Israele sta costruendo una barriera di terra lunga vari km all’interno di Gaza, consolidandone la divisione

Lee Keath e Julia Frankel

22 luglio 2026 – Associated Press

Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Il Cairo (AP). Secondo immagini satellitari l’esercito israeliano sta costruendo in modo discreto ma rapido un’enorme barriera di terra che separa più della metà della Striscia di Gaza sotto il suo controllo dal resto del territorio, rafforzando ulteriormente la divisione della piccola enclave palestinese.

Negli ultimi mesi sono stati costruiti più di 23 km che corrono attraverso comuni palestinesi demoliti dall’esercito. Ciò equivale a più di metà dell’estensione della striscia costiera, che è lunga circa 40 km ed ospita oltre 2 milioni di palestinesi.

Quando ha ricevuto le immagini satellitari l’esercito israeliano ha confermato all’Associated Press di aver costruito una barriera fisica nella zona della cosiddetta “Linea Gialla”, il confine oltre al quale le truppe israeliane si sono ritirate in base all’accordo di cessate il fuoco con Hamas dell’ottobre [2025]. La linea era stata prevista dall’accordo mediato dagli USA come una divisione transitoria del territorio in previsione di un totale ritiro israeliano.

La costruzione del muro nella Striscia di Gaza

Ma mentre la tregua ristagna si scopre che Israele sta consolidando la posizione, mentre aumentano i timori palestinesi che la linea si stia trasformando in un confine. Né il Comando Centrale USA, incaricato di monitorare il cessate il fuoco, né il Board of Peace, l’entità guidata dal presidente USA Donald Trump pensata per supervisionare ad un certo punto Gaza, hanno voluto commentare la barriera.

L’esercito ha detto all’AP di aver istituito attorno alla linea insieme alla barriera una “zona di sicurezza” equipaggiata con strumentazione tecnologica e di intelligence. Quando è stato chiesto quanto si estenderà la barriera si è rifiutato di fornire dettagli sul suo percorso. Ha affermato che si intende impedire infiltrazioni e proteggere le truppe e le comunità israeliane nei pressi di Gaza.

La costruzione della barriera sta procedendo rapidamente

È da quando è entrato in vigore l’accordo di cessate il fuoco che i palestinesi di Gaza temono che Israele non restituisca la parte di Gaza che controlla. Ma sembra che, a causa del pericolo anche solo di avvicinarsi a quella zona, pochi si siano resi conto dei terrapieni che ora gli stanno costruendo attorno.

Secondo le immagini satellitari fornite da Planet Labs PBC [società statunitense specializzata nel controllo satellitare del pianeta, ndt.] questo mese una parte della rete di barriere nella zona meridionale di Gaza è stata estesa per più di 2 km in due settimane.

Il primo luglio il terrapieno era lungo circa 500 metri, ma il 15 luglio era di circa 2,4 km, separando le rovine della città di Rafah sotto controllo israeliano da Mawasi, il luogo in cui si trova uno dei più grandi accampamenti palestinesi di tende.

Se la costruzione continua nell’attuale direzione si congiungerà con il tratto più lungo della barriera, che corre praticamente senza interruzioni per circa 17 km dalla città meridionale di Khan Younis fino nei pressi di Gaza City, nel nord.

In base alle immagini satellitari in quel tratto la costruzione è iniziata a febbraio e sembra che il lavoro per estenderla ulteriormente a sud stia continuando. Più di 1 km è stato aggiunto tra il 21 giugno e il 7 luglio nei pressi di una base militare israeliana sulle rovine della città di Bani Suheila, vicino a Khan Younis.

Nell’estremo nord di Gaza vari tratti non collegati del terrapieno corrono appena fuori dalla città di Beit Lahia, in buona parte distrutta.

L’altezza dei terrapieni in ogni luogo rimane incerta. In alcuni posti le barriere sembrano correre fuori dalla Linea Gialla.

Israele ha in gran parte distrutto e spopolato metà della Gaza che controlla

La popolazione di Gaza è stata ammassata nella zona costiera a ovest della Linea Gialla, per lo più vive in miseri campi di tende e dipende dagli aiuti.

Dall’altra parte della linea le immagini satellitari mostrano che le forze israeliane hanno spianato la grande maggioranza degli edifici utilizzando bulldozer ed esplosivi, cancellando praticamente varie cittadine e Rafah, che una volta ospitava più di 400.000 persone.

Hanno tracciato una nuova rete viaria ed eretto nuove basi sulle rovine delle città palestinesi. Anche i terreni agricoli sono stati distrutti. L’esercito israeliano afferma che sta demolendo infrastrutture utilizzate da Hamas.

La Linea Gialla non è mai stata definita con precisione né nell’accordo di cessate il fuoco né dai politici israeliani o statunitensi ed è stata tracciata in modo irregolare sul terreno. L’esercito ha detto all’AP che sta lavorando per segnare in modo chiaro il suo percorso per “ridurre le frizioni ed impedire danni a persone non coinvolte.”

Le forze israeliane hanno ucciso i palestinesi che si sono avvicinati alla linea o l’hanno attraversata. L’esercito israeliano afferma di aver sparato a quelli che credeva fossero miliziani che minacciavano le sue truppe. Ma le persone uccise comprendevano minori e altri civili che sembravano non sapere della linea. Alcuni soldati hanno detto che non sempre sapevano a chi stavano sparando e di aver ricevuto l’ordine di uccidere chiunque attraversasse il confine.

Dal cessate il fuoco gli attacchi israeliani hanno ucciso centinaia di palestinesi

Da quando è iniziato il cessate il fuoco le forze israeliane hanno ucciso più di 1.100 palestinesi, soprattutto in attacchi aerei e con i droni in tutta Gaza. Nello stesso periodo gli attacchi di miliziani hanno ucciso 5 soldati israeliani.

Secondo l’ospedale Shifa martedì mattina presto un attacco israeliano a Gaza City ha ucciso Firas al-Masri, sua moglie e i loro quattro figli dai 6 ai 13 anni d’ età. L’esercito israeliano ha detto solo di aver condotto in quel momento un attacco contro miliziani di Hamas nella zona.

Il fratello di Firas, Ahmad al-Masri, vive nei pressi e ha detto di aver sentito le voci dei bambini al momento dell’esplosione.

Mi stavano chiamando, ‘Zio! Zio!’” ha affermato. “Ma il fuoco stava divampando e non abbiamo potuto fare niente.”

In base all’accordo di cessate il fuoco si prevedeva che col tempo Israele avrebbe ritirato le sue truppe oltre i confini di Gaza perché venissero sostituite da una forza di sicurezza internazionale. Ma l’applicazione dell’accordo è rimasta in stallo per mesi.

Un ex-diplomatico dell’ONU ora incaricato di coordinare il cessate il fuoco ha attribuito la colpa al mancato disarmo di Hamas. Pare che colloqui sporadici per trovare una formula per la consegna delle armi abbiano fatto scarsi progressi e in cambio Hamas accusa Israele di violare il cessate il fuoco.

La guerra è iniziata dopo che il 7 ottobre 2023 miliziani guidati da Hamas hanno attaccato le comunità israeliane uccidendo circa 1.200 persone, per lo più civili, e ne ha prese altre 251 in ostaggio. Israele ha risposto con un’offensiva militare punitiva che secondo il ministero della Sanità di Gaza ha ucciso più di 73.000 persone.

Il ministero, che fa parte del governo guidato da Hamas recentemente disciolto, tiene una documentazione dettagliata, considerata generalmente attendibile dalle agenzie dell’ONU e dalle organizzazioni internazionali. Non distingue tra civili e combattenti, ma sostiene che donne e minori rappresentano circa metà di tutte le vittime.

Lee Keath

Keath è caporedattore per gli articoli di approfondimento sul Medio Oriente presso l’Associated Press. È inviato al Cairo dal 2005.

Julia Frankel

Frankel, residente a Gerusalemme, è inviata da Israele e dalla Cisgiordania occupata da Israele. I suoi articoli riguardano la guerra, i diritti umani, lo sfollamento e la giustizia penale.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Noi vogliamo semplicemente vivere”: i palestinesi a Gaza reagiscono alle elezioni di Hamas

Maram Humaid

21 luglio 2026 – Al Jazeera

A Gaza ci sono reazioni contrastanti al fatto che Khalil al-Hayya sia stato eletto leader di Hamas, dato che gli abitanti mettono a confronto la politica con le privazioni quotidiane.

Gaza City, Striscia di Gaza – Ci sono state reazioni contrastanti tra i palestinesi di Gaza riguardo all’elezione di Khalil al-Hayya a leader di Hamas e all’impatto che questo avvenimento potrebbe avere sulle loro vite.

Questa settimana al-Hayya ha vinto le elezioni interne contro l’ex-leader politico di Hamas Khaled Meshaal. Per molti l’annuncio è stato oscurato da preoccupazioni più immediate, riguardanti in particolare una casa decente e dignitosa, trovare cibo, garantirsi acqua potabile e sopravvivere a un altro giorno di guerra.

Noman Saleh, 63 anni, ha perso la sua fabbrica durante il genocidio israeliano in corso a Gaza, una cosa che ha segnato ogni aspetto della sua vita.

“Qui tutti stanno soffrendo. Le persone sono affamate, sono state umiliate. Chi è dalla parte della gente oggi? Nessuno,” dice Saleh.

“Accuso tutte le fazioni [politiche]. Se ci sono fazioni, c’è un fallimento. La causa nazionale non dovrebbe essere utilizzata a favore delle organizzazioni.”

Gaza continua ad essere pressoché completamente distrutta dalla guerra genocida di Israele iniziata il 7 ottobre 2023.

L’assedio israeliano contro Gaza ha anche lasciato i palestinesi intrappolati e impossibilitati a trovare i prodotti fondamentali.

“Che vinca al-Hayya o qualcun altro per noi non fa nessuna differenza,” dice Saleh. “”Vogliamo solo qualcuno che sia fedele al paese, che sia onesto, che creda nelle persone che stanno vivendo tutto questo.”

Ahmed, autore di contenuti sulle reti sociali da Gaza City di 40 anni, afferma che l’elezione del nuovo leader giunge in un momento critico.

“La vittoria di al-Hayya arriva nella fase più difficile della storia di Hamas dai tempi della sua nascita alla guerra genocida che ha ucciso i suoi dirigenti,” sostiene Ahmed, che rifiuta di fornire le sue generalità per questioni di sicurezza.

“Lui (il nuovo leader) deve affrontare una grande prova e la sua ascesa alla presidenza riflette il desiderio del movimento di mantenere la propria coesione. L’occupazione israeliana stava cercando di creare un vuoto di potere, ma il movimento ha dimostrato la sua capacità di resistere,” afferma.

“La gente a Gaza ha bisogno di una dirigenza che gli sia vicina, che l’ascolti e capisca le sue sofferenze; dunque tutti sono in attesa della nuova fase in questo periodo critico,” aggiunge Ahmed.

Una generazione concentrata sulla sopravvivenza

Ali Abu Amshi, 28 anni, ha perso 22 membri della sua famiglia, compresi sua madre, suo padre e un fratello, e durante la guerra è stato sfollato dalla sua casa a Gaza City.

Afferma che le sofferenze che lui e altri a Gaza hanno affrontato dal 7 ottobre hanno ridotto l’importanza delle questioni politiche nella lista delle preoccupazioni della gente.

“Le notizie per noi non cambiano un granché. Vogliamo vivere. Vogliamo che i valichi riaprano, vogliamo mangiare, bere e avere una vita normale,” dice ad Al Jazeera.

“Non vogliamo continuare a chiederci chi ci guiderà, che sarà eletto o chi ci governerà. Noi vogliamo semplicemente vivere, chiunque ci governi.”

Sostiene che non si tratta di accuse di carattere politico, ma della fine delle privazioni che deve affrontare la gente normale. “La guerra è stata molto difficile. Ho perso dei cari. Mi sento morto dentro, eppure sono ancora vivo,” afferma Abu Amsha.

“Ogni anno torniamo alle stesse pene, alle stesse guerre. Quello che chiediamo è se ci danno da mangiare, ci danno acqua, se ci aiutano ad avere una vita dignitosa. Guarda Gaza oggi. Le strade sono piene di rifiuti. È vita questa? Ovviamente no. Speriamo che le cose cambino.”

Un messaggio di continuità

Eppure il giornalista palestinese Mahmoud Haniyeh vede l’elezione di Khalil al-Hayya come un importante messaggio politico da parte di Hamas. Sostiene che riflette essenzialmente la decisione del movimento di conservare la continuità della sua dirigenza e della direzione politica.

“L’importanza di aver eletto Khalil al-Hayya in questo momento è che Israele lo considera una delle figure rimaste che sono state coinvolte nella decisione che sta dietro al 7 ottobre,” dice Haniyeh ad Al Jazeera. “Scegliendo lui Hamas sta mandando il messaggio che non prende le distanze dal 7 ottobre e lo considera ancora parte del suo indirizzo strategico.”

Mentre durante l’attuale fase Hamas ha mostrato flessibilità nelle sue posizioni politiche, non ha abbandonato il suo obiettivo di resistere a Israele.

Le elezioni interne di Hamas, afferma Haniyeh, dovrebbero essere viste essenzialmente all’interno del più complessivo panorama politico palestinese, compresi i preparativi per possibili elezioni legislative che potrebbero portare a un maggior impegno politico. “I cittadini palestinesi avranno più spazio per scegliere la dirigenza politica che lo rappresenti,” sostiene.

Dopo quasi vent’anni di governo della Striscia di Gaza Hamas ha già annunciato che avrebbe sciolto il suo governo e consegnato il potere a una nuova autorità di governo tecnocratica palestinese. La mossa è giunta mentre il processo di pace sostenuto dagli Stati Uniti, che lo scorso anno ha portato al cessate il fuoco, è sostanzialmente in stallo e comunque i bombardamenti della Striscia da parte di Israele continuano.

Hamas dice che trasferirà il potere al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), una commissione tecnica palestinese sostenuta dalle Nazioni Unite come parte del cessate il fuoco mediato dagli USA. E’ stato formato nel gennaio 2026 in base alla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU come parte del piano di pace in 20 punti sostenuto dagli USA per porre fine alla guerra di Israele contro Gaza.

Si tratta di un organismo transitorio guidato da tecnocrati palestinesi, tra cui il commissario ad interim Ali Abdel Hamid Shaath, visti come neutrali e non di parte.

Tuttavia Israele non ha ancora consentito ai membri della commissione di entrare nella Striscia di Gaza. Il comitato ha temporaneamente sede al Cairo.

Una crisi di fiducia

Per molte persone nella Striscia di Gaza le prospettive di pace e stabilità rimangono una realtà distante. Mustafa Ibrahim, un analista politico di Gaza, afferma che le reazioni alle elezioni interne di Hamas riflettono una crisi di fiducia più generale tra i palestinesi e le fazioni politiche. Vivere per anni sotto bombardamenti e ordini di sfollamento forzato israeliani hanno portato molti ad avere una visione critica di Hamas, che ha governato Gaza dal 2007.

“Molte persone non vedono più un futuro politico per Hamas e alcune appoggiano accordi che impediscano al movimento di avere un ruolo nel governo civile o amministrativo di Gaza,” sostiene Ibrahim.

Finché a Gaza i cambiamenti politici non si trasformeranno in passi concreti molti palestinesi vedranno le elezioni interne di Hamas come distanti dalle loro difficoltà quotidiane.

“La gente vuole che la guerra finisca,” afferma Ibrahim. “Se potesse scegliere tra nuove elezioni che portino figure politiche e partiti diversi o la fine delle sofferenze che stanno attraversando sceglierebbero la fine della guerra.”

La domanda che le persone si stanno facendo non è chi è stato eletto a capo di un ufficio politico, vogliono sapere quali decisioni questa dirigenza possa prendere per porre fine alla guerra, raggiungere un accordo e cambiare la loro situazione.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Quasi metà del governo israeliano si unisce alla marcia che promette insediamenti a Gaza

Oren Ziv

20 luglio 2026 – +972 Magazine

Migliaia di attivisti di destra hanno attraversato una zona militare chiusa fino alla barriera di Gaza, cantando inni genocidi mentre i soldati distribuivano bottiglie d’acqua

Difficilmente la “Marcia dei mille” potrebbe essere definita una manifestazione o una protesta. Simili azioni vengono di solito intraprese in opposizione al governo o per chiedere qualcosa dall’esterno. Ma quando domenica alcune migliaia di attivisti di destra hanno marciato fino alla barriera che circonda Gaza chiedendo che Israele ristabilisse gli insediamenti nella Striscia lo hanno fatto con la partecipazione di quasi metà del governo e sotto gli auspici della polizia – nonostante l’area fosse stata dichiarata dall’esercito zona militare chiusa, l’ingresso nella quale è un reato passibile di arresto.

La marcia aveva l’obiettivo dichiarato di esercitare pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché promuovesse la costruzione di insediamenti a Gaza, cosa che il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aveva promesso a giugno sarebbe avvenuta “non appena il Primo ministro avesse dato la sua approvazione”. Ma l’evento intendeva anche dimostrare chi comanda, chi sta al di sopra della legge e può ottenere ciò che vuole, come hanno già fatto a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, con o senza il Primo ministro.

I manifestanti, molti dei quali erano stati portati in autobus dagli insediamenti della Cisgiordania occupata, sono partiti dalla spiaggia di Zikim, appena a nord della Striscia di Gaza. A poche centinaia di metri dalla spiaggia la polizia militare aveva allestito un posto di blocco e i soldati, con impassibile serietà, presentavano ai partecipanti l’ordinanza in base alla quale l’accesso all’area era precluso in quanto zona militare e cercavano di costringere i veicoli a tornare indietro.

Ma le orde giunte sul posto non avevano alcuna intenzione di desistere: hanno proseguito la marcia, superando un posto di blocco dopo l’altro e incontrando scarsa resistenza. Come già in occasioni precedenti, l’obiettivo era raggiungere un punto di ritrovo vicino alla barriera perimetrale di Gaza, un luogo dove al pubblico è generalmente vietato l’accesso.

Per un momento è sembrato che la polizia – che aveva schierato agenti in tenuta antisommossa e unità equipaggiate con sofisticati veicoli fuoristrada tipicamente impiegati in operazioni contro i beduini palestinesi nel vicino Naqab (o Negev) – stesse davvero cercando di respingere i manifestanti. Ma l’esito finale e la presenza tra i manifestanti del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir hanno chiarito che si trattava soltanto di una messinscena, dato che è lui ad avere il comando della polizia. Per tutta la durata dell’evento, protrattosi fino a dopo il tramonto, la folla ha continuato ad affluire nella zona vicino alla barriera.

Solo un anno fa gli attivisti di sinistra che manifestavano vicino alla barriera venivano aggrediti violentemente e arrestati. Ieri l’atmosfera era diversa: era evidente che la polizia e l’esercito temevano scontri con i manifestanti ed evitavano di intraprendere azioni serie per impedire loro di avvicinarsi alla barriera.

“Cosa possono farci?” ha chiesto retoricamente una giovane donna alla sua amica, mentre i veicoli della polizia avanzavano verso di loro. Altri si chiedevano se sarebbero effettivamente riusciti a entrare a Gaza. Lungo tutto il percorso della marcia, le case distrutte di Beit Lahiya erano chiaramente visibili.

Nemmeno quando centinaia di manifestanti sono scesi sulla strada a uso esclusivamente militare proprio accanto alla barriera, mentre danzavano e cantavano il popolare canto genocida che invoca vendetta contro i palestinesi, nessuno ha tentato di allontanarli. Gli organizzatori del movimento di coloni Nachala [movimento oltranzista e ultranazionalista israeliano fondato nel 2005, ndt.] hanno chiesto educatamente ai partecipanti di tornare in cima, dove si sarebbe tenuto il comizio, ma nessuno ha dato loro ascolto.

È stato sconcertante vedere come, nonostante il caos generale, l’esercito distribuisse grandi bottiglie d’acqua minerale ai presenti all’interno di una zona militare chiusa, proprio accanto alla barriera, e per tutta la durata dell’evento diversi soldati si fermassero a dire ai manifestanti “bravi”. Con il calare del buio, i veicoli militari hanno riportato alcuni delle centinaia di partecipanti giunti fino alla barriera al punto di raccolta delle navette.

Nel corso degli anni ho documentato centinaia di proteste in tutto il territorio israelo-palestinese. Ma in nessuna di esse i manifestanti hanno mai ricevuto trasporto se non verso la stazione di polizia dopo essere stati fermati, e l’unica “bevanda” offerta loro dall’esercito e dalla polizia è sempre stata “acqua skunk” [liquido maleodorante usato per disperdere i manifestanti, ndt.] o gas lacrimogeno.

“Non ci saranno più arabi a Gaza”

La richiesta specifica dell’evento era quella di stabilire tre insediamenti nel nord di Gaza “ancora prima delle elezioni”, secondo la portavoce di Nachala Daniela Weiss, che si è rivolta alla folla rimasta sulla strada sopra la barriera. “Siamo qui per rendere Gaza di nuovo ebraica” ha dichiarato. “Ventun anni fa, 10.000 ebrei sono stati espulsi (un riferimento al piano di ‘disimpegno’ del governo israeliano del 2005) e il luogo si è trasformato in una tana di mostri.

“La gente mi chiede: ‘Cosa succederà agli arabi a Gaza?’ Non ci saranno più arabi a Gaza – punto e basta” – ha detto Weiss, tra gli applausi.

“Questa è casa mia; io c’ero. Torneranno tutti” – ha detto Mazal Haniya, che viveva nell’insediamento di Neve Dekalim prima del disimpegno. Alla domanda su cosa ne sarebbe stato dei palestinesi a Gaza, ha risposto: “Ci ho vissuto per 20 anni e non ho mai infastidito nessuno; loro hanno attaccato me e ucciso i miei amici. Sarei felice se decidessero che non vale la pena restare in un posto così difficile. Dovrebbero andarsene perché stanno soffrendo.”

Alcune magliette dei manifestanti recavano lo slogan “Occupazione, Espulsione, Insediamenti”, accompagnato dall’immagine di un bulldozer. Altre magliette proclamavano: “Ebrei di Gaza: non è un sogno, è realtà.”

Durante la marcia Ben Gvir ha osservato con orgoglio che “se tre anni fa qualcuno avesse detto che avremmo controllato il 70% della Striscia di Gaza nessuno ci avrebbe creduto”. Non ha fatto menzione, naturalmente, del genocidio che ha reso possibile l’occupazione israeliana dell’enclave.

Nir Barkat, ministro dell’Economia e dell’Industria israeliano, ha ringraziato Weiss per i suoi sforzi costanti volti a favorire la creazione di nuovi insediamenti ebraici a Gaza, osservando che lo stava facendo “in coordinamento con il governo israeliano”.

Dopo il 7 ottobre, le attività degli attivisti di destra vicino alla barriera – tra cui un’irruzione a Gaza e una conferenza a Gerusalemme, dove migliaia di persone ballavano ed esultavano mentre la maggior parte del pubblico era ancora sotto shock – avevano suscitato inquietudine e persino indignazione. Oggi persino questo si è normalizzato, nell’ambito della campagna elettorale della destra, ufficialmente iniziata ieri.

+972 Magazine ha contattato la polizia e l’esercito israeliani per un commento. L’ufficio del portavoce della polizia ci ha rimandati all’ufficio del portavoce dell’esercito, il cui commento verrà aggiunto qui non appena ricevuto.

Oren Ziv

Oren Ziv è fotogiornalista, reporter per Local Call [edizione israeliana di +972, ndt.] e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills [collettivo di fotografi impegnati nella copertura di lotte sociali e politiche in Israele-Palestina, spesso legate ai diritti umani e al conflitto israelo-palestinese, ndt.].

(Traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Un attacco israeliano cancella a Gaza una intera famiglia palestinese di 6 persone nonostante il cessate il fuoco

Redazione di MEMO

21 luglio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia ufficiale di notizie Wafa ha riferito che una intera famiglia palestinese di 6 persone è stata uccisa martedì all’alba dopo che l’esercito israeliano ha bombardato la loro casa a Gaza City, nonostante il cessate il fuoco in corso.

Sono stati uccisi nella via Al-Thalathini nel contesto delle continue violazioni del cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025.

La Mezzaluna palestinese ha affermato che i suoi soccorritori inizialmente hanno recuperato i corpi della madre e dei suoi quattro figli dopo un attacco israeliano che ha avuto come obiettivo un appartamento nell’area di Al-Samer.

Una fonte medica ha detto che i minori uccisi nell’attacco avevano una età compresa tra 6 e 13 anni.

Secondo la fonte, i corpi delle vittime sono arrivati bruciati all’ospedale Al-Shifa.

Successivamente è stato confermato che il padre è morto nello stesso attacco.

La difesa civile di Gaza ha affermato che dopo l’attacco israeliano i suoi membri hanno spento un ampio incendio nella casa della famiglia.

L’artiglieria israeliana ha bombardato aree a sud-est del quartiere di Zeitoun a Gaza City, mentre veicoli militari fermi nelle vicinanze hanno aperto pesantemente il fuoco.

Secondo fonti locali e testimoni oculari nella zona centrale di Gaza i veicoli israeliani si sono spinti 100 metri dentro la zona di Abu Ghraba, ad est di Deir al-Balah, accompagnati da un bulldozer militare che ha aperto fuoco pesante e ha spianato il terreno prima di andare via molte ore dopo.

Ufficiali israeliani dicono che l’esercito israeliano occupa più del 70% dell’enclave rispetto al 53% previsto dall’accordo del cessate il fuoco dell’ottobre 2025.

Secondo il ministero della salute di Gaza nonostante il cessate il fuoco l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi giornalieri a Gaza, uccidendo almeno 1.158 palestinesi e ferendone 3.756.

Da quando il genocidio israeliano è cominciato l’8 ottobre 2023, circa 73.300 palestinesi sono stati uccisi e 174.000 feriti, mentre il 90% delle infrastrutture civili di Gaza è stato danneggiato o distrutto.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Israele minaccia di impadronirsi dell’antico bacino idrico vicino a Betlemme

Julian Borger e Quique Kierszenbaum 

Artas, Cisgiordania

domenica 19 luglio 2026 The Guardian

Le Piscine di Salomone risalgono al II secolo a.C. e sono diventate un luogo di svago per la vicina Betlemme

La minaccia di Israele di impadronirsi degli antichi bacini idrici vicino a Betlemme rappresenterebbe una significativa escalation nell’intensificarsi della campagna per il controllo della terra in Cisgiordania e della narrazione storica del Medio Oriente.

Da quando a maggio il ministro Finanze di Israele, l’estremista Bezalel Smotrich, ha minacciato esplicitamente di “cancellare” l’accordo che, oltre 30 anni fa, ha confermato la proprietà palestinese delle Piscine di Salomone, coloni e esercito israeliano hanno incrementato la loro presenza intorno allo spettacolare sito.

Le piscine risalgono al II secolo a.C. anche se la costruzione principale fu attuata dai romani un secolo dopo, parte di un imponente progetto ingegneristico composto da due bacini, acquedotti e canali per rifornire d’acqua Gerusalemme che dista 13 km.

Un terzo bacino monumentale fu aggiunto sotto il dominio ottomano quando fu costruito anche un forte per proteggere la fornitura d’acqua. Durante il periodo mandatario dal 1923 al 1948 le autorità britanniche modernizzarono il sistema usando condutture metalliche e pompe.

Ora la stazione di pompaggio in pietra chiara sulle colline boscose della zona dell’era mandataria è abbandonata e le piscine, in alcuni punti profonde oltre 10 metri, non convogliano più l’acqua a Gerusalemme, ma sono diventate la fonte principale di intrattenimento nell’area.

Un pomeriggio, di recente, dei bambini dei vicini villaggi di Artas e al-Khader hanno cominciato a buttarsi dai muri di pietra nell’acqua verde della piscina di mezzo, mentre dall’altro lato un gruppetto di pescatori pescava tra le canne dei bastioni.

Di venerdì e durante le vacanze le famiglie vengono da Betlemme, quasi quattro chilometri a nord-est, per passare la serata, nuotare e fare un picnic. Poiché la città è accerchiata da tutti i lati da nuove colonie le piscine sono diventate sempre più un rifugio per gli abitanti.

In tutta Betlemme è l’unico posto dove si può trovare un posto per sedersi e godersi l’acqua, l’ombra, gli spazi verdi – e ora stanno cercando di portarcelo via,” dice Mahmoud Jaber, un attivista del posto e orticultore ad Artas, che usa l’acqua delle sorgenti locali per coltivare verdure.

Anche se un distretto della colonia di Efrat incombe sopra le piscine, a maggio esse sono state direttamente minacciate quando Smotrich e Zvi Sukkot, un altro politico estremista israeliano, hanno fatto sgombrare i palestinesi dalla polizia per farsi filmare mentre nuotavano nella piscina di mezzo.

Questa è la nostra terra,” ha dichiarato Smotrich e Sukkot ha ripetuto il suo appello affinché Israele occupi il sito. Da allora le incursioni da parte dei coloni sono diventate più frequenti e il 10 luglio i soldati israeliani hanno compiuto un raid senza precedenti, lanciando gas lacrimogeni mentre i bambini nuotavano nelle piscine.

La campagna di pressione ha scatenato sdegno in Palestina, non solo per l’importanza archeologica delle tre piscine rettangolari che, con una capacità totale di 250.000 metri cubi, costituiscono uno dei sistemi idrici più vasti sopravvissuti dal mondo antico. Rappresenta anche un nuovo assalto frontale contro l’Autorità Palestinese (AP).

In base al secondo Accordo di Oslo del 1995, le Piscine di Salomone sono incluse nell’area di Betlemme classificata come Area A, sotto il controllo civile e militare palestinese. La divisione della Cisgiordania in aree A e B (controllo civile palestinese e controllo militare israeliano), e C (totalmente sotto controllo amministrativo israeliano) era intesa come fase intermedia in vista del ritiro israeliano dal territorio occupato per creare uno Stato palestinese.

Un obiettivo da molto tempo abbandonato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dalla sua coalizione di estrema destra, che hanno anzi accelerato l’ampliamento delle colonie israeliane su tutta la Cisgiordania tentando di strangolare alla nascita una Palestina indipendente.

L’Area A nel corso di questa annosa campagna è stata quasi sempre considerata inviolabile, fino a che un editto del gabinetto di sicurezza a febbraio di quest’anno ha stabilito il controllo israeliano sul sito storico della Tomba di Rachele a Betlemme. L’occupazione delle Piscine di Salomone costituirebbe un altro precedente a suggerire che parti dell’Area A possono essere confiscate a piacimento e con decisioni ad hoc da parte dei ministri.

A maggio, nel corso della sua visita alle piscine, Smotrich ha detto che lasciare tale “magnifico e antico bacino idrico” al controllo palestinese è stato “uno dei terribili errori” degli Accordi di Oslo.

Stiamo lavorando duro per porre rimedio ai tremendi danni causati dal disastro degli Accordi di Oslo,” ha detto.

Si sta usando questo sito come arma per erodere e praticamente cancellare gli Accordi di Oslo,” ha detto Alon Arad, un archeologo israeliano direttore esecutivo di Emek Shaveh, un’organizzazione fondata per proteggere i siti antichi. E ha aggiunto: “Ci sono 6.000 siti antichi in Cisgiordania e solo una minima parte ha un legame con il retaggio ebraico.”

Non è chiaro se e quando la coalizione israeliana cercherà di impadronirsi delle Piscine di Salomone, ma gli archeologi e i palestinesi del posto si preparano ad altre incursioni con l’avvicinarsi della data delle elezioni di ottobre in Israele. Nel frattempo la giustificazione per l’occupazione è stata fornita dai propagandisti estremisti israeliani che sostengono che l’AP ha permesso che le Piscine di Salomone cadessero in rovina. Il sito si sta sgretolando e in alcuni punti, in un angolo della piscina di mezzo, si vedono montagnole di bottiglie d’acqua buttate via e altra immondizia.

Il Waqf dell’AP, l’istituzione religiosa che ha la proprietà del sito, ambiva a svilupparlo quale meta turistica, ma queste aspirazioni sono andate in frantumi quando Smotrich ha trattenuto i proventi di tasse e accise dell’AP prosciugandone i fondi.

L’altra motivazione avanzata per un’occupazione israeliana è che le Piscine di Salomone sono esclusivamente ebraiche. Il tenente colonello riservista Maurice Hirsch, scrivendo all’inizio di questo mese sul sito del Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, ha detto del sito che “il significato e l’importanza storica sono ebraici già solo per suo nome”.

Tuttavia ‘Piscine di Salomone’ è una denominazione storica fuorviante. Il re Salomone, qualora fosse esistito (tema dibattuto), si pensa abbia regnato su Israele e Giudea circa 800 anni prima che si iniziassero i lavori dei bacini.

La prima delle due piscine fu costruita sotto un altro re ebraico, Erode il Grande, un governatore sotto il protettorato di Roma, ma come molti siti antichi in Israele e Palestina, le piscine di Salomone mostrano tracce sovrapposte di ere e imperi successivi.

I palestinesi del posto mantennero il nome per secoli, ma Eman al-Titi, il direttore del dipartimento del turismo e delle antichità di Betlemme, ha detto che si riferisce al sultano ottomano Solimano il Magnifico che nel sedicesimo secolo restaurò le mura di Gerusalemme e la fornitura idrica.

I siti archeologici non dovrebbero mai diventare strumenti di conflitti politici,” ha detto al-Titi. “Questo problema va oltre il controllo della terra stessa. Comporta anche il tentativo di rimodellare la storia e promuove un unico modello della narrazione storica che non riflette le evidenze archeologiche o le molte civiltà che hanno contribuito per migliaia di anni alla ricca eredità culturale palestinese.”

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




‘Vogliono spezzare la nostra volontà’: un’attivista della flotilla di Gaza parla di stupro nella detenzione israeliana

Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

15 luglio 2026 – The Guardian

Anna Liedtke ha sporto una denuncia penale per una presunta aggressione da parte di carceriere donne sostenendo che gli abusi erano intesi a far tacere i manifestanti

Stando a interviste e denunce penali presentate in Israele, la terza volta che Anna Liedtke è stata costretta a spogliarsi per una perquisizione illegale in un carcere israeliano le carceriere l’hanno costretta a inginocchiarsi, tappandole la bocca per impedirle di urlare e l’hanno stuprata.

Ha raccontato di aver sentito ridere dei carcerieri durante l’aggressione che lei pensa abbiano visto e forse filmato. Il fatto si è svolto in una zona separata dal corridoio d’ingresso della prigione da una tenda parzialmente tirata che chi l’ha aggredita aveva lasciato aperta.

Liedtke, 25 anni, faceva parte della flottiglia che lo scorso autunno era salpata dall’Europa diretta a Gaza con aiuti umanitari. L’8 ottobre le forze israeliane hanno intercettato la sua imbarcazione in acque internazionali e l’hanno trasportata in Israele, dove è rimasta in detenzione per cinque giorni.

Gli abusi e le violenze, inclusi stupri, nelle prigioni israeliane contro i partecipanti alla flotilla avevano l’intenzione di intimidirci, dice Liedtke. “È chiaro che volevano spezzare la nostra volontà e farci tacere rendendo il tutto così traumatico che non avremmo mai più parlato di Palestina,” ha detto al Guardian.

Al contrario pochi giorni dopo lei l’ha raccontato ad amici e medici. A dicembre è diventata la prima attivista della flotilla a parlare pubblicamente di stupro durante la detenzione israeliana. Più di una decina di altre persone, la maggioranza in forma anonima, hanno riportato aggressioni sessuali.

Ora gli avvocati che rappresentano Liedtke in Israele hanno presentato una denuncia chiedendo alle autorità un’indagine sulle sue accuse. La legge israeliana definisce lo stupro una penetrazione completa non consensuale.

Non ho motivo di vergognarmi,” ha detto Liedtke nella sua prima intervista sulla causa legale. “Se restiamo in silenzio lo faranno a un’altra persona.”

La denuncia, presentata al Procuratore Generale israeliano, al Consulente legale del servizio carcerario israeliano, al Dipartimento per le indagini delle Guardie Carcerarie (Yahas) e al comandante della prigione di Givon, è una sfida alla “cultura dell’impunità” per abusi contro prigionieri in Israele, ha detto Muna Haddad la legale di Liedtke.

È desiderio di Anna cercare giustizia e perseguire tutte le vie per far sì che i colpevoli paghino per tali azioni. Vogliamo anche attirare l’attenzione su come il sistema israeliano risponderà davanti alle nostre richieste di aprire un’inchiesta,” ha detto Haddad, avvocata di Adalah, un’organizzazione palestinese per i diritti umani basata in Israele.

Violenza sessuale e stupro sono violazioni ricorrenti che sono state perpetrate contro prigionieri palestinesi da circa tre anni… Ora assistiamo a un’escalation poiché Israele è pronto a estendere questa condotta a cittadini stranieri che operano in solidarietà con i palestinesi.”

Rifiutandosi di cedere alla vergogna, Liedtke ha trasformato l’attacco in una componente del suo attivismo, diventando una voce per coloro che sono ancora nelle carceri israeliane o che potrebbero diventarne bersagli in futuro. Ha detto: “Non penso che [parlarne apertamente] porrà fine agli stupri nelle prigioni. Ma da donna e politica sento la responsabilità di far sentire la mia voce e in tal modo combatterli.

Questa non è solo la mia esperienza personale, è un comportamento più sistematico. E non sottolineerò mai abbastanza che è stato meno, molto meno di quello che subiscono i prigionieri palestinesi.”

Israele ha normalizzato la tortura dei palestinesi detenuti nelle sue carceri, mentre politici di governo hanno celebrato gli abusi di attivisti stranieri e denunciato il fallito tentativo di perseguire i soldati per aggressioni e stupri ben documentati.

A maggio l’ONU ha incluso Israele nella lista nera per violenza sessuale nel corso di conflitti, citando abusi da parte delle forze di sicurezza, inclusi stupri di detenuti, e questo mese la Gran Bretagna ha espresso preoccupazione presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per le aggressioni sessuali in centri di detenzione israeliani.

La polizia australiana sta investigando accuse di stupro e tortura fatte da partecipanti alla flotilla di maggio e il Pubblico Ministero francese ha aperto un’inchiesta per crimini di guerra per sospetto di tortura e maltrattamenti di concittadini in carceri israeliane.

Liedtke era stata informata da partecipanti di precedenti flotille prima di salpare dall’Italia meridionale il 30 settembre su un grande traghetto dismesso con circa altri 100 attivisti. Aveva cercato di prepararsi mentalmente alla possibilità di violenze, inclusa l’aggressione sessuale, in strutture di detenzione israeliane, ma poi ha capito che era quasi impossibile.

Ha detto: “Puoi sapere che ti aggrediranno sessualmente e puoi dire a te stessa, OK, lo faranno. E nel momento in cui succede è come se tu non ne avessi mai sentito parlare. È perché non sai come il tuo corpo reagirà.”

Ora il suo consiglio per altri attivisti è sia politico che pratico. “Devi essere convinta che questa è la missione giusta. E alla fine capisci che niente ti potrà preparare.”

L’8 ottobre è stata svegliata verso le 4 e mezza del mattino dal capitano che annunciava: “Questa non è un’esercitazione, gli israeliani stanno arrivando.” [I soldati] Sono saliti a bordo dell’imbarcazione, hanno trasportato gli attivisti su una bettolina e hanno fatto vela verso il porto israeliano di Ashdod, dove sono arrivati la sera.

Liedtke è stata portata per l’interrogatorio e ha detto che uno che parlava un tedesco fluente l’ha chiamata “puttana nazista”.

Ha detto che la prima aggressione sessuale è avvenuta subito dopo, con una perquisizione personale durante la quale era stata denudata. La legge israeliana richiede il consenso del detenuto prima della perquisizione, ha detto l’avvocata di Liedtke. Se il consenso è negato, un funzionario di grado superiore deve recarsi ad ascoltare le obiezioni e autorizzare per iscritto qualsiasi perquisizione successiva. Le perquisizioni sono limitate all’ispezione visiva del corpo nudo e devono avvenire in una stanza chiusa alla presenza del solo personale femminile.

Liedtke ha detto di aver rifiutato la perquisizione corporea, ma di essere stata costretta a togliersi i vestiti in una zona solo parzialmente protetta da una tenda. Il suo corpo nudo era visibile ai soldati maschi che passavano. “Alcuni, mentre stavano passando, hanno guardato direttamente verso di noi,” ha detto.

Si è rifiutata di firmare i documenti per una rapida deportazione perché di fatto avrebbe rappresentato l’ammissione di essere entrata in Israele illegalmente. Liedtke era stata portata a forza in Israele da acque internazionali.

Più tardi quella stessa notte è stata portata, bendata e ammanettata, nella prigione di Ketziot, di nuovo perquisita completamente nuda e senza consenso. “Ho detto che non lo volevo fare, che mi avevano già perquisita alcune ore prima e che quindi non avevano bisogno di rifarlo,” ha detto. Quelli che avevano dato il consenso alla perquisizione avevano ottenuto di tenersi la biancheria intima, ha aggiunto.

Le hanno dato l’uniforme della prigione e l’hanno portata in una cella sporca, senza acqua pulita da bere. Privata del sonno per tutta la notte a causa di musica a tutto volume e ripetute perquisizioni della cella, anche con cani, poteva sentire le urla arrivare da altre parti della prigione.

Il 10 ottobre, Liedtke è stata di nuovo trasferita nella prigione di Givon. Lì è ancora una volta portata in uno spazio solo parzialmente schermato da una tenda dove le hanno ordinato di spogliarsi.

Al suo rifiuto le guardie le hanno strappato gli abiti, l’hanno afferrata e costretta a inginocchiarsi. Una di loro, una donna, le ha inserito le dita nella vagina e poi nell’ano, ha detto Liedtke.

C’erano due e poi 3 soldatesse che mi hanno detto di togliermi i vestiti,” ha detto. “Poi hanno cominciato a toccarmi. Io ho detto di no. Ho detto che non volevo essere toccata e che stavano facendomi male. Poi mi hanno afferrata per le mani in modo che non potessi muovermi, mi hanno spinta giù, io continuavo a cercare di urlare e poi mi hanno tappato la bocca per impedirmelo.”

L’umiliazione si è aggiunta al dolore dell’aggressione fisica. “Ricordo i soldati maschi ridere, fermi lì in piedi a ridere. So che potevano vedere tutto perché la tenda non era completamente chiusa.”

Liedtke crede che l’aggressione sia anche stata filmata dato il gran numero di telecamere di sicurezza e body cam usate in prigione. Video e immagini di abusi e torture di detenuti palestinesi e attivisti sono stati pubblicati in Israele da individui e politici.

Gli attivisti sono poi stati deportati in Giordania il 12 ottobre. Liedtke ha fatto lo sciopero della fame per tutto il tempo, ma ha detto che più che mangiare avrebbe voluto una sigaretta.

In un hotel di Amman il gruppo è stato accolto da medici e psicologi e Liedtke ha fatto il suo primo passo verso una denuncia pubblica, raccontando tutto a un’amica e collega giornalista: “Assicurati di includere nel tuo resoconto che almeno una donna è stata aggredita sessualmente.”

A casa in Germania ha deciso di parlare dello stupro a una conferenza sui prigionieri politici a dicembre e ha detto che così facendo l’intimidazione è stata sostituita da un inaspettato sollievo, “come se un nodo lentamente si sciogliesse”.

Altre donne della sua barca si sono messe in contatto con lei per dire che avevano avuto “la stessa esperienza”, e i messaggi di sostegno hanno superato gli attacchi da sconosciuti.

Ero preoccupata per i commenti maligni, specialmente perché si trattava di carceriere. Ero preoccupata che la gente mettesse in dubbio che fosse veramente stupro. C’è stata gente in internet che ha discusso sulla mia esperienza, su come l’avrebbero definita, ma non in un modo che mi ha influenzata più di tanto.”

Dice di vivere con il trauma dell’aggressione. “In questo momento sto bene. Ci sono giorni in cui non ricordo nulla e altri quando penso che non andrà meglio, ma credo che sia normale.”

Ma trova forza nell’impegno politico che originariamente l’aveva portata a bordo della flotilla, rinforzato dal gioioso benvenuto dato alla barca di una flotilla al suo arrivo, vuota, sulle spiagge di Gaza. “È valsa la pena. Tutto quello che ho passato per portare almeno un po’ di speranza, che la prossima flotilla riuscirà ad arrivare.”

L’esercito israeliano “nega accuse di abusi” da parte delle forze che hanno intercettato la flotilla di Liedtke, ha detto un portavoce, rimandando ulteriori domande al Servizio Penitenziario Israeliano (IPS).

Un portavoce dell’IPS ha detto: “Le accuse descritte nella vostra indagine sono categoricamente smentite e sono totalmente infondate,” e l’IPS “respinge ogni accusa di stupro, aggressioni sessuali o sistematici abusi da parte del suo personale”.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Notiziario palestinese: Israele attacca bambini e ospedali in una settimana di sangue a Gaza

Redazione di Al Jazeera

14 luglio 2026 Al Jazeera

La morsa di Israele sulla Cisgiordania occupata si rafforza con avamposti, demolizioni e incursioni di coloni appoggiati dall’esercito, mentre i militari uccidono operatori umanitari e bambini a Gaza

Nell’ultima settimana diversi bambini sono stati uccisi dagli attacchi israeliani a Gaza, portando il bilancio delle vittime dal cessate il fuoco di ottobre ad almeno 1.108.

Tra gli attacchi si annoverano i raid israeliani dell’8 luglio che hanno causato la morte di almeno otto persone tra cui un bambino di 10 anni, ucciso nell’attacco a una tenda nella “zona umanitaria” di al-Mawasi, e un bambino di sei anni colpito da un proiettile nel quartiere di Zeitoun a Gaza City, secondo quanto riferito da funzionari sanitari palestinesi. Il giorno dopo un autista della World Central Kitchen [ONG che fornisce aiuti alimentari fondata nel 2010 dallo chef José Andrés in seguito al terremoto di Haiti, ndt.], Ahmad Nasser Saleem, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre con le mani alzate trasportava aiuti concordati dal valico di Karem Abu Salem.

Il 12 luglio Tala Jumaa Abu Matar, una bambina di nove anni, è stata uccisa da fuoco israeliano vicino al campo profughi di Nuseirat, secondo fonti mediche citate da Wafa [agenzia di stampa ufficiale palestinese, ndt.]. L’attivista Hamza al-Masri, residente a Gaza, riferisce che per tutta la settimana si sono verificati attacchi contro le tende che ospitano gli sfollati di al-Mawasi.

Il 10 luglio un drone israeliano ha colpito il cortile dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, ferendo membri del personale – nonostante la struttura si trovi all’interno della “zona verde” controllata da Israele; il Ministero della Sanità di Gaza l’ha definito parte della “campagna sistematica contro le strutture sanitarie” da parte di Israele.

La cifra totale delle vittime dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza nell’ottobre 2023 ha ora raggiunto la cifra di 73.231 morti e 173.686 feriti.

Dichiarazioni e realtà

Accanto a questi rapporti quotidiani dal campo il COGAT, l’organismo militare israeliano che coordina gli aiuti, ha pubblicato un rapporto in cui affermava che i rifornimenti umanitari entrati a Gaza fossero in quantità che “supera significativamente” i bisogni riconosciuti dalle Nazioni Unite. Il suo capo, il maggiore generale Yoram Halevy, ha dichiarato che chiunque contestasse le cifre pubblicate dal COGAT stava “amplificando la propaganda di Hamas”, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Al contrario i dati delle Nazioni Unite, pubblicati il ​​giorno successivo, descrivevano la scarsità, voluta, di beni di prima necessità a Gaza. Nel suo rapporto del 10 luglio sulla situazione l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha affermato che i pacchi alimentari distribuiti a oltre 53.500 persone all’inizio di luglio coprivano solo il 75% del fabbisogno calorico minimo e che la fornitura di biscotti ad alto contenuto energetico era stata sospesa per preservare le scorte di emergenza in via di esaurimento.

Solo il 56% degli aiuti umanitari transitati attraverso il corridoio egiziano è stato scaricato con successo al valico di Karem Abu Salem. Il numero di famiglie che ricevono assistenza e rifugio è diminuito del 37% tra maggio e giugno a causa della carenza di fondi e delle restrizioni israeliane sui beni.

I servizi essenziali per circa 350.000 persone affette da malattie croniche continuano a essere gravemente irregolari a causa delle restrizioni all’ingresso. Di conseguenza in una sola settimana i partner del Coordinamento Sanitario dell’OCHA hanno registrato oltre 18.000 nuovi casi di varicella, infezioni cutanee e infestazioni parassitarie.

Sul campo le strutture mediche di Gaza sono rimaste al buio a causa della carenza di carburante, con 38 ospedali già distrutti o resi inutilizzabili e i chirurghi costretti a ridurre la durata degli interventi. Il Ministero della Salute ha avvertito che i suoi laboratori e le banche del sangue rischiano la chiusura totale.

Promesse nuove elezioni

Pochi giorni dopo che il governo di Gaza guidato da Hamas aveva annunciato le proprie dimissioni per lasciare spazio a un comitato tecnocratico non ancora entrato a Gaza, il 9 luglio il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emanato un decreto che fissa al 28 novembre le elezioni legislative palestinesi – le prime in 20 anni. L’annuncio, ampiamente interpretato come risposta alle pressioni internazionali per una riforma dell’Autorità Palestinese, si scontra con notevoli ostacoli: Israele non ha ancora autorizzato il voto a Gerusalemme Est occupata, le infrastrutture di Gaza sono in rovina e il registro della popolazione è obsoleto.

Annessione in cifre

Un rapporto pubblicato il 7 luglio dai gruppi di ricerca e difesa israeliani Peace Now e Kerem Navot ha documentato quella che viene definita annessione di fatto della Cisgiordania, occupata a un ritmo senza precedenti: tra il 2023 e il 2025, si è scoperto, sono stati creati 185 nuovi avamposti e 118 comunità di pastori palestinesi sono state espulse, 102 nuovi insediamenti sono stati creati e gli avamposti agricoli illegali sono arrivati a controllare più di 1,1 milioni di dunam (110.000 ettari) di territorio – il 18% dell’intera Cisgiordania – il tutto nel contesto di “una politica governativa unica e sistematica”.

Gli sviluppi nell’intera Cisgiordania tracciano l’attuazione di questa politica nel suo complesso. Nella parte settentrionale della Valle del Giordano i bulldozer israeliani hanno sradicato più di 300 ulivi e viti vicino ad Atuf e hanno tagliato le condutture idriche che servivano circa 45.000 dunam [4.500 ettari, ndt.] di terreni agricoli nell’ambito del progetto di strade e muri militari denominato “Crimson Thread”, secondo quanto riferito da Mutaz Bisharat, funzionario di Tubas. A Zububa, vicino a Jenin, dall’inizio di luglio più di 1.500 ulivi sono stati distrutti dalle forze israeliane, secondo quanto riportato da Wafa.

Le demolizioni sono portate avanti in parallelo: nel corso della settimana le forze israeliane hanno raso al suolo case, strutture agricole e un edificio di quattro appartamenti a Shuqba, Jit, Nablus, Sur Baher, Khirbet al-Miyah e Bruqin, secondo quanto riportato da Wafa e da attivisti locali. Sempre secondo Wafa i coloni hanno demolito la scuola elementare di Yanun, che ospitava 15 bambini, circa otto mesi dopo la pulizia etnica della comunità. Il 13 luglio Wafa ha riferito che le autorità israeliane hanno costretto la famiglia Abu Tir ad auto-demolire la propria casa nella Gerusalemme Est occupata, multandoli di 80.000 shekel [23.187 euro, ndt.] e lasciando sette persone senza tetto.

La Commissione per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha affermato che nella prima metà del 2026 le autorità israeliane hanno emesso 49 ordini di esproprio militare di terreni – superando i 47 già emessi in tutto il 2025 – riguardanti 2.093 dunam (210 ettari ca), per lo più lungo le strade di circonvallazione dei coloni, tra cui la Strada Statale 60.

La violenza dei coloni continua – senza impedimenti

Gran parte delle violenze della settimana in Cisgiordania hanno seguito uno schema ben noto: coloni che attaccano sotto protezione militare israeliana. Per cinque giorni consecutivi, come riportato dall’attivista Osama Makhamreh, i coloni hanno attaccato la famiglia dell’anziano Ibrahim Ismail al-Jabour nella zona di Huwara a Masafer Yatta; i soldati sono intervenuti per proteggere gli aggressori e il 12 luglio hanno arrestato lo stesso al-Jabour, mentre sette suoi parenti, tra cui due bambini, sono stati feriti dai coloni. In quei giorni nessun colono è stato arrestato.

In altre zone il 9 luglio circa 150 coloni hanno attaccato Deir Jarir, a est di Ramallah, da quattro direzioni, mentre le forze israeliane bloccavano le ambulanze, secondo quanto riportato da Wafa. Ad al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, ripetuti raid hanno lasciato alcuni abitanti feriti da colpi d’arma da fuoco, proiettili di gomma e granate stordenti – tra cui un bambino di 10 anni colpito alla testa – mentre le forze israeliane confiscavano le chiavi delle ambulanze, secondo Wafa e fonti locali sul campo. Vicino a Jenin coloni e soldati insieme hanno espulso quattro famiglie da Khirbet Asaeed dove risiedevano da oltre 70 anni, ha riferito Wafa.

L’OCHA nel suo ultimo rapporto ha registrato in una sola settimana almeno 35 incidenti con coloni che hanno causato vittime o danni alle proprietà, portando il totale del 2026 a più di 1.200 attacchi in oltre 240 comunità – circa sei al giorno.

Più difficile da spiegare

Mentre dall’estero si intensifica il controllo sulle azioni di Israele, le controversie intorno alla realtà dei fatti sul terreno hanno coinvolto persino politici statunitensi in visita. Il deputato americano Ro Khanna ha affermato che durante una visita al villaggio abbandonato di Khirbet Zanuta in Cisgiordania lui e il suo gruppo sono stati bloccati per oltre un’ora dai coloni e che poi i soldati gli hanno impedito di andarsene. L’esercito israeliano ha dichiarato che al loro arrivo i soldati hanno “disperso” i coloni; “l’esercito israeliano sta mentendo”, ha detto Khanna alla NBC News.

Lo stesso apparente disprezzo per gli osservatori internazionali si è visto anche nei tribunali israeliani. Haaretz ha riportato che il Servizio Penitenziario Israeliano ha imposto nuove e drastiche restrizioni alle visite della Croce Rossa ai detenuti palestinesi, nonostante la sentenza unanime dell’Alta Corte del mese scorso. Oded Feller dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele ha affermato che lo scopo della decisione era “continuare a nascondere gli abusi che avvengono nelle strutture del Servizio Penitenziario Israeliano”.

Persino la diplomazia di routine è stata messa in discussione; secondo Wafa Israele ha impedito al segretario generale della Lega Araba di entrare in Cisgiordania per incontrare il presidente Abbas – un’altra mossa che, insieme agli avamposti, alle demolizioni e alle sentenze dei tribunali disattese delinea una traiettoria che muove costantemente in un’unica direzione, con impudente disprezzo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Secondo la radio dell’esercito Israele sta affrontando una carenza di riservisti e di carri armati

Redazione di MEMO

14 luglio 2026 – Middle East Monitor

Secondo un rapporto di martedì scorso della radio dell’esercito israeliano quest’ultimo sta affrontando carenze di riservisti e di carri armati pronti al combattimento, con alcune formazioni che si avvicinano ad un “collasso operativo.”

Con il titolo “L’allarme dell’esercito per il collasso delle forze della riserva,” l’emittente afferma che le brigate e i battaglioni della riserva stanno operando sotto organico, con un numero insufficiente di carri armati per i combattimenti.

Ha sostenuto che una brigata corazzata della riserva è stata recentemente dispiegata in un settore operativo chiave in Libano, ma le testimonianze di comandanti e soldati dipingono un quadro differente da quello presentato dai responsabili politici.

Queste sono ben lontane dall’essere brigate complete,” si afferma nel rapporto.

Secondo l’emittente, l’esercito non ha più carri armati pronti al combattimento a sufficienza dopo che molti sono stati danneggiati nei combattimenti e resi inservibili, obbligando le compagnie corazzate di riservisti ad operare con meno carri di quelli richiesti.

Da ottobre 2023 Israele ha condotto un’aggressione su molteplici fronti, inclusi quelli della Striscia di Gaza e del Libano, mentre si è scontrato anche contro l’Iran e il gruppo yemenita degli Houthi e ha condotto ripetuti attacchi in Siria e allo stesso tempo ha esteso le sue operazioni nella Cisgiordania occupata.

La radio dell’esercito ha anche affermato che il metodo militare per calcolare il tasso di presenza dei riservisti fornisce un quadro più favorevole, emanando ordini di richiamo ad un numero inferiore di riservisti, mentre una parte di quelli mobilitati fanno servizio solo per periodi limitati.

Ha sostenuto che in seguito a ciò le unità che riportano un tasso di presenza tra il 50% e il 70% stanno in pratica operando ad un livello di forza effettiva molto più basso in un preciso momento.

Le unità di riserva oggi sono vuote. Un battaglione non è un battaglione a organici completi e una compagnia non è veramente una compagnia,” secondo le parole di un anonimo comandante riservista citato dall’emittente.

Il pubblico e i responsabili politici sentono parlare di brigate complete in Libano, ma in realtà sono formazioni molto più piccole,” ha affermato il comandante. “I numeri di soldati, carri armati e veicoli sono significativamente più bassi.”

Ha aggiunto che alcune formazioni della riserva sono in una condizione di “collasso operativo.”

Ci sono unità in condizioni migliori e altre in condizioni peggiori. Ciascuno sta facendo del proprio meglio, ma è difficile continuare in queste condizioni,” ha detto.

La radio dell’esercito ha citato un altro esempio, affermando che una compagnia di riserva ha recentemente completato una “missione operativa” in Libano con un solo ufficiale rimasto. Secondo il rapporto, il comandante della compagnia è stato sollevato dall’incarico, non c’era nessun sottufficiale esperto e l’unità ha operato senza una catena di comando funzionante.

L’esercito israeliano non ha diffuso le cifre delle truppe dispiegate in Libano, Cisgiordania occupata, Striscia di Gaza o Siria.

Il rapporto ne segue un altro del 10 luglio [del quotidiano israeliano] Yedioth Ahronoth in cui si afferma che l’esercito ha cominciato a ridurre significativamente il richiamo dei riservisti, collegando la scelta con “la decrescente attività di combattimenti su molteplici fronti.”

Precedentemente, il 5 luglio, Israel Hayom [quotidiano israeliano di destra, ndt.] ha riferito che l’esercito ha previsto di congedare migliaia di riservisti per la fine del mese a causa delle pressioni finanziarie che sta affrontando il comparto della difesa.

L’esercito è in difficoltà per un grave ammanco di fondi dopo una netta crescita delle spese operative, con il risultato di un deficit di bilancio stimato in decine di miliardi di shekel [100 shekel=29 €].




Rubio dichiara che gli Stati Uniti smantelleranno la Corte Penale Internazionale “mattone dopo mattone”.

Redazione MEE

13 luglio 2026 – Middle East Eye

Il Segretario di Stato attacca duramente la Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che l’amministrazione Trump sta lavorando per “smantellare la Corte Penale Internazionale mattone dopo mattone”, lanciando una sfida pubblica alla Corte che nel 2024 ha emesso un mandato di arresto nei confronti del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

“L’interferenza della CPI nelle operazioni militari e di polizia americane non è solo un grave abuso dei suoi presunti poteri. Significherebbe la morte degli Stati Uniti come nazione sovrana e indipendente”, ha scritto Rubio in un articolo di opinione pubblicato lunedì dal Wall Street Journal.

“Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione del nostro governo, lavorando a fianco di ogni alleato disposto a collaborare, smantelleremo la CPI, mattone dopo mattone, se necessario”, ha affermato.

Rubio ha anche registrato una dichiarazione su questo tema, pubblicata lunedì su X, in cui accusa la Corte di voler privare gli americani del diritto di rispettare le proprie leggi e di essere giudicati da una giuria di propri pari quando accusati di aver commesso un crimine.

“Ma oggi persone potenti in luoghi distanti vogliono portarcelo via. Credono di dover essere loro a decidere sulle vostre leggi, sul vostro paese, la vostra vita, e non gli importa se siate d’accordo o meno”, ha affermato nel video.

Ha detto che gli americani probabilmente non conoscono i nomi dei giudici, dei procuratori o dei presidenti della Corte Penale Internazionale e che “non dovrebbero essere costretti a conoscerli”, accusando al contempo la CPI di condurre una guerra contro gli Stati Uniti.

Le critiche di Rubio hanno evidenziato l’opposizione “bipartisan” alla Corte, fondata nel 2002 in risposta ai genocidi e alle atrocità commesse in zone di guerra come il Ruanda e l’ex Jugoslavia.

In particolare Rubio non ha fatto alcun riferimento diretto al mandato di arresto emesso nei confronti di Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, per i presunti crimini contro l’umanità commessi a Gaza, dove dall’ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 73.000 palestinesi.

La Corte aveva emesso mandati di arresto anche nei confronti dei leader di Hamas per i presunti crimini di guerra commessi durante l’attacco del 7 ottobre 2023 contro il sud di Israele. Leader successivamente assassinati da Israele.

“Globalisti arroganti”

Rubio ha presentato la decisione della Casa Bianca contro la Corte con toni nazionalistici affermando: “Gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna diplomatica con un messaggio semplice: gli Stati sovrani prima del globalismo.”

I nostri progenitori hanno combattuto una rivoluzione contro una potenza straniera che ci deportava oltreoceano per perseguirci per crimini pretestuosi”, ha affermato Rubio, ricordando una politica coloniale britannica vecchia di 200 anni.

L’indipendenza è un nostro diritto innato. Non intendiamo barattarla con il dominio da parte di un’autoproclamata casta sacerdotale del ‘diritto internazionale’ “.

Rubio ha citato l’indagine del 2020 della Corte Penale Internazionale (CPI) sui soldati statunitensi per presunti crimini di guerra in Afghanistan. Ha aggiunto che la Corte potrebbe eventualmente indagare anche sugli agenti della polizia di frontiera e sui marines statunitensi.

La CPI è sostenuta e gestita da una potente rete di organizzazioni non governative di sinistra, globalisti arroganti e governi ostili del Terzo Mondo, uniti dalla loro inimicizia verso gli Stati Uniti”, ha concluso.

Nel suo video su X ha affermato che, sebbene la Corte fosse stata ufficialmente creata per perseguire i crimini più gravi nei Paesi in cui i tribunali nazionali non potevano farlo, “la verità è che si trattava di qualcosa di molto più radicale ed estremo: un tribunale globale composto da burocrati globalisti non eletti che rivendicano un potere pressoché illimitato”.

In realtà la Corte conta 125 Paesi membri, compresi tutti quelli dell’Unione Europea.

I Paesi più ostili alla Corte sono da tempo le principali potenze mondiali, che non vogliono sottomettersi alla sua giurisdizione. I principali avversari geopolitici degli Stati Uniti, cioé Russia e Cina, non sono membri della CPI.

Nel 2002 il presidente George W. Bush ha formalmente ritirato gli Stati Uniti dalla Corte Penale Internazionale e ha promulgato lAmerican Service members’ Protection Act (ASPA, Legge di protezione degli agenti al servizio degli Stati Uniti), che limitava la cooperazione degli Stati Uniti con la CPI. L’ASPA autorizza persino l’uso della forza per liberare il personale militare statunitense detenuto, guadagnandosi il soprannome di “Legge di invasione dell’Aia”.

Washington ha inoltre esercitato pressioni sui Paesi affinché firmassero accordi bilaterali di immunità per impedire loro di consegnare cittadini statunitensi alla CPI.

Guerra diplomatica

Lattacco sferrato da Rubio contro la Corte conferma la tesi secondo cui gli Stati Uniti e i loro partner più stretti stanno conducendo una guerra diplomatica contro tale istituzione a causa dei suoi sforzi volti a chiamare Israele a rispondere dei crimini di guerra commessi a Gaza, che sono stati definiti un genocidio dalle Nazioni Unite, dagli organismi per i diritti umani e dagli studiosi di genocidio.

Lo scorso anno il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che sanziona i giudici della CPI per le indagini su alti funzionari israeliani.

Come riportato in passato da MEE, tali misure hanno inciso sulla libertà di movimento dei giudici, sulla loro sicurezza fisica, sulle loro famiglie e sulla loro possibilità di svolgere le normali attività quotidiane.

MEE ha inoltre pubblicato in esclusiva un articolo sulla campagna condotta contro la Corte dall’ex ministro degli Esteri britannico David Cameron.

MEE ha rivelato che nell’aprile del 2024 Cameron minacciò privatamente Karim Khan, il procuratore capo britannico presso la Corte Penale Internazionale, di tagliare i fondi e ritirare la Gran Bretagna dalla CPI se questa avesse emesso mandati di arresto nei confronti dei leader israeliani.

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella fase iniziale di sviluppo della CPI e hanno firmato lo Statuto di Roma nel 2000, sotto la presidenza di Bill Clinton. Tuttavia il documento non è mai stato sottoposto al Senato per la ratifica, per timore che la CPI potesse perseguire militari e funzionari statunitensi per presunti crimini di guerra, soprattutto in conflitti come quelli in Afghanistan e Iraq.

La CPI ha anche emesso un mandato di arresto nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per presunti crimini di guerra in Ucraina.

Al termine della sua dichiarazione in video Rubio ha lanciato un duro avvertimento.

“Questa amministrazione non resterà a guardare mentre la CPI e i suoi alleati cercano di minacciare il nostro popolo. Se credono di poterci privare della nostra sovranità insegneremo loro il vero significato della determinazione americana.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




“Mio padre sta sanguinando”: una guardia israeliana spara a bruciapelo a Marwan Barghouti

Redazione di Palestine Chronicle

13 luglio 2026 Palestine Chronicle

La famiglia afferma che Marwan Barghouti è stato colpito a bruciapelo alla gamba da una guardia carceraria israeliana e gli è stata negata assistenza medica

Punti chiave

  • Una guardia carceraria israeliana ha sparato a bruciapelo un proiettile di gomma alla gamba di Marwan Barghouti, provocandogli ferite e sanguinamento.

  • Suo figlio ha affermato che Barghouti non è stato portato in ospedale e non ha ricevuto cure mediche nonostante il peggiorare delle sue condizioni di salute.

  • Fatah ha avvertito che le ripetute aggressioni, l’isolamento e la negligenza medica costituiscono una politica di “lenta esecuzione” nei confronti del leader imprigionato.

Una guardia carceraria israeliana ha sparato a bruciapelo un proiettile di gomma a una gamba del leader palestinese Marwan Barghouti, lasciandolo all’interno della prigione ferito e sanguinante senza cure mediche, secondo la sua famiglia.

Arab Barghouti, il figlio del leader di Fatah imprigionato, ha detto lunedì che la salute di suo padre era peggiorata a seguito di una serie di aggressioni nelle carceri israeliane.

Mio padre sta perdendo sangue in prigione e gli è vietato ricevere cure”, ha detto alla televisione Al-Ghad, aggiungendo che le forze israeliane lo hanno ripetutamente aggredito.

Secondo la famiglia dopo l’ultimo attacco Barghouti non è stato trasferito in ospedale né gli sono state fornite cure mediche.

Sua moglie, l’avvocata Fadwa Barghouti, ha dichiarato che la famiglia ha saputo della sparatoria solo durante l’ultima visita in prigione.

Ha affermato che una guardia gli ha sparato un proiettile di gomma direttamente alla gamba da distanza ravvicinata, provocandogli una ferita e un’emorragia.

L’aggressione è avvenuta mentre il Servizio Penitenziario Israeliano pubblicava quello che la famiglia ha definito un rapporto di incitamento all’odio contro Barghouti e mentre la campagna internazionale per la sua liberazione progressivamente si intensifica.

Peggioramento della salute

Arab Barghouti ha dichiarato che suo padre ha perso circa dieci chili a causa del peggioramento delle condizioni carcerarie e delle severe restrizioni alimentari imposte ai detenuti palestinesi.

Nonostante il peggioramento delle sue condizioni di salute, ha affermato che Barghouti è ancora di buon umore e continua a dimostrare grande forza di volontà.

Il figlio ha aggiunto che il leader imprigionato è sempre consapevole dell’entità dei sacrifici che fanno i palestinesi sotto occupazione israeliana e continua a sostenere le proprie posizioni politiche.

Barghouti è detenuto in isolamento nel carcere di Ganot dal novembre 2023 con molti altri leader del Movimento dei Prigionieri Palestinesi, dopo essere stato ripetutamente trasferito tra le sezioni di isolamento.

L’Ufficio Stampa dei Prigionieri Palestinesi ha affermato che Barghouti è stato vittima di circa sette gravi aggressioni dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza nell’ottobre 2023.

Secondo le organizzazioni per i prigionieri palestinesi tali aggressioni gli hanno causato fratture alle costole e numerose altre lesioni.

L’Ufficio ha aggiunto che un’aggressione precedente si era verificata nel settembre 2025, quando il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir era entrato nella cella di Barghouti e lo aveva minacciato direttamente.

Anche la Lega Araba ha affermato che circa due mesi fa è stata lanciata nella sua cella una granata stordente che gli ha provocato ustioni alla mano.

“Una lenta esecuzione”

Da parte sua il movimento Fatah ha avvertito che l’escalation degli attacchi rappresenta una seria minaccia per la vita di Barghouti.

Il portavoce del movimento Abdul Fattah Dawla ha affermato che il trattamento riservato a Barghouti ha “superato ogni limite” e rivela una politica sistematica di vendetta e di “lenta esecuzione” contro uno dei più importanti leader nazionali palestinesi.

Ha aggiunto che l’ultima sparatoria ha fatto seguito a ripetuti attacchi fisici, prolungato isolamento e rifiuto di cure mediche.

Fatah riterrebbe il governo israeliano pienamente responsabile della morte di Barghouti e ha affermato che l’incitazione pubblica in corso, guidata da Ben-Gvir, rende il governo responsabile di qualsiasi ulteriore danno.

Il movimento ha chiesto un intervento internazionale urgente per prevenire quello che ha definito un altro crimine all’interno delle carceri israeliane.

Ha inoltre esortato il Comitato Internazionale della Croce Rossa, le Nazioni Unite e il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a inviare commissioni d’inchiesta indipendenti, a fornire protezione internazionale ai prigionieri palestinesi e a porre fine alle politiche di tortura, isolamento e violenza.

Anche la campagna popolare per la liberazione di Barghouti ha segnalato che le autorità israeliane stanno tentando di assassinarlo attraverso ripetute violenze, isolamento, negligenza medica e dure condizioni di detenzione.

Appelli internazionali all’azione

La Lega Araba ha chiesto la formazione di una commissione internazionale speciale per indagare sulle ripetute aggressioni subite da Barghouti.

Ha inoltre richiesto una visita medica indipendente, il suo trasferimento in un ospedale al di fuori del sistema carcerario, la fine delle torture sistematiche e il suo immediato rilascio come prigioniero politico.

Fadwa Barghouti ha affermato che le autorità carcerarie israeliane sono sempre più irritate dall’adesione ufficiale, popolare e internazionale alla campagna “Libertà per Marwan, libertà per la Palestina”.

«Ciò che l’occupazione non è riuscita a comprendere in un quarto di secolo e che ancora oggi non comprende è che Marwan non ha mai rinunciato alla sua convinzione che la libertà sia un diritto, che l’occupazione finirà e che resistere all’occupazione e lavorare per una pace giusta che vi ponga fine è una responsabilità nazionale e morale», ha affermato.

Ha aggiunto che l’incitamento all’odio e gli attacchi fisici non cancelleranno Marwan dalla coscienza del popolo palestinese né da quella dei sostenitori della libertà in tutto il mondo.

Quasi un quarto di secolo in prigione

Barghouti, nato nel 1959, è membro del Comitato Centrale di Fatah ed ex membro del Consiglio Legislativo Palestinese.

Le forze di occupazione israeliane lo hanno arrestato a Ramallah il 15 aprile 2002.

Un tribunale israeliano lo ha condannato in seguito a cinque ergastoli e a ulteriori 40 anni di reclusione per il suo ruolo durante la Seconda Intifada.

Barghouti ha respinto l’autorità dei tribunali israeliani sui palestinesi che vivono sotto occupazione.

Rimane una delle figure politiche palestinesi più importanti e popolari ed è stato ripetutamente proposto che sia incluso negli accordi di scambio di prigionieri.

Israele si è rifiutato di rilasciarlo con l’accordo di scambio di prigionieri del Diluvio di Al-Aqsa, nonostante le continue richieste palestinesi e internazionali.

Fatah ha affermato che prendere di mira Barghouti rappresenta un attacco alla volontà nazionale palestinese e non farebbe altro che rafforzare l’impegno popolare nella lotta per la liberazione dei prigionieri.

Il movimento ha avvertito che le carceri palestinesi sono diventate luoghi di tortura, privazione e uccisione, e ha chiesto una più ampia campagna politica, legale e mediatica in difesa di Barghouti e di tutti i detenuti palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)