Politici, membri di una famiglia reale e persone famose si esprimono a favore dell’adolescente palestinese che ha schiaffeggiato dei soldati

Mustafa Abu Sneineh

Middle East Eye – Venerdì 22 dicembre 2017

Dopo che questa settimana la diciassettenne è comparsa in un tribunale militare israeliano, personaggi importanti hanno condiviso messaggi di appoggio ad Ahed al-Tamimi

Da un parlamentare britannico a un membro della famiglia reale giordana a un famoso cantante palestinese, continua la solidarietà internazionale ed araba con un’adolescente palestinese che è stata arrestata questa settimana dopo aver schiaffeggiato soldati israeliani nel cortile di casa sua.

Ahed al-Tamimi, 17 anni, è stata arrestata all’alba del 19 dicembre, quando soldati israeliani hanno fatto irruzione in casa della sua famiglia ad Al-Nabi Saleh, un piccolo villaggio nei pressi di Ramallah, nella Cisgiordania occupata.

L’esercito israeliano ha perquisito la casa degli al-Tamimi, impossessandosi di computer portatili, telefonini ed apparecchi elettronici di proprietà della famiglia.

L’arresto di Ahed è avvenuto dopo che un filmato, che la mostra mentre schiaffeggia e prende a calci soldati israeliani armati con fucili M16, elmetti e giubbotti antiproiettile, è diventato virale nelle reti sociali israeliane.

Il video sarebbe stato filmato il 15 dicembre con un telefonino davanti alla casa degli al-Tamini. Non mostra nessuna ferita grave provocata ai soldati.

Il padre di Al-Tamimi, Bassem, ha scritto il 19 dicembre su Facebook che sua figlia ha reagito dopo che il 15 dicembre i soldati israeliani hanno sparato a suo cugino, Mohammed al-Tamimi, mentre stava protestando contro la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.

Il quattordicenne sarebbe in coma farmacologico dopo che i soldati israeliani gli hanno sparato al volto con un proiettile di gomma.

Mercoledì un tribunale militare israeliano ha prolungato la detenzione di Ahed fino al 25 dicembre. Lei non ha ricevuto un’accusa formale.

Dopo l’udienza in tribunale, Bassem ha detto ai giornalisti di essere orgoglioso di sua figlia.

Ma sono preoccupato per lei perché si trova nelle mani di questo regime terrorista e non ho fiducia in questo tribunale perché è parte dell’occupazione,” ha affermato. “Aiuta l’occupazione e l’occupante ad essere ancora più ostili contro i palestinesi.”

Anche la madre di Ahed, Nariman, è stata arrestata il 19 dicembre, mentre sua cugina, Nour al-Tamimi, di 21 anni, che compare nel filmato, è stata arrestata il 20 dicembre e neanche loro sono state formalmente incriminate.

Il ministro della Pubblica Istruzione israeliano Naftali Bennett [del partito dei coloni “La casa ebraica”, ndt.] ha detto alla radio dell’esercito che le due ragazze palestinesi, Ahed e Nour, coinvolte nell’incidente, “dovrebbero finire la loro vita in prigione”.

Le giovani e la madre di Ahed sono state portate nella prigione di HaSharon, a nord della città di Herzilya, in Israele, fino alla prossima udienza in tribunale il prossimo lunedì.

Lasciatele libere”

Il video virale dell’incidente e dell’arresto delle tre ha ottenuto una vasta eco.

Il segretario del partito Laburista britannico Jeremy Corbyn ha detto che Ahed al-Tamimi “non dovrebbe essere imprigionata perché i minori non dovrebbero stare in prigione.”

Se la gente lotta per i propri diritti, gli dovrebbe essere consentito di farlo,” ha detto Corbyn. “Dobbiamo mandarle (ad Ahed) un messaggio di sostegno e dire alle autorità: per favore, basta con le incarcerazioni di bambini. Lasciatele libere e permettete loro di essere dei bambini.”

Venerdì parlamentari britannici hanno presentato una prima mozione che ha raccolto decine di firme e chiede l’immediato rilascio di al-Tamimi.

La mozione sostiene che al-Tamimi è stata presa di mira perché i suoi genitori sono i capi della resistenza contro l’occupazione del loro villaggio. Chiede anche che il governo britannico dica ad Israele che azioni messe in atto senza “reali rischi riguardanti la sicurezza violano le leggi che regolamentano l’occupazione militare.”

Il membro della famiglia reale, principe Ali Bin Al-Hussein, fratellastro del re Abdullah II, questa settimana ha twittato a proposito di al-Tamimi.

È questo che fa realmente paura a Israele e a Netanyahu?” ha scritto Al-Hussein. “Una ragazzina di 16 anni, che ha il coraggio di difendere i propri diritti come adolescente di fronte a un’occupazione illegale che infrange tutte le regole delle leggi internazionali? Liberatela!!”

Il famoso cantante pop palestinese Mohammed Assaf, che ha vinto la seconda stagione dello spettacolo televisivo “Arab Idol” nel 2013, a twittato il suo appoggio definendo anche la ragazza “la donna libera, la bellezza della Palestina.”

Far impazzire Israele”

Gli arresti dei membri della famiglia al-Tamimi sono gli ultimi dopo che più di 450 palestinesi sono stati arrestati da quando Trump ha fatto l’annuncio su Gerusalemme il 6 dicembre, scatenando proteste generalizzate e una condanna in tutto il mondo.

La famiglia è in prima fila nella lotta contro le colonie israeliane illegali in Cisgiordania. Il loro villaggio, Al-Nabi Saleh, [composto da] 600 abitanti palestinesi, è circondato dalla colonia illegale israeliana di Halamish. Dal 2010 attivisti filo-palestinesi tengono ogni settimana una manifestazione nella zona contro la confisca delle terre del villaggio da parte di Israele.

In estratti da un breve documentario che ha circolato sulle reti sociali dopo il suo arresto, Ahed descrive le difficoltà che deve affrontare ai posti di blocco israeliani quando vuole andare a scuola. Dice anche di sognare di diventare una giocatrice di pallone.

Nel 2012, dopo che aveva vinto il premio turco “Handala Courage” [premio assegnato da un municipio di Istanbul che prende il nome dal personaggio di un fumetto palestinese, ndt.] per aver sfidato le truppe israeliane nel suo villaggio, ha fatto colazione con il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan.

Questa settimana il giornale israeliano Yediot Ahronot ha pubblicato un articolo in prima pagina su Ahed con il titolo “La provocazione non funziona: alcuni soldati si controllano di fronte alla provocazione di una ragazza.”

Su Haaretz il giornalista e collaboratore occasionale di MEE Gideon Levy ha analizzato come Ahed “ha fatto impazzire Israele”.

La ragazzina di Nabi Saleh ha infranto una serie di miti degli israeliani. Peggio di tutti, ha osato danneggiare il mito israeliano della mascolinità,” ha scritto Levy.

Improvvisamente è risultato che l’eroico soldato, che veglia su di noi giorno e notte con audacia e coraggio, è stato messo contro una ragazza a mani nude. Che cosa ne sarà del nostro machismo, che Tamimi ha così facilmente infranto, e del nostro testosterone?”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Netanyahu è orgoglioso del miglioramento dei rapporti diplomatici di Israele, ma il voto dell’ONU dà una lezione di umiltà

Noa Landau

22 didembre 2017,Haaretz

Le molte dichiarazioni del primo ministro negli ultimi due anni riguardo ad un presunto e vistoso cambiamento nell’atteggiamento del mondo verso Israele non hanno superato la prova della realtà.

Più passava il tempo prima della sconfitta all’Assemblea generale dell’ONU, tanto più a Gerusalemme cambiavano le aspettative sui risultati attesi.

All’inizio Israele ha cercato di convincere più Paesi possibile a votare contro la risoluzione, ma quando le esplicite minacce americane di tagliargli gli aiuti non hanno cambiato in modo significativo la situazione, il principale tentativo fatto è stato centrato sul convincere i leader almeno ad astenersi o ad andarsene improvvisamente per le vacanze di Natale e assentarsi dall’aula. E se questo non avesse funzionato, che per lo meno abbassassero il tono dei loro discorsi durante il dibattito.

Dopo il voto, il primo ministro Benjamin Netanyahu ed il suo ministro degli Esteri, Benjamin Netanyahu [Netanyahu ricopre entrambi gli incarichi, ndt.], hanno risposto all’unisono: “Israele rifiuta la risoluzione dell’ONU ed esprime la sua soddisfazione per il grande numero di Paesi che non hanno votato a favore della risoluzione,” rallegrandosi delle astensioni e festeggiando le assenze.

La maggiore delusione per Israele è venuta dai Paesi che negli ultimi anni hanno rafforzato i rapporti bilaterali, soprattutto quelli che condividono con il governo Netanyahu una visione molto conservatrice. Per esempio l’India, il cui primo ministro Narendra Modi ha visitato Israele in luglio – un viaggio memorabile soprattutto per le immagini bucoliche di lui e Netanyahu abbracciati che sguazzavano nelle onde – ha votato la risoluzione contro Israele e contro gli Stati Uniti. Durante la sua visita Netanyahu aveva definito Modi “un’anima gemella”. Ma anche con la visita bilaterale prevista a metà del prossimo mese, l’India non cambiato idea sul proprio rifiuto di astenersi.

Altre delusioni significative sono venute dalla Grecia e da Cipro, con cui è stato firmato molto recentemente un accordo per il gas naturale. La Russia e la Cina che Netanyahu loda in continuazione per i loro calorosi rapporti con Israele, hanno di nuovo votato, come al solito, per la posizione palestinese.

Un diplomatico israeliano ha detto che il principale insegnamento da trarre da questo episodio potrebbe essere una “lezione di umiltà”. Alla luce del voto del consiglio a New York, dove 128 quadratini luminosi verdi sono apparsi al suono di fragorosi applausi che sono rimbombati nell’aula quando si è saputo il risultato, le molte dichiarazioni del primo ministro negli ultimi due anni riguardo al presunto cambiamento significativo dell’atteggiamento del mondo verso Israele ora appaiono a dir poco diverse.

Ma ci sono state anche modeste consolazioni. Sei Paesi hanno rotto l’unanimità dell’Unione Europea ed hanno accolto le pressioni israeliane ad astenersi. L’Ungheria ed il suo leader Orban hanno guidato la ribellione, insieme alla Repubblica Ceca, il cui primo ministro è stato messo sotto pressione da Netanyahu prima del voto, ed alla Polonia, la cui posizione in Europa è comunque indebolita, e insieme a Croazia, Lettonia e Romania hanno votato per la risoluzione. Austria e Lituania, anche loro considerate amiche di Israele, hanno votato a favore della risoluzione. E ad ogni modo l’astensione dei Paesi dell’Europa orientale, come ha spiegato dalla tribuna il rappresentante della Cechia, è stata debole: “Non ci opponiamo alla posizione dell’Unione Europea sulla questione di Gerusalemme (la salvaguardia dei confini del 1967), ma ci asteniamo perché non pensiamo che il voto di questo pomeriggio farà progredire la pace.”

Il ministro degli Esteri ha riservato i suoi commenti più negativi all’”Europa classica”, alla Germania, per esempio. Alcuni Paesi africani, in cui Israele sta investendo un notevole impegno, si sono astenuti (per esempio il Rwanda e il Sud Sudan) o erano assenti (come il Kenia), mentre uno, il Togo, ha persino votato contro la risoluzione. È anche interessante notare l’astensione dell’Argentina, che Netanyahu ha visitato quest’anno. Tuttavia, in sostanza, se prendiamo in considerazione i viaggi di Netanyahu quest’anno, e sono stati molti – 59 giorni all’estero – non ci sono prove che queste visite abbiano dato risultati giovedì all’Assemblea Generale dell’ONU.

Rispetto agli esiti di importanti votazioni precedenti, per esempio nel 2012 sulla promozione dei palestinesi allo status di osservatori, c’è qualche miglioramento per quel che riguarda il governo: allora votarono “sì” 138 Paesi; questa volta lo hanno fatto “solo” 128. Ma questa volta non è stato messo alla prova solo il sostegno a Israele, era sotto esame soprattutto l’appoggio agli Stati Uniti. Poiché negli scorsi giorni il presidente Donald Trump e la sua ambasciatrice alle Nazioni Unite, Nikki Haley, non hanno esitato da fare esplicite minacce (“di prendere i nomi”) e di vendicarsi di chi avesse votato “sì” tagliando gli aiuti USA a quei Paesi, i quadratini verdi sulla lavagna elettronica hanno segnato non solo il chiaro appoggio della maggior parte dei Paesi alla soluzione dei due Stati all’interno dei confini del 1967, ma anche una crescente sfiducia nell’amministrazione Trump come mediatrice neutrale nel conflitto e nello stesso Trump come leader di una potenza mondiale.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Colono israeliano uccide un contadino ma vengono accusati dei palestinesi

Maureen Clare Murphy

19 dicembre 2017,Electronic Intifada

Un palestinese – ma ancora nessun israeliano – deve rispondere di gravi accuse in merito a uno scontro tra coloni e abitanti di un villaggio della Cisgiordania, che lo scorso mese ha lasciato un bilancio di un contadino palestinese ucciso.

Muhammad Wadi è stato accusato di tentato omicidio da un tribunale militare israeliano.

Il quotidiano israeliano Haaretz informa che l’atto di accusa sull’incidente del 30 novembre nel villaggio di Qusra sostiene che Wadi è entrato in una grotta in cui un gruppo di bambini e un adulto si erano rifugiati ed ha lanciato grosse pietre contro di loro da distanza ravvicinata, ferendo l’adulto alla testa.

Il giornale aggiunge che altri diciannove palestinesi sono stati arrestati perché sospettati di essere coinvolti [nell’episodio].

Lo scontro mortale è avvenuto quando un gruppo di bambini sono stati portati a fare un’escursione nei pressi del villaggio palestinese come parte di una festa di bar mitzvah [rito ebraico che celebra l’ingresso a pieno titolo nella comunità dei bambini maschi di 13 anni, ndt.].

I coloni sostengono che gli abitanti di Qusra li hanno attaccati e che uno degli accompagnatori dell’escursione ha sparato con il suo fucile per difendersi, uccidendo Mahmoud Zaal Odeh, di 48 anni.

Lo sparatore è stato interrogato dalla polizia in quanto sospettato di omicidio colposo e successivamente rilasciato.

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha affermato che l’israeliano ha agito “per legittima difesa”, sostenendo che un gruppo di palestinesi ha tentato di “linciare” i bambini.

I miei ringraziamenti e il mio apprezzamento alla scorta armata che ha salvato gli escursionisti da un pericolo evidente ed immediato per le loro vite,” ha aggiunto.

Gli abitanti di Qusra, tuttavia, hanno detto ai mezzi di comunicazione che Odeh stava lavorando la propria terra quando è stato colpito.

Secondo il gruppo per i diritti umani “Adalah” a insaputa e senza il permesso della sua famiglia l’esercito israeliano ha portato il corpo di Odeh a Tel Aviv per l’autopsia, prima che venisse restituito ai suoi cari per il funerale.

Una settimana dopo, decine di coloni sono tornati a Qusra per continuare l’escursione con una massiccia scorta militare e insieme al vice ministro degli Esteri israeliano Tzipi Hotovely ed al ministro dell’Agricoltura Uri Ariel:

Circa 100 coloni arrivano fuori da Qusra per terminare il percorso del bar mitzvah che era finito in scontri con palestinesi la scorsa settimana. Ad accompagnare il ragazzino del bar mitzvah è il ministro Uri Ariel.

Alla domanda se fosse proprio il caso di portare così tanti bambini in una zona che si sta ancora tranquillizzando dopo la violenza della scorsa settimana, Ariel ha detto: “Abbiamo un forte esercito e ci sentiamo sicuri ovunque andiamo sulla nostra terra.”

E si parte. Si uniscono alla festa anche il vice ministro degli Esteri Tzipi Hotovely e Itamar Ben Gvir” [citazione di una cronaca twittata da Jacob Magid, giornalista del quotidiano indipendente israeliano “Times of Israel”, ndt.]

Con loro c’era anche Itamar Ben Gvir, un colono, militante di estrema di destra e avvocato che è considerato “un amico a cui rivolgersi” per gli israeliani che hanno commesso atti di violenza contro i palestinesi, compresi due adolescenti sospettati di essere coinvolti in un attacco incendiario che ha ucciso tre membri di una famiglia palestinese in un villaggio della Cisgiordania [a Duma, nei pressi di Nablus, in cui morì anche un bambino di 18 mesi, ndt.] nel 2015.

Sarit Michaeli, responsabile internazionale del gruppo israeliano per i diritti umani “B’Tselem”, ha definito l’escursione una “sfilata provocatoria dei coloni”.

La gita si è conclusa con una foto di gruppo e un raduno alla grotta in cui i coloni accusano i palestinesi di aver assediato il gruppo di bambini.

Violenza dei coloni

Gli abitanti di Qusra sono da molto tempo vittime di violenze, danni alle proprietà e vessazioni da parte dei coloni.

Nel settembre 2011 la moschea del villaggio è stata devastata e bruciata con gomme incendiate come atto di “price tag” [lett. “pagare il prezzo”; indica le azioni di rappresaglia dei coloni contro i palestinesi, ndt.] o vendetta dopo che la polizia ha demolito tre strutture dell’avamposto non autorizzato dei coloni “Migron”.

Quello stesso mese l’abitante di Qusra Issam Badran è stato ucciso dai soldati durante scontri che sono scoppiati dopo che i coloni sono entrati nelle terre del villaggio.

Un’inchiesta dell’esercito riguardo all’uccisione di Badran è stata chiusa senza che venisse presentato un atto d’accusa. Nel gennaio 2014 gli abitanti di Qusra hanno bloccato più di dodici coloni che avevano fatto incursione nel villaggio e avevano tentato di sradicare ulivi.

Gli abitanti di Qusra sono stati anche sottoposti a incursioni notturne nelle loro case da parte delle forze israeliane come parte delle loro “procedure di mappatura” per censire tutta la popolazione civile palestinese.

Invece un minore israeliano della vicina colonia di Itamar che aveva aggredito un attivista dei diritti umani e lo aveva minacciato con un coltello è stato condannato a svolgere un lavoro socialmente utile per l’incidente dell’ottobre 2015.

L’adolescente aveva attaccato Arik Ascherman, allora capo di Rabbis for Human Rights [gruppo di rabbini che si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, ndt.], mentre quest’ultimo stava aiutando un contadino palestinese a raccogliere le olive.

Haaretz ha informato che la giudice che ha emesso la sentenza contro il giovane “ha scritto di aver optato per i lavori socialmente utili perché una detenzione avrebbe potuto danneggiare le possibilità per il ragazzo di essere arruolato nell’esercito israeliano, e perché era convinta che avesse buone possibilità di essere rieducato.”

L’adolescente era rappresentato in giudizio da Itamar Ben-Gvir.

Bambini palestinesi arrestati da Israele per imputazioni come aver tirato pietre ai soldati non godono di una simile indulgenza.

Un crescente numero di parlamentari statunitensi sta appoggiando una legge che imporrebbe al Segretario di Stato [il ministro degli Esteri USA, ndt.] di attestare ogni anno che nessuno dei fondi USA destinati ad Israele venga utilizzato per “finanziare la detenzione militare, gli interrogatori, gli abusi o i maltrattamenti contro i bambini palestinesi.”

La legge condanna i procedimenti giudiziari israeliani contro i minori palestinesi nei tribunali militari, mentre nello stesso territorio i coloni israeliani sono sottoposti alle leggi civili.

Nella Cisgiordania occupata Israele mette in atto un sistema giuridico a due livelli: i palestinesi sono sottoposti ai tribunali militari, in cui viene loro negato un processo minimamente equo e si trovano a dover affrontare una detenzione quasi certa, mentre i coloni israeliani sono soggetti alla giurisdizione della polizia e dei tribunali civili israeliani.

(traduzione di Amedeo Rossi)

 




Un ragazzo palestinese ripreso in una foto virale sarà giudicato da un tribunale con il 99,74% di probabilità di condanna

Sheren Khalel

18 dicembre 2017, Mondoweiss

Fawzi al-Junaidi, di 16 anni, affronterà oggi un’audizione presso un tribunale militare israeliano, dopo essere stato detenuto dagli israeliani per più di una settimana.

Junaidi è stato arrestato durante gli scontri scoppiati nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, il 7 dicembre, il giorno dopo l’annuncio del Presidente USA Donald Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Una foto scattata dal fotografo Wisam Hashlamoun durante l’arresto è diventata virale: mostrava il ragazzo disorientato e bendato mentre era malmenato, circondato da almeno venti soldati israeliani armati quando è stato portato via.

Brad Parker, dirigente ed avvocato per la Difesa Internazionale di ‘Defense for Children International – Palestine (DCIP)’, ha detto a Mondoweiss che la foto dovrebbe essere considerata come un simbolo delle normali pratiche israeliane riguardo ai ragazzi palestinesi, e non come una situazione eccezionale.

L’immagine ha fornito un’istantanea vivida e cruda della disparità di potere implicita nell’occupazione militare israeliana dei palestinesi ed ha contribuito a palesare i continui e diffusi maltrattamenti, sistematici ed istituzionalizzati, dei minori palestinesi detenuti dalle forze israeliane”, ha detto Parker.

L’avvocata di Fawzi, Farah Bayadsi, ha riferito ai media che il ragazzo era stato picchiato e presentava “contusioni sul collo, sul petto e sulla schiena.” Il ragazzo ha detto che i soldati lo hanno colpito con un fucile. Fawzi è accusato di aver lanciato pietre durante gli scontri, fatto che lui nega. Se ritenuto colpevole, la massima pena per il lancio di pietre è di 20 anni nelle prigioni israeliane.

Le probabilità che Fawzi venga giudicato colpevole sono alte, poiché, in base alla stessa documentazione interna del tribunale, il 99,74% dei casi portati davanti al tribunale militare israeliano si conclude con un verdetto di colpevolezza.

Tuttavia Parker ha detto che il tribunale non è in errore, ma agisce piuttosto secondo le direttive per cui è stato concepito. “Se i ragazzi palestinesi come Fawzi continuano a subire diffuse esperienze di maltrattamenti e torture e il sistematico diniego dei dovuti diritti al processo, è evidente che la detenzione militare israeliana ed il sistema giudiziario non non sono interessati a fare giustizia”, ha spiegato Parker. “Ciò che emerge è un sistema di controllo che si spaccia per giustizia. Non è che sistema di detenzione militare non funzioni, sta lavorando precisamente come previsto per negare i diritti fondamentali.”

In un reportage di al Jazeera, l’avvocata di Fawzi ha detto ai giornalisti che il primo giudice che ha esaminato il suo caso è rimasto “sbalordito dall’eccessivo uso della forza” a cui è stato sottoposto il ragazzo.

Si è presentato con grosse ciabatte fornite dal carcere. Aveva perso le sue scarpe ed ha parlato del modo in cui è stato maltrattato durante il trasferimento alla prigione,” ha detto l’avvocata ai giornalisti.

La procura non ha neanche detto se i soldati saranno indagati per l’uso eccessivo della forza. Finora l’intero caso è stato trattato con negligenza.”

Parker ha detto a Mondoweiss di dubitare che gli agenti che lo hanno arrestato verranno accusati o giudicati responsabili di uso eccessivo della forza, visto che tre ragazzi palestinesi su quattro arrestati dalle forze israeliane riferiscono di aver subito aggressioni fisiche.

Le forze israeliane godono di completa impunità per le violenze fisiche contro i ragazzi palestinesi detenuti. Anche nei casi in cui le prove evidenziano che esse hanno illegalmente ucciso un ragazzo con proiettili veri, senza che egli rappresentasse una minaccia nei confronti dei soldati, non vi è stata giustizia né attribuzione di responsabilità.”

Secondo la documentazione di Addameer [associazione palestinese per la difesa dei detenuti, ndtr.], attualmente ci sono più di 300 minori palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

In un rapporto diffuso da Addameer il 17 dicembre, l’associazione rivela che almeno 350 palestinesi sono stati arrestati nei primi 11 giorni dopo l’annuncio di Trump, che ha scatenato disordini in tutta la Cisgiordania occupata, a Gerusalemme est e a Gaza. Almeno nove degli arrestati sono minori palestinesi – anche se il numero potrebbe essere più elevato, in quanto il lavoro di documentazione è lento e complicato.

Il 16 dicembre le forze israeliane hanno arrestato nella Città Vecchia di Gerusalemme Sultan Ashour, di 16 anni, Mahmoud Taha, di 15, Muhammad Hamadeh, di 14 e Adnan Siyam, di 16. Il 15 dicembre hanno arrestato il tredicenne Abed al-Kareem Yassien, il quindicenne Muhammad Lutfi Melhem del villaggio di A’aneen e il diciassettenne Muhammad Ayman Sherydeh è stato arrestato a Tubas. Giovedì 14 dicembre il quindicenne Mutassem Hammas è stato arrestato a Ramallah.

In media, ogni anno vengono arrestati, detenuti e giudicati dal sistema giudiziario militare israeliano tra i 500 e i 700 minori palestinesi – dal 2000 sono passati nel sistema più di 8.000 minori palestinesi.

Dopo la condanna, circa il 60% dei ragazzi viene trasferito dai territori occupati alle carceri all’interno di Israele – una chiara violazione della Quarta Convenzione di Ginevra.

La conseguenza pratica di ciò è che molti di loro ricevono poche visite dei familiari, quando non nessuna, a causa delle restrizioni nella libertà di movimento e del tempo necessario a rilasciare un permesso di visita in carcere”, ha rilevato il DCIP.

Dato che nel 1991 Israele ha firmato la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, dovrebbe attenersi agli standard della giustizia minorile internazionale, che prevedono che i minori “vengano privati della libertà soltanto come misura estrema”; tuttavia le associazioni internazionali per i diritti hanno riscontrato che l’arresto di minori palestinesi da parte delle forze israeliane e la condanna presso il sistema dei tribunali militari è una pratica diffusa e normale, anche per violazioni della legge di scarsa gravità.

Sheren Khalel è una giornalista multimediale indipendente, che si occupa di Israele, Palestina e Giordania. È specializzata in diritti umani, questioni femminili e conflitto israelo-palestinese. Khalel ha precedentemente lavorato per l’Agenzia Ma’an News a Betlemme e vive attualmente a Ramallah e Gerusalemme.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




L’uccisione di un uomo senza gambe

Amira Hass

17 dicembre 2017,Haaretz

Ibrahim Abu Thuraya, con entrambe le gambe amputate e su una sedia a rotelle, si distingueva tra la folla di manifestanti sul confine di Gaza. È stato il suo coraggio che ha innervosito un soldato che si trovava sul lato israeliano?

I fanali della macchina illuminano due soldati nel buio, con fucili ed altro equipaggiamento all’ingresso della città cisgiordana di A-Ram, sovrappopolata e ammassata. I nostri occhi si sono incrociati per un attimo, come si suol dire. I loro volti esprimevano quel familiare misto di arroganza, ignoranza e paura. Come sembrano giovani, ho pensato. Ho anche riflettuto su quello che pensa in questi giorni chiunque guidi davanti a soldati: una lieve deviazione dell’auto e loro supporranno che questa signora sia decisa ad investirli. Una successiva inchiesta della polizia militare stabilirà che avevano avuto l’impressione che la loro vita fosse in pericolo e quindi che avevano agito correttamente. Concéntrati sulla guida, mi sono detta, pensando di nuovo a quanto fossero giovani.

Non credo che venerdì si sia vista alcuna paura negli occhi dei soldati israeliani che hanno sparato a Ibrahim Abu Thuraya, 29 anni, uccidendolo. Erano dall’altra parte della barriera di confine, a est del quartiere di Shujaiyeh a Gaza. Forse erano su una torre di guardia, forse su una collina o in una jeep blindata, che ha sparato a raffica sui manifestanti palestinesi.

Quale pericolo rappresentava Abu Thuraya? Certo si distingueva tra gli altri manifestanti: amputato delle due gambe, è avanzato sulla sua carrozzella, sceso da questa si è mosso rapidamente con l’aiuto delle braccia, andando verso est attraverso una collinetta sabbiosa. Il suo coraggio e la sua mancanza di paura hanno turbato un soldato sul lato israeliano della barriera?

Abu Thuraya era stato gravemente ferito durante l’offensiva israeliana del 2008-09 contro Gaza, quando perse entrambe le gambe. Nel 2015 una storia sul sito web palestinese di notizie Al Watan raccontava che lui e i suoi amici erano stati presi di mira da un bombardamento israeliano nel campo di rifugiati di Bureij. In seguito si era ripreso dalle gravi ferite e si guadagnava da vivere pulendo i finestrini delle auto nelle strade di Gaza, muovendosi tra le macchine sulla sua sedia a rotelle. Una ripresa video senza data lo mostra mentre si arrampica su un palo della luce nei pressi del confine di Gaza e sventola una bandiera. In un altro video, probabilmente registrato venerdì, lo si vede sulla sua carrozzella allo scoperto di fronte alla recinzione, mentre sventola di nuovo una bandiera palestinese.

Venerdì a mezzogiorno davanti a una telecamera diceva che la manifestazione era un messaggio all’esercito sionista di occupazione che “questa è la nostra terra e non ci vogliamo arrendere.” Poi un montaggio video lo mostra sulla sua sedia a rotelle, circondato da decine di giovani sconvolti. La sua testa è reclinata, viene messo in un’ambulanza e portato in ospedale. È stato dichiarato morto quel pomeriggio, ucciso da un proiettile alla testa.

Il montaggio video omette qualche scena che lo potrebbe accusare? Per esempio, Abu Thuraya ha puntato un razzo contro i soldati? Se questa è stata la ragione per cui un soldato ha sparato ad un uomo senza gambe su una sedia a rotelle, si è trattato di un errore dell’esercito e dei portavoce del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori [COGAT, l’amministrazione israeliana dei territori palestinesi occupati, ndt.]. Perché non hanno emesso un comunicato ai mezzi di informazione riguardo ad un attacco con i razzi da parte dei manifestanti, evitando in questo modo qualunque danno che possa colpire i nostri soldati?

Di nuovo in Cisgiordania, un prurito al naso mi ha avvisato della presenza di soldati sulla strada che porta al campo di rifugiati di Jalazun –il che significa che c’erano anche quelli che lanciano sassi. Ma non era possibile tornare indietro. Il diffuso fumo di lacrimogeni aumentava di intensità e la strada procedeva a curve. Da una parte, tra alcune case, si erano accovacciati alcuni giovani – ed erano molto giovani. Avevano pietre in mano ma per il momento non le stavano tirando. Dall’altra parte, nei pressi di un muro che protegge la colonia di Beit El, stava uno spaventoso furgone passeggeri blindato, con di fianco qualche soldato. Forse erano della polizia di frontiera (il mio senso di panico mi ha fatto dimenticare qualche dettaglio). Sotto i loro elmetti e da lontano era difficile stabilire quanto fossero giovani. Ma nel loro atteggiamento arroganza e ignoranza erano evidenti.

Il mio tentativo di andare da Ramallah a Betlemme venerdì (per un concerto e l’esibizione di un coro di bambini) era fallito. Ad un incrocio verso il checkpoint di Beit El, alcuni giovani – quanto erano giovani! – hanno tirato fuori da un’auto dei copertoni con l’intenzione di incendiarli. Ho capito quello che stava succedendo e sono tornata indietro verso Qalandiyah. Il traffico era lento.

A un certo punto dei fedeli stavano uscendo da una moschea e in un altro della gente camminava in mezzo alla strada portando ceste dal mercato. Altrove c’erano macchine parcheggiate in doppia fila o uomini che uscivano da un salone per le feste portando tazze di caffè usa e getta e pezzi di torta. Un’ambulanza, a sirene spiegate, stava arrivando dalla direzione del checkpoint, segnalando quello che mi aspettava. Qualche decina di metri più in là si poteva chiaramente vedere una nuvola di lacrimogeni. Ogni desiderio che avevo di andare a vedere la situazione in ognuna delle altre uscite dalla prigione 5 stelle che è Ramallah mi era passato. In seguito si è saputo che una persona era morta al checkpoint di Beit El e un’altra era stata gravemente ferita a Qalandiyah.

Venerdì, durante una gita con amici, lui ha detto: “Per un verso, so che dovrei essere là con quei coraggiosi ragazzi al checkpoint. Per l’altro, so che solo se centinaia di migliaia di persone andassero lì, con le mani in tasca, qualcosa cambierebbe.”

Lei ha aggiunto: “Una volta quando sentivamo di una persona ferita a Gaza tutta la Cisgiordania era in fiamme. Ora sentiamo di qualcuno che è morto a Ramallah o un giovane che ha perso un occhio per un candelotto lacrimogeno e tutto quello che facciamo è scuotere la testa in segno di solidarietà e continuiamo con le nostre vite.”

Una persona che vive in una strada nei pressi del checkpoint di Beit El ha aperto la porta di casa a quelli che scappavano dal fumo dei lacrimogeni. Il fazzoletto impregnato di alcool fatto giare da un paramedico aiutava, ma solo in casa le lacrime e la sensazione di bruciore sono cessate.

I nostri dirigenti sono isolati,” ha dichiarato l’ospite. “Non gli importa della gente, ma solo dei soldi e degli affari. Non posso dire ai giovani di non andare ai checkpoint, ma so che il loro coraggio è inutile.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’assedio israeliano a Gaza sta impedendo la consegna di 50 romanzi inviati a una biblioteca pubblica

Nada Elia

Mondoweiss 18 Dicembre 2017

Dovrebbe essere obbligatorio per i giornalisti occidentali leggere esempi della banalità del male israeliano, le indignazioni quotidiane che i palestinesi sopportano durante i periodi descritti dai media tradizionali come di “relativa calma”.

“Relativa calma”, per i giornalisti occidentali mainstream, è quando gli ebrei-israeliani non sono disturbati dalla resistenza palestinese alle violazioni dei diritti umani da parte di Israele. È in questi periodi di cosiddetta “calma” che Israele espande le sue colonie illegali, continua la pulizia etnica iniziata nel 1948 e concepisce nuove leggi che privano di diritti la popolazione indigena, favorendo così il sistema di apartheid che ora Israele abbraccia apertamente, niente che faccia ufficialmente notizia.

Per i quasi due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, dove il blocco imposto da Israele è giunto al decimo anno, questo articolo vorrebbe ricordare come i bambini continuano a studiare a lume di candela, i giovani a fare la doccia fredda perché non c’è acqua calda, le acque reflue non trattate a invadere le strade, le medicine salva-vita a mancare e i generatori a funzionare ventidue ore al giorno negli ospedali, mentre medici e personale medico sopraffatti cercano di salvare la vita di bambini nati pre-termine a causa dell’anemia della madre, un risultato della “dieta di sussistenza” imposta da Israele.

Questo articolo vorrebbe parlare dei soldati israeliani che sparano ai pescatori che cercano di guadagnarsi da vivere nelle proprie acque costiere e nominare le decine di migliaia di persone a cui viene negato il permesso di lasciare la prigione di Gaza, perché Israele ha posto un limite severo ai casi “umanitari” a cui è concesso di fuggire. Questo articolo non vorrebbe includere l’assassinio extragiudiziale di un doppio amputato in sedia a rotelle, o la demolizione dei tunnel attraverso i quali sono fatti passare di contrabbando elementi essenziali salvavita – tunnel non dissimili da quelli che consentivano agli ebrei europei di sopravvivere all’assedio del ghetto di Varsavia.

Una recente manifestazione della banalità del male è lo svuotamento delle biblioteche pubbliche nella Striscia di Gaza, qualcosa a cui Mosab Abu Toha si è dato come impegno di rimediare. Alla giovane età di 25 anni, l’insegnante di lingua inglese ha fondato la “Biblioteca pubblica Edward Said” a Gaza, una piccola e modesta biblioteca che spera fornirà agli abitanti della Striscia una finestra sul mondo attraverso la letteratura, principalmente in inglese. Ha detto che l’idea gli è venuta nel 2014, quando il dipartimento inglese della sua università, l’Università Islamica di Gaza, è stato colpito da un missile israeliano durante l’operazione Cast Lead. Ha lanciato una raccolta di fondi e ha ricevuto $15.000 in donazioni in un mese, cosa che gli ha permesso di affittare un piccolo spazio, costruire alcuni scaffali e inizialmente rifornirli con i suoi libri. Con il leggerissimo calo delle restrizioni su ciò che può entrare nella striscia di Gaza continuamente bloccata, alcune persone (tra cui Noam Chomsky e Katha Pollitt) hanno inviato libri ad Abu Toha, ma la consegna dei pacchi è ancora inaffidabile.

Più di recente, un donatore del Canada ha inviato una cassa di 50 romanzi alla biblioteca, per la quale hanno pagato $ 1200 a FedEx come spese di consegna. L’indirizzo a cui FedEx ha chiaramente accettato di consegnare, come evidente sull’etichetta di supporto, specifica Gaza come destinazione finale. FedEx subappalta a una compagnia palestinese, Wassel, ma quando Abu Toha ha chiesto informazioni sullo stato dei libri, Wassel lo ha informato che non effettua consegne a Gaza. Inoltre, a causa delle dimensioni della donazione, i libri sono considerati beni tassabili e ora sono trattenuti nella dogana israeliana. “Il mio amico ha pagato $1200 USD per spedire i libri al mio indirizzo e ora [vogliono] addebitarmi circa $700 USD come tasse sulle merci. I libri erano una donazione. Li ha comprati per $600 USD.”

Nel frattempo, FedEx Canada ha informato Abu Toha che, a meno che non paghi i $700 in tasse, i libri saranno distrutti. Ma anche se pagasse la tassa di $700, Abu Toha avrebbe comunque bisogno di andare in Cisgiordania e riportare i libri a Gaza di persona, cosa che ovviamente non può fare, a causa del blocco. Un’altra opzione sarebbe che il donatore canadese paghi per farli rispedire indietro. “Se il mio amico non coprirà il costo della restituzione dei libri, distruggeranno il pacco”, mi ha scritto Abu Toha. (FedEx Canada può essere contattato qui, e spinto a non distruggere i libri, avendo il donatore pagato oltre $1200 per consegnarli).

Abu Toha ha un sogno, una visione ed è determinato ad andare avanti. Il suo caso è uno tra milioni, letteralmente, di palestinesi che trovano ogni aspetto della loro vita quotidiana avvelenato da Israele. A livello più ampio, dobbiamo fare pressioni sul governo israeliano per porre fine alla sua occupazione e al regime di apartheid. Il modo migliore per farlo è attraverso il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), che ha cambiato la narrazione sul sionismo, mostrandolo per l’ideologia violenta e razzista che è. Questo cambiamento del discorso sta finalmente cominciando ad avere un impatto sulla politica, dato che ora abbiamo politici statunitensi che sostengono un disegno di legge che protegge i diritti dei bambini palestinesi – una svolta nell’impenetrabile scudo sionista. Nel frattempo, a livello più piccolo, possiamo sostenere la Biblioteca Edward Said facendo pressione su FedEx, o donando alla biblioteca (il sito web ha una lista dei desideri). Alcuni dei titoli che Abu Toha spera di ricevere includono “Go Tell It on the Mountain” di James Baldwin e l’opera di Toni Morrison, ma la biblioteca ha bisogno anche di più scaffali, più computer e vorrebbe potersi permettere uno spazio più ampio.

Ma per ora, il messaggio di Abu Toha è “per favore salvate i 50 libri”.

(Traduzione di Angelo Stefanini)




Come mai l’Unione Europea sta offrendo croissant al criminale di guerra Netanyahu ?

David Cronin, Diritti e Responsabilizzazione

8 dicembre 2017 Electronic Intifada

Ci sono almeno 3000 motivi perché Benjamin Netanyahu non venga accolto a Bruxelles la prossima settmana.

Tremila è la cifra approssimata dei palestinesi uccisi dalle forze israeliane da quando Netanyahu è diventato primo ministro nel marzo del 2009.

Netanyahu ha ordinato due importanti offensive contro Gaza. Sia nell’una che nell’altra sono stati perpetrati crimini di guerra.

Insieme ai suoi colleghi di governo ha approvato l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est. Hanno promosso una serie di leggi per peggiorare la discriminazione e la repressione [a cui] i palestinesi sottostanno.

Netanyahu ha imposto alla popolazione di Gaza tagli all’energia elettrica. Egli è responsabile della morte dei pazienti cui è stata negata un’ adeguata cura medica e dei minori torturati durante la loro custodia in Israele.

Netanyahu è un palese razzista. Ha definito “infiltrati” i rifugiati africani e “bestie selvagge” gli arabi.

L’Accoglienza

Come mai Federica Mogherini, responsabile della politica estera dell’Unione Europea, ha invitato a “una colazione informale”Netanyahu ?

Perché l’Unione Europea offre dei croissant a un criminale di guerra?

Che nessuno venga ingannato dall’uso della parola “informale” usata per provare a sminuire il significato di come l’UE stia abbracciando Netanyahu.

L’UE ha rafforzato i suoi rapporti commerciali con Israele da quando Netanyahu è diventato primo ministro.

In questo periodo sono entrati in funzione due importanti accordi per facilitare agli esportatori israeliani l’accesso ai mercati dell’Unione Europea .

L’UE ha dato prova a Netanyahu di essere largamente compiacente.

Alcuni anni orsono Netanyahu si lamentava dei tentativi di escludere dai programmi europei di ricerca scientifica alcune imprese e istituzioni israeliane che lavoravano nella Cisgiordania occupata

Se i rappresentanti dell’Unione Europea avessero manifestato sul serio il loro attaccamento ai diritti umani e al diritto internazionale, avrebbero resistito alle pressioni del governo Netanyahu. Avrebbero rifiutato di intensificare la loro cooperazione con uno Stato che sta inghiottendo la terra palestinese.

Invece l’UE ha ceduto alle prepotenza di Netanyahu. Un decreto è stato tirato fuori per permettere a Israele di partecipare pienamente a Horizon 2020, come viene definito l’ultimo programma scientifico dell’Unione Europea.

L’accordo presentava delle grandi problematicità. Il ministero israeliano delle Scienze è una delle principali istituzioni di coordinamento della partecipazione dello Stato al [progetto] Horizon 2020.

Il ministero delle Scienze non si trova in quello che oggi è Israele. I suoi principali uffici, invece, sono nella Gerusalemme Est occupata

Superficiale

L’accordo di Horizon 2020 mostra come siano assai superficiali le preoccupazioni espresse questa settimana da Federica Mogherini circa il riconoscimento da parte di Donald Trump di Gerusalemme quale capitale di Israele.

Parlando alla CNN, Mogherini ha detto che la mossa di Trump ha “screditato un po’ gli Stati Uniti quale onesto mediatore”

Un buffone bellicoso come Trump non potrebbe mai essere credibile come onesto mediatore.

Per certi versi,tuttavia, Trump è stato veramente più onesto di Mogherini.

Trump sta dando carta bianca a Israele per continuare la pulizia etnica a Gerusalemme.

I rappresentanti dell’Unione Europea, collaborando con i ministeri israeliani a Gerusalemme Est, hanno fatto la stessa cosa- sebbene meno sfacciatamente.

Per celebrare la Giornata dei Diritti Umani all’inizio di questa settimana, l’ambasciatore dell’UE a Tel Aviv, Emanuele Giaufret, ha visitato l’Università Ebraica di Gerusalemme.

L’Università Ebraica ha il campus nell’occupata Gerusalemme Est. Alcuni dei suoi edifici sono situati su terra confiscata alla vicina cittadina palestinese Issawiyeh.

L’Università Ebraica è la maggiore beneficiaria dei finanziamenti europei [del programma] scientifico. In conclusione, l’Unione Europea sta fornendo un diretto aiuto a un’istituzione complice della colonizzazione di Gerusalemme.

Questo fatto [ci] fa capire come sia stata falsa Mogherini questa settimana quando ha provato a svolgere il [suo] compito riguardo all’annuncio di Trump su Gerusalemme.

Mantra

Mogherini non è riuscita a rendere Israele responsabile dei danni che ha prodotto a progetti finanziati dall’UE.

L’anno scorso ha affermato che i governi europei stavano discutendo [di chiedere] “possibili restituzioni o compensazioni” a Israele per avere distrutto progetti umanitari che avevano finanziato.

Otto tra i 28 Paesi dell’Unione hanno successivamente protestato per la confisca da parte di Israele dei pannelli solari che avevano pagato.

Nel venir meno a dare seguito a quell’azione, gli altri 20 Paesi europei e Mogherini,in qualità di responsabile della politica estera, stanno effettivamente scagionando Israele [dalle sue responsabilità]

Mogherini ripete come un mantra che l’UE si adopera per la soluzione a due Stati e desidera rilanciare il processo di pace.

Ad essere benevoli, forse crede che la soluzione a due Stati sia possibile o desiderabile. Ma Netanyahu ha sotto ogni aspetto escluso una tale soluzione ribadendo che Israele non abbandonerà mai nessuna delle sue colonie nella Cisgiordania

Una colazione con Netanyahu non cambierà le decisioni del suo governo. Al contrario Netanyahu potrà partire da Bruxelles con la consapevolezza che potrà continuare a calpestare impunemente

i diritti dei palestinesi

Per i suoi crimini è stato premiato con croissant.

( Traduzione di Carlo Tagliacozzo)




Università belga interrompe partenariato con torturatori israeliani

Ali Abunimah

7 Dicembre 2017, Electronic Intifada

L’università KU Leuven in Belgio ha intenzione di interrompere il suo ruolo nel progetto di “ricerca” finanziato dall’Unione Europea che si svolge in partenariato/collaborazione con i torturatori israeliani.

Luc Sels, rettore dell’università, ha annunciato mercoledì che i ricercatori avrebbero potuto completare la fase attualmente in corso del progetto LAW-TRAIN, che avrà termine in Aprile del 2018, ma che non prenderanno parte a fasi future.

LAW-TRAIN non può essere considerato separatamente dalla composizione del consorzio”, ha dichiarato Sels. “La partecipazione del Ministero della Pubblica Sicurezza israeliano pone per forza un problema etico, considerato il ruolo che il forte braccio del governo israeliano gioca nell’imporre un’occupazione illegale dei Territori Palestinesi e la collegata repressione della popolazione palestinese.” Sels ha aggiunto: “Per tale motivo non ritengo opportuno presentare progetti di prosecuzione con un simile consorzio.”

Plate-forme Charleroi-Palestina, un gruppo di solidarietà belga, ha definito la decisione “una bellissima vittoria per le organizzazioni e gli individui che si sono mobilitati contro questa collaborazione con la polizia israeliana.”

    1. Lavorare con i torturatori

LAW-TRAIN è cominciato nel maggio del 2015 con l’apparente scopo di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra paesi coinvolti in modo da far fronte alle nuove sfide della criminalità transnazionale.”

Oltre a KU Leuven, LAW-TRAIN coinvolge anche l’università israeliana Bar-Ilan, il Ministero della Pubblica Sicurezza israeliano, il Ministero di Giustizia belga, la polizia Guardia Civile paramilitare spagnola, e la polizia rumena.

L’UE sostiene che LAW-TRAIN risponde a linee guida etiche. Tuttavia, esperti legali internazionali hanno affermato a giugno che LAW-TRAIN viola i regolamenti UE e il diritto internazionale, in quanto il Ministero della Sicurezza Pubblica israeliano “è responsabile di, o complice in, torture, altri crimini contro l’umanità e crimini di guerra.”

Accademici e attivisti belgi e palestinesi hanno chiesto che i partecipanti europei, inclusi la KU Leuven e l’istituto di ricerca portoghese INESC-ID, si ritirassero da LAW-TRAIN.

LAW-TRAIN è finanziato da Horizon 2020, un programma UE che fornisce milioni di dollari ai produttori di armi e ai trasgressori dei diritti umani israeliani sotto l’apparenza del supporto alla “ricerca”.

    1. Carta dei Diritti Umani

Sels, del KU Leuven ha scritto che uno dei futuri progetti di LAW-TRAIN era “una della questioni con cui mi sono dovuto confrontare subito” appena entrato in carica in agosto. Ha fatto notare che “gli attivisti hanno chiesto che interrompessimo subito il progetto, inclusi tutti i contratti (ad esso) relativi.”

Un altro risultato positivo è che Sels ha preso l’impegno a che la KU Leuven sviluppi “una carta dei diritti umani come strumento per valutare la partecipazione in progetti di ricerca.”

Questo potrebbe avere ampi benefici e spronare altri istituti e accademici a riesaminare la loro stessa complicità nelle violazioni dei diritti umani di Israele e di altri trasgressori.

Il governo portoghese si è già ritirato da LAW-TRAIN l’anno scorso, dopo che gli attivisti hanno sollevato preoccupazioni riguardo ai diritti umani.

Cornelia Geldermans, pubblico ministero olandese, indicata precedentemente nel comitato consultivo di LAW-TRAIN, sembra non essere più coinvolta, ma ci sono ancora tre accademici inglesi indicati come consulenti.

    1. Abusi finanziati dall’UE

Sels ha sottolineato che l’università avrebbe adottato un approccio imparziale alle questioni sui diritti umani, facendo notare che “i diritti umani vengono calpestati anche da alcune organizzazioni palestinesi.”

Ha ragione, e tali abusi sono facilitati anche dall’UE.

Per esempio, L’UE finanzia EUPOL-COPPS, una programma che forma le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese che reprimono violentemente l’opposizione palestinese all’occupazione militare israeliana.

Alcuni dei dirigenti che hanno guidato il programma sono stati, in precedenza, membri del Royal Ulster Constabulary, una realtà settaria smantellata, nota per abusi dei diritti umani nel Nord dell’Irlanda sotto governo inglese.

LAW-TRAIN non è l’unico progetto problematico finanziato dal progetto di ricerca Horizon 2020. L’iniziativa elargisce anche milioni di dollari a Elbit Systems, una compagnia israeliana che sta aiutando l’esercito israeliano ad eludere il divieto internazionale sulle bombe a frammentazione.

L’anno scorso Carlos Moedas, il commissario scientifico dell’UE a guida di Horizon 2020, ha fatto visita in Israele. Nonostante l’UE sostenga spesso che mantiene un “dialogo” con Israele sui diritti umani, a Moedas è stato suggerito da dirigenti UE che organizzavano il suo viaggio, di evitare commenti riguardo alle attività di sviluppo delle colonie da parte di Israele quando avesse incontrato il Ministro israeliano della Scienza.

Emanuele Giaufret, l’ambasciatore UE a Tel Aviv, ha recentemente vantato che Israele ha ricevuto la sbalorditiva somma di 534 milioni di dollari da Horizon 2020 fino ad ora.

Questa settimana Giaufret è stato visto “mentre celebrava la Giornata dei Diritti Umani” con il Ministero della Giustizia israeliano, il cui capo, Ayelet Shaked, ha notoriamente pubblicato un appello al genocidio dei palestinesi.

Giaufret ha anche stretto la mano a Uri Ariel, un ministro israeliano dell’ala di estrema destra che ha appoggiato un piano per espellere i palestinesi fuori dalla loro terra.

Uno studioso ben noto sull’Olocausto ha definito il piano sostenuto da Ariel come potenzialmente genocida e ha equiparato i valori del suo principale proponente, un altro legislatore israeliano, a quelli delle SS naziste.

In contrasto, gli attivisti accolgono certamente la decisione di KU Leuven di mettere fine al suo ruolo in LAW-TRAIN come una genuina vittoria per i diritti umani, contro la crescente complicità dei politici UE e il loro supporto per le politiche più estreme di Israele.

    1. Centinaia di politici spagnoli sostengono il BDS

Questa vittoria arriva tra altre grandi indicazioni della crescente consapevolezza europea del bisogno di mettere fine alla complicità, istituzionale e governativa, con i crimini di Israele contro i diritti umani.

La settimana scorsa, il Comitato Nazionale palestinese del BDS (BNC) ha accolto una dichiarazione firmata da centinaia di politici eletti in Spagna che esprimono supporto al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) come unico approccio per realizzare la giustizia e una pace duratura per il popolo palestinese.

Subito dopo la decisione del presidente USA Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, i palestinesi fanno appello ad una crescita di tali campagne.

I palestinesi, supportati dall’assoluta maggioranza nel mondo arabo e da milioni di persone di coscienza in giro per il mondo, non accetteranno l’ultima delle concessioni USA all’agenda estremista israeliana” ha detto il BNC.

Continueremo ad insistere per ottenere i nostri diritti sanciti dall’ONU e per mettere fine al regime di occupazione, colonialismo di insediamento e apartheid di Israele attraverso la resistenza popolare e il movimento globale di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento.”

Ari Nieuwhof ha contribuito alla traduzione [in inglese ndt].

(Traduzione.di Tamara Taher)




Per alcuni abitanti di Gaza che necessitano di cure mediche, l’attesa per un permesso di uscita porta alla morte

Amira Hass

4 dicembre 2017 Haaretz

Yara Bakheet, di 4 anni e Aya Abu Mutalq, di 5, sono tra i 20 pazienti morti quest’anno poiché i loro permessi di uscita non sono arrivati in tempo

A gennaio la bimba di 4 anni Yara Bakheet si ammalò. Vomitò spesso nel corso di un’intera settimana e si disidratò, e dopo una serie di esami all’ospedale europeo di Khan Yunis a Gaza, i medici dissero alla madre, la ventottenne Aisha Hassouna, che sua figlia soffriva di insufficienza cardiaca.

Le venne fissato un appuntamento all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme est dove, così dissero alla madre, vi erano i mezzi adeguati per curare sua figlia.

Gli esami medici, il foglio di appuntamento e l’impegno al pagamento, unitamente alla richiesta di un permesso per Yara e suo padre di uscire da Gaza, furono inoltrati all’Amministrazione israeliana di Coordinamento e Collegamento , che concede i permessi di uscita in base al parere del servizio di sicurezza Shin Bet.

La madre ha raccontato ad un ricercatore dell’associazione per i diritti umani B’Tselem che la prima richiesta venne respinta. Yara mancò l’appuntamento. Ne fu fissato uno nuovo per il 16 febbraio. La famiglia ripercorse l’intera trafila burocratica: documenti, copie, appuntamento, impegno di pagamento, modulo di richiesta ed un viaggio all’ufficio palestinese di collegamento, che inviò i documenti ai dirigenti e funzionari israeliani.

Questa volta, per assicurarsi che la domanda di permesso non fosse respinta a causa dell’identità dell’adulto accompagnatore, fu deciso che l’accompagnatore sarebbe stata la nonna della mamma, di 72 anni. La domanda venne accettata e le due persone partirono per Gerusalemme.

La bisnonna a sua volta soffriva di pressione alta e diabete. Peggio ancora, la piccola Yara non la conosceva bene e rifiutò il suo aiuto all’ospedale. La bambina pensò di essere stata abbandonata dai genitori e per tutto il tempo in cui rimase all’ospedale Al-Makassed, dove le era stato applicato un catetere, rifiutò di parlare con i genitori al telefono. “Mi sembrava che mi si chiudesse il cuore per il desiderio di sentire la sua voce”, disse Hassouna, la mamma.

Yara tornò a casa sciupata e rimase arrabbiata con sua madre che non le era stata accanto. La sua condizione diventava sempre più evidente quando Lara, la sua gemella, era nelle vicinanze. Dopo cure e degenze in ospedale nella Striscia di Gaza, si decise di mandare Yara di nuovo a Al-Makassed. Fu preso un appuntamento per il 2 giugno ed i documenti e certificati furono nuovamente inoltrati all’ufficio israeliano di collegamento.

Una settimana prima dell’appuntamento, la famiglia ricevette sul cellulare un messaggio che diceva che la richiesta era ancora sotto esame. L’appuntamento fu perso. Passarono i giorni, la condizione di Yara peggiorò e quando incominciò a sentire mancanza di fiato e soffocamento, fu portata un’altra volta all’ospedale europeo. Fu preso un altro appuntamento a Al-Makassed per il 20 luglio, per inserire un pacemaker, che a Gaza non era disponibile. Ma Yara morì all’ospedale europeo il 13 luglio.

Yara è una dei 20 pazienti gravemente ammalati che sono morti quest’anno a Gaza poiché la loro richiesta per un permesso israeliano di uscita per ricevere cure non è stato concesso in tempo. Un nuovo rapporto di B’Tselem, che sarà pubblicato questa settimana, si occupa di questo crescente fenomeno di ritardi ingiustificati nell’emissione di permessi di uscita per cure mediche.

I pazienti non hanno ricevuto dinieghi ufficiali, ma solo il messaggio “Stiamo valutando la vostra domanda.” I funzionari israeliani di collegamento inviano questo messaggio agli impiegati dell’ufficio palestinese di collegamento, che invia un messaggio alla famiglia, a volte la sera prima dell’appuntamento.

E’ difficile stabilire se e quando una morte sia causata direttamente da un ritardo nell’emissione di un permesso di uscita per cure mediche. Però è chiaro che l’indecisione, le aspettative e la delusione, la costante incertezza, la tensione e la necessità di affrontare l’intera logorante procedura burocratica nuovamente ogni volta, non sono cose salutari.

Peggioramento negli ultimi quattro anni.

A giugno, quando Yara avrebbe dovuto andare a Gerusalemme per farsi inserire un pacemaker, 1920 pazienti avevano inoltrato richieste per permessi di uscita da Gaza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che furono approvate 951 richieste, 20 furono respinte (meno dell’1%) e 949 (49,4%) rimasero senza risposta fino alla data prevista del ricovero in ospedale o della terapia. Di queste ultime, 222 erano richieste per minori di 18 anni e 113 per persone ultrasessantenni.

A settembre, il 42% delle 1858 richieste di permessi per cure mediche rimasero nel limbo. Di esse, 140 erano per minori di 18 anni e 99 per persone di oltre 60 anni.

E’ stata una chiara tendenza nel corso dello scorso anno, sulla quale il 9 novembre Haaretz ha riferito: le domande di permessi di uscita per qualunque scopo vengono rinviate senza risposta per settimane e mesi. Nel settembre di quest’anno il loro numero è arrivato a 16.000.

La percentuale di richieste inevase per permessi di uscita per cure mediche è quasi triplicata negli ultimi quattro anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, citata nel rapporto di B’Tselem, nel 2014 il 15,4% delle richieste rimasero inevase; nel 2015 la percentuale era del 17,6%. A settembre 2017, vi erano 8555 richieste rimaste inevase, che rappresentano il 43,7% di un totale di quasi 20.000 richieste.

“Ragioni di sicurezza” fu la spiegazione per il rigetto del 2,9% delle richieste, mentre circa il 53% fu approvato. Circa tre quarti delle richieste era per cure mediche in ospedali palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est.

Lo Shin Bet ha affermato in risposta: “L’anno scorso abbiamo visto un aumento della pratica attraverso cui le organizzazioni terroriste, capeggiate da Hamas, sfruttano l’uscita degli abitanti di Gaza (anche per motivi medici) per promuovere attività terroristiche, incluso il trasferimento di esplosivi e di denaro per i terroristi e altri mezzi di favoreggiamento.

“Lo scorso aprile, due palestinesi a cui era stato consentito di entrare in Israele perché uno di loro potesse ricevere cure per il cancro, sono stati fermati al valico di Erez. Nel loro bagaglio sono state trovate provette per uso medico, all’interno delle quali era stato nascosto esplosivo che era evidentemente destinato ad un attacco di Hamas in Israele.

“Dato il grave pericolo costituito da queste attività, vengono effettuati rigidi controlli di sicurezza su chiunque faccia richiesta di uscire da Gaza. Ovviamente questi controlli prendono del tempo e si fanno costanti sforzi per ridurre questi tempi e dare priorità alle procedure per tutte le richieste, con particolare attenzione a quelle di carattere umanitario inoltrate da chi intende entrare in Israele per ricevere cure mediche salva-vita.”

Circa il 20% delle richieste rimaste inevase nel 2017 si riferivano a bambini e adolescenti minori di 18 anni e circa l’8% (725) a persone di oltre 60 anni.

Una di queste ultime è Fatma Biyoumi, di 67 anni, che soffre di una grave patologia al sangue. Dopo esami e terapie a Gaza, le hanno fissato appuntamenti per il 24 ottobre e il 4 novembre all’ospedale An-Najah di Nablus. Non avendo ricevuto risposte, ha mancato gli appuntamenti. E’ stato fissato un altro appuntamento, questa volta per un giorno di agosto all’ospedale Augusta Victoria di Gerusalemme, e la risposta è rimasta “in fase di valutazione”, benché l’associazione non profit israeliana “Medici per i diritti umani” l’avesse assistita nelle sue richieste per un permesso di uscita.

Un altro appuntamento è stato fissato per il 17 dicembre, e Biyoumi e la sua famiglia vivono in una situazione di continua attesa: la richiesta verrà accettata, oppure verrà approvata all’ultimo istante, in modo da aumentare l’incertezza, e ci sarà abbastanza tempo per organizzarsi?

Nella sua dichiarazione ad Haaretz di giovedì, lo Shin Bet ha detto che Biyoumi “è stata convocata per essere interrogata, dopodiché sarà possibile concludere la procedura per la sua valutazione di sicurezza.” Ci risulta che Biyouni sia stata interrogata dallo Shin Bet al valico di Erez mercoledì.

Huwaida, di 48 anni, malata di tumore al sangue, ha un appuntamento per il 6 dicembre, dopo aver ricevuto la risposta “in corso di valutazione” a tutte le sue precedenti richieste: per terapie il 13 agosto, l’11 settembre, il 24 settembre, il 9 ottobre, il 29 ottobre, l’8 novembre e il 22 novembre. Anche lei è stata aiutata da “Medici per i diritti umani” e anche lei sta vivendo in ansia per il timore di un’altra delusione.

Lo Shin Bet ha detto ad Haaretz che “dopo che è stata interrogata ed il suo caso esaminato, è stata inviata una risposta all’ufficio di collegamento che dice che non vi sono ostacoli legati alla sicurezza per l’approvazione della sua richiesta.”

Delusione il giorno prima

Aya Abu Mutlaq aveva 5 anni quando è morta. Soffriva dalla nascita di paralisi cerebrale ed era curata a Gaza. Nell’ottobre 2016 si decise di mandarla a farsi curare all’ospedale Al-Makassed. Fu inoltrata richiesta per un permesso per lei e suo padre, perché sua madre aveva partorito solo due mesi prima. L’appuntamento era per il 4 febbraio e il 3 febbraio la famiglia ricevette un messaggio che diceva che la richiesta era ancora in fase di valutazione. L’appuntamento fu rinviato al 16 marzo. Di nuovo, un giorno prima dell’appuntamento, arrivò un messaggio che diceva che gli israeliani stavano ancora valutando la richiesta.

La condizione della bambina peggiorò. Venne fissato un nuovo appuntamento per il 27 aprile, ma lei morì il 17 aprile. Suo padre era uscito tre volte da Gaza in passato, per Ramallah e Gerusalemme – per essere curato ad un problema al ginocchio. Non riusciva a capire perché all’improvviso, quando sua figlia aveva avuto bisogno che lui la accompagnasse, la richiesta sia stata rinviata finché lei morì.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa la metà delle persone che fanno richiesta di accompagnare pazienti non ottengono i permessi di uscita – cosa che spesso rimanda le cure al paziente. In base a nuove procedure presso il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori [occupati], il tempo richiesto dall’ufficio di collegamento per occuparsi delle domande di permessi di uscita è aumentato significativamente – fino a 70 giorni, esclusi i weekend e le festività ebraiche. Per le situazioni sanitarie (ma non quelle di vita o morte) il tempo massimo previsto è di 23 giorni.

Un attento monitoraggio di “Medici per i diritti umani” dei casi di nove pazienti donne affette da tumore dimostra che l’ufficio di collegamento non rispetta i limiti di tempo stabiliti. Negli ultimi mesi, otto delle nove donne non si sono presentate agli appuntamenti per le terapie mediche perché le loro richieste di permesso erano “in fase di valutazione”.

Ma, secondo lo Shin Bet, “un esame dei casi citati nell’inchiesta di Haaretz” – che si è occupata di 11 pazienti morti e di parecchi altri che hanno atteso l’approvazione della richiesta per diversi mesi – “ ha rivelato che la maggior parte delle loro richieste di ingresso in Israele è stata approvata, ed alcuni hanno già usufruito dei loro permessi per entrare in Israele e ricevere cure mediche.”

Il 29 novembre Ghada Majadala e Mor Efrat, dell’organizzazione israeliana di medici, hanno inviato una lettera urgente al Generalmaggiore Yoav Mordechai, capo del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (occupati), ed a Moshe Bar Siman Tov, direttore generale del ministero della Sanità (israeliano). Nel documento, che si incentra sulle nove donne affette da tumore, Majadala ed Efrat hanno sottolineato che le cure oncologiche disponibili a Gaza non sono adeguate.

Negli ultimi mesi si è verificato un calo nello stock di farmaci utilizzati insieme alla chemioterapia, hanno scritto, ed è difficile operare per asportare i tumori per la carenza di carburante e di elettricità. Inoltre a Gaza non esistono trattamenti di radioterapia o con iodio radioattivo, né esiste l’attrezzatura per seguire l’andamento della malattia. In più, sia la lettera di Majadala ed Efrat, sia il rapporto di B’Tselem affermano che l’Autorità Nazionale Palestinese sta attualmente conducendo una politica di riduzione del numero di pazienti mandati a curarsi fuori Gaza.

Nella loro lettera, di cui è stata mandata copia all’Associazione Medici Israeliani e al Comitato etico degli infermieri, Majadala ed Efrat hanno scritto che le attese provocano non solo sofferenza, ma anche esaurimento per le battaglie burocratiche. “ Una mancata risposta impedisce ai pazienti di far valere il proprio diritto ad appellarsi contro il rifiuto, se esso venisse comunicato”, hanno scritto. “Non dare risposte per mesi dimostra una politica di disprezzo per la sofferenza dei pazienti.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I palestinesi a Gaza soffrono già abbastanza senza dover essere anche diffamati come devianti sessuali e malati di mente.

Brian K. Barber e Yasser Abu Jamei

21 novembre, 2017,Haaretz,Palestine Square

L’intervista di Haaretz dell’11 novembre a uno psicologo che saltuariamente visita la Striscia di Gaza (I bambini di Gaza vivono all’inferno: Uno psicologo racconta di dilaganti abusi sessuali, droghe e disperazione.) ritrae la società di Gaza come una comunità che ha completamente perso le sue fondamenta morali – fino al punto che, afferma l’intervistato Mohammed Mansour, dilagano le violenze sessuali e l’abuso di droghe e, a tutti gli effetti, sono tutti malati di mente.

La nostra vasta e pluriennale esperienza come professionisti della salute mentale e ricercatori a Gaza è molto diversa.

In sostanza, tutte le asserzioni fatte nell’articolo sulla popolazione di Gaza nel suo complesso sono speculative, essendo basate o su nessuna prova o semplicemente su impressioni, aneddoti o esempi di casi dell’intervistato.

Questo è vero non solo per le asserzioni enormemente esagerate di abuso sessuale e di malattia mentale, ma anche per le seguenti affermazioni fatte da Mansour che, in base alla nostra esperienza, crediamo, fermamente, essere false:

– Che la comunità che si occupa di salute mentale a Gaza sia essa stessa complice dell’abuso sessuale;

– Che quell’abuso sia aumentato in modo misurabile dall’agosto di quest’anno;

– Che gli uomini sposati cerchino costantemente rapporti sessuali extraconiugali;

– Che i giovani uomini abusino sessualmente dei loro coetanei o dei bambini più piccoli per ottenerne il controllo;

– Che il noto abuso di tramadol aumenti la proporzione delle aggressioni sessuali;

– Che tutte le convenzioni sociali a Gaza siano andate in pezzi, che non ci si diverta, che Hamas sia l’unica barriera al collasso totale della società (senza cui non ci sarebbe altro che crimine), e che a Gaza ciascuno/a pensi soltanto a se stesso/a.

Nell’articolo viene ammesso che non esiste una ricerca sistematica sull’abuso sessuale a Gaza – il che rende ancora più curiosa la volontà di descrivere e pubblicare tale disinformazione.

Tuttavia, ignorata dall’articolo è l’attenta ricerca condotta da decenni su campioni ampi e rappresentativi dei quotidiani abitanti di Gaza – alcuni dei quali abbiamo noi stessi documentato – che ha dimostrato come, malgrado condizioni sempre più terribili per la salute e la vita, la stragrande maggioranza degli abitanti di Gaza non segnali alti livelli di malattia mentale e come le relazioni coniugali e genitore-figlio siano particolarmente solide.

Ignorati anche nell’articolo sono gli effetti perniciosi della continua occupazione, dell’assedio e delle limitazioni del movimento [da parte di Israele] come fonti fondamentali della sofferenza che gli abitanti di Gaza subiscono.

Sì, gli abitanti di Gaza parlano della stretta striscia di terra in cui vivono come di un “inferno”; sì, le condizioni economiche e di salute sono terribili; sì, c’è frustrazione e disperazione rapidamente crescente; e, sì, un numero crescente di giovani desidera ardentemente uscire da Gaza per cercare migliori opportunità altrove.

Ma descrivere Gaza come una società nel caos, disancorata dalla propria cultura storicamente forte di resilienza collettiva e fermezza, e in cui tutti cercano solo interessi personali, è semplicemente scorretto.

Almeno tre valori fondamentali hanno guidato e continuano a guidare gli abitanti di Gaza (e in generale i palestinesi): raggiungere il massimo livello di istruzione possibile, formare delle famiglie, e creare mezzi di sostentamento per sostenere quelle famiglie.

Non ci sono prove del fatto che l’impegno dei palestinesi nei confronti di questi valori sia diminuito, anche se le drastiche condizioni economiche rendono sempre più difficile la realizzazione di questi valori, cosa che causa profonda sofferenza soprattutto per i giovani di Gaza.

Tuttavia, essi continuano a lottare per soddisfare il maggior numero possibile, con i loro atteggiamenti caratteristici di “non c’è altra scelta che continuare” e “un giorno raggiungeremo la piena felicità”.

In effetti, gli abitanti di Gaza sono sopravvissuti a tutte le previsioni che sarebbero crollati dopo ogni successiva battuta d’arresto nel corso della loro vita. Così, dopo la guerra del 2008-9, si prevedeva che la società di Gaza si sarebbe sgretolata, e ancora di più dopo la guerra del 2014. Questo non è successo.

I bambini ridono, giocano e sciamano verso la scuola. Le scuole – dalle elementari alle università con laurea specialistica – traboccano di studenti. Giovani donne e uomini cercano ogni opportunità per promuovere la loro istruzione a Gaza e all’estero.

I giovani di Gaza hanno caro il matrimonio come un obiettivo e aspirano al giorno in cui potranno permettersi di costruire le loro famiglie. E si arrabattano in tutti i modi per guadagnare denaro – comprese innovative iniziative online – per sostenere le loro famiglie di origine e quelle a venire.

Agricoltori e pescatori lavorano ogni giorno sotto pesanti e minacciose restrizioni. Innumerevoli organizzazioni della società civile, ONG, strutture per la salute mentale e ospedali vanno avanti con il minimo di risorse.

Le famiglie si incontrano costantemente, osservano le feste, celebrano i successi dei bambini, accolgono nuovi figli e lamentano le perdite. Quando è possibile in un breve tempo libero, le famiglie vanno in spiaggia a rilassarsi.

Queste dinamiche sono evidenti a chiunque trascorra del tempo tra la popolazione in generale, come fa uno degli autori di questo pezzo, Yasser Abu Jamei, nel corso della sua vita quotidiana.

In una visita di un mese a Gaza nel maggio di quest’anno, un coautore di questo articolo, Brian Barber, per esempio, si è ripetutamente imbattuto in celebrazioni di ogni tipo: cerimonie di laurea, consegne di onorificenze accademiche a studenti meritevoli, riconoscimenti per vite spese nel servizio pubblico a Gaza, e così via. La visita ha compreso anche conversazioni interminabili nei salotti e nelle sale da pranzo delle famiglie, dentro e fuori i campi profughi, con genitori e loro figli delle scuole superiori, impazienti e ansiosi per i rigorosi imminenti esami tawjihi [di maturità] di ammissione al college. Ha compreso la convivenza con le famiglie e l’esperienza, sì, della frustrazione, ma anche dei modi creativi con cui le famiglie affrontano blackout di energia di più di 20 ore: con una gamma di dispositivi pronti per le poche ore di energia, quando arrivano, (torce elettriche, telefoni cellulari, carica-batterie di tutti i tipi), svegliandosi a qualsiasi ora per fare il bucato, stirare e fare il bagno, e tirare le corde di prolunga lungo i vicoli dei campi profughi per condividere l’elettricità con i vicini che non hanno quei dispositivi di backup. Ha compreso anche accompagnare per giorni il mukhtar (sindaco tribale) di uno dei più grandi clan di Gaza appena trovava il tempo, nel suo fitto programma di preside e studente di dottorato, per affrontare i bisogni della sua gente, a risolvere conflitti di ogni tipo facendo incontrare le parti e lavorando senza problemi con la polizia su questioni più serie. Questa è la Gaza che conosciamo come padre e psichiatra di Gaza e come psicologo sociale americano che ha trascorso molto tempo ogni anno a Gaza per 23 anni. Non stiamo cercando di nascondere le reali difficoltà incontrate dalla popolazione de facto incatenata di Gaza, ma non vogliamo neanche una rappresentazione della vita a Gaza priva di fondamento, del genere Hobbes-incontra-Il Signore della Mosche, per guadagnarsi una fama che non merita.

Questo articolo è stato pubblicato contemporaneamente su Haaretz e Palestine Square.

Informazioni su Yasser Abu Jamei, MD, MSc è il direttore generale del programma di salute mentale della comunità di Gaza, una ONG fondata nel 1993 dal compianto Eyad El-Sarraj. Con i suoi tre centri comunitari, è considerato uno dei principali fornitori di servizi sanitari nella Striscia di Gaza.

Brian K. Barber, PhD è Fellow di International Security Program presso New America e Senior Fellow presso l’Institute for Palestine Studies, entrambi a Washington, D.C., e Professore Emerito, Università del Tennessee. Twitter: @briankbarber

(Traduzione di Angelo Stefanini )