Durante la tregua mancano le forniture essenziali: il sistema sanitario di Gaza distrutto da Israele

Redazione di Al Jazeera

7 dicembre 2025- Al Jazeera

Israele non permette l’ingresso nella Gaza assediata di antibiotici, soluzioni per le flebo o materiale chirurgico, nonostante il cessate il fuoco in vigore da due mesi.

Dopo essere stati decimati dai continui bombardamenti e la totale mancanza di ausili medici durante la guerra genocidaria di Israele, il sistema sanitario di Gaza è sull’orlo del collasso nonostante quasi due mesi di cessate il fuoco.

I medici nell’enclave devastata dalla guerra e assediata dicono di essere in difficoltà nel salvare vite poiché Israele non permette l’ingresso delle essenziali forniture mediche. Dolciumi, telefonini e persino bici elettriche possono entrare, ma gli antibiotici, le soluzioni per le flebo e il materiale chirurgico sono vietati.

Siamo di fronte ad una situazione in cui il 54% dei farmaci essenziali è indisponibile e il 40% dei medicinali per le operazioni chirurgiche e le cure di emergenza – proprio i farmaci su cui contiamo per curare i feriti – sono irreperibili”, ha detto a Al Jazeera il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Sanità di Gaza.

Il Ministero afferma che la penuria è senza precedenti, stante che Israele consente l’ingresso a Gaza solo di cinque camion alla settimana che trasportano forniture mediche. Tre camion consegnano le forniture ad organizzazioni internazionali come l’ONU e le sue agenzie, e solo due agli ospedali gestiti dal governo.

Questo numero è una misera quota degli aiuti che Israele è obbligato a fornire a Gaza in base all’accordo di cessate il fuoco – colpendo altri ambiti delle vite dei palestinesi.

La guerra genocidaria di Israele a Gaza continua incessante, con circa 600 violazioni del cessate il fuoco in due mesi.

Almeno 600 camion dovrebbero entrare ogni giorno nella Striscia di Gaza, ma ciò che entra è veramente poco”, ha detto Hind Khoudary di Al Jazeera, corrispondente da Gaza City.

Il gas per cucinare è solo il 16% del necessario; c’è carenza di rifugi, tende, teloni e tutto ciò che i palestinesi necessitano per ripararsi dalla pioggia. Vediamo palestinesi raccogliere legno, cartoni e qualunque cosa con cui possano accendere un fuoco”.

Le persone che hanno malattie croniche patiscono molto queste restrizioni.

Naif Musbah, di 68 anni, che vive nel campo profughi di Nuseirat, ha un tumore al colon e i farmaci di cui ha bisogno per curarsi non sono disponibili.

Ho bisogno di supporti e sacche per colostomia da poter collegare all’addome e del dispositivo che mi consenta di evacuare. Questi non sono disponibili e nemmeno i supporti e finiamo per insudiciarci. La situazione è estremamente difficile. Mancano anche garze, sacche di ghiaccio, cerotti, guanti o soluzioni disinfettanti – non c’è niente”, dice Musbah a Al Jazeera.

Non avendo modo di gestire la propria condizione, il malato palestinese dice di sentirsi come se la guerra gli avesse rubato la dignità.

Intanto i medici improvvisano con quel poco che è rimasto, mentre le famiglie dei pazienti vanno in cerca di semplici oggetti che rendano più agevole la vita dei propri cari – oggetti, dicono, che non dovrebbe essere così difficile trovare.

Durante la guerra genocidaria di Israele – che dura da più di due anni – quasi tutti gli ospedali e le strutture sanitarie di Gaza sono stati attaccati, con almeno 125 strutture danneggiate, inclusi 34 ospedali.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza più di 1.700 operatori sanitari, compresi medici, infermieri e paramedici, sono stati uccisi dagli attacchi israeliani.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




I palestinesi affermano che, contrariamente alle affermazioni della propaganda israeliana, l’ospedale Al-Shifa di Gaza è “ben lungi dall’essere pienamente operativo”

Nagham Zbeedat

5 dicembre 2025 – Haaretz

Sui social media alcuni influencer filoisraeliani hanno diffuso video del reparto maternità restaurato dell’ospedale Al-Shifa per mettere in dubbio la distruzione del complesso da parte di attacchi aerei e raid dell’IDF. Le immagini satellitari e le testimonianze di palestinesi di Gaza dimostrano il contrario.

All’ingresso di quello che un tempo era il più grande e importante complesso medico di Gaza, su un muro di cemento è stato scritto un messaggio in arabo e in inglese: “Giuriamo di ricostruirlo

Il graffito è stato dipinto nell’ambito di un impegno congiunto, durato oltre un anno, di organizzazioni umanitarie, governi stranieri e cittadini comuni per ristrutturare l’ospedale Al-Shifa di Gaza City.

Eppure, quando la scorsa settimana sono circolati online dei video che mostravano muri appena ridipinti e corridoi riparati ad Al-Shifa, è scoppiata una polemica. In post che hanno ricevuto milioni di visualizzazioni degli influencer filoisraeliani hanno falsamente affermato che le immagini costituissero la “prova” che gli ospedali di Gaza non fossero mai stati bombardati da attacchi aerei israeliani.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i media in lingua araba hanno riferito che, come appare in alcuni filmati che mostrano delle impalcature su alcune delle strutture sopravvissute, la ristrutturazione dell’ospedale Al-Shifa sarebbe iniziata all’inizio del 2024, nonostante le operazioni militari israeliane in corso in quel periodo.

L’edificio che appare nei video virali è il reparto maternità, una struttura situata all’estremità sud-occidentale del complesso di Al-Shifa. È stato costruito di recente, alla fine del 2020, e rispetto ad altri edifici ospedalieri ha subito danni minimi durante le diverse settimane di attacchi da parte delle IDF dell’anno scorso. Grazie a una rete elettrica funzionante nelle vicinanze e all’accesso a delle materie prime come la vernice, è stata una delle poche strutture che gli operai rimasti a Gaza hanno potuto riparare.

“Quello che si vede in quei video è solo un po’ di vernice e piccole riparazioni”, spiega Hajar, 32 anni, di Gaza City. “Quell’edificio ha subito danni minimi perché è separato dal complesso principale. Si trova a sud-est dell’ospedale e non è stato colpito direttamente dai raid, solo da alcuni colpi di artiglieria. Il resto dell’ospedale è stato spazzato via.”

Queste strutture, che un tempo costituivano la spina dorsale del sistema sanitario di Gaza, sono state ridotte a lamiere contorte, soffitti crollati e sale operatorie bruciate. La loro ricostruzione richiede risorse ben oltre l’attuale capacità di Gaza: equipaggiamento specializzato, materiali importati, macchinari pesanti e manodopera qualificata sono stati tutti dissipati dalla guerra.

“Condividere queste immagini senza spiegazioni serve all’occupazione e alla sua narrazione”, afferma Kamel, un infermiere di 28 anni del quartiere Shujaiyeh di Gaza City, che si è offerto volontario in ospedale all’inizio della guerra nel 2023 e da allora vi è tornato più volte. Questa opinione è ampiamente diffusa tra abitanti e operatori sanitari di Gaza.

In ogni modo “gli edifici principali – il reparto di chirurgia, il pronto soccorso, l’unità di dialisi, la medicina interna, le sale operatorie, la terapia intensiva e altro ancora – sono completamente distrutti e del tutto irreparabili”, afferma Kamel.

Più di un ospedale

Prima della guerra l’ospedale Al-Shifa (in arabo “l’ospedale della guarigione”) era la principale istituzione medica di Gaza, la più grande, la più attrezzata e fondamentale. Ma i palestinesi della Striscia raccontano ad Haaretz che l’ospedale costituisce un simbolo della resistenza di Gaza, un luogo in cui le vite sono state consegnate, salvate e perse durante decenni di blocco e attacchi ripetuti.

La sua distruzione durante i due anni di guerra ha rappresentato un punto di rottura per molti palestinesi, non solo per il suo ruolo cruciale nell’assistenza sanitaria, ma anche per ciò che rappresentava per una popolazione già stremata dalla devastazione.

Dopo mesi di bombardamenti e due incursioni su larga scala da parte delle IDF, l’ospedale è ormai in gran parte irriconoscibile. Gli edifici principali – tra cui chirurgia, pronto soccorso, terapia intensiva, dialisi e medicina interna – sono distrutti o incendiati. I corridoi che un tempo ospitavano famiglie sfollate a causa della guerra sono ridotti in macerie. Le sale operatorie sono carbonizzate. Gli impianti elettrici, le condutture dell’ossigeno e le reti idriche sono state recise. Solo un paio di strutture periferiche ha subito danni minimi, consentendo ai volontari di ridipingere ed eseguire riparazioni di base.

A marzo Hajar, madre di tre figli, stava andando a prendere l’acqua per la sua famiglia quando un inaspettato attacco aereo israeliano ha fatto tremare il terreno sotto i suoi piedi. Spaventata, è caduta rovinosamente, fratturandosi un braccio. Poiché Al-Shifa si trovava a corto di forniture mediche e prestava assistenza solo ai casi più gravi causati dalla guerra ha dovuto recarsi all’ospedale Al-Quds, situato a 2,6 km di distanza. “Nemmeno lì hanno potuto operarmi, anche se avevo davvero bisogno di un intervento chirurgico. Tutto quello che hanno potuto fare è stato mettermi una fasciatura e dirmi di aspettare che il braccio guarisse da solo”, spiega. “Al-Shifa era tutto per noi quando c’era bisogno di cure mediche.”

L’ospedale e il suo vasto complesso hanno subito alcuni dei colpi più duri della guerra, tra cui due massicce incursioni che hanno lasciato profonde ferite fisiche e psicologiche alla popolazione di Gaza: nel corso della prima, ampie parti del complesso sono state bombardate, le sue aree mediche sono state invase dai corpi e l’elettricità e l’ossigeno sono venuti a mancare; la seconda incursione, la scorsa primavera durante gli ultimi giorni del Ramadan, è stata ancora più distruttiva. “Hanno bruciato tutto. Hanno spianato i cortili dell’ospedale con i bulldozer”, ricorda Hajar. “Quando l’esercito si è ritirato e finalmente ci è stato permesso di rientrare, abbiamo trovato una fossa comune. Corpi ammucchiati uno sopra l’altro. Alcuni erano stati sepolti dalle ruspe. Non posso dimenticare quella scena.”

Secondo Human Rights Watch, la distruzione degli ospedali Al-Shifa, Nasser e Kamal Adwan ha seguito uno schema costante – incursioni, evacuazioni forzate, negazione di forniture salvavita e demolizione di edifici – che, sempre secondo HRW, indica un attacco deliberato alle infrastrutture mediche di Gaza. Le Nazioni Unite hanno descritto la condotta delle IDF come “medicidio”.

Ancora “lungi dall’essere pienamente operativo”

Nonostante la distruzione, sul campo è proseguito un intervento umanitario silenzioso, spontaneo e spesso pericoloso. Volontari, ingegneri, personale medico locale e ONG hanno svolto compiti un tempo riservati a istituzioni pienamente funzionanti: rimuovere manualmente i detriti, riallacciare le linee elettriche interrotte, recuperare attrezzature dalle macerie dell’ospedale, costruire in modo creativo letti ospedalieri e tentare di ripristinare la funzionalità di base in alcune parti del complesso.

L’edificio della maternità, ora parzialmente restaurato, è diventato un esempio non di ripresa, ma di determinazione – un piccolo segno di ciò che i palestinesi sperano di ricostruire se ne avranno i mezzi.

Dopo il primo cessate il fuoco nel gennaio 2024 sono iniziati immediatamente gli sforzi per riparare i danni infrastrutturali e riavviare le attività dell’ospedale Al-Shifa. Tra le istituzioni che hanno facilitato la riabilitazione figurano il governo malese, l’organizzazione no-profit britannica SKT Welfare, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria fondata in Sudafrica nel 1992.

Tutti i medici e gli operatori sanitari con cui abbiamo parlato, sia come membri di una delegazione medica sia come persone che hanno lavorato a Gaza, hanno confermato che gli edifici dell’ospedale sono stati gravemente danneggiati. La distruzione è stata pesante e ingiustificabile”, ha dichiarato Abou Rageila ad Haaretz. Ci siamo concentrati su un unico edificio perché le nostre precedenti strutture mediche erano insufficienti per i casi gravi che richiedevano interventi chirurgici o trattamenti complessi. Il collasso delle infrastrutture nel settore sanitario di Gaza ha reso questo progetto unico nel suo genere”.

Il fine dell’organizzazione non era solo quello di ripristinare i servizi medici, ma anche di sostenere l’economia locale. Attraverso i propri programmi, ha fornito opportunità di lavoro agli abitanti colpiti dalla guerra. Gift of the Givers ha collaborato con alcune organizzazioni per ripristinare un piano dell’ospedale. Il costo totale del progetto è stato di 1,5 milioni di dollari, di cui 300.000 sono stati donati da Gift of the Givers.

Abou Rageila sottolinea che il termine “recupero” deve essere usato con cautela. “L’edificio è ora utilizzabile per ricevere pazienti, ma richiede ancora importanti lavori. Mancano pannelli solari, attrezzature mediche essenziali e materiali di consumo. La maggior parte dei dispositivi attualmente in uso è stata recuperata da ospedali distrutti durante la guerra. Abbiamo pulito e riparato muri, chiuso le fessure danneggiate dalle bombe e coordinato gli interventi al fine di rendere lo spazio funzionale, ma Al-Shifa è ben lungi dall’essere pienamente operativo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




L’ONU non va mai alla radice del problema

Ramona Wadi

4 dicembre 2025, Middle East Monitor

L’Assemblea generale delle Nazioni unite ha varato un’altra risoluzione non vincolante che è improbabile possa arginare l’espansione coloniale di Israele nella Palestina occupata. Qualsiasi risoluzione che faccia riferimento al compromesso dei due stati difende e avalla il colonialismo. Affermare che Israele deve ritirarsi dai territori che sta occupando dal 1967 non intacca la sua natura coloniale, soprattutto se la Risoluzione ONU 194 subordina il diritto al ritorno alle richieste coloniali dello stato israeliano.

È il rifiuto di chiamare in causa il colonialismo che priva di senso parole come quelle che ha pronunciato Annalena Baerbock — presidente di turno dell’Assemblea generale — mentre ammoniva che ai palestinesi viene negata l’autodeterminazione da 78 anni. “Ricordiamo ancora una volta che il diritto all’autodeterminazione e il diritto umano a vivere in condizioni di pace, sicurezza e dignità nel proprio paese, liberi da guerra, occupazione e violenza, non è un privilegio da acquisire, ma un diritto da tutelare”, ha affermato Baerbock.

Nel lontano 1947 Cuba si era opposta al Piano di partizione in quanto violava il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. “Abbiamo proclamato solennemente il principio di autodeterminazione dei popoli, ma è assai allarmante vedere che quando si tratta di applicarlo ce ne dimentichiamo”, aveva dichiarato Ernesto Dihigo, l’allora rappresentate cubano alle Nazioni unite.

Anche la sequenza temporale di Baerbock prende le mosse dal 1947, quando menziona i 78 anni, ma limitare il discorso alla necessità di porre fine all’occupazione significa legittimare l’esistenza di Israele come entità coloniale. Queste discrepanze non sono d’aiuto al diritto dei palestinesi alla liberazione. Ma d’altronde l’ONU non è per la liberazione della Palestina, bensì per una soluzione di compromesso con due stati o per una completa colonizzazione della Palestina.

Una risoluzione non vincolante che assecondi la retorica della comunità internazionale sulla Palestina va a detrimento del popolo palestinese. Se c’è davvero l’intenzione di ‘metter fine all’occupazione’, che è il minimo indispensabile, perché allora l’ONU ogni volta in automatico sostiene la narrazione sulla sicurezza di Israele? Se l’intenzione di Baerbock è quantomeno sensibilizzare circa il ritiro di Israele dai territori che sta occupando militarmente dal 1967, quale parte potrà essere ancora sostenuta di questa narrazione securitaria? L’ONU continuerà forse a legittimare la Nakba del 1948, sulla quale Israele ha costruito la sua impresa coloniale? Se torniamo al 1947, che è il momento a cui si riferiva Baerbock nella sua cronologia, le Nazioni unite si concentreranno sulla decolonizzazione?

Il colonialismo nega ogni autodeterminazione. Se applicata correttamente, l’autodeterminazione dei palestinesi vorrebbe dire decolonizzazione, e non solo la fine dell’occupazione militare da parte di Israele. I palestinesi non dispongono di una loro integrità territoriale. Il Piano di partizione del 1947 ha avvalorato la narrazione sionista della terra sterile, facilitando i colonizzatori nell’impresa di eliminare gli autoctoni. Ancora oggi i palestinesi sono a malapena legittimati a parlare: è la comunità internazionale a determinarne la visibilità, la retorica e l’azione. In sede ONU non viene ascoltata la vera voce dei palestinesi: quello che udiamo è ciò che la comunità internazionale vuole che articolino i rappresentanti dell’Autorità palestinese. Sfortunatamente l’AP è fin troppo brava a calarsi nel ruolo per cui è stata creata, anziché sfruttare quella tribuna per perorare davvero la causa dell’autodeterminazione, della liberazione e della decolonizzazione. Con tutti questi fili che si intrecciano l’uno con l’altro, quanto potrà mai valere una risoluzione non vincolante che gronda retorica da tutti i pori, e come può favorire davvero l’autodeterminazione del popolo palestinese?

(traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




Israele ammette di aver ucciso due minori nel nord di Gaza

Redazione di MEMO

2 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì l’esercito israeliano ha affermato che le sue forze hanno ucciso due palestinesi nel nord di Gaza, dichiarando che essi erano entrati in un’area sotto il suo controllo in base all’accordo del cessate il fuoco.

In una dichiarazione l’esercito ha detto che le truppe della brigata Carmeli hanno colpito a morte i due palestinesi in incidenti diversi nel nord della Striscia, sostenendo che ponevano “una minaccia immediata.” Questa è la stessa affermazione che Israele usa spesso quando viola il cessate il fuoco.

La dichiarazione aggiunge che i soldati hanno sparato loro non appena sono entrati nella zona controllata da Israele secondo l’accordo del cessate il fuoco e li ha uccisi per “eliminare la minaccia.”

Il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Secondo valutazioni dell’esercito israeliano Israele controlla più della metà del territorio di Gaza secondo quanto previsto dalla prima fase dell’accordo.

Lunedì mattina un altro palestinese è stato ucciso dal fuoco di un drone quadricottero israeliano ad est del quartiere Zeitoun, nella zona sud-orientale di Gaza City.

L’attacco ha colpito un’area fuori dalla zona dalla quale Israele si è ritirato secondo il cessate il fuoco con Hamas.

Dati precedenti provenienti da enti governativi, gruppi palestinesi e organizzazioni per i diritti umani mostrano che Israele ha commesso decine di violazioni del cessate il fuoco, uccidendo e ferendo centinaia di palestinesi, inclusi minori e donne.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un apartheid legalizzato: come Israele ha consolidato il proprio regime di disuguaglianza durante la guerra su Gaza

Orly Noy

2 dicembre 2025 – +972 Magazine

Secondo un nuovo rapporto con un colpo di mano durato due anni i legislatori israeliani hanno approvato oltre 30 leggi che limitano i diritti dei palestinesi e puniscono il dissenso.

Da oltre due anni la vita pubblica israeliana è avvolta da una fitta nebbia che disorienta. C’è stato un incessante susseguirsi di crisi, conflitti e ansie in patria e all’estero: lo shock per l’attacco di Hamas del 7 ottobre e la vendicativa campagna genocida di Israele su Gaza, la lotta per il ritorno degli ostaggi e contro la denigrazione delle loro famiglie da parte dello Stato, gli sconsiderati scontri con l’Iran. Insieme, tutto questo ha lasciato la società israeliana sospesa in uno stato di torpore collettivo, oscurando la profondità dell’abisso in cui stiamo rapidamente sprofondando.

Ma non si può dire lo stesso dei nostri parlamentari. Come dimostra un nuovo, inquietante rapporto del centro legale Adalah di Haifa, hanno sfruttato il caos degli ultimi due anni per promuovere oltre 30 nuove leggi che consolidano l’apartheid e la supremazia ebraica e che si aggiungono all’elenco già esistente di oltre 100 leggi israeliane discriminatorie verso i cittadini palestinesi.

Una delle conclusioni principali del rapporto riguarda il massiccio attacco alla libertà di espressione, di pensiero e di protesta in una vasta gamma di ambiti. Tra le leggi citate figurano quelle che vietano la pubblicazione di contenuti riguardanti la negazione degli eventi del 7 ottobre”, come stabilito dalla Knesset, e quelle che limitano le trasmissioni di media critici che danneggiano la sicurezza dello Stato”.

Un’altra legge autorizza il Ministero dell’Istruzione a licenziare il personale docente e a revocare i finanziamenti agli istituti scolastici sulla base di opinioni considerate come espressione di sostegno o incitamento a un atto o un’organizzazione terroristica. E, parallelamente a una campagna condotta dallo Stato per espellere gli attivisti della solidarietà internazionale, una terza legge impedisce l’ingresso nel Paese ai cittadini stranieri che abbiano rilasciato dichiarazioni critiche nei confronti di Israele o abbiano fatto ricorso alle corti internazionali per intraprendere azioni contro lo Stato e i suoi funzionari.

Ma forse la legge più pericolosa è quella che prende di mira i cittadini che cercano semplicemente di acquisire informazioni da fonti sgradite allo Stato. Appena un mese dopo il 7 ottobre la Knesset ha approvato un’ordinanza temporanea di due anni – rinnovata la scorsa settimana per altri due – che mette al bando il “consumo sistematico e continuo di pubblicazioni di un’organizzazione terroristica”, con una pena detentiva di un anno. In altre parole, il legislatore ora criminalizza condotte che avvengono esclusivamente all’interno dello spazio privato di una persona.

Secondo le note esplicative del disegno di legge la norma si basa sull’affermazione che “l’esposizione intensiva a pubblicazioni terroristiche di alcune organizzazioni può creare un processo di indottrinamento – una forma di ‘lavaggio del cervello’ autoinflitto – che può portare il desiderio e la motivazione a commettere un atto terroristico a un livello di preparazione molto elevato”. Tuttavia, la legge non specifica cosa si qualifichi come “esposizione intensiva” o “consumo continuo”, lasciando la durata e la soglia del tutto indefinite.

Né chiarisce quali strumenti le autorità possano utilizzare per stabilire che un individuo abbia consumato contenuti proibiti. Come faranno, in pratica, i funzionari a sapere cosa qualcuno guarda in privato? Come osserva il rapporto di Adalah, localizzare potenziali sospettati richiederebbe di per sé operazioni di spionaggio, sorveglianza dell’intera popolazione e monitoraggio dell’attività su Internet.

Mentre le “pubblicazioni terroristiche” vietate attualmente includono solo materiale di Hamas e ISIS – un elenco che il Ministro della Giustizia ha già espresso l’intenzione di ampliare – i legislatori hanno anche cercato di impedire l’accesso a ulteriori fonti di informazione che potrebbero, Dio non voglia, esporre i cittadini israeliani alla piena portata dei crimini contro l’umanità che il loro esercito ha commesso e continua a commettere a Gaza. Da qui l’approvazione della cosiddetta “Legge Al Jazeera”, che ha tagliato l’accesso del pubblico israeliano a una delle fonti di informazione più attendibili al mondo sugli eventi a Gaza.

Analogamente la legge contro la “negazione degli eventi del 7 ottobre” non solo eleva gli attacchi a un crimine paragonabile all’Olocausto, ma si estende ben oltre la sfera delle azioni, entrando nel dominio del pensiero e dell’espressione. Non fa distinzione tra inviti diretti alla violenza o al terrorismo da un lato, che sono già fuorilegge, e la mera articolazione di una posizione politica, una narrazione critica o lo scetticismo nei confronti della versione ufficiale dello Stato dall’altro.

“La legge è concepita per alimentare la paura, soffocare il dibattito pubblico e sopprimere la discussione su una questione di interesse pubblico”, osserva Adalah. “Non è ancora chiaro quali azioni costituiscano l’atto di ‘negazione’ proibito dalla legge, soprattutto perché a tutt’oggi lo Stato non ha nominato una commissione d’inchiesta ufficiale sugli attacchi del 7 ottobre, né ha pubblicato… una ‘narrazione ufficiale’ degli eventi di quel giorno”.

Il rapporto di Adalah offre una buona indicazione di dove Israele si stia dirigendo. Anche se può sembrare che siamo già in fondo al baratro, c’è sempre un abisso oltre l’abisso, un abisso che invita a nuove atrocità e verso il quale stiamo precipitando a tutta velocità.

Queste leggi spregevoli non hanno portato centinaia di migliaia di persone in piazza, nemmeno tra coloro che un tempo affermavano di temere per il destino della “democrazia israeliana”. Anzi, alcune di queste leggi sono state approvate alla Knesset con il sostegno dei partiti di opposizione ebraici. L’illusione di una democrazia per soli ebrei non è mai apparsa più grottesca o più pericolosa.

L’abisso oltre l’abisso

Fin dai primi giorni della guerra il regime israeliano ha violato gravemente i diritti fondamentali della libertà di opinione e di protesta. Il 17 ottobre 2023 l’allora Commissario di Polizia Yaakov Shabtai ha annunciato una politica di “tolleranza zero” nei confronti di “incitamenti” e proteste, e per mesi ogni tentativo di manifestare contro la distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano è stato accolto con il pugno di ferro.

Ma l’ondata di nuove leggi draconiane va ancora più in là: oltre a creare l’infrastruttura legale per la persecuzione sistematica dei dissidenti, sia ebrei che palestinesi, include misure che prendono di mira esplicitamente i cittadini palestinesi, come la cosiddetta “Legge sulla deportazione delle famiglie dei terroristi”.

In base a questa legge, la definizione di “terrorista” – un’etichetta applicata in Israele quasi esclusivamente ai palestinesi – è stata ampliata per includere non solo i condannati per terrorismo in un procedimento penale, ma anche individui detenuti per sospetto di tali reati, compresi quelli sottoposti a detenzione amministrativa. In altre parole, persone che non sono state incriminate, né tantomeno condannate, in base ad alcun reato.

Allo stesso tempo, la Knesset ha inasprito il già draconiano divieto di “ricongiungimento familiare” per cercare di impedire ai cittadini palestinesi di sposare palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, e ha ampliato le pene contro i palestinesi che “risiedono illegalmente” in Israele. Di fatto, i legislatori hanno sfruttato il genocidio di Gaza per intensificare la loro lunga guerra demografica contro i palestinesi, compresi coloro che vivono entro i confini del 1948.

[linee di cessate il fuoco entrate in vigore al termine della guerra arabo-palestinese seguita alla proclamazione dello Stato di Israele, ndt.].

Un capitolo a parte del rapporto di Adalah documenta le gravi violazioni dei diritti dei prigionieri e dei detenuti palestinesi dal 7 ottobre, che, secondo testimonianze e altri rapporti, sono stati trattenuti in campi di tortura. La stessa ondata legislativa ha anche gravemente violato i diritti dei minori, eliminando “la consolidata distinzione giuridica tra adulti e minori” per i reati legati al terrorismo. Inoltre il rapporto descrive dettagliatamente le leggi che danneggiano deliberatamente i cittadini palestinesi attraverso l’uso esteso del servizio militare come criterio per l’accesso alle prestazioni sociali e alle risorse pubbliche, e i rifugiati palestinesi nei territori occupati attraverso la messa al bando di organizzazioni umanitarie come l’UNRWA.

Essendo da tempo consapevole dell’utilità di rimuovere le maschere” e mostrare il regime israeliano per quello che è realmente – antidemocratico, razzista e radicato nell’apartheid – in questo caso non trovo alcun motivo di ottimismo. Nella folle corsa verso il fascismo intrapresa dai leader israeliani non solo il prezzo più alto sarà pagato da coloro che sono più esposti e vulnerabili, ma anche il divario tra l’immagine che una società ha di sé stessa e la realtà coincide proprio con lo spazio in cui il cambiamento politico diventa possibile. Quando quel divario si colma e la società comincia ad accettare l’immagine che le restituisce lo specchio, lo spazio politico per una trasformazione significativa si riduce drasticamente.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di israeliani sono scesi in piazza per protestare contro la “riforma giudiziaria” del governo Netanyahu, sostenendo che il suo vero scopo fosse quello di “distruggere la democrazia israeliana”. Eppure il movimento di protesta si è concentrato principalmente sui meccanismi procedurali della democrazia: pesi e contrappesi, indipendenza della magistratura, guai giudiziari e idoneità del primo ministro a ricoprire la carica. Troppa poca attenzione, se non nessuna, è stata prestata all’erosione dei fondamenti sostanziali della democrazia: libertà di espressione e di protesta, uguaglianza davanti alla legge e garanzie contro la discriminazione istituzionalizzata.

Queste tendenze non sono iniziate negli ultimi due anni, ma non è un caso che abbiano accelerato a un ritmo terrificante parallelamente al genocidio israeliano a Gaza. La devastazione nella Striscia e la legislazione fascista che avanza attraverso la Knesset agiscono come due forze coordinate che lavorano per smantellare gli ultimi vincoli rimasti al potere israeliano.

E proprio come il movimento di protesta israeliano non può ignorare il genocidio di Gaza e la questione della supremazia ebraica se spera di resistere efficacemente alla riforma giudiziaria, così anche il movimento globale che si oppone al genocidio non può ignorare la legislazione promossa dalla Knesset più estremista nella storia di Israele. Questa non è più solo una questione interna israeliana, ma parte di un più ampio attacco all’esistenza stessa del popolo palestinese.

Orly Noy è redattrice di Local Call [sito on line di informazione in ebraico co-edito con +972 Magazine, ndt.], attivista politica e traduttrice di poesia e prosa in lingua farsi. È presidente del consiglio direttivo di B’Tselem [ONG israeliana che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele, ndt.] attivista del partito politico Balad [che rappresenta la componente palestinese in Israele, ndt.] La sua scrittura affronta le linee che si intersecano e definiscono la sua identità di Mizrahi [componente ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, migrante temporanea che vive a contatto interiore con un’immigrata permanente, e del dialogo costante tra loro.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La lobby di Israele si sta indebolendo davanti ai nostri occhi

 Philip Weiss  

2 dicembre 2025 – Mondoweiss

Dopo due anni di genocidio a Gaza il sostegno della comunità ebraica americana a Israele è in evidente crisi. La questione chiave in questa crisi è un soggetto un tempo considerato impossibile da criticare: la lobby israeliana.

Il mese scorso un membro di alto livello dell’organizzazione ebraica J Street [gruppo di pressione liberal statunitense moderatamente critica con Israele, ndtr.], che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a qualunque costo” è stata imposta da un’“associazione ben finanziata di …ebrei”.

Un piccolo, organizzato e ben finanziato gruppo di ebrei americani ha posto la questione come dirimente nelle elezioni e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di contrastarlo”, ha scritto Ilan Goldenberg. Non molto tempo fa gli attacchi contro la lobby israeliana (compreso il mio) erano considerati teorie cospirative antisemite. Adesso li diffonde un’importante organizzazione ebraica

Questo accade perché lo storico sostegno ad Israele della comunità ebraica americana oggi è in evidente crisi. Eminenti ebrei stanno finalmente attaccando la lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da organizzazioni ebraiche di primo piano per garantire che non ci fosse alcuna distanza tra i governi israeliano e USA.

La crisi è stata determinata dalla dirompente vittoria alle elezioni per il sindaco di New York di Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana: non puoi essere antisionista ed essere preso su serio nella politica statunitense.

La lobby israeliana, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, ma Mamdani ha sconfitto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso l’establishment ebraico si è espresso con voce timorosa. L’elezione di Mamdani è “deprimente” e “nefasta”, ha affermato la Conferenza dei presidenti [delle associazioni ebraiche USA, ndt.]. “L’ingresso di Zohran Mamdani” a Gracie Mansion [la residenza ufficiale del sindaco di New York, ndtr.] ci ricorda che l’antisemitismo rimane un chiaro e imminente pericolo.”

La ADL [Lega Antidiffamazione, organizzazione ebraica internazionale, ndtr.] ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” in base all’idea che Mamdani favorirà la violenza antisemita – un’accusa basata sulle critiche di Mamdani ad Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite…ed ha mostrato forte animosità nei riguardi dello Stato ebraico in contrasto con le opinioni della schiacciante maggioranza degli ebrei di New York.”

Se la lobby pensava di mettere al tappeto Mamdani, non ci è riuscita. Due settimane dopo l’elezione Mamdani è andato alla Casa Bianca ed ha parlato di “genocidio” israeliano e Trump non ha fatto niente per contraddirlo. Era ora di sentire pronunciare quel termine alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha dato il via al nuovo discorso critico verso Israele, ma questo è stato permesso da un più vasto movimento sociale. I giovani americani si stanno ribellando contro Israele per le sue politiche antipalestinesi di genocidio e apartheid.

Il mese scorso Rahm Emanuel [politico e ambasciatore statunitense, membro del partito democratico, ndtr.] ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, la Jewish Federations. Sottolineando che Obama visitò Israele prima di lanciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che sta per candidarsi alla presidenza, ha detto che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale. 

Nessuno sta lasciando l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica.”

E non si parla solo di democratici. Emanuel ha detto che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno scagliando contro Israele.

Guardate in che posizione si trova Israele in America tra i giovani sotto i 30 anni”, ha detto. “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico prendere una posizione filoisraeliana. Israele è estremamente impopolare – voglio far comprendere questo aspetto a tutti quelli tra noi che sostengono uno Stato ebraico – oggi per la generazione sotto i 30 anni gli ultimi due anni saranno decisivi come lo è stata la guerra dei 6 giorni per la generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti sul compito che abbiamo di fronte.”

La lobby israeliana si sta squagliando davanti ai nostri occhi. Durante la stessa conferenza Eric Fingerhut, un ex membro del Congresso a capo delle Federations, ha detto che la brutta immagine di Israele è il risultato di una cospirazione internazionale:

Abbiamo riscontrato un attacco pianificato e coordinato contro i sostenitori di Israele in Nordamerica e contro la comunità ebraica che appoggia Israele, alimentato da miliardi di dollari in fondi neri…provenienti da Iran, Qatar, Cina e Russia ed altri. Diffuso dai più avanzati strumenti di comunicazione mai inventati…”

La conferenza era finalizzata a ripristinare la buona posizione di Israele nel discorso americano – “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che significa Israele.”

Ma ha clamorosamente fallito. La copertura dell’evento si è incentrata su un altro disastro: la scrittrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, ha lamentato che parlare ai giovani di Israele significa finire contro “un muro di bambini morti.”

I bambini morti stanno tormentando anche gli ebrei americani, ha detto Hurwitz:

C’è tiktok che martella il cervello dei giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché così tanti di noi non possono avere una conversazione sana con gli ebrei più giovani, perché qualunque cosa cerchiamo di dire loro, la ascoltano attraverso questo muro di carneficina. Io voglio fornire dati, informazioni, fatti. Loro li ascoltano attraverso questo muro di carneficina.”

Hurwitz ha affermato che l’educazione sull’olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Questo li ha portati a vedere gli israeliani pesantemente armati come nazisti, e i loro bersagli, gli scheletrici palestinesi, come oggetti di simpatia.

Hurwitz è stata ferocemente attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale, per la sua affermazione che coloro che negano il diritto degli ebrei ad uno Stato ebraico sono antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, dice Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria ad una storia di odio verso gli ebrei antica di 2000 anni. Negando queste verità gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso indiscriminatamente i civili palestinesi e ha distrutto i loro mezzi di sopravvivenza per due anni a Gaza, con l’avallo del governo americano e della lobby israeliana.

La signora Rachel, famosa sui media per bambini, ha dato voce alla situazione morale di Gaza a novembre quando ha accolto a New York una ragazza traumatizzata di nome Qamar:

Mi dispiace tanto per Qamar perché il mondo è rimasto fermo quando il suo campo è stato bombardato, le sono state negate cure mediche per 20 giorni ed hanno dovuto amputarle una gamba e lei viveva in una tenda lacera, allagata e fredda.”

Non c’è da meravigliarsi che Rachel sia diventata una leader nell’ambito della solidarietà per la Palestina negli Stati Uniti, per la sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I principali media stanno ora facendo il possibile per negare questo movimento. Negano che le posizioni riguardo alla Palestina abbiano avuto un ruolo nella sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano che abbiano costituito un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche quando neo candidati che si battono contro Israele stanno crescendo nelle primarie dei democratici in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico adesso è una crisi per gli ebrei, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta dividendo riguardo al suo sostegno ufficiale al genocidio.

Gli ebrei che denunciano le azioni di Israele sono stati cruciali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano sionisti progressisti. Ma anche il sionismo liberal è a sua volta in confusione, abbandonando vecchi dogmi – come ‘il BDS è antisemita’ – per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Joanathan Greenblatt stanno portando l’establishment ebraico in una situazione marginale. L’argomentazione decisiva di Hurwitz è l’eccezionalismo: gli ebrei hanno un ruolo speciale da ricoprire nel mondo, ecco perché la gente ci odia.

Si inserisce in una lunga tradizione: la lobby ha propinato una bugia dopo l’altra nel nostro discorso politico. I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case. Insediare 700.000 coloni nei territori occupati è buona cosa. Non esiste apartheid. Non esiste genocidio.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono nell’interesse degli USA.

Queste bugie ora non funzionano più. Qualunque ideale il sionismo abbia sposato alle sue origini come movimento di liberazione europeo, esso si è coagulato in fanatismo a fronte della resistenza palestinese. La comunità ebraica ufficiale ha incentivato quel fanatismo.

Le bugie della lobby israeliana un tempo erano un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi porta questo discorso nelle pubbliche piazze.

Philip Weiss

Philip Weiss è fondatore e caporedattore di Mondoweiss.

(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Il ministro israeliano Ben Gvir promuove il capo dell’unità coinvolta nell’esecuzione di due palestinesi

Mera Aladam

1 dicembre 2025 – Middle East Eye

Il ministro di estrema destra chiede anche la fine delle indagini sulle uccisioni di palestinesi

Il ministro della sicurezza nazionale di estrema destra israeliano ha promosso il comandante di un’unità sotto copertura responsabile dell’esecuzione a distanza ravvicinata di due palestinesi disarmati a Jenin, nella Cisgiordania occupata.
La decisione di Itamar Ben Gvir di far avanzare il comandante nella polizia di frontiera al grado di colonnello arriva giorni dopo che gli omicidi hanno avuto luogo nel quartiere di Abu Dhahir
.

L’incidente di giovedì è stato ripreso in video e mostra i due uomini che emergono da un edificio con le braccia alzate e le magliette sollevate, indicando chiaramente che erano disarmati, si stavano arrendendo e non rappresentavano alcuna minaccia per i soldati.
Il ministero della salute palestinese ha identificato le vittime come Al-Muntasir Abdullah, 26 anni, e Yousef Asasa, 37 anni.

Secondo quanto riferito una fonte all’interno della polizia israeliana ha affermato che la decisione di promuovere il comandante è stata presa due settimane fa dall’ispettore generale e dal comandante di polizia senior, aggiungendo che la decisione avrebbe richiesto l’approvazione di Ben Gvir.
L’esercito e la polizia israeliani, che operano congiuntamente nell’area, hanno ammesso la sparatoria e hanno affermato che sarebbe stata avviata un’indagine.

Secondo i media locali tre agenti della stessa unità sotto copertura sono stati indagati dal Dipartimento investigativo interno della polizia con l’accusa di omicidio e sparatoria illegale.

I tre militari hanno affermato di essersi sentiti “minacciati” dopo che i due palestinesi “non hanno risposto alle loro istruzioni e hanno fatto movimenti sospetti”.

Venerdì, le Nazioni Unite hanno descritto gli omicidi come una “esecuzione sommaria”. “Siamo sconvolti per la sfacciata uccisione ieri da parte della polizia di frontiera israeliana di due uomini palestinesi a Jenin”, ha detto venerdì ai giornalisti a Ginevra il portavoce dell’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani Jeremy Laurence.

Porre fine alle indagini sugli omicidi di palestinesi

Ben Gvir ha anche promesso di porre fine alle indagini sull’uccisione di palestinesi, da lui etichettati come “terroristi”.
In una dichiarazione video si può vedere Ben Gvir visitare la base militare dove era di stanza l’unità responsabile dell’uccisione dei due palestinesi, annunciando di essere “venuto qui ad abbracciare gli eroici combattenti”.

“Questa procedura distorta per la quale se un nostro combattente spara a un terrorista viene sottoposto immediatamente ad un’indagine, deve finire”, ha detto. “Stiamo combattendo nemici e assassini che vogliono stuprare donne e bruciare bambini”.
Le indagini militari interne israeliane sulle azioni dei soldati non portano quasi mai a un’azione penale.

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha dichiarato venerdì che l’uso della tortura da parte dello stato israeliano è “organizzato e diffuso” ed è notevolmente aumentato dall’inizio della guerra a Gaza il 7 ottobre 2023.
Il rapporto ha osservato che Israele non ha una legislazione che criminalizzi la tortura e che le sue leggi consentono ai funzionari pubblici di essere esenti da responsabilità penale secondo il principio della “necessità”.

Dal 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le sue già estese operazioni militari e presenza in Cisgiordania.
Negli ultimi due anni, le forze israeliane hanno ucciso più di 1.000 palestinesi e ne hanno arrestati migliaia in tutto il territorio occupato.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele avvia una nuova operazione militare nella Cisgiordania settentrionale

Mohamad Torokman, Alexander Cornwell e Nidal Al-Mughrabi

26 novembre 2025 – Reuters

TUBA, Cisgiordania/GERUSALEMME – Mercoledì le forze di sicurezza israeliane hanno occupato delle postazioni dentro la città di Tuba, in Cisgiordania, e hanno intimato ad alcuni palestinesi di lasciare le proprie case, l’ultimo attacco di una campagna durata un mese nelle città della Cisgiordania settentrionale.

Il governatore di Tuba Ahmed Al-Asaad ha raccontato all’agenzia Reuters che le forze israeliane, supportate da un elicottero che ha aperto il fuoco, hanno circondato la città e si sono schierati in vari quartieri.

L’incursione sembra essere lunga; le forze di occupazione (israeliane) hanno fatto sfollare le persone dalle loro case, occupato i tetti degli edifici e stanno effettuando arresti,” ha affermato.

L’esercito israeliano ha detto che l’operazione portata avanti con la polizia e le forze dell’intelligence è cominciata mercoledì mattina in seguito a “una identificazione di intelligence preliminare dei tentativi di creare” roccaforti e infrastrutture di miliziani.

L’esercito ha affermato di aver localizzato “una sala operativa d’osservazione” durante le sue ricerche in decine di case nella Cisgiordania occupata.

Veicoli israeliani sono stati visti attraversare la città, con le truppe armate di fucili e lanciarazzi che pattugliavano le strade. Soldati sono stati visti anche nella vicina città di Tammun.

PALESTINESI ARRESTATI, LE TRUPPE HANNO PREDISPOSTO POSTI DI BLOCCO

Al-Asaad ha detto che le forze israeliane hanno ordinato a coloro che hanno cacciato dalle loro case di non ritornarvi fino alla fine dell’operazione che, ha anticipato, potrebbe durare molti giorni.

Stanno continuando a completare il controllo della città,” ha raccontato alla Reuter, con le forze israeliane che stanno predisponendo posti di blocco e che hanno arrestato finora almeno 22 palestinesi.

La Cisgiordania è la patria per 2,7 milioni di palestinesi che hanno un autogoverno limitato sotto l’occupazione militare israeliana. Centinaia di migliaia di israeliani vi si sono insediati.

L’attacco di mercoledì estende ulteriormente le operazioni militari avviate quest’anno dalle forze israeliane in parti della Cisgiordania settentrionale, iniziate dalla città di Jenin a gennaio dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.

Migliaia di palestinesi sono stati espulsi dalle proprie case con le forze israeliane che sgomberavano i campi profughi e mantenevano la loro più lunga presenza da decenni in alcune città della Cisgiordania. Questo mese Human Rights Watch ha accusato Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità riguardo alle espulsioni forzate. Israele nega di aver commesso tali crimini.

Negli ultimi mesi anche la violenza dei coloni sui palestinesi è cresciuta in Cisgiordania. I coloni sono raramente arrestati o perseguiti, sebbene l’ondata di attacchi abbia provocato le critiche del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Hamas, che il mese scorso ha accettato il cessate il fuoco con Israele a Gaza, ha condannato l’ultima operazione in Cisgiordania e ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per fermarla.

Da quando Hamas ha effettuato l’attacco del 7 ottobre contro Israele da Gaza due anni fa, Israele ha drasticamente ridotto la possibilità di circolazione in Cisgiordania con nuovi posti di controllo eretti e alcune comunità palestinesi sono state concretamente rinchiuse da cancelli e posti di blocco.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




B’Tselem: i coloni non vengono puniti per le 21 uccisioni durante la ‘pulizia etnica’ in Cisgiordania

 Mera Aladam

25 novembre 2025 – Middle East Eye

Con il bilancio dei morti in Cisgiordania salito a 1.000 dall’ottobre 2023, i palestinesi dicono che ‘la morte è inevitabile’.

I coloni israeliani non sono stati puniti per le 21 uccisioni di palestinesi nel corso degli ultimi due anni, in quella che B’Tselem descrive come una campagna di “pulizia etnica” nella Cisgiordania occupata. L’associazione [israeliana] per i diritti umani nota che dal 7 ottobre 2023 l’esercito ha messo in atto “regole d’ingaggio sempre più lassiste e scriteriate per l’uso delle armi da fuoco” nei territori palestinesi, compreso l’utilizzo di bombardamenti aerei.

L’esercito ha anche armato “migliaia di coloni” ignorando i loro sanguinosi attacchi quasi quotidiani contro i civili palestinesi.

Lunedì in un post sulle reti sociali B’Tselem ha affermato che dall’ottobre 2023 ci sono stati 21 casi di coloni che hanno ucciso palestinesi, ma “neppure uno dei responsabili è stato condannato.”

Secondo i calcoli di B’Tselem da allora le forze israeliane e i coloni hanno ucciso nel complesso più di 1.004 palestinesi in Cisgiordania, inclusi 217 minori.

Nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso circa 70.000 palestinesi, tra cui almeno 20.000 minori, mentre altre 10.000 persone sono disperse e presumibilmente morte.

“Stiamo assistendo all’abbandono totale della vita dei palestinesi,” ha affermato Yuli Novak, la direttrice esecutiva di B’Tselem.

“Giorno dopo giorno la situazione in Cisgiordania sta peggiorando e non potrà che peggiorare ulteriormente perché non c’è un meccanismo interno o esterno che limiti o blocchi la politica di continua pulizia etnica di Israele.” Ha invitato la comunità internazionale a porre fine all’ “impunità” di Israele.

Lunedì durante un’incursione nei pressi di Nablus le forze israeliane hanno colpito e ucciso Abdul Raouf Ishtayeh. Il giorno prima coloni e soldati israeliani hanno fatto irruzione nel villaggio di Deir Jarir, a est di Ramallah, e hanno aperto il fuoco contro palestinesi, uccidendo il ventenne Bara Khairy Ali Maali.

“Con questa totale impunità coloni armati attaccano quotidianamente i palestinesi, bruciano case, terreni agricoli e coltivazioni, saccheggiando proprietà e uccidendo abitanti,” afferma B’Tselem. “Benché ogni giorno avvengano decine di queste aggressioni, e molte siano riprese in video e ben documentate, raramente le autorità preposte all’applicazione della legge avviano indagini.”

Rimanere o rimanere”

Un’abitante di Tulkarem, che desidera rimanere anonima per problemi di sicurezza, ha detto a Middle East Eye che la situazione in Cisgiordania sta diventando sempre più difficile per i palestinesi, molti dei quali vivono nella paura e nell’angoscia.

Di recente la sua zona è stata colpita da un’ondata di restrizioni, arresti e incursioni violente da parte di Israele: “Negli ultimi due anni, dal 7 ottobre, il numero dei posti di blocco è salito a 707, ostacolando gravemente gli spostamenti dei cittadini” afferma, aggiungendo che agli ingressi e alle uscite di varie città palestinesi sono stati piazzati cancelli di ferro controllati dalle forze israeliane.

Nel contesto di continue violenze le truppe israeliane hanno anche occupato vari campi profughi, espellendone gli abitanti.

Le espulsioni sono state aggravate da quella che gli abitanti di Tulkarem descrivono come una “gravissima situazione economica” in seguito ai ritardi nel trasferimento delle imposte [da Israele] all’Autorità Palestinese. “In Cisgiordania ciò ha portato al mancato pagamento di stipendi ai dipendenti pubblici palestinesi, che stanno lottando per sopravvivere con il minimo indispensabile delle necessità fondamentali,” afferma. “Non hanno sicurezza né introiti stabili.”

Su come i locali si preparano agli imminenti attacchi l’abitante afferma che non ci sono “alternative” se non rimanere “saldi e risoluti” sulla loro terra.

“In termini palestinesi, la nostra sensazione è che la morte è inevitabile e possa dio accettare i martiri e concedere loro la pace,” sostiene. “Per i palestinesi non ci sono alternative: rimanere o rimanere.”

Aggiunge che le famiglie “non si possono permettere il lusso della tristezza o di prendere in considerazione alternative” quando piangono la morte di familiari o resistono alle difficoltà quotidiane sotto l’occupazione israeliana.

Violenza “frequente e organizzata” dei coloni

Ameer Dawood, della Colonization and Wall Resistance Commission [Commissione di Resistenza contro la Colonizzazione e il Muro] (CWRC), descrive l’incremento delle violenze dei coloni negli ultimi due anni come “sia allarmante sia senza precedenti per livello e intensità.”

Tra gli attacchi documentati dalle squadre della CWRC negli ultimi tempi ci sono incendi, aggressioni fisiche contro palestinesi, pestaggi di volontari internazionali e distruzione di coltivazioni e strutture agricole.

“Fanno parte di un modello costante di violenza in aumento che si è intensificato lo scorso anno,” dice a MEE Dawood, direttore generale per l’informazione e il monitoraggio del CWRC.

Aggiunge che il fatto che i coloni prendano di mira i contadini è “economicamente dannoso e psicologicamente devastante.”

“I coloni responsabili di questi attacchi agiscono sempre più con un esteso senso di impunità, spesso con la protezione o la presenza delle forze di sicurezza israeliane,” spiega.

Nel contempo, aggiunge, recenti cambiamenti politici hanno effettivamente dato ai gruppi guidati dai coloni più potere sulla sicurezza e sulla gestione della terra, rafforzando fazioni estremiste e consentendo che avvengano azioni violente senza conseguenze.

Dawood avverte che, senza un immediato intervento per imporre la legge o arginare il potere concesso ai gruppi di coloni estremisti, il “modello di violenza” probabilmente continuerà.

“Senza che siano chiamati a risponderne, gli attacchi probabilmente diventeranno più frequenti, più organizzati e più pericolosi, destabilizzando ulteriormente le comunità rurali e aggravando la crisi umanitaria e politica in Cisgiordania.”

E sottolinea che l’escalation non deve essere considerata come “spontanea”, ma piuttosto come il “risultato di decisioni strutturali che hanno consentito e normalizzato la violenza dei coloni.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Oltre 100.000 palestinesi probabilmente uccisi a Gaza, afferma un importante istituto tedesco

Redazione MEE

25 novembre 2025-Middle East Monitor

Il Max Planck Institute rileva che il bilancio delle vittime della guerra a Gaza è considerevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese

Almeno 100.000 palestinesi sono stati verosimilmente uccisi nella guerra israeliana a Gaza, secondo un nuovo studio pubblicato da uno dei principali istituti di ricerca tedeschi, il Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) [Istituto Max Plank per la ricerca demografica].

L’MPIDR ha pubblicato martedì un rapporto che stabilisce che il numero di persone uccise nella Striscia di Gaza è notevolmente superiore alle cifre fornite dal Ministero della Salute palestinese.

L’MPIDR è la seconda più grande istituzione europea per la ricerca demografica e una delle più grandi al mondo.

Lo studio stima che 78.318 persone siano state uccise a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024 come conseguenza diretta della guerra. In un’analisi successiva, gli autori hanno scoperto che il numero di morti provocate dal conflitto a Gaza aveva probabilmente superato le 100.000 unità entro il 6 ottobre 2025.

Secondo il Ministero della Salute palestinese a Gaza almeno 69.733 persone sono state uccise dalla guerra israeliana contro Gaza.

Il rapporto del MPIDR cita alcune delle fonti pubbliche utilizzate per la raccolta dei dati: il Ministero della Salute di Gaza, il Centro d’Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati (B’Tselem), due enti delle Nazioni Unite, ovverosia l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari e il Gruppo Interagenzia per la Stima della Mortalità Infantile, e l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica.

Si legge nel documento che “L’aspettativa di vita a Gaza è diminuita del 44% nel 2023 e del 47% nel 2024 rispetto a quanto sarebbe stata senza la guerra, equivalenti a perdite rispettivamente di 34,4 e 36,4 anni”.

La guerra di Israele contro Gaza è iniziata dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 guidato da Hamas al sud di Israele.

Genocidio

Nei due anni successivi Israele ha ridotto l’enclave in macerie con un attacco che le Nazioni Unite, esperti di diritti umani, studiosi del genocidio e decine di leader mondiali hanno concluso essere un genocidio.

Il recente rapporto pubblicato dalla conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo afferma che il bombardamento dell’enclave ha creato un “abisso creato dall’uomo”.

Sebbene il bilancio delle vittime dell’Istituto Max Planck sia molto più alto di quello registrato dal Ministero della Salute palestinese, lo studio si è astenuto dal pronunciarsi sulla questione se l’attacco di Israele costituisca un genocidio.

“Lo studio ha anche rilevato che la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza tra il 7 ottobre 2023 e il 31 dicembre 2024 assomigliava molto ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo inter-agenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME).”

“Poiché genocidio è un termine giuridico molto specifico devono essere soddisfatti alcuni criteri aggiuntivi affinché sia ​​applicabile. Questo non era l’obiettivo di questo studio”, si legge nel rapporto. Gli studiosi, tuttavia, hanno dettagliato il modello statistico utilizzato per determinare quella che hanno definito la “mortalità correlata al conflitto” a Gaza.

“Le nostre stime dell’impatto della guerra sull’aspettativa di vita a Gaza e in Palestina sono significative, ma probabilmente rappresentano solo un limite inferiore dell’effettivo carico di morti” ha affermato Ana C. Gomez-Ugarte, una delle autrici del rapporto. “La nostra analisi si concentra esclusivamente sulle morti dirette legate al conflitto. Gli effetti indiretti della guerra, spesso più gravi e duraturi, non vengono quantificati nelle nostre considerazioni”, ha aggiunto.

L’11 ottobre è iniziato un cessate il fuoco a Gaza, mediato dagli Stati Uniti. Tuttavia Israele ha continuato a colpire l’enclave, violando l’accordo.

Secondo le autorità di Gaza, almeno 339 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani in quasi 500 violazioni del cessate il fuoco.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)