Il “Piano di pace” di Trump per Gaza: il buono, il brutto e il cattivo

Ramzy Baroud e Romana Rubeo

29 settembre 2025 The Palestine Chronicle

Questa analisi esamina il “Piano di pace” di Trump per Gaza, delineandone i potenziali vantaggi, le insidie ​​e le contraddizioni di fondo

È ancora troppo presto per emettere un verdetto definitivo sulla proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra e al genocidio israeliani a Gaza.

Da diversi giorni circolano sui media indiscrezioni sulla natura della proposta, per lo più attribuite a funzionari statunitensi anonimi. Lunedì la Casa Bianca ha finalmente rivelato i punti principali del piano. L’idea è stata presentata dallo stesso Trump durante una conferenza stampa a Washington congiunta con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Anche lì hanno continuato a emergere contraddizioni. Ad esempio, l’ultima versione della proposta richiede che la Resistenza palestinese “abbandoni le armi”, mentre precedenti indiscrezioni si riferivano specificamente alla rinuncia di Hamas alle “armi d’attacco”, un termine vago e indefinito.

Finora né Hamas né alcun altro partito all’interno della Resistenza Palestinese ha rilasciato una risposta formale. In precedenza tuttavia un alto funzionario di Hamas, Husam Badran, aveva dichiarato ad Al-Jazeera che l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair – che si vociferava avrebbe avuto un ruolo in qualsiasi meccanismo di ricostruzione o di transizione – non era benvenuto a Gaza in nessuna circostanza.

Alla luce di tutto ciò ecco alcuni commenti iniziali sulla proposta e sulla sua capacità di soddisfare– o meno – le aspettative di Israele e della Resistenza Palestinese.

Il Buono

Per prima cosa Israele non occuperà né annetterà la Striscia di Gaza.

Se sia Washington che Tel Aviv fossero sinceri su questo punto, si tratterebbe di un risultato importante per la Resistenza palestinese. Fin dall’inizio del genocidio le organizzazioni palestinesi hanno ripetutamente affermato che non si permetterà a Israele di occupare un solo centimetro di Gaza.

Inoltre Netanyahu ha dichiarato innumerevoli volte che l’obiettivo finale di Israele è il controllo totale della Striscia e che non cederà su questo punto. Se il piano di Trump lo costringesse a farlo, questo segnerebbe una battuta d’arresto decisiva per gli obiettivi bellici di Israele.

In secondo luogo nessuno sarà costretto a lasciare Gaza e coloro che se ne andranno avranno il diritto di tornare.

Anche questo è un risultato notevole per i palestinesi, considerando che l’obiettivo a lungo termine di Israele è lo spopolamento di Gaza. Leader e funzionari israeliani hanno già apertamente e ripetutamente proposto il trasferimento di massa dei cittadini di Gaza in Egitto e in altri paesi.

I palestinesi sono ben consapevoli che una seconda Nakba distruggerebbe il loro progetto nazionale. Gaza è il cuore pulsante della resistenza palestinese; una pulizia etnica qui azzopperebbe il più ampio movimento di liberazione palestinese e consentirebbe a Israele di spostare completamente la sua attenzione sulla Cisgiordania. Impedire questo risultato è quindi un successo strategico.

In terzo luogo gli aiuti potranno entrare a Gaza senza ostacoli attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie affiliate.

Questo è un’altra importante conquista non solo per i palestinesi ma anche per la comunità internazionale, che ha costantemente respinto i tentativi di Stati Uniti e Israele di emarginare l’UNRWA e sostituirla con entità sospette come la cosiddetta Gaza Humanitarian Foundation (GHF).

Se questa proposta venisse attuata invertirebbe la campagna pluriennale di Israele contro l’UNRWA e riaffermerebbe la centralità delle Nazioni Unite nella fornitura di aiuti umanitari ai palestinesi.

Il Cattivo

Per prima cosa l’istituzione del Board of Peace [Consiglio di Pace], un nuovo organismo internazionale che supervisionerebbe la ricostruzione di Gaza. Secondo quanto riferito l’organismo sarebbe presieduto dallo stesso Trump con il coinvolgimento dell’ex primo ministro Blair [processato per crimini di guerra legati all’invasione dell’Iraq del 2003, ndt.], del genero di Trump Jared Kushner e dei partner regionali.

Dati i noti precedenti di Blair in Medio Oriente, il suo incrollabile sostegno a Israele e i suoi stretti legami con Netanyahu, un simile scenario distorcerebbe quasi certamente gli sforzi di ricostruzione a favore degli interessi israeliani e rafforzerebbe gli attori opportunisti all’interno di Gaza. Fonti locali hanno già espresso il timore che possano coinvolgersi reti criminali e uomini d’affari affiliati a figure di delinquenti come Yasser Abu Shabab [militante palestinese e leader delle Forze popolari, un gruppo armato anti-Hamas nella Striscia di Gaza autorizzato e finanziato da Israele, ndt.vedi Zeitun]

Questo è un punto spinoso e sarà difficile, se non impossibile, da valutare. Tecnicamente la Resistenza depone le armi in assenza di una guerra importante o di un’escalation militare, e le riprende – a parte poche eccezioni – solo quando Israele lanci una grave aggressione alla Striscia.

Poiché le fazioni palestinesi non operano apertamente né conservano le loro armi in arsenali pubblicamente noti non è chiaro come osservatori “indipendenti” possano anche solo iniziare a verificare un simile processo. In linea di principio tuttavia questa condizione darebbe a Netanyahu un pretesto per presentare la proposta come una vittoria, anche se niente fosse concretamente cambiato sul campo.

Terzo, l’ultimatum di 72 ore e il graduale ritiro israeliano.

Secondo la proposta i palestinesi devono rilasciare tutti i prigionieri israeliani entro 72 ore, senza alcuna garanzia che Israele rispetti i propri obblighi, tra cui il ritiro completo e il rilascio di migliaia di prigionieri palestinesi.

Data la lunga storia di violazioni degli accordi di cessate il fuoco da parte di Netanyahu, è altamente improbabile che la Resistenza accetti questa clausola alla lettera. Per loro, il rischio di cedere la loro merce di scambio più forte senza ricevere garanzie vincolanti sarebbe troppo grande.

Il Brutto

Il contesto generale rende la proposta ancora più dubbia. Il genocidio israeliano a Gaza è stato reso possibile – militarmente, politicamente e finanziariamente – da due successive amministrazioni statunitensi. Washington ha permesso a Israele di violare ripetutamente il cessate il fuoco di gennaio-marzo, rendendo inutili le garanzie statunitensi.

Inoltre gli Stati Uniti non sono riusciti a frenare l’escalation regionale di Israele. Israele ha esteso il conflitto a Libano, Yemen, Siria e Iran, senza alcuna reale resistenza da parte degli Stati Uniti, anzi con il loro totale sostegno.

Il 9 settembre gli Stati Uniti hanno persino permesso a Netanyahu di bombardare nella più totale impunità il loro più stretto alleato al di fuori della NATO, il Qatar, nonostante le forze americane fossero di stanza vicino all’area presa di mira da Israele.

In questo contesto è difficile considerare gli Stati Uniti come un garante neutrale e affidabile. Questa proposta potrebbe invece essere una manovra politica per ottenere attraverso la diplomazia ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente: l’indebolimento o l’eliminazione della Resistenza palestinese.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Un atto efferato”: una commissione parlamentare della Knesset ha votato a favore di una legge per giustiziare prigionieri palestinesi

Redazione di MEE

29 settembre 2025 – Middle East Eye

Associazioni palestinesi condannano l’iniziativa come un tentativo di consolidare la continua uccisione di prigionieri nelle carceri israeliane trasformandola in legge.

Una commissione parlamentare israeliana ha votato a favore di una legge che consente di giustiziare i prigionieri palestinesi.

In base a questa legge i giudici potrebbero condannare alla pena capitale i palestinesi che uccidono israeliani in base a motivazioni cosiddette “nazionaliste”.

La legge non si applicherebbe a israeliani che uccidano palestinesi in circostanze analoghe.

La legge, presentata da Limor Son Har-Melech, parlamentare di Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben Gvir, è stata approvata domenica dalla Commissione per la Sicurezza Nazionale della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] con quattro parlamentari che hanno votato a favore e uno contro.

Il voto spiana la strada al fatto che la proposta di legge venga portata alla prima delle tre votazioni in parlamento per diventare definitivamente legge.

Le associazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi, la Commissione per gli Affari di Detenuti ed Ex-detenuti e l’Associazione dei Detenuti Palestinesi, hanno descritto la legge come un “atto efferato senza precedenti”.

La legge è stata criticata anche all’interno di Israele ma per ragioni diverse, compresa la sua possibile inefficacia giuridica e le possibili ripercussioni sugli ostaggi detenuti a Gaza.

Gal Hirsch, il coordinatore governativo per le questioni degli ostaggi, ha criticato la proposta di legge e avvertito che potrebbe danneggiare gli israeliani attualmente tenuti a Gaza da Hamas.

Hirsch ha affermato che le discussioni riguardo alla legge “non ci aiutano” e ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di interrompere l’iter in parlamento finché potrà presentare al governo le sue valutazioni in merito.

Le famiglie degli ostaggi condannano la legge

Anche le famiglie degli ostaggi hanno condannato la legge.

“Degli ostaggi rilasciati ci hanno detto chiaramente che ogni trovata mediatica relativa alla pena di morte per i terroristi porta a peggiori condizioni di vita e violenze contro gli ostaggi,” ha detto su X Lishay Miran Lavi, moglie del prigioniero Omri Miran.

“Netanyahu, Gal Hirsch e Ben Gvir lo sanno. Ma Ben Gvir oggi voleva apparire in televisione. In un Paese che si rispetti il primo ministro avrebbe subito licenziato Ben Gvir.”

Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, che ha a lungo sostenuto la pena di morte e condizioni di detenzione più dure per i palestinesi, ha detto che si rifiuta di ritardare la discussione della legge anche dopo essere stato avvicinato da “gente dell’ufficio del primo ministro.”

Ha sostenuto che la pena di morte “porta alla deterrenza” e invia ad Hamas il messaggio che “c’è un prezzo da pagare per quello che ha fatto.”

Poiché sovrintende agli affari carcerari, il ministro Ben Gvir ha posto i detenuti palestinesi in condizioni di una durezza senza precedenti, comprese torture, mancanza di cibo e aggressioni sessuali.

Negli ultimi due anni sono stati identificati almeno 76 detenuti palestinesi morti nelle carceri israeliane, benché ci sia il timore che il numero reale sia significativamente maggiore.

Domenica in un comunicato le associazioni per i diritti dei prigionieri palestinesi hanno affermato che quest’ultima legge intende legalizzare l’uccisione di detenuti già in corso.

“Alla luce del livello senza precedenti di efferatezza praticata dal sistema dell’occupazione l’approvazione di questa legge non è più una sorpresa,” affermano le associazioni in una dichiarazione congiunta.

“L’occupazione non si accontenta di aver ucciso decine di prigionieri e detenuti dall’inizio della guerra di sterminio. Oggi intende rafforzare il crimine delle esecuzioni capitali adottando una legge specifica per questo.

Questa legge si aggiunge a un sistema legislativo repressivo che da decenni ha preso di mira ogni aspetto della vita dei palestinesi. È un ulteriore passo per consolidare i crimini e cercare di legittimarli.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il BDS afferma che Carrefour lascia il Bahrain e il Kuwait per la pressione del boicottaggio

Redazione di MEMO

23 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il Comitato Nazionale Palestinese del movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha affermato che il gigante francese del commercio Carrefour ha abbandonato completamente il Bahrain e il Kuwait sotto la pressione di continue campagne di boicottaggio.

Secondo una dichiarazione del BDS, le attività di Carrefour in entrambi i Paesi – gestite dall’Emirati Majid Al Futtaim Group – sono state interrotte dopo aver subito “pesanti perdite finanziarie” e un danno di reputazione collegati alla complicità in azioni israeliane contro i palestinesi.

La campagna globale di boicottaggio contro Carrefour è stata lanciata nel dicembre 2022, dopo la rivelazione che Carrefour Israele ha fornito cibo e pacchi regalo ai soldati israeliani e ha organizzato raccolte fondi a loro favore. Il BDS ha anche accusato la catena di aver avviato la collaborazione con banche e società tecnologiche israeliane coinvolte in violazioni dei diritti umani.

La campagna #LetsBoycottCarrefour da allora si è estesa in tutto il mondo arabo ed oltre, con proteste, petizioni, impegni pubblici, iniziative culturali e mobilitazioni online. Nonostante le restrizioni in alcuni Paesi, secondo il movimento, le azioni dal basso si sono intensificate.

Il movimento BDS ha anche citato dati economici, affermando che i profitti netti del gruppo Carrefour nel 2024 si sono ridotti del 50% rispetto al 2023, mentre Majid Al Futtaim ha riferito il 47% di perdite nei profitti al dettaglio a causa della riduzione della fiducia dei consumatori in mercati come la Giordania, il Marocco, l’Egitto, la Tunisia, il Bahrain, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli USA potrebbero presto colpire l’intera Corte Penale Internazionale con sanzioni

Reuters

22 settembre 2025 – Haaretz

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero condizionare le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine

Gli Stati Uniti stanno pensando di imporre sanzioni entro questa settimana contro l’intera Corte Penale Internazionale, mettendo in pericolo le operazioni correnti della Corte come rappresaglia per le indagini su sospetti crimini di guerra israeliani.

Washington ha già imposto sanzioni mirate contro diversi procuratori e giudici della Corte, ma inserire nell’elenco delle sanzioni la Corte stessa costituirebbe una grave escalation.

Sei fonti a conoscenza del problema, tutte anonime in quanto si tratta di una questione diplomatica sensibile che non è stata resa pubblica, hanno affermato che una decisione su tali “sanzioni all’ente” è prevista a breve tempo.

Una fonte ha detto che funzionari della Corte hanno già tenuto incontri interni per discutere dell’impatto di potenziali sanzioni generali. Due altre fonti hanno detto che si sono tenuti incontri anche con diplomatici di stati membri della Corte.

Un funzionario USA, parlando in condizioni di anonimato in quanto si tratta di questioni sensibili, ha confermato che sono state valutate sanzioni estese all’ente, ma non è stata dettagliata la tempistica della possibile iniziativa.

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha accusato la Corte di rivendicare ciò che ha affermato essere la sua “presunta giurisdizione” sul personale USA ed israeliano e ha detto che Washington sta per compiere ulteriori passi, anche se non ha specificato esattamente quali.

(La CPI) ha l’opportunità di cambiare corso apportando cambiamenti cruciali ed appropriati. Gli USA intraprenderanno ulteriori passi per proteggere i nostri coraggiosi militari ed altri, finchè la CPI continuerà a rappresentare una minaccia ai nostri interessi nazionali”, ha affermato il portavoce.

Sanzioni applicate alla Corte come ente potrebbero compromettere le sue operazioni correnti, dalla capacità di pagare il proprio staff all’accesso ai conti bancari e al software di routine sui suoi computer.

Per mitigare i potenziali danni lo staff della CPI ha ricevuto in questo mese i salari in anticipo per tutto il 2025, hanno detto tre delle fonti, anche se non è la prima volta che la Corte ha pagato i salari in anticipo per precauzione in caso di sanzioni.

Hanno aggiunto che la Corte sta anche cercando fornitori alternativi per servizi bancari e software.

La CPI, che ha sede all’Aja, ha incriminato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, come anche figure dell’organizzazione combattente Hamas, per presunti crimini commessi durante la guerra di Gaza.

Washington ha in precedenza comminato sanzioni a funzionari della Corte per il loro ruolo in quei casi e in una distinta indagine per sospetti crimini in Afghanistan, che inizialmente aveva riguardato azioni da parte delle truppe USA.

Tre fonti diplomatiche hanno detto che alcuni dei 125 Stati membri della CPI tenteranno di respingere sanzioni addizionali degli USA durante l’Assemblea Generale dell’ONU a New York in questa settimana.

Ma quattro fonti diplomatiche all’Aja e a New York hanno affermato che tutto indica che Washington incrementerà i suoi attacchi alla CPI.

La via delle sanzioni individuali è esaurita. Ora la domanda è quando, piuttosto che se, verrà compiuto il prossimo passo”, ha affermato un alto diplomatico.

Il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha definito la Corte “una minaccia alla sicurezza nazionale che è stata uno strumento di guerra legale” contro gli Stati Uniti e il loro alleato Israele.

La Corte è stata creata nel 2002 con un trattato che le conferisce giurisdizione a perseguire il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, sia che siano stati commessi da un cittadino di uno Stato membro sia che abbiano avuto luogo sul territorio di uno Stato membro.

Israele e gli Stati Uniti non sono Stati membri. La Corte riconosce lo Stato di Palestina come membro e ha sentenziato che questo le conferisce giurisdizione sulle azioni commesse sul territorio palestinese. Israele e gli Stati Uniti lo negano.

A febbraio la Casa Bianca ha imposto sanzioni contro il Procuratore generale della Corte, Karim Khan, che aveva richiesto i mandati di cattura contro Netanyahu e Gallant. Khan è in congedo a fronte di una inchiesta in corso su accuse di abusi sessuali, che lui nega.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




A Gaza la cosiddetta “evacuazione dei civili” è un cammino tra bombe e morte

Amira Hass

17 settembre 2025 – Haaretz

Gaza sta per essere cancellata dalle mappe, pietra dopo pietra. “Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che sta succedendo,” scrive un abitante.

“Ho mandato la mia famiglia a sud,” mi ha scritto un amico ieri mattina, “ma io sono rimasto a Gaza City per dire addio alle sue strade e per piangerla. Sto seduto da solo nella casa di mio padre, pensando ai pochi luoghi simbolici ancora in piedi. Non so cosa farò domani. Prevarrà la nostalgia della mia famiglia e mi dirigerò a sud? O avrò il coraggio di rimanere finché il mio sangue, le mie ossa e la mia carne si mescoleranno alla polvere e alla cenere di Gaza mentre viene cancellata dalla faccia della terra, pietra dopo pietra?” Fino alla notte scorsa era ancora nella sua casa a Gaza City. In risposta alla mia preghiera – in cui gli dicevo di sperare di venire a sapere che aveva già raggiunto la sua famiglia – ha ripetuto che probabilmente oggi o domani sarebbe andato a sud.

Ogni momento potrebbe essere l’ultimo.

Ieri pomeriggio la famiglia Zaqout (originaria di Ashdod/Isdud) ha annunciato che 23 dei suoi membri sono stati uccisi in un attacco aereo israeliano la mattina presto, insieme ad altre 24 persone di famiglie vicine che erano rimaste nelle proprie case o tende nel quartiere di Sheikh Radwan, a nord-ovest della città. Nel pomeriggio non tutti i corpi erano stati recuperati e neppure localizzati.

La figlia di altri amici, insieme ai suoi bambini e alla famiglia del marito, è partita ieri verso sud dalla casa semidistrutta in cui ha continuato a vivere persino durante le invasioni sul terreno degli ultimi due anni.

Ci è voluto tempo: tempo per trovare un’auto, per trovare il denaro per pagare un autista, per decidere cosa prendere e cosa lasciarsi dietro, per convincere il figlio più grande che non poteva portarsi i giocattoli e i libri.

Al pomeriggio procedevano lentamente verso sud lungo la strada costiera, ammassati in un’auto tra migliaia di altri veicoli e carretti. Nessuno esprimeva ad alta voce la paura che li assillava miglio dopo miglio, che una bomba o un missile potesse colpire anche loro lungo la strada.

Dopotutto quello che eufemisticamente l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] chiama l’“evacuazione di civili da Gaza City” è accompagnata da un’incessante raffica di attacchi aerei, bombardamenti ed esplosioni.

A conferma di ciò ieri alle 18,36 l’agenzia di notizie Wattan [palestinese con sede a Ramallah, ndt.] ha informato che cinque persone sono state uccise nei pressi di piazza al-Katiba, nella parte occidentale della città, da un missile mentre viaggiavano in un’auto che stava trasportando verso sud degli sfollati.

Alle 18,24 la stessa agenzia riportava del bombardamento della moschea Al-Aybaki nel quartiere al-Tuffah, nell’est della città.

Alle 18,18 sono giunte informazioni di esplosioni in edifici del quartiere di Shujaiyeh, sempre a est.

Alle 18,10 c’è stata la notizia di attacchi di elicotteri nei pressi dell’incrocio Ansar a ovest – non sono stati dati ulteriori dettagli sul tipo di munizioni.

Alle 17,52 un missile sparato da un drone ha colpito la scuola Hamama a Sheikh Radwan, nel nord della città, dove si erano rifugiati degli sfollati.

Alle 17,32 un video ha accompagnato un’informazione scritta su un intenso bombardamento di edifici residenziali nel campo di rifugiati di Shati: si vedono grigi isolati di cemento, un fischio acuto attraversa l’aria, un incendio che divampa, poi sale del fumo. In sottofondo si sentono le voci di un uomo e vari bambini.

“Vibrazione. All’inizio neppure una voce ma un brivido nella spina dorsale. E poi una voce. Razzi colpiscono la casa che ho davanti,” ha scritto nel fine settimana Anees Ghanima su Facebook, descrivendo un altro bombardamento.

A intervalli di pochi minuti arriva questo tipo di aggiornamenti.

Alle 18,31 l’agenzia di notizie Wattan ha informato che secondo fonti ospedaliere dall’alba il fuoco israeliano ha ucciso 89 persone, 79 delle quali a Gaza.

Una giovane donna della famiglia Samouni, sopravvissuta al bombardamento del 2009 ordinato dall’allora colonello della brigata Givati Ilan Malka, pronuncia la parola “difficile” circa 20 volte durante il nostro colloquio telefonico. È la settima o ottava volta che è stata sfollata con i suoi tre figli di un’età dai nove mesi ai cinque anni, suo marito e la sua famiglia. Ogni volta ha detto che “stavolta è peggio”.

Quattro giorni fa hanno lasciato a piedi il campo profughi di Shati, dove hanno vissuto per mesi in una tenda, in un accampamento sovraffollato di tende e baracche. Un’auto ha portato prima i loro averi in un posto a Deir al-Balah ed è tornata a prenderli. Se lei dice che questa volta è peggio sa quello che dice.

Ha ancora nel cranio frammenti del bombardamento del 2009 nel quartiere di Zeitoun. Continua a soffrire di emicranie e di capogiri. All’epoca su ordine dei soldati lei e circa 100 membri della sua famiglia allargata furono cacciati dalle loro case e obbligati a stare in un edificio inabitabile. Il giorno dopo il colonnello Malka decise, in base alle immagini di un drone, che assi di legno prese dal cortile per accendere un fuoco e preparare il tè erano lanciarazzi. Ventuno persone vennero uccise da un attacco missilistico contro l’edificio. I feriti furono decine.

Oggi a Gaza chiunque – sfollato, ferito o che seppellisce i propri figli, alla ricerca di un pezzo di terra libero per piantarvi una tenda – è un sopravvissuto alle invasioni, agli attacchi e alle guerre precedenti. A Gaza ogni persona ha conosciuto ogni genere di paura. Ma prima forse c’erano ancora parole per descriverla.

“Le parole stanno perdendo il loro significato e non possono più trasmettere quello che avviene,” ha scritto sulla sua pagina Facebook un mio conoscente di Gaza City, Abed Alkarim Ashhour.

Dall’inizio della guerra ha tenuto un diario in cui ha scritto poco di sé e ha cercato di descrivere la situazione intorno a lui con un linguaggio moderato.

“Le immagini non sono sufficienti. I resoconti sono limitati. Le notizie in breve raccontano solo una piccola parte della verità. Per comprendere davvero quello che sta avvenendo devi essere qua, anche solo per qualche ora. Ascoltare il rombo degli aerei sulla tua testa. Tremare per ogni esplosione e soffocare per la polvere densa e il fumo. Solo allora capirai che la sofferenza è più pesante di quanto il linguaggio possa tollerare. Qui a Gaza persino il silenzio grida.”

Due giorni fa un ragazzo e una ragazza sono stati visti in strada sotto la finestra di Fedaa Zeyad che, secondo la sua pagina Facebook, ha studiato letteratura e critica letteraria all’università Al-Azhar. A quanto pare i genitori dei ragazzi avevano chiesto loro di tenere d’occhio le loro cose mentre andavano a cercare un luogo dove sistemarsi per la strada.

Immagino che fossero persone fuggite dalle proprie abitazioni dopo aver ricevuto ordini telefonici registrati dell’esercito che intimavano di andarsene prima che le case venissero bombardate.

[Questa testimonianza di Zeyad, così come quella succitata di Anees Ghanima, è stata tradotta in ebraico da Tamar Goldschmidt e postata sulla sua pagina Facebook, come lei ha fatto con molte decine di post di palestinesi nel corso degli anni.]

Ecco come Zeyad lo racconta, parafrasato dall’originale:

“Mentre spostava i loro averi la madre ha detto: ‘Non preoccuparti, Fatima…’ e il padre a sua volta: ‘Fai il bravo, Hussein, finché non ritorno!’ Volevo allontanarmi dalla finestra, ma temevo che avrebbero avuto paura. Ogni volta che la ragazza diventava inquieta e cercava di vedere se i suoi genitori stavano tornando, il ragazzo le diceva: ‘Stai qui, tra poco bombaranno.’

In strada, sull’altro marciapiede, un’altra famiglia si era sistemata appendendo una tenda di tessuto su un’auto. Si poteva sentire una ragazza gridare: ‘Hai dimenticato le scarpe! Quelle bianche erano dietro la porta della camera da letto.’

‘Adesso vai a dormire e te le porterò domani, se non bombardano,’ ha promesso sua madre. L’aereo è riapparso sulla città rombando terrorizzante sopra il respiro dei due ragazzini, Fatima e Hussein.

Fatima ha chiesto: ‘Ci vorrà molto?’ E Hussein ha risposto: ‘Guarda che bella giornata!’, perché si era alzata una fresca brezza.

Tutti si sono tranquillizzati, salvo che per l’aereo, che rombava terrorizzante accanto alle teste dei ragazzini, alla mia testa, a quella della ragazza in attesa che il giorno dopo non cadessero bombe per non perdere le sue scarpe, alla testa della città che ora giace più vicina al suolo.

L’aereo ha divorato persino la brezza che per breve tempo aveva placato la paura di Fatima.

Questo è il destino di molte famiglie che dopo l’ordine di evacuazione sono uscite alla ricerca di un riparo. In strada.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La Spagna boicotterà Eurovision se Israele parteciperà alla manifestazione durante la guerra a Gaza

Redazione di MEMO

16 settembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì l’emittente pubblica spagnola ha annunciato che la Nazione non parteciperà all’Eurovision Song Contest se Israele rimarrà nella competizione mentre continua la guerra contro Gaza.

La decisione è stata approvata dal consiglio d’amministrazione della Radiotelevisión Española [Radio Televisione Spagnola] (RTVE) in seguito ad una proposta del suo presidente: è passata con 10 voti a favore, quattro contrari e un’astensione.

La Spagna si unisce a Irlanda, Slovenia, Islanda e Olanda nel chiedere l’esclusione di Israele.

Diventa anche il primo membro dei cosiddetti Cinque Grandi – i Paesi che forniscono il più ampio contributo finanziario all’Unione delle Emittenti Europee (European Broadcasting Union, EBU) – ad effettuare questo passo. Il gruppo include anche Regno Unito, Francia, Italia e Germania che entrano di diritto nella finale della competizione indipendentemente dai loro risultati precedenti.

L’EBU, che organizza l’Eurovision, deve decidere a dicembre se escludere Israele come chiesto da RTVE.

Se la Spagna boicotterà la competizione sarà la prima volta nella sua storia che non parteciperà a Eurovision.

All’inizio dell’anno RTVE ha inviato una lettera all’EBU sollecitando un dibattito sulla partecipazione di Israele. Durante la partecipazione di Israele alla competizione del 2025 commentatori e sottotitoli hanno criticato apertamente la guerra a Gaza.

Nell’edizione di quest’anno Israele si è classificata al secondo posto e ha vinto il voto del pubblico.

Lunedì il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha chiesto che Israele venga escluso dalle competizioni sportive internazionali dopo che le massicce proteste pro-Palestina a Madrid hanno costretto alla cancellazione dell’ultima tappa della gara ciclistica La Vuelta e della relativa cerimonia di premiazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il bilancio delle morti del genocidio di Gaza è stato rivisto al rialzo: ora supera le 680.000 unità, di cui quasi mezzo milione di bambini.

Skwawkbox,

12 settembre 2025, The Canary

Come già riferito in un precedente articolo, il numero delle persone uccise durante la guerra genocida di Israele contro i civili a Gaza supera di molto le cifre fornite dai media durante gli ultimi quasi due anni. Erano 450.000 all’inizio dell’estate, quasi tutti civili, secondo i dati dello stesso esercito israeliano.

Ma l’ultima analisi pubblicata nella rivista di medicina The Lancet rivela un bilancio molto maggiore, in cui la proporzione di minori tra le vittime del terrorismo israeliano è anche maggiore delle precedenti stime che lo ponevano al 50 percento.

La campagna genocida di Israele vede aumentare il bilancio dei morti

Nella totale distruzione di Gaza compiuta da Israele ci sono circa 120.000 corpi ancora non recuperati e quindi non inclusi nei conteggi ufficiali delle persone decedute, ma l’impatto della carestia e delle malattie dopo che per mesi Israele ha bloccato l’ingresso di generi alimentari e medicinali essenziali ha ormai superato i numeri di coloro che sono stati assassinati violentemente dall’occupazione.

Uno studio di The Lancet basato sulla carneficina compiuta durante i primi nove mesi del massacro di Gaza da parte di Israele ha stabilito che il numero totale di morti violente fino ad aprile 2025, quasi cinque mesi fa, era di 136.000 persone. The Lancet ha inoltre stimato che ad ogni morte causata direttamente dalla violenza corrispondano almeno altre quattro morti ‘indirette’ causate dalla carestia, dalle malattie e da altre cause collegate al genocidio. Anche considerando questa cifra “al ribasso”, alle 136.000 morti violente fino ad aprile corrispondono altri 544.000 palestinesi morti a causa delle privazioni imposte.

Questo significa che il bilancio totale di morti causate dal genocidio israeliano fino ad ora raggiungerebbe la sconvolgente cifra di 680.000 persone, al 25 aprile di quest’anno, diventate molte di più dopo altri cinque mesi di omicidi di massa e carestia.

Inoltre, come ha notato l’avvocato Ali Jamal Awad, secondo lo studio di The Lancet il numero di bambini uccisi corrisponde a una percentuale molto maggiore del cinquanta percento stimato in precedenza.

Il 3 settembre 2025 il dottor Gideon Polya e il professor Richard Hill hanno calcolato il numero totale di morti a Gaza dal 7 ottobre.

Mi tremano le dita mentre lo scrivo.

In base a tutti i dati raccolti, il bilancio di morti a Gaza è di almeno 680.000.

Ma anche peggio, 380.000 sono bambini sotto i cinque anni, 99.000 hanno cinque o più anni, 63.000 sono donne e 138.000 sono uomini.

Israele ha dato inizio al genocidio a Gaza dopo aver accusato i combattenti palestinesi di avere decapitato e messo nel forno dei bambini il 7 ottobre del 2023. Nulla di questo era vero. Ma lo stato terrorista ha compiuto un massacro di bambini di una portata che si vorrebbe inconcepibile, e più di dieci volte maggiore dei “63.000” che la BBC e altri media del Regno Unito continuino ad usare, un numero già orrendo ma che non si avvicina nemmeno alla realtà dei fatti.

(Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin




Una flottiglia di attivisti in missione verso Gaza ha affermato che è stata nuovamente attaccata in Tunisia

Renata Brito e Mehdi El Arem

10 settembre 2025 – Associated Press

TUNISI, Tunisia (AP) — Mercoledì una flottiglia di attivisti internazionali che ha l’obiettivo di rompere il blocco israeliano a Gaza ha affermato che è stata attaccata per la seconda notte di fila quando un drone ha colpito una delle sue navi che era attraccata in acque tunisine. Nessuno è stato ferito.

La Global Sumud Flotilla ha diffuso un video delle telecamere a circuito chiuso che mostra persone a bordo dell’imbarcazione con bandiera inglese “Alma” che urlano “Al fuoco!” indicando il cielo. Proiettili incendiari sono caduti sul ponte esplodendo e provocando un incendio.

Un drone è arrivato e ha sganciato un altro ordigno incendiario,” ha affermato Thiago Avila, un attivista brasiliano e portavoce della flottiglia.

Il gruppo ha anche pubblicato la foto di un oggetto bruciato coperto di plastica fusa, che afferma essere stato lanciato dal drone, provocando l’incendio. “Fortunatamente è stato controllato senza danni strutturali alla nostra barca, senza feriti nel nostro gruppo e noi continuiamo la nostra missione per rompere l’assedio di Gaza,” ha aggiunto Avila.

Il ministro dell’Interno tunisino lo ha descritto come un “atto premeditato” e in un comunicato ha affermato che è stata avviata un’inchiesta per capire chi sia stato il responsabile, ha poi spiegato.

L’attacco è sembrato simile a quello della notte precedente contro l’imbarcazione “Family” battente bandiera portoghese.

Sia l’Alma che la Family sono le navi appoggio della missione e forniscono supporto e provviste alle altre imbarcazioni più piccole e trasportano i membri di più alto profilo della flottiglia, incluse l’attivista svedese Greta Thunberg e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau.

Questi attacchi ripetuti sono avvenuti durante l’intensificata aggressione ai palestinesi di Gaza e sono un tentativo orchestrato di sviare e far deragliare la nostra missione,” hanno affermato gli attivisti.

Mercoledì la guardia costiera tunisina è stata vista vicino alle barche della flottiglia fuori dal porto della città di Sidi Bou Said. Le autorità tunisine avevano precedentemente negato le affermazioni secondo cui il primo attacco era stato causato da droni, aggiungendo che stavano indagando.

Mercoledì al porto si è riunita una grande folla per dare sostegno alla flottiglia prima della sua partenza. Le autorità locali a Sidi Bou Said hanno detto che la partenza della flottiglia è stata ritardata a causa delle condizioni metereologiche.

Non è la prima volta che attivisti che cercano di rompere l’assedio israeliano a Gaza siano finiti sotto attacco.

Un’altra nave ha affermato di essere stata attaccata da droni a maggio in acque internazionali al largo di Malta. Anche un convoglio via terra che viaggiava attraverso il nord Africa aveva tentato di raggiungere il confine [di Gaza con l’Egitto, ndt.] ma è stata bloccata dalle forze di sicurezza lungo il confine della Libia orientale con l’Egitto.

Anche se nel video diffuso dalla flottiglia non si vedono droni, in alcuni dei filmati si possono sentire ronzii compatibili con i velivoli senza pilota.

I partecipanti alla flottiglia hanno anche riferito di aver visto droni in volo sopra di loro sin dalla partenza da Barcellona il primo settembre, anche nei momenti che hanno preceduto gli attacchi. Sebbene non siano stati in grado di fornire prove concrete, alcuni attivisti hanno accusato Israele, che in passato ha intercettato altre barche che cercavano di raggiungere Gaza via mare.

Israele ha fatto questo in altre occasioni, inviare un drone per sabotare alcune barche della flottiglia. Questo è già accaduto,” ha detto martedì Colau.

Israele non ha risposto alle accuse. In precedenza aveva liquidato le flottiglie come trovate pubblicitarie, affermato che il blocco è necessario per prevenire il contrabbando, in particolare di armi.

Il ministro israeliano della Sicurezza Pubblica Itamar Ben-Gvir, di estrema destra, ha sottoposto al governo la proposta di classificare i membri della flottiglia come prigionieri di massima sicurezza, decisione che potrebbe provocare una detenzione di settimane nelle carceri israeliane. Sta anche cercando di classificare allo stesso modo chi protesta in Israele facendo manifestazioni contro la guerra come “sostenitori del terrorismo”, sebbene sia difficile che entrambe le iniziative vengano approvate.

Se la flottiglia dovesse essere intercettata nuovamente da Israele, i suoi membri sarebbero probabilmente deportati nel giro di giorni, come è accaduto l’ultima volta.

Il Mediterraneo è uno degli specchi d’acqua più sorvegliati al mondo con velivoli militari con e senza pilota che volano sopra di esso ogni giorno. Esperti di droni e armi hanno evidenziato che comunque gli attacchi riferiti dalla flottiglia potrebbero essere stati lanciati da piccoli droni commerciali adattati per l’occasione.

La flottiglia di circa 20 barche sta trasportando una quantità simbolica di aiuti umanitari per i palestinesi a Gaza e aveva previsto di fermarsi a Tunisi per permettere ad altre barche di raggiungerla.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il Qatar confuta l’affermazione di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese degli attacchi israeliani

Michael Arria

9 Settembre 2025 – MONDOWEISS

In risposta all’attacco israeliano al Qatar, che ha preso di mira alti funzionari di Hamas nel Paese, l’amministrazione Trump ha dichiarato di “provare un profondo dispiacere”. Il governo degli Stati Uniti ha affermato di aver informato il Qatar dell’imminente attacco, affermazione che il Qatar nega.

Il Qatar confuta l’affermazione dell’amministrazione Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero avvertito il Paese prima che Israele bombardasse i negoziatori del cessate il fuoco di Hamas a Doha.

Si ritiene che l’attacco abbia preso di mira il capo negoziatore Khalil al-Hayya. Suheil al-Hindi, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato ad Al Jazeera che al-Hayya era sopravvissuto al “vile tentativo di assassinio”. L’emittente ha riferito che cinque “membri di rango inferiore sono rimasti uccisi” nell’esplosione.

“L’amministrazione Trump è stata informata dall’esercito statunitense che Israele stava attaccando Hamas, che sfortunatamente si trovava in una zona di Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt durante un briefing martedì. Leavitt ha affermato che il presidente Trump considera il Qatar un “amico” e “si sente molto a disagio” per l’attacco.

“Bombardare unilateralmente all’interno del Qatar, una nazione sovrana e stretto alleato degli Stati Uniti che sta lavorando duramente e correndo coraggiosamente rischi con noi per mediare la pace, non promuove gli obiettivi di Israele o dell’America”, ha dichiarato Leavitt ai giornalisti. “Tuttavia, eliminare Hamas, che ha tratto profitto dalla miseria di chi vive a Gaza, è un obiettivo meritevole”.

In un post sui social media, il portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha confutato le affermazioni di Leavitt.

“Le dichiarazioni rilasciate secondo cui il Qatar sarebbe stato informato in anticipo dell’attacco sono infondate”, ha scritto. “La chiamata di un funzionario statunitense è arrivata mentre si sentivano le esplosioni causate dall’attacco israeliano a Doha”.

Le dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump sull’attentato sembrano anche contraddire le dichiarazioni di alti funzionari israeliani, i quali affermano che gli Stati Uniti hanno dato il via libera all’attacco.

Un giorno prima dell’attacco Trump ha minacciato Hamas in un post su Truth Social [la piattaforma di Donald Trump, ndt.]. “Gli israeliani hanno accettato le mie Condizioni. È ora che anche Hamas le accetti”, ha scritto. “Ho avvertito Hamas delle conseguenze del rifiuto. Questo è il mio ultimo avvertimento, non ce ne sarà un altro!”

Diversi membri del Congresso degli Stati Uniti hanno celebrato l’attacco di Israele ai negoziatori del cessate il fuoco.

“A coloro che hanno pianificato e applaudito l’attacco del 7 ottobre contro Israele, il più grande alleato degli Stati Uniti nella regione: questo è il vostro destino”, ha scritto il senatore Lindsey Graham (repubblicano del Sud Carolina).

“Israele sta eliminando i leader di un’organizzazione terroristica”, ha affermato il senatore Eric Schmitt (repubblicano del Missouri). “Hanno il diritto di farlo”.

Il senatore John Fetterman (democratico della Pennsylvania) in risposta al bombardamento ha pubblicato una GIF di Winnie the Pooh che balla.

Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (democratico di New York) ha dichiarato di essere “preoccupato” per l’attacco e di aver richiesto un briefing riservato sulla questione, ma pochi politici hanno criticato l’attacco fino a questo momento.

Un’eccezione è stata il deputato Ro Khanna (democratico della Carolina). “Non vedo come questo possa contribuire al rilascio degli ostaggi o alla fine della guerra”, ha dichiarato in un’intervista.

L’ultima escalation di Israele è stata condannata dall’intera comunità internazionale.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres l’ha definita una “flagrante violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Qatar”.

“Gli attacchi israeliani di oggi contro il Qatar sono inaccettabili, qualunque ne sia la ragione”, ha twittato il presidente francese Emmanuel Macron. “Esprimo la mia solidarietà al Qatar e al suo emiro, lo sceicco Tamim Al Thani. In nessun caso la guerra dovrebbe estendersi a tutta la regione”. Il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni ha espresso il suo “sincero sostegno all’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e al Qatar, ribadendo il sostegno dell’Italia a tutti gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza”.

Una dichiarazione dell’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’operazione israeliana è stata “totalmente indipendente”.

“Israele l’ha avviata, Israele l’ha condotta e Israele si assume la piena responsabilità”, recita la dichiarazione.

(traduzione dell’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Produttore di armi israeliano chiude stabilimento preso di mira da Palestine Action nel Regno Unito

Haroon Siddique e Jamie Grierson

6 settembre 2025 – The Guardian

Esclusivo: il sito di Elbit Systems UK a Bristol è stato oggetto di proteste pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta fosse messo al bando

A Bristol uno stabilimento di un produttore israeliano di armi sembra aver chiuso inaspettatamente dopo essere stato ripetutamente preso di mira da Palestine Action [associazione militante protagonista di clamorose azioni contro imprese israeliane in GB, ndt.].

Situato nel parco commerciale Aztec West, lo stabilimento britannico della Elbit Systems è stato oggetto di decine di proteste da parte di Palestine Action, tra le quali un’azione avvenuta il 1° luglio, pochi giorni prima che il gruppo di azione diretta venisse messo al bando in base alla Legge Antiterrorismo [accusata di criminalizzare il dissenso politico, è stata votata nel 2000 e inasprita nel 2023, ndt.].

Elbit deteneva il contratto di locazione dal 2019 e la sua scadenza non era prevista prima del 2029. Le proteste hanno incluso presìdi con incatenamento ai cancelli, occupazione del tetto, rottura di finestre e irrorazione della sede con vernice rossa.

Elbit Systems UK è una consociata di Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano. Elbit Systems, che lo scorso anno ha registrato ricavi per 6,8 miliardi di dollari (poco meno di 6 miliardi di euro), si definisce la “spina dorsale” della flotta di droni delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) impiegata massicciamente nell’offensiva contro Gaza.

La sua produzione comprende anche sistemi per aeromobili ed elicotteri militari, barche armate a controllo remoto, veicoli terrestri e sistemi di comando e controllo.

Elbit Systems UK non ha risposto alla richiesta di commento del Guardian sullo stato del sito. Ma la proprietà, situata all’interno di una zona commerciale e industriale alla periferia di Bristol dove si incontrano le autostrade britanniche M5 e M4, era deserta quando il Guardian l’ha visitata questa settimana.

Ad eccezione di una guardia di sicurezza che si trovava in un veicolo parcheggiato all’esterno della proprietà, non era presente personale.

In precedenza il sito era di proprietà del consiglio della contea di Somerset [sud-ovest dell’Inghilterra, ndt.], anch’esso preso di mira da Palestine Action prima della vendita della proprietà lo scorso anno. The Guardian ha tentato di contattare gli attuali proprietari. Dopo che era stato preso di mira dai manifestanti attorno al sito sono state installate recinzioni e barriere.

La struttura di Aztec West è un impianto di Elbit diverso da quello di Filton, Bristol, anch’esso preso di mira da Palestine Action e per il quale 24 persone sono in attesa di processo con accuse che includono danneggiamento, disordini violenti e furto con scasso aggravato. Un individuo è inoltre accusato di lesioni personali gravi con dolo.

Prima di essere messa al bando, Palestine Action ha condotto una campagna che ha preso di mira i siti britannici della compagnia e le aziende collegate, campagna che si è intensificata significativamente dopo l’offensiva di Israele contro Gaza in risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas. Gli ultimi conti di Elbit Systems UK mostrano che lo scorso anno ha registrato una perdita operativa di 4,7 milioni di sterline, a fronte di un profitto di 3,8 milioni di sterline nel 2023.

Andrew Feinstein, esperto e autore di saggi sul commercio globale di armi nonché ex membro dell’Assemblea Nazionale sudafricana, ha definito la chiusura “estremamente significativa”, aggiungendo: “Dobbiamo tenere presente che Elbit Systems è una delle due più importanti aziende di armamenti israeliane, insieme alla IAI, e che è ovviamente una parte fondamentale del complesso militare-industriale israeliano”.

L’anno scorso, Elbit Systems UK ha venduto la sua consociata con sede nel West Midlands, la Elite KL (ora Calatherm). Dopo che l’utile operativo di Elite KL era diminuito del 75% nel 2022, l’azienda ha affermato che ciò era principalmente il risultato dell’aumento dei costi per la sicurezza, poiché il sito di Tamworth era stato preso di mira da Palestine Action. I nuovi proprietari hanno dichiarato che non avrebbero avuto alcuna relazione con Elbit e che avrebbero annullato i suoi contratti per la difesa.

Nel 2022, dopo 18 mesi di proteste da parte di Palestine Action e di Oldham Peace, Elbit ha venduto Ferranti P&C, parte della sua attività con sede a Oldham.

Lo scorso mese, Private Eye [bisettimanale satirico e d’inchiesta, ndt.] ha rivelato che Elbit Systems UK fa parte di un consorzio vicino ad aggiudicarsi un appalto da 2 miliardi di sterline che l’avrebbe resa un partner strategico del Ministero della Difesa. Il Financial Times ha riportato che l’ex ministro laburista Peter Hain ha scritto al ministro della Difesa, Jon Healey, esortandolo a non affidare l’appalto all’azienda, data “la devastazione in corso a Gaza”.

A Palestine Action è stato accordato un ricorso giudiziario a novembre in merito alla decisione di metterla al bando. Tuttavia, in un’udienza della corte d’appello del 25 settembre il Ministro degli Interni cercherà di annullare la decisione che concede tale ricorso.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)