Israele ha vietato ai suoi cittadini di lasciare lo Stato

Redazione di MEMO

17 giugno 2025 – Middle East Monitor

Israele ha vietato ai suoi cittadini di volare fuori dallo Stato, citando preoccupazioni per la sicurezza in seguito all’inasprimento delle ostilità con l’Iran. Secondo Haaretz il governo ha ordinato alle linee aeree nazionali di non permettere ai cittadini israeliani di imbarcarsi su voli in uscita mentre cresce la paura riguardo a potenziali attacchi di ritorsione iraniani sugli aeroporti israeliani.

L’aeroporto Ben-Gurion, il principale scalo internazionale, è stato chiuso “senza ulteriore avviso.” Si dice che la decisione sia legata alle preoccupazioni tra i funzionari di sicurezza riguardo ai rischi di sovraffollamento e la possibilità di uccisioni di massa se l’Iran dovesse contrattaccare prendendo di mira gli aeroporti.

La ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev ha annunciato la misura, dichiarando: “In questa fase non approviamo la partenza degli israeliani verso l’estero.” Ha chiarito che solo cittadini non israeliani – come diplomatici e turisti – possono al momento lasciare la Nazione.

Regev ha anche confermato che il governo sta preparando un’operazione per rimpatriare oltre 100.000 cittadini israeliani al momento bloccati all’estero, promettendo che ciò verrà condotto “per fasi e in modo pianificato.”

Tuttavia questa decisione politica ha scatenato una forte reazione. Benny Gantz, capo del partito Israeli National Unity e membro del gabinetto di guerra, ha condannato le dichiarazioni di Regev scrivendo su X [precedentemente Twitter, ndt.]: “Una donna anziana che aspetta un intervento chirurgico, una giovane vedova che ha lasciato suo figlio in Israele a piangere da solo – questi sono solo due delle migliaia di persone che hanno bisogno di tornare a casa. Il tuo compito, ministro, non è di giudicare ma di assicurare il loro ritorno in sicurezza.”

Le restrizioni sui viaggi seguono l’attacco senza precedenti contro l’aeroporto iraniano di Mashhad. Mentre l’Iran deve ancora contrattaccare contro le infrastrutture dell’aviazione israeliana, gli attacchi israeliani hanno incrementato i timori che gli aeroporti siano visti come obiettivi legittimi.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Non è per te”: i rifugi israeliani escludono i palestinesi mentre piovono bombe

Aseel Mafarjeh

17 giugno 2025 – Al Jazeera

In Israele i rifugi sono un’ancora di salvezza dagli attacchi missilistici iraniani, ma i cittadini palestinesi del Paese sono stati chiusi fuori.

Quando i missili iraniani hanno iniziato a piovere su Israele molti abitanti si sono precipitati a cercare riparo. Le sirene hanno suonato in tutto il Paese mentre la gente correva nei rifugi antiaerei.

Ma per alcuni palestinesi cittadini di Israele, due milioni di persone, ossia circa il 21% della popolazione, le porte si sono chiuse di colpo, ma non per la forza delle esplosioni né da nemici, ma da vicini e concittadini.

Molti cittadini palestinesi, per lo più abitanti in città, cittadine e villaggi all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, durante quelle che finora sono state le peggiori notti del conflitto tra Iran e Israele si sono ritrovati ad essere esclusi da infrastrutture salvavita.

Per Samar al-Rashed, ventinovenne madre single che vive in un condominio abitato in grande maggioranza da ebrei nei pressi di Acri, la condizione di esclusione si è verificata venerdì notte. Samar era in casa con la figlia di 5 anni, Jihan. Quando le sirene hanno squarciato l’aria, avvertendo dell’arrivo dei missili, ha afferrato la figlia e si è messa a correre verso il rifugio dell’edificio.

“Non ho neppure avuto il tempo di prendere qualcosa,” ricorda. “Solo acqua, i nostri telefoni e la mano di mia figlia nella mia.”

La madre presa dal panico ha cercato di alleviare la paura della figlia nascondendo la sua, incoraggiandola dolcemente in arabo con voce pacata perché tenesse il ritmo dei suoi passi affrettati verso il rifugio mentre anche altri vicini scendevano le scale.

Ma arrivata alla porta del rifugio, afferma, un abitante israeliano, avendola sentita parlare in arabo, ha impedito che entrasse e le ha chiuso la porta in faccia.

“Sono rimasta attonita,” sostiene. “Parlo fluentemente l’ebraico. Ho cercato di spiegare, ma mi ha guardata con disprezzo e ha solo detto: “Non è per te”.

Samar afferma che in quel momento le profonde linee di divisione della società israeliana sono state messe a nudo. Ritornata al suo appartamento e guardando i missili lontani che illuminavano il cielo e ogni tanto si schiantavano al suolo, era terrorizzata sia da quello che vedeva che dai suoi vicini.

Una storia di esclusione

Da molto tempo i cittadini palestinesi di Israele hanno dovuto affrontare sistematiche discriminazioni nell’accesso alla casa, all’educazione, al lavoro e ai servizi pubblici. Benché abbiano la cittadinanza israeliana sono spesso trattati come cittadini di seconda classe e la loro lealtà è sistematicamente messa in dubbio nei discorsi pubblici.

Secondo Adalah-The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel [Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele] più di 65 leggi discriminano direttamente o indirettamente i cittadini palestinesi. La legge sullo Stato-Nazione approvata nel 2018 ha consolidato questa disparità definendo Israele lo “Stato Nazione del popolo ebraico”, un’iniziativa che secondo i critici ha istituzionalizzato l’apartheid.

In tempi di guerra questa discriminazione spesso si intensifica.

Nei periodi di conflitto i cittadini palestinesi di Israele sono frequentemente sottoposti a politiche e restrizioni discriminatorie, tra cui arresti per post sulle reti sociali, rifiuto di accesso ai rifugi e aggressioni verbali nelle città miste.

Molti hanno già riferito di aver sperimentato tali discriminazioni.

Sabato sera ad Haifa il trentatreenne Mohammed Dabdoob stava lavorando nel suo negozio di riparazione di cellulari quando tutti i telefoni hanno suonato l’allerta simultaneamente, scatenando la sua ansia. Ha cercato di finire di aggiustare un cellulare rotto, che l’ha fatto ritardare. Poi si è affrettato a chiudere il negozio ed è corso verso il rifugio pubblico più vicino, sotto un edificio dietro al suo negozio. Avvicinatosi al rifugio ha trovato la porta blindata sbarrata.

“Ho provato con il codice. Non ha funzionato. Ho bussato alla porta, chiesto, in ebraico, che quelli che erano all’interno mi aprissero. Nessuno ha aperto,” afferma. “Dopo qualche attimo un missile è esploso lì vicino, spargendo schegge di vetro sulla strada. “Ho pensato che sarei morto.”

“C’erano fumo e urla, e dopo un quarto d’ora tutto quello che si poteva sentire erano le sirene della polizia e delle ambulanze. La scena era terrificante, come se vivessi un incubo simile a quello che è successo nel porto di Beirut,” aggiunge, in riferimento all’esplosione nel porto di Beirut nel 2020.

Bloccato dal grande spavento e dallo choc, dal posto in cui si era nascosto in un vicino parcheggio Mohammed ha visto che si scatenava il caos e poco dopo la porta del rifugio si è aperta. Mentre quelli che erano dentro il rifugio hanno iniziato a uscire alla spicciolata li ha guardati in silenzio. “Non c’è una vera sicurezza per noi,” dice. “Non dai missili e neppure dalla gente che si presume siano i nostri vicini.”

Discriminazioni nell’accesso ai rifugi

In teoria ogni cittadino israeliano dovrebbe avere lo stesso accesso alle misure di sicurezza pubblica, compresi i rifugi antiaerei. In pratica il quadro è molto diverso.

Città e villaggi palestinesi in Israele hanno molti meno spazi protetti delle località ebraiche. Secondo un rapporto del 2022 del Controllore dello Stato di Israele [ente governativo che verifica le politiche dello Stato, ndt.] citato dal quotidiano [israeliano] Haaretz, più del 70% delle case nelle comunità palestinesi in Israele, rispetto al 25% delle case di ebrei, è privo di una stanza di sicurezza o di uno spazio che sia a norma. Spesso i Comuni ricevono meno finanziamenti per la difesa civile e gli edifici vecchi non sono a norma.

Persino nelle città miste come Lydda (Lod), dove abitanti ebrei e palestinesi vivono uno vicino all’altro, la disuguaglianza è notevole.

Yara Srour, una studentessa dell’Università Ebraica di 22 anni, vive nel quartiere degradato di al-Mahatta, a Lydda. L’edificio di tre piani della sua famiglia, che risale a circa 40 anni fa, è privo dei permessi ufficiali e di un rifugio. In seguito al pesante bombardamento cui ha assistito sabato pomeriggio, che ha scioccato tutti attorno ad essa, domenica mattina presto la famiglia ha cercato di scappare verso un luogo più sicuro della città.

“Siamo andati nella parte nuova di Lydda, dove ci sono rifugi adeguati,” dice Yara, aggiungendo che sua madre, di 48 anni e con problemi alle ginocchia, faticava a muoversi. “Eppure non ci hanno lasciati entrare. Anche ebrei delle zone più povere sono stati mandati via. Era solo per i ‘nuovi abitanti’, quelli degli edifici moderni, per lo più famiglie ebraiche di classe media.”

Yara ricorda chiaramente l’orrore.

“Mia madre ha problemi articolari e non può correre come tutti noi,” afferma. “Abbiamo pregato, bussato alle porte, ma la gente ci ha solo guardati attraverso gli spioncini e ci ha ignorati, mentre vedevamo il cielo illuminato dalle fiamme dei missili intercettati.”

Paura, trauma e rabbia

Samar dice che l’esperienza di essere cacciata da un rifugio con sua figlia le ha lasciato una ferita psicologica: “Quella notte mi sono sentita completamente sola,” afferma. “Non l’ho raccontato alla polizia. A che sarebbe servito? Non avrebbe fatto niente.”

Più tardi quel pomeriggio una villa a Tamra è stata colpita, uccidendo quattro donne della stessa famiglia. Dal suo balcone Samar ha visto del fumo salire in cielo. “Sembrava la fine del mondo,” dice. “Eppure persino sotto attacco, siamo trattati come una minaccia, non come persone.”

Da allora lei e sua figlia sono andate a casa dei suoi genitori a Daburiyya, un villaggio della Bassa Galilea. Ora possono rintanarsi insieme in una camera di sicurezza. Con gli allarmi che si susseguono a distanza di poche ore Samar sta pensando di scappare in Giordania: “Voglio proteggere Jihan. Non conosce ancora questo mondo. Ma non voglio neppure lasciare la mia terra. Questo è il nostro dilemma: sopravvivere o rimanere e soffrire.”

Anche se dopo gli attacchi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che “i missili iraniani prendono di mira tutti gli israeliani, sia ebrei che arabi,” la situazione sul terreno racconta una storia diversa.

Già prima della guerra i cittadini palestinesi di Israele venivano arrestati in modo sproporzionato per aver espresso opinioni politiche o reagito agli attacchi. Alcuni sono stati arrestati solo per aver postato emoji sulle reti sociali. Invece gli appelli alla giustizia sommaria contro i palestinesi su forum on line sono stati per lo più ignorati.

“Lo Stato si aspetta da noi lealtà in guerra,” afferma Mohammed Dabdoob. “Ma quando è il momento di proteggerci siamo invisibili.”

Per Samar, Yara, Mohammed e migliaia di persone come loro il messaggio è chiaro: sono cittadini sulla carta, ma in pratica stranieri.

“Voglio sicurezza come chiunque altro,” afferma Yara. “Sto studiando per diventare infermiera. Voglio aiutare la gente. Ma come posso prestare servizio in un Paese che non vuole proteggere mia madre?”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Per le donne palestinesi incinte i posti di blocco sono questione di vita o di morte

Hala H.

10 giugno 2025, +972 Magazine

Quando sono entrata in travaglio ho rimandato la partenza per ore, per paura dei soldati e dei coloni israeliani. Siamo arrivata all’ospedale di Hebron in tempo, ma non tutte sono così fortunate.

Da un anno e mezzo Israele sta imponendo un sistema di checkpoint e blocchi stradali sempre più soffocante in tutta la Cisgiordania. Durante il cessate il fuoco a Gaza lo scorso gennaio l’ingresso al mio villaggio, Umm Al-Khair è stato sbarrato, così come quello a tutte le città e i villaggi della Cisgiordania, come forma di punizione collettiva. Non essendoci nessun negozio vicino, le incombenze quotidiane come comprare un chilo di sale a Yatta, la città più vicina, si sono trasformate da una commissione di 20 minuti a un calvario di due ore. Anche se alla fine l’entrata principale al villaggio è stata riaperta, da allora ci sono state molte altre chiusure.

Ma un posto di blocco non è solo un contrattempo, può anche fare la differenza tra la vita e la morte. Nel settembre 2024 ero incinta di sei mesi. Non essendoci alcun ospedale o clinica vicino a noi, sono dovuta andare al centro sanitario dell’UNRWA per un normale controllo. Un vicino di casa ha portato me e mia madre in macchina fino all’entrata della città, e per fortuna il posto di blocco era aperto. Da lì, abbiamo preso un taxi fino in centro. Dopo ore di attesa e dopo aver fatto gli accertamenti medici ce ne siamo andate. Ho ricordato ai medici che venivo da una zona molto distante e che quindi dovevamo tornare presto, perché non si può mai sapere quando puoi trovare un nuovo posto di blocco.

Ma lungo la strada di ritorno da Hebron mi hanno detto che i posti di blocco erano chiusi alle auto e sarebbe stato impossibile tornare al villaggio in macchina dalla città: l’unica possibilità era fare un chilometro a piedi e poi prendere un taxi. Non avevo scelta, volevo tornare a casa. Non potevo aspettare che i posti di blocco venissero riaperti. Avrebbero potuto aprire dopo un’ora, o più tardi nella giornata, o il giorno dopo. Non si possono fare previsioni.

Abbiamo iniziato ad attraversare il posto di blocco a piedi, e all’inizio non ho visto soldati. Improvvisamente un’automobile è entrata nel checkpoint e ci ha superato in pochi secondi. Ho visto un gruppo di circa sei soldati che correvano verso di noi gridando come ossessi. Mi è sembrato che il sangue mi si congelasse nelle vene. Ho provato a camminare ma ero paralizzata dalla paura, proprio non riuscivo a muovermi. Mia madre mi ha spinto, dicendo «Su, dai, ci spareranno se non ci muoviamo. Riesco a malapena ad andare avanti con le mie cose, sono sotto shock anch’io».

Quando uno dei soldati ha raggiunto l’automobile che era entrata nel posto di blocco, ha iniziato a urlare e a colpire il finestrino con la sua arma, ordinando diverse volte all’auto di tornare indietro. Mia madre ha provato a continuare a camminare nonostante la scena terrificante a cui stavamo assistendo, ma io non riuscivo a controllare il mio corpo. Abbiamo oltrepassato il trambusto e ho posato le mie cose.

Poi ho sentito delle voci che mi dicevano: «Dai, presto. Cammina, non fermarti». Non sapevo proprio da dove venissero quelle voci. Mia madre mi ha detto di non girarmi e di affrettare il passo. Finalmente siamo riuscite ad arrivare al taxi che ci aspettava all’entrata di Hebron, e dopo che siamo salite in macchina mia madre mi ha detto che le voci che sentivamo venivano dalla torretta militare sopra di noi. Quando siamo arrivate a casa ho provato a riposarmi ma ho continuato ad avere degli incubi riguardo a quello che era successo. Ho sperato che nessuno mai dovesse sentirsi come me in quel momento.

Paura e angoscia mi hanno sopraffatta”

Poco dopo, una mia cara amica ha avuta anche lei un’esperienza terrificante con le chiusure stradali e i posti di blocco. Stava andando al più vicino centro sanitario nella città di Yatta per partorire. Quando hanno saputo che la strada più corta era chiusa, non hanno potuto fare altro che prendere una strada sterrata non adatta alla macchina a noleggio, e ancor meno a dei passeggeri.

Mentre andavano la mia amica non ha sopportato i dolori del travaglio e ha partorito la sua bambina in mezzo alla strada. Esiste un dolore più grande di questo? Può esistere un’esperienza più spaventosa per una donna?

Solo quando ha finalmente raggiunto l’ospedale, dove è rimasta per più di due giorni, un medico ha potuto visitarla e rassicurarla sulla salute della bambina. Io l’ho sostenuta durante questo periodo stressante. Mi ha detto che la paura e l’angoscia che ha provato durante il travaglio sono state più dolorose del parto. Pensava che il suo primo parto sarebbe stato facile, che il dottore le avrebbe consegnato la bambina e lei l’avrebbe stretta al petto. «La paura e l’angoscia mi hanno sopraffatto proprio in quel momento che avevo aspettavo da tempo», mi ha detto.

Una fredda notte di dicembre, esattamente a mezzanotte, sono andata in travaglio. Mi sono svegliata e sono andata in bagno. Il dolore è diventato sempre più insopportabile. Mi ricordo molto bene che mi sono chiesta se fosse il caso di avvisare mio marito.

«Non posso dirglielo, non c’è nulla che possa fare», ho pensato. «Vorrà portarmi al più vicino ospedale a Hebron, ma la strada per arrivarci fa paura ed è piena di coloni e di posti di blocco controllati dall’esercito, specialmente di notte». Ho deciso di tenermi il dolore e aspettare fino al mattino.

Ma dopo due ore il dolore era così forte che non riuscivo a stare in piedi. Finalmente è arrivata la mattina. Ho immediatamente svegliato mio marito e gli ho chiesto di portarmi in ospedale. Siamo arrivati esattamente alle 8, e l’ultima cosa che ricordo è il via vai dei medici attorno a me.

Quando mi sono svegliata ho provato ad ascoltare il respiro o la voce del mio bambino. Non riuscivo a muovere il corpo né a destra né a sinistra per vederlo. Ho continuato a chiedere del mio piccolo e alla fine mi hanno detto che le infermiere lo stavano preparando. Dopo un’ora è venuto il medico e mi ha chiesto: «Perché non è venuta prima in ospedale?». Ho spiegato che il viaggio era molto difficile e gli ho raccontato della mia paura di incontrare l’esercito e i coloni durante la notte.

«Grazie a dio siamo riusciti a far nascere il bambino all’ultimo momento», ha detto. È stanco e ha bisogno di un po’ di ossigeno, ma sopravviverà».

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Massiccia incursione di Israele a Nablus, si teme in un attacco prolungato

Fayha Shalash,

10 giugno 2025, Middle East Eye

L’esercito israeliano apre il fuoco contro i palestinesi, compreso il personale sanitario, saccheggia le abitazioni e annuncia il coprifuoco nella città vecchia.

Martedì 10 giugno l’esercito israeliano ha lanciato un attacco su vasta scala nel cuore della città di Nablus nella Palestina occupata, in quello che fonti locali descrivono come la più grande offensiva degli ultimi due anni. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, tra cui un paramedico, hanno utilizzato gas lacrimogeni, arrestato diverse persone ed effettuato violente irruzioni nelle abitazioni durante l’offensiva ancora in corso.

In filmati circolati sui media locali si vede un palestinese con le mani alzate che si avvicina ai soldati, a cui segue una colluttazione mentre si sentono degli spari in sottofondo. Secondo i media israeliani i due palestinesi sarebbero stati uccisi dopo aver provato a impossessarsi dell’arma di un soldato. Le autorità palestinesi non hanno ancora confermato i decessi.

Mujahed Tabanja, un giornalista presente ai fatti, ha raccontato a Middle East Eye che i due uomini sono stati colpiti mentre tentavano di rientrare nelle proprie case nella città vecchia. Alle ambulanze è stato impedito di avvicinarsi per soccorrerli. La Mezzaluna Rossa palestinese di Nablus ha riferito che sono stati feriti almeno 65 palestinesi.

Un operatore della Mezzaluna Rossa, Fawaz al-Bitar, ha riferito a Middle East Eye che alcuni dei feriti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco alle gambe, mentre altri sono stati aggrediti fisicamente dai soldati. Si sono verificati anche casi di intossicazione da gas lacrimogeno, che l’esercito israeliano ha lanciato nelle case e nei vicoli della città vecchia, un’area densamente popolata.

«Il nostro lavoro è stato ostacolato a più riprese e ci è stato impedito di avvicinarci ai due giovani feriti» ha riferito Bitar a Middle East Eye. «Hanno anche sparato contro un’ambulanza, e uno dei paramedici è stato colpito», ha aggiunto. L’incursione è iniziata poco dopo la mezzanotte ora locale, quando un grande numero di mezzi militari provenienti da diverse direzioni è entrato in città.

L’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione militare sarebbe durata 24 ore e si sarebbe concentrata nella città vecchia. Nel frattempo, tramite altoparlanti l’esercito ha annunciato un coprifuoco, intimando ai residenti di non uscire di casa fino alla mattina di mercoledì. Si tratta della prima volta che una misura di questo genere viene imposta a Nablus dalla fine della Seconda Intifada nel 2000. I contatti con diverse famiglie si sono interrotti dopo che l’esercito israeliano ha assalito le loro case.

«I soldati ci hanno puntato addosso le armi e hanno urlato contro di noi quando abbiamo provato ad entrare nella città vecchia», ha riferito Tabanja a Middle East Eye. «L’attacco si sta estendendo ad altre parti della città, compreso il campo profughi di Balata», ha aggiunto. Nel frattempo, i soldati hanno arrestato decine di giovani durante le incursioni nelle abitazioni e hanno arbitrariamente confiscati beni ai residenti.

Attacco politico

L’ampiezza dell’attacco contro Nablus, nonostante l’annuncio che sarebbe durato solo un giorno, ha suscitato timori fra i residenti, che temono che possa portare a un’aggressione militare prolungata e devastante come sta avvenendo a Jenin e Tulkarem.

Munadil Hanani, che fa parte del Comitato di Coordinamento cittadino, ha riferito a Middle East Eye che vi sono dei segnali che l’attacco potrebbe durare a lungo, notando che i soldati israeliani hanno portato avanti l’aggressione da diverse direzioni e sono arrivati con decine di mezzi militari. Inoltre, hanno portato riserve di carburante, cosa che non avviene spesso durante attacchi di breve durata.

I soldati si sono inoltre avvicendati nel corso dell’incursione, suggerendo che potrebbe rimanere a lungo in città. «Sembra essere un’incursione politica, non collegata a questioni di sicurezza» è l’opinione di Hanani. «Israele ha dichiarato che lo scopo è quello di “eliminare il terrorismo”, ma l’attacco è invece da porre in relazione alla crisi politica interna ed è un tentativo di trarre d’impaccio [il Primo Ministro Israeliano] Netanyahu», ha aggiunto Hanani. Intanto la vita a Nablus è completamente paralizzata dall’incursione, i mercati sono deserti e le scuole, le università e le istituzioni pubbliche sono chiuse fino a nuovo ordine.

[Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]




Ad oltre 300 membri del ministero degli esteri del Regno Unito è stato detto di valutare le loro dimissioni se non fossero d’accordo con la politica su Gaza del governo

Redazione di MEMO

10 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che martedì la BBC ha riportato che a più di 300 membri del ministero degli Esteri del Regno Unito che hanno espresso preoccupazioni riguardo alla potenziale complicità inglese nelle azioni di Israele a Gaza è stato detto che potrebbero licenziarsi se sono in forte disaccordo con le politiche governative.

Secondo la BBC ciò è accaduto dopo che una lettera interna inviata il mese scorso al ministro degli Esteri David Lammy aveva criticato le continue vendite inglesi di armi ad Israele e aveva accusato il governo israeliano di “totale… disprezzo del diritto internazionale.”

La lettera dei membri del ministero, datata 16 maggio e ottenuta dalla BBC, ha evidenziato le restrizioni di Israele sugli aiuti a Gaza, l’uccisione di 15 soccorritori a marzo e l’espansione delle colonie nella Cisgiordania occupata.

I firmatari, che rappresentano un ampio insieme di ruoli nel ministero degli Esteri a Londra e all’estero, hanno espresso timori che il loro ruolo nell’implementare la politica [governativa, ndt] potrebbe esporli ad essere chiamati a risponderne in futuri procedimenti contro il Regno Unito. Questa è almeno la quarta lettera simile inviata da funzionari pubblici dalla fine del 2023, e riflette il crescente disagio riguardo alla posizione del Regno Unito nel continuo aumento delle vittime civili a Gaza.

La BBC ha riferito che in una risposta del 29 maggio gli alti funzionari pubblici Sir Oliver Robbins e Nick Dyer hanno ammesso le preoccupazioni dei membri del ministero, ma hanno evidenziato che i funzionari pubblici devono ottemperare alle politiche governative “senza riserve” entro i limiti legali.

Essi hanno suggerito le dimissioni come un “percorso onorevole” per coloro che sono fortemente in disaccordo, provocando indignazione tra alcuni dei firmatari. Un anonimo funzionario ha detto alla BBC che la risposta ha mostrato un “profondo senso di delusione” e una riduzione dello spazio per il dissenso interno.

Il ministero degli Esteri ha difeso la sua posizione, affermando che ha i metodi per permettere ai funzionari di esprimere preoccupazioni e che il governo ha “rigorosamente applicato il diritto internazionale” a Gaza. Da quando ha assunto l’incarico, il governo laburista guidato dal primo ministro Keir Starmer ha sospeso 30 su 250 licenze di esportazione di armi verso Israele, citando i rischi di serie violazioni del diritto umanitario internazionale.

Il 19 maggio il Regno Unito si è inoltre unito a Francia e Canada nella minaccia di “azioni concrete” se Israele non dovesse fermare la sua offensiva militare e revocare le restrizioni agli aiuti [a Gaza].

Critici, incluso un ex funzionario che ha parlato in forma anonima alla BBC, hanno definito “oscuramento” la risposta del ministero degli Esteri.

Il ministero degli Esteri ha reiterato la sua volontà di offrire un parere imparziale della pubblica amministrazione e ha osservato di aver creato un “Consiglio per i Problemi” e sessioni di ascolto per gestire le preoccupazioni dei suoi membri.

In ogni caso, il conflitto interno in corso evidenzia le sfide che il governo del Regno Unito si trova di fronte mentre la sua politica su Gaza si muove tra lo sguardo critico internazionale ed il dissenso interno.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Cos’è la Marcia Globale verso Gaza?

Redazione di Al Jazeera

10 giugno 2025 – Al Jazeera

La Marcia Globale verso Gaza intende fare pressione sui leader mondiali affinché pongano fine alla guerra genocida di Israele nell’enclave palestinese.

Migliaia di attivisti da tutto il mondo stanno marciando verso la Striscia di Gaza per cercare di rompere il soffocante assedio israeliano e attirare l’attenzione internazionale sul genocidio lì in corso.

Circa 1.000 persone che partecipano al tratto tunisino della Marcia Globale verso Gaza, noto come Convoglio Sumud [parola araba che significa “resilienza”, ndt.], sono arrivate in Libia martedì mattina, un giorno dopo la partenza dalla capitale tunisina, Tunisi. Ora si trovano in Libia dopo un’intera giornata di viaggio, ma non hanno ancora il permesso di attraversare la parte orientale del paese nordafricano.

Si prevede che il gruppo, composto principalmente da cittadini del Maghreb, la regione dell’Africa nord-occidentale, crescerà con l’adesione di persone provenienti dai Paesi attraversati nel suo percorso verso il valico di Rafah, tra Egitto e Gaza.

Come faranno? Quando arriveranno? Di cosa si tratta?

Ecco tutto quello che c’è da sapere:

Chi è coinvolto?

Il Coordinamento di Azione Congiunta per la Palestina guida il Convoglio Sumud, facente parte della Marcia Globale per la Palestina.

In totale circa 1.000 persone viaggiano su un convoglio di nove autobus con l’obiettivo di fare pressione sui leader mondiali affinché intervengano a Gaza.

Sumud è sostenuto dal Sindacato Generale del Lavoro Tunisino, dall’Ordine Nazionale degli Avvocati, dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani e dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali.

Si coordina con attivisti e persone provenienti da 50 Paesi che arriveranno in aereo nella capitale egiziana, il Cairo, il 12 giugno, in modo che possano marciare tutti insieme verso Rafah.

Alcuni di questi attivisti sono affiliati a una serie di organizzazioni di base, tra cui il Movimento Giovanile Palestinese, Codepink Women for Peace negli Stati Uniti e Jewish Voice for Labour nel Regno Unito.

Come raggiungeranno il valico di Rafah?

Il convoglio di auto e autobus ha raggiunto la Libia. Dopo una breve sosta, il piano prevede di proseguire verso il Cairo.

“La maggior parte delle persone intorno a me prova coraggio e rabbia [per quello che sta succedendo a Gaza]”, ha detto Ghaya Ben Mbarek, una giornalista tunisina indipendente che si è unita alla marcia poco prima che il convoglio attraversasse il confine con la Libia.

Ben Mbarek è spinta dalla convinzione che, come giornalista, debba “stare dalla parte giusta della storia, fermando un genocidio e impedendo che la gente muoia di fame”.

Una volta che al Cairo Sumud si sarà unito ad altri attivisti si dirigerà a El Arish, nella penisola egiziana del Sinai, per poi intraprendere una marcia di tre giorni verso il valico di Rafah, a Gaza.

Gli attivisti incontreranno ostacoli?

Il convoglio non ha ancora ricevuto dalle autorità regionali il permesso di attraversare la Libia orientale. La Libia ha due amministrazioni rivali e, sebbene nella parte occidentale [della Libia, ndt.] il progetto della carovana sia stato accolto con favore, sono ancora in corso trattative con le autorità di quella orientale, ha dichiarato martedì ad Al Jazeera un responsabile della carovana.

Gli attivisti avevano precedentemente dichiarato all’agenzia di stampa Associated Press di non aspettarsi di essere ammessi a Gaza, ma sperano che il loro viaggio spinga i leader mondiali a costringere Israele a porre fine alla sua guerra genocida.

Un’altra preoccupazione riguarda l’Egitto, che ha dichiarato il tratto tra El Arish e il valico di Rafah come zona militare e non consente l’ingresso a nessuno che non vi risieda.

Il governo egiziano non ha rilasciato alcuna dichiarazione in merito alla concessione alla Marcia Globale verso Gaza del permesso di attraversare il suo territorio.

“Dubito che gli venga permesso di marciare fino a Rafah”, ha detto un attivista egiziano di lunga data, il cui nome è stato omesso per motivi di sicurezza.

“La sicurezza nazionale viene sempre prima di tutto”, hanno dichiarato ad Al Jazeera.

Se il convoglio riuscisse a raggiungere il valico di Rafah, lì dovrà affrontare l’esercito israeliano.

Perché gli attivisti hanno scelto questo approccio?

I sostenitori della Palestina hanno provato di tutto nel corso degli anni mentre Gaza soffriva.

Dall’inizio della guerra genocida di Israele, 20 mesi fa, i civili hanno protestato nelle principali capitali e intrapreso azioni legali contro i propri rappresentanti eletti per aver favorito la campagna di uccisioni di massa di Israele a Gaza.

Attivisti hanno navigato su diverse imbarcazioni che portavano aiuti umanitari verso Gaza, cercando di rompere il soffocante blocco imposto da Israele dal 2007; tutte sono state attaccate o intercettate da Israele.

Nel 2010, in acque internazionali, un commando israeliano salì a bordo della Mavi Marmara, una delle sei imbarcazioni della Freedom Flotilla in rotta verso Gaza. Uccise nove persone e un’altra morì in seguito per le ferite riportate.

La Freedom Flotilla ha continuato nei tentativi [di forzare il blocco], mentre Gaza subiva un assalto israeliano dopo l’altro.

L’attuale guerra di Israele contro Gaza ha spinto 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition a salpare il 1° giugno dall’Italia a bordo della Madleen nella speranza di fare pressione sui governi mondiali affinché fermassero il genocidio israeliano.

Tuttavia il 9 giugno gli attivisti sono stati sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali.

La Marcia Globale verso Gaza avrà successo?

Gli attivisti ci proveranno, anche se sono quasi certi di non riuscire a entrare a Gaza.

Affermano che restare inerti permetterà solo a Israele di continuare il suo genocidio finché la popolazione di Gaza non sarà morta o sottoposta a pulizia etnica.

“Il messaggio che la gente qui vuole inviare al mondo è che anche se ci fermate via mare o per via aerea, noi arriveremo a migliaia via terra”, ha detto Ben Mbarek.

“Attraverseremo letteralmente i deserti… per impedire che la gente muoia di fame”, ha dichiarato ad Al Jazeera.

Quanto è grave la situazione a Gaza?

Da quando Israele ha iniziato la sua guerra contro Gaza il 7 ottobre 2023 ha bloccato l’ingresso del cibo e dei rifornimenti nell’enclave palestinese, pianificando una mancanza di cibo che ha ucciso probabilmente migliaia di persone e potrebbe ucciderne altre centinaia di migliaia.

Israele ha bombardato Gaza a tappeto, uccidendo almeno 54.927 persone e ferendone più di 126.000.

Tempo fa alcuni giuristi hanno dichiarato ad Al Jazeera che le sofferenze a Gaza suggeriscono che Israele stia deliberatamente infliggendo condizioni volte a provocare la distruzione fisica del popolo palestinese, in tutto o in parte: esattamente la definizione di genocidio.

L’indignazione globale è cresciuta mentre Israele continua a uccidere migliaia di civili, tra cui bambini, operatori umanitari, medici e giornalisti.

Da marzo Israele ha rafforzato il suo dominio su Gaza, bloccando completamente gli aiuti e poi sparando alle persone in coda per ricevere i pochi aiuti a cui consente di entrare, provocando inconsuete dichiarazioni di condanna da parte dei governi occidentali.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I gangster di Israele a Gaza

Abdaljawad Omar

9 giugno 2025 – Mondoweiss

Israele usa da tempo forze sotto copertura che si fingono palestinesi per seminare conflitti. Ora sta usando di nuovo questa strategia a Gaza sotto forma di bande che prendono il controllo degli aiuti umanitari. L’obiettivo è quello di frammentare e smembrare la società palestinese.

Nella lunga e amara storia dello scontro della Palestina con il sionismo poche figure hanno prodotto una rottura epistemica e affettiva così profonda come l’unità di forze speciali sotto copertura che si fingono palestinesi. Conosciuta come “unità arabizzata” o “Musta’ribeen”, l’agente israeliano sotto copertura, spesso un ebreo arabo, non opera come un colonizzatore visibile ma come un sosia dei nativi. Parlando fluentemente il dialetto ed esperto nei modi di fare dei palestinesi, l’agente “arabizzato” si muove tra i palestinesi come una presenza spettrale che imita e sorveglia dall’interno mentre conduce anche operazioni a sorpresa intese a catturare la “preda” alla sprovvista, sia per l’arrestarla che per assassinarla. Non raccoglie semplicemente dati, distrugge la fiducia della comunità e la possibilità di auto-riconoscimento collettivo. In questo modo i Musta’ribeen non sono solo una forza tattica, ma usano una modalità di infiltrazione che è essa stessa un’arma, in quanto infrange lo specchio attraverso il quale i palestinesi si vedono.

Israele ha sviluppato per la prima volta queste unità “arabe” per svolgere operazioni rapide all’interno dei campi palestinesi, densi spazi urbani che sono altrimenti inaccessibili ai soldati in uniforme, quasi senza alcuna possibilità di prendere i loro obiettivi alla sprovvista.

La Musta’rib era una risposta alla domanda su come raggiungere il “bersaglio” prima che fosse consapevole della presenza dell’esercito.

Questa logica di infiltrazione, che costituisce da sempre una parte della strategia coloniale di Israele, è riemersa nel momento presente. In un recente video delle brigate di Qassam di Hamas, un’unità palestinese che lavora con l’esercito israeliano è stata designata dalla resistenza come Musta’ribeen. Nell’uso di quel termine per designare i collaborazionisti palestinesi – che in genere verrebbero indicati come collaborazionisti o spie, jawasi – piuttosto che agenti israeliani sotto copertura, Hamas stava deliberatamente annullando il confine tra collaborazionista e nemico.

Non è un fatto sconcertante che Israele trovi tra gli occupati coloro che sono disposti a sopravvivere attraverso i suoi stessi meccanismi di dominio. Tale complicità nasce non solo dalla stanchezza – il venir meno del coraggio sotto l’assedio incessante – ma anche dall’incerta speranza di ottenere un potere, per quanto marginale, all’interno dell’ordine imposto. È anche il prodotto di un intreccio più profondo: le sollecitazioni silenziose e gli incitamenti attivi che a volte provengono dai ranghi palestinesi stessi. Questo fenomeno è radicato nella contraddizione storica dell’azione di governo e amministrazione come forma di resistenza che esercita però anche un potere coattivo.

Una delle figure più famigerate tra questi agenti israeliani ora utilizzato a Rafah è Yasser Abu Shabab, un ex prigioniero un tempo condannato per il contrabbando di droga dal governo di Hamas, che ha guidato un gruppo di centinaia di uomini armati che hanno saccheggiato per tutta la guerra gli aiuti diretti a Gaza. La sua ascesa esemplifica il modo in cui l’interazione della lealtà di clan, la sopravvivenza materiale, l’opportunismo e il tacito sostegno di elementi all’interno dell’autorità palestinese si uniscono per aprire lo spazio all’emergere di tali bande. La loro presenza cerca non solo di distruggere il tessuto sociale, ma infligge una nuova ferita su quella aperta del genocidio.

L’uso da parte di Israele di queste unità di collaborazionisti serve a vari obiettivi.

In primo luogo, esse contribuiscono a ostruire e reindirizzare il flusso di aiuti umanitari, trasformando gli aiuti stessi in un meccanismo di controllo.

In secondo luogo fungono da collettori di una sorta di “pizzo”, ricavando profitti dalla stessa economia della sofferenza che aiutano a provocare, posizionandosi così come intermediari non solo con la forza occupante, ma anche con l’apparato sempre più privatizzato degli aiuti internazionali.

In terzo luogo sono anche usati come meccanismo di corruzione: sfruttano la disperazione per attirare gli affamati di Gaza e la sua gioventù. Questo potere emerge da ciò che sono autorizzati a offrire: un sacchetto di cibo, una promessa di accesso, una possibile esclusione dai massacri. Queste offerte non sono benevole: funzionano come leve di controllo, operando all’interno della tensione tra la sopravvivenza della singola famiglia e la resistenza collettiva (sumud) dell’intera comunità. Inserendosi come mediatori tra Israele e la popolazione favoriscono reti informali e formali di dipendenza e l’autorità per infettare e crescere. Diventano un fattore indigeno che media con Israele.

In quarto luogo, e forse in modo più insidioso, funzionano come protagonisti in una coreografia della propaganda. I video accuratamente messi in scena – uomini in uniforme che scaricano sacchi di farina o gesticolano alle code degli sfollati – sono circolati per suggerire l’emergere di una governance palestinese alternativa, apparentemente più “pragmatica” o flessibile e più disposta a stare al gioco di Netanyahu.

Il loro ruolo non è solo quello di seminare il caos, ma di suggerire la possibilità di un altro ordine. La loro stessa presenza fomenta sfiducia e spezza le fragili reti di solidarietà che si formano sotto assedio. Sono, in un certo senso, i primi a inghiottire l’esca: i primi a immaginare un futuro incistato all’interno dell’apparato dello sterminio. Ma ciò che viene loro offerto non è la vita, solo una sua imitazione – una sopravvivenza gestita all’interno di un paesaggio progettato per estinguere la presenza dei palestinesi – e per estinguere infine anche a loro utilità.

E, come in molti casi di collaborazionismo, mascherano lo schierarsi brutalmente contro la loro gente con il mantra di essere “forze popolari”, come lo stesso Abu Shabab chiama la sua banda di saccheggiatori.

Ma c’è un problema: mentre questi gruppi possono essere tatticamente utili a Israele – convenienti per reindirizzare gli aiuti, disciplinare la fame e colpire la già sfilacciata coesione del tessuto sociale di Gaza – la loro utilità rimane fondamentalmente limitata. Non sono attori strategici in alcun senso trasformativo. La loro geografia è stretta, la loro influenza parassitaria e la loro esistenza è legata interamente all’ombra protettiva del potere israeliano. Sono criminali trasformati in collaborazionisti, molti appena fuggiti dalle carceri palestinesi all’inizio della guerra, altri sono ex impiegati dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania, e alcuni millantano legami con l’ISIS e di essere stati tra i suoi ranghi. Sopravvivono, letteralmente, grazie alla guerra, a convogli che saccheggiano, alle armi date loro in modo selettivo, all’indulgenza dell’esercito israeliano.

Mafia senza dignità

Ma ciò che conta di più per Israele non è il loro successo, ma il loro spettacolo. Il punto non è che vinceranno a Gaza – nessuno, compresi i loro gestori, immagina che possano, ma che fungano da esibizione vivente di infiltrazione. Diventano simboli della frattura, danno un’immagine della società palestinese a Gaza come penetrabile, divisibile e corruttibile. Mostrano che la resistenza ha il suo contoraltare.

La loro vera funzione non è quella di governare, ma di annebbiare il confine tra opposizione e collaborazione. Seminano il dubbio per rendere sospetta l’idea stessa di una volontà collettiva di resistere. In questo senso la milizia collaborazionista è meno una risorsa militare che un dispositivo narrativo – un attore nello sforzo in corso di Israele per narrare la disintegrazione palestinese come endogena, inevitabile e forse, agli occhi sionisti, anche “meritata”.

Tuttavia la loro posizione sociale di reietti – la loro esclusione dall’immaginario comune – segna la loro incapacità di essere accolti nel corpo sociale palestinese, a differenza delle mafie tradizionali che spesso si radicano nella parentela, nel quartiere o nella solidarietà di classe. Invece questi collaborazionisti esistono in una zona di sovranità negativa: temuta ma non rispettata, conosciuta ma non rivendicata, presente ma non accettata. Si capiscono meglio

nel quadro di una tecnica coloniale di frammentazione: bande senza lealtà e mafie senza dignità.

Questa tecnica di frammentazione ancora una vota non è una novità. Israele ha coltivato a lungo alleanze con attori locali per gestire e interrompere la coesione palestinese. La recente ascesa di bande all’interno delle comunità palestinesi con cittadinanza israeliana è uno di questi esempi. La convergenza del tacito sostegno israeliano, in particolare gli apparati di intelligence, nonché il deliberato fallimento della sorveglianza e più ampi rivolgimenti economici hanno prodotto nuove strutture più radicate di criminalità organizzata.

Queste bande non sono semplici sottoprodotti del decadimento sociale; sono sintomi di un disordine gestito, coltivato ​​e tollerato nella misura in cui spiazza l’azione collettiva e rivolge la violenza all’interno, anche tra quelli che Israele vanta come suoi cittadini e impiega felicemente come strumenti di propaganda per dire: “Guarda, abbiamo arabi che camminano in spiaggia. Pertanto, non siamo razzisti”.

Lo stesso vale per l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, che oggi rappresenta la forma più avanzata di una cultura politica da gangster. Cannibalizzando l’apparato amministrativo, l’ANP governa non solo sotto l’ombra di Israele, ma anche usando come arma la propria versione della storia nazionale. Ridefinisce i confini della lealtà e del tradimento, di amico e nemico in modi che gli consentono di nascondere i suoi comportamenti da gangster.

Ma forse questo è ciò che è più centrale nel contesto di Gaza: l’umanitarismo e l’osceno genocidio, la gioia del soldato israeliano e la sua felicità nell’uccidere i palestinesi e nella distruzione delle loro case – tutto ora è messo a nudo. È una guerra senza coperture. Niente maschere, niente veli, niente paraocchi ideologici. La forma sociale di questa collaborazione, il suo rozzo affiorare nella visibilità pubblica, rivela qualcosa di fondamentale sulla natura di questa guerra.

Non è solo genocida: è oscena e spudorata, non chiede nulla al mondo se non passività. Ciò a cui stiamo assistendo non è semplicemente una campagna militare, ma una rappresentazione del crollo, non di Gaza, ma dei paraocchi ideologici, dei discorsi e delle affermazioni morali di un mondo non più in grado di giustificarsi. Una banda a Gaza rappresenta le molte bande che governano su di noi.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Il sequestro della Madleen è l’ultimo di oltre un decennio di attacchi israeliani alle flottiglie umanitarie

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

La missione Mavi Marmara nel maggio 2010 tentò di rompere il blocco israeliano di Gaza. Fu abbordato dai soldati israeliani e 10 membri dell’equipaggio morirono nell’attacco

Redazione di MEE

9 giugno 2025 – Middle East Eye

Lunedì mattina le forze israeliane hanno preso il controllo della nave umanitaria Madleen, che tentava di rompere il blocco della Striscia di Gaza: l’ennesimo episodio di simili attacchi israeliani negli ultimi quindici anni.

La Madleen, battente bandiera britannica e gestita dalla Freedom Flotilla Coalition (FFC), cercava di consegnare una quantità simbolica di aiuti umanitari, tra cui riso e latte in polvere per neonati, e di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla crisi umanitaria in corso.

L’imbarcazione è stata tuttavia intercettata nelle prime ore di lunedì, prima che potesse raggiungere Gaza, ha dichiarato la FFC sul suo account Telegram.

Le autorità israeliane hanno fermato il suo equipaggio di 12 persone, tra cui l’attivista climatica svedese Greta Thunberg e la politica francese Rima Hassan.

Prima dell’arresto l’equipaggio a bordo della FFC aveva riferito che dei quadricotteri avevano circondato l’imbarcazione e l’avevano spruzzata con un “liquido bianco”.

È l’ultimo episodio di anni di attacchi israeliani contro le navi umanitarie organizzate dalla FFC che tentavano di rompere il blocco aereo, navale e terrestre imposto da 18 anni da Israele sul territorio palestinese. La FFC dichiara di essere guidata dai princìpi della resistenza non violenta.

La coalizione include organizzazioni associate di diversi paesi, tra cui Canada, Italia, Malesia, Nuova Zelanda, Norvegia, Sudafrica, Spagna, Svezia, Turchia, Stati Uniti, Irlanda, Brasile, Australia e Francia.

Middle East Eye ripercorre la storia degli attacchi israeliani contro le flottiglie della FFC.

Quindici anni di attacchi israeliani

La coalizione si è costituita inizialmente nel 2010, in seguito all’abbordaggio da parte delle forze israeliane di una missione della Freedom Flotilla nel maggio dello stesso anno, durante il quale sono stati uccisi 10 attivisti.

La missione Mavi Marmara era stata organizzata dal Free Gaza Movement e dalla Fondazione turca IHH per gli aiuti umanitari.

La nave salpò il 22 maggio dal porto di Sarayburnu, Istanbul, nel tentativo di violare il blocco israeliano su Gaza.

Una settimana dopo, nel Mar Mediterraneo a sud di Cipro, si unì al resto della flottiglia umanitaria, composta da tre navi passeggeri e tre navi cargo che trasportavano aiuti umanitari essenziali e 700 attivisti.

Ma il 31 maggio 2010, utilizzando elicotteri e motoscafi, le truppe israeliane abbordarono violentemente la nave Mavi Marmara nonostante essa si trovasse in acque internazionali. Nove persone furono uccise sul colpo, mentre un’altra morì successivamente a causa delle ferite riportate.

L’episodio fece scalpore a livello internazionale, suscitando dure condanne nei confronti delle azioni israeliane.

In seguito alla missione del 2010, fu creata la FFC per riunire e coordinare varie campagne provenienti da tutto il mondo che cercavano di rompere l’assedio israeliano.

Nel 2011 una missione successiva, chiamata “Freedom Flotilla II – Stay Human”, sarebbe dovuta salpare per Gaza il 5 luglio. Tuttavia, la stragrande maggioranza delle imbarcazioni della flottiglia non riuscì a partire.

Gli organizzatori dichiararono che Israele aveva sabotato due delle navi che sarebbero dovute partire dalla Turchia e dalla Grecia.

Una delle imbarcazioni, organizzata da un gruppo irlandese, non fu autorizzata a lasciare il porto dopo che le autorità greche avevano addotto motivi di sicurezza.

L’unica nave umanitaria che riuscì ad avvicinarsi a Gaza, l’imbarcazione francese Dignité al-Karama, fu intercettata dalle autorità israeliane.

La Freedom Flotilla III, salpata dalla Svezia il 10 maggio 2015, fu nuovamente intercettata dalle autorità israeliane in acque internazionali un mese e mezzo dopo la partenza.

Una delle imbarcazioni, chiamata Marianne, fu costretta dalle truppe israeliane a dirigersi verso la città di Ashdod, nel sud di Israele. Anche le altre navi fecero dietrofront.

Tra coloro che si trovavano sulla Marianne c’erano il parlamentare Basel Ghattas, cittadino palestinese di Israele, e Moncef Marzouki, ex presidente della Tunisia.

L’anno seguente, la FFC organizzò la Women’s Boat to Gaza, una singola nave con un equipaggio interamente femminile.

Salpò da Barcellona il 14 settembre 2016, ma due settimane dopo, il 5 ottobre, fu sequestrata dalle forze israeliane.

L’intero equipaggio femminile – che includeva giornaliste, attrici, politiche e persino una vincitrice del Premio Nobel per la Pace – fu arrestato dalle truppe israeliane, che le condussero ad Ashdod. Tutte furono successivamente espulse.

Un’altra missione, che salpò nel maggio 2017 in solidarietà con i pescatori di Gaza, fu attaccata da un drone, si presume israeliano, in acque internazionali vicino a Malta.

Nel luglio dell’anno seguente, le forze israeliane fermarono al-Awda, un peschereccio battente bandiera norvegese che faceva parte della coalizione.

Tutte le 22 persone a bordo furono arrestate e condotte ad Ashdod.

Nel 2023 e 2024 la nave Handala, che si concentrava sui bambini di Gaza, salpò verso diverse destinazioni in Europa per sensibilizzare le persone sull’assedio e la guerra di Israele contro Gaza.

Il mese scorso un’altra imbarcazione organizzata dalla FFC, la Conscience, non riuscì a proseguire il suo viaggio dopo essere stata colpita da un drone israeliano nelle vicinanze delle acque maltesi.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il gioco d’azzardo diplomatico sullo Stato palestinese non garantisce sicurezza ai palestinesi

Ramona Wadi

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

 

Dopo che la Francia ha annunciato la sua intenzione di riconoscere uno Stato palestinese Israele e gli USA hanno fatto pressioni contro questa possibilità. In giugno Francia e Arabia Saudita hanno in programma di organizzare un summit all’ONU sullo Stato palestinese. Il summit si basa sulla Risoluzione 79/81 dell’Assemblea Generale dell’ONU e intende “delineare un percorso irreversibile verso la definizione pacifica della questione della Palestina e l’attuazione della soluzione a due Stati.”

I più recenti commenti insensati sono arrivati dall’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee. “Se la Francia è davvero tanto determinata a vedere uno Stato palestinese ho un suggerimento per loro: scorporate un pezzo della costa mediterranea francese e createvi uno Stato palestinese.” La Francia, ha detto Huckabee, non ha il diritto di “imporre quel tipo di pressione su una nazione sovrana”. L’idea che la Francia riconosca uno Stato palestinese, ha detto, è “abominevole.”

Mentre la Francia pone l’accento sul disastro umanitario a Gaza, che è un modo sicuro per i leader occidentali di impegnarsi rispetto alle violazioni del diritto internazionale eludendo la necessità di fermare il genocidio di Israele, il Ministro degli Esteri israeliano ha accusato Macron di condurre una “crociata contro lo Stato ebraico.”

Durante una visita a Singapore Macron ha avanzato la possibilità di applicare sanzioni contro gli israeliani se non viene interrotta la catastrofe umanitaria a Gaza. Dall’inizio delle operazioni il Gaza Humanitarian Fund (GHF) [ong creata da USA e Israele per distribuire aiuti sotto l’egida dell’esercito israeliano, ndt.] è stato collegato ai massacri dei palestinesi più di quanto lo sia stato con gli aiuti concreti.

Come era prevedibile, Israele ha minacciato l’annessione della Cisgiordania occupata se altri Paesi riconosceranno lo Stato palestinese. Per un governo che sostiene di disprezzare le cosiddette azioni unilaterali, anche se tali azioni sono il risultato di decenni di dibattiti e sono applicate così tardivamente da costituire niente di più che fatti simbolici, i dirigenti israeliani considerano a priori giustificate le azioni unilaterali. Il Ministro degli Esteri della Francia Jean-Noel Barrot ha specificato che la Francia sostiene uno Stato palestinese demilitarizzato. “Questo nell’interesse degli israeliani e per la loro sicurezza”, ha aggiunto Barrot. “L’unica alternativa ad uno stato permanente di guerra.”

Questa puntualizzazione, anche se fatta diverse volte da altri leader occidentali, è importante. Uno Stato palestinese demilitarizzato e finora simbolico nel migliore dei casi, ipotetico nel peggiore a causa del colonialismo israeliano, non comporterebbe comunque una reale indipendenza da Israele.

Benché il Ministro degli Esteri di Israele Gideon Saar abbia contestato le affermazioni della Francia dicendo “non potete decidere quali siano gli interessi degli israeliani”, occorre dire che la Francia, come altri Paesi occidentali, si preoccupa degli interessi di Israele. Se la Francia avesse a cuore l’interesse dei palestinesi invocherebbe la decolonizzazione.

In questo totale disastro diplomatico i palestinesi sono finora esclusi dall’equazione. L’atteggiamento sprezzante di Huckabee nei confronti di uno Stato palestinese – ricavarlo da una parte della costa mediterranea francese – indica una posizione che esclude i palestinesi da ogni discussione sul riconoscimento. Dopotutto è questo il colonialismo, negare ai popoli colonizzati il diritto di parlare.

E, incentrandosi unicamente sulle politiche tra Israele, gli USA e i Paesi che potrebbero riconoscere uno Stato palestinese, le rivendicazioni israeliane continuano ad avere la priorità. Anche senza le minacce di Israele resta il fatto che la creazione di uno Stato palestinese dipende dai negoziati tra i Paesi che sostengono Israele a diversi livelli, mentre Israele ha rivendicato la creazione del proprio Stato coloniale sulle macerie della Nakba palestinese.

Né le affermazioni puerili di Huckabee, né i rinnovati tentativi di Macron di giocare un ruolo di mediazione possono mutare i fatti. Lo Stato palestinese senza il contributo dei palestinesi resta ipotetico o simbolico. Non c’è da meravigliarsi se il mondo sta assistendo a un genocidio.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Esperti ONU chiedono un tragitto sicuro per la Freedom Flotilla che sta trasportando aiuti per Gaza

Redazione di MEMO

3 giugno 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri esperti ONU hanno chiesto la protezione della nave della Freedom Flotilla Coalition che è partita domenica dall’Italia trasportando cibo, forniture mediche e per bambini destinati a Gaza.

Gli aiuti sono disperatamente necessari per il popolo di Gaza per scongiurare l’annichilimento e questa iniziativa è un simbolico e potente sforzo per consegnarli,” affermano gli esperti in una dichiarazione congiunta. “Israele dovrebbe ricordare che il mondo sta guardando attentamente e evitare ogni atto di ostilità contro la Freedom Flotilla Coalition e i suoi passeggeri.”

Essi sottolineano che è un diritto legale dei palestinesi ricevere aiuti attraverso le loro acque territoriali e del vascello di navigare liberamente in acque internazionali.

Israele non deve interferire con la sua libertà di navigazione a lungo riconosciuta secondo il diritto internazionale,” affermano.

Gli esperti manifestano preoccupazione per la sicurezza dei passeggeri facendo riferimento alla precedente nave della Freedom Flotilla, che all’inizio di maggio è stata bombardata da un drone al largo delle coste di Malta.

Affermano che Israele ha imposto un blocco totale su Gaza per 17 anni, intensificandolo dal 2 marzo, con gli aiuti completamente interrotti da oltre 80 giorni.

Mentre la nave della Freedom Flotilla Coalition si avvicina alle acque territoriali palestinesi al largo di Gaza, Israele deve rispettare il diritto internazionale e ottemperare agli ordini della Corte Internazionale di Giustizia per garantire un accesso degli aiuti umanitari privo di impedimenti,” dicono gli esperti.

Essi condannano l’uso degli aiuti come arma di guerra e accusano la Gaza Humanitarian Foundation – sostenuta da Israele e USA – di violare i principi di neutralità ed umanità.

Definendo l’attuale situazione come “la più terrificante” fase della crisi di Gaza, gli esperti chiedono all’assemblea generale delle Nazioni Unite di autorizzare forze di pace in base al meccanismo Unione per la Pace.

Gli Stati membri [dell’ONU, ndt.] hanno l’obbligo legale e l’imperativo morale di fermare la carestia e il genocidio a Gaza,” essi affermano.

Rifiutando le richieste internazionali per un cessate il fuoco, Israele ha perseguito una devastante offensiva a Gaza da ottobre 2023, uccidendo oltre 54.500 palestinesi, molti dei quali donne e minori. Le organizzazioni per gli aiuti hanno ammonito riguardo al rischio di carestia tra la popolazione dell’enclave di più di due milioni di persone.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)