Isolamento non separazione: l’economia di guerra di Israele Super-Sparta. Seconda Parte

Ahmed Alqarout

11 marzo 2026 – Al Shabaka

Prima parte

Riallineamento geopolitico: una strategia di mitigazione delle sanzioni

In particolare, questi vincoli in materia di governance, lavoro e catena di approvvigionamento contribuiscono a spiegare perché la ricerca dell’autonomia strategica da parte di Israele abbia assunto una forma ibrida. Poiché la piena indipendenza industriale rimane irraggiungibile, il regime israeliano ha perseguito una strategia parallela: approfondire l’integrazione con le reti di difesa transnazionali e i partner autoritari per mitigare le vulnerabilità e rendere più difficile l’applicazione degli embarghi. Questo riallineamento geopolitico costituisce il secondo pilastro, più discreto, della dottrina Super-Sparta: la protezione attraverso il coinvolgimento piuttosto che l’isolamento.

La pressione delle sanzioni è aumentata con l’intensificarsi della mobilitazione globale in risposta al genocidio di Gaza. Ad esempio, Spagna, Turchia, Germania e Italia hanno introdotto diverse forme di restrizioni commerciali e sulle armi, segnalando un crescente rischio reputazionale e normativo per Israele. Tuttavia, l’applicazione delle sanzioni rimane disomogenea e frammentata, indebolita da scappatoie, esenzioni e inversioni di rotta. Sfruttando queste lacune nell’applicazione delle sanzioni, il regime israeliano ha perseguito l’immunità dalle sanzioni piuttosto che l’isolamento, pur continuando a sostenere l’autosufficienza.

Come documentato dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese nel suo rapporto del 2025, lo Stato israeliano è passato da un’“economia di occupazione” a un’“economia di genocidio”, sostenuta da fitte reti di attori aziendali globali e nazionali. Il rapporto identifica oltre 45 aziende come centrali in questa economia politica, tra cui produttori di armi, aziende tecnologiche, imprese di costruzione, industrie estrattive, istituzioni finanziarie e università. Questa infrastruttura imprenditoriale integra l’economia di guerra israeliana nei circuiti transnazionali di finanza, produzione e sviluppo tecnologico, diffondendo vulnerabilità e rischi nelle reti globali anziché concentrarli in un unico canale sanzionabile.

Anche il settore della difesa israeliano rimane profondamente radicato nelle reti di produzione globali. Aziende importanti come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries dipendono fortemente dalle esportazioni, dalle joint venture e dallo sviluppo congiunto con partner stranieri. L’espansione degli ecosistemi di produzione congiunta – che spaziano dalla difesa missilistica ai sistemi informatici e all’intelligenza artificiale – approfondisce l’integrazione delle aziende israeliane nei mercati transnazionali della difesa, complicando la fattibilità e l’applicazione dei regimi di embargo. Accordi di coproduzione, come la linea di intercettori RTX-Rafael Tamir in Arkansas, evidenziano come Israele gestisca la dipendenza dalla produzione all’estero attraverso l’integrazione strategica.

Meccanismi più diretti di elusione delle sanzioni completano la diffusione strutturale della produzione e dell’ecosistema tecnologico israeliano nel settore della difesa attraverso le reti globali. Ciò include il modo in cui gli appalti per la difesa israeliani si sono affidati a intermediari terzi e reti di rivenditori globali per reperire componenti soggetti a restrizioni, spesso a prezzi maggiorati. Tali pratiche evidenziano che la protezione non si basa solo sulla sostituzione, ma anche su sforzi attivi per minare l’applicazione degli embarghi. In quest’ottica, Israele ha perseguito una strategia di riallineamento geopolitico, rafforzando i legami con un blocco di regimi di destra, etno-nazionalisti e autoritari meno sensibili alle pressioni basate sui diritti umani e al rispetto del diritto internazionale.

Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa integra Israele in reti infrastrutturali, logistiche e tecnologiche a lungo termine, progettate per approfondire i legami economici e geopolitici. L’India è emersa come partner fondamentale e principale cliente di Israele per quanto riguarda le armi, un rapporto ulteriormente consolidato da un trattato bilaterale sugli investimenti firmato nel settembre 2025. Anche l’Ungheria è diventata un importante collaboratore industriale europeo, mentre l’Azerbaigian fornisce energia e importa armi israeliane. Le esportazioni di armi verso gli Stati firmatari degli Accordi di Abramo (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco) sono aumentate vertiginosamente, passando dal 3% delle esportazioni di armi israeliane nel 2023 al 12% nel 2024, rafforzando questo riallineamento regionale.

Il regime israeliano ha inoltre esternalizzato le infrastrutture logistiche nell’ambito di una strategia di copertura marittima volta a mitigare i rischi di un’escalation delle sanzioni, di intercettazione delle navi e di interruzione delle forniture in tempo di guerra. Per ridurre la dipendenza dai porti nazionali vulnerabili a blocchi, scioperi o attacchi missilistici, Israele ha spostato all’estero le operazioni logistiche critiche. Ciò include l’offerta di Israel Shipyards Ltd. per assicurarsi una quota di controllo nel porto greco di Lavrion, creando un hub di trasbordo e immagazzinaggio nel Mediterraneo in grado di sostituire Haifa e Ashdod, entrambi colpiti da ripetute interruzioni operative durante la guerra.

Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele nel dicembre 2025 riflette analogamente una logica di posizionamento marittimo. Situato vicino al punto di strozzatura di Bab al-Mandeb al largo delle coste dello Yemen, il Somaliland offre un potenziale punto d’appoggio per il monitoraggio, il coordinamento logistico e la protezione delle rotte marittime in un contesto di interruzioni legate agli Houthi nel Mar Rosso. Queste iniziative riflettono una strategia ibrida di isolamento piuttosto che di totale autarchia o di completa autonomia combinando la produzione interna nei settori chiave della difesa con la distribuzione geografica delle operazioni logistiche in diverse giurisdizioni esterne. Questo approccio crea un isolamento stratificato: riduce l’esposizione diretta alle sanzioni, disperdendo al contempo la vulnerabilità su più giurisdizioni e corridoi di approvvigionamento.

La protezione di Israele è ulteriormente rafforzata dalla profonda integrazione dell’industria della difesa con i mercati europei. L’UE rimane il principale partner commerciale di Israele, anche attraverso la cooperazione nella ricerca, lo scambio di tecnologie e i programmi congiunti per lo sviluppo di armamenti. Prima della guerra in corso, le aziende israeliane del settore della difesa avevano instaurato collaborazioni profonde e in rapida crescita con i mercati europei. Joint venture come il programma missilistico EuroSpike, che collega Rafael Advanced Defense Systems con i produttori tedeschi del settore della difesa, illustrano l’entità dell’interconnessione nella collaborazione industriale. Allo stesso modo, le partnership tra il gruppo francese Safran (attraverso la sua controllata Sagem Defence) ed Elbit Systems per la produzione di droni militari, così come l’acquisizione da parte di Israel Aerospace Industries della greca Intracom Defense, forniscono alle aziende israeliane un accesso diretto alle risorse e ai canali di approvvigionamento del Fondo europeo per la difesa. Questi radicati rapporti industriali generano resistenza istituzionale all’applicazione dell’embargo, poiché produttori, investitori e governi europei sono materialmente coinvolti nelle catene di approvvigionamento della difesa israeliana.

A complemento di queste strategie di copertura geopolitica, i contesti legislativi e normativi statunitensi forniscono a Israele un’ulteriore protezione contro l’applicazione del BDS. La revoca del National Security Memorandum-20 da parte del presidente statunitense Donald Trump nel febbraio 2025 ha indebolito la clausola di condizionalità umanitaria che regola i trasferimenti di armi statunitensi, eliminando i requisiti di rendicontazione e garanzia legati al rispetto del diritto internazionale umanitario. Nel frattempo, la legislazione anti-boicottaggio statunitense e le restrizioni sugli appalti a livello statale continuano a penalizzare la partecipazione delle aziende a campagne di boicottaggio o sanzioni, limitando l’ottemperanza del settore privato alle campagne di pressione internazionale.

Inoltre, le attuali discussioni sulla potenziale eliminazione graduale del finanziamento militare all’estero (FMF) statunitense dovrebbero essere intese meno come un passo verso l’indipendenza strategica di Israele e più come una ristrutturazione dei meccanismi di assistenza. I dibattiti politici e le proposte dei think tank legati ai negoziati sul prossimo memorandum d’intesa sulla sicurezza tra Stati Uniti e Israele hanno preso in considerazione la possibilità di destinare parte dell’attuale pacchetto di aiuti annuali da 3,8 miliardi di dollari a programmi ampliati di sviluppo congiunto e collaborazione produttiva finanziati tramite stanziamenti del Dipartimento della Difesa statunitense anziché con i tradizionali contributi del Fondo per la Difesa e il Commercio (FMF). Questo cambiamento consentirebbe a Israele di mantenere – o potenzialmente aumentare – i suoi flussi annuali di armi, riducendo al contempo i meccanismi di controllo storicamente associati agli aiuti militari diretti statunitensi, istituzionalizzando così una collaborazione in materia di difesa meno condizionata e più profondamente radicata. 

Sfidare l’isolamento

La dottrina Super-Sparta di Israele opera attraverso due strategie complementari: la sostituzione interna nella produzione critica per la difesa e l’integrazione strategica nelle reti transnazionali. Come è stato illustrato, gli oneri fiscali, la carenza di manodopera e la dipendenza dalle catene di approvvigionamento limitano la portata della prima strategia, mentre i legami di collaborazione produttiva e il riallineamento geopolitico favoriscono la seconda. Questa duplice configurazione consente all’economia di guerra israeliana di assorbire la pressione delle sanzioni attraverso la diversificazione piuttosto che l’isolamento, spostando le dipendenze, riorientando gli approvvigionamenti e sfruttando l’integrazione con gli Stati partner per sostenere le operazioni militari in un contesto di vincoli diplomatici.

Per contrastare questa strategia la pressione deve concentrarsi sui nodi di dipendenza che si dimostrano più resistenti alla sostituzione, adattandosi al contempo agli sforzi paralleli di Israele per riorientarli e disperderli. La sequenza è fondamentale: un’economia di guerra resiliente alle sanzioni non può essere consolidata dall’oggi al domani. Nel breve termine la priorità è colpire la dipendenza verso l’estero che non può essere rapidamente sostituita. Nel medio termine, l’attenzione dovrebbe spostarsi sugli input industriali, sui sistemi tecnologici e sull’infrastruttura finanziaria che sostengono e rendono operative le atrocità del regime israeliano. Nel lungo termine il compito strategico è impedire che i processi di isolamento si consolidino in una normalizzazione, costruendo coalizioni di controllo durature e istituzionalizzando regimi di responsabilità legale.

Raccomandazioni

Ricalibrare le strategie di responsabilità verso punti materiali su cui fare leva, piuttosto che sull’isolamento simbolico, sarà fondamentale per contrastare l’infrastruttura che sostiene l’economia di guerra israeliana. Le seguenti raccomandazioni sono rivolte a gruppi di attori distinti ma complementari.

Società civile e movimenti di base

Poiché la produzione bellica interna di Israele rimane dipendente da infrastrutture logistiche e di servizi transnazionali, la pressione della società civile è più efficace laddove le catene di approvvigionamento dipendono da attori e infrastrutture esterni.

Gli attori di base dovrebbero sostenere le campagne di boicottaggio dei consumatori, prendendo di mira la logistica militare e le reti di produzione a duplice uso [civile e militare, ndt.]. Le catene di approvvigionamento marittime rimangono un punto critico di pressione. Le recenti interruzioni, tra cui i blocchi del Mar Rosso guidati dallo Yemen e le azioni dei lavoratori portuali europei, come il blocco da parte della CGT francese dei componenti per munizioni a Marsiglia-Fos e l’interruzione delle spedizioni di acciaio di grado militare a Genova da parte dei lavoratori portuali italiani, dimostrano che, nonostante le rivendicazioni di autonomia strategica, le organizzazioni sindacali possono imporre costi diretti sui materiali. L’espansione delle alleanze dei lavoratori portuali in porti come Genova, Pireo, Marsiglia e Ravenna può trasformare le interruzioni episodiche in interruzioni transnazionali prolungate.

Le campagne dovrebbero inoltre mirare alle infrastrutture logistiche e di certificazione alla base del commercio marittimo, tra cui assicuratori, società di classificazione, spedizionieri e fornitori di servizi portuali, per aumentare l’esposizione al rischio commerciale del carico militare diretto in Israele.

L’organizzazione del settore tecnologico rappresenta un secondo vettore di leva. L’ecosistema israeliano dell’innovazione nella difesa rimane profondamente radicato nelle infrastrutture cloud globali, nei servizi di intelligenza artificiale e nelle piattaforme di elaborazione dati. Campagne come “No Tech for Apartheid” dimostrano come l’organizzazione dei lavoratori, le difficoltà negli appalti e la pressione degli azionisti possano interrompere queste dipendenze dai servizi. La pressione dovrebbe concentrarsi anche sull’infrastruttura fisica che abilita i sistemi di guerra digitale: data center, server farm e filiali estere che ancorano le aziende israeliane agli ecosistemi di approvvigionamento esteri.

Governi nazionali e organismi di regolamentazione

Sebbene Israele abbia ampliato la produzione interna nel settore della difesa, rimane dipendente da input ed ecosistemi di servizi importati e dalla permissività delle normative degli Stati partner. L’azione governativa è quindi più efficace quando si concentra sui fattori esterni che facilitano la sostituzione industriale.

Gli Stati che sostengono i quadri normativi di responsabilità dovrebbero dare priorità ai controlli sulle esportazioni di componenti a duplice uso, tra cui precursori energetici, materiali rari, sensori, sistemi di propulsione e tecnologie di guida, rafforzando al contempo l’applicazione delle norme contro la rietichettatura, il trasbordo e gli approvvigionamenti attraverso intermediari.

Gli enti di regolamentazione dovrebbero ampliare i requisiti di due diligence e di trasparenza per assicuratori, finanziatori, intermediari logistici e organismi di certificazione che operano nelle catene di approvvigionamento dell’industria della difesa. L’applicazione degli standard di rischio del diritto umanitario internazionale nell’ambito dei regimi di licenza per l’esportazione può ulteriormente limitare le spedizioni laddove sussista un rischio credibile di uso improprio.

I governi dovrebbero inoltre limitare gli appalti pubblici, le partnership di ricerca e gli accordi di licenza tecnologica che coinvolgono le aziende implicate, comprese le filiali e le joint venture con sede nei Paesi di destinazione. La supervisione parlamentare e i quadri giuridici possono limitare la partecipazione, facilitata dallo Stato, alle reti transnazionali di produzione per la difesa.

Coalizioni del Sud del mondo e piattaforme intergovernative

Il modello di isolazionismo ibrido di Israele si basa sulla modifica delle reti commerciali, della logistica e degli appalti attraverso giurisdizioni permissive. Un’azione coordinata del Sud del mondo può quindi colmare le lacune nell’applicazione degli embarghi lasciate aperte da embarghi occidentali frammentati.

Le coalizioni del Sud del mondo possiedono una notevole influenza attraverso l’applicazione coordinata degli embarghi, il blocco della logistica e i controlli sulle merci. Gli impegni scaturiti dal Gruppo dell’Aia e dalla riunione ministeriale di Bogotà convocata da Colombia e Sudafrica forniscono un nucleo politico per il coordinamento operativo e dovrebbero essere istituzionalizzati in piattaforme di condivisione di informazioni, meccanismi di coordinamento doganale e quadri sincronizzati per il blocco portuale.

L’istituzione di unità di monitoraggio per l’applicazione degli embarghi e l’elusione degli stessi, in grado di mappare le pratiche di rietichettatura, i corridoi di trasbordo e le reti di approvvigionamento grigio, consentirebbe agli Stati coinvolti di interrompere preventivamente i flussi di approvvigionamento.

Le esportazioni di energia e materie prime offrono un ulteriore strumento di leva. Precedenti come la sospensione delle esportazioni di petrolio greggio da parte del Brasile e delle esportazioni di carbone da parte della Colombia dimostrano come le materie prime strategiche possano fungere da strumenti materiali di coercizione quando coordinati a livello multilaterale.

Istituzioni finanziarie e multilaterali

Anche se Israele espande la produzione interna, la sua economia di guerra rimane radicata nei sistemi transnazionali di finanziamento, assicurazione e capitale dell’innovazione. La leva finanziaria è quindi fondamentale per rompere l’isolamento.

Le banche di sviluppo, i fondi sovrani e le istituzioni finanziarie regionali dovrebbero subordinare gli investimenti, le garanzie di credito e i servizi finanziari al rispetto del diritto internazionale umanitario. Un maggiore controllo sui finanziamenti di capitale di rischio, sulle sovvenzioni per l’innovazione e sui canali di finanziamento per le tecnologie a duplice uso può limitare l’espansione dell’industria della difesa a livello di ricerca e sviluppo.

Restringere l’accesso ai mercati dei capitali e ai servizi finanziari per le imprese materialmente coinvolte nella produzione militare amplificherebbe al contempo la pressione sui settori della produzione e della logistica.

Le iniziative di de-dollarizzazione dei BRICS offrono ulteriori percorsi per l’attuazione di restrizioni finanziarie mirate, indipendenti dai vincoli normativi statunitensi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

Al Shabaka è l’unica rete globale di esperti palestinesi che produce analisi politiche critiche e immagina collettivamente un nuovo paradigma di definizione delle politiche per la Palestina e i palestinesi di tutto il mondo.




Guerra all’Iran: ecco i siti patrimonio dell’umanità devastati dagli attacchi statunitensi e israeliani

Rayhan Uddin

16 marzo 2026 – Middle East Eye

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad gli attacchi israeliani e americani hanno danneggiato monumenti tra cui alcuni iscritti/inseriti/presenti nella lista UNESCO.

La storia dell’Iran è caratterizzata da conquiste, rinnovamenti culturali e maestria artigianale, tutti elementi visibili nei suoi straordinari siti storici.

Le iconiche cupole turchesi di Isfahan e gli interni fittamente decorati di moschee e palazzi in tutto il paese sono rinomati a livello internazionale.

Il patrimonio architettonico iraniano può essere suddiviso approssimativamente in due epoche. La prima è il periodo pre-islamico che comprende imperi iraniani come gli Achemenidi e i Sasanidi, mentre la seconda include una successione di imperi e Stati islamici a partire dal califfato Rashidun fino allo stato Qajar, all’inizio del XX secolo.

L’Iran vanta 29 siti riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, decimo tra i più numerosi al mondo. Ma nelle ultime due settimane e mezzo questi siti sono stati oggetto di attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti.

Da Isfahan a Teheran fino a Khorramabad, i raid israeliani e statunitensi hanno devastato monumenti iraniani tra cui diversi siti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Il protrarsi della guerra e l’aver stabilito un precedente fanno sì che altri siti del patrimonio siano a rischio: un funzionario iraniano ha definito gli attacchi una “dichiarazione di guerra a una civiltà”.

Middle East Eye elenca i siti che sono stati danneggiati finora.

Palazzo Golestan

Il 1° marzo, un giorno dopo l’inizio del conflitto, un attacco ha danneggiato il Palazzo Golestan, l’unico sito Patrimonio dell’Umanità UNESCO a Teheran.

Dalle immagini pubblicate dai media iraniani si vede che la deflagrazione di un missile esploso nelle vicinanze ha mandato in frantumi le finestre del palazzo e danneggiato gli iconici specchi e le vetrate del complesso.

Seyyed Ahmad Alavi, capo del comitato per il turismo e il patrimonio di Teheran, ha affermato che l’esplosione ha anche danneggiato le storiche porte Orsi e sollevato sezioni di asfalto all’interno del complesso.

Il Palazzo Golestan fu originariamente costruito nel XIV secolo durante il periodo safavide.

La maggior parte delle sue caratteristiche e le decorazioni attuali risalgono al XIX secolo, all’epoca Qajar, quando divenne la sede del governo della dinastia. I Qajar fecero di Teheran la capitale del paese nel 1786.

Oltre a un complesso di giardini circondato da un muro di cinta è composto da otto edifici palaziali la maggior parte dei quali ora adibita a musei.

Palazzo Chehel Sotoun

Una serie di importanti siti storici di Isfahan è stata danneggiata dagli attacchi israeliani e statunitensi, tra cui il Palazzo Chehel Sotoun (Quaranta Colonne).

Le immagini pubblicate dai media iraniani mostrano porte rotte, finestre in frantumi e detriti sparsi in tutto il palazzo.

Il sito, commissionato da Abbas I, lo scià safavide spesso noto come Abbas il Grande, è famoso per i suoi affreschi raffiguranti scene di battaglia e ricevimenti reali.

Un filmato online mostra una grande crepa al centro di un affresco del XVII secolo raffigurante lo scià safavide Tahmasp che dà il benvenuto al sovrano moghul Humayun in Iran.

I giardini del palazzo fanno parte di nove giardini storici in Iran che sono stati tutti iscritti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

Palazzo Ali Qapu

Vicino a Chehel Sotoun anche il palazzo Ali Qapu ha subito danni.

I media locali hanno riferito che porte e finestre del complesso sono state distrutte.

Ali Qapu è iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO come parte di un insieme di siti nella piazza Naqsh-e Jahan a Isfahan.

Il palazzo fu inaugurato nel 1597.

L’edificio a sei piani presenta soffitti scolpiti con intarsi elaborati, oltre a numerosi dipinti e affreschi. 

Moschea Jameh

Anche una storica moschea di Isfahan è stata danneggiata. Un’esplosione il 9 marzo ha fatto crollare al suolo le piastrelle turchesi della Moschea Jameh, ha riportato il New York Times. Il quotidiano ha citato fotografie del ministero della cultura e del patrimonio iraniano, che mostravano colonne di fumo alzarsi dietro la moschea.

Gli attacchi statunitensi e israeliani all’interno dei confini della piazza Naqsh-e-Jahan, sito patrimonio mondiale dell’Unesco a Isfahan, hanno danneggiato la storica Moschea Jameh (Agenzia di stampa Tasnim)

Una moschea fu costruita per la prima volta sul sito alla fine dell’VIII secolo, durante l’era abbaside. Fu ricostruita un secolo dopo, con nuove aggiunte e ristrutturazioni nel corso di oltre un millennio. È considerata uno degli esempi più importanti di architettura persiana e islamica.

Recinto Reale (Dawlat Khaneh)

Oltre ai due palazzi e alla moschea storica, secondo quanto riferito, anche altri siti nel Recinto Reale, noto come Dawlat Khaneh, sono stati danneggiati. Secondo un giornale d’arte, citando i media locali, è stato danneggiato anche il padiglione Rakeb-Khaneh (Casa del Fantino) del XVII secolo. Anche Ashraf Hall, una struttura residenziale della corte safavide, è stata colpita. Così come Teymouri Hall, un edificio dell’era timuride che in seguito divenne il Museo di Storia Naturale dell’Iran.

Castello di Falak-ol-Aflak

Anche la cittadella di Falak-ol-Aflak, situata nella zona di Khorramabad, nella provincia del Lorestan, è stata danneggiata. Il sito risale al periodo sasanide (tra il III e il VII secolo).

Le autorità iraniane hanno dichiarato che l’8 marzo i raid aerei israeliani hanno colpito la zona circostante il castello situato su una collina.

Gli attacchi hanno preso di mira il Dipartimento per i Beni Culturali del Lorestan, distruggendo l’edificio.

Il castello di Falak-ol-Aflak, situato sulla cima di una collina a Khorramabad, nella provincia del Lorestan (Wikimedia/Flickr/Leoboudv)

L’esplosione ha danneggiato anche i musei di archeologia e antropologia del sito, ha affermato un funzionario locale, così come le caserme, gli edifici reggimentali e altre strutture della cittadella.

“Fortunatamente, la struttura principale del castello di Falak-ol-Aflak non ha subito danni”, ha dichiarato Ata Hassanpour, capo del Dipartimento per I Beni Culturali del Lorestan.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




La chiusura del valico di Rafah lascia i pazienti di Gaza bloccati e senza cure.

Maram Humaid

16 marzo 2026 – Aljazeera

Migliaia di persone rischiano un peggioramento delle proprie condizioni di salute dopo che la chiusura di questo importante valico ha bloccato le evacuazioni sanitarie per le famiglie in attesa di cure all’estero.

Gaza City, Striscia di Gaza – Il 28 febbraio Lama Abu Reida si trovava a poche ore da quello che sperava avrebbe cambiato il destino della sua figlioletta malata, Alma.

La famiglia era stata finalmente informata che la bambina, di meno di cinque mesi e incapace di respirare senza un respiratore, aveva i requisiti per una evacuazione sanitaria.

La piccola borsa da viaggio era pronta, la documentazione clinica in ordine e Abu Rheida era pronta a partire. Non restava che uscire dal valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, e da lì dirigersi in Giordania, dove Alma avrebbe potuto sottoporsi a un intervento chirurgico impossibile nella Striscia di Gaza.

Ma appena un giorno prima della partenza prevista per il 1° marzo Israele ha chiuso i valichi di Gaza “fino a nuovo avviso” adducendo motivi di sicurezza. La decisione ha coinciso con l’inizio dell’attacco militare congiunto con gli Stati Uniti contro l’Iran e ha infranto le speranze di Abu Rheida.

“Mi hanno detto che il valico era stato chiuso senza preavviso a causa della guerra con l’Iran”, dice la madre con voce rotta dal dolore.

Alma, che soffre di una cisti polmonare, è ricoverata all’ospedale Nasser di Khan Younis nel sud di Gaza da oltre tre mesi e la madre è al suo fianco giorno e notte.

“Non può assolutamente fare a meno dell’ossigeno”, dice Abu Rheida. “Senza, si sfinisce”.

«Non so cosa potrebbe succedere»

Il valico di Rafah, la principale porta d’accesso di Gaza al mondo esterno, è rimasto chiuso per lunghi periodi durante la guerra genocida di Israele contro i palestinesi nella Striscia, iniziata nell’ottobre del 2023.

Il 1° febbraio Israele ha annunciato una riapertura limitata nell’ambito di una fase di prova a seguito di un “cessate il fuoco” con il gruppo palestinese Hamas. Ciò ha reso possibili in base agli accordi alcuni spostamenti in particolare per i casi medici.

Tuttavia solo pochi pazienti sono riusciti a viaggiare e migliaia sono rimasti in lista d’attesa fino alla chiusura del 28 febbraio che ha bloccato il trasferimento all’estero dei feriti, così come le evacuazioni sanitarie di pazienti come Alma.

I medici avevano detto alla sua famiglia che l’unica opzione per Alma, ricoverata in terapia intensiva tre volte in un mese, era un intervento chirurgico all’estero per rimuovere la cisti dal polmone. Sebbene non particolarmente rischiosa, un’operazione del genere non può essere eseguita a Gaza a causa delle limitate risorse mediche.

“La vita di mia figlia dipende da un singolo intervento chirurgico, dopo il quale potrebbe vivere una vita completamente normale”, afferma Abu Rheida.

«Se il suo viaggio dovesse subire ulteriori ritardi… non so cosa potrebbe succedere. Le sue condizioni non sono rassicuranti», aggiunge sconsolata.

Domenica le autorità israeliane hanno annunciato che il valico di Rafah riaprirà mercoledì per consentire un «flusso limitato di persone» in entrambe le direzioni.

«La chiusura ha ucciso i miei figli»

Ciò che di fatto teme Abu Rheida è quanto Hadeel Zorob ha già vissuto.

Il figlio di sei anni di Zorob, Sohaib, è morto il 1° marzo 2025, mentre la figlia di otto anni, Lana, si è spenta il mese scorso, il 18 febbraio. Entrambi i bambini soffrivano di una rara malattia genetica che causa un progressivo deterioramento delle funzioni corporee.

Entrambi erano in attesa di un’autorizzazione medica per recarsi all’estero per le cure, ma questa non è mai arrivata.

«Ho visto i miei figli morire lentamente davanti ai miei occhi, uno dopo l’altro, senza poter fare nulla», dice scoppiando in lacrime Zorob, 32 anni.

Quando è morta Lana sarebbe dovuta partire dopo pochi giorni.

«Il viaggio di mia figlia era previsto nello stesso periodo in cui il valico è stato chiuso, ma è morta prima», racconta Zorob.

«Quando è arrivata la notizia della chiusura del valico il dolore per mia figlia è tornato prepotentemente al pensiero di tanti bambini che subiranno la stessa sorte».

Zorob racconta che nelle prime fasi della malattia i suoi figli erano ancora in grado di muoversi e giocare in modo relativamente normale.

Prima della guerra di Israele contro Gaza entrambi i bambini ricevevano cure ospedaliere specialistiche che avevano contribuito a stabilizzare in qualche misura le loro condizioni. Ma con l’intensificarsi degli attacchi israeliani le loro condizioni sono gradualmente peggiorate fino a raggiungere uno stadio critico. Il collasso del sistema sanitario di Gaza ha reso difficile per la famiglia l’accesso ai farmaci di cui avevano assoluto bisogno.

«Abbiamo persino provato a far arrivare le medicine dalla Cisgiordania, e ho chiesto aiuto alla Croce Rossa e all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma non c’è stato verso», racconta Zorob.

Durante la guerra lei e la sua famiglia sono state costrette a lasciare la loro casa e a trasferirsi in una tenda nella zona di al-Mawasi. Le nuove condizioni di sfollamento hanno reso molto più difficile prendersi cura dei bambini.

«Entrambi erano costretti a letto… con i pannolini, e la loro glicemia doveva essere monitorata costantemente. Dovevamo dar loro da bere e controllare la loro alimentazione… tutto questo in una tenda, senza beni di prima necessità».

Zorob dice di sentirsi «impazzire» al pensiero che i suoi figli avrebbero avuto la possibilità di sopravvivere e migliorare se avessero potuto ricevere cure all’estero.

«La chiusura dei valichi ha ucciso i miei figli!» aggiunge, con la voce piena di angoscia. «Il mondo non dà valore alle nostre vite né a quelle dei nostri figli… questa è diventata la normalità».

Zorob dice che, nonostante il dolore incessante, cerca di farsi forza per il suo terzo figlio, Layan, di quattro anni.

«Tutto ciò che desidero è che quello che è successo ai miei figli non accada a nessun’altra madre… che il valico venga riaperto e che ai bambini e ai malati sia permesso di viaggiare».

«È chiedere troppo?»

Secondo il Ministero della Salute di Gaza oltre 20.000 pazienti e feriti sono in attesa di poter viaggiare all’estero per ricevere cure mediche.

Tra questi figurano circa 4.000 malati di cancro, che necessitano di cure specialistiche non disponibili a Gaza, e circa 4.500 bambini.

Gli elenchi includono anche circa 440 casi “salvavita” che necessitano di un intervento urgente e quasi 6.000 feriti che necessitano di cure ospedaliere continue al di fuori di Gaza.

L’Associazione Al-Dameer per i diritti umani ha definito la chiusura del valico di Rafah una forma di punizione collettiva per i civili di Gaza, avvertendo che essa “condanna a morte un numero sempre maggiore di malati” e aggrava la crisi umanitaria di Gaza.

Per Amal al-Talouli la chiusura del valico di Rafah è stata un altro colpo devastante nella sua battaglia contro il cancro.

La donna di 43 anni soffre di cancro al seno da circa cinque anni. Nonostante si fosse sottoposta a delle cure prima della guerra, la malattia è ricomparsa e si è diffusa in altre parti del corpo, compresa la colonna vertebrale.

“Sia lode a Dio, accettiamo il nostro destino”, dice la madre di due figli. “Eppure, perché la nostra sofferenza deve peggiorare solo perché ci viene impedito di viaggiare e i valichi sono chiusi?”

Al-Talouli vive attualmente con dei parenti dopo aver perso la sua casa nell’area del Progetto di Beit Lahiya [complesso residenziale multipiano, ndt.], nel nord di Gaza, durante la guerra.

Lo sfollamento non è stata una scelta facile a causa delle sue condizioni di salute, afferma. La situazione è aggravata dalla grave carenza di farmaci e personale medico specializzato, una realtà che affligge anche altri malati di cancro a Gaza.

“C’è carenza di tutto”, dice al-Talouli. «Ho sviluppato osteoporosi e accumulo di liquido negli occhi a causa della chemioterapia. La chemio richiede una buona alimentazione, ma la malnutrizione e la carestia hanno reso tutto molto più difficile».

Al-Talouli afferma che la chiusura dei valichi ha peggiorato ulteriormente la situazione.

«Ci colpisce moltissimo. Non arrivano medicinali né trattamenti essenziali», dice Al-Talouli, il cui nome era in una lista d’attesa per recarsi fuori Gaza per le cure.

Sottolinea che i malati di cancro a Gaza hanno urgente bisogno di sostegno.

«Ora desidero solo che il valico riapra, così da poter guarire e continuare la mia vita con i miei figli», dice. «È chiedere troppo?»

Humaid è corrispondente on-line di Al Jazeera English a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Germania sollecita Israele a rinunciare ai piani di offensiva di terra in Libano

Redazione di MEMO

16 marzo 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie] Anadolu riferisce che lunedì la Germania ha sollecitato Israele a rinunciare ai piani per una importante offensiva di terra in Libano, avvertendo che una simile operazione scatenerebbe una grave crisi umanitaria e di rifugiati.

Il portavoce del cancelliere Friedrich Merz ha detto ai giornalisti a Berlino che la Germania è “molto preoccupata” dagli ultimi sviluppi e supporta gli sforzi per far ripartire i colloqui tra Israele e il Libano

La situazione in questa parte della zona di guerra ci riempie di preoccupazione, mentre vediamo i preparativi per una importante offensiva di guerra israeliana,” ha affermato Stefano Kornelius. Ha avvertito che una simile offensiva peggiorerebbe drammaticamente le già disastrose condizioni umanitarie della zona.

Noi sollecitiamo i nostri amici israeliani di non prendere questa strada,” ha detto Kornelius. “Chiediamo anche a Israele di non attaccare obiettivi civili e la missione UNIFIL delle Nazioni Unite.”

Kornelius ha anche condannato la decisione di Hezbollah di ricominciare i combattimenti contro Israele a fianco dell’Iran, chiedendo al movimento di cessare immediatamente i suoi attacchi e di deporre le armi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Hamas avverte del ‘pericoloso precedente’ mentre la chiusura della moschea di Al-Aqsa entra nell’undicesimo giorno

Redazione di MEMO

11 marzo 2026 – Middle East Monitor

Martedì il movimento di resistenza islamica Hamas, ha avvertito delle conseguenze della chiusura continuata del complesso della moschea di Al-Aqsa per l’undicesimo giorno consecutivo e dell’impedimento ai fedeli di recitare le preghiere Taraweeh ed effettuare il ritiro spirituale durante il mese sacro del Ramadan.

In una dichiarazione il movimento afferma che la chiusura rappresenta un “pericoloso precedente storico” dal 1967 e la descrive come una “flagrante violazione” della libertà di preghiera e una provocatoria spirale contro i siti sacri islamici.

Hamas sostiene che la chiusura continuativa della moschea di Al-Aqsa da parte di quello che definisce il “governo di occupazione fascista” e l’impedimento dell’accesso al sito ai fedeli e a chi si prende cura del luogo per effettuare le preghiere Taraweeh e osservare l’itikaf [ritiro spirituale, ndr] durante il Ramadan, sta accadendo per la prima volta dal 1967.

Afferma che l’azione costituisce un serio precedente, una chiara violazione della santità della moschea e del diritto di preghiera e una pericolosa intensificazione contro ciò che definisce la prima direzione verso cui pregare dell’Islam e un sito di profondo significato religioso per i musulmani.

Il movimento aggiunge che la chiusura viene portata avanti in base a quelli che chiama “deboli pretesti” e nel quadro di politiche di occupazione accompagnate a un incremento di ciò che descrive come incitamento e retorica provocatoria condotte dalle cosiddette organizzazioni estremiste sioniste del Tempio [in riferimento alla volontà di costruire il Terzo Tempio ebraico sulla Spianata delle moschee, ndt.] che hanno come obiettivo la moschea di Al-Aqsa.

Secondo la dichiarazione la chiusura continuativa rivela ciò che Hamas descrive come la serietà dei piani israeliani che hanno l’obiettivo di cambiare lo status religioso, storico e legale esistente della moschea di Al-Aqsa. Mette anche in guardia dai tentativi di cancellare la sua identità e di imporre una divisione temporale e spaziale del sito, insieme agli sforzi di quelli che chiama gruppi estremisti sionisti di effettuare riti talmudici dentro l’area della spianata.

Hamas avverte dei pericoli di continuare a chiudere la moschea e di impedire ai fedeli il relativo accesso e l’osservanza del ritiro spirituale in quel luogo, sottolineando che “l’occupazione non ha sovranità o legittimazione su nessuna parte della moschea sacra di Al-Aqsa, dal momento che è un diritto esclusivo dei musulmani.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Come la maggioranza silenziosa di Israele sta lasciando che i palestinesi della Cisgiordania vengano cacciati via

Amira Haas

10 marzo 2026 Haaretz

“Abitanti di Beita, vi consigliamo di iniziare a fare i bagagli”, commentava lunedì l’amministratore del gruppo WhatsApp in lingua ebraica “News of the Hills” [in riferimento a Hilltop Youth, i giovani delle colline, giovani coloni estremisti haredi che hanno stabilito avamposti senza base legale israeliana e operano gravi violenze contro i palestinesi. Ndt.], dopo aver spiegato che “Beita è solo un esempio di ciò che accade quando gli ebrei decidono… di comportarsi come i proprietari terrieri”. Come al solito, ha invocato Dio, concludendo il suo sermone con “C’è una sola soluzione: il trasferimento. Accadrà presto, se Dio vuole”.

L’amministratore ha poi postato il seguente consiglio meno di un giorno dopo che gli ebrei israeliani avevano preso d’assalto il villaggio di Khirbet Abu Falah e ucciso a colpi d’arma da fuoco due dei suoi residenti: “A tutti i piccoli terroristi di Abu Falah… la migliore raccomandazione che riceverete è semplicemente quella di fuggire. Trasferitevi in ​​Turchia, Dubai o in Francia… Non avete futuro qui. Le colline vi sconfiggeranno”. In quasi tutti i casi noti gli aggressori ebrei ribadiscono alle vittime palestinesi la raccomandazione di fuggire in un altro Paese.

E così, in pieno giorno, sotto le telecamere di sorveglianza delle Forze di Difesa Israeliane e del servizio di sicurezza Shin Bet e nei video degli aggrediti trasmessi in diretta streaming, le squadre terroristiche ebraiche continuano instancabilmente a sparare contro i palestinesi, a distruggere boschi e condutture dell’acqua, a violare i campi e a picchiare e tormentare donne e anziani, giovani e persino bestiame, a picchiare quasi a morte gli attivisti che praticano presenza protettiva e poi a vantarsi apertamente che l’obiettivo è espellere i palestinesi dalla loro patria.

C’è una spiegazione logica del perché possano continuare a scatenarsi e a vantarsi della loro furia.

La ragione è duplice. Il primo punto è che la loro “soluzione” di espulsione si sposa a meraviglia con i piani ufficiali oggi non più celati e con le linee politiche segrete attuate in passato. Inoltre la loro visione da incubo risponde alle speranze, ai desideri e ai lunghi anni di lavaggio etnocentrico del cervello di troppi ebrei israeliani.

Il secondo punto è che alla maggior parte dei membri della società ebraica israeliana non importerebbe se i palestinesi scomparissero completamente da questa terra, e non solo dietro recinzioni di filo spinato, muri di separazione, la Route 6 e i ristoranti di Wadi Ara.

Il primo punto afferma che dietro ogni adolescente trasandato o cowboy, con tzitzit [le frangie attaccate ai quattro angoli della camicia bianca tallit gadol, ndt.] e pistola, c’è una lunga fila di avvocati e pianificatori ben vestiti, laureati nelle migliori università, ministri e impiegati del Fondo Nazionale Ebraico, comandanti militari e dirigenti e ispettori dell’Amministrazione Civile.

Quelli che per anni hanno fatto finta che la “sicurezza” fosse l’unica ragione per dichiarare zone di tiro e divieti di coltivazione della terra. Quelli che, per mano delle forze dell’ordine, hanno ordinato la distruzione delle cisterne d’acqua e proibito alle comunità palestinesi di allacciarsi all’acqua e all’elettricità. Quelli che hanno redatto e stanno redigendo leggi e ordinanze che stabiliscono, in un linguaggio militaresco o in un magniloquente gergo legale, che i terreni pubblici saranno assegnati solo agli ebrei.

Sono loro che hanno progettato e autorizzato muri di separazione e autostrade per divorare quanti più terreni agricoli e futuri lotti edificabili palestinesi possibile – su entrambi i lati della Linea Verde, nel Negev e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Il sacro terrorismo ebraico, che raggiunge ogni giorno nuove vette, non fa che accelerare notevolmente la violenza burocratica e l’espropriazione che lo Stato persegue da decenni.

Le colline hanno già vinto, anche se la soluzione finale che stanno profilando non si materializza. Stanno vincendo in virtù del fatto che solo la violenza che provoca feriti gravi o morte varca la soglia della cronaca. Stanno vincendo semplicemente perché l’opposizione sionista non ha inviato le sue migliaia di sostenitori con esperienza di combattimento a proteggere le comunità palestinesi. Le colline stanno vincendo perché i partiti di opposizione non arabi chiariscono con il loro silenzio che ciò che stanno facendo i pogromisti non li disturba. Le colline stanno vincendo perché le comunità ebraiche all’estero continuano a sostenere Israele, il che incoraggia il terrorismo ebraico a conquistare più territorio, così da poter accogliere più immigrati in cerca di una casa per le vacanze invernali.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




I prezzi dei generi alimentari a Gaza salgono alle stelle mentre la chiusura dei valichi aggrava la carenza di cibo durante la guerra con l’Iran

Redazione

10 marzo 2026 – Al Jazeera

Le famiglie di Gaza stanno comprando tutto ciò che possono finché durano le scorte, temendo che il cibo disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

La gente di Gaza si sta nuovamente riversando nei mercati per comprare tutto il cibo che può permettersi, mentre la guerra regionale che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran sta sconvolgendo un’enclave già dipendente da fragili aiuti e canali commerciali vitali.

Residenti e commercianti affermano che i prezzi sono aumentati vertiginosamente nel giro di pochi giorni, mentre alcuni beni di prima necessità sono diventati scarsi o sono scomparsi del tutto.

In un servizio da Gaza City, Hani Mahmoud di Al Jazeera ha affermato che “l’ultima escalation si sta facendo sentire nel modo più diretto possibile: attraverso la riduzione delle scorte e la restrizione degli accessi ai valichi di frontiera”.

Nei mercati locali i consumatori cercano di assicurarsi il cibo prima che le scorte si riducano temendo che ciò che è disponibile oggi potrebbe non esserci più domani.

Questa ansia riflette la dipendenza di Gaza dai valichi di frontiera con Israele ed Egitto. Quasi tutto il cibo, il carburante, le medicine e altri beni di prima necessità entrano nel territorio tramite camion. Quando questi valichi vengono chiusi o operano a capacità ridotta l’impatto si fa rapidamente sentire nei mercati, negli ospedali e nei sistemi idrici.

Israele ha chiuso i valichi di Gaza il 28 febbraio mentre le forze israeliane e statunitensi attaccavano l’Iran bloccando l’accesso umanitario da e per Gaza e il movimento dei pazienti che necessitavano di evacuazione medica. Le autorità israeliane hanno successivamente riaperto il valico di Karem Abu Salem (Kerem Shalom per gli israeliani) per l'”ingresso graduale” degli aiuti, ma l’accesso è rimasto limitato.

Il valico di Rafah con l’Egitto è rimasto chiuso e le agenzie umanitarie affermano che i volumi attuali sono ben al di sotto del necessario.

Hanan Balkhy, direttrice regionale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il Mediterraneo orientale, ha dichiarato a Reuters questa settimana che solo circa 200 camion al giorno entravano a Gaza, rispetto ai circa 600 necessari quotidianamente per sostenere la popolazione del territorio. Ha anche affermato che circa 18.000 persone, tra cui bambini feriti e pazienti con malattie croniche, erano ancora in attesa di essere evacuate.

I prezzi schizzano in alto sui mercati locali

Sul terreno Mahmoud afferma che l’impatto è evidente nel costo dei prodotti freschi. Un chilo di pomodori, venduto a circa 1,50 dollari un mese fa, ora costa quasi 4 dollari. Anche cetrioli e patate sono diventati significativamente più costosi rendendo il cibo fresco fuori dalla portata di molte famiglie i cui redditi sono già stati distrutti da mesi di guerra e sfollamenti.

“La gente non può più permettersi di comprare frutta e verdura a causa degli alti prezzi causati dalla guerra tra Israele e Iran”, ha detto un acquirente ad Al Jazeera.

Questo segna un’inversione di tendenza rispetto a solo poche settimane prima. Il monitoraggio dei mercati del Programma Alimentare Mondiale (WFP) di febbraio aveva mostrato un certo miglioramento nella disponibilità di cibo e prezzi più bassi per alcuni prodotti di base rispetto alle fasi precedenti della guerra. Ma il WFP ora afferma che le ultime chiusure delle frontiere hanno innescato forti aumenti dei prezzi dei prodotti alimentari e che, sebbene alcuni valichi siano stati riaperti, i prezzi rimangono elevati.

Il sistema di aiuti è sotto pressione

Le agenzie umanitarie affermano che le pressioni si estendono ben oltre le bancarelle dei mercati. L’OCHA ha affermato che la chiusura ha costretto al razionamento delle limitate riserve di carburante a Gaza spingendo i partner umanitari a sospendere la raccolta dei rifiuti solidi tramite veicoli e a ridurre la produzione di acqua. Ha aggiunto che sono state attivate misure di emergenza in ospedali e centri di assistenza sanitaria primaria.

Il contesto generale della sicurezza alimentare rimane estremamente fragile. L’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), il sistema globale di monitoraggio della fame utilizzato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie, ha dichiarato a dicembre che Gaza non era più in condizioni di carestia dopo il miglioramento dell’accesso agli aiuti durante il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Tuttavia, aveva avvertito che la ripresa delle ostilità o l’interruzione degli aiuti avrebbero potuto rapidamente annullare tali progressi.

Anche il WFP ha avvertito che i fragili progressi a Gaza potrebbero essere rapidamente annullati se l’accesso non fosse sostenuto. Ha affermato che la riapertura di Karem Abu Salem potrebbe offrire un certo sollievo, ma che senza corridoi umanitari affidabili l’agenzia potrebbe essere costretta a tagliare le razioni alimentari per un gran numero di persone.

Con un accesso ancora così limitato le famiglie di Gaza affrontano una crescente incertezza sulla possibilità di garantirsi scorte alimentari essenziali nei giorni a venire.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele è preda di un fervore messianico per una guerra biblica

Lubna Masarwa
5 marzo 2026 – Middle East Eye


Sostiene che i fanatici sono Hamas e Iran – ma lo stesso Israele si sta imbarcando sempre più in una crociata religiosa

Mi sono alzata alle 2 del mattino, confusa riguardo a se i rumori che stavo sentendo fossero sirene di un attacco aereo o una folla nelle sinagoghe vicine, che cantava e ballava nelle ultime ore di celebrazione della festa di Purim.

Mercoledì migliaia di ebrei israeliani sono scesi nelle strade di Gerusalemme sfidando le istruzioni della polizia e del Comando del Fronte Interno.

Dall’altra parte della città la   moschea di Al-Aqsa è stata chiusa per il quinto giorno nel bel mezzo del Ramadan con il pretesto che c’è in corso una guerra ed è troppo pericoloso consentire preghiere in pubblico.

Per un breve momento in Israele si è sviluppata un’atmosfera carnevalesca. La parlamentare della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] Limor Son Har-Melech si è mascherata da boia. Il suo partito è il principale sostenitore di una legge attualmente in fase di discussione alla Knesset che imporrebbe la pena di morte contro prigionieri palestinesi condannati per omicidio.

Era una festa o una guerra?

Etsiq, che lavora in un negozio di alimentari a Gerusalemme, ha una sua teoria sul perché il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia scelto questo momento per bombardare l’Iran: per riecheggiare l’uccisione di Haman dalla storia di Purim nel Libro di Ester, che viene letto durante la festa.

Durante l’impero degli Achemenidi Haman, un funzionario della corte del re di Persia, venne coinvolto in un piano per uccidere il popolo ebraico della regione e poi messo a morte per impiccagione dopo l’intervento di Mordechai.

Quando ho chiesto a Etsiq come se la stava cavando in mezzo a questa crisi, ha risposto: “Amiamo la guerra. E’ buona anche per la vendita di alimenti.”

Cambiare la narrazione

Etsiq non è affatto l’unico. Le reti sociali sono piene di immagini dell’ultimo leader iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, trasformato digitalmente nel cattivo Haman di oggi. Un’immagine lo rappresenta con le “orecchie di Haman”, un riferimento agli hamantaschen , i dolci triangolari [di pasta frolla e marmellata, ndt.] che tradizionalmente gli ebrei mangiano a Purim.

Anche molti siti ebraici di notizie si sono chiesti se la storia si stesse ripetendo. Avri Gilad, un importante personaggio televisivo di Channel 12 News, si è presentato nel suo programma del martedì vestito da pilota.

Gilad ha affermato che si stava scrivendo un nuovo capitolo del Libro di Ester: “E’ sorprendente che ciò avvenga dopo 2.000 anni ed è davvero la stessa cosa … tutta la vicenda che si chiude con una sorprendente importanza epocale.”

Poco a poco Israele sta cambiando la narrazione secondo cui esso esiste in conseguenza dell’Olocausto. Sta emergendo un nuovo linguaggio che utilizza vicende bibliche per giustificare la visione del Grande Israele.

Alla vigilia di Purim Netanyahu ha visitato a Beit Shemesh, fuori Gerusalemme, il sito di un attacco missilistico iraniano che ha ucciso nove israeliani.

In seguito ha postato su X (ex Twitter): “Leggiamo in questo brano settimanale della Torah: ‘Ricorda quello che ti ha fatto Amalek.’ Lo ricordiamo e agiamo.” Questo confronto con il nemico biblico del popolo ebraico è stato citato anche contro Hamas dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.

Prima che arrivasse il premier uno degli abitanti della zona ha scoperto un tallit, uno scialle da preghiera ebraico, rimasto intatto dopo l’attacco missilistico. “Qui è bruciato tutto e solo il tallit e lo Yalkut Yosef [libro delle preghiere] non sono bruciati. E’ un miracolo, quindi preghiamo insieme,” ha detto l’abitante.

Anche ministri del governo hanno invocato una finalità religiosa nell’attacco all’Iran. Orit Strook, il ministro per gli Affari delle Colonie, ha detto in un’intervista radiofonica: “Quando il primo ministro mi ha chiamato… gli ho detto che era giusto che ciò stesse avvenendo a Shabbat Zachor, quando leggiamo della eliminazione di Amalek.” Netanyahu avrebbe risposto: “Questa volta non stiamo solo ricordando e leggendo, questa volta stiamo agendo.”

Confini superati

In una coalizione appoggiata dai partiti religiosi altri membri del governo di Netanyahu hanno manifestato opinioni simili.

Il parlamentare Machal Woldiger, del partito Sionismo Religioso [di estrema destra dei coloni, ndt.], ha detto ad un’emittente radiofonica israeliana: “Stiamo facendo la storia. Stiamo entrando nella Bibbia. Sono giorni speciali e santi per il popolo di Israele; tutto sta andando per il meglio.”

Questa narrazione secondo cui il popolo ebraico si sta vendicando del passato biblico è talmente forte che la stanno utilizzando anche i politici laici.

Yulia Malinovsky, parlamentare del partito dell’opposizione laica Yisrael Beiteinu [nazionalista di destra, che rappresenta gli immigrati russi, ndt.], ha reagito all’assassinio di Khamenei postando: “E’ stato eliminato l’Haman contemporaneo.”

E Yair Lapid, leader dell’opposizione, che è diventato un simbolo di secolarismo, ha appoggiato l’idea di una Grande Israele dicendo: “Il sionismo è basato sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla Terra di Israele è biblico.”

Questa idea ha ottenuto un inquadramento intellettuale e politico. Eitan Lasri, un ex- consigliere di Netanyahu, ha detto sul sito in rete di Channel 14: “Ancora una volta lo Stato di Israele affronta una minaccia proveniente da quello stesso contesto storico, questa volta nella forma del regime iraniano.”

Lasri ha concluso: “La campagna di Purim… è una lotta tra il desiderio di distruggere e il diritto di vivere. Proprio come ai tempi di Mordechai ed Ester la minaccia si è trasformata in vittoria; quindi anche nella nostra generazione possiamo trasformare la minaccia in un’opportunità.”

Per 75 anni questa lotta è stata inquadrata come un conflitto per la terra, e come tale ha avuto dei parametri. Ha avuto una definizione e dei confini. E’ stata una lotta per liberare la terra palestinese dall’occupazione. La terra è negoziabile, la religione no. Ora questi confini sono stati superati. Se gli israeliani vogliono davvero trasformarla in una guerra di religione, devono pensare alle conseguenze. Dovrebbero prendere in considerazione le forze del mondo islamico che si potrebbero sollevare per opporsi a loro.

Ora i palestinesi non stanno lottando solo contro l’occupazione, ma contro un crescente fondamentalismo religioso messianico.

Israele cerca ancora di presentarsi all’opinione pubblica occidentale come una democrazia occidentale. Sostiene che i fanatici religiosi sono Hamas e l’Iran. Ma lo stesso Israele sta lottando sempre più una guerra di religione.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è una giornalista e capo della redazione di Palestina e Israele di Middle East Eye con sede a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Coazione a ripetere”: come la guerra permanente condiziona la psiche israeliana

Dana Mills

4 marzo 2026 – +972 Magazine

Dal 7 ottobre all’Iran il governo israeliano ha ripetutamente usato lo stato di emergenza per rendere superfluo il pensiero individuale, spiega la Dott.ssa Dana Amir.

Otto mesi fa Israele ha lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, segnando l’inizio di quella che in seguito sarebbe stata definita la “Guerra dei 12 giorni”. Al termine il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato una vittoria storica. “Abbiamo rimosso due minacce esistenziali: la minaccia di annientamento da parte di armi nucleari e la minaccia di annientamento da parte di 20.000 missili balistici”, ha affermato. “Se non avessimo agito ora lo Stato di Israele sarebbe presto andato incontro al rischio di un annientamento”.

La guerra si è svolta nel mezzo del genocidio israeliano a Gaza, meno di due anni dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele, e mentre Israele si confrontava contemporaneamente con Hezbollah e gli Houthi. Per molti israeliani ha segnato l’apice di un biennio caratterizzato da ansia, impotenza e incertezza. Ma sabato scorso l’avvio congiunto di una nuova guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti ha infranto le promesse di Netanyahu, insieme a qualsiasi illusione di tregua da un continuo stato di emergenza.

Come sempre l’esperienza stessa della guerra è condizionata dall’apartheid israeliano nella terra tra il fiume e il mare. I palestinesi in Cisgiordania e a Gaza non hanno rifugi per sfuggire ai bombardamenti, mentre i cittadini palestinesi di Israele hanno infrastrutture molto meno stabili per proteggersi dai missili balistici. A volte sembra che Netanyahu e il suo governo siano impegnati in uno stato di guerra e instabilità permanente nella regione, in cui tutti gli esseri umani sono costretti a vivere in una condizione di costante vulnerabilità e precarietà.

Da sabato mattina, tra una corsa alla stanza antipanico e il tentativo di pensare al futuro prossimo e a medio termine, ho riflettuto sulle conseguenze psicologiche di questa situazione. Per comprendere meglio le implicazioni personali e politiche del vivere in uno stato di guerra perpetua ho parlato con la Dott.ssa Dana Amir, psicologa clinica, psicoanalista, scrittrice e poetessa.

L’intervista è stata modificata per motivi di sintesi e chiarezza.

Prima che gli israeliani avessero il tempo di piangere le vittime degli attacchi del 7 ottobre il governo ha iniziato a massacrare i civili palestinesi a Gaza, mentre i media tradizionali israeliani giustificavano questa violenza genocida sostenendo che avrebbe “impedito il prossimo 7 ottobre”. Secondo lei quale prezzo psicologico stanno pagando gli israeliani costretti a vivere in questo ciclo di paura e violenza da più di due anni?

Quando eventi di tale travolgente intensità – il 7 ottobre, il successivo massacro israeliano a Gaza e le guerre con Iran e Hezbollah – si verificano in così rapida successione la prima cosa che crolla è la capacità di elaborare il lutto, che è uno dei processi più essenziali per la psiche umana. Dobbiamo elaborare il lutto per andare avanti. Quando questa possibilità viene negata la psiche praticamente si blocca.

Il risultato è che noi israeliani siamo di fatto bloccati in uno stato psicologico primitivo riguardo allo sforzo necessario per elaborare eventi traumatici. Non abbiamo modo di fare ciò che è necessario per andare avanti. Ci lasciamo invece coinvolgere in una forma altamente pericolosa di coazione a ripetere: un impulso inconscio a rivivere l’evento ancora e ancora, a riscrivere il dolore sia a livello personale che collettivo.

Ciò a cui stiamo assistendo è una società che non riesce a elaborare il lutto e, di conseguenza, non riesce a condurre alcun significativo esame di coscienza, né interiormente né in relazione agli altri. Il risultato è una sorta di sprofondamento nel dolore, da cui le uniche vie d’uscita sono atti di vendetta che scaricano questo dolore sull’altro e lo riproducono al suo interno.

Il messaggio contraddittorio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump prima della guerra con l’Iran, che suggeriva un possibile accordo e minacciava contemporaneamente l’uso della forza militare, ha creato nell’opinione pubblica un continuo senso di impotenza, culminato sabato mattina con l’attacco alla Repubblica Islamica. Come si fa a fronteggiare tali livelli di incertezza?

Esiste davvero un profondo senso di impotenza accompagnato da uno stato di costante prontezza ad assorbire il dolore. Questa prontezza permane durante la guerra stessa, perché rimaniamo nell’assoluta incertezza su ciò che sta accadendo. Di conseguenza viviamo in uno stato di allerta incessante, estenuante e snervante.

In superficie questa prontezza fornisce un illusorio senso di potenza: l’essere pronti apparentemente porta all’azione, ad esempio a correre verso la stanza antipanico. Ma la prontezza in cui ci troviamo non ha orizzonte. Ben poco di ciò che accade dipende effettivamente da ciò che facciamo, e c’è una crescente sensazione che nulla di tutto ciò sia collegato ai nostri interessi. Siamo pedine su una scacchiera controllata da forze politiche che hanno sé stesse come unico orizzonte politico.

Questa situazione offre l’opportunità di riflettere sulla natura dell’ansia. Considero l’ansia psicologica l’equivalente della temperatura corporea, una sorta di meccanismo di segnalazione. Quando la temperatura corporea aumenta il nostro impulso immediato è quello di abbassarla. Ma la febbre è in realtà un segnale importante che il sistema immunitario sta combattendo qualcosa. È un meccanismo di allarme naturale che cerca anche di affrontare ciò che sta attaccando il corpo.

L’ansia funziona in modo simile: in uno stato di ansia normale, non in quella patologica, che è un’alterazione del meccanismo di segnalazione, l’ansia si intensifica quando c’è una minaccia per il sistema psichico e si attenua una volta che il sistema immunitario della psiche riesce a farvi fronte.

Tuttavia nella situazione attuale il termometro non funziona più correttamente. Siamo costantemente ansiosi e di conseguenza l’ansia diventa una condizione costante. Cambiano solo le cause.

Quando l’ansia diventa un parametro costante assomiglia a un malato alla cui malattia viene assegnato ogni giorno un nome diverso. Ieri moriva di influenza; oggi muore di cancro. Le malattie stesse perdono significato perché portano tutte allo stesso risultato. Di conseguenza non vengono mobilitate risorse reali per affrontarle.

Nel linguaggio della psicologia cognitiva questo si chiama impotenza appresa. È un fenomeno osservato nei topi da laboratorio che smettono di premere i pedali che forniscono loro cibo. Non riescono più a collegare un’azione specifica a un risultato specifico, e quindi si arrendono.

Gli israeliani sono da tempo quei topi. Abbiamo smesso di premere i pedali. Il nostro livello di ansia e impotenza è così alto che la maggior parte di noi ha rinunciato al tentativo di comprendere la connessione tra azione o inazione e il suo risultato. Sembra che tutti i risultati siano identici. In un certo senso questa è la grande vittoria del governo: è riuscito a trasformare cittadini attivi e pensanti in indifesi topi da laboratorio.

Questa situazione è esattamente il motivo per cui a novembre una compagine di associazioni di psicologi e organizzazioni della società civile ha pubblicato una lettera in cui si chiedeva al primo ministro di dichiarare lo stato di emergenza nel campo della salute mentale.

Nel suo bestseller “The Shock Doctrine” Naomi Klein sostiene che governi e aziende sfruttano crisi estreme – guerre, disastri o collasso economico – per portare avanti programmi politici ed economici di vasta portata. Nel caso di Israele il governo sembra utilizzare l’accumularsi di così tanti fattori che generano ansia per reprimere il dissenso e intensificare il potere militare e la continua disumanizzazione dei palestinesi. Come possono le persone reagire sul piano psicologico e mantenere una resistenza collettiva in tali condizioni?

Gli stati di emergenza collettivi sono situazioni prodotte dagli stessi governi. Il loro utilizzo è legato alla dichiarazione dello stato di emergenza, che solo il detentore del massimo potere ha l’autorità di proclamare.

Quindi fin dall’inizio si tratta di una condizione imposta dal potere a quanti vi sono soggetti.

Nel momento in cui viene dichiarato lo stato di emergenza entriamo in una sorta di stanza sicura [a prova di esplosione] non solo fisicamente, ma anche psicologicamente. È una condizione in cui siamo circondati da spesse mura, senza ricezione per i cellulari, isolati dal mondo esterno. Il significato di questa condizione è la rarefazione, o addirittura l’annullamento, del pensiero indipendente e critico. In uno stato di emergenza qualcun altro pensa per noi. L’emergenza stessa rende superfluo il pensiero individuale.

Se immaginiamo il sistema psichico come un apparato digerente, una sana digestione implica l’assunzione di ciò che è necessario ed espulsione di ciò che non lo è. C’è una negoziazione costante tra ciò che viene interiorizzato e ciò che viene rifiutato.

In questo stato di emergenza non c’è spazio per una tale digestione. O ingoiamo interamente i messaggi che ci vengono somministrati, o li sputiamo del tutto, oppure li teniamo bloccati nella gola.

Questo è il motivo per cui in situazioni di stato di emergenza può essere esercitata una forza così grande su di noi. È anche il motivo per cui il detentore del potere ha interesse a creare sempre più stati di emergenza. Il compito più difficile in tali circostanze è quello di recuperare la pluralità, il dubbio e il pensiero stesso.

Ora, mentre corriamo avanti e indietro verso i rifugi e l’Iran risponde ai continui bombardamenti israelo-americani le nostre vite sono cambiate ancora una volta. La frequenza degli attacchi e la rapida regionalizzazione della guerra hanno creato molteplici strati di incertezza. Come si collegano gli ultimi giorni ai due anni appena trascorsi?

Penso che questi ultimi giorni siano semplicemente un concentrato di ciò che accade ininterrottamente da più di due anni: ansia al massimo, esaurimento al massimo, nervi completamente a pezzi. E a tutto questo si aggiungono messaggi che inquadrano questa guerra come una guerra di liberazione, persino come possibile base per una nuova pace mondiale.

Il grado in cui questi messaggi sono distaccati dalla distruzione deliberata che viene perpetrata produce una profonda disconnessione tra causa ed effetto, una disconnessione che, come ho detto prima, crea terreno fertile per l’impotenza appresa.

Negli ultimi tempi sembra che non ci sorprendiamo più quando si verificano nuovi disastri. Una catastrofe segue l’altra. In che modo questo influisce sulla nostra capacità di immaginare un orizzonte diverso, di vivere le nostre vite con una prospettiva più ampia e immaginare un futuro non saturo di violenza?

La resistenza si basa proprio sulla capacità di immaginare, di andare oltre ciò che è immediatamente reale e concreto. La capacità di aggrapparsi alla possibilità di un orizzonte dipende da una sorta di lirismo individuale e collettivo dell’anima.

Non si tratta di un singolo atto di deviazione dalla realtà. È uno sforzo continuo per permettere alla realtà di trasformarsi dentro di noi ripetutamente, in modo che alla fine possa trasformarsi anche fuori di noi.

Nel 1920 Paul Klee dipinse l’Angelo della Storia [Angelus Novus”], raffigurando un angelo che fissa qualcosa da cui sembra cercare di fuggire. Il suo volto è rivolto al passato, mentre la sua schiena è rivolta al futuro. Negli ultimi giorni mi è spesso tornata in mente questa immagine: quella di una persona il cui sguardo è fisso su ciò che viene distrutto piuttosto che su ciò che potrebbe essere costruito; qualcuno che cerca di sfuggire a qualcosa, ma alla fine ne rimane intrappolato.

Il potere del lirismo umano risiede nella capacità di volgere in avanti il ​​volto dell’angelo della storia. È il potere di rivendicare per noi stessi non solo il diritto, ma anche l’obbligo di scegliere la vita anziché la morte, di scegliere il futuro anziché rievocare all’infinito il passato in modo compulsivo e futile.

Dana Mills è scrittrice, attivista, danzatrice e responsabile dello sviluppo delle risorse di +972/Local Call. È autrice di “Dance and Politics: Moving beyond Boundaries” [Danza e politica: oltrepassare i confini, ndt.] (2016), “Rosa Luxemburg” (2020), “Dance and Activism” Danza e attivismo, ndt.] (2021) e “One Woman’s War” [Guerra di una donna, ndt.] (2024).

(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto palestinese: 1.965 attacchi effettuati a febbraio dall’esercito e dai coloni israeliani

Redazione di MEMO

4 marzo 2026 – Middle East Monitor

Il direttore della Commissione Palestinese per la Resistenza al Muro ed alle Colonie, Moayad Shaaban, ha affermato che a febbraio l’esercito ed i coloni israeliani hanno portato a termine un totale di 1.965 attacchi, continuando la serie di violenze in corso da parte dello Stato di occupazione contro il popolo palestinese, le sue terre e proprietà.

Nel rapporto mensile della commissione, pubblicato martedì dall’agenzia di notizie palestinese WAFA, Shaaban ha spiegato che l’esercito israeliano ha effettuato 1.454 attacchi, mentre i coloni 511.

Ha aggiunto che la maggioranza degli attacchi sono stati concentrati nel governatorato di Hebron con 421 incidenti, seguito da quello di Nablus con 340, di Ramallah e di al-Bireh con 320 e da Gerusalemme con 210.

Ha detto che gli attacchi hanno incluso assalti fisici, sradicamento degli alberi, incendio dei campi, confisca delle proprietà, demolizione di case e strutture agricole. Ha aggiunto che le forze israeliane hanno continuato a chiudere grandi aree di territorio palestinese con la scusa della sicurezza, mentre ai coloni è stato consentito di espandere le loro attività.

Shaabam ha affermato che queste crescenti violazioni confermano che ciò che sta succedendo non sono incidenti isolati ma, piuttosto, una metodologia organizzata che ha l’obiettivo di svuotare la terra dai suoi proprietari e imporre un sistema complessivo razzista di insediamento.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)