Il Belgio arresta per breve tempo due israeliani sospettati di crimini di guerra a Gaza

Linda Dayan ,Yaniv Kubovich

21 luglio 2025 – Haaretz

I due israeliani, rilasciati dopo l’interrogatorio, sono stati arrestati a seguito di una denuncia presentata al procuratore federale belga dopo aver sventolato una bandiera della brigata Givati delle Forze di Difesa Israeliane al festival Tomorrowland.

Lunedì il Ministero degli Esteri israeliano ha dichiarato che le autorità [belghe, n.d.t.] hanno trattenuto per breve tempo un soldato e un civile israeliani che partecipavano a un festival musicale in Belgio dopo che la Fondazione Hind Rajab ne aveva chiesto l’arresto per presunta partecipazione a crimini di guerra a Gaza.

Sabato la Fondazione, con sede a Bruxelles, che si propone di portare a processo soldati israeliani per crimini di guerra a Gaza, aveva sollecitato, insieme al Global Legal Action Network, le autorità belghe ad arrestare i due israeliani al festival Tomorrowland dopo che avevano issato la bandiera di una brigata di fanteria israeliana durante il festival che si è tenuto il fine settimana.

Il quotidiano belga Het Laaste Nieuws ha riportato una dichiarazione della Procura Federale in cui afferma di aver ricevuto due denunce tramite un avvocato riguardanti “gravi violazioni del diritto internazionale umanitario nella Striscia di Gaza”. Secondo l’articolo due israeliani sono stati interrogati e poi rilasciati.

La Fondazione non ha identificato gli uomini né specificato i loro presunti crimini, si è limitata a sottolineare che al festival avrebbero issato la bandiera porpora e bianca della Brigata Givati delle IDF [le forze armate israeliane, n.d.t.], bandiera che l’organizzazione ha definito un “simbolo di impunità, distruzione e pulizia etnica”.

Lunedì la Fondazione ha dichiarato che i due israeliani sono stati arrestati “con una chiara dimostrazione di determinazione” al festival musicale e “dopo essere stati presi in custodia, sono stati formalmente interrogati e rilasciati”. La Fondazione ha aggiunto che la Procura Federale belga ha confermato l’avvio di un’indagine penale.

Ma secondo il quotidiano olandese Algemeen Dagblad non è ancora chiaro se verranno intraprese azioni legali contro i due dopo l’interrogatorio.

“Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti”, ha scritto la Fondazione. “Segnala che il Belgio ha riconosciuto la propria giurisdizione ai sensi del diritto internazionale e sta trattando le accuse con la serietà che meritano. In un momento in cui troppi governi rimangono in silenzio, questa azione invia un messaggio chiaro: le prove credibili di crimini internazionali devono essere affrontate con una risposta legale, non con l’indifferenza politica”.

La Fondazione Hind Rajab esamina attentamente gli account social personali dei soldati per trovare video e immagini da loro caricati che suggeriscano o indichino crimini di guerra. L’organizzazione riferisce di aver sottoposto i nomi di circa 1.000 soldati israeliani alla Corte penale internazionale.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)

 




La complicità di Dell nel genocidio di Israele

 

Omar Zahzah 

22 luglio 2025 The Electronic Intifada

 

Nel gennaio 2023 Dell Technologies Inc, una multinazionale americana, si è aggiudicata una gara d’appalto del Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di server e relativi servizi all’esercito israeliano, ad altri enti di sicurezza e al Ministero stesso.

L’accordo è stato valutato oltre 150 milioni di dollari.

L’organismo di controllo aziendale WhoProfits.org ha fatto una relazione sulla gara d’appalto e ha rivelato che aziende satelliti di Dell come VMware ed EMC Israel Advanced Information Technologies, insieme al personale di Dell, hanno fornito tecnologia e formazione all’esercito israeliano e hanno collaborato a iniziative legate all’occupazione come il National Cyber Park nel Naqab, istituito da Israele in seguito a “una decisione governativa volta a promuovere le competenze nazionali nel cyberspazio come parte di un’idea di collaborazione tra governo, mondo accademico, industria e forze armate”.

Tuttavia documenti interni ottenuti da The Electronic Intifada suggeriscono che Dell sia più strettamente legata all’esercito israeliano di quanto si pensasse in precedenza, in particolare con la fornitura di tecnologia per il supporto dell’intelligenza artificiale (IA) al genocidio israeliano a Gaza.

I legami di Dell con Israele risalgono a due decenni fa: nel 2006 si aggiudicò una gara d’appalto per la fornitura di 50.000 computer all’esercito israeliano e un’altra per la fornitura di computer portatili al governo.

Nel 2016, dopo la fusione con la software house EMC Corporation, Dell ha cambiato nome in Dell Technologies, prestando maggiore attenzione alle tecnologie cloud emergenti.

Dell ha inoltre inglobato la vasta presenza di EMC in Israele, che vi era attiva dal 1996 e aveva fondato il suo primo centro di ricerca e sviluppo a Ramat Gan nel 2006.

Nel 2011, dopo l’acquisizione di diverse start-up israeliane, il centro di ricerca e sviluppo è stato ribattezzato “centro di eccellenza”.

Profondamente impegnata”

Michael Dell, fondatore e CEO dell’azienda che porta il suo nome, ha dichiarato alla Conferenza “Dell per il Futuro” del maggio 2016 che Dell è “profondamente impegnata in Israele”.

“Vogliamo essere qui, vogliamo essere partner dell’incredibile innovazione che vi avviene”.

Alla Conferenza ha anche incontrato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ora ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Nel gennaio 2024, dopo mesi di genocidio israeliano a Gaza, Dell ha condiviso una sua foto con il Presidente israeliano Isaac Herzog le cui parole, che accusavano “un’intera nazione” a Gaza per il 7 ottobre, sarebbero state citate più tardi nello stesso mese nella sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ordinava a Israele di cessare tutti gli atti genocidi a Gaza.

“È un onore stare accanto a @Isaac_Herzog e Israele”, aveva scritto Dell.

Si dice che Dell sia anche un importante donatore di Friends of the Israel Defense Forces [organizzazione americana dal 1981 di supporto ai veterani e soldati israeliani, ndt].

Di per sé l’attività dell’azienda di rafforzare tecnologicamente le politiche oppressive di Israele non è esattamente un segreto. Tuttavia l’attenzione tende a concentrarsi principalmente su come l’azienda consolidi l’occupazione militare.

Dopo quasi due anni di genocidio a Gaza Google, Amazon e Microsoft hanno subito gli attacchi e le critiche per la loro partecipazione a Project Nimbus e Azure, progetti tecnologici che forniscono servizi di intelligenza artificiale e cloud che alimentano la sorveglianza dei palestinesi da parte dell’esercito israeliano, e potenzialmente contribuiscono alla creazione di liste di uccisioni.

“Fabbrica di assassini di massa”

Un rapporto del novembre 2023 di +972 Magazine e Local Call ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando “The Gospel”, un programma di intelligenza artificiale che genera liste di infrastrutture da colpire, comprese residenze private. Una fonte lo ha descritto come la creazione di una “fabbrica di omicidi di massa”.

Nell’aprile 2024 il rapporto di un collaboratore ha rivelato che l’esercito israeliano stava utilizzando un altro programma di intelligenza artificiale, “Lavender”, per generare liste di uccisioni.

Lavender ha notoriamente un margine di errore del 10%. Questo è aggravato dai criteri che l’esercito israeliano fornisce al programma per automatizzare l’identificazione di potenziali obiettivi, talmente ampi da rendere le liste di uccisioni sostanzialmente arbitrarie.

Un altro programma automatizzato, “Where’s Daddy”, consente all’esercito israeliano di tracciare i palestinesi con l’esplicito scopo di effettuare attentati una volta che l’individuo è tornato a casa.

Queste operazioni assistite dall’intelligenza artificiale garantiscono esecuzioni di massa.

Con sistemi così palesemente omicidi non sorprende che vi siano crescenti proteste contro il ruolo delle Big Tech nel genocidio israeliano.

Lo scioccante rapporto di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati, rivela come “l’eterna occupazione di Israele sia diventata il banco di prova ideale per i produttori di armi e le grandi aziende tecnologiche, offrendo domanda e offerta illimitate, scarsa supervisione e zero responsabilità, mentre investitori e istituzioni pubbliche e private ne traggono profitto senza limiti”.

Il suo rapporto dice chiaramente che le aziende avrebbero la diretta responsabilità di non commettere potenziali violazioni dei diritti umani né di intraprendere azioni che possano compromettere il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi. Le aziende e i dirigenti che violano tali diritti possono essere potenzialmente oggetto di azioni legali a livello nazionale e internazionale.

“L’intelligenza artificiale è una delle armi di distruzione di massa odierne e Google volutamente trae profitto dalla guerra”, hanno scritto su The Nation Mohammad Khatami, Zelda Montes e Katie Sim, tre dipendenti di Google licenziati per aver preso parte a una disobbedienza civile di massa contro il Progetto Nimbus nell’aprile 2024.

“Sistemi come The Gospel e Lavender sono resi possibili grazie al tipo di infrastruttura di cloud computing fornita da aziende come Google, [Amazon Web Services] e Intel”.

Sembra ora che anche Dell sia coinvolta in questo processo.

Documenti interni condivisi con The Electronic Intifada rivelano che la tecnologia Dell supporta una serie di operazioni militari israeliane tra cui l’impiego della IA per monitorare e colpire i palestinesi. I materiali mostrano come sia utilizzato l’hardware Dell durante l’esecuzione di Lavender e The Gospel per automatizzare le decisioni di targeting e ridurre al minimo la supervisione umana, aumentando la velocità degli attacchi militari.

La famigerata forza di guerra informatica israeliana, l’Unità 8200, utilizza i laptop Pro-Rugged 13 di Dell potenziati da IA per la raccolta di informazioni, la sorveglianza e le operazioni militari.

Dell fornisce anche laptop e server che abilitano i sistemi di riconoscimento facciale dell’azienda israeliana di IA AnyVision, che facilitano la sorveglianza di massa dei palestinesi ai checkpoint e in altri luoghi.

Operazioni di facciata

La tecnologia che Dell fornisce ad AnyVision, così come a CISCO Israel (laptop, server mirati, hypervisor, soluzioni di rete) e Cognyte Technologies Israel Ltd. (laptop, server, soluzioni di rete), facilita la sorveglianza di massa dei palestinesi.

CISCO [multinazionale americana di tecnologia delle comunicazioni digitali, ndt.] fornisce infrastrutture di comunicazione per la sorveglianza, consentendo il monitoraggio in tempo reale della popolazione civile e delle attività militari. Cognyte Technologies Ltd. [azienda leader nei software di analisi investigativa per molte organizzazioni governative, ndt.] utilizza la tecnologia Dell per i sistemi di cyberintelligence che tracciano le persone a Gaza e in Cisgiordania.

I documenti rivelano inoltre che tra i beneficiari delle tecnologie Dell figurano la Brigata Golani dell’esercito israeliano, implicata nell’omicidio di 15 paramedici e soccorritori a Rafah ad aprile, l’unità navale Flottiglia 13 e l’aeronautica militare israeliana.

Anche Elbit Systems Land & C41, la divisione tecnologica per le comunicazioni militari del produttore di armi israeliano, riceverebbe laptop, server e soluzioni di rete da Dell Technologies.

Contattata per un commento, Dell ha inizialmente inviato la seguente dichiarazione:

“Dell si impegna a rispettare gli standard più elevati e le leggi e i regolamenti locali nei luoghi in cui operiamo. Si prega di fare riferimento alla nostra politica sui diritti umani, riportata di seguito”.

Tale politica stabilisce quanto segue: “Dell rispetta i diritti umani di tutte le persone, come sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”.

Prosegue affermando che l’azienda “non è complice di violazioni dei diritti umani e richiede ai propri fornitori e altri partner commerciali di rispettare gli stessi standard”.

Infine questa politica afferma che l’azienda rispetta “le leggi e i regolamenti locali ovunque operiamo. Qualora le leggi locali dovessero entrare in conflitto con i principi di questa politica, nei limiti delle leggi locali cerchiamo di rispettare i principi dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale e di influenzare il progresso verso standard più elevati”.

Poi stranamente l’azienda, che utilizza Outlook per le comunicazioni, ha apparentemente cercato di ritirare la dichiarazione inviata al giornalista (ma poiché il messaggio era già stato aperto, il suo contenuto era ancora disponibile).

Poco dopo la notifica del tentativo di ritiro, è arrivato un ultimo messaggio dal team media di Dell, che chiedeva di “attendere la dichiarazione. Potremmo mandarvene una aggiornata”.

Al momento della stesura di questo articolo, questa dichiarazione “aggiornata” non è ancora pervenuta.

La stretta associazione di Dell con uno Stato accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia indebolisce sicuramente gli sforzi dell’azienda di presentarsi come un’azienda etica.

Il sito web di Dell si vanta di essere stata riconosciuta per la tredicesima volta nel 2025 come “Una delle aziende più etiche al mondo” dall’Ethisphere Institute, un ente commerciale.

Nel maggio 2024 Dell ha persino annunciato una partnership con i governi di tutto il mondo per affrontare le problematiche etiche relative all’intelligenza artificiale.

Ma questi sono gesti di facciata: Ethisphere fa pagare delle commissioni per le valutazioni aziendali, e tra i vincitori del titolo di “Aziende più etiche” figurano il produttore di armi statunitense Leidos ed Elbit Systems America, una società sussidiaria dell’israeliana Elbit Systems.

Il curriculum di Dell è particolare, anche se non nel modo in cui vorrebbe essere percepita:

fornendo le tecnologie che alimentano la macchina di sorveglianza e uccisione razziale di Israele basata sui programmi di intelligenza artificiale, Dell si colloca accanto a Google, Amazon, Intel e Microsoft come un’azienda che trae profitto dall’occupazione, dall’apartheid e dal primo genocidio della storia trasmesso in diretta.

Il libro di Omar Zahzah, Terms of Servitude: Zionism, Silicon Valley, and Digital Settler Colonialism in the Palestinian Liberation Struggle (Rapporti di servitù: sionismo, Silicon Valley e colonialismo digitale nella lotta di liberazione palestinese), sarà pubblicato da The Censored Press e Seven Stories Press il 16 settembre 2025.

(tradotto dall’inglese da Luciana Galliano)




Stiamo morendo di fame.

Ruwaida Amer

21 luglio 2025 – +972 Magazine

Il mio corpo cade a pezzi. Mia madre sta crollando per la stanchezza. Mio cugino ogni giorno sfida la morte per un pezzetto di cibo. I bambini di Gaza stanno morendo davanti ai nostri occhi e noi non possiamo aiutarli.

Ho tanta fame.

Non ho mai attribuito a queste parole il significato che hanno per me adesso. Portano con sé una sorta di umiliazione che non riesco a descrivere appieno. Ogni momento mi ritrovo a esprimere un desiderio: se questo fosse solo un incubo. Se potessi svegliarmi e tutto finisse.

Dallo scorso maggio, dopo essere stata costretta a fuggire da casa e a rifugiarmi da alcuni parenti nel campo profughi di Khan Younis, ho sentito tantissime persone intorno a me pronunciare le stesse parole. La fame qui viene percepita come un attacco alla nostra dignità, una crudele contraddizione in un mondo che si vanta di progresso e innovazione.

Ogni mattina ci svegliamo pensando a una cosa sola: come trovare qualcosa da mangiare. Il mio pensiero va subito a nostra madre malata, che ha subito un intervento chirurgico alla colonna vertebrale due settimane fa e ora ha bisogno di nutrimento per riprendersi. Non abbiamo nulla da offrirle.

Poi ci sono i miei nipotini, Rital, 6 anni, e Adam, 4, che chiedono sempre del pane. E noi adulti cerchiamo di resistere alla fame solo per conservare qualche pezzetto di cibo per i bambini e gli anziani.

Da quando all’inizio di marzo Israele ha imposto su Gaza un blocco totale (allentato solo minimamente a fine maggio) non abbiamo più assaggiato carne, uova o pesce. Anzi, siamo rimasti senza quasi l’80% del cibo che mangiavamo prima. Il nostro fisico si sta esaurendo. Ci sentiamo costantemente deboli, confusi e scombussolati. Ci irritiamo con facilità, ma il più delle volte restiamo in silenzio. Parlare consuma troppe energie.

Cerchiamo di comprare quanto disponibile al mercato, ma i prezzi stanno diventando proibitivi. Un chilo di pomodori ora costa 90 NIS [nuovi shekel israeliani, ndt.] (oltre 23 euro). I cetrioli costano 70 NIS al chilo (circa 18 euro). Un chilo di farina costa 150 NIS (oltre 38 euro). Queste cifre sono scandalose e crudeli.

Sopravviviamo con un solo pasto al giorno: di solito solo pane, fatto con la farina che riusciamo a trovare. Se siamo fortunati, il pranzo può comprendere del riso, ma nemmeno quello ci sazia. Cerchiamo di mettere da parte un po’ di cibo per mia madre, magari delle verdure, ma non è mai abbastanza. Quasi sempre è troppo debole per stare in piedi, troppo esausta persino per recitare le sue preghiere.

Ormai usciamo raramente di casa, per paura che le gambe possano cedere. È già successo a mia sorella: mentre cercava per strada qualcosa, qualsiasi cosa, per sfamare i suoi figli, è improvvisamente crollata a terra. Il suo corpo non aveva nemmeno la forza per stare in piedi.

Abbiamo iniziato a percepire la gravità della crisi alimentare quando il fornaio Abu Hussein, conosciuto da tutti nel campo, ha iniziato a ridurre la sua attività. Prima sfornava per decine di famiglie al giorno che, come la nostra, non avevano più gas o energia elettrica per cucinare. I suoi forni a legna erano in funzione senza sosta dalla mattina alla sera.

Ma di recente è stato costretto a lavorare sempre meno giorni alla settimana. Mia sorella tornava a casa e diceva: “Il forno di Abu Hussein è chiuso. Forse aprirà domani”. Ora cercare di procurarsi impasto e farina è diventata una sofferenza in più.

Tre generazioni di affamati

Nel campo ho potuto cogliere in pieno la crudeltà di questo genocidio: il soffocante sovraffollamento, la massa di rifugiati costretti a lasciare le loro case e le infinite storie di fame.

Attualmente vivo a casa di mia zia, che ci ha accolti dopo essere stati sfollati e ci ha ospitati nel corso degli ultimi due mesi. Come quasi tutti gli altri edifici del campo, la sua casa è stata quasi completamente distrutta dagli attacchi israeliani. I fratelli di mia zia hanno lavorato giorno e notte per riparare il possibile, riuscendo a rendere abitabile una stanza.

La casa è piena di nipoti, ognuno dei quali sta lottando contro la fame. Il mio cugino più grande, Mahmoud, è il padre di quattro di loro. Lui stesso ha perso quasi 40 chili negli ultimi mesi. I segni della malnutrizione sono visibili ovunque sul suo viso pallido e sul suo corpo emaciato.

Ogni giorno, prima dell’alba, Mahmoud si reca ai centri di distribuzione degli aiuti umanitari gestiti dagli americani rischiando la vita per cercare di portare a casa del cibo per i suoi figli affamati. Da quando sono arrivata per stare con loro mi racconta le stesse storie strazianti giorno dopo giorno.

“Oggi mi sono trascinato carponi tra una folla di migliaia di persone”, ha raccontato di recente, mostrandomi un sacchetto con gli avanzi di cibo che era riuscito a recuperare. “Ho dovuto raccogliere tutto quello che era caduto a terra: lenticchie, riso, ceci, pasta, persino il sale. Mi fanno male le ossa perché mi hanno calpestato, ma devo farlo per i miei figli. Non sopporto il borbottio della loro fame”.

Un giorno Mahmoud è tornato senza niente. Aveva il volto cadaverico e sembrava sul punto di crollare. Mi ha raccontato che l’esercito israeliano aveva aperto il fuoco senza preavviso. “Il sangue di un ragazzo accanto a me è schizzato sui miei vestiti”, ha detto. “Per un attimo, ho pensato di essere stato colpito. Mi sono bloccato, ero sicuro che il proiettile fosse dentro il mio corpo”.

Il ragazzo è caduto a terra proprio davanti a lui, ma Mahmoud non ha potuto fermarsi per aiutarlo. “Ho corso più di sei chilometri senza voltarmi indietro. I miei figli hanno fame e aspettano che porti del cibo”, ha detto con la voce rotta, “ma non sarebbero contenti se tornassi a casa morto”.

L’altro mio cugino, Khader, ha 28 anni. Ha una figlia di 2 anni e sua moglie è incinta. È tormentato dalla preoccupazione per il loro bambino, che nascerà tra due mesi. Sua moglie non mangia come dovrebbe e ogni giorno lui siede in silenzio, tormentato dalle solite domande: questa carestia danneggerà mia moglie? Il bambino che partorirà sarà sano o malato?

La sua bambina di 2 anni, Sham, piange tutto il giorno per la fame. Implora il pane, qualsiasi cosa tranne i cibi insipidi e pesanti come riso, lenticchie e fagioli che l’hanno fatta star male più volte procurandole mal di stomaco.

Un giorno un amico di Khader gli ha dato una manciata di acini d’uva per lei. È stato un piccolo miracolo: Khader si è inginocchiato accanto a Sham offrendole l’uva, ma lei si è limitata a fissarla, giocherellando con le sue piccole mani e rifiutandosi di mangiarla. Non la riconosceva: nei suoi due anni di vita a Gaza non aveva mai visto dell’uva.

Solo quando suo padre sorridendo si è messo un acino in bocca lei, esitante, lo ha imitato. Ha masticato l’uva e poi ha riso.

Corpi che si spengono

Spesso mi fermo sulla porta di casa a osservare i bambini del campo. Passano la maggior parte del tempo seduti per terra, a fissare i passanti con sguardo assente. Quando chiedo a uno di loro di comprarmi una scheda internet per poter lavorare, o di chiamare mia nipote dalla casa accanto, rispondono con voce bassa e stanca. Mi dicono che hanno fame. Che non mangiano pane da giorni.

Ho solo 30 anni, ma non sono più la donna energica di una volta. Lavoravo molte ore tra l’insegnamento e il giornalismo, ma da quando è iniziata questa guerra non ho avuto un attimo di riposo. Mi destreggio tra le estenuanti faccende domestiche, prendermi cura di mia madre e della mia famiglia, e allo stesso tempo cerco di continuare a documentare e scrivere di tutto ciò che accade intorno a me.

Da circa un mese però ho perso la capacità di seguire le notizie. La mia concentrazione sta calando. Il mio corpo sta collassando. Soffro di anemia perché per mesi ho mangiato solo lenticchie e altri legumi. E da due giorni non riesco a deglutire a causa di una grave infiammazione alla gola, conseguenza del fatto che mi affido alla dukkah [miscela di erbe, spezie e frutti essiccati e tritati, ndt.] e ai peperoncini rossi piccanti per cercare di placare la fame.

Anche Mahmoud, un fotografo di 28 anni che lavora con me ai video, sta facendo fatica. “Non mangio niente da due giorni, tranne la zuppa”, mi ha detto di recente. “Non ho l’energia per lavorare”. Nessuno ce l’ha. Lavorare durante un genocidio richiede una quantità di forza impossibile da mantenere. La fame ha paralizzato la produttività di ogni lavoratore a Gaza.

Ieri ho accompagnato mia madre all’ospedale Nasser per una seduta di fisioterapia dopo l’operazione. Lungo il tragitto abbiamo visto decine di persone che non riuscivano a camminare più di pochi metri senza dover riposare. Anche mia madre era così: le sue gambe erano troppo deboli per reggersi. Si è seduta su una sedia di plastica sul ciglio della strada e ha recuperato un poco di forza per proseguire.

Mentre continuavamo a camminare abbiamo sentito delle urla. Giovani uomini e donne correvano, gridando con gioia: “Ci sono camion di farina per strada!”. Si era formata una folla enorme. La gente correva disperatamente verso i camion per accaparrarsi un sacco di farina.

È scoppiato il caos. Nessuno scortava i camion per garantire che tutti potessero ottenere la loro parte in sicurezza. Abbiamo visto invece la folla correre verso zone a rischio, sotto il controllo dell’esercito israeliano, solo per la farina.

Alcuni sono tornati indietro con i sacchi. Altri sono stati uccisi. Abbiamo visto corpi portati via sulle spalle, uccisi a colpi d’arma da fuoco proprio nei luoghi in cui gli aiuti avrebbero dovuto salvarli.

18 morti in 24 ore

Dopo la seduta di fisioterapia abbiamo lasciato l’ospedale e abbiamo incontrato donne che piangevano per i loro bambini affamati, che morivano davanti ai nostri occhi. Una donna, Amina Badir, urlava, stringendo tra le braccia la sua bambina di 3 anni.

“Ditemi come salvare mia figlia Rahaf dalla morte”, gridava. “Per una settimana non ha mangiato altro che un cucchiaio di lenticchie al giorno. Soffre di malnutrizione. Non ci sono cure, non c’è latte in ospedale. Le hanno tolto il diritto di vivere. Vedo la morte nei suoi occhi”.

Secondo il Ministero della Salute di Gaza il bilancio delle vittime per fame e malnutrizione dal 7 ottobre è salito a 86 persone, 76 delle quali bambini. Ieri è stato riferito che solo nelle 24 ore precedenti 18 persone sono morte di fame. Il personale medico ha organizzato una manifestazione all’ospedale Nasser per chiedere un intervento internazionale prima che altre persone muoiano di fame.

Non sono riuscita a trovare un taxi per tornare a casa. Mia madre mi aspettava al cancello dell’ospedale mentre cercavo un mezzo di trasporto, ma il carburante scarseggia e i taxi sono praticamente inesistenti. Ho trascorso un’ora intera ad attendere.

Quando sono tornata, ero stordita e debole. Sono crollata. Ho cercato di rimanere forte per mia madre, ma non c’era nessun altro con noi. Intorno a me, vedevo persone svenire ovunque. Un uomo mi ha detto: “Se ci fosse del cibo decente, tua madre non si sarebbe ammalata così.

Tutti noi stiamo solo cercando di confortarci a vicenda in questa carestia senza fine. Su Facebook la gente riversa la propria rabbia, scrivendo post dopo post sulla politica israeliana della fame che ha messo Gaza in ginocchio. Non possiamo più fare le cose più elementari che le persone in tutto il mondo fanno ogni giorno. La fame ci ha privato di tutto.

Ruwaida Amer è una giornalista freelance di Khan Younis.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




[Yair] Golan: “gli ebrei commettono massacri sistematici in Cisgiordania, Ben Gvir è un criminale”

Redazione di MEMO

22 luglio 2025 – Middle East Monitor

Yair Golan, capo del Partito Democratico [partito di centro israeliano, ndt.], ha dichiarato in una intervista al programma Shefa che gli ebrei stanno portando avanti “massacri” contro i palestinesi in Cisgiordania con cadenza regolare e sistematica.

Golan, le cui dichiarazioni sono state riferite dal canale ebraico Kan, ha confermato che, diversamente dal passato, ora tali atti sono commessi da ebrei. Ha criticato le autorità israeliane per aver fallito nella risposta e non aver arrestato neppure un aggressore, puntualizzando che questi atti avvengono senza alcuna difficoltà.

Golan ha aggiunto che “il governo israeliano ha perso il controllo,” sottolineando che nel Paese non non ci sono né legge né ordine.

Durante l’intervista Golan ha anche criticato il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir, affermando:

Non c’è né legge né ordine nello Stato di Israele perché un criminale sta guidando il ministero della Sicurezza Nazionale. Quando cedi le chiavi dell’applicazione delle leggi ad un criminale, questo è il risultato.”

Ha anche fatto affermazioni sulla violenza in corso nella società araba, accusando il governo di Israele di essere arrendevole riguardo a questa questione.

Golan ha continuato ad esprimere preoccupazione per il fatto che le prossime elezioni potrebbero essere le ultime tenute “liberamente e in modo equo,” dichiarando che ci sono tentativi deliberati del governo per impedire [lo svolgimento di] libere elezioni. Egli ha sottolineato l’importanza di libere elezioni per ogni democrazia.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Perché i protestanti evangelici odiano i palestinesi?

Joseph Massad

15 luglio 2025 MiddleEastEye

Nell’amministrazione Trump i sionisti cristiani perseguono una teologia imperialista plurisecolare che sacralizza la conquista, demonizza i palestinesi ed esige il sostegno a Israele.

Dall’aprile 2025 Mike Huckabee, americano bianco pastore evangelico protestante e battista, è l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.

Fanatico religioso di destra ed ex candidato repubblicano alla presidenza, Huckabee è stato in precedenza governatore dell’Arkansas.

Crede, nel suo fanatismo protestante, che “i palestinesi non esistono” e che l’identità palestinese sia semplicemente “uno strumento politico per cercare di portare via la terra a Israele”.

Più recentemente, l’ambasciatore ha descritto i palestinesi di Gaza come “selvaggi malvagi e incivili”, in linea con una tradizione di missionari, coloni e altre forze “civilizzatrici”.

Huckabee si oppone alla creazione di uno Stato palestinese e liquida il colonialismo israeliano sui territori palestinesi come semplice sviluppo urbano.

Rifiutando persino le affermazioni israeliane secondo cui ciò che i coloni ebrei costruiscono su terre rubate siano “colonie”, Huckabee insiste che si tratti semplicemente di “comunità”, “quartieri” e “città”.

Fin da giovane Huckabee è religiosamente ossessionato da Israele e dagli ebrei e ha visitato il Paese più di 100 volte dal 1973.

Non è il solo. All’inizio di questo mese, i Cristiani Uniti per Israele (CUFI), che vanta oltre 10 milioni di membri ed è il più grande gruppo filo-israeliano negli Stati Uniti, ha tenuto il suo vertice annuale vicino a Washington, DC.

La conferenza richiama ogni anno importanti funzionari governativi e parlamentari ed è stata descritta come una “tre giorni di festa dell’amore” per Israele; culmina con un’attività di lobbying in Campidoglio.

Il CUFI ha applaudito la nomina di Huckabee e ha elogiato il Segretario di Stato Marco Rubio che ha promesso che questa sarebbe stata “forse l’amministrazione più filo-israeliana nella storia americana”.

Lungi dall’essere marginali, i Cristiani Uniti sono la corrente religiosa dominante che sta plasmando la politica statunitense su Israele, con radici teologiche e imperialiste che precedono di gran lunga lo Stato stesso.

I suoi sostenitori moderni, come Huckabee, discendono da una lunga stirpe di cristiani evangelici le cui origini risalgono alla Riforma protestante e al movimento millenarista che la Riforma generò nel XVI secolo.

Questo movimento sosteneva la “restaurazione” [il “ritorno”, ndt.] degli ebrei europei in Palestina e la loro conversione al protestantesimo, nella speranza di accelerare la cosiddetta Seconda Venuta di Gesù Cristo.

Fondamenta imperialiste

Il sionismo protestante evangelico precede di 300 anni il sionismo ebraico, e fu proprio il sionismo protestante a gettare le basi ideologiche della colonizzazione di insediamento ebraica che avrebbe fatto nascere Israele.

Un’ondata di zelo missionario protestante travolse l’Inghilterra alla fine del XVIII secolo, in coincidenza con l’emergere della questione orientale e della questione ebraica.

Si ripropose l’antico progetto delle Crociate, porre fine al controllo musulmano sulla “Terra Santa”. Analogamente presero forma i progetti millenaristi e “restaurazionisti” protestanti volti a convertire gli ebrei europei e a “riportarli” in Palestina. Questo fu anche il periodo di fioritura dell’imperialismo britannico.

Due società missionarie britanniche si interessarono alla Palestina e all’intera regione: la Church Missionary Society for Africa and the East, o CMS (fondata nel 1799), e la London Society for Promoting Christianity among the Jews [Società Londinese per la Promozione del Cristianesimo tra gli Ebrei], popolarmente nota come London Jews Society o LJS (fondata nel 1809).

Quest’ultima fu fondata da due ebrei tedeschi convertiti al protestantesimo. Fu istituita sotto gli auspici del gruppo evangelico anglicano British Bible Society, il braccio missionario della Clapham Sect, fondata da William Wilberforce [gruppo di riformatori sociali della chiesa d’Inghilterra attivo a Clapham agli inizi del XIX secolo, ndt.]

Nell’ambito della sua attività missionaria, la Clapham Sect invitò un ebreo tedesco convertito, Joseph Samuel Christian Frederick Frey (1748–1827), al secolo Joseph Samuel Levy, a trasferirsi da Berlino a Londra per fare proselitismo tra gli ebrei britannici, un compito che portò alla fondazione della LJS.

Sia la CMS che la LJS erano sponsorizzate dall’élite sociale e politica inglese, tra cui fra gli altri il Ministro degli Esteri britannico Lord Palmerston e il suo genero evangelico Lord Shaftesbury (precedentemente noto come Lord Ashley).

Palmerston si rivolse persino al Sultano ottomano per chiedergli di consentire il “ritorno” degli ebrei europei in Palestina.

Palmerston, che divenne Ministro degli Esteri britannico nel 1830, fu un convinto sostenitore della “restaurazione” ebraica in Palestina. La LJS convertì molti ebrei in Gran Bretagna, 250 dei quali divennero sacerdoti anglicani e di cui molti erano ex studiosi rabbinici.

Nel 1841 la carica di patrono della LJS fu conferita all’Arcivescovo di Canterbury, capo della Chiesa anglicana.

Crociati “pacifici”

Per tutto il XIX secolo americani, tedeschi, svedesi e altri fanatici evangelici si unirono a questa nuova “Crociata pacifica” per convertire gli ebrei e conquistare la Palestina.

All’inizio della Prima Guerra Mondiale tutti i leader britannici in carica – tra cui il Primo Ministro David Lloyd George e il Ministro degli Esteri Arthur Balfour – erano fanatici cristiani evangelici che sostenevano la “restaurazione” ebraica in Palestina, che nel 1917 assunse la forma della “Dichiarazione Balfour”.

Negli Stati Uniti il cristianesimo evangelico sionista si manifestò a metà del XIX secolo con la fondazione di diverse colonie in Palestina con l’obiettivo di convertire gli ebrei e accelerare la Seconda Venuta.

Questa corrente non si è indebolita nel XX secolo; al contrario, si è intensificata dopo la fondazione di Israele, e in particolare dopo la guerra del 1967.

Jerry Falwell e Pat Robertson [pastori evangelici, telepredicatori e politici conservatori, ndt.] furono tra i principali fanatici protestanti a sostenere Israele, così come i presidenti americani che vantavano un’educazione evangelica, in particolare Bill Clinton.

È a questa tradizione di fanatismo evangelico che aderisce l’ambasciatore in Israele del presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Mandato divino

La convinzione di Huckabee che Dio sia dalla parte di Israele è una convinzione che condivide con la maggior parte dei cristiani evangelici.

Huckabee sostiene che gli israeliani non hanno vinto le loro guerre di conquista contro i palestinesi e i vicini arabi “perché avevano superiori capacità militari, di artiglieria o di aviazione”.

Niente affatto: “Le hanno vinte perché hanno combattuto come se sapessero che, se avessero perso, non avrebbero perso beni immobili”, ma piuttosto “la terra che Dio diede loro 3.500 anni fa. Poiché hanno avuto successo sono convinto che Dio stesso sia intervenuto a favore del Suo popolo nella Sua terra”, proclama.

Durante una cena offerta dalla Israel Heritage Foundation [gruppo lobbystico conservatore americano con sede a Washington, fondato nel 1973, ndt.], Huckabee ha dichiarato ai presenti che il suo sostegno a Israele è fondato sulla fede: “La nostra fede è di inginocchiarci davanti a Dio. Non siamo stati noi a crearLo; è stato Lui a creare noi. E siamo obbligati a seguire la Sua legge piuttosto che invitarlo a seguire una legge che abbiamo stupidamente creato per noi stessi”.

Il sostegno di Huckabee a Israele ha messo in imbarazzo persino molti dei suoi più convinti sostenitori negli Stati Uniti. Nel 2015, quando era candidato alla presidenza, rispose all’annuncio dell’allora presidente Barack Obama sull’accordo riguardo al nucleare iraniano accusandolo di aver mandato gli ebrei “alla porta del forno”. Persino l’Anti-Defamation League [la Lega Anti-diffamazione] (ADL), accanitamente filo-israeliana, e Ron Dermer, all’epoca ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, lo rimproverarono per quell’affermazione. Ma Huckabee continua imperterrito. Cita le Scritture che prescrivono ai credenti di benedire Israele per poter essere benedetti, affermando: “Chi maledice Israele sarà maledetto”.

I nuovi crociati

Huckabee non è l’unico fanatico protestante strumentalizzato dall’amministrazione Trump a sostegno di Israele.

Anche la Gaza Humanitarian Foundation [ong incaricata di distribuire aiuti alimentari a Gaza con il sostegno dell’esercito israeliano, ndt.], sostenuta dagli Stati Uniti e ora coinvolta nel genocidio in corso contro i palestinesi a Gaza, ha come presidente un fanatico evangelico: il Rev. Dr. Johnnie Moore, ex consigliere della Casa Bianca durante il primo mandato di Trump.

Moore sostiene la visione di Trump di una “riviera” a Gaza. Il suo “percorso personale ha incluso lo studio dei diari di Theodor Herzl e lo studio dei contributi cristiani meno noti al sionismo delle origini”.

Ex assistente di Falwell, Moore ha ricevuto numerosi premi da istituzioni sioniste in riconoscimento del suo incrollabile impegno per Israele. Personaggi come Moore, Huckabee e Rubio – l’ennesimo cristiano evangelico che oscilla tra cattolicesimo e protestantesimo evangelico – non sono aberrazioni. Rappresentano il volto contemporaneo di un sionismo evangelico profondamente radicato che oggi opera attraverso incarichi ufficiali, politiche statali e reti politiche ben finanziate.

Convergenza imperialista

L’ascesa del sionismo evangelico protestante tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, soprattutto in Gran Bretagna, coincise con l’ascesa dell’imperialismo europeo, in particolare britannico.

Non si trattò di una coincidenza: l’imperialismo britannico offrì ai fanatici protestanti un mondo ben più vasto da evangelizzare oltre i confini britannici.

In effetti questi missionari venivano spesso inviati prima della conquista, preparando il terreno per la successiva dominazione imperialista.

Che si trattasse di Kenya, Nuova Zelanda, Sierra Leone o Palestina, il ruolo del protestantesimo evangelico fu sempre complementare a quello dell’imperialismo britannico.

Nel caso della Palestina e degli ebrei, questa fusione ha assunto un significato particolare, dato che la Palestina è la terra in cui sono nati sia il cristianesimo che l’ebraismo.

Anche l’impennata di sostegno a Israele tra gli evangelici americani dopo il 1967, quando gli Stati Uniti ne divennero il principale sponsor imperialista, non è stata una coincidenza.

Il fanatismo religioso e lo sciovinismo filoamericano dei cristiani evangelici non prevedono solo il filo-sionismo, ma anche l’odio per i palestinesi, considerati nemici sia del “popolo eletto” degli evangelici che degli interessi imperialisti statunitensi in Medio Oriente.

Il fatto che il loro sostegno a uno Stato genocida derivi da convinzioni religiose – e non a dispetto di esse – è ciò che mantiene i cristiani evangelici americani fedeli sia al loro credo biblico che a quello nazionalista.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Joseph Massad è professore di Politica Araba Moderna e Storia Intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la formazione dell’identità nazionale in Giordania], Desiring Arabs [Arabi Desideranti], The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e i palestinesi] e, più recentemente, Islam in Liberalism [L‘Islam nel liberalismo]. I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una dozzina di lingue.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Una bancarella di libri tra le macerie nutre le menti affamate

Esraa Abo Qamar

15 luglio 2025- The Electronic Intifada

Nella devastazione di Gaza segni di vita riappaiono nei luoghi più inaspettati.

Eqraa Ketabak (Leggi il tuo libro) è una piccola bancarella di libri aperta a fine aprile proprio nel mezzo della distruzione del campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.

File di romanzi, poesie, libri di filosofia, religione e self-help in arabo e in inglese sono disposti ordinatamente su assi di legno improvvisate sul marciapiede, le loro copertine colorate sfidano la polvere grigia della distruzione circostante.

Circondati da edifici parzialmente o completamente crollati e da detriti di vecchi e recenti attacchi aerei, i libri e i loro argomenti sembrano fuori posto. Con titoli che parlano di speranza, amore, perdita e resistenza come a riflettere le emozioni impresse sui volti dei passanti, la bancarella li invita a fermarsi, leggere e riconnettersi con una parte di vita che il genocidio ha cercato di cancellare.

“I libri prendono il loro posto tra le rovine”, ha scritto sui suoi social media Hassan al-Qatrawi, romanziere palestinese, accademico e cliente abituale della bancarella. “Loro [gli israeliani] ci distruggono dall’esterno, e noi ci costruiamo dall’interno. La fame di cibo è temporanea. Ma la fame di lettura è eterna”.

Dietro la modesta bancarella di libri ci sono due giovani fratelli del campo di Nuseirat. Salah e Abdullah Sarsour hanno perso la casa durante il genocidio e sono stati sfollati in una scuola vicina dove ancora oggi trovano rifugio.

Hanno sviluppato una passione per i libri fin da giovani e durante la guerra di sterminio israeliana a Gaza che dura ormai da 21 mesi nonostante tutte le difficoltà non hanno mai smesso di leggere. Sebbene reperire libri sia difficile Abdullah ha continuato fare lunghi e faticosi viaggi nel nord di Gaza, rischiando la propria incolumità e spendendo molti soldi in trasporti, per trovare un buon libro in librerie come l’iconica libreria Samir Mansour a Gaza City.

Condividere una passione

Ma anche altri, pur se meno determinati, desideravano i libri. “Non si trattava solo di noi”, ha detto Abdullah a The Electronic Intifada. “Conoscevamo altri nel nostro campo che amavano leggere, ma non tutti potevano permettersi il viaggio”.

Così invece di fare avanti e indietro i fratelli hanno deciso di portare i libri alla loro comunità. Se le persone non possono più accedere ai libri allora devono essere i libri a venire da loro

Hanno messo insieme i loro risparmi e hanno acquistato un primo grande lotto di libri dal nord per avviare la loro modesta bancarella. Il loro obiettivo non era fare soldi, affermano, ma consentire l’accesso per rendere la lettura più facile e comune.

“Si tratta di condividere la nostra passione con le persone, non solo di avviare un’attività”, ha detto Salah. “Volevamo incoraggiare le persone a leggere di nuovo”.

Secondo l’Ufficio Centrale Palestinese di Statistica, il tasso di analfabetismo in Palestina è uno dei più bassi al mondo.

A Gaza è di poco inferiore al 2%.

La maggior parte dei palestinesi di Gaza è orgogliosa del proprio profondo amore per la lettura. Nonostante siano stati privati dell’istruzione per quasi due anni a causa del genocidio in corso, non hanno mai smesso di leggere, scrivere o imparare, nemmeno in queste circostanze catastrofiche.

Eqraa Ketabak è rapidamente diventato più di un semplice luogo dove acquistare libri. È diventato uno spazio di conversazione, dove i bambini possono sfogliare storie e compensare gli anni di studio persi, dove gli anziani possono riscoprire poesie dimenticate che un tempo imparavano a memoria e dove gli scrittori possono trovare ispirazione per scrivere le proprie storie e libri.

Conforto

Amal Abu Saif è una scrittrice palestinese che trova conforto nei libri.

“Ogni volta che mi sento sopraffatta corro da questo mondo ad un altro attraverso i libri”, ha detto Amal a The Electronic Intifada. “Questa bancarella di libri è diventata la mia destinazione principale e l’unico posto che mi fa sentire di nuovo me stessa”.

Amal crede che leggere e scrivere siano il suo unico modo per resistere. Seguendo l’esempio del defunto e celebre poeta Mahmoud Darwish – che credeva che scrivere per gli oppressi fosse una forma di resistenza – Amal ha recentemente pubblicato il suo primo romanzo, Atheer Gaza: Amata Gaza.

“Eravamo sfollati in una piccola tenda. Non c’era niente da fare, niente università, niente lezioni, solo infinite giornate a cercare cibo e acqua e a cucinare sulla legna da ardere”, racconta Amal. “Un giorno, mi sono detta: per quanto tempo resterò ad aspettare in questo modo? No, voglio raggiungere qualcosa. Voglio fare la differenza”.

Nel gennaio 2024 ha iniziato a documentare le sue esperienze quotidiane e le sue sofferenze usando l’app per gli appunti del suo telefono. La carta è rara ed estremamente costosa. All’inizio scriveva solo un po’ alla volta. Ma mesi dopo è tornata su quegli appunti, li ha ampliati e li ha trasformati in un romanzo completo.

A luglio è stato pubblicato. Oggi il suo libro è disponibile in tutto il mondo arabo.

“Era un sogno che coltivavo da molto tempo”, ha detto Amal. “E non vedo l’ora che la guerra finisca per poter stampare e pubblicare il mio romanzo qui a Gaza.”

Già nell’aprile 2024, secondo le Nazioni Unite i bombardamenti su larga scala di Israele a Gaza avevano danneggiato o completamente distrutto 13 biblioteche pubbliche. Questo si aggiunge alla distruzione di massa di istituti scolastici lungo tutta la striscia.

Prendere di mira università e scuole insieme a insegnanti e accademici è una chiara indicazione che Israele non sta prendendo di mira solo edifici e infrastrutture. È un tentativo di cancellare la nostra storia, mettere a tacere le nostre voci e distruggere la cultura del nostro popolo.

Eppure le idee non muoiono.

E finché ci saranno idee ci sarà bisogno di libri, come testimoniano i fratelli Sarsour.

Esraa Abo Qamar è una scrittrice a Gaza.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Soldati israeliani perseguitati dalla guerra genocida a Gaza si suicidano

Redazione di MEMO

14 luglio 2025 – Middle East Monitor

Da quando Israele ha avviato la sua guerra genocida a ottobre 2023 i soldati israeliani stanno lottando contro un grave esaurimento psicologico e fisico in seguito al prolungarsi dei combattimenti nella Striscia di Gaza assediata.

Rapporti dal sito israeliano di notizie Walla indicano un’inquietante crescita dei suicidi tra i soldati, attribuiti al forte stress associato a queste operazioni.

Secondo i dati militari citati nel rapporto alcuni soldati hanno combattuto senza sosta per oltre 300 giorni. Il numero di suicidi registrati nel 2024 è notevolmente cresciuto in confronto all’anno precedente, con 38 casi riportati, inclusi 28 che sono accaduti dopo il genocidio a Gaza. In netto contrasto, solo 14 suicidi sono stati documentati nel 2022 e appena 11 nel 2021, evidenziando un allarmante crescita di quattro volte in soli due anni.

La crescita dei suicidi è legata a una mobilitazione senza precedenti dei riservisti, oltre 300.000, molti dei quali hanno sperimentato violenza estrema e stress psicologico cronico dovuti alla loro partecipazione alle operazioni militari a Gaza. Una fonte della divisione risorse umane dell’esercito ha notato che il suicidio è diventato la seconda principale causa di morte tra i soldati dopo i decessi causati dai combattimenti.

Nel 2023 sono state registrate 558 morti, incluse 512 durante le operazioni militari, 17 suicidi e 10 dovute a cause mediche. Nel 2024 sono stati segnalati 363 decessi, compresi 295 da attività operative, 21 suicidi e 13 per motivazioni relative alla salute.

Le famiglie dei soldati caduti hanno rivelato che almeno 11 soldati si sono tolti la vita come risultato diretto dello stress psicologico legato al loro servizio militare e alcuni hanno dovuto sopportare prolungati periodi sul campo di battaglia a Gaza senza sosta.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Gli Stati Uniti minacciano la CPI: abbandonare l’indagine sui crimini di guerra israeliani o “tutte le opzioni sul tavolo”

Imran Mulla

10 luglio 2025 – Middle East Eye

Un consulente legale del Dipartimento di Stato chiede alla Corte di abbandonare tutte le indagini e i mandati di arresto contro Israele minacciando in caso contrario conseguenze non specificate

Un alto consigliere legale del Dipartimento di Stato degli USA ha lanciato una minaccia clamorosa allorgano di vigilanza della Corte Penale Internazionale, avvertendo che tutte le opzioni sono sul tavolo” se la Corte non abbandonerà le indagini e i mandati di arresto contro gli Stati Uniti e Israele.

Reed Rubinstein ha sferrato la minaccia martedì durante una riunione dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), l’organo di controllo della CPI, a New York.

“Useremo tutti gli strumenti diplomatici, politici e giuridici appropriati ed efficaci per bloccare l’ingerenza della CPI”, ha avvertito il rappresentante statunitense.

“Le nostre nuove sanzioni del 5 giugno dovrebbero essere la prova della nostra determinazione”, ha aggiunto, riferendosi alla recente decisione degli Stati Uniti di sanzionare i quattro giudici della CPI che lo scorso novembre avevano emesso mandati di arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.

Rubinstein ha poi proseguito con le sue intimidazioni: “Per essere chiari, ci aspettiamo che tutte le azioni della CPI contro gli Stati Uniti e il nostro alleato Israele, vale a dire tutte le indagini e tutti i mandati di arresto, vengano interrotte”, ha affermato.

“In caso contrario, tutte le opzioni restano sul tavolo.”

La riunione dell’ASP era stata convocata per discutere un possibile emendamento allo Statuto di Roma, il trattato istitutivo della CPI, onde ampliare la giurisdizione della Corte sul “crimine di aggressione”.

La Corte ha giurisdizione nei 125 paesi che ne riconoscono l’autorità.

Tuttavia, l’emendamento la autorizzerebbe a perseguire il crimine di aggressione se commesso sul territorio di uno Stato membro della CPI, come già avviene per i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio.

Né gli Stati Uniti né Israele sono parti dello Statuto di Roma e da sempre respingono l’autorità della Corte. A Rubinstein è stato permesso di partecipare e parlare alla riunione in qualità di osservatore.

La Corte ha già indagato su presunti crimini di guerra commessi dalle forze americane di stanza in Afghanistan, Paese firmatario dello Statuto di Roma.

Rubinstein ha affermato che “la CPI ha intrapreso azioni illegittime e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele”.

Ha aggiunto che la CPI “ha abusato ingiustamente del suo potere e che la sua condotta ostile minaccia di violare la sovranità degli Stati Uniti e di minare il nostro fondamentale lavoro in materia di sicurezza nazionale e politica estera”.

E ha ricordato all’ASP le sanzioni finanziarie e sui visti che gli Stati Uniti hanno imposto al Procuratore Capo della CPI Karim Khan a febbraio.

Khan, cittadino britannico, si è visto revocare il visto americano e alla moglie e ai figli è stato vietato di viaggiare negli Stati Uniti. I suoi conti bancari nel Regno Unito sono stati congelati.

Rubistein, consigliere del Dipartimento di Stato, è stato ampiamente criticato negli Stati Uniti per aver affermato sui social media nel febbraio 2024 che l’amministrazione Biden aveva un “massiccio programma volto a rovesciare il governo israeliano”.

Contestato a marzo per la sua dichiarazione durante un’audizione al Senato sulle relazioni estere, Rubinstein ha dichiarato: “Durante l’amministrazione Obama, il Dipartimento di Stato gestiva fondi per finanziare un’operazione antigovernativa all’interno di Israele.

“Molte delle persone attive nel Dipartimento di Stato dell’amministrazione Obama hanno mantenuto il loro ruolo nel corso della presidenza Biden e, in base alle email che ho ottenuto tramite il Freedom of Information Act e che abbiamo letto, mi risulta che venisse portata avanti la stessa strategia.”

La senatrice Jeanne Shaheen, membro di grado più alto della commissione, ha definito le sue dichiarazioni una “teoria del complotto”.

Inasprimento delle sanzioni statunitensi

Il messaggio di Rubinstein all’ASP è arrivato un giorno prima che mercoledì l’amministrazione Trump annunciasse l’imposizione di sanzioni a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina.

Le sanzioni seguono al duro rapporto di Albanese del 30 giugno, in cui ha elencato i nomi di oltre 60 compagnie, tra cui importanti aziende tecnologiche statunitensi come Google, Amazon e Microsoft, che a suo dire sono coinvolte nella “trasformazione dell’economia di occupazione di Israele in un’economia di genocidio”.

Mercoledì sera il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che “la campagna di guerra politica ed economica di Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata”.

Le sanzioni congeleranno tutti i beni che Albanese, cittadina italiana, detiene negli Stati Uniti e probabilmente limiteranno la sua possibilità di viaggiare in quella nazione.

Giovedì l’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha sollecitato la “rapida revoca” delle sanzioni contro Albanese. Ha affermato che “gli attacchi e le minacce contro i titolari di mandati di Procedure Speciali, così come contro istituzioni chiave come la Corte Penale Internazionale, devono cessare”.

La CPI è sempre più sotto assedio e molti esperti ritengono che la Corte stessa potrebbe presto essere presa di mira da sanzioni statunitensi se i mandati di arresto per Netanyahu e Gallant non verranno ritirati.

Khan, il procuratore capo britannico, è attualmente in congedo dopo il fallimento dei tentativi di sospenderlo, e in attesa di un’indagine delle Nazioni Unite sulle accuse nei suoi confronti di violenza sessuale, da lui respinte.

Khan è andato in congedo a maggio mentre, a quanto pare, stava preparando nuovi mandati di arresto per i ministri israeliani di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich a causa della loro promozione di [ulteriori] insediamenti coloniali israeliani illegali nella Cisgiordania occupata.

I mandati sono ora nelle mani di due procuratori aggiunti e la Corte ha recentemente ordinato che ulteriori mandati non vengano resi pubblici.

“Un avvertimento intimidatorio

L’8 giugno un importante avvocato difensore della CPI, Nicholas Kaufman, ha dichiarato in un podcast alla radio pubblica israeliana Kan che le recenti sanzioni statunitensi contro i quattro giudici della CPI erano “intese a incoraggiare l’annullamento dei mandati di arresto per il Primo Ministro Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Gallant”.

Kaufman ha aggiunto: “Di conseguenza, la maggior parte dei commentatori ritiene che [l’imposizione di sanzioni] sia un ulteriore avvertimento intimidatorio, se così posso esprimermi, prima dell’emissione di sanzioni ai procuratori aggiunti che hanno ora sostituito Karim Khan, il quale si è autoimposto un periodo di aspettativa a causa delle accuse di molestie sessuali”.

Il 16 giugno MEE ha rivelato che il governo britannico stava facendo pressioni sugli Stati Uniti affinché non giungessero a sanzionare la Corte.

Fonti diplomatiche hanno affermato che gli Stati Uniti hanno informato i propri alleati che, per evitare ulteriori sanzioni, la Corte dovrebbe chiudere definitivamente tutti i procedimenti contro gli Stati Uniti e Israele.

Gli Stati Uniti hanno inoltre affermato che la CPI deve impegnarsi a non prendere di mira cittadini statunitensi e di Paesi alleati degli Stati Uniti che non abbiano approvato l’autorità giurisdizionale della Corte.

Se gli Stati Uniti sanzionassero la Corte come istituzione, ciò impedirebbe a banche e aziende di software di interagire con essa, il che potrebbe rappresentare una minaccia esistenziale per la CPI, in quanto potrebbe comprometterne la capacità di funzionare.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Aumentano irruzioni nelle case e violenze: a Hebron è in corso il trasferimento “volontario” dei palestinesi

Gideon Levy e Alex Levac

11 luglio 2025 https://archive.is/yzTdM

Mentre la guerra infuria, le incursioni di coloni e soldati israeliani nelle case palestinesi della Città Vecchia di Hebron diventano sempre più frequenti e violente

La piazza del mercato è vuota, come recita la famosa canzone su un’altra Città Vecchia, quella di Gerusalemme. Il mercato principale di Hebron è quasi completamente deserto da anni. Per capirne il motivo, basta alzare lo sguardo: appesi alle grate metalliche installate dai palestinesi per proteggere le bancarelle dai coloni, pendono sacchetti di spazzatura ed escrementi che questi ultimi lanciano ai passanti.

Le case dei coloni nel Quartiere Ebraico di Hebron incombono sul mercato morto e vi si affacciano. Oltre il checkpoint, in quel quartiere, non è rimasto un solo negozio o bancarella palestinese. Più avanti, anche la parte ancora aperta del mercato questa settimana era semideserta. Non mancano prodotti e bancarelle colorate, ma i clienti sono pochi.

I palestinesi non hanno soldi, in una città che un tempo, prima dello scoppio della guerra nella Striscia di Gaza, era il centro economico della Cisgiordania. Volete sapere perché? Guardate il cancello d’ingresso principale. Questa settimana era sprangato. Una città di un quarto di milione di abitanti è chiusa a chiave. Esiste qualcosa di simile in un altro luogo del pianeta?

I soldati israeliani controllano l’ingresso principale a Hebron. A volte aprono il cancello, a volte no. Non si può mai sapere quando sarà sbloccato. Lunedì scorso, durante la nostra visita, non l’hanno aperto. Ci sono percorsi alternativi, alcuni tortuosi e collinari, ma è impossibile vivere così. Proprio per questo il cancello viene chiuso: perché è impossibile vivere così. Non c’è altra ragione se non il bisogno dell’esercito israeliano di vessare gli abitanti, cosa che fanno ancora più violentemente dopo il 7 ottobre, per spingerli alla disperazione, e forse oltre. In modo permanente.

Forse alcuni sceglieranno finalmente di andarsene, realizzando così il sogno di alcuni dei loro vicini ebrei. Da parte sua, l’esercito israeliano collabora con entusiasmo a questi piani satanici, lavorando a braccetto con i coloni al tanto agognato trasferimento di popolazione. Sotto la copertura della guerra nella Striscia, anche qui le vessazioni hanno avuto un’accelerazione e sono quasi senza freni.

Nessun luogo lo dimostra meglio dell’Area H2, sotto controllo israeliano, che include l’insediamento ebraico nella città e gli antichi quartieri che lo circondano. Qui il trasferimento non striscia, galoppa. Gli unici palestinesi ancora visibili sono quelli che non hanno i mezzi per abbandonare questa vita infernale, sotto il terrore dei coloni e dell’esercito, in uno dei centri dell’apartheid in Cisgiordania. Qui si trovano antichi edifici in pietra, adornati di archi, in un quartiere che potrebbe essere un tesoro culturale, un sito patrimonio dell’umanità, ma che giace abbandonato e semidistrutto, tra la spazzatura dei coloni e i loro graffiti d’odio ultranazionalista.

Dopo aver parcheggiato (ora c’è abbondanza di spazio nel mercato desolato) imbocchiamo una scala stretta e buia. Attraverso la finestra con le sbarre si vedono cumuli di rifiuti; dietro di essi, le istituzioni dei coloni: Beit Hadassah, il centro religioso di studi Yona Menachem Rennart e l’edificio del Fondo Joseph Safra. Le case dei coloni sono a portata di mano. Basta allungare un braccio.

Questa è Shalalah Street, in parte sotto controllo palestinese. L’antico edificio in pietra che abbiamo visitato è stato ristrutturato negli ultimi anni dal palestinese Comitato per la Riabilitazione di Hebron, e non si può non ammirarne la bellezza, nonostante le deprimenti condizioni dei dintorni. A poche decine di metri dal checkpoint che conduce al Quartiere Ebraico, questa struttura stretta su tre piani ospita cinque famiglie. La famiglia allargata Abu Haya, genitori, figli e nipoti, inclusi 15 tra bambini e neonati, rimane qui per l’affitto basso.

Attraversando una ressa di bambini saliamo al terzo piano, nell’appartamento di Mahmoud Abu Haya e sua moglie Naramin al-Hadad. Mahmoud ha 46 anni, Naramin 42, hanno cinque figli, alcuni dei quali già con famiglia propria. Naramin aveva 15 anni quando si è sposata, racconta con un sorriso.

Il padre di famiglia, un tempo muratore ad Ashkelon, è disoccupato da quando è scoppiata la guerra, il 7 ottobre 2023. Naramin cucina a casa e vende il cibo agli abitanti del luogo. Questa è l’unica fonte di reddito della famiglia al momento. Prima della guerra, era anche volontaria nell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem. Con una videocamera fornita dell’ONG nell’ambito del suo Camera Project, documentava ciò che accadeva nella zona. Ma ora Naramin non osa più partecipare al progetto. È troppo pericoloso possedere una videocamera qui. L’ultima volta che l’ha usata, l’unica durante la guerra, è stato circa cinque mesi fa, quando ha documentato un incendio appiccato dai coloni sulla tettoia sovrastante il mercato. Circa un mese e mezzo fa, i soldati sono venuti nell’appartamento, hanno mostrato a Naramin una foto di suo figlio Nasim di 7 anni, e poi sono andati via portandolo con sé – se lo sono portato via. L’hanno rilasciato, terrorizzato, circa mezz’ora dopo.

Le incursioni notturne nelle case palestinesi sono diventate molto più frequenti negli ultimi 21 mesi. Da una volta al mese, in media, l’esercito ora irrompe nelle loro case almeno una volta a settimana, dice Naramin, quasi sempre nel cuore della notte.

Nessun israeliano conosce una realtà in cui, per anni, in qualsiasi momento, ti svegli di soprassalto al rumore e alla vista di decine di soldati armati e mascherati che invadono la tua casa, a volte con i cani, per poi spingere tutti gli occupanti storditi, inclusi i bambini terrorizzati, in una sola stanza. In alcuni casi gli invasori picchiano e perquisiscono violentemente i locali, lasciando una scia di distruzione dietro di sé; in tutti i casi insultano e umiliano.

In passato, queste incursioni sembravano avere uno scopo: l’arresto di un sospettato, la ricerca di materiale bellico. Ma dall’inizio della guerra si ha l’impressione che l’unica ragione dei raid sia seminare paura e panico, e inasprire la vita dei palestinesi. Chiaramente non hanno altro scopo.

L’ultimo episodio che ha coinvolto la famiglia Abu Haya è avvenuto una settimana fa. Nelle prime ore di giovedì scorso, Maher, figlio di Naramin, 24 anni, sposato con Aisha di 18 e padre di due bambini piccoli, è uscito di casa ma è tornato indietro dopo aver visto i soldati avvicinarsi alla porta d’ingresso.

Le telecamere di sicurezza installate dalla famiglia mostrano Maher innocentemente in piedi in strada e i soldati che appaiono all’improvviso. Gli hanno ordinato di farli entrare e guidarli nell’edificio. Maher li ha portati all’altro ingresso, che conduce all’appartamento di suo fratello Maharan, 23 anni, sposato e padre di una bimba di 6 settimane, per evitare di svegliare tutti gli altri numerosi bambini nell’edificio.

Ma a Maher è stato ordinato di svegliare tutti e radunare gli occupanti di ogni piano in una stanza. I soldati non hanno detto nulla sul motivo dell’operazione. Maharan aveva appena cercato di mettere a dormire la figlia quando i soldati hanno fatto irruzione. Maher ha bussato alla porta dell’appartamento dei genitori e li ha svegliati. Suo zio Hamed, 35 anni, è stato tirato giù dal letto; nonostante fosse stato spiegato ai soldati che era in convalescenza dopo un intervento alla schiena è stato afferrato per la gola e trascinato fuori.

Le tre famiglie del terzo piano sono state concentrate nel piccolo soggiorno in cui siamo stati ospitati questa settimana. Naramin ricorda che era preoccupata per ciò che accadeva ai piani inferiori. Hanno sentito Maher urlare, come se venisse picchiato.

Un soldato ha strappato la tenda all’ingresso del soggiorno di Naramin, poi i suoi compagni hanno fracassato gli oggetti di vetro nella credenza. Senza motivo. I bambini hanno cominciato a piangere. Naramin voleva aprire una finestra, perché dentro si soffocava, ma un soldato, più giovane della maggior parte dei suoi figli, glielo ha impedito.

Il giorno dopo, la ricercatrice sul campo di B’Tselem Manal al-Ja’bri ha raccolto la testimonianza della moglie di Maharan. Ha raccontato che la bimba piangeva e che voleva allattarla, ma i soldati non glielo permettevano. Anche le richieste di acqua sono state rifiutate.

Dopo circa un’ora, le truppe hanno ordinato a Naramin e agli altri della sua famiglia di spostarsi in un altro appartamento dell’edificio. Il pavimento era cosparso di vetri rotti e lei aveva paura per i suoi bambini scalzi. Poi ha sentito il rumore di stoviglie che si rompevano nella sua casa. I soldati hanno anche gettato a terra il ventilatore, rompendolo.

Ja’bri dice di aver già documentato circa 10 casi simili di distruzione fine a se stessa nella stessa zona, popolata da palestinesi economicamente svantaggiati.

Qual era lo scopo dell’incursione della scorsa settimana? Ecco la risposta dell’Unità Portavoce dell’esercito israeliano questa settimana: “Il 2 luglio 2025, l’IDF ha operato nella città di Hebron, che è sotto la supervisione della Brigata Ebraica, in seguito a informazioni di intelligence. L’attività si è svolta senza eventi eccezionali, e le accuse di distruzione di proprietà non sono note.”

Verso le 2 di notte è scesa la quiete sull’edificio. Naramin ha osato guardare fuori per vedere se i soldati se ne fossero andati; avevano lasciato la casa senza avvisare gli occupanti. A chi importava? I palestinesi potevano rimanere dove erano fino al mattino. Maher era ferito ma non ha voluto dire a sua madre cosa gli avessero fatto. Le tre auto della famiglia erano state vandalizzate; le chiavi sono state trovate nel cassonetto.

Mentre ci servivano il caffè, la famiglia ha scoperto che anche il vetro del tavolo era incrinato. Stanno pensando di andarsene? Naramin sobbalza come morsa da un serpente, e risponde con un secco “No”.

La scorsa settimana quattro famiglie hanno lasciato il vicino quartiere di Tel Rumeida. Non ce la facevano più. In totale, Ja’bri stima che almeno 10 famiglie abbiano abbandonato il quartiere dall’inizio della guerra. La scorsa settimana a quanto pare non c’erano problemi di sicurezza da investigare e a Tel Rumeida, dove ai palestinesi non è permesso introdurre alcun tipo di veicolo, nemmeno un’ambulanza, è stato concesso l’ingresso a un veicolo commerciale per rimuovere le proprietà delle famiglie in partenza. Alcuni fini, a quanto pare, giustificano tutti i mezzi.

Siamo poi saliti sul tetto, per vedere il panorama. Antichi edifici in pietra piantati sul pendio. Ma il tetto era soffocato su tutti i lati dagli edifici dei coloni.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Morte di un villaggio

Yigal Bronner

11 luglio 2025, London Review of Books

Quando i coloni sono entrati nel villaggio palestinese di Mu’arrajat, tutti sapevamo che cosa sarebbe successo subito dopo. Quello che è successo tante e tante volte in Cisgiordania. Invasione, molestie, furti e terrore, fino al raggiungimento dell’obiettivo non nascosto: ripulire l’area dai non-ebrei. Io e gli altri attivisti che erano con me però non potevamo smettere di tentare. Quindi alle 22.30 del 2 luglio alcuni di noi sono partiti da Gerusalemme e hanno percorso la strada tortuosa che scende verso la valle del Giordano. Mu’arrajat prende il nome da quelle curve. O lo prendeva.

Verso sera diverse decine di coloni dai vicini avamposti illegali si sono radunati nel villaggio. Alcuni sono arrivato con materiale da campeggio, altri hanno portato un gregge di pecore. Poi hanno fatto irruzione nelle case dei palestinesi. In una hanno spostato i mobili nella veranda, si sono seduti e hanno fatto come se fossero a casa propria. Un altro gruppo ha fatto uscire un gruppo di sessanta capre e pecore dal recinto di Ibahim e le ha portato via dal villaggio. Nessuno ha più rivisto quegli animali. Un terzo gruppo ha tagliato la corrente a una delle case. Dentro c’erano donne e bambini. Terrorizzati che venisse dato fuoco alla loro casa sono scappati portando con sé solo i vestiti che avevano addosso. I coloni sono entrati e hanno rubato soldi e oggetti di valore.

I leader di questo attacco ben orchestrato, uomini provenienti dalle colonie e dagli avamposti intorno al villaggio, erano sul posto e davano ordini. Ma la maggior parte degli aggressori erano degli adolescenti, i cosiddetti “giovani delle colline” che sono alla testa del crescente movimento di supremazia ebraica in Israele.

Siamo arrivati al villaggio dopo che il gregge di pecore era stato rubato ma prima dell’attacco alla casa a cui era stata tagliata la corrente. La polizia era stata chiamata ma non si vedeva da nessuna parte. L’ho chiamata alle 23.48. Hanno detto che stavano arrivando. L’ho chiamata di nuovo a mezzanotte e 34 minuti, spiegando in dettaglio il pericolo che correvano le famiglie palestinesi, gli attivisti (i coloni stavano lanciando pietre ai miei colleghi e li colpivano con delle mazze) e le proprietà. “Cosa state aspettando” ho chiesto. “Che succeda qualche disgrazia? Perché non mandate una macchina della polizia? Vi abbiamo chiamato molte volte!” Mi è stato rimproverato di avere un tono isterico e mi hanno detto di aspettare pazientemente, perché le forze di sicurezza stavano arrivando. Anche altri avevano chiamato e ricevuto risposte simili. La polizia non è mai arrivata.

A Gerusalemme un’avvocata che rappresenta il villaggio stava preparando una richiesta urgente alla Corte Suprema di Israele di emettere un ordine che imponesse alla polizia e l’esercito di rimuovere i coloni invasori. Ci mandava continue richieste di aggiornamento. Le mandavamo continue risposte. La richiesta è stata presentata il giorno seguente, ma il giudice della Corte Suprema Alex Stein ha detto che non c’era motivo di intervenire, data che si presumeva che le forze di sicurezza avrebbero agito per preservare l’ordine. L’avvocata ha fatto ricorso, che è stato nuovamente respinto. Non ci sarebbe stato nessun intervento della polizia, dell’esercito o dei tribunali, come i leader dei coloni ben sapevano. Hanno detto ai palestinesi che avevano 24 ore per andarsene, o sarebbe stato peggio per loro.

I residenti conoscevano la procedura. La stessa che avevano visto in tutta la Cisgiordania. Alla fine di maggio la stessa cosa era successa a Mahayer al-Dir: i coloni avevano stabilito un avamposto nel villaggio, avevano attaccato i residenti e svaligiato le loro case; anche lì la polizia e i tribunali non erano intervenuti quando i coloni avevano dato i loro ultimatum. Gli abitanti del villaggio che avevano tardato a fare i bagagli erano stati picchiati dai coloni, e diversi tra loro erano finiti in ospedale con ferite gravi. I residenti di Mu’arrajat, che avevano amici e familiari a Maghayer al-Dir, non hanno aspettato fino alla mattina per andarsene. L’ultimatum dei coloni è stato rispettato entro le 24 ore. Le case erano state smantellate, i beni di prima necessità impacchettati e portati via, la scuola svuotata. Tutti i 250 residenti se ne sono andati.

Ne ho conosciuto bene alcuni durante gli ultimi cinque anni. Ho parlato con Alia ogni volta che iniziavo il turno di notte, di modo che sapesse chi chiamare in caso di emergenza. Suliman mi chiamava quasi tutte le notti, quando i coloni prendevano a pugni la sua porta di casa. Erano vessati, invasi e terrorizzati; i coloni hanno dato fuoco alla moschea del villaggio; nonostante questo hanno mantenuto la loro dignità. Ho visto i villaggi intorno a loro cadere uno dopo l’altro, ma loro continuavano a resistere. Adesso anche loro sono dispersi, senza casa, sradicati.

I coloni, nel frattempo, stanno celebrando un’altra vittoria nei social media: l’espulsione di un’altra comunità di “nemici” o “invasori”, come chiamano le persone la cui terra e le cui case hanno invaso e occupato. L’intera valle del Giordano è stata ebraicizzata.

Quando una persona muore, ci sono dei rituali che ci aiutano a piangerne la scomparsa, e persone che ci guidano nell’elaborazione del lutto. Ma cosa possiamo fare quando un intero villaggio è cancellato, quando la vita di un’intera comunità viene distrutta? Specialmente quando nessuno intorno a noi sembra farci caso, quando a nessuno sembra importare nulla?

Mu’arrajat non esiste più.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]