Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Funzionaria ONU: il governo israeliano è il più criminale di tutti

Redazione di MEMO

6 maggio 2025 – Middle East Monitor

Quds Press ha riferito che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale ONU sulla Situazione dei Diritti Umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, ha descritto il governo israeliano come “il più criminale tra i governi,” aggiungendo che “Israele sta usando la fame come un’arma.”

Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza ed ha affermato che l’assedio che continua ad imporre va contro il diritto umanitario internazionale.

Ha anche dichiarato che Israele deve essere sanzionato per le sue violazioni del diritto internazionale a Gaza, affermando che prima o poi i principi del diritto umanitario internazionale prevarranno sulla brutalità israeliana.

Israele ha completamente chiuso tutti i valichi verso Gaza il 2 marzo, vietando l’ingresso di cibo, acqua e carburante.

L’esercito di occupazione israeliano ha ripreso la sua aggressione a Gaza il 18 marzo, rompendo il cessate il fuoco e l’accordo di scambio dei prigionieri del 19 gennaio.

Dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 52.200 palestinesi nell’enclave, molti dei quali donne e minori.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il servizio di soccorso afferma che Israele ha liberato un soccorritore di Gaza che era scomparso dopo l’attacco mortale ai medici

Redazione di MEMO

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Reuters, oggi la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha affermato che le forze di occupazione israeliane hanno liberato un soccorritore palestinese che era scomparso verso fine marzo quando 15 operatori umanitari erano stati uccisi dai soldati a Gaza mentre stavano rispondendo ad una chiamata.

Il membro della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) Asaad Al-Nsasrah era scomparso dopo che 15 paramedici ed altri soccorritori erano stati colpiti a morte il 23 marzo in tre diverse sparatorie nello stesso luogo vicino alla città di Rafah nel sud della Striscia di Gaza. Un filmato della scena mostra i soldati dell’occupazione israeliana aprire il fuoco indiscriminatamente mentre i soccorritori arrivavano sul posto.

I 15 sono stati seppelliti in una fossa poco profonda, vicino ai loro veicoli distrutti, dove i loro corpi sono stati trovati una settimana dopo da funzionari delle Nazioni Unite e della PRCS.

Le forze di occupazione hanno appena rilasciato il medico Asaad Al-Nsasrah, che era stato incarcerato il 23 marzo 2025 mentre stava svolgendo il suo compito umanitario durante il massacro del team medico nell’area Tel Al-Sultan del Governatorato di Rafah,” ha affermato la PRCS in un post su X (precedentemente Twitter, Ndt.).

L’esercito israeliano non ha commentato subito dopo l’evento.

L’esercito inizialmente ha mentito nella sua ricostruzione degli eventi, dichiarando che i soldati avevano aperto il fuoco su veicoli che si erano avvicinati “in modo sospetto” nel buio senza luci o segni distintivi. Ma il video recuperato dallo smartphone di uno degli uomini uccisi e pubblicato dalla PRCS mostrava i soccorritori nelle loro uniformi, ambulanze chiaramente segnalate e camion dei pompieri con le loro luci accese mentre venivano prese di mira dai soldati.

Il 20 aprile l’esercito israeliano ha affermato che una revisione dell’uccisione dei soccorritori a Gaza ha rilevato che sono stati fatti “molti errori professionali”. Ha affermato che il vice-comandante, un riservista che ricopriva il ruolo di comandante sul campo, sarebbe stato rimosso dal suo ruolo per aver fornito un rapporto incompleto e non accurato e ha aggiunto che il comandante sarebbe stato formalmente ammonito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Soldati urlanti e aperta rivolta: un video ha smascherato la lotta di potere interna a Israele

RamzyBaroud

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Un corrispondente dell’israeliano Canale 12 ha fatto una scelta apparentemente strana quando il 22 aprile ha deciso di diffondere uno dei più umilianti video di un notevole numero di soldati israeliani finiti sotto l’attacco di un solo combattente palestinese. Mentre i soldati gridavano e cadevano per le scale di un edificio a Khan Younis è scoppiato il caos: alcuni sono caduti uno sull’altro, altri si sono nascosti dietro a un muro di cemento e alcuni hanno addirittura sparato a casaccio, ferendo i propri stessi colleghi.

Ciò pone una questione seria: data l’abituale adesione dei media israeliani alla pesante, spesso irragionevole, censura militare, che cosa ha provocato la decisione di diffondere un’immagine così lesiva dei propri soldati?

La risposta sta nel conflitto aperto tra l’istituzione politica israeliana da un lato, rappresentata dalla leadership del primo ministro Benjamin Netanyahu, e il resto del Paese dall’altro. “Il resto del Paese” potrebbe sembrare un concetto astratto, ma non lo è. Attualmente Netanyahu è in conflitto con l’istituzione militare, l’agenzia per la sicurezza interna Shin Bet, la magistratura, molta parte dei media e la maggioranza degli israeliani, che vuole la fine della guerra e il rilascio degli ostaggi israeliani.

Questo spiega le critiche aperte e senza precedenti da parte di ex alti dirigenti israeliani che accusano Netanyahu di costituire una minaccia non solo per l’esercito e per la società israeliani, ma anche per il futuro dello stesso Israele.

Il 21 aprile il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha infranto tutti i protocolli sottoponendo alla Suprema Corte di Israele due documenti, uno dei quali è stato reso noto al pubblico. Secondo media israeliani nella testimonianza non riservata Bar ha affermato di essere stato licenziato dal primo ministro “a causa del suo rifiuto di rispettare le aspettative di lealtà”, in particolare “relativamente alle indagini sugli assistenti del primo ministro” e del “suo rifiuto di aiutare Netanyahu a evitare di testimoniare nel suo processo penale.”

I commenti di Bar hanno rappresentato un cambiamento storico nel modo in cui i pezzi grossi del potere trattano questioni di sicurezza estremamente sensibili.

Un ex capo dello Shin Bet, Nadav Argaman, è stato ugualmente esplicito, benché fosse il primo a parlare delle trasgressioni di Netanyahu, suggerendo un chiaro coordinamento tra i vari elementi delle famigerate e potenti agenzie di intelligence. “Se il primo ministro agisce illegittimamente io dirò tutto quello che so”, ha dichiarato a Canale 12 il mese scorso.

Il coordinamento diventa ancor più chiaro quando l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, al pari di Netanyahu perseguito dalla Corte Penale Internazionale, è andato all’attacco a sua volta il 23 aprile. Oltre agli attacchi diretti contro Netanyahu, la cui politica ha definito “una vergogna morale”, Gallant sembra aver denigrato lo stesso esercito israeliano rivelando che lo scorso agosto Israele ha falsificato fotografie di un presunto tunnel di Hamas al fine di bloccare un accordo di cessate il fuoco.[vedi zeitun]

Il governo israeliano ha usato questo particolare episodio come pretesto per mantenere il controllo del Corridoio Philadelphi nel sud di Gaza, un pretesto che è comparso più o meno nello stesso momento del video estremamente sconcertante dei soldati israeliani che fuggono terrorizzati di fronte ad un solo combattente palestinese. Gli elementi di umiliazione hanno continuato ad accumularsi.

Se le azioni di Gallant possono screditare l’esercito e la sua leadership, il suo obbiettivo principale sembra essere quello di colpire Netanyahu, che secondo molti israeliani sta prolungando la guerra di Gaza per vantaggi politici personali.

Le perdite nell’attuale guerra di Israele costituiscono un altro punto chiave. Uno dei segreti dello Stato di occupazione storicamente meglio custoditi sono le sue perdite nei conflitti contro gli eserciti arabi o i gruppi della resistenza.

Benché l’esercito israeliano abbia cercato di minimizzare il numero dei morti dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023, si è trovato di fronte a molte indiscrezioni, alcune provenienti dall’esercito stesso. Lo scopo? Fare pressione su Netanyahu per porre termine alla guerra, soprattutto alla luce delle recenti informazioni secondo cui almeno la metà dei riservisti dell’esercito israeliano si rifiuta di tornare a combattere.

Cosa interessante, è stato Eyal Zamir – il sostituto scelto da Netanyahu per sostituire il capo di stato maggiore Herzi Halevi – che ha sorpreso tutti con un discorso poco dopo la sua nomina a febbraio. Zamir ha rivelato che 5.942 famiglie israeliane “si erano aggiunte all’elenco delle famiglie in lutto” nel 2024. Aveva già sancito che il 2025 fosse “un anno di guerra”, ma ora sembra meno incline a intensificare la guerra al di là della capacità di Israele di sostenerla.

Il conflitto tra le elite politiche e quelle militari e di intelligence di Israele non è mai stato così aspro, oltre che aperto, come se entrambe le parti fossero giunte alla conclusione che la loro sopravvivenza – e quella dello stesso Israele – dipenda dalla sconfitta del campo avverso.

Dopo qualche riluttanza e una scelta delle parole piuttosto attenta, Gallant si è ora unito al coro di un potente gruppo di ex dirigenti che vuole vedere Netanyahu fuori dal potere con ogni mezzo necessario, compresa la disobbedienza civile.

Questo conflitto interno all’elite di Israele segna un allontanamento dalla propria immagine a lungo coltivata. Per decenni Israele si è presentato come un faro di democrazia e civiltà in mezzo a quelli che dipingeva come i suoi incolti vicini. Tuttavia il genocidio di Gaza ha mandato in frantumi questa falsa narrazione.

Di conseguenza l’attuale lotta tra gli architetti di questa finzione israeliana offre ora un’opportunità senza precedenti per rivelare verità più profonde, non solo riguardo alla presente guerra di Gaza, ma anche riguardo alla storia di Israele, dal suo insediamento sulla terra della Palestina storica fino al genocidio in corso, quasi otto decenni dopo.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Israele manterrà il controllo militare su Gaza, dice Netanyahu

Redazione di MEE

28 aprile 2025 – Middle East Eye

Il primo ministro israeliano ha dichiarato che l’Autorità Nazionale Palestinese sarà esclusa dal governo di Gaza e ha fatto riferimento allo “Stato profondo” israeliano che “minaccia la democrazia”

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato domenica che Israele manterrà il controllo militare su Gaza ed escluderà l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) dal governo del territorio.

“Hamas non ci sarà. Non permetteremo all’Autorità Nazionale Palestinese di governare lì – perché sostituire un regime che ha giurato di distruggerci con un altro regime che ha giurato di distruggerci? Non lo faremo”, ha detto durante una conferenza organizzata dal Jewish News Syndicate (JNS) [agenzia di stampa israeliana considerata di orientamento conservatore, ndt.] a Gerusalemme.

“Israele controllerà militarmente l’area in ogni caso. Non cederemo a nessuna pressione per evitarlo”, ha aggiunto.

Netanyahu ha anche criticato quelli che ha descritto come gli sforzi degli Stati Uniti per fermare un’invasione terrestre israeliana a Gaza, affermando che l’amministrazione Biden all’inizio della guerra lo aveva esortato: “Non entrate. Non fate l’invasione terrestre. Agite dal cielo”.

“Contro il loro consiglio, siamo entrati”, ha detto, aggiungendo che, quando Israele ha invaso, “è iniziata la guerra propagandistica contro di noi”.

“Abbiamo subito pressioni per ridurre i combattimenti e fermarci molto presto”.

Ha inoltre ricordato che, quando l’amministrazione Biden nel maggio 2024 minacciò di imporre un embargo sulle armi a Israele a causa dell’incursione a Rafah, disse all’allora segretario di Stato americano Antony Blinken: “Tony, combatteremo anche solo con le unghie se necessario”.

Netanyahu ha sostenuto che “le previsioni diffuse in tutto il mondo” su un alto numero di vittime civili durante l’offensiva “si sono rivelate sbagliate”, affermando falsamente che quasi nessun civile è stato ucciso durante l’operazione.

“Li abbiamo continuamente allontanati dalle zone di pericolo”, ha detto, riferendosi alla cosiddetta “zona umanitaria” di al-Mawasi, dove ai residenti di Rafah era stato ordinato di rifugiarsi e che le forze israeliane hanno ripetutamente colpito durante la guerra.

Il 27 maggio 2024 le forze israeliane hanno lanciato un attacco mortale nel quartiere di Tel al-Sultan, a nord-ovest di Rafah, uccidendo almeno 45 persone, tra cui donne, bambini e anziani.

Migliaia di persone si erano rifugiate nell’area colpita dopo essere fuggite da altre zone di Gaza, compresa la parte orientale di Rafah.

Oltre 52.314 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani dall’ottobre 2023, mentre almeno 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie degli edifici distrutti.

Lo “Stato profondo”

Netanyahu ha elogiato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump per le sue esortazioni a “ripulire Gaza” ed espellere con la forza i palestinesi dall’enclave.

“Credetemi, molti di loro vogliono andarsene”, ha detto.

Parlando dei negoziati nucleari tra USA e Iran, Netanyahu ha chiesto lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari iraniane: “qualsiasi cosa di meno radicale potrebbe portare al risultato opposto”.

Ha affermato di aver detto a Trump: “In un modo o nell’altro, l’Iran non avrà armi nucleari”.

“Apprezziamo l’aiuto che riceviamo dagli Stati Uniti, le armi continuano ad arrivare, condividiamo gli stessi obiettivi, ma l’Iran non avrà armi nucleari”.

Nelle sue dichiarazioni finali ha affermato che Israele sta affrontando “un altro fronte”, lo “Stato profondo”, sostenendo che in Israele è “profondo come un oceano” e “minaccia la democrazia”.

“Annulla il diritto dei cittadini di scegliere un governo che prenda le proprie decisioni e faccia le proprie nomine”, ha detto, aggiungendo che “ovviamente deve essere risolto”.

Ha fatto riferimento a una “campagna sistematica” negli Stati Uniti che “diffonde menzogne” su Israele ed è “finanziata e organizzata da governi e ONG, a loro volta sostenute da individui molto ricchi”.

Ha anche accusato alcuni ricchi americani di “pagare influencer per usare i social media in modo sistematico contro i sostenitori di Israele”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Come la guerra di Israele a Gaza ha ridotto l’aspettativa di vita dei palestinesi

Redazione di MEE

24 aprile 2025 – Middle East Eye

Gli attacchi israeliani hanno causato morti indirette per malnutrizione e malattie, colpendo anche categorie vulnerabili come le donne incinte.

Sono passati 18 mesi da quando Israele ha dichiarato guerra a Gaza, in seguito agli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele nell’ottobre 2023, che hanno causato la morte di oltre 1.100 persone.

Al momento in cui scriviamo oltre 51.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 100.000 sono rimasti feriti, su una popolazione prebellica di 2,2 milioni. Almeno altri 10.000 sono dispersi e presumibilmente morti sotto le macerie.

Il 90% delle persone è stato sfollato, di solito più di una volta. Un cessate il fuoco entrato in vigore il 15 gennaio è stato violato da Israele il 18 marzo. Israele ha inoltre bloccato l’ingresso di aiuti e altri beni essenziali a Gaza dal 2 marzo.

Le vittime palestinesi appartengono a tutte le fasce d’età: donne, bambini e anziani costituiscono il 56%.

Secondo uno studio pubblicato su The Lancet questo elevato numero di vittime ha anche ridotto drasticamente l’aspettativa di vita media dei palestinesi.

Per le donne palestinesi la riduzione è stata del 38,6%, portando l’aspettativa di vita media a 47,5 anni, con una perdita di 29,9 anni. Gli autori dello studio hanno concluso: “In questo studio il nostro approccio alla stima della perdita di aspettativa di vita è prudente, in quanto non considera l’effetto indiretto della guerra sulla mortalità… È probabile che la perdita effettiva sia maggiore“.

Il fatto che il numero effettivo di morti sia sottostimato è stato ribadito in uno studio separato del febbraio 2025. Lo studio ha valutato che i dati sulle vittime pubblicati dal Ministero della Salute palestinese sarebbero stati probabilmente sottostimati del 41% da ottobre 2023 a giugno 2024, e ha calcolato invece un numero di morti di circa 64.620 (rispetto alla stima di 37.877 del Ministero all’epoca).

Gli autori dello studio hanno affermato che parte della discrepanza era dovuta a problemi nella raccolta dei dati.

I dati del Ministero della Salute palestinese erano “più propensi a sottostimare che a sovrastimare la mortalità” poiché erano state escluse le cause secondarie di morte, tra cui la mancanza di cibo e di servizi igienici.

Di seguito esaminiamo come negli ultimi 18 mesi il conflitto abbia colpito alcuni dei bisogni vitali a Gaza. Le statistiche sono aggiornate al momento della pubblicazione.

Cibo a Gaza

La mancanza di cibo e la malnutrizione sono state una caratteristica persistente della guerra di Israele a Gaza. Prima della guerra l’agricoltura, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), rappresentava “circa il 10% dell’economia di Gaza, con oltre 560.000 persone che dipendevano interamente o parzialmente da coltivazioni, pastorizia o pesca per il proprio sostentamento”.

E soprattutto l’agricoltura permetteva ai palestinesi di nutrirsi.

Tutto ciò è cessato con la guerra, quando le flotte di pescherecci, i campi, le serre e altri fattori necessari alla produzione alimentare sono stati devastati dagli attacchi israeliani.

Le perdite di produzione alimentare dovute ai bombardamenti israeliani

La carenza di cibo ha determinato un aumento dei prezzi: ad esempio, nel governatorato di Deir al-Balah, al centro della Striscia di Gaza, tra ottobre 2023 e dicembre 2024 i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, con incrementi come: un chilo di farina (+1.058%), pomodori (+956%), cetrioli (+752%), lenticchie (+360%) e riso (+142%), tra gli altri.

Nell’aprile 2025 l’associazione dei proprietari di panetterie di Gaza ha annunciato la chiusura di tutti i negozi per la mancanza di farina e combustibile a causa del blocco israeliano.

Anche il bestiame è stato colpito: la produzione di latte, ad esempio, in alcune occasioni è stata quasi interrotta, mentre la carne è difficile da reperire.

I dati sulle perdite di carne

Faraj Jarudat, un agricoltore del nord di Gaza, ha dichiarato al Guardian nel novembre 2024 che una volta possedeva tre mucche e 60 pecore. Ora non ne è rimasta nessuna, uccise dai bombardamenti israeliani, dalla mancanza di cibo o da altre cause.

“Alcune sono morte di fame, altre sono state mangiate da persone affamate, altre ancora sono semplicemente scomparse”, ha detto. “Non ne è rimasta nemmeno una”.

Amici ed ex vicini di casa gli hanno detto che la sua fattoria e la casa sono state rase al suolo dalle forze israeliane.

Malnutrizione a Gaza

La mancanza di cibo, una costante durante la guerra di Israele a Gaza, ha portato con sé la malnutrizione.

Nell’aprile 2024 Oxfam ha riferito che nel nord di Gaza i palestinesi sopravvivono con una media di 245 calorie al giorno, ovvero meno di una lattina di fave. Questo rappresenta meno del 12% delle 2.100 calorie giornaliere raccomandate per una persona media.

In giugno Rania, una madre di Gaza City, ha dichiarato a Middle East Eye che il poco cibo disponibile era inaccessibile o limitato. “Non c’è verdura, frutta o latte nei mercati. Niente che abbia un valore nutritivo”, ha detto.

Halva, fagioli, hummus, piselli e salumi del Programma Alimentare Mondiale erano stati d’aiuto, ha aggiunto, ma hanno dovuto essere razionati.

“Li sto razionando perché una volta esauriti non avrò più niente da mangiare. Mi sento stordita e debole. Sono pallida e ho perso molto peso”.

La popolazione palestinese è stata spesso costretta a misure estreme, come mangiare erba, che è indigeribile per gli esseri umani, causa diarrea e vomito e ha un valore nutrizionale trascurabile. In altre occasioni il foraggio per animali è stato utilizzato per fare il pane.

Molte ONG, enti benefici e altre agenzie utilizzano la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC) per analizzare [il rischio per, ndt.] la sicurezza alimentare e la nutrizione. La scala va da 1 (nessuno/minimo) a 5 (catastrofe/carestia).

Nel febbraio 2025 è stato stimato che nei 12 mesi successivi a Gaza almeno 60.000 bambini avrebbero avuto bisogno di cure per malnutrizione.

Ci sono già stati casi di decessi infantili, tra cui Azzam al-Shaer, morto nel giugno 2024; e Yazan al-Kafarna, morto nel marzo 2024.

Yazan è nato con paralisi cerebrale, il che significa che ha dovuto seguire una dieta speciale e assumere degli integratori. Tuttavia la sua famiglia ha affermato che dall’inizio della guerra non ha più potuto accedere a tali prodotti essenziali.

Suo padre ha dichiarato: “Prima della guerra era in salute, aveva accesso a tutto il cibo e cure mediche di cui aveva bisogno. Quando è iniziata la guerra tutto è stato interrotto… questo gli è successo a causa della mancanza di nutrizione e assenza di alimenti essenziali”.

Acqua e servizi igienici a Gaza

A Gaza anche prima della guerra l’acqua e i servizi igienici si trovavano ad un punto critico, con le falde acquifere contaminate dalle acque reflue e la maggior parte dell’acqua del rubinetto non adatta al consumo umano.

Ma la situazione è peggiorata dall’ottobre 2023: entro la fine del 2024 anche le forniture di acqua non potabile erano state drasticamente ridotte.

La poca acqua pulita disponibile dipende dagli impianti di desalinizzazione.

Ma nelle ultime settimane Israele ha interrotto l’alimentazione elettrica dell’impianto sud di desalinizzazione, che nel novembre 2024 era l’unico del genere ad essere collegato, riducendone la capacità di produzione dell’85%.

La popolazione ha anche un accesso limitato o nullo ai servizi igienici. I rifiuti umani sono una delle tante forme di inquinamento a Gaza e attirano le zanzare che a loro volta possono diffondere malattie.

I palestinesi rimasti senza casa, che di solito vivono in tende, hanno una scarsa protezione contro le punture di insetti e le loro gravi conseguenze.

Nel maggio 2024 Omar Nasser ha raccontato a MEE come sua figlia Gada, allora di nove anni, avesse contratto l’epatite A, un’infezione del fegato che si trasmette attraverso i rifiuti solidi umani e può essere contratta venendo a contatto con acqua sporca o mangiando cibo maneggiato da una persona infetta.

Nasser ha portato sua figlia in ospedale, dove un medico le ha prescritto alcuni farmaci e una dieta alimentare, che Nasser non poteva procurare in quanto disoccupato.

“Il medico ha detto che non deve mangiare cibo in scatola, ma è l’unico cibo che riceviamo dalle organizzazioni umanitarie”, spiega. “Ho dovuto chiedere del cibo a qualcuno per mia figlia.”

Altri raccontano di vivere in tende di fortuna vicino a scarichi fognari a cielo aperto e di essere regolarmente punti dalle zanzare, nonostante i tentativi di tenerle lontane.

“Camminiamo quotidianamente nelle pozze di acqua di fogna e il terribile odore riempie l’ambiente”, dice Magdy al-Zaanen a MEE. “Siamo costantemente esposti a ogni tipo di inquinamento”.

Il Wash Cluster, guidato dalle Nazioni Unite, che si occupa di acqua, eliminazione dei rifiuti e igiene, ha stimato che nell’agosto 2024 un milione di persone fosse a rischio a causa delle scarse condizioni igieniche, roditori e parassiti (76%), rifiuti solidi (54%), liquami (46%) ed escrementi umani (34%).

Gestazione a Gaza

Una delle categorie più vulnerabili alle scarse condizioni igieniche e alla malnutrizione in tempo di guerra è costituita dalle donne incinte.

La mancanza di adeguate alimentazione e assistenza sanitaria può avere gravi conseguenze: a gennaio 2025 circa il 10-15% delle donne sottoposte a screening soffriva di malnutrizione.

Nel giugno 2024 Israa, una madre, ha raccontato a MEE come durante tutta la gravidanza sia stata costantemente in movimento a piedi tra i bombardamenti israeliani e lavanzata delle truppe israeliane.

“Non avrei mai immaginato di partorire il mio primo figlio lontano da casa e circondata da attacchi aerei”, ha detto.

“Il luogo in cui ho partorito era privo di qualsiasi forma di igiene. Eppure non potevo dare la colpa all’ospedale, perché le pressioni inflitte a medici e infermieri andavano oltre le loro possibilità.”

Altre donne incinte hanno abortito, o perché costrette a fuggire in circostanze traumatiche per ordine delle forze israeliane, o perché attaccate da cani militari addestrati.

La guerra fa sì che non vi sia una adeguata risposta sanitaria per i neonati che necessitano di cure.

In un rapporto dell’FPA [Agenzia che si occupa della salute sessuale e riproduttiva, ndt.] delle Nazioni Unite del febbraio 2024 il dottor Ahmed Al Shaer, dell’ospedale di maternità al-Helal al-Emirati di Rafah, ha affermato che avevano così poche incubatrici e così tanti neonati prematuri che “dobbiamo mettere quattro o cinque bambini in un’incubatrice… La maggior parte di loro non sopravvive”.

Assistenza medica a Gaza

Prima della guerra di Israele a Gaza l’assistenza medica nell’enclave palestinese era in condizioni precarie.

Il blocco, imposto dal 2007, ha fatto sì che le forniture sanitarie essenziali spesso non raggiungessero chi ne aveva bisogno, comprese le persone con disabilità. I ​​pazienti, persino i bambini, spesso non potevano recarsi a Gerusalemme Est e in Cisgiordania per le cure necessarie. Vivere a Gaza ha visto un’enorme incidenza di disturbi da stress post-traumatico e altri problemi di salute mentale.

Ma dall’ottobre 2023 l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile del sostegno ai rifugiati palestinesi nella regione, è stata bandita da Israele. I suoi operatori sono tra le vittime di Gaza.

Ad aprile il Ministero della Salute dell’enclave ha riferito che circa 80.000 pazienti diabetici e 110.000 pazienti con ipertensione non erano più in cura.

Il 23 marzo l’esercito israeliano ha ucciso 15 operatori del soccorso accorsi in seguito ad un attacco israeliano nell’area di Rafah. L’esercito ha poi seppellito i corpi, tra cui il personale medico della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Medici palestinesi sono stati trovati morti a Gaza, mentre alcuni chirurghi sono morti sotto custodia israeliana tra accuse di tortura. E il 13 aprile Israele ha bombardato l’ospedale battista al-Ahli al-Arabi, l’ultimo ospedale pienamente funzionante di Gaza.

Nel corso del 2024 oltre il 90% delle strutture sanitarie di Gaza ha subito danni.

Testimoni dell’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi hanno affermato che l’esercito israeliano ha concesso al personale e ai pazienti, alcuni dei quali in terapia intensiva, 18 minuti per andarsene.

Un medico della Mezzaluna Rossa ha riferito a MEE che il personale medico ora deve trasferire i pazienti sfollati in altri ospedali, che a loro volta offrono cure limitate.

“Tutti gli ospedali sono sovraffollati e impreparati a fornire servizi medici completi”, ha affermato. “Questo si ripercuoterà sicuramente sulla salute dei feriti e dei pazienti, e potrebbe causare la morte, la perdita di parti del corpo o una disabilità a lungo termine”.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha condannato l’attacco all’ospedale battista al-Ahli al-Arabi e ha ricordato che le strutture mediche sono protette dal diritto internazionale umanitario.

“Gli attacchi all’assistenza sanitaria devono cessare”, ha affermato. “Ribadiamo ancora una volta: pazienti, operatori sanitari e ospedali devono essere protetti. Il blocco degli aiuti deve essere revocato”.

Daniel Tester ha contribuito a questo rapporto.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Bombardare impianti, tagliare condutture: Israele spinge la crisi idrica di Gaza sull’orlo del baratro

Ibtisam Mahdi

23 aprile 2025 – +972 magazine

Da marzo l’intensificarsi degli attacchi dell’esercito contro le infrastrutture idriche non ha lasciato altra scelta ai cittadini di Gaza se non quella di bere acqua di mare e razionare le forniture contaminate.

Wissam Badawi trascorre le sue giornate aspettando e ascoltando, nella speranza di sentire l’inconfondibile clacson di un’autocisterna dell’acqua che entra nel suo quartiere. Queste autocisterne, gestite da volontari locali, sono diventate l’ultima ancora di salvezza per la 49enne madre di otto figli e per migliaia di palestinesi a Gaza City nel mezzo di una crisi idrica sempre più grave causata dai continui attacchi israeliani alla Striscia.

“La maggior parte delle condutture idriche è stata distrutta dai bulldozer dell’esercito israeliano e il comune non può ripararle”, ha detto a +972 Badawi che vive nel quartiere di Tel Al-Haw. “Non c’è un pozzo nelle vicinanze, quindi devo mandare i miei figli al mare a prendere l’acqua per il consumo quotidiano. Poi aspetto che arrivi l’autocisterna per poter mescolare acqua pulita con quella di mare per ridurne la salinità e renderla bevibile”.

A causa dell’estrema scarsità, il prezzo dell’acqua nei mercati di Gaza è salito alle stelle. Il costo di un gallone [“imperiale”: 4,546 litri, n.d.t.] d’acqua varia dai 5 agli 8 NIS [1,30-2,20 dollari]. Ne servono circa 19 litri al giorno per bere e cucinare, ed è difficile per me permettermelo. Inoltre, nella nostra zona non c’è nessuno che venda acqua, quindi se non arrivano i camion devo fare un lungo cammino per comprarla.

Nelle zone in cui non ci sono camion per portare l’acqua molti abitanti di Gaza sono costretti a camminare per chilometri e fare code per ore per riempire un singolo contenitore a un pozzo. Ma anche questi scarseggiano sempre di più dato che sono stati bombardati o resi inaccessibili dagli ordini di evacuazione israeliani. L’UNICEF ha avvertito che la crisi idrica nella Striscia ha raggiunto “livelli critici” e rilevato che solo una persona su 10 ha attualmente accesso ad acqua potabile pulita.

Questa crisi non è un effetto collaterale dell’attacco israeliano, ma piuttosto un aspetto voluto dell’operazione. Secondo i dati dell’ufficio stampa governativo di Gaza l’esercito israeliano ha distrutto 719 pozzi d’acqua dal 7 ottobre. Il 10 marzo Israele ha interrotto l’ultima fornitura di elettricità a Gaza, costringendo il più grande impianto di desalinizzazione della Striscia a ridurre le sue operazioni. Pochi giorni dopo il secondo impianto più grande è andato fuori servizio a causa della carenza di carburante derivante dal blocco totale israeliano sull’enclave.

Un altro impianto, quello di di Ghabayen a Gaza City, è stato bombardato all’inizio di aprile. E il 5 aprile Israele ha interrotto la fornitura idrica a Gaza da parte della società israeliana Mekorot, che forniva quasi il 70% dell’acqua potabile della Striscia.

Ahmad Al-Buhaisi, un venditore d’acqua di 22 anni di Deir Al-Balah, nella Striscia di Gaza centrale, la cui fornitura proveniva dall’impianto di desalinizzazione Aquamatch, ha dichiarato a +972: “La chiusura dell’impianto non ha solo mi ha privato del sostentamento, ma ha anche privato molti cittadini della possibilità di accedere ad acqua pulita e potabile”.

Ha spiegato che le persone lo contattano costantemente per chiedergli di portare l’acqua nelle loro case e tutto ciò che può fare è scusarsi e dire loro che non ci sono più impianti di desalinizzazione in funzione. “Sto ancora cercando un pozzo funzionante dove poter acquistare acqua potabile”, ha detto. “Ma i prezzi sono aumentati drasticamente ed è diventato difficile per noi acquistarla e poi rivenderla al pubblico”.

“Stanno distruggendo ogni fonte d’acqua necessaria per vivere”

L’impianto di desalinizzazione di Ghabayen, una struttura privata che rifornisce parti di Gaza City e Jabalia, era una delle fonti idriche vitali per la Striscia di Gaza settentrionale. Il 4 aprile l’esercito israeliano l’ha bombardato per la terza volta durante l’attuale guerra, uccidendo Majd Ghabayen, figlio di uno dei proprietari. Si trovava all’interno della stazione e il suo corpo è stato fatto a pezzi accanto a tubature e serbatoi.

“Ogni volta che l’esercito bombardava l’impianto causava una massiccia distruzione”, ha detto Ahmad Ghabayen, fratello minore di Majd, a +972. “Eppure siamo sempre tornati e abbiamo riparato quello che potevamo, con i soldi e le risorse che avevamo, solo per fornire acqua alla gente”.

Ma l’ultimo attacco è stato diverso. “Questa volta, il pozzo stesso è stato colpito da un missile di grandi dimensioni, che lo ha completamente distrutto”, ha detto Ghabayen. “Ci è stato detto che sarebbe stato difficile scavare un nuovo pozzo perché la contaminazione causata dal missile lo aveva reso inutilizzabile”.

Ghabayen ha proseguito; “Israele non ha preso di mira solo un impianto di distribuzione idrica, ha distrutto parte della vita della mia famiglia e privato migliaia di persone dell’acqua”. “La stazione serviva vaste aree di Al-Tuffah, Shuja’iyyah, Al-Daraj, Sheikh Radwan e Jabalia. La gente veniva da lontano per riempire i contenitori d’acqua. Stanno distruggendo tutto ciò che consideriamo necessario per sopravvivere”.

Il bombardamento della stazione di Ghabayen fa parte di una politica sistematica che Israele ha perseguito fin dall’inizio della guerra: colpire deliberatamente i pozzi d’acqua e le infrastrutture a essi collegate e interrompere l’approvvigionamento idrico che un tempo affluiva a Gaza attraverso le condutture israeliane.

Wael Abu Amsha, 51 anni, padre di sette figli e uno degli utenti della stazione, ha affermato che l’attacco ha rappresentato un “duro colpo” per centinaia di famiglie che facevano affidamento su di essa come fonte primaria di approvvigionamento idrico. “Dopo il bombardamento, abbiamo iniziato a cercare una fonte alternativa”, ha dichiarato a +972. “Abbiamo trovato un’altra stazione, ma è lontana – circa mezz’ora a piedi – e la sua acqua non è veramente pulita. Eppure siamo costretti a berla.

“Prima traevamo beneficio dalla stazione comprando acqua potabile a un prezzo che non era cambiato da prima della guerra – e molti giorni veniva distribuita gratuitamente”, ha continuato. “Anche l’acqua salata veniva distribuita gratuitamente tutto il giorno, il che ci ha aiutato dopo che l’esercito [israeliano] ha distrutto le condutture idriche che fornivano acqua dal comune. Ora abbiamo perso tutti i tipi di acqua.

“La gente sta soffrendo”, ha proseguito Abu Amsha. “Percorro lunghe distanze e aspetto ore solo per riempire un gallone d’acqua per la mia famiglia, che non è nemmeno sufficiente. Finisco per mescolarla con quella di un’altra stazione, la cui acqua non è potabile ma è più vicina della prima. Non abbiamo altra soluzione.”

Una catastrofe sanitaria

La crisi idrica non provoca solo sete, ha anche un impatto diretto sulla salute di chi soffre di malattie. Samar Zaarab, una paziente oncologica di 45 anni di Khan Younis che attualmente vive in una tenda ad Al-Mawasi, ha raccontato a +972 che la carenza d’acqua aggrava il suo dolore quotidiano. “Il mio corpo indebolito ha un disperato bisogno di acqua potabile pulita”, ha detto.

“Da quando sono stata sfollata, qualche giorno fa, la mia sofferenza è aumentata”, ha continuato Zaarab. “Le autocisterne non ci raggiungono e la poca acqua che riceviamo non è sufficiente nemmeno per i bisogni quotidiani più elementari come lavarsi e pulire. Senza igiene la mia malattia peggiora. Se non morirò di malattia sarà per mancanza di acqua pulita.”

Zuhd Al-Aziz, consigliere del viceministro del governo locale di Gaza, ha dichiarato a +972 che, dopo che Israele ha interrotto l’erogazione di energia elettrica nella Striscia e costretto alla chiusura della maggior parte degli impianti di desalinizzazione e di trattamento delle acque, l’intera popolazione sta affrontando una “crisi umanitaria catastrofica”.

Secondo Al-Aziz l’esercito israeliano ha preso di mira direttamente i generatori di riserva, rendendo estremamente difficile mantenere aperti gli impianti. Ha spiegato: “L’85% delle fonti di acqua potabile a Gaza è stato distrutto, costringendo i residenti a utilizzare acqua inquinata e non potabile. Circa il 90% delle stazioni di desalinizzazione private e pubbliche – 296 in totale – ha smesso di funzionare a causa di attacchi diretti o di carenza di carburante. Anche cinque importanti impianti di trattamento delle acque reflue hanno cessato l’attività, il che ha aumentato i rischi di inquinamento ambientale e di epidemie”.

Assem Al-Nabeeh, portavoce del Comune di Gaza City, ha descritto la crisi con un linguaggio altrettanto crudo. “L’occupazione israeliana ha distrutto più di 64 pozzi d’acqua nella sola Gaza City, insieme a oltre 110.000 metri lineari di reti idriche, causando un grave calo della fornitura idrica disponibile”, ha spiegato. “Attualmente sono operativi solo 30 pozzi che non riescono a soddisfare nemmeno una minima parte del fabbisogno della popolazione, soprattutto con l’afflusso di sfollati dai distretti settentrionali.

“Il comune sta lavorando duramente per trovare alternative nonostante le risorse estremamente limitate, ma i danni sono enormi e non possono essere riparati a causa dell’assedio e dei bombardamenti in corso”, ha continuato Al-Nabeeh. “Non ci sono carburante né pezzi di ricambio, né per i generatori né per le pompe dei pozzi. I pozzi non possono funzionare 24 ore su 24. Circa il 61% delle famiglie ora dipende dall’acquisto di acqua potabile da costose fonti private, il che rappresenta un indicatore del collasso del sistema idrico pubblico.

Al-Nabeeh ha sottolineato che la crisi idrica coincide con l’aggravarsi della fame, l’assedio in corso, l’aumento delle temperature e il deterioramento della situazione sanitaria e ambientale causato dall’accumulo di rifiuti e dalle perdite fognarie – tutti fattori che rappresentano una minaccia diretta per la vita degli abitanti, soprattutto senza accesso all’acqua per la sterilizzazione, l’igiene o la cucina.

Sebbene sia impossibile ottenere dati esatti, Al-Nabeeh stima che la fornitura media giornaliera di acqua sia scesa a 3-5 litri a persona al giorno: significativamente inferiore ai 15 litri considerati il ​​minimo necessario per bere, cucinare e per l’igiene personale a tutela della salute pubblica durante le emergenze.

“È noto che la scarsità d’acqua causa la diffusione di epidemie e malattie cutanee e intestinali”, ha aggiunto. “E se il blocco del combustibile e di altre fonti di energia necessarie per il funzionamento delle strutture essenziali dovesse persistere potrebbe portare a una massiccia chiusura delle infrastrutture idriche e fognarie, aggravando ulteriormente la catastrofe umanitaria e sanitaria della città”.

In risposta all’inchiesta di +972, l’esercito israeliano ha dichiarato che, in seguito alla disconnessione della conduttura idrica settentrionale di Gaza, “pochi giorni dopo l’incidente è stato coordinato l’arrivo di squadre dell’Autorità idrica palestinese nell’area per avviare il processo di riparazione e le IDF hanno eseguito le riparazioni alla conduttura idrica per garantire un collegamento immediato e corretto”. L’esercito ha inoltre osservato che “il sistema di approvvigionamento idrico nella Striscia di Gaza si basa su diverse fonti idriche, tra cui pozzi e impianti di desalinizzazione locali distribuiti in tutta la Striscia di Gaza, compresa l’area settentrionale”. L’esercito non ha risposto alle domande relative ai bombardamenti di pozzi e impianti di desalinizzazione.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)