Gli ospedali di Gaza sono ‘strapieni’ e i pazienti si trovano di fronte ad una grave penuria di farmaci

Redazione di Palestine Chronicle

6 gennaio 2026 – Palestine Chronicle

Il direttore dell’ospedale Al-Shifa ha chiesto forniture urgenti di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei confini per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo significa nuovi decessi.

Secondo il dott. Mohammed Abu Salmiya, direttore del complesso sanitario di Al-Shifa, nonostante l’accordo di cessate il fuoco gli ospedali di Gaza affrontano una situazione critica con un crescente numero dei pazienti, una grave carenza di medicinali e decessi quotidiani.

In un’intervista ad Al- Jazeera il dott. Abu Salmiya ha detto che il numero delle ferite dovute ai bombardamenti israeliani è diminuito, “c’è stato un significativo incremento degli ingressi in ospedale a causa dell’attuale epidemia di influenza” a Gaza, “che sta colpendo in modo sproporzionato le fasce più vulnerabili.”

Queste comprendono i malati, gli anziani, le donne incinte e i bambini sotto l’anno di età, ha aggiunto.

Gli ospedali “adesso sono strapieni” di questi pazienti, e il tasso di occupazione (dei posti letto) arriva a “oltre il 150%.”

Carenza di medicinali

A causa della mancanza di medicinali, ha sottolineato, “la fase che stiamo attualmente attraversando è una delle peggiori in questa guerra di sterminio.”

Gli ospedali stanno lavorando ad oltre il 150% della loro capacità, assieme ad una grave carenza di medicinali e forniture mediche, ha affermato.

Il dott. Abu Salmiya ha detto che il 55% dei farmaci essenziali e il 70% delle forniture mediche sono indisponibili, sottolineando che alcune specializzazioni mediche sono carenti al 100%. Ciò, ha specificato, ostacola l’apporto delle cure necessarie anche nei casi di emergenza.

Inoltre circa il 50% i pazienti in dialisi renale non riceve le terapie farmacologiche, con decessi quotidiani continui, dovuti alla indisponibilità di oltre il 70% dei farmaci necessari.

Ha sottolineato che i pazienti oncologici stanno affrontando carenze simili che mettono a rischio le loro vite, mentre “decine di migliaia” di interventi chirurgici programmati sono stati bloccati a causa del divieto di ingresso in ospedale delle forniture mediche essenziali, in particolare per la chirurgia ortopedica, toracica e vascolare.

Restrizioni degli aiuti

[Il medico] ha affermato che gli aiuti che entrano coprono solo una quota limitata del fabbisogno.

Ha spiegato che la percentuale di farmaci che entrano in ospedale non supera il 20% e alcuni di questi farmaci non sono adeguati alle necessità urgenti degli ospedali.

Perciò ora all’interno dei nostri ospedali assistiamo ad un aumento dei decessi”, ha affermato il dott. Abu Salmiya.

Riguardo ai trasferimenti ospedalieri, ha spiegato che più di 20.000 pazienti hanno completato le procedure per andare all’estero per le cure, ma non hanno ottenuto il permesso di partire.

Questo ha causato finora la morte di circa 1.200 pazienti, compresi pazienti oncologici e bambini affetti da gravi malattie.

Le sfide del freddo

Il dott. Abu Salmiya ha anche affermato che, in seguito all’interruzione delle cure e al diffondersi di malattie respiratorie, gli ospedali sono di fronte ad un aumento significativo dei decessi tra i pazienti con patologie croniche e tra gli anziani.

A causa del clima freddo nella Striscia di Gaza le persone vivono in tende che non offrono protezione dal freddo”, ha affermato.

Al-Jazeera in lingua araba ha informato che le organizzazioni sanitarie di Gaza hanno messo in guardia dal collasso quasi totale del sistema sanitario a causa delle estese distruzioni di ospedali, dell’esaurimento di farmaci e delle continue restrizioni all’ingresso di attrezzature mediche.

Citando il Ministero della Sanità di Gaza, il rapporto afferma che un alto numero di ospedali è del tutto o parzialmente fuori servizio, mentre le restanti strutture operano con risorse limitate, tra una grave scarsità di carburante, acqua e attrezzature mediche essenziali.

Richiesta urgente a Israele

Le organizzazioni mediche internazionali hanno anche messo in guardia dalla diffusione di malattie infettive e dalla malnutrizione, in special modo tra i bambini, dato il sovraffollamento nei rifugi e il collasso dei servizi di assistenza sanitaria primaria, cosa che minaccia una probabile ondata di decessi.

Il dott. Abu Salmiya ha ribadito che l’interruzione dell’operazione militare di Israele nella Striscia non significa la cessazione delle morti. Ha richiesto la consegna urgente di farmaci e attrezzature mediche e l’apertura dei valichi per i pazienti, avvertendo che ogni ritardo comporta nuove vittime che avrebbero potuto essere salvate.

Dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano, con l’appoggio statunitense, ha scatenato una guerra genocida contro il popolo di Gaza. Finora questa campagna ha causato la morte di oltre 71.200 palestinesi e più di 171.000 feriti. La stragrande maggioranza della popolazione è stata sfollata e la distruzione delle infrastrutture non ha precedenti dalla seconda guerra mondiale. Migliaia di persone sono ancora disperse.

In aggiunta all’attacco militare, il blocco israeliano ha provocato una carestia provocata volontariamente, portando alla morte di centinaia di palestinesi – soprattutto bambini – e mettendone in pericolo di morte altre centinaia di migliaia.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Genocidio dietro le sbarre: 32 palestinesi uccisi nelle carceri israeliane nel 2025

Mera Aladam

30 dicembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi per i diritti affermano che negli ultimi due anni in Cisgiordania e Gerusalemme sono stati registrati 21.000 arresti

Importanti associazioni palestinesi per i diritti dei prigionieri hanno accusato Israele di commettere un “genocidio sistematico” nei confronti dei detenuti, con almeno 32 decessi di prigionieri registrati nel 2025.

Secondo un rapporto annuale pubblicato dalla Commissione Palestinese per le Questioni dei Detenuti, dalla Società dei Prigionieri Palestinesi (PPS) e da Addameer, i prigionieri sono morti a causa di “sistematiche politiche gravemente disumane”.

Queste strutture sono state trasformate in luoghi di tortura, finalizzati a spezzare fisicamente e mentalmente i prigionieri attraverso sofferenze prolungate e deliberate e politiche di pene capitali al rallentatore”, afferma il rapporto.

Secondo informazioni rivelate da Israele, da ottobre 2023 sono stati documentati almeno 100 decessi di prigionieri. Le identità di 86 di loro sono state rese note, mentre il totale reale dei morti palestinesi nelle prigioni israeliane resta ignoto.

Il rapporto specifica che 94 corpi di palestinesi – 83 dei quali sono morti durante la guerra genocidaria di Israele a Gaza – continuano ad essere trattenuti dalle autorità israeliane.

Gli scorsi due anni hanno registrato “un livello senza precedenti di brutalità ed esecuzioni sistematiche di prigionieri”, affermano le associazioni per i diritti umani, aggiungendo che il totale dei decessi durante tale periodo equivale al numero di prigionieri uccisi sotto custodia israeliana negli ultimi 24 anni.

Questi fatti provano che ciò che sta accadendo ai prigionieri palestinesi è un sistematico genocidio”, sottolinea il rapporto.

I detenuti sono sottoposti a tortura, fame, negligenza medica, violenza sessuale, isolamento di massa e privazione di tutte le fondamentali esigenze umane.

Le istituzioni per i prigionieri affermano che l’intensità dei crimini e le brutalità documentate per due anni hanno oltrepassato tutti i limiti giudiziari, violando tutte le leggi, le norme e le convenzioni internazionali.”

Arresti di massa, esecuzioni sul campo

Inoltre il rapporto mette in luce arresti di massa in tutta la Cisgiordania occupata e a Gaza.

Da ottobre 2023 sono stati registrati oltre 21.000 arresti in Cisgiordania e a Gerusalemme, inclusi 1.655 arresti di minori e 650 di donne. Nel solo 2025 sono stati registrati 7.000 arresti.

La cifra non comprende gli arresti a Gaza o nelle comunità palestinesi che vivono in Israele.

Secondo il rapporto giornalisti palestinesi e personale medico sono tra i gruppi più pesantemente presi di mira.

Le associazioni aggiungono che questi continui arresti e interrogatori su larga scala sono accompagnati da sistematiche esecuzioni sul campo, pesanti pestaggi, estese distruzioni intenzionali, saccheggi di case, confische di veicoli, denaro e oro, uso di scudi umani, nonché da terrorismo organizzato e demolizioni di case appartenenti a parenti di detenuti palestinesi.

A dicembre 2025 più di 9.300 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, anche se la cifra reale è probabilmente più alta, poiché Israele non rilascia informazioni su centinaia di persone catturate a Gaza. Circa metà di loro (4.750) sono detenute senza processo né accuse.

Il rapporto sottolinea che da ottobre 2023 alle famiglie dei prigionieri catturati a Gaza è stata negata qualunque informazione ufficiale circa il luogo dove si trovano i loro cari.

L’impunità sistematica è cruciale per l’apparato di occupazione, rispecchiando la complicità giudiziaria nel coprire i crimini contro i prigionieri palestinesi e rafforzando le politiche di apartheid e persecuzione”, aggiunge il rapporto.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele blocca decine di organizzazioni umanitarie che lavorano a Gaza, martoriata dalla guerra

Redazione di Al Jazeera

30 dicembre 2025 – Al Jazeera

Tra le organizzazioni di aiuto che devono affrontare il divieto ci sono MSF e Oxfam, mentre i Paesi europei suonano l’allarme per la terribile situazione umanitaria

Israele afferma che sospenderà più di trenta organizzazioni umanitarie, compresi Medici Senza Frontiere, perché non hanno rispettato le nuove regole per le associazioni umanitarie che lavorano nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra.

Secondo le autorità israeliane le organizzazioni soggette al bando, che inizia giovedì [1 gennaio 2026, ndt.], non soddisfano i nuovi requisiti relativi alla condivisione delle informazioni sui propri dipendenti, fondi e attività.

Altre importanti organizzazioni colpite includono il Norwegian Refugee Council [Consiglio Norvegese per i Rifugiati], CARE International, l’International Rescue Committee [Comitato di Soccorso Internazionale] e sezioni di importanti organizzazioni benefiche come Oxfam e Caritas.

Israele accusa Medici Senza Frontiere, nota con l’acronimo francese MSF, di non aver chiarito il ruolo di alcuni membri del suo personale, sostenendo che hanno collaborato con Hamas.

“Il messaggio è chiaro: l’assistenza umanitaria è benvenuta. Approfittare delle strutture umanitarie per il terrorismo non lo è,” ha detto il ministro per le Questioni della Diaspora Amichai Chikli [del Likud, il partito di Netanyahu, ndt.].

MSF, una delle maggiori organizzazioni mediche che operano a Gaza, dove il settore sanitario è stato preso di mira e in buona misura distrutto, afferma che la decisione israeliana avrà un impatto catastrofico sul suo lavoro nell’enclave, in cui si occupa di circa il 20% dei posti letto in ospedale e di 1/3 delle nascite. L’organizzazione nega anche le accuse israeliane riguardo al suo personale.

“MSF non avrebbe mai assunto consapevolmente persone impegnate in attività militari,” sostiene. Le organizzazioni internazionali dicono che le regole israeliane sono arbitrarie. Israele sostiene che 37 organizzazioni che lavorano a Gaza non avranno il rinnovo dei permessi.

Condizioni spaventose”

Le organizzazioni umanitarie forniscono aiuto per una molteplicità di servizi sociali, compresa la distribuzione di cibo, le cure mediche, la salute mentale e interventi per i disabili e servizi educativi.

Amjad Shawa, della Rete di ONG per la Palestina, afferma che la decisione di Israele fa parte dei suoi costanti tentatici “di aggravare la catastrofe umanitaria” a Gaza.

“I limiti imposti alle attività umanitarie a Gaza sono intesi a continuare nel progetto di cacciare fuori i palestinesi, deportare Gaza. È una delle cose che Israele continua a fare,” dice Shawa ad Al Jazeera.

Il dottor James Smith, medico britannico volontario a Gaza a cui in seguito le autorità israeliane hanno negato il permesso di ritornarvi, ha condannato le restrizioni sulle organizzazioni umanitarie: “Una situazione che è già orripilante sarà resa ancora peggiore. I cambiamenti saranno immediati e feroci,” ha detto Smith ad Al Jazeera.

L’iniziativa di Israele giunge quando almeno 10 Paesi hanno manifestato “serie preoccupazioni” per un “ulteriore deterioramento della situazione umanitaria” a Gaza, descrivendola come “catastrofica”.

“Con il sopraggiungere dell’inverno i civili a Gaza devono affrontare condizioni spaventose con forti precipitazioni e un crollo delle temperature,” hanno affermato in un comunicato congiunto Gran Bretagna, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera.

“Un milione e trecentomila persone hanno ancora bisogno di un’urgente assistenza abitativa. Più di metà delle strutture sanitarie sono solo parzialmente funzionanti e devono far fronte alla carenza di attrezzature e forniture mediche essenziali. Il collasso totale delle infrastrutture sanitarie ha reso 740.000 persone vulnerabili a inondazioni infette.” Questi Paesi sollecitano Israele a garantire che le ONG internazionali possano operare a Gaza in modo “sostenibile e pianificabile” e chiedono l’apertura di valichi via terra per incrementare il flusso di aiuti umanitari.

Il ministero degli Affari Esteri israeliano ha definito il comunicato congiunto “falso ma non imprevisto” e “parte di uno schema ricorrente di critiche avulse dalla realtà e di richieste solo a Israele ignorando nel contempo deliberatamente la fondamentale richiesta ad Hamas di cedere le armi.”

A Gaza le necessità sono enormi”

Quattro mesi fa più di 100 organizzazioni umanitarie hanno accusato Israele di impedire l’ingresso a Gaza di aiuti salvavita e gli hanno chiesto di porre fine al suo “uso bellico degli aiuti” in seguito al rifiuto di consentire l’ingresso nella Striscia di Gaza devastata ai camion carichi di aiuti.

Da quando Israele ha lanciato la sua guerra genocida contro Gaza nell’ottobre 2023 più di 71.000 palestinesi sono stati uccisi. Centinaia sono morti a causa della gravissima mancanza di cibo e altre migliaia per malattie curabili a causa della mancanza di forniture sanitarie.

Israele sostiene di rispettare gli impegni umanitari disposti dall’ultimo cessate il fuoco, che è entrato in vigore il 10 ottobre, ma le organizzazioni umanitarie mettono in discussione le cifre fornite da Israele ed affermano che nella devastata enclave per più di due milioni di palestinesi sono disperatamente necessari molti più aiuti.

Israele ha modificato a marzo il suo processo di registrazione per le organizzazioni umanitarie, che include la richiesta di presentare una lista del personale, inclusi i palestinesi a Gaza.

Alcune organizzazioni umanitarie hanno affermato che non avrebbero fornito una lista del personale palestinese nel timore che questi dipendenti verrebbero presi di mira da Israele.

“Ciò deriva da un punto di vista giuridico e per la sicurezza. A Gaza abbiamo visto uccidere centinaia di operatori umanitari,” ha affermato Shaina Low, consulente per la comunicazione del Norwegian Refugee Council.

Ancore di salvezza disperatamente necessarie

La decisione di non rinnovare i permessi delle organizzazioni umanitarie implica il fatto che i loro uffici in Israele e nella Gerusalemme est occupata saranno chiusi e le organizzazioni non saranno in grado di inviare personale internazionale o aiuti a Gaza.

“Nonostante il cessate il fuoco le necessità a Gaza sono enormi, eppure a noi e a decine di altre organizzazioni viene e continuerà a venir impedito di portarvi l’assistenza umanitaria indispensabile,” ha detto Low. “Non essere in grado di inviare personale a Gaza significa che tutto il carico di lavoro ricadrà sui nostri collaboratori locali, che sono stremati.”

Secondo il ministero la decisione di Israele implica il fatto che giovedì le organizzazioni umanitarie vedranno i loro permessi revocati e, se si trovano in Israele, se ne dovranno andare entro il primo marzo. Non è la prima volta che Israele cerca di reprimere le organizzazioni umanitarie internazionali. Durante la guerra ha accusato l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA, di essere stata infiltrata da Hamas e Hamas di utilizzare strutture dell’UNRWA e di impossessarsi dei suoi aiuti. L’ONU lo ha negato.

A ottobre la Corte Internazionale di Giustizia ha emanato un parere consultivo in cui ha affermato che Israele deve appoggiare le attività di soccorso dell’ONU a Gaza, comprese quelle effettuate dall’UNRWA.

La Corte ha rilevato che le accuse israeliane contro l’UNRWA, compreso il fatto che sarebbe stata complice dell’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas, sono senza fondamento.

La Corte ha anche affermato che, in quanto potenza occupante, Israele deve garantire che le “necessità fondamentali” della popolazione palestinese di Gaza siano soddisfatte, “compresi i rifornimenti indispensabili per la sopravvivenza,” come cibo, acqua, un riparo, carburante e medicine.

Dopo le accuse israeliane alcuni Paesi hanno smesso di finanziare l’UNRWA, compromettendo una delle ancore di salvezza di cui a Gaza c’è disperatamente bisogno.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’

Redazione di MEMO

30 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.

Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.

Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.

In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”

Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.

Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.

Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.

La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.

Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il ministro della Difesa israeliano promette che non ci sarà un ritiro totale né da Gaza né dai territori siriani occupati

Redazione di MEMO

23 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riportato che martedì il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha promesso che Tel Aviv non si ritirerà dalla Striscia di Gaza né dai territori siriani occupati.

Noi ci troviamo in profondità dentro Gaza e non la lasceremo mai completamente,” ha detto Katz durante una conferenza stampa nella colonia Beit El, vicino a Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania.

Si è anche impegnato a creare nuove basi militari nel nord di Gaza al posto delle colonie che erano state evacuate dopo il disimpegno israeliano del 2005.

Quando arriverà il momento, nel nord di Gaza … noi costruiremo le unità Nahal al posto delle comunità (israeliane) che sono state sfollate,” ha affermato, elogiando l’attuale governo israeliano come quello della “colonizzazione.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i siti Nahal fanno parte di un programma militare nel quale gruppi di giovani israeliani vanno insieme come volontari e successivamente formano delle comunità civili.

Secondo il portale del Times of Israel le affermazioni di Katz sulla costruzione di colonie nel nord di Gaza pongono una sfida al primo ministro Benjamin Netanyahu e a Washington. Ci si aspetta che il premier visiti gli Stati Uniti al termine del mese per colloqui con il presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene il governo israeliano non abbia rilasciato chiarimenti relativamente alla dichiarazione di Katz, i leader dei coloni e l’opposizione l’hanno ritenuta una chiamata per la costruzione delle colonie.

Tuttavia l’ufficio di Katz ha chiarito in una dichiarazione che il governo non intende creare nessuna colonia nella Striscia di Gaza.

Ha affermato che il riferimento del ministro della Difesa alla costruzione degli avamposti Nahal nel nord di Gaza “è stato fatto solo in un contesto di sicurezza.”

Circa 750.000 coloni israeliani illegali, di cui 250.000 a Gerusalemme Est, vivono in centinaia di colonie in tutta la Cisgiordania. I coloni illegali portano avanti attacchi giornalieri contro i palestinesi con l’obiettivo di sfollarli con la forza.

Riguardo alle violazioni israeliane della sovranità siriana, Katz ha affermato: “Noi non ci ritireremo di un centimetro dalla Siria,” senza fornire ulteriori dettagli.

I dati del governo siriano mostrano che da dicembre 2024 Israele ha effettuato oltre 1.000 attacchi aerei in Siria e più di 400 incursioni lungo i confini nelle province del sud.

Dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad alla fine del 2024 Israele ha espanso la sua occupazione nelle Alture siriane del Golan confiscando la zona cuscinetto demilitarizzata, una azione che ha violato l’accordo del 1974 con la Siria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polizia arresta e aggredisce i medici che sostengono lo sciopero della fame di Palestine Action

Katherine Hearst

22 dicembre 2025 – Middle East Eye

I medici avevano chiesto un’ambulanza per una prigioniera di Palestine Action in sciopero della fame che accusava dolori al petto.

Una dottoressa del Servizio Sanitario Nazionale [britannico] afferma di essere stata “strangolata” dagli agenti di polizia durante una protesta fuori da una prigione britannica mentre chiedeva un’ambulanza per una prigioniera in condizioni critiche, legata a Palestine Action [gruppo britannico filo-palestinese autore di azioni non violente e inserito dal governo inglese nella lista dei gruppi terroristici, ndt.], in sciopero della fame.

Olivia Brandon, medico del pronto soccorso di un ospedale di Londra, ha raccontato a Middle East Eye di essere stata trascinata per il cappuccio del cappotto dagli agenti, cosa che le ha causato una compressione arteriosa che le ha fatto perdere conoscenza.

Ha anche riferito che un altro medico, Ayo Moiett, che aveva ripetutamente chiesto al carcere di Bronzefield di chiamare un’ambulanza per la prigioniera Qesser Zuhrah, è stato arrestato da due agenti di polizia con l’accusa di aver aggredito una guardia carceraria dopo essersi rifiutato di presentarsi a un “colloquio volontario”.

Entrambi i medici facevano parte di un gruppo di sostenitori che hanno atteso fuori dal carcere di Bronzefield tutta la notte del 17 dicembre chiedendo un’ambulanza per Zuhrah, in sciopero della fame da oltre 46 giorni.

Zuhrah è tra i sei prigionieri che hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento riservato loro e contro la messa al bando del loro gruppo di azione diretta.

Il gesto di protesta è stato paragonato allo sciopero della fame del 1981 dei prigionieri repubblicani irlandesi guidati da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord.

I prigionieri, tutti accusati di coinvolgimento con Palestine Action prima della sua messa al bando a luglio, quando verranno processati saranno stati in carcere per più di un anno. Chiedono la immediata libertà su cauzione.

Zuhrah ha dichiarato di soffrire di forti dolori al petto, alla parte bassa della schiena e nella zona dei reni dalle 17:00 circa di martedì.

Secondo i suoi amici, intorno alle 00:47 è finalmente arrivata un’infermiera a controllare le sue principali funzioni corporee e sottoporla a un ECG (elettrocardiogramma).

Brandon ha affermato che l’ospedale si è rifiutato di chiamare un’ambulanza perché i dati degli esami erano normali.

“Chiunque abbia forti dolori al petto deve recarsi immediatamente in ospedale”, ha detto Brandon a MEE.

Quando Brandon ha chiamato direttamente il South East Coast Ambulance Service, le è stato comunicato che non potevano inviare un’ambulanza perché la prigione aveva detto che l’avrebbero respinta.

La politica del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che i casi di dolore al petto “possono richiedere una valutazione rapida e/o un trasporto urgente” e prevede che il tempo di risposta dell’ambulanza “dovrebbe essere inferiore ai 19 minuti”.

In risposta a una richiesta di commento il South East Coast Ambulance Service ha dichiarato che “non inviano un’ambulanza in carcere su richiesta di terzi, ma collaborano con il team sanitario del carcere per stabilire se sia necessario un intervento”.

Un portavoce della prigione di Bronzefield ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi.

“Un giorno finirete tutti in tribunale”

Brandon ha sottolineato che in caso di forte dolore toracico, dei risultati normali negli esami non escludono altre cause che possono includere un’embolia polmonare, un coagulo potenzialmente letale nei vasi che irrorano i polmoni, per cui Zuhrah è al momento ad alto rischio.

Brandon ha aggiunto che il forte dolore toracico che Zuhrah stava provando avrebbe potuto essere causato anche da polmonite.

“Se si sospetta una polmonite, è necessaria una radiografia del torace. Se si sospetta un coagulo, è necessaria una TAC urgente”, ha detto Brandon.

Secondo Brandon, nonostante l’infermiera si sia rifiutata di far vedere i risultati a Zuhrah, lei è riuscita a dare un’occhiata al monitor dell’elettrocardiogramma che rivelava una frequenza cardiaca di 127 battiti al minuto, molto elevata.

Secondo quanto riferito, l’infermiera ha anche avuto difficoltà a misurare la pressione sanguigna di Zuhrah, cosa che Brandon ha descritto come un “enorme campanello d’allarme”.

Ha spiegato che la combinazione di una frequenza cardiaca molto alta e di una pressione sanguigna bassa indica che la persona sta entrando in stato di shock.

In un filmato pubblicato su X si vede Brandon battere alla porta della prigione gridando: “Un giorno finirete tutti in tribunale”.

“Un forte dolore al petto comporta il trasferimento in ospedale… se prendessi nel mio ospedale le decisioni che state prendendo voi verrei licenziata, sarei processata e finirei in prigione”.

Mendicando un’ambulanza

James Smith, un altro medico del Servizio Sanitario Nazionale, è arrivato in prigione per sostenere Zuhrah intorno alle 9 di mercoledì mattina. A quell’ora una folla di circa 20 persone, tra cui la parlamentare Zarah Sultana, si era radunata fuori dal carcere. Smith ha raccontato che a un certo punto una delle guardie carcerarie ha aperto la porta di ingresso all’edificio e i manifestanti hanno seguito Sultana occupando la reception.

Il personale del carcere ha quindi chiamato le forze dell’ordine e, poco dopo, almeno 10 auto della polizia sono arrivate sul posto.

L’ambulanza è finalmente arrivata a prendere Zuhrah intorno alle 14:30, quindi il gruppo ha accettato di disperdersi e ripulire il luogo.

Smith ha raccontato che, mentre il gruppo se ne andava, due agenti di polizia si sono avvicinati a Moiett e gli hanno chiesto se poteva recarsi alla stazione di polizia per un “interrogatorio volontario”, poiché l’agente di polizia che aveva aperto la porta della reception del carcere aveva affermato di essere stata aggredita.

“Ho assistito a tutta la scena”, ha detto Smith. “Il dottor Moiett ha tenuto le mani alzate per tutto il tempo in cui sono entrati. Si è seduto per terra, è stato rispettoso, ha interagito con le guardie carcerarie e ha chiesto esplicitamente l’arrivo di un’ambulanza, prima di alzarsi e andarsene. Ero nell’atrio con loro. Non ha mai toccato un agente penitenziario o un agente di polizia.”

Secondo Smith, agli agenti che si sono avvicinati a Moiett è stato chiesto se fosse stato arrestato. Hanno risposto di no.

“È stato chiesto un parere legale ed è stato deciso che Ayo non sarebbe andato alla stazione di polizia, e a quel punto abbiamo iniziato a uscire insieme”, ha detto Smith.

Poi, i due agenti di polizia si sono avvicinati di nuovo a Moiett mentre il gruppo cercava di andarsene e uno degli agenti ha detto “non fatelo”.

“Mentre cercavamo di superarli, i due agenti lo hanno afferrato”, ha detto Smith.

“La situazione è degenerata molto rapidamente, altri agenti sono intervenuti di corsa… poi hanno trascinato Ayo verso una delle auto della polizia e lo hanno schiacciato con il petto contro l’auto e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto Smith a MEE.

Brandon ha detto di credere che Moiett fosse stato preso di mira perché è una persona di colore che “aveva fatto di tutto per far arrivare un’ambulanza per Qesser”.

Era rimasto in piedi davanti alle porte della prigione per ore e ore al gelo, scongiurando di chiamare un’ambulanza”, ha detto Brandon a MEE.

“Ho perso conoscenza”

Quando la polizia ha cercato di trasferire Moiett sul furgone, i manifestanti hanno iniziato a sedersi sulla strada, e quando il gruppo si è mosso per impedire al furgone di partire la polizia ha iniziato a trascinare le persone via dalla strada. Smith ha raccontato che lui e Brandon erano seduti sulla strada con le mani alla tracolla della borsa di lei quando la polizia li ha trascinati con la schiena sull’asfalto.

“Ho sentito i miei vestiti strapparsi e gli occhiali cadermi dal viso. La gente ha iniziato a gridare che la dottoressa Olivia veniva strangolata”, ha detto Smith, aggiungendo che unagente di polizia lo ha accusato di averla strangolata.

Il filmato dell’incidente mostra un agente di polizia che si avvicina a Brandon e la trascina per il cappuccio lungo la strada, mentre si sente lei che emette suoni di soffocamento.

“Mi hanno trascinata per diversi metri dall’altra parte della strada tirandomi per il cappuccio. Stavo per soffocare e poi ho perso conoscenza”, ha detto Brandon.

A seguito dell’incidente è stata portata in ospedale per una TAC.

In risposta a una richiesta di commento la polizia del Surrey ha dichiarato di non aver ricevuto una denuncia diretta relativa all’incidente, ma di aver deferito la questione per un esame all’Ufficio Indipendente per la Condotta della Polizia.

La polizia ha dichiarato in un comunicato che durante la manifestazione gli agenti hanno arrestato tre persone. Tra queste, un uomo di 29 anni accusato di aggressione con lesioni personali gravi, un uomo di 28 anni accusato di aggressione e una donna di 22 anni accusata di danneggiamento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)