

“Quello che è entrato l’anno scorso è solo una frazione del necessario, sei o sette piccoli convogli che non soddisfano le richieste di un grande numero di medicinali e beni di consumo, che dovrebbero alleviare due anni di privazioni,” aggiunge Wahidi.

Un aumento di peso “anomalo”

Nelle ultime tre settimane sono entrate a Gaza decine di camion riattivando per la prima volta da mesi i suoi mercati. Centinaia di venditori ora espongono sulla strada i vivaci colori di cioccolatini, vari tipi di caffè e alcuni frutti.

“La grande maggioranza dei prodotti consiste in carboidrati, zuccheri e farinacei,” dice a MEE Abdallah Sharshara, avvocato e ricercatore giuridico di Gaza.

“Includono farina e vari tipi di formaggi usati per i dolci e la pizza, oltre a derivati dello zucchero e della farina per la produzione dolciaria. È chiaro che l’attenzione nell’importazione di questi prodotti spinge indirettamente la gente a basarsi su di essi come principale fonte di alimento, obbligando nel contempo le organizzazioni umanitarie a concentrarsi sull’acquisto e la distribuzione di questi prodotti, in quanto sono gli unici che possono accedere al mercato locale.”

Sharshara spiega che le autorità israeliane hanno anche creato condizioni che “scoraggiano i commercianti” dall’importare prodotti ad alto rischio come le uova, che potrebbero andare a male durante le lunghe attese.

Nota che Israele sta deliberatamente consentendo [l’ingresso] a Gaza di alcuni cibi per “nascondere i segni visibili di dimagrimento visti tra la popolazione l’anno scorso.

“Ora c’è un anomalo aumento di peso della gente. Sembra che l’occupazione israeliana stia cercando di occultare il crimine di aver affamato i palestinesi creando un’immagine opposta, di rapido e innaturale aumento di peso,” afferma.

Sharshara racconta che lo scorso anno, durante il blocco israeliano di Gaza, lui stesso aveva perso circa 20 chili, ma ora ha preso rapidamente peso. “Lo scorso anno ero dimagrito a causa delle ridotte e ripetitive disponibilità del cibo di cui dovevamo alimentarci,” sostiene. “Ora mangio le stesse quantità che però portano a un aumento di peso perché sono obbligato a consumare carboidrati, sottilette e carne in scatola, che è quello che si trova. Ci obbligano sistematicamente a ingrassare.”

In vari post sulle reti sociali la gente di Gaza ha condiviso la stessa impressione, notando che si possono trovare diversi tipi di prodotti elaborati ma non quelli essenziali che sono mancati per circa due anni. “Israele sta creando l’impressione errata che il blocco contro il popolo palestinese sia stato tolto, come se ora la gente stesse mangiando un sacco di pizza e di dolci, dando l’immagine di benessere e abbondanza,” afferma Sharshara.

“Carne fresca e uova sono ancora esclusi dall’ingresso a Gaza e i pescatori possono pescare solo all’interno di un’area marina molto limitata. L’obiettivo nel consentire l’ingresso parziale dei prodotti è di impedire a chiunque di sostenere che Israele li stia bloccando completamente. Ma in realtà quando dividi questi beni per le reali necessità della popolazione la quantità per persona è molto ridotta. È per questo che diciamo che, anche se Israele consente l’ingresso di alcuni prodotti, essi non arrivano realmente alle persone.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)