Airbnb denunciata in Francia per gli affitti nella Cisgiordania Occupata

Redazione di MEMO

4 novembre 2025 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie, ndt.] Anadolu riferisce che martedì il canale BFMTV [rete televisiva francese, ndt.] ha affermato che l’Association of Jurists for the Respect of International Law [associazione dei giuristi per il rispetto del diritto internazionale] (JURDI) ha denunciato Airbnb in Francia perché include nelle sue offerte proprietà nei territori palestinesi occupati da Israele in Cisgiordania.

JURDI, un’organizzazione francese che sostiene il diritto internazionale relativamente al conflitto israelo-palestinese, accusa Airbnb di supportare crimini di guerra avendo nel proprio catalogo proprietà nei territori occupati della Cisgiordania. Ha chiesto al tribunale di ordinare alla società di rimuovere le offerte nelle colonie israeliane.

Offrendo queste strutture ricettive Airbnb contribuisce alla normalizzazione e alla continuazione del regime coloniale, fornendo risorse finanziarie ai coloni e legittimando la loro presenza,” ha affermato JURDI nella sua denuncia, estratti della quale sono stati visionati da BFMTV.

La legale Helene Massin-Trachez, che sta guidando la causa, ha affermato che le leggi francesi proibiscono di offrire contratti che violano l’ordine pubblico, sostenendo che Airbnb sta facendo esattamente ciò promuovendo contratti d’affitto illegali a clienti che vivono in Francia.

Una audizione preliminare è stata fissata per il 13 gennaio e se il tribunale dovesse decidere a favore di JURDI, Airbnb avrebbe otto giorni per accogliere la richiesta prima di subire una multa di 5.000 Euro per ogni giorno di ritardo.

Quando è stata contattata da BFMTV la società ha difeso le sue azioni, negando di trarre profitto dalla situazione internazionale e ha promesso di continuare ad impegnarsi ad affrontare ognuna delle situazioni “con la maggior cura.”

Il mese scorso la French Human Rights League [Lega francese per i diritti umani] (LDH) ha sporto denuncia contro Airbnb e Booking.com per avere offerto proprietà nelle colonie israeliane in territorio palestinese.

La denuncia accusa tali società di complicità e occultamento aggravato di crimini di guerra, sottolineando che le piattaforme promuovono “turismo d’occupazione” offrendo annunci in colonie israeliane.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




In Israele lo stupro dei prigionieri palestinesi è ammesso. Far trapelare il filmato è tradimento

Lubna Masarwa

3 novembre 2025 – Middle East Eye

La diffusione di un video che mostra l’orrendo stupro a Sde Teiman ha scosso il Paese più del crimine stesso

Quando lo scorso anno è trapelato un video che mostrava soldati israeliani che stupravano un prigioniero palestinese, l’indignazione in Israele è stata immediata, ma non riguardo al crimine.

Al contrario, lo sdegno era rivolto alla fuga di notizie.

La settimana scorsa Yifat Tomer-Yerushalmi si è dimessa da avvocato dell’esercito israeliano dopo la conferma del suo coinvolgimento nella diffusione del filmato della televisione a circuito chiuso dall’interno del famigerato campo di detenzione di Sde Teiman durante la guerra genocida di Israele a Gaza.

Nel filmato si vedono soldati israeliani pesantemente armati afferrare e portare via un prigioniero palestinese bendato e poi circondarlo con scudi antisommossa per nascondere il loro stupro di gruppo.

Il palestinese che, secondo alcune informazioni, da allora è stato rimandato a Gaza, ha subito una ferita all’ano, un trauma intestinale, danni ai polmoni e costole rotte.

Dopo la diffusione del video Tomer-Yerushalmi, che ha speso tutta la sua carriera nella difesa dell’esercito israeliano, si è trovata ad essere perseguitata da politici di destra.

Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha criticato l’avvocatessa affermando che ha agito contro soldati israeliani e “con la fuga di notizie ha alimentato calunnie sanguinose contro lo Stato di Israele”.

Intanto i soldati accusati dello stupro hanno tenuto una conferenza stampa chiedendo un risarcimento per “il danno alla propria immagine”.

Resa dei conti morale

In un Paese che si vanta costantemente di rispettare lo stato di diritto, questo episodio avrebbe dovuto scatenare una rivalsa morale. Invece ha rivelato quanto profonda sia la disumanizzazione dei palestinesi e quanto siano diventate normali la violenza sessuale e la tortura all’interno delle strutture detentive israeliane.

Nella loro conferenza stampa davanti all’Alta Corte i quattro soldati accusati dello stupro di gruppo si sono vantati di essere ancora liberi.

Con indosso dei passamontagna, in un evidente tentativo di evitare di essere perseguiti presso la Corte Penale Internazionale, hanno dichiarato: “Vinceremo”.

Avete cercato di spezzarci, ma avete dimenticato una cosa: noi siamo la Forza 100”, hanno detto, riferendosi alla loro unità antiterrorismo.

Non si vergognavano, erano baldanzosi. Il messaggio era inequivocabile: in Israele ogni stupro può essere riproposto come gesto eroico quando la vittima è palestinese.

Intanto la leadership del Paese ha serrato i ranghi intorno agli esecutori.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rifiutato di denunciare l’aggressione. Ha invece definito la fuga di notizie “forse il più grave attacco propagandistico che lo Stato di Israele abbia subito dalla sua fondazione.”

La sua preoccupazione era per l’immagine di Israele, non per l’uomo brutalizzato sullo schermo.

Questa inversione morale non è una falla isolata. Un recente rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, intitolato “Benvenuti all’inferno”,[vedi Zeitun,rdr] ha documentato gli stupri sistematici sui detenuti palestinesi durante la guerra di Israele nell’enclave (di Gaza).

Cinquantacinque ex prigionieri hanno descritto percosse, privazione del sonno e violenza sessuale. Fadi Baker, di 25 anni, ha raccontato che i soldati lo hanno bruciato con le sigarette e gli hanno messo ai genitali delle pinze a cui erano legati oggetti pesanti. Poi è stato lasciato nudo in una cella gelata per due giorni, con musica assordante.

L’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha riferito la morte di decine di palestinesi sotto detenzione israeliana dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

Sistema di impunità

Queste testimonianze descrivono il quadro di un sistema detentivo governato dall’impunità. Anche quando emergono le prove – come è successo l’anno scorso nel carcere di Sde Teiman, quando sono stati arrestati dei soldati per stupro – i politici si affrettano a difendere gli accusati.

Membri di estrema destra del parlamento hanno invaso infuriati le basi militari, minacciato gli accusatori ed accusato gli organi giuridici dell’esercito di “tradire” la nazione.

I social media sono stati sommersi da richieste di “bruciare” e “lapidare” i funzionari che indagano sui soldati.

Da quando Israele ha scatenato l’attacco a Gaza gli abusi sessuali e la tortura dei palestinesi sono diventati incontrollati in tutti i territori occupati, come hanno ripetutamente documentato le Nazioni Unite e le associazioni per i diritti umani.

La pretesa che l’esercito israeliano sia “un esercito morale” – se non l’ “esercito più morale del mondo” – si è rivelata essere solo un altro tentativo delle pubbliche relazioni di coprire i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

In Israele la divulgazione del video ha scosso gli israeliani più del crimine stesso.

Ha mostrato quanto Israele abbia perso la sua capacità di sdegno morale quando le vittime sono palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Lubna Masarwa è giornalista e capo dell’ufficio di Middle East Eye per Palestina e Israele. Vive a Gerusalemme.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Siamo sopravvissuti alla guerra, forse non sopravviveremo al cessate il fuoco

Sara Awad

25 ottobre 2025 Al Jazeera

Anche se è in corso un cessate il fuoco, ogni giorno Israele continua a uccidere palestinesi a Gaza

Domenica scorsa sono uscita dalla tenda della mia famiglia ad az-Zawayda, nella Striscia di Gaza centrale, e mi sono diretta al vicino Twix Cafe, uno spazio di coworking per freelance e studenti. Erano passati dieci giorni dall’annuncio del “cessate il fuoco” e ho pensato che finalmente fosse sicuro uscire. Avventurarmi fuori avrebbe dovuto essere un passo verso la riconquista di una piccola parte della mia vecchia vita.

Io e mio fratello eravamo quasi arrivati ​​al caffè quando abbiamo sentito un suono molto familiare: il rombo di un’esplosione. Un drone israeliano aveva colpito l’ingresso del Twix Cafe.

Mi sono bloccata. Ho pensato: ci siamo, è il mio turno. Non sopravviverò a questa guerra.

Tre persone sono state uccise e molte altre sono rimaste ferite. Se io e mio fratello avessimo lasciato la tenda di famiglia qualche minuto prima anche noi avremmo potuto essere tra le vittime.

Mentre la notizia si diffondeva la mia famiglia è andata nel panico, chiamandoci ripetutamente. Il segnale era debole e nonostante i loro tentativi non riuscivano a contattarci. Siamo riusciti a consolare la mamma solo quando siamo tornati alla tenda.

Mi sono chiesta: che specie di “cessate il fuoco” è questo? Ho provato più rabbia che paura.

Quando l’accordo di cessate il fuoco è entrato in vigore e i leader stranieri ci hanno detto che la guerra era finita, molti di noi hanno osato sperare. Pensavamo che le esplosioni sarebbero finalmente cessate, che avremmo potuto iniziare senza paura a ricostruire le nostre vite distrutte.

Ma non c’è questa speranza sotto l’occupazione israeliana. La violenza non finisce mai davvero. Quel giorno, quando l’esercito israeliano ha bombardato il Twix Cafe, ha bombardato anche decine di altri luoghi in tutta la Striscia di Gaza, uccidendo almeno 45 persone e ferendone molte altre.

È stato il giorno più letale dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Non è passato giorno senza vittime; Israele continua a uccidere ogni giorno. Ad oggi più di 100 palestinesi sono stati assassinati da quando è stato annunciato il cosiddetto cessate il fuoco.

Tra loro c’erano 11 membri della famiglia Abu Shaaban. Il massacro è avvenuto il 18 ottobre, il giorno prima del bombardamento più massiccio. Gli Abu Shaaban stavano cercando di tornare a casa loro, nel quartiere Zeitoun di Gaza City, a bordo di un veicolo. Una bomba israeliana ha ucciso quattro adulti: Sufian, Samar, Ihab e Randa e sette bambini: Karam, 10 anni, Anas, 8, Nesma, 12, Nasser, 13, Jumana, 10, Ibrahim, 6, e Mohammed, 5.

Domenica, con l’inizio dei bombardamenti di massa, panico e insicurezza si sono diffusi in tutta la Striscia. Mentre le esplosioni continuavano, la gente si è precipitata nei mercati per procurarsi tutto il cibo che poteva permettersi, preparandosi alla guerra e di nuovo alla fame.

È stato straziante vedere come, tra le bombe, la mente delle persone si concentrasse automaticamente sul cibo. Sembra che abbiamo perso per sempre la sensazione di sicurezza, di sapere che domani avremo del cibo in tavola.

E sì, siamo ancora costretti ad acquistare il nostro cibo perché Israele non solo viola il “cessate il fuoco” bombardandoci, ma anche trattiene gli aiuti che ha sottoscritto avrebbe permesso. Almeno 600 camion di aiuti avrebbero dovuto entrare a Gaza al giorno. Secondo il Gaza Media Office, solo 986 camion di aiuti sono entrati a Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco l’11 ottobre, appena il 15% di quanto promesso. Il Programma Alimentare Mondiale (WFP) ha visto autorizzati a entrare solo 530 dei suoi camion. L’UNRWA ne ha 6.000 in attesa di entrare; nessuno è stato autorizzato.

Ieri il portavoce del WFP ha affermato che nessun grande convoglio di aiuti è entrato a Gaza City; Israele non ha ancora concesso all’agenzia il permesso di utilizzare Salah al-Din Street. La politica israeliana di affamare il nord di Gaza è ancora in atto.

Il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto – il nostro unico sbocco verso il resto del mondo – rimane chiuso. Non sappiamo quando riaprirà, quando alle migliaia di feriti sarà consentito di attraversare il confine per ricevere cure mediche urgenti, quando gli studenti potranno partire per continuare gli studi, quando le famiglie divise dalla guerra saranno riunite, quando coloro che amano Gaza – coloro che hanno aspettato così a lungo per tornare a casa – potranno finalmente tornare.

È ormai chiaro che Israele sta trattando questo “cessate il fuoco” come un interruttore, da accendere e spegnere a suo piacimento. Domenica siamo tornati ai bombardamenti massicci, lunedì è stato di nuovo un “cessate il fuoco”. Come se nulla fosse accaduto, come se 45 persone non fossero state massacrate, come se nessuna casa fosse stata distrutta e nessuna famiglia fosse stata dilaniata. È devastante vedere le nostre vite trattate come se non contassero nulla. È straziante sapere che Israele può riprendere gli omicidi di massa quando vuole, senza preavviso, senza giustificazioni.

Questo cessate il fuoco non è altro che una pausa in quella che ora crediamo sarà una guerra senza fine – un momento di silenzio che può finire in qualsiasi momento. Rimarremo in balia di un occupante omicida finché il mondo non riconoscerà finalmente il nostro diritto alla vita e non agirà concretamente per garantirlo. Fino ad allora, rimarremo numeri nei titoli dei giornali sull’infinita furia omicida di Israele.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera

Sara Awad è una studentessa di letteratura inglese, scrittrice e narratrice che vive a Gaza. Catturando con passione esperienze umane e problematiche sociali, Sara usa le parole per far luce su storie spesso inascoltate. Il suo lavoro esplora temi di resilienza, identità e speranza in tempo di guerra.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele uccide più di 100 persone, inclusi 46 bambini, in una notte di bombardamento su Gaza

Mera Aladam

29 ottobre 2025 – Middle East Eye

Dopo 12 ore di devastanti attacchi aerei Israele dice che adesso sta “ripristinando” il cessate il fuoco

L’esercito israeliano ha ucciso 104 palestinesi, compresi 46 bambini, in attacchi aerei nella notte tra martedì e mercoledì in tutta la Striscia di Gaza, nell’ultima violazione del cessate il fuoco.

Gli attacchi aerei hanno colpito Gaza City, Khan Younis e i campi profughi al centro di Gaza, colpendo case, tende e il cortile di un ospedale.

I medici hanno detto che il conto delle vittime è destinato ad aumentare, poiché molti dei feriti versano in condizioni critiche e altri si pensa siano ancora sepolti sotto le macerie.

Il Ministero della Sanità palestinese ha affermato che sono state ferite altre 253 persone, compresi 78 bambini.

Secondo Al Jazeera il direttore dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City ha dichiarato che la situazione sanitaria è “catastrofica”, in assenza di medicinali o forniture mediche per curare i feriti.

L’Organizzazione palestinese di Difesa Civile per la ricerca e il soccorso ha invocato un “immediato e totale cessate il fuoco”.

Dopo circa 12 ore di pesanti bombardamenti l’esercito israeliano ha annunciato il ripristino del cessate il fuoco dalle 10 ora locale.

Israele ha accusato Hamas della violazione del cessate il fuoco, citando un presunto attacco alle (sue) truppe a Rafah martedì che ha provocato la morte di un soldato e i ritardi nella consegna dei corpi degli ostaggi morti.

Hamas ha negato ogni coinvolgimento nella sparatoria di Rafah.

L’organizzazione ha anche detto che il ritardo nel consegnare i corpi era dovuto alla mancanza dell’attrezzatura necessaria al loro recupero – una difficoltà logistica, ha detto, che era nota sia a Israele che agli Stati Uniti prima dell’accordo sul cessate il fuoco all’inizio del mese.

Il presidente USA Donald Trump ha dato a Israele copertura politica per l’attacco, dicendo che aveva “il diritto di reagire” e avvisando che Hamas sarebbe stata “eliminata” se non avesse rispettato il cessate il fuoco.

Ha aggiunto che la tregua mediata dagli USA “non è a rischio”.

Secondo la Associated Press due anonimi funzionari USA hanno affermato che Israele ha avvertito Washington prima di lanciare gli ultimi attacchi sulla striscia assediata.

Il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha condannato gli ultimi attacchi, considerando l’amministrazione USA “pienamente responsabile per il terribile massacro”.

Le recenti dichiarazioni USA, soprattutto quelle di Trump che giustificano i crimini dell’occupazione col pretesto dell’ ‘autodifesa’ e usano il termine di ‘vendetta’ contro civili disarmati e bambini, costituiscono una copertura politica, di fatto una legittimazione, ed un assenso a continuare il massacro”, ha affermato.

Prendere di mira abitazioni civili e tende di rifugiati è una macchia sulla coscienza dell’umanità.”

Secondo l’Ufficio Comunicazioni del governo con sede a Gaza, fino a martedì mattina Israele ha commesso almeno 125 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco a partire dall’11 ottobre.

Gli attacchi hanno ucciso almeno 211 persone e ne hanno ferite circa 600, secondo il Ministero della Sanità palestinese.

Israele inoltre ha continuato a limitare l’ingresso degli aiuti e ha mantenuto chiuso il confine di Rafah con l’Egitto, in violazione dei termini dell’accordo.

Complessivamente le forze israeliane dal 7 ottobre 2023 hanno ucciso almeno 68.643 palestinesi e feriti oltre 170.000.

Secondo i dati diffusi dall’esercito la maggioranza delle vittime sono civili.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Dopo due anni di guerra contro Gaza, il boicottaggio accademico verso Israele tocca livelli mai visti prima

Redazione di MEMO

28 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Negli ultimi due anni il boicottaggio di ricercatori e istituzioni del mondo accademico israeliano ha conosciuto una crescita senza precedenti, che rispetto al 2023 ha visto i casi di annullamento e/o sospensione degli accordi di cooperazione universitaria addirittura triplicati. Questa netta impennata è una reazione agli atti criminosi che Israele continua a perpetrare nella Striscia di Gaza.

Stando al resoconto pubblicato lunedì scorso dal quotidiano Haaretz, gli episodi di boicottaggio verso il mondo accademico israeliano registrati dall’inizio della guerra nel mese di ottobre 2023 sfiorerebbero il migliaio. Vi hanno aderito istituti di ricerca, associazioni professionali ed esponenti della comunità accademica internazionale.

Rispetto all’anno precedente — scrive Haaretz — i casi di boicottaggio sono triplicati.

Diversi professori di spicco delle università israeliane avrebbero espresso grande preoccupazione per l’impatto sempre più grave provocato dall’attuale isolamento accademico, soprattutto in mancanza di una qualsivoglia azione efficace da parte del governo, prosegue il giornale.

Intervistato da Haaretz, un ricercatore israeliano che preferisce mantenere l’anonimato ha detto che nel paese la ricerca scientifica “è sull’orlo del tracollo” a causa del crescente isolamento internazionale.

Secondo Ariel Porat, Presidente dell’università di Tel Aviv, le istituzioni accademiche stanno attraversando “il peggior momento di tutta la loro storia, in termini di boicottaggio”, e le prospettive di un miglioramento a guerra finita “sono ancora fuori portata”, data la crescente ostilità nei confronti di Israele.

Haaretz riporta inoltre che negli ultimi due anni all’incirca 40 università estere hanno interrotto, del tutto o in parte, i rapporti di cooperazione accademica con gli atenei israeliani. Segno, questo, del netto calo di prestigio di Israele nella classifica accademica mondiale.

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Donne palestinesi raccontano di come le forze israeliane le abbiano usate come scudi umani a Gaza e in Cisgiordania

Majd Jawad

28 ottobre 2025 – Mondoweiss

Durante il genocidio di Gaza diverse testimonianze hanno documentato l’uso di donne palestinesi come scudi umani da parte dell’esercito israeliano. Non si tratta di atti isolati compiuti da soldati ribelli, ma di una pratica sistematica nota ai comandanti israeliani e riconosciuta dagli stessi soldati.

Mi hanno costretta a portare un drone dentro sette case per ispezionarle e assicurarsi che fossero vuote di persone o attrezzature militari. La mia bambina ha pianto per ore mentre mi aspettava. Li ho supplicati di permettermi di allattarla, ma hanno rifiutato, continuando a usarmi come scudo umano, ha raccontato Hazar Al-Sititi, 33 anni, del campo profughi di Jenin.

Durante l’assedio di dieci giorni del campo profughi di Jenin da parte dell’esercito israeliano nell’agosto 2024 i soldati hanno costretto Al-Sititi a separarsi dalla sua bambina di sei mesi e a eseguire i loro ordini.

Mi obbligavano a precedere un’unità di fanteria composta da circa 30 soldati, con una distanza di dieci metri tra noi. Poi mi ordinavano di entrare nelle case, costringere gli abitanti a uscire e riprendere l’interno prima che i soldati facessero irruzione per arrestare i giovani che cercavano, racconta Al-Sititi.

Questa non è stata soltanto l’azione occasionale di un soldato scellerato, ma rispecchia una pratica militare sistematica, attuata con il consenso dei comandanti israeliani, come ammesso dai soldati in una precedente indagine di Haaretz. Nell’esercito sanno che non si tratta di un atto isolato compiuto da un giovane e insensato comandante di compagnia che agisce di propria iniziativa, ha dichiarato un soldato agli intervistatori.

Dall’inizio del genocidio a Gaza sono emerse testimonianze che documentano l’uso da parte dell’esercito israeliano del corpo di donne palestinesi come scudo umano, in base a procedure specifiche stabilite per proteggere i soldati israeliani dal pericolo durante le operazioni di terra e le incursioni nelle aree palestinesi.

Una scelta tra mia figlia e la mia vita

«Quel giorno circa 70 soldati israeliani hanno invaso il campo e lo hanno circondato. Hanno arrestato diversi giovani prima di giungere alla mia abitazione. Hanno sfondato la porta e hanno urlato contro la mia bambina. Poi mi hanno costretta a scegliere: o mi avrebbero portato via mia figlia, oppure sarei stata usata come scudo umano», ha raccontato Iman al-Amer, 41 anni, del campo di Jenin.

I soldati hanno ordinato a Iman di entrare in diverse case, costringere i residenti a uscire avvisandoli che un rifiuto avrebbe comportato la loro uccisione.

Questa pratica fa parte di quello che è noto come Protocollo Zanzara, una procedura militare non dichiarata in base alla quale i detenuti, deliberatamente trattenuti sul campo invece che nelle prigioni israeliane, sono costretti a svolgere rapide mansioni in siti civili o militari prima dell’ingresso dei soldati.

Perché le donne?

IL’uso da parte di Israele del corpo dei palestinesi come scudo umano coinvolge palestinesi di ogni età e sesso. Nel corso di decenni di occupazione dei territori palestinesi Israele ha preso di mira non solo gli uomini, ma anche i bambini, gli anziani e le donne, sia durante le operazioni militari su larga scala che nelle incursioni quotidiane.

La dottoressa Lina Meari, del Dipartimento di Scienze Sociali e Comportamentali e dell’Istituto per gli Studi sulle Donne, ha spiegato: La visione delle questioni di genere da parte delle potenze coloniali è rigida e costante, radicata nella convinzione che le donne siano intrinsecamente deboli e possano essere sfruttate come strumenti, attraverso molestie o stupri, o utilizzate per esercitare pressione sui combattenti resistenti affinché si arrendano o compiano operazioni militari. In questo contesto, l’uso del corpo di una donna come scudo umano può anche essere inteso come una tattica per costringere i membri della resistenza a non usare armi contro i soldati israeliani durante le operazioni militari, data la sua condizione delicata’”.

Come evidenzia il libro Human Shields: A History of People in the Line of Fire, [di Neve Gordon e Nicola Perugini, pubblicato in Italia col titolo Scudi Umani: una storia dei corpi sulla linea del fuoco, Ed. Laterza, ntr.] l’attenzione globale sulle donne e i loro diritti coincide paradossalmente con il loro sfruttamento come scudi umani. Ciò che un tempo era socialmente emarginato, le donne e i bambini, è diventato un obiettivo strategico.

Durante l’attuale genocidio sono emerse testimonianze di diversi ragazzi e ragazze palestinesi usati come scudi umani dall’esercito israeliano. Tra queste c’è la storia della piccola Malak Shahab, nove anni, del campo di Nur Shams a Tulkarem, portata via da casa insieme alla sua famiglia e trattenuta con quello scopo.

Secondo il racconto di Malak, I soldati mi spingevano contro ciascuna porta della casa di mia zia, mentre loro stavano dietro di me, pronti a sparare. Quando nessuno rispondeva, e con profonda disperazione per essere costretta a obbedire, bussavo alla porta con la testa”.

Lo sfollamento forzato come strategia

«Mi hanno usata come scudo umano tre volte fin da quando ero bambina. Ogni volta eseguivo compiti militari sotto minaccia e ogni volta pretendevano che lasciassi subito dopo il campo. Anche se mi usassero mille volte, rimarrei comunque nel mio quartiere», afferma Hazar Al-Sititi.

Questo comportamento potrebbe indicare che tali protocolli vadano oltre una semplice tattica militare del momento, trasformando il corpo palestinese e l’individuo in un bersaglio a sé stante. Le donne sono state usate come scudi umani nel campo di Jabalia come parte di un piano più ampio per svuotare l’area dei suoi abitanti”, dice Meari, aggiungendo: “I colonizzatori ricorrono alle donne nei momenti in cui non riescono a reprimere la resistenza o a proteggersi. Gli attacchi in un luogo come il campo di Jabalia erano inaspettati, quindi l’esercito israeliano si è servito di ogni mezzo a sua disposizione, compresi gli scudi umani, per proteggersi”.

Secondo un’indagine del sito ebraico “The Warmest Place in Hell” [Il posto più caldo dell’Inferno, ndtr.], nell’ambito della sua politica di sfollamento forzato dei civili fin dal primo giorno del genocidio, l’esercito israeliano ha usato una coppia di anziani come scudi umani per costringerli a lasciare la loro casa, dopo che la coppia aveva dichiarato di non poter raggiungere Khan Younis a piedi e di non avere un posto dove andare in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito.

Un’altra indagine condotta dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor [ONG per i diritti umani con sede a Ginevra, ndtr.] ha identificato la coppia di anziani come Maziyouna Abu Hussein e Muhammad Abu Hussein. Sono stati costretti a entrare nelle case per verificare che fossero sicure e, una volta portato a termine il loro compito, i soldati israeliani li hanno giustiziati con dei colpi di arma da fuoco.

Il protocollo Zanzaraa Gaza

Dopo il suo arresto nella Striscia di Gaza il 7 ottobre 2023 Muhannad Wasfi è stato usato come scudo umano dai soldati israeliani. “Dopo 45 giorni nelle prigioni israeliane mi hanno trasferito nella parte meridionale della Striscia per svolgere una missione militare, alla ricerca di tunnel all’interno delle case. Ho perquisito case vuote, sollevando tappeti e spostando mobili alla ricerca di un’apertura o di un buco, ma non ho trovato nulla”, ha detto Wasfi.

Ha continuato: Per la prima volta ho sentito che la morte era imminente. Avevo sentito molte storie di palestinesi uccisi dai soldati anche dopo aver completato i compiti che erano stati loro imposti. Ogni volta che entravo in una stanza, recitavo la shahada [testimonianza di fede in Allah, ndtr.], come se fosse il mio ultimo respiro”.

La testimonianza di Muhannad è in linea con quello che è noto come Protocollo Vespa, in base al quale prigionieri e detenuti palestinesi vengono prelevati dalle prigioni israeliane e portati in zone di combattimento attivo per essere usati come scudi umani. Le testimonianze, compresa la sua, indicano che durante le operazioni di ricerca dei tunnel i detenuti sono spesso costretti a indossare uniformi militari israeliane, probabilmente per sgomberare gli ingressi dei tunnel da eventuali esplosivi nel caso in cui uno venisse individuato e fatto detonare dai combattenti.

Mi vestivano con la loro uniforme e mi mettevano un cappello, una telecamera e un dispositivo audio sulla testa. Mi bendavano gli occhi, mi legavano le mani e mi ordinavano di perquisire i luoghi. Mi interrogavano e mi torturavano. Una volta mi hanno spogliato nudo, mi hanno messo in una stanza, hanno acceso l’aria condizionata e hanno messo musica ad alto volume in ebraico fino a farmi perdere parzialmente l’udito, ha detto Wasfi.

L’infermiere Hassan al-Ghoul di Gaza ha testimoniato: Mi hanno costretto a indossare un’uniforme militare completa, ma senza armi, e mi hanno dato un attrezzo da taglio e una torcia elettrica. Mi hanno detto che avremmo fatto irruzione nell’ospedale Nasser e che io sarei entrato per primo. Mi hanno detto che mi avrebbero indicato un’apertura e che sopra la mia testa ci sarebbe stato un drone sotto il loro controllo aggiungendo: così, se fai qualcosa, possiamo vederti e controllarti. Mi hanno detto che sarei andato all’ospedale e che, se avessi trovato dei civili, avrei dovuto dire loro di andarsene perché l’esercito avrebbe fatto irruzione. Mi hanno ordinato di aprire tutte le porte chiuse e di manomettere tutte le bombole di gas a cui era attaccato un filo. Ho interrotto il soldato dicendo: Qualsiasi bombola di gas con un filo potrebbe esplodere con me vicino. Lui ha risposto: Lascia che esploda; è per questo che ti mandiamo lì’. Ho eseguito il compito dietro minaccia, sotto la mira di unarma”.

Una violazione anche della legge israeliana?

Forse questi protocolli militari definiscono i metodi di utilizzo dei palestinesi come scudi umani in un contesto storico recente, ma non tengono conto della lunga storia di questa pratica nella regione, che risale a prima della fondazione dello Stato di Israele.

Nel suo studio When Palestinians Became Human Shields: Counterinsurgency, Racialization, and the Great Revolt (1936-1939) [Quando i palestinesi divennero degli scudi umani: la controinserruzione, la razzializzazione e la grande rivolta (1936-1939) ndtr.] lo scrittore Charles Anderson ha documentato il primo caso registrato di scudo umano in Palestina durante la rivolta araba del 1936: Suleiman Touqan, sindaco di Nablus, che ricopriva un ruolo sociale di rilievo tra la popolazione locale. L’esercito britannico lo collocò sul tetto di un edificio militare per proteggere le proprie forze dagli attacchi dei combattenti palestinesi. Anderson sottolinea che questo faceva parte di una strategia più ampia per colpire i combattenti palestinesi e scoraggiare attacchi previsti sulle principali vie di comunicazione della zona.

Questa violazione israeliana dei corpi palestinesi divenne particolarmente evidente durante l’invasione delle città della Cisgiordania nel marzo 2002, durante la Seconda Intifada. Nota come “Procedura del Vicino”, prevedeva la perlustrazione delle abitazioni prima dell’ingresso dell’esercito alla ricerca di individui o combattenti ricercati.

Dopo la Seconda Intifada, il 6 ottobre 2005, la Corte Suprema israeliana ha emesso una sentenza che vieta l’uso di civili palestinesi come scudi umani nelle operazioni militari. Ciononostante l’esercito ha continuato a attuare questa pratica fino ad oggi, in palese violazione delle norme e del diritto internazionale.

Il diritto internazionale proibisce lo sfruttamento o l’uso di individui protetti dalla Quarta Convenzione di Ginevra, ai sensi degli articoli 28 e 49, come scudi umani per rafforzare le posizioni militari contro gli attacchi nemici o per prevenire attacchi di rappresaglia durante un attacco.

Il diritto internazionale umanitario garantisce alle donne una protezione speciale in tempo di conflitto, riconoscendo che le donne in particolare sono esposte a specifiche forme di violenza. Di conseguenza, necessitano di ulteriori tutele, sia in quanto madri, sia in quanto più vulnerabili alla violenza sessuale.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Rapporto: l’esercito israeliano scarica dentro Gaza rifiuti e macerie dalle colonie di confine

Redazione di MEMO

26 ottobre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che domenica i media israeliani hanno affermato che l’esercito israeliano ha permesso il trasferimento di grandi quantità di rifiuti e macerie di costruzione dalle colonie adiacenti alla Striscia di Gaza dentro l’enclave palestinese.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che camion israeliani appartenenti ad una società privata stavano trasportando rifiuti e macerie dentro Gaza nelle aree di confine sotto il controllo dell’esercito.

Il giornale ha affermato che i camion sono stati visti avanzare due-trecento metri dentro Gaza dove “hanno scaricato quello che trasportavano lungo le strade invece che nelle apposite aree di conferimento,” prima di ritornare vuoti in Israele attraverso il valico Kisufim, nella zona centrale di Gaza controllata da Israele.

I comandanti sul campo hanno emanato istruzioni che consentono a camion appartenenti a società private di entrare nella Striscia di Gaza e di scaricare i loro carichi ovunque lo ritengano opportuno,” ha affermato Haaretz, citando funzionari di sicurezza.

Secondo il giornale l’esercito israeliano ha negato di essere a conoscenza di tali fatti.

Non c’è stato alcun commento ufficiale dall’esercito sul rapporto.

Giovedì l’ufficio media del governo di Gaza ha dichiarato che, in seguito a due anni di guerra genocida scatenata da Israele che ha distrutto circa 90% delle infrastrutture civili, pari a circa 70 milioni di tonnellate di macerie, l’enclave è una “zona di disastro ambientale e strutturale”.

Secondo l’ONU, si stima che la ricostruzione di Gaza possa costare circa 70 miliardi di dollari.

La prima fase di un accordo per il cessate il fuoco è entrata in vigore a Gaza il 10 ottobre nell’ambito del piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump.

Questa fase include il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il piano prevede inoltre la ricostruzione di Gaza e la costituzione di un nuovo sistema di governo senza Hamas.

Secondo il ministero della Sanità [di Gaza, ndt.] dall’ottobre 2023 l’esercito israeliano in una guerra brutale contro Gaza ha ucciso più di 68.000 persone e ferito più di altre 170.000.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un padre palestinese trova una bomba israeliana inesplosa sotto la tenda della famiglia a Gaza

Faisal Ali

25 ottobre 2025-Al Jazeera

Israele ha dispiegato robot esplosivi telecomandati in tutta Gaza, causando numerose vittime civili palestinesi e distruzioni diffuse.

Un palestinese tornato nel suo quartiere di Gaza, distrutto dai bombardamenti israeliani, ha trovato un ordigno israeliano inesploso tra le macerie dove ha dovuto allestire un rifugio temporaneo. Le famiglie hanno iniziato a fare ritorno nella città meridionale di Khan Younis dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, insieme alle oltre 435.000 persone che hanno fatto ritorno nella direzione opposta, verso le zone settentrionali, dai campi profughi più a sud.

Molti hanno trovato quartieri rasi al suolo, lamiere aggrovigliate e persino armi pericolose dove un tempo sorgevano edifici residenziali e case. Senza un posto dove stabilirsi e con ampie zone di Gaza ancora occupate dall’esercito israeliano, Ayman Qadourah ha dovuto piantare la tenda della sua famiglia sopra un imponente mezzo militare, noto localmente come “robot esplosivo”, che trasportava potenti bombe utilizzate per radere al suolo interi isolati.

I robot esplosivi telecomandati sono stati dispiegati da Israele nelle aree urbane di Gaza causando danni ingenti alle infrastrutture. Qadourah è tornato a casa sua a Khan Younis un mese fa. La casa del suo vicino conteneva un altro ordigno esplosivo, ha detto. Un missile F-16 aveva scavato un cratere profondo tre metri tra le due proprietà, mentre altri due avevano colpito il retro della sua casa.

“Ordigni inesplosi come quello rappresentano un grave pericolo”, ha dichiarato ad Al Jazeera. “Ad esempio, se si avvicina un liquido infiammabile si leveranno fiamme enormi fino al cielo”. Qadourah teme che, se uno degli esplosivi dovesse esplodere, potrebbe distruggere un intero quartiere. Per ridurre il rischio ricopre regolarmente i dispositivi con la sabbia.

All’inizio di settembre l’ufficio stampa governativo di Gaza ha riferito che Israele aveva fatto esplodere più di 100 robot carichi di esplosivo nelle ultime tre settimane di agosto. L’analisi delle immagini satellitari del Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) ha rilevato che nel governatorato di Khan Younis sono stati colpiti più di 42.000 edifici, di cui almeno 19.000 nella città stessa, la seconda più popolosa della Striscia di Gaza. In tutta la Striscia di Gaza, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite, sono state danneggiate più di 227.000 unità abitative, lasciando centinaia di migliaia di persone senza un posto dove tornare a vivere.

Luke David Irving, a capo del Servizio delle Nazioni Unite di Azione contro le Mine nei Territori Palestinesi Occupati, descrive la minaccia rappresentata dagli ordigni esplosivi a Gaza come “incredibilmente elevata”. La sua agenzia ha identificato almeno 560 ordigni di questo tipo nelle aree che è riuscita a raggiungere, sebbene la reale portata rimanga sconosciuta. Dall’ottobre 2023, 328 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi, secondo i rapporti ricevuti dalle Nazioni Unite, anche se si ritiene che il bilancio delle vittime sia più alto.

I figli di Qadourah ora indossano abiti che ha recuperato da sotto le macerie. Gli indumenti hanno causato gravi infezioni cutanee, tra cui eruzioni e ascessi. “Nonostante tutto siamo costretti a vivere qui, semplicemente perché non ci sono alternative. Al momento non c’è nessun posto dove andare”, ha detto. “Non c’è più un centimetro di spazio”, ha aggiunto, riferendosi alle condizioni di sovraffollamento del campo di al-Mawasi a sud. I palestinesi rimasti nel sud “non si muoveranno finché non si troverà una soluzione definitiva” al problema degli alloggi, ha aggiunto Qadourah.

Dopo il cessate il fuoco le agenzie umanitarie hanno intensificato le consegne di aiuti distribuendo cibo, tende, prodotti igienici e carburante, ma Israele continua a limitare pesantemente il flusso di aiuti e l’obiettivo di far arrivare 600 camion al giorno nell’enclave devastata e disperata è attualmente ben lungi dall’essere una realtà.

(traduzione dall’ Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Macerie, bande armate e attacchi aerei: quello che mi aspettava dopo essere ritornato a Gaza City

Ahmed Ahmed 

23 ottobre 2025 – +972 Magazine

Non avrei più potuto rimandare il ritorno dopo il cessate il fuoco. Ma la gioia di essere a casa ha lasciato rapidamente il posto a ulteriori incertezza e paura.

“I carri armati si sono ritirati! La gente sta tornando a Gaza City!”

Era poco dopo il mezzogiorno di venerdì 10 ottobre e via Al-Rantisi, la principale arteria di Gaza, è stata inondata da gente che fischiava, esultava e gridava eccitata nei telefoni. Ero nella tenda dei miei familiari lì vicino, il mio cuore batteva mentre attendevo ansiosamente notizie sull’ inizio del cessate il fuoco mediato dagli USA. Solo una settimana prima ero stato obbligato a scappare dalla mia città in conseguenza della brutale invasione israeliana e non vedevo l’ora di tornare a casa. Improvvisamente era venuto il momento.

Ho cercato invano di fare cenno di fermarsi a ogni veicolo in transito, ma il numero di persone che riempiva la strada, molte delle quali avevano passato la notte in tenda, era molto superiore alla capienza di qualunque mezzo di trasporto disponibile. Ho preso la mia bicicletta dalla tenda e mi sono unito alla folla diretta a nord.

Le strade brulicavano di uomini, donne, bambini e anziani che correvano contro il tempo per tornare a casa. Alcuni erano ansiosi di verificare se la loro abitazione era ancora in piedi. Altri stavano correndo per riunirsi con i propri cari che erano sopravvissuti agli ultimi giorni dell’operazione israeliana. Molti volevano semplicemente lasciare le tende dietro di sé e vivere di nuovo nella propria casa, anche se era stata in buona parte distrutta.

Quando sono arrivato a Gaza City ho faticato a riconoscerla. Le strade erano piene di lamiere contorte, vetri rotti e macerie di case e grattacieli spianati dal metodico bombardamento di edifici alti e dall’uso di robot riempiti di esplosivo da parte di Israele. Molte strade erano completamente bloccate. Ho dovuto scendere dalla bicicletta e portarla a spalle per una parte del percorso.

Erano passati pochi giorni da quando ero stato sfollato, ma in quel lasso di tempo ogni angolo della città era diventato una mappa di ricordi sui luoghi in cui le strutture fisiche si trovavano una volta: la mia scuola, i caffè in cui incontravo gli amici, i ristoranti in cui mangiavo con la mia famiglia, i negozi dove ero solito comprarmi i vestiti.

Una volta raggiunto il mio quartiere mi sono sentito molto sollevato dal vedere il mio edificio ancora in piedi. Ho preso la chiave dalla borsa e ho salito le scale con un sorriso solo per scoprire la porta spalancata, le finestre distrutte e l’intonaco caduto dai muri. Tutti i nostri mobili erano rovinati. Eppure ero comunque contento: a differenza di altri che avevano perso tutto e ora erano obbligati a vivere in tenda io avevo un tetto sulla testa.

Senza rendermi conto di cosa stessi facendo mi sono steso sul pavimento coperto di macerie e ho pianto. Ero a casa.

Un debole battito di vita

Per due anni una domanda mi ha perseguitato giorno e notte: sarei sopravvissuto fino a vedere la fine di questa guerra genocida?

Il mese scorso ho sentito la morte avvicinarsi a me quando le forze israeliane hanno incrementato i loro attacchi contro Gaza City. Avevo giurato che non sarei mai scappato dalla mia città, ma alla fine non ho avuto altra scelta in quanto carri armati e i droni si aggiravano per le strade attorno a me.

Ho lasciato la mia casa in lacrime, portandomi dietro i ricordi dei 29 anni passati tra le sue mura e con una piccola borsa di cose indispensabili: cibo in scatola, documenti personali, vestiti invernali e un album di foto di famiglia. Alcuni parenti e amici sono rimasti a Gaza City, impossibilitati a sostenere i costi del trasporto, trovare un posto in cui andare o sopportare lo sfinimento di mesi da sfollati. Mi sono congedato da loro prima di andarmene, sapendo che a Gaza ogni separazione può essere definitiva.

Dopo essere sfollato ho continuato a lavorare come giornalista dalla mia tenda a Deir AL-Balah. Ho camminato chilometri ogni giorno alla ricerca di un posto in cui caricare i miei apparecchi elettronici o un segnale abbastanza forte per inviare reportage alle redazioni che li pubblicano. A volte ho lavorato da una semplice tenda destinata ai giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa, che Israele aveva già bombardato.

Nei giorni che hanno portato al cessate il fuoco persino la minima voce dopo la ripetuta serie di colloqui falliti è sembrata un miracolo. Ci aggrappavamo alle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump mentre spingeva per il rilascio degli ostaggi israeliani e mediava un accordo, anche mentre le tasse degli americani continuavano a finanziare le bombe israeliane.

Ogni mattina iniziava con i vicini che bisbigliavano riguardo ai negoziati. “Ritorneremo presto,” ha detto Um Saeb, una donna anziana che viveva nella tenda vicina, quando le ho chiesto cosa aveva sentito quel giorno.

Quando finalmente è stato annunciato l’accordo ho sentito come se a Gaza fosse tornato un debole battito di vita. Nonostante lo scetticismo e il timore di un altro tradimento israeliano all’ultimo momento, la gente ha iniziato cautamente a festeggiare.

Poco dopo il mio rientro a casa il mio amico Waseem mi ha telefonato. “Com’è ridotta la tua casa?” ha chiesto. “E’ parzialmente distrutta, la mia casa ha bisogno di un riparo,” ho risposto prima di chiedergli “E la vostra?” “Ne sto ancora cercando una traccia,” mi ha detto tranquillamente. “I carri armati hanno completamente spianato il nostro quartiere.”

Waseem e i suoi due fratelli hanno sgobbato per anni per costruire la loro casa nel quartiere di Al-Tuffah e la sua famiglia si è rifiutata durante la guerra di lasciarla. Ma alla fine di giugno sono scappati sotto un pesante bombardamento israeliano, spostandosi da allora da una parte all’altra della città.

Suo padre Naser, che soffre di vari problemi di salute, aveva l’abitudine di passare la maggior parte del tempo nell’orto, piantando verdure, ulivi e fiori persino durante il culmine della carestia imposta da Israele al nord di Gaza. Una volta mi ha dato melanzane e peperoni di quell’orto, piccoli ma sono stati regali preziosi durante mesi di mancanza di cibo.

I miei amici e io, compresi alcuni che sono stati in seguito uccisi durante il genocidio, eravamo soliti passare i fine settimana in casa di Waseem per sfuggire al caos del centro della città, facendo grigliate, fumando e a volte vedendo film insieme.

Poco prima della guerra Waseem aveva previsto di sposarsi, quindi sua madre aveva venduto la collana d’oro per aiutarlo a costruire un secondo piano. Quando ho chiamato per consolarla [per la perdita] della casa di famiglia non riuscivo a trovare le parole. Entrambi abbiamo pianto perché a Gaza le case non sono solo muri e soffitti, ma l’incarnazione di sicurezza, memoria e pace: ora tutto ciò è andato in polvere.

Di nuovo in trappola.

Quelli di noi che sono sopravvissuti al genocidio ora stanno iniziando a cercare di mettere di nuovo insieme i pezzi delle proprie vite. Ma a Gaza City i continui attacchi israeliani e gli scontri tra Hamas e le milizie locali si stanno ulteriormente aggiungendo ai nostri problemi.

Dopo che sono tornato a casa i parenti rimasti in città mi hanno messo in guardia dal pericolo delle bande presenti nel nostro quartiere che hanno collaborato con le truppe israeliane durante gli ultimi giorni della loro operazione. Sono state viste saccheggiare case e minacciare di uccidere famiglie sfollate appena rientrate, così come combattere contro le forze di Hamas. Non è chiaro se questi gruppi hanno deciso di rimanere nella zona o sono stati “abbandonati” dalle forze israeliane durante il ritiro.

Un giorno della settimana scorsa, mentre stavo togliendo le macerie e i vetri rotti in tutto il mio alloggio per prepararlo al ritorno dei miei nipoti dal sud, ho sentito vicino a me degli spari. Durante gli ultimi due anni le mie orecchie sono state ben addestrate: potrei dire che provenivano da un kalashnikov. Sono corso alla finestra e ho visto sotto un gruppo mascherato di combattenti, identificabili come di Hamas dalla bandana verde e dalle uniformi di tipo militare.

Vicino a casa mia gli scontri tra Hamas e le milizie sono continuati per tre giorni. Il proiettile di un cecchino delle milizie è sfrecciato direttamente oltre l’edificio. Sono rimasto intrappolato dentro, chiedendomi di nuovo se e quando la sparatoria e il costante rischio di morire sarebbero terminati. Alla fine qualcuno dei combattenti delle milizie è scappato, mentre altri sono stati catturati o si sono arresi ad Hamas prima di essere giustiziati.

Alla fine la situazione era abbastanza sicura perché il resto della mia famiglia tornasse a casa, ma sono rimasto in ansia. Dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco le forze israeliane hanno continuato a bombardare varie zone, compreso un attacco aereo il 19 ottobre che ha ucciso 11 membri della famiglia Abu Shaban mentre tornavano alla loro casa nella parte orientale di Gaza City.

L’esercito israeliano ha detto che la famiglia aveva attraversato la “Linea Gialla” nel territorio ancora occupato dai soldati, ma era chiaro che non rappresentavano alcuna minaccia per la sicurezza; probabilmente non si erano resi conto di quanto fosse ancora pericoloso tornare a casa. I soldati avrebbero potuto sparare colpi di avvertimento, ma sembra che anche dopo il cessate il fuoco siano impazienti di continuare a uccidere.

Dopo essere sopravvissuto a pericoli mortali durante gli ultimi due anni fatico ancora a credere che la guerra sia davvero finita. Ma anche se il nostro incubo fosse finito sopravviverò al trauma che continuerà a perseguitarmi? Potranno mai quelli di noi che sono sopravvissuti a tutto questo sentirsi di nuovo al sicuro?

Ahmed Ahmed è uno pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Centinaia di prestigiosi ebrei e israeliani sollecitano le potenze mondiali a considerare Israele responsabile delle “atrocità a Gaza”

Etan Nechin

22 ottobre 2025 – Haaretz

Una lettera aperta firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personalità politiche ebrei e israeliani chiede all’ONU e ai capi di stato di affrontare “le condizioni soggiacenti di occupazione, apartheid e la negazione dei diritti dei palestinesi” che sono assenti nell’accordo di cessate il fuoco del presidente USA Trump a Gaza.

New York – Un gruppo di importanti personalità e celebrità ebraiche chiede ai dirigenti mondiali che Israele sia considerato responsabile delle sue azioni a Gaza e di utilizzare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e definitiva.

In una lettera aperta intitolata “Ebrei chiedono di agire” resa pubblica mercoledì all’ex-portavoce della Knesset ed ex-presidente israeliano ad interim Avraham Burg, all’ex-negoziatore israeliano Daniel Levy, alla saggista canadese Naomi Klein e al giornalista Peter Beinart si sono aggiunte almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che invocano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al segretario generale dell’ONU e ai capi di stato del mondo, segna il primo appello collettivo di questo genere da quando è iniziato il cessate il fuoco il 10 ottobre.

“È con grande sollievo che accogliamo il cessate il fuoco,” afferma la lettera. “E tuttavia non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo cessate il fuoco è fragile: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le sottostanti condizioni di occupazione, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte.”

Tra i firmatari ci sono artisti, scrittori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi vincitori di Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, gli attori di teatro Eric André e Leo Reich e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

La lettera sollecita i leader mondiali a rispettare le leggi internazionali, sanzionare i complici di crimini di guerra, garantire che gli aiuti raggiungano Gaza e respingere le false accuse di antisemitismo contro i sostenitori della pace e della giustizia.

“Il cessate il fuoco deve essere l’inizio, non la fine. Il rischio del ritorno a una situazione politica di indifferenza verso l’occupazione e il conflitto permanente è troppo grande. Questa stessa pressione deve continuare per raggiungere una nuova epoca di pace e giustizia per tutti, sia palestinesi che israeliani,” afferma la lettera.

In un’intervista telefonica con Haaretz Burg ha spiegato le ragioni della stesura della lettera. “Durante le tenebre a Gaza non ho mai smesso di scrivere e difendere i miei valori. Da ciò è emerso un progetto che appoggio senza riserve. Abbiamo raggiunto un momento di rottura esistenziale. Il mio Paese ora è in conflitto con i miei valori umani ed ebraici più profondi. Tra un apparato dello Stato che è stato sequestrato e i fondamenti morali del mio popolo, la scelta è chiara,” ha detto.

Ad agosto Burg aveva chiesto agli ebrei del mondo di unirsi in una denuncia legale collettiva presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di crimini contro l’umanità a Gaza, scrivendo sul suo Substack [piattaforma in rete, ndt.]: “Abbiamo bisogno di un milione di ebrei, meno del 10% della popolazione ebraica totale, per presentare un appello collettivo alla Corte dell’Aia.”

“Sono arrivato alla convinzione che mi sbagliavo a credere che fossimo in pochi. Migliaia di ebrei nel mondo stavano aspettando questa voce. Quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori [palestinesi] occupati non è ebraismo, è un’orribile mutazione religiosa e fanatica. Dobbiamo opporci contro di essa, dire la verità al potere e rifiutarci di rimanere in silenzio,” ha aggiunto.

Levy, uno dei promotori della lettera, ha detto ad Haaretz che il tentativo non è sminuire le atrocità del 7 ottobre. “Riguarda il fatto di vedere senza veli non solo quello che è successo dopo, ma quello che è stato ignorato per decenni: il rifiuto di perseguire qualunque cammino politico per affrontare e risolvere l’occupazione permanente. Ciò non potrà mai portare alla sicurezza o al benessere,” ha affermato.

L’iniziativa intende trovare altre voci ebraiche. “E non è difficile,” sostiene. “Continuano ad aumentare. Molti sono stati profondamente disgustati da quello che è stato fatto in nome della collettività ebraica, come se fosse ciò che abbiamo imparato dalla storia ebraica, come se fosse il nostro destino manifesto.”

La lettera fa seguito a un recente sondaggio del Washington Post che mostra una netta disapprovazione tra gli ebrei americani per la condotta israeliana della guerra, con il 61% che afferma che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi.”

Nonostante il cessate il fuoco, secondo fonti ospedaliere da domenica gli attacchi dell’esercito israeliano nel sud di Gaza hanno ucciso 44 persone.

“Penso che vedremo più persone che non vorranno tornare alla situazione precedente dopo questo fragile cessate il fuoco. Dicono no, questo deve cambiare. Dobbiamo chiedere fondamentalmente quello per cui ci battiamo. Perché tornare semplicemente allo status quo del 6 ottobre porterà solo a un ulteriore disastro. Fare pressione funziona. Sanzionare è importante. Non possiamo semplicemente voltare pagina come se non fosse successo niente,” ha aggiunto Burg.

“Nel corso della storia ebraica ci sono stati momenti in cui la maggioranza ha seguito ciecamente dirigenti disastrosi ed è stata una minoranza che si è opposta a loro ed ha preservato questa grande e nobile tradizione. Ciò è successo in precedenza ed è di nuovo il nostro dovere,” ha detto.

“La minoranza dei giusti deve offrire un’ancora di salvezza alla maggioranza fuorviata. Opporsi alle ideologie del suprematismo ebraico e alla leadership di un primo ministro corrotto che sacrifica tutti noi sull’altare dei suoi interessi egoistici e della sua brutale arroganza.”

La pubblicazione della lettera coincide con un summit europeo a Bruxelles in cui i leader stanno valutando sanzioni contro Israele e con un’imminente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò coincide anche con l’inizio di colloqui sulla seconda fase del piano del presidente USA Donald Trump per il cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)