Da un database dell’esercito israeliano emerge che almeno l’83% delle vittime di Gaza sarebbero civili.

Yuval Abraham

21 agosto 2025 – +972 Magazine

Un’indagine congiunta rivela che dati di intelligence classificati di maggio rivelano che Israele ritiene di aver ucciso nei suoi attacchi a Gaza circa 8.900 militanti, indicando una percentuale di massacri di civili con pochi riscontri nelle guerre moderne.

Un’indagine di +972 Magazine, Local Call e The Guardian rileva che sulla base di dati provenienti da un database interno dell’intelligence israeliana almeno l’83% dei palestinesi uccisi nell’aggressione israeliana a Gaza sarebbe costituito da civili.

I dati ottenuti dal database classificato che registra le morti di militanti di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese (PIJ) contraddicono ampiamente le dichiarazioni pubbliche dell’esercito e dei funzionari governativi israeliani durante la guerra, che hanno generalmente sostenuto un rapporto di 1:1 o 2:1 tra vittime civili e combattenti. Al contrario, i dati classificati corroborano i risultati di diversi studi che suggeriscono che i bombardamenti israeliani su Gaza abbiano ucciso civili a un ritmo con poche analogie nelle guerre moderne.

L’esercito israeliano ha confermato l’esistenza del database, gestito dalla Direzione dell’Intelligence Militare (nota con l’acronimo ebraico “Aman”). Diverse fonti di intelligence a conoscenza del database hanno affermato che l’esercito lo considera l’unico conteggio affidabile dei militanti uccisi. Come ha detto uno di loro: “Non c’è altro posto dove controllare”.

Il database include un elenco di 47.653 nomi di palestinesi di Gaza che Aman ritiene attivi nei ranghi militari di Hamas e PIJ; secondo le fonti, l’elenco si basa su documenti interni delle organizzazioni acquisiti dall’esercito (che +972, Local Call e The Guardian non sono stati in grado di verificare). Il database indica 34.973 di questi nomi come membri di Hamas e 12.702 come membri della Jihad Islamica (pochi militanti sono catalogati come facenti parte di entrambe le organizzazioni, ma questi vengono conteggiati solo una volta nel totale complessivo).

Secondo i dati, ottenuti a maggio di quest’anno, l’esercito israeliano riteneva di aver ucciso dal 7 ottobre circa 8.900 militanti, di cui 7.330 morti considerati certi e 1.570 registrati come “probabilmente morti”. La grande maggioranza di loro erano di basso rango, mentre lesercito sospettava di aver ucciso tra 100 e 300 alti esponenti di Hamas su un totale di 750 nominativi presenti nel database.”

Una fonte a conoscenza del database ha spiegato che nell’elenco al nome di ogni combattente che l’esercito è sicuro di aver ucciso è allegato uno specifico documento dell’intelligence che giustifica tale designazione. +972, Local Call e The Guardian hanno ottenuto i dati numerici dal database senza i nomi o ulteriori rapporti dell’intelligence.

Il bilancio complessivo delle vittime pubblicato quotidianamente dal Ministero della Salute di Gaza (che, come rivelato da Local Call l’anno scorso, è considerato affidabile persino dall’esercito israeliano) non distingue tra civili e militanti. Tuttavia, confrontando i dati sulle vittime tra i militanti ottenuti dal database interno dell’esercito israeliano a maggio con il bilancio totale delle vittime del Ministero della Salute, è possibile calcolare un rapporto approssimativo delle vittime civili causate dalla guerra fino a tre mesi fa, quando il bilancio delle vittime era di 53.000.

Supponendo che tutte le morti, certe e probabili, tra i militanti fossero conteggiate nel bilancio delle vittime, ciò significherebbe che oltre l’83% dei morti a Gaza erano civili. Se si escludessero le morti probabili e si considerassero solo quelle certe, la percentuale di morti civili salirebbe a oltre l’86%.

Fonti di intelligence hanno spiegato che il numero totale di militanti uccisi è probabilmente superiore a quello registrato nel database interno, poiché non include i combattenti di Hamas o della Jihad islamica (PIJ) uccisi ma non identificabili per nome, i cittadini di Gaza che hanno preso parte ai combattimenti ma non erano ufficialmente membri di Hamas o della Jihad islamica (PIJ), né figure politiche di Hamas come sindaci e ministri del governo, che Israele considera anch’essi obiettivi legittimi (in violazione del diritto internazionale).

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che il tasso di vittime civili sia inferiore a quello calcolato sopra; anzi, potrebbe essere persino più alto. Studi recenti hanno suggerito che il bilancio delle vittime del Ministero della Salute che attualmente si aggira intorno alle 62.000 sia probabilmente una significativa sottostima del numero totale di vittime dell’attacco israeliano, forse di diverse decine di migliaia.

Falsificare le cifre

Fin dall’inizio della guerra, i funzionari israeliani hanno cercato di respingere le accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza, mentre il bilancio delle vittime palestinesi aumentava rapidamente. Nel dicembre 2023, con il totale delle vittime già a quota 16.000, il portavoce internazionale dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, dichiarò alla CNN che Israele aveva ucciso due civili per ogni militante, un rapporto che descrisse come “estremamente positivo”. Nel maggio 2024, quando il bilancio delle vittime aveva raggiunto 35.000, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu affermò che il rapporto era in realtà più vicino a 1:1, un’affermazione che ripeté nel settembre dello stesso anno.

Il numero specifico di militanti che Israele afferma di aver ucciso dal 7 ottobre ha oscillato apparentemente senza alcuna logica. Nel novembre 2023, un alto funzionario della sicurezza suggerì sul sito di notizie israeliano Ynet che Israele avesse già ucciso oltre 10.000 militanti. In una valutazione militare ufficiale presentata al governo il mese successivo questo numero scese a 7.860.

Le misteriose oscillazioni nel numero delle vittime tra i militanti continuarono fino al 2024. Nel febbraio di quell’anno, il portavoce delle IDF affermò che Israele aveva ucciso 13.000 combattenti di Hamas, ma una settimana dopo l’esercito riportò una cifra inferiore, pari a 12.000. Nell’agosto 2024 l’esercito dichiarò di aver ucciso 17.000 militanti di Hamas e PIJ, un numero che si ridusse nuovamente due mesi dopo a 14.000 uccisi “con alta probabilità“. Nel novembre 2024 Netanyahu affermò che il numero era “vicino a 20.000”.

Nel suo discorso di congedo, a gennaio di quest’anno, il Capo di Stato Maggiore uscente Herzi Halevi ha ribadito che dal 7 ottobre a Gaza Israele avrebbe ucciso 20.000 militanti. E a giugno il Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’Università di Bar-Ilan, un istituto di destra, ha citato fonti militari che affermavano che il numero di vittime tra i militanti a Gaza ammontasse a 23.000.

Fonti di intelligence hanno riferito a +972, Local Call e The Guardian che alcune di queste affermazioni probabilmente derivavano da un database obsoleto e impreciso gestito dal Comando Sud dell’esercito, che alla fine dell’anno scorso stimava, senza un elenco di nomi, che fossero stati uccisi circa 17.000 militanti. “Questi numeri sono fandonie del Comando Sud”, ha affermato una fonte di intelligence.

I resoconti esagerati del Comando Sud si basavano probabilmente su dichiarazioni di comandanti sul campo i cui subordinati solevano segnalare erroneamente le vittime civili come militanti.

Ad esempio, +972 e Local Call hanno recentemente rivelato un caso in cui un battaglione di stanza a Rafah ha ucciso circa 100 palestinesi, registrandoli tutti come “terroristi”; eppure un ufficiale del battaglione ha testimoniato che in tutti i casi, tranne due, le vittime erano disarmate. Un’inchiesta di Haaretz dell’anno scorso ha rilevato in modo analogo che solo 10 dei 200 “terroristi” uccisi dalla 252ª Divisione nel Corridoio di Netzarim, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’IDF, potevano essere considerati agenti di Hamas.

Nell’aprile 2024 il quotidiano di destra Israel Hayom ha riferito che diversi membri della Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset avevano messo in dubbio l’affidabilità delle cifre relative alle vittime tra i militanti presentate loro dall’esercito. Dopo aver esaminato i dati forniti dall’esercito, i membri della commissione hanno scoperto che la cifra reale era molto inferiore e che l’esercito aveva gonfiato il numero di vittime tra i militanti “per creare un rapporto di 2:1” tra uccisioni di civili e di militanti.

“Stiamo segnalando l’uccisione di molti militanti di Hamas, ma credo che la maggior parte delle persone che segnaliamo come morte non siano realmente militanti di Hamas”, ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian una fonte dell’intelligence che ha accompagnato le forze sul campo. “Le persone vengono promosse al rango di terrorista dopo la loro morte. Se avessi dato retta alla brigata sarei giunto alla conclusione che avevamo ucciso il 200% dei militanti di Hamas nella zona”.

Una fonte ufficiale della sicurezza ha confermato che prima che il database dell’intelligence fosse in uso le cifre fornite dall’esercito riguardo alle vittime tra i militanti, come il numero di 17.000, erano solo una “stima” basata in gran parte sulle testimonianze degli ufficiali. “Il metodo di conteggio è cambiato”, ha detto la fonte. “All’inizio della guerra, [ci basavamo] sui comandanti che dicevano ‘Ho ucciso cinque terroristi'”.

Il database dell’intelligence, al contrario, si basa su un’analisi persona per persona e fornisce le uniche cifre sulle quali l’esercito può “fare affidamento” con un alto grado di certezza, ha spiegato la fonte, anche supponendo che i dati possano essere sottostimati. La fonte ha aggiunto che i numeri dichiarati pubblicamente dai leader politici non sono coordinati con i dati di intelligence disponibili.

L’analista palestinese Muhammad Shehada ha dichiarato a +972, Local Call e The Guardian che i numeri nel database dell’intelligence corrispondono strettamente a quelli a lui trasmessi da funzionari di Hamas e della Jihad islamica palestinese: questi nel dicembre 2024 stimavano che Israele avesse ucciso circa 6.500 dei loro membri, compresi quelli dell’ala politica.

“Mentono continuamente”

Poco dopo il 7 ottobre Yossi Sariel, allora comandante della squadra d’élite di intelligence dell’esercito, l’Unità 8200, iniziò a condividere un aggiornamento quotidiano con i suoi subordinati che mostrava il numero di combattenti di Hamas e della Jihad islamica (PIJ) uccisi a Gaza. Il grafico, secondo tre fonti che lo conoscevano, era chiamato “war dashboard” [pannello di controllo di guerra, ndt.] e veniva presentato da Sariel come misura del successo dell’esercito.

“Insisteva molto su ‘dati, dati, dati'”, ha spiegato uno dei subordinati di Sariel. “[C’era] la necessità di misurare tutto in termini quantitativi. Per dimostrare l’efficienza. Per cercare di rendere tutto più intelligente e tecnologico”. Un’altra fonte ha affermato che era come “una partita di calcio, con gli ufficiali seduti a guardare i numeri salire sul pannello di controllo”. (Yossi Sariel ha rifiutato la nostra richiesta di commento, rimandandoci al portavoce delle IDF).

Il Maggior Generale (in congedo) Itzhak Brik, che ha prestato servizio per molti anni come comandante dell’esercito israeliano e in seguito come Difensore Civico per i Reclami dei Soldati, ha spiegato come questa prospettiva abbia alimentato una cultura della menzogna. “Hanno creato un sistema [in base al quale] più si uccideva, più si otteneva successo, e di conseguenza hanno mentito sul numero di persone uccise”, ha affermato, descrivendo i numeri presentati dal portavoce delle IDF come “uno dei bluff più gravi” nella storia di Israele.

“Mentono continuamente, sia a livello militare che politico”, ha aggiunto Brik. “Per ogni raid il portavoce dell’IDF annunciava: ‘Centinaia di terroristi sono stati uccisi'”, ha continuato. “È vero che centinaia di persone sono state uccise, ma non erano terroristi. Non c’è assolutamente alcuna connessione tra i numeri che annunciano e ciò che sta realmente accadendo”.

Ha aggiunto che nel parlare con i soldati il ​​cui compito era esaminare e identificare i corpi delle persone uccise dall’esercito a Gaza, gli è stato riferito: “Tutti quelli che l’esercito afferma di aver ucciso, per la maggior parte sono [civili]. Punto”.

Sia Hamas che la Jihad islamica palestinese sono state gravemente indebolite dall’offensiva israeliana degli ultimi due anni, che ha ucciso la maggior parte dei vertici delle organizzazioni e danneggiato significativamente le loro infrastrutture militari. Tuttavia, i dati ottenuti dal database dell’intelligence mostrano che Israele ha ucciso solo un quinto di coloro che considera militanti. Stime dell’intelligence americana suggeriscono che Hamas abbia reclutato 15.000 militanti durante la guerra, il doppio di quelli uccisi da Israele.

Ma la diffusa retorica genocida della leadership e degli alti comandi militari israeliani fin dall’inizio della guerra suggerisce l’intenzione di colpire tutti i palestinesi di Gaza, non solo i militanti. La mattina del 7 ottobre, l’allora capo di stato maggiore Herzi Halevi disse alla moglie: “Gaza sarà distrutta”, ha rivelato lei in un recente podcast. E in una registrazione trapelata negli ultimi mesi, trasmessa la scorsa settimana sul Canale 12 israeliano, l’allora direttore di Aman, Aharon Haliva, affermò che “50 palestinesi devono morire” per ogni israeliano ucciso il 7 ottobre, aggiungendo: “e non importa se sono bambini”.

Il diritto internazionale non stabilisce cosa costituisca un rapporto “accettabile” tra le vittime civili, ma piuttosto esamina ogni attacco secondo il principio di “proporzionalità“. A questo proposito, già nel novembre 2023 +972 e Local Call avevano rivelato che dopo il 7 ottobre l’esercito israeliano aveva allentato significativamente le restrizioni sulle vittime civili, autorizzando l’uccisione di oltre 100 civili palestinesi nel caso si tentasse di assassinare un alto comandante di Hamas, e fino a 20 per i suoi subalterni.

Il risultato di questa politica dell’eliminazione fisica e del rafforzamento della cultura della vendetta seguite al 7 ottobre è un tasso di vittime civili a Gaza estremamente elevato per una guerra moderna, affermano gli esperti, anche rispetto a conflitti noti per le uccisioni indiscriminate come le guerre civili siriane e sudanesi.

“Questa percentuale di civili tra le vittime sarebbe insolitamente alta, soprattutto perché si protrae da così tanto tempo”, ha affermato Therese Pettersson dell’Uppsala Conflict Data Programme [Programma statistico sui conflitti di Uppsala, ndt.] (UCDP), che raccoglie dati sulle vittime civili in tutto il mondo. Ha aggiunto che è possibile riscontrare tassi simili tra vittime civili quando si individua una particolare città o battaglia all’interno di un conflitto più ampio, ma “molto raramente” quando si considera una guerra nel suo complesso.

Nei conflitti internazionali monitorati dall’UCDP dal 1989 i civili hanno rappresentato una percentuale maggiore di vittime solo nei genocidi di Srebrenica (1992-95) e Ruanda (1994) e durante l’assedio di tre mesi di Mariupol da parte della Russia (2022), ha affermato Pettersson.

Solo quando ci sarà un cessate il fuoco sarà possibile calcolare con precisione il numero di vittime civili e militanti a Gaza. Ma i dati dell’intelligence indicano che il tasso di vittime civili è di gran lunga superiore alle cifre che Israele ha presentato al mondo negli ultimi due anni.

+972 e Local Call hanno inizialmente contattato il portavoce delle IDF per un commento alla fine di luglio, ricevendo una dichiarazione che non contestava le nostre conclusioni: “Durante tutta la guerra sono state condotte valutazioni di intelligence complete sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza. Il conteggio è un processo di intelligence complesso che si basa sulla situazione delle forze sul campo e sulle informazioni dell’intelligence, incrociando un’ampia gamma di fonti di intelligence”.

Tre settimane dopo, in seguito alla richiesta di commento del Guardian sugli stessi dati, l’esercito ha dichiarato di voler “riformulare” la sua risposta e ha respinto le nostre conclusioni senza ulteriori spiegazioni: “Le cifre presentate nell’articolo sono errate e non riflettono i dati disponibili nei sistemi delle IDF. Durante tutta la guerra vengono condotte continue valutazioni di intelligence sul numero di terroristi eliminati nella Striscia di Gaza, basate su metodologie BDA [valutazioni dei danni da bombardamento] e su verifiche incrociate di varie fonti… [inclusi] documenti provenienti da organizzazioni terroristiche nella Striscia”.

Al momento nessun portavoce ha risposto alla domanda sul perché l’esercito abbia fornito risposte diverse a domande su un singolo set di dati.

Ha contribuito all’articolo Emma Graham-Harrison di The Guardian.

Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele approva la colonizzazione del progetto E1 per “eliminare” lo Stato palestinese con “azioni e non con slogan”

Rayhan Uddin e Lubna Masarwa

20 agosto 2025 – Middle East Eye

La commissione per la colonizzazione autorizza 3.400 unità abitative che secondo il ministro delle Finanze lascerà “gli ipocriti dirigenti europei senza niente da riconoscere”

Con un’iniziativa che un ministro ha descritto come la “cancellazione” di uno Stato palestinese “non con slogan ma con azioni concrete”, Israele ha autorizzato la costruzione del progetto di colonizzazione E1 nella Cisgiordania occupata.

Mercoledì la sottocommissione per la colonizzazione dell’Amministrazione Civile [l’organismo militare che governa i territori palestinesi occupati, ndt.] ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative sul territorio palestinese occupato.

La maggior parte di esse verrà costruita nei pressi della colonia già esistente di Maale Adumim, in una zona che intende collegare alcune colonie in Cisgiordania con Gerusalemme est occupata.

Il progetto include 342 unità in una nuova colonia ad Asael, nel sud della Cisgiordania. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato: “Oggi abbiamo definito una storica situazione di fatto. Con l’E1 abbiamo finalmente realizzato quello che è stato promesso da anni. È un momento fondamentale per la colonizzazione, per la sicurezza e per tutto lo Stato di Israele.”

Per la seconda volta negli scorsi giorni il ministro ha collegato direttamente il progetto con la fine della soluzione a due Stati.

“Lo Stato palestinese sta per essere tolto di mezzo non con degli slogan ma con i fatti. Ogni colonia, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa,” ha detto Smotrich.

Il ministro, che guida il partito Sionismo Religioso [dell’estrema destra nazionalista religiosa, ndt.], ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di “completare l’operazione mettendo in pratica la piena sovranità su Giudea e Samaria, qui e ora,” facendo riferimento all’annessione formale della Cisgiordania, che Israele ha occupato dal 1967 in violazione delle leggi internazionali.

Il progetto edilizio E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua messa in pratica è stata rimandata a causa dell’opposizione internazionale.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto facendo riferimento al suo impatto sulla soluzione a due Stati.

I governanti europei non avranno niente da riconoscere”

L’accelerazione dei progetti sembra essere una risposta all’annuncio da parte di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia di aver intenzione di riconoscere lo Stato palestinese durante un incontro alle Nazioni Unite del mese prossimo.

La scorsa settimana Smotrich ha dichiarato che ogni Stato che “cerchi di riconoscere uno Stato palestinese riceverà da noi una risposta sul campo,” non nella forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri (e) strade”.

Mercoledì ha ripetuto lo stesso concetto affermando: “É venuto il momento di lasciare per sempre nel dimenticatoio l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti politici europei non avranno niente da riconoscere.”

Il progetto E1 intende tagliare fuori le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che include una zona storica nota come al-Bariyah o “Deserto di Giudea”, che la Palestina ha presentato alla lista provvisoria dell’Unesco per l’inclusione tra i siti patrimonio dell’umanità.

“Ciò significa anche che la principale strada storica da Gerico a Gerusalemme, esistita per più di 3.000 anni e percorsa da Gesù, verrà totalmente chiusa ai palestinesi,” ha detto la settimana scorsa a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna “Stop the Wall” [Fermare il Muro, movimento contro la costruzione del muro di separazione costruito da Israele in Cisgiordania, ndt.]

L’isolamento di Gerusalemme est da alcune parti della Cisgiordania obbligherà i palestinesi a fare lunghe deviazioni per viaggiare da varie città e centri urbani.

Il progetto è stato messo in relazione con la frammentazione della Palestina occupata in “bantustan”, un riferimento ai ghetti per soli neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.

“Hebron e Betlemme diventeranno altre Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Lo stesso succederà a Ramallah,” ha affermato Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo il gabinetto israeliano per la sicurezza politica ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’Area E1 che colleghi il nord e il sud della Cisgiordania.

La strada è vista come un passo previo per l’estensione della costruzione di colonie nella zona. In base al progetto il transito dei palestinesi verrebbe deviato lontano dalla Route 1, la principale autostrada che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente per l’uso da parte di israeliani.

“Il governo israeliano sta annunciando apertamente l’apartheid,” sostiene Aviv Tatarsky, ricercatore dell’associazione israeliana per i diritti umani Ir Amim. “Afferma esplicitamente che i progetti dell’E1 sono stati approvati per “seppellire” la soluzione a due Stati e rafforzare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere l’espulsione di oltre una decina di comunità palestinesi che vivono nell’Area E1.”

Circa 700.000 coloni israeliani vivono in approssimativamente 300 colonie illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme est, tutte costruite da quando Israele si è impossessato dei territori nella guerra del 1967.

In base alle leggi internazionali la costruzione di colonie su un territorio occupato è illegale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Come von der Leyen ha sposato il movimento dei coloni israeliani

David Cronin  

19 agosto 2025 – The Electronic Intifada

La Palestina viene fatta a pezzi e l’Unione Europea risponde con frasi vuote.

Bezalel Smotrich, il ministro delle Finanze di Israele dichiaratamente fascista, sta ripristinando il progetto E-1 che rilancerà la colonizzazione nell’area che connette Gerusalemme est con il resto della Cisgiordania. Smotrich non fa segreto del fatto che il suo piano è seppellire la prospettiva di uno Stato palestinese.

Lo sta facendo nel momento in cui diversi paesi occidentali vanno verso il riconoscimento di una cosa chiamata Stato di Palestina.

Lo strangolamento delle comunità palestinesi che Smotrich sta promuovendo in Cisgiordania non va considerato prescindendo da come si è vantato di aver annientato ogni speranza per la popolazione di Gaza.

Lui ed altri ministri del governo hanno massacrato l’intero corpo delle leggi internazionali entrate in vigore in seguito all’Olocausto. Le convenzioni dell’ONU che mettono fuori legge il furto delle terre e sanciscono la necessità di impedire e punire il genocidio sono state formulate nella seconda parte degli anni ’40 del novecento.

Invece di richiamare Israele alle sue responsabilità, Kaja Kallas, la responsabile della politica estera dell’UE, ha emesso un blando richiamo a Israele a “desistere” dal portare avanti la decisione sul progetto E-1. Il richiamo si basa sulla “necessità di agire per tutelate la fattibilità della soluzione dei due Stati.”

Se Kallas crede davvero in queste fesserie, allora dovrebbe consultare qualche mappa geografica. La semplice realtà è che l’incessante inglobamento da parte di Israele della terra palestinese significa che la soluzione dei due Stati è da tempo insostenibile.

La devozione dell’UE alla soluzione dei due Stati ha le caratteristiche della fantasia. Ma la politica realmente perseguita è un inganno.

Ripetendo l’espressione “soluzione dei due Stati” come fosse un mantra del buon senso, i politici di Bruxelles vorrebbero ingannare l’opinione pubblica facendole credere contro ogni plausibilità che stanno lavorando per la pace.

Inoltre la soluzione dei due Stati è sempre stata pensata per perpetuare l’apartheid. È una ricetta presuntamente progressista per preservare Israele come Stato legato alla supremazia ebraica, confinando i palestinesi in un frammento della loro patria storica.

Adeguamento

In tutti i loro discorsi su una soluzione a due Stati i rappresentanti dell’UE si adeguano totalmente al movimento dei coloni israeliani.

Nel gennaio 2024 Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha accolto a Bruxelles Dani Dayan, un dirigente di spicco del movimento dei coloni.

Avvalendomi delle norme sulla libertà di informazione, ho finalmente ottenuto la richiesta che l’ambasciata di Israele a Bruxelles ha inviato a von der Leyen quando la visita di Dayan era in corso di preparazione.

La richiesta – vedi sotto– sottolinea che Dayan è stato capo dello Yesha Council. Mentre l’ambasciata israeliana non ha esplicitato quel che fa tale organizzazione, una veloce ricerca su internet da parte dello staff di von der Leyen sarebbe stato sufficiente a chiarire che lo Yesha Council è un’organizzazione che riunisce le principali colonie israeliane in Cisgiordania.

In quel ruolo Dayan ha affermato che è “grande interesse di Israele sviluppare il progetto E-1”

La “filosofia” di Dayan è stata sintetizzata in un suo articolo del 2012 per il New York Times. “La nostra presenza in tutta la Giudea e Samaria (la Cisgiordania) – non solamente nei cosiddetti blocchi di insediamenti – è un fatto irreversibile,” ha affermato, bollando come “vani” i tentativi di fermare l’espansione delle colonie

Dato che Dayan sostiene l’esatto contrario di ciò che predicano i rappresentanti dell’UE, perché l’anno scorso Ursula von der Leyen lo ha accolto a Bruxelles?

La risposta sta nel suo attuale incarico. Oggi Dayan è a capo dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Israele a Gerusalemme.

Come non pochi politici tedeschi, von der Leyen insiste molto sull’Olocausto, mentre permette un olocausto attuale a Gaza.

A ottobre 2023 è andata in visita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e gli ha garantito che avrebbe potuto “contare sul” sostegno dell’UE nella guerra contro Gaza. Se aveva intenzione di appoggiare tanto calorosamente un genocidio, è logico che non debba avere scrupoli ad abbracciare Dayan.

Adesso che lui ha raggiunto una posizione di rilievo gestendo un museo dell’Olocausto con cui l’UE collabora abitualmente, la dirigenza di Bruxelles è pronta a chiudere un occhio sul sostegno di Dayan all’espansione delle colonie, una posizione che non ha mai rinnegato.

Il tappeto rosso offerto a Dayan non è stato un incidente isolato. Lo staff alle dipendenze della citata Kaja Kallas ha di recente accolto a Bruxelles Elie Pieprz, un altro veterano dello Yesha Council.

Intanto nei giorni scorsi la Francia ha affermato di “condannare fermamente” la distruzione da parte di Israele di una scuola nel nord della Cisgiordania. La scuola era stata finanziata dalla Francia, congiuntamente all’Unione Europea.

Come ha sottolineato Gerard Araud, un ex diplomatico francese, una simile distruzione è “un classico” dell’occupazione israeliana. La risposta dell’UE agli attacchi ad una infrastruttura da essa finanziata non ha mai comportato azioni concrete contro Israele.

L’ultima protesta francese è in linea con un modello ben consolidato da cui gli Stati e le istituzioni dell’UE raramente si allontanano.

Mostrare orrore per gli effetti della violenza israeliana – violenza che l’Occidente permette – è obbligatorio. Punire Israele non è mai contemplato.

David Cronin è un redattore di The Electronic Intifada. Tra i suoi libri: Balfour’s Shadow: A Century of British Support for Zionism and Israel  [L’ombra di Balfour: un secolo di sostegno britannico al sionismo e a Israele] e Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation [L’alleanza dell’Europa con Israele: aiuto all’occupazione].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’associazione italiana degli allenatori chiede la sospensione di Israele dal calcio internazionale

Redazione di MEMO

20 agosto 2025 – Middle East Monitor

L’Associazione Italiana Allenatori [di Calcio, ndt.] (AIAC) ha chiesto alla FIFA [federazione internazionale di calcio, ndt.] e alla UEFA [federazione europea, ndt.] di sospendere Israele da tutte le competizioni internazionali a causa del conflitto in corso contro la Striscia di Gaza.

Secondo l’agenzia italiana di notizie (ANSA) in una lettera inviata a Gabriele Gravina, il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio, l’associazione ha affermato che la richiesta “non è solo una azione simbolica, ma una scelta necessaria che risponde ad un imperativo morale condiviso da tutto il gruppo dirigente.”

Renzo Ulivieri, il presidente dell’AIAC, ha dichiarato che il consiglio nazionale dell’associazione si è trovato unanimemente d’accordo su questa posizione, insistendo che il calcio italiano deve prendere una chiara posizione a favore del popolo palestinese.

Ulivieri ha spiegato che “i valori di umanità che sono alla base di quelli dello sport, ci spingono ad opporci agli atti di oppressione con terribili conseguenze.”

Il vicepresidente Renzo Camolese ha affermato: “Noi crediamo che sia scorretto che noi possiamo solo concentrarci sul gioco, guardare da un’altra parte.”

L’AIAC ha citato il precedente della Russia, che è stata colpita da pesanti sanzioni da parte di FIFA e UEFA in seguito all’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Queste punizioni prevedono l’esclusione della squadra nazionale e dei club russi dalle competizioni internazionali.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli alleati di Israele e la nave che affonda

Joseph Massad

14 agosto 2025 – Middle East Eye

Mentre a Gaza si moltiplicano le atrocità i paesi occidentali che sostengono Israele sono in preda al panico temendo possa fare la fine di altre imprese di colonizzazione di insediamento che sono fallite miseramente

Un panico improvviso ha travolto i sostenitori di Israele in tutto il mondo. I regimi neocoloniali occidentali, comprese le colonie di bianchi di Australia, Canada e Nuova Zelanda, sono particolarmente preoccupati per il destino dell’ultima colonia di insediamento europea in Asia.

Persino alcune organizzazioni ebraiche britanniche e statunitensi vicine a Israele si sono unite al crescente coro di voci preoccupate.

Pur difendendo pienamente i crimini commessi da Israele prima e dopo il 7 ottobre 2023 i suoi sostenitori occidentali hanno improvvisamente sviluppato scrupoli morali riguardo alla fase più recente del genocidio, in cui i continui bombardamenti e l’incenerimento di Gaza – un olocausto – sono ora aggravati dalla deliberata fame di massa inflitta ai sopravvissuti palestinesi.

A differenza delle organizzazioni ebraiche antisioniste e di altre formazioni ebraiche di sinistra, che hanno condannato e protestato contro il genocidio israeliano sin dal suo inizio, la maggioranza delle principali organizzazioni ebraiche filo-israeliane britanniche e americane ha mantenuto il pieno sostegno alle azioni di Israele.

La situazione è cambiata nelle ultime due settimane, con la comparsa di dichiarazioni apparentemente coordinate e simultanee di preoccupazione per la carestia a Gaza.

Immagini raccapriccianti di bambini scheletrici, folle disperate nei siti militarizzati di distribuzione degli aiuti e palestinesi affamati massacrati mentre cercavano di procurarsi del cibo hanno reso insostenibile per i governi e le istituzioni occidentali filo-israeliane continuare a giustificare i crimini di Israele o ignorare la portata della catastrofe umanitaria.

A parte il suo sponsor statunitense, sta diventando sempre più chiaro che pochi dei restanti alleati di Israele sono disposti a seguirlo fino in fondo nel perseguimento del genocidio e rioccupazione di Gaza, e alcuni potrebbero già prepararsi ad abbandonare la nave che affonda.

Preoccupazione tardiva

Preoccupati per il destino di Israele, i suoi sostenitori hanno recentemente attenuato il loro giubilo per la guerra con accenni simbolici all’umanitarismo, cercando di garantire che la sua campagna genocida continui senza ostacoli in mezzo alla crescente indignazione globale.

Il 27 luglio la filoisraeliana American Jewish Committee (AJC) ha rilasciato una dichiarazione a sostegno della “giustificata guerra di Israele per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas e garantire il rilascio degli ostaggi rimasti”, ma esprimendo “immenso dolore per il grave tributo che questa guerra ha imposto ai civili palestinesi” e dichiarando di essere “profondamente preoccupati per il peggioramento dell’insicurezza alimentare a Gaza”.

L’AJC ha inoltre accolto con favore “l’annuncio da parte di Israele di una serie di ulteriori e significativi interventi per aumentare il flusso e la distribuzione di aiuti a Gaza”, esortando “Israele, la Gaza Humanitarian Foundation, le Nazioni Unite e tutti coloro che sono coinvolti nella distribuzione degli aiuti ad aumentare la cooperazione e il coordinamento al fine di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili palestinesi a Gaza”.

L’AJC non è l’unica a esprimere una tardiva preoccupazione per i palestinesi. Nella stessa settimana, anche l’Assemblea Rabbinica di New York, che rappresenta la denominazione conservatrice dell’ebraismo, ha espresso la sua preoccupazione “per il peggioramento della crisi umanitaria a Gaza”, chiedendo “un’azione urgente per alleviare le sofferenze dei civili e garantire la consegna degli aiuti”.

L’Assemblea ha auspicato “un futuro radicato nella giustizia, nella dignità e nella sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi” e ha esortato Israele a “fare tutto il possibile per garantire che gli aiuti umanitari raggiungano chi ne ha bisogno”. Facendo appello agli insegnamenti ebraici, ha affermato: “La tradizione ebraica ci impone di garantire la fornitura di cibo, acqua e medicinali come priorità assoluta”.

A loro si è unita l’Unione per il Giudaismo Riformato, la più grande organizzazione ebraica del Nord America, che si oppone con veemenza al sionismo fin dagli anni ’40.

In una dichiarazione rilasciata il 27 luglio il Movimento Riformista ha affermato: “Né l’intensificazione della pressione militare né la limitazione degli aiuti umanitari hanno avvicinato Israele a un accordo sul recupero degli ostaggi o sulla fine della guerra”. Ha aggiunto: “Israele non deve sacrificare la propria reputazione morale… Far morire di fame i civili di Gaza non fornirà a Israele quella ‘vittoria totale’ su Hamas che desidera, né può essere giustificato dai valori ebraici o dal diritto umanitario”.

Giorni dopo, una lettera firmata da 1.000 rabbini di varie denominazioni in tutto il mondo dichiarava di “non poter tollerare le uccisioni di massa di civili, tra cui un gran numero di donne, bambini e anziani, o l’uso della fame come strumento di guerra”. Hanno scritto: “In nome della reputazione morale non solo di Israele, ma dell’ebraismo stesso, l’ebraismo a cui sono consacrate le nostre vite”.

Controllo del danno

Dichiarazioni di preoccupazione per la condotta di Israele si sono diffuse oltre gli Stati Uniti.

Il 29 luglio la più grande organizzazione ebraica del Regno Unito, il Board of Deputies, ha chiesto un “rapido, incondizionato e sostenuto incremento degli aiuti attraverso tutti i canali disponibili” ai palestinesi di Gaza, appena un mese dopo aver sanzionato alcuni suoi membri per aver criticato i crimini commessi da Israele.

Proprio lo stesso giorno un gruppo di 31 eminenti israeliani ha esortato la comunità internazionale a imporre a Israele “stringenti sanzioni” per la fame imposta ai palestinesi. Questo appello è arrivato il giorno dopo che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Medici israeliani per i diritti umani, si sono unite al resto del mondo nel definire le azioni di Israele come “genocidio”.

Persino il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una recente telefonata di smettere di negare la carestia.

Ma non si creda che tutti la pensino così, perché non è vero: un recente sondaggio ha rilevato che il 79% degli ebrei israeliani è “poco turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza a Gaza.

Obiezioni alle politiche israeliane sono arrivate anche dalla maggior parte dei regimi occidentali, in particolare in merito al piano recentemente annunciato da Israele di rioccupare Gaza. Persino le voci più autorevoli sul quotidiano britannico filo-israeliano The Guardian erano in preda al panico, avvertendo che una simile mossa sarebbe dannosa per Israele, poiché “non garantirebbe una vittoria militare” e “intensificherebbe la lotta con Hamas senza alcuna possibilità di porvi fine”.

Anche i sostenitori occidentali di IsraeleGran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altri – si sono dichiarati contrari alla rioccupazione.

Le loro proteste sono giunte nonostante Netanyahu abbia affermato che il suo obiettivo è semplicemente “liberare Gaza da Hamas e consentire l’insediamento di un governo pacifico”.

Il governo tedesco, fanaticamente filo-israeliano, che ha sostenuto ogni azione israeliana dall’ottobre 2023, ha ora dichiarato di voler vietare nuove vendite di armi allo Stato genocida che potrebbero essere utilizzate nell’olocausto palestinese in corso.

A ciò si aggiunge l’ultimo stratagemma occidentale di riconoscere un fantomatico Stato palestinese alle Nazioni Unite il mese prossimo, nel disperato tentativo di salvare la colonia di insediamento che è Israele da se stessa e di mascherare l’aperto e attivo sostegno occidentale al genocidio.

Perfino le dittature arabe sostenute dall’Occidente, le stesse che non hanno esitato a supportare materialmente, se non sempre ufficialmente, il genocidio di Israele sin dal suo inizio, stanno ora sponsorizzando queste misure.

Una nave che affonda

Di fronte al riconoscimento del massacro di Gaza come genocidio da parte di relatori indipendenti delle Nazioni Unite e di organizzazioni per i diritti umani, a cui si sono aggiunte, tardivamente, alcune israeliane, è diventato molto più difficile per i governi occidentali e i media tradizionali giustificare, negare o altrimenti mettere in dubbio la portata della distruzione e delle uccisioni a Gaza, poiché negli ultimi mesi tali narrazioni sono diventate meno sostenibili.

Inoltre, il totale fallimento di Israele nel vincere la guerra contro Hamas, per non parlare dell’Iran, e la sensazione che le sue capacità militari sembrino efficaci solo nell’uccisione di civili pur senza riuscire a costringerli alla sottomissione sono diventati importanti preoccupazioni per la sicurezza dei governi occidentali.

Senza la quotidiana assistenza militare, di intelligence, finanziaria e diplomatica dell’Occidente Israele non avrebbe potuto compiere il genocidio né difendersi dagli attacchi di coloro contro cui ha agito aggressivamente per decenni.

Il fatto che il governo di Israele, sostenuto dalla maggioranza dellelettorato ebraico israeliano, stia portando avanti politiche che hanno gravemente danneggiato limmagine del Paese presso lopinione pubblica occidentale ha rappresentato unulteriore umiliazione per i suoi sostenitori in Occidente.

A parte il suo sponsor e madrepatria adottiva, gli Stati Uniti, le recenti battute d’arresto di Israele hanno spinto molti dei suoi alleati a cercare scialuppe di salvataggio, forse riluttanti ad affondare con una nave che cola a picco.

Alla fine della guerra di liberazione in Algeria, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, l’opinione pubblica francese si era stancata della violenza barbara scatenata dai coloni francesi contro gli algerini nella loro patria e nella Francia continentale in un ultimo disperato tentativo di preservare la loro colonia di insediamento.

Osserviamo una tendenza simile nel caso israeliano. I sondaggi in tutto il mondo occidentale mostrano che la maggioranza dell’opinione pubblica condanna le atrocità israeliane, da destra a sinistra. Anche negli Stati Uniti, non solo la sinistra, ma anche la destra trumpista ha abbandonato la colonia di insediamento che è Israele e si oppone al sostegno fornitole dagli Stati Uniti.

La preoccupazione tra gli ostinati sostenitori occidentali di Israele è che il suo destino possa rispecchiare quello dell’Algeria francese. Il fatto che Netanyahu stesso si preoccupi da un decennio che Israele possa non sopravvivere fino al suo centesimo compleanno rafforza ulteriormente il timore che il Paese stia accelerando la propria fine.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Esclusivo: più di 100 medici che lavorano a Gaza chiedono un’azione internazionale in quanto “i colleghi muoiono di fame e sono colpiti da Israele”

Prem Thakker

13 agosto 2025 – Zeteo

Molti lavoratori sanitari “soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti” si legge in una lettera aperta firmata da professionisti della sanità.

Più di 100 medici e professionisti della salute internazionali che negli ultimi 22 mesi hanno prestato servizio a Gaza hanno firmato una lettera aperta in cui chiedono l’attenzione internazionale riguardo al devastante attacco israeliano contro i lavoratori sanitari palestinesi e sollecitano un’immediata azione internazionale per proteggerli e ricostruire il sistema sanitario decimato di Gaza.

Rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi muoiono di fame e vengono colpiti da Israele,” si legge nella lettera, diffusa in anteprima da Zeteo [media indipendente di controinformazione, ndt.]. “Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti soffrono fame, capogiri e svenimenti durante le operazioni o mentre soccorrono i pazienti.”

Tra i firmatari ci sono i dottori Thaer Ahmad, Yasser Khan, Tanya Haj-Hassan, Ambereen Sleemi e Nick Maynard. 

A Gaza negli ultimi 22 mesi le condizioni hanno raggiunto il punto più basso. Le morti per fame sono aumentate a una velocità allarmante. Gli ospedali rimasti ancora in funzione sono arrivati a “un crollo quasi totale” in quanto devono affrontare una media di otto “stragi di massa” giornaliere. Centinaia di migliaia di persone sono sempre più assetate in quanto l’accesso all’acqua potabile si riduce e le malattie si diffondono.

A peggiorare le cose, le condizioni di vita stanno colpendo quelli che hanno l’incarico di contribuire ad alleviare le sofferenze. A maggio 2025, afferma la lettera, le forze israeliane avevano ucciso più di 1.500 operatori sanitari palestinesi. Molti di più, osserva sempre il comunicato, sono stati rapiti, detenuti illegalmente e torturati nelle carceri israeliane.

Nel contempo a Gaza, aggiunge la lettera, l’esercito israeliano ha gravemente limitato il lavoro della solidarietà internazionale e delle organizzazioni mediche e ha bloccato “l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati.” I professionisti della salute palestinesi, anche loro cacciati dalle proprie case, e che spesso vivono in tende o rifugi di fortuna, hanno continuato a prestare le cure a migliaia dei loro vicini che si trovano in situazioni simili.

Nella lettera i medici espongono nel dettaglio perché le condizioni a Gaza sono terribili.

I pazienti non possono guarire senza cibo sufficiente e accesso a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura,” si legge nella lettera.

In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per medici e lavoratori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.” Agli oltre 100 operatori sanitari si sono aggiunti più di 150 lavoratori della salute solidali che hanno anche loro firmato la lettera.

Firmiamo questa lettera in solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Ecco il testo completo della lettera:

La lettera dei medici – Voci in solidarietà con i colleghi palestinesi di Gaza

Ci rifiutiamo di rimanere in silenzio mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Noi, gli operatori sanitari firmatari, dalla fine del 2023 abbiamo lavorato insieme ai nostri colleghi palestinesi a Gaza e abbiamo assistito in prima persona alle dimensioni e alla gravità della loro sofferenza.

Oggi alziamo di nuovo la nostra voce in piena solidarietà con in nostri colleghi a Gaza che continuano tutti quanti a subire una violenza inimmaginabile.

Il genocidio in corso e l’assedio crescente da parte di Israele hanno di fatto distrutto tutto il sistema sanitario di Gaza. I pochi ospedali rimasti parzialmente in funzione sono ancora in piedi grazie alla determinazione e all’impegno dei medici e infermieri palestinesi che continuano a prendersi cura dei pazienti nonostante il pericolo costante di essere presi di mira, e ora anche di morire di fame.

Tutti i nostri colleghi palestinesi, medici, infermieri e paramedici, stanno rapidamente dimagrendo a causa della mancanza di cibo imposta dal governo israeliano. Molti patiscono fame, capogiri e svenimenti mentre eseguono operazioni o si occupano dei pazienti nel pronto soccorso. La maggioranza di loro è stata sfollata in tende dopo essere stata cacciata dalle proprie case e molti stanno sopravvivendo con meno di un solo piatto di riso al giorno.

Le conseguenze umanitarie della crisi politica a Gaza non sono solo segnate direttamente dalle stragi dell’esercito israeliano contro l’intera popolazione, ma anche dal metodico attacco di Israele contro il sistema sanitario:

  • In seguito ai ripetuti e sistematici attacchi israeliani contro il sistema sanitario e i lavoratori della salute gli operatori sanitari palestinesi sono stati uccisi in gran numero. A maggio 2025 risultavano uccisi oltre 1.580 lavoratori.

  • L’esercito israeliano ha rapito, arrestato illegalmente, vessato e torturato centinaia di lavoratori sanitari palestinesi, tenendoli in condizioni degradanti nelle prigioni e in campi di detenzione.

  • Lo Stato di Israele ha ripetutamente bloccato l’evacuazione di pazienti e le iniziative sanitarie internazionali e chiuso o ostacolato evacuazioni indispensabili e corridoi umanitari.

  • Israele continua a bloccare sistematicamente l’ingresso di rifornimenti essenziali: medicinali, strumenti chirurgici, cibo e persino latte per neonati. In seguito a ciò i lavoratori sanitari palestinesi devono cercare di salvare vite in ospedali senza i più basilari materiali che sono rapidamente disponibili a poca distanza da loro.

I pazienti non possono guarire senza alimentazione e accesso adeguato a servizi sanitari completi. Se qualcuno sopravvive dopo essere stato colpito da un soldato israeliano o ferito da un’esplosione determinata da un aereo israeliano deve comunque guarire dalle ferite. La malnutrizione è un gravissimo impedimento a un pieno recupero, rendendo le persone soggette a infezioni per le quali ora a Gaza ci sono pochissime possibilità di cura. In poche parole: il corpo non può guarire quando non si è mangiato adeguatamente da giorni o a volte da settimane, come attualmente è molto frequente a Gaza. La stessa cosa è vera per i medici e gli operatori sanitari, che lottano per fornire cure affrontando le stesse condizioni di deprivazione estrema.

Non ci sono difficoltà logistiche che possano essere risolte semplicemente con un maggiore aiuto medico o più delegazioni sanitarie internazionali. Questa è una crisi interamente creata dall’uomo attraverso una crudeltà senza limiti e nel totale disprezzo per la vita dei palestinesi.

Chiediamo un’immediata azione internazionale per:

  1. Proteggere i lavoratori sanitari palestinesi e tutti i palestinesi, compresi sforzi coordinati per garantire l’immediato rilascio dei palestinesi e degli operatori sanitari palestinesi illegalmente detenuti.

  2. Proteggere le strutture sanitarie e bloccare immediatamente gli attacchi contro tutte le strutture sanitarie compresi ospedali, cliniche e ambulanze come previsto dalle leggi internazionali.

  3. Porre fine al blocco illegale e garantire l’ingresso umanitario senza impedimenti di cibo, acqua potabile, rifornimenti sanitari e distribuzione di carburante e garantire l’accesso illimitato di delegazioni mediche internazionali a Gaza.

  4. Garantire un cessate il fuoco immediato e permanente e la fine dell’illegale occupazione militare di Gaza.

  5. Chiamare a rispondere quanti sono responsabili di attacchi, arresti e violenze che colpiscono le attività sanitarie a Gaza.

Firmiamo questa lettera per solidarietà e con indignazione. Rifiutiamo la violenza del silenzio e la presunta neutralità mentre i nostri colleghi vengono affamati e colpiti da Israele.

Firmata da professionisti della salute che hanno lavorato a Gaza:

  1. Mahmooda Syed, DO, MBA, FACEP

  2. Brennan Bollman MD, MPH

  3. Ayesha Khan, MD, MPH

  4. Zahed Rahman RN, Terapia Intensiva

  5. Abeerah Muhammad MSN, RN, CENEN

  6. Owais Nadeem, MD

  7. Sarah Badran, MD, MACM

  8. Lana Abugharbieh BSN, RN, CEN

  9. Nour Sharaf, DO

  10. Aziz Rahman, MD

  1. Talal Ali Khan, MD, FACP, FASN, FRCP

  2. Elidalis Burgos, MSN, APRN, AGACNP-BC

  3. James Smith, MBBS, MA, MSc, MSc, medico di pronto soccorso britannico

  4. Mohammad Rizwan Minhas, MD

  5. Khawaja Ikram, DO

  6. Noor Amin, MD

  7. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  8. Yipeng Ge, MD, MPH, CCFP

  9. Margaret Ogden, MPH, infermiera diplomata

  10. Qutaiba Mohammad Allawwama, infermiere di pronto soccorso

  11. Sarah Lalonde, Bsc. MD, CCFP-EM

  12. Zena Saleh, MD, specializzanda in chirurgia generale

  13. Tarek Meguid, MD,OB/GYN

  14. Anas Alkassem, MD

  15. Ali Khader, MD, MPH

  16. Nada Al Hadithy, FRCS, MD, FMLM, PgDip

  17. Mumen Diraneyya, specialista in chirurgia generale

  18. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  19. Thaer Ahmad, medico e membro del consiglio di PAMA

  20. Mir S Ali, MD, pediatra

  21. Uzer Khan, MD

  22. Feroze Sidhwa, MD, MPH, FACS, FICS

  23. Deirdre Nunan, MD, FRCSC (ortopedico)

  24. Ben Thomson, MD, MPH, MSc, FRCPC

  25. Ambereen Sleemi, MD, MPH uroginecologo

  26. Ahmed Hassabelnaby, DO –medicina d’urgenza

  27. Saira Hussain, MBBS FRCA MA FANZCA

  28. Bushra Othman, BMBS, FRACS, chirurgia generale

  29. Mina Naguib, medico di pronto soccorso, BSc, BMBS, DMCC, MPH, FRCRM

  30. Tom Potokar, Prof, OBE, chirurgo plastico

  31. Goher Rahbour, BMedSci, MBChB, MRCS, MD Res, FRCS

  32. Nick Maynard, MD

  33. Junaid Sultan, specialista in chirurgia vascolare

  34. Aarianna Read, infermiera diplomata

  35. Aalisha Mariam Karimi, MB BChir, MRCP, FRCA, DipHTM

  36. Aqsa Durrani, MD, MPH

  37. Janet Hall, medico

  38. Matthew Arnaouti, specializzando in traumatologia e ortopedia

  39. Kirsty Blacka, Charge Sister – infermiera diplomata

  40. Adam Hamawy, MD FACS

  41. Ana Jeelani, specialista in chirurgia pediatrica ortopedica

  42. Kaji Sritharan, specialista di chirurgia vascolare

  43. Haleh Sheikholeslami, MD, FAAFP

  44. Dr Paul Ransom, medico di pronto soccorso britannico

  45. Yasser Khan, MD, FRCSC

  46. Einar Lande, t ginecologo

  47. Lucy Hooton, capo infermiera

  48. Line Dahlgaard Berntzen, medico

  49. John Kahler,MD, FAAP

  50. Chandra Hassan, MD

  51. Yassar Arain, MD

  52. Nahreen Ahmed, MD MPH

  53. Tanya Haj-Hassan, BMBCh

  54. Mahmoud Sabha, MD

  55. Khaled Al-hreish, MD

  56. Nabeel Rana, MD

  57. Alia Kattan, MD

  58. Rana Mahmoud, RNBSN

  59. Mohamad Abdelfattah, MD

  60. Hina Syed , M.D.

  61. Jennifer Arriaga, BSN, RN, CCRN

  62. Morgan McMonagle, MB BCh FRCSI FACS MD

  63. Christos Georgalas, docente di chirurgia della testa e del collo

  64. Tammy Abughnaim, MD, medicina d’emergenza

  65. Abdullah Salameh, chirurgia generale

  66. Mohammed Akuji, anestesista specializzato

  67. Amy Neilson, MBBS BSc MPH&TM FACRRM FACTM FEWM

  68. Jason O’Connor, infermiere diplomato, PANZMA

  69. Osama H. M. Hamed, chirurgo

  70. Dr. Farah Abdul Aziz, MBBS FRACS

  71. Montaha Khan, specialista in terapia intensiva

  72. Salih El Saddy, MD, PANZMA

  73. Jacklyne Scarbolo, dirigente medico

  74. Jamal Merei, chirurgo generale

  75. Patrick Ennis, NHS infermiere specializzato

  76. Husam Basheer, esparto in ortopedia

  77. Mohammed Alkandari, MD

  78. Ghassan Alami, MD-CM, FRCS(C)

  79. Travis Melin, D.O

  80. Jeremy Hickey, anestesista specializzato

  81. Asma Lina fazlanie, MbChB, FRCA, MRCP

  82. Mohammed Mustafa, MD

  83. Sakib Rokadiya

  84. Hanadi Katerji, RN

  85. Victoria Rose, chirurga plastica specializzata

  86. Martina Marchiò, PMR

  87. Wilhelmi Massay, Terapia intensiva

  88. Tas Qureshi, chirurgo

  89. Heba Al-Nashef, Ostetrica specializzata

  90. Mark Brauner, DO, FACEP

  91. Azeem Elahi, MD

  92. Wajid Jawaid, chirurgo pediatrico specializzato

  93. Michail Liontiris, MD, MScIH –medicina d’urgenza

  94. Haseeb Khawaja MD

  95. Mohamed S A Elfar, MD, MSc, FACS, FCCM

  96. Greg Shay, MD

  97. Elen O’Donnell, MBBS, FACRRM, DipPH

  98. Mohamed Kuziez , MD, FAAP

  99. Adil Husain, M.D.

  100. Mohammed Sbeih, MD, FACS

  101. Chandra Hassan, MD, FACS

  102. Raul Incertis Jarillo, anestesista

  103. Shehzad Batliwala, DO

  104. Anas Ahmed, MD

  105. Mark Perlmutter MD

  106. Joelle Tischhauser

  107. Dr Chris Holden

  108. Amanda Prezioso, infermiera

  109. Yacine Haffaf, Surgeon chirurgo

  110. Arham Ali, MD, MS. assistente universitario, terapia intensiva pediatrica

  111. Hamza AbdulQader, terapia intensiva

  112. Rana Mahmoud, RNBSN

  113. Riad Abdelkarim, MD, MHCM, FACP; direttore sanitario

La lettera è stata firmata anche da 159 professionisti della salute solidali.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Secondo alcune fonti, Israele sta trattando con il Sud Sudan per ricollocarvi i palestinesi da Gaza

Gavin Blackburn

12 agosto 2025 – Yahoo!News (Euronews)

Pare che Israele stia discutendo con il Sud Sudan riguardo la possibilità di ricollocare i palestinesi da Gaza nella martoriata nazione dell’Africa orientale, come parte di un più ampio sforzo di Israele per facilitare una emigrazione di massa dal territorio in larga parte distrutto in seguito ai 22 mesi di offensiva contro Hamas.

Sei persone al corrente in materia hanno confermato all’agenzia di notizie Associated Press che i colloqui hanno avuto luogo, sebbene non sia chiaro fino a che punto siano arrivati.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma che vuole realizzare il progetto del presidente USA Donald Trump di ricollocare buona parte della popolazione di Gaza attraverso quella a cui Netanyahu si riferisce come una “migrazione volontaria.”

Israele ha lanciato simili proposte di ricollocazione con altre nazioni africane, inclusi il Sudan e la Somalia.

I palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e buona parte della comunità internazionale hanno rifiutato le proposte come modello per una espulsione forzata in violazione del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri israeliano ha evitato di commentare e quello del Sud Sudan non ha risposto a domande riguardo i colloqui.

Un portavoce del dipartimento di stato statunitense ha affermato che non si pronuncia su conversazioni diplomatiche private.

Opposizione al ricollocamento

Joe Szlavik, il fondatore di una società lobbystica statunitense che lavora con il Sud Sudan, ha affermato che è stato aggiornato da funzionari sud sudanesi riguardo ai colloqui.

Ha sostenuto che una delegazione israeliana ha in progetto di visitare la nazione per verificare la possibilità di crearvi campi per i palestinesi.

Non c’è una data certa per la visita e Israele non ha risposto subito ad una richiesta di conferma della stessa. Szlavik ha affermato che Israele probabilmente pagherebbe per dei campi provvisori.

Edmund Yakani, che guida un gruppo sud sudanese della società civile, ha affermato di aver parlato anche lui con politici del suo Paese riguardo ai colloqui.

Altri quattro politici al corrente delle discussioni hanno confermato in condizioni di anonimità, perché non sono stati autorizzati a parlarne pubblicamente, che i colloqui hanno avuto luogo.

Due di essi, entrambi egiziani, hanno detto all’Associated Press che avevano saputo da mesi riguardo ai tentativi israeliani di trovare uno Stato che accetti i palestinesi, inclusi i contatti con il Sud Sudan. Essi hanno detto di aver fatto pressioni sul Sud Sudan contro il trasferimento dei palestinesi.

L’Egitto si è fortemente opposto al piano di trasferire i palestinesi fuori da Gaza, con cui condivide il confine, temendo un ingresso di rifugiati nel proprio territorio.

Da una zona di conflitto ad un’altra

Molti palestinesi potrebbero voler lasciare temporaneamente Gaza per scappare dalla guerra e dalla mancanza di cibo che sconfina nella carestia.

Ma essi hanno fermamente rifiutato un ricollocamento permanente da quella che vedono come parte integrale della propria terra natale.

Essi temono che Israele non permetterebbe loro di rientrare mai più e che una partenza di massa consentirebbe ad Israele di annettere Gaza e ricostruire lì colonie ebraiche, come chiesto dai ministri di estrema destra del governo israeliano.

Inoltre è improbabile che anche i palestinesi che vorrebbero lasciare Gaza intendano andare in Sud Sudan, una delle nazioni più instabili e conflittuali del mondo.

Il Sud Sudan ha lottato per riprendersi da una guerra civile che è scoppiata dopo aver ottenuto l’indipendenza, che ha ucciso 400.000 persone e che ha precipitato parti della nazione in una carestia.

Il paese, ricco di petrolio, è afflitto dalla corruzione e si affida agli aiuti internazionali per nutrire i suoi 11 milioni di abitanti, una sfida che non ha fatto che crescere da quando l’amministrazione Trump ha tagliato radicalmente l’assistenza estera.

Un accordo di pace raggiunto sette anni fa è stato fragile e parziale e la minaccia di una guerra è tornata ad affacciarsi quando all’inizio di quest’anno il principale capo dell’opposizione Riek Machar è stato messo agli arresti domiciliari.

In particolare i palestinesi potrebbero non sentirsi i benvenuti. La lunga guerra per l’indipendenza dal Sudan ha contrapposto il sud in maggioranza cristiano e animista al nord prevalentemente arabo e musulmano.

Yakani, dell’organizzazione della società civile, ha affermato che i sud sudanesi avrebbero bisogno di sapere chi starebbe per arrivare e quanto tempo penserebbero di rimanere, oppure potrebbero esserci delle ostilità dovute a “questioni storiche con i musulmani e gli arabi.”

Il Sud Sudan non dovrebbe diventare una discarica di persone,” ha affermato. “E non dovrebbe accettare di prendere persone come pedine di scambio per migliorare le relazioni internazionali.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Da Sakhnin a Ramallah prende piede una nuova ondata di lotta popolare palestinese

Awad Abdelfattah

6 agosto 2025 – +972 Magazine

Mentre cresce l’indignazione per Gaza, proteste e scioperi della fame segnano un rinnovato movimento palestinese determinato a colmare le divisioni e a sostenere la resistenza.

Nelle ultime settimane la mobilitazione popolare palestinese ha acquisito un notevole slancio, in particolare nei territori del 1948 [ossia nello Stato di Israele, ndt.] e nella Cisgiordania occupata. Questa ondata riflette un crescente sforzo di riconnettersi con un’ondata rinvigorita di solidarietà globale che ha persistito, persino amplificandosi, nonostante la dura repressione dei movimenti filo-palestinesi negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Tutti i segnali suggeriscono che questo slancio continuerà a crescere, trasformandosi potenzialmente in una rivolta popolare più ampia, in grado di contrastare le brutali politiche israeliane nei confronti dei palestinesi in tutto il territorio.

Le immagini strazianti provenienti da Gaza – bambini scheletrici, famiglie ripetutamente cacciate dalle loro case, persone in attesa di cibo uccise a colpi d’arma da fuoco – sono diventate impossibili da ignorare o giustificare per gli alleati di Israele. Queste immagini hanno iniziato a perseguitare i governi occidentali, a lungo complici della campagna genocida israeliana, svergognandoli agli occhi dell’opinione pubblica e mettendo a nudo la bancarotta morale del loro silenzio.

Sotto la crescente pressione dei propri cittadini, diversi Stati occidentali hanno recentemente inasprito le loro critiche alla condotta di Israele a Gaza: il ritmo incessante delle uccisioni, il deliberato ostacolo agli aiuti umanitari, l’evidente assenza di un piano per porre fine alla guerra.

Forse i rimproveri più eclatanti sono arrivati sotto forma di riconoscimento formale (o minacce di riconoscimento) dello Stato di Palestina da parte di una manciata di capi di Stato occidentali, in particolare il francese Emmanuel Macron. Eppure, per quanto clamorose sulla carta, tali dichiarazioni rimangono in gran parte simboliche. La “soluzione dei due Stati” a cui alludono è ampiamente considerata illusoria e inadeguata, poiché preserva il regime coloniale di apartheid israeliano e nega a milioni di rifugiati palestinesi il diritto al ritorno.

Anche se è improbabile che queste dichiarazioni abbiano implicazioni pratiche sostanziali, rappresentano comunque un importante gesto di sostegno e una spinta morale fortemente necessaria al movimento popolare che apre le porte a una nuova fase di pensiero e azione.

Uno scenario in evoluzione

I manifestanti palestinesi e i loro alleati stanno seguendo da vicino i cambiamenti nell’equilibrio geopolitico della regione. Con il sostegno incrollabile di Washington, Israele ora agisce con quasi totale impunità in tutto il territorio del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato dall’Iran. Eppure, nonostante i duri colpi subiti nella recente guerra di 12 giorni con Israele, l’Iran è tutt’altro che sconfitto. Entrambe le parti sono impegnate in una corsa al rafforzamento militare in preparazione di una fase ancora più sanguinosa e distruttiva del conflitto.

Ma per ora, con l’equilibrio di potere fortemente sbilanciato a favore di Israele, molti attivisti palestinesi si stanno rivolgendo verso l’interno – verso una resistenza popolare di base – in assenza di una forza militare esterna in grado di frenare l’aggressione israeliana. E ci sono ragioni per credere che questa strategia possa funzionare.

Nonostante il suo predominio militare, la posizione globale di Israele – anche tra gli ebrei di tutto il mondo – è più fragile che mai. A giugno, in qualità di presidente della One Democratic State Campaign [campagna per uno Stato unico democratico, ndt.] (ODSC), ho partecipato e parlato a un evento straordinario: la “Prima Conferenza Ebraica Antisionista”, tenutasi nella città natale di Theodor Herzl, il padre fondatore del movimento sionista. Gli organizzatori hanno riunito circa 500 intellettuali e attivisti ebrei da tutto il mondo con l’obiettivo di unire il crescente numero di ebrei antisionisti e integrarli nel più ampio movimento progressista globale contro il regime genocida di Israele.

Con gli orrori che sta infliggendo a Gaza e l’escalation di violenza appoggiata dallo Stato in Cisgiordania, Israele non è più in grado di ripulire la propria immagine all’estero, né la sua propaganda può nascondere i propri crimini. Alcuni sostengono che Israele non comprenda ancora la portata del danno reputazionale e strategico che si sta infliggendo, un danno che potrebbe presto rivelarsi irreversibile. In questo contesto una strategia di resistenza civile sostenuta e interconnessa a livello globale non è più solo praticabile; è una necessità storica.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi tentativi di andare avanti su questa strada, in particolare la serie di proteste al confine di Gaza nel 2018-2019, note nel loro insieme come la “Grande Marcia del Ritorno”. Fin dall’inizio, queste marce sono state accolte con una sanguinosa repressione da parte dell’esercito israeliano, volta a soffocare la loro forte risonanza nell’opinione pubblica mondiale.

Eppure la forza di quelle proteste non ha mai raggiunto la Cisgiordania. Ciò è dovuto in parte al fragile clima politico locale e all’assenza di una visione coerente di resistenza popolare all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Vincolata dal coordinamento per la sicurezza con Israele, l’ANP ha attivamente minato la mobilitazione popolare indipendente, lavorando in stretta collaborazione con il colonizzatore per impedirne il radicamento.

Nel maggio 2021 un’ampia rivolta popolare ha travolto tutta la Palestina, dal fiume al mare. Per un breve momento è parso che fosse destinata a evolversi in una campagna nazionale di resistenza civile prolungata. Ma l’introduzione di una dimensione militare, sotto forma di lancio di razzi da parte di Hamas, ha interrotto lo slancio e smorzato il potenziale di quel percorso guidato dai civili. Nonostante la repressione israeliana ce ne sarebbe stata l‘opportunità; semplicemente non si è pienamente concretizzata.

Queste occasioni mancate hanno rafforzato la convinzione di molti che la resistenza civile – giuridica, culturale e artistica – rimanga tra i mezzi più promettenti per sfidare il dominio israeliano, forse anche più della forza militare. Persino gli analisti israeliani ora ammettono che gli eventi del 7 ottobre e la guerra successiva hanno scosso il prestigio dell’esercito israeliano; un prestigio che, nonostante decenni di azioni criminali, era rimasto straordinariamente intatto.

Nel frattempo la lotta continua all’estero: nei tribunali internazionali, nelle arene culturali, nelle strade e nei campus universitari. Mentre i crimini israeliani diventano sempre più difficili da nascondere, nuove ondate di indignazione e solidarietà stanno rimodellando la copertura mediatica e il dibattito politico. È su questi campi di battaglia, dove le violazioni del diritto internazionale diventano prove di colpevolezza per i responsabili, che l’edificio dell’apartheid e del genocidio potrebbe infine iniziare a crollare.

Una scintilla da Sakhnin

Un recente sviluppo segnala una potenziale svolta nella mobilitazione tra i cittadini palestinesi di Israele. La città settentrionale di Sakhnin ha visto migliaia di persone convergere per una massiccia protesta contro il genocidio a Gaza, mentre a Giaffa diverse figure di spicco, tra cui parlamentari palestinesi e membri dell’Alto Comitato di Monitoraggio per i Cittadini Arabi di Israele, hanno lanciato uno sciopero della fame di tre giorni. Particolarmente impressionante è stata la consistente presenza di ebrei israeliani contrari all’occupazione, un segnale incoraggiante per il futuro di una vera e propria co-resistenza.

Da Sakhnin le proteste si sono rapidamente estese ad altre città palestinesi all’interno dei territori del 1948: in Galilea, nel Triangolo [zona centro-settentrionale di Israele in cui vive buona parte dei cittadini arabi del Paese, ndt.], nel Naqab e nella regione costiera. E ora, elemento cruciale, gli echi di questo movimento stanno iniziando a risuonare in Cisgiordania, anche se i palestinesi rimangono intrappolati tra la duplice repressione delle forze di occupazione israeliane e dei loro collaboratori dell’ANP.

Ispirati dallo sciopero della fame dei leader palestinesi in Israele, attivisti e personalità nazionali in Cisgiordania hanno iniziato il loro sciopero, non solo in solidarietà con Gaza, ma anche come mezzo di risveglio politico. Gli scioperanti della fame di Ramallah, a cui mi sono unito per un giorno, hanno parlato apertamente di come traggano ispirazione diretta dalla mobilitazione dei cittadini palestinesi di Israele e dalla loro leadership.

Stiamo assistendo ai primi passi verso un movimento popolare unificato in grado di imporre un vero cambiamento? È ancora troppo presto per dirlo. Ma una cosa è chiara: i palestinesi non possono più permettersi la paralisi derivante da una stagnazione politica. Ciò che accadrà in seguito dipenderà dalle dinamiche interne e dalla capacità dei leader del movimento di pensare in modo sufficientemente strategico da costruire il motore, la struttura e il quadro di riferimento in grado di guidare questa trasformazione storica.

Awad Abdelfattah è il coordinatore della One Democratic State Campaign (ODSC) e l’ex segretario generale del partito Balad [partito politico israeliano di sinistra rappresentativo della minoranza araba, ndt.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La Norvegia rivede gli investimenti israeliani del fondo patrimoniale di investimento sovrano

Redazione di MEMO

6 agosto 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Reuters riferisce che martedì il governo norvegese ha ordinato una revisione del portfolio del fondo patrimoniale di investimento sovrano per assicurarsi che le società israeliane che contribuiscono all’occupazione della Cisgiordania o alla guerra a Gaza siano escluse dagli investimenti.

La revisione ha fatto seguito ad un rapporto del quotidiano Aftenposten [principale giornale norvegese, ndt.] che ha affermato che nel 2023-24 il fondo da 1.9 milioni di miliardi di dollari ha acquisito una partecipazione in un’impresa israeliana di motori dei jet che fornisce servizi all’esercito israeliano, inclusa la manutenzione dei caccia.

Il primo ministro norvegese Jonas Gahr Stoereha detto all’emittente pubblica NRK che l’investimento del fondo nella Bet Shemesh Engines Ltd (BSEL) è fonte di preoccupazione.

Dobbiamo avere un chiarimento su questo, perché averlo saputo mi turba,” ha affermato Stoere.

BSEL non ha risposto immediatamente ad una richiesta di commenti.

Norges Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo, ha preso una quota dell’1,3% della BSEL nel 2023 e l’ha alzata al 2,09% alla fine del 2024, detenendo azioni per 15,2 milioni di dollari, come mostrano gli ultimi dati disponibili della NBIM.

Alla luce dell’articolo dell’Aftenposten e della situazione della sicurezza a Gaza e in Cisgiordania, la banca centrale effettuerà una revisione delle partecipazioni israeliane del NBIM, ha affermato martedì il ministro delle Finanze Jens Stoltenberg.

Il presidente di NBIM Nicolai Tangen ha detto alla NRK [rete radiotelevisiva pubblica norvegese, ndt.] che la BSEL non è comparsa in nessuna lista relativa a raccomandazioni di boicottaggio, come quella delle Nazioni Unite o del consiglio etico del fondo stesso.

A giugno il parlamento norvegese ha rifiutato la proposta che il fondo patrimoniale sovrano disinvesta da tutte le società con attività nei territori occupati palestinesi.

I dati mostrano che alla fine del 2024 il fondo, che possiede quote azionarie di 8.700 società in tutto il mondo, deteneva azioni in 65 società israeliane.

Il fondo patrimoniale sovrano norvegese, il più grande del mondo, ha venduto nell’ultimo anno le sue azioni di una società energetica e di un gruppo di telecomunicazioni israeliani e il suo consiglio etico ha affermato che sta valutando se raccomandare il disinvestimento da cinque banche.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)