Soldati israeliani presentano un esposto mettendo in dubbio la legalità dell’Operazione Carri di Gedeone a Gaza

Redazione di MEMO

8 luglio 2025 – Middle East Monitor

Tre riservisti israeliani hanno presentato un esposto alla Corte Suprema sostenendo che l’operazione Carri di Gedeone dell’esercito a Gaza può infrangere il diritto internazionale, dato che sembra essere orientata al trasferimento forzato e all’espulsione della popolazione della Striscia di Gaza.

Secondo Haaretz lunedì il giudice della Corte Suprema Khaled Kabub ha sollecitato l’esercito israeliano a fornire una risposta ai querelanti nella speranza di evitare alla Corte la necessità di deliberare ulteriormente sulla materia.

In una lettera inviata ai soldati da un funzionario dell’ufficio del capo di stato maggiore israeliano, l’esercito ha dichiarato che “si è operato in tutta la Striscia di Gaza contro obiettivi terroristici per mezzo di bombardamenti e incursioni di terra.” Ha dichiarato che l’evacuazione degli abitanti è stata portata avanti “per ridurre il rischio ai civili,” aggiungendo che “l’esercito israeliano avvisa e permette ai civili nelle zone di combattimento di andarsene per proteggerli mentre si effettuano operazioni militari nell’area.”

Tuttavia i soldati querelanti hanno sottolineato che il trasferimento forzato e permanente dei palestinesi a Gaza – che il governo israeliano ha pubblicamente individuato come uno degli obiettivi della guerra – è un atto militare illegale e viola palesemente il diritto internazionale e i “valori e lo spirito dell’esercito israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il piano israeliano per il trasferimento forzato della popolazione di Gaza “Delinea crimini contro l’umanità”

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

7 luglio 2025 – The Guardian

L’esercito ha ricevuto l’ordine di trasformare le macerie di Rafah in una “città umanitaria”, ma gli esperti la definiscono un campo di concentramento per tutti i palestinesi di Gaza

Il Ministro della Difesa israeliano ha delineato un piano per costringere tutti i palestinesi di Gaza in un campo costruito sulle macerie di Rafah, un piano che esperti legali e accademici hanno definito un progetto di crimini contro l’umanità.

Secondo quanto riportato dal giornale Haaretz, Israel Katz ha affermato di aver ordinato all’esercito di prepararsi a costruire un campo, che lui ha chiamato “città umanitaria”, sui resti della città di Rafah.

Durante un briefing con giornalisti israeliani, Katz ha spiegato che i palestinesi sarebbero sottoposti a “controlli di sicurezza” prima di entrare e, una volta dentro, non sarebbe loro permesso di uscire.

Le forze israeliane controlleranno il perimetro del sito e inizialmente “trasferiranno” 600.000 palestinesi nella zona, per lo più persone attualmente sfollate nell’area di al-Mawasi.

L’obiettivo finale è concentrare l’intera popolazione di Gaza in quel campo e attuare “il piano di emigrazione, cosa che avverrà”, ha aggiunto Katz secondo Haaretz.

Da quando all’inizio dell’anno Donald Trump ha suggerito che un gran numero di palestinesi avrebbe dovuto lasciare Gaza per “ripulire” il territorio diversi politici israeliani, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno iniziato a promuovere con entusiasmo la deportazione forzata, spesso presentandola come un progetto statunitense.

Michael Sfard, uno dei più importanti avvocati per i diritti umani in Israele, ha dichiarato che il piano di Katz viola il diritto internazionale e contraddice direttamente le dichiarazioni rilasciate poche ore prima dall’ufficio del capo di stato maggiore israeliano secondo cui gli sfollamenti dei palestinesi a Gaza avvengono unicamente a scopo protettivo.

“Katz ha delineato un piano operativo per un crimine contro l’umanità. Non è nulla di meno”, ha detto Sfard. “Si tratta di trasferire la popolazione nell’estremità meridionale della Striscia di Gaza in preparazione alla deportazione fuori dalla Striscia.

Mentre il governo continua a definire la deportazione ‘volontaria’, la gente a Gaza è sottoposta a così tante misure coercitive che nessuna partenza può essere considerata consensuale dal punto di vista legale.

Se cacci qualcuno dalla sua terra, in un contesto di guerra, è un crimine di guerra; se lo fai su larga scala, come lui pianifica di fare, diventa un crimine contro l’umanità”, ha aggiunto Sfard.

Katz ha presentato il suo piano poco prima che Netanyahu arrivasse a Washington per incontrare Trump, che lo sottoporrà a una forte pressione per concordare un cessate il fuoco che ponga fine – o quantomeno sospenda – la guerra ormai giunta al ventunesimo mese.

Il Ministro della Difesa ha affermato che i lavori per la “città umanitaria” potrebbero iniziare durante una tregua, aggiungendo che Netanyahu sta cercando paesi disposti ad “accogliere” i palestinesi.

Parlando dalla Casa Bianca lunedì Netanyahu ha dichiarato che Israele e gli Stati Uniti stanno collaborando con altre nazioni per offrire ai palestinesi un “futuro migliore”.

 “Chi vuole restare, può farlo; chi vuole andarsene, dovrebbe poterlo fare”, ha detto prima di cenare con Trump.

Diversi politici israeliani, compreso il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sostengono con fervore la costruzione di nuovi insediamenti israeliani a Gaza.

Secondo Reuters, piani per la creazione di “aree di transito umanitarie” – destinate ad accogliere palestinesi dentro e forse fuori Gaza – erano già stati presentati all’amministrazione Trump e discussi alla Casa Bianca.

Il progetto, dal costo di 2 miliardi di dollari, secondo Reuters portava il nome della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). L’organizzazione dal canto suo ha negato di aver formulato proposte e ha affermato che le slide visionate dall’agenzia “non sono un documento della GHF”.

Preoccupazioni sui piani israeliani per lo sfollamento forzato dei palestinesi erano già emerse in seguito agli ordini militari per l’operazione lanciata questa primavera.

Sfard aveva rappresentato tre riservisti che avevano presentato un ricorso con il quale chiedevano che l’esercito revocasse gli ordini di ‘mobilitazione e concentramento’ della popolazione civile di Gaza e che fosse proibito ogni piano finalizzato a deportare i palestinesi fuori dalla Striscia di Gaza.

L’ufficio del capo di stato maggiore Eyal Zamir, in una lettera in risposta alle loro richieste, ha dichiarato che né lo sfollamento dei palestinesi né il loro concentramento in una parte della Striscia di Gaza facevano parte degli obbiettivi dell’operazione.

Secondo il prof. Amos Goldberg, storico dell’olocausto all’Università Ebraica di Gerusalemme, questa dichiarazione è stata direttamente contraddetta da Katz.

Il ministro della Difesa, ha spiegato Goldberg, ha delineato un piano strutturato per la pulizia etnica di Gaza con l’obiettivo di creare “un campo di concentramento o un centro di transito per palestinesi prima di espellerli”.

“Non è né una città né un’operazione umanitaria”, ha dichiarato, commentando il progetto di Katz per il confinamento dei palestinesi.

“Una città è un luogo dove puoi lavorare, guadagnare, creare legami e muoverti liberamente.”

“Ci sono ospedali, scuole, università e uffici. Non è questo che hanno in mente. Non sarà un luogo vivibile, così come ora non lo sono le ‘zone sicure’ “.

Goldberg ha sottolineato inoltre come il piano di Katz sollevi un interrogativo urgente: cosa accadrà ai palestinesi che rifiuteranno di obbedire all’ordine israeliano di trasferirsi nel nuovo complesso?

E ha aggiunto: “Cosa accadrà se i palestinesi rifiuteranno questa soluzione e si ribelleranno, visto che non sono del tutto indifesi?”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Rapporto sui legami del Tony Blair Institute con il progetto che promuove la pulizia etnica di Gaza

Redazione di MEE

6 luglio 2025 – Middle East Eye

Alcuni documenti mostrano che alcuni dipendenti del centro di ricerca fondato dall’ex primo ministro del Regno Unito sono coinvolti nelle discussioni su un piano per Gaza condannato in quanto promuove la pulizia etnica.

Il Tony Blair Institute (TBI) è stato associato a un progetto condannato da più parti perché propone la pulizia etnica di Gaza seguita da una radicale ricostruzione post-bellica della Striscia assediata.

Secondo documenti visionati dal Financial Times e rivelati domenica, i progetti includono una “Riviera Trump” e infrastrutture che prenderebbero il nome da ricchi regnanti del Golfo.

Il piano, delineato in una presentazione intitolata “La Grande Speranza”, è stato creato da un gruppo di uomini d’affari israeliani con l’appoggio di consulenti del Boston Consulting Group (BCG) [affermato centro di consulenza statunitense, ndt.]. Il piano del BCG presuppone che almeno il 25% dei palestinesi se ne vada “volontariamente”, e che la maggior parte di essi non ritorni più. Resta indefinito se i palestinesi avrebbero la possibilità di scegliere, ma la proposta è stata ampiamente condannata in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della popolazione nativa del territorio.

Lo scopo del progetto sarebbe quello di trasformare l’enclave ridotta in macerie da Israele in un lucroso centro di investimenti. Per questa proposta sono fondamentali programmi commerciali basati sulle criptovalute, zone economiche speciali con tassazione ridotta e isole artificiali sul modello del litorale di Dubai.

Benché il TBI insista di non avere né sostenuto né redatto la presentazione, due membri del suo personale hanno partecipato alla discussione riguardante l’iniziativa.

Il Tony Blair Institute è stato fondato dall’ex-primo ministro britannico Tony Blair nel 2016, apparentemente per promuovere riforme politiche globali e combattere l’estremismo.

In un documento interno del TBI, intitolato “Progetto economico per Gaza”, che è stato fatto circolare all’interno del gruppo, si trovano ambiziose proposte economiche e infrastrutturali. Tra queste un porto in acque profonde che collegherebbe Gaza al corridoio India-Medio Oriente-Europa e progetti per isole artificiali al largo della costa.

Significativamente, a differenza della proposta degli imprenditori israeliani, il documento del TBI non suggerisce l’espulsione dei palestinesi, un progetto che ha il sostegno del presidente USA Donald Trump ma che è stato condannato internazionalmente in quanto equivarrebbe alla pulizia etnica della Striscia. Benché alcune idee coincidano, il Tony Blair Institute sostiene di non aver giocato alcun ruolo nella stesura e nell’approvazione della presentazione del BCG.

Inizialmente il TBI ha negato qualsiasi coinvolgimento e un portavoce ha dichiarato al FT: “Il vostro articolo è assolutamente sbagliato… Il TBI non è stato coinvolto nella preparazione del piano.” Tuttavia, dopo che il FT ha presentato le prove dello scambio di messaggi all’interno di un gruppo di 12 persone comprendente personale del TBI, consulenti del BCG e organizzatori israeliani, l’istituto ha riconosciuto che il suo personale era al corrente e presente durante le relative discussioni. “Non abbiamo mai detto che il TBI non sapeva niente di quello su cui questo gruppo stava lavorando,” ha chiarito il portavoce. Il TBI sostiene di essere stato in “modalità d’ascolto” e che questo documento interno era una delle molte analisi degli scenari post-bellici che venivano presi in considerazione.

Blair era in modalità di ascolto

Il gruppo che sta dietro alla proposta include importanti investitori israeliani nella tecnologia come Liran Tancman e il finanziere Michael Eisenberg. Entrambi avrebbero giocato un ruolo nella creazione della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) [l’organizzazione statunitense creata per sostituire l’ONU nella distribuzione di aiuti umanitari a Gaza in collaborazione con l’esercito israeliano, ndt.].

La credibilità della GHF è stata segnata da polemiche. Durante lo svolgimento caotico del progetto almeno 700 palestinesi sono stati uccisi e più di 4.000 feriti dalle forze israeliane mentre cercavano di aver accesso agli aiuti.

Phil Reilly, che, come riferito in precedenza da Middle East Eye, per otto anni è stato consulente del BCG e ha iniziato a discutere degli aiuti a Gaza con civili israeliani quando ricopriva ancora quel ruolo all’inizio del 2024, ha incontrato Tony Blair a Londra nei primi mesi di quest’anno.

Il TBI ha affermato che era stato Reilly a chiedere l’incontro e ha definitivo il coinvolgimento di Blair come limitato: “Il signor Blair ha solo ascoltato. Come sapete, il TBI non fa parte della GHF.”

Non è la prima volta che Blair e la sua fondazione devono affrontare polemiche. Blair è stato presidente onorario della sezione britannica del Jewish National Fund [Fondo Nazionale Ebraico] (JNF) israeliano, che ha ricevuto pesanti critiche per le sue attività, tra cui l’aver donato circa 1 milione 160.000 di euro a quella che ha definito come la “più grande milizia israeliana” e l’aver cancellato la Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato alle illegali colonie israeliane e a una rete islamofoba statunitense.

Una fonte aveva detto in precedenza al Financial Times che la GHF ha ricevuto una garanzia di 100 milioni di dollari da un Paese sconosciuto.

La presentazione di 30 pagine, condivisa con funzionari statunitensi e altri attori regionali, propone di affidare i terreni pubblici di Gaza a un’amministrazione fiduciaria gestita sotto la supervisione israeliana finché il territorio sarà “demilitarizzato e deradicalizzato.”

Ai proprietari privati verrebbero offerte criptovalute in cambio dei loro terreni e la promessa di abitazioni permanenti.

La proposta elenca dieci “Mega Progetti”, comprese infrastrutture che prendano il nome da leader del Golfo, l’“Anello MBS [Mohammed Bin Salman, reggente dell’Arabia Saudita, ndt.]” e il “Centro MBZ [Mohamed bin Zayed, presidente degli Emirati Arabi Uniti, ndt.], e intese ad attirare importanti aziende internazionali come Tesla, Amazon e IKEA. Secondo le proiezioni del BCG l’iniziativa potrebbe far salire il valore economico di Gaza dallo “0 di oggi” a 324 miliardi di dollari.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




L’avanzata dei gruppi paramilitari di coloni nella strategia israeliana per la Cisgiordania

Meron Rapoport da Tel Aviv, Israele

4 luglio 2025 – Middle East Eye

In Cisgiordania milizie composte da coloni e sostenute da leader politici israeliani stanno intensificando gli sforzi per espellere i palestinesi e impadronirsi delle terre.

La scorsa settimana, pochi giorni dopo l’uccisione di tre palestinesi da parte delle forze israeliane intervenute per proteggere dei coloni che assaltavano violentemente il villaggio palestinese di Kafr Malik nella Cisgiordania occupata, un’insolita ondata di condanna ha travolto la politica e i media israeliani.

Ma l’indignazione non era rivolta all’uccisione dei palestinesi. È scaturita solo dopo che i coloni si sono rivoltati contro i soldati israeliani.

Venerdì sera dei coloni, comunemente noti in Israele come “Giovani delle Colline”, hanno attaccato i soldati di stanza in un avamposto coloniale vicino a Kafr Malik, a nord-est di Ramallah. Il giorno seguente, lo stesso gruppo ha assaltato una base militare vicina.

Per un esercito da tempo abituato a scortare i coloni durante le incursioni nelle comunità palestinesi, l’aggressione da parte dei loro usuali alleati è stata inaspettata e inquietante.

Il termine “Giovani delle Colline” non potrebbe descrivere in modo più appropriato questa organizzazione. La loro struttura, le tattiche e la crescente sicurezza con cui agiscono indicano che ora agiscono più come una formazione paramilitare che come un insieme informale di giovani coloni radicalizzati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz ed esponenti di tutto lo spettro politico israeliano, tra cui membri sia della coalizione che dellopposizione, hanno immediatamente condannato gli attacchi contro i soldati.

Eppure le attività violente di questi gruppi di coloni contro i palestinesi continuano da anni senza apprezzabili conseguenze politiche o legali.

Violenza autorizzata dallo Stato

L’ascesa delle milizie di coloni non è un fenomeno nuovo.

Durante gli scontri del maggio 2021 tra ebrei e palestinesi, milizie di coloni condussero attacchi coordinati e simultanei contro villaggi palestinesi in tutta la Cisgiordania.

Queste milizie non agiscono in modo spontaneo, ma operano allinterno di una struttura organizzata che comprende diverse centinaia di uomini armati.

Ciò che è cambiato è la palese ufficializzazione delle loro operazioni sotto lattuale governo israeliano.

Da quando Bezalel Smotrich, che è anche ministro delle Finanze israeliano, ha assunto il controllo dell’Amministrazione Civile in Cisgiordania, queste milizie sembrano operare in stretta connessione con un obiettivo strategico più ampio: espandere il controllo israeliano sull’Area C [area dei territori occupati sotto totale controllo israeliano, ndt.], che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, ostacolando di fatto la possibilità di istituire un futuro Stato palestinese.

Un elemento centrale di questa strategia è la proliferazione delle cosiddette “fattorie dei pastori”, un modello di insediamento che consente ai coloni di impossessarsi di vaste aree di terreno senza l’approvazione formale del governo e con scarsa, se non nessuna, resistenza militare. Queste fattorie nascono in genere con pochi coloni, a volte anche solo due o tre, ma si espandono rapidamente su vaste aree.

Attraverso questi avamposti piccoli gruppi di coloni, spesso collegati ai Giovani delle Colline, riescono ad affermare il controllo su ampie distese di terreno. I coloni che gestiscono queste fattorie minacciano ed espellono con la forza pastori e abitanti palestinesi, creando di fatto zone di esclusione senza annessione ufficiale.

Per i palestinesi che vivono in Cisgiordania la violenza e l’espropriazione inflitte da queste milizie non sono né nuove né sporadiche.

Ma i recenti attacchi ai soldati israeliani hanno improvvisamente attirato l’attenzione su questi gruppi, esponendo una realtà che i palestinesi subiscono da tempo: frange del movimento dei coloni si stanno evolvendo in forze organizzate e militarizzate che perseguono un programma di estorsioni territoriali con crescente impunità.

Strategia post-Smotrich

Sotto la guida di Smotrich molte di queste fattorie vengono ora legalizzate. Allo stesso tempo sono aumentati gli attacchi (esplicitamente intenzionali e coordinati) contro pastori palestinesi e comunità beduine a est della strada Alon [componente strategica del piano Alon, che dopo la guerra del 1967 prevedeva l’annessione di una striscia di terra lungo il confine orientale della Cisgiordania, inclusa appunto la strada Alon, ndt.] e in particolare nella Valle del Giordano.

Lo scopo di questi attacchi sembra essere chiaro: cacciare i palestinesi dalla zona.

Di recente le milizie di coloni hanno iniziato a spingersi ad ovest della Alon Road, avvicinandosi alle regioni di Nablus e Ramallah. Non è ancora chiaro se le milizie ricevano ordini diretti dallo stesso Smotrich, ma è evidente che i loro obiettivi collimano.

Entrambi lavorano per un obiettivo comune: consolidare il controllo israeliano sull’Area C e liberarla dai suoi abitanti palestinesi.

Un esempio di questa tacita cooperazione è emerso in seguito agli eventi di venerdì scorso.

Smotrich ha dichiarato che sparare agli ebrei costituisce una “linea rossa” che non deve essere oltrepassata, affermando in modo inequivocabile la proibizione di aprire il fuoco contro gli ebrei.

Inizialmente i coloni avevano affermato che un ragazzo [ebreo] di 14 anni era stato colpito dai soldati israeliani, sebbene in seguito sia emerso che il ragazzo era rimasto ferito mentre lanciava pietre contro i soldati in un luogo completamente diverso. Ciononostante Smotrich ha scelto di schierarsi con la versione dei fatti dei Giovani delle Colline.

L’attacco alla base militare del giorno successivo ha costretto il ministro delle Finanze a condannare pubblicamente le azioni dei coloni, ma gli interessi strategici condivisi dalle due parti rimangono intatti.

L’aumento negli ultimi tempi della frequenza degli attacchi contro i palestinesi potrebbe derivare dalla preoccupazione del ministro delle Finanze israeliano che il governo possa cadere o che lui possa non fare parte del prossimo esecutivo. Nella maggior parte dei sondaggi il Partito Sionista Religioso di Smotrich non supera la soglia di sbarramento.

Smotrich è uno dei politici più abili e scaltri d’Israele e possiede una profonda conoscenza storica.

L’aggressiva espansione delle milizie armate di coloni in Cisgiordania non consiste semplicemente in una serie di attacchi isolati; fa parte del più ampio sforzo di Smotrich per stabilire “fatti sul campo” irreversibili in caso di un cambio di governo.

Potrebbe benissimo aver ragione nei suoi calcoli. È altamente improbabile che un futuro governo israeliano intervenga per smantellare fattorie o avamposti di pastori in Cisgiordania, e ancora meno probabile che agisca per restituire ai palestinesi sfollati le terre da cui sono stati espulsi.

Smotrich potrebbe anche avere in mente la linea del piano per il Medio Oriente dell’amministrazione Trump, da lui pubblicamente criticato. Secondo tale piano, gran parte dell’Area C verrebbe annessa a Israele, mentre ci sarebbe uno Stato palestinese spezzettato sotto forma di enclavi separate sparse in tutta la Cisgiordania.

L’evidente obiettivo di Smotrich è garantire che le aree annesse siano il più possibile prive di palestinesi, riducendo il numero di palestinesi che potrebbero rivendicare la cittadinanza o pieni diritti all’interno dello Stato israeliano.

La guerra in corso a Gaza sta anche plasmando il pensiero delle milizie dei coloni, oltre a rafforzare Smotrich e il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. La guerra ha creato un ambiente permissivo che sembra incoraggiare questi attori ad accelerare i loro programmi in Cisgiordania.

La fantasia dei coloni

I coloni hanno a lungo coltivato l’ambizione di svuotare la Cisgiordania della sua popolazione palestinese. Per anni questa aspirazione è stata ampiamente intesa, persino tra gli stessi coloni, come una fantasia irrealizzabile.

Tuttavia, la distruzione quasi totale di Gaza e la crescente percezione che la pulizia etnica della Striscia di Gaza sia diventata, almeno in modo semi-esplicito, uno degli obiettivi di guerra del primo ministro Netanyahu, hanno incoraggiato i gruppi di coloni a credere che un simile scenario possa essere possibile anche in Cisgiordania.

La pulizia etnica in Cisgiordania presenterebbe però sfide logistiche e politiche ben più complesse rispetto a Gaza. A differenza di Gaza, infatti, in Cisgiordania la popolazione palestinese e quella dei coloni è molto più intrecciata sul territorio.

Inoltre, la Giordania (situata appena oltre il confine) reagirebbe quasi certamente con molta meno indulgenza dell’Egitto nel caso di un tentativo israeliano di espellere nel suo territorio con la forza centinaia di migliaia di palestinesi.

Tuttavia alcuni dei metodi attualmente impiegati dall’esercito israeliano a Gaza sembrano gradualmente estendersi anche in Cisgiordania, seppur su scala minore.

Negli ultimi mesi ampi settori dei campi profughi di Tulkarem e Jenin, insieme ad altre aree, sono stati rasi al suolo con i bulldozer e centinaia di case sono state demolite dalle forze israeliane. Le immagini relative a questi siti assomigliano sempre di più a quelle provenienti da Gaza.

Anche se la Cisgiordania non sta ancora vivendo una completa riproduzione della campagna di Gaza, ciò che si sta verificando potrebbe essere visto come la preparazione di un più ampio sforzo da parte di Smotrich e delle milizie dei coloni per “sgomberare” aree chiave dai palestinesi.

Una sfida tra criminali

L’attacco di venerdì scorso all’esercito israeliano da parte delle milizie dei coloni ha segnato una rara trasgressione delle regole non scritte che da tempo governano il rapporto tra coloni ed esercito in Cisgiordania. Questa violazione ha suscitato alcune critiche all’interno di Israele.

Tuttavia è improbabile che tali critiche abbiano un impatto significativo sulle operazioni delle milizie o sulla più ampia direttiva di espansione degli insediamenti ed espulsione dei palestinesi.

Il ministro della Difesa Israel Katz, che ha recentemente revocato l’uso di ordini di detenzione amministrativa contro coloni ebrei (indebolendo così i poteri esecutivi della Divisione Controterrorismo Ebraico dello Shin Bet), ha ora annunciato la formazione di una nuova unità di polizia incaricata di affrontare la violenza dei coloni.

Secondo Katz l’esercito israeliano e lo Shin Bet saranno in qualche modo coinvolti ma l’unità sarà guidata principalmente da agenti di polizia.

In pratica, tuttavia, non c’è dubbio che per la nomina del comandante dell’unità sarà richiesta l’approvazione di Ben Gvir, che sovrintende alla polizia ed è ampiamente considerato un alleato del movimento dei coloni.

In tali termini, la creazione di questa unità non appare un autentico tentativo di arginare la violenza dei coloni quanto piuttosto una manovra politica per gestire la percezione dell’opinione pubblica. Probabilmente mira a deviare le critiche piuttosto che ad affrontare seriamente gli attacchi in corso.

Le aggressioni pubbliche contro i soldati israeliani sono generalmente impopolari in Israele, e persino gli israeliani di centro e centro-destra si oppongono alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Questi fattori rappresentano una potenziale minaccia al progetto politico portato avanti da Smotrich e dalle milizie dei coloni.

Tuttavia, nonostante queste tensioni interne, è improbabile che il progetto venga fondamentalmente bocciato.

Smotrich e Ben Gvir, i rappresentanti più in vista del movimento dei coloni alla Knesset, sono ormai profondamente integrati all’interno del governo israeliano, il che rende difficile immaginare uno scenario in cui questo programma venga significativamente messo in discussione dall’interno.

Tuttavia, come spesso accade in movimenti violenti di questa natura, potrebbero esserci elementi più estremisti che percepiscano Smotrich e Ben Gvir come troppo moderati o non sufficientemente impegnati nella causa. Ma questa è in definitiva una competizione tra fazioni alimentata dal crescente radicalismo. È una sfida tra criminali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un carcerato in detenzione amministrativa muore in un ospedale israeliano

Ali Salam

1 luglio 2025 – International Middle East Media Center (IMEMC)

Lunedì un palestinese di 22 anni è morto in un ospedale israeliano mentre era detenuto in una prigione israeliana. Questo fatto porta a 73 il numero di detenuti che sono morti mentre erano incarcerati da Israele dal 7 ottobre 2023.

L’Autorità Palestinese per gli Affari Civili, la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti e la Società per i Prigionieri Palestinesi (PPS) hanno riferito che Louay Faisal Muhammad Nasrallah di 22 anni, sottoposto a detenzione amministrativa [cioè senza accuse né processo, ndt.], è morto nell’ospedale Soroka, in Israele.

I gruppi di difesa dei prigionieri hanno aggiunto che Nasrallah, 22 anni, abitante della città di Jenin, nel nord della Cisgiordania, era trattenuto nella prigione del Negev sotto detenzione amministrativa dal 26 marzo 2024.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti hanno riferito che, secondo la sua famiglia, Nasrallah non aveva problemi di salute prima del suo arresto a marzo del 2024.

I gruppi di difesa hanno dichiarato che dall’inizio dell’attacco militare israeliano contro la Striscia di Gaza assediata il 7 ottobre 2023, il numero di prigionieri palestinesi che sono morti nelle prigioni dell’occupazione è salito a 73.

Le stesse fonti hanno aggiunto che dall’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, a giugno del 1967, il numero di palestinesi che sono morti nelle prigioni israeliane è salito a 310.

Il PPS e la Commissione per gli Affari dei Detenuti e degli Ex- Detenuti hanno riferito che il sistema carcerario israeliano ha intensificato la sua politica di torture, incluse aggressioni fisiche e molestie sessuali, mancanza di cure mediche e di cibo.

Le associazioni hanno fatto appello alla comunità internazionale perché consideri l’occupazione israeliana responsabile per i suoi crimini contro la popolazione palestinese, imponendo sanzioni e facendo terminare l’inaudita impunità israeliana.

La dichiarazione del PPS chiede alle Nazioni Unite e al Consiglio per i diritti umani di tenere una sessione di emergenza per discutere del crimine israeliano di “esecuzione dentro le prigioni israeliane.

Si appella anche al procuratore della Corte Penale Internazionale affinché includa queste violazioni dei diritti umani nel fascicolo dei crimini di guerra e genocidio.

La dichiarazione aggiunge che il PPS ha esortato tutte le organizzazioni per i diritti umani a chiedere una inchiesta internazionale indipendente che entri nelle prigioni israeliane per scoprire la verità.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Le autorità di Gaza affermano che sono state trovate pillole di oppioidi negli aiuti alimentari forniti dagli Stati Uniti.

Shradda Joshi

27 giugno 2025 MiddleEastEye

La Gaza Humanitarian Foundation, l’ente israelo-statunitense che distribuisce gli aiuti umanitari a Gazai, è stata ampiamente condannata per possibile complicità in crimini di guerra.

Venerdì l’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha denunciato la presenza di pillole di ossicodone che sarebbero state trovate nei sacchi di farina distribuiti dai centri di aiuto “israelo-statunitensi”.

“Finora abbiamo quattro testimonianze documentate di cittadini che hanno trovato queste pillole all’interno dei sacchi di farina”, si afferma in un comunicato, segnalando la “possibilità che alcune di queste sostanze stupefacenti siano state deliberatamente macinate o disciolte nella farina stessa”.

L’ossicodone è un oppioide indicato per il trattamento del dolore acuto e cronico, spesso prescritto ai pazienti oncologici.

Il farmaco crea una forte dipendenza e può avere effetti potenzialmente letali, tra cui complicazioni respiratorie e allucinazioni.

La dichiarazione dell’Ufficio Stampa arriva dopo che diversi post sui social media hanno condiviso immagini di pillole presumibilmente rinvenute in sacchi di farina a Gaza.

Il farmacista palestinese Omar Hamad ha definito le pillole scoperte come “la forma più spregevole di genocidio”.

Anche Khalil Mazen Abu Nada, un medico palestinese di Gaza, ha pubblicato su Facebook un post sulla droga descrivendola come un “mezzo per cancellare la nostra consapevolezza sociale”.

L’Ufficio Stampa del governo di Gaza ha dichiarato di ritenere Israele “pienamente responsabile di questo crimine atroce di diffusione della dipendenza e di distruzione del tessuto sociale palestinese dall’interno”.

L’ufficio ha anche denunciato lo “sfruttamento del blocco di Gaza da parte dell’esercito israeliano per contrabbandare queste sostanze come ‘aiuto e assistenza'”, e ha definito i centri di assistenza gestiti da Israele e Stati Uniti delle “trappole mortali”.

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF), la controversa organizzazione israelo-americana che gestisce i punti di assistenza a Gaza, è stata ampiamente condannata dalle organizzazioni per i diritti umani per la sua mancanza di trasparenza e responsabilità.

Mercoledì 15 le associazioni per i diritti umani e legali hanno chiesto la sospensione dell’incarico a GHF per via del suo ruolo nello scalzare le organizzazioni umanitarie internazionali e favorire lo “sfollamento forzato” dei palestinesi a Gaza, ciò che potrebbe costituire complicità in “crimini di diritto internazionale, inclusi crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”.

Le autorità sanitarie di Gaza hanno riferito che nell’ultimo mese di attività del GHF almeno 516 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane nei pressi dei siti di distribuzione aiuti.

Venerdì il quotidiano israeliano Haaretz ha riportato la notizia che dei soldati israeliani hanno ammesso di aver sparato e ucciso direttamente palestinesi disarmati nei siti di distribuzione aiuti gestiti dal GHF.

Middle East Eye ha richiesto un commento al GHF.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Ministero della Salute di Gaza afferma che Israele ha ucciso 25 persone in attesa di aiuti, mentre il bilancio delle vittime supera i 56.000

Associated Press

24 giugno 2025 – Haaretz

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre la gente avanzava verso est per avvicinarsi ai camion dei soccorsi in arrivo.

Secondo quanto riferito da testimoni e fonti ospedaliere palestinesi martedì di primo mattino le forze armate israeliane e i droni hanno aperto il fuoco contro centinaia di persone in attesa, nel centro di Gaza, dei camion degli aiuti umanitari.

In risposta a un’inchiesta dell’Associated Press l’esercito ha dichiarato di aver esaminato i rapporti sulle vittime causate dal fuoco israeliano dopo che un gruppo di persone si è avvicinato alle truppe in un’area adiacente al corridoio est-ovest di Netzarim, che taglia in due la striscia di Gaza.

L’ospedale Awda nel campo profughi urbano di Nuseirat, che ha accolto le vittime, ha dichiarato che i palestinesi stavano aspettando i camion sulla Salah al-Din Road a sud di Wadi Gaza.

Testimoni hanno riferito all’Associated Press che le forze israeliane hanno aperto il fuoco mentre le persone avanzavano verso est per avvicinarsi ai camion in arrivo.

È stato un massacro”, ha detto Ahmed Halawa, aggiungendo che carri armati e droni hanno sparato contro la gente “persino mentre fuggiva. Molti sono rimasti uccisi o feriti”.

Hossam Abu Shahada, un altro testimone oculare, ha affermato che all’inizio droni hanno sorvolato la zona per sorvegliare la folla poi, mentre la gente si dirigeva verso est, si sono sentiti colpi d’arma da fuoco provenienti da carri armati e droni. Ha descritto una scena “caotica e sanguinosa” mentre la gente cercava di fuggire.

Dice di aver visto mentre fuggiva almeno tre persone a terra immobili e molte altre ferite.

L’ospedale Awda ha dichiarato che altri 146 palestinesi sono rimasti feriti. Tra loro, 62 sono in condizioni critiche e sono stati trasferiti in altri ospedali nel centro della Striscia di Gaza.

Nella città centrale di Deir al-Balah, l’ospedale Martiri di Al-Aqsa ha dichiarato di aver ricevuto i corpi di sei persone uccise nello stesso incidente.

Testimoni e funzionari sanitari palestinesi affermano che le forze israeliane hanno ripetutamente aperto il fuoco sulla folla alla ricerca disperata del cibo necessario, uccidendo nelle ultime settimane centinaia di persone. L’esercito afferma di aver sparato colpi di avvertimento contro persone che si sarebbero avvicinate alle sue forze con fare sospetto.

Questo è avvenuto mentre il Ministero della Salute palestinese dichiarava che l’operazione militare israeliana a Gaza ha ucciso più di 56.000 persone dall’inizio della guerra seguita all’attacco a sorpresa di Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023.

Il Ministero ha dichiarato che dall’inizio della guerra sono state uccise 56.077 persone mentre altre 131.848 sono rimaste ferite, affermando che tra le vittime 5.759 sono state uccise da quando Israele ha ripreso i combattimenti il ​​18 marzo interrompendo un cessate il fuoco di due mesi.

Il Ministero non fa distinzione tra civili e combattenti, ma afferma che più della metà delle vittime sono donne e bambini.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta costruendo un tunnel per tagliare fuori i palestinesi dal centro della Cisgiordania

Qassam Muaddi

23 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele sta costruendo nel centro della Cisgiordania tunnel e per attraversarli ai palestinesi verrà chiesto un lasciapassare, rendendo accessibili solo agli israeliani vaste aree dei territori occupati. L’intenzione è eliminare la presenza dei palestinesi attorno a Gerusalemme.

Presto un tunnel sotterraneo sarà l’unico collegamento tra 1.5 milioni di palestinesi della parte meridionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Questo progetto infrastrutturale recentemente approvato, denominato progetto “Fabric of Life” [Tessuto della Vita], di fatto dividerebbe la Cisgiordania in due parti.

Il transito dei palestinesi dei governatorati di Betlemme ed Hebron verso Gerico, nella Valle del Giordano, passerebbe attraverso un nuovo tunnel sotterraneo che Israele sta progettando di costruire per aggirare la zona desertica a est di Gerusalemme. Ciò significa che l’intera area tra Gerusalemme e i confini della Valle del Giordano diventerebbe accessibile solo agli israeliani.

Il progetto, approvato dal governo israeliano all’inizio di questo mese, costerà 90 miliardi di dollari, che Israele prevede di coprire con un fondo speciale alimentato con soldi sottratti alle tasse doganali raccolte per conto dell’Autorità Palestinese (AP). Questi soldi dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo per la popolazione palestinese in Cisgiordania, ma il progetto non riguarda il miglioramento della viabilità dei palestinesi, ma il consolidamento del controllo israeliano sull’area geografica della Cisgiordania a est di Gerusalemme. Il progetto Fabric of Life impedirebbe di fatto ogni possibilità di circolazione dei palestinesi in questa zona.

Il contesto più complessivo di Fabric of Life è solo una parte dei più ampi piani di sviluppo israeliani della “Grande Gerusalemme”, che Israele delineò per la prima volta all’inizio degli anni 2000 sotto l’allora primo ministro Ariel Sharon.

L’idea è semplice: connettere Gerusalemme est, che Israele annesse nel 1981 e tratta come parte del suo territorio, a una serie di colonie israeliane che si estendono a est della città attraverso il deserto di Gerusalemme, arrivando ai confini della Valle del Giordano. Ciò trasformerebbe i circa 12 km2 della Cisgiordania interessati dal progetto in un ampliamento dei confini orientali di Gerusalemme. Sulle mappe israeliane è noto come l’area E-1, che sta per “Est-1”.

Questa striscia di terra, lunga 35 km e larga 25, diventerebbe una parte dell’Israele vero e proprio, tagliando la Cisgiordania da ovest a est.

Nel 2007 Israele approvò un altro progetto simile, denominato “Sovereignty Road” [Strada della Sovranità], che include la costruzione di un altro tunnel sotterraneo che corre sotto la Strada-1 di Israele collegando la Cisgiordania meridionale al centro, rendendola l’unica via praticabile per i palestinesi e sgombrando la strada in superficie per uso esclusivo degli israeliani.

Mentre la Sovereignty Road aggira la periferia orientale di Gerusalemme, che rappresenta la continuità palestinese tra il centro e il sud, Fabric of Life farebbe altrettanto nel deserto a est, che costituisce la continuità palestinese tra Gerusalemme e la Valle del Giordano. Questi due progetti insieme svuotano tutta l’area della Cisgiordania a est di Gerusalemme dal transito dei palestinesi, isolando le comunità palestinesi che vivono ancora lì.

Com’è iniziato il progetto delle strade sotterranee

Il rilancio del progetto della “Grande Gerusalemme” è giunto con la coalizione di governo di destra di Benjamin Netanyahu, che si è affrettato a realizzare l’annessione della Cisgiordania a un ritmo accelerato con il pretesto dell’attuale guerra contro Gaza, scatenata da Israele in seguito agli attacchi del 7 ottobre. Ma tre anni prima degli attacchi, nel 2021, il governo israeliano aveva già proceduto con la prima parte del progetto Fabric of Life.

All’epoca il governo di Netanyahu approvò lo stanziamento di 14 milioni di shekel (circa 3,5 milioni di euro) per iniziare la prima fase del progetto, che consisteva nell’isolare due comunità palestinesi della periferia orientale di Gerusalemme: al-Aizariyah e Abu Dis. Le due cittadine, che nel corso degli anni si sono praticamente accorpate in una sola, si trovano nel punto in cui si uniscono i progetti dei tunnel, sia Sovereignty che Fabric of Life.

Fin dai tempi biblici entrambe le città sono state il naturale prolungamento di Gerusalemme. Il collegamento tra queste località e la città è stato un dato di fatto fino alla fine degli anni ’70, quando Israele fondò la colonia di Maale Adumim, che oggi ha lo status di comune sotto la sovranità israeliana e ospita oltre 40.000 israeliani.

Oggi l’unico collegamento che al-Aizariyah ha [con Gerusalemme] è il vicino comune di Abu Dis e le due cittadine sono di fatto una sola,” dice Sara (non è il suo vero nome), un’abitante di al-Aizariyah che parla a Mondoweiss in forma anonima: “Ci sono un ingresso comune alla rotonda d’entrata di Maale Adumim e un altro a sud verso Betlemme.”

Il progetto approvato dal governo israeliano nel 2021 includeva nella prima fase la chiusura con un muro dell’ingresso per al-Aizariyah alla rotonda di Maale Adumim. Ciò lascerebbe al-Aizariyah intrappolata tra quel nuovo muro e il muro di Abu Dis dall’altra parte, separandola da Gerusalemme. Le uniche uscite per entrambe le cittadine sarebbero verso sud, per Betlemme, e a nord, verso un checkpoint israeliano nella città di Zaayem.

Vivere in una “grande prigione”

Se abiti ad al-Aizariyah stai fondamentalmente vivendo in una grande prigione, con una strada principale permanentemente affollata,” dice Sara. “Puoi soddisfare le tue esigenze vitali quotidiane, ma uscirne è un processo talmente lungo e penoso che preferisci evitarlo finché non hai una buona ragione, come andare in ospedale o se lavori fuori città.”

Io lavoro in un centro culturale di al-Aizariyah, quindi non devo uscire dalla cittadina e prima dell’ottobre 2023 solevo andare a Ramallah una volta al mese solo per vedere amici, benché Ramallah sarebbe letteralmente a 15 minuti di distanza se non ci fossero sempre così tanti ingorghi,” sottolinea Sara.

Dall’inizio dell’attuale guerra la polizia israeliana ha chiuso arbitrariamente a qualsiasi ora l’ingresso della rotonda, a volte per minuti, a volte per ore, aumentando le code in città, il che rende sempre più difficile vivere ad al-Aizariyah e Abu Dis. Dall’ottobre 2023 ho vissuto tra la mia casa e il centro culturale e lascio al-Aizariyah sono una volta ogni tre o quattro mesi,” nota Sara. “Se questa non è una prigione, allora cos’è?”

Al centro culturale offriamo corsi di musica, arte e lingue a ragazzini di al-Aizariyah e Abu Dis e l’anno scorso abbiamo dovuto cancellare alcuni corsi perché gli insegnanti rimanevano bloccati per ore lungo il percorso a causa della chiusura di un posto di blocco o di un ingorgo. Alcuni colleghi che vengono da Betlemme o da Ramallah spesso devono lavorare da casa per la stessa ragione,” precisa.

Questa situazione è stata lo status quo ad al-Aizariyeh per anni, molto prima che Fabric of Life e Sovereignty Road iniziassero ad essere realizzati. Ma i progetti taglierebbero fuori ancora di più la cittadina, spostando il traffico dei palestinesi in uscita verso un tunnel che inizierebbe ad al-Aizariyah a sud-est e si dirigerebbe sottoterra lungo il suo margine orientale per 4,5 km, riemergendo in superficie dall’altro lato del checkpoint di Zaayem, nei pressi della cittadina palestinese di Anata, portando direttamente da lì a Ramallah. La seconda parte del progetto, Fabric of Life, è stata approvata all’inizio di maggio. Sposterebbe la circolazione dei palestinesi attraverso un altro tunnel che inizia nello stesso luogo a sud di al-Aizariyeh, ma porterebbe a est, dove i palestinesi riemergerebbero presso Gerico, evitando il deserto orientale di Gerusalemme.

Il posto di blocco di Zaayem, che attualmente limita la circolazione dei veicoli palestinesi sulla Road-1 costruita da Israele, verrebbe rimosso e la strada diventerebbe esclusivamente israeliana. L’impatto avrebbe ripercussioni oltre al-Aizariyeh e Abu Dis e includerebbe tutto il traffico palestinese tra Ramallah, Gerico e i governatorati meridionali di Betlemme ed Hebron, dove vive un milione e mezzo di palestinesi.

Un autista palestinese di minibus, che ha chiesto di rimanere anonimo per problemi di sicurezza, descrive il difficile percorso quotidiano tra Ramallah e Betlemme.

Ogni giorno lascio Ramallah verso sud, vado dritto proprio davanti al checkpoint di Qalandia, che ci separa da Gerusalemme, e mi dirigo al checkpoint di Zaayed,” dice a Mondoweiss. Da lì, afferma, continua lungo un tratto della Road 1, viaggiando accanto a coloni israeliani diretti a Maale Adumim. Poco prima dell’ingresso nella colonia gira a destra nelle vie congestionate di al-Aizariyah, raggiungendo alla fine il posto di blocco “Container” appena a nord di Betlemme.

L’autista dice che prima dell’ottobre 2023 riusciva a fare quattro viaggi di andata e ritorno al giorno, portando sette passeggeri per viaggio. “Era appena sufficiente a coprire le spese del minibus e guadagnarmi da vivere,” spiega. “Ma dopo la guerra contro Gaza l’esercito israeliano ha iniziato a chiudere più spesso Zaayem, Container e l’ingresso di Aizariyah, provocando ingorghi.”

Ora la situazione è peggiorata ulteriormente, fino al punto che riesce a fare solo un viaggio di andata e ritorno al giorno. “Ogni mattina, quando il minibus è pieno di passeggeri e lascio Ramallah, inizio a pensare alla lunga strada che ho davanti,” dice.

Che sia un ingorgo a Qalandia, un blocco improvviso a Zaayem o al checkpoint Container, spesso si ritrova a passare due o tre ore sulla strada con i suoi passeggeri: “E dico ancora una volta a me stesso che odio questo lavoro.”

Per il futuro esprime preoccupazioni riguardo ai tunnel di Sovereignty Road e Fabric of Life, che secondo lui potrebbero complicare ulteriormente la circolazione viaria per i palestinesi. In base ai cambiamenti prospettati aggirerebbe totalmente al-Aizariyah attraverso il sistema dei tunnel progettati, il che significherebbe che non sarà più in grado di far scendere i passeggeri direttamente ad al-Aizariyah o Abu Dis. “Dovranno tornarsene a casa da lì con i loro mezzi,” afferma.

Oltretutto teme che le nuove strade possano portare a restrizioni più severe. “Probabilmente il traffico peggiorerà,” aggiunge. “Quando non condivideremo la strada con i coloni per l’esercito israeliano non sarà un problema chiudere la strada per tutto il giorno. Ci vorrà solo un soldato per bloccare il tunnel.”

Sfoltire la popolazione palestinese nella “Grande Gerusalemme”

L’autista del minibus spiega anche come i progetti infrastrutturali incideranno sui palestinesi che vivono nella zona esclusa dalla circolazione dei palestinesi, decine di comunità beduine.

Smetterò di viaggiare nei pressi delle comunità beduine lungo la Road-1,” dice l’autista. “Vivono tra al-Aizariyah e Gerico e non potrò più trasportare passeggeri da quelle comunità.”

I passeggeri che non potranno prendere il minibus Ramallah-Betlemme sono gli abitanti di 25 comunità beduine nelle terre a est di Gerusalemme, dove Israele intende espandere il suo progetto Grande Gerusalemme. Queste sono proprio i villaggi che il tunnel di Fabric of Life escluderà da ogni linea viaria palestinese. Includono le famose comunità beduine di Khan al-Ahmar e Jabal al-Baba, che da anni Israele cerca di spostare.

Il fatto che questi villaggi si trovino sulla strada palestinese che passa dal centro verso il sud della Cisgiordania ha garantito la continuità della presenza palestinese in Cisgiordania, soprattutto nell’area cruciale che unisce il nord e il sud. L’isolamento di queste comunità, che nel corso degli anni hanno resistito all’espulsione in parte grazie all’accesso dei palestinesi ad esse, agevolerà la pulizia etnica.

L’isolamento e poi lo spostamento di queste comunità sarebbe la mossa finale prima di annettere tutta l’area E-1 ai nuovi confini di Gerusalemme, eliminando la continuità demografica palestinese in Cisgiordania ed ogni fondamento geografico di uno Stato palestinese.

Non è l’unico impatto a lungo termine del progetto dei tunnel. “La vita ad al-Aizariyah e Abu Dis è già abbastanza difficile e il sovraffollamento delle due cittadine è principalmente dovuto al fatto che sono a metà del percorso tra il centro e il sud,” evidenzia Sara. “Tra l’altro ciò contribuisce al commercio locale e la gente può ancora andare a lavorare e tornare a casa nonostante le difficoltà. Ma se questo progetto verrà realizzato saremo completamente isolati e ulteriormente esclusi. Immagino già lunghe chiusure e quelli che lavorano a Ramallah o a Betlemme si troveranno obbligati a traslocare in quelle città.”

Le condizioni di vita di cui fanno esperienza i palestinesi di al-Aizariyah sono le stesse di altre cittadine nella periferia di Gerusalemme, isolate dalla città da muri e posti di blocco di Israele, come Shu’fat, Qalandia e Anata. Isolarle ulteriormente rende solo più difficile viverci, spingendo i palestinesi a emigrare dalle comunità insieme ai loro vicini beduini. L’obiettivo più complessivo è “sfoltire” la presenza demografica dei palestinesi nella zona.

Qassam Muaddi

Qassam Muaddi è giornalista di Mondoweiss per la Palestina.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Con il pretesto della guerra contro l’Iran, Israele soffoca la Cisgiordania

Shatha Yaish

19 Giugno 2025 – 972magazine

Dopo aver colpito Teheran, l’esercito ha chiuso centinaia di cancelli per intrappolare i palestinesi nelle città e bloccarli sulle strade. Una prova di annessione a tutti gli effetti, anche se non dichiarata

Mentre gli israeliani si svegliavano presto lo scorso venerdì mattina per scoprire che il loro paese aveva iniziato una guerra con l’Iran, i palestinesi della Cisgiordania scoprivano che l’esercito israeliano aveva imposto loro il lockdown.

Chiusure e checkpoint sono stati la norma nel territorio già occupato da decenni, diventando ancora più numerosi e restrittivi all’indomani del 7 ottobre. Ma dopo aver colpito l’Iran l’esercito ha ridotto il movimento dei palestinesi fino a una paralisi quasi totale, sigillando città e paesi con cancelli di ferro, chiudendo checkpoint tra la Cisgiordania e Gerusalemme e bloccando il passaggio di frontiera di Allenby con la Giordania.

Israele ha giustificato il lockdown sostenendo di dover dirottare truppe su altri fronti. Tuttavia la ri-mobilitazione di riservisti – molti dei quali coloni – ha di fatto aumentato il numero di soldati nel territorio. Le Nazioni Unite ora riferiscono che molte delle chiusure sono state revocate, ma con diversi checkpoint chiusi e nuovi cancelli e posti di blocco eretti la mobilità palestinese rimane fortemente limitata.

Gruppi per i diritti umani hanno segnalato un’escalation di restrizioni e repressione contro i palestinesi anche a Gerusalemme Est, incluso un divieto totale di culto alla moschea di Al-Aqsa.

“Dal lancio dell’operazione militare israeliana in Iran, le autorità hanno implementato misure radicali e pesanti che ricordano il controllo aggressivo seguito al 7 ottobre”, hanno dichiarato in una nota questa settimana le ONG israeliane Ir Amim e Bimkom. “Queste azioni hanno gravemente interrotto la vita quotidiana, limitato la libertà di culto e violato i diritti fondamentali dei residenti palestinesi della città.”

La facilità con cui Israele è riuscito a tagliare quasi tutti i movimenti dentro e fuori dalle città e paesi palestinesi, grazie a un apparato di controllo che include quasi 900 checkpoint e cancelli, evidenzia l’estensione dell’impatto dell’occupazione in Cisgiordania e indica l’obiettivo più ampio di Israele per il territorio, mentre l’attenzione del mondo è concentrata altrove.

“Tutto è un’opportunità per Israele”, ha detto a +972 Magazine Honaida Ghanim, direttrice del Forum palestinese per gli studi israeliani con sede a Ramallah (comunemente noto con l’acronimo arabo “Madar”). “Questo governo coglierà qualsiasi momento per far avanzare ulteriormente il suo programma ideologico, specialmente in Cisgiordania.”

In realtà quello che stiamo vedendo ora è un’ulteriore prova di un’annessione in tutto tranne che nel nome, sostiene. “Sta già accadendo sul terreno; tutta l’infrastruttura lo indica”, ha detto Ghanim. “L’idea è frammentare la popolazione, spingendo la gente in sacche più piccole per renderla più facile da controllare.

“L’unica cosa che manca è la dichiarazione ufficiale. E quando arriverà, non farà che formalizzare ciò che di fatto c’è già.”

Ogni villaggio ha un cancello. Siamo bloccati”

Ahmad Abu Kamleh e il suo collega Naeem Al-Shobaki erano in viaggio per consegnare merci a un supermercato vicino a Ni’lin, un villaggio a ovest di Ramallah, quando il lockdown è entrato in vigore. Il loro minibus ha presto finito il gasolio mentre cercavano di aggirare i nuovi posti di blocco, e a quel punto sono rimasti bloccati.

Dopo due notti fermi fuori Ni’lin, dormendo nel loro minibus, hanno deciso di abbandonare il veicolo e cercare di tornare a casa a Burin, vicino Nablus, con altri mezzi. Prima hanno preso un taxi per parte del tragitto, poi hanno fatto l’autostop su tre diverse auto private, che li hanno portati attraverso almeno otto villaggi. In mezzo a un labirinto di posti di blocco e deviazioni forzate, quello che sarebbe stato un viaggio di 40 minuti si è trasformato in un calvario di sei ore.

“Mi sento morto dentro; solo il mio corpo è vivo”, ha detto Abu Kamleh a +972 dopo il suo viaggio da incubo. “Le strade erano quasi vuote, ma c’erano soldati ovunque. Ti senti spaventato a muoverti. Non è sicuro.”

Intanto a Sinjil, un villaggio nel nord della Cisgiordania, i residenti si sono trovati praticamente tagliati fuori dalle vicine città di Ramallah e Nablus.

Mahfouz Fawlha, un dentista del villaggio, ha una clinica a Ramallah, che ora fatica a raggiungere. “La clinica è a soli 15 minuti di distanza, ma ora il viaggio potrebbe richiedere più di due ore”, ha spiegato.

Dal 7 ottobre, l’esercito israeliano ha iniziato a erigere una recinzione di filo spinato per separare Sinjil dalla strada principale e dalle terre rurali dei residenti. “Ogni villaggio ora ha un cancello”, ha detto Fawlha. “Siamo bloccati.”

A Ramallah, Shadi e Diala (che hanno preferito non dare il loro cognome) avevano pianificato di battezzare la loro figlia questo weekend. Ma le chiusure stradali hanno impedito al prete maronita di raggiungere la città da Gerusalemme, mentre molti membri della famiglia non sono riusciti a partecipare. Sono invece riusciti a contattare un prete latino di Ramallah, che era disponibile all’ultimo minuto.

Mentre la cerimonia finiva il suono dei missili ha echeggiato nelle vicinanze. “Abbiamo deciso di andare avanti nonostante tutto”, ha detto Shadi. “Che cosa possiamo fare? Non sappiamo cosa succederà.”

Cancellare la questione palestinese

Nonostante il lockdown circostante, la vita a Ramallah durante il finesettimana è andata avanti in gran parte normalmente: i negozi hanno aperto, il traffico scorreva, e i caffè si sono gradualmente riempiti. Alcune persone si sono affrettate a comprare beni essenziali, formando file alle stazioni di servizio, ma l’umore è rimasto sottotono.

L’Autorità Nazionale Palestinese non ha fatto commenti immediati sull’escalation Israele-Iran, anche mentre i governi arabi emettevano condanne. Più tardi ha esortato alla calma e affermato che le scorte di beni di prima necessità sarebbero state sufficienti per soddisfare i bisogni dei residenti per almeno sei mesi.

Alcune ore dopo l’attacco iniziale di Israele all’Iran, la Protezione Civile palestinese ha emesso una dichiarazione chiedendo alla gente di non andare sui tetti per guardare oggetti volanti – un’istruzione che molti hanno ignorato mentre i social media si riempivano rapidamente di video di scie di fumo ed esplosioni nel cielo. Ha anche ricordato ai residenti che le schegge potevano causare ferite gravi o anche fatali a centinaia di metri dall’esplosione, e li ha esortati a non avvicinarsi o toccare detriti.

Lunedì un portavoce della Protezione Civile ha riferito che almeno 80 pezzi di schegge da missili intercettati erano caduti su comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania. Domenica le schegge cadute sulla città di Al-Bireh, vicino Ramallah, hanno provocato l’incendio di un tetto.

Mentre gli israeliani che vivono negli insediamenti illegali in Cisgiordania hanno accesso a rifugi antiaerei, i palestinesi sono totalmente esposti ai frammenti di missili che cadono dal cielo.

Situazione analoga a Gerusalemme Est, dove a causa delle restrizioni di pianificazione e costruzione ci sono solo 60 rifugi pubblici per quasi 400.000 palestinesi. In confronto, Gerusalemme Ovest ha centinaia di rifugi pubblici per la sua popolazione prevalentemente ebraica e stanze sicure rinforzate sono anche comuni negli appartamenti.

Senza protezione adeguata, le famiglie vivono nella paura costante durante i periodi di conflitto più aspri, incerte su dove rifugiarsi se gli attacchi dovessero intensificarsi. E mentre la nuova guerra con l’Iran ha lasciato i palestinesi in ansia per il futuro, molti in Cisgiordania sentono di star già vivendo in uno stato costante di guerra da due anni – o molto più a lungo.

Per Ghanim di Madar, ciò che accadrà in Cisgiordania dipende in parte dall’esito dell’offensiva israeliana in Iran. “Se Israele ne uscirà rafforzato, si sentirà ancora più autorizzato a procedere”, ha spiegato.

“Non si tratta più di gestire il conflitto; si tratta di concluderlo – alle condizioni di Israele – cancellando completamente la questione palestinese”.

In risposta a questo articolo, un portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato: “Dall’inizio dell’Operazione «Rising Lion» [«Leone Rampante», il riferimento è al cap. 23, v. 24 del Libro dei Numeri della Bibbia, dove si legge che tale leone non troverà pace finché non abbia “bevuto il sangue” della propria preda; inoltre il leone era raffigurato nella bandiera iraniana prima della rivoluzione del 1979, quindi è anche un messaggio politico, ndt.] e alla luce di avvertimenti su intenzioni di elementi terroristici in Giudea e Samaria [la Cisgiordania] di compiere attacchi contro civili israeliani sotto copertura della complessa situazione di sicurezza, sono state implementate restrizioni di movimento. Queste restrizioni variano in base alle valutazioni della situazione. Non si tratta di un lockdown, ma del dispiegamento di checkpoint e monitoraggio dei movimenti”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




La società di spedizioni internazionali Maersk disinveste da compagnie che collaborano con l’impresa di colonizzazione israeliana

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

In seguito a una importante campagna di attivisti palestinesi e ad un crescente controllo della sua complicità in crimini di guerra, il gigante danese delle spedizioni Maersk ha annunciato piani per porre fine agli accordi con compagnie legate alle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata illegalmente.

La decisione è stata presa un mese dopo che durante la sua assemblea generale annuale la grande impresa internazionale delle spedizioni ha votato per bloccare le spedizioni di armi ad Israele.

La decisione di disinvestire dalle colonie israeliane è stata resa pubblica sul sito web della Maersk in seguito a mesi di crescente pressione condotta dal Movimento dei Giovani Palestinesi (PYM) che ha accusato la Maersk di agevolare la catena di forniture militari israeliane, inclusa la consegna di componenti di armi.

Secondo la società la decisione è stata sollecitata da una revisione delle operazioni cargo relative alla Cisgiordania. Maersk ha affermato di aver migliorato le sue procedure di controllo “in relazione alle colonie israeliane” e di essersi attenuta al database delle Nazioni Unite sulle società impegnate in attività all’interno dei territori occupati.

Il database in questione è curato dall’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ed è stato istituito in risposta alla risoluzione 31/36 del 2016 del Consiglio ONU per i Diritti Umani. La lista individua le società che sono coinvolte in o traggono beneficio dal complesso di colonie israeliane, inclusa la fornitura di servizi, infrastrutture o supporto finanziario.

Mentre Maersk non ha reso pubblici i nomi delle compagnie con cui cesserà di collaborare, la società ad Al Jazeera ha confermato la decisione. Gli attivisti hanno salutato con favore gli sviluppi come un primo passo ma hanno sollecitato ulteriori azioni.

Ciò invia un chiaro messaggio all’industria internazionale della logistica: la conformità con il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali non è facoltativa,” ha detto Aisha Nizar del PYM. “Fare affari con le colonie illegali israeliane non è più sostenibile e il mondo sta osservando con attenzione chi sarà il prossimo.”

Nizar ha tuttavia criticato Maersk perché continua a trasportare forniture militari per le forze armate israeliane, inclusi ricambi per i caccia F-35. “Maersk continua a fare profitti dal genocidio del nostro popolo consegnando regolarmente componenti per F-35 usati per bombardare e massacrare i palestinesi,” ha detto. “Continueremo a fare pressione e a mobilitare le persone fin quando la Maersk non taglierà tutti i rapporti con il genocidio e smetterà di trasportare le armi ed i relativi componenti ad Israele.”

Gli attivisti hanno ripetutamente denunciato il coinvolgimento della Maersk nella economia di guerra di Israele. Proprio lo scorso anno la Spagna ha vietato alle navi che trasportano materiale militare ad Israele di attraccare nei suoi porti. All’inizio di questo mese il PYM ha pubblicato dati secondo i quali la Maersk stava usando il porto olandese di Rotterdam come fondamentale punto di transito per i componenti destinati al programma israeliano degli F-35, nonostante una sentenza olandese abbia proibito tali esportazioni.

Sebbene la Maersk insista a sostenere di adottare politiche che proibiscono la consegna di armi in zone di conflitto attivo, ha confermato ad Al Jazeera che la sua controllata negli Stati Uniti, la Maersk Line Limited, è ancora coinvolta nel trasporto di materiali per la catena di forniture globali degli F-35.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)