A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Spagna boicotterà Eurovision se Israele parteciperà alla manifestazione durante la guerra a Gaza

Redazione di MEMO

16 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì l’emittente pubblica spagnola ha annunciato che la Nazione non parteciperà all’Eurovision Song Contest se Israele rimarrà nella competizione mentre continua la guerra contro Gaza.

La decisione è stata approvata dal consiglio d’amministrazione della Radiotelevisión Española [Radio Televisione Spagnola] (RTVE) in seguito ad una proposta del suo presidente: è passata con 10 voti a favore, quattro contrari e un’astensione.

La Spagna si unisce a Irlanda, Slovenia, Islanda e Olanda nel chiedere l’esclusione di Israele.

Diventa anche il primo membro dei cosiddetti Cinque Grandi – i Paesi che forniscono il più ampio contributo finanziario all’Unione delle Emittenti Europee (European Broadcasting Union, EBU) – ad effettuare questo passo. Il gruppo include anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania che entrano di diritto nella finale della competizione indipendentemente dai loro risultati precedenti.

L’EBU, che organizza l’Eurovision, deve decidere a dicembre se escludere Israele come chiesto da RTVE.

Se la Spagna boicotterà la competizione sarà la prima volta nella sua storia che non parteciperà a Eurovision.

All’inizio dell’anno RTVE ha inviato una lettera all’EBU sollecitando un dibattito sulla partecipazione di Israele. Durante la partecipazione di Israele alla competizione del 2025 commentatori e sottotitoli hanno criticato apertamente la guerra a Gaza.

Nell’edizione di quest’anno Israele si è classificata al secondo posto e ha vinto il voto del pubblico.

Lunedì il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che Israele venga escluso dalle competizioni sportive internazionali dopo che le massicce proteste pro-Palestina a Madrid hanno costretto alla cancellazione dell’ultima tappa della gara ciclistica La Vuelta e della relativa cerimonia di premiazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Una flottiglia di attivisti in missione verso Gaza ha affermato che è stata nuovamente attaccata in Tunisia

Renata Brito e Mehdi El Arem

10 settembre 2025 – Associated Press

TUNISI, Tunisia (AP) — Mercoledì una flottiglia di attivisti internazionali che ha l’obiettivo di rompere il blocco israeliano a Gaza ha affermato che è stata attaccata per la seconda notte di fila quando un drone ha colpito una delle sue navi che era attraccata in acque tunisine. Nessuno è stato ferito.

La Global Sumud Flotilla ha diffuso un video delle telecamere a circuito chiuso che mostra persone a bordo dell’imbarcazione con bandiera inglese “Alma” che urlano “Al fuoco!” indicando il cielo. Proiettili incendiari sono caduti sul ponte esplodendo e provocando un incendio.

Un drone è arrivato e ha sganciato un altro ordigno incendiario,” ha affermato Thiago Avila, un attivista brasiliano e portavoce della flottiglia.

Il gruppo ha anche pubblicato la foto di un oggetto bruciato coperto di plastica fusa, che afferma essere stato lanciato dal drone, provocando l’incendio. “Fortunatamente è stato controllato senza danni strutturali alla nostra barca, senza feriti nel nostro gruppo e noi continuiamo la nostra missione per rompere l’assedio di Gaza,” ha aggiunto Avila.

Il ministro dell’Interno tunisino lo ha descritto come un “atto premeditato” e in un comunicato ha affermato che è stata avviata un’inchiesta per capire chi sia stato il responsabile, ha poi spiegato.

L’attacco è sembrato simile a quello della notte precedente contro l’imbarcazione “Family” battente bandiera portoghese.

Sia l’Alma che la Family sono le navi appoggio della missione e forniscono supporto e provviste alle altre imbarcazioni più piccole e trasportano i membri di più alto profilo della flottiglia, incluse l’attivista svedese Greta Thunberg e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau.

Questi attacchi ripetuti sono avvenuti durante l’intensificata aggressione ai palestinesi di Gaza e sono un tentativo orchestrato di sviare e far deragliare la nostra missione,” hanno affermato gli attivisti.

Mercoledì la guardia costiera tunisina è stata vista vicino alle barche della flottiglia fuori dal porto della città di Sidi Bou Said. Le autorità tunisine avevano precedentemente negato le affermazioni secondo cui il primo attacco era stato causato da droni, aggiungendo che stavano indagando.

Mercoledì al porto si è riunita una grande folla per dare sostegno alla flottiglia prima della sua partenza. Le autorità locali a Sidi Bou Said hanno detto che la partenza della flottiglia è stata ritardata a causa delle condizioni metereologiche.

Non è la prima volta che attivisti che cercano di rompere l’assedio israeliano a Gaza siano finiti sotto attacco.

Un’altra nave ha affermato di essere stata attaccata da droni a maggio in acque internazionali al largo di Malta. Anche un convoglio via terra che viaggiava attraverso il nord Africa aveva tentato di raggiungere il confine [di Gaza con l’Egitto, ndt.] ma è stata bloccata dalle forze di sicurezza lungo il confine della Libia orientale con l’Egitto.

Anche se nel video diffuso dalla flottiglia non si vedono droni, in alcuni dei filmati si possono sentire ronzii compatibili con i velivoli senza pilota.

I partecipanti alla flottiglia hanno anche riferito di aver visto droni in volo sopra di loro sin dalla partenza da Barcellona il primo settembre, anche nei momenti che hanno preceduto gli attacchi. Sebbene non siano stati in grado di fornire prove concrete, alcuni attivisti hanno accusato Israele, che in passato ha intercettato altre barche che cercavano di raggiungere Gaza via mare.

Israele ha fatto questo in altre occasioni, inviare un drone per sabotare alcune barche della flottiglia. Questo è già accaduto,” ha detto martedì Colau.

Israele non ha risposto alle accuse. In precedenza aveva liquidato le flottiglie come trovate pubblicitarie, affermato che il blocco è necessario per prevenire il contrabbando, in particolare di armi.

Il ministro israeliano della Sicurezza Pubblica Itamar Ben-Gvir, di estrema destra, ha sottoposto al governo la proposta di classificare i membri della flottiglia come prigionieri di massima sicurezza, decisione che potrebbe provocare una detenzione di settimane nelle carceri israeliane. Sta anche cercando di classificare allo stesso modo chi protesta in Israele facendo manifestazioni contro la guerra come “sostenitori del terrorismo”, sebbene sia difficile che entrambe le iniziative vengano approvate.

Se la flottiglia dovesse essere intercettata nuovamente da Israele, i suoi membri sarebbero probabilmente deportati nel giro di giorni, come è accaduto l’ultima volta.

Il Mediterraneo è uno degli specchi d’acqua più sorvegliati al mondo con velivoli militari con e senza pilota che volano sopra di esso ogni giorno. Esperti di droni e armi hanno evidenziato che comunque gli attacchi riferiti dalla flottiglia potrebbero essere stati lanciati da piccoli droni commerciali adattati per l’occasione.

La flottiglia di circa 20 barche sta trasportando una quantità simbolica di aiuti umanitari per i palestinesi a Gaza e aveva previsto di fermarsi a Tunisi per permettere ad altre barche di raggiungerla.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Produttore di armi israeliano chiude stabilimento preso di mira da Palestine Action nel Regno Unito

Haroon Siddique e Jamie Grierson

6 settembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: il sito di Elbit Systems UK a Bristol è stato oggetto di proteste pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta fosse messo al bando

A Bristol uno stabilimento di un produttore israeliano di armi sembra aver chiuso inaspettatamente dopo essere stato ripetutamente preso di mira da Palestine Action [associazione militante protagonista di clamorose azioni contro imprese israeliane in GB, ndt.].

Situato nel parco commerciale Aztec West, lo stabilimento britannico della Elbit Systems è stato oggetto di decine di proteste da parte di Palestine Action, tra le quali un’azione avvenuta il 1° luglio, pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta venisse messo al bando in base alla Legge Antiterrorismo [accusata di criminalizzare il dissenso politico, è stata votata nel 2000 e inasprita nel 2023, ndt.].

Elbit deteneva il contratto di locazione dal 2019 e la sua scadenza non era prevista prima del 2029. Le proteste hanno incluso presìdi con incatenamento ai cancelli, occupazione del tetto, rottura di finestre e irrorazione della sede con vernice rossa.

Elbit Systems UK è una consociata di Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano. Elbit Systems, che lo scorso anno ha registrato ricavi per 6,8 miliardi di dollari (poco meno di 6 miliardi di euro), si definisce la “spina dorsale” della flotta di droni delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) impiegata massicciamente nell’offensiva contro Gaza.

La sua produzione comprende anche sistemi per aeromobili ed elicotteri militari, barche armate a controllo remoto, veicoli terrestri e sistemi di comando e controllo.

Elbit Systems UK non ha risposto alla richiesta di commento del Guardian sullo stato del sito. Ma la proprietà, situata all’interno di una zona commerciale e industriale alla periferia di Bristol dove si incontrano le autostrade britanniche M5 e M4, era deserta quando il Guardian l’ha visitata questa settimana.

Ad eccezione di una guardia di sicurezza che si trovava in un veicolo parcheggiato all’esterno della proprietà, non era presente personale.

In precedenza il sito era di proprietà del consiglio della contea di Somerset [sud-ovest dell’Inghilterra, ndt.], anch’esso preso di mira da Palestine Action prima della vendita della proprietà lo scorso anno. The Guardian ha tentato di contattare gli attuali proprietari. Dopo che era stato preso di mira dai manifestanti attorno al sito sono state installate recinzioni e barriere.

La struttura di Aztec West è un impianto di Elbit diverso da quello di Filton, Bristol, anch’esso preso di mira da Palestine Action e per il quale 24 persone sono in attesa di processo con accuse che includono danneggiamento, disordini violenti e furto con scasso aggravato. Un individuo è inoltre accusato di lesioni personali gravi con dolo.

Prima di essere messa al bando, Palestine Action ha condotto una campagna che ha preso di mira i siti britannici della compagnia e le aziende collegate, campagna che si è intensificata significativamente dopo l’offensiva di Israele contro Gaza in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas. Gli ultimi conti di Elbit Systems UK mostrano che lo scorso anno ha registrato una perdita operativa di 4,7 milioni di sterline, a fronte di un profitto di 3,8 milioni di sterline nel 2023.

Andrew Feinstein, esperto e autore di saggi sul commercio globale di armi nonché ex membro dell’Assemblea Nazionale sudafricana, ha definito la chiusura “estremamente significativa”, aggiungendo: “Dobbiamo tenere presente che Elbit Systems è una delle due più importanti aziende di armamenti israeliane, insieme alla IAI, e che è ovviamente una parte fondamentale del complesso militare-industriale israeliano”.

L’anno scorso, Elbit Systems UK ha venduto la sua consociata con sede nel West Midlands, la Elite KL (ora Calatherm). Dopo che l’utile operativo di Elite KL era diminuito del 75% nel 2022, l’azienda ha affermato che ciò era principalmente il risultato dell’aumento dei costi per la sicurezza, poiché il sito di Tamworth era stato preso di mira da Palestine Action. I nuovi proprietari hanno dichiarato che non avrebbero avuto alcuna relazione con Elbit e che avrebbero annullato i suoi contratti per la difesa.

Nel 2022, dopo 18 mesi di proteste da parte di Palestine Action e di Oldham Peace, Elbit ha venduto Ferranti P&C, parte della sua attività con sede a Oldham.

Lo scorso mese, Private Eye [bisettimanale satirico e d’inchiesta, ndt.] ha rivelato che Elbit Systems UK fa parte di un consorzio vicino ad aggiudicarsi un appalto da 2 miliardi di sterline che l’avrebbe resa un partner strategico del Ministero della Difesa. Il Financial Times ha riportato che l’ex ministro laburista Peter Hain ha scritto al ministro della Difesa, Jon Healey, esortandolo a non affidare l’appalto all’azienda, data “la devastazione in corso a Gaza”.

A Palestine Action è stato accordato un ricorso giudiziario a novembre in merito alla decisione di metterla al bando. Tuttavia, in un’udienza della corte d’appello del 25 settembre il Ministro degli Interni cercherà di annullare la decisione che concede tale ricorso.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Dati dell’intelligence israeliana: fra i detenuti di Gaza solo 1 su 4 è un militante

Yuval Abraham

4 settembre 2025 +972 Magazine

Un’indagine congiunta scopre in un database segreto dell’esercito israeliano che la stragrande maggioranza dei 6.000 palestinesi arrestati a Gaza e trattenuti in condizioni spaventose nelle carceri israeliane è costituita da civili

Come rivela un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian solo un palestinese su quattro catturato dalle forze israeliane a Gaza è stato identificato dall’esercito come militante, mentre i civili costituiscono la stragrande maggioranza dei “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Questo è quanto emerge dai dati contenuti in un database riservato gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare israeliana (nota con l’acronimo ebraico “Aman”), oltre alle statistiche ufficiali sulle carceri israeliane divulgate in procedimenti legali. Testimonianze di ex detenuti palestinesi e soldati israeliani che hanno prestato servizio in centri di detenzione rivelano inoltre che Israele ha consapevolmente rapito civili in massa e li ha trattenuti per lunghi periodi in condizioni spaventose.

I dati sulle detenzioni forniti a maggio dallo Stato in risposta alle petizioni dell’Alta Corte hanno rivelato che un totale di 6.000 palestinesi erano stati arrestati a Gaza durante i primi 19 mesi di guerra e trattenuti in Israele in base a una legge per l’incarcerazione di “combattenti illegali” – uno strumento giuridico che consente a Israele di imprigionare le persone a tempo indeterminato senza accusa né processo se vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che abbiano partecipato o siano membri di un gruppo che abbia partecipato ad “attività ostili contro lo Stato di Israele”.

I politici, i militari e i media israeliani si riferiscono abitualmente a tutti i detenuti palestinesi di Gaza come “terroristi”, e il governo non ha mai ammesso di aver detenuto o trattenuto alcun civile. Nei resoconti pubblici l’Israel Prison Service (IPS) ha affermato, senza fornire prove, che quasi tutti i “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane sono membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (JIP).

Tuttavia i dati ottenuti a metà maggio dal database di Aman, che fonti di intelligence hanno descritto come l’unica fonte affidabile per determinare chi l’esercito consideri combattente attivo a Gaza, hanno dimostrato che Israele aveva arrestato solo 1.450 individui appartenenti alle ali militari di Hamas e JIP, il che significa che circa tre quarti dei 6.000 detenuti non appartengono a nessuno dei due.

Il database, la cui esistenza è stata recentemente svelata da +972, Local Call e Guardian, elenca i nomi di 47.653 palestinesi che l’esercito considera militanti di Hamas e della Jihad islamica (viene aggiornato regolarmente e include persone fermate dopo il 7 ottobre). Secondo i dati, a metà maggio Israele aveva arrestato circa 950 combattenti di Hamas e 500 della Jihad islamica.

Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che nei rapporti dell’Israel Prison Service rappresentano meno del 2% dei “combattenti illegali” detenuti. Almeno 300 palestinesi sono inoltre detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre; non sono definiti “combattenti illegali” ma detenuti per reati penali, poiché Israele afferma di avere prove sufficienti per processarli.

+972, Local Call e Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi delle persone elencate o le informazioni che presumibilmente le incriminano, la cui affidabilità è comunque messa in dubbio dalle inconsistenti accuse mosse contro persone come il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, assassinato il mese scorso.

Nel corso della guerra, in parte a causa del grave sovraffollamento delle carceri, Israele ha rilasciato più di 2.500 prigionieri che aveva classificato come “combattenti illegali”, il che implica che non li ritenesse realmente militanti. Altri 1.050 sono stati rilasciati in seguito a scambi di prigionieri concordati tra Israele e Hamas.

Sia i gruppi per i diritti umani che i soldati israeliani hanno descritto una percentuale di combattenti tra i prigionieri arrestati a Gaza ancora inferiore a quella che emerge dai dati trapelati. Nel dicembre 2023, quando le foto di decine di palestinesi spogliati e incatenati suscitarono indignazione internazionale, alti ufficiali ammisero ad Haaretz che “l’85-90%” non erano membri di Hamas.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha difeso centinaia di civili detenuti nelle carceri israeliane. Il suo operato “indica una campagna sistematica di detenzioni arbitrarie che prende di mira i palestinesi in modo indiscriminato, indipendentemente da qualsiasi presunto reato”, ha affermato il vicedirettore Samir Zaqout.

“Al massimo forse uno su sei o sette [detenuti] potrebbe avere qualche legame con Hamas o altre fazioni militanti, e, anche in quel caso, non necessariamente con le loro ali militari. In molti casi l’affiliazione politica a un partito palestinese è sufficiente perché Israele etichetti qualcuno come militante.”

I palestinesi rilasciati dai centri di detenzione militari israeliani e dalle prigioni israeliane nel corso della guerra hanno testimoniato di condizioni estremamente dure, tra cui frequenti abusi e torture. A causa di queste pratiche decine di detenuti sono morti sotto la custodia israeliana.

Aggirare il giusto processo

Emanata nel 2002, la Legge sull’Incarcerazione dei Combattenti Illegali è stata concepita per consentire a Israele di detenere persone durante la guerra senza doverle riconoscere come prigionieri di guerra come previsto dalle Convenzioni di Ginevra. La legge consente inoltre a Israele di negare ai detenuti di ricorrere a un avvocato fino a 75 giorni.

I tribunali israeliani prolungano la detenzione dei palestinesi quasi automaticamente, basandosi su “prove segrete” in udienze che durano solo pochi minuti. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, l’Israel Prison Service sta attualmente detenendo circa 2.660 cittadini di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre come “combattenti illegali”, il numero più alto mai registrato durante la guerra. Le organizzazioni [per i diritti, n.d.t.] legali ritengono che centinaia di altre persone siano attualmente confinate nei centri di detenzione militari israeliani prima di essere trasferite nelle prigioni dell’IPS (l’esercito ha dichiarato a maggio che il numero totale di detenuti “combattenti illegali” nelle carceri e nei centri di detenzione era di 2.750).

“Se Israele dovesse processare tutti [i detenuti], dovrebbe redigere atti di accusa per capi d’imputazione specifici e presentare prove di tali accuse”, ha spiegato Jessica Montell, direttrice di HaMoked. “Il giusto processo può essere impegnativo. Ecco perché hanno creato la Legge sui Combattenti Illegali, per aggirare tutto questo”.

Questa legge, ha aggiunto Montell, ha facilitato la “sparizione forzata di centinaia e persino migliaia di persone” che sono di fatto detenute senza alcuna supervisione esterna.

Il fatto che tre quarti di coloro che sono detenuti come “combattenti illegali” non siano considerati, nei registri dell’esercito, appartenenti alle ali armate di Hamas o della JIP “mina l’intera giustificazione della loro detenzione”, ha spiegato Tal Steiner, direttore del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, le cui petizioni legali contro l’incarcerazione di massa hanno spinto lo Stato a fornire i dati sul numero di detenuti dal 7 ottobre.

“Appena è iniziata l’ondata di arresti di massa a Gaza nell’ottobre 2023 si è diffusa la seria preoccupazione che molte persone non coinvolte venissero detenute senza motivo”, ha continuato Steiner. “Questa preoccupazione è stata confermata quando abbiamo appreso che metà degli arrestati all’inizio della guerra sono stati infine rilasciati, a dimostrazione del fatto che non vi era alcun fondamento per la loro detenzione”.

Un ufficiale dell’esercito israeliano che ha guidato le operazioni di arresti di massa nel campo profughi di Khan Younis ha dichiarato a +972, Local Call e Guardian che la missione della sua unità era quella di “svuotare” il campo e costringere i suoi residenti a fuggire più a sud. Nell’ambito di questa missione i detenuti sono stati arrestati in massa e condotti in strutture militari dove sono stati classificati come “combattenti illegali”.

“Tutti venivano fatti marciare in lunghi convogli con sacchi in testa verso la costa, verso Al-Mawasi”, ha detto. “[Venivano portati in] quello che chiamavamo un centro di ispezione, [dove] le persone venivano controllate. Ogni notte caricavano il cassone di un camion con decine, centinaia di uomini, bendati, legati, accatastati uno sopra l’altro. Ogni notte un camion come questo andava in Israele”.

L’agente si era reso conto che non veniva fatta alcuna distinzione “tra un terrorista entrato in Israele il 7 ottobre e qualcuno che lavorava per l’autorità idrica di Khan Younis”, e che gli arresti anche di minori venivano effettuati in modo quasi arbitrario. “È inconcepibile”, ha detto. “Si prende un uomo, un ragazzo, un giovane dalla sua famiglia, e lo si manda in Israele per un interrogatorio. Se mai tornasse, come farebbe a ritrovarla?”

Ahmad Muhammad, un trentenne del campo profughi di Khan Younis, ha raccontato di essere stato costretto il 7 gennaio 2024 a camminare in uno di questi convogli con la moglie e i tre figli. Al posto di blocco l’esercito ha annunciato con un megafono che gli uomini dovevano fermarsi, identificandoli in base al colore dei loro vestiti. ” ‘Camicia blu, torna indietro, torna indietro’, mi ha urlato un soldato”, ha ricordato.

È stato separato dalla famiglia insieme a un gruppo di altri uomini. “Eravamo un gruppo di persone a caso: lavoro come barbiere nel campo, non sono affiliato a nessuna fazione”, ha detto Muhammad. “Ogni volta che un soldato si avvicinava ci insultava, finché non è arrivato un camion e siamo stati gettati dentro, ammucchiati uno sopra l’altro, profondamente umiliati”.

Muhammad è stato portato alla prigione del Negev e interrogato sugli attacchi del 7 ottobre. Ha detto ai soldati di non sapere nulla, ma lo hanno tenuto in detenzione per un anno intero. Ancora oggi non sa perché. “Ho vissuto giorni difficili in prigione: malattia, freddo, torture, umiliazioni”, ha spiegato.

Muhammad è stato rilasciato a gennaio di quest’anno insieme a circa altri 2.000 prigionieri palestinesi, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas; metà erano detenuti dal 7 ottobre ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali senza poter comunicare con un avvocato o accedere ad un giusto processo per mesi.

Diversi soldati hanno confermato a +972, Local Call e Guardian di aver assistito alla detenzione di massa di civili palestinesi presso strutture militari israeliane. Un soldato che ha prestato servizio nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman ha affermato che un complesso era soprannominato “il reparto geriatrico” perché tutti i detenuti erano anziani o gravemente feriti, alcuni dei quali prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza. 

“Dall’ospedale indonesiano [di Beit Lahiya] prelevavano masse di persone”, ha detto il soldato. “Portavano uomini su sedie a rotelle, persone senza gambe o con gambe praticamente inutili. Ricordo un uomo di 75 anni con monconi gravemente infetti. Ho sempre pensato che la scusa per arrestare i pazienti fosse che forse avevano visto gli ostaggi o qualcosa del genere”. Tutti loro, ha aggiunto, erano trattenuti nel “reparto geriatrico”.

Un altro soldato che comandava una squadra all’inizio della guerra ha detto che l’esercito aveva arrestato un paziente sulla settantina all’interno dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City. “È arrivato legato a una barella. Era diabetico, con la cancrena a una gamba, incapace di camminare. Non rappresentava un pericolo per nessuno”. Quell’uomo è stato trasferito a Sde Teiman.

Oltre ad andare a prelevare civili feriti negli ospedali di Gaza e a imprigionarli nei centri di detenzione israeliani, Israele ha arrestato centinaia di medici che li curavano. Oggi più di 100 operatori sanitari di Gaza rimangono incarcerati come “combattenti illegali”, secondo Physicians for Human Rights–Israel (Medici per i Diritti Umani – Israele, PHRI) che a febbraio ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 20 medici e militari disposti a parlare che descrivono abusi e torture.

Naji Abbas, capo del dipartimento prigionieri di PHRI, ha affermato che le loro testimonianze hanno rivelato una pratica di incarcerazione per mesi dopo un singolo breve interrogatorio. Per Abbas questo smentisce l’affermazione di Israele secondo cui tali detenuti vengono trattenuti perché in possesso di preziose informazioni sugli ostaggi israeliani prigionieri di Hamas, e vede la loro detenzione come parte dell’attacco israeliano al sistema sanitario di Gaza.

In un resoconto raccolto da PHRI, un chirurgo dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha descritto come i soldati “si sedevano sopra di noi, ci prendevano a calci con gli stivali e ci picchiavano con il calcio dei fucili”. In un’altra testimonianza, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano ha dichiarato: “Ci hanno schiacciato la testa nella ghiaia ripetutamente per quattro ore, ci hanno picchiato selvaggiamente con i manganelli e ci hanno colpito con scariche elettriche”.

Un terzo medico ha riferito di essere stato picchiato fino a rompergli le costole, mentre un chirurgo dell’ospedale Al-Shifa ha descritto detenuti sottoposti a scariche elettriche, aggiungendo di aver sentito di prigionieri morti a causa di ciò. “Mentre andavamo al centro interrogatori mi hanno detto che mi avrebbero tagliato le dita perché sono un dentista”, ha testimoniato un altro medico a PHRI.

I medici che hanno reso testimonianza al PHRI erano stati classificati come “combattenti illegali”. Uno di questi detenuti, il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa, è morto in detenzione l’anno scorso dopo essere stato arrestato nel dicembre 2023. Secondo la sua famiglia è stato torturato a morte. Un altro, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile a Gaza, è morto l’anno scorso in una struttura per interrogatori dello Shin Bet.

Il medico che prestava servizio ad Anatot [colonia e prigione a dieci km. a nord-est di Gerusalemme, ndt.] ha affermato che molti medici palestinesi vi erano incarcerati. Ricorda un pediatra, incatenato e bendato, che lo supplicava in inglese: “Siamo colleghi, può aiutarmi?”

Nel giugno 2024 l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar inviò una lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu avvertendolo di una crisi di sovraffollamento carcerario: il numero di detenuti aveva superato le 21.000 unità, mentre la capienza era di sole 14.500 unità. Scrisse che il trattamento dei prigionieri “rasentava l’abuso”, esponendo i dipendenti statali a possibili procedimenti penali dall’estero.

Il duro trattamento riservato ai detenuti è coerente con le dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che l’anno scorso aveva dichiarato che una delle sue massime priorità era “peggiorare le condizioni” dei prigionieri palestinesi, anche fornendo solo “pochissimo cibo”. Molti civili di Gaza arrestati e imprigionati dalle forze israeliane hanno testimoniato di essere stati sottoposti a gravi abusi e torture.

Ma l’arresto di massa di medici e altri civili sembra anche essere stato, almeno in parte, finalizzato a creare una leva per le trattative sugli ostaggi. Quando il direttore dell’ospedale Al-Shifa Mohammed Abu Salmiya è stato rilasciato l’anno scorso, il parlamentare Simcha Rothman, presidente della Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset, si è lamentato che fosse stato liberato “non in cambio di ostaggi”. Nella stessa riunione della Commissione il parlamentare Almog Cohen ha affermato che Israele aveva perso l’occasione “di detenere un importante simbolo di Gaza” da utilizzare in un accordo.

“Continuavamo a rilasciare persone ‘gratuitamente’, e questo faceva arrabbiare [i soldati]”, ha spiegato un soldato di stanza in un centro di detenzione. “[I soldati] dicevano: ‘Non restituiscono gli ostaggi, quindi perché dovremmo lasciarli andare?'”

Legalizzare il rapimento”

Pochi casi evidenziano la crudeltà arbitraria della politica israeliana di incarcerazione di massa in maniera più lampante del caso di Fahamiya Al-Khalidi, arrestata dai soldati in una scuola nel quartiere Zeitoun di Gaza City il 9 dicembre 2023.

L’allora 82enne soffriva di Alzheimer e aveva difficoltà a camminare autonomamente, ma l’esercito israeliano l’ha comunque portata al centro di detenzione militare di Anatot prima di trasferirla il giorno successivo nella prigione di Damon, nel nord di Israele, dove è stata incarcerata per sei settimane. Un documento del carcere rivela che è stata detenuta ai sensi della legge sui combattenti illegali, confermando i dettagli pubblicati per la prima volta su Haaretz all’inizio del 2024.

In risposta alla nostra inchiesta, l’esercito israeliano ha inizialmente dichiarato che Al-Khalidi era stata arrestata “per escludere il suo coinvolgimento in attività terroristiche”. In seguito ha affermato che la donna era stata detenuta “sulla base di informazioni specifiche che la riguardavano personalmente”, aggiungendo che “alla luce delle sue attuali condizioni, la detenzione non era appropriata ed era il risultato di un errore di giudizio isolato e locale”.

Un medico militare di stanza ad Anatot ha raccontato a +972, Local Call e Guardian di essere stato chiamato per curare Al-Khalidi per un collasso la prima notte dopo il suo arrivo. “È caduta e si è fatta male, probabilmente a causa del filo spinato”, ha raccontato. “Le abbiamo cucito la mano nel cuore della notte”. Le foto scattate dal medico, visionate da +972, Local Call e Guardian, confermano la sua presenza ad Anatot al momento della detenzione di Al-Khalidi.

Secondo il soldato, Al-Khalidi non riusciva a ricordare la sua età e pensava di essere ancora a Gaza, eppure l’esercito la considerava ancora una militante. “Dicevano ai soldati che la persona è una ‘combattente illegale’, che equivale a terrorista”, ha spiegato. “Quando Al-Khalidi è arrivata ricordo che zoppicava visibilmente verso la clinica. Ed era classificata come combattente illegale. Il modo in cui viene usata questa etichetta è folle”. Al-Khalidi era una delle circa 40 donne che il soldato ricorda di aver visto ad Anatot nei due mesi trascorsi nella struttura. “C’era una donna che aveva avuto un aborto spontaneo; le sue guardie dicevano che aveva avuto un’abbondante emorragia. Un’altra donna, una madre che allattava portata via senza il suo bambino, voleva continuare ad allattare per preservare il latte.”

Abeer Ghaban, 40 anni, era già detenuta nel carcere di Damon quando Al-Khalidi è arrivata. Ha raccontato che l’anziana donna sembrava spaventata e aveva il viso e le mani gonfie. All’inizio Al-Khalidi non parlava quasi con nessuna delle altre detenute, ma lentamente hanno scoperto che era fuggita quando l’esercito israeliano aveva minacciato di bombardare il suo edificio ed era stata successivamente arrestata.

Ghaban ha raccontato di aver trascorso settimane ad accudire Al-Khalidi mentre erano incarcerate insieme. “Le davamo da mangiare con le nostre mani”, ha ricordato. “Le cambiavamo i vestiti. Si muoveva su una sedia a rotelle”.

Ghaban ha raccontato che una volta le guardie carcerarie hanno preso in giro Al-Khalidi finché lei non ha tentato di fuggire, si è schiantata contro una recinzione e si è ferita.

Erano anni che Ghaban stava crescendo da sola i suoi tre figli di 10, 9 e 7 anni, che quindi sono stati abbandonati a se stessi quando i soldati israeliani l’hanno arrestata a un posto di blocco a Gaza nel dicembre 2023. Durante l’interrogatorio Ghaban si è resa conto che l’esercito aveva confuso suo marito, un contadino, con un membro di Hamas con il medesimo nome. Dopo aver confrontato le fotografie un soldato ha ammesso l’errore, ma lei è stata trattenuta in prigione per altre sei settimane, in ansia per i suoi figli.

Le due donne sono state rilasciate insieme nel gennaio 2024, senza spiegazioni. Ghaban ha aiutato Al-Khalidi a contattare i suoi figli che vivono all’estero, e ha trovato i propri figli che mendicavano per strada, quasi irriconoscibili. “Erano vivi”, ha detto, “ma vedere lo stato in cui erano stati per 53 giorni senza di me mi ha spezzato il cuore”.

Un giornalista ha fatto un servizio su Al-Khalidi a Rafah dopo il suo rilascio, disorientata e confusa, senza nessuno dei suoi familiari. Non ricordava per quanto tempo fosse stata detenuta. “Mi hanno portato via dalla scuola”, ha detto, ancora vestita con i pantaloni grigi della prigione. “Ho passato tante cose.”

Michael Sfard, uno dei principali avvocati israeliani per i diritti umani, ha confermato che il diritto internazionale consente l’internamento di civili solo se rappresentano una consistente minaccia alla sicurezza e ne garantisce i diritti fondamentali – che Israele sta violando,.

“Le condizioni dei cittadini di Gaza detenuti in Israele non rispettano assolutamente, senza dubbio, quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra”, ha spiegato, sottolineando che abusi violenti, privazione di cibo e negazione delle visite della Croce Rossa e della comunicazione con le famiglie sono all’ordine del giorno. La legislazione utilizzata per trattenerli, ha aggiunto, è di per sé “una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Hassan Jabareen, direttore dell’organizzazione per i diritti legali palestinesi Adalah con sede ad Haifa, concorda. “La Legge sui Combattenti Illegali è concepita per facilitare la detenzione di massa di civili e le sparizioni forzate, legalizzando di fatto il rapimento di palestinesi da Gaza”, ha affermato. “Priva i detenuti delle protezioni garantite dal diritto internazionale, comprese le garanzie specificamente destinate ai civili, utilizzando l’etichetta di ‘combattente illegale’ per giustificare la negazione sistematica dei loro diritti.

Inizialmente l’esercito israeliano non ha negato i dati numerici riportati in questo articolo, ma in una dichiarazione successiva ha affermato che le cifre erano “errate” e ha sostenuto che le nostre affermazioni “riflettono un’errata interpretazione delle procedure di detenzione in Israele”. Ha poi proseguito: “Le forze dell’IDF sono tenute a detenere i sospettati sul campo, sia sulla base di esistenti informazioni di intelligence, sia a causa di un ragionevole sospetto derivante dalle circostanze del loro arresto, e ad accertare chi tra loro sia coinvolto in attività terroristiche. L’IDF respinge categoricamente le accuse di detenzioni arbitrarie. Prima dell’emissione di un ordine di internamento permanente, e come parte della procedura standard, viene emesso un ordine di detenzione temporanea del detenuto ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali, che consente la sua detenzione per un periodo limitato durante il quale si svolgono indagini e valutazioni. Durante questo periodo non è ancora stabilito se l’individuo si qualifichi come combattente illegale. Solo se si riscontra che l’individuo soddisfa quei criteri e rappresenta una minaccia per la sicurezza verrà emesso un ordine di internamento permanente ai sensi di quella legge. Ogni persona detenuta ai sensi di un ordine di internamento permanente è sottoposta a revisione giudiziaria da parte di un giudice del Tribunale Distrettuale dopo l’emissione dell’ordine, e nuovamente ogni sei mesi per tutta la durata della detenzione. La maggior parte delle persone detenute ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali sono membri di organizzazioni terroristiche, mentre altri sono stati coinvolti in attività terroristiche senza essere affiliati a un gruppo specifico. I detenuti ricevono cure mediche adeguate, che includono una visita medica al momento dell’ammissione al centro di detenzione e controlli medici regolari per monitorare le loro condizioni. Se necessario, i detenuti vengono trasferiti in ospedale per le cure. I detenuti che necessitano di supervisione medica possono essere trattenuti insieme per facilitare l’accesso e le cure da parte del personale medico.”

Emma Graham-Harrison del Guardian ha contribuito a questo articolo

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme, co-autore del film No other Land.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Piano di Trump per Gaza: Blair si unisce agli avvoltoi che si nutrono dell’Olocausto palestinese

David Hearst

4 settembre 2025 – Middle East Eye

Dopo quasi due anni di genocidio i leader occidentali stanno discutendo di piani per costruire “mega-progetti” in stile Dubai sul campo di sterminio israeliano

Sono trascorsi quasi 18 anni da quando Tony Blair, allora inviato per il Medio Oriente, presentò un documento di 34 pagine che delineava un “corridoio per la pace e la prosperità” esteso dal Mar Rosso alle alture del Golan occupate.

Il piano Blair prevedeva un parco agroindustriale vicino a Gerico, nella Cisgiordania occupata, per facilitare il trasporto di merci verso il Golfo attraverso la Giordania. Un altro parco industriale, o “progetto a impatto rapido”, sarebbe stato creato a Tarqumiya, a Hebron, e un terzo a Jalameh, a nord di Jenin.

Ben poco di tutto questo era una novità. Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 e nel 1995, prevedevano la creazione di un totale di nove zone industriali lungo la Linea Verde, da Jenin, a nord, fino a Rafah, a Gaza.

Ma gonfio di ottimismo e con il sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’USAID e del Giappone, Blair annunciò, da vero visionario, come ha sempre ritenuto di essere: “Se il pacchetto di cui sopra funziona, allora sarà seguito da altri pacchetti simili. In questo modo, col tempo e gradualmente, il peso dell’occupazione potrà essere alleviato, ma in un modo che non metta a rischio la sicurezza di Israele”.

Aggiunse: “Sono fermamente convinto che questi passi faciliteranno anche i negoziati in corso tra le parti, volti a raggiungere un accordo di pace sostenibile e duraturo tra due Paesi che potranno vivere fianco a fianco in pace e prosperità.

Oggi del parco industriale di Blair al valico di Jalameh con Israele rimane ben poco. Per anni il sito recintato è rimasto vuoto, finché l’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno di investitori turchi, non ha tentato di fondare una “città industriale” a Jenin. Ora di quei sogni restano solo poche strade e qualche magazzino.

Nel 2008 Blair si è attribuito il merito di aver ridotto il numero di posti di blocco, all’epoca circa 600, nella Cisgiordania occupata. Oggi ci sono 898 posti di blocco militari, tra cui decine di cancelli che sigillano città e villaggi palestinesi per gran parte della giornata. Tutta la vita economica è soffocata.

Milizie di coloni vagano per il territorio terrorizzando le città palestinesi e cacciando i palestinesi da vaste aree di terra, rivendicate da “fattorie di pastori” illegali in coordinamento con il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile [l’organo di governo israeliano, in realtà subordinato all’esercito, che opera in Cisgiordania, ndt.] nella Cisgiordania occupata.

Anticamera dell’annessione

Tutto questo è visto come un preludio dell’annuncio ampiamente atteso dell’annessione da parte di Israele dell’Area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], che comprende circa due terzi della Cisgiordania.

Oltre 40.000 palestinesi sono rimasti senza casa a causa della demolizione dei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, nell’ambito di un’operazione dell’esercito israeliano chiamata “Muro di Ferro”, giunta ormai all’ottavo mese.

Nel 2009 Blair ricevette un premio per il suo piano fallito: un milione di dollari per la “leadership”, gran parte dei quali andarono alla sua fondazione “per il dialogo tra religioni”.

Oggi, dopo 23 mesi di genocidio e demolizioni a Gaza, Blair è tornato in attività, riproponendosi quasi vent’anni dopo come un esperto del Medio Oriente.

A quanto pare, starebbe consigliando la Casa Bianca e parlando con il genero di Donald Trump, Jared Kushner, in merito all’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti per Gaza.

La strategia, o almeno una sua versione, è contenuta in una serie di slide contenute in 38 pagine che delineano una visione per la Gaza del dopoguerra.

Dall’ottobre 2023 Gaza è diventata un laboratorio di morte del XXI secolo: una lezione terrificante su come riscrivere le regole della guerra; come usare droni e robot per massimizzare i danni collaterali; come sfruttare l’intelligenza artificiale per localizzare gli obiettivi; come usare la fame e i punti di distribuzione degli aiuti per spezzare la volontà di resistenza di un popolo; come smantellare i sistemi sanitari ed educativi; e come lasciare un’intera nazione senza casa.

Josef Mengele, il medico nazista che condusse esperimenti mortali sui prigionieri di Auschwitz, avrebbe riconosciuto molti di questi criteri di prestazione come successi.

Ora un ulteriore esperimento umano sta per essere condotto sui palestinesi di Gaza, ed è incentrato su come costruire 324 miliardi di dollari di “mega-progetti” in stile Dubai sulle loro tombe.

Gli imperatori di Gaza

La prima cosa da notare in questa presentazione è la sua brutalità. È priva di qualsiasi riconoscimento di Gaza come patria palestinese. In questo, i suoi autori sono regrediti agli standard morali della Russia zarista e a quanto accaduto in un campo fuori Mosca appena quattro giorni dopo l’incoronazione dello zar Nicola II.

Fino a mezzo milione di russi si radunarono a Khodynka per ricevere cibo gratuito e doni dall’imperatore, tra cui a quanto pare panini, salsicce, pretzel, pan di zenzero e tazze commemorative. Quando si sparse la voce che non c’erano abbastanza birra e pretzel per tutti e che le tazze smaltate contenevano monete d’oro, si scatenò un assalto disordinato, con oltre 1.200 morti e fino a 20.000 feriti.

Ciononostante l’imperatore e l’imperatrice proseguirono con i loro piani. Apparvero di fronte alla folla sul balcone del padiglione dello zar in mezzo al campo, quando i cadaveri erano già stati portati via.

Ciò equivale al comportamento degli imperatori odierni nei confronti della popolazione affamata e morente di Gaza: solo che la portata della tragedia attuale fa apparire poca cosa la noncuranza di Nicola II nei confronti del destino del suo popolo.

Trump intende costruire un paese delle meraviglie in stile Dubai sulle tombe fresche di 63.000 morti (e il numero continua a salire). Questa psicopatica mancanza di empatia si estende ai vivi così come ai morti: perché il paradiso che trasformerà Gaza da un “alleato iraniano annientato” in un “prospero alleato abrahamitico” non sarà solo “libero da Hamas”, ma anche dalla maggior parte dei palestinesi.

Infatti più palestinesi se ne vanno, più economico diventa il progetto. Per ogni palestinese che va via, il piano calcola un risparmio di 23.000 dollari; per ogni 1% della popolazione che si trasferisce, si risparmiano 500 milioni di dollari. Per indurre i palestinesi di Gaza a lasciare la loro terra, il piano propone di dare a ciascuno 5.000 dollari e di sovvenzionare il loro affitto in un altro Paese per quattro anni, oltre al cibo per un anno.

Si ritiene che gli autori del piano siano israeliani. La proposta sarebbe stata formulata da Michael Eisenberg, un investitore di capitale di rischio israeliano-americano, e da Liran Tancman, un imprenditore tecnologico israeliano ed ex ufficiale dell’intelligence militare. Sembra che le loro iniziali, “ME” e “LT”, siano presenti sulla prima pagina del piano insieme a una misteriosa terza serie di iniziali, “TF”.

Secondo il New York Times Eisenberg e Tancman facevano parte di un gruppo di funzionari e imprenditori israeliani che per primi concepirono la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) alla fine del 2023, settimane dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele.

Si ritiene che una prima bozza del piano di riqualificazione di Gaza sia stata completata lo scorso aprile e presentata all’amministrazione Trump. Non è noto se questa proposta sia stata discussa durante il recente incontro tra Kushner e Blair, entrambi impegnati a elaborare idee simili.

Ma come andrà a finire è chiaro.

Destinato al fallimento

Blair, per esempio, dovrebbe rendersi conto che qualsiasi piano basato sulla liberazione di Gaza da Hamas è destinato al fallimento. Dovrebbe ripensare ai suoi giorni da Primo Ministro e agli sforzi del suo governo per negoziare con l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).

Immaginate se qualcuno si fosse rivolto a lui con l’idea di de-repubblicanizzare Short Strand, sede dell’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese, o l’intera zona ovest di Belfast come precondizione per la pace.

Fortunatamente, la direzione intrapresa da tre primi ministri britannici – Margaret Thatcher, John Major e Tony Blair – nel processo di pace fu esattamente l’opposto. Il riconoscimento del ruolo di Dublino nel Nord fu un risultato di Thatcher, seguito da colloqui diretti con l’IRA sotto la guida di Major, che svolse la maggior parte del lavoro.

Tra questi, una serie di incontri avvenuti a Derry tra Michael Ancram, allora ministro britannico in carica nel governo di Major, e il leader dell’IRA Martin McGuinness. Molti anni dopo, Ancram mi raccontò di quegli incontri nei minimi dettagli e con grande ilarità. Ma la loro stessa esistenza contraddiceva totalmente la linea ufficiale del governo dellepoca: “la Gran Bretagna non parla con coloro che definisce terroristi”.

L’IRA avviò il processo di smantellamento dopo che la Gran Bretagna promise di liberare i prigionieri repubblicani dal carcere di Maze e quando furono fornite garanzie politiche per la condivisione del potere a Stormont [il parlamento nord-irlandese, ndt] come parte dell’Accordo del Venerdì Santo.

McGuinness e il suo ex acerrimo nemico, Ian Paisley, allora capo del Partito Unionista Democratico, divennero alleati. Tale era la confidenza tra loro che divennero noti come i “Chuckle Brothers” [Fratelli Risata,ndt.].

Ora applichiamo la formula che portò la pace in Irlanda del Nord a Gaza e ad Hamas, che nel Regno Unito è messa al bando in quanto considerata organizzazione terroristica, e cosa otteniamo? Colloqui diretti con Hamas su un rilascio massivo di ostaggi e prigionieri, seguiti da colloqui con tutti i gruppi di resistenza su un governo tecnico, insieme al ripristino di tutte le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, alla fine dell’assedio e a un enorme flusso internazionale di denaro e cemento per la ricostruzione. A lungo termine Hamas potrebbe offrire una “hudna” [cessate il fuoco, ndt.], o una tregua a tempo indeterminato al conflitto armato.

Questa è la formula irlandese applicata a Gaza. Ma ora si sta seguendo l’esatto opposto per quanto riguarda Gaza, perché ogni riflessione sulla Palestina è vista attraverso il prisma della necessità di difendere e armare lo Stato di Israele in continua espansione.

Escludere Hamas

La pace in Irlanda del Nord non avrebbe potuto essere raggiunta senza il coinvolgimento attivo di Dublino e Washington. Gli Stati Uniti oggi, rappresentati da una serie di presidenti, sia democratici che repubblicani, sono il principale sostenitore del Grande Israele e il principale ostacolo a una pace sostenibile.

Hamas è stata esclusa dal più ampio processo politico da quando il partito ha vinto le ultime elezioni libere in Palestina nel 2006. Il compito di Blair in questo senso è stato reso molto più facile dal comportamento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei leader di ogni governo arabo. Non è l’unico a tentare di applicare una soluzione sopra le teste e contro la volontà del popolo palestinese.

Dieci anni fa, ho rivelato come Blair avesse incontrato Khaled Meshaal, allora dirigente politico di Hamas. Due di questi incontri ebbero luogo a Doha, quando Blair era ancora inviato speciale. Ma gli incontri continuarono per qualche tempo dopo che lui aveva abbandonato l’incarico.

Fonti palestinesi mi hanno riferito che Blair, accompagnato dall’MI6 [i servizi segreti britannici, ndt], tentò di ottenere il merito di una revisione del documento fondativo di Hamas che riconoscesse i confini di Israele del 1967, offrendosi di portare il documento a Washington. Hamas naturalmente rifiutò il tentativo di Blair di intromettersi in una questione interna.

Ma all’epoca gli incontri furono visti come un riconoscimento del fallimento del tentativo di escludere Hamas dal governo e dai colloqui sul futuro della Palestina.

Negli ultimi 23 mesi Israele ha cercato di ottenere con la forza ciò che in 17 anni di assedio sempre più brutale non era riuscito a ottenere attraverso privazioni e bombardamenti.

Oggi Blair è diventato l’ennesimo uomo estremamente ricco e abbronzato, completamente a suo agio in compagnia di altri multimilionari come Kushner.

Oggi 1 milione di dollari significherebbe poco per lui. I fallimenti ripetuti in Medio Oriente sono stati un affare redditizio per Blair, mettendo in ombra il piano di arricchimento personale dell’ex Primo Ministro Boris Johnson dopo la sua nomina.

Ma non abbiate dubbi: questo piano per Gaza, o qualsiasi altro piano ordito a sproposito sulla testa del popolo palestinese, subirà la stessa sorte di tutti gli altri progetti falliti.

Gaza non può essere ripulita dalla presenza di Hamas, così come l’Inghilterra non può essere ripulita dalla presenza degli inglesi o la Francia da quella dei francesi.

Nessun processo di pace esisterebbe in Irlanda del Nord senza il consenso dell’IRA, e nonostante questo oggi esistono ancora gruppi scissionisti attivi.

Nessun governo palestinese del dopoguerra lavorerà a Gaza senza il consenso di Hamas, dichiarato o implicito. Questo è l’unico dato di fatto consolidato da 23 mesi di resistenza.

Inoltre in tutti i banali acronimi, in tutti i vertiginosi progetti per porti, aeroporti, città con imponenti grattacieli, una rete stradale costellata di autostrade anulari alla Mohammed bin Salman, manca un piccolo dettaglio.

Quale posto ci sarebbe nella Riviera di Gaza di Trump per un monumento agli oltre 63.000 palestinesi uccisi e ai 160.000 feriti nel genocidio israeliano?

E come lo chiamerebbe Trump? Un memoriale per l’Olocausto palestinese creato dal regime di Netanyahu?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Trump: Israele sta perdendo influenza sul Congresso e la battaglia per l’opinione pubblica

Redazione di MEMO

2 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che una volta, 15 anni fa, Israele aveva la più forte lobby nel Congresso, ma adesso ha perso tale influenza nonostante conservi la sua superiorità militare.

Israele aveva la più forte lobby che io abbia mai visto. Avevano il controllo totale del Congresso, adesso non più.”

Israele sta vincendo la guerra militarmente ma sta perdendo la battaglia per l’opinione pubblica,” ha aggiunto.

Ha sottolineato che nessuno ha dato ad Israele tanto quanto ha fatto lui durante la sua presidenza, descrivendo il suo supporto, incluso quello agli attacchi contro l’Iran, come “totale e senza precedenti.”

Trump ha osservato che i politici americani “non temono più di criticare Israele” come una volta, indicando i cambiamenti sulla scena politica statunitense riguardo alla guerra in Medio Oriente.

Ha anche affermato che Israele dovrebbe terminare la sua guerra contro Gaza perché “sta facendo male agli israeliani.”

Dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane, sostenute direttamente dagli Stati Uniti e dagli Stati occidentali, hanno continuato una guerra di distruzione a Gaza che secondo il ministero della Sanità del territorio finora ha ucciso e ferito più di 224.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)