Il ministero afferma che tre giovani palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi aerei su Gaza

MEE e agenzie

Domenica 28 ottobre 2018, Middle East Eye

Tre ragazzini palestinesi di 13 e 14 anni uccisi domenica quando aerei israeliani hanno sparato su di loro

Il ministero della Salute dell’enclave assediata ha affermato che tre giovanissimi palestinesi sono stati uccisi domenica in un attacco aereo israeliano contro la Striscia di Gaza.

Il ministero della Salute di Gaza ha detto che equipe della Mezzaluna Rossa palestinese hanno trasportato al complesso ospedaliero Nasser i corpi dei tre dalla zona orientale tra Khan Younis e Deir al- Balah.

Il ministero ha identificato i ragazzini come Khaled Bassam Saeed, 14 anni; Abdul Hamid Abu Zaher e Mohammed Ibrahim al-Sattari, entrambi di 13 anni.

Secondo l’AFP [agenzia di stampa francese, ndtr.] l’esercito israeliano ha sostenuto che uno dei suoi aerei ha sparato contro un gruppo di palestinesi nei pressi della barriera che separa Gaza e Israele.

Poco fa tre palestinesi si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza, cercando di danneggiarla, e sembravano intenti a piazzare un ordigno esplosivo improvvisato nei pressi di essa,” afferma un comunicato.

In risposta, un aereo dell’esercito israeliano ha sparato verso di loro,” ha aggiunto.

Le tensioni sono state molto forti lungo la frontiera tra Israele e Gaza da quando i palestinesi, in marzo, hanno iniziato una serie di proteste lungo la barriera di sicurezza.

Più di 200 palestinesi sono stati uccisi ed almeno 10.000 feriti dalle forze israeliane da quando il 30 marzo è iniziata la “Grande Marcia del Ritorno”. Nello stesso periodo un soldato israeliano è stato ucciso durante le violenze.

Dal 2008 Israele e i combattenti palestinesi di Gaza, governata da Hamas, hanno combattuto tre guerre.

Nei mesi successivi all’inizio delle proteste ci sono stati parecchi scontri militari, che hanno provocato il timore di una nuova guerra tra le due parti.

L’ultimo è avvenuto quando venerdì e sabato combattenti palestinesi hanno lanciato decine di razzi nel sud di Israele, che ha risposto con pesanti incursioni aeree.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha portato una serie di attacchi aerei contro Gaza, nella più violenta offensiva contro il territorio costiero palestinese dall’estate.

Il notiziario israeliano Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 raid aerei, affermando che si trattava di una risposta ai 34 razzi sparati dall’enclave contro il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità dei razzi, sostenendo in un comunicato che si trattava di una rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La violenza è terminata dopo che la Jihad islamica ha detto che avrebbe accettato una tregua negoziata attraverso l’Egitto.

Sabato circa 200 abitanti israeliani di comunità sul confine di Gaza hanno protestato a Tel Aviv contro le politiche del governo, chiedendo una risposta più decisa contro Gaza.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Le forze israeliane lanciano 87 attacchi aerei notturni contro la Striscia di Gaza

MEE staff

Sabato 27 ottobre 2018,Middle East Eye

La Jihad islamica, che ha lanciato razzi su Israele dopo l’uccisione di cinque palestinesi, dice che è stato raggiunto un cessate il fuoco in seguito alla più grande offensiva su Gaza da agosto.

Nelle prime ore di sabato l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi aerei in tutta la Striscia di Gaza assediata, nell’offensiva più pesante sul territorio costiero palestinese dall’estate.

La rete israeliana di notizie Ynet ha informato che l’esercito israeliano ha lanciato almeno 87 attacchi aerei, affermando che si trattava della risposta a circa 34 razzi sparati dall’enclave verso il sud di Israele.

La Jihad islamica ha rivendicato la responsabilità per i razzi, sostenendo in una dichiarazione che si è trattato della rappresaglia per l’uccisione da parte dell’esercito israeliano di cinque manifestanti palestinesi venerdì.

La resistenza non accetterà la formula imposta dal nemico basata sulle uccisioni da parte loro e il silenzio da parte nostra”, ha dichiarato il gruppo [islamico].

Dopo questi scontri, sabato mattina l’ufficio stampa della Jihad islamica ha annunciato di aver accettato una mediazione dell’Egitto per un cessate il fuoco con Israele.

Gente del luogo ha detto a Middle East Eye che un edificio di quattro piani nel centro di Gaza City, che è stato ridotto in macerie nella notte, ospitava enti di assistenza e centri di ricerca. Intanto il ministero della Sanità di Gaza ha detto che gli attacchi aerei hanno preso di mira il perimetro dell’ospedale indonesiano a Beit Lahiya nel nord della Striscia, provocando danni materiali all’edificio.

Il ministero non ha subito dato conto di vittime o di feriti palestinesi per gli attacchi aerei. I media israeliani hanno detto che durante i lanci di razzi erano state lievemente ferite sei persone.

Dall’inizio della Grande Marcia del Ritorno del 30 marzo sono stati uccisi più di 200 palestinesi e ne sono stati feriti almeno 10.000 dalle forze israeliane.

Nello stesso periodo è stato ucciso un soldato israeliano.

Migliaia di manifestanti palestinesi sono scesi in strada per 31 settimane per denunciare il blocco della Striscia di Gaza e chiedere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi nelle loro case, da cui loro e le loro famiglie furono scacciati durante la creazione dello Stato di Israele.

L’ultima serie di attacchi aerei è avvenuta mentre dirigenti israeliani di alto livello nelle ultime settimane hanno intensificato gli appelli ad un “grave colpo” contro Gaza e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman non ha escluso “un conflitto su larga scala”.

Israele mantiene un pesante assedio alla Striscia di Gaza, che chi lo critica afferma rappresenti una punizione collettiva dei due milioni di abitanti dell’impoverita enclave.

Anche l’Egitto sostiene il blocco, ponendo restrizioni all’entrata e all’uscita da Gaza attraverso il suo confine.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




I partiti europei sono stati invitati a sottoscrivere che le pratiche di boicottaggio sono antisemite

Arthur Neslen

24 ottobre 2018, The Guardian

Un convegno spalleggiato dal governo israeliano intende proporre linee rosse per i futuri membri del Parlamento Europeo

Una conferenza a Bruxelles spalleggiata dal governo israeliano intende spingere tutti i partiti politici europei a firmare delle “linee rosse” che dichiarino le pratiche di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) “essenzialmente antisemite”.

La conferenza di due giorni, a cui parteciperà il ministro israeliano per le questioni di Gerusalemme, Ze’ev Elkin, proporrà ai futuri membri del Parlamento Europeo e ai partiti politici un testo da firmare prima delle elezioni europee nel maggio del prossimo anno.

Il testo invita gli Stati membri dell’UE a firmare la “definizione operativa di antisemitismo” dell’Alleanza Internazionale per il Ricordo dell’Olocausto e ad escludere dal governo tutti i politici o i partiti che la violino.

La più controversa delle linee rosse – basata su una risoluzione adottata nel 2016 in Germania dall’Unione Cristiano-Democratica di Angela Merkel – invita “tutti i partiti politici ad approvare una risoluzione vincolante che respinga le attività BDS come essenzialmente antisemite.”

Il rabbino Menachem Margolin, fondatore dell’Associazione Ebraica Europea (EJA), una coalizione di organizzazioni che sta organizzando la conferenza insieme al gruppo Affari Pubblici Europa-Israele (EIPA), ha detto: “Quando saranno approvate, queste ‘linee rosse’rappresenteranno le nostre linee scritte non sulla sabbia, ma nel cemento, e fungeranno da sveglia per i politici per segnalargli che qui è davvero in gioco il futuro dell’Europa ebraica.”

Nel suo materiale promozionale per la conferenza del 6-7 novembre l’’EJA afferma che gli inviti sono coordinati con i ministeri israeliani per le Questioni di Gerusalemme e degli Affari Esteri, di cui sono indicati i loghi.

Nessuno dei due ministeri ha per ora risposto alle richieste di un commento.

Negli ultimi anni il governo israeliano ha cambiato atteggiamento, passando dall’ignorare il movimento BDS contro Israele, negli anni seguenti alla sua fondazione nel 2005, al lancio di una campagna internazionale contro di esso, sostenendo che mira a delegittimare lo Stato ebraico. Israele ha approvato una legge che vieta l’ingresso agli stranieri che sostengono pubblicamente il boicottaggio di Israele ed ha creato gruppi in altre Nazioni per contrastare le attività e le argomentazioni del BDS.

Il ministero israeliano per gli affari strategici, che pare abbia stanziato un budget di 72 milioni di dollari per contrastare il movimento mondiale BDS, dice di non essere coinvolto nella conferenza. Tuttavia, The Guardian è a conoscenza che i suoi funzionari pubblici ed altro personale del ministero degli Esteri israeliano sono stati regolarmente in contatto con almeno una figura coinvolta nell’organizzazione dell’evento.

Secondo il sito web del gruppo, l’anno scorso il ministro degli Affari Strategici, Gilad Erdan, ha visitato l’EIPA per dare sostegno e tenere riunioni informative che in parte riguardavano “il contrasto alla narrazione del BDS”. “Come posizione ufficiale, il ministero ritiene il BDS antisemita per i suoi doppi standard e per la demonizzazione di Israele”, ha riferito una fonte vicina all’ufficio di Erdan.

Margrete Auken [del gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea, ndtr.], vice-capo della delegazione del Parlamento Europeo per le relazioni con la Palestina, ha detto di non appoggiare il BDS. Tuttavia ha affermato: “Respingo i continui tentativi di assimilare questo movimento a guida palestinese all’antisemitismo”.

C’è un’evidente intenzione di mettere a tacere i sostenitori del BDS per proteggere le politiche illegali di annessione e spoliazione da parte del governo Netanyahu. La criminalizzazione e la repressione della legittima espressione della libertà di parola non possono essere accettate nelle nostre società.”

Durante l’estate le questioni relative all’assimilazione tra antisemitismo e antisionismo hanno diviso il partito Laburista nel Regno Unito. Un ‘organizzatore della conferenza ha detto che le linee rosse “potrebbero creare difficoltà ai compagni del partito Laburista nelle elezioni europee che sostengono Jeremy Corbyn come il salvatore della socialdemocrazia.”

Ed ha aggiunto: “Dobbiamo stilare queste linee e fare in modo che le persone le firmino prima di queste elezioni, in modo che in seguito noi possiamo chiedergliene conto.”

Un altro segnale che una nuova battaglia su questa questione potrebbe essere in preparazione, è il fatto che l’ambasciatore israeliano presso l’Unione Europea, Aharon Leshno-Yaar, ha accusato la vice-capo del gruppo socialista nel Parlamento Europeo, Elena Valenciano, di avere “una strana ossessione nei confronti dello Stato ebraico”, dopo che lei aveva criticato le politiche israeliane.

Sono preoccupato per il crescente numero di episodi antisemiti in Europa negli ultimi tempi”, ha detto Yaar, citando rapporti sullo spionaggio iraniano in centri ebraici. “Il vostro silenzio su questi argomenti è assordante. State adottando una narrazione che ha un unico scopo – denigrare lo Stato democratico del popolo ebreo.”

Quest’anno le accuse del ministero di Erdan secondo cui l’Unione Europea ha finanziato Ong che supportavano il BDS e il terrorismo gli si sono ritorte contro, quando il capo della politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, le ha definite “disinformazione”.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Nonostante il rinvio, Israele ha deciso di distruggere Khan al-Ahmar

Tamara Nassar

23 ottobre 2018,Electronic Intifada

Sabato Israele ha rimandato la demolizione e deportazione del villaggio palestinese di Khan al-Ahmar.

Secondo il quotidiano israeliano “Haaretz” il ritardo intende “finalizzare una proposta per l’evacuazione volontaria”.

Gli abitanti del villaggio si sono sistematicamente ed energicamente opposti al trasferimento forzato dalla loro terra, che non può essere in nessun caso “volontario” se avviene sotto minaccia.

Khan al-Ahmar sarà evacuato, è un verdetto della corte, è la nostra politica e sarà fatto,” ha detto domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa con il ministro del Tesoro USA Steven Mnuchin.

Netanyahu ha aggiunto che il ritardo sarà breve, finché gli abitanti daranno il loro “assenso” a sgomberare e distruggere il loro villaggio.

Alcuni ministri israeliani di Destra, tra cui il ministro dell’Educazione Naftali Bennett, la ministra della Giustizia Ayelet Shaked e il deputato Bezalel Smotrich, si sono opposti alla decisione di Netanyahu.

Tutti e tre sono membri del partito nazionalista di estrema destra “Casa Ebraica”.

Khan al-Ahmar deve essere distrutto. Dobbiamo opporci al mondo,” ha detto Smotrich lunedì da una collina che sovrasta il villaggio, secondo il giornale israeliano “The Jerusalem Post” [giornale israeliano di destra in lingua inglese, ndtr.].

Dobbiamo togliere di mezzo questa comunità dopo aver dato loro un’alternativa,” ha detto la vice-ministra Tzipi Hotovely sulla collina di mattina presto.

Il governo israeliano ha investito milioni per creare questa alternativa e penso che la comunità internazionale sarebbe molto più d’aiuto se non utilizzasse i beduini come strumento politico,” ha detto Hotovely.

Yehuda Glick, parlamentare dello stesso partito di Netanyahu, il Likud, e uno dei dirigenti del movimento estremista ebreo che intende distruggere la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, si è unito a Hotovely nella sua visita a Khan al-Ahmar.

La scelta tra spazzatura e liquami

Le alternative che Israele ha proposto non sono adeguate alla vita nomade dei beduini che vivono a Khan al-Ahmar.

Le alternative che Israele sta proponendo sono nei pressi di una discarica o dello scarico di una fogna,” ha detto all’israeliano “i24 News” [canale televisivo di informazioni in arabo, francese e inglese, ndtr.] Tawfique Jabareen, un avvocato che rappresenta gli abitanti di Khan al Ahmar.

Israele vuole obbligarli a spostarsi in una zona chiamata “al-Jabal ovest”, situata nei pressi della discarica del villaggio palestinese di Abu Dis. Israele ha anche proposto di spostare gli abitanti del villaggio in una zona vicina a un impianto di trattamento dei rifiuti nei pressi della colonia di Mitzpe, vicino alla città di Gerico, nella Cisgiordania occupata.

Jabareen ha aggiunto che gli abitanti hanno proposto all’Alta Corte israeliana di spostarsi di qualche centinaio di metri dalla loro attuale sistemazione, ma rimanendo ancora all’interno [della zona] di Khan al-Ahmar, un’idea che Israele ha rifiutato.

La Corte Penale Internazionale mette in guardia contro crimini di guerra

Il rinvio annunciato da Israele avviene dopo che la procuratrice generale della Corte Penale Internazionale Fatou Bensouda ha manifestato preoccupazione per la situazione a Khan al-Ahmar.

Una vasta distruzione di proprietà senza necessità di carattere militare e il trasferimento di popolazione in un territorio occupato costituiscono crimini di guerra,” ha affermato Bensouda il 17 ottobre.

Di conseguenza mi vedo obbligata a ricordare a tutte le parti che la situazione resta sotto esame preliminare da parte del mio ufficio.”

Secondo Haaretz alla polizia israeliana e all’amministrazione civile – la burocrazia militare che gestisce l’occupazione della Cisgiordania – non sia stato detto di lasciare la zona.

Nelle scorse settimane le autorità israeliane sono arrivate nel villaggio per preparare la demolizione, e talvolta hanno arrestato e ferito i manifestanti. Anche i coloni israeliani maltrattano regolarmente gli abitanti.

Durante la notte attivisti e giornalisti sono rimasti con loro nel villaggio per resistere all’invasione e all’imminente demolizione.

Khan al Ahmar si trova tra le colonie israeliane di Maaleh Adumim e Kfar Adumim.

Questa terra a est di Gerusalemme, la cosiddetta zona E1, si trova dove Israele pianifica di espandere la sua grande colonia di Maaleh Adumim, completando l’isolamento tra loro della parte nord da quella sud della Cisgiordania e circondando Gerusalemme di colonie.

In base alle leggi internazionali tutte le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata sono illegali.

Lunedì la Francia – uno dei numerosi Stati europei che si sono opposti al progetto di Israele di distruggere Khan al-Ahmar sulla base del fatto che in questo modo verrebbe compromessa la soluzione dei due Stati – ha detto di “prendere nota” del rinvio.

Chiediamo alle autorità israeliane di abbandonare definitivamente i progetti di demolire Khan al-Ahmar e di far cessare l’incertezza che circonda il destino di questo villaggio.”

Tuttavia, a parte l’opposizione verbale, gli Stati dell’UE non hanno espresso chiaramente le conseguenze per Israele se dovesse sfidare questi appelli.

Prendere il controllo di Hebron

Nel contempo, all’inizio di questo mese Israele ha approvato un progetto per espandere la colonia esclusivamente ebraica nel cuore della città di Hebron, nella Cisgiordania occupata.

Secondo Haaretz questa sarà la prima costruzione di una colonia nel cuore di Hebron in oltre un decennio.

L’edificazione del progetto da 6 milioni, che è destinato a includere 31 unità abitative, potrebbe iniziare in qualunque momento.

Parte del progetto riguarda una ex-base militare israeliana che, secondo Haaretz, “è stata costruita su terreni che erano di proprietà di ebrei.”

Quando Israele costruisce colonie in Cisgiordania spesso vengono presentate fittizie rivendicazioni di proprietà sul terreno [da edificare].

Incendiare la regione”

Il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha festeggiato il nuovo insediamento.

Un nuovo quartiere ebraico a Hebron per la prima volta in 20 anni,” ha twittato.

Lieberman ha elogiato il governo per aver approvato il suo progetto per il quartiere, il cosiddetto quartiere “Hezekiah”, che ha definito “un’altra importante pietra miliare nell’estesa attività che stiamo conducendo per rafforzare l’insediamento in Giudea e Samaria.”

Ayman Odeh, capo della “Lista Araba Unita” [coalizione di tutti i partiti arabo-israeliani, ndtr.] nel parlamento israeliano, ha condannato l’iniziativa, accusando il governo di “infiammare continuamente la regione e poi gridare che non ci sono partner” per fare la pace, tutto a vantaggio di un “pugno di coloni estremisti.”

Più di 800 coloni vivono in un’area nel cuore di Hebron sotto totale controllo militare israeliano.

I coloni israeliani hanno preso il controllo della maggior parte della moschea di Abramo [o Tomba dei patriarchi, per gli ebrei, ndtr.] nella città, in seguito al massacro nel 1994 da parte di Baroch Goldstein, un colono americano, di 29 fedeli palestinesi nel sito.

A lungo i palestinesi hanno temuto che la divisione della moschea di Abramo potesse servire come modello per una presa di possesso totale o parziale da parte di Israele del complesso di al-Aqsa a Gerusalemme.

Coloni si aggirano liberamente nella zona di Hebron, sotto totale controllo militare israeliano, mentre i palestinesi sono sottoposti a severe restrizioni negli spostamenti, comprese strade segregate, e alle violenze e ai maltrattamenti dei soldati come dei coloni.

Demolizioni a Hebron

Nel frattempo le forze di occupazione israeliane hanno messo in atto demolizioni di case palestinesi nelle zone nei dintorni di Hebron e in altre parti della Cisgiordania occupata.

All’inizio di questo mese le forze israeliane hanno confiscato nel villaggio di Khirbet al-Halawa, sulle colline meridionali di Hebron, nella Cisgiordania occupata, una tenda di una famiglia composta da sei persone.

La famiglia include quattro bambini, che secondo B’Tselem [associazione israeliana per i diritti umani, ndtr.] sono rimasti senza casa.

Khirbet al-Halawa è una frazione dei villaggi chiamati Masafer Yatta.

Il 3 ottobre le forze israeliane sono arrivate a Khirbet al-Mufaqara, sempre a Masafer Yatta, ed hanno confiscato materiale edile per una casa prefabbricata.

Gli abitanti dei villaggi di Masafer Yatta hanno vissuto per vent’anni sotto minaccia di espulsione forzata.

B’Tselem ha affermato: “Dagli anni ’90 Israele ha sistematicamente tentato di cacciare gli abitanti palestinesi di Masafer Yatta dalle loro case.”

Sia Masafer Yatta che Khan al.-Ahmar si trovano nell’area C, che rappresenta il 60% della Cisgiordania occupata.

In base ai termini degli accordi di Oslo, firmati tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni ’90, l’area C resta sotto il totale controllo militare israeliano.

Israele ha negato praticamente a ogni palestinese il permesso edilizio nell’area C, obbligando i palestinesi a costruire senza permessi e a vivere con la continua paura che le loro case o comunità vengano demolite.

Martedì mattina le forze di occupazione israeliane hanno smantellato e confiscato roulotte utilizzate come aule scolastiche a Ibziq, un villaggio nel nord della valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata.

Un video postato da attivisti mostra le forze israeliane che portano via le strutture su camion.

Pare che le roulotte siano state finanziate dall’Unione Europea e dalla Finlandia, che non hanno fatto niente per chiedere conto ad Israele della distruzione delle decine di milioni di dollari dei progetti per i palestinesi pagate dai contribuenti europei.

(traduzione di Amedeo Rossi)




L’Autorità Nazionale Palestinese e Hamas guidano Stati di polizia paralleli — Human Rights Watch

Annelies Verbeek

23 ottobre 2018, Electronic Intifada

Un nuovo rapporto di Human Rights Watch ritiene sia l’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania che Hamas a Gaza colpevoli di fare largo uso di arresti arbitrari e di tortura per reprimere le critiche e l’opposizione politica.

Il rapporto, intitolato “Due autorità, un sistema, zero dissenso”, è il risultato di due anni di ricerca. Si avvale di 86 casi di studio e 147 interviste, la maggior parte di ex detenuti.

Venticinque anni dopo Oslo, le autorità palestinesi hanno ottenuto un potere molto limitato in Cisgiordania e a Gaza, eppure, laddove hanno autonomia, hanno sviluppato stati di polizia paralleli”, ha detto Tom Porteous, un rappresentante di Human Rights Watch.

Gli appelli dei dirigenti palestinesi per salvaguardare i diritti dei palestinesi suonano vuoti dal momento che sopprimono il dissenso.”

Gli arresti arbitrari prendono di mira soprattutto coloro che criticano le autorità o esprimono sostegno per l’opposizione politica sui social media, sui giornali e nei campus universitari. Secondo Human Rights Watch le autorità spesso giustificano gli arresti sulla base di leggi generiche che criminalizzano attività che “provocano tensioni settarie” o “offendono le più alte autorità.”

Il rapporto riferisce numerosi esempi di casi individuali di abuso. Un uomo, precedentemente incarcerato da Israele, è stato in seguito arrestato 15 volte dalle forze di sicurezza dell’ANP per essersi affiliato al gruppo di Hamas quando era in prigione.

Un altro esempio è la detenzione per 15 giorni di un giornalista di Gaza che ha scritto su Facebook: “Mi chiedo se i figli dei nostri dirigenti dormono sul pavimento come i nostri figli”. È stato accusato di “uso scorretto della tecnologia” e definito “un istigatore alla sovversione”.

Tortura “abituale, deliberata e largamente utilizzata.”

Nel rapporto si afferma che la tortura e gli abusi durante la detenzione sono “abituali, deliberati e largamente impiegati”.

Entrambe le autorità utilizzano frequentemente un metodo di tortura chiamato ‘shabeh’, in cui i detenuti sono costretti in posizioni dolorose.

Human Rights Watch descrive i metodi usati come “analoghi alle annose prassi israeliane contro i palestinesi.”

Altri abusi documentati includono l’uso di scosse elettriche e colpi [inflitti] con cavi.

Human Rights Watch chiede agli USA e all’ Unione Europea, che sostengono finanziariamente l’Autorità Nazionale Palestinese, come anche al Qatar, all’Iran e alla Turchia, che sostengono Hamas, di sospendere l’assistenza alle forze di sicurezza coinvolte nei diffusi arresti arbitrari e torture. Inoltre raccomanda che gli arresti arbitrari e gli abusi da parte dell’ANP e di Hamas siano inclusi in ogni futura inchiesta della Corte Penale Internazionale sulla Palestina.

Sia Hamas che l’ANP negano che gli abusi siano sistematici e che vadano oltre casi limitati ed eccezionali. Inoltre entrambe le autorità affermano che tali casi vengono sottoposti ad indagine quando siano portati all’attenzione delle autorità.

Lo staff di Human Rights Watch non ha potuto recarsi a Gaza a parlare con le autorità di Hamas riguardo alle accuse, poiché Israele ha negato l’ingresso ai ricercatori.

Sia l’ANP che Hamas sono dotati di meccanismi interni idonei per presentare denunce contro gli abusi delle autorità. Centinaia di denunce sono state presentate da cittadini e organizzazioni per i diritti umani ma, secondo il rapporto di Human Rights Watch, solo “una esigua minoranza” ha avuto come esito un’azione disciplinare.

Associazioni per i diritti umani in Cisgiordania hanno posto l’Autorità Nazionale Palestinese – guidata da Mahmoud Abbas – sotto attenzione particolare a causa del suo coordinamento sulla sicurezza con Israele. L’ANP trasmette ad Israele le registrazioni dell’intelligence e degli interrogatori e vi sono stati casi documentati in cui gli israeliani che li interrogavano hanno detto ai prigionieri palestinesi di aver ricevuto le registrazioni dei loro interrogatori dall’ANP.

C’è la sensazione che non si possa criticare la leadership palestinese perché questo distoglierebbe l’attenzione dall’occupazione israeliana”, ha detto Yara Hawari del gruppo di esperti palestinese al-Shabaka.

Ma noi dobbiamo parlare degli abusi in modo da fornire il quadro completo. L’ANP e Hamas non stanno nel vuoto. Molte delle violazioni dei diritti umani che commettono avvengono sotto gli occhi di Israele e con l’avallo israeliano.”

Questo abuso di potere dimostra che le leadership palestinesi sono assolutamente deboli ed incapaci di guidare il loro popolo”, ha detto Hawari a ‘The Electronic Intifada’.

Ciò è triste. Ma io penso che questo tipo di rapporti sia importante perché dà ai palestinesi l’opportunità di ragionare su che genere di leadership in realtà vogliono e su che cosa, piuttosto che su chi, verrà dopo Abbas.”

Annelies Verbeek è una giornalista belga che vive a Ramallah.

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Le chiese di Gerusalemme denunciano la condotta di Israele contro i sacerdoti copti

Ma’an News

25 ottobre 2018

GERUSALEMME (Ma’an) – Le chiese di Gerusalemme hanno denunciato la condotta violenta delle forze di polizia israeliane contro i sacerdoti copti chiedendo di addossare la responsabilità dell’aggressione agli agenti di polizia coinvolti.

Mercoledì scorso le forze israeliane e la polizia hanno aggredito diversi sacerdoti copti di fronte alla Chiesa del Santo Sepolcro, nella città vecchia della Gerusalemme Est occupata, e ne hanno arrestato uno con la forza durante una protesta pacifica organizzata dalla Chiesa copta ortodossa contro le interferenze israeliane nei lavori di ristrutturazione all’interno del sacro sito.

È da notare che la Chiesa copta ortodossa è l’unica parte in causa autorizzata e responsabile del rinnovamento della sua chiesa, e ha affermato che le autorità israeliane non hanno alcun diritto di interferire nei lavori.

In un comunicato stampa congiunto, le chiese hanno dichiarato di “Aver preso contatto con molti organismi locali, regionali e internazionali sul caso della cattiva condotta dei poliziotti israeliani nei confronti dei monaci copti che stavano manifestando vicino alla chiesa del Santo Sepolcro nella città vecchia a Gerusalemme.”

Il comunicato stampa ha sottolineato anche che “Le foto e i video pubblicati sono chiarissimi nel mostrare la violenza usata da alcuni agenti di polizia contro parecchi monaci, cosa che condanniamo e denunciamo con fermezza, in particolare perché i monaci manifestavano pacificamente e non stavano aggredendo nessuno”.

“Deploriamo specialmente il modo in cui è stato arrestato il monaco Makarios di Gerusalemme”.

Il Patriarcato copto ortodosso ha presentato una denuncia ufficiale al Dipartimento Investigativo della Polizia del Ministero della Giustizia israeliano e prevede di organizzare un’altra protesta nei prossimi giorni contro la condotta della polizia.

“Condannando le azioni degli agenti di polizia nei confronti dei monaci copti, chiediamo alle autorità israeliane di ritenere colpevoli i suddetti ufficiali di polizia e di rispettare il diritto fondamentale del popolo alla libertà di espressione e di manifestazione”.

Anche l’Egitto ha condannato l’attacco delle forze di polizia israeliane contro i sacerdoti copti davanti alla chiesa del Santo Sepolcro, nella città vecchia di Gerusalemme Est, invitando Israele a rispettare i luoghi santi della città; il Ministero degli Esteri egiziano seguirà gli sviluppi in merito all’aggressione.

(traduzione di Luciana Galliano)




Israele rimanda l’evacuazione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar in Cisgiordania

MEE e agenzie

sabato 20 ottobre 2018,Middle East Eye

Il governo israeliano ha affermato di averlo sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Sabato Israele ha detto che l’evacuazione forzata del villaggio di Khan al-Ahmar nella Cisgiordania occupata sarà rimandata fino a data da destinarsi.

Personale dell’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu hanno detto ad Haaretz che il governo lo ha sospeso per portare a termine trattative e proposte ricevute da varie fonti

Haaretz sostiene che negli scorsi giorni le forze di sicurezza hanno detto di essere pronte ad evacuare il villaggio ed essere in attesa di istruzioni per farlo.

Regavim”, una Ong israeliana a favore dei coloni che dall’inizio ha spinto il progetto per l’espulsione dei beduini, ha emesso un comunicato in cui lamenta la decisione e la definisce una capitolazione di fronte all’Autorità Nazionale Palestinese.

Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale di Resistenza al Muro e alle Colonie, parlando in una conferenza stampa nella tenda di protesta del villaggio ha detto: “Non ci fidiamo della decisione israeliana di congelare la demolizione di Khan al Ahmar e continueremo a protestare per proteggere la zona.”

Il 5 settembre l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha respinto una petizione presentata dagli abitanti del villaggio, aprendo la strada all’espulsione della comunità e alla sua totale demolizione.

Khan al-Ahmar si trova nella Cisgiordania occupata nei pressi della Route 1, che collega Gerusalemme est occupata alla valle del Giordano. Il villaggio è situato vicino alla colonia israeliana illegale di Kfar Adumim.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar sono della tribù Jahalin, una famiglia [allargata] beduina espulsa dal deserto del Naqab – detto anche Negev – durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Allora i Jahalin si insediarono sul versante orientale di Gerusalemme.

La comunità di Khan al-Ahmar comprende circa 35 famiglie le cui case e scuole precarie, per lo più fatte di lamiera ondulata e legno, sono state demolite dall’esercito israeliano molte volte negli scorsi anni.

Haaretz dice che il villaggio è stato costruito su terreni dello Stato e le sue case sono state edificate senza permesso.

In un comunicato dopo la sentenza della corte il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che “i palestinesi non possono costruire legalmente e sono esclusi dai meccanismi decisionali che definiscono le loro vite. Il sistema di pianificazione è inteso esclusivamente a beneficio dei coloni (israeliani). Questa sentenza dimostra ancora una volta che chi si trova sotto occupazione non può ottenere giustizia nei tribunali dell’occupante.”

In luglio Israele ha affermato di prevedere di ricollocare i 180 residenti di Khan al-Ahmar in una zona a circa 12 km di distanza, nei pressi del villaggio palestinese di Abu Dis. Ma il nuovo luogo è vicino a una discarica e i difensori dei diritti umani sostengono che un trasferimento forzato degli abitanti violerebbe le leggi internazionali che riguardano territori occupati.

Haaretz ha rilevato che i giudici della Corte Hanan Melcer, Yitzhak Amit e Anat Baron hanno affermato che il maggior problema in questo caso non è se si possa effettuare l’espulsione, ma dove verrebbero trasferiti gli abitanti.

(traduzione di Amedeo Rossi)




Dopo 122 giorni di minacce di demolizione, Israele blocca Khan al-Ahmar

19 ottobre 2018, Ma’an News

Gerusalemme (Ma’an) – Venerdì le forze israeliane hanno attaccato manifestanti nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme nella parte centrale della Cisgiordania occupata.

I soldati israeliani hanno sparato lacrimogeni e spruzzato liquido urticante contro dimostranti e attivisti palestinesi e internazionali mentre cercavano di protestare sulla strada principale che porta al villaggio, impedendogli di farlo.

Il ministro [dell’ANP, ndtr.] Walid Assaf, capo del Comitato Nazionale contro il Muro e le Colonie, è stato tra quanti sono rimasti intossicati dall’inalazione di gas lacrimogeni.

Le forze israeliane hanno arrestato una delle guardie del corpo di Assaf.

Un gran numero di forze israeliane ha circondato Khan al-Ahmar ed ha bloccato ermeticamente la via d’ingresso principale, dichiarandola zona militare chiusa.

Alcune fonti hanno aggiunto che le forze israeliane sono state schierate attorno al villaggio e lungo una serie di strade che lo raggiungono, impedendo agli abitanti ed agli attivisti di entrare ed uscire dalla zona.

Il blocco è stato realizzato per cercare di impedire a centinaia di manifestanti e giornalisti di raggiungere Khan al-Ahmar per dimostrare solidarietà agli abitanti del villaggio dopo 122 giorni di minacce di demolizione.

La distruzione lascerebbe senza casa più di 35 famiglie palestinesi, come parte di un piano israeliano di espansione della vicina colonia illegale israeliana di Kfar Adumim.

Amnesty International (AI), insieme a Jewish Voice for Peace [gruppo di ebrei statunitensi contrari all’occupazione dei territori palestinesi, ndtr.], ha lanciato una campagna sulle reti sociali, in cui si afferma che “le politiche israeliane di insediare civili israeliani nei Territori Palestinesi Occupati, distruggendo arbitrariamente proprietà e deportando palestinesi che vivono sotto occupazione, violano la Quarta Convenzione di Ginevra e rappresentano un crimine di guerra che figura nello statuto della Corte Penale Internazionale.”

Aggiunge che dal 1967 Israele ha espulso con la forza e spostato intere comunità ed ha demolito più di 50.000 case e costruzioni palestinesi.

AI afferma che “dopo circa un decennio di tentativi di combattere l’ingiustizia di queste demolizioni, gli abitanti di Khan al-Ahmar ora affrontano il giorno devastante in cui vedranno le loro case da generazioni distrutte sotto i propri occhi.”

AI sottolinea che “il trasferimento forzato di Khan al-Ahmar rappresenta un crimine di guerra,” notando che “Israele deve porre termine alla sua politica di distruzione delle case e dei mezzi di sostentamento dei palestinesi per fare posto alle colonie.”

(traduzione di Amedeo Rossi)




Khan al-Ahmar: le forze israeliane arrestano attivisti mentre cresce il timore per la demolizione

Akram Al-Waara

15 ottobre 2018, Middle East Eye

Tre attivisti israeliani e stranieri sono stati arrestati per breve tempo, mentre un palestinese resta in custodia e gli abitanti del villaggio temono che la demolizione sia imminente.

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania occupata – Lunedì mattina sono scoppiati scontri tra forze israeliane, palestinesi ed attivisti nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar, poiché gli abitanti temono l’imminente demolizione del villaggio. Almeno quattro persone sono state arrestate dalla polizia israeliana.

Si prevede che le forze israeliane radano al suolo Khan al-Ahmar e deportino circa 200 residenti palestinesi, dopo che l’approvazione del piano è ufficialmente entrata in vigore all’inizio di questo mese.

La Corte Suprema israeliana ha emesso due sentenze a favore della demolizione del villaggio, la prima il 24 maggio e la seconda il 5 settembre, dopo un disperato ricorso degli abitanti.

Lunedì gli abitanti di Khan al-Ahmar e gli attivisti, che si sono radunati nel villaggio da quando le autorità israeliane hanno ordinato la sua demolizione, si sono svegliati di fronte ad una grande pozza d’acqua formatasi nella valle nei pressi del villaggio– e nello stesso posto in cui la scorsa settimana è comparso un lago di liquame.

Mentre i rapporti segnalavano che una tubatura dell’acqua di proprietà della compagnia nazionale israeliana dell’acqua Mekorot si era rotta, alcune persone del luogo hanno insinuato che alcuni attivisti avessero rotto di proposito la tubatura per bloccare un sentiero verso il villaggio e fermare la demolizione, notando che pareva che fossero stati sistemati pezzi di legno, fogli di lamiera ed altri detriti per impedire che l’acqua scorresse verso il villaggio.

Questo sentiero si snoda tutto intorno al villaggio, per cui loro (gli israeliani) devono usarlo per circondare l’intera zona”, ha detto a Middle East Eye Yousuf Abu Dahouq, un abitante di Khan al-Ahmar. “La polizia israeliana è rimasta sorpresa nel vedere dell’acqua qui, che gli ha rovinato il programma della giornata.

Dato che questa è una delle strade principali che loro pensavano di utilizzare per portare le jeep e i bulldozer per distruggere il villaggio, hanno bisogno di ripulirla per procedere alla demolizione.”

Tra le 7 e le 8 del mattino sono arrivati a Khan al-Ahmar circa 50 ufficiali di polizia e di frontiera con almeno tre bulldozer ed hanno cercato di spazzare via l’acqua, inducendo gli abitanti del villaggio e gli attivisti a scendere nella zona.

Attivisti palestinesi ed israeliani sono saltati nella pozza per fermare uno dei bulldozer e a quel punto le forze israeliane hanno arrestato un attivista.

Intanto sono scoppiati scontri tra forze israeliane ed attivisti in altre zone del villaggio, quando gli attivisti hanno cercato di impedire ai poliziotti di entrare nel villaggio.

Secondo il ministero della Sanità palestinese, sono stati visti poliziotti israeliani buttare a terra diverse donne ed anziani palestinesi e stranieri ed almeno cinque persone sono state curate per le ferite riportate.

Le forze israeliane non hanno consentito alle ambulanze palestinesi di entrare a Khan al-Ahmar, costringendo i medici ad entrare a piedi nel villaggio per curare le persone.

Lunedì mattina le forze israeliane hanno arrestato almeno quattro persone, identificate come l’attivista palestinese Reyad Salahat, gli attivisti israeliani Jonathan Pollak e Kobi Snitz e l’attivista olandese Robin Licker. Lunedì pomeriggio Licker ha postato su Facebook la conferma che lui, Pollak e Snitz erano stati tutti rilasciati, ma che Salahat è rimasto sotto custodia israeliana.

Risulta che sia Pollak che Sajahat siano stati feriti dalle forze israeliane quando sono stati arrestati.

Abu Dahouq, un abitante di Khan al-Ahmar, ha detto a MEE di temere che la demolizione sia imminente.

Pensiamo che verranno a distruggere il villaggio da un momento all’altro, soprattutto perché il termine per andarcene è scaduto 10 giorni fa”, ha detto l’uomo di 43 anni.

Le forze israeliane il 23 settembre avevano consegnato ai residenti degli avvisi che intimavano di vuotare e demolire le loro case entro il primo ottobre, altrimenti sarebbero stati sgomberati con la forza.

Le 35 famiglie che vivono a Khan al-Ahmar fanno parte della tribù dei Jahalin, una comunità beduina espulsa dal deserto del Naqab – noto anche come Negev – dopo la guerra arabo-israeliana del 1948.

Khan al-Ahmar è situato sul pendio desertico a oriente di Gerusalemme, accanto ad un’autostrada israeliana che porta al Mar Morto, nella parte della Cisgiordania che Israele ha occupato illegalmente, secondo il diritto internazionale, per 50 anni.

Eliminando Khan al-Ahmar, le autorità potranno costruire unità (abitative) che colleghino le colonie illegali di Kfar Adumim e Maale Adumim con Gerusalemme est nell’area C sotto controllo israeliano, spezzando in due la Cisgiordania.

Amnesty International ha definito il piano israeliano un “trasferimento forzato” e un “crimine di guerra”.

Noi, abitanti di Khan al-Ahmar, subiamo molte pressioni e la popolazione del villaggio patisce molte sofferenze e privazioni”, ha aggiunto Abu Dahouq. “Gli israeliani impiegano ogni genere di attacchi militari e psicologici contro di noi per mandarci via. Viviamo in tempi di guerra e questo è diventato parte della nostra vita.

L’occupazione sta cercando di testare il popolo palestinese, per vedere se reagirà alla demolizione di Khan al-Ahmar…Se il popolo palestinese non insorgerà in difesa del villaggio, allora darà ad Israele il semaforo verde per sbarazzarsi di noi.”

(Traduzione di Cristiana Cavagna)




Israele uccide sette palestinesi durante le proteste della Marcia del Ritorno di Gaza

Redazione di Middle East Eye

Venerdì 12 ottobre 2018, Middle East Eye

Due minori tra quelli uccisi nell’enclave assediata, e 140 persone , tra cui 45 bambini, 8 donne e 2 paramedici, feriti da proiettili veri

Il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che le forze israeliane hanno ucciso sette palestinesi durante le proteste nella zona orientale della Striscia di Gaza nei pressi della barriera militare che separa da Israele il territorio palestinese assediato.

Ashraf Al-Qudra, portavoce del ministero della Sanità di Gaza, ha detto ai giornalisti che venerdì sei palestinesi sono stati uccisi e altri 112 sono stati feriti quando soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro manifestanti nella zona orientale della Striscia di Gaza.

Migliaia di palestinesi si sono uniti alle manifestazioni come parte delle proteste della Marcia del Ritorno che è iniziata il 30 marzo per chiedere la fine del blocco israeliano, durato undici anni, e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi alle loro città d’origine in quello che ora è Israele.

Oudra ha affermato che quattro palestinesi – Ahmad al-Taweel, 27 anni, Mohamed Ismail, di 29, Ahmad Abu Ne’eim, di 17, e Abdullah al-Daghma, di 25 – sono stati uccisi a est del campo di rifugiati di al-Bureij, nella zona centrale della Striscia di Gaza.

Ha detto che Tamer Abu Ermanah, 27 anni, è stato colpito a morte dai soldati israeliani a est della città di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Ha sostenuto che soldati israeliani hanno sparato e ucciso anche Afifi Mahmoud Afifi, 18 anni, nella zona orientale di Gaza City.

Venerdì sera il ministero della Sanità di Gaza ha affermato che un settimo palestinese era stato ucciso. Il suo nome è Mohammed Abbas.

Il ministero della Salute afferma che 192 manifestanti palestinesi sono rimasti feriti. Di questi 140 persone – compresi 45 minori, otto donne e due infermieri – sono stati colpiti da proiettili veri.

Un fotografo di Middle East Eye a Gaza ha aggiunto che tre giovani palestinesi si sono avvicinati alla barriera militare israeliana, l’hanno attraversata e si sono scazzottati con cecchini israeliani situati a ovest della barriera.

L’esercito israeliano sostiene che circa 14.000 “rivoltosi e manifestanti” si sono riuniti in vari luoghi lungo il confine. In un comunicato l’esercito ha detto che le truppe “hanno individuato un certo numero di assalitori che si sono arrampicati sulla rete di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza.”

Ha affermato che hanno collocato un “ordigno esplosivo” che è scoppiato e “ha dato fuoco alla barriera.”

L’esercito israeliano ha detto che in seguito gli uomini si sono avvicinati a un posto di frontiera israeliano e sono stati colpiti. “Gli assalitori sono stati uccisi,” ha sostenuto, senza dire quante persone sono state colpite.

Haaretz” [giornale israeliano di centro sinistra, ndtr.] ha informato che venerdì, in risposta alle proteste, il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman ha annunciato la sospensione della fornitura di combustibile a Gaza.

Il principale valico di frontiera per fornire combustibile a Gaza è stato chiuso da Israele per settimane in due diverse occasioni in luglio e in agosto.

Chi critica questa strategia la descrive come una punizione collettiva per i palestinesi.

Lo scorso mese il Qatar ha accettato di pagare per la fornitura di combustibile per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia assediata.

Dall’inizio delle proteste il 30 marzo il fuoco israeliano ha ucciso a Gaza almeno 203 palestinesi. La maggior parte dei palestinesi è stata uccisa durante manifestazioni sul confine, benché altri siano morti per attacchi aerei e colpi sparati da carri armati.

Da quando le proteste sono iniziate è rimasto ucciso un soldato israeliano.

(Traduzione di Amedeo Rossi)