Coloni israeliani hanno incendiato case, recinti per capre, sparato a residenti palestinesi in Cisgiordania

Hagar Shezaf

 24 aprile 2025 Haaretz

Gli abitanti del villaggio di Bardala hanno raccontato che i coloni sono entrati nel villaggio, seguiti dai soldati dell’IDF, che hanno poi arrestato cinque abitanti del luogo sospettati di aver lanciato pietre. “Siamo scappati da casa e non abbiamo preso nulla, tutto è andato perso”, dice un abitante del villaggio.

Secondo i testimoni, mercoledì i coloni israeliani hanno dato fuoco a case e a un recinto per il bestiame e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti del villaggio di Bardala, nel nord della Cisgiordania.

I soldati israeliani sono entrati nel villaggio insieme ai coloni e hanno arrestato cinque palestinesi, hanno aggiunto i testimoni.

Un funzionario della sicurezza israeliana ha confermato che quattro palestinesi sono stati feriti negli scontri tra i coloni di un vicino avamposto e gli abitanti locali, aggiungendo che almeno alcune delle ferite sono state causate dagli spari dei coloni.

I residenti hanno raccontato che l’incidente è iniziato quando i coloni hanno attaccato i palestinesi che lavoravano nei terreni agricoli vicini e sono fuggiti nel villaggio chiedendo aiuto. Ahmad Jahalin, la cui casa a Bardala è stata attaccata, ha raccontato ad Haaretz che i coloni e i soldati hanno seguito i contadini nel villaggio. Ha detto che i coloni sono entrati nel complesso abitativo della sua famiglia e hanno incendiato due case, un recinto per le capre e tutti i beni presenti.

Siamo fuggiti dalla casa senza prendere nulla: né l’oro, né il kushan [titolo di proprietà], né i documenti di identità”, ha raccontato Jahalin. “Hanno bruciato tutto. Vestiti, materassi, soldi; non è rimasto nulla”.

Jahalin ha detto che durante l’incidente i soldati hanno arrestato suo figlio di 20 anni e non sa dove sia detenuto.

Il portavoce dell’IDF ha dichiarato in un comunicato di aver ricevuto una segnalazione riguardante palestinesi che lanciavano sassi contro un civile israeliano di passaggio nei pressi di Bardala, provocando uno scontro con diversi palestinesi che gli lanciavano pietre. L’esercito ha aggiunto: “Durante lo scontro sono arrivati altri civili israeliani che hanno sparato in aria”.

L’IDF ha dichiarato che quando è stata ricevuta la segnalazione, “una forza dell’esercito si è precipitata sul posto per disperdere gli scontri e ha sparato contro alcuni palestinesi per eliminare una immediata minaccia”. Secondo la dichiarazione, i soldati hanno arrestato “un certo numero di palestinesi sospettati di aver lanciato pietre”, che sono stati trattenuti per “ulteriori interrogatori da parte di ufficiali della difesa”. L’esercito ha dichiarato che sta ancora indagando sull’incidente.

Quello di mercoledì non è stato il primo assalto che la famiglia Jahalin ha subito dai coloni. Circa tre mesi fa, secondo membri della famiglia, i coloni sono entrati nel villaggio e hanno lanciato pietre contro la loro casa mentre erano all’interno.

A dicembre gli israeliani hanno stabilito un nuovo avamposto illegale vicino a Bardala. Da allora gli abitanti del villaggio hanno dovuto affrontare ripetuti attacchi violenti. Inoltre, l’IDF ha ostacolato l’accesso locale ai pascoli dopo aver recentemente costruito una strada tra il villaggio e i suoi terreni agricoli e pascoli.

A febbraio Ibrahim Sawafta, membro del consiglio del villaggio di Bardala, ha dichiarato ad Haaretz che la strada ha bloccato l’accesso di 25 famiglie alla terra, loro principale fonte di sostentamento. “Ci impediscono di seminare e di lavorare in Israele, e portano i coloni a vivere lì. Dove può andare la gente? Questo li porterà verso posizioni radicali ”, ha detto. In un altro incidente, secondo gli abitanti mercoledì sera i coloni hanno invaso Kifl Haris, un villaggio vicino ad Ariel, e hanno lanciato sassi contro le case e le auto. Nella stessa notte i coloni hanno fatto irruzione nel villaggio di Sinjil, vicino a Ramallah, dopo che le Forze di Difesa Israeliane e la Polizia di Frontiera avevano evacuato un vicino avamposto di insediamento. Gli abitanti hanno detto che i coloni hanno distrutto un edificio e un’auto nel villaggio.

( Traduzione dall’inglese di Carlo Tagliacozzo)




Il Ministro delle Finanze israeliano: il ritorno dei prigionieri ‘non è la cosa più importante’

Redazione di MEMO

22 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che martedì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha attirato le critiche dei familiari dei prigionieri trattenuti a Gaza dopo aver affermato che il ritorno dei loro parenti non è la cosa più importante per Israele.

Le famiglie sono rimaste senza parole questa mattina, eccetto vergogna,” ha affermato l’associazione delle famiglie degli ostaggi in una dichiarazione.

Le famiglie hanno detto che i commenti di Smotrich indicano che il governo israeliano ha “deliberatamente rinunciato agli ostaggi”.

Smotrich – la storia ricorderà come tu hai chiuso il tuo cuore ai tuoi fratelli e alle tue sorelle prigionieri e hai scelto di non salvarli,” afferma la dichiarazione

Le stime israeliane indicano che a Gaza ci sono ancora 59 prigionieri, di cui si pensa che 24 siano ancora in vita. Invece oltre 9.500 palestinesi rimangono imprigionati in Israele in condizioni crudeli, secondo organizzazioni per i diritti umani sia palestinesi sia israeliane di molti si riferisce che siano stati torturati, affamati e privati delle cure mediche.

Quasi 140.000 israeliani, incluse alte cariche dell’esercito, hanno firmato petizioni che chiedono il ritorno degli ostaggi da Gaza e la fine della guerra nell’enclave.

Dall’ottobre 2023 nella brutale offensiva contro Gaza sono stati uccisi più di 51.200 palestinesi, la maggior parte dei quali donne e minori.

A novembre 2024 la Corte Penale Internazionale ha emesso dei mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex-ministro della difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza.

Israele deve inoltre affrontare il processo presso la Corte Internazionale di Giustizia per la sua guerra contro l’enclave.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Un colono ha sparato a un padre palestinese a una gamba. I soldati sono intervenuti per arrestare il figlio.

Basel Adra

22 aprile 2025 – +972 Magazine

Dopo l’attacco nel villaggio di Al-Rakeez, in Cisgiordania, Sheikh Saeed Rabaa è stato costretto a subire un’amputazione, mentre suo figlio Ilyas è rimasto nel carcere di Ofer.

Il 17 aprile intorno alle 18:30 il sedicenne Ilyas Saeed Rabaa ha avvistato tre coloni israeliani armati vicino al terreno di famiglia ad Al-Rakeez, un tranquillo villaggio nella regione di Masafer Yatta, sulle colline a sud di Hebron.

I coloni, dotati di generatore e trapano elettrico, si stavano preparando a piantare pilastri di ferro su un terreno agricolo che il padre sessantenne di Ilyas, Sheikh Saeed Rabaa, coltivava con ulivi dal 2012. “Li ho visti vicino a casa nostra”, ricorda Ilyas. “Sono corso da mio padre a dirglielo, e siamo usciti insieme per affrontarli”.

Quando i due si sono avvicinati la tensione è salita rapidamente. Secondo Ilyas e Saeed i coloni uno dei quali è stato riconosciuto come un vigilante proveniente da un avamposto vicino hanno rivendicato la proprietà della terra. Ilyas aveva iniziato a filmare lincontro con il suo telefono quando uno dei coloni lo ha aggredito alle spalle, gli ha strappato il telefono e lo ha immobilizzato a terra, tentando di soffocarlo.

“Sono corso ad aiutare mio figlio urlando al colono di fermarsi”, racconta Saeed a +972. “Poi la guardia ha sparato un colpo in aria e un altro alla mia gamba”.

Saeed è crollato all’istante. Sanguinava copiosamente e premeva le mani sulla ferita nel tentativo di fermare l’emorragia. Nel frattempo il figlio giaceva con la testa premuta a terra e urlava: “Hanno sparato a mio padre! Hanno sparato a mio padre!”.

Per oltre 20 minuti hanno aspettato un’ambulanza. I soldati sono arrivati, ma hanno impedito a vicini e passanti di prestare soccorso. Invece di soccorrere i feriti hanno arrestato Ilyas, ammanettandolo e bendandolo prima di portarlo via su una jeep militare per interrogarlo.

“Mi hanno accusato di aver cercato di rubare la pistola al colono”, racconta Ilyas. “Affermavano che mio padre li aveva aggrediti”. I soldati lo hanno tenuto fuori, bendato e ammanettato, in un luogo sconosciuto per un giorno intero e gli è stato dato da mangiare solo pane raffermo.

Ilyas è stato poi trasferito al carcere di Ofer, dove è rimasto per diversi giorni in condizioni terribili. “Ogni giorno durante l’appello eravamo costretti a stare inginocchiati con la testa reclinata all’indietro mentre i soldati ci contavano”, racconta.

Nel frattempo suo padre è stato portato dalle forze israeliane al Soroka Medical Center di Be’er Sheva, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza. A causa della gravità della ferita gli è stata amputata la gamba destra sopra la coscia. È rimasto in ospedale per tre giorni, ammanettato al letto.

“Ogni giorno i coloni entrano nella nostra terra”

Domenica 20 aprile, mentre era ancora ricoverato in ospedale e si stava riprendendo dall’amputazione, Saeed è comparso in tribunale militare con la scorta medica. Ilyas, ancora in carcere, è comparso tramite collegamento video. Il giudice ha ordinato il rilascio di entrambi gli uomini su cauzione: 5.000 schekel [1.208 euro ndt.] ciascuno.

Ma le autorità israeliane si sono rifiutate di rilasciare immediatamente Sheikh Saeed, sostenendo che si trovava in Israele senza permesso, nonostante l’esercito israeliano lo avesse trasportato lì per le cure d’urgenza.

Lunedì sera sono stati finalmente presi accordi per il trasferimento di Saeed in Cisgiordania. Alla sua famiglia è stato detto di venirgli incontro al posto di blocco militare di Meitar. “Pensavamo che sarebbe arrivato in ambulanza”, ha raccontato un parente a +972. “Ma invece è arrivato un mezzo di trasporto della Polizia di Frontiera. Gli agenti ci hanno intimato di non fare riprese, minacciando di confiscare i nostri telefoni”

Mentre le portiere del veicolo si aprivano un agente ha avvertito: “Se insistete a filmare lo porto dentro il checkpoint. Potete andare a prenderlo“. Seduto nel furgone dietro una barriera d’acciaio, Saeed è stato finalmente consegnato ai medici della Mezzaluna Rossa Palestinese e trasportato all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove ha ricevuto ulteriori cure.

L’aggressione alla famiglia Rabaa è tutt’altro che un episodio isolato ad Al-Rakeez. Nel 2021 un soldato israeliano ha sparato a bruciapelo al collo del ventiseienne palestinese Harun Abu Aram, lasciandolo paralizzato e infine uccidendolo. E negli ultimi mesi i coloni hanno intensificato la loro presenza nel villaggio, posizionando diversi caravan a soli 150 metri dalla casa di Rabaa. Queste case mobili fungono da estensione di Avigayil, un avamposto coloniale illegale che il governo israeliano ha legalizzato nel settembre 2023 e che prevede di espandere ulteriormente.

L’espansione di Avigayil minaccia anche di assorbire altre comunità palestinesi nell’area contesa di Masafer Yatta, tra cui Al-Rakeez, al-Mufaqara e Shaab al-Butum. A lungo presa di mira dalla crescita degli insediamenti, la regione ha visto negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre, un’impennata di violenze da parte dei coloni e di limitazioni imposte dai militari e ciò ha cancellato completamente diversi villaggi dalla mappa.

Gli abitanti del posto affermano che le molestie da parte dei coloni sono ormai all’ordine del giorno. “Ogni giorno, i coloni entrano nei terreni agricoli palestinesi”, spiega un vicino della famiglia Rabaa. “Distruggono i raccolti, molestano le famiglie e cercano di cacciare le persone dalle loro terre”.

Nonostante le numerose denunce nessun colono è stato arrestato per l’aggressione alla famiglia Rabaa; l’esercito israeliano sostiene che Sheikh Saeed abbia attaccato per primo i coloni e che il vigilante non abbia violato alcun protocollo. Mentre si riprende dalla perdita della gamba e Ilyas riacquista la libertà dopo giorni di detenzione, le minacce alla loro terra e alle loro vite persistono.

Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo del villaggio di a-Tuwani, sulle colline a sud di Hebron [è anche regista, sceneggiatore e montatore palestinese, vincitore del Premio Oscar al miglior documentario per No Other Land, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gallant: l’esercito israeliano ha prodotto una finta foto di un tunnel di Gaza per giustificare la presenza militare

Redazione di Palestine Chronicle

22 aprile 2025 Palestine Chronicle

Yoav Gallant sostiene che la foto utilizzata per rivendicare la scoperta di un enorme tunnel a Gaza sia stata messa in scena per ritardare un accordo sui prigionieri ed esagerare le minacce militari.

L’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha ammesso che una foto ampiamente diffusa rilasciata dall’esercito israeliano, che sembra mostrare un grande tunnel nel Corridoio di Filadelfia, vicino al confine tra Gaza e l’Egitto, è un falso.

Secondo l’Israeli Broadcasting Corporation (KAN), Gallant ha affermato che il presunto tunnel non è mai esistito. Ciò che è stato effettivamente scoperto è una trincea profonda pressapoco un metro.

Ha affermato che la foto è stata utilizzata per supportare le affermazioni sull’esistenza di tunnel lungo il corridoio, per esagerare l’importanza strategica della Strada di Filadelfia e fondamentalmente per bloccare i progressi su un accordo di scambio di prigionieri.

La foto in questione è stata diffusa per la prima volta lo scorso agosto dai media israeliani, che l’hanno descritta come la prova di un enorme tunnel a più livelli che sarebbe stato costruito da gruppi di resistenza palestinesi.

All’epoca, è stata salutata come una scoperta importante: un tunnel a tre piani, che si era detto facesse parte di una vasta rete sotterranea e che avrebbe lasciato di stucco le truppe israeliane.

Gallant ha ora rivelato che la foto aveva un fine politico: sottolineare la presunta minaccia rappresentata dal Corridoio di Filadelfia e giustificare azioni militari con il pretesto di ostacolare il contrabbando di armi, nonostante l’affermazione fosse infondata.

In realtà il “tunnel” mostrato nell’immagine era un normale canale di drenaggio e il veicolo militare nella foto era stato posizionato semplicemente per accentuare l’illusione.

Al momento della pubblicazione della foto il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva insistito sul fatto che l’esercito non si sarebbe ritirato dal Corridoio di Filadelfia, nonostante l’opposizione all’interno delle istituzioni militari e di sicurezza israeliane.

“Non faremo marcia indietro sulla nostra richiesta riguardo al Corridoio di Filadelfia e non mi interessa la posizione dei servizi di sicurezza”, avrebbe dichiarato Netanyahu durante un incontro con le famiglie delle soldatesse.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Critiche e festeggiamenti in Israele dopo la morte di Papa Francesco

 Nadav Rapaport

21 aprile 2025 Middle East Eye

Molti israeliani hanno criticato il pontefice per le sue parole di appoggio ai palestinesi e hanno celebrato la sua morte sui social media

L’annuncio del Vaticano della morte di Papa Francesco lunedì mattina è stato accolto con un misto di festeggiamenti e critiche in Israele, dove politici, opinionisti e fruitori di social media si sono focalizzati sulla condanna pontificia di Israele per la sua guerra nella Striscia di Gaza.

Il Papa è morto a 88 anni dopo aver denunciato nel suo ultimo discorso nella domenica di Pasqua la “deplorevole situazione umanitaria” provocata dall’aggressione di Israele a Gaza ed aver espresso la sua “vicinanza alle sofferenze…di tutto il popolo israeliano e del popolo palestinese”.

Faccio appello alle parti in guerra: dichiarate un cessate il fuoco, rilasciate gli ostaggi e venite in soccorso di una popolazione alla fame, che aspira ad un futuro di pace”, ha detto.

Rafi Schutz, ex ambasciatore di Israele in Vaticano, ha scritto che è stato “il Papa che ha portato il mondo più vicino a lui e ha contrariato Israele”.

La posizione del Papa su Israele dopo l’inizio della guerra ha attirato “aspre critiche”, ha continuato Schutz, aggiungendo che ha rappresentato un “colpo significativo” alle relazioni tra Israele e il Vaticano.

Il giornale di destra Israel Hayom ha detto che il pontefice verrà ricordato in Israele “soprattutto per le sue dure dichiarazioni contro la guerra a Gaza.”

Analogamente, il Canale 14 di estrema destra lo ha definito “il più accanito critico” di Israele.

Zvika Klein, caporedattore del Jerusalem Post, ha definito le critiche di Papa Francesco ad Israele e il suo appoggio ai palestinesi sotto attacco come “incondizionato sostegno a Hamas.”

Vi fu un certo ottimismo nel mondo ebraico quando venne nominato”, ha detto Klein. “C’è stata una fortissima delusione da parte israeliana ed ebrea a causa delle sue aspre dichiarazioni soprattutto negli ultimi mesi.”

Il Papa ha più volte criticato la guerra di Israele alla Striscia di Gaza, soprattutto l’uccisione di bambini palestinesi, attirandosi le ire dei politici israeliani.

Durante la guerra ha scambiato telefonate quasi ogni notte con la comunità cristiana di Gaza, cosa che loro hanno detto essere stata una fonte di sollievo e conforto.

Nel suo libro ‘La speranza non delude mai: pellegrini verso un mondo migliore’, pubblicato alla fine del 2024, ha suggerito che l’aggressione di Israele alla Striscia di Gaza potrebbe configurarsi come genocidio e ed ha chiesto un’indagine sulle affermazioni degli “esperti”.

A dicembre il Ministero degli Esteri di Israele ha convocato il più alto diplomatico del Vaticano dopo i commenti di Papa Francesco che accusavano Israele di “crudeltà” a Gaza.

Meglio senza di lui’

Molti israeliani comuni hanno usato i social media per esprimere la loro soddisfazione per la morte del Papa, a causa della sua posizione sulla guerra di Israele.

Commentando l’articolo di Canale 14, un utente lo ha chiamato “farabutto” e ha detto: “è un bene che sia morto”.

Un altro ha concordato: “Grazie a Dio il Papa è morto”.

Su Facebook utenti del social media lo hanno definito “odiatore del giudaismo”.

Sotto un post di Canale 11 sulla morte del Papa un utente ha scritto: “Non mi interessa questo vecchio psicotico, che odia Israele”.

Sotto un rapporto di Ynet un altro ha scritto: “Papa Francesco sarà ricordato come quello che ha sistematicamente appoggiato il moderno antisemitismo”, aggiungendo che il mondo “è migliore senza di lui”.

Un altro utente ha detto che il Papa era “il padre dell’impurità. Un altro pedofilo”, ed ha aggiunto: “grazie a Dio ci siamo sbarazzati di lui”. Un altro ha detto: “finalmente una buona notizia”.

Sull’account di Walla News un utente lo ha definito “un eretico che ha sostenuto i nazisti di Hamas”. Ed un altro ha domandato: “Perché annunciate sui media ebraici che un odiatore di Israele è morto?”

Un altro utente ha scritto che “dopo le dichiarazioni piene di odio contro Israele, è fortunato ad aver vissuto qualche mese in più invece di morire subito”, riferendosi alla salute del Papa che è peggiorata negli ultimi mesi.

Qualcuno in Israele ha anche pianto la morte del Papa.

Il Presidente Isaac Herzog ha scritto su X che mandava le sue “più profonde condoglianze al mondo cristiano e specialmente alle comunità cristiane in Israele – la Terra Santa – per la perdita del loro grande padre spirituale, sua Santità Papa Francesco”.

Herzog ha aggiunto: “Spero sinceramente che le sue preghiere per la pace in Medio Oriente e per il ritorno sicuro degli ostaggi saranno presto esaudite. Possa la sua memoria continuare ad ispirare atti di gentilezza, unità e speranza.”

Mentre un utente ha risposto: “Non parlare in mio nome. Il Papa era un diavolo antisemita”, ci sono stati anche molti israeliani che hanno espresso indignazione rispetto a questo tipo di post.

Che razzisti. Incredibile”, ha scritto una persona. “Non avete rispetto nemmeno per la religione.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una fotoreporter di Gaza, protagonista di un documentario molto atteso, è stata uccisa da un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

17 aprile 2025 – Haaretz

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e la morte di parenti la fotoreporter Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra.

Fatma Hassona, venticinquenne fotoreporter palestinese molto seguita in rete, è stata uccisa mercoledì da un attacco aereo israeliano insieme ad almeno altri nove membri della sua famiglia.

Su Hassona è stato girato un documentario molto atteso, “Metti l’anima nella tua mano e cammina,” che verrà proiettato al Festival del Cinema di Cannes a maggio. La sua morte ha suscitato una condanna unanime e un’ondata di cordoglio a Gaza e in tutto il mondo.

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e il fatto che 11 membri della sua famiglia siano stati uccisi lo scorso anno da un attacco israeliano, Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra. In mezzo alle distruzioni si stava anche preparando al matrimonio, previsto per la fine di aprile.

La scorsa estate, mesi prima della sua morte, Hassona, che è stata definita l’“Occhio di Gaza” e le cui foto sono apparse su testate internazionali, ha scritto in un post su Facebook un commovente appello, chiedendo che se fosse morta in guerra il suo decesso non passasse inosservato.

“Se muoio, voglio una morte che faccia rumore,” ha scritto. “Non voglio essere solo una notizia dell’ultima ora o un numero tra tanti, voglio che il mondo sappia della mia morte, un impatto che persista e un’immagine eterna che non possa essere sepolta né dal tempo né dallo spazio.”

Su X Miqdad Jameel, un giornalista di Gaza del giornale libanese Al-Akhbar, ha invitato l’opinione pubblica a tener viva la memoria di Hassona: “Parlate del suo martirio. Guardate le sue foto, leggete le sue parole, date testimonianza della vita a Gaza, della lotta dei suoi bambini durante la guerra attraverso le sue immagini e il suo obiettivo.”

Anas al-Shareef, reporter di Al Jazeera a Gaza, ha postato su X un messaggio rendendo omaggio ad Hassona come una persona che “fin dall’inizio non ha mai abbandonato il campo.” Ha ricordato che lei “attraverso il suo obiettivo ha documentato i massacri in mezzo a bombardamenti e sparatorie, cogliendo nelle sue foto la sofferenza e le grida delle persone.”

Al-Shareef ha affermato che Hassona ha affrontato quotidianamente la morte “senza risparmiarsi” fino al giorno in cui l’esercito israeliano “ha perpetrato il massacro finale contro di lei.” Ha aggiunto: “L’occupazione non uccide solo persone, fa tacere voci, cancella immagini e seppellisce la verità.”

Appena il giorno prima della morte di Hassona il programma ACID di Cannes, una sezione del festival gestita dall’Associazione del Cinema Francese Indipendente, ha annunciato che durante il festival di quest’anno sarà proiettato un documentario su di lei realizzato dalla regista di origine iraniana Sepideh Farsi.

Giovedì ACID ha postato su Instagram un omaggio ad Hassona: “Il suo sorriso era magico come la sua tenacia,” afferma il comunicato, “nel testimoniare, fotografare Gaza, distribuire cibo nonostante le bombe, i lutti e la fame. Abbiamo saputo della sua storia, abbiamo gioito ad ogni sua apparizione vedendo che era ancora viva, temevamo per lei.”

Su X Ahmad Hamdan, giornalista indipendente di Gaza, ha scritto un post sull’imminente matrimonio della giovane fotoreporter affermando che aveva già scelto per la prossima settimana un tanto agognato vestito bianco.” Invece, ha scritto, verrà avvolta in un ben diverso “vestito bianco”: un sudario. Un altro commovente omaggio è venuto da Haidar Ghazali, il poeta di Gaza preferito da Hassona. Ghazari ha raccontato che prima della sua morte Hassona lo aveva contattato chiedendogli di scrivere una poesia per lei “quando fosse morta”. Lui ha risposto con una preghiera per la sua incolumità, ma alla fine ne ha rispettato le volontà componendo una poesia per la sua defunta ammiratrice.

“Il sole di oggi non nuocerà,” inizia la poesia, immaginando l’arrivo di Fatma nell’aldilà, “le piante nei vasi si riprenderanno per una dolce ospite… Oggi il sole non picchierà forte, ma abbraccerà la città con l’affetto di una madre, tenero eppure inesperto.”

Il Council on American-Islamic Relations [Consiglio sui Rapporti Americano-Islamici] (CAIR), la principale organizzazione musulmana statunitense per i diritti civili e il sostegno, ha chiesto agli Stati Uniti e ai mezzi di comunicazione internazionali di “denunciare il fatto che Israele prende di mira intenzionalmente i giornalisti a Gaza dopo che una giornalista palestinese e dieci membri della sua famiglia sono stati massacrati da un attacco aereo israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stati fatti filtrare i dati di migliaia di soldati israeliani

Redazione di MEMO

16 aprile 2025 – Middle East Monitor

Ieri Haaretz [quotidiano liberale israeliano, ndt.] ha riferito che una violazione di sicurezza su un sito web esterno israeliano di biglietteria ha causato la diffusione in rete di dati sensibili dei soldati dell’esercito di occupazione israeliano, inclusi quelli del capo di stato maggiore Eyal Zamir.

Secondo il rapporto, la violazione ha permesso l’accesso ad informazioni personali, tra cui i loro nomi completi, i numeri dei documenti di identità e quelli telefonici, attraverso il sito web TickChak, che è usato dalle unità dell’esercito per offrire prestazioni ricreative ai propri impiegati.

La violazione, insieme alla scarsa sicurezza del sito web, permette a chiunque di accedere ai dati dei soldati inserendo il numero del loro documento d’identità senza passare attraverso alcuna ulteriore verifica. Questo ha permesso l’estrazione e la raccolta di informazioni personali di decine di migliaia di soldati.

La violazione è avvenuta usando semplici strumenti software creati da un utente anonimo, che si identifica come il “Principe Persiano”. L’utente è stato in grado di eseguire un programma che ha verificato i numeri potenziali dei documenti di identità ed estratto i dettagli dei loro possessori.

Secondo il quotidiano il sito web non adotta nessuna protezione automatica contro tentativi ripetuti o restrizioni geografiche, permettendo ad un attaccante di accedere ai dati da fuori Israele, anche da uno “Stato ostile”.

La banca dati delle informazioni rivelate conteneva informazioni su molti soldati in servizio attivo, incluso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir, fatto che è considerato una gravissima violazione della sicurezza, dato che parti esterne o ostili potrebbero usare queste informazioni per tracciare il personale militare o colpirlo elettronicamente o sul campo.

In risposta l’esercito ha affermato che “l’anomalia è stata immediatamente affrontata, si è investigato sull’incidente e le lezione è stata imparata.” TickChak, l’operatore della piattaforma, ha chiarito che il sito è sicuro secondo gli standard internazionali, ma ha ammesso che “il sistema di accesso semplice è stato usato in seguito alla richiesta del cliente, invece di una verifica in due fasi”. Ha aggiunto che i livelli di sicurezza sono stati rafforzati dopo aver ricevuto dei riscontri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Centinaia di scrittori israeliani chiedono a Netanyahu di porre fine alla guerra a Gaza e garantire il rilascio dei prigionieri

Redazione di Middle East Monitor

15 aprile 2025 – Middle East Monitor

Oltre 350 letterati israeliani hanno firmato una lettera aperta che esorta il primo ministro Benjamin Netanyahu a porre fine alla guerra a Gaza e a garantire il ritorno dei 59 prigionieri israeliani rimasti.

I firmatari, che rappresentano un’ampia fetta della comunità letteraria israeliana, accusano Netanyahu di ostacolare deliberatamente un potenziale accordo con Hamas che garantirebbe un cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri, sostenendo che egli stia privilegiando la propria sopravvivenza politica rispetto agli interessi nazionali e umanitari.

“Hamas ha proposto un accordo per la restituzione degli ostaggi, il rilascio dei prigionieri e un cessate il fuoco. Il primo ministro ha delineato un accordo scandito in diverse fasi, ma negli ultimi diciassette mesi ha fatto tutto il possibile per ostacolarlo, temendo che la fine della guerra avrebbe significato la fine del suo governo e della sua libertà come imputato”, si legge nella lettera.

Gli scrittori lo accusano di prolungare la guerra per motivi personali, mettendo a rischio prigionieri, soldati e civili. Criticano inoltre il primo ministro per aver minato i valori democratici di Israele e eroso” la coesione sociale.

“Sta erodendo la responsabilità reciproca, l’uguaglianza e la giustizia, trasformandoci da cittadini alla pari in una democrazia funzionante a sudditi di una teocrazia autoritaria, in cui siamo obbligati a prestare servizio nell’esercito, a sacrificare i nostri figli all’idolo al potere, ma ci vengono negati pari diritti, responsabilità reciproca e la giustizia e sicurezza che uno Stato democratico deve ai suoi cittadini”.

La lettera evidenzia anche il crescente risentimento per il sostegno di Netanyahu a politiche che esentano le comunità ultraortodosse dal servizio militare ma al contempo condannano i riservisti che protestano contro la guerra, definendo questo atteggiamento un tradimento della responsabilità nazionale condivisa.

“Gli atti che vengono compiuti a Gaza e nei territori occupati non sono fatti in nostro nome, ma ricadranno comunque sulla nostra coscienza. Le chiediamo di fermare immediatamente la guerra, di riportare a casa tutti gli ostaggi e di tracciare un percorso futuro per Gaza che sia internazionale e concordato”, aggiungono.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mahmoud Khalil e la necropolitica del regime trumpiano di deportazione È in questione la morte.

Natasha Lennard 

11 aprile 2025 – The Intercept

Questa settimana l’amministrazione di Donald Trump si è attivata per decretare la morte di migliaia di immigrati.

Le oltre 6.000 persone vive e vegete, per lo più immigrati latinoamericani senza documenti, continuano a mangiare, dormire, respirare e lavorare sul territorio statunitense. Ciononostante i loro nomi sono stati inseriti nell’“archivio principale dei defunti” della Previdenza Sociale, la banca dati utilizzata per elencare le persone morte che non dovrebbero più riceverne le prestazioni.

Il New York Times, il primo a informare sulla perversa riconversione dell’archivio principale dei defunti, ha rilevato con inusuale chiarezza che l’amministrazione stava includendo “i nomi di persone vive che il governo crede dovrebbero essere trattate come se fossero morte.”

Inserire gli immigrati nella lista dei defunti è uno sporco espediente per impedire rapidamente l’accesso alla sopravvivenza in questo Paese, tagliandoli fuori in modo permanente dall’accesso a prestazioni, conti bancari e dalla possibilità di lavorare legalmente. È solo l’ultima mossa per rendere invivibile l’esistenza agli immigrati, in modo che siano obbligati a scegliere di andarsene, se non sono stati prima rastrellati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement [ICE, l’agenzia federale USA per l’immigrazione e le frontiere, ndt.].

È qualcosa di più di un espediente crudele. È in questione la morte.

L’amministrazione Trump sta esprimendo apertamente la sua volontà di condannare milioni di persone alla morte civile e sociale su molteplici fronti, dagli immigrati catalogati come morti dalla Sicurezza Sociale al diniego del rilascio del passaporto ai trans, a una corretta documentazione o a ogni forma di esistenza in base alla documentazione governativa.

Non si tratta solo di un’uccisione metaforica: l’espulsione dalla vita pubblica ufficiale può essere realmente mortale. L’escalation del dominio necropolitico —il concetto dello storico Achille Mbembe del governo organizzato per esporre certe categorie di persone a una morte prematura e all’eliminazione — da parte di Trump sta determinando una situazione fascista, che minaccia di revocare i diritti giuridici di interi settori della popolazione.

In fin dei conti i morti non possono rivendicare alcun diritto.

Queste violazioni necropolitiche non sono visibili solo nei registri della Sicurezza Sociale. Sono anche una parte implicita di molti dei casi relativi all’immigrazione che ci troviamo davanti. Si prenda per esempio quello di Mahmoud Khalil, uno studente universitario della Columbia University, dove ha partecipato alle proteste contro il genocidio, residente permanente la cui moglie, cittadina statunitense, sta aspettando il primo figlio.

Chi ha diritto ad avere diritti?” ha chiesto Khalil in una lettera del marzo scorso da un centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. “Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è il senegalese che ho incontrato, il quale da un anno è stato privato della sua libertà, la sua situazione legale è in un limbo e la sua famiglia a distanza di un oceano. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che mise piede in questo Paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza neanche un processo.”

Venerdì un giudice per l’immigrazione della Louisiana ha sentenziato che Khalil può essere deportato in base alle affermazioni senza fondamento dell’amministrazione Trump secondo cui rappresenta una minaccia per la politica estera statunitense.

Questa è esattamente la ragione per cui l’amministrazione Trump mi ha spedito in questo tribunale, a 1.000 miglia di distanza dalla mia famiglia,” ha detto Khalil alla giudice dopo che lei lo ha informato della sentenza. “Spero solo che l’urgenza che avete ritenuto opportuna nel mio caso sia garantita alle centinaia di altre persone che sono qui senza processo da mesi.”

Gli avvocati di Khalil presenteranno appello contro questa decisione e stanno promuovendo un ricorso di habeas corpus in un tribunale federale del New Jersey. Come il rapimento e la detenzione di Rümeysa Öztürk,  studentessa di dottorato alla Tufts University, perché ha scritto un editoriale e la revoca del visto a centinaia di studenti a quanto pare per aver partecipato a proteste contro un genocidio, la difficile situazione di Khalil si fa beffe delle garanzie costituzionali.

La lotta di Khalil contro la deportazione sulla base di accuse infondate di “antisemitismo” e minaccia alla “sicurezza nazionale” è in effetti un banco di prova dei limiti di fondamentali diritti costituzionali e umani sotto Trump.

Il diritto di avere diritti”, menzionato per la prima volta dalla filosofa Hannah Arendt, una rifugiata dalla Germania nazista, evidenzia che una persona non è intrinsecamente titolare di diritti ma perché le venga concesso ogni altro diritto deve essere riconosciuta come parte di una comunità politica. Si potrebbe parlare di diritti universali, ma essi devono essere riconosciuti ed hanno una forza materiale solo quando sono riconosciuti dai poteri di uno Stato.

È precisamente l’eliminazione del diritto di avere diritti, il diritto di essere riconosciuti come esseri umani per legge, a cui mira Trump.

Non è un caso che i palestinesi e i loro sostenitori siano tra i primi ad essere presi di mira. Israele, gli Stati Uniti e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole hanno dichiarato i palestinesi fuori dai confini del riconoscimento legittimo, vale a dire espellibili, arrestabili e potenzialmente vittime di uccisione, per 76 anni.

Vedo nella mia situazione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’incarcerazione senza processo o imputazione, per togliere ai palestinesi i loro diritti,” ha scritto Khalil nella sua lettera.

Gli avvocati di Khalil ritengono che sia stato preso di mira dall’amministrazione solo per aver espresso un’opinione che dovrebbe essere protetta dal Primo Emendamento. C’è persino una specifica misura nella legge su Immigrazione e Nazionalità del 1990 che dovrebbe impedire al governo di deportare persone in quanto minacce alla “politica estera” solo per aver espresso la propria opinione.

Eppure far valere questa protezione si è dimostrato inutile. Dove sono i diritti di Khalil?

Necropolitica alla luce del sole

Quando Trump ha invocato l’Alien Enemies Act [Legge sui Nemici Stranieri, ndt.] del 1798 per rastrellare immigrati venezuelani, anche quello è stato un attacco contro il diritto di avere diritti. E si è dimostrato un successo: la maggioranza degli oltre 200 uomini rastrellati sulla base di accuse assolutamente infondate di appartenenza a una gang non aveva precedenti penali. Ciò non ha impedito che venissero spediti, senza un regolare processo, in un brutale campo di prigionia nel Salvador.

Questa politica di consegna straordinaria come deportazione è diventata solo ancora più oscura con ogni nuovo dettaglio. La catalogazione come criminale da parte degli USA è stata a lungo utilizzata per togliere alla gente diritti fondamentali. La deportazione potenzialmente permanente verso un campo di prigionia totalitario non sarebbe giustificata neppure se ogni detenuto fosse stato condannato per gravi reati.

Si prenda il caso di un uomo che l’amministrazione Trump ammette sia stato erroneamente inviato nel Salvador. Nonostante questa ammissione il governo sta lottando per non dover riprendere questo uomo, arrivando venerdì perfino a sfidare un ordine del tribunale. Ciò riflette l’impegno a escludere persone ben definite dalla comunità che detiene diritti.

Il partito Repubblicano di Trump è stato definito come un “culto della morte” fin dal suo primo mandato, quando il negazionismo del COVID da parte dei MAGA [seguaci di Trump, ndt.] ha assunto forme omicide e suicide. Il rifiuto della scienza medica, l’accoglienza positiva a una decimazione ambientale, un vero e proprio attacco contro le fondamentali disposizioni del welfare, uno straordinario sfruttamento dei lavoratori, i veti all’assistenza sanitaria riproduttiva, un’inesauribile dedizione al potere delle armi sono tipiche ossessioni per la morte della reazione del capitalismo americano, imbevute sotto Trump di una carica messianica.

Come molti dei progetti trumpiani, questa volta l’amministrazione ha una modalità mortale più raffinata, violenta ed esplicitamente fascista.

Le politiche di Trump possono rendere l’intera popolazione, compresa la sua base devota, più vulnerabile a una morte e a una fragilità premature; le politiche trumpiane di dominio, tuttavia, si basano su cosiddetti nemici chiaramente definiti e minacciati come già morti, espellibili o potenzialmente vittime di uccisione.

Tuttavia c’è almeno un modo in cui il “culto della morte” di Trump fa ricadere la necropolitica sulla sua testa. Il governo necropolitico, l’ordinamento di vita e morte letale e razzista da parte delle democrazie liberali occidentali, ha tradizionalmente cercato di amministrare la morte dietro porte chiuse o lontano dalla patria.

Si supponeva che l’opinione pubblica non venisse a sapere delle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq o degli abusi a Guantanamo, delle uccisioni da parte della polizia, della brutalità razzista nelle prigioni, dell’inquinamento e della distribuzione grossolanamente diseguale della devastazione ambientale, e molto altro. La mossa trumpiana è indossare la testa da morto [simbolo utilizzato anche dalle SS naziste, ndt.], adottare e potenziare questo mostruoso e palesemente diseguale quadro di morte.

Tuttavia Khalil continua a dimostrarci cosa significhi lottare per la vita. “Dopo l’udienza Khalil si è girato a guardare in faccia i 22 osservatori e giornalisti fuori dall’aula di tribunale e ha formato un cuore con le sue mani,” ha riportato l’NPR [rete di radio indipendenti USA, ndt.]. “Ha sorriso.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)