Alta Corte israeliana autorizza crimine di guerra

I giudici israeliani danno l’approvazione definitiva a un crimine di guerra a Khan al-Ahmar

The Electronic Intifada

Tamara Nassar – 5 settembre 2018

 

 

L’Alta Corte israeliana ha dato l’approvazione definitiva alla deportazione della comunità palestinese di Khan al-Ahmar, nella Cisgiordania occupata.

Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem afferma che la decisione renderà i giudici complici di un crimine di guerra se la demolizione – che dovrebbe avvenire a giorni – avrà luogo.

Inizialmente la corte a maggio aveva approvato la demolizione dell’intero villaggio, ma l’azione era stata temporaneamente sospesa a luglio, dopo che gli avvocati dei circa 200 abitanti di Khan al-Ahmar avevano presentato due ricorsi all’Alta Corte.

I giudici hanno accettato uno dei ricorsi ed hanno tenuto un’udienza in agosto.

Mercoledì l’Alta Corte l’ha respinto, ha revocato la sospensione provvisoria e ha dato alle autorità israeliane il via libera per espellere gli abitanti entro una settimana.

Il giornale israeliano “Haaretz” [di centro sinistra, ndtr.] ha affermato che i giudici “hanno detto che il principale problema di questo caso non era se si dovesse portare a termine l’espulsione, ma dove sarebbero stati risistemati gli abitanti.”

Israele vuole deportare a forza gli abitanti di Khan al-Ahmar in una zona nei pressi di una discarica nota come al-Jabal ovest.

Uno dei giudici ha respinto la richiesta degli abitanti di sospendere l’evacuazione finché non avranno trovato un luogo alternativo per andare a vivere ed ha criticato il loro rifiuto di vivere nei pressi della discarica.

Molto prima della decisione della corte di mercoledì Israele ha iniziato i preparativi per la demolizione del villaggio.

 

Non c’è giustizia nei tribunali israeliani

Nella loro sentenza, i giudici dell’Alta Corte israeliana “hanno descritto un mondo immaginario con un sistema di pianificazione uguale per tutti che prende in considerazione le necessità dei palestinesi, come se non ci fosse mai stata un’occupazione,” ha detto mercoledì B’Tselem.

“La realtà è diametralmente opposta a questa fantasia: i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi decisionali che determinano come saranno le loro vite,” ha aggiunto l’associazione. “I sistemi di pianificazione sono esclusivamente destinati a beneficiare i coloni.”

“Questa sentenza mostra ancora una volta che chi è sotto occupazione non può chiedere giustizia nei tribunali dell’occupante,” ha affermato B’Tselem.

 

I dirigenti israeliani festeggiano un crimine di guerra

I dirigenti israeliani hanno lodato i giudici per aver approvato la deportazione della comunità, che in base alle leggi internazionali è un crimine di guerra.

Secondo le leggi che governano un’occupazione militare, un occupante può spostare persone in caso di necessità militari. Ma Israele vuole espellere gli abitanti di Khan al-Ahmar dalla zona est di Gerusalemme, dove è impegnato in un’intensa colonizzazione – anche questa in violazione delle leggi internazionali.

Yuli Edelstein, il presidente del parlamento israeliano e membro del partito di governo Likud, si è vantato su twitter che “la pressione” da parte dell’Unione Europea non sia riuscita a bloccare la decisione della corte.

“In Israele c’è una legge e chiunque è uguale di fronte ad essa,” ha affermato Edelstein – l’esatto contrario della realtà.

Diplomatici europei hanno fatto visita a Khan al-Ahmar nello scorso anno per mostrare il proprio sostegno alla comunità, ma, a parte un tale atto simbolico, l’Unione Europea – che fornisce ad Israele notevoli somme in aiuti e commercio – non ha preso nessuna iniziativa per chiedere conto ad Israele.

Allo stesso modo l’UE non ha fatto niente quando Israele ha demolito o confiscato scuole o altri edifici per i palestinesi che essa o suoi Stati membri hanno finanziato.

Pare che diplomatici europei abbiano detto a media israeliani che continuare con la demolizione di Khan al-Ahmar “innescherebbe una reazione da parte di Stati membri dell’UE.”

Ma, visto il lungo elenco di mancate reazioni dell’UE, simili avvertimenti dovrebbero essere presi con una notevole dose di scetticismo.

Anche il ministro della Difesa Avigdor Lieberman si è rallegrato per la decisione della corte, twittando che “Khan al-Ahmar sarà evacuato.”

Ha lodato i giudici per “una decisione coraggiosa e necessaria di fronte ad una campagna ipocrita orchestrata da Abu Mazen (il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas), dalla sinistra e dai Paesi europei.”

Fino a mercoledì sera i portavoce dell’UE non avevano ancora rilasciato una reazione alla decisione della corte.

 

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Abbas: “L’amministrazione statunitense ci ha proposto una confederazione con la Giordania”

Ma’an News

3 Settembre 2018 , Ma’an news

RAMALLAH (Ma’an) – Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha accettato il piano di pace offerto domenica dall’amministrazione degli Stati Uniti, a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione con la Giordania.

In una dichiarazione fatta domenica durante l’incontro con il movimento pacifista Peace Now e alcuni membri della Knesset israeliana, Abbas ha detto che l’amministrazione statunitense di Trump avrebbe proposto un piano di pace basato su una confederazione con la Giordania.

Tuttavia, Abbas ha risposto all’amministrazione degli Stati Uniti che avrebbe accettato la proposta solo a condizione che anche Israele faccia parte della confederazione.

All’incontro partecipavano la presidente di Peace Now, Shaked Morag, il parlamentare Mossi Raz del partito Meretz e Ksenia Svetlova per il partito Unione Sionista.

Abbas ha comunicato ai partecipanti che l’inviato per la pace degli Stati Uniti, Jason Greenblatt, e il maggior consulente di Trump, Jared Kushner, gli hanno chiesto se creda in una federazione con la Giordania.

Ha aggiunto di aver accettato la proposta: “Voglio una confederazione triangolare con Giordania e Israele. Mi chiedo se Israele accetterebbe la proposta”.

Ha sottolineato che in seguito alla decisione degli Stati Uniti di porre fine a tutti i finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina (UNRWA), gli USA “stanno chiudendo il processo di pace: gli Stati Uniti vogliono distruggere completamente l’UNRWA”, ricordando che il 70% dei residenti di Gaza sono rifugiati.

“La maggior parte di loro vive grazie all’assistenza dell’UNRWA. Ma poi il presidente Trump dice “cancella l’UNRWA e concedi aiuti umanitari a Gaza”. Come è possibile da una parte abolire l’UNRWA e dall’altra che I palestinesi ricevano aiuti umanitari”, ha chiesto.

E ha continuato: “Ho incontrato Trump quattro volte, Trump ha detto di sostenere la soluzione dei due stati e di essere a favore di uno stato smilitarizzato con le forze della NATO a mantenere la sicurezza nella zona”.

Ha confermato il suo appoggio alla sicurezza di Israele e la ricerca di una soluzione al problema dei rifugiati palestinesi.

Abbas ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rifiuterebbe di incontrarlo faccia a faccia: “Il mio problema è con Netanyahu, non con il Likud. Netanyahu è contro la proposta di Trump”.

Morag ha concluso l’incontro assicurando ad Abbas che “Il movimento pacifista israeliano è esteso e durante le prossime elezioni generali Peace Now chiederà ai leader un impegno per far avanzare la soluzione dei due Stati”.

(Traduzione di Luciana Galliano)




Gli Stati Uniti cessano di finanziare l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi

Al-Jazeera e agenzie di stampa

1 settembre 2018 Al-Jazeera

La decisione dell’amministrazione Trump è stata duramente criticata in quanto “palese attacco” contro i palestinesi che già affrontano una situazione drammatica.

Alcuni funzionari palestinesi hanno duramente criticato la decisione degli Stati Uniti di bloccare i finanziamenti all’agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi in tutto il Medio Oriente, definendola un “plateale attacco” contro il popolo palestinese.

I commenti sono arrivati venerdì poco dopo che il governo degli Stati Uniti, uno dei principali alleati di Israele, ha annunciato che avrebbe interrotto i suoi finanziamenti all’Agenzia Umanitaria delle Nazioni Unite per il soccorso (UNRWA) [che si occupa esclusivamente dei rifugiati palestinesi, ndtr.] dopo aver definito l’organizzazione “un’impresa irrimediabilmente viziata “.

In una dichiarazione, la portavoce del Dipartimento di Stato americano Heather Nauert ha dichiarato che “è assolutamente insostenibile che gli aventi diritto ai benefici dell’UNRWA siano in continuo e infinito aumento e [l’agenzia] è in crisi da molti anni.”

“L’amministrazione [Trump] ha esaminato attentamente il problema e ha stabilito che gli Stati Uniti non verseranno ulteriori contributi all’UNRWA”, ha affermato Nauert.

La decisione è arrivata una settimana dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato il taglio di oltre 200 milioni di dollari agli aiuti economici per i palestinesi.

“Le due successive decisioni americane rappresentano un flagrante attacco contro il popolo palestinese e una sfida alle risoluzioni delle Nazioni Unite”, ha detto ieri il portavoce dell’Autorità Nazionale Palestinese Nabil Abu Rdainah all’agenzia di stampa Reuters.

“Tale punizione non riuscirà a cambiare il fatto che gli Stati Uniti non hanno più un ruolo nella regione e non sono parte della soluzione”.

Rob Reynolds di Al Jazeera, riferendo da Washington DC, ha detto che la decisione degli Stati Uniti “potrebbe peggiorare considerevolmente una situazione già terribile in alcune parti dei territori palestinesi, specialmente a Gaza”.

“Loro (gli Stati Uniti) si stanno giustificando per lo più con il fatto che i finanziamenti sono mal gestiti e la stessa agenzia spreca denaro ed è inefficiente”, ha detto Reynolds.

“La cosa è parte integrante, insieme al riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, di un tentativo da parte dell’amministrazione Trump di determinare alcuni cambiamenti radicali e cercare di ridefinire la situazione in Medio Oriente”.

L’UNRWA fu fondata nel 1949 dopo che 700.000 palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case da miliziani sionisti che preparavano la fondazione dello stato di Israele.

Attualmente fornisce servizi a cinque milioni di rifugiati palestinesi nella Cisgiordania occupata e nella Striscia di Gaza, nonché in Giordania, Libano e Siria.

Sotto l’amministrazione di Donald Trump, il governo degli Stati Uniti aveva già ridotto il budget alle attività dell’UNRWA nei territori palestinesi occupati da 365 milioni di dollari a soli 65 milioni, provocando licenziamenti e il passaggio di molti dipendenti e collaboratori palestinesi a tempo pieno dell’agenzia a contratti part-time.

Alla fine di giugno, l’ONU aveva chiesto agli stati membri di colmare il problematico buco nel finanziamento causato dai tagli del governo degli Stati Uniti.

“La situazione dei palestinesi è segnata da grande ansia e incertezza, in primo luogo perché i rifugiati palestinesi non vedono all’orizzonte una soluzione alla loro situazione “, ha detto Pierre Krahenbuhl, direttore dell’UNRWA a una conferenza dell’ONU.

All’inizio di questa settimana, l’UNRWA ha segnalato che se Washington avesse approvato il taglio dei finanziamenti, ciò avrebbe probabilmente comportato una maggiore instabilità nella regione.

“Ci si deve porre la domanda: come diventerà il Medio Oriente se le persone più vulnerabili in quella regione non dovessero più ricevere servizi dall’organizzazione umanitaria delle Nazioni Unite”, ha detto il portavoce dell’agenzia Chris Gunness all’Agenzia [turca] Anadolu.

Il governo degli Stati Uniti sta anche spingendo per una riduzione del numero di rifugiati palestinesi da cinque milioni a cinquecentomila, e considera [rifugiati] solo quelli che sono stati direttamente espulsi dalle proprie case settant’anni fa.

Di conseguenza, milioni di loro figli e nipoti saranno esclusi.

( Traduzione di Luciana Galliano )




Un ballerino palestinese proveniente dal Belgio incarcerato da Israele

Ali Abunimah

22 agosto 2018, The Electronic Intifada

C’è crescente preoccupazione in Belgio per un ballerino rifugiato palestinese che è stato arrestato dalle autorità israeliane quando un mese fa ha cercato di entrare nella Cisgiordania occupata dalla Giordania.

Mustapha Awad, nato nel campo profughi di Ein al-Hilweh in Libano, ha ottenuto lo status di rifugiato e la cittadinanza in Belgio.

Secondo il gruppo di solidarietà con i prigionieri “Samidoun”, per due settimane dopo il suo arresto ad Awad non è stato consentito di vedere un avvocato. Ha potuto solamente incontrare qualcuno del consolato belga l’8 agosto, dopo 20 giorni di interrogatorio.

Secondo “Samidoun”, Awad è comparso in tribunale il 16 agosto ed è stato poi riportato in un centro israeliano di interrogatori.

“Il mio cliente è stato arrestato ad un posto di frontiera con l’accusa di appartenere ad una organizzazione terroristica, cosa che lui nega assolutamente”, ha detto ai media l’avvocato belga di Awad venerdì scorso.

Awad, di 36 anni, è il cofondatore di “Raj’een”, un gruppo di danza popolare palestinese.

“Era la prima volta che andava in Palestina per visitare la terra dei suoi genitori. Non ha mai vissuto là”, ha aggiunto l’avvocato.

L’emittente pubblica belga RTBF ha citato rapporti dei media israeliani che sostengono che Awad è affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) [storico gruppo armato palestinese di tendenza marxista, ndtr.].

Israele considera quella fazione politica, insieme a quasi tutti gli altri partiti politici palestinesi, come organizzazione “terroristica”.

Secondo la RTBF, Awad deve comparire nuovamente davanti ad un giudice israeliano il 3 settembre.

Il ministero degli Esteri belga ha confermato l’arresto di Awad e ha detto che sta “seguendo la situazione”, ma non ha fornito altri dettagli.

Il caso di Awad ricorda quello di Salah Hamouri, un difensore dei diritti umani franco-palestinese, che è stato detenuto in Israele per un anno senza accuse né processo.

Il governo francese ha fatto poco per ottenere la libertà per Hamouri.

Gli attivisti in Belgio stanno promuovendo una campagna per la liberazione di Awad.

Una delegazione del Comitato per la liberazione di Mustapha Awad mercoledì è stata ricevuta dal ministero degli Esteri a Bruxelles.

Hanno anche lanciato una pagina Facebook e una petizione che chiede al governo belga di “assumersi le proprie responsabilità per tutelare i suoi cittadini contro arresti arbitrari ed ogni forma di tortura o trattamento inumano.”

Waed Tamimi condannato

Un tribunale militare israeliano ha condannato Waed Tamimi a 14 mesi di reclusione per aver tirato pietre contro un poliziotto di frontiera israeliano lo scorso anno, e per un fatto simile un anno prima.

Waed, di 21 anni, è il fratello di Ahed Tamimi, la ragazza recentemente rilasciata dopo otto mesi di prigione per aver spinto e schiaffeggiato un soldato israeliano all’interno della proprietà della famiglia nel villaggio di Nabi Saleh, nella Cisgiordania occupata.

Anche la madre dei due fratelli, Nariman, ha passato otto mesi in prigione per aver filmato l’incidente che ha coinvolto Ahed.

Come nel caso di Ahed, la condanna di Waed è stata l’esito di un patteggiamento in cui lui ha ammesso le accuse rivoltegli dalle forze di occupazione israeliane.

Il tribunale militare israeliano nega ai palestinesi le fondamentali garanzie di un giusto processo e di certezza del diritto e presenta un tasso di condanne quasi del 100%.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha riferito che “il tribunale ha rilevato che le pietre scagliate da Waed Tamimi ed altri hanno colpito un poliziotto di frontiera, che indossava un elmetto, alla testa e a un braccio, ferendolo”.

Mentre i palestinesi vengono sistematicamente accusati dalle autorità militari israeliane di rispondere agli attacchi delle forze di occupazione lanciando pietre, i soldati israeliani che feriscono, rendono disabili ed uccidono i palestinesi godono di una quasi totale impunità.

Waed vedrà riconosciuto il periodo passato in prigione da quando è stato prelevato in maggio al mattino presto durante un’incursione delle forze di occupazione.

Suo padre Bassem all’epoca ha scritto in un post su Facebook che, dopo che i soldati israeliani lo hanno picchiato e ferito durante l’arresto, Waed è stato portato in ospedale.

Giornalisti arrestati

Il 15 agosto anche nella Cisgiordania occupata le forze israeliane hanno arrestato Ali Dar Ali, un giornalista di “Palestine TV”, [la televisione] dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Le forze israeliane hanno arrestato Dar Ali durante un’incursione all’alba nella sua casa nel villaggio di Burham in Cisgiordania ed hanno confiscato il suo cellulare e il suo computer.

Un portavoce dell’esercito israeliano ha detto a ‘The Times of Israel’ che Dar Ali è stato arrestato per “istigazione”, in quanto ha filmato e trasmesso in streaming le forze israeliane mentre si accingevano a demolire una casa nel campo profughi di Amari, vicino a Ramallah.

Sherif Mansour, del Comitato di Protezione dei Giornalisti, ha affermato: “Israele utilizza ogni mezzo legale a sua disposizione, comprese accuse di istigazione, per eliminare le informazioni critiche sulle sue politiche ed attività in Cisgiordania e incarcera giornalisti come Ali Dar Ali.

Facciamo appello alle autorità israeliane perché rilascino immediatamente Ali Dar Ali e lo lascino lavorare liberamente.”

Il tribunale militare della prigione di Ofer, dove è incarcerato Dar Ali, ha prorogato varie volte la sua detenzione. Adesso è prevista fino al 4 settembre.

A giugno il parlamento israeliano ha iniziato a prendere in esame una legge che punirebbe con fino a 10 anni di prigione chi filma o registra soldati israeliani e ne pubblica il contenuto.

“Reporters senza Frontiere ha chiesto di respingere la legge, definendola parte dell’inasprimento della repressione su giornalisti e difensori dei diritti umani che documentano gli abusi contro i palestinesi.

L’incarcerazione di Dar Ali è l’ultimo di una serie di arresti israeliani di giornalisti palestinesi.

Le forze di occupazione israeliane il 30 giugno hanno arrestato quattro giornalisti in Cisgiordania, tre dei quali sono stati rilasciati su cauzione.

Ma domenica un tribunale militare israeliano ha bloccato il rilascio del quarto, Ala al-Rimawi, su richiesta del procuratore militare.

In una dichiarazione rilasciata attraverso il suo avvocato, al-Rimawi ha detto che la campagna israeliana di arresti ha lo scopo di spaventare ed intimidire i giornalisti palestinesi perché non facciano il loro lavoro e non raccontino la realtà.

Al-Rimawi ha detto che dal suo interrogatorio era evidente che le autorità israeliane ritengono che termini usati dai giornalisti, come “martire”, “occupazione”, “scontro” e “tenacia”, costituiscano istigazione [alla violenza].

Secondo l’Associazione dei Prigionieri Palestinesi, attualmente sono detenuti da Israele 18 giornalisti palestinesi.

Solidarietà con lo sciopero delle prigioni

I prigionieri e gli ex prigionieri palestinesi affiliati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina hanno inviato un messaggio di solidarietà ai lavoratori incarcerati negli Stati Uniti, che hanno indetto uno sciopero nazionale il 21 agosto.

Lo sciopero delle prigioni del 2018 è la risposta ad un incidente avvenuto in aprile in cui numerosi prigionieri sono morti nella Carolina del sud.

“Sette compagni hanno perso la vita quando gli agenti penitenziari li hanno respinti durante una rivolta che avevano provocato”, hanno affermato gli organizzatori dello sciopero. “Chiediamo condizioni di vita umane, l’accesso alla riabilitazione, la riforma del sistema di condanne e la fine della schiavitù dei nostri giorni.”

Ci sono più di due milioni di persone nelle carceri americane, un aumento del 500% negli ultimi 40 anni, che non è collegato all’andamento della criminalità.

Le politiche di incarcerazione di massa che arricchiscono le imprese carcerarie private prendono di mira in modo sproporzionato i poveri e le persone di colore, in particolare i neri.

“Oggi i lavoratori delle carceri sono tra i lavoratori più sfruttati negli Stati Uniti e la stessa classe dominante che trae profitti dalla confisca della terra e dalle risorse palestinesi e dai bombardamenti sui bambini in Yemen, trae profitti anche dal lavoro forzato dei prigionieri”, affermano i prigionieri palestinesi.

“La vostra lotta è una lotta di lavoratori che fa parte del nostro conflitto mondiale contro il brutale sfruttamento che i nostri popoli oggi subiscono.”

Alì Abunimah

Cofondatore di The Electronic Intifada ed autore di ‘The battle for justice in Palestine’ [La lotta per la giustizia in Palestina], in uscita da Haymarket Books.

Ha scritto anche ‘One country: A bold-proposal to end the Israeli-Palestinian impasse’ [Un Paese: un’audace proposta per porre fine all’empasse tra israeliani e palestinesi] .

Le opinioni sono esclusivamente mie.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele escogita l’ “assicurazione BDS” per proteggere ‘Eurovisione’

Asa Winstanley

17 agosto 2018 , Middle East Monitor

Non c’è forse miglior barometro per misurare fin dove Israele può arrivare nel diffamare, attaccare e sabotare il movimento internazionale per i diritti dei palestinesi del suo atteggiamento verso il BDS.

Ricordiamoci che il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni non è altro che un tentativo di rendere Israele responsabile in base ai principi del diritto internazionale e ai fondamentali diritti umani, laddove i governi nazionali per decenni hanno rifiutato di farlo.

Il BDS invita ad un boicottaggio totale di Israele fino a quando non concederà i tre principali diritti umani dei palestinesi, che sta attualmente violando: libertà, eguaglianza e [diritto al] ritorno.

I palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza (insieme ai siriani delle Alture del Golan) vivono sotto un’occupazione militare illegale, che entra ora nel 52mo anno. Perciò i palestinesi chiedono libertà.

I palestinesi cittadini di Israele – mentre godono di alcuni simbolici diritti civili – non hanno eguaglianza, essendoci più di 65 leggi (e continuano ad aumentare) che li discriminano per la colpa di non essere ebrei. Perciò i palestinesi chiedono eguaglianza.

E i rifugiati palestinesi in tutto il mondo vivono in campi profughi dispersi e ormai consolidati, privati della loro patria dopo che i loro avi sono stati espulsi con i fucili puntati dalle milizie sioniste che hanno costituito l’esercito israeliano. A differenza che in ogni altro conflitto nel mondo, sono privati del loro diritto fondamentale (sia in base al diritto internazionale che ai principi etici basilari) di tornare nella loro patria. Perciò i palestinesi chiedono il diritto al ritorno.

Queste tre richieste sono riportate nell’appello del BDS del 2005, il documento fondativo del movimento, che è promosso dalla totalità della società civile palestinese.

I diritti umani basati sul diritto internazionale non sono merce di scambio da barattare con la pretesa di essere “ragionevoli” o “realisti”. I diritti dei palestinesi, come i diritti di tutti gli esseri umani, sono inalienabili e non possono essere ceduti da nessun traditore o leader politico di alcuna fazione.

Il movimento BDS ha messo Israele sulla difensiva.

C’è tutto un “ministero” del governo ora dedicato solamente a combattere il BDS – in ciò che definisce una “guerra”. Utilizzando il comune eufemismo israeliano per assassinio, il ministro spia di Israele Yisrael Katz nel 2016 ha minacciato “l’eliminazione civile” del cofondatore del movimento BDS Omar Barghouti. L’anno seguente Barghouti ha ricevuto il divieto di viaggiare ed è stato vittima di una causa legale per un’“evasione fiscale” inventata ad arte.

Questo cosiddetto ministero – il ministero degli Affari Strategici – è diventato in effetti un nuovo ramo delle agenzie di spionaggio israeliane. È guidato dall’ex ufficiale di alto rango dell’intelligence militare Sima Vaknin-Gil, e la maggior parte del suo staff proviene da diverse agenzie di spionaggio israeliane.

È impegnato non solo nel “monitoraggio” del movimento globale BDS, ma in attività di sabotaggio. Il giornalista veterano dell’intelligence israeliana Yossi Melman le ha definite “operazioni segrete”.

La natura globale di questa minaccia significa che Israele è impegnato in attività sovversive in territorio straniero, incluso il Regno Unito, molto probabilmente in violazione delle leggi locali.

Israele interferisce apertamente nei sistemi elettorali degli Stati Uniti e del Regno Unito ad un livello che supera di gran lunga qualunque cosa di cui la Russia sia mai stata accusata, per non parlare dell’ attendibilità dimostrata.

La campagna segreta di sabotaggio ha diversi fronti, compreso il partito Laburista di Jeremy Corbyn, ma l’obiettivo principale nel mondo è il movimento BDS. A differenza di precedenti “minacce strategiche” al sistema israeliano di razzismo e occupazione, il ministero degli Affari Strategici comprende che il BDS non ha un’unica leadership che possa essere “decapitata”, come è stato con i molti leader palestinesi – sia della lotta armata che di quella senza armi – che ha assassinato in passato.

Perciò si impegna invece in una campagna di sabotaggio ad ampio raggio, che prende di mira questo movimento globale guidato dai palestinesi.

Il fatto che il governo sembra aver escogitato una sorta di “assicurazione BDS” per proteggere il programmato festival musicale “Eurovisione”, che dovrebbe svolgersi in Israele il prossimo anno è un sintomo piuttosto divertente di quanto gli strateghi israeliani temano il movimento BDS.

A giugno gli attivisti BDS contro l’ “Eurovisione” [gara canora internazionale, che si svolge nel Paese vincitore dell’edizione precedente, nel 2018 Israele, ndtr.] israeliana hanno rivendicato la loro prima vittoria. Avendo clamorosamente politicizzato la competizione, la ministra della Cultura di Israele (ed ultra razzista) Miri Regev è stata costretta ad un’umiliante marcia indietro.

Regev aveva sostenuto che “Eurovisione” dovesse svolgersi a Gerusalemme, o non tenersi affatto. Ha preso questa posizione nel tentativo di accrescere la legittimità dell’illegittima pretesa di Israele che Gerusalemme sia la sua capitale.

Il problema ovviamente è che, nonostante il molto controverso spostamento da parte di Trump dell’ambasciata USA nella città all’inizio di quest’anno, nessun Paese europeo riconosce la pretesa di Israele e per tal motivo tutti mantengono le proprie ambasciate a Tel Aviv.

La stampa israeliana ha riferito che lei ha dovuto fare marcia indietro a causa della reazione negativa e che Tel Aviv viene ora considerata come la sede del pacchiano festival pop. Gli attivisti BDS hanno invitato a mantenere alta la pressione finché esso non venga definitivamente annullato.

Anche se nel passato gli artefici della propaganda israeliana hanno cercato di mostrare pubblicamente di ignorare il BDS e ridurlo ad un elemento irrilevante, quel tempo è molto lontano.

Questa “assicurazione BDS” è un segnale di quanto grave sia considerata la minaccia del BDS all’occupazione israeliana. Questa settimana il quotidiano di Tel Aviv Haaretz ha riferito che l’emittente pubblica è in trattativa con il ministero israeliano delle Finanze sui termini di un massiccio prestito di 13,5 milioni di dollari per coprire i costi dello svolgimento del festival.

Secondo il quotidiano, “il ministero delle Finanze si impegnerebbe a coprire l’ammontare del prestito se il festival alla fine non si tenesse in Israele, a causa di circostanze attenuanti come un terremoto, una guerra o un boicottaggio organizzato dal BDS, Movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.”

A quanto pare le condizioni finali non sono state ancora concordate, ma questo genere di “assicurazione BDS” è probabilmente un segnale di come andranno le cose.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Due morti durante le proteste palestinesi a Gaza, mentre continuano i colloqui tra Hamas e Israele

Redazione di MEE

17 agosto 2018, Middle East Eye

Le proteste del venerdì avvengono insieme a notizie di ‘significativi progressi’ dei negoziati promossi dall’Egitto tra Hamas e Israele.

Per il ventunesimo venerdì consecutive migliaia di palestinesi di Gaza stanno manifestando, mentre il mistero circonda i dettagli della prosecuzione dei negoziati tra Israele ed Hamas sull’enclave assediata

Pare che le forze israeliane abbiano sparato ed ucciso due palestinesi – uno, a est del campo di rifugiati di al-Bureij, identificato come il trentenne Karim Abu Fatayir, e l’altro, a est di Rafah, identificato come il ventiseienne Saadi Akram Muammar, secondo il ministero della Salute di Gaza.

Un inviato di Middle East Eye a Gaza ha informato che le forze israeliane hanno sparato proiettili veri e gas lacrimogeni contro i manifestanti riuniti nella “zona di sicurezza” nei pressi della barriera che separa Gaza da Israele.

Il ministero della Salute di Gaza ha dato notizia che alle 19 ora locale almeno 241 palestinesi sono stati feriti, tra cui almeno 40 da proiettili veri e 18 minorenni. L’inviato di MEE ha visto parecchi palestinesi, tra cui minori, curati da medici sul campo.

I dimostranti ancora una volta hanno bruciato copertoni nel tentativo di impedire la visuale ai cecchini israeliani.

Nel contempo i media israeliani hanno informato che nel sud di Israele è scoppiato un incendio, provocato da un pallone aerostatico incendiario lanciato dai manifestanti di Gaza.

Il portavoce di Hamas Abd al-Latif al-Qanuaa venerdì ha detto: “La ‘Grande Marcia del Ritorno’ ha smentito i calcoli dell’occupante e l’ha obbligato a prendere in considerazione le richieste (della marcia).”

(Le proteste) continueranno finché raggiungeremo tutti i nostri obiettivi. I sacrifici del nostro popolo non saranno inutili, e si tradurranno in conquiste nazionali.”

Dal 30 marzo la Marcia ha portato migliaia di palestinesi a protestare nei pressi della barriera di separazione tra Gaza e Israele, in una mobilitazione pubblica con un sostegno senza precedenti per denunciare il blocco di undici anni del piccolo territorio palestinese e chiedere l’applicazione del diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi.

Durante gli ultimi quattro mesi e mezzo le forze israeliane hanno ucciso a Gaza almeno 169 palestinesi – la maggior parte dei quali manifestanti. Nello stesso periodo un soldato israeliano è stato ucciso da un cecchino palestinese.

Mentre inizialmente, nei primi mesi della marcia, le proteste hanno avuto luogo giornalmente, durante l’estate i dimostranti hanno manifestato soprattutto i venerdì.

Nelle scorse settimane attacchi aerei israeliani e [il lancio di] razzi palestinesi hanno fatto temere che la situazione potesse degenerare in una guerra totale.

Per settimane ci sono state crescenti congetture su un possibile accordo tra Israele ed Hamas propiziate dall’Egitto.

Venerdì una fonte ufficiale di Hamas ha detto a Middle East Eye che l’accordo includerebbe l’apertura di tutti i valichi tra Israele e la Striscia di Gaza, così come la garanzia di un corridoio marittimo con Cipro – in cambio della fine di ogni tipo di attacco dal territorio palestinese. Tuttavia il contenuto dell’accordo non è stato confermato ufficialmente e il processo rimane avvolto nel mistero. Si prevede che la tregua e le sue condizioni vengano resi noti la prossima settimana.

Venerdì il giornale [israeliano] “Israel Today” ha insinuato che quanto avvenuto durante le proteste più tardi durante il giorno sarebbe stato un test della tregua.

Se ci sarà calma nei prossimi giorni, i colloqui continueranno e si riuscirà a discutere di qualcosa di più serio, che risolverà i principali problemi a Gaza, che sono l’elettricità, l’acqua e anche gli stipendi,” ha scritto il giornale.

Mentre si prevede che un accordo con la mediazione dell’Egitto dovrebbe ridurre le tensioni immediate tra Israele ed Hamas, esso ha anche provocato rabbia da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) in Cisgiordania, che crede di essere stata deliberatamente esclusa come parte di un più complessivo piano di dividere i palestinesi.

(traduzione di Amedeo Rossi)




In migliaia scandiscono “No alla legge dello stato-nazione, sì all’uguaglianza”

Ma’an news 12 agosto 2018

TEL AVIV (Ma’an) – Sabato, durante una manifestazione in cui decine di migliaia di arabi ed ebrei hanno marciato a Tel Aviv per protestare contro la controversa legge sulla nazionalità, si sono viste sventolare in alto bandiere palestinesi.

Circa 30.000 manifestanti si sono riuniti in piazza Rabin a Tel Aviv e hanno marciato verso il Museo d’Arte, dove si è svolto il raduno principale. Durante tutta la manifestazione, arabi ed ebrei hanno protestato insieme contro la legge sulla nazionalità e hanno chiesto che venga annullata con lo slogan “No alla legge dello stato-nazione, sì all’uguaglianza”.

Nonostante la decisione degli organizzatori della protesta di vietare lo sventolio di bandiere, durante l’evento si sono visti diversi manifestanti sventolare bandiere israeliane e palestinesi.

In risposta alle bandiere palestinesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha pubblicato sul suo account Twitter un video della manifestazione con alcuni dimostranti che sventolavano la bandiera palestinese cantando “Con lo spirito, con il sangue ti redimeremo, Palestina” e ha commentato: “Non c’è prova migliore della necessità della legge sulla nazionalità.”

Il messaggio degli organizzatori della protesta rispetto alla manifestazione recitava: “La nostra dichiarazione è chiara: tutti i cittadini, tutti, sono uguali”.

Tra coloro che hanno parlato alla manifestazione c’erano l’ex deputato del Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] Muhammad Barakeh, il presidente dell’Alta Commissione di Monitoraggio degli Affari Arabi, Mazen Ganaim, sindaco di Sakhnin e presidente del Consiglio Nazionale dei Leader delle Comunità Arabe, la prof.ssa Eva Illouz [famosa sociologa israeliana, ndtr.] e molti altri.

L’ex deputato Muhammad Barakeh ha espresso il proprio sostegno a coloro che hanno sventolato la bandiera palestinese e ha detto: “È la bandiera che la legge sulla nazionalità cerca di cancellare dalla storia, ma è la bandiera di una nazione fiera”.

Barakeh ha sottolineato: “Ebrei e arabi stanno scendendo in piazza a migliaia, per abrogare questa legge abominevole e cancellare la macchia lasciata dal governo Netanyahu. Israele e il sionismo hanno due opzioni tra cui scegliere: genocidio o apartheid. Siamo qui insieme – arabi ed ebrei – per dire che non lo permetteremo”.

Barakeh ha fermamente concluso: “Primo Ministro Netanyahu, non ce ne andremo via, te ne andrai tu”.

Il sindaco di Taybeh, Shuaa Mansour Masaru, ha parlato alla manifestazione definendo la legge sulla nazionalità come “molto pericolosa” e ha detto: “Ci siamo riuniti qui per protestare contro questa legge razzista che afferma che in questo paese ci sono due tipi di esseri umani “.

Masaru ha messo in guardia che, in base alla legge, le istituzioni governative israeliane potrebbero far cessare completamente l’uso della lingua araba.

E ha spiegato: “È possibile che venga presa la decisione di impedire del tutto l’uso della lingua araba in tutte le istituzioni pubbliche. Un’altra cosa che potrebbe accadere in seguito alla legge è che, nel giorno dell’Indipendenza, sarà impedito ai membri delle minoranze di sventolare qualsiasi altra bandiera che non sia quella israeliana. Questa legge è razzista e non in linea con il diritto internazionale “.

L’ex deputato Issam Makhoul ha sottolineato l’importanza della manifestazione: “Questa è una manifestazione importantissima, che esige un’alternativa all’attuale modo di pensare di Israele, pericoloso per entrambe le nazioni, che cerca di delegittimare la parte araba [della popolazione]. Facciamo parte del contesto di questo paese “.

Anche il deputato Michal Rozin, membro di Meretz, partito politico di sinistra [sionista, ndtr.], socialdemocratico e verde, ha criticato il governo Netanyahu.

Rozin ha sottolineato: “Noi non ci stiamo a questa politica di divide et impera del governo Netanyahu: chiunque ritenga che il governo che oggi discrimina una comunità non ne discrimini un’altra domani, si sbaglia: non si può opporsi alla legge sulla nazionalità e difendere l’uguaglianza per tutti “. 

Le organizzazioni e i partiti politici che hanno partecipato alla protesta comprendevano l’Associazione Israeliana degli Ebrei Etiopi, Peace Now, il Centro di Azione Religiosa di Israele, Standing Together, Sikkuy, la Coalizione contro il Razzismo in Israele, il Centro Mossawa, i giovani del partito laburista, Hadash, Meretz, Ta’al, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele, Zazim – Azione Comune, il Forum del Negev di Coesistenza per l’Uguaglianza Civile, Kulan, il Movimento di Lotta Socialista, il Nuovo Fondo Israeliano e Shatil.

(trad. di Luciana Galliano)

 




Tre morti per il bombardamento israeliano in seguito al lancio di razzi da parte di Hamas

MEE ed agenzie

giovedì 9 agosto, Middle East Eye

Le forze israeliane hanno effettuato una serie di attacchi aerei, uccidendo tre palestinesi, mentre miliziani palestinesi hanno lanciato decine di razzi contro Israele e nella notte sino a giovedì mattina gli scontri nei pressi del confine tra Gaza ed Israele si sono intensificati.

Secondo fonti di Hamas, gli aerei israeliani avrebbero colpito 140 obiettivi. Nel contempo a sud di Israele le sirene antiaeree hanno suonato praticamente senza interruzione dal tramonto di mercoledì, avvertendo gli abitanti di rimanere nei rifugi, mentre più di 80 razzi venivano lanciati contro di loro.

L’impennata [degli scontri] è avvenuta dopo che funzionari di entrambe le parti hanno parlato di possibili progressi nei tentativi dell’ONU e dell’Egitto di negoziare una tregua dopo mesi di violenza latente.

Secondo fonti ufficiali palestinesi, durante gli attacchi aerei a Gaza un membro di Hamas è stato ucciso, insieme a una donna palestinese e sua figlia di 18 mesi. Anche altri civili, almeno cinque, sono rimasti feriti.

Il ministero della Salute di Gaza ha identificato i palestinesi uccisi come Alaa Youssef Ghandour, 30 anni, Einas Mohammed Khamash, 23 anni, e la figlioletta Bayan.

I media israeliani affermano che le autorità stanno prendendo in considerazione l’evacuazione degli abitanti dalle zone nei pressi del confine di Gaza.

Haaretz ha citato un importante responsabile israeliano, il quale avrebbe affermato che Israele si sta preparando ad una campagna militare contro la Striscia di Gaza: “Abbiamo avuto un ulteriore inasprimento nella notte e non ne vediamo la fine,” ha detto. “A questo punto stiamo prendendo in considerazione l’evacuazione degli insediamenti vicini a Gaza.”

Nel contempo un importante ufficiale dell’esercito israeliano avrebbe sostenuto sull’account Twitter dell’esercito: “Il modo in cui le cose si stanno svolgendo è significativo. Nelle prossime ore, come negli ultimi mesi, Hamas capirà che questa non è la direzione da prendere.”

I media israeliani hanno riferito che parecchi abitanti di Sderot e di altre città di frontiera sono rimasti feriti dal lancio di razzi.

Durante la notte Nickolay Mladenov, l’inviato dell’ONU per il Medio oriente, ha affermato in un comunicato: “Sono profondamente preoccupato dal recente inasprimento della violenza tra Gaza ed Israele, e in particolare dai molti razzi lanciati oggi verso comunità nel sud di Israele.”

L’ONU, ha detto, è impegnata insieme all’Egitto in un “tentativo senza precedenti” di evitare un conflitto grave, ma ha avvertito che “la situazione può rapidamente peggiorare con conseguenze devastanti per tutti.”

Hamas è stato il partito che ha governato di fatto a Gaza da quando ha vinto le discusse elezioni parlamentari palestinesi del 2006. Come risposta Israele ha imposto un durissimo blocco di 11 anni sulla Striscia di Gaza, durante i quali ha scatenato tre guerre contro Gaza, la più recente nel 2014.

Questa settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annullato un viaggio in Colombia per occuparsi dei colloqui per una tregua e ha dovuto convocare per giovedì il consiglio di sicurezza operativo per discutere della situazione.

(traduzione di Amedeo Rossi)




La lobby israeliana attacca un sopravvissuto di Auschwitz per diffamare Corbyn

Adri Nieuwhof

7 agosto 2018, Electronic Intfada

 

Nella loro campagna per diffamare in quanto antisemita il leader del partito Laburista Jeremy Corbyn, i media britannici hanno utilizzato in modo scorretto il mio defunto amico Hajo Meyer, sopravvissuto ad Auschwitz,.

Nel 2010 Corbyn ha ospitato a Londra un incontro del “Holocaust Memorial Day” [“Giorno di Commemorazione dell’Olocausto”], in cui Meyer era il principale oratore.

Negli scorsi giorni The Times ha suscitato scalpore con un articolo in cui si dichiarava che Meyer “aveva paragonato la politica israeliana al regime nazista.”

Deputati della destra laburista avversari di Corbyn sono partiti all’attacco.

Il parlamentare John Mann ha dichiarato che l’evento ha violato “qualunque forma di normale decenza”, mentre la sua collega Louise Ellman ha affermato che l’incontro l’ha portata a “chiedersi se questa è la ragione per cui il partito Laburista ha voluto attenuare tanto la definizione di antisemitismo.”

Ellman – da molto tempo apologeta delle violazioni israeliane dei diritti umani – è una funzionaria di “Labour Friends of Israel” [“Amici laburisti di Israele”], un gruppo lobbystico in stretti rapporti con l’ambasciata israeliana.

Ellman si riferiva alla definizione profondamente fallace di antisemitismo della “International Holocaust Remembrance Alliance [“Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto”] (IHRA), che cita come esempio di fanatismo antiebraico “paragoni tra l’attuale politica israeliana e quella dei nazisti”.

Sotto pressione da parte di gruppi della lobby filoisraeliana, il Comitato Esecutivo Nazionale del partito Laburista [NEC] ha adottato la definizione dell’IHRA come parte del regolamento del partito.

Ma il NEC non ha accolto uno degli esempi inclusi nella definizione dell’IHRA, secondo cui “sostenere che lo Stato di Israele è un’iniziativa razzista” è una forma di antisemitismo.

Alcuni attivisti hanno sottolineato che, se adottata dal partito, questa clausola avrebbe potuto essere usata per vietare un gran numero di critiche contro le politiche razziste di Israele e contro le violazioni dei diritti fondamentali dei palestinesi.

In un post su Twitter, Henry Zeffman, l’autore dell’articolo del Times, ha ringraziato “quanti hanno passato gli ultimi tre anni a impegnarsi per verificare cosa il possibile prossimo primo ministro ha fatto quando era un oscuro parlamentare di secondo piano” – una conferma che si tratta di una campagna di lungo corso contro Corbyn.

Zeffman segnala in particolare James Vaughan, che si autodefinisce “storico della propaganda e dei rapporti tra il Regno Unito e Israele.”

Corbyn cede

Gli ultimi attacchi contro Corbyn sottintendono che lo stesso Meyer fosse un antisemita – un’affermazione scandalosa ed assurda.

La calunnia di antisemitismo contro Meyer è disgustosa e dovrebbe essere trattata col massimo disprezzo.

Invece Corbyn ha fatto quello che continua a fare sistematicamente da quando è diventato capo del partito, cioè essere accomodante e battere in ritirata di fronte alle pressioni della lobby israeliana.

Il leader del partito Laburista ha chiesto scusa per il suo ruolo nell’evento e ha preso le distanze dalle opinioni esposte da Meyer nell’incontro, lasciando l’onere della difesa sulle spalle di Meyer.

Ma Hajo Meyer non può più difendersi perché è morto nel 2014.

Zittire un sopravvissuto

L’evento dell’” Holocaust Memorial Day” del 2010 ha avuto luogo un anno dopo l’attacco israeliano contro Gaza, che ha ucciso più di 1.400 palestinesi e ne ha ferite altre migliaia.

Meyer era molto turbato dall’attacco perché i palestinesi erano intrappolati a Gaza a causa del blocco imposto da Israele sul territorio dal 2007.

Non poteva fare a meno di fare un confronto tra gli ebrei rinchiusi dai nazisti in ghetti come quello di Varsavia e la situazione dei palestinesi intrappolati sotto l’occupazione e i bombardamenti israeliani.

L’incontro del 2010 era co-organizzato dalla IJAN, l’“International Jewish Anti-Zionist Network” [“Rete Internazionale degli Ebrei Antisionisti”].

In una dichiarazione della scorsa settimana, la IJAN ha evidenziato che un certo numero di dirigenti della lobby britannico-israeliana era presente all’incontro, ma che “la maggior parte di loro evidentemente non era andata per ascoltare.”

La maggior parte dei sionisti era chiaramente venuta per far tacere il dottor Meyer, sopravvissuto all’Olocausto,” ha scritto dopo l’evento una dei partecipanti, Yael Khan. “Appena ha iniziato a parlare si sono messi a gridare contro di lui.”

Il fanatico filoisraeliano Jonathan Hoffmanex-vicepresidente della Federazione Sionista, noto per la sua violenza, è stato uno dei molti disturbatori accompagnati fuori dalla polizia.

Secondo l’IJAN, un altro disturbatore, Martin Sugarman, è stato fatto uscire per aver gridato contro Meyer.

Mentre usciva [Sugarman] ha sbalordito tutti facendo il saluto nazista e gridando: ‘Sieg Heil’ [“Saluto alla vittoria”, slogan nazista, ndtr.],” ha affermato l’IJAN.

Non avevo mai visto un simile disprezzo e mancanza di rispetto nei confronti di un sopravvissuto all’Olocausto,” ha osservato Kahn. “Gli aggressori avrebbero etichettato un simile comportamento come antisemita, se Hajo non fosse stato un antisionista.”

Amanda Sebestyen, che aveva partecipato all’incontro del 2010, ha confermato a The Electronic Intifada che la deputata Louise Ellman era stata lì “per tutto il tempo.”

Infatti nel 2010 Sebestyen ha scritto una lettera al giornale del partito Laburista Tribune, mettendo in evidenza come Ellman e gli altri “siano rimasti seduti impassibili senza fare in minimo tentativo di calmare i loro colleghi sostenitori di Israele e per creare uno spazio di dibattito.”

Le annotazioni, registrate nel 2010, sulla presenza di Ellman sono significative, dato che otto anni dopo la deputata sostiene di aver appreso solo ora dell’evento.

Sono estremamente turbata nel sentire ora che ci sono le prove che Jeremy (Corbyn) era effettivamente presente all’incontro in cui sono state espresse simili opinioni,” ha detto Ellman a The Times la scorsa settimana.

Dato che anche Ellman era presente, perché ha aspettato fino ad ora per esprimere la propria indignazione? Potrebbe essere che tutta la vicenda sia un’altra crisi costruita ad arte per fare pressione su Corbyn per il suo tradizionale appoggio ai diritti dei palestinesi?

Ellman non ha risposto ad una richiesta di commenti inviatale via mail da The Electronic Intifada.

Lezioni dall’Olocausto

Le esperienze di Hajo Meyer con il nazismo tedesco lo hanno formato e reso sensibile alle sofferenze degli altri, soprattutto dei palestinesi.

Incontrai per la prima volta Meyer ad una riunione di “Una voce ebraica differente”, un gruppo di attivisti olandesi.

Mi presentai come figlia di genitori che avevano subito l’occupazione tedesca. Mio padre era stato obbligato a lavorare per i tedeschi e mia madre non poté terminare i suoi studi perché la sua scuola venne chiusa.

Durante la carestia olandese alla fine della Seconda Guerra Mondiale, doveva rimanere ore in coda ad una mensa per i poveri.

La lezione che ho imparato è di protestare quando viene commessa un’ingiustizia, dissi alla riunione.

Questa è la ragione per cui ho partecipato al sostegno della lotta contro l’apartheid sudafricano e di quella dei palestinesi per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Meyer ed io facemmo subito amicizia. Rimanemmo in contatto e l’intervistai varie volte per The Electronic Intifada.

Auschwitz

Dopo il pogrom della Notte dei Cristalli contro gli ebrei nel novembre 1938, Meyer dovette lasciare la scuola a Beilefeld, la sua città natale nella Germania occidentale.

Fu un’esperienza terribile per un ragazzo desideroso d’imparare e per i suoi genitori,” mi ha raccontato.

All’età di 14 anni dovette scappare da solo in Olanda.

Dopo che i tedeschi occuparono l’Olanda, Meyer si nascose con una carta d’identità falsa malfatta.

Venne catturato dalla Gestapo nel marzo 1944 e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Lì i nazisti gli tatuarono sul braccio il numero “179679”.

L’istruzione era molto importante per la famiglia Meyer ed il suo desiderio di imparare si tradusse in un dottorato in fisica teorica dopo che venne liberato da Auschwitz.

Sua madre e suo padre tentarono di lasciare la Germania, ma non ci riuscirono.

Morirono dopo essere stati spediti al campo di concentramento nazista di Terezin.

L’identificazione con la gioventù palestinese

Riflettendo sulla sua vita, Meyer mi ha detto nel 2011: “Ho molto in comune con i giovani palestinesi.”

La mia sorte è molto simile a quella che stanno vivendo i giovani palestinesi in Palestina. Non hanno libero accesso all’istruzione. Impedire l’accesso all’istruzione è un omicidio al rallentatore,” ha detto Meyer.

Sono stato un rifugiato; loro sono rifugiati,” ha aggiunto. “Ho provato ogni sorta di campi che hanno limitato la mia possibilità di muovermi, proprio come i palestinesi.”

Ma riconoscere l’ingiustizia non era abbastanza.

Meyer non temeva di protestare per le responsabilità di Israele: “Non posso assolutamente identificarmi con i criminali che rendono impossibile ai giovani palestinesi ricevere un’istruzione.”

Era anche sgomento dal fatto che l’Unione Europea non imputasse a Israele i suoi crimini, soprattutto contro i palestinesi di Gaza.

Nel suo libro del 2005 “Das Ende de Judentums, Der Verfall der israelischen Gesellschaft” – “La fine dell’Ebraismo, la decadenza della società israeliana” – Meyer avvertì il pubblico tedesco che le politiche di Israele verso i palestinesi avrebbero potuto essere paragonate alle prime fasi della persecuzione nazista contro gli ebrei.

Questa osservazione venne fatta nel 2007 anche da Tommy Lapid, il defunto ex-capo del comitato consultivo del memoriale dell’Olocausto di Israele, lo “Yad Vashem”.

Meyer ha messo in chiaro che non intendeva tracciare un parallelo con l’Olocausto nazista.

Ma lui e il suo editore hanno comunque dovuto affrontare accuse di antisemitismo.

Simili accuse – soprattutto in Germania – possono far sì che le persone siano riluttanti a criticare il comportamento di Israele.

Tuttavia ciò non gli ha impedito di criticare le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.

In risposta, Meyer ha pubblicato un opuscolo per controbattere all’abuso deliberato dei termini antisionismo e antisemitismo da parte dello Stato di Israele e dei suoi gruppi di pressione.

Ha chiesto la massima cautela nel sollevare accuse di antisemitismo – un termine che avrebbe dovuto essere riservato all’ostilità contro gli ebrei in quanto tali.

Eppure quelli che attaccano Corbyn oggi non hanno né ritegno né vergogna.

Chiamano antisemita persino un uomo sopravvissuto ad Auschwitz e che ha perso i propri genitori nell’Olocausto, se pensano che sia ciò che serve per difendere Israele dalle conseguenze dei suoi crimini.

Adri Nieuwhof è una sostenitrice olandese dei diritti umani ed ex-attivista contro l’apartheid del “Comitato Olandese sul Sud Africa”.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Gli avvenimenti dal 29 luglio, quando la Marina israeliana ha assalito la “al-Awada” della Freedom Flottilla, l’ha dirottata e ha deviato verso Israele la sua rotta verso Gaza

dott.ssa Swee Ang, medico di bordo della C

4 agosto 2018

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza diretta della dottoressa Swee Ang, medico di bordo dell’imbarcazione al-Awad che fa parte della Freedom Flottilla che negli scorsi giorni ha cercato di arrivare a Gaza con un carico di medicinali e per protestare contro l’assedio a cui la Striscia è sottoposta da Israele ed Egitto. Ci pare molto importante dare voce alla sua testimonianza in quanto l’arrembaggio in acque internazionali e la deportazione degli attivisti è stata del tutto ignorata dai media mainstream . Essa dimostra quale sia il comportamento dello Stato di Israele in violazione delle più basilari norme del codice della navigazione e persino del rispetto dovuto a persone ingiustamente imprigionate per aver manifestato solidarietà nei confronti del popolo palestinese.

Era previsto che l’ultima parte del viaggio della “al-Awada” (“La barca del ritorno”) raggiungesse Gaza il 29 luglio 2019. Eravamo pronti a raggiungere Gaza quella sera. C’erano 22 persone a bordo, compreso l’equipaggio, con 15.000 dollari di antibiotici e bende per Gaza. Alle 12,31 abbiamo ricevuto una chiamata persa da un numero che cominciava con +81…In quel momento Mikkal stava al timone dell’imbarcazione. Il telefono ha suonato di nuovo, con il messaggio che stavamo entrando in acque israeliane. Mikkel ha risposto che eravamo in acque internazionali e secondo le leggi del mare avevamo diritto a un passaggio pacifico. L’accusa di aver oltrepassato (le acque territoriali) è stata ripetuta in continuazione mentre Mikkel ripeteva il messaggio che stavamo navigando in acque internazionali. Tutto ciò è continuato per circa mezz’ora, mentre al-Awda era a 42 miglia nautiche dalla costa di Gaza.

Prima dell’inizio di quest’ultimo tragitto abbiamo passato 2 giorni a imparare azioni non violente e ci siamo preparati in anticipo all’arrembaggio israeliano contro la nostra imbarcazione. Le persone più fragili, soprattutto i malati, dovevano sedersi a poppa sul ponte superiore con le mani sul tavolo di coperta. La leader di questo gruppo era Gerd, una grande atleta norvegese di 75 anni, e aveva nel gruppo l’aiuto di Lucia, un’infermiera spagnola.

La gente che doveva organizzare una barriera non violenta per gli israeliani saliti sul ponte e si fossero impadroniti dell’imbarcazione ha formato tre file – due di 3 e una terza di 2 persone, che bloccassero la porta della sala di comando per proteggerla il più a lungo possibile. C’erano staffette tra la sala di comando e la poppa del ponte di coperta. Il capo dell’imbarcazione, Zohar, ed io eravamo ai due estremi del corridoio dei gabinetti, dove scrutavamo l’orizzonte e informavamo tutti di ogni avvistamento di navi da guerra. Ho scherzato con Zohar e gli ho detto: “Siamo la brigata dei gabinetti”, ma credo che Zohar non l’abbia trovato molto divertente. È stata probabilmente una battuta di cattivo gusto, date le circostanze. Io avrei potuto essere utile anche come staffetta e avrei avuto l’accesso ad ogni parte del ponte in qualità di medico di bordo.

Presto abbiamo visto almeno tre grandi navi da guerra israeliane all’orizzonte con 5 o più barche veloci (Zodiac) che sfrecciavano verso di noi. Mentre gli Zodiac si avvicinavano ho visto che avevano a bordo soldati con mitragliatrici e che sulle barche c’erano grandi mitragliatori montati in posizione e puntati contro di noi. Dal mio punto di osservazione il primo soldato israeliano è salito a bordo a livello della cabina, si è arrampicato sulla scaletta dell’imbarcazione verso il ponte superiore. Il suo volto era coperto con un passamontagna bianco e dietro di lui ce n’erano molti altri, tutti mascherati. Erano armati di mitra e con piccole videocamere sul petto.

Immediatamente si sono impadroniti della sala di comando superando la prima fila e torcendo le braccia dei partecipanti, sollevando Sara e scagliandola lontano. Joergen, il capitano, era troppo grosso per essere malmenato, per cui l’hanno colpito con una pistola elettrica prima di toglierlo di mezzo. Hanno attaccato la seconda fila prendendosela con Emelia, infermiera spagnola, l’hanno tolta di mezzo rompendo così la fila. Poi si sono avvicinati alla porta della sala di comando ed hanno colpito con la pistola elettrica Charlie, il primo ufficiale, e Mike Treen, che stavano ostruendo l’ingresso della sala di comando. Anche Charlie è stato colpito. Mike non li lasciava passare nemmeno dopo essere stato colpito agli arti inferiori con il dissuasore elettrico, per cui è stato colpito con la pistola elettrica al collo e al volto. In seguito ho visto Mike sanguinare dalla guancia sinistra. Quando l’ho visitato era semi-cosciente.

Hanno fatto irruzione nella sala di comando rompendo la serratura, hanno forzato il motore per spegnerlo e hanno tolto prima la bandiera palestinese e poi quella norvegese e l’ hanno calpestata.

Poi hanno portato via tutta la gente dalla parte anteriore della imbarcazione attorno alla sala di comando e l’hanno spostata con la forza e l’intimidazione, sbattendola a poppa. Tutti sono stati obbligati a sedersi sul pavimento in fondo, tranne Gerd, Lucy e la gente più debole che era seduta attorno alla tavola sui sedili di legno. I soldati israeliani allora hanno formato una fila, isolando le persone nella parte posteriore impedendo loro di tornare a prua.

Come siamo arrivati a poppa siamo stati tutti perquisiti e ci è stato ordinato di consegnare i nostri telefonini o li avrebbero presi con la forza. Questa parte di ricerca e confisca è stata fatta sotto il comando di una soldatessa. Oltre ai telefonini sono stati portati via anche le medicine e i portafogli. Al momento (4 agosto 2018) a nessuno è stato restituito il telefonino.

Ho visitato Mike e Charlie. Charlie aveva ripreso conoscenza e i suoi polsi erano strettamente legati con lacci di plastica. Mike stava sanguinando da un lato del volto, e ancora non era del tutto cosciente. Le sue mani erano legate molto strette con i lacci, la circolazione nelle dita era interrotta e le sue dita e i palmi delle mani avevano iniziato a gonfiarsi. A questo punto tutte le persone sedute per terra hanno iniziato ad gridare chiedendo che i lacci venissero tagliati. È passata circa mezz’ora prima che gli venissero finalmente tolti.

In quel momento a Charlie, il primo ufficiale, è stata consegnata la bandiera norvegese. Era palesemente arrabbiato mentre diceva a tutti noi che la bandiera norvegese era stata calpestata. Charlie si è arrabbiato più per la bandiera norvegese calpestata che per il fatto di essere stato picchiato e colpito con la pistola elettrica.

I soldati hanno poi iniziato a chiedere del capitano dell’imbarcazione. I ragazzi si son messi a rispondere di essere ognuno il capitano. Alla fine gli israeliani hanno capito che il capitano era Herman e hanno preteso di portarlo nella sala di comando. Herman ha chiesto che qualcuno andasse con lui, e io mi sono offerta. Ma come ci siamo avvicinati alla sala di comando sono stata spinta via e Herman è stato obbligato ad entrare da solo. Divina, la nota cantante svedese, nel frattempo si è liberata dalla poppa ed è andata a prua per vedere attraverso la finestra della sala di comando. Ha iniziato a gridare e piangere: “Basta, basta, stanno picchiando Herman, gli stanno facendo del male.” Non potevamo vedere quello che vedeva Divina, ma sapevamo che era qualcosa di molto allarmante. In seguito, quando Divina ed io eravamo insieme nella stessa cella in prigione, mi ha detto che stavano scagliando Herman contro la parete della sala del timone e lo prendevano a pugni sul petto. Divina è stata portata via a forza e i soldati l’hanno riportata a poppa torcendole il collo.

Io sono stata spinta di nuovo a poppa. Dopo un po’ il motore dell’imbarcazione è partito. Più tardi Gerd mi ha raccontato di essere riuscita a sentire Herman raccontare in prigione al console norvegese che gli israeliani volevano che lui avviasse il motore, minacciando di ucciderlo se non l’avesse fatto. Ma loro non capivano che su quell’imbarcazione, una volta fermato, il motore può essere fatto ripartire solo manualmente nella sala macchine al livello inferiore. Arne, il macchinista, si è rifiutato di far ripartire il motore, per cui gli israeliani hanno portato giù Herman e lo hanno picchiato davanti ad Arne, dicendo chiaramente che avrebbero continuato a picchiarlo se Arne non avesse fatto partire il motore. Arne ha 70 anni e quando ha visto che il volto di Herman diventava livido, ha ceduto e ha fatto partire il motore manualmente. Gerd è scoppiata a piangere raccontando questa parte della vicenda. Gli israeliani hanno poi preso il controllo dell’imbarcazione e l’hanno diretta verso Ashdod.

Quando la barca si è mossa, i soldati israeliani hanno portato Herman all’ambulatorio medico. Ho visitato Herman ed ho visto che soffriva molto, in silenzio ma cosciente, con respirazione spontanea ma molto poco profonda. Il medico dell’esercito israeliano stava cercando di convincere Herman a prendere qualche medicina per il dolore. Herman non ne voleva sapere. Il medico israeliano mi ha spiegato che quello che gli stava offrendo non era una medicina dell’esercito, ma sua personale. Mi ha dato il farmaco in mano in modo che lo potessi controllare. Era una piccola bottiglietta di vetro marrone ed ho immaginato che fosse un qualche tipo di preparazione di morfina liquida, probabilmente equivalente a Oromorph o a Fentanyl. Ho detto a Herman di prenderlo e il dottore gli ha detto di prenderne 12 gocce, dopodiché Herman è stato portato fuori e sdraiato su un materasso a poppa. È stato vegliato dalla gente che lo circondava e si è addormentato. Dalla mia posizione ho visto che respirava meglio.

Una volta sistemato Herman, mi sono concentrata su Larry Commodore, leader nativo americano e ambientalista. È stato eletto due volte capo della sua tribù. Larry ha un’asma lieve e con la situazione di stress il mio timore era che potesse avere un brutto attacco e necessitasse di un’iniezione di adrenalina. Stavo per fargli fare degli esercizi di respirazione profonda. Ma Larry non stava per avere una crisi di asma, era impegnato a parlare con un israeliano con la faccia coperta da un panno nero. Quest’uomo era evidentemente il comandante.

Ho chiesto all’israeliano mascherato il suo nome e ha detto di chiamarsi Field Marshall Ro…Larry ha capito male, pensava che avesse detto di chiamarsi Field Marshall Rommel e si è messo a gridare come potesse, lui israeliano, prendere il nome di un nazista. Field Marshall lo ha smentito e si è presentato come Field Marshall (?) Ronan. Quando ho fatto lo spelling di Ronan mi ha rapidamente corretta dicendo che il suo nome era Ronen, e che lui, Field Marshall Ronen, era il comandante.

I soldati israeliani avevano tutti telecamere addosso e ci hanno filmato tutto il tempo. Ci è stata portata sul ponte una cassetta di panini e pere. Nessuno di noi ha toccato il loro cibo in quanto avevamo deciso di non accettare l’ipocrisia e la carità israeliane. Il nostro cuoco, Joergen, aveva già preparato dei deliziosi biscotti molto calorici e proteici con noci e cioccolato, avvolti in carta stagnola, da consumare se fossimo stati catturati, in quanto sapevamo che sarebbero stati un lungo giorno e una lunga notte. Joergen lo chiamava cibo per il viaggio.

Sfortunatamente, quando stavo per mangiarlo, gli israeliani me l’hanno tolto e l’hanno buttato via. Mi hanno solo detto: “È vietato”. Non ho mangiato niente per 24 ore, perché ho rifiutato il cibo dell’esercito israeliano e non avevo cibo mio.

Mentre navigavamo verso Israele abbiamo potuto vedere la costa di Gaza nella totale oscurità. C’erano 3 piattaforme di petrolio/gas in mare a nord di Gaza. Le luminose fiamme del petrolio che bruciava contrastavano con la totale oscurità in cui i proprietari del combustibile sono obbligati a vivere. Appena al largo di Gaza ci sono i più vasti giacimenti di gas naturale mai scoperti ma del gas naturale dei palestinesi si impadronisce da sempre Israele.

Mentre ci avvicinavamo a Israele, il capo della nostra imbarcazione, Zohar, ha suggerito che iniziassimo a salutarci. Eravamo probabilmente a 2-3 ore da Ashdod. Abbiamo ringraziato il capo della nostra imbarcazione, il nostro capitano, l’equipaggio, il nostro caro cuoco e ci siamo fatti coraggio l’un l’altro [dicendo] che avremmo continuato a fare il possibile per liberare Gaza e anche per portare giustizia in Palestina. Herman, il nostro capitano, che ora cercava di stare in piedi, ha fatto un discorso molto commovente e alcuni di noi sono scoppiati a piangere.

Sapevamo che ad Ashdod ci sarebbero stati i media israeliani e le telecamere. Non saremmo entrati ad Ashdod come disperati perché eravamo stati fatti prigionieri. Così siamo scesi dalla nave scandendo “Free, Free Palestine” lungo tutto il tragitto. Mike Treen, il sindacalista, si era ripreso dal pesante attacco con la pistola elettrica ed ha guidato gli slogan con la sua vociona, e avviandoci abbiamo riempito il cielo notturno di Israele con “Free, Free Palestine”. Lo abbiamo fatto lungo tutto il percorso dall’imbarcazione fin dentro Ashdod.

Siamo arrivati direttamente dentro la zona militare ristretta di Ashdod. Era un’area isolata con molte postazioni. Era stata preparata apposta per noi 22. Si partiva da una zona con il metal detector. Quando sono uscita dal metal detector non mi sono resa conto che si erano tenuti la mia cintura con i soldi. La postazione successiva era per la perquisizione corporale, ed è stato mentre raccoglievo le mie cose dopo essere stata perquisita che mi sono accorta di non avere più la cintura con i soldi. Sapevo di avere circa duecento euro e che stavano cercando di rubarmeli. Ho chiesto che mi venisse restituita e mi sono rifiutata di andarmene dalla postazione finché non l’avessero fatto. Per la prima volta stavo gridando. Sono stata contenta di averlo fatto perché qualcun altro era stato derubato dei soldi. Al giornalista di Al-Jazeera Abdul erano stati sottratti tutte le carte di credito e 1.800 dollari, oltre all’orologio, al telefono satellitare, al telefono personale e alla carta d’identità. Pensava che le sue cose fossero insieme al passaporto, ma quando è stato rilasciato per essere espulso si è reso amaramente conto che l’unica cosa che gli hanno restituito è stato il passaporto. Tutto il denaro e gli altri valori non sono mai stati trovati. Sono semplicemente svaniti.

Siamo passati da un controllo all’altro in questa zona militare ristretta, perquisiti varie volte, le nostre cose sono state portate via, finché tutto quello che ci è rimasto sono stati i vestiti che avevamo addosso con nient’altro che un bracciale con sopra un numero. Ci hanno tolto anche i lacci delle scarpe. A qualcuno di noi è stata data una ricevuta per le cose che gli erano state portate via, ma io non ho avuto nessuna ricevuta. Siamo stati fotografati varie volte e visitati da due dottori. A questo punto sono venuta a sapere che Larry era stato spinto giù dalla passerella, si era ferito a un piede ed era stato mandato in un ospedale israeliano per un controllo. Il suo sangue era sul pavimento.

Quando hanno finito con me avevo freddo e fame, vestita solo con una maglietta e pantaloni. Il mio cibo era stato portato via; l’acqua mi era stata portata via, tutte le mie cose, compresi gli occhiali per leggere, portate via. La mia vescica stava per esplodere ma non mi è stato permesso di andare al gabinetto. In questo stato sono stata portata fuori, dove c’erano due veicoli – cellulari dipinti di grigio. Per terra lì vicino c’era un grande mucchio di zaini e valigie. Ho trovato la mia e sono inorridita perché avevano aperto e perquisito il mio bagaglio e preso quasi tutto – tutti i vestiti, puliti e sporchi, la mia cinepresa, il mio secondo telefonino, i miei libri, la mia Bibbia, tutte le medicine che avevo portato per i partecipanti e per me, i cosmetici. La valigia era parzialmente rotta. Anche il mio zaino era completamente vuoto. Ho avuto indietro due bagagli vuoti tranne che per due grandi magliette da uomo sporche che evidentemente erano di qualcun altro. Mi hanno anche lasciato la maglietta della Freedom Flottilla. Ho immaginato che non avessero rubato la maglietta della Flottilla perché hanno pensato che nessun israeliano avrebbe voluto portare quella maglietta in Israele. Non se la sono presa con Zohar e Yonatan, che stavano orgogliosamente portando le loro. È stato uno shock perché non mi sarei mai aspettata che nell’esercito israeliano ci fossero anche dei ladri. Cos’è diventato il glorioso esercito israeliano della guerra dei Sei Giorni, che il mondo ha tanto ammirato?

Non mi era ancora stato consentito di andare in bagno, ma sono stata spinta nel cellulare, insieme a Lucia, l’infermiera spagnola, e poi dopo qualche tempo portata alla prigione di Givon. Durante il percorso mi sentivo tremare in modo incontrollabile.

La prima cosa che hanno fatto le guardie nella prigione di Givon è stata ordinarmi di andare al gabinetto per liberarmi la vescica. È interessante vedere che sapevano che avevo un disperato bisogno di andarci ma me l’avevano impedito per ore! Siamo state di nuovo controllate con il metal detector e perquisite, e dovevano essere circa le 5 o le 6 del mattino. Lucia ed io siamo poi state messe in una cella in cui stavano già dormendo Gerd, Divina, Sarah ed Emelia. C’erano tre letti a castello – tutti arrugginiti e polverosi.

Divina non aveva ricevuto la dose di medicine, a Lucia era stata rifiutata la sua, gliene era stata data un’altra israeliana che aveva rifiutato di prendere. Divina ed Emelia hanno iniziato subito uno sciopero della fame. I carcerieri erano molto ostili, in cose semplici come negarci la carta igienica e sbattendo in continuazione la porta di ferro della prigione, lasciando sempre accesa la luce della cella e obbligandoci a bere acqua rugginosa dal rubinetto, urlandoci e gridandoci continuamente, sfogando la loro rabbia su di noi.

Le guardie mi chiamavano “Cina” e mi trattavano con totale disprezzo. La mattina del 30 luglio 2018 il vice console britannico è venuto a visitarmi. Qualche persona gentile li aveva chiamati per sapere dove mi trovassi. È stata una benedizione perché dopo mi hanno chiamata “Inghilterra” e c’è stato un netto miglioramento nel modo in cui “Inghilterra” è stata trattata rispetto al modo in cui era stata trattata “Cina”. Mi è venuto in mente che “Palestina” sarebbe stata pestata, e probabilmente uccisa.

Alle 6,30 del mattino del 31 luglio 2018 abbiamo sentito Larry gridare che aveva bisogno di un medico dalla cella degli uomini attraverso il corridoio. Stava evidentemente molto male e piangeva. Noi donne abbiamo risposto chiedendo alle guardie di consentirmi di andare a vedere Larry in quanto potevo aiutarlo. Abbiamo gridato: “Abbiamo un dottore”, e usato i nostri cucchiai di metallo per colpire le sbarre di ferro della cella e richiamare la loro attenzione. Hanno mentito dicendo che il loro medico sarebbe arrivato entro un’ora. Non gli abbiamo creduto ad abbiamo ricominciato. Il dottore in realtà è arrivato alle 4 del pomeriggio, circa 10 ore più tardi e Larry è stato portato direttamente all’ospedale.

Nel frattempo, per punire le donne per aver sostenuto la richiesta di Larry, hanno ammanettato Sarah e messo Divina e me in un’altra cella per separarci dalle altre. Ci è stato detto che non ci sarebbe stato permesso di avere i 30 minuti d‘aria fresca e un bicchiere di acqua pulita nel cortile. Ho sentito Gerd dire “Grosso guaio”.

Improvvisamente Divina è stata portata fuori con me in cortile e le sono state date 4 sigarette, al che è scoppiata in lacrime. Divina aveva lavorato molte ore nella sala di comando manovrando l’imbarcazione. Aveva visto quello che era successo a Herman. La prigione aveva rifiutato di darle una delle sue medicine e le aveva dato solo metà della dose dell’altra. Era ancora in sciopero della fame per protestare contro il nostro sequestro in acque internazionali. Spezzava il cuore vedere Divina piangere. Uno dei guardiani che ha detto di chiamarsi Michael ha cominciato a dirci di come deve proteggere la sua famiglia contro quelli che vogliono cacciare gli israeliani. E di come i palestinesi non vogliano vivere in pace… e che non era colpa di Israele. Ma le cose sono improvvisamente cambiate con l’arrivo di un giudice israeliano; hanno trattato tutti con una certa decenza, benché lui avesse visto personalmente solo qualcuno di noi. Il suo compito era di dirci che il tribunale sarebbe stato convocato il giorno seguente, che ogni prigioniero avrebbe avuto un orario di comparizione, e avremmo dovuto avere un avvocato con noi al momento di comparire [in tribunale].

Alla fine della giornata Divina era ormai molto intontita e malmessa, per cui l’ho convinta a smetterla con lo sciopero della fame; ha anche accettato di firmare un ordine di espulsione. Poco dopo, penso intorno alle 6 del pomeriggio, dato che non avevamo né orologi né telefonini, ci è stato detto che Lucia, Joergen, Herman, Arne, Abdul di Al Jazeera ed io saremmo stati espulsi entro 24 ore e saremmo stati immediatamente portati nella prigione per le espulsioni a Ramle, nei pressi dell’aeroporto Ben Gurion, per attendere lì. Sarebbe stata la stessa prigione di Ramle da cui sono stata espulsa nel 2014. Ho visto le stesse cinque vecchie e forti palme ancora in piedi alte e fiere. Sono le uniche sopravvissute del villaggio palestinese distrutto nel 1948.

Arrivati alla prigione di Ramle, Abdul ha scoperto con orrore che i suoi soldi, le sue carte di credito, il suo orologio, il suo telefono satellitare, il suo telefonino personale e la sua carta d’identità erano persi – era completamente rovinato. Abbiamo fatto una colletta e raccolto circa cento euro come contributo per pagare il costo del percorso in taxi dall’aeroporto a casa sua. Come può l’esercito israeliano essere così corrotto e spietato da derubare qualcuno di tutto?

Conclusione:

Noi, le sei donne a bordo della al-Awda, abbiamo imparato che loro hanno cercato di umiliarci completamente e di disumanizzarci in ogni modo possibile. Siamo anche rimaste scioccate dal comportamento dei soldati israeliani, da ladruncoli, e del trattamento delle prigioniere internazionali. Carcerieri maschi entravano continuamente nella cella delle donne senza avere la decenza di informarci perché ci mettessimo i vestiti.

Ad ogni passaggio hanno anche fatto in modo di ricordarci la nostra vulnerabilità. Sappiamo che avrebbero preferito ucciderci ma naturalmente la pubblicità derivante da ciò sarebbe stata negativa per l’immagine internazionale di Israele.

Se fossimo state palestinesi sarebbe stato molto peggio, con aggressioni fisiche e probabilmente perdita della vita. La situazione per le palestinesi è certo molto peggiore.

In merito alle acque internazionali, sembra che non esista niente di simile per la Marina israeliana. Possono assaltare e sequestrare imbarcazioni e persone in acque internazionali e farla franca. Hanno agito come se pensassero di essere proprietari del Mar Mediterraneo. Possono sequestrare qualunque barca e rapire qualunque passeggero, metterlo in prigione e criminalizzarlo.

Non possiamo accettarlo. Dobbiamo alzare la voce, protestare contro questa illegalità, oppressione e brutalità. Eravamo assolutamente disarmati. Il nostro unico crimine secondo loro è che siamo amici dei palestinesi e vogliamo portare loro assistenza medica. Abbiamo voluto sfidare il blocco militare per farlo. Non è un delitto. Durante la settimana che abbiamo navigato verso Gaza, a Gaza hanno ucciso 7 palestinesi e ne hanno feriti più di 90 con pallottole vere. Hanno ulteriormente ridotto il combustibile ed il cibo per Gaza. A Gaza due milioni di palestinesi vivono senza acqua potabile, con elettricità solo per 2-4 ore, in case distrutte dalle bombe israeliane, in una prigione bloccata da terra, cielo e mare da 12 anni. Dal 30 marzo gli ospedali di Gaza hanno curato più di 9.071 feriti, 4.348 colpiti dalle armi di un centinaio di cecchini israeliani mentre stavano organizzando manifestazioni pacifiche all’interno dei confini di Gaza, sul loro territorio. La maggior parte delle ferite da arma da fuoco erano agli arti inferiori e con strutture sanitarie prive di mezzi gli arti dovranno essere amputati. In questo periodo più di 165 palestinesi sono stati colpiti a morte dagli stessi cecchini, compresi medici e giornalisti, minori e donne. Il persistente blocco militare di Gaza ha privato gli ospedali di ogni approvvigionamento chirurgico e medico. Questo massiccio attacco contro la Freedom Flottilla disarmata che portava amici e qualche aiuto sanitario è un tentativo di distruggere ogni briciolo di speranza per Gaza. Mentre scrivo sono venuta a sapere che anche la nostra Flottilla sorella, “Freedom”, è stata rapita dalla Marina israeliana in acque internazionali.

Ma non ci fermeremo, dobbiamo continuare ad essere forti per portare speranza e giustizia ai palestinesi, essere pronti a pagarne il prezzo ed essere degni dei palestinesi. Finché vivrò esisterò per resistere. Non farlo sarebbe un delitto.

(traduzione di Amedeo Rossi)