“Uno sterminio silenzioso”: Israele bombarda i magazzini di medicinali di Gaza, peggiorando ulteriormente la catastrofica crisi sanitaria nella Striscia

Tareq S. Hajja

4 agosto 2026, Mondoweiss

Israele ha colpito due importanti depositi di medicinali a Deir al-Balah, l’ultimo di una serie di attacchi israeliani al precario sistema sanitario di Gaza. Secondo il Ministero della Sanità di Gaza la carenza di medicinali sta uccidendo tre malati di tumore al giorno.

Domenica 2 agosto, prima dell’alba, l’esercito israeliano ha colpito un deposito di medicinali accanto all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah, nel centro di Gaza, in quello che le autorità sanitarie palestinesi hanno descritto come l’ultimo passo in una campagna sistematica mirata a smantellare il sistema sanitario di Gaza.

L’attacco ha provocato danni estesi oltre gli obiettivi principali. Due dei quattro magazzini di medicinali dell’ospedale sono stati completamente distrutti, mentre gli altri due hanno subito importanti danni strutturali, secondo quanto dichiarato dal Ministero della Sanità di Gaza. L’esplosione ha inoltre devastato anche decine di tende che ospitavano famiglie di sfollati che si erano rifugiate nel complesso ospedaliero dopo avere perduto le loro case.

Secondo il Ministero della Sanità, l’attacco ha anche provocato danni significativi a un vicino ambulatorio e ha distrutto le scorte già criticamente basse di medicinali e forniture sanitarie.

L’attacco segue mesi di restrizioni all’entrata di aiuti sanitari mentre a migliaia di pazienti è stato impedito di recarsi all’estero per ricevere cure mediche”, prosegue il comunicato, che accusa Israele di compiere attacchi “sistematici e deliberati”.

Fin dall’inizio del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, il sistema sanitario della Striscia è stato al centro di ripetute crisi. Le strutture sanitarie sono state ripetutamente attaccate, gli ospedali e le cliniche danneggiate o distrutte in tutta la Striscia. Solo un piccolo numero degli ospedali che una volta offrivano servizi alla popolazione di Gaza continua a essere operativo e a ricevere pazienti.

Il dottor Khalil al-Daqran, portavoce dell’Ospedale dei Martiri di al-Aqsa, ha detto che l’attacco di domenica è parte di un più ampio assalto al settore sanitario di Gaza. “L’obiettivo dell’occupazione è il crollo totale del sistema sanitario di Gaza”, ha aggiunto il dottor al-Daqran. “I missili hanno completamente distrutto il deposito, è rimasto solo un enorme cratere e tantissimi pazienti in grave pericolo”.

Secondo il medico i magazzini distrutti contenevano medicinali per pazienti con malattie croniche, comprese malattie renali. La distruzione di quei medicinali, ha avvertito, significa un’immediata minaccia alle vite di molti pazienti.

Il dottor al-Daqran ha osservato che i medicinali che riforniscono gli ospedali di Gaza provengono principalmente da organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, ma che Israele “non tiene in alcuna considerazione il diritto internazionale o le organizzazioni internazionali”, citando la distruzione dei magazzini come prova.

Il cratere provocato dai missili israeliani sul magazzini dei medicinali dell’ospedale Martiri di Al Aqsa a Deir al Balah. Foto (Ahmed Ibrahim/APA Images)

Ho visto mio padre morire di cancro. Ora è il turno di mio figlio”

Sei settimane fa, Jihad Abu Hamida, di 61 anni, combatteva contro un tumore mentre lottava per la sopravvivenza nel sistema sanitario di Gaza al collasso. Sfollato nella zona di Al-Mawasi di Khan Younis dopo che la sua casa in città era stata distrutta, Abu Hamida non ha mai ricevuto le cure necessarie a combattere la malattia. Nel giro di sei settimane è morto dopo mesi di cure inadeguate, perché la sua famiglia non ha potuto ricevere i medicinali di cui aveva bisogno né ottenere il permesso di lasciare Gaza per essere curato all’estero.

Suo figlio, Ali Abu Hamida, di 41 anni, ha detto che la famiglia ha esaurito tutte le possibili strade, contattando organizzazioni e enti dentro e fuori Gaza nel tentativo di salvare suo padre. “Abbiamo lottato per lui e ci siamo rivolti a tutti quelli che potevamo, ma senza ottenere alcun risultato”, Ali ha raccontato a Mondoweiss. “Mio padre è morto davanti ai miei occhi senza avere la possibilità di essere curato”.

Ma la famiglia ha dovuto affrontare anche altro, oltre alla morte di suo padre.

Ali ha detto che anche suo figlio, Abdulazziz, di 14 anni, soffre di malattie al cuore e ai reni e che prima della guerra si recava regolarmente in ospedale nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme per cure specialistiche. Dallo scoppio della guerra nell’ottobre del 2023, però, non ha più potuto continuare le cure. Il risultato è stato un deterioramento continuo delle sue condizioni che hanno determinato uno stadio avanzato della malattia.

Ora vedo mio figlio morire davanti ai miei occhi, proprio come ho visto morire mio padre”, ha detto Ali, secondo cui la morte del padre è stata causata semplicemente dal fatto che le cure non erano disponibili. Oggi, vede la salute di suo figlio peggiorare di giorno in giorno. Il ragazzo ha anche sviluppato sintomi da acuto trauma psicologico, provocati dalla costante paura dei bombardamenti e dall’impossibilità di continuare le cure.

In qualsiasi altro paese i governi e le organizzazioni umanitarie si prendono cura dei malati e forniscono loro le cure di cui hanno bisogno per avere la possibilità di guarire”, ha detto Ali. “Solo a Gaza i malati vengono deliberatamente lasciati morire mentre il mondo guarda le loro sofferenze senza offrire alcun vero aiuto”.

Questa è l’occupazione”, ha aggiunto Ali, “questo è quello che ha fatto alla nostra vita di tutti i giorni. Malattie che sono curabili altrove da noi diventano mortali perché le persone non hanno accesso alle cure mediche di base”.

Le conseguenze sulle tende dei civili presenti nel cortile dell’ospedale Martiri di Al Aqsa .Foto: Ahmed Ibrahim Apa Images

La carenza di medicinali comporta tre decessi collegati ai tumori ogni giorno

Storie come quelle di Ali Abu Hamida fanno parte di quello che in una dicharazione dello scorso lunedì il Ministero della Sanità di Gaza ha definito “uno sterminio silenzioso” di malati da parte di Israele durante il genocidio.

Il Ministero ha detto che le restrizioni di Israele continuano a bloccare e limitare gravemente l’ingresso di medicinali a Gaza, e che le forniture in ingresso sono ben al di sotto del minimo richiesto per le cure mediche. Le maggiori carenze, fino al 61%, riguardano i farmaci oncologici ed ematologici, mettendo i pazienti oncologici a “imminente rischio di morte” a causa dell’interruzione dei protocolli terapeutici, ha detto il Ministero.

Secondo il Ministero, manca il 47% dei medicinali e il 58% dei medicinali deperibili. C’è una carenza critica di materiali per gli esami di laboratorio, che in alcuni casi raggiunge l’85%, facendo temere che molti servizi terapeutici e diagnostici essenziali potrebbero presto cessare del tutto.

Il ministero ha detto che quasi tutti i principali settori sanitari sono ora carenti. Manca il 56% dei medicinali per la salute delle madri e dei bambini; il 55% dei medicinali per le cure primarie; il 46% dei farmaci per la cura dei reni e le dialisi; il 35% dei farmaci psichiatrici e neurologici; il 33% dei farmaci per le cure di emergenza e intensive; il 39% delle forniture chirurgiche; e il 48% dei materiali ortopedici.

Ha aggiunto che la grave carenza di materiali per gli esami di laboratorio sta direttamente mettendo a repentaglio la capacità dei medici di salvare vite. Tra i materiali di cui c’è bisogno con più urgenza ci sono gli esami dell’emocromo completo (CBC), l’analisi dei gas ematici e gli esami di chimica clinica, tutti fondamentali per la gestione quotidiana dei pazienti in condizioni critiche nelle unità di terapia intensiva e nei reparti chirurgici.

In un altro comunicato il ministero ha affermato che “la crisi che devono affrontare i malati di tumore ha raggiunto livelli catastrofici: tre pazienti ora muoiono ogni giorno a causa della mancanza di cure specialistiche”.

Il dottor Muhammad Abu Nada, direttore del Centro per la cura dei tumori di Gaza, ha avvertito, in una dichiarazione video pubblicata dal Ministero della Sanità, che si tratta di un deterioramento senza precedenti delle condizioni dei malati di tumore nella Striscia. Circa 11.000 pazienti sono ora a rischio a causa della grave carenza di medicinali essenziali e delle continue restrizioni che impediscono loro di ricevere cure all’estero.

Secondo il dottor Abu Nada, il crollo delle cure specialistiche per i tumori e l’assenza di terapie essenziali hanno come conseguenza tre decessi collegati ai tumori ogni giorno. Circa 4.000 pazienti sono in possesso di un’impegnativa medica ufficiale per cure o diagnosi all’estero ma non possono lasciare Gaza perché le frontiere sono chiuse.

La distruzione dei centri di trattamento specialistici, ha detto il dottor Abu Nada, ha forzato i medici a prendere delle decisioni cliniche sempre più drastiche. In alcuni casi di tumore al seno, comprese pazienti diagnosticate precocemente, “i medici non hanno potuto fare altro che portare a termine mastectomie complete perché la radioterapia non è disponibile e le pazienti non possono viaggiare all’estero per ricevere le cure”.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Una Corte d’appello del Regno Unito conferma che le opinioni antisioniste sono tutelate dalla legge contro la discriminazione

Areeb Ullah

4 agosto 2026 Middle East Eye

L’Università di Bristol perde il ricorso per ribaltare la sentenza di condanna per aver discriminato illegalmente l’accademico David Miller, licenziato per commenti che esprimevano le sue convinzioni antisioniste

Un tribunale d’appello nel Regno Unito ha confermato una sentenza storica secondo cui le convinzioni antisioniste sono anch’esse tutelate dalle leggi sulla non discriminazione, respingendo il ricorso dell’Università di Bristol contro la sentenza secondo la quale avrebbe discriminato illegalmente un professore licenziandolo per aver espresso commenti antisionisti.

In una sentenza emessa martedì l’Employment Appeals Tribunal (EAT, Tribunale d’Appello per il Lavoro) ha confermato le conclusioni di un tribunale del lavoro secondo cui il licenziamento del professor David Miller a causa delle sue convinzioni antisioniste costituiva una discriminazione diretta e illegale delle sue convinzioni filosofiche protette dalla legge.

Il tribunale d’appello ha stabilito che il tribunale di grado inferiore “non ha commesso errori in nessuna delle sue conclusioni in merito alla responsabilità”, compresa la conclusione che le convinzioni di Miller sul sionismo rientrassero nella tutela prevista dalla legge sulla parità di trattamento e non discriminazione del 2010.

“È coerente definire ‘razzista’ un’ideologia [il sionismo] che promuove la creazione di uno Stato [in questo caso Israele] per una sola razza [gli ebrei] in un territorio che in precedenza ospitava un gran numero di persone di una razza diversa [i palestinesi]”, si legge nella sentenza.

“Tale ideologia, che sostiene la migrazione di membri del primo gruppo nel territorio con l’appoggio di una potenza imperiale per sradicare una popolazione indigena, potrebbe anche essere coerentemente definita colonialista e imperialista”.

Nel 2024 un altro tribunale aveva stabilito che il licenziamento del professor David Miller a causa delle sue convinzioni antisioniste costituiva una discriminazione diretta illegittima da parte dell’università, che aveva impugnato tale sentenza. L’EAT ha respinto il ricorso di Bristol e ha stabilito che il tribunale di grado inferiore “non ha commesso errori in nessuna delle sue conclusioni sulla responsabilità”, compresa la constatazione che le “convinzioni filosofiche” di Miller sul sionismo erano “protette” dalla legge. Miller, professore di sociologia politica entrato all’Università di Bristol nel 2018, è stato licenziato per grave negligenza nell’ottobre 2021 a seguito di commenti pubblici rilasciati all’inizio dello stesso anno su sionismo, Israele e le organizzazioni studentesche ebraiche.

La sua ricerca era concentrata sui gruppi di pressione, comprese le organizzazioni collegate a Stati come Israele e Sudafrica.

Nella sentenza del 2024 il tribunale del lavoro aveva stabilito che Miller era stato licenziato a causa di commenti che esprimevano le sue convinzioni antisioniste che, secondo il tribunale, costituivano convinzioni filosofiche protette ai sensi della Legge sulla Parità di Trattamento e Non Discriminazione del 2010.

Vittoria “decisiva”

La sentenza conclude che sia il suo licenziamento che il rigetto del suo ricorso interno rappresentano una discriminazione diretta e illegale.

L’ex accademico ha descritto la sentenza come una vittoria “decisiva” per il movimento antisionista e ha affermato che la “campagna di pressione” contro di lui si è “ribaltata in maniera spettacolare”.

“Il tentativo dell’Università di Bristol di ribaltare la mia vittoria del 2024 presso il tribunale del lavoro è stato completamente respinto. Abbiamo vinto su ogni singolo punto”, ha scritto Miller su X.

“Questa è un’umiliazione pubblica per il regime sionista genocida, i cui agenti in Gran Bretagna hanno costretto l’Università a licenziarmi e poi l’hanno trascinata in questo inutile ricorso”.

Il tribunale d’appello ha concordato con la conclusione della corte secondo cui le convinzioni di Miller – che il sionismo politico sia intrinsecamente razzista, imperialista e colonialista e debba quindi essere contrastato – godono di protezione legale.

Il tribunale ha inoltre convenuto che le dichiarazioni di Miller del febbraio 2021 fossero manifestazioni di tali convinzioni e avessero influenzato in modo sostanziale la decisione dell’Università di licenziarlo.

Pur riconoscendo che l’Università perseguiva obiettivi legittimi, tra cui la tutela degli studenti e della propria reputazione, il tribunale ha concluso che il licenziamento sia stata una risposta sproporzionata poiché i commenti di Miller erano leciti, non erano considerabili antisemiti, non incitavano alla violenza e non minacciavano l’incolumità di nessuno.

Ha ritenuto che una sanzione disciplinare minore sarebbe stata sufficiente. Il tribunale del lavoro aveva accolto tale argomentazione.

Il tribunale d’appello ha inoltre confermato la sentenza del tribunale di primo grado secondo cui Miller ha contribuito al proprio licenziamento con commenti rivolti a studenti ebrei e associazioni studentesche.

Ha convenuto che l’eventuale risarcimento per licenziamento ingiusto dovesse pertanto essere ridotto del 50%.

Tuttavia ha ritenuto che il tribunale di primo grado non avesse sufficientemente motivato la sua conclusione secondo cui vi era una probabilità del 30% che Miller fosse stato legittimamente licenziato nel 2023 a causa di ricorrenti post sui social media, il che significa che un aspetto del risarcimento deve essere riconsiderato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele destina 37 milioni di dollari allo sviluppo del presunto patrimonio culturale e storico ebraico in Cisgiordania nel contesto di una intensificata espansione delle colonie

Redazione di MEMO

4 agosto 2026 – Middle East Monitor

[L’agenzia di notizie turca, ndt.] Anadolu riferisce che, nel contesto di una intensificata espansione delle colonie illegali nel territorio occupato, martedì il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato l’allocazione di 37 milioni di dollari per lo sviluppo di siti dell’eredità culturale e storica ebraica in Cisgiordania.

Per la prima volta nella storia 113 milioni di shekel (32,55 milioni di euro) saranno destinati per sviluppare più di 70 siti dell’eredità culturale e storica in Giudea e Samaria,” ha detto Smotrich sul social media statunitense X, usando i termini biblici israeliani per la Cisgiordania.

Smotrich, leader del partito di estrema destra Sionismo Religioso, non ha specificato i siti cui è destinato il finanziamento.

A maggio la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge per istituire la cosiddetta “Autorità per il patrimonio culturale e storico in Giudea e Samaria” che inserirebbe siti romani, bizantini e dell’epoca delle crociate sotto il controllo del ministero del Patrimonio storico e culturale.

La legge permette la confisca e l’acquisto di proprietà relative a tali siti, sollecitando ad avvertire l’Autorità Palestinese che la misura intende espandere il controllo israeliano e aggravare l’attività di colonizzazione nel territorio occupato palestinese.

Secondo Smotrich da quando il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu è entrato in carica nel tardo 2022 sono stati approvati in Cisgiordania 104 colonie illegali e 160 avamposti.

Secondo i dati palestinesi, circa 750.000 occupanti vivono in 156 colonie illegali e 360 avamposti nella Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 2334 adottata nel 2016 dichiara che le colonie israeliane nel territorio occupato a partire dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, “non hanno validità legale” e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale.

​​​​​​​In un fondamentale parere consultivo a luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato che l’occupazione israeliana del territorio palestinese è illegale e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché Israele è amico di aspiranti autocrati in tutto il mondo

Antony Loewenstein

3 agosto 2026 Middle East Eye

Mentre l’opinione pubblica globale si rivolta contro Tel Aviv, il regime di Netanyahu intensifica le sue interferenze elettorali, dall’Europa al Sud America.

Ho trascorso più di un decennio a indagare sull’industria israeliana delle armi e della sorveglianza, e mi è sempre stato chiaro che lo Stato israeliano è molto più coinvolto di quanto ammetta pubblicamente.

Il continuo passaggio di personale tra settore pubblico e privato è ben noto, ma come hanno fatto alcune delle più grandi aziende israeliane ad ottenere un accesso così incredibile ai governi di tutto il mondo, dall’Arabia Saudita all’Etiopia?

Al di là della diplomazia dello spyware del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu – un modo estremamente efficace per stringere amicizie, offrendo strumenti sofisticati per spiare presunti nemici, giornalisti, attivisti per i diritti umani e persino amici – c’erano sempre delle lacune in quanto sapevamo.

Ma una notizia recentemente trapelata offre uno spaccato di come ciò sia avvenuto. Nel 2013 Shalev Hulio, uno dei fondatori di NSO Group (l’azienda che ha sviluppato il software spia per telefoni Pegasus), si è recato a Panama con un passaporto diplomatico israeliano e ha soggiornato presso l’ambasciata israeliana.

Le importanti inchieste dell’Organized Crime and Corruption Reporting Project e di altre due testate giornalistiche hanno rivelato che Hulio ha avuto un ruolo centrale nella vendita di Pegasus da parte di NSO Group a Panama nel 2012, e che ha firmato il contratto con il governo panamense.

“I registri migratori panamensi ottenuti dai giornalisti mostrano che Hulio è arrivato all’aeroporto di Tocumen a Panama City dagli Stati Uniti con un volo della Copa Airlines il 3 dicembre 2013, utilizzando un passaporto diplomatico per entrare nel Paese. I registri indicano che la visita di Hulio era per ‘svago’ e la sua professione è indicata come ‘diplomatico'”, si legge nel rapporto.

Questo tassello del puzzle conferma parte di una storia che è stato difficile da ricostruire con documenti, e non solo con congetture: NSO Group e molte altre aziende israeliane del settore armi e sorveglianza operano come braccio operativo dello Stato israeliano, promuovendone gli interessi, le preferenze e gli obiettivi, e godendo della sua piena protezione.

Influenza politica

L’enorme quantità di informazioni raccolte da NSO Group e da altre aziende simili è incalcolabile, poiché sono loro a estrarre i dati dai telefoni cellulari (e non i clienti paganti).

È quindi inevitabile che NSO Group, e per estensione il governo israeliano, abbiano raccolto informazioni e segreti che potrebbero essere utilizzati per esercitare una pressione politica su numerosi paesi. Questo è uno dei modi in cui Israele mantiene una significativa influenza diplomatica.

La storia delle battaglie di spyware e hackeraggio degli ultimi dieci anni, e il ruolo centrale di Israele in esse, non è finita. Gli strumenti di spionaggio israeliani continuano a essere utilizzati contro politici, giornalisti e attivisti ignari.

Dal Parlamento europeo alla Russia la mancanza di regolamentazione del settore ha permesso a questo fenomeno di diffondersi senza controllo. Ma la minaccia di strumenti informatici come Pegasus sembra relativamente minore se paragonata all’esplosione delle interferenze israeliane nelle elezioni in tutto il mondo.

Dalla Scozia alla Francia, dalla Colombia all’Honduras le aziende israeliane stanno impiegando trucchi sporchi per favorire la vittoria di candidati filo-israeliani, comprese enormi “bot farm” [produttori di falsi account automatizzati e post sui social media, n.t.d.], la diffusione di disinformazione sui candidati filo-palestinesi e la manipolazione dei social media. Come nel caso dell’industria dello spyware il mondo reagisce con paralisi e paura.

Si tratta di una questione che tocca il cuore della democrazia e la possibilità della sua stessa esistenza. I servizi israeliani di manipolazione elettorale sono in vendita al miglior offerente e stanno già distorcendo ciò che sappiamo e comprendiamo sull’essenza stessa di elezioni libere ed eque.

Campagne di destabilizzazione

Prendiamo l’America Latina, una regione che sta vivendo un’ondata di campagne di destabilizzazione guidate da Israele. All’inizio di quest’anno è emersa una notizia su una presunta collaborazione tra l’amministrazione Trump, il regime di Netanyahu e l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti nel 2024 per gravi reati legati al narcotraffico e graziato [da Trump, n.d.t.] l’anno successivo.

Il piano? Destabilizzare i governi “ostili” e insediare elementi filo-israeliani e filo-americani per indebolire la sinistra, dalla Colombia al Messico (la prima campagna ha già avuto successo, con la recente vittoria del presidente eletto Abelardo de la Espriella).

Il Brasile potrebbe essere il prossimo obiettivo, con il candidato presidenziale Flavio Bolsonaro, figlio del precedente presidente Jair Bolsonaro, che ha lanciato la sua campagna con l’appoggio di Netanyahu.

È lecito presumere che gli hacker elettorali israeliani lavoreranno giorno e notte per aiutare la campagna di Bolsonaro e sabotare il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva in vista delle elezioni generali di ottobre.

L’Honduras sembra ancora una volta essere un punto centrale attorno al quale si concentrano le pressioni dell’estrema destra israeliana e americana; il paese sarebbe disposto a cedere il controllo di basi militari e zone economiche speciali a Israele e agli Stati Uniti.

Tutto ciò avviene mentre Israele sta subendo il più grande crollo di consensi della sua storia. Si tratta di un cambiamento storico, che potrebbe avere un impatto significativo sulla politica occidentale nei prossimi anni. Ma in questo momento la Palestina viene calpestata e cancellata, da Gaza alla Cisgiordania occupata.

È difficile rendere l’idea della portata degli sfollamenti, della violenza e della paura tra i palestinesi. Questo è lo Stato israeliano sotto steroidi che intravede un’opportunità irripetibile per allontanare quanti più palestinesi possibile dalla loro terra completando la strada verso uno Stato completamente rabbinico e suprematista ebraico.

In questo contesto è comprensibile che un governo israeliano in preda al furore voglia farsi amici nella comunità internazionale, mentre l’opinione pubblica gli diviene ostile in un modo che non ha precedenti. La manipolazione elettorale potrebbe sembrare una mossa disperata da parte di una nazione sull’orlo del baratro, ma in realtà rappresenta un’accelerazione dell’affermazione di Israele come alleato affidabile e autocratico, che discrimina spudoratamente le minoranze e i palestinesi, e che nel farlo alimenta l’ondata di estrema destra.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.




Un medico palestinese detenuto in un carcere israeliano descrive l’incuria medica, le botte e le umiliazioni

Amira Hass

2 agosto 2026 – Haaretz

Il dottor Mazen Rantisi, 71 anni, trattenuto in una struttura carceraria per prigionieri in detenzione amministrativa, ha descritto le violenze delle guardie, il grave sovraffollamento, le squallide condizioni igieniche e il cibo immangiabile. Il Servizio Carcerario: ‘Le accuse sono false’.

Un medico di Ramallah detenuto per più di un mese ha descritto le dure condizioni del carcere di Ofer, una struttura carceraria per detenuti in regime amministrativo in Cisgiordania. Ha rapidamente perso peso a causa del cibo che ha definito non adatto al consumo umano, ha passato i primi dieci giorni senza le sue regolari medicazioni e tuttora gli viene negata una di esse. Le sue richieste di vedere un medico sono rimaste senza risposta, e ha detto, e solo una volta un medico gli ha sentito il polso, attraverso una fessura nella porta.

Il dottor Mazen Rantisi ha reso il suo racconto ad un avvocato del Comitato pubblico contro la Tortura in Israele, che lo ha visitato martedì scorso. La sua testimonianza corrisponde ai risultati di un rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico che ha evidenziato il degrado delle condizioni di detenzione, e ricalca i racconti di altri detenuti e prigionieri palestinesi.

Il dottor Rantisi, di 71 anni, è conosciuto come il “dottore dei poveri”: fa pagare solo 30 shekel (10 dollari) a visita nella sua piccola clinica e spesso rinuncia al compenso. E’ stato arrestato a casa sua nelle prime ore del 21 giugno e accusato di essere a capo del consiglio dell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità.

L’ONG, fondata nel 1985 da attivisti palestinesi di sinistra, fornisce cure mediche ogni anno a migliaia di palestinesi soprattutto in zone lontane dai centri urbani, ed è legalmente registrata presso il Ministero dell’Interno dell’Autorità Palestinese.

Nel 2020 Israele ha dichiarato l’associazione un’ “associazione illegale”ai sensi dei Regolamenti di Difesa (Emergenza) del periodo del mandato britannico, adducendo che questa ed altre associazioni avessero fatto arrivare denaro al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: un’accusa che esse hanno veementemente respinto. Lo hanno definito un pretesto per ostacolare il lavoro di organizzazioni che operano a favore dei palestinesi. Altri sette abitanti della Cisgiordania sono stati arrestati dopo il 21 giugno per i loro incarichi nell’Unione dei Comitati dei Lavoratori della Sanità. Quattro sono stati rilasciati, di cui tre donne; una di loro, che è stata incriminata come il dottor Rantisi, è stata rilasciata su cauzione.

Saja Misherqi Baransi è stata la prima avvocata ad aver incontrato il dottor Rantisi di persona dopo il suo arresto, sebbene attraverso un vetro divisorio. Altri avvocati hanno parlato con lui solo per telefono o lo hanno visto su uno schermo video nel tribunale militare, dove i giudici hanno più volte prorogato la sua detenzione.

Quando il dottor Rantisi è stato condotto nella sala visite Misherqi Baransi, che lo conosceva da anni, ha constatato quanto fosse diventato magro e debole. Ha detto a Haaretz che due guardie mascherate lo hanno fatto entrare con la schiena curva, la testa china verso il pavimento e le mani ammanettate dietro. La benda sugli occhi era stata rimossa appena prima, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che quella era la posizione imposta ai detenuti quando escono dalla cella: per andare in cortile, per spostarsi da un braccio all’altro o verso la stanza dove guardano su uno schermo le loro udienze presso il tribunale militare. Ognuno di questi spostamenti è una tortura, ha detto; quando prova a raddrizzarsi anche di poco le guardie gli spingono la testa di nuovo in basso. Una volta, ha raccontato, la guardia ha cercato di fargli sbattere la testa contro una porta.

Una grata di ferro separa la stanza dove ha avuto luogo l’incontro da quella dove sono posizionate le guardie. Alla base della grata c’è una piccola apertura attraverso cui i detenuti sporgono le mani perchè le guardie rimuovano le manette metalliche. Misherqi Baransi ha visto che il dottor Rantisi faticava a curvarsi e allungare le braccia dietro di lui; ha detto alle guardie che dovevano tenere conto della sua età. Le hanno risposto di non interferire con la procedura, ha detto.

Il dottor Rantisi le ha detto che durante le quattro conte quotidiane del carcere – la prima alle 5 del mattino – i detenuti devono inginocchiarsi contro il muro con la testa china. Ha anche detto che spesso le guardie li insultano e li umiliano.

La cella del dottor Rantisi ha sei letti, ma ospita 10 persone; quattro dormono a turno su materassi sul pavimento. Tutti sono molto più giovani del dottor Rantisi, che ha detto che gli lasciano sempre un letto. Diverse volte a settimana, ha detto, le squadre del Servizio Penitenziario israeliano fanno incursione nelle celle e picchiano i detenuti: loro la chiamano qam’a (soppressione in arabo). Haaretz ha ricevuto simili racconti da altre carceri.

I giovani mi proteggono, mi circondano e si prendono le botte”, ha detto il dottor Rantisi. Durante un’incursione le guardie hanno sparato gas lacrimogeni nella cella. L’esperienza di soffocamento è stata straziante per lui.

Da quando è stato incarcerato il dottor Rantisi ha indossato gli stessi indumenti forniti dal Servizio Penitenziario israeliano, lavandoli con un sapone che, come ha detto, “puzza terribilmente”. Un’unica saponetta viene usata da tutti i detenuti sia per lavarsi che per lavare i vestiti e si esaurisce prima che ne arrivi una nuova. Poichè non gli è permesso di stendere i panni ad asciugare in cella durante le conte, a volte sono costretti a rimettersi camicie e pantaloni bagnati o umidi.

Il dottor Rantisi ha detto alla sua avvocata che il Servizio Penitenziario israeliano non fornisce detersivi, scope o stracci per pavimenti e che la stanza è torrida e piena di pulci e zanzare. Il problema è peggiorato dal fatto che le guardie portano i materassi nel cortile, li lavano e li riportano dentro bagnati. L’umidità produce muffa.

Il cibo viene portato in cella tre volte al giorno, ma il dottor Rantisi dice che è immangiabile e le porzioni sono scarse. Nei primi giorni non è riuscito a toccarlo. L’hummus non è cotto, ha detto, il riso puzza, i pomodori sono quasi marci e le uova non sono fresche. Poco a poco ha iniziato a mangiare un po’ di pane, anche se era ammuffito. Ai detenuti non vengono dati libri da leggere, nè penne o quaderni.

In risposta il Servizio Penitenziario israeliano ha affermato: “Le accuse descritte sono false, non sono basate su fatti e fanno parte di una campagna di denigrazione contro lo Stato di Israele e le sue legittime istituzioni. Il Servizio Penitenziario agisce in base alla legge e sotto costante supervisione giuridica. Tutti coloro che sono sotto custodia del Servizio Penitenziario sono detenuti nel rispetto della legge e dei diritti e del trattamento richiesti dalla legge.”

Ma il rapporto dell’Ufficio del Difensore Pubblico, pubblicato il 1° luglio, afferma che nel 2025 le condizioni di detenzione in Israele sono significativamente peggiorate, con ciò che viene definita una violazione senza precedenti dei diritti di detenuti e prigionieri. Il rapporto punta il faro sul sovraffollamento, la scarsa pulizia e igiene, le infestazioni di insetti, la carente aereazione e la mancanza di dotazioni di base per i detenuti. Sottolinea che il sovraffollamento è tuttora peggiore tra i detenuti e i prigionieri e riporta le loro lamentele circa grave mancanza di cibo, inadeguate cure mediche e costante violenza. Secondo il rapporto questi problemi sono stati portati all’attenzione del procuratore generale e del commissario del Servizio Penitenziario israeliano.

Dichiarazione: chi scrive è amica personale del dottor Rantisi e di sua moglie.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




“Piena collaborazione”: come l’università di Tel Aviv fornisce servizi ai servizi di sicurezza statali di Israele

Meron Rapoport e Aharon Porath

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Dal reclutamento da parte dello Shin Bet ai programmi di addestramento militare, le istituzioni israeliane della difesa si stanno inserendo sempre più nella vita accademica.

Il 16 luglio, alla cerimonia per il diploma di dottorato dell’università di Tel Aviv, dopo che Hila Ben David si è esibita nella canzone “Imagine” di John Lennon il palco è passato al brigadiere generale (della riserva) Danny Gold, capo della Direzione Generale del ministero della Difesa per le Ricerche e lo Sviluppo della Difesa. Gold, studente della TAU [Tel Aviv University, ndt], dove ha ottenuto tutti i suoi titoli accademici, era tornato alla sua università per rivolgersi ai dottorandi.

In una lezione intitolata “Turning Vision into Security” [Trasformare la Visione in Sicurezza] Gold ha presentato sistemi d’arma israeliani insieme a immagini di lanciamissili, intercettori della difesa aerea e attacchi israeliani contro camion nel cuore di Teheran. Sullo schermo sono comparse diapositive che promuovevano Elbit Systems e Rafael, le principali industrie israeliane della difesa, così come marchi privati più piccoli come SMART (“Mortalità e precisione per combattenti”) e UNIQAI (“IA per la pianificazione delle missioni”).

Dopo circa sette minuti dall’inizio della presentazione la cerimonia è stata interrotta da urla indistinte, sporadici applausi e fischi di disapprovazione. Vari dottorandi e loro familiari se ne sono andati, tra gli altri il dottor Jad Ka’dan, che aveva appena ricevuto il dottorato in studi culturali ed era uno dei 17 studenti palestinesi che quest’anno l’università ha insignito con quel titolo.

Quando (l’università) invita il dr. Gold e improvvisamente stai guardando video del lancio di missili, sirene d’allarme e bombardamenti su Teheran ti rendi conto che vieni trattato con disprezzo, stanno cercando di umiliarti,” ha detto a +972 Magazine e a Local Call [versione in ebraico di +972, ndt.].

Ka’dan, che ha terminato il suo dottorato in California, ha trovato la celebrazione dell’industria della difesa israeliana particolarmente scioccante: “(In tutto il mondo) la gente sta parlando di BDS [Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, ndt.] e tu ci stai mostrando video come questo? Mi vergogno di dire che questo è ciò che fanno vedere qui,” afferma.

Le proteste non sono venute solo dagli studenti palestinesi. Secondo Ka’dan quando la madre di un suo amico si è avvicinata al palco e ha iniziato a gridare “Vergogna!”, circa un quarto del pubblico si è unita a lei. “Nella sala circa metà delle persone ha disturbi post traumatici da stress in seguito alla guerra (con l’Iran),” ha detto Ka’dan, “e quindi tu mostri loro dei video di esplosioni?”

E’ davvero appropriato,” ha aggiunto. “Prima ‘Imagine’, riguardo al fatto che non ci siano Nazioni e niente per cui uccidere o essere uccisi, e poi un ufficiale dell’esercito.”

Poco dopo che Gold ha finito il suo discorso la rettrice dell’università prof.ssa Noga Kronfeld-Schor, visibilmente a disagio, è salita sul palco e si è scusata se il discorso “aveva ferito alcune delle persone (tra il pubblico).”

Docenti del gruppo “Academia For Equality” [Accademia per l’Uguaglianza] hanno subito fatto circolare una lettera in cui sostengono che il problema è andato al di là di un discorso di laurea privo di tatto. Hanno scritto che l’allocuzione era rivolta a studenti ebrei e palestinesi i cui corpi e le cui menti negli ultimi tre anni sono stati segnati da una guerra che sembra infinita “e che erano arrivati lì “per festeggiare i loro risultati accademici, non per vedere uno spettacolo propagandistico.” L’evento, hanno sostenuto, ha costituito “un ulteriore passo nella crescente militarizzazione delle nostra università nel corso degli ultimi anni.”

Nei giorni seguenti l’amministrazione ha rilasciato delle scuse più dettagliate ai principali membri del personale docente, riconoscendo che l’invito a Gold era stato “un errore” perché la presentazione aveva turbato parte del pubblico, tra cui minorenni, famiglie in lutto e soldati traumatizzati dalla guerra. Ma ha categoricamente rifiutato la principale conclusione di Academia For Equality, secondo cui l’università sta attraversando un processo di militarizzazione.

Nella loro risposta il preside dell’università Ariel Porat e la rettrice Noga Kronfeld-Schor hanno definito l’accusa “una menzogna e un’invenzione, una vera campagna di calunnie” che rafforza la causa di “quanti vogliono boicottare il mondo universitario israeliano presentandolo come un agente dell’esercito.” Eppure un’indagine di +972 e Local Call mette in discussione il biasimo dell’amministrazione.

Interviste e documenti indicano un’università che negli ultimi anni ha dato sempre più spazio al sistema militare e della sicurezza israeliano nella vita del campus, dalla collaborazione con l’esercito ai tentativi di reclutare studenti nello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele.

Caccia ai talenti nel campus

Circa un mese prima della discussa apparizione di Gold alla cerimonia di consegna dei titoli il Centro per lo Sviluppo delle Carriere della TAU aveva invitato gli studenti dei dipartimenti di Studi di Storia del Medio Oriente e Africa e di Studi Arabi e Islamici a un incontro sulle prospettive di carriera con un rappresentante dello Shin Bet. La mail di giugno, inviata dalla consulente per le Carriere Umanistiche Sivan Tivoni e ottenuta da +972 e Local Call, diceva che il servizio di sicurezza aveva preso contatti con l’università per organizzare un evento specificamente rivolto agli studenti dei due dipartimenti.

Come parte dell’evento,” si legge nell’invito, “un ex- ufficiale di altro grado dello Shin Bet sarà nostro ospite per una sessione motivazionale e una discussione aperta su operazioni sotto copertura, su sfide di intelligence e sicurezza e sull’importanza della conoscenza della lingua araba e della familiarità con il mondo arabo e islamico nell’importante lavoro professionale.” Gli studenti avrebbero anche ascoltato “vicende e approfondimenti da questi campi (argomento sottoposto a vincoli di riservatezza riguardo alla sicurezza) e partecipato a discussioni dirette con gli ospiti.”

Muhammad Masarwa, studente di un master in Studi Arabi e Islamici e attivista politico, afferma che l’invito riflette una più generale tendenza a vedere lo studio dell’arabo principalmente attraverso le lenti della sicurezza. “E’ molto triste inquadrare lo studio dell’Islam e la familiarità con il mondo arabo dalla prospettiva di ‘conoscere il nemico’,” ha affermato. L’invito, aggiunge, trasmette il messaggio che “attraverso la tua conoscenza della cultura e della lingua puoi diventare parte di un sistema che può danneggiare altri.”

Masarwa ha detto che né lui né alcun altro studente palestinese che lui conosca nei due dipartimenti hanno mai ricevuto la mail. Lo ha saputo solo dopo che un amico palestinese gli ha inoltrato l’invito che altri studenti ebrei avevano condiviso con quell’amico. (La TAU non ha risposto alla domanda di +972 e Local Call riguardo a se l’invito sia stato mandato esclusivamente a studenti ebrei.)

Secondo Masarwa all’interno del dipartimento l’invito ha provocato scarso dibattito. Ma lui non crede che la diffusione sia stata casuale: “Tra gli studenti ebrei, anche se non tra tutti, c’è un’evidente aspirazione a trovare lavoro nello Shin Bet per unirsi al sistema di sicurezza,” ha affermato. “(Non si dedicano allo studio dell’arabo) per amore verso una lingua e una cultura.”

Fonti ufficiali del dipartimento che hanno parlato con +972 e Local Call hanno preso le distanze dall’iniziativa: “Devo ammettere di non saperne niente,” ha detto il dott. Avner Wishnitzer, direttore del dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa. “Ho capito che l’evento era organizzato dal Centro per lo Sviluppo della Carriera. Non sapevo che la segreteria del dipartimento avesse inviato l’invito. Non è passato attraverso me. In sintesi: non abbiamo alcun rapporto con lo Shin Bet e non organizziamo eventi di quel genere.”

L’università ha fornito una spiegazione simile. Gli eventi per lo sviluppo della carriera intendono esporre agli studenti opportunità di lavoro nei settori pubblici, privati e sociali, ha affermato il portavoce Tomer Walner.

Datori di lavoro “che operano nel rispetto della legge sono invitati a presentare agli studenti campi di lavoro e offerte di impiego coerenti con la loro formazione,” ha aggiunto, sottolineando che questi eventi sono organizzati dal centro e “in nessun caso fanno parte del curriculum accademico.”

Secondo una fonte universitaria alla fine l’evento, previsto per il 15 giugno, non ha avuto luogo perché si sono iscritti troppo pochi studenti. Tuttavia questa “caccia ai talenti”, reclutamento proattivo di persone con capacità specialistiche da parte delle agenzie di sicurezza israeliane nei campus universitari, non è affatto nuova.

Un rapporto del 2025 da parte dell’organizzazione antimilitarista New Profile ha documentato anni di eventi per il reclutamento che hanno coinvolto lo Shin Bet e il Mossad nelle università israeliane, tra cui una “sessione per la carriera nello Shin Bet” del 2017 ospitata dalla facoltà di Scienze Sociali della TAU e un incontro presso il Technion intitolato “La tecnologia al servizio del Servizio della Sicurezza Generale (Shin Bet):”

Più di recente, a maggio, il Centro per lo Sviluppo della Carriera della TAU ha invitato gli studenti di scienze sociali e materie umanistiche a un evento intitolato “Carriere nelle Organizzazioni della Sicurezza” che ha ospitato rappresentanti di Mossad, Shin Bet, ministero della Difesa e Servizio Carcerario Israeliano. “Lo sai” chiedeva l’invito, “che le conoscenze e competenze che hai acquisito nelle scienze sociali e nelle materie umanistiche possono fornirti un reale vantaggio in una carriera nel cuore dell’apparato di sicurezza di Israele?”

Secondo la dott.ssa Outi Bat-El, una linguista della TAU e membro di Academia for Equality, ciò che distingue l’invito di giugno non è che lo Shin Bet stesse reclutando nel campus, ma che stesse cercando studenti da discipline particolari. “L’invito è inusuale in quanto si rivolge specificamente a questi due dipartimenti,” ha sostenuto Bat-El. “Questa non è una fiera del lavoro in cui chiunque può andare e venire come gli va. È mirato.”

La promessa secondo cui gli studenti avrebbero ascoltato “vicende e approfondimenti” sulle operazioni dello Shin Bet, nota, “sembra Disneyland. È un reclutamento per qualcosa di terribile. È cooperazione totale tra l’università e lo Shin Bet.”

Una storia di simbiosi

Il rapporto tra studi di arabo e mediorientali nel mondo universitario israeliano e il sistema della sicurezza del Paese risale ai primi giorni dello Stato e forse persino a prima. Alla TAU è stato istituzionalizzato a metà degli anni ‘60 quando l’università accettò di includere l’Istituto Shiloah, un ente di ricerca del ministero della Difesa che in seguito è diventato il Centro Moshe Dayan, nel suo dipartimento di Studi di Storia su Medio Oriente e Africa.

La decisione non avvenne senza discussioni. In un recente articolo di Haaretz [giornale israeliano di centro-sinistra, ndt.] l’ex-presidente della TAU Itamar Rabinovich, che guidò il Centro Dayan prima di diventare direttore del Dipartimento di Storia del Medio Oriente e dell’Africa, ha ricordato che l’università Ebraica di Gerusalemme aveva rifiutato la proposta del ministero della Difesa di inglobare l’istituto.

La TAU adottò un approccio diverso. All’epoca la nascente istituzione stava cercando di reclutare Shimon Shamir, allora giovane studioso che in seguito sarebbe diventato capo di dipartimento e ricoprì l’incarico di ambasciatore in Egitto e in Giordania. Shamir condizionò la sua nomina al fatto che l’università accettasse l’Istituto Shiloah.

La “simbiosi” tra l’istituzione e il nuovo dipartimento che ne derivò, ha scritto Rabinovitch, “diede all’università di Tel Aviv uno status unico,” all’interno del mondo universitario israeliano.

Il dottor Yonatan Mendel, capo del dipartimento di Studi sul Medio Oriente all’università Ben-Gurion, la cui ricerca riguarda il rapporto tra sicurezza e studi arabi dall’Yishuv [comunità organizzata di immigrati ebrei, ndt.] pre-statale in Palestina in poi, concorda sul fatto che il rapporto era inusuale: “Una relazione così diretta ed esplicita che leghi lo studio dell’arabo all’università con lo Shin Bet e la sicurezza nazionale è piuttosto rara,” ha detto a +972 e Local Call.

Eppure, aggiunge, “l’ingresso di aspetti delle agenzie di intelligence e della sicurezza nell’accademia non è sicuramente un fenomeno nuovo. Ci sono processi che precedono la creazione di Israele e hanno preso slancio negli anni ‘60 e ‘70.”

Nei decenni seguenti, dice Mendel, tale rapporto venne largamente mantenuto sotto un velo di segretezza. Tuttavia dal 7 ottobre ha riguadagnato forza ed è diventato sempre più esplicito. “Forse ciò è a causa del fatto che appoggiare le necessità di sicurezza è improvvisamente visto come all’ordine del giorno,” suggerisce.

Mendel sostiene che il suo dipartimento all’università Ben Gurion non ha mai ricevuto richieste dirette comparabili. La cultura dell’istituzione può spiegare in parte la differenza: nel suo articolo su Haaretz Rabinovich ha descritto il dipartimento di studi sul Medio Oriente della Ben-Gurion come “ribelle, contrario allo spirito dominante.”

Nel suo libro del 2024 “Torri d’Avorio e di Ferro: come le università israeliane negano la libertà ai palestinesi,” [ed. it. Alegre, 2024, ndt.] la studiosa israeliana Maya Wind sostiene che le università israeliane hanno a lungo aiutato a produrre sapere che appoggia il dominio di Israele sui palestinesi presentandosi come istituzioni progressiste e democratiche.

Nel contesto di una crescente collaborazione accademica tra le università statunitensi e israeliane, lo scorso agosto Wind ha detto a +972 che queste ultime “sono di fatto profondamente coinvolte nel colonialismo di insediamento israeliano e ora nel genocidio”, non per ultimo a causa del fatto che intere discipline accademiche “subordinano la loro produzione di sapere alle necessità dello Stato di Israele.”

Per Mendel questa vicinanza storica tra gli studi sul Medio Oriente e il sistema di sicurezza aiuta a spiegare perché il campo di studi “a volte cade nella trappola dell’Orientalismo” e perché molti cittadini palestinesi di Israele hanno stentato a vederlo come proprio.

Tuttavia evidenzia anche una tendenza opposta: negli ultimi anni studiosi e ricercatori dell’accademia israeliana hanno spinto le loro discipline in direzioni più civili e critiche. “Questa è la tendenza che dobbiamo rafforzare: ricerca indipendente e critica il più lontano possibile da un approccio centrato sulla sicurezza.”

Militarizzazione alla luce del sole

Eppure, anche se alcuni studiosi hanno un’opinione critica nei confronti dei rapporti tra il mondo universitario e il sistema della sicurezza, negli ultimi anni i legami istituzionali della TAU con l’esercito si sono significativamente rafforzati.

Agli inizi dell’ottobre 2023, prima dell’attacco del 7 ottobre, l’università ha lanciato il programma “Erez” [terra in ebraico, ndt.], in base al quale approssimativamente 200 candidati al ruolo di ufficiale di combattimento completano il corso di laurea in materie umanistiche e scienze sociali prima di iniziare l’addestramento come ufficiali. La TAU riceverebbe circa 15 milioni di shekel (circa 4,3 milioni di euro) per il programma.

Benché inizialmente l’università abbia promesso che i partecipanti del programma non avrebbero portato armi nel campus, dopo lo scoppio della guerra soldati armati e in uniforme hanno iniziato ad assistere regolarmente alle lezioni. Da allora il loro numero è diminuito, ma i docenti dicono che continuano ad essere una presenza consueta. Bat-El dice: “Sei nel campus e 50 soldati in uniforme e armati si spostano da un edificio all’altro. Non mi sento a mio agio. Immagina come si sentono gli studenti palestinesi.”

I legami dell’università con il sistema della sicurezza si estendono anche nel settore tecnologico. Dal 2018 TAU Ventures, un fondo di capitale di rischio creato dall’università, ha avviato con lo Shin Bet l’“Xcelerator”. Il programma fornisce a startup selezionate un finanziamento di 50.000 dollari dall’agenzia della sicurezza insieme all’ufficio del supporto spaziale e aziendale, e pubblicizza quello che chiama un’“opportunità esclusiva per la validazione e prove di concetto con lo Shabak (lo Shin Bet).”

Il programma ha affermato che per il suo ultimo gruppo stava cercando tecnologie nei campi che includono IA e dati, cyber, minacce con i droni e UAV [aeromobili a pilotaggio remoto, ndt.], piattaforme senza pilota, sensori e intelligence in rete che potrebbero “avere un impatto sul campo di battaglia” e rafforzare le “capacità a lungo termine nella sicurezza” di Israele.

All’inizio del prossimo anno accademico la TAU ospiterà anche il prestigioso programma “Havatzalot”, che addestra le migliori reclute dei servizi segreti mentre completano i loro studi universitari. Il programma è attivo presso l’Università Ebraica dal 2019 nonostante l’opposizione di studenti e docenti, che sostengono che rappresenta “un’espropriazione della sfera accademica e il suo trasferimento al controllo militare.” Dopo che la TAU ha vinto il bando per ospitare il programma l’Università Ebraica ha chiesto al tribunale di impugnare la decisione.

Un incidente recente suggerisce che i legami della TAU con il sistema della difesa va al di là delle campagne di reclutamento e dei programmi di addestramento. Nel maggio 2025, dopo che l’amministrazione universitaria ha sospettato uno studente palestinese di aver scritto slogan contro la guerra di Israele contro Gaza sugli stand dello Shin Bet e di Elbit durante una fiera del lavoro nel campus, essa ha fornito allo Shin Bet i suoi dati personali. Poco dopo lo studente ha ricevuto una chiamata da un uomo che si è identificato come un rappresentante dello Shin Bet e gli ha ordinato di recarsi a una stazione di polizia per una “conversazione”.

Anche se il procedimento è stato subito bloccato dopo l’intervento da parte dell’ufficio disciplinare dell’università, l’incidente ha dimostrato con quanta facilità la cooperazione dell’università con il sistema di sicurezza possa sconfinare nella sorveglianza e nell’intimidazione degli studenti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Ecco com’è un pogrom dei coloni israeliani

Mohammad Hesham Huraini 

27 luglio 2026 – +972 Magazine

Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato totalmente inerme. La mia auto è stata avvolta dalle fiamme, ma l’unica cosa che mi importava era la sopravvivenza della mia famiglia.

Ho saputo che erano qui prima ancora di vederli. Era poco dopo la mezzanotte del 18 luglio e circa 40 coloni israeliani mascherati del notoriamente violento avamposto di Havat Ma’on armati di bastoni, pietre e benzina stavano invadendo il mio villaggio di At Tuwani, sulle colline meridionali di Hebron.

Ho sentito delle urla, seguite dall’inconfondibile suono di pietre che rompono dei vetri. Poi ho sentito il calore delle fiamme che avevano appiccato.

I coloni sono scesi prima verso la moschea di Al-Tuwani. Hanno sfasciato le sue finestre, sparso versato per terra e appiccato il fuoco all’ingresso. Hanno tracciato con lo spray una Stella di Davide sui muri e scritto slogan in ebraico, tra cui “Vendetta”.

Ma vendetta per cosa, esattamente? Ci hanno accusato di aver provocato un incendio che all’inizio della giornata aveva avvolto la colonia di Havat Gilad. In seguito le autorità israeliane hanno annunciato che probabilmente era stato provocato accidentalmente da una sigaretta ancora accesa.

Ma questo falso pretesto era solo una scusa perché i coloni scatenassero la loro ira contro dei palestinesi. Sapevano che non avrebbero dovuto affrontare le conseguenze dei loro delitti e che se avessimo cercato di difenderci l’esercito israeliano sarebbe accorso in difesa dei coloni arrestandoci o persino sparandoci addosso senza alcuna esitazione.

Dopo aver attaccato la moschea si sono divisi in vari gruppi e sono andati di casa in casa. Hanno lanciato altre pietre, rotto altre finestre e gettato benzina nelle case prima di incendiarle.

Quando l’attacco è iniziato mi trovavo da mio zio, mentre il resto della mia famiglia — i miei genitori, le mie sorelle e il mio fratellino — stavano dormendo nella casa vicina. Ho sentito le mie sorelle urlare quando si sono svegliate a causa della puzza di fumo e pareti bruciate, rendendosi conto di quello che stava avvenendo. Sono corso verso casa con un nodo alla gola.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentito completamente inerme. Io ero solo e loro erano più di 40, appoggiati dalle forze di occupazione. Mentre correvo mi hanno lanciato contro delle pietre; non sapevo se alcuni di loro avevano armi da fuoco. Ho a malapena avuto abbastanza fiato da gridare contro di loro, se non altro per avere la sensazione di non essere uno spettatore di fronte alla distruzione della mia casa.

Nel contempo non potevo far altro che pensare alla famiglia Dawabsheh, della cittadina di Duma, la cui casa era stata incendiata da coloni israeliani nel 2015 uccidendo tre di loro, tra cui Alì, di 18 mesi. Ero orripilato dall’idea di stare per perdere la mia famiglia nello stesso modo.

Quando ho raggiunto casa mia la prima cosa che ho visto è stata la mia auto avvolta dalle fiamme. Ma in quel momento non mi importava: tutto quello che contava per me era se la mia famiglia era salva.

Ho trovato mia madre e le mie sorelle piangenti e tremanti. Grazie a dio tutti erano in una stanza, ma i vetri delle nostre finestre rotte erano sparsi ovunque sul pavimento. Il terrore, il panico e la paura che tutti noi abbiamo provato quella notte ci accompagnerà per sempre, accentuato dalla possibilità concreta che potrebbe ripetersi domani.

Nei pressi uno dei miei vicini, un ragazzo di 16 anni, stava dormendo vicino a una finestra quando i coloni hanno buttato dentro della benzina, parte della quale si è sparsa sui suoi vestiti. Se le fiamme lo avessero raggiunto oggi non sarebbe vivo. Invece per il resto della sua vita sarà terrorizzato dal ricordo dell’odore acre del fumo, del sapore della paura e della sensazione di una minaccia mortale.

Mentre questo ragazzino ha avuto “fortuna”, quella notte c’è stata un’altra tragedia nella sua famiglia. Sua madre, che era incinta, è stata colpita da una pietra lanciata dai coloni attraverso la finestra. La Mezzaluna Rossa palestinese è arrivata circa 20 minuti dopo la fine dell’attacco e ha portato velocemente in ospedale la donna, la trentacinquenne Roqaya Rabie, ma non si è potuto salvare il suo bambino non ancora nato a cui è stata persino negata la possibilità di conoscere una vita qui indenne da questa violenza.

I coloni hanno attaccato anche il nostro caseificio, incendiandolo. Per la maggior parte delle donne del villaggio è l’unica fonte di reddito. Siamo già stati esclusi da molte attività per guadagnarci da vivere: la stazione di benzina, le imprese edili e tessili che una volta erano attive qui, negli ultimi anni hanno dovuto chiudere. Il caseificio è tutto quello che abbiamo e i coloni hanno cercato di distruggere pure quello.

Il pogrom è durato solo per circa 10 minuti. Ma 10 minuti passati credendo di stare per perdere la tua famiglia sembrano un’eternità. Come se non avessero già inflitto abbastanza distruzioni, quando se ne sono andati i coloni hanno dato fuoco a un’ultima casa.

In quel momento avevamo iniziato a spegnere gli incendi. Abbiamo cercato di salvare la moschea, le nostre case e il caseificio. La mia auto non si poteva salvare: il fuoco l’ha completamente bruciata quasi immediatamente. Come sempre l’esercito e la polizia israeliani sono arrivati solo dopo che i coloni se ne erano andati. Invece di inseguire gli aggressori o fare un’irruzione nel loro avamposto per arrestarli, se la sono presa con noi. Ci hanno respinti e ci hanno gridato contro consentendo ai coloni terroristi di andarsene nella più totale impunità. Ancora una volta i palestinesi sono stati lasciati senza difesa di fronte alla violenza coordinata praticata dai coloni con la protezione dello Stato.

Suppongo che non abbiate mai avuto da temere una violenta invasione mentre ve ne state seduti a casa vostra. Non vi aspettate che la vostra auto venga improvvisamente avvolta dalle fiamme. Probabilmente non pensereste mai di rinforzare le vostre finestre o di intonacare i vostri muri con una vernice che renda più facile cancellare le scritte dopo un attacco.

Ma qui a Masafer Yatta queste sono preoccupazioni quotidiane. Non importa che uno di noi abbia vinto un Oscar con “No other land” o che, grazie a questo film, il mondo ora sappia il nome nel nostro piccolo villaggio.

Invece di essere protetti siamo stati lasciati a rimettere insieme i pezzi lasciati da un ulteriore attacco che ha danneggiato le nostre vite. Una volta che i muri sono stati ripuliti e la cenere è stata spazzata via abbiamo iniziato a prendere nota di quello che potrebbe essere recuperato e di quello che è stato definitivamente perso a causa della violenza del regime coloniale di Israele.

Mohammad Hesham Hunaini è un giornalista e attivista per i diritti umani indipendente di At-Tuwani, Masafer Yatta.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Karim Khan è stato tolto di mezzo perché ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni

David Hearst

27 luglio 2026 Middle East Eye

Il nome di Khan sarà per sempre legato ai mandati di arresto spiccati contro Netanyahu e Gallant – la risposta più seria che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tra le numerose reazioni seguite alla prevedibile destituzione venerdì del Procuratore Capo Karim Khan dalla Corte Penale Internazionale (CPI) è emerso un post rivelatore.

A scriverlo è stato Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha ammonito il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un criminale di guerra che avrebbe dovuto essere arrestato alla sua prossima visita sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.

Danon ha ribadito l’affermazione – che sembrerebbe essere ora stata confermata – secondo cui Khan avrebbe utilizzato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa per insabbiare le proprie presunte molestie sessuali.

Come ha chiarito l’inchiesta di Middle East Eye, Khan ha emesso i mandati di arresto, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse.

Ma la verità e il giusto processo non hanno trovato spazio nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan, che ha incluso

– una campagna mediatica su Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN;

– degli avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se fossero stati spiccati i mandati di arresto;

– senatori repubblicani che gli dissero: “Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te”;

l’essere indicato pubblicamente come sospettato dal presidente dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP) dell’ONU, il finlandese Paivi Kaukoranta, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi.

Danon ha minacciato Mamdani della stessa sorte di Khan. “@NYCMayor Zohran Mamdani, prendi nota: usare Israele come arma politica non ti proteggerà dalle tue colpe”, ha scritto Danon.

Un nuovo precedente

In passato Israele preferiva agire dietro le quinte. Quando ha cercato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la procuratrice capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione.

L’ex procuratrice ha raccontato in un’intervista ad Al Jazeera un incontro con l’allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

“Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero”, ha affermato. “Questo è il punto fondamentale”.

Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto “occupare” di lei e l’avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: “Sì, l’ha detto”.

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall’inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro alle accuse.

Il Mossad ha inviato una squadra all’Aia, dove Khan risiede, per intimidirlo. Ha fatto recapitare dei messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, anche se quest’ultimo ha dichiarato a MEE di parlare solo a titolo personale.

Infine Netanyahu stesso “ha rivelato” che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo accadde poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

L’affermazione di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan rimase fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, proprio lei tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Questa fiducia sembra essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte dell’Office of Internal Oversight Services [OIOS, organo delle Nazioni Unite responsabile della supervisione interna, ndt.] L’OIOS ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno sessuale.

Le prove raccolte dall’OIOS sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dall’ASP.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell’OIOS “non dimostrano alcuna condotta scorretta o inadempienza” da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati proprio dalla Corte Penale Internazionale (CPI).

A quel punto, l’ASP ha avviato una campagna per sabotare il rapporto redatto dai giudici da essa stessa nominati.

Un processo farsa

Soffermiamoci un momento sull’ultimo punto.

Stiamo parlando di un tribunale. In cui i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.

E poi abbiamo un Ufficio politico formato da ex diplomatici nominati dagli Stati membri che ha deciso di ignorare il parere legale dei loro giudici più titolati e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.

Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha anche emesso un mandato di arresto, avesse fatto le stesse mosse di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della CPI.

Ma è stato persino peggio.

Per licenziare Khan l’Ufficio dell’Assemblea degli Stati Parte, l’organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, e anzi rifiutare del tutto un qualche processo.

Ed è successo anche che alcuni membri dell’Ufficio abbiano affermato privatamente alla querelante e tra di loro che la carriera di Khan era finita, che abbiano cambiato l’accusa per la quale doveva essere destituito senza sottoporgliela e che abbiano modificato le regole di voto.

Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell’Assemblea degli Stati Parte, ha incontrato privatamente l’accusatrice di Khan per discutere del caso prima che, alla fine del 2024, l’Ufficio deferisse la questione all’Ufficio degli Stati Parte dell’ONU.

Un’altra persona appartenente all’Ufficio, l’ambasciatrice ugandese Mirjam Blaak, è stata sentita dire a un collega di credere che Khan “potrebbe non tornare”, descrivendo l’accusatrice come una conoscenza personale.

Nella mia intervista con lui, Khan ha affermato che l’Ufficio si stava inventando tutto al momento. “È un Khan-processo creato apposta … specifico per me.”

Nella votazione per la sospensione di Khan l’Ufficio ha riscontrato che questi aveva commesso “gravi irregolarità”. La decisione, visionata da MEE, accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la querelante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra i due.

Questa accusa non era mai stata formalizzata nei confronti di Khan. Era stato accusato prima di aver toccato la querelante, poi di stupro, ma mai di aver avuto una relazione sessuale consensuale.

La testimonianza della querelante si concentrava su una condotta non consensuale. L’Ufficio lo ha licenziato sulla base di un’accusa che non gli era mai stata mossa.

Per assicurarsi che la pubblica condanna del loro Procuratore capo si svolgesse come previsto, l’Ufficio ha modificato la procedura di votazione, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire all’ASP di formulare una propria interpretazione della presunta irregolarità.

Tre campi

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre schieramenti: coloro che credevano nella sua innocenza e che l’intero processo fosse stato orchestrato da Israele, coloro che credevano nella sua colpevolezza e che stesse utilizzando i mandati d’arresto come copertura e un gruppo intermedio che non riteneva Khan un “Procuratore credibile” nonostante lo fosse la sua condotta professionale come Procuratore, e che la sua rimozione avrebbe permesso l’esecuzione dei mandati da lui emessi.

Questa era l’opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch. Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un team di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan l’ufficio del Procuratore della CPI ha affermato che il lavoro sarebbe continuato senza interruzioni. La CPI ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Come riferito da MEE, ad aprile l’ufficio aveva richiesto un mandato d’arresto per il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e un altro era in fase di preparazione per il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.

Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.

I mandati originali contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali e due di questi sono ancora pendenti.

Il più importante è che la Corte non avrebbe giurisdizione sui suoi cittadini poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d’Appello e di una camera inferiore e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

In una delle tante offerte per convincere Khan a fare marcia indietro, è stato suggerito di permettere al Procuratore capo di “far marcia indietro”. È stato proposto che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò consentirebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività relative a Israele all’interno della CPI sono state bloccate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l’ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto attivi i mandati di arresto di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell’ufficio.

Quelli in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo?

Tra questi spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce Tommy Pigott ha dichiarato: “Karim Khan è l’esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell’abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. Il risultato odierno non avrà alcun impatto sul piano degli Stati Uniti per smantellare la CPI”.

Il suo superiore Marco Rubio è impegnato in una campagna per smantellare la CPI “mattone dopo mattone”, come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: “La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l’arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a suo piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla CPI il vero significato della determinazione americana”.

Incoraggiati dalla rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri soggetti, come Francesca Albanese relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Hillel Neuer, direttore di United Nations Watch [ong fondata nel 1993 per monitorare l’operato delle Nazioni Unite, in particolare il suo presunto bias anti-israeliano, ndt.], ha scritto: “Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della CPI Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato”.

“La prossima sei tu, @FranceskAlbs. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze”.

Notate la parola “nostra”.

Ma ovviamente su questo punto Neuer ha ragione. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha avuto un “ruolo attivo” nella decisione degli Stati membri della CPI di destituire Khan.

Secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News [canale televisivo privato israeliano di notizie su Medio Oriente e affari internazionali in inglese, francese e arabo, ndt.] Sa’ar ha supervisionato “una task force dedicata e ha profuso intensi sforzi diplomatici volti a ottenere la rimozione di Khan dal suo incarico”.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla CPI.

“Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell’America ad agire con forza contro questa istituzione, un’istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni dei funzionari corrotti e irresponsabili dell’Aia”, ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha difeso la CPI né i suoi colleghi avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi. Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro stessi.

Una battaglia persa

Significativamente lo stesso giorno del licenziamento di Khan le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell’avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d’arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che le azioni delle Nazioni Unite sono irrilevanti. Hanno emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto ma nulla è cambiato riguardo all’occupazione, se non in peggio.

Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto. È stata la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il genocidio a Gaza. Ecco perché bisognava sbarazzarsi di Khan.

Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come criminale di guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo il licenziamento di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno dopo il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un criminale di guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questo è il lascito di un ostinato Procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.

Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale (CPI) hanno fallito nel compito di difendere la giustizia internazionale.

Come abbiamo rivelato l’anno scorso, il conservatore britannico Cameron, quando era Ministro degli Esteri, si adoperò per sabotare l’indagine di Khan su Israele.

Ma il governo laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la CPI, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto che l’ha rimosso, che non lo avrebbe sostenuto sebbene i funzionari non avessero esaminato le prove concrete contro di lui.

Nelle ultime settimane del mandato di Starmer il governo respinse la richiesta di un incontro da parte di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia cambiato radicalmente la politica a una settimana dal voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice nella destituzione di Khan.

Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale (CPI) era destinata solo ad “africani e criminali come Putin. Non è per democrazie come Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Perché è così che ha ragionato la maggior parte degli Stati membri.

Sotto pressione hanno ceduto e, purtroppo, questo include il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno di non trovarla non potranno far altro che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della CPI contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati d’arresto mettono a nudo i crimini di guerra israeliani come mai prima d’ora e, per la prima volta in questo conflitto, accusano i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti nel perseguire giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e redattore capo di Middle East Eye. È opinionista e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista agli esteri per il Guardian e corrispondente da Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian da The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




La cessazione delle attività dell’UNRWA lascia molte persone in esilio con gravi difficoltà economiche

Khuloud Rabah Sulaiman 

23 luglio 2026 – The Electronic Intifada

Quando la 37enne Fatima ha lasciato Gaza nel novembre 2023 per salvare la vita di suo figlio malato pensava di andarsene solo temporaneamente.

Invece lo avrebbe sepolto in esilio e poi avrebbe perso il suo lavoro di insegnante di inglese presso l’UNRWA, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi con cui aveva lavorato per 12 anni.

La storia di Fatima è simile a quelle di centinaia di dipendenti palestinesi che sono stati licenziati nei mesi scorsi in quanto l’UNRWA affronta una crisi finanziaria che secondo alcuni è stata provocata deliberatamente per pregiudicare i diritti dei rifugiati palestinesi.

Come gli altri impiegati dell’UNRWA licenziati che hanno accettato di parlare a The Electronic Intifada per questo articolo, Fatima non ha voluto che venisse usato il suo vero nome.

In agosto 2023 al figlio di Fatima Abdullah è stato diagnosticato un tumore alle ossa e si sottoponeva alla chemioterapia ogni due giorni all’ospedale dei bambini Al-Rantisi a Gaza City. Era un lungo viaggio dalla casa di famiglia a Rafah nell’estremo sud, ma era necessario.

Ma quando Israele ha iniziato la sua campagna militare genocida a Gaza nell’ottobre di quell’anno gli spostamenti tra Gaza City e Rafah sono stati interrotti come anche la possibilità per Fatima di raggiungere l’Al-Rantisi. La chemioterapia di cui Abdullah aveva bisogno non era disponibile al sud.

La sua condizione si è velocemente deteriorata, ha detto a The Electronic Intifada. È diventato pallido e debole, non poteva più camminare. Si lamentava di dolori persistenti alle ossa nella maggior parte del corpo e i parametri del sangue sono scesi a livelli critici.

Il 6 novembre 2023, dopo essersi procurati un riferimento medico, madre e figlio sono stati fatti uscire attraverso il valico di Rafah vero l’Egitto dove Abdullah ha ricevuto la chemioterapia in uno degli ospedali pubblici per 20 giorni.

Però il dolore è aumentato, forti mal di testa lo facevano gridare e agitarsi dal male. È stato trasportato d’urgenza in Giordania dove, dice la madre, è migliorato benché solo temporaneamente.

Un anno dopo il tumore è ritornato in modo aggressivo, estendendosi ai polmoni. I medici non hanno potuto fare niente e lui è morto il 28 dicembre 2024.

Fatima è rimasta in lutto, sola in esilio, contando sull’assistenza finanziaria giordana e sul suo salario dell’UNRWA.

Tuttavia circa due mesi dopo ha ricevuto una email dall’UNRWA con cui veniva posta in “congedo eccezionale” non pagato, adducendo come motivo la crisi finanziaria dell’organizzazione.

Un anno dopo è stata licenziata.

Licenziamenti “arbitrari”

Dopo che ho perso mio figlio sono caduta in una grave depressione”, ha detto Fatima a The Electronic Intifada. Essere licenziata “non ha fatto che peggiorare la situazione”.

I medici le hanno diagnosticato un principio di diabete dovuto in parte allo stress emotivo prolungato, in parte all’alimentazione insufficiente.

Prima del genocidio di Israele Fatima, che è divorziata, era stata l’unica fonte di reddito per i suoi genitori e i suoi fratelli, solo uno dei quali è sposato e nessuno ha un lavoro. Così lei provvedeva alle loro spese e alle medicine della madre. Quando è venuto a mancare il suo salario la famiglia è sopravvissuta grazie agli aiuti e ai debiti.

Con la quasi distruzione di Rafah adesso le resta poco a casa.

“”Non ho più niente a Gaza”, dice. “Ho perso la mia casa, mio figlio e il mio lavoro. Ho perso tutto.”

A gennaio 2026 l’UNRWA ha licenziato 571 impiegati palestinesi a Gaza dopo un anno di “congedo eccezionale”, con la motivazione di una crisi finanziaria.

Il Commissario Generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini nel novembre dello scorso anno aveva avvertito che l’agenzia doveva far fronte a 200 milioni di dollari di deficit per il 2026, dopo che gli USA – storicamente il principale finanziatore dell’UNRWA – ha sospeso i finanziamenti nel 2024.

Ma Hamed al-Wadi, un membro del sindacato dei dipendenti dell’UNRWA a Gaza, ha condannato i licenziamenti come ingiusti ed arbitrari, dicendo che molti dipendenti hanno lasciato Gaza per cure mediche, per accompagnare qualcuno che necessitava di cure o per sopravvivere, spesso previa autorizzazione.

L’UNRWA aveva in precedenza ordinato ai dipendenti, soprattutto internazionali, di andarsene dal nord di Gaza verso il sud per sicurezza e loro hanno creduto che, dato che lasciare il sud di Gaza in seguito è diventato una questione di sopravvivenza, questo non avrebbe compromesso la loro situazione lavorativa.

Non c’erano direttive che vietassero ai dipendenti di lasciare la Striscia di Gaza, né sono stati avvertiti di eventuali conseguenze di ciò”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada.

L’UNRWA, in quanto maggior fornitore di aiuti a Gaza, è più che mai fondamentale. Circa il 90% delle scuole di Gaza sono state danneggiate o distrutte. Dall’ottobre 2023 circa il 94% degli ospedali sono stati anch’essi distrutti o danneggiati insieme alla maggior parte dei centri sanitari, mentre quasi 400 dipendenti e personale di supporto dell’UNRWA sono stati uccisi.

L’UNRWA ha il compito di fornire servizi ai rifugiati palestinesi “fino a che una soluzione giusta e duratura” non sia raggiunta e, a differenza di altre agenzie dell’ONU, si avvale esclusivamente di donazioni volontarie. Anche prima delle accuse israeliane senza prove circa un coinvolgimento di dipendenti UNRWA nel 7 ottobre 2023, l’UNRWA ha affrontato una grave crisi finanziaria in quanto i donatori hanno tergiversato riguardo al loro supporto e alla missione dell’agenzia.

Debito

Al-Wadi ha detto che i licenziamenti sono stati fatti in modo collettivo senza controllo di merito sui casi individuali.

Secondo i dati forniti a The Electronic Intifada da una fonte UNRWA che ha richiesto l’anonimato il 55% dei licenziati aveva lasciato Gaza per cure mediche o per accompagnare familiari feriti, mentre il 5% aveva avuto l’autorizzazione ad uscire prima dell’ottobre 2023.

Al-Wadi ha criticato la mancanza di trasparenza del processo di selezione. Si è chiesto perché la maggior parte di coloro che hanno perso il lavoro facesse parte del settore educativo dell’UNRWA: secondo una fonte si tratta almeno dell’80%.

Il sindacato dei dipendenti ha chiesto all’amministrazione di revocare la decisione”, ha detto al-Wadi a The Electronic Intifada. “Abbiamo proposto che i dipendenti continuino a lavorare online finché il confine non riaprirà, che quelli che tornano mantengano il proprio lavoro e che venga quindi licenziato chi rifiuta.”

L’amministrazione dell’UNRWA ha respinto la proposta, ha detto, e il sindacato non è in grado di intraprendere ulteriori iniziative. L’unica opzione adesso è che il personale colpito si appelli al tribunale dell’UNRWA per le controversie.

Taghreed, di 52 anni, un’insegnante di arabo dell’UNRWA, ha lasciato Gaza il 5 marzo 2024 alla ricerca di cure mediche per sua figlia Layla di 3 anni, gravemente ferita in un attacco israeliano.

Il 15 novembre 2023 la casa di tre piani di Taghreed nel campo profughi di al-Nuseirat nel centro di Gaza è stata danneggiata quando missili israeliani hanno colpito un edificio vicino a pochi metri di distanza. 29 membri della sua famiglia, compresa Layla, sono stati feriti nell’attacco.

Layla ha riportato le ferite più serie, subendo fratture alle gambe, al viso e al bacino, e anche ustioni di terzo grado su gran parte del corpo.

Il padre di Layla era morto anni prima e Taghreed era l’unica persona in grado di accompagnare sua figlia all’estero. È riuscita a ottenere un riferimento medico in Oman.

Layla ha trascorso due settimane in un ospedale pubblico a Muscat, in Oman, sottoponendosi a diversi interventi chirurgici prima di essere dimessa e a lei e sua madre è stata offerta una stanza in un albergo della città. Layla continua la sua terapia lì.

Nonostante questi interventi Layla ha ancora bisogno di parecchie operazioni ricostruttive e dermatologiche per le sue ustioni, che non sono pagate dal governo dell’Oman.

Mia figlia è stata fortunata ad essere operata mentre io stavo ancora ricevendo il salario”, ha detto Taghreed a The Electronic Intifada. “Ma dopo che sono stata licenziata non potevo continuare (a pagare): ogni intervento costa almeno 1.200 dollari”, l’equivalente di un salario mensile.

Rawan, di 40 anni, insegnante di studi sociali per 14 anni, ha lasciato Gaza il 7 novembre 2023 con suo marito e 5 figli piccoli. I due figli maggiori sono ancora a Gaza, vivendo con il salario di suo marito dell’Autorità Palestinese di 630 dollari e metà del suo salario dell’UNRWA di 1.300 dollari.

Al Cairo Rawan e la sua famiglia vivevano con il resto del suo salario, spendendo 300 dollari per l’affitto e le esigenze di base. Quando il suo reddito è stato tagliato hanno dovuto sopravvivere unicamente con il salario di suo marito, accumulando quello che attualmente ammonta a 15.000 dollari di debito.

Vivono in un alloggio rurale non ammobiliato fuori dal Cairo, mentre i suoi figli a Gaza non riescono a riprendere i loro studi universitari.

Due anni prima dell’ottobre 2023 Rawan aveva contratto un prestito bancario di 75.000 dollari per comprare un appezzamento di terra nel campo profughi di al-Maghazi, terra che ora si trova dietro la “linea gialla” di Israele.

A febbraio 2026 sono ricominciate le detrazioni del prestito bancario: in precedenza l’Autorità Palestinese aveva chiesto una moratoria sui rimborsi durante l’aggressione genocida di Israele. Non avendo risparmi sul suo conto, il salario di suo marito, a garanzia del prestito, è stato ridotto a circa 150 dollari al mese.

Adesso la famiglia ha a malapena il necessario per vivere.

Non so come potrà sopravvivere la mia famiglia”, dice. “Ho contratto il prestito prevedendo di ripagarlo col mio salario.”

Indebolire l’UNRWA

Mustafa Ibrahim, analista politico e direttore della Fondazione Al Dameer per i diritti umani di Gaza, ha descritto il taglio dei finanziamenti all’UNRWA da parte dei donatori e i conseguenti licenziamenti dei dipendenti trasferiti come un tentativo politico di porre fine al ruolo dell’UNRWA e compromettere la questione dei rifugiati palestinesi col pretesto di una crisi finanziaria.

Ha attribuito tutto ciò alla pressione israelo-americana con le campagne di disinformazione che hanno accusato 12 dipendenti UNRWA di coinvolgimento negli attacchi del 7 ottobre, accuse che non sono mai state provate e per le quali l’agenzia è stata discolpata dalla Corte Internazionale di Giustizia nell’ottobre 2025.

La perdurante sospensione dei finanziamenti USA e i tagli da parte di molti Paesi donatori europei in seguito alle accuse di Israele sono altamente dannosi per l’UNRWA, ha aggiunto Ibrahim, poiché l’agenzia dipende unicamente dalle donazioni volontarie.

Questo rende l’UNRWA vulnerabile alle “fluttuazioni politiche e all’instabilità finanziaria” e suggerisce che l’annullamento dei finanziamenti sia “un atto di natura politica”, ha detto Ibrahim a The Electronic Intifada.

La gestione della crisi da parte del Commissario UNRWA – tagliare i servizi, i salari e i dipendenti invece di cercare nuovi donatori per coprire il deficit – risponde agli interessi israelo-americani, ha aggiunto, che consistono nell’indebolire l’UNRWA e, con l’agenzia, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

La pressione USA garantisce il silenzio dei principali soggetti coinvolti, ha aggiunto, compresi la stessa ONU, altri donatori e Paesi ospitanti, come anche l’Autorità Palestinese.

Ola, di 38 anni, insegnante di arabo con 15 anni di esperienza, ha lasciato Gaza il 30 marzo 2024 in quanto paziente bisognosa di un medico specialista, con l’approvazione dell’UNRWA: necessitava di cure in Egitto per un tumore all’utero.

Poiché gli alloggi per i pazienti erano sovraffollati ha affittato un appartamento a proprie spese. Sua figlia Jamileh, di 15 anni, che l’ha accompagnata da Gaza, non poteva iscriversi alle scuole egiziane a causa delle restrizioni alla residenza per i palestinesi. Perciò Ola è stata costretta a cercare altrove una maggiore stabilità.

Nel 2022 Ola aveva ottenuto una borsa di studio per un dottorato di ricerca da un’università algerina, che fino ad allora non era riuscita a prendere. Questo alla fine ha permesso a lei e Jamileh di andare in Algeria a fine ottobre 2025. La borsa di studio tuttavia non copriva le spese quotidiane, perciò Ola contava sul suo salario UNRWA per le bollette e il cibo.

Questo fino a quando è stata posta in congedo obbligatorio. Quando ha presentato la documentazione che confermava che la sua partenza da Gaza era collegata a cure mediche, è stata bruscamente licenziata, ha detto, da un funzionario UNRWA in Giordania con le parole: “La tua salute adesso è stabile.”

Da allora ha dovuto contare su 2.000 dollari di indennità di congedo non utilizzata per pagare l’affitto mensile di 200 dollari. Suo marito Muhammad, segretario nell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, fino al giugno dell’anno scorso, quando è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel loro edificio nel quartiere Al-Karama di Gaza City, le inviava più di 300 dollari dal suo salario ogni 50 giorni

Ola non ha avuto altra scelta che trovare lavoro come insegnante in Algeria per 200 dollari al mese, ma il suo tumore è peggiorato e l’ha costretta a smettere dopo tre mesi. Adesso sopravvive dando ripetizioni e con i 100 dollari al mese che Jamileh riceve attraverso un sostegno separato.

A causa delle mie difficoltà finanziarie ho dovuto ripetutamente rimandare i miei controlli oncologici fino a quando potrò pagarli”, ha detto Ola a The Electronic Intifada.

Quando mia figlia ha avuto bisogno di un intervento al collo non ho potuto far altro che farlo in un ospedale pubblico”, ha aggiunto. Ciò che ha definito sutura “di bassa qualità” dopo l’intervento ha lasciato una cicatrice nella zona vicina al collo di Jamileh.

I risparmi di Ola copriranno l’affitto solo per altri tre mesi e lei teme che le detrazioni per il prestito possano ridurre la sua liquidazione a 7.000 dollari, appena sufficienti a mantenerle.

Non riesco a dormire di notte”, ha detto. “Continuo a preoccuparmi di come ce la caveremo.”

Khuloud Rabah Sulaiman è un giornalista che vive a Gaza.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Seconda Parte)

Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Prima parte

Ricompense per le espulsioni

Un’analisi sui dati delle colonie rivela alcuni sviluppi già visti in precedenza ma che Israele ha evitato per decenni, come la legalizzazione di sette insediamenti su terreni utilizzati come basi militari e la creazione di 44 colonie su terre non riconosciute come statali, compresi appezzamenti di proprietari privati palestinesi. Oltre a questi sono stati identificati altri sviluppi senza precedenti: l’approvazione di colonie in zone di tiro, la legalizzazione di avamposti coinvolti nell’espulsione di comunità [palestinesi] e la creazione di insediamenti coloniali su terreni che sono stati soggetti a pulizia etnica.

Questo ultimo dato emerge dall’esame della posizione delle colonie confrontata con la mappa delle comunità espulse stilata da B’Tselem [ong israeliana, ndt.]. In 19 casi su 103 il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione di avamposti nei pressi dei quali dal 2022 le comunità [palestinesi, ndt.] sono state espulse, in molti casi con il notorio coinvolgimento diretto dei coloni nelle espulsioni. In altri due casi è stato approvata la creazione di un nuovo insediamento coloniale nei pressi di comunità espulse. Decine di colonie sono già state definite zone con autonomia amministrativa, benché ciò non sia stato attribuito alle strutture abbandonate delle comunità espulse, molte delle quali si trovavano su terre il cui status era stato riconosciuto come proprietà privata palestinese.

In coordinamento con i vertici politici e militari sono stati creati avamposti agricoli e a questi sono state concesse a pascolo terre pubbliche in modo non trasparente. Un rapporto del 2024 di Peace Now e Kerem Navot [ong israeliana che monitora la colonizzazione della Cisgiordania, ndt.] rivela che la maggior parte della terra occupata dagli avamposti agricoli, che rappresentano centinaia di migliaia di dunam, non è affatto terra dello Stato e non è stata assegnata in modo legale agli allevamenti. Dallinizio della guerra [contro Gaza, ndt.] decine di comunità sono scappate a causa del terrorismo inflitto loro da questi abitanti.

La colonia di Mitzpeh Eretz, ad esempio, è la legalizzazione dell’avamposto di Netzah Harel, fondato nel 2023 tra le aree della comunità beduina di Mu’arrajat al-Markaz. Le strutture di questa comunità si trovavano su terre palestinesi riconosciute come di proprietà privata, mentre l’avamposto agricolo era su un vicino appezzamento di terra statale e terrorizzava i suoi vicini. Nel dicembre di quell’anno la comunità beduina è stata obbligata a scappare. Una foto satellitare del 2023 mostra la fattoria incastonata nel complesso della comunità, mentre una foto del 2025 la mostra nei pressi delle strutture abbandonate.

La stessa cosa è successa nellinsediamento coloniale di Kanfei Hashahar. E’ nato come avamposto agricolo di Gaon Yarden, fondato nel 2020 su una piccola porzione di terra statale a nord della comunità di Ein Samiya e a ovest di quella di Ras al-Tin, entrambe su terreni palestinesi riconosciuti come proprietà privata. Nel luglio 2022 gli abitanti di Ras al-Tin sono stati espulsi e nel maggio 2023 anche quelli di Ein Samiya. Non lontano da lì nel 2023 è stata creata anche la fattoria HaTeena, a nord dellavamposto agricolo di Malchei Hashalom, che è stato riconosciuto come colonia lo stesso anno. Tra le due fattorie cera la comunità di al-Qabun, espulsa nellagosto 2023.

Malachei Hashalom, creata nel 2015, è considerata la fattoria madre” della zona. La sua prima emanazione, lavamposto agricolo Harashash, è stata fondata nel 2020 e ha occupato vaste aree di pascolo. Nellottobre 2023 è stata espulsa la vicina comunità di Ein al-Rashash, e due mesi dopo anche quella di Khirbet Jabait. Altre comunità nei dintorni di Duma e di al-Mughayyir sono state espulse dopo continue vessazioni da parte di altri avamposti agricoli legati a Malachei Hashalom, tra cui quello di Giborei David, la cui legalizzazione è stata approvata lo scorso marzo, lo stesso mese in cui ha espulso la comunità di Kaabneh.

Mentre gli abitanti di al-Kaabneh discutevano se cercare di tornare alle proprie case, che si trovano su terreni riconosciuti come di proprietà privata palestinese e che ora sono state denominate terre in fase di indagine” [letteralmente survey lands” definizione previa alla denominazione come terre dello Stato, ndt.], il gabinetto di sicurezza aveva già approvato la creazione lì di una nuova colonia.

La legalizzazione di Malachei Hashalom incarna ogni ramificazione del meccanismo di erosione delle terre palestinesi. Si trova su terreni privati palestinesi di proprietà del villaggio di al-Mughayyir, per i quali alla fine degli anni 70 lesercito emise un ordine di esproprio. Le leggi internazionali in effetti stabiliscono che tali ordini potrebbero essere imposti solo per scopi militari e in forma provvisoria, ma in quegli anni fungevano da principale mezzo per fondare colonie, che lo Stato allora sosteneva servissero per uno scopo temporaneo di sicurezza.

Nel 1979, in seguito a un ricorso della colonia di Elon Moreh allAlta Corte, in cui i coloni chiarirono che per loro si trattava di un insediamento permanente, lapproccio cambiò. Il governo approvò la Risoluzione 145, che stabiliva che da allora in poi la creazione di colonie sarebbe avvenuta su terre dello Stato”.

Molti degli ordini militari imposti rimasero in vigore e sulle terre di al-Mughayyir venne creato un avamposto della brigata Nahal dellIDF [l’esercito israeliano, ndt.] e trasformato in una base dellartiglieria. Nel corso degli anni essa si ridusse di dimensioni e nel 2015 alcuni coloni occuparono la parte abbandonata. Dopo otto anni, nel febbraio 2023, il gabinetto di sicurezza ha approvato la legalizzazione dellavamposto [dei coloni, ndt.]. Tuttavia su tali terreni, di proprietà privata palestinese in unarea teoricamente espropriata per scopi militari, non possono essere approvati progetti edilizi.

Per risolvere il problema è stata tirata fuori una vecchia soluzione: lo scorso giugno 750 dunam sono stati dichiarati terra dello Stato per legalizzare retroattivamente la colonia. Da allora la zona è stata dichiarata territorio amministrativamente autonomo e la sua piena legalizzazione è imminente.

Si prevede che questo trucco verrà utilizzato a favore di altri 43 insediamenti su terre che non sono state approvate come terreni delle Stato per la costruzione. Come Malachei Hashalom, 15 di essi si trovano su terreni che l’Amministrazione Civile ha definito terre private palestinesi.

Malachei Hashalom è anche una delle 7 colonie approvate in basi militari dismesse. A tale proposito si tratta di un caso particolarmente estremo: un insediamento fondato su terra privata sottoposta a un ordine di esproprio militare e attorno al quale sono state operate massicce espulsioni della comunità viene legalizzato attraverso la dichiarazione che si tratta di terreni statali.

E’ un caso estremo, ma non eccezionale. Nel corso dei decenni successivi alla Risoluzione 145 in Cisgiordania centinaia di migliaia di dunam sono stati dichiarati terre dello Stato, cioè terre pubbliche. Secondo le Convenzioni dellAia è previsto che il potere occupante (Israele) preservi le risorse del territorio della popolazione occupata a titolo provvisorio e le gestisca a favore di questultima. Ma nel 2018, in seguito a un ricorso da parte dellong [israeliana] Bimkom e dellAssociazione per i Diritti Civili in Israele, è risultato chiaro che più del 99% dei terreni dello Stato destinati allo sviluppo civile è stato ceduto per la colonizzazione.

Oltre a queste, sette insediamenti sono stati approvati in zone di tiro, dove è vietato lingresso ai civili, un divieto applicato ai palestinesi ma non ai coloni che lo violano. Questo è un fenomeno nuovo, ma chiunque abbia anche solo una vaga conoscenza della storia non dovrebbe essere sorpreso. Negli anni successivi al 1967 circa il 20% del territorio della Cisgiordania, compresi terreni riconosciuti come proprietà privata palestinese, è stato dichiarato zona di tiro.

Nel verbale di una discussione della Commissione Ministeriale Congiunta sulle Questioni delle Colonie del 1979 lallora ministro dellAgricoltura Ariel Sharon, che aveva dato il via a questa pratica nel 1967, spiegò che le zone di tiro erano state tutte ideate per uno scopo: fornire unopportunità per la colonizzazione ebraica nella zona.”

Da allora nel corso degli anni lo Stato ha continuato a legare il preteso scopo securitario con l’intenzione meno dibattuta di impedire lo sviluppo palestinese nella zona. Tra le varie questioni, nel 2014 un importante ufficiale del Comando Centrale [dell’esercito israeliano, ndt.] affermò che l’addestramento nelle zone di tiro intendeva ridurre il numero di palestinesi che vi vivevano e nel 2022 l’Alta Corte ha consentito l’espulsione di otto villaggi dalla Zona di Tiro 918 a Masafer Yatta dopo che l’esercito aveva sostenuto che ciò era fondamentale per mantenere l’efficienza operativa [delle truppe].

Da allora vi sono stati creati circa 10 avamposti, compresi tre aziende agricole nate in coordinamento con i vertici politici e militari; ciò non ha impedito allesercito di sostenere ancora una volta, nel giungo 2025, che le costruzioni palestinesi interferiscono con le sue attività di addestramento. Recentemente il capo del Comando Centrale ha firmato ordini per escludere terreni da varie zone di tiro in Cisgiordania dopo che degli avamposti [di coloni, ndt.] avevano invaso il loro territorio, un passo che si prevede accelererà la loro legalizzazione.

Smuovere le acque

Vasti settori dell’opinione pubblica israeliana si augurano che ci siano cambiamenti se il governo di Netanyahu verrà sostituito in seguito alle imminenti elezioni. Ma sarà possibile rovesciare la rivoluzione che lo Stato ha messo in atto in Cisgiordania negli ultimi anni? “Alcune delle iniziative sono revocabili. Poteri che sono stati trasferiti possono essere restituiti, allocazioni finanziarie possono essere cancellate. Molte cose possono essere radicalmente cambiate, ma ciò richiede passi concreti con un altissimo costo politico, soprattutto riguardo all’evacuazione (di colonie),” afferma Ofran.

Il prossimo governo sarà in grado di annullare la costituzione di nuove colonie, ma mentre stiamo parlando sono già state fondate illegalmente sul terreno a un ritmo accelerato e con uno stanziamento di denaro destinato a questo scopo. Ogni passo che viene fatto (la pubblicazione di un bando di gara, un contratto firmato, una struttura occupata) richiederà uno sforzo politico molto maggiore se lo si vuole annullare. Più ci allontaniamo da un accordo politico più alto sarà il suo prezzo.”

Secondo Ofran la questione cruciale non è solo quanto potere avranno quelli che si oppongono alle colonie, ma anche cosa faranno a questo riguardo. Se, con il fine di garantire la coesione della coalizione, non decidono di smuovere le acque, come negli ultimi 20 anni, non cambierà niente. E altrettanto succederà se agiranno come il governo del cambiamento(il breve governo Bennett-Lapid) che disse di non aver intenzione di modificare lo status quo. Riguardo a tutte le colonie che sono state approvate diranno: Non è una cosa nuova, è già stato deciso.”

Il dottor Shaul Arieli, che guida il gruppo di ricerca Tamrur-Politography che si concentra sul conflitto israelo-palestinese, propone unopinione diversa: A breve termine le 103 nuove colonie sono in buona misura un bluff burocratico, un tentativo di creare infrastrutture nel futuro. Molte di queste sono derivazioni di quartieri e avamposti che sono stati legalizzati, non nuove costruzioni o un incremento di popolazione,” afferma.

In pratica nel corso degli ultimi 20 anni c’è stato un graduale declino nel bilancio migratorio complessivo delle colonie e durante il mandato dell’attuale governo è diventato negativo: se ne sono andate più persone di quante siano arrivate. Quindi a medio termine, anche se il prossimo governo non cambiasse la politica e questi insediamenti venissero popolati, si prevede che vi andranno a vivere solo alcune centinaia di abitanti, mentre esse creano un pesante fardello per la sicurezza. Militarmente più una comunità è piccola più è facile evacuarla. La questione è prendere una decisione e agire in modo complessivo e sistematico, e per fare ciò è necessario un contesto politico diverso rispetto all’attuale.”

Arieli insiste sul fatto che una soluzione a due Stati è ancora fattibile: Il territorio consente ancora una separazione a un prezzo politico ragionevole per entrambe le parti. Con uno scambio di terre del 4% del territorio l80% della popolazione israeliana al di là della Linea Verde può rimanere sotto sovranità israeliana,” sostiene, ma ci risulta difficile trasmettere questo dato allopinione pubblica. La sensazione che una soluzione politica non sia realistica è una vittoria cognitiva dei coloni sullopinione pubblica israeliana.”

E a lungo termine? Secondo Arieli se le 103 colonie vengono realizzate e Israele si muove verso un accordo politico il prezzo nazionale che dovrà pagare sarà maggiore, in parte a causa della necessità di evacuarle. Al contrario, se sceglie di non perseguire un accordo politico ma di annettere i territori, questi 103 insediamenti non cambieranno la perdita della maggioranza ebraica o, alternativamente, la perdita del regime democratico in Israele.”

Dror Etkes, di Kerem Navot, non è ottimista. Echiaro che quello che è stato fatto in Cisgiordania nel corso degli ultimi tre anni e mezzo è irreversibile,” afferma. Uno Stato che non riesce e si rifiuta di evacuare avamposti nelle zone dell’Autorità Nazionale Palestinese che sono stati creati per provocare il collasso degli Accordi di Oslo e non riesce e si rifiuta di sanzionare i propri soldati sicuramente non evacuerà oltre 200 avamposti fondati durante il mandato dellattuale governo, che ha stretto unalleanza con nazionalisti criminali.

Levacuazione di questi avamposti e colonie, la cui dislocazione è stata accuratamente scelta, o anche solo di una piccola parte di essi richiederà che lo Stato eserciti la propria autorità e violenza che non sono mai state utilizzate contro i coloni in Cisgiordania, neppure durante il disimpegno. È difficile immaginare che lex-direttore del Yesha Council delle colonie [organizzazione dei consigli municipali dei coloni, ndt.] Naftali Bennett entri in conflitto con i suoi amici e collaboratori, e altrettanto Gadi Eisenkot, che è stato fotografato qualche mese fa in uno degli avamposti più violenti della Cisgiordania. Nei prossimi anni Israele continuerà a intensificare il proprio coinvolgimento nel pantano dellapartheid che ha creato e alimentato con le proprie mani.”

(traduzione dallinglese di Amedeo Rossi)