Dati dell’intelligence israeliana: fra i detenuti di Gaza solo 1 su 4 è un militante

Yuval Abraham

4 settembre 2025 +972 Magazine

Un’indagine congiunta scopre in un database segreto dell’esercito israeliano che la stragrande maggioranza dei 6.000 palestinesi arrestati a Gaza e trattenuti in condizioni spaventose nelle carceri israeliane è costituita da civili

Come rivela un’indagine congiunta di +972 Magazine, Local Call e The Guardian solo un palestinese su quattro catturato dalle forze israeliane a Gaza è stato identificato dall’esercito come militante, mentre i civili costituiscono la stragrande maggioranza dei “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane dal 7 ottobre.

Questo è quanto emerge dai dati contenuti in un database riservato gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare israeliana (nota con l’acronimo ebraico “Aman”), oltre alle statistiche ufficiali sulle carceri israeliane divulgate in procedimenti legali. Testimonianze di ex detenuti palestinesi e soldati israeliani che hanno prestato servizio in centri di detenzione rivelano inoltre che Israele ha consapevolmente rapito civili in massa e li ha trattenuti per lunghi periodi in condizioni spaventose.

I dati sulle detenzioni forniti a maggio dallo Stato in risposta alle petizioni dell’Alta Corte hanno rivelato che un totale di 6.000 palestinesi erano stati arrestati a Gaza durante i primi 19 mesi di guerra e trattenuti in Israele in base a una legge per l’incarcerazione di “combattenti illegali” – uno strumento giuridico che consente a Israele di imprigionare le persone a tempo indeterminato senza accusa né processo se vi sono “ragionevoli motivi” per ritenere che abbiano partecipato o siano membri di un gruppo che abbia partecipato ad “attività ostili contro lo Stato di Israele”.

I politici, i militari e i media israeliani si riferiscono abitualmente a tutti i detenuti palestinesi di Gaza come “terroristi”, e il governo non ha mai ammesso di aver detenuto o trattenuto alcun civile. Nei resoconti pubblici l’Israel Prison Service (IPS) ha affermato, senza fornire prove, che quasi tutti i “combattenti illegali” detenuti nelle carceri israeliane sono membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese (JIP).

Tuttavia i dati ottenuti a metà maggio dal database di Aman, che fonti di intelligence hanno descritto come l’unica fonte affidabile per determinare chi l’esercito consideri combattente attivo a Gaza, hanno dimostrato che Israele aveva arrestato solo 1.450 individui appartenenti alle ali militari di Hamas e JIP, il che significa che circa tre quarti dei 6.000 detenuti non appartengono a nessuno dei due.

Il database, la cui esistenza è stata recentemente svelata da +972, Local Call e Guardian, elenca i nomi di 47.653 palestinesi che l’esercito considera militanti di Hamas e della Jihad islamica (viene aggiornato regolarmente e include persone fermate dopo il 7 ottobre). Secondo i dati, a metà maggio Israele aveva arrestato circa 950 combattenti di Hamas e 500 della Jihad islamica.

Il database non contiene informazioni su membri di altri gruppi armati a Gaza, che nei rapporti dell’Israel Prison Service rappresentano meno del 2% dei “combattenti illegali” detenuti. Almeno 300 palestinesi sono inoltre detenuti in Israele con l’accusa di aver partecipato agli attacchi del 7 ottobre; non sono definiti “combattenti illegali” ma detenuti per reati penali, poiché Israele afferma di avere prove sufficienti per processarli.

+972, Local Call e Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi delle persone elencate o le informazioni che presumibilmente le incriminano, la cui affidabilità è comunque messa in dubbio dalle inconsistenti accuse mosse contro persone come il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, assassinato il mese scorso.

Nel corso della guerra, in parte a causa del grave sovraffollamento delle carceri, Israele ha rilasciato più di 2.500 prigionieri che aveva classificato come “combattenti illegali”, il che implica che non li ritenesse realmente militanti. Altri 1.050 sono stati rilasciati in seguito a scambi di prigionieri concordati tra Israele e Hamas.

Sia i gruppi per i diritti umani che i soldati israeliani hanno descritto una percentuale di combattenti tra i prigionieri arrestati a Gaza ancora inferiore a quella che emerge dai dati trapelati. Nel dicembre 2023, quando le foto di decine di palestinesi spogliati e incatenati suscitarono indignazione internazionale, alti ufficiali ammisero ad Haaretz che “l’85-90%” non erano membri di Hamas.

Il Centro Al Mezan per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha difeso centinaia di civili detenuti nelle carceri israeliane. Il suo operato “indica una campagna sistematica di detenzioni arbitrarie che prende di mira i palestinesi in modo indiscriminato, indipendentemente da qualsiasi presunto reato”, ha affermato il vicedirettore Samir Zaqout.

“Al massimo forse uno su sei o sette [detenuti] potrebbe avere qualche legame con Hamas o altre fazioni militanti, e, anche in quel caso, non necessariamente con le loro ali militari. In molti casi l’affiliazione politica a un partito palestinese è sufficiente perché Israele etichetti qualcuno come militante.”

I palestinesi rilasciati dai centri di detenzione militari israeliani e dalle prigioni israeliane nel corso della guerra hanno testimoniato di condizioni estremamente dure, tra cui frequenti abusi e torture. A causa di queste pratiche decine di detenuti sono morti sotto la custodia israeliana.

Aggirare il giusto processo

Emanata nel 2002, la Legge sull’Incarcerazione dei Combattenti Illegali è stata concepita per consentire a Israele di detenere persone durante la guerra senza doverle riconoscere come prigionieri di guerra come previsto dalle Convenzioni di Ginevra. La legge consente inoltre a Israele di negare ai detenuti di ricorrere a un avvocato fino a 75 giorni.

I tribunali israeliani prolungano la detenzione dei palestinesi quasi automaticamente, basandosi su “prove segrete” in udienze che durano solo pochi minuti. Secondo i dati dell’organizzazione israeliana per i diritti umani HaMoked, l’Israel Prison Service sta attualmente detenendo circa 2.660 cittadini di Gaza arrestati dopo il 7 ottobre come “combattenti illegali”, il numero più alto mai registrato durante la guerra. Le organizzazioni [per i diritti, n.d.t.] legali ritengono che centinaia di altre persone siano attualmente confinate nei centri di detenzione militari israeliani prima di essere trasferite nelle prigioni dell’IPS (l’esercito ha dichiarato a maggio che il numero totale di detenuti “combattenti illegali” nelle carceri e nei centri di detenzione era di 2.750).

“Se Israele dovesse processare tutti [i detenuti], dovrebbe redigere atti di accusa per capi d’imputazione specifici e presentare prove di tali accuse”, ha spiegato Jessica Montell, direttrice di HaMoked. “Il giusto processo può essere impegnativo. Ecco perché hanno creato la Legge sui Combattenti Illegali, per aggirare tutto questo”.

Questa legge, ha aggiunto Montell, ha facilitato la “sparizione forzata di centinaia e persino migliaia di persone” che sono di fatto detenute senza alcuna supervisione esterna.

Il fatto che tre quarti di coloro che sono detenuti come “combattenti illegali” non siano considerati, nei registri dell’esercito, appartenenti alle ali armate di Hamas o della JIP “mina l’intera giustificazione della loro detenzione”, ha spiegato Tal Steiner, direttore del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, le cui petizioni legali contro l’incarcerazione di massa hanno spinto lo Stato a fornire i dati sul numero di detenuti dal 7 ottobre.

“Appena è iniziata l’ondata di arresti di massa a Gaza nell’ottobre 2023 si è diffusa la seria preoccupazione che molte persone non coinvolte venissero detenute senza motivo”, ha continuato Steiner. “Questa preoccupazione è stata confermata quando abbiamo appreso che metà degli arrestati all’inizio della guerra sono stati infine rilasciati, a dimostrazione del fatto che non vi era alcun fondamento per la loro detenzione”.

Un ufficiale dell’esercito israeliano che ha guidato le operazioni di arresti di massa nel campo profughi di Khan Younis ha dichiarato a +972, Local Call e Guardian che la missione della sua unità era quella di “svuotare” il campo e costringere i suoi residenti a fuggire più a sud. Nell’ambito di questa missione i detenuti sono stati arrestati in massa e condotti in strutture militari dove sono stati classificati come “combattenti illegali”.

“Tutti venivano fatti marciare in lunghi convogli con sacchi in testa verso la costa, verso Al-Mawasi”, ha detto. “[Venivano portati in] quello che chiamavamo un centro di ispezione, [dove] le persone venivano controllate. Ogni notte caricavano il cassone di un camion con decine, centinaia di uomini, bendati, legati, accatastati uno sopra l’altro. Ogni notte un camion come questo andava in Israele”.

L’agente si era reso conto che non veniva fatta alcuna distinzione “tra un terrorista entrato in Israele il 7 ottobre e qualcuno che lavorava per l’autorità idrica di Khan Younis”, e che gli arresti anche di minori venivano effettuati in modo quasi arbitrario. “È inconcepibile”, ha detto. “Si prende un uomo, un ragazzo, un giovane dalla sua famiglia, e lo si manda in Israele per un interrogatorio. Se mai tornasse, come farebbe a ritrovarla?”

Ahmad Muhammad, un trentenne del campo profughi di Khan Younis, ha raccontato di essere stato costretto il 7 gennaio 2024 a camminare in uno di questi convogli con la moglie e i tre figli. Al posto di blocco l’esercito ha annunciato con un megafono che gli uomini dovevano fermarsi, identificandoli in base al colore dei loro vestiti. ” ‘Camicia blu, torna indietro, torna indietro’, mi ha urlato un soldato”, ha ricordato.

È stato separato dalla famiglia insieme a un gruppo di altri uomini. “Eravamo un gruppo di persone a caso: lavoro come barbiere nel campo, non sono affiliato a nessuna fazione”, ha detto Muhammad. “Ogni volta che un soldato si avvicinava ci insultava, finché non è arrivato un camion e siamo stati gettati dentro, ammucchiati uno sopra l’altro, profondamente umiliati”.

Muhammad è stato portato alla prigione del Negev e interrogato sugli attacchi del 7 ottobre. Ha detto ai soldati di non sapere nulla, ma lo hanno tenuto in detenzione per un anno intero. Ancora oggi non sa perché. “Ho vissuto giorni difficili in prigione: malattia, freddo, torture, umiliazioni”, ha spiegato.

Muhammad è stato rilasciato a gennaio di quest’anno insieme a circa altri 2.000 prigionieri palestinesi, nell’ambito dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas; metà erano detenuti dal 7 ottobre ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali senza poter comunicare con un avvocato o accedere ad un giusto processo per mesi.

Diversi soldati hanno confermato a +972, Local Call e Guardian di aver assistito alla detenzione di massa di civili palestinesi presso strutture militari israeliane. Un soldato che ha prestato servizio nel famigerato centro di detenzione di Sde Teiman ha affermato che un complesso era soprannominato “il reparto geriatrico” perché tutti i detenuti erano anziani o gravemente feriti, alcuni dei quali prelevati direttamente dagli ospedali di Gaza. 

“Dall’ospedale indonesiano [di Beit Lahiya] prelevavano masse di persone”, ha detto il soldato. “Portavano uomini su sedie a rotelle, persone senza gambe o con gambe praticamente inutili. Ricordo un uomo di 75 anni con monconi gravemente infetti. Ho sempre pensato che la scusa per arrestare i pazienti fosse che forse avevano visto gli ostaggi o qualcosa del genere”. Tutti loro, ha aggiunto, erano trattenuti nel “reparto geriatrico”.

Un altro soldato che comandava una squadra all’inizio della guerra ha detto che l’esercito aveva arrestato un paziente sulla settantina all’interno dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City. “È arrivato legato a una barella. Era diabetico, con la cancrena a una gamba, incapace di camminare. Non rappresentava un pericolo per nessuno”. Quell’uomo è stato trasferito a Sde Teiman.

Oltre ad andare a prelevare civili feriti negli ospedali di Gaza e a imprigionarli nei centri di detenzione israeliani, Israele ha arrestato centinaia di medici che li curavano. Oggi più di 100 operatori sanitari di Gaza rimangono incarcerati come “combattenti illegali”, secondo Physicians for Human Rights–Israel (Medici per i Diritti Umani – Israele, PHRI) che a febbraio ha pubblicato un rapporto che raccoglie le testimonianze di 20 medici e militari disposti a parlare che descrivono abusi e torture.

Naji Abbas, capo del dipartimento prigionieri di PHRI, ha affermato che le loro testimonianze hanno rivelato una pratica di incarcerazione per mesi dopo un singolo breve interrogatorio. Per Abbas questo smentisce l’affermazione di Israele secondo cui tali detenuti vengono trattenuti perché in possesso di preziose informazioni sugli ostaggi israeliani prigionieri di Hamas, e vede la loro detenzione come parte dell’attacco israeliano al sistema sanitario di Gaza.

In un resoconto raccolto da PHRI, un chirurgo dell’ospedale Nasser di Khan Younis ha descritto come i soldati “si sedevano sopra di noi, ci prendevano a calci con gli stivali e ci picchiavano con il calcio dei fucili”. In un’altra testimonianza, il primario del reparto di chirurgia dell’ospedale indonesiano ha dichiarato: “Ci hanno schiacciato la testa nella ghiaia ripetutamente per quattro ore, ci hanno picchiato selvaggiamente con i manganelli e ci hanno colpito con scariche elettriche”.

Un terzo medico ha riferito di essere stato picchiato fino a rompergli le costole, mentre un chirurgo dell’ospedale Al-Shifa ha descritto detenuti sottoposti a scariche elettriche, aggiungendo di aver sentito di prigionieri morti a causa di ciò. “Mentre andavamo al centro interrogatori mi hanno detto che mi avrebbero tagliato le dita perché sono un dentista”, ha testimoniato un altro medico a PHRI.

I medici che hanno reso testimonianza al PHRI erano stati classificati come “combattenti illegali”. Uno di questi detenuti, il dottor Adnan Al-Bursh, primario di ortopedia all’ospedale Al-Shifa, è morto in detenzione l’anno scorso dopo essere stato arrestato nel dicembre 2023. Secondo la sua famiglia è stato torturato a morte. Un altro, Iyad Al-Rantisi, direttore di un ospedale femminile a Gaza, è morto l’anno scorso in una struttura per interrogatori dello Shin Bet.

Il medico che prestava servizio ad Anatot [colonia e prigione a dieci km. a nord-est di Gerusalemme, ndt.] ha affermato che molti medici palestinesi vi erano incarcerati. Ricorda un pediatra, incatenato e bendato, che lo supplicava in inglese: “Siamo colleghi, può aiutarmi?”

Nel giugno 2024 l’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar inviò una lettera al Primo Ministro Benjamin Netanyahu avvertendolo di una crisi di sovraffollamento carcerario: il numero di detenuti aveva superato le 21.000 unità, mentre la capienza era di sole 14.500 unità. Scrisse che il trattamento dei prigionieri “rasentava l’abuso”, esponendo i dipendenti statali a possibili procedimenti penali dall’estero.

Il duro trattamento riservato ai detenuti è coerente con le dichiarazioni del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, che l’anno scorso aveva dichiarato che una delle sue massime priorità era “peggiorare le condizioni” dei prigionieri palestinesi, anche fornendo solo “pochissimo cibo”. Molti civili di Gaza arrestati e imprigionati dalle forze israeliane hanno testimoniato di essere stati sottoposti a gravi abusi e torture.

Ma l’arresto di massa di medici e altri civili sembra anche essere stato, almeno in parte, finalizzato a creare una leva per le trattative sugli ostaggi. Quando il direttore dell’ospedale Al-Shifa Mohammed Abu Salmiya è stato rilasciato l’anno scorso, il parlamentare Simcha Rothman, presidente della Commissione Costituzione, Diritto e Giustizia della Knesset, si è lamentato che fosse stato liberato “non in cambio di ostaggi”. Nella stessa riunione della Commissione il parlamentare Almog Cohen ha affermato che Israele aveva perso l’occasione “di detenere un importante simbolo di Gaza” da utilizzare in un accordo.

“Continuavamo a rilasciare persone ‘gratuitamente’, e questo faceva arrabbiare [i soldati]”, ha spiegato un soldato di stanza in un centro di detenzione. “[I soldati] dicevano: ‘Non restituiscono gli ostaggi, quindi perché dovremmo lasciarli andare?'”

Legalizzare il rapimento”

Pochi casi evidenziano la crudeltà arbitraria della politica israeliana di incarcerazione di massa in maniera più lampante del caso di Fahamiya Al-Khalidi, arrestata dai soldati in una scuola nel quartiere Zeitoun di Gaza City il 9 dicembre 2023.

L’allora 82enne soffriva di Alzheimer e aveva difficoltà a camminare autonomamente, ma l’esercito israeliano l’ha comunque portata al centro di detenzione militare di Anatot prima di trasferirla il giorno successivo nella prigione di Damon, nel nord di Israele, dove è stata incarcerata per sei settimane. Un documento del carcere rivela che è stata detenuta ai sensi della legge sui combattenti illegali, confermando i dettagli pubblicati per la prima volta su Haaretz all’inizio del 2024.

In risposta alla nostra inchiesta, l’esercito israeliano ha inizialmente dichiarato che Al-Khalidi era stata arrestata “per escludere il suo coinvolgimento in attività terroristiche”. In seguito ha affermato che la donna era stata detenuta “sulla base di informazioni specifiche che la riguardavano personalmente”, aggiungendo che “alla luce delle sue attuali condizioni, la detenzione non era appropriata ed era il risultato di un errore di giudizio isolato e locale”.

Un medico militare di stanza ad Anatot ha raccontato a +972, Local Call e Guardian di essere stato chiamato per curare Al-Khalidi per un collasso la prima notte dopo il suo arrivo. “È caduta e si è fatta male, probabilmente a causa del filo spinato”, ha raccontato. “Le abbiamo cucito la mano nel cuore della notte”. Le foto scattate dal medico, visionate da +972, Local Call e Guardian, confermano la sua presenza ad Anatot al momento della detenzione di Al-Khalidi.

Secondo il soldato, Al-Khalidi non riusciva a ricordare la sua età e pensava di essere ancora a Gaza, eppure l’esercito la considerava ancora una militante. “Dicevano ai soldati che la persona è una ‘combattente illegale’, che equivale a terrorista”, ha spiegato. “Quando Al-Khalidi è arrivata ricordo che zoppicava visibilmente verso la clinica. Ed era classificata come combattente illegale. Il modo in cui viene usata questa etichetta è folle”. Al-Khalidi era una delle circa 40 donne che il soldato ricorda di aver visto ad Anatot nei due mesi trascorsi nella struttura. “C’era una donna che aveva avuto un aborto spontaneo; le sue guardie dicevano che aveva avuto un’abbondante emorragia. Un’altra donna, una madre che allattava portata via senza il suo bambino, voleva continuare ad allattare per preservare il latte.”

Abeer Ghaban, 40 anni, era già detenuta nel carcere di Damon quando Al-Khalidi è arrivata. Ha raccontato che l’anziana donna sembrava spaventata e aveva il viso e le mani gonfie. All’inizio Al-Khalidi non parlava quasi con nessuna delle altre detenute, ma lentamente hanno scoperto che era fuggita quando l’esercito israeliano aveva minacciato di bombardare il suo edificio ed era stata successivamente arrestata.

Ghaban ha raccontato di aver trascorso settimane ad accudire Al-Khalidi mentre erano incarcerate insieme. “Le davamo da mangiare con le nostre mani”, ha ricordato. “Le cambiavamo i vestiti. Si muoveva su una sedia a rotelle”.

Ghaban ha raccontato che una volta le guardie carcerarie hanno preso in giro Al-Khalidi finché lei non ha tentato di fuggire, si è schiantata contro una recinzione e si è ferita.

Erano anni che Ghaban stava crescendo da sola i suoi tre figli di 10, 9 e 7 anni, che quindi sono stati abbandonati a se stessi quando i soldati israeliani l’hanno arrestata a un posto di blocco a Gaza nel dicembre 2023. Durante l’interrogatorio Ghaban si è resa conto che l’esercito aveva confuso suo marito, un contadino, con un membro di Hamas con il medesimo nome. Dopo aver confrontato le fotografie un soldato ha ammesso l’errore, ma lei è stata trattenuta in prigione per altre sei settimane, in ansia per i suoi figli.

Le due donne sono state rilasciate insieme nel gennaio 2024, senza spiegazioni. Ghaban ha aiutato Al-Khalidi a contattare i suoi figli che vivono all’estero, e ha trovato i propri figli che mendicavano per strada, quasi irriconoscibili. “Erano vivi”, ha detto, “ma vedere lo stato in cui erano stati per 53 giorni senza di me mi ha spezzato il cuore”.

Un giornalista ha fatto un servizio su Al-Khalidi a Rafah dopo il suo rilascio, disorientata e confusa, senza nessuno dei suoi familiari. Non ricordava per quanto tempo fosse stata detenuta. “Mi hanno portato via dalla scuola”, ha detto, ancora vestita con i pantaloni grigi della prigione. “Ho passato tante cose.”

Michael Sfard, uno dei principali avvocati israeliani per i diritti umani, ha confermato che il diritto internazionale consente l’internamento di civili solo se rappresentano una consistente minaccia alla sicurezza e ne garantisce i diritti fondamentali – che Israele sta violando,.

“Le condizioni dei cittadini di Gaza detenuti in Israele non rispettano assolutamente, senza dubbio, quanto previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra”, ha spiegato, sottolineando che abusi violenti, privazione di cibo e negazione delle visite della Croce Rossa e della comunicazione con le famiglie sono all’ordine del giorno. La legislazione utilizzata per trattenerli, ha aggiunto, è di per sé “una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Hassan Jabareen, direttore dell’organizzazione per i diritti legali palestinesi Adalah con sede ad Haifa, concorda. “La Legge sui Combattenti Illegali è concepita per facilitare la detenzione di massa di civili e le sparizioni forzate, legalizzando di fatto il rapimento di palestinesi da Gaza”, ha affermato. “Priva i detenuti delle protezioni garantite dal diritto internazionale, comprese le garanzie specificamente destinate ai civili, utilizzando l’etichetta di ‘combattente illegale’ per giustificare la negazione sistematica dei loro diritti.

Inizialmente l’esercito israeliano non ha negato i dati numerici riportati in questo articolo, ma in una dichiarazione successiva ha affermato che le cifre erano “errate” e ha sostenuto che le nostre affermazioni “riflettono un’errata interpretazione delle procedure di detenzione in Israele”. Ha poi proseguito: “Le forze dell’IDF sono tenute a detenere i sospettati sul campo, sia sulla base di esistenti informazioni di intelligence, sia a causa di un ragionevole sospetto derivante dalle circostanze del loro arresto, e ad accertare chi tra loro sia coinvolto in attività terroristiche. L’IDF respinge categoricamente le accuse di detenzioni arbitrarie. Prima dell’emissione di un ordine di internamento permanente, e come parte della procedura standard, viene emesso un ordine di detenzione temporanea del detenuto ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali, che consente la sua detenzione per un periodo limitato durante il quale si svolgono indagini e valutazioni. Durante questo periodo non è ancora stabilito se l’individuo si qualifichi come combattente illegale. Solo se si riscontra che l’individuo soddisfa quei criteri e rappresenta una minaccia per la sicurezza verrà emesso un ordine di internamento permanente ai sensi di quella legge. Ogni persona detenuta ai sensi di un ordine di internamento permanente è sottoposta a revisione giudiziaria da parte di un giudice del Tribunale Distrettuale dopo l’emissione dell’ordine, e nuovamente ogni sei mesi per tutta la durata della detenzione. La maggior parte delle persone detenute ai sensi della Legge sui Combattenti Illegali sono membri di organizzazioni terroristiche, mentre altri sono stati coinvolti in attività terroristiche senza essere affiliati a un gruppo specifico. I detenuti ricevono cure mediche adeguate, che includono una visita medica al momento dell’ammissione al centro di detenzione e controlli medici regolari per monitorare le loro condizioni. Se necessario, i detenuti vengono trasferiti in ospedale per le cure. I detenuti che necessitano di supervisione medica possono essere trattenuti insieme per facilitare l’accesso e le cure da parte del personale medico.”

Emma Graham-Harrison del Guardian ha contribuito a questo articolo

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme, co-autore del film No other Land.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Piano di Trump per Gaza: Blair si unisce agli avvoltoi che si nutrono dell’Olocausto palestinese

David Hearst

4 settembre 2025 – Middle East Eye

Dopo quasi due anni di genocidio i leader occidentali stanno discutendo di piani per costruire “mega-progetti” in stile Dubai sul campo di sterminio israeliano

Sono trascorsi quasi 18 anni da quando Tony Blair, allora inviato per il Medio Oriente, presentò un documento di 34 pagine che delineava un “corridoio per la pace e la prosperità” esteso dal Mar Rosso alle alture del Golan occupate.

Il piano Blair prevedeva un parco agroindustriale vicino a Gerico, nella Cisgiordania occupata, per facilitare il trasporto di merci verso il Golfo attraverso la Giordania. Un altro parco industriale, o “progetto a impatto rapido”, sarebbe stato creato a Tarqumiya, a Hebron, e un terzo a Jalameh, a nord di Jenin.

Ben poco di tutto questo era una novità. Gli Accordi di Oslo, firmati nel 1993 e nel 1995, prevedevano la creazione di un totale di nove zone industriali lungo la Linea Verde, da Jenin, a nord, fino a Rafah, a Gaza.

Ma gonfio di ottimismo e con il sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea, dell’USAID e del Giappone, Blair annunciò, da vero visionario, come ha sempre ritenuto di essere: “Se il pacchetto di cui sopra funziona, allora sarà seguito da altri pacchetti simili. In questo modo, col tempo e gradualmente, il peso dell’occupazione potrà essere alleviato, ma in un modo che non metta a rischio la sicurezza di Israele”.

Aggiunse: “Sono fermamente convinto che questi passi faciliteranno anche i negoziati in corso tra le parti, volti a raggiungere un accordo di pace sostenibile e duraturo tra due Paesi che potranno vivere fianco a fianco in pace e prosperità.

Oggi del parco industriale di Blair al valico di Jalameh con Israele rimane ben poco. Per anni il sito recintato è rimasto vuoto, finché l’Autorità Nazionale Palestinese, con il sostegno di investitori turchi, non ha tentato di fondare una “città industriale” a Jenin. Ora di quei sogni restano solo poche strade e qualche magazzino.

Nel 2008 Blair si è attribuito il merito di aver ridotto il numero di posti di blocco, all’epoca circa 600, nella Cisgiordania occupata. Oggi ci sono 898 posti di blocco militari, tra cui decine di cancelli che sigillano città e villaggi palestinesi per gran parte della giornata. Tutta la vita economica è soffocata.

Milizie di coloni vagano per il territorio terrorizzando le città palestinesi e cacciando i palestinesi da vaste aree di terra, rivendicate da “fattorie di pastori” illegali in coordinamento con il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile [l’organo di governo israeliano, in realtà subordinato all’esercito, che opera in Cisgiordania, ndt.] nella Cisgiordania occupata.

Anticamera dell’annessione

Tutto questo è visto come un preludio dell’annuncio ampiamente atteso dell’annessione da parte di Israele dell’Area C [sotto totale controllo israeliano, ndt.], che comprende circa due terzi della Cisgiordania.

Oltre 40.000 palestinesi sono rimasti senza casa a causa della demolizione dei campi profughi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams, nell’ambito di un’operazione dell’esercito israeliano chiamata “Muro di Ferro”, giunta ormai all’ottavo mese.

Nel 2009 Blair ricevette un premio per il suo piano fallito: un milione di dollari per la “leadership”, gran parte dei quali andarono alla sua fondazione “per il dialogo tra religioni”.

Oggi, dopo 23 mesi di genocidio e demolizioni a Gaza, Blair è tornato in attività, riproponendosi quasi vent’anni dopo come un esperto del Medio Oriente.

A quanto pare, starebbe consigliando la Casa Bianca e parlando con il genero di Donald Trump, Jared Kushner, in merito all’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti per Gaza.

La strategia, o almeno una sua versione, è contenuta in una serie di slide contenute in 38 pagine che delineano una visione per la Gaza del dopoguerra.

Dall’ottobre 2023 Gaza è diventata un laboratorio di morte del XXI secolo: una lezione terrificante su come riscrivere le regole della guerra; come usare droni e robot per massimizzare i danni collaterali; come sfruttare l’intelligenza artificiale per localizzare gli obiettivi; come usare la fame e i punti di distribuzione degli aiuti per spezzare la volontà di resistenza di un popolo; come smantellare i sistemi sanitari ed educativi; e come lasciare un’intera nazione senza casa.

Josef Mengele, il medico nazista che condusse esperimenti mortali sui prigionieri di Auschwitz, avrebbe riconosciuto molti di questi criteri di prestazione come successi.

Ora un ulteriore esperimento umano sta per essere condotto sui palestinesi di Gaza, ed è incentrato su come costruire 324 miliardi di dollari di “mega-progetti” in stile Dubai sulle loro tombe.

Gli imperatori di Gaza

La prima cosa da notare in questa presentazione è la sua brutalità. È priva di qualsiasi riconoscimento di Gaza come patria palestinese. In questo, i suoi autori sono regrediti agli standard morali della Russia zarista e a quanto accaduto in un campo fuori Mosca appena quattro giorni dopo l’incoronazione dello zar Nicola II.

Fino a mezzo milione di russi si radunarono a Khodynka per ricevere cibo gratuito e doni dall’imperatore, tra cui a quanto pare panini, salsicce, pretzel, pan di zenzero e tazze commemorative. Quando si sparse la voce che non c’erano abbastanza birra e pretzel per tutti e che le tazze smaltate contenevano monete d’oro, si scatenò un assalto disordinato, con oltre 1.200 morti e fino a 20.000 feriti.

Ciononostante l’imperatore e l’imperatrice proseguirono con i loro piani. Apparvero di fronte alla folla sul balcone del padiglione dello zar in mezzo al campo, quando i cadaveri erano già stati portati via.

Ciò equivale al comportamento degli imperatori odierni nei confronti della popolazione affamata e morente di Gaza: solo che la portata della tragedia attuale fa apparire poca cosa la noncuranza di Nicola II nei confronti del destino del suo popolo.

Trump intende costruire un paese delle meraviglie in stile Dubai sulle tombe fresche di 63.000 morti (e il numero continua a salire). Questa psicopatica mancanza di empatia si estende ai vivi così come ai morti: perché il paradiso che trasformerà Gaza da un “alleato iraniano annientato” in un “prospero alleato abrahamitico” non sarà solo “libero da Hamas”, ma anche dalla maggior parte dei palestinesi.

Infatti più palestinesi se ne vanno, più economico diventa il progetto. Per ogni palestinese che va via, il piano calcola un risparmio di 23.000 dollari; per ogni 1% della popolazione che si trasferisce, si risparmiano 500 milioni di dollari. Per indurre i palestinesi di Gaza a lasciare la loro terra, il piano propone di dare a ciascuno 5.000 dollari e di sovvenzionare il loro affitto in un altro Paese per quattro anni, oltre al cibo per un anno.

Si ritiene che gli autori del piano siano israeliani. La proposta sarebbe stata formulata da Michael Eisenberg, un investitore di capitale di rischio israeliano-americano, e da Liran Tancman, un imprenditore tecnologico israeliano ed ex ufficiale dell’intelligence militare. Sembra che le loro iniziali, “ME” e “LT”, siano presenti sulla prima pagina del piano insieme a una misteriosa terza serie di iniziali, “TF”.

Secondo il New York Times Eisenberg e Tancman facevano parte di un gruppo di funzionari e imprenditori israeliani che per primi concepirono la Gaza Humanitarian Foundation (GHF) alla fine del 2023, settimane dopo gli attacchi guidati da Hamas contro Israele.

Si ritiene che una prima bozza del piano di riqualificazione di Gaza sia stata completata lo scorso aprile e presentata all’amministrazione Trump. Non è noto se questa proposta sia stata discussa durante il recente incontro tra Kushner e Blair, entrambi impegnati a elaborare idee simili.

Ma come andrà a finire è chiaro.

Destinato al fallimento

Blair, per esempio, dovrebbe rendersi conto che qualsiasi piano basato sulla liberazione di Gaza da Hamas è destinato al fallimento. Dovrebbe ripensare ai suoi giorni da Primo Ministro e agli sforzi del suo governo per negoziare con l’Esercito Repubblicano Irlandese (IRA).

Immaginate se qualcuno si fosse rivolto a lui con l’idea di de-repubblicanizzare Short Strand, sede dell’Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese, o l’intera zona ovest di Belfast come precondizione per la pace.

Fortunatamente, la direzione intrapresa da tre primi ministri britannici – Margaret Thatcher, John Major e Tony Blair – nel processo di pace fu esattamente l’opposto. Il riconoscimento del ruolo di Dublino nel Nord fu un risultato di Thatcher, seguito da colloqui diretti con l’IRA sotto la guida di Major, che svolse la maggior parte del lavoro.

Tra questi, una serie di incontri avvenuti a Derry tra Michael Ancram, allora ministro britannico in carica nel governo di Major, e il leader dell’IRA Martin McGuinness. Molti anni dopo, Ancram mi raccontò di quegli incontri nei minimi dettagli e con grande ilarità. Ma la loro stessa esistenza contraddiceva totalmente la linea ufficiale del governo dellepoca: “la Gran Bretagna non parla con coloro che definisce terroristi”.

L’IRA avviò il processo di smantellamento dopo che la Gran Bretagna promise di liberare i prigionieri repubblicani dal carcere di Maze e quando furono fornite garanzie politiche per la condivisione del potere a Stormont [il parlamento nord-irlandese, ndt] come parte dell’Accordo del Venerdì Santo.

McGuinness e il suo ex acerrimo nemico, Ian Paisley, allora capo del Partito Unionista Democratico, divennero alleati. Tale era la confidenza tra loro che divennero noti come i “Chuckle Brothers” [Fratelli Risata,ndt.].

Ora applichiamo la formula che portò la pace in Irlanda del Nord a Gaza e ad Hamas, che nel Regno Unito è messa al bando in quanto considerata organizzazione terroristica, e cosa otteniamo? Colloqui diretti con Hamas su un rilascio massivo di ostaggi e prigionieri, seguiti da colloqui con tutti i gruppi di resistenza su un governo tecnico, insieme al ripristino di tutte le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, alla fine dell’assedio e a un enorme flusso internazionale di denaro e cemento per la ricostruzione. A lungo termine Hamas potrebbe offrire una “hudna” [cessate il fuoco, ndt.], o una tregua a tempo indeterminato al conflitto armato.

Questa è la formula irlandese applicata a Gaza. Ma ora si sta seguendo l’esatto opposto per quanto riguarda Gaza, perché ogni riflessione sulla Palestina è vista attraverso il prisma della necessità di difendere e armare lo Stato di Israele in continua espansione.

Escludere Hamas

La pace in Irlanda del Nord non avrebbe potuto essere raggiunta senza il coinvolgimento attivo di Dublino e Washington. Gli Stati Uniti oggi, rappresentati da una serie di presidenti, sia democratici che repubblicani, sono il principale sostenitore del Grande Israele e il principale ostacolo a una pace sostenibile.

Hamas è stata esclusa dal più ampio processo politico da quando il partito ha vinto le ultime elezioni libere in Palestina nel 2006. Il compito di Blair in questo senso è stato reso molto più facile dal comportamento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei leader di ogni governo arabo. Non è l’unico a tentare di applicare una soluzione sopra le teste e contro la volontà del popolo palestinese.

Dieci anni fa, ho rivelato come Blair avesse incontrato Khaled Meshaal, allora dirigente politico di Hamas. Due di questi incontri ebbero luogo a Doha, quando Blair era ancora inviato speciale. Ma gli incontri continuarono per qualche tempo dopo che lui aveva abbandonato l’incarico.

Fonti palestinesi mi hanno riferito che Blair, accompagnato dall’MI6 [i servizi segreti britannici, ndt], tentò di ottenere il merito di una revisione del documento fondativo di Hamas che riconoscesse i confini di Israele del 1967, offrendosi di portare il documento a Washington. Hamas naturalmente rifiutò il tentativo di Blair di intromettersi in una questione interna.

Ma all’epoca gli incontri furono visti come un riconoscimento del fallimento del tentativo di escludere Hamas dal governo e dai colloqui sul futuro della Palestina.

Negli ultimi 23 mesi Israele ha cercato di ottenere con la forza ciò che in 17 anni di assedio sempre più brutale non era riuscito a ottenere attraverso privazioni e bombardamenti.

Oggi Blair è diventato l’ennesimo uomo estremamente ricco e abbronzato, completamente a suo agio in compagnia di altri multimilionari come Kushner.

Oggi 1 milione di dollari significherebbe poco per lui. I fallimenti ripetuti in Medio Oriente sono stati un affare redditizio per Blair, mettendo in ombra il piano di arricchimento personale dell’ex Primo Ministro Boris Johnson dopo la sua nomina.

Ma non abbiate dubbi: questo piano per Gaza, o qualsiasi altro piano ordito a sproposito sulla testa del popolo palestinese, subirà la stessa sorte di tutti gli altri progetti falliti.

Gaza non può essere ripulita dalla presenza di Hamas, così come l’Inghilterra non può essere ripulita dalla presenza degli inglesi o la Francia da quella dei francesi.

Nessun processo di pace esisterebbe in Irlanda del Nord senza il consenso dell’IRA, e nonostante questo oggi esistono ancora gruppi scissionisti attivi.

Nessun governo palestinese del dopoguerra lavorerà a Gaza senza il consenso di Hamas, dichiarato o implicito. Questo è l’unico dato di fatto consolidato da 23 mesi di resistenza.

Inoltre in tutti i banali acronimi, in tutti i vertiginosi progetti per porti, aeroporti, città con imponenti grattacieli, una rete stradale costellata di autostrade anulari alla Mohammed bin Salman, manca un piccolo dettaglio.

Quale posto ci sarebbe nella Riviera di Gaza di Trump per un monumento agli oltre 63.000 palestinesi uccisi e ai 160.000 feriti nel genocidio israeliano?

E come lo chiamerebbe Trump? Un memoriale per l’Olocausto palestinese creato dal regime di Netanyahu?

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla regione e analista sull’Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l’istruzione.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Trump: Israele sta perdendo influenza sul Congresso e la battaglia per l’opinione pubblica

Redazione di MEMO

2 settembre 2025 – Middle East Monitor

Lunedì il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che una volta, 15 anni fa, Israele aveva la più forte lobby nel Congresso, ma adesso ha perso tale influenza nonostante conservi la sua superiorità militare.

Israele aveva la più forte lobby che io abbia mai visto. Avevano il controllo totale del Congresso, adesso non più.”

Israele sta vincendo la guerra militarmente ma sta perdendo la battaglia per l’opinione pubblica,” ha aggiunto.

Ha sottolineato che nessuno ha dato ad Israele tanto quanto ha fatto lui durante la sua presidenza, descrivendo il suo supporto, incluso quello agli attacchi contro l’Iran, come “totale e senza precedenti.”

Trump ha osservato che i politici americani “non temono più di criticare Israele” come una volta, indicando i cambiamenti sulla scena politica statunitense riguardo alla guerra in Medio Oriente.

Ha anche affermato che Israele dovrebbe terminare la sua guerra contro Gaza perché “sta facendo male agli israeliani.”

Dal 7 ottobre 2023 le forze israeliane, sostenute direttamente dagli Stati Uniti e dagli Stati occidentali, hanno continuato una guerra di distruzione a Gaza che secondo il ministero della Sanità del territorio finora ha ucciso e ferito più di 224.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’esercito israeliano e i coloni uniti nella punizione collettiva di Al-Mughayyir

Oren Ziv e Shatha Yaish 

27 agosto 2025 – +972 Magazine

L’assedio del villaggio della Cisgiordania e la distruzione dei suoi uliveti sono stati un esercizio congiunto di intimidazione e modificazione dello spazio palestinese

Venerdì 22 agosto una colonna di bulldozer è entrata negli uliveti di Al-Mughayyir, un villaggio a est di Ramallah nella Cisgiordania occupata. Molti erano macchinari civili guidati da coloni, supportati da vari bulldozer blindati dell’esercito. Domenica migliaia di ulivi, molti vecchi di decenni e di proprietà di famiglie locali, sono stati sradicati.

L’ordine è venuto dal generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano. Ufficialmente la distruzione è parte di una caccia all’uomo per trovare un palestinese armato che avrebbe aperto il fuoco contro coloni israeliani che pascolavano le pecore sulla terra del villaggio, ferendone uno prima di scappare. L’esercito ha sostenuto che la distruzione degli alberi intendeva evitare che il ricercato vi si potesse nascondere. Eppure lo stesso Bluth ha subito rivelato che la vera intenzione era un’altra.

“Ogni villaggio e ogni nemico devono sapere che se attaccano gli abitanti (i coloni), pagheranno un prezzo pesante,” ha dichiarato Bluth durante una conferenza informativa sul posto. “Faranno l’esperienza del coprifuoco, di un assedio e di operazioni di modificazione del territorio.”

“Operazioni di modificazione del territorio” è un eufemismo dell’esercito per indicare una politica di riprogettazione fisica di aree in cui è presente la resistenza palestinese. All’inizio di quest’anno la tattica è stata applicata a campi profughi in tutto il nord della Cisgiordania, dove i soldati hanno demolito centinaia di case, espulso decine di migliaia di abitanti e raso al suolo edifici per agevolare l’accesso all’esercito, lasciando tre campi, uno a Jenin e due a Tulkarem, praticamente deserti.

Ad Al-Mughayyir le parole di Bluth sono state rapidamente messe in pratica. I bulldozer hanno raso al suolo gli uliveti mentre i soldati hanno imposto un assedio e fatto irruzione nelle case. “Ora abbiamo il controllo assoluto del villaggio,” ha detto Bluth. “La prima missione è dare la caccia (all’aggressore)… Il secondo è effettuare qui un’operazione preliminare e garantire che chiunque sia scoraggiato, non solo questo villaggio, ma ogni villaggio che cerchi di alzare una mano contro gli abitanti (i coloni).”

In seguito alle affermazioni di Bluth, due importanti associazioni israeliane per i diritti umani, Yesh Din e l’Association for Civil Rights in Israel [Associazione per i Diritti Civili in Israele, ACRI, ndt.], hanno chiesto che la procura generale militare apra un’indagine penale contro il generale per sospetti crimini di guerra. Nel suo ricorso al tribunale Yesh Din ha sostenuto che l’ordine di Bluth era palesemente illegale “perché contraddice direttamente le disposizioni delle leggi internazionali che proibiscono di danneggiare la proprietà privata e le punizioni collettive,” e perché agli abitanti “non è stata data l’opportunità di presentare appello (contro l’azione).”

Nel contempo ACRI ha affermato che “i crimini di guerra e contro l’umanità (sono diventati) un problema giornaliero in Cisgiordania,” ed ha avvertito che “la dottrina dell’esercito secondo cui ‘non ci sono (persone) non coinvolte’ messa in atto prima a Gaza è arrivata in Cisgiordania ed è stata denominata ‘operazioni di modificazione del territorio’”

Poiché le critiche si sono moltiplicate, il portavoce dell’esercito ha cercato di ridurre il danno. In una dichiarazione rilasciata domenica ha difeso Bluth, insistendo che “l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] condanna i commenti inappropriati contro il capo del comando centrale che sta agendo in base a considerazioni operative e in accordo con la legge.”

Eppure le parole dello stesso Bluth, insieme alla decisione dell’esercito di sradicare intere coltivazioni invece di limitarsi a potare gli alberi, hanno rafforzato la sensazione che ciò riguardi meno considerazioni immediate in merito alla sicurezza e più una punizione collettiva. Questa impressione si è ulteriormente rafforzata dopo che ha circolato sulle reti sociali un video che mostra l’autista di un bulldozer dell’esercito che ha preso parte all’operazione e che si vanta: “Voi figli di puttana, non scocciatemi. Nel prossimo attacco raderò al suolo una casa.”

Il loro obiettivo è espellerci”

Da giovedì a domenica mattina Al-Mughayyir è stato sottoposto a un blocco completo: agli abitanti è stato impedito di uscire dalle proprie case e i soldati hanno chiuso entrambi gli ingressi del villaggio. La porta orientale verso Alon Road [strada che attraversa la Cisgiordania da nord a sud, ndt.] è rimasta chiusa fin dall’inizio della guerra, e durante l’assedio anche quella orientale è stata chiusa, obbligando gli abitanti a cercare di rientrare a casa con deviazioni di molte ore [su strade] che erano anch’esse bloccate. Secondo i racconti di persone del posto giovedì numerosi lavoratori che cercavano di tornare attraverso le colline circostanti sono stati fermati e picchiati da coloni e soldati.

Nel corso dei tre giorni di assedio l’esercito ha arrestato dieci abitanti, tra cui cinque fratelli e il capo del consiglio di villaggio, Amin Abu Alia. L’esercito ha sostenuto che uno degli arrestati è l’uomo armato sospettato di aver sparato al colono. Nel contempo stelle di David e le iniziali “MTA” e “MH”, in riferimento alle squadre di calcio Maccabi Tel Aviv e Maccabi Haifa, sono state scritte con lo spray sui muri di parecchie case.

In un video postato nella pagina Facebook del consiglio Abu Alia ha spiegato perché ha deciso di consegnarsi. “Durante l’incursione in casa hanno arrestato mio figlio e mi hanno detto che dovevo costituirmi,” ha detto. “Hanno collegato l’assedio al villaggio al fatto che mi consegnassi.”

La mattina del 24 agosto finalmente le forze israeliane si sono ritirate, lasciando dietro di sé vaste distruzioni. Solo allora gli abitanti hanno potuto lasciare le loro case e verificare i danni. “Non è stato il primo attacco, ma il più violento,” ha affermato il membro del consiglio Marzouk Abu Naim. “La loro giustificazione è che è stato attaccato un colono. La gente ha perso i suoi alberi, alberi antichi, sradicati lontano da Alon Road (dove è avvenuta la sparatoria). Alcune case sono state invase e perquisite. Le persone sono rimaste scioccate dal numero di soldati e dal livello di odio. Hanno saccheggiato decine di case, lanciato granate stordenti. Lo hanno fatto a casa mia mentre mia moglie ed io eravamo dentro. (In altre case) hanno persino rubato denaro e oggetti in oro.”

In piedi sulla sua terra accanto a Alon Road il cinquantacinquenne Abd al-Latif Abu Alya guarda i resti di 350 ulivi abbattuti. “Il loro obiettivo è mandarci via, sradicarci dalla nostra terra e distruggerla,” dice a +972. “Ma noi siamo radicati qui, saldi sulla nostra terra e vi rimarremo per tutta la vita. Se Dio vuole ripianterò sulla mia terra con rinnovata determinazione. Nessuna distruzione mi spezzerà.”

L’attivista locale Rabeah Abu Naim ripete la stessa opinione, descrivendo come i soldati hanno fatto irruzione nelle case, distrutto beni e si sono impossessati di oggetti di valore: “Hanno assediato il villaggio perché è l’ultimo a est di Ramallah prima della Valle del Giordano. Controllano già la valle e le aree circostanti, ora è il turno dei villaggi più vicini.” Aggiunge che i soldati hanno picchiato il suo fratello minore perché ha filmato i bulldozer e poi hanno arrestato il capo del consiglio “su richiesta dei coloni, per placarli.”

Abd al-Latif Abu Alya, in piedi accanto a uno delle migliaia di ulivi sradicati dall’esercito israeliano a Al-Mughayyir, il 24 agosto 2025. Foto Oren Ziv

Alle domande di +972 su questi avvenimenti il portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che i militari hanno avviato “un’intensa attività operativa nella zona” in risposta a “un grave attacco armato nei pressi del villaggio di Al-Mughayyir e alla fuga del terrorista dal luogo del delitto nel villaggio,” così come “una serie di attacchi terroristici che hanno avuto origine nello stesso villaggio.”

Il portavoce ha aggiunto che le forze israeliane hanno posto in atto nei pressi di Alon Road “operazioni di pulizia del terreno”, che lo sparatore potrebbe aver usato per nascondersi, definendo l’intervento “immediatamente necessario per impedire una minaccia mortale.” Ha confermato che i soldati hanno condotto detenzioni e perquisizioni, durante le quali il sospetto aggressore è stato arrestato. Rispondendo alle denunce degli abitanti secondo cui i soldati hanno confiscato denaro, oro e un’auto, il portavoce ha detto che i militari hanno agito per sequestrare “macchine e armi rubate”.

Gli ulivi sradicati, continua la dichiarazione, “sono stati lasciati ai bordi della zona ripulita; non verranno venduti e l’IDF non intende usarli.” Accuse di furto, ha aggiunto, “sono state esaminate e non confermate.”

Finalmente l’IDF sta agendo a dovere”

Negli ultimi anni, e soprattutto dall’inizio della guerra a Gaza, alcuni coloni si sono impossessati di tutti i pascoli a est della Alon Road, molti dei quali di proprietà di abitanti di Al-Mughayyir. Ora sembrano intenzionati a occupare anche le radure a ovest della strada e a quanto pare l’esercito fa tutto quello che può per assecondarli.

Secondo Dror Atkes, dell’ong israeliana Kerem Navot, dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023 attorno ad Al-Mughayyir sono stati creati quattro nuovi avamposti dei coloni e uno è stato fondato in precedenza quello stesso anno. In totale ora accerchiano il villaggio otto avamposti, tra cui uno all’interno della zona B (territorio sottoposto [in base agli accordi di Oslo, ndt.] all’autorità civile palestinese ma sotto il controllo militare israeliano). Il più importante, Adei Ad, legalizzato nel 2022 e riconosciuto formalmente come colonia lo scorso maggio, funziona come centro per gli altri.

Venerdì Zvi Sukkot, presidente della sottocommissione della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] per gli Affari di Giudea e Samaria [la Cisgiordania, ndt.] ha visitato il luogo in cui sono stati sradicati gli alberi. “Finalmente l’IDF sta agendo a dovere,” ha dichiarato. “Ogni villaggio da cui è uscito un terrorista per colpire i nostri abitanti deve sapere che pagherà un prezzo salato.”

Elisha Yered, che si autodefinisce “giovane delle colline” [gruppo di coloni particolarmente violenti, ndt.] ed ex-portavoce del parlamentare di Sionismo Religioso [partito di estrema destra dei coloni, ndt.] Limor Son Har-Melech, ha descritto nel dettaglio le azioni dell’esercito e le loro motivazioni in un video filmato sul posto: “Per circa 24 ore i bulldozer hanno lavorato per spianare tutti gli alberi ai lati della strada. Al villaggio è stato imposto un blocco, i soldati stanno andando casa per casa e l’esercito ha promesso che è solo l’inizio. Il comandante Bluth parla pubblicamente per la prima volta di punizione collettiva, in modo che (questo villaggio) e i suoi amici capiscano che colpire gli ebrei non paga.”

Yered ha chiesto che la campagna non si fermi ad Al-Mughayyir: “Le case degli assassini nel villaggio devono continuare ad essere demolite, la casa del terrorista deve essere distrutta oggi (indipendentemente dalla posizione della) Corte Suprema e (dell’associazione per i diritti umani) B’Tselem, e il modello deve essere replicato in ogni villaggio che osi metterlo alla prova.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




ONU: da gennaio registrati oltre 1000 attacchi israeliani contro i palestinesi in Cisgiordania

Amira Haas

28 agosto 2025 Haaretz

Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, che includono solo gli attacchi che hanno provocato morti, feriti o danni alle proprietà, nel 2025 sono stati finora uccisi 11 palestinesi e 696 sono rimasti feriti. I dati indicano una continua tendenza al rialzo nel numero di incidenti violenti da parte di israeliani in Cisgiordania

Nei primi otto mesi di quest’anno le Nazioni Unite hanno registrato oltre 1.000 aggressioni perpetrate da civili israeliani contro palestinesi e le loro proprietà in decine di località in Cisgiordania. Undici palestinesi sono stati uccisi durante questi attacchi mentre cercavano di proteggere le loro case, i greggi di pecore o campi e boschi contro gli aggressori militari e civili. Altri 696 sono rimasti feriti.

Queste cifre attestano la crescente tendenza alla violenza esercitata dai civili israeliani contro i palestinesi dal 2021, anno in cui sono stati documentati 532 casi di questo tipo. Nel 2024 si sono verificati 1.449 simili episodi di violenza, in cui soldati e civili israeliani hanno ucciso 11 palestinesi e ne hanno feriti altri 486.

Tutti questi attacchi sono stati e sono perpetrati in aree sotto la piena responsabilità delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ovvero nelle aree B e C (una definizione che ha diviso arbitrariamente il controllo in Cisgiordania tra le Forze di Difesa Israeliane e l’Autorità Nazionale Palestinese, una divisione che avrebbe dovuto terminare nel 1999). Secondo il diritto internazionale questo significa che l’esercito deve proteggere le popolazioni locali, le loro vite, i loro mezzi di sussistenza e le proprietà.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UNHCR), che documenta questi attacchi, non include nei suoi rapporti bisettimanali gli attacchi che non si concludono con morti, feriti o danni alle proprietà.

Il dipartimento per gli affari negoziali dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che documenta tutti gli incidenti legati al controllo israeliano in Cisgiordania (da uccisioni e ferimenti a incursioni, detenzioni, espropriazioni di terreni ed erezione di posti di blocco permanenti o mobili), include nei suoi rapporti anche gli attacchi dei coloni che non si concludano con feriti, e tali attacchi si verificano quotidianamente.

Tra questi rientrano le incursioni [nelle proprietà palestinesi, n.d.t.], le minacce con armi e cani, il blocco delle strade, l’intimidazione dei pastori e il disturbo delle loro greggi, l’impedimento dell’accesso agli uliveti, il bagno – spesso con l’accompagnamento dell’esercito – nelle sorgenti dei villaggi e le molestie agli abitanti.

I dati pubblicati da questo dipartimento indicano anche un netto aumento: a luglio 2021 erano stati registrati 51 attacchi e episodi di molestie di varia intensità da parte di cittadini israeliani mentre a luglio di quest’anno ne sono stati registrati 369. A titolo di confronto, nel luglio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha segnalato 163 attacchi.

Il più grave di questi ultimi attacchi si è concluso con l’uccisione di Awdah Hathaleen del villaggio di Umm al-Kheir. Il presunto assassino è Yinon Levi, un colono di uno degli avamposti della zona. Secondo quanto riportato da palestinesi e organizzazioni israeliane per i diritti umani due giorni fa i coloni hanno allestito roulotte proprio accanto alle case del villaggio, a pochi metri dal luogo in cui si trovava Levi quando ha iniziato a sparare con la sua pistola.

Anche ad agosto si sono verificati decine di attacchi. Solo tra il 12 e il 18 agosto le Nazioni Unite hanno documentato 29 attacchi in 23 comunità della Cisgiordania da parte di civili israeliani contro palestinesi conclusasi con lesioni personali o danni alle proprietà. Undici persone sono rimaste ferite in questi attacchi, nove delle quali da parte dei coloni e due da parte di soldati. Tra i feriti ci sono un uomo anziano, un bambino e tre donne. La documentazione mostra che sono stati danneggiati anche 700 alberi.

I danni agli ulivi e alle aree agricole sono uno degli aspetti più odiosi di tali attacchi. Secondo le prove accumulate nel corso degli anni e documentate da Haaretz in numerose occasioni, i metodi sono vari: includono incendi, tagli, sradicamenti, segatura di rami e, durante la stagione della raccolta delle olive, furto del raccolto. Il danno arrecato pregiudica i ricavi previsti da queste colture. Ogni albero abbattuto o sradicato vanifica anni di lavoro, insieme agli investimenti nelle risorse utilizzate per la loro cura, tra cui acqua e insetticidi.

Gli agricoltori palestinesi sentono una vicinanza emotiva e personale in particolare con i loro ulivi, poiché questi rappresentano la continuità delle generazioni e del loro modo di vivere. Gli alberi sono sia un bene familiare che si trasmette per eredità, sia un simbolo nazionale che attesta l’esistenza di un popolo e il suo legame con la terra. Danneggiare questi alberi non è percepito come vandalismo fine a se stesso, ma come un deliberato intento di cancellare i legami familiari e nazionali delle persone che li possiedono e li coltivano.

Così, quando la scorsa settimana, su ordine del comandante del Comando Centrale delle IDF maggior generale Avi Bluth l’esercito ha sradicato migliaia di ulivi con frutti quasi maturi nel villaggio di al-Mughayyir, lo shock e l’orrore sono stati immensi. Lo sradicamento di massa in pieno giorno è riuscito a fare in due o tre giorni ciò che i civili israeliani “riescono” a fare di nascosto in molti attacchi. Bluth ha presentato questo massiccio sradicamento come la risposta a una sparatoria in cui era rimasto ferito un civile israeliano nei pressi dell’avamposto di Adei Ad; il presunto attentatore proveniva da quel villaggio.

Solo ad al-Mughayyir ci sono stati da gennaio 2023 83 attacchi da parte di civili israeliani. Tra questi l’incendio di auto e case e danni agli alberi. Due abitanti del villaggio che stavano proteggendo le loro case e i loro alberi sono stati uccisi dai soldati nell’aprile 2024 e a metà agosto di quest’anno. Quasi la metà degli attacchi, 39, è stata perpetrata da gennaio di quest’anno. Il numero più alto, 11, si è registrato a maggio.

Secondo B’Tselem almeno 40 comunità di pastori palestinesi hanno dovuto abbandonare le loro residenze negli ultimi tre anni a causa dell’aumento degli attacchi. In molti villaggi si segnala la presenza di israeliani armati che impediscono agli abitanti di raggiungere i loro appezzamenti di terra. I palestinesi affermano che gli aggressori provengono solitamente da avamposti di pastori, che si sono moltiplicati notevolmente negli ultimi anni sia che vi risiedano, che siano in visita o vi lavorino per curare le greggi.

Gli abitanti di questi avamposti si vantano di controllare vaste aree di terreni agricoli e pascoli. Così, ad esempio, in un video pubblicato sui social media questa settimana allo scopo di raccogliere donazioni per questi avamposti, la persona che ha fondato un avamposto a est di al-Mughayyir, Eliav Libi, racconta al rabbino Shmuel Eliyahu che 12 avamposti agricoli ora controllano 90.000 dunam (22.240 acri) tra la catena montuosa centrale e la valle del Giordano.

In un gruppo WhatsApp di sostenitori degli avamposti si possono trovare messaggi come: “Gli arabi riferiscono che degli ebrei festanti hanno incendiato due veicoli nel villaggio di Abu Falah, vicino all’insediamento di Shilo”, oppure “Arabi piagnoni riferiscono che ebrei felici hanno incendiato diversi veicoli nel villaggio di Silwad, vicino all’insediamento di Ofra”. Entrambi sono apparsi il 31 luglio.

Anche i palestinesi hanno gruppi WhatsApp pensati per segnalare in tempo reale attacchi e molestie da parte dei coloni. Lo scorso lunedì mattina uno di questi gruppi ha riferito che un anziano contadino di Halhul è stato picchiato duramente dagli israeliani, che da un mese impediscono alle famiglie di accedere ai loro vigneti. Più tardi nello stesso giorno è stata segnalata la presenza di pastori israeliani con le loro pecore nei vigneti e negli uliveti nei villaggi di Asira al-Qibliya (a sud-ovest di Nablus) e di Atara, a nord di Ramallah.

Quella sera sono stati pubblicati video di due fuoristrada e di un gregge di pecore che invadevano il territorio della comunità di pastori palestinesi di al-Tiran, a sud di Dahariya. Nel 2024 i residenti della vicina Khirbet Zanuta sono stati costretti ad abbandonare le loro case con i loro greggi a causa di molestie simili, sempre più frequenti.

Al portavoce delle IDF è stato chiesto se queste statistiche indichino il fallimento dell’esercito e di commentare la conclusione che gli attacchi sono coerenti con la politica israeliana di accaparrarsi quanta più terra palestinese possibile.

In risposta, il portavoce ha dichiarato: “Le forze delle IDF, l’Amministrazione Civile e la Polizia Israeliana stanno lavorando per prevenire la violenza e mantenere l’ordine pubblico nel settore di Giudea e Samaria. Le IDF prendono molto seriamente, rifiutano e condannano qualsiasi comportamento illegale e agiscono con risolutezza in conformità con gli ordini e i valori delle IDF.

“Le IDF stanno adottando le misure a loro disposizione, inclusi arresti e ordini di espulsione. La missione delle IDF è quella di mantenere la sicurezza di tutti i residenti della regione e di lavorare per prevenire il terrorismo e le attività che mettono in pericolo i cittadini dello Stato di Israele, e questa violenza distoglie l’attenzione delle forze di sicurezza dalla loro missione.”

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Brasile rifiuta la nomina di un nuovo ambasciatore israeliano

Redazione di MEMO

26 agosto 2025 – Middle East Monitor

Il Brasile, con un’iniziativa che riflette le tensioni in corso tra le due parti, ha rifiutato la nomina di Gali Dagan come nuovo ambasciatore d’Israele, lasciando la posizione vacante dalla partenza del suo predecessore.

La decisione segue una serie di di nette prese di posizione di Brasilia contro Tel Aviv, tra cui il ritiro a luglio dalla International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e la decisione di unirsi al Sudafrica nella causa presso la Corte Internazionale di Giustizia in cui accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza.

Il quotidiano ebraico Maariv ha riferito che il Brasile ha ignorato la richiesta israeliana di accreditare Dagan, che ha precedentemente svolto il ruolo di ambasciatore in Colombia. Ciò ha determinato il fatto che il ministro degli Esteri israeliano ritirasse formalmente la sua candidatura. Come risultato, le relazioni bilaterali saranno condotte ad un livello diplomatico più basso.

Un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha affermato: “L’approccio ostile mostrato dal Brasile verso Israele dal 7 ottobre si è aggravato dopo che il presidente Lula ha paragonato le azioni di Israele ai crimini nazisti.”

Nel frattempo il Brasile ha rimandato il suo ambasciatore a Tel Aviv dopo averlo richiamato per consultazioni a febbraio 2024 riguardo una dura controversia diplomatica. Maariv ha osservato che “la crisi nelle relazioni israelo-brasiliane è entrata in una nuova fase.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




L’esercito israeliano ferisce 24 palestinesi durante il più grave attacco a Ramallah degli ultimi anni

Qassam Muaddi

26 agosto 2025 Mondoweiss

L’esercito israeliano ha effettuato una delle più massicce incursioni degli ultimi anni nel centro della città di Ramallah, sparando ai civili con gas lacrimogeni, granate stordenti e vere munizioni

Martedì le forze israeliane hanno ferito 24 palestinesi, tra cui un bambino di 12 anni e un anziano di 71, nel più grande raid degli ultimi anni sulla città di Ramallah. Intorno alle 12:00 ora locale, veicoli blindati israeliani sono entrati nel centro della città in Cisgiordania e hanno sparato proiettili veri, granate stordenti e gas lacrimogeni nell’affollato centro cittadino delle ore di punta. Le forze israeliane hanno fatto irruzione in un’importante società di cambio valuta e nella sede centrale della Arab Bank nella centrale piazza Manara.

Il raid è durato tre ore e mezza, durante le quali i soldati israeliani hanno appostato cecchini sui tetti della zona mentre veicoli blindati israeliani bloccavano il centro città e continuavano a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri contro i giovani che lanciavano pietre contro le forze israeliane.

Secondo fonti locali i gas lacrimogeni e le granate stordenti sono stati lanciati contro diverse attività commerciali locali tra cui un barbiere, una popolare caffetteria, il mercato ortofrutticolo e diversi altri negozi.

Testimoni oculari nel centro città hanno riferito a Mondoweiss che l’esercito israeliano ha confiscato ingenti somme di denaro contante all’ufficio di cambio valuta di Ajjouli.

La Mezzaluna Rossa Palestinese ha dichiarato in un comunicato che le forze israeliane hanno impedito alle sue ambulanze di raggiungere almeno un palestinese ferito vicino al mercato ortofrutticolo.

“Abbiamo tutti pensato a Gaza”

“Ero seduto in un bar che guarda la Piazza dei Leoni [nome popolare della piazza Manara per via della sua fontana con cinque statue di leoni, ndt.] quando all’improvviso ho sentito una forte esplosione”, ha raccontato a Mondoweiss un testimone oculare che ha chiesto di rimanere anonimo. “La gente nel bar si è precipitata alle finestre per vedere cosa stesse succedendo, poi ha iniziato ad allontanarsi perché il proprietario diceva che l’esercito di occupazione stava facendo irruzione a Ramallah. Poi ho visto un veicolo blindato parcheggiato proprio accanto all’ingresso dell’Arab Bank, con diversi soldati in piedi vicino alla porta e un altro soldato appollaiato sul balcone proprio sopra la banca. Stava puntando il fucile verso la piazza.”

“I giovani si radunavano dietro gli angoli, lanciando a turno pietre contro le forze di occupazione che sparavano gas lacrimogeni in tutte le direzioni, e poi ho iniziato a sentire odore di gas lacrimogeni all’interno del bar e la gente all’interno ha iniziato a tossire nonostante i dipendenti avessero chiuso tutte le finestre”, ha aggiunto il testimone oculare.

Un’altra testimone oculare ha raccontato a Mondoweiss che stava andando in università quando è iniziato il raid. “Mi sono fermata in un negozio di cosmetici in piazza Yasser Arafat, proprio accanto al centro città, quando improvvisamente ho visto gente correre via e ho sentito esplosioni di quelle che in seguito ho capito essere granate assordanti”, ha detto. “La gente ha iniziato a correre nei negozi per ripararsi, e ci siamo ritrovati in 13 persone – uomini, donne e due bambini – dentro il negozio di cosmetici”.

“Una soldatessa è arrivata e si è fermata per un po’ davanti al negozio, poi se n’è andata e poco dopo dei giovani si sono radunati nello stesso punto e hanno iniziato a lanciare pietre contro i soldati di occupazione”, ha ricordato la testimone, raccontando di aver visto un giovane colpito a una gamba. “Si teneva la gamba che sanguinava, finché degli altri non lo hanno portato via su un’ambulanza”.

La testimone ha riferito che, dopo tre ore, i palestinesi rifugiati nel negozio avevano fame. “Una bambina ha tirato fuori dei datteri e li ha fatti passare, ma non erano sufficienti per tutti, così li abbiamo divisi, e poi una donna anziana ha detto: ‘Che Dio aiuti la gente di Gaza’. Stavamo tutti pensando alla carestia nella Striscia”, ha aggiunto.

Le adiacenti città gemelle di Ramallah e al-Bireh ospitano la sede centrale dell’Autorità Nazionale Palestinese e i ministeri e le agenzie del governo palestinese. Entrambe le città sono state oggetto di raid israeliani più volte dall’ottobre 2023, e le forze israeliane hanno sistematicamente effettuato incursioni negli uffici di cambio valuta durante ogni raid. Nel dicembre 2023 le forze israeliane hanno lanciato un raid su larga scala uccidendo un palestinese di 23 anni e confiscando 2,8 milioni di dollari da diversi uffici di cambio valuta.

Nel maggio 2024 durante un raid mattutino le forze israeliane hanno lanciato grandi quantità di gas lacrimogeni nel mercato ortofrutticolo di Ramallah, provocando un vasto incendio tra le bancarelle del mercato che si è esteso a un edificio commerciale adiacente e ha distrutto almeno 80 piccole attività commerciali.

Sebbene Ramallah e al-Bireh siano classificate come Area A secondo gli accordi di Oslo – che dovrebbero essere sotto il totale controllo di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese – le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni in diversi quartieri di entrambe le città nell’ambito delle loro campagne di arresti notturni in Cisgiordania. Tuttavia le incursioni diurne in queste città erano diventate meno comuni dopo la fine della Seconda Intifada nel 2006. Le forze israeliane effettuano regolarmente incursioni anche in altre città designate come Area A quali Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme.

La governatrice dell’Autorità Nazionale Palestinese per l’area di Ramallah e al-Bireh, Leila Ghannam, ha descritto l’incursione come “terrorismo di Stato organizzato”. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha affermato che sette dei feriti sono stati colpiti da proiettili veri e quattro da proiettili rivestiti di gomma, mentre tre sono stati feriti da schegge e dieci hanno sofferto di asfissia a causa dei gas lacrimogeni. Secondo il ministero della Salute palestinese, dall’ottobre 2023 le forze armate e i coloni israeliani hanno ucciso 1.016 palestinesi in Cisgiordania, mentre nello stesso periodo vi sono stati arrestati oltre 10.000 palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Israele uccide i giornalisti di Middle East Eye in un doppio attacco all’ospedale Nasser di Gaza

Redazione

25 agosto 2025- Middle East Eye

Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz tra le 20 persone uccise dopo che le forze israeliane hanno bombardato l’ospedale a Khan Younis che forniva cure salvavita a centinaia di migliaia di palestinesi

Lunedì le forze armate israeliane hanno ucciso i giornalisti di Middle East Eye Mohamed Salama e Ahmed Abu Aziz in un doppio attacco all’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza meridionale.

Le forze israeliane hanno bombardato il quarto piano della struttura intorno alle 11:00 ora locale (09:00 BST) poi, pochi istanti dopo, come mostrano i video visionati da MEE, hanno sparato deliberatamente un secondo missile contro i giornalisti, gli astanti e i primi soccorritori che si erano radunati per aiutare a recuperare i morti e i feriti.

Al momento dell’attacco, i video mostrano del fumo che si alzava da un piano alto dell’ospedale mentre i soccorritori, in piedi su quella che sembravano una scala, chiedevano aiuto a quelli a livello del suolo.

Poi il secondo missile ha colpito esattamente la zona in cui si erano ammassati e un corrispondente del canale televisivo giordano Al-Ghad ha gridato durante una trasmissione in diretta che erano state uccise persone innocenti.

Tra i 20 palestinesi uccisi nell’attacco ci sono almeno altri tre giornalisti, tra cui Mariam Dagga, una reporter freelance che ha collaborato con diversi organi di stampa compresa l’Associated Press; Hussam al-Masri, un fotoreporter dell’agenzia di stampa Reuters e il reporter freelance Moaz Abu Taha.

Salama, che aveva iniziato a collaborare con MEE poco dopo l’inizio della campagna genocida di Israele nell’enclave assediata, aveva collaborato come freelance anche con diversi altri organi di informazione, in particolare Al Jazeera Arabic e Al Jazeera Mubasher.

Inviava regolarmente servizi a MEE, ha seguito l’assedio israeliano dell’Ospedale Europeo, il clamore suscitato dal documentario della BBC Gaza: How to Survive a War Zone, ora ritirato e, a maggio, l’uccisione di un gracile bambino di 10 anni, Abdulrahim ‘Amir’ al-Jarabe’a presso un sito del Gaza Humanitarian Fund (GHF).

Verso la fine della scorsa settimana Salama ha parlato con il responsabile della produzione video di MEE, Khaled Shalaby, della politica israeliana di affamare la Striscia e ha discusso di ciò che lui e la sua collega giornalista Hala Asfour intendevano trattare nella settimana successiva.

Nella telefonata ha affermato di temere di essere preso di mira dalle forze israeliane in seguito al recente assassinio del corrispondente di Al Jazeera Arabic Anas al-Sharif e di alcuni membri della sua squadra.

L’esercito israeliano ha affermato, senza fornire alcuna prova, di aver ucciso Sharif perché “era a capo di una cellula terroristica nell’organizzazione terroristica Hamas”.

Da quando ha lanciato la sua guerra contro l’enclave nell’ottobre 2023 Israele ha ripetutamente accusato i giornalisti palestinesi di Gaza di essere membri di Hamas, nell’ambito di quello che i gruppi per i diritti umani definiscono un tentativo di screditare i loro resoconti sugli abusi israeliani.

Nello stesso periodo Abu Aziz, un giornalista freelance di Khan Younis, ha contribuito a decine di reportage per MEE da quando è iniziato il genocidio israeliano a Gaza, nell’ottobre 2023.

Aggiornava costantemente la redazione di MEE con resoconti provenienti dall’enclave, nonostante avesse riportato una grave lesione alla schiena che non era stata curata a causa della guerra.

David Hearst, caporedattore di Middle East Eye, ha definito Salama e Abu Aziz “giornalisti eccezionali” e ha affermato che lavoravano in “condizioni quasi impossibili” prima di essere “assassinati” da Israele.

“Israele non può nascondere la verità sul genocidio che sta perpetrando a Gaza, quindi sta uccidendo quanti più possibile tra coloro che riferiscono di ogni attacco”, ha affermato.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza è terrorismo praticato da uno Stato. Uccidendo quanti più civili e non combattenti possibile, prendendo di mira ospedali, soccorritori e giornalisti sta cercando di terrorizzare i palestinesi e spingerli a fuggire all’estero. Non si può e non si deve permettere che abbia successo. Spetta a ogni nazione che si definisce civile fermarlo.”

Lubna Masarwa, responsabile dell’ufficio di Gerusalemme di MEE, ha dichiarato di essere profondamente scioccata per l’uccisione dei giornalisti e ha aggiunto che Abu Aziz, con cui era in costante contatto, nutriva un profondo “amore per la vita”.

“Le sue storie erano eccezionali, oltre che molto personali”, ha detto. “Aveva la capacità di vedere cose che altri non vedevano e di descriverle in modo dettagliato.

“Aveva ambizione, era testardo e ha continuato ad andare avanti. Mi ha insegnato che non potevo permettermi di smettere di lavorare su Gaza.”

Poco dopo l’attacco di lunedì la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha invitato la comunità internazionale a imporre sanzioni a Israele.

“Soccorritori uccisi in servizio. Scene come questa si verificano ogni momento a Gaza, spesso invisibili e in gran parte non documentate”, ha scritto.

“Imploro gli Stati: cosa ancora dovrà accadere prima di agire per fermare questa carneficina? Rompete il blocco. Imponete un embargo sulle armi. Imponete sanzioni.”

Da quando Israele è entrata in guerra a Gaza nell’ottobre 2023, sono stati uccisi o feriti più di 200.000 palestinesi; recenti inchieste, basate su dati dell’intelligence militare israeliana, indicano che oltre l’80 percento delle persone uccise nell’enclave fino a maggio di quest’anno erano civili.

La guerra genocida di Israele è stata descritta come il “peggior conflitto di sempre” per i giornalisti secondo un rapporto pubblicato ad aprile dal Watson Institute for International and Public Affairs.

Il rapporto, intitolato “News Graveyards: How Dangers to War Reporters Endanger the World” [Nuovi cimiteri: come i pericoli per i corrispondenti di guerra mettono in pericolo il mondo], afferma che l’attacco israeliano alla Striscia di Gaza dall’ottobre 2023 ha “ucciso più giornalisti della Guerra Civile Americana, della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, della Guerra di Corea, della Guerra del Vietnam (inclusi i conflitti in Cambogia e Laos), delle guerre in Jugoslavia degli anni ’90 e 2000 e della guerra in Afghanistan del dopo 11 settembre messe insieme”.

In una dichiarazione la Foreign Press Association ha chiesto una “spiegazione immediata” da parte dell’esercito israeliano e ha definito il doppio attacco “uno degli attacchi israeliani più letali contro i giornalisti che lavorano per i media internazionali dall’inizio della guerra di Gaza”.

Si afferma che “è arrivato senza preavviso” e ha colpito una scalinata esterna dell’ospedale “dove i giornalisti solitamente si collocavano con le loro telecamere”.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Regno Unito, la polizia arresta lo sceneggiatore di Ken Loach, Paul Laverty, per una maglietta contro il genocidio

Redazione di MEE

25 agosto 2025- Middle East Eye

Lo sceneggiatore di Io, Daniel Blake è stato arrestato perché indossava una maglietta con la scritta ‘Genocidio in Palestina, è ora di agire’

La polizia ha arrestato lo sceneggiatore di ‘Io, Daniel Blake’ Paul Laverty perché indossava una maglietta con la scritta “Genocidio in Palestina, è ora di agire”.
L’’arresto è avvenuto nella capitale della Scozia Edimburgo durante una protesta contro l’’appoggio del governo del Regno Unito ad Israele nel corso del genocidio a Gaza.
Lunedì scorso un annuncio su X a nome del regista di ‘Io, Daniel Blake’ Ken Loach e della sua società di produzione Sixteen Films, ha confermato l’’arresto di Laverty.
“Paul Laverty si trova attualmente trattenuto in custodia nella stazione di polizia di St. Leonard di Edimburgo…, presumibilmente a causa del sostegno a Palestine Action”, scrive la nota sulla piattaforma social.
Un portavoce della polizia scozzese ha dichiarato: “”In seguito ad una protesta di fronte alla stazione di polizia di St Leonard lunedì 25 agosto 2025 un uomo di 68 anni è stato arrestato in base al ‘Terrorism Act 2000’ per aver espresso sostegno ad un’’ organizzazione messa al bando. Le indagini proseguono”.”

A luglio il Regno Unito ha messo al bando l’’organizzazione Palestine Action, un gruppo di protesta che avrebbe presuntamente preso di mira fabbriche di armi e attrezzature militari in una serie di episodi di azione diretta.
Esprimere o sollecitare il sostegno a Palestine Action nel Regno Unito è un crimine punibile con la detenzione fino a 14 anni, in base al ‘Terrorism Act 2000’.
L’’11 agosto sono state arrestate più di 500 persone, in maggioranza sopra i 50 anni, per presunto sostegno all’’organizzazione mentre partecipavano ad una protesta che chiedeva al governo di togliere il bando. Decine di altre sono state arrestate in altre proteste nel Paese.
Volker Turk, alto commissario ONU per i diritti umani, a luglio ha detto che la decisione del Regno Unito di mettere al bando l’’associazione di attivisti in quanto organizzazione terrorista era “sproporzionata e non necessaria” ed ha chiesto che la definizione venisse revocata.
Ha affermato: ““La legislazione antiterrorismo interna al Regno Unito definisce gli atti terroristici così ampiamente da includere ‘”gravi danni alla proprietà’”.
““Ma, in base agli standard internazionali, gli atti di terrorismo dovrebbero essere circoscritti ad atti criminali finalizzati a provocare morte o gravi ferite o la presa di ostaggi, con lo scopo di intimidire una popolazione o costringere un governo ad intraprendere o meno una certa azione”.
“”Ȓ un travisamento della gravità e dell’’impatto del terrorismo ampliarne la definizione al di là di quei precisi limiti, per includere ulteriori condotte che costituiscono già un reato in base alla legge”.”

(Traduzione dall’’inglese di Cristiana Cavagna)




Nel persistente silenzio internazionale Israele ha già iniziato a cancellare Gaza City

Redazione di Euromed Monitor

24 agosto 2025 – Euromed Monitor

Territori palestinesi – Israele ha iniziato a mettere in atto il suo piano illegale per distruggere e occupare Gaza City. L’esercito sta attuando contemporaneamente bombardamenti e demolizioni nel sud, nell’est e nel nord, avanzando da tre direttrici verso il centro della città con una campagna di completa distruzione e sistematica cancellazione. Questa escalation segna una nuova fase del genocidio in corso da 23 mesi contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Questo attacco fa seguito all’annuncio ufficiale dell’esercito israeliano, il 20 agosto, della seconda parte dell’operazione Carri di Gedeone, e le sue fasi preliminari e iniziali sono già in corso. Oltre un milione di persone ora è intrappolato in meno del 30% di Gaza City e deve affrontare la minaccia di sfollamento forzato verso il sud in base a un piano inteso a cancellare la città, infliggere sistematiche distruzioni e creare il totale controllo militare.

All’alba del 24 agosto la squadra sul campo di Euro-Med Monitor ha documentato che le forze israeliane hanno fatto esplodere un robot carico di esplosivo nel quartiere di Al-Sharkh, nel nord di Gaza City. Ciò è avvenuto in seguito all’infiltrazione di veicoli militari e bulldozer nella vicina zona di Abu Sharkh, dopo di che il robot è stato utilizzato e fatto esplodere a distanza provocando vaste distruzioni.

Forze israeliane hanno fatto esplodere robot anche nell’area di Al-Wahidi di Jabalia al-Balad e nell’area di Zarqa a sud, distruggendo altre case e quartieri residenziali.

Questa mattina aerei israeliani hanno lanciato violenti attacchi aerei contro Jabalia al-Balad, prendendo di mira la rotonda di Abu Sharkh e il cimitero di Jabalia al-Nazla.

Oltre a schierare robot esplosivi, le forze israeliane hanno intensificato l’uso di droni quadrirotori carichi di casse di esplosivi. Questi droni sganciano il loro carico all’interno di edifici o sui tetti, provocando devastazioni altrettanto gravi di quelle inflitte dai robot o dai bombardamenti aerei.

Negli ultimi giorni la nostra squadra sul campo ha documentato la distruzione di numerosi edifici multipiano e zone residenziali ad Al-Saftawi e Jabalia al-Nazla. Queste aree e i loro sobborghi ospitano ancora un gran numero di abitanti e persone sfollate dal nord di Gaza, che sono state obbligate ancora una volta a scappare sotto incessanti cannoneggiamenti e bombardamenti.

Operazioni di distruzione ad Al-Saftawi, nel nord, sono parte del più complessivo piano dell’esercito israeliano che comprende tutte le zone di Gaza City. Operazioni simili sono in corso nell’est, soprattutto a Tuffah e Shuja’iyya, e nel sud a Zeitoun, dove più di 500 case sono già state distrutte. Anche ad Al-Sabra, utilizzando robot esplosivi e attacchi aerei, sono stati rasi al suolo vari isolati residenziali, comprese case abitate come quella della famiglia Abu Sharia, bombardata giovedì 21 agosto uccidendo otto membri della famiglia, di cui quattro erano bambini.

La continua massiccia distruzione è accompagnata da un modello ricorrente di uccisioni deliberate, le forze israeliane prendono direttamente di mira chiunque si sposti in queste zone, anche chi sta sfuggendo alla morte. É stato il caso di due fratelli, Awad Ihsan Saadallah e Nadine Ihsan Saadallah, uccisi sabato da un attacco aereo che ha colpito un gruppo di civili nei pressi della moschea Hamza a Jabalia al-Nazla.

La continua E spropositata intensità degli attacchi israeliani, insieme alla ridotta capacità e accessibilità dei pochi ospedali funzionanti e la mancanza della difesa civile basilare e di servizi sul campo, rende impossibile un’accurata documentazione delle vittime. L’attuale numero dei morti è quasi sicuramente molto più elevato di quello che è stato annunciato o registrato finora.

Queste pratiche stanno infliggendo conseguenze catastrofiche e irreversibili a centinaia di migliaia di civili che già devono affrontare fame e sfollamento. Sono sottoposti a uccisioni e bombardamenti quotidiani mano a mano che la loro città viene rasa al suolo isolato dopo isolato davanti ai loro occhi, mentre la comunità internazionale rimane inerte e silenziosa di fronte a uno dei crimini di genocidio più efferato della storia contemporanea.

La continua aggressione e l’estensione delle operazioni israeliane per occupare totalmente Gaza City rischiano di scatenare un massacro senza precedenti contro i civili, cancellando ciò che rimane della risposta umanitaria già inadeguata e al collasso.

L’escalation in corso costituisce un nuovo capitolo del genocidio da parte di Israele portato avanti apertamente sotto gli occhi della comunità internazionale, che continua a fornire ai suoi responsabili una copertura politica, finanziaria e militare. Questi massacri non sono episodi fugaci o isolati, ma il risultato calcolato di una politica israeliana ufficiale e dichiarata pubblicamente. La comunità internazionale ha la responsabilità di consentire che avvengano e di avallare le loro conseguenze attraverso il silenzio e l’inazione, il che in molti casi rappresenta una complicità diretta.

Tutti gli Stati, individualmente e collettivamente, devono rispettare i propri obblighi giuridici e agire urgentemente per porre fine a questo genocidio a Gaza, prendendo ogni possibile misura per proteggere i civili palestinesi. Devono imporre il rispetto del diritto internazionale da parte di Israele e delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia chiamando Israele a rispondere dei suoi crimini contro i palestinesi.

Ciò include il fatto di mettere in pratica appena possibile senza alcuna deroga i mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale contro il primo ministro e l’ex-ministro della Difesa israeliani e di consegnarli alla giustizia internazionale, rispettando il principio in base al quale nessuno è immune dall’azione penale per crimini internazionali.

La comunità internazionale deve anche imporre sanzioni economiche, diplomatiche e militari contro Israele in risposta alle sue sistematiche e gravi violazioni del diritto internazionale. Ciò implica il divieto di esportare armi in Israele e la fine dell’acquisto di quelle che produce; la sospensione di ogni forma di appoggio e cooperazione politica, finanziaria e militare; il congelamento dei beni di personalità pubbliche coinvolte nei crimini contro i palestinesi o che incitano a compiere queste azioni; l’imposizione contro costoro del divieto di viaggiare. Oltretutto devono essere sospesi gli accordi commerciali preferenziali e bilaterali che concedono vantaggi economici a favore di Israele, consentendogli di commettere crimini.

La comunità internazionale deve adempiere urgentemente ai propri obblighi legali e morali affrontando le cause profonde delle sofferenze e dell’oppressione del popolo palestinese, che continuano da 77 anni. Deve garantire il suo diritto a vivere in libertà, dignità e autodeterminazione in accordo con le leggi internazionali, porre fine al regime di apartheid imposto dal colonialismo di insediamento israeliano, assicurare il totale ritiro delle forze israeliane sui confini del 1967, eliminare l’assedio illegale contro la Striscia di Gaza, chiamare a rispondere i responsabili israeliani e garantire alle vittime palestinesi il diritto a un risarcimento e una riparazione.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)