“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Giovani e vecchi lottano per riprendere gli studi a Gaza

Ola Al-Asi

11 febbraio 2026 – Al Jazeera

I palestinesi stanno lavorando duramente per riprendere la loro istruzione dopo che la guerra genocida di Israele ha costretto università e scuole alla chiusura.

Nuseirat, Striscia di Gaza – Nibal Abu Armana è seduta nella sua tenda, dove insegna a Mohammed, il figlio di sette anni, nozioni di base di alfabetizzazione e matematica.

Nibal, 38 anni, madre di sei figli, è costretta a fare affidamento sulla fioca luce di una lampada LED a batteria.

Dopo due ore, gli occhi di Nibal e Mohammed sono esausti.

Ecco cosa significa istruzione per molti a Gaza. La maggior parte dei palestinesi nell’enclave vive come Nibal e la sua famiglia: sfollati e costretti a sopravvivere in rifugi temporanei a malapena abitabili.

Ma la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 70.000 palestinesi, dura da oltre due anni ed è improbabile che la necessaria ricostruzione avvenga a breve.

La maggior parte degli edifici scolastici è stata danneggiata o distrutta da Israele, insieme alla maggior parte delle altre strutture a Gaza. Molte delle strutture scolastiche rimaste sono ora utilizzate come rifugi per le famiglie sfollate. E gli studenti – sia i bambini a scuola che i giovani adulti all’università – hanno perso in gran parte qualsiasi forma di istruzione regolare dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023.

“Prima della guerra, i miei figli avevano una routine: svegliarsi presto, andare a scuola, tornare a casa, pranzare, giocare, fare i compiti e andare a dormire presto”, ha detto Nibal ad Al Jazeera. “C’era un senso di disciplina”.

Ora, ha detto, le giornate dei suoi figli sono scandite dai loro bisogni primari: procurarsi l’acqua, procurarsi i pasti da una mensa di beneficenza e trovare qualcosa da bruciare sul fuoco per cucinare e scaldarsi. Dopo tutto questo, rimane poco tempo durante la giornata per studiare.

Nibal, originaria del campo di Bureij ma ora residente a Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, ha detto che i suoi figli hanno avuto difficoltà, soprattutto all’inizio della guerra, quando ogni forma di istruzione si è interrotta per mesi.

E ora, anche se la situazione sta migliorando, è difficile recuperare. Molti bambini più grandi, che hanno mancato l’istruzione in un periodo fondamentale della loro vita, non sono disposti a riprendere gli studi. “Il mio figlio maggiore, Hamza, ha 16 anni e rifiuta categoricamente l’idea di tornare a scuola”, ha detto Nibal. “È stato escluso dagli studi per così tanto tempo vivendo da sfollato che ha perso interesse per l’istruzione. Ha nuove responsabilità. Lavora con suo padre come facchino, aiutando le persone a trasportare le cassette degli aiuti. Si impegna a raccogliere i soldi per comprare cibo per noi e vestiti per sé”.

“È cresciuto prima del tempo; si assume le responsabilità e pensa come farebbe un genitore per i suoi fratelli più piccoli”, ha detto.

Il secondo figlio di Nibal, Huzaifa, 15 anni, è desideroso di continuare a studiare, ma è incerto sul suo futuro poiché pensa che gli ci vorranno anni per recuperare il tempo perso non avendo potuto studiare adeguatamente.

Per ora studia, ma è costretto a frequentare le lezioni in un’aula tenda improvvisata. “Mi stanco seduto per terra, e mi fa male la schiena e il collo mentre scrivo e guardo gli insegnanti”, ha detto Huzaifa.

Attacchi all’istruzione

Dalla guerra genocida di Israele contro Gaza 745.000 studenti sono rimasti fuori dalla scuola, inclusi 88.000 studenti dell’istruzione superiore che sono stati costretti a sospendere gli studi.

Nonostante il “cessate il fuoco” in vigore da ottobre, che Israele continua a violare, oltre il 95% degli edifici scolastici gravemente danneggiati necessita di interventi di ristrutturazione o ricostruzione, secondo le valutazioni satellitari dei danni dell’UNESCO. Almeno il 79% dei campus universitari e il 60% dei centri di formazione professionale sono stati danneggiati o distrutti.

Ahmad al-Turk, professore addetto alle pubbliche relazioni e assistente del presidente dell’Università Islamica di Gaza, ha affermato che Israele sta deliberatamente attaccando l’istruzione.

“Prendere di mira i professori ha ripercussioni sulle generazioni future, soprattutto considerando l’esperienza e le competenze che questi professori possiedono nei loro campi di specializzazione”, ha affermato al-Turk. “Non c’è dubbio che l’assenza di professori competenti influisca negativamente sul rendimento degli studenti, così come sul processo di ricerca in futuro”.

Questo è particolarmente preoccupante per Raed Salha, professore presso l’Università Islamica ed esperto di pianificazione regionale e urbana.

“La competenza universitaria non è qualcosa che può essere sostituita rapidamente”, ha affermato. “È una conoscenza accumulata in anni di insegnamento e ricerca. Perderla – che sia a causa di morte, sfollamento forzato o interruzioni prolungate – è una perdita devastante per gli studenti, le istituzioni accademiche e la società nel suo complesso”.

La maggior parte delle famiglie e degli studenti universitari ha difficoltà anche con il sistema di istruzione online, poiché è difficile permettersi l’acquisto di dispositivi elettronici e telefoni cellulari, anche senza considerare la debolezza della connessione internet a Gaza.

“Gli insegnanti cercano di insegnare; gli studenti cercano di seguire, ma gli strumenti sono quasi inesistenti”, ha affermato Salha.

“Non possiamo ricreare l’esperienza degli studenti che escono di casa la mattina, incontrano gli amici, siedono nei cortili dell’università, nelle biblioteche, nei laboratori o partecipano ad attività ed eventi”, ha affermato. “Questa esperienza ha plasmato identità e senso di appartenenza degli studenti per generazioni. Oggi questo viene loro sottratto.”

Sfide universitarie

Lo studente universitario Osama Zimmo ha spiegato che abituarsi all’apprendimento online è stata una sfida.

“Siamo diventati nomi sugli schermi, non studenti che vivono un’esperienza completa”, ha detto il ventenne studente di ingegneria civile di Gaza City.

Osama si era iscritto a Ingegneria dei Sistemi Informativi presso l’Università al-Azhar di Gaza prima della guerra e aveva completato il primo anno di studi.

Ma nonostante la sua passione iniziale per quel campo, è diventato difficile continuare gli studi online una volta che l’università è passata all’e-learning.

“Ho scoperto di non avere un portatile, una corrente elettrica stabile o una buona connessione internet e persino il mio telefono era vecchio e inaffidabile”, ha detto, aggiungendo che l’incertezza sulla fine della guerra e l’impatto dell’intelligenza artificiale lo hanno fatto riflettere sulla sua scelta di campo.

Alla fine ha deciso di cambiare corso di laurea, iniziando un corso di laurea in ingegneria civile presso l’Università Islamica, che lo avrebbe portato a essere meno dipendente dall’elettricità e da internet.

L’Università Islamica ha ripreso le lezioni in presenza a dicembre.

“È stata una scelta di continuare piuttosto che fermarsi” sostiene Osama “Adattarsi piuttosto che cedere”.

“Studiamo non perché la strada sia chiara, ma perché arrendersi è esattamente ciò che questa realtà cerca di imporci.”

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Netanyahu revoca la cittadinanza a due palestinesi con cittadinanza israeliana e ne ordina la deportazione a Gaza

Redazione di MEMO

10 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha firmato un ordine di revoca della cittadinanza israeliana a due palestinesi che secondo l’emittente pubblica israeliana saranno deportati a Gaza con un’iniziativa senza precedenti.

Scrivendo su X, la società statunitense dei social media, Netanyahu ha affermato che “questa mattina ho firmato la revoca della cittadinanza e gli ordini di deportazione per due terroristi israeliani.”

Netanyahu, lui stesso ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra a Gaza, ha dichiarato che i due “hanno effettuato accoltellamenti e sparatorie contro civili israeliani.”

Molti altri come loro subiranno la stessa sorte,” ha avvertito, minacciando misure aggiuntive contro i palestinesi nei territori occupati da Israele nel 1948 [cioè in Israele, ndt.].

L’emittente pubblica israeliana ha affermato che i due palestinesi verranno deportati a Gaza.

La Striscia di Gaza sta soffrendo conseguenze catastrofiche da quando Israele, sostenuto dagli Stati Uniti, da ottobre 2023 ha avviato una guerra genocida, che è durata due anni, con circa 2,4 milioni di palestinesi che vivono nell’enclave.

Secondo l’emittente israeliana Channel 12 i due palestinesi obiettivo della misura sono Mahmoud Ahmed e Mohammed Ahmed Hussein Halasi.

Su oltre 10 milioni [di abitanti] i palestinesi all’interno di Israele sono più del 20% della popolazione e sostengono di dover affrontare discriminazione e marginalizzazione e di essere stati presi di mira dai successivi governi israeliani.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un palestinese di 14 anni è stato lasciato morire dissanguato per 45 minuti mentre i soldati israeliani stavano lì accanto

Amira Hass

8 febbraio 2026 – Haaretz

Jadallah Jadallah è stato colpito da un’unità di paracadutisti nel campo profughi di Far’a. I video lo mostrano abbandonato chiedendo aiuto, mentre la sua famiglia guardava impotente a distanza. Al momento Israele trattiene il suo corpo. Secondo l’IDF “è stato identificato un terrorista che costituiva una minaccia immediata, i militari gli hanno sparato e hanno fornito i primi soccorsi.”

Un ragazzo di 14 anni ferito da arma da fuoco è disteso sulla schiena in un vicolo del campo profughi di al-Far’a nel nordest della Ciasgiordania. Un folto gruppo di soldati gli gira intorno o si ferma accanto, a volte a meno di un metro di distanza. Ogni tanto gli lanciano un’occhiata, ma in genere stanno vicino senza guardarlo, come se sul terreno ci fosse un oggetto anziché un essere umano.

Si gira di lato e piega le gambe mentre le sue ginocchia ricadono in avanti. Allunga una mano e poi l’altra. Queste sanguinano e poi lui alza ancora una o due mani. I vicini guardano dalle finestre delle case accanto, impossibilitati a fare alcunché.

Con un altro movimento che sembra una richiesta di attenzione e di aiuto getta il suo cappello verso i soldati. Uno di loro lo scalcia indietro. Lui lancia nuovamente il cappello. Questa volta un soldato lo scalcia delicatamente in modo che sia fuori dalla portata del ragazzo. Ogni tanto i soldati sparano in aria. Una volta sparano verso sua madre. Quando lei capisce che il ragazzo ferito è suo figlio corre fuori dalla casa distante 200 metri, cercando di raggiungerlo e implorare per la sua vita.

Diverse pallottole colpiscono il muro vicino alla porta di entrata, costringendola a rientrare. Il ragazzo ferito è Jadallah Jadallah (Jad per i suoi familiari), nato a maggio 2011. Il 16 novembre la sua famiglia si è ritrovata in due dolorosi elenchi: Jad è diventato uno dei 55 minori in Cisgiordania uccisi dai soldati israeliani nel 2025 e uno dei 77 minori uccisi i cui corpi sono trattenuti dall’esercito – molti di questi nelle celle frigorifere dell’obitorio – per ordine del governo. Poiché il suo corpo non è stato restituito per la sepoltura la famiglia si aggrappa ancora alla speranza che sia vivo, anche se quattro inquietanti video ottenuti da Haaretz documentano l’ora finale della sua breve vita. Alcuni minuti di quell’ora sono descritti più sopra.

Secondo il sito web del portavoce dell’esercito postato alle 18,12 di quel giorno si è trattato di “un’operazione offensiva del battaglione di Tzanhanim) nel campo di Far’a al comando della Brigata Menashe.”

Gli abitanti del campo dicono che i soldati stavano cercando un latitante. Non è stato arrestato nel corso dell’operazione e in seguito si è consegnato. Un video precedente, che precede cronologicamente gli altri, ottenuto da Haaretz, mostra tre persone all’incrocio di un vicolo nel campo che si recano verso la casa di Jadallah. Spiano da dietro l’angolo di un edificio alla fine del vicolo, guardando nella strada alla loro sinistra. Dal filmato è difficile determinare se siano dei minori, ma retrospettivamente sappiamo che sono Jad e i suoi amici.

Uno di loro corre nella stradina. Qualche secondo dopo un altro ragazzino si avvicina. L’amico che aveva corso con lui improvvisamente si dirige anch’egli verso ovest. Poi altre due persone entrano in scena da nord. Dal loro linguaggio del corpo – imbracciano e puntano i fucili – si può dedurre che sono soldati. Il terzo ragazzo corre verso ovest dando loro la schiena.

Appare un altro soldato e il ragazzino scompare alla vista. Un leggero cambiamento nei toni di grigio del video è dovuto probabilmente alla polvere sollevata quando qualcosa cade a terra. I vicoli sono sabbiosi dopo che l’anno scorso l’esercito ha divelto l’asfalto. I testimoni completano ciò che il video non mostra: due dei ragazzi riescono a scappare; Jad cade. I soldati lo trascinano per diversi metri nel vicolo.

La dichiarazione del portavoce dell’esercito afferma che durante l’attività dell’unità di ricognizione nel campo profughi i soldati “hanno identificato un terrorista che stava tentando di ferire i soldati. Questi gli hanno sparato e hanno eliminato il terrorista. Non ci sono stati danni alle nostre forze.”

La dichiarazione omette il fatto che i soldati hanno sparato a Jad quando non vi era pericolo per le loro vite e che egli non è stato immediatamente “eliminato”. Il terzo video mostra Jad che solleva il busto con difficoltà, ancora una volta stendendo una mano verso i soldati, per poi collassare. Si vede una manica coperta di sangue. I soldati continuano a muoversi intorno lui. Almeno due si avvicinano, sembra per filmarlo. Uno spara in aria. Un altro si avvicina, si china e fa cadere al suo fianco ciò che sembra una pietra. Gli abitanti del campo hanno interpretato questo come la costruzione di una prova e la predisposizione di una giustificazione per lo sparo.

Gli abitanti affermano che i soldati hanno impedito ad un’ambulanza palestinese di raggiungere la scena. “Mio figlio non aveva un fucile, non teneva in mano una granata, niente”, ha detto la settimana scorsa suo padre Jihad nella loro casa. Sua moglie Safaa ha aggiunto: “Se anche fosse stato così, avrebbero dovuto prenderlo e curarlo. Hanno fatto in modo che sembrasse che lui fosse uscito per compiere un attacco terroristico.

I famigliari descrivono Jad come timido e prudente, uno che corre sempre via quando arrivano i soldati e che raramente esce di casa. Ricordano tra l’altro che, come circa la metà degli abitanti del campo, sono stati costretti a lasciare le loro case per sei mesi l’anno scorso nel corso di una prolungata operazione dell’esercito, e hanno dovuto affittare un appartamento a Salfit, nella Cisgiordania nordoccidentale.

Dicono che Jad abbia detto ai soldati ‘Sono un bambino’”, dice sua madre, il viso contorto dal dolore. Sua sorella Shahed aggiunge: “Una soldatessa si è arrabbiata con i suoi colleghi e ha detto ‘Perché avete sparato? E’ un bambino’”. Le case nel campo sono sovraffollate. La gente si chiude dentro per paura dei soldati, può vedere e sentire tutto attraverso le finestre. Molti di loro hanno lavorato in Israele e capiscono bene l’ebraico. Se quelle parole sono state davvero pronunciate c’era chi poteva sentirle e capirle.

Shahed ha detto che dopo che i soldati hanno portato via suo fratello la famiglia ha ricevuto una telefonata dal comitato di collegamento palestinese locale in cui si diceva che era vivo. Circa dieci minuti dopo il comitato ha riferito di aver ricevuto un messaggio dalla sua controparte, il comitato di collegamento israeliano, che affermava che era morto.

Il fratello maggiore Qusay ha detto: “Mio fratello non è stato ucciso. Noi non crediamo che sia stato ucciso. Se lo è stato, vogliamo il corpo.” La madre ha detto che “i suoi fratellini mi chiedono se è in un frigorifero.” La figlia ha detto di temere che un organo sia stato espiantato dal suo corpo. Suo padre, un ufficiale delle forze di sicurezza nazionale palestinesi, ha risposto: “Se è morto e se gli hanno prelevato un organo per salvare un altro bambino, agli occhi di Dio questa è una gran cosa.”

A metà del quarto video ottenuto da Haaretz, che dura circa sei minuti, si vede la porta di una jeep color kaki. La stella rossa di David la contrassegna come un’ambulanza militare. Ma Jad aveva smesso di muoversi almeno due minuti prima. Alcuni secondi dopo l’arrivo dell’ambulanza un soldato si china su di lui, a quanto pare per controllare le sue pulsazioni e tastare varie parti del suo corpo. Indossa guanti blu. Se abbia fatto qualcosa dopo di ciò, non lo si può vedere nel filmato.

Verso la fine del video si vede un altro soldato che regge un panno bianco, forse una coperta termica di alluminio. Un altro porta un tappeto preso da una delle case. Poi il video si spegne. I testimoni dicono che i soldati hanno trasportato Jad sul tappeto e lo hanno caricato sull’ambulanza. Jad è stato portato via sul tappeto circa alle 17,35. Secondo i familiari fino alle 17,28 non ha ricevuto aiuto, cosa che hanno visto anche suo padre e sua sorella che guardavano dal secondo piano, sconvolti per l’impossibilità di salvarlo. Per quanto tempo è stato lasciato a terra sanguinante? Alcuni dicono circa 90 minuti, sostenendo che è stato colpito poco prima delle 16. Altri dicono che è stato colpito intorno alle 16,45, il che significa che sono trascorsi circa 45 minuti critici mentre lui sanguinava senza soccorso. 11 di quei minuti sono documentati in tre dei video in possesso di Haaretz.

Nella sua risposta a Haaretz il portavoce dell’esercito ha ampliato la stringata dichiarazione pubblicata sul sito web: “E’ stato identificato un terrorista che ha lanciato un blocco di cemento contro i soldati ed ha posto una minaccia immediata. I soldati hanno sparato al terrorista per eliminare la minaccia e di conseguenza è stato ferito. Dopo aver verificato che il terrorista non avesse sul corpo alcun congegno esplosivo, i soldati gli hanno prestato il primo soccorso. L’accusa che essi non gli abbiano fornito cure mediche è falsa. E’ stato inviato al giornalista un video che prova l’erogazione di cure mediche. Non siamo a conoscenza dell’accusa che i soldati abbiano posto delle pietre accanto alla testa del terrorista. L’incidente è oggetto di riesame.”

Il video fornito dal portavoce dell’esercito dura sette secondi. Il portavoce non ha spiegato come i soldati abbiano verificato che Jad non portava un ordigno esplosivo o perché, se temevano che ne facesse esplodere uno, siano rimasti così vicini a lui tanto a lungo.

Questa è esattamente la domanda della famiglia dopo aver sentito da Haaretz la spiegazione dell’esercito. Nella loro piccola casa è un dolore dopo l’altro: che i soldati non gli hanno permesso di salvare Jad; che lui ha sanguinato davanti ai loro occhi mentre i soldati gli camminavano intorno con indifferenza; e che Israele trattiene il suo corpo.” Ci hanno fatto doppiamente del male”, dice il padre Jihad. “Quando lo hanno ucciso ed ora che lo trattengono. Io vago nel cimitero del campo e penso tra di me: se solo mio figlio fosse qui.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Ecco perché Israele permette il più alto numero mai raggiunto di omicidi nelle sue città palestinesi.

Neve Gordon

5 febbraio 2026 – Al Jazeera

Israele tollera la violenza contro i suoi cittadini palestinesi per cacciarli via, mentre usa l’antisemitismo come arma per attirare gli ebrei.

Mentre i media internazionali si sono giustamente concentrati sul genocidio e sulle enormi dimensioni dell’espulsione da Gaza, e sulla pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est occupata, poca o nessuna copertura mediatica al di fuori di Israele hanno avuto i 300 omicidi, 252 dei quali hanno riguardato vittime palestinesi, avvenuti in territorio israeliano nel 2025. Questo anche se lo scorso anno ha visto il maggior numero di omicidi mai registrato tra i cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana ma subiscono l’80% degli omicidi. Questo vuol dire un omicidio ogni 36 ore.

I media internazionali si sono anche occupati della crescita dell’antisemitismo nel mondo, anche se poco o per nulla si sono occupati di come Israele ha esagerato e strumentalizzato la concezione sionista di antisemitismo per creare panico morale tra gli ebrei ovunque. In effetti, quando parlo con amici ebrei in Israele, mi chiedono spesso come faccia io, che vivo a Londra, a far fronte all’antisemitismo. Dato che ricevono le notizie dai media israeliani, gli si può perdonare la convinzione che gli ebrei in tutto il mondo siano in imminente pericolo.

Questi due fenomeni, l’epidemia di delitti nella comunità palestinese in Israele e l’uso dell’antisemitismo come arma per amplificare le paure degli ebrei, potrebbero sembrare non avere nessun legame. Tuttavia, c’è chiaramente un filo che li unisce, un filo che si chiama ingegneria demografica.

Gli atti fondativi

L’ingegneria demografica è un elemento centrale del progetto sionista. Durante la guerra del 1948, circa 750.000 palestinesi sono stati espulsi in quella che il diplomatico statunitense Fayez Sayegh ha chiamato “eliminazione razziale”. Come parte di questo processo le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi furono distrutti. Nel 1951, i profughi palestinesi erano stati “sostituiti” da un pari numero di immigrati ebrei, sia europei sopravvissuti all’Olocausto che mizrahi provenienti dai Paesi arabi, trasformando in questo modo la composizione razziale dello Stato senza modificare il numero complessivo di abitanti.

Dopo la guerra, Israele non solo ignorò completamente la Risoluzione 194 delle Nazioni Unite che afferma il diritto dei palestinesi che erano stati resi profughi nel 1948 a ritornare alle loro case, ma nel 1950 approvò la Legge del ritorno, che conferiva “a tutti gli ebrei del mondo il diritto a emigrare in Israele ottenendone la cittadinanza, indipendentemente dal loro Paese di origine o dal fatto che potessero dimostrare qualche legame con Israele-Palestina, mentre privava di un diritto simile i palestinesi, compresi quelli che avevano un documentato legame ancestrale con il Paese”.

Nel corso degli anni numerosi politici e personalità influenti israeliane hanno descritto quello che Israele stava facendo nei territori che aveva occupato nel 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompleto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba per finire il lavoro di (David) Ben-Gurion (ex primo ministro israeliano)”, è stata la battuta di un giornalista. Contemporaneamente, dentro Israele, un diverso tipo di strategia demografica si sta manifestando, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Criminalità come spinta per andarsene

Itamar Ben-Gvir non è certamente il primo ministro della Sicurezza Nazionale che ha permesso a delle gang criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma sotto la supervisione di Ben-Gvir gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire la stessa tendenza, con 31 palestinesi assassinati nel primo mese.

Da una parte, Israele ha usato la criminalità in aumento per dipingere i propri cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo anche a loro la disumanizzazione dei palestinesi senza Stato a Gaza e in Cisgiordania. Dall’altra, ha permesso a dei criminali di terrorizzare le città palestinesi.

In effetti, la polizia ha risolto solo il 15% degli omicidi nelle comunità palestinesi facendo poco, o niente, per impedire ai criminali di raccogliere dalle attività commerciali “spese di protezione” che si stima privino la comunità di circa due miliardi di shekel (600 milioni di euro) all’anno.

Il 22 di gennaio i palestinesi hanno lanciato la più grande dimostrazione dal 2019, sventolando bandiere nere e cantando slogan che accusano la polizia di totale abbandono. Il giorno seguente gli organizzatori hanno proclamato uno sciopero generale, mentre uno degli organizzatori, Mohammed Shlaata, ha detto chiaramente che la responsabilità della violenza è delle autorità: “Siamo in una situazione di emergenza”, ha detto. “Puntiamo chiaramente il dito, la colpa è della polizia”.

Alcuni amici palestinesi con cui ho parlato mi hanno detto che temono per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il Paese, mentre altri hanno fatto i bagagli e se ne sono andati. È vero, quelli che se ne sono andati sono pochi, ma i cittadini palestinesi stanno raggiungendo il limite.

Antisemitismo e migrazione negativa

Mentre il governo non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, esagera e strumentalizza la concezione sionista di antisemitismo per riaffermare costantemente il vittimismo ebraico.

Mentre molto è stato scritto sull’uso di una falsa nozione di antisemitismo, che confonde le critiche a Israele e al sionismo con la persecuzione degli ebrei per mettere a tacere i palestinesi e le voci a loro favore, si sente parlare molto meno dell’utilizzo dell’antisemitismo riguardo al problema israeliano della migrazione negativa, cioè degli ebrei che se ne vanno da Israele.

Dal 2023 sono più gli ebrei che hanno lasciato il Paese di quelli che sono entrati. Nel 2024 se ne sono andati da Israele 26.000 cittadini in più rispetto agli immigrati che sono arrivati; nel 2025 la differenza è salita a 37.000. In altre parole, la migrazione negativa è salita del 42% e le autorità israeliane sono preoccupate che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura stia accelerando.

Di conseguenza, sia ai cittadini israeliani che alla diaspora ebraica viene raccontato che l’antisemitismo in tutto il mondo è fuori controllo. Agli ebrei viene detto che l’orribile massacro di Bondi in Australia è l’indicatore di una nuova tendenza, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato, e che gli ebrei europei hanno paura di indossare la kippah.

Senza dubbio l’antisemitismo è molto aumentato negli ultimi due anni, e c’è ovviamente un nucleo di verità in queste storie. Ma, al contrario del vero e reale panico tra i cittadini palestinesi, che lo Stato ha ignorato, nel caso dell’antisemitismo lo Stato esagera in modo drammatico e strumentalizza i fatti per produrre panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei nel mondo dovrebbero temere per la loro vita, e quindi quelli che vivono in Israele dovrebbero pensarci bene prima di andarsene, mentre il solo modo in cui gli ebrei della diaspora possono essere al sicuro è emigrando in Israele.

Il suprematismo come collante

Il collante che tiene assieme tutte le strategie demografiche dispiegate da Israele è la convinzione nell’eccezionalismo e nel suprematismo ebraico. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati attraverso la disumanizzazione dei palestinesi; il fatto che gli omicidi e la criminalità nelle comunità palestinesi dentro Israele siano ignorati ha le sue radici nella discriminazione razziale che continua dal 1948, e Israele usa il razzismo contro gli ebrei come un’arma per contrastare la migrazione negativa. L’obiettivo ultimo è di garantire il carattere razziale-religioso di Israele come esclusivamente ebraico, il sogno di uno Stato puramente ebraico.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)




La battaglia legale per aprire Gaza alla stampa straniera è fallita. È il momento di cambiare strategia

Amos Brison

6 febbraio 2026 – +972 Magazine

Mentre la Corte Suprema israeliana conferma il divieto imposto dal governo ai media stranieri, i giornalisti palestinesi ne pagano il prezzo. Ulteriori iniziative legali sono inutili

Da oltre due anni l’Associazione della Stampa Estera (FPA) si batte contro il governo israeliano presso la Corte Suprema per il divieto assoluto di ingresso autonomo di giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza. In tutto questo tempo il governo israeliano non ha vacillato nella sua posizione e la Corte si è dimostrata poco disposta a forzare la mano.

L’ultima udienza in questa vicenda kafkiana si è tenuta il 26 gennaio. In una dichiarazione presentata alla Corte l’avvocato del governo, Jonathan Nadav, ha sostenuto che “l’ingresso dei giornalisti rappresenta ancora un rischio per la sicurezza, sia per i giornalisti stessi che per le forze militari”. Né il recupero del corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, né l’apertura limitata del valico di frontiera di Rafah, ha sottolineato, giustificano alcun cambiamento in questa politica.

L’FPA, che rappresenta circa 400 giornalisti stranieri con sede in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, ha presentato ricorso alla Corte Suprema per la prima volta nel dicembre 2023 e di nuovo all’inizio del 2024, dopo che il suo primo ricorso era stato respinto. Da allora la Corte ha concesso allo Stato non meno di 10 proroghe per presentare la sua risposta, consentendo di fatto al governo di eludere del tutto la questione.

Questa volta la pazienza della Corte nei confronti dello Stato sembrava essersi esaurita. La giudice Ruth Ronnen ha fatto pressioni sui rappresentanti dello Stato affinché chiarissero quali cambiamenti concreti sul terreno sarebbero stati necessari per revocare il divieto di accesso ai media stranieri. “Non si può più dire che il rischio sia invariato”, ha affermato, riferendosi al cessate il fuoco in vigore da oltre tre mesi. “Dovete spiegare cos’altro deve accadere perché l’ingresso dei giornalisti sia consentito. Non basta addurre preoccupazioni per la sicurezza senza spiegarle”.

Nadav ha risposto che avrebbe potuto fornire ulteriori dettagli solo in una sessione a porte chiuse, una richiesta che la Corte ha accolto, negando però a Gilad Shaer, l’avvocato che rappresentava la FPA, l’accesso alle informazioni presentate loro in segreto. Dopo la sessione a porte chiuse la Corte ha nuovamente rifiutato di emettere una sentenza, ordinando invece allo Stato di presentare un altro aggiornamento entro due mesi.

“La FPA è profondamente delusa dal fatto che la Corte Suprema israeliana abbia nuovamente rinviato la decisione sulla nostra richiesta”, ha affermato l’organizzazione in una dichiarazione ufficiale in risposta alla mancata decisione della Corte. “Non esistono argomentazioni relative alla sicurezza che giustifichino il divieto assoluto di Israele di consentire ai giornalisti stranieri di accedere autonomamente a Gaza, in un momento in cui ciò è reso possibile a operatori umanitari e altri funzionari. Il diritto del pubblico all’informazione non dovrebbe essere ridotto a un fattore secondario”.

Tania Kraemer, corrispondente di Deutsche Welle a Gerusalemme e attuale presidente della FPA, ha scritto ai membri il giorno dopo l’udienza, informandoli che la Corte aveva fissato il prossimo procedimento per il 31 marzo e che gli avvocati dell’organizzazione intendevano presentare ricorso contro la decisione. Tuttavia in un aggiornamento inviato ai membri dopo una riunione del consiglio direttivo del 4 febbraio non vi era alcuna indicazione di ulteriori passi concreti oltre all’intenzione di “lanciare una campagna sui social media se ne avremo la capacità“.

Si potrebbe quasi provare compassione per la FPA, che da oltre due anni si trova in una situazione difficile, stretta tra un governo israeliano ostinato e una Corte Suprema debole. Tuttavia, tale comprensione lascia rapidamente il posto alla rabbia e alla disperazione quando si scorre l’elenco delle dichiarazioni dell’organizzazione, costellato da una serie pressoché infinita di comunicati quasi identici che esprimono delusione” nei confronti del governo, sgomento” per l’ennesimo rinvio da parte della Corte, “speranza” che i giudici si oppongano con fermezza allo Stato” e, immancabilmente, indignazione e sgomento” per le continue uccisioni di giornalisti di Gaza.

Invece di cambiare approccio l’FPA continua a giocare secondo le regole e a rimettersi alla Corte Suprema, nonostante non vi siano indicazioni che forzerà mai la mano del governo. Così facendo l’FPA non solo non riesce a raggiungere il suo obiettivo di revocare il divieto di accesso alla stampa a Gaza, ma contribuisce anche a legittimare la percezione esterna di un “controllo giudiziario” in buona fede, un pilastro dell’autoproclamata democrazia liberale di Israele.

“Il consiglio dell’FPA è debole, e Israele lo sa”

Un caso giudiziario simile, al di fuori dell’ambito dell’accesso alla stampa, offre un utile precedente. Lo scorso settembre quattro organizzazioni israeliane per i diritti umani – Gisha, HaMoked, l’Associazione per i diritti civili in Israele e Medici per i diritti umani-Israele – hanno preso la straordinaria decisione di ritirare una petizione urgente all’Alta Corte che chiedeva l’immediato invio di sufficienti aiuti umanitari a Gaza. Depositata a maggio, la petizione era rimasta in sospeso per oltre tre mesi senza un’udienza poiché la Corte si era ripetutamente rifiutata di esercitare un controllo giudiziario su una politica che aveva portato ad una carestia di massa.

Nello spiegare i motivi della decisione le organizzazioni hanno affermato di non poter più partecipare a quello che era diventato una “inutile procedura” che consentiva allo Stato di continuare ad agire senza alcun controllo appellandosi alla mera esistenza del controllo giudiziario come garanzia di responsabilità. [Questa è un procedura] da cui solo lo Stato trae vantaggio”, hanno scritto gli avvocati di Gisha nella loro richiesta di ritiro della petizione. Continua a esercitare una forza incontrollata, ad affamare persone innocenti e a negare loro gli aiuti umanitari salvavita… mentre pubblicamente si lava le mani da ogni responsabilità”.

Le ONG hanno osservato che questi ripetuti rinvii hanno aiutato Israele anche nelle sue battaglie legali presso i tribunali internazionali. Sebbene i rappresentanti dello Stato abbiano sostenuto dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia che il suo sistema giuridico rimaneva aperto a chiunque volesse contestare le sue azioni, questo importantissimo caso è rimasto irrisolto e lo Stato non è mai stato chiamato a rendere conto del proprio operato.

Potrebbe la FPA emulare l’esempio di queste ONG israeliane? Le circostanze sono certamente diverse: gran parte del lavoro quotidiano dell’FPA – facilitare l’accesso, l’accreditamento e la comunicazione tra giornalisti stranieri e autorità israeliane – dipende dal continuo impegno con gli stessi organismi che ora contesta, rendendo il disimpegno un passo particolarmente significativo per i suoi membri.

Eppure l’FPA ha l’obbligo di chiedersi quali risultati abbia effettivamente ottenuto il suo attuale approccio, sia per i suoi membri che per le popolazioni più vulnerabili di questo Paese. Considerando la facilità con cui Israele respinge i ricorsi dell’FPA alla Corte Suprema – con l’attivo supporto di quest’ultima – la risposta sembra chiara.

Continuare a partecipare a questa farsa non serve a nessuno tranne che al governo israeliano. Non fa altro che permettere al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e ai suoi alleati di estrema destra di ostentare una facciata democratica partecipando a procedimenti legali, certi che la Corte concederà infinite proroghe che impediranno qualsiasi cambiamento significativo nella politica.

“Il consiglio direttivo dell’FPA è debole, e Israele lo sa”, ha affermato un membro dell’FPA che ha parlato con +972 in condizione di anonimato. “Ci sono voci all’interno dell’FPA che hanno chiesto, e continuano a chiedere, interventi più incisivi, come una cessazione dell’inserimento di giornalisti al seguito dell’esercito israeliano [a Gaza] o un boicottaggio dell’ufficio del Primo Ministro”. Secondo un altro membro dell’FPA il consiglio ha respinto una proposta di “suggerire ai responsabili editoriali delle agenzie di informazione di accettare il boicottaggio di interviste, conferenze stampa e briefing di approfondimento con ufficiali dell’esercito fino a quando ai media stranieri non verrà concesso un accesso indipendente a Gaza”.

Un altro membro dell’FPA, anche lui in forma anonima, ha descritto l’attuale procedura di richiesta come “un’evasione penosamente debole e patetica della responsabilità giornalistica da parte dei ‘principali’ media tradizionali mondiali, mentre l’attacco genocida prosegue. La storia giudicherà in modo molto severo questo episodio vergognoso, che ha visto anche il massacro e la mutilazione di diverse centinaia di giornalisti. E in cima alla lista delle colpe ci saranno i principali media internazionali che hanno insultato il buon senso con questo contenzioso puramente dimostrativo“.

Una questione di vita o di morte

Finché Israele continuerà a impedire ai media internazionali di entrare a Gaza i giornalisti palestinesi sul terreno rimarranno gli unici occhi del mondo esterno a documentare la vita sotto continui bombardamenti, sfollamenti e assedio, con un immenso rischio personale. Sostenere il loro lavoro non è quindi solo una questione di solidarietà professionale, ma di necessità.

Ma il fatto stesso che i giornalisti palestinesi siano stati lasciati soli a sopportare questo fardello è di per sé un’accusa. I recenti sviluppi chiariscono che il continuo divieto israeliano di accesso a Gaza ai media stranieri comporta conseguenze di vita o di morte.

Solo pochi giorni prima dell’udienza, il 21 gennaio, l’esercito israeliano ha effettuato uno degli attacchi più mortali contro Gaza dall’entrata in vigore del cosiddetto cessate il fuoco lo scorso ottobre, aggiungendo altri 11 morti ai circa 500 palestinesi uccisi dal fuoco israeliano negli ultimi quattro mesi.

Tra le vittime due ragazzi di 13 anni, uno ucciso da un attacco di droni israeliani nel centro di Gaza e l’altro a colpi d’arma da fuoco dalle truppe israeliane a Khan Younis. Altri tre – Muhammad Salah Qishta, Abdel Raouf Sha’at e Anas Ghneim – erano giornalisti in missione per il Comitato Egiziano per il Soccorso a Gaza. Sono stati uccisi da un attacco aereo israeliano che ha colpito l’auto su cui viaggiavano mentre si recavano a documentare le condizioni in un campo profughi di recente istituzione nella zona di Al-Zahra, a sud di Gaza City.

I giornalisti, che il portavoce dell’esercito israeliano ha successivamente descritto come “sospetti che operavano con un drone affiliato ad Hamas”, si trovavano a diversi chilometri dalla cosiddetta “Linea Gialla” quando sono stati colpiti pur non potendo plausibilmente rappresentare una minaccia per le forze israeliane. E come mostrano le immagini successive all’attacco, il veicolo era chiaramente contrassegnato come appartenente al Comitato Egiziano.

Dopo il massacro l’FPA ha condannato la condotta di Israele. “Ancora una volta dei giornalisti sono stati uccisi da attacchi militari israeliani mentre svolgevano i loro doveri professionali”, ha affermato l’organizzazione. “Troppi giornalisti a Gaza sono stati uccisi senza giustificazione, mentre Israele continua a negare ai media internazionali indipendenti l’accesso al territorio”.

Tralasciando la questione di cosa possa costituire una “giustificazione” per l’uccisione di giornalisti, è chiaro che l’attuale strategia dell’FPA non è riuscita a fare nulla per proteggere i colleghi palestinesi. Quanti altri giornalisti palestinesi saranno uccisi prima della scadenza fissata dal tribunale per lo Stato alla fine di marzo, scadenza che quasi certamente non sarà meno aleatoria di quelle precedenti?

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Le donne palestinesi raccontano del “viaggio dell’orrore” al valico di Rafah a Gaza

Redazioni di Al Jazeera e Reuters

4 febbraio 2026 Al Jazeera

Le donne palestinesi raccontano l’atroce esperienza vissuta per mano dell’esercito israeliano al valico di frontiera di Rafah riaperto a Gaza

Le donne palestinesi hanno descritto l’attraversamento del valico di Rafah di ritorno dall’Egitto a Gaza come un “viaggio dell’orrore” – le poche autorizzate a tornare nel territorio devastato dalla guerra separate dai figli, ammanettate, bendate e interrogate “sotto tiro” per ore.

Per le 12 donne e bambini palestinesi autorizzati lunedì a entrare a Gaza attraverso il valico di Rafah, il viaggio di ritorno a casa è stato “lungo ed estenuante, segnato da attesa, paura e incertezza”, ha dichiarato Ibrahim Al Khalili di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis nel sud di Gaza.

Il piccolo gruppo di rimpatriati è stato sottoposto a rigide procedure di sicurezza da parte delle forze israeliane che detengono il potere al valico di Rafah per determinare “quando e se” le persone potranno tornare alle loro case in territorio palestinese, ha affermato Al Khalili.

“Ci hanno portato via tutto. Cibo, bevande, tutto. Ci hanno permesso di tenere solo una borsa”, ha detto una delle rimpatriate, parlando ad Al Jazeera del suo calvario di lunedì per mano dell’esercito israeliano.

“L’esercito israeliano ha chiamato prima mia madre e l’hanno presa. Poi hanno chiamato me e mi hanno presa”, ha detto la donna.

“Mi hanno bendato e coperto gli occhi. Mi hanno interrogato nella prima tenda, chiedendomi perché volessi entrare a Gaza. Ho detto loro che volevo rivedere i miei figli e tornare nel mio Paese. Hanno cercato di esercitare una pressione psicologica, volevano separarmi dai miei figli e costringermi all’esilio”, ha detto.

“Dopo avermi interrogato lì mi hanno portato in una seconda tenda e mi hanno fatto domande politiche, che non avevano nulla a che fare [con il viaggio]… Mi hanno detto che avrei potuto essere arrestata se non avessi risposto. Dopo tre ore di interrogatorio sotto tiro, siamo finalmente saliti sull’autobus. L’ONU ci ha accolti; poi ci siamo diretti all’ospedale Nasser. Grazie a Dio ci siamo riuniti ai nostri cari”, ha aggiunto.

Tre donne hanno raccontato ai giornalisti di essere state bendate, ammanettate e interrogate per ore dalle forze israeliane, ha riferito Reuters.

Lunedì si prevedeva che circa 50 palestinesi sarebbero entrati nell’enclave, ma al calar della notte, solo 12 persone – tre donne e nove bambini – erano state autorizzate a passare attraverso il valico riaperto dalle autorità israeliane, ha riferito Reuters citando fonti palestinesi ed egiziane.

Ancora peggio, delle 50 persone in attesa di lasciare Gaza lunedì per lo più per cure mediche urgenti, solo cinque pazienti con sette parenti ad accompagnarli sono riusciti a superare i controlli israeliani ed entrare in Egitto.

Martedì solo altri 16 pazienti palestinesi sono stati autorizzati ad attraversare il confine con l’Egitto via Rafah, ha dichiarato Hind Khoudary di Al Jazeera in un servizio da Khan Younis.

Il numero di palestinesi autorizzati ad attraversare il confine a Rafah è di gran lunga inferiore ai 50 palestinesi che, secondo i funzionari israeliani, sarebbero autorizzati a viaggiare in entrambe le direzioni ogni giorno, ha aggiunto Khoudary.

“Non c’è alcuna spiegazione sul motivo per cui gli attraversamenti a Rafah siano così lenti”, ha detto Khoudary. “Il processo sta richiedendo tempi estremamente lunghi”.

“Ci sono circa 20.000 persone in attesa [a Gaza] di cure mediche urgenti all’estero”, ha aggiunto.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)