Gli alleati di Israele e la nave che affonda

Joseph Massad

14 agosto 2025 – Middle East Eye

Mentre a Gaza si moltiplicano le atrocità i paesi occidentali che sostengono Israele sono in preda al panico temendo possa fare la fine di altre imprese di colonizzazione di insediamento che sono fallite miseramente

Un panico improvviso ha travolto i sostenitori di Israele in tutto il mondo. I regimi neocoloniali occidentali, comprese le colonie di bianchi di Australia, Canada e Nuova Zelanda, sono particolarmente preoccupati per il destino dell’ultima colonia di insediamento europea in Asia.

Persino alcune organizzazioni ebraiche britanniche e statunitensi vicine a Israele si sono unite al crescente coro di voci preoccupate.

Pur difendendo pienamente i crimini commessi da Israele prima e dopo il 7 ottobre 2023 i suoi sostenitori occidentali hanno improvvisamente sviluppato scrupoli morali riguardo alla fase più recente del genocidio, in cui i continui bombardamenti e l’incenerimento di Gaza – un olocausto – sono ora aggravati dalla deliberata fame di massa inflitta ai sopravvissuti palestinesi.

A differenza delle organizzazioni ebraiche antisioniste e di altre formazioni ebraiche di sinistra, che hanno condannato e protestato contro il genocidio israeliano sin dal suo inizio, la maggioranza delle principali organizzazioni ebraiche filo-israeliane britanniche e americane ha mantenuto il pieno sostegno alle azioni di Israele.

La situazione è cambiata nelle ultime due settimane, con la comparsa di dichiarazioni apparentemente coordinate e simultanee di preoccupazione per la carestia a Gaza.

Immagini raccapriccianti di bambini scheletrici, folle disperate nei siti militarizzati di distribuzione degli aiuti e palestinesi affamati massacrati mentre cercavano di procurarsi del cibo hanno reso insostenibile per i governi e le istituzioni occidentali filo-israeliane continuare a giustificare i crimini di Israele o ignorare la portata della catastrofe umanitaria.

A parte il suo sponsor statunitense, sta diventando sempre più chiaro che pochi dei restanti alleati di Israele sono disposti a seguirlo fino in fondo nel perseguimento del genocidio e rioccupazione di Gaza, e alcuni potrebbero già prepararsi ad abbandonare la nave che affonda.

Preoccupazione tardiva

Preoccupati per il destino di Israele, i suoi sostenitori hanno recentemente attenuato il loro giubilo per la guerra con accenni simbolici all’umanitarismo, cercando di garantire che la sua campagna genocida continui senza ostacoli in mezzo alla crescente indignazione globale.

Il 27 luglio la filoisraeliana American Jewish Committee (AJC) ha rilasciato una dichiarazione a sostegno della “giustificata guerra di Israele per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas e garantire il rilascio degli ostaggi rimasti”, ma esprimendo “immenso dolore per il grave tributo che questa guerra ha imposto ai civili palestinesi” e dichiarando di essere “profondamente preoccupati per il peggioramento dell’insicurezza alimentare a Gaza”.

L’AJC ha inoltre accolto con favore “l’annuncio da parte di Israele di una serie di ulteriori e significativi interventi per aumentare il flusso e la distribuzione di aiuti a Gaza”, esortando “Israele, la Gaza Humanitarian Foundation, le Nazioni Unite e tutti coloro che sono coinvolti nella distribuzione degli aiuti ad aumentare la cooperazione e il coordinamento al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili palestinesi a Gaza”.

L’AJC non è l’unica a esprimere una tardiva preoccupazione per i palestinesi. Nella stessa settimana, anche l’Assemblea Rabbinica di New York, che rappresenta la denominazione conservatrice dell’ebraismo, ha espresso la sua preoccupazione “per il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza”, chiedendo “un’azione urgente per alleviare le sofferenze dei civili e garantire la consegna degli aiuti”.

L’Assemblea ha auspicato “un futuro radicato nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi” e ha esortato Israele a “fare tutto il possibile per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno”. Facendo appello agli insegnamenti ebraici, ha affermato: “La tradizione ebraica ci impone di garantire la fornitura di cibo, acqua e medicinali come priorità assoluta”.

A loro si è unita l’Unione per il Giudaismo Riformato, la più grande organizzazione ebraica del Nord America, che si oppone con veemenza al sionismo fin dagli anni ’40.

In una dichiarazione rilasciata il 27 luglio il Movimento Riformista ha affermato: “Né l’intensificazione della pressione militare né la limitazione degli aiuti umanitari hanno avvicinato Israele a un accordo sul recupero degli ostaggi o sulla fine della guerra”. Ha aggiunto: “Israele non deve sacrificare la propria reputazione morale… Far morire di fame i civili di Gaza non fornirà a Israele quella ‘vittoria totale’ su Hamas che desidera, né può essere giustificato dai valori ebraici o dal diritto umanitario”.

Giorni dopo, una lettera firmata da 1.000 rabbini di varie denominazioni in tutto il mondo dichiarava di “non poter tollerare le uccisioni di massa di civili, tra cui un gran numero di donne, bambini e anziani, o l’uso della fame come strumento di guerra”. Hanno scritto: “In nome della reputazione morale non solo di Israele, ma dell’ebraismo stesso, l’ebraismo a cui sono consacrate le nostre vite”.

Controllo del danno

Dichiarazioni di preoccupazione per la condotta di Israele si sono diffuse oltre gli Stati Uniti.

Il 29 luglio la più grande organizzazione ebraica del Regno Unito, il Board of Deputies, ha chiesto un “rapido, incondizionato e sostenuto incremento degli aiuti attraverso tutti i canali disponibili” ai palestinesi di Gaza, appena un mese dopo aver sanzionato alcuni suoi membri per aver criticato i crimini commessi da Israele.

Proprio lo stesso giorno un gruppo di 31 eminenti israeliani ha esortato la comunità internazionale a imporre a Israele “stringenti sanzioni” per la fame imposta ai palestinesi. Questo appello è arrivato il giorno dopo che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Medici israeliani per i diritti umani, si sono unite al resto del mondo nel definire le azioni di Israele come “genocidio”.

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una recente telefonata di smettere di negare la carestia.

Ma non si creda che tutti la pensino così, perché non è vero: un recente sondaggio ha rilevato che il 79% degli ebrei israeliani è “poco turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza a Gaza.

Obiezioni alle politiche israeliane sono arrivate anche dalla maggior parte dei regimi occidentali, in particolare in merito al piano recentemente annunciato da Israele di rioccupare Gaza. Persino le voci più autorevoli sul quotidiano britannico filo-israeliano The Guardian erano in preda al panico, avvertendo che una simile mossa sarebbe dannosa per Israele, poiché “non garantirebbe una vittoria militare” e “intensificherebbe la lotta con Hamas senza alcuna possibilità di porvi fine”.

Anche i sostenitori occidentali di IsraeleGran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altri – si sono dichiarati contrari alla rioccupazione.

Le loro proteste sono giunte nonostante Netanyahu abbia affermato che il suo obiettivo è semplicemente “liberare Gaza da Hamas e consentire l’insediamento di un governo pacifico”.

Il governo tedesco, fanaticamente filo-israeliano, che ha sostenuto ogni azione israeliana dall’ottobre 2023, ha ora dichiarato di voler vietare nuove vendite di armi allo Stato genocida che potrebbero essere utilizzate nell’olocausto palestinese in corso.

A ciò si aggiunge l’ultimo stratagemma occidentale di riconoscere un fantomatico Stato palestinese alle Nazioni Unite il mese prossimo, nel disperato tentativo di salvare la colonia di insediamento che è Israele da se stessa e di mascherare l’aperto e attivo sostegno occidentale al genocidio.

Perfino le dittature arabe sostenute dall’Occidente, le stesse che non hanno esitato a supportare materialmente, se non sempre ufficialmente, il genocidio di Israele sin dal suo inizio, stanno ora sponsorizzando queste misure.

Una nave che affonda

Di fronte al riconoscimento del massacro di Gaza come genocidio da parte di relatori indipendenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani, a cui si sono aggiunte, tardivamente, alcune israeliane, è diventato molto più difficile per i governi occidentali e i media tradizionali giustificare, negare o altrimenti mettere in dubbio la portata della distruzione e delle uccisioni a Gaza, poiché negli ultimi mesi tali narrazioni sono diventate meno sostenibili.

Inoltre, il totale fallimento di Israele nel vincere la guerra contro Hamas, per non parlare dell’Iran, e la sensazione che le sue capacità militari sembrino efficaci solo nell’uccisione di civili pur senza riuscire a costringerli alla sottomissione sono diventati importanti preoccupazioni per la sicurezza dei governi occidentali.

Senza la quotidiana assistenza militare, di intelligence, finanziaria e diplomatica dell’Occidente Israele non avrebbe potuto compiere il genocidio né difendersi dagli attacchi di coloro contro cui ha agito aggressivamente per decenni.

Il fatto che il governo di Israele, sostenuto dalla maggioranza dellelettorato ebraico israeliano, stia portando avanti politiche che hanno gravemente danneggiato limmagine del Paese presso lopinione pubblica occidentale ha rappresentato unulteriore umiliazione per i suoi sostenitori in Occidente.

A parte il suo sponsor e madrepatria adottiva, gli Stati Uniti, le recenti battute d’arresto di Israele hanno spinto molti dei suoi alleati a cercare scialuppe di salvataggio, forse riluttanti ad affondare con una nave che cola a picco.

Alla fine della guerra di liberazione in Algeria, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’opinione pubblica francese si era stancata della violenza barbara scatenata dai coloni francesi contro gli algerini nella loro patria e nella Francia continentale in un ultimo disperato tentativo di preservare la loro colonia di insediamento.

Osserviamo una tendenza simile nel caso israeliano. I sondaggi in tutto il mondo occidentale mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica condanna le atrocità israeliane, da destra a sinistra. Anche negli Stati Uniti, non solo la sinistra, ma anche la destra trumpista ha abbandonato la colonia di insediamento che è Israele e si oppone al sostegno fornitole dagli Stati Uniti.

La preoccupazione tra gli ostinati sostenitori occidentali di Israele è che il suo destino possa rispecchiare quello dell’Algeria francese. Il fatto che Netanyahu stesso si preoccupi da un decennio che Israele possa non sopravvivere fino al suo centesimo compleanno rafforza ulteriormente il timore che il Paese stia accelerando la propria fine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Esclusivo: più di 100 medici che lavorano a Gaza chiedono un’azione internazionale in quanto “i colleghi muoiono di fame e sono colpiti da Israele”

Prem Thakker

13 agosto 2025 – Zeteo

Molti lavoratori sanitari “soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti” si legge in una lettera aperta firmata da professionisti della sanità.

Più di 100 medici e professionisti della salute internazionali che negli ultimi 22 mesi hanno prestato servizio a Gaza hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono l’attenzione internazionale riguardo al devastante attacco israeliano contro i lavoratori sanitari palestinesi e sollecitano un’immediata azione internazionale per proteggerli e ricostruire il sistema sanitario decimato di Gaza.

Rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi muoiono di fame e vengono colpiti da Israele,” si legge nella lettera, diffusa in anteprima da Zeteo [media indipendente di controinformazione, ndt.]. “Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti.”

Tra i firmatari ci sono i dottori Thaer Ahmad, Yasser Khan, Tanya Haj-Hassan, Ambereen Sleemi e Nick Maynard. 

A Gaza negli ultimi 22 mesi le condizioni hanno raggiunto il punto più basso. Le morti per fame sono aumentate a una velocità allarmante. Gli ospedali rimasti ancora in funzione sono arrivati a “un crollo quasi totale” in quanto devono affrontare una media di otto “stragi di massa” giornaliere. Centinaia di migliaia di persone sono sempre più assetate in quanto l’accesso all’acqua potabile si riduce e le malattie si diffondono.

A peggiorare le cose, le condizioni di vita stanno colpendo quelli che hanno l’incarico di contribuire ad alleviare le sofferenze. A maggio 2025, afferma la lettera, le forze israeliane avevano ucciso più di 1.500 operatori sanitari palestinesi. Molti di più, osserva sempre il comunicato, sono stati rapiti, detenuti illegalmente e torturati nelle carceri israeliane.

Nel contempo a Gaza, aggiunge la lettera, l’esercito israeliano ha gravemente limitato il lavoro della solidarietà internazionale e delle organizzazioni mediche e ha bloccato “l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati.” I professionisti della salute palestinesi, anche loro cacciati dalle proprie case, e che spesso vivono in tende o rifugi di fortuna, hanno continuato a prestare le cure a migliaia dei loro vicini che si trovano in situazioni simili.

Nella lettera i medici espongono nel dettaglio perché le condizioni a Gaza sono terribili.

I pazienti non possono guarire senza cibo sufficiente e accesso a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura,” si legge nella lettera.

In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per medici e lavoratori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.” Agli oltre 100 operatori sanitari si sono aggiunti più di 150 lavoratori della salute solidali che hanno anche loro firmato la lettera.

Firmiamo questa lettera in solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Ecco il testo completo della lettera:

La lettera dei medici – Voci in solidarietà con i colleghi palestinesi di Gaza

Ci rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Noi, gli operatori sanitari firmatari, dalla fine del 2023 abbiamo lavorato insieme ai nostri colleghi palestinesi a Gaza e abbiamo assistito in prima persona alle dimensioni e alla gravità della loro sofferenza.

Oggi alziamo di nuovo la nostra voce in piena solidarietà con in nostri colleghi a Gaza che continuano tutti quanti a subire una violenza inimmaginabile.

Il genocidio in corso e l’assedio crescente da parte di Israele hanno di fatto distrutto tutto il sistema sanitario di Gaza. I pochi ospedali rimasti parzialmente in funzione sono ancora in piedi grazie alla determinazione e all’impegno dei medici e infermieri palestinesi che continuano a prendersi cura dei pazienti nonostante il pericolo costante di essere presi di mira, e ora anche di morire di fame.

Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti patiscono fame, capogiri e svenimenti mentre eseguono operazioni o si occupano dei pazienti nel pronto soccorso. La maggioranza di loro è stata sfollata in tende dopo essere stata cacciata dalle proprie case e molti stanno sopravvivendo con meno di un solo piatto di riso al giorno.

Le conseguenze umanitarie della crisi politica a Gaza non sono solo segnate direttamente dalle stragi dell’esercito israeliano contro l’intera popolazione, ma anche dal metodico attacco di Israele contro il sistema sanitario:

  • In seguito ai ripetuti e sistematici attacchi israeliani contro il sistema sanitario e i lavoratori della salute gli operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi in gran numero. A maggio 2025 risultavano uccisi oltre 1.580 lavoratori.

  • L’esercito israeliano ha rapito, arrestato illegalmente, vessato e torturato centinaia di lavoratori sanitari palestinesi, tenendoli in condizioni degradanti nelle prigioni e in campi di detenzione.

  • Lo Stato di Israele ha ripetutamente bloccato l’evacuazione di pazienti e le iniziative sanitarie internazionali e chiuso o ostacolato evacuazioni indispensabili e corridoi umanitari.

  • Israele continua a bloccare sistematicamente l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati. In seguito a ciò i lavoratori sanitari palestinesi devono cercare di salvare vite in ospedali senza i più basilari materiali che sono rapidamente disponibili a poca distanza da loro.

I pazienti non possono guarire senza alimentazione e accesso adeguato a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura. In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per i medici e gli operatori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.

Non ci sono difficoltà logistiche che possano essere risolte semplicemente con un maggiore aiuto medico o più delegazioni sanitarie internazionali. Questa è una crisi interamente creata dall’uomo attraverso una crudeltà senza limiti e nel totale disprezzo per la vita dei palestinesi.

Chiediamo un’immediata azione internazionale per:

  1. Proteggere i lavoratori sanitari palestinesi e tutti i palestinesi, compresi sforzi coordinati per garantire l’immediato rilascio dei palestinesi e degli operatori sanitari palestinesi illegalmente detenuti.

  2. Proteggere le strutture sanitarie e bloccare immediatamente gli attacchi contro tutte le strutture sanitarie compresi ospedali, cliniche e ambulanze come previsto dalle leggi internazionali.

  3. Porre fine al blocco illegale e garantire l’ingresso umanitario senza impedimenti di cibo, acqua potabile, rifornimenti sanitari e distribuzione di carburante e garantire l’accesso illimitato di delegazioni mediche internazionali a Gaza.

  4. Garantire un cessate il fuoco immediato e permanente e la fine dell’illegale occupazione militare di Gaza.

  5. Chiamare a rispondere quanti sono responsabili di attacchi, arresti e violenze che colpiscono le attività sanitarie a Gaza.

Firmiamo questa lettera per solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Firmata da professionisti della salute che hanno lavorato a Gaza:

  1. Mahmooda Syed, DO, MBA, FACEP

  2. Brennan Bollman MD, MPH

  3. Ayesha Khan, MD, MPH

  4. Zahed Rahman RN, Terapia Intensiva

  5. Abeerah Muhammad MSN, RN, CENEN

  6. Owais Nadeem, MD

  7. Sarah Badran, MD, MACM

  8. Lana Abugharbieh BSN, RN, CEN

  9. Nour Sharaf, DO

  10. Aziz Rahman, MD

  1. Talal Ali Khan, MD, FACP, FASN, FRCP

  2. Elidalis Burgos, MSN, APRN, AGACNP-BC

  3. James Smith, MBBS, MA, MSc, MSc, medico di pronto soccorso britannico

  4. Mohammad Rizwan Minhas, MD

  5. Khawaja Ikram, DO

  6. Noor Amin, MD

  7. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  8. Yipeng Ge, MD, MPH, CCFP

  9. Margaret Ogden, MPH, infermiera diplomata

  10. Qutaiba Mohammad Allawwama, infermiere di pronto soccorso

  11. Sarah Lalonde, Bsc. MD, CCFP-EM

  12. Zena Saleh, MD, specializzanda in chirurgia generale

  13. Tarek Meguid, MD,OB/GYN

  14. Anas Alkassem, MD

  15. Ali Khader, MD, MPH

  16. Nada Al Hadithy, FRCS, MD, FMLM, PgDip

  17. Mumen Diraneyya, specialista in chirurgia generale

  18. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  19. Thaer Ahmad, medico e membro del consiglio di PAMA

  20. Mir S Ali, MD, pediatra

  21. Uzer Khan, MD

  22. Feroze Sidhwa, MD, MPH, FACS, FICS

  23. Deirdre Nunan, MD, FRCSC (ortopedico)

  24. Ben Thomson, MD, MPH, MSc, FRCPC

  25. Ambereen Sleemi, MD, MPH uroginecologo

  26. Ahmed Hassabelnaby, DO –medicina d’urgenza

  27. Saira Hussain, MBBS FRCA MA FANZCA

  28. Bushra Othman, BMBS, FRACS, chirurgia generale

  29. Mina Naguib, medico di pronto soccorso, BSc, BMBS, DMCC, MPH, FRCRM

  30. Tom Potokar, Prof, OBE, chirurgo plastico

  31. Goher Rahbour, BMedSci, MBChB, MRCS, MD Res, FRCS

  32. Nick Maynard, MD

  33. Junaid Sultan, specialista in chirurgia vascolare

  34. Aarianna Read, infermiera diplomata

  35. Aalisha Mariam Karimi, MB BChir, MRCP, FRCA, DipHTM

  36. Aqsa Durrani, MD, MPH

  37. Janet Hall, medico

  38. Matthew Arnaouti, specializzando in traumatologia e ortopedia

  39. Kirsty Blacka, Charge Sister – infermiera diplomata

  40. Adam Hamawy, MD FACS

  41. Ana Jeelani, specialista in chirurgia pediatrica ortopedica

  42. Kaji Sritharan, specialista di chirurgia vascolare

  43. Haleh Sheikholeslami, MD, FAAFP

  44. Dr Paul Ransom, medico di pronto soccorso britannico

  45. Yasser Khan, MD, FRCSC

  46. Einar Lande, t ginecologo

  47. Lucy Hooton, capo infermiera

  48. Line Dahlgaard Berntzen, medico

  49. John Kahler,MD, FAAP

  50. Chandra Hassan, MD

  51. Yassar Arain, MD

  52. Nahreen Ahmed, MD MPH

  53. Tanya Haj-Hassan, BMBCh

  54. Mahmoud Sabha, MD

  55. Khaled Al-hreish, MD

  56. Nabeel Rana, MD

  57. Alia Kattan, MD

  58. Rana Mahmoud, RNBSN

  59. Mohamad Abdelfattah, MD

  60. Hina Syed , M.D.

  61. Jennifer Arriaga, BSN, RN, CCRN

  62. Morgan McMonagle, MB BCh FRCSI FACS MD

  63. Christos Georgalas, docente di chirurgia della testa e del collo

  64. Tammy Abughnaim, MD, medicina d’emergenza

  65. Abdullah Salameh, chirurgia generale

  66. Mohammed Akuji, anestesista specializzato

  67. Amy Neilson, MBBS BSc MPH&TM FACRRM FACTM FEWM

  68. Jason O’Connor, infermiere diplomato, PANZMA

  69. Osama H. M. Hamed, chirurgo

  70. Dr. Farah Abdul Aziz, MBBS FRACS

  71. Montaha Khan, specialista in terapia intensiva

  72. Salih El Saddy, MD, PANZMA

  73. Jacklyne Scarbolo, dirigente medico

  74. Jamal Merei, chirurgo generale

  75. Patrick Ennis, NHS infermiere specializzato

  76. Husam Basheer, esparto in ortopedia

  77. Mohammed Alkandari, MD

  78. Ghassan Alami, MD-CM, FRCS(C)

  79. Travis Melin, D.O

  80. Jeremy Hickey, anestesista specializzato

  81. Asma Lina fazlanie, MbChB, FRCA, MRCP

  82. Mohammed Mustafa, MD

  83. Sakib Rokadiya

  84. Hanadi Katerji, RN

  85. Victoria Rose, chirurga plastica specializzata

  86. Martina Marchiò, PMR

  87. Wilhelmi Massay, Terapia intensiva

  88. Tas Qureshi, chirurgo

  89. Heba Al-Nashef, Ostetrica specializzata

  90. Mark Brauner, DO, FACEP

  91. Azeem Elahi, MD

  92. Wajid Jawaid, chirurgo pediatrico specializzato

  93. Michail Liontiris, MD, MScIH –medicina d’urgenza

  94. Haseeb Khawaja MD

  95. Mohamed S A Elfar, MD, MSc, FACS, FCCM

  96. Greg Shay, MD

  97. Elen O’Donnell, MBBS, FACRRM, DipPH

  98. Mohamed Kuziez , MD, FAAP

  99. Adil Husain, M.D.

  100. Mohammed Sbeih, MD, FACS

  101. Chandra Hassan, MD, FACS

  102. Raul Incertis Jarillo, anestesista

  103. Shehzad Batliwala, DO

  104. Anas Ahmed, MD

  105. Mark Perlmutter MD

  106. Joelle Tischhauser

  107. Dr Chris Holden

  108. Amanda Prezioso, infermiera

  109. Yacine Haffaf, Surgeon chirurgo

  110. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  111. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  112. Rana Mahmoud, RNBSN

  113. Riad Abdelkarim, MD, MHCM, FACP; direttore sanitario

La lettera è stata firmata anche da 159 professionisti della salute solidali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza

Gavin Blackburn

12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)

Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.

Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”

Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.

I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.

Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.

Opposizione al ricollocamento

Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.

Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.

Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.

Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.

Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.

Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.

L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.

Da una zona di conflitto ad un’altra

Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.

Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.

Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.

Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.

Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.

Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.

Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.

In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.

Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”

Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Norvegia rivede gli investimenti israeliani del fondo patrimoniale di investimento sovrano

Redazione di MEMO

6 agosto 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che martedì il governo norvegese ha ordinato una revisione del portfolio del fondo patrimoniale di investimento sovrano per assicurarsi che le società israeliane che contribuiscono all’occupazione della Cisgiordania o alla guerra a Gaza siano escluse dagli investimenti.

La revisione ha fatto seguito ad un rapporto del quotidiano Aftenposten [principale giornale norvegese, ndt.] che ha affermato che nel 2023-24 il fondo da 1.9 milioni di miliardi di dollari ha acquisito una partecipazione in un’impresa israeliana di motori dei jet che fornisce servizi all’esercito israeliano, inclusa la manutenzione dei caccia.

Il primo ministro norvegese Jonas Gahr Stoereha detto all’emittente pubblica NRK che l’investimento del fondo nella Bet Shemesh Engines Ltd (BSEL) è fonte di preoccupazione.

Dobbiamo avere un chiarimento su questo, perché averlo saputo mi turba,” ha affermato Stoere.

BSEL non ha risposto immediatamente ad una richiesta di commenti.

Norges Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo, ha preso una quota dell’1,3% della BSEL nel 2023 e l’ha alzata al 2,09% alla fine del 2024, detenendo azioni per 15,2 milioni di dollari, come mostrano gli ultimi dati disponibili della NBIM.

Alla luce dell’articolo dell’Aftenposten e della situazione della sicurezza a Gaza e in Cisgiordania, la banca centrale effettuerà una revisione delle partecipazioni israeliane del NBIM, ha affermato martedì il ministro delle Finanze Jens Stoltenberg.

Il presidente di NBIM Nicolai Tangen ha detto alla NRK [rete radiotelevisiva pubblica norvegese, ndt.] che la BSEL non è comparsa in nessuna lista relativa a raccomandazioni di boicottaggio, come quella delle Nazioni Unite o del consiglio etico del fondo stesso.

A giugno il parlamento norvegese ha rifiutato la proposta che il fondo patrimoniale sovrano disinvesta da tutte le società con attività nei territori occupati palestinesi.

I dati mostrano che alla fine del 2024 il fondo, che possiede quote azionarie di 8.700 società in tutto il mondo, deteneva azioni in 65 società israeliane.

Il fondo patrimoniale sovrano norvegese, il più grande del mondo, ha venduto nell’ultimo anno le sue azioni di una società energetica e di un gruppo di telecomunicazioni israeliani e il suo consiglio etico ha affermato che sta valutando se raccomandare il disinvestimento da cinque banche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un sondaggio rivela che la maggioranza degli ebrei israeliani non è affatto turbata dalle notizie sulla carestia a Gaza

Linda Dayan

5 agosto 2025 Haaretz

Tra il pubblico arabo l’86% degli intervistati ha dichiarato di essere “molto preoccupato” o “abbastanza preoccupato” per la situazione a Gaza. Il sondaggio ha anche rilevato un livello di preoccupazione maggiore tra gli ebrei di sinistra

Secondo un sondaggio pubblicato martedì, la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani – il 79% – afferma di essere “poco preoccupata” o “per niente preoccupata” dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione palestinese a Gaza.

Il sondaggio, condotto dal Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research presso l’Israel Democracy Institute a fine luglio, mostra una notevole discrepanza tra l’opinione pubblica ebraica e quella araba sulla questione della guerra a Gaza.

Tra gli arabi l’86% ha dichiarato di essere “molto preoccupato” o “abbastanza preoccupato” per la situazione a Gaza. È stato riscontrato anche un livello di preoccupazione molto maggiore tra gli ebrei di sinistra, con il 70% che afferma di essere turbato dalla situazione.

Ebrei e arabi hanno opinioni profondamente diverse anche sul fatto che Israele stia compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza; il 78% degli ebrei intervistati concorda sul fatto che “le azioni di Israele sono limitate dai combattimenti, ma si stanno compiendo sforzi sostanziali per evitare di causare sofferenze inutili ai palestinesi di Gaza”. Solo il 22,5% degli arabi ha invece affermato che l’affermazione è corretta.

D’altro canto il 66,5% degli arabi intervistati – e il 15% degli ebrei – ha affermato che “anche con le limitazioni imposte dai combattimenti, Israele potrebbe ridurre significativamente le sofferenze dei palestinesi di Gaza, ma sceglie di non farlo”. Il 56% degli ebrei di sinistra concorda con questa affermazione.

Per quanto riguarda i resoconti dell’esercito israeliano sull’entità delle vittime civili a Gaza, il 70% degli intervistati ebrei ha dichiarato di “crederci in larga misura o abbastanza largamente”, mentre solo il 29,5% degli arabi ha dichiarato di crederci.

I sondaggisti hanno anche chiesto agli intervistati opinioni sulla violenza dei coloni in Cisgiordania, aumentata negli ultimi tempi.

Il 44% degli intervistati – il 41% degli ebrei e il 60,5% degli arabi – ha affermato che le forze di sicurezza e le forze dell’ordine sono troppo indulgenti nel punire i coloni coinvolti in violenze contro le IDF e le forze di sicurezza. Del campione totale, il 23% ha affermato che la violenza dei coloni contro le IDF viene gestita in modo appropriato, mentre il 22% ha affermato che i coloni sono trattati con troppa durezza.

Tra gli intervistati ultra-ortodossi il 67% ha affermato che i coloni vengono trattati in modo troppo duro dalle autorità preposte all’applicazione della legge, e il 45% degli intervistati della comunità religiosa nazionale si è dichiarato d’accordo con questa affermazione. Solo il 7,5% degli intervistati laici ha affermato che il trattamento è troppo duro.

Gli intervistatori hanno ricevuto risposte simili quando hanno chiesto informazioni sul trattamento riservato ai coloni che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi. La quota maggiore – il 42% del pubblico – ritiene che vengano trattati con troppa indulgenza, mentre un quarto ritiene che vengano affrontati in modo troppo duro e un altro quarto afferma che vengono trattati in modo appropriato.

Le forze di sicurezza e le autorità di vigilanza stanno trattando i gruppi di coloni coinvolti in atti di violenza contro i palestinesi in modo troppo duro, troppo clemente o appropriato?

Troppo clemente 44%

Appropriatamente 23%

Troppo duramente 22%

Non so 11%

Fonte: Viterbi Family Center for Public Opinion and Policy Research presso l’Israel Democracy Institute, 27-31 luglio 2025

La maggioranza degli israeliani ritiene inoltre che la risposta di Israele alle minacce contro la comunità drusa in Siria sia stata appropriata. Tra gli ebrei la percentuale è del 52,5%; tra i drusi del 44%; e tra gli arabi non drusi solo il 22% ha affermato che la risposta di Israele è stata appropriata.

La quota maggiore di intervistati arabi non drusi – il 34% – ha affermato che la risposta di Israele è stata insufficiente, con il 28% dei drusi e il 26,5% degli ebrei che concordano.

Più della metà degli intervistati ha inoltre affermato che l’aumento delle segnalazioni di antisemitismo e molestie nei confronti di israeliani all’estero sta influenzando i loro progetti di viaggi per il prossimo futuro. Del campione complessivo il 38% ha affermato che la cosa ha avuto un impatto sulla scelta della destinazione di viaggio e il 18% ha affermato che non avrebbe viaggiato all’estero nel prossimo futuro a causa di tali segnalazioni. Il 17% ha dichiarato di viaggiare all’estero come di consueto e circa un quarto ha dichiarato di non avere intenzione di viaggiare all’estero a breve, a prescindere.

Tra gli intervistati ebrei il 42% ha affermato che l’aumento degli episodi di antisemitismo e del sentimento anti-israeliano all’estero ha influenzato la scelta della destinazione, e il 17% ha dichiarato che a causa di ciò non viaggerà a breve all’estero.

Tuttavia questo non riguarda solo gli intervistati ebrei. Tra gli arabi il 17,5% ha affermato che le segnalazioni dell’aumento di episodi di antisemitismo all’estero hanno influenzato la scelta della destinazione, e un quarto ha affermato che non viaggerà all’estero nel prossimo futuro a causa di questi episodi.

Escludendo coloro che non avevano intenzione di viaggiare nel prossimo futuro, la percentuale di ebrei che ha affermato che questi episodi stanno influenzando i loro progetti di viaggio è salita al 76%. Di questi, il 54,5% ha affermato che la scelta della destinazione ne è stata influenzata, e il 21,5% ha affermato che non viaggerà affatto.

Tra gli arabi il 65% è stato colpito dagli episodi di antisemitismo all’estero: il 26,5% ha dichiarato che questo ha influenzato la scelta della propria destinazione e il 38,5% ha dichiarato di non voler viaggiare affatto.

Il sondaggio è stato condotto online e telefonicamente (per includere gruppi sottorappresentati su Internet) tra il 27 e il 31 luglio 2025, con 601 uomini e donne di età superiore ai 18 anni intervistati in ebraico e 152 in arabo, costituendo un campione rappresentativo a livello nazionale della popolazione adulta in Israele. L’errore massimo di campionamento è stato di ±3,57% con un livello di sicurezza del 95%.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




A Gaza acqua contaminata e malnutrizione causano la diffusione del morbo di Guillain-Barré

Redazione

5 agosto 2025 – The Palestine Chronicle

Il Dott. Munir al-Bursh afferma che Gaza rischia una mortalità di massa a causa di malattie e fame, mentre i casi di morbo di Guillain-Barré aumentano e gli aiuti medici rimangono bloccati.

Il Dott. Munir al-Bursh, Direttore Generale del Ministero della Salute palestinese nella Striscia di Gaza, ha avvertito che l’acqua contaminata è la causa principale della recente diffusione della sindrome di Guillain-Barré (GBS) nell’enclave assediata, sottolineando che attualmente a Gaza non è disponibile alcun trattamento per la malattia.

Parlando ad Al-Jazeera al-Bursh ha spiegato che la malattia, che spesso esordisce con perdita improvvisa del controllo muscolare a partire dalle gambe per poi diffondersi verso le parti superiori, colpisce in particolare i bambini.

Finora sono stati documentati almeno 95 casi, di cui 45 bambini. Le persone colpite presentano un grave deterioramento neurologico, comprese difficoltà respiratorie, che possono degenerare in condizioni letali.

Lunedì il Ministero della Salute ha segnalato tre decessi per GBS. Ha attribuito la diffusione della malattia a infezioni atipiche e al peggioramento della malnutrizione acuta nel contesto del blocco e del conflitto in corso.

Il Ministero ha avvertito che la malattia potrebbe propagarsi rapidamente a causa del deterioramento delle infrastrutture sanitarie di Gaza e della mancanza di cure mediche.

Al-Bursh ha affermato che in seguito all’insorgenza della GBS nella popolazione il Ministero aveva precedentemente allertato l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ha descritto una situazione di “mortalità su larga scala”, derivante sia dai bombardamenti israeliani che dagli attacchi ai civili nei punti di distribuzione degli aiuti.

Ha sottolineato il grave sovraffollamento a Gaza, osservando che la popolazione è ora concentrata solo nel 18% del territorio della Striscia, con circa 40.000 persone per chilometro quadrato, condizioni che accelerano la trasmissione di malattie infettive.

Secondo al-Bursh dall’inizio della guerra sono stati uccisi più di 18.000 bambini, mentre le malattie continuano a devastare i più piccoli e vulnerabili di Gaza. Oltre alla GBS, ha segnalato 1.116 casi di meningite nel 2025, insieme a diffuse insorgenze di malattie respiratorie e altre malattie infettive.

Ha avvertito che la crisi sanitaria potrebbe diventare ancora più catastrofica se la guerra e il blocco dovessero continuare, data la crescita del numero di bambini affetti da malnutrizione acuta e la totale mancanza di accesso al latte e altri beni essenziali. Gli individui vulnerabili, tra cui bambini e malati cronici, sono i primi a essere colpiti dalla fame, che ora si sta diffondendo alla popolazione adulta.

Al-Bursh ha affermato che Gaza si sta avvicinando alla quinta fase della carestia – uno stadio che contempla carestia di massa e mortalità estesa – a causa dell’assedio in corso e del rifiuto dell’occupazione israeliana di consentire l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari e beni alimentari essenziali.

Lunedì il Ministero della Salute ha confermato altri cinque decessi dovuti a carestia e malnutrizione, che portano il numero totale di vittime legate alla fame a 180, di cui 93 bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Secondo i media israeliani Netanyahu si appresterebbe alla totale occupazione di Gaza

Redazione di MEE

5 agosto 2025  Middle East Eye

Fonti anonime vicine a Benjamin Netanyahu lunedì hanno riferito ai media locali che il primo ministro ora preme per la totale occupazione della Striscia di Gaza.

L’emittente Canale 12 ha citato le parole di “personaggi di spicco dell’ufficio del primo ministro: “La decisione è stata presa, Israele va verso l’occupazione della Striscia di Gaza.”

Il canale riferisce che i ministri che hanno parlato con Netanyahu – che è attualmente ricercato dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra – hanno affermato che ha deciso di ampliare l’offensiva militare a Gaza, che negli ultimi mesi è stata perlopiù ferma.

Secondo quanto riportato, ha usato esplicitamente il termine “occupazione della Striscia” nel corso di conversazioni con diversi membri del gabinetto.

Il sito web di notizie Ynet, citando anch’esso fonti vicine a Netanyahu, ha riferito analogamente che Israele si sta preparando alla “totale occupazione della Striscia di Gaza.”

Questo comporterebbe espandere le operazioni di terra in aree in cui si pensa siano tenuti gli ostaggi e in luoghi in cui le truppe israeliane non operano da oltre un anno, compresa la parte occidentale di Gaza City e i campi profughi al centro della striscia.

Le indiscrezioni che citano fonti vicine all’ufficio del primo ministro sono consuete nei media israeliani e spesso vengono interpretate come provenienti direttamente dallo stesso Netanyahu.

La scorsa settimana media israeliani hanno riferito che Netanyahu aveva affermato che il suo governo annetterà parti della Striscia di Gaza se non verrà raggiunto un accordo di cessate il fuoco con Hamas.

Middle East Eye non ha potuto verificare in modo indipendente la credibilità delle fonti citate dai media israeliani.

Stanchezza delle truppe

La simultanea fuga di notizie dello scorso lunedì giunge in un momento in cui si segnalano tensioni tra Netanyahu e il capo di stato maggiore dell’esercito di Israele, Eyal Zamir.

Secondo media israeliani Zamir è contrario all’ espansione dell’invasione di terra a Gaza, preoccupato per l’incolumità dei prigionieri israeliani e per la crescente stanchezza tra le truppe.

Secondo le fonti Zamir dovrebbe dimettersi se non fosse d’accordo con l’occupazione di Gaza.

Inoltre, Ynet ha riferito che Netanyahu ha deciso di ampliare l’aggressione a Gaza dopo il via libera da parte del presidente USA Donald Trump.

L’emittente pubblica di Israele Kan 11 ha riferito che Netanyahu ha convocato una riunione del gabinetto di sicurezza per discutere la possibile espansione della guerra.

L’emittente ha aggiunto che i vertici della sicurezza si oppongono all’incursione sul terreno in aree dove si trovano i prigionieri temendo di mettere a rischio la loro vita.

Canale 12 ha anche citato una fonte della sicurezza vicina ai negoziatori secondo cui Israele stava per raggiungere un accordo parziale con Hamas, ma “il governo si è affrettato a respingerlo.”

Lo scorso mese Israele e Hamas hanno tenuto una serie di colloqui indiretti per il cessate il fuoco e uno scambio di prigionieri.

Tuttavia, sia Israele che il suo principale sostenitore, gli Stati Uniti, si sono improvvisamente ritirati dai colloqui, nonostante notizie che indicavano ci fossero stati dei progressi.

Dall’inizio della guerra 22 mesi fa le forze israeliane hanno ucciso più di 60.000 palestinesi, compresi almeno 18.000 bambini, in bombardamenti indiscriminati e continui.

La guerra è stata ampiamente descritta come genocidio, e Israele è stato accusato di prendere deliberatamente di mira i civili, di bombardare gli ospedali e di usare la fame come arma, oltre a molte altre presunte violazioni di diritti umani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




La persona più pacifica: Umm Al-Khair piange l’attivista assassinato da un colono israeliano

Basel Adra, Yuval Abraham e Oren Ziv
29 luglio 2025- +972 Magazine

Contrariamente al racconto del colono, le testimonianze oculari e l’analisi dei filmati mostrano che Awdah Hathaleen è stato assassinato a sangue freddo.

Ieri sera [lunedì 28 luglio] un colono israeliano ha ucciso a colpi d’arma da fuoco l’attivista palestinese Awdah Hathaleen nella sua comunità di Umm Al-Khair, nella Cisgiordania meridionale occupata. Noto a molti attivisti internazionali e diplomatici stranieri per la sua ferma resistenza non violenta alla pulizia etnica israeliana delle comunità palestinesi di Masafer Yatta, il trentunenne è stato gravemente ferito da un proiettile che gli ha trapassato un polmone ed è morto prima di raggiungere l’ospedale.

Anche il presunto assassino di Hathaleen, Yinon Levi, è ben noto ai palestinesi e agli attivisti della regione. Fondatore dell’avamposto coloniale di Meitarim Farm e proprietario di un’impresa di movimento terra regolarmente incaricata dalle autorità israeliane di demolire proprietà palestinesi, Levi è stato più volte protagonista di violenti attacchi a comunità palestinesi con l’obiettivo di cacciarle dalle loro terre, tra cui Khirbet Zanuta, uno dei numerosi villaggi i cui abitanti sono stati espulsi dai coloni nelle prime settimane della guerra di Gaza.

Levi ha ricevuto sanzioni dall’UE, dal Regno Unito, dalla Francia e dal Canada; anche l’amministrazione Biden lo ha sanzionato l’anno scorso, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo il suo ritorno in carica ha revocato tutte le sanzioni ai coloni israeliani.

Levi ha affermato di aver aperto il fuoco a Umm Al-Khair perché sarebbe stato aggredito da “decine di rivoltosi” che lanciavano pietre, e Honenu, un’organizzazione di estrema destra che gli fornisce supporto legale, ha descritto l’incidente come un tentativo di “linciaggio”. Un portavoce dell’insediamento coloniale di Carmel, per conto del quale sembra che Levi stesse svolgendo lavori di scavo, ha affermato che “se lui non si fosse difeso sarebbe potuto finire con l’omicidio di un ebreo.”

Tuttavia un’analisi di circa 20 video dell’incidente da parte di +972 e Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.] chiarisce che sono stati i coloni ad attaccare gli abitanti palestinesi, non il contrario.

I dettagli del filmato mostrano che la sparatoria è avvenuta alle 17:29. Quattro minuti prima Levi era entrato in un terreno privato palestinese a Umm Al-Khair, accompagnato dal conducente di un escavatore. L’autista ha travolto gli ulivi, distrutto la recinzione del villaggio e la conduttura principale dell’acqua e ha tentato di investire il cugino di Hathaleen, Ahmad, colpendolo alla testa con il braccio dell’escavatore e facendogli perdere i sensi. Solo allora diversi altri abitanti hanno iniziato a lanciare pietre contro l’escavatore.

La ruspa non ha percorso la strada asfaltata, è entrata nella proprietà privata della nostra famiglia, che avevamo recintato e coltivato ad ulivi”, ha raccontato Alaa, cugino di Hathaleen, a +972 e Local Call. “Abbiamo cercato di dire loro in modo pacifico di fermarsi, ma non ci hanno ascoltato. Alcuni abitanti hanno cercato di mettersi davanti all’escavatore per bloccarlo, ma questo ha travolto la recinzione e ha usato il [braccio] per colpire Ahmad. La gente [ha lanciato pietre] per difendersi”.

Secondo le immagini del filmato le pietre lanciate dagli abitanti palestinesi non hanno colpito Levi, che si trovava a diversi metri di distanza dalla pala meccanica . Ma poco dopo Levi è corso verso di loro, ha colpito alla testa con il calcio della pistola un palestinese che lo stava filmando e ha sparato due colpi in direzione delle case del villaggio.

Sei testimoni oculari hanno confermato a +972 e Local Call che l’assassino era Levi; a parte lui e il conducente dell’escavatore, che non ha sparato, non erano presenti altri coloni.

Un’analisi dei video, che catturano il momento della sparatoria da tre diverse angolazioni, incrociata con una visita sul posto effettuata oggi, indica che il primo colpo di Levi ha colpito Hathaleen mentre cercava di documentare l’accaduto e si trovava a 35 metri di distanza sul campo da basket all’interno del centro comunitario del villaggio. Il secondo proiettile era diretto verso un folto gruppo di persone, tra cui almeno quattro bambini piccoli, ma non ha colpito nessuno.

“Tre quarti delle persone contro cui ha sparato erano minori”, ha detto a +972 e Local Call Connor Reese, un volontario internazionale che attualmente vive nella zona e ha assistito all’attacco. Ha sparato verso il parco giochi”.

Tynan Kavanaugh, un altro volontario internazionale e studente di medicina all’Università di Limerick, è corso verso il punto in cui Hathaleen era stato colpito e ha cercato di prestargli i primi soccorsi. “Ho visto che era stato colpito al torace”, ha raccontato. “Il polso non era rilevabile, quindi gli abbiamo praticato la rianimazione cardiopolmonare”.

“Abbiamo portato Awdah all’ingresso dell’insediamento e abbiamo implorato [i coloni] di evacuarlo con un’ambulanza”, ha spiegato Alaa. Un’ambulanza è arrivata e Hathaleen è stato trasportato al Soroka Medical Center nella città di Be’er Sheva, nel sud di Israele, dove all’arrivo ne è stato constatato il decesso.

Dopo l’incidente, secondo quattro testimoni oculari e in base alle riprese video, Levi è rimasto nella zona mentre arrivavano i soldati israeliani e ha indicato quali palestinesi voleva che arrestassero. Secondo Haaretz, un attivista israeliano-americano presente sul posto ha dichiarato che “Levi gli ha detto di essere ‘felice’ di aver ucciso [Hathaleen]”. I soldati hanno arrestato cinque abitanti di Umm Al-Khair, quattro dei quali al momento della stesura di questo articolo sono ancora detenuti in Israele.

Anche Levi è stato arrestato e portato oggi [29 luglio] davanti a un giudice a Gerusalemme, non con l’accusa di omicidio [volontario, ndt.], ma di omicidio colposo dovuto ad imprudenza. In tribunale il suo avvocato ha sostenuto che non ci sarebbero prove che i colpi da lui sparati abbiano colpito Hathaleen e che quest’ultimo si trovava troppo lontano (ha affermato, erroneamente, che la distanza fosse superiore a 50 metri) per poter essere stato colpito da un proiettile della pistola di Levi. Il giudice ha deciso di porre Levi agli arresti domiciliari, in attesa di ulteriori procedimenti.

“Per un essere umano come Awdah dovremmo piangere tutti”

Hathaleen collaborava con +972 Magazine dal 2021 e le riprese da lui girate sono apparse nel documentario premio Oscar “No Other Land”. I tre autori di questo articolo, due dei quali hanno co-diretto il film, lo conoscevano personalmente. Basel, anche lui residente a Masafer Yatta, lo considerava un fratello e fatica a credere che se ne sia andato.

Oltre a essere un attivista, Hathaleen era un insegnante di inglese e padre di tre bambini piccoli. All’inizio di quest’anno, era stato invitato a parlare in diverse sinagoghe e altre organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, ma il suo visto è stato revocato al suo arrivo.

“C’è così tanto da dire su Awdah”, ha detto oggi Alaa, cugino di Hathaleen, ai giornalisti a Umm Al-Khair. “Aveva il cuore più gentile e generoso che avreste mai potuto conoscere nella vostra vita. È una persona che ha servito la sua comunità in modo straordinario, più di chiunque altro. Ogni singolo giorno si è impegnato per i nostri diritti. Ha pagato per questo servizio con il suo sangue, e ora con la sua vita.

La sue frasi più ricorrenti erano: ‘Voglio vivere in pace. Voglio crescere i miei figli in pace. Non voglio che vivano l’occupazione. Non voglio che soffrano come me’. Vogliamo solo vivere con la nostra dignità, libertà e diritti, senza soffrire. Quando finirà tutto questo?”

Nel 2022 lo zio di Hathaleen, Haj Suleiman, fu travolto con conseguenze letali da un carro attrezzi della polizia israeliana entrato a Umm Al-Khair per confiscare auto non registrate. Icona della resistenza non violenta nella regione per diversi decenni, la sua uccisione fu compianta non solo dall’intero villaggio, ma da migliaia di persone giunte da tutta la Cisgiordania per il suo funerale.

“Viviamo in costante pericolo”, scrisse Hathaleen mentre dopo l’incidente suo zio lottava ancora tra la vita e la morte. “In qualsiasi momento, mentre svolgiamo le nostre attività quotidiane, potremmo ritrovarci a perdere un arto o a rimanere paralizzati per sempre.” Dopo la morte di Haj Suleiman per le ferite riportate, avvenuta pochi mesi dopo, Hathaleen aiutò a dipingere un murale in suo onore, che ora adorna la facciata del centro comunitario del villaggio.

Stamattina gli abitanti hanno allestito una tenda funebre fuori dallo stesso centro comunitario per onorare Hathaleen. La pozza di sangue fuoriuscito dal petto di Hathaleen dopo l’impatto del proiettile era circondata da pietre e nascosta dietro delle sedie, ma alcuni parenti si sono seduti di fronte, con gli occhi pieni di lacrime.

Questo pomeriggio è intervenuto l’esercito israeliano e ha ordinato agli abitanti di smantellare la tenda, minacciando di rimuoverla con la forza. Come tutti i villaggi palestinesi in questa parte della Cisgiordania, Israele si rifiuta di rilasciare permessi di costruzione per Umm Al-Khair e demolisce regolarmente qualsiasi nuova costruzione.

Sembra che ora l’esercito abbia deciso che questo divieto totale di costruzione si estenda anche all’erezione di lapidi: oggi i soldati hanno detto ai familiari di Hathaleen che il suo corpo non verrà consegnato finché non accetteranno di non seppellirlo all’interno del villaggio. Successivamente i soldati hanno usato granate stordenti per cacciare amici e attivisti giunti a Umm Al-Khair per porgere le condoglianze.

Il cugino di Hathaleen, Eid, che si era recato con lui negli Stati Uniti all’inizio di quest’anno prima che i loro visti venissero revocati, lo ha descritto come un convinto sostenitore della resistenza non violenta e come un eccezionale calciatore. “Mi dispiace molto per aver perso il mio amico, il ragazzo cresciuto insieme a me”, ha detto. “Io ho 42 anni, lui ne aveva 31. Lo conosco da quando ero bambino. Era un attivista per i diritti umani, una persona che amava tutti”.

L’anno scorso, dopo un’ondata particolarmente brutale di demolizioni israeliane a Umm Al-Khair, Hathaleen ha riflettuto su come l’occupazione condanni i palestinesi a un trauma multigenerazionale. “In mezzo a tutta questa ingiustizia spesso ci sentiamo dimenticati, persi o senza speranza”, ha scritto. “A volte ci chiediamo: perché gli israeliani ci vedono come terroristi e nemici? Perché il mondo non agisce per ottenere giustizia per i palestinesi?

“Ma il più delle volte ci sentiamo stanchi”, ha continuato. “Gli attacchi, i raid, le demolizioni: ci pensiamo continuamente. Dico sempre che vorrei che il destino non ci avesse portati fino a questo punto. Ma ora siamo bloccati qui; non c’è modo di andarcene.”

“Hanno sparato ad Awdah, l’uomo della resistenza pacifica”, si lamentava oggi Alaa. “Un insegnante, un padre, un cugino, un marito. Tre figli rimasti senza padre. Questo è quanto soffriamo ogni giorno.

“Per Awdah gli uomini dovrebbero piangere con le donne”, ha continuato. “Per un essere umano come Awdah, dovremmo piangere tutti. Abbiamo perso Awdah, la persona più umana di chiunque altro. La persona più pacifica. Più pacifica di quanto possiate immaginare. Che Dio lo accolga.”

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter per Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)