Rapporto: l’esercito israeliano scarica dentro Gaza rifiuti e macerie dalle colonie di confine

Redazione di MEMO

26 ottobre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che domenica i media israeliani hanno affermato che l’esercito israeliano ha permesso il trasferimento di grandi quantità di rifiuti e macerie di costruzione dalle colonie adiacenti alla Striscia di Gaza dentro l’enclave palestinese.

Il quotidiano Haaretz ha riferito che camion israeliani appartenenti ad una società privata stavano trasportando rifiuti e macerie dentro Gaza nelle aree di confine sotto il controllo dell’esercito.

Il giornale ha affermato che i camion sono stati visti avanzare due-trecento metri dentro Gaza dove “hanno scaricato quello che trasportavano lungo le strade invece che nelle apposite aree di conferimento,” prima di ritornare vuoti in Israele attraverso il valico Kisufim, nella zona centrale di Gaza controllata da Israele.

I comandanti sul campo hanno emanato istruzioni che consentono a camion appartenenti a società private di entrare nella Striscia di Gaza e di scaricare i loro carichi ovunque lo ritengano opportuno,” ha affermato Haaretz, citando funzionari di sicurezza.

Secondo il giornale l’esercito israeliano ha negato di essere a conoscenza di tali fatti.

Non c’è stato alcun commento ufficiale dall’esercito sul rapporto.

Giovedì l’ufficio media del governo di Gaza ha dichiarato che, in seguito a due anni di guerra genocida scatenata da Israele che ha distrutto circa 90% delle infrastrutture civili, pari a circa 70 milioni di tonnellate di macerie, l’enclave è una “zona di disastro ambientale e strutturale”.

Secondo l’ONU, si stima che la ricostruzione di Gaza possa costare circa 70 miliardi di dollari.

La prima fase di un accordo per il cessate il fuoco è entrata in vigore a Gaza il 10 ottobre nell’ambito del piano in 20 punti del presidente statunitense Donald Trump.

Questa fase include il rilascio degli ostaggi israeliani in cambio di prigionieri palestinesi. Il piano prevede inoltre la ricostruzione di Gaza e la costituzione di un nuovo sistema di governo senza Hamas.

Secondo il ministero della Sanità [di Gaza, ndt.] dall’ottobre 2023 l’esercito israeliano in una guerra brutale contro Gaza ha ucciso più di 68.000 persone e ferito più di altre 170.000.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un padre palestinese trova una bomba israeliana inesplosa sotto la tenda della famiglia a Gaza

Faisal Ali

25 ottobre 2025-Al Jazeera

Israele ha dispiegato robot esplosivi telecomandati in tutta Gaza, causando numerose vittime civili palestinesi e distruzioni diffuse.

Un palestinese tornato nel suo quartiere di Gaza, distrutto dai bombardamenti israeliani, ha trovato un ordigno israeliano inesploso tra le macerie dove ha dovuto allestire un rifugio temporaneo. Le famiglie hanno iniziato a fare ritorno nella città meridionale di Khan Younis dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre, insieme alle oltre 435.000 persone che hanno fatto ritorno nella direzione opposta, verso le zone settentrionali, dai campi profughi più a sud.

Molti hanno trovato quartieri rasi al suolo, lamiere aggrovigliate e persino armi pericolose dove un tempo sorgevano edifici residenziali e case. Senza un posto dove stabilirsi e con ampie zone di Gaza ancora occupate dall’esercito israeliano, Ayman Qadourah ha dovuto piantare la tenda della sua famiglia sopra un imponente mezzo militare, noto localmente come “robot esplosivo”, che trasportava potenti bombe utilizzate per radere al suolo interi isolati.

I robot esplosivi telecomandati sono stati dispiegati da Israele nelle aree urbane di Gaza causando danni ingenti alle infrastrutture. Qadourah è tornato a casa sua a Khan Younis un mese fa. La casa del suo vicino conteneva un altro ordigno esplosivo, ha detto. Un missile F-16 aveva scavato un cratere profondo tre metri tra le due proprietà, mentre altri due avevano colpito il retro della sua casa.

“Ordigni inesplosi come quello rappresentano un grave pericolo”, ha dichiarato ad Al Jazeera. “Ad esempio, se si avvicina un liquido infiammabile si leveranno fiamme enormi fino al cielo”. Qadourah teme che, se uno degli esplosivi dovesse esplodere, potrebbe distruggere un intero quartiere. Per ridurre il rischio ricopre regolarmente i dispositivi con la sabbia.

All’inizio di settembre l’ufficio stampa governativo di Gaza ha riferito che Israele aveva fatto esplodere più di 100 robot carichi di esplosivo nelle ultime tre settimane di agosto. L’analisi delle immagini satellitari del Centro Satellitare delle Nazioni Unite (UNOSAT) ha rilevato che nel governatorato di Khan Younis sono stati colpiti più di 42.000 edifici, di cui almeno 19.000 nella città stessa, la seconda più popolosa della Striscia di Gaza. In tutta la Striscia di Gaza, secondo le valutazioni delle Nazioni Unite, sono state danneggiate più di 227.000 unità abitative, lasciando centinaia di migliaia di persone senza un posto dove tornare a vivere.

Luke David Irving, a capo del Servizio delle Nazioni Unite di Azione contro le Mine nei Territori Palestinesi Occupati, descrive la minaccia rappresentata dagli ordigni esplosivi a Gaza come “incredibilmente elevata”. La sua agenzia ha identificato almeno 560 ordigni di questo tipo nelle aree che è riuscita a raggiungere, sebbene la reale portata rimanga sconosciuta. Dall’ottobre 2023, 328 persone sono state uccise o ferite da ordigni inesplosi, secondo i rapporti ricevuti dalle Nazioni Unite, anche se si ritiene che il bilancio delle vittime sia più alto.

I figli di Qadourah ora indossano abiti che ha recuperato da sotto le macerie. Gli indumenti hanno causato gravi infezioni cutanee, tra cui eruzioni e ascessi. “Nonostante tutto siamo costretti a vivere qui, semplicemente perché non ci sono alternative. Al momento non c’è nessun posto dove andare”, ha detto. “Non c’è più un centimetro di spazio”, ha aggiunto, riferendosi alle condizioni di sovraffollamento del campo di al-Mawasi a sud. I palestinesi rimasti nel sud “non si muoveranno finché non si troverà una soluzione definitiva” al problema degli alloggi, ha aggiunto Qadourah.

Dopo il cessate il fuoco le agenzie umanitarie hanno intensificato le consegne di aiuti distribuendo cibo, tende, prodotti igienici e carburante, ma Israele continua a limitare pesantemente il flusso di aiuti e l’obiettivo di far arrivare 600 camion al giorno nell’enclave devastata e disperata è attualmente ben lungi dall’essere una realtà.

(traduzione dall’ Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Macerie, bande armate e attacchi aerei: quello che mi aspettava dopo essere ritornato a Gaza City

Ahmed Ahmed 

23 ottobre 2025 – +972 Magazine

Non avrei più potuto rimandare il ritorno dopo il cessate il fuoco. Ma la gioia di essere a casa ha lasciato rapidamente il posto a ulteriori incertezza e paura.

“I carri armati si sono ritirati! La gente sta tornando a Gaza City!”

Era poco dopo il mezzogiorno di venerdì 10 ottobre e via Al-Rantisi, la principale arteria di Gaza, è stata inondata da gente che fischiava, esultava e gridava eccitata nei telefoni. Ero nella tenda dei miei familiari lì vicino, il mio cuore batteva mentre attendevo ansiosamente notizie sull’ inizio del cessate il fuoco mediato dagli USA. Solo una settimana prima ero stato obbligato a scappare dalla mia città in conseguenza della brutale invasione israeliana e non vedevo l’ora di tornare a casa. Improvvisamente era venuto il momento.

Ho cercato invano di fare cenno di fermarsi a ogni veicolo in transito, ma il numero di persone che riempiva la strada, molte delle quali avevano passato la notte in tenda, era molto superiore alla capienza di qualunque mezzo di trasporto disponibile. Ho preso la mia bicicletta dalla tenda e mi sono unito alla folla diretta a nord.

Le strade brulicavano di uomini, donne, bambini e anziani che correvano contro il tempo per tornare a casa. Alcuni erano ansiosi di verificare se la loro abitazione era ancora in piedi. Altri stavano correndo per riunirsi con i propri cari che erano sopravvissuti agli ultimi giorni dell’operazione israeliana. Molti volevano semplicemente lasciare le tende dietro di sé e vivere di nuovo nella propria casa, anche se era stata in buona parte distrutta.

Quando sono arrivato a Gaza City ho faticato a riconoscerla. Le strade erano piene di lamiere contorte, vetri rotti e macerie di case e grattacieli spianati dal metodico bombardamento di edifici alti e dall’uso di robot riempiti di esplosivo da parte di Israele. Molte strade erano completamente bloccate. Ho dovuto scendere dalla bicicletta e portarla a spalle per una parte del percorso.

Erano passati pochi giorni da quando ero stato sfollato, ma in quel lasso di tempo ogni angolo della città era diventato una mappa di ricordi sui luoghi in cui le strutture fisiche si trovavano una volta: la mia scuola, i caffè in cui incontravo gli amici, i ristoranti in cui mangiavo con la mia famiglia, i negozi dove ero solito comprarmi i vestiti.

Una volta raggiunto il mio quartiere mi sono sentito molto sollevato dal vedere il mio edificio ancora in piedi. Ho preso la chiave dalla borsa e ho salito le scale con un sorriso solo per scoprire la porta spalancata, le finestre distrutte e l’intonaco caduto dai muri. Tutti i nostri mobili erano rovinati. Eppure ero comunque contento: a differenza di altri che avevano perso tutto e ora erano obbligati a vivere in tenda io avevo un tetto sulla testa.

Senza rendermi conto di cosa stessi facendo mi sono steso sul pavimento coperto di macerie e ho pianto. Ero a casa.

Un debole battito di vita

Per due anni una domanda mi ha perseguitato giorno e notte: sarei sopravvissuto fino a vedere la fine di questa guerra genocida?

Il mese scorso ho sentito la morte avvicinarsi a me quando le forze israeliane hanno incrementato i loro attacchi contro Gaza City. Avevo giurato che non sarei mai scappato dalla mia città, ma alla fine non ho avuto altra scelta in quanto carri armati e i droni si aggiravano per le strade attorno a me.

Ho lasciato la mia casa in lacrime, portandomi dietro i ricordi dei 29 anni passati tra le sue mura e con una piccola borsa di cose indispensabili: cibo in scatola, documenti personali, vestiti invernali e un album di foto di famiglia. Alcuni parenti e amici sono rimasti a Gaza City, impossibilitati a sostenere i costi del trasporto, trovare un posto in cui andare o sopportare lo sfinimento di mesi da sfollati. Mi sono congedato da loro prima di andarmene, sapendo che a Gaza ogni separazione può essere definitiva.

Dopo essere sfollato ho continuato a lavorare come giornalista dalla mia tenda a Deir AL-Balah. Ho camminato chilometri ogni giorno alla ricerca di un posto in cui caricare i miei apparecchi elettronici o un segnale abbastanza forte per inviare reportage alle redazioni che li pubblicano. A volte ho lavorato da una semplice tenda destinata ai giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa, che Israele aveva già bombardato.

Nei giorni che hanno portato al cessate il fuoco persino la minima voce dopo la ripetuta serie di colloqui falliti è sembrata un miracolo. Ci aggrappavamo alle dichiarazioni del presidente USA Donald Trump mentre spingeva per il rilascio degli ostaggi israeliani e mediava un accordo, anche mentre le tasse degli americani continuavano a finanziare le bombe israeliane.

Ogni mattina iniziava con i vicini che bisbigliavano riguardo ai negoziati. “Ritorneremo presto,” ha detto Um Saeb, una donna anziana che viveva nella tenda vicina, quando le ho chiesto cosa aveva sentito quel giorno.

Quando finalmente è stato annunciato l’accordo ho sentito come se a Gaza fosse tornato un debole battito di vita. Nonostante lo scetticismo e il timore di un altro tradimento israeliano all’ultimo momento, la gente ha iniziato cautamente a festeggiare.

Poco dopo il mio rientro a casa il mio amico Waseem mi ha telefonato. “Com’è ridotta la tua casa?” ha chiesto. “E’ parzialmente distrutta, la mia casa ha bisogno di un riparo,” ho risposto prima di chiedergli “E la vostra?” “Ne sto ancora cercando una traccia,” mi ha detto tranquillamente. “I carri armati hanno completamente spianato il nostro quartiere.”

Waseem e i suoi due fratelli hanno sgobbato per anni per costruire la loro casa nel quartiere di Al-Tuffah e la sua famiglia si è rifiutata durante la guerra di lasciarla. Ma alla fine di giugno sono scappati sotto un pesante bombardamento israeliano, spostandosi da allora da una parte all’altra della città.

Suo padre Naser, che soffre di vari problemi di salute, aveva l’abitudine di passare la maggior parte del tempo nell’orto, piantando verdure, ulivi e fiori persino durante il culmine della carestia imposta da Israele al nord di Gaza. Una volta mi ha dato melanzane e peperoni di quell’orto, piccoli ma sono stati regali preziosi durante mesi di mancanza di cibo.

I miei amici e io, compresi alcuni che sono stati in seguito uccisi durante il genocidio, eravamo soliti passare i fine settimana in casa di Waseem per sfuggire al caos del centro della città, facendo grigliate, fumando e a volte vedendo film insieme.

Poco prima della guerra Waseem aveva previsto di sposarsi, quindi sua madre aveva venduto la collana d’oro per aiutarlo a costruire un secondo piano. Quando ho chiamato per consolarla [per la perdita] della casa di famiglia non riuscivo a trovare le parole. Entrambi abbiamo pianto perché a Gaza le case non sono solo muri e soffitti, ma l’incarnazione di sicurezza, memoria e pace: ora tutto ciò è andato in polvere.

Di nuovo in trappola.

Quelli di noi che sono sopravvissuti al genocidio ora stanno iniziando a cercare di mettere di nuovo insieme i pezzi delle proprie vite. Ma a Gaza City i continui attacchi israeliani e gli scontri tra Hamas e le milizie locali si stanno ulteriormente aggiungendo ai nostri problemi.

Dopo che sono tornato a casa i parenti rimasti in città mi hanno messo in guardia dal pericolo delle bande presenti nel nostro quartiere che hanno collaborato con le truppe israeliane durante gli ultimi giorni della loro operazione. Sono state viste saccheggiare case e minacciare di uccidere famiglie sfollate appena rientrate, così come combattere contro le forze di Hamas. Non è chiaro se questi gruppi hanno deciso di rimanere nella zona o sono stati “abbandonati” dalle forze israeliane durante il ritiro.

Un giorno della settimana scorsa, mentre stavo togliendo le macerie e i vetri rotti in tutto il mio alloggio per prepararlo al ritorno dei miei nipoti dal sud, ho sentito vicino a me degli spari. Durante gli ultimi due anni le mie orecchie sono state ben addestrate: potrei dire che provenivano da un kalashnikov. Sono corso alla finestra e ho visto sotto un gruppo mascherato di combattenti, identificabili come di Hamas dalla bandana verde e dalle uniformi di tipo militare.

Vicino a casa mia gli scontri tra Hamas e le milizie sono continuati per tre giorni. Il proiettile di un cecchino delle milizie è sfrecciato direttamente oltre l’edificio. Sono rimasto intrappolato dentro, chiedendomi di nuovo se e quando la sparatoria e il costante rischio di morire sarebbero terminati. Alla fine qualcuno dei combattenti delle milizie è scappato, mentre altri sono stati catturati o si sono arresi ad Hamas prima di essere giustiziati.

Alla fine la situazione era abbastanza sicura perché il resto della mia famiglia tornasse a casa, ma sono rimasto in ansia. Dopo che è entrato in vigore il cessate il fuoco le forze israeliane hanno continuato a bombardare varie zone, compreso un attacco aereo il 19 ottobre che ha ucciso 11 membri della famiglia Abu Shaban mentre tornavano alla loro casa nella parte orientale di Gaza City.

L’esercito israeliano ha detto che la famiglia aveva attraversato la “Linea Gialla” nel territorio ancora occupato dai soldati, ma era chiaro che non rappresentavano alcuna minaccia per la sicurezza; probabilmente non si erano resi conto di quanto fosse ancora pericoloso tornare a casa. I soldati avrebbero potuto sparare colpi di avvertimento, ma sembra che anche dopo il cessate il fuoco siano impazienti di continuare a uccidere.

Dopo essere sopravvissuto a pericoli mortali durante gli ultimi due anni fatico ancora a credere che la guerra sia davvero finita. Ma anche se il nostro incubo fosse finito sopravviverò al trauma che continuerà a perseguitarmi? Potranno mai quelli di noi che sono sopravvissuti a tutto questo sentirsi di nuovo al sicuro?

Ahmed Ahmed è uno pseudonimo di un giornalista di Gaza City che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Centinaia di prestigiosi ebrei e israeliani sollecitano le potenze mondiali a considerare Israele responsabile delle “atrocità a Gaza”

Etan Nechin

22 ottobre 2025 – Haaretz

Una lettera aperta firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personalità politiche ebrei e israeliani chiede all’ONU e ai capi di stato di affrontare “le condizioni soggiacenti di occupazione, apartheid e la negazione dei diritti dei palestinesi” che sono assenti nell’accordo di cessate il fuoco del presidente USA Trump a Gaza.

New York – Un gruppo di importanti personalità e celebrità ebraiche chiede ai dirigenti mondiali che Israele sia considerato responsabile delle sue azioni a Gaza e di utilizzare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e definitiva.

In una lettera aperta intitolata “Ebrei chiedono di agire” resa pubblica mercoledì all’ex-portavoce della Knesset ed ex-presidente israeliano ad interim Avraham Burg, all’ex-negoziatore israeliano Daniel Levy, alla saggista canadese Naomi Klein e al giornalista Peter Beinart si sono aggiunte almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che invocano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al segretario generale dell’ONU e ai capi di stato del mondo, segna il primo appello collettivo di questo genere da quando è iniziato il cessate il fuoco il 10 ottobre.

“È con grande sollievo che accogliamo il cessate il fuoco,” afferma la lettera. “E tuttavia non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che questo cessate il fuoco è fragile: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le sottostanti condizioni di occupazione, apartheid e negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte.”

Tra i firmatari ci sono artisti, scrittori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi vincitori di Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, gli attori di teatro Eric André e Leo Reich e il vincitore del premio Pulitzer Benjamin Moser.

La lettera sollecita i leader mondiali a rispettare le leggi internazionali, sanzionare i complici di crimini di guerra, garantire che gli aiuti raggiungano Gaza e respingere le false accuse di antisemitismo contro i sostenitori della pace e della giustizia.

“Il cessate il fuoco deve essere l’inizio, non la fine. Il rischio del ritorno a una situazione politica di indifferenza verso l’occupazione e il conflitto permanente è troppo grande. Questa stessa pressione deve continuare per raggiungere una nuova epoca di pace e giustizia per tutti, sia palestinesi che israeliani,” afferma la lettera.

In un’intervista telefonica con Haaretz Burg ha spiegato le ragioni della stesura della lettera. “Durante le tenebre a Gaza non ho mai smesso di scrivere e difendere i miei valori. Da ciò è emerso un progetto che appoggio senza riserve. Abbiamo raggiunto un momento di rottura esistenziale. Il mio Paese ora è in conflitto con i miei valori umani ed ebraici più profondi. Tra un apparato dello Stato che è stato sequestrato e i fondamenti morali del mio popolo, la scelta è chiara,” ha detto.

Ad agosto Burg aveva chiesto agli ebrei del mondo di unirsi in una denuncia legale collettiva presso la Corte Internazionale di Giustizia accusando Israele di crimini contro l’umanità a Gaza, scrivendo sul suo Substack [piattaforma in rete, ndt.]: “Abbiamo bisogno di un milione di ebrei, meno del 10% della popolazione ebraica totale, per presentare un appello collettivo alla Corte dell’Aia.”

“Sono arrivato alla convinzione che mi sbagliavo a credere che fossimo in pochi. Migliaia di ebrei nel mondo stavano aspettando questa voce. Quello che sta avvenendo a Gaza e nei territori [palestinesi] occupati non è ebraismo, è un’orribile mutazione religiosa e fanatica. Dobbiamo opporci contro di essa, dire la verità al potere e rifiutarci di rimanere in silenzio,” ha aggiunto.

Levy, uno dei promotori della lettera, ha detto ad Haaretz che il tentativo non è sminuire le atrocità del 7 ottobre. “Riguarda il fatto di vedere senza veli non solo quello che è successo dopo, ma quello che è stato ignorato per decenni: il rifiuto di perseguire qualunque cammino politico per affrontare e risolvere l’occupazione permanente. Ciò non potrà mai portare alla sicurezza o al benessere,” ha affermato.

L’iniziativa intende trovare altre voci ebraiche. “E non è difficile,” sostiene. “Continuano ad aumentare. Molti sono stati profondamente disgustati da quello che è stato fatto in nome della collettività ebraica, come se fosse ciò che abbiamo imparato dalla storia ebraica, come se fosse il nostro destino manifesto.”

La lettera fa seguito a un recente sondaggio del Washington Post che mostra una netta disapprovazione tra gli ebrei americani per la condotta israeliana della guerra, con il 61% che afferma che a Gaza Israele ha commesso crimini di guerra contro i palestinesi.”

Nonostante il cessate il fuoco, secondo fonti ospedaliere da domenica gli attacchi dell’esercito israeliano nel sud di Gaza hanno ucciso 44 persone.

“Penso che vedremo più persone che non vorranno tornare alla situazione precedente dopo questo fragile cessate il fuoco. Dicono no, questo deve cambiare. Dobbiamo chiedere fondamentalmente quello per cui ci battiamo. Perché tornare semplicemente allo status quo del 6 ottobre porterà solo a un ulteriore disastro. Fare pressione funziona. Sanzionare è importante. Non possiamo semplicemente voltare pagina come se non fosse successo niente,” ha aggiunto Burg.

“Nel corso della storia ebraica ci sono stati momenti in cui la maggioranza ha seguito ciecamente dirigenti disastrosi ed è stata una minoranza che si è opposta a loro ed ha preservato questa grande e nobile tradizione. Ciò è successo in precedenza ed è di nuovo il nostro dovere,” ha detto.

“La minoranza dei giusti deve offrire un’ancora di salvezza alla maggioranza fuorviata. Opporsi alle ideologie del suprematismo ebraico e alla leadership di un primo ministro corrotto che sacrifica tutti noi sull’altare dei suoi interessi egoistici e della sua brutale arroganza.”

La pubblicazione della lettera coincide con un summit europeo a Bruxelles in cui i leader stanno valutando sanzioni contro Israele e con un’imminente sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sugli obblighi di Israele a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme est. Ciò coincide anche con l’inizio di colloqui sulla seconda fase del piano del presidente USA Donald Trump per il cessate il fuoco.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nella denuncia per l’uccisione di Hind Rajab sono stati identificati decine di soldati israeliani

Redazione di MEE

21 ottobre 2025 – Middle East Eye

La Fondazione Hind Rajab ha rintracciato i presunti assassini della bambina palestinese e dei suoi familiari

Martedì la Hind Rajab Foundation [Fondazione Hind Rajab] (HRF) ha annunciato di aver identificato un’altra ventina di soldati israeliani che ha denunciato alla Corte Penale Internazionale (CPI) per il loro ruolo nell’uccisione di Hind Rajab.

L’HRF prende il nome dal Rajab, la bambina palestinese di 6 anni uccisa lo scorso anno da una raffica di proiettili israeliani a Gaza durante il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

Tra le persone identificate ci sono tre comandanti di alto grado di cui la fondazione ha fatto pubblicamente i nomi: il colonnello Beni Aharon, comandante della 401sima brigata corazzata, già oggetto di una denuncia presso la CPI; il tenente colonnello Daniel Ella, comandante del 52simo battaglione corazzato; il maggiore Sean Glass, comandante della compagnia Impero del Vampiro [che fa parte della 52sima brigata, ndt.].

Si ritiene che Ella e Glass siano stati i diretti responsabili dell’uccisione sul terreno.

Altri 22 soldati che operano nella compagnia Impero del Vampiro saranno citati per nome e cognome “progressivamente, in quanto le denunce a livello nazionale sono presentate in Paesi diversi,” ha affermato HRF in un comunicato.

Sulla scia del documentario di un’ora Ma Khafiya Aatham (La punta dell’iceberg) messo in onda su Al Jazeera in arabo insieme alla fondazione, la HRF ha affermato di aver presentato un documento di 120 pagine in base all’articolo 15, denunciando questi soldati alla CPI.

L’articolo 15 dello Statuto di Roma, che ha creato la CPI, stabilisce che il procuratore “deve iniziare indagini… sulla base di informazioni su crimini [commessi] all’interno della giurisdizione della Corte”, e “deve esaminare la fondatezza delle informazioni ricevute.”

Il documento “include prove digitali, satellitari e medico-legali esaustive che confermano che i carrarmati Merkava IV della Compagnia Impero del Vampiro hanno sparato ripetutamente contro la Kia Picanto nera in cui Hind e i suoi familiari erano intrappolati e in seguito hanno preso di mira l’ambulanza inviata per salvarla,” afferma la HRF.

“L’attacco è stato effettuato nella totale consapevolezza dello status di civili protetti delle vittime, in seguito a un precedente coordinamento [per concordare il salvataggio, ndt.] tra la Croce Rossa Palestinese e le autorità israeliana,” aggiunge.

“La squadra di avvocati della Fondazione conclude che, in base agli articoli 6, 7 e 8 dello Statuto di Roma, queste azioni rappresentano crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.”

La HRF ha già in corso una causa penale in Argentina contro Itay Cukierkopf, un membro della squadra di carristi citata nella sua denuncia alla CPI.

Macchina della giustizia”

Per due anni i soldati israeliani hanno inviato post su TikTok, Instagram, YouTube e su altre reti sociali vantandosi delle loro operazioni a Gaza.

La HRF ha utilizzato queste stesse prove per dare seguito alle accuse di crimini di guerra contro di loro in tutto il mondo.

“Non puoi massacrare persone, filmarti mentre lo fai, vantartene in giro per il mondo, confessare le tue azioni e poi continuare come se niente fosse, sederti vicino a me in un caffè a Bruxelles,” aveva detto in precedenza a Middle East Eye Dyab Abou Jahjah, il presidente della HRF.

Stiamo dando la caccia ai criminali di guerra ovunque vadano.”

Abou Jahjah ha rivelato che all’inizio del 2025 la Fondazione aveva raccolto più di 8.000 prove riguardanti presunti crimini di guerra da parte di soldati israeliani a Gaza.

“Le prove sono là,” aveva detto. “La sfida è trasformarle in un processo giudiziario.”

Il lavoro della HRF si concentra su una condotta processuale aggressiva e su una duplice strategia per chiamare [gli imputati] a risponderne, prendendo di mira due categorie di soldati: israeliani che hanno la cittadinanza di un Paese in cui può essere avviata una causa giudiziaria e soldati che sono in viaggio e che non sono cittadini dei Paesi di destinazione. “Non ci consideriamo una ong, ma una macchina della giustizia,” ha detto a MEE Abou Jahjah.

La Hind Rajab Foundation prende il suo nome in onore della bambina palestinese di 6 anni la cui morte per mano di soldati israeliani il 29 gennaio 2024 è diventata il simbolo delle estesissime violazioni del diritto umanitario internazionale commesse dalle forze israeliane.

Nel giugno 2024 un’indagine ha rivelato che Rajab e cinque membri della sua famiglia erano stati colpiti dall’esercito israeliano con 335 proiettili mentre tentavano di scappare dal nord di Gaza nella loro auto.

Per tre ore Hind rimase l’unica sopravvissuta, intrappolata insieme ai suoi parenti uccisi. Alla disperata ricerca di aiuto chiamò i paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese, ma Yusuf al-Zeino e Ahmed al-Madhoun vennero entrambi uccisi dalle forze israeliane prima che potessero salvarla.

Una straziante registrazione dell’ultima telefonata di Hind, resa pubblica dopo i fatti, ha conservato le sue agghiaccianti suppliche: “Ho paura del buio, venite a prendermi.”

Ora si prevede che il prossimo anno un lungometraggio sulla sua tragedia vincerà l’Oscar come miglior film in lingua straniera.

Oltre 67.000 palestinesi sono morti nella guerra contro Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il direttore dell’ospedale al-Shifa: 2.000 pazienti amputati e 5.000 malati di cancro hanno bisogno di cure fuori da Gaza

Redazione di MEMO

21 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Il direttore del complesso ospedaliero al-Shifa, il dott. Mohammad Abu Salmiya, ha lanciato l’allarme riguardo al peggioramento della situazione di pazienti amputati e malati di cancro a Gaza, chiedendo alla comunità internazionale e alle organizzazioni umanitarie di agire urgentemente per salvare le loro vite.

In commenti visti sulla stampa dal Palestinian Information Centre [sito di notizie relative alla situazione in Palestina, Ndt.], il dott. Abu Salmiya ha affermato che circa duemila pazienti amputati e più di cinquemila malati di cancro hanno urgente bisogno di cure fuori dalla Striscia di Gaza.

Ha aggiunto che le liste di pazienti che richiedono il trasferimento sono già state preparate, esprimendo forte preoccupazione per la chiusura continuativa dei valichi che, ha avvertito, può portare ad un incremento del numero dei morti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il prigioniero palestinese Abu Shanab afferma che le autorità israeliane hanno abusato dei detenuti fino agli ultimi momenti prima del rilascio

Redazione di MEMO

14 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il prigioniero palestinese Kamal Abu Shanab ha affermato che le autorità israeliane hanno continuato a maltrattare i detenuti fino all’ultimo momento prima del loro rilascio, descrivendo abusi generalizzati e condizioni disumane nelle prigioni israeliane.

Abu Shanab di 58 anni è stato rilasciato lunedì come parte della prima fase dell’accordo sul cessate il fuoco che è cominciato venerdì scorso, secondo un piano che sarebbe stato mediato con il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Parlando all’agenzia Anadolu, Abu Shanab, un abitante di Tulkarem, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ha affermato: “La situazione nelle prigioni è molto difficile – torture, oppressione, umiliazione e paura. Ai prigionieri palestinesi succede di tutto. La situazione è indescrivibile.”

Ha mostrato i segni sui polsi e le caviglie, dicendo che il servizio penitenziario israeliano ha mantenuto i detenuti destinati al rilascio “ammanettati e incatenati sulla ghiaia per più di sei ore.”

Abu Shanab, che è stato imprigionato per 15 anni di una condanna all’ergastolo, ha ricordato che i soldati hanno espresso incredulità per la capacità di resistenza dei prigionieri: “Essi hanno detto ‘Come possono sopportare questo? Che tipo di forza hanno?’”

Ha aggiunto che i prigionieri sono stati “soggetti a umiliazioni e torture” e che “tutto è stato fatto per spezzare la loro resistenza.”

Molti ex-detenuti hanno anche affermato all’agenzia Anadolu che le condizioni nelle prigioni israeliane sono chiaramente peggiorate dall’inizio della campagna militare israeliana contro Gaza il 7 ottobre 2023, citando racconti di tortura, fame e negazione delle cure mediche.

Secondo organizzazioni per i diritti umani palestinesi e israeliane più di 10.000 palestinesi – inclusi minori e donne – rimangono nelle prigioni israeliane, molti dei quali presumibilmente subiscono trattamenti crudeli e privazioni.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Generale israeliano in pensione: nella guerra contro Gaza Israele ha raggiunto il punto di non ritorno

Redazione di MEMO

7 ottobre 2025 – Middle East Monitor

Il generale di divisione israeliano in pensione Yitzhak Brick ha avvertito che Israele ha raggiunto il “punto di non ritorno” nella sua guerra contro la Striscia di Gaza, affermando che l’esercito ha esaurito la sua forza senza spezzare la resistenza palestinese.

In considerazioni pubblicate dal giornale in ebraico Maariv, Brick ha detto che in circa due anni di guerra Israele non ha ottenuto neppure uno dei suoi obiettivi strategici.

Ha accusato sia i leader politici che quelli militari di ingannare l’opinione pubblica con la “propaganda mediatica” riguardo ad una vittoria imminente.

L’esercito israeliano ha terminato la sua energia senza essere stato in grado di rompere la schiena della resistenza palestinese,” ha affermato Brick. “I leader ingannano la gente dichiarando che la vittoria decisiva è vicina, mentre in realtà, Israele è impantanato in una prolungata guerra d’attrito che minaccia di provocare un collasso interno.”

Brick ha aggiunto che Israele non ha raggiunto i suoi obiettivi chiave, incluso distruggere Hamas, ristabilire la deterrenza e rendere sicuri i confini degli insediamenti vicino a Gaza. Ha rivelato che l’esercito ha distrutto circa il 20% della rete di tunnel di Hamas – una componente chiave dell’infrastruttura militare del gruppo.

Ha inoltre osservato che le valutazioni che suggeriscono che Hamas sarebbe vicino alla sconfitta sono “sbagliate e fuorvianti,” affermando che secondo i rapporti di sicurezza interni il movimento ha ricostruito le sue capacità militari e adesso schiera oltre 30.000 combattenti.

Brick ha inoltre criticato la pesante dipendenza da attacchi aerei, sostenendo che la potenza aerea da sola non può portare alla vittoria. “Le forze di terra soffrono della mancanza di preparazione e organizzazione,” ha affermato. “La guerra in corso non può essere combattuta senza un chiaro piano strategico.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele arresta due bambini palestinesi a Hebron con l’accusa di “spionaggio”

Mera Aladam

1 ottobre 2025 – Middle East Eye

Un residente afferma che i bambini, di cinque e sei anni, “vivono ora nella paura” dopo il loro rilascio

Lunedì le forze israeliane hanno arrestato due bambini palestinesi sospettati di “spionaggio” nella Città Vecchia di Hebron a sud della Cisgiordania occupata.

I bambini, di cinque e sei anni, sono stati trattenuti per 30 minuti prima di essere rilasciati dopo l’intervento di abitanti palestinesi e attivisti stranieri.

Le forze israeliane hanno arrestato i bambini sostenendo che stessero spiando una casa occupata da un colono israeliano.

L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha riferito che i bambini palestinesi stavano invece giocando a calcio vicino a casa loro.

Parlando all’agenzia Anadolu Badr al-Tamimi, abitante del quartiere di Ain al-Askar vicino alla Moschea Ibrahimi, ha affermato che i bambini erano in preda al panico durante l’incidente, aggiungendo che “ora vivono nella paura”.

“Le forze di occupazione stavano eseguendo lavori di ristrutturazione in una casa che avevano sequestrato poco tempo fa”, ha spiegato, esprimendo shock per le accuse rivolte ai due bambini.

“I bambini, senza volerlo, si sono fermati davanti alla casa mentre la porta era aperta. Le forze di occupazione hanno affermato che si trattava di spionaggio.”

In un filmato che circola online si vedono i due bambini piangere mentre si tengono per mano durante il loro arresto da parte di un soldato israeliano armato.

Un altro video mostra abitanti del posto circondati dalle forze israeliane mentre cercano di ragionare con loro, ma vengono subito cacciati via.

In un post su X l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nella Palestina occupata ha affermato che la detenzione di bambini dimostra la “crudele realtà quotidiana sul campo per i palestinesi”.

“I diritti dei bambini palestinesi alla vita, alla salute, all’istruzione, alla libertà di movimento e ad altri diritti vengono negati quotidianamente. Ogni giorno i bambini vengono uccisi, feriti o arbitrariamente detenuti dalle forze israeliane nei Territori Palestinesi Occupati (TPO)”, si legge nella dichiarazione.

I palestinesi nei Territori Occupati sono da tempo soggetti a severe restrizioni, coprifuoco e arresti.

Da quando il genocidio a Gaza è iniziato quasi due anni fa, l’assedio in Cisgiordania non ha fatto altro che intensificarsi, con arresti di massa e campagne di detenzione che sono diventati una realtà quasi quotidiana per i palestinesi, compresi i bambini.

Più di 20.000 bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza dall’ottobre 2023.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Analisi: in un solo mese la Gran Bretagna ha inviato più di 100.000 proiettili durante il genocidio a Gaza

Redazione di MEMO

30 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che secondo una nuova inchiesta di Canale 4 [tv pubblica britannica ma senza finanziamenti dallo Stato, ndt.] ad agosto durante l’offensiva genocida israeliana in corso a Gaza è stato inviato dalla Gran Bretagna ad Israele un totale di 110.000 proiettili.

L’invio, valutato circa 20.000 sterline (circa 23.000 euro), è parte di un più vasto incremento dell’esportazione di armi del Regno Unito a Israele, con un totale di consegne questo agosto superiori a 150.000 sterline – la seconda spedizione mensile più grande dal gennaio 2022.

Secondo il rapporto, in base al cifrario doganale israeliano i beni ricevuti attraverso un unico invio sono stati classificati come “proiettili”.

Altre spedizioni quel mese includevano ricambi per “carri armati”, “per pistole o fucili” e una ampia categoria definita come “altro” che copre proiettili, esplosivi e munizioni.

La nostra analisi delle cifre dell’agenzia delle entrate mostra armamenti per un valore attorno a 400.000 sterline in arrivo dal Regno Unito che sono passati attraverso la dogana israeliana a giugno 2025 – la più grande quantità in un singolo mese da quando, più di tre anni fa, sono disponibili i tracciamenti,” afferma il rapporto.

Il governo inglese ha annunciato a settembre 2024 di aver sospeso 29 licenze di esportazione di armi verso Israele che si ritiene “potrebbero essere usate per gravi violazioni del diritto umanitario internazionale.”

Circa 250 licenze oltre 160 delle quali sono elencate come “militari,” rimangono attive.

Allora il governo aveva affermato che stava per bloccare la vendita di “beni usati nell’attuale conflitto a Gaza destinati all’esercito israeliano.”

Il rapporto è arrivato il giorno dopo che il partito Laburista che governa la Gran Bretagna ha approvato una mozione in cui si dichiara che le Nazioni Unite hanno concluso che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza – una conclusione che contrasta nettamente con il rifiuto del governo di dichiarare il genocidio.

Da ottobre 2023 l’esercito israeliano ha ucciso a Gaza oltre 66.000 palestinesi, molti dei quali donne e bambini. Gli incessanti bombardamenti hanno reso l’enclave praticamente inabitabile, portato alla fame e diffuso malattie.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)