Ogni soldato dell’Esercito Israeliano in servizio a Sde Teiman sa cosa accade ai detenuti palestinesi

Anonimo

31 maggio 2025 Haaretz

Ho sentito proprio il comandante del centro spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene chiamato cimitero”. Eppure i media e l’opinione pubblica israeliani ignorano deliberatamente il rivoltante quadro del centro di detenzione.

Questa settimana con i nervi a fior di pelle aspettavo che andasse in onda sull’emittente pubblica israeliana il rapporto investigativo sugli eventi accaduti, nel corso della guerra di Israele a Gaza, al centro di detenzione di Sde Teiman dove ho prestato servizio come riservista. Non è stata una scelta facile per me quella di partecipare quando i produttori dell’importante docu-serie investigativa israeliana hanno chiesto di intervistarmi. I media israeliani raramente mostrano al pubblico ciò che viene fatto in loro nome e il pubblico, da parte sua, preferisce tenere gli occhi ben chiusi. E ancora una volta, la mia intervista non è stata inclusa nella versione finale del rapporto, così come ogni altra informazione sugli abusi sistematici e la morte dei detenuti di cui molti alti funzionari israeliani sono a conoscenza.

Il programma Zman Emet, che si traduce letteralmente con “Tempo della Verità”, non ha trasmesso la verità al pubblico, bensì una verità filtrata, forse persino peggiore di una bugia. Il servizio si è concentrato principalmente su una singola, famigerata indagine dell’esercito israeliano sugli abusi a Sde Teiman: un caso documentato di presunta violenza sessuale con un oggetto estraneo commessa da soldati dell’unità segreta delle Forze armate israeliane nota come Forza 100.

Zman Emet si è concentrato su questo incidente e su come la successiva indagine, con l’aiuto di politici cinici, si sia quasi trasformata in un ammutinamento contro lo stato di diritto. L’incidente è culminato con una folla inferocita, tra cui diversi funzionari del governo israeliano, che hanno fatto irruzione a Sde Teiman e in un’altra base militare vicina a difesa dei presunti colpevoli. Concentrandosi su questo singolo caso, il programma ha deliberatamente ignorato il contesto più ampio, il quadro generale e rivoltante che è Sde Teiman.

Come sa chiunque ci sia stato, Sde Teiman è un sadico campo di tortura. Dalla fine del 2023 decine di detenuti sono entrati vivi e ne sono usciti chiusi in sacchi per cadaveri. Ci sono testimonianze di guardie, medici e detenuti, e tutti raccontano eventi simili. Niente di tutto questo è stato menzionato nell’inchiesta. Come se l’inferno sulla terra che vi abbiamo creato si riducesse a un singolo evento che può essere spiegato con una discussione astratta sulla legittimità dei diversi tipi di punizione corporale. Ma io ho visto quell’inferno. Ho visto un detenuto morire davanti ai miei occhi. Era seduto con altri prigionieri, bendato, e a un certo punto ci siamo resi conto che se n’era andato. Ho visto il comandante del campo radunare tutti per cercare di mitigare la routine quotidiana di abusi, l’uso smodato della forza, le condizioni disumane in cui i prigionieri erano tenuti. L’ho sentito spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene definito un cimitero” e “dobbiamo smetterla”.

Ho visto persone arrivare alla struttura dalla Striscia di Gaza ferite, poi morire di fame e restare per settimane senza cure mediche. Li ho visti urinarsi e defecarsi addosso perché non gli era permesso usare il bagno. Sento ancora l’odore. Molti di loro non erano nemmeno membri della Nukhba (il commando di Hamas che ha guidato l’attacco del 7 ottobre), solo normali civili palestinesi di Gaza detenuti per indagini e, dopo aver subito brutali abusi, rilasciati quando si è scoperto che erano innocenti. Non è strano che qualcuno vi sia morto. La cosa sorprendente è che qualcuno sia sopravvissuto. Gli investigatori di Zman Emet sono rimasti scioccati quando ho raccontato loro tutto questo, ma niente di tutto ciò è stato inserito nel programma. Cosa è stato inserito nel montaggio finale? Il capo del dipartimento investigativo della polizia militare che pretende di non saperne nulla: “Fino a quel momento”, ovvero fino a quando non hanno ricevuto la segnalazione di un detenuto ferito e sanguinante, “non avevamo avuto alcun segnale d’allarme”.

Davvero? All’epoca ex detenuti e anche soldati e personale medico che prestavano servizio a Sde Teiman avevano pubblicato testimonianze di abusi estremi, condizioni disumane e mancanza di cure mediche di base. Tutto ciò che dovevano fare era ascoltare, o anche solo contare il numero di detenuti che entravano e confrontarlo con quello di coloro che non ce l’avevano fatta. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes. Tutti coloro che hanno prestato servizio a Sde Teiman lo sanno. Sanno delle torture, degli interventi chirurgici eseguiti senza anestesia e delle pessime condizioni igieniche. Ma niente di tutto questo è stato trasmesso. Come se un campo di tortura militare, operante con la piena consapevolezza dei comandanti superiori, fosse meno interessante o importante di un singolo caso isolato di abuso che può essere negato o confermato: un intero programma su Sde Teiman senza effettivamente parlare di Sde Teiman.

Ciò che accade a Sde Teiman non è un segreto, eppure la maggior parte degli israeliani non ne sa nulla, nemmeno adesso, perché i media israeliani lo hanno quasi completamente ignorato. È anche per questo che ho accettato l’intervista. Perché i palestinesi continuano a lasciare i nostri centri di detenzione in sacchi per cadaveri e la maggior parte delle persone intorno a me non ne ha mai sentito parlare. Ma più che rivelare la verità su Sde Teiman, il programma ha messo a nudo il modo in cui una tale realtà possa tranquillamente continuare. Perché i giornalisti israeliani, pienamente consapevoli dei fatti, scelgono di nasconderli per vendere invece una piccola storia circoscritta a poche “mele marce”. Sde Teiman non è un caso isolato. È indubbiamente una scelta politica – una politica attuata e sostenuta con la complicità attiva dei media israeliani.

Questo articolo è stato scritto da un riservista anonimo dell’Esercito Israeliano.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Coloni israeliani irrompono nel quartier generale dell’UNRWA a Gerusalemme Est occupata

Redazione di MEMO

27 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu ha riferito che ieri un gruppo di israeliani di destra ha fatto irruzione nel quartier generale dell’Agenzia ONU per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gerusalemme Est occupata.

Oggi sono orgogliosa di liberare la ex-sede dell’UNRWA nel centro di Gerusalemme,” ha affermato Yulia Malinovsky, del partito di destra Yisrael Beiteinu (Israele è la Nostra Casa) in un video condiviso sul suo account X [precedentemente Twitter, ndt.] girato all’interno della struttura.

Malinovsky, deputata della Knesset [il parlamento israeliano, ndt.], ha collegato l’incursione all’anniversario dell’occupazione israeliana di Gerusalemme Est.

Governo israeliano, siamo qui. Siete invitati a venire e vedere come la sovranità è applicata,” ha detto.

Sono dentro la sede. L’UNRWA non è più qui. Non c’è ragione perché ritorni,” ha affermato Malinovsky.

Non ci sono stati commenti immediati da parte dell’UNRWA sull’incursione dei coloni.

Nell’ottobre 2024, la Knesset ha approvato due leggi che etichettano l’UNRWA come gruppo terroristico e che vietano le sue attività nei territori palestinesi occupati, incluse misure volte ad eliminare i privilegi dell’agenzia e ad impedire qualunque relazione con essa. Queste leggi sono entrate in vigore il 30 gennaio. Israele ha fatto forti pressioni per chiudere l’UNRWA in quanto è l’unica agenzia ONU ad avere un mandato specifico per prendersi cura dei bisogni di base dei rifugiati palestinesi. Se l’agenzia non esiste più, sostiene Israele, allora non deve più esistere neppure il problema dei rifugiati e il legittimo diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno alla loro terra sarebbe ingiustificato. Israele ha negato il diritto al ritorno a partire dagli ultimi anni quaranta, anche se la sua accettazione come membro dell’ONU era condizionata alla possibilità per i palestinesi di ritornare alle loro case e alla loro terra.

Fondata nel 1949, l’UNRWA ha funzionato come fondamentale ancora di salvezza per i rifugiati palestinesi, supportando circa 5,9 milioni di persone a Gaza, in Cisgiordania, Giordania, Siria e Libano.

Israele ha occupato Gerusalemme durante la guerra arabo-israeliana del 1967. Ha annesso l’intera città nel 1980 con un’iniziativa mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“La più giovane influencer umanitaria” di Gaza uccisa in un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

27 maggio 2025 – Haaretz

Yaqeen Hammad, solo undicenne e anche lei coinvolta nella crisi umanitaria, si è conquistata un seguito condividendo video della sua attività come volontaria nell’opera di soccorso a Gaza

Venerdì scorso l’undicenne Yaqeen Hammad, un’attivista gazawi sulle reti sociali e volontaria negli interventi umanitari, è stata uccisa da un attacco aereo israeliano che ha colpito la sua casa a Deir al-Balah, nella zona centrale di Gaza. Hammad è una degli oltre 10 minori uccisi negli ultimi giorni durante gli attacchi israeliani intensificatisi in tutta la Striscia di Gaza.

Hammad ha condiviso con i suoi 103.000 follower su Instagram video che documentano il suo lavoro di volontaria nelle scuole, mense e associazioni assistenziali. Hammad ha postato in arabo e spesso i suoi post hanno incluso suo fratello, Mohammed Hammad, operatore umanitario i cui account sulle reti sociali, secondo giornalisti del posto, sono stati spesso bloccati.

Mohammed ha “gradualmente addestrato” Hammad a gestire la sua pagina Instagram, guidandola quando postava brevi video di sé stessa mentre aiutava a costruire case a Gaza, distribuiva cibo e denaro alle famiglie in stato di necessità e raccoglieva soldi per finanziare progetti comunitari nella Striscia. Ben presto Hammad è diventata un simbolo di speranza e innocenza.

https://archive.vn/o/Z7VIh/https://www.instagram.com/reel/DJqzsCEN88e/

In uno dei suoi ultimi video Yaqeen Hammad guarda la telecamera e dice: “Nonostante la guerra, nonostante il genocidio, noi siamo venuti qui a portare gioia ai bambini.”

Il fotogiornalista di Gaza Amr Tabash ha condiviso un video che presenta immagini di Hammad che lavora a progetti umanitari. Di fianco alle immagini ha scritto della determinazione di aggrapparsi alla speranza: “Yaqeen è stata martirizzata, eppure sicuramente nei nostri cuori rimane il fatto che i bambini di Gaza sono il cuore pulsante dell’umanità e un’immagine speculare del silenzio internazionale.”

Mohamad al-Kadri, un volontario di Medici Musulmani per l’Umanità, una ONG decentralizzata impegnata nelle zone in grave crisi come Gaza, ha condiviso su Facebook un commovente tributo alla giovane attivista.

“Era una bambina che ha portato nel cuore un amore per fare il bene, uno spirito di iniziativa, e ha dedicato la sua giovane energia per infondere speranza nei cuori di chi le stava accanto,” ha scritto il volontario canadese.

Al-Kadri ha sollevato la questione di quale colpa possa giustificare l’uccisione di una bambina che “voleva solo avere un impatto” sulla sua comunità e fungere da “luce in mezzo alle tenebre.”

Benché Hammad non ci sia più, ha detto, “lascia dietro di sé un impatto indelebile e un messaggio più forte di qualunque voce.” Nonostante la sua scomparsa, ha aggiunto, Hammad rimane “una figura di riferimento per i bambini, un simbolo di generosità e innocenza presa di mira dall’ingiustizia.”

Il corrispondente di Al Jazeera da Gaza Wael al-Dahdouh ha condiviso la notizia della morte di Hammad sottolineando che “nessuno è immune,” in riferimento alla giovane età della ragazzina e alla mancanza di ogni rapporto con una qualunque forma di belligeranza.

Ouena Collective, una ONG palestinese che opera nella Striscia di Gaza e con cui Hammad collaborava, non ha ancora emesso un comunicato sulla morte della giovane volontaria.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




“Servizio antiterrorismo”: fonti locali affermano che una nuova milizia palestinese opera nel sud di Gaza

Nir Hasson

26 maggio 2025 Haaretz

Filmati recenti mostrano palestinesi armati in uniforme; fonti da Gaza affermano essere il gruppo legato a un’importante personaggio di Rafah che sostiene di facilitare gli aiuti ai campi profughi, ma è stato accusato di collaborare con Israele

Una nuova milizia palestinese ha recentemente iniziato a operare nel sud di Gaza, secondo quanto riferito domenica ad Haaretz da due fonti. Secondo le fonti il gruppo è legato a un uomo che si identifica come Yasser Abu Shabab. I video circolati sui social media negli ultimi giorni sembrano confermare questa affermazione e mostrano palestinesi armati a Gaza che indossano un normale equipaggiamento militare con giubbotti antiproiettile, elmetti ed emblemi come la bandiera palestinese e una mostrina con la scritta “Servizio antiterrorismo” in inglese e in arabo.

Abu Shabab, membro di una numerosa famiglia beduina di Rafah, la città nella Gaza meridionale, è noto per essere una figura potente e ben introdotta nella Striscia di Gaza. Secondo le fonti che hanno parlato con Haaretz, in passato ha scontato pene detentive nelle carceri gestite da Hamas per reati penali. Alla fine dello scorso anno, nel contesto di un’ondata di saccheggi degli aiuti umanitari nel sud di Gaza, Abu Shabab e i suoi uomini erano stati definitivamente accusati di essere i responsabili del furto. In un’intervista telefonica del novembre 2024 con il Washington Post, Abu Shabab non negava del tutto le accuse, affermando che il suo gruppo evitava però di prendere cibo, tende o provviste destinate ai bambini. Abu Shabab ha dichiarato al Post che l’attività del suo gruppo nasceva dalla disperazione, aggiungendo: “Hamas non ci ha lasciato niente”.

In un video pubblicato la scorsa settimana si vede uno degli uomini armati di Abu Shabab fermare un veicolo della Croce Rossa per un’ispezione.

In seguito alla ripresa delle consegne di aiuti umanitari, la scorsa settimana le Nazioni Unite hanno affermato che l’esercito israeliano ha deliberatamente diretto i convogli di aiuti verso zone pericolose e soggette a saccheggi. Mercoledì 15 camion carichi di farina di uno dei primi convogli del Programma Alimentare Mondiale ammessi ad entrare nella Striscia di Gaza sono stati saccheggiati.

Fonti palestinesi coinvolte nella distribuzione degli aiuti umanitari a Gaza hanno accusato Abu Shabab di collaborare con Israele. Sia fonti palestinesi che internazionali sostengono come sia inconcepibile che uomini armati possano operare a Rafah – un’area che l’esercito israeliano ha dichiarato off-limits ai civili – senza che l’esercito glielo permetta.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




In una sola settimana un nuovo avamposto ha cancellato un’intera comunità palestinese

Oren Ziv

26 maggio 2025 – +972 Magazine

Dopo che hanno costruito sulla loro terra, i coloni israeliani hanno aggredito ed espulso gli abitanti di Maghayer Al-Dir, uno degli ultimi villaggi della valle del Giordano meridionale.

La mattina del 18 maggio alcuni coloni israeliani hanno costruito, a soli 100 metri dalle case degli abitanti, un avamposto illegale all’interno della comunità palestinese di pastori di Maghayer Al-Dir, nell’area C della Cisgiordania [secondo gli accordi di Oslo sotto totale ma temporaneo controllo israeliano, ndt.].

A metà settimana, prima di ogni scontro violento o episodio di furto di bestiame, circa metà degli abitanti palestinesi ha fatto i bagagli ed è fuggito, mentre il resto [della gente] si preparava a fare altrettanto: sotto lo sguardo attento dei coloni ha iniziato a caricare pecore, mobili, mangime e taniche di acqua su dei camion.

Ma sabato pomeriggio la solita “passeggiata” dei coloni attraverso il villaggio si è trasformata in un attacco organizzato. Quattro coloni hanno iniziato a spintonare giovani palestinesi che si trovavano sui tetti di strutture che stavano per essere demolite. “(I coloni) hanno cercato lo scontro,” dice Avishay Mohar, un attivista e fotografo che era presente.

Coloni e palestinesi hanno iniziato a lanciarsi pietre. Proprio quando lo scontro sembrava essere terminato i coloni hanno chiamato rinforzi: circa altri 25 coloni, alcuni mascherati, molti armati con fucili da guerra e mazze, si sono uniti all’aggressione contro gli abitanti e gli attivisti internazionali, che hanno cominciato a rispondere.

Un colono è stato colpito alla testa da una grossa pietra, è caduto e ha perso conoscenza. Anche un palestinese è stato colpito al volto da una pietra. Un secondo colono, pare un minorenne, ha preso la pistola dalla giacca del suo amico svenuto e ha iniziato a sparare in aria. “È comparso un altro colono con un M16 [fucile d’assalto, ndt.] e ha cominciato a sparare contro di noi,” ricorda Mohar. Si è diffuso il panico, gli abitanti sono corsi affannosamente verso il vicino villaggio di Wadi Al-Siq, la cui popolazione mesi prima, nell’ottobre 2023, era stata anch’essa cacciata durante un’ondata di violenze dei coloni appoggiati dallo Stato.

I coloni hanno inseguito gli abitanti in fuga nella valle lanciando pietre e rompendo i loro telefoni. Hanno sequestrato a Mohar due telecamere, il telefono, il portafoglio e il caricabatterie. Da terra ha visto i coloni picchiare un quindicenne palestinese in testa con una mazza. Dopo essere stato picchiato Mohar ha iniziato ad avere capogiri, cercando di sollevare la testa da terra: “Ho detto ai coloni: ‘Se continuate così mi ammazzate!’.” Hanno continuato a colpirlo violentemente sulla schiena.

Dopo che finalmente si è presentato l’esercito e ha chiamato le ambulanze, durante la notte la ricerca di 12 feriti, alcuni dei quali sono stati trovati a 500 e 600 metri dal villaggio, è continuata. La mattina dopo a Maghayer Al-Dir non restava più un solo abitante. Tutte le 23 famiglie, in totale circa 150 persone, erano state obbligate a fuggire.

“L’attacco manda un messaggio alle comunità palestinesi in Cisgiordania,” afferma Mohar. “Non solo non puoi rimanere, ma non te ne puoi neppure andare tranquillamente.”

Anche qui ci saranno ebrei”

Dall’ottobre 2023 in Cisgiordania oltre 60 comunità palestinesi di pastori sono state espulse e sulle o nei pressi delle loro rovine sono stati costruiti almeno 14 nuovi avamposti. Una comunità espulsa con la violenza, Wadi Al-Siq, ha affrontato soprusi che includono aggressioni sessuali, portando allo scioglimento dell’unità “Frontiera del Deserto” [composta da coloni, ndt.] dell’esercito israeliano.

Come nel caso di Maghayer Al-Dir, la creazione di avamposti rurali di coloni è stata il principale fattore che ha espulso i palestinesi dalle loro case nell’Area C. Secondo un recente rapporto delle ong [israeliane] Peace Now e Kerem Navot i coloni israeliani hanno utilizzato avamposti di pastori per impadronirsi di almeno 786.000 dunam [78.600 ettari] di terreno, circa il 14% di tutta l’area della Cisgiordania. Negli ultimi due anni e mezzo sette comunità di pastori palestinesi confinanti con Maghayer Al-Dir sono state spopolate.

Maghayer Al-Dir era l’ultima comunità palestinese rimasta nella periferia di Ramallah situata a est della Allon Road, un’autostrada strategica da nord a sud costruita da Israele negli anni ’70 per collegare le colonie e per preparare la potenziale annessione del territorio a est della strada lungo il confine giordano. Originarie del Naqab/Negev, le famiglie di Maghayer Al-Dir furono espulse nel 1948 verso diverse zone della valle del Giordano prima che lo Stato decidesse di costruire una base militare e li espellesse ancora una volta verso la loro ultima zona di residenza.

In immagini prese dall’attivista Itamar Greenberg il giorno in cui i coloni hanno creato il nuovo avamposto si può sentire un colono vantarsi della pulizia etnica di Maghayer Al-Dir. “Questo è l’unico posto rimasto, grazie a Dio abbiamo buttato fuori tutti… In questa zona è tutto solo ebraico,” spiega il colono mentre gesticola verso la distesa alla sua sinistra. Poi la telecamera si concentra sul luogo in cui i giovani delle colline [gruppo di coloni estremisti, ndt.] stanno alacremente costruendo l’avamposto. “Anche qui ci saranno ebrei.”

Come riportato nell’agosto 2023 da +972, la maggioranza delle comunità del territorio tra Ramallah e Gerico, un’area di 150.000 dunam [15.000 ettari], è stata obbligata a scappare durante i primi mesi in quanto i coloni hanno iniziato rapidamente a costruire avamposti di pastori e a scagliarsi violentemente contro gli abitanti con il sostegno dell’esercito e delle istituzioni statali israeliane. Ora in tutta la zona della valle del Giordano meridionale rimangono solo due comunità palestinesi, M’arajat e Ras Al-Auja.

Anche prima della costruzione dell’ultimo avamposto Maghayer Al-Dir era stato completamente circondato da colonie e avamposti israeliani. A nord si trova l’avamposto semi-autorizzato di Mitzpe Dani; a est Ruach Ha’aretz (“Spirito della Terra”), fondato poco prima della guerra e poi ampliato; a sud, nei pressi dell’ormai spopolato villaggio di Wadi Al-Siq, si trova uno degli avamposti di Neria Ben Pazi [noto colono estremista, ndt.]. Nonostante la scorsa settimana Ben Pazi sia stato colpito da sanzioni del governo britannico per il suo ruolo nella costruzione di avamposti illegali e per aver cacciato famiglie di beduini palestinesi dalle loro case, è stato visto perlustrare il villaggio nei giorni che hanno portato alla partenza forzata della comunità.

“I coloni erano preparati, con un piano, per prendere la terra ed espellerci,” dice un abitante del villaggio che preferisce rimanere anonimo per timore di rappresaglie da parte dei coloni.

Negli ultimi anni i coloni dei vicini avamposti hanno iniziato ad erigere barriere che separano le case degli abitanti dalla strada principale che porta a Maghayer Al-Dir. Essi rubano anche metodicamente acqua dai pozzi dei villaggi per le loro pecore.

Un altro abitante che sceglie di rimanere anonimo spiega che non c’è alcuna differenza tra la violenza dei coloni e quella dello Stato: “Il problema è che oggi non c’è legge,” dice a +972. “(I coloni) dicono: ‘Siamo noi il governo,’ e la polizia sta dalla loro parte.” Ora pensa di vendere il suo gregge di pecore in quanto i coloni occupano sempre più terra su cui i palestinesi erano soliti portare al pascolo il proprio bestiame.

“Lo scorso anno i coloni sono entrati nel villaggio e hanno attaccato i miei familiari,” continua. “Abbiamo cercato di difenderci filmando e io sono stato arrestato. Fortunatamente il giudice di Ofer (tribunale militare) mi ha rilasciato e ha chiesto (sarcasticamente) al pubblico ministero se si supponeva che offrissimo il caffè ai coloni che avevano invaso le nostre case.”

Tattiche già note

Giovedì 22 maggio la famiglia Malihaat ha passato la giornata a fare i bagagli. I coloni hanno edificato il loro ultimo avamposto all’interno di un recinto per le pecore di Ahmad Malihaat, cinquantottenne padre di nove figli. Poche ore dopo che era stato eretto, dice, i coloni “hanno cercato rapidamente di prendere le nostre pecore, in modo che in seguito avrebbero potuto sostenere (presso le autorità israeliane) che erano loro e tenersele.”

Era una tattica già nota alla comunità: all’inizio di marzo decine di coloni armati di fucili e mazze hanno rubato oltre 1.000 pecore alla comunità di pastori di Ras Ein Al-Auja. Temendo una replica, gli abitanti di Maghayer Al-Dir inizialmente hanno concentrato i propri sforzi per evacuare il gregge dal villaggio nei giorni seguenti la costruzione dell’avamposto.

Eppure la famiglia di Malihaat testimonia che mercoledì notte i coloni sono riusciti a rubare un asino e 10 sacchi di mangime per animali. Malihaat ricorda che i coloni gli hanno detto di andare in Giordania o in Iraq: “Vogliono espellere noi e le altre comunità di beduini e in un modo o nell’altro prendersi la terra.”

Pur avendo ricevuto il 18 maggio l’ordine dell’Amministrazione Civile [l’ente militare israeliano che gestisce i territori occupati, ndt.] di interrompere le attività edilizie, giorno dopo giorno i coloni hanno esteso l’avamposto a Maghayer Al-Dir, montando una grande tenda e collegando il luogo alla rete idrica dal vicino avamposto eretto poco prima della guerra.

Mentre raccoglieva le sue cose e si preparava ad andarsene, Malihaat afferma che da quando è stato costruito l’avamposto ha dormito e mangiato poco. La sua dieta, dice, è consistita “per lo più di sigarette e acqua.” A quel punto ha praticamente previsto l’imminente attacco: “Non sai quello che faranno (i coloni). Forse picchieranno tuo figlio e poi chiameranno la polizia e arresterà te o tuo figlio e dovrai pagare una cauzione di 20.000 shekel [circa 5.000 €, ndt.].”

Malihaat non sa ancora dove la famiglia deciderà di spostarsi. Sottolinea che una volta che una comunità di pastori è espulsa talvolta riceve il permesso temporaneo di stabilirsi su terra di proprietà di altre comunità palestinesi nell’Area B [in base agli accordi di Oslo sotto controllo amministrativo dell’Autorità Palestinese e militare di Israele, ndt.] della Cisgiordania. Ma non è una soluzione a lungo termine: “Quando il tuo vicino è bravo tutto va bene, ma loro (i coloni) non vogliono la pace,” conclude Malihaat. “Vogliono espellerci, ucciderci e distruggere la nostra casa.”

In risposta all’inchiesta di +972 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato che il nuovo avamposto si trova su terreno pubblico e non sconfina nella zona in cui risiede la comunità. Anche l’Amministrazione Civile conferma che contro l’avamposto è stato emanato un ordine di interrompere i lavori “per elementi costruttivi edificati illegalmente nell’area.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, reporter di Local Call [edizione in ebraico di +972 Magazine] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un sondaggio rivela che quasi la metà degli israeliani sostiene l’uccisione di tutti i palestinesi a Gaza da parte dell’esercito.

Nadav Rapaport , Tel Aviv, Israele

24 maggio 2025 – Middle East Eye

La stragrande maggioranza degli israeliani, compresi i laici, appoggia il trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza e da Israele

Secondo un sondaggio dell’università statale della Pennsylvania la schiacciante maggioranza di ebrei israeliani appoggia il trasferimento dei palestinesi da Gaza.

L’indagine, condotta a marzo e pubblicata dal quotidiano Haaretz giovedì, ha rivelato che l’82% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione forzata dei palestinesi dalla Striscia di Gaza.

Nel contempo il 47% degli ebrei israeliani ha risposto affermativamente alla domanda: “Concordate con l’affermazione che l’esercito israeliano quando conquista una città nemica dovrebbe agire in modo simile a quello degli israeliti quando conquistarono Gerico sotto la guida di Giosué, cioè uccidendo tutti i suoi abitanti?”. Il riferimento è al racconto biblico della conquista di Gerico.

All’inizio di questo mese Israele ha lanciato nella Striscia assediata l’“Operazione Carri di Gedeone” che, secondo l’organo di informazione israeliano Ynet, ha lo scopo di portare avanti il piano del presidente USA Donald Trump di “svuotare Gaza”.

Ynet ha riferito che nel corso dell’operazione l’esercito israeliano intende spingere il maggior numero di palestinesi verso la zona di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dove verranno distribuiti cibo e aiuti. Secondo Ynet il nuovo piano militare mira anche a promuovere l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi.

Il nuovo piano ha ottenuto l’appoggio della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana, nonostante che il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, abbia avvertito che avrebbe costituito un danno per le vite degli ostaggi israeliani a Gaza.

Secondo un diverso sondaggio di Canale 13 il 44% dell’opinione pubblica israeliana approva l’operazione, mentre il 40% è contrario.

Lo stesso sondaggio rivela che l’opinione pubblica israeliana sostiene anche il proseguimento dell’assedio totale che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza dall’inizio di marzo. Rivela che il 53% dell’opinione pubblica israeliana ritiene che Israele non dovrebbe consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nell’enclave.

All’inizio della settimana il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che uno degli obbiettivi della guerra di Israele è realizzare il piano proposto da Trump di espellere i palestinesi da Gaza.

Durante una conferenza stampa Netanyahu ha detto che intende porre fine alla guerra, ma soltanto “a chiare condizioni che garantiscano la sicurezza di Israele: tutti gli ostaggi ritornino a casa, Hamas deponga le armi e lasci il potere, la sua leadership venga esiliata dalla Striscia.”

E noi portiamo avanti il piano di Trump – un piano che è veramente giusto e rivoluzionario”, ha aggiunto.

L’opinione pubblica laica appoggia l’espulsione

Secondo il sondaggio [dell’università] dello Stato della Pennsylvania l’appoggio all’espulsione di massa dei palestinesi dall’enclave si riscontra anche tra il 70% degli ebrei laici, parte dei quali sono considerati progressisti. Nel contempo il sostegno tra le comunità dei Masortim (tradizionalisti), dei religiosi e degli ultra-ortodossi supera il 90%.

L’ampio e trasversale appoggio a livello politico e sociale all’espulsione dei palestinesi non si ferma ai confini della Striscia di Gaza occupata. Secondo il sondaggio il 56% degli ebrei israeliani sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dalla loro terra.

Mentre i livelli più alti di sostegno allo spostamento si sono registrati nelle comunità Masortim, religiose e ultra-ortodosse, superando il 60%, vi è anche un significativo sostegno tra i laici. Il sondaggio rivela che il 38% degli ebrei israeliani laici sostiene l’espulsione dei cittadini palestinesi di Israele dal Paese.

Commentando i risultati dell’indagine, Shay Hazkani, professore di storia e studi ebraici all’università del Maryland, e Tamir Sorek, docente del dipartimento di storia dell’università statale della Pennsylvania, hanno scritto: “C’è chi vede nello shock e nell’angoscia che hanno colpito l’opinione pubblica israeliana in seguito agli eventi del 7 ottobre l’unica spiegazione di questa radicalizzazione.

Ma il massacro sembra aver solo scatenato demoni che sono stati alimentati per decenni nei media e nel sistema giudiziario e in quello educativo.”

Durante tutta la guerra i media israeliani hanno ripetuto appelli all’espulsione e all’uccisione dei palestinesi. Recentemente organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno inoltrato alla Corte Suprema la richiesta di aprire un’indagine contro Canale 14, considerato fedele a Netanyahu, con le accuse di “istigazione al genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.”

Anche il sistema educativo ha giocato un ruolo nel formare posizioni estremiste tra i giovani israeliani. Hazkani e Sorek affermano che dall’inizio degli anni 2000 si è sviluppato un processo di radicalizzazione.

Secondo il sondaggio solo il 9% degli uomini ebrei sotto i 40 anni, che rappresentano la maggioranza dei soldati in servizio effettivo o riservisti, è del tutto contrario alle idee di espulsione e trasferimento.

Linguaggio religioso

Solo lo scorso marzo la Corte Suprema ha respinto all’unanimità un ricorso presentato da organizzazioni per i diritti umani che tentava di costringere il governo a consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Nella sentenza uno dei giudici ha utilizzato un linguaggio religioso per giustificare il verdetto.

Fin dall’inizio della guerra il linguaggio religioso è stato ampiamente usato in Israele per descrivere la guerra a Gaza. Uno dei termini frequentemente richiamato è “Amalek” – in riferimento ad un antico nemico degli Israeliti, contro il quale la tradizione ebraica impone una guerra totale.

Una settimana dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre Netanyahu ha esortato le truppe di terra a prepararsi ad entrare a Gaza per “ricordare che cosa vi ha fatto Amalek”.

Tuttavia il discorso religioso in Israele non si limita al pubblico religioso. Il sondaggio ha rivelato che il 65% della popolazione ebrea crede che vi sia un “Amalek” dei giorni nostri. E di questi, il 93% pensa che il “mitzvah”, o comandamento, di “spazzare via la memoria di Amalek” dovrebbe essere applicato ancora oggi.

Il sionismo, oltre ad essere un movimento nazionale, è anche un movimento di coloni immigrati, che cerca di cacciare via la popolazione locale”, scrivono Hazkani e Sorek.

L’aspirazione ad una assoluta e permanente sicurezza può condurre ad un piano operativo per eliminare la popolazione ostile e quindi ogni progetto coloniale di insediamento contiene potenzialmente la pulizia etnica e il genocidio.”

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




L’ONU avverte che 14.000 bambini potrebbero morire se gli aiuti non dovessero entrare a Gaza in 48 ore

Redazione di MEMO

20 maggio 2025 – Middle East Monitor

Il responsabile del settore umanitario dell’ONU Tom Fletcher ha affermato oggi alla BBC che circa 14.000 bambini potrebbero morire a Gaza in 48 ore se gli aiuti non dovessero raggiungerli in tempo.

Sebbene Israele abbia detto che avrebbe permesso [l’ingresso] degli “aiuti di base” a Gaza, solo cinque camion sono entrati ieri nell’enclave, due dei quali trasportavano sudari per aiutare a seppellire i palestinesi uccisi dalle bombe israeliane. Altri erano [entrati] a Gaza, ma sono stati bloccati delle forze di occupazione e non hanno raggiunto i palestinesi. Questa è stata la prima consegna di aiuti dal 2 marzo, quando Israele ha completamente sigillato l’enclave.

Questa, ha spiegato Fletcher, è una “goccia nell’oceano” e totalmente inadeguata per la popolazione di oltre 2,3 milioni e per la quale non è stato permesso l’ingresso di alcun aiuto da 80 giorni.

Tonnellate di cibo sono bloccate al confine [di Gaza]” da Israele, ha affermato ieri Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Questo avviene solo qualche settimana dopo che l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvisato che centinaia di migliaia di palestinesi mangiano un solo pasto al giorno ogni due o tre giorni a causa del devastante blocco israeliano.

In una intervista alla TV Al-Ghad il portavoce dell’UNRWA Adnan Abu Hasna ha affermato che “più di 66.000 minori a Gaza stanno soffrendo una grave malnutrizione.”

Secondo l’ONU Gaza ha bisogno di almeno 500 camion di aiuti al giorno per soddisfare i bisogni di base della popolazione.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Distruggere Gaza “con amore”: i nuovi yogi-nazisti israeliani

Alon Ida

18 maggio 2025 – Haaretz

Chi ha detto che spiritualità e pulizia etnica non possano andare a braccetto? Israele è pieno di persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale.

Rivka Lafair è una “conduttrice di workshop, incontri e sessioni di gruppo su tematiche yoga, insegnante di yoga femminile e sviluppo personale”. Vive nell’insediamento di Shiloh, nella Cisgiordania meridionale, e si definisce un'”ebrea orgogliosa” che “pensa fuori dagli schemi”. Adorabile. Inoltre, vuole annientare ed espellere due milioni di esseri umani dalla Striscia di Gaza.

Lafair appartiene a una corrente all’interno dell’ebraismo israeliano che può essere descritta come “Yogi-Nazi”: persone la cui spiritualità è alla base del loro nazismo. Si tratta di un substrato relativamente nuovo, sebbene con profonde radici nella cultura locale, che ha guadagnato popolarità dal 7 ottobre, soprattutto grazie alla sua capacità di unire concetti che, in superficie, sembrano agli antipodi: spiritualità e annientamento, emancipazione ed espulsione, yoga e fame, ritiri spirituali e bombardamenti a tappeto.

Lafair è convinta che “la musica ha il potere di alterare la nostra coscienza”, ma anche che espellere e annientare due milioni di abitanti di Gaza inizi con “una modifica della propria coscienza”. Per riuscire in questo importante cambiamento cognitivo dobbiamo capire che “qui abbiamo un nemico che guardiamo negli occhi prima di eliminare“. Sì, guardateli negli occhi, non fatelo alle loro spalle, perché dobbiamo essere in contatto diretto, senza intermediari, con coloro che stiamo annientando.

E per chiarire che per “nemico” non intende solo i terroristi di Hamas, precisa: “Siamo determinati a vendicarci e a distruggere Gaza. Dal neonato all’anziana”. Conclude con un versetto biblico appropriato: “Cancellerai il ricordo di Amalek sotto il cielo; non dimenticare”.

Lafair capisce che le persone tendono a rimanere perplesse di fronte a questa dissonanza tra spiritualità e annientamento. Così in uno dei suoi video lancia “un messaggio a tutti coloro che non capiscono come sia possibile essere spirituali, insegnare yoga e tenere ritiri mentre si invoca l’espulsione e l’annientamento del proprio nemico”.

In effetti la sua risposta è semplice: “Amo il mio popolo con un amore eterno e odio il mio nemico con un odio eterno… L’uno non contraddice l’altro. Si può essere una persona piena di valori e amore, e allo stesso tempo… sapere anche cosa è giusto e cosa è sbagliato, resistere al nemico e sapere cosa bisogna farne.”

Quindi, cosa bisogna farne? (SHSHSH… non ditelo a nessuno.)

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E se lo spiritualismo nazista di Lafair può essere liquidato perché è una colona che ha trovato una soluzione efficace per realizzare l’idea del Grande Israele, vale la pena notare che questo è un fenomeno molto più ampio che non si limita ai territori occupati.

Alla vigilia del Giorno della Memoria dell’Olocausto, ad esempio, il comico e autore satirico Gil Kopatz, che da anni flirta con la spiritualità e la religione, ha pubblicato quanto segue: “Se dai da mangiare agli squali alla fine ti mangiano. Se dai da mangiare ai Gazawi alla fine ti mangiano. Sono favorevole all’estinzione degli squali e allo sterminio dei Gazawi. Riflessioni per il Giorno della Memoria dell’Olocausto 2025”.

In seguito alla “tempesta” generata dal post Kopatz ha pubblicato una precisazione: “Non provo un briciolo di compassione per i Gazawi. Per gli arabi in generale sì, per gli esseri umani in generale sì, per gli squali no, e nemmeno per le bestie umane”. Naturalmente, il suo desiderio di sterminare milioni di persone non implica che sia una cattiva persona. Anzi, scrive: “Mi considero una persona umana, liberale e morale”. Per chiudere in bellezza termina il post con un pizzico di umorismo nero: “Non è un genocidio, è un pesticidio, ed è necessario”. Un vero spasso, eh?

Gil Kopatz, “Non è genocidio, è pesticidio”. Foto Davina Zagury

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In effetti in Israele è stata mobilitata al servizio dello Yogi-Nazismo gran parte della terminologia spirituale. Prendiamo ad esempio M., una donna di una grande città abbiente a pochi chilometri a nord di Tel Aviv. Gestisce uno studio descritto come “uno spazio piacevole, pieno di ispirazione”, che sposa tre valori: “Creatività. Emozione. Esperienza”.

In questo piacevole spazio promuove “gruppi di creatività per bambini dai quattro anni in su; guida emozionale personale per bambini e ragazzi con un approccio gentile, relazionale e formativo”. Tutto questo avviene, ovviamente, in “un’atmosfera familiare, calorosa e professionale” (gli interessati sono “invitati con affetto”).

Eppure, quando a questa stessa M. viene mostrato un video che mostra un bambino affamato nella Striscia di Gaza, afferma immediatamente: “È poco credibile. Mi dispiace. Ho visto come vengono messe in scena le clip: posizionamento, applicazione del trucco, stesura di una sceneggiatura”. Ma credibile o meno la stessa donna che si prende cura dei bambini “con un approccio gentile, affettuoso e premuroso” spiega: “Sapete cosa? Anche se fosse reale, dopo il 7 ottobre non provo un briciolo di compassione per nessuno lì. Nemmeno per i bambini”. Inoltre: “Mi rattrista vedere persone tra noi condividere questa merda e, peggio ancora, identificarsi con essa ed esprimere dolore”.

Per chiarire che non è una persona insensibile, riassume: “Chi scrive è una madre, un’amante dell’umanità e una persona fantastica a tutto tondo”. È solo che “il 7 ottobre mi ha portato via l’innocenza”. Povera donna, sta davvero lottando.

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Neanche A. è una colona. Vive in una città ben nota in Israele e sta semplicemente cercando una nuova casa per “un cane fantastico!!!! È completamente addestrato a vivere in casa, un cane pieno d’amore che ha bisogno di una casa calda e amorevole”.

Tanta cura, tanto amore, tanta compassione. Eppure, quando si imbatte nella fotografia di un bambino di Gaza ucciso in un bombardamento israeliano capisce immediatamente che qualcuno sta cercando di confonderla e scrive: “Chiariamo le cose. Se non ci fosse stato un massacro qui, non ci sarebbe stato un massacro lì!! Non è il caso dell’uovo e della gallina!!!”

In seguito, quando l’uovo e la gallina non riescono a capire cosa intendesse, ricorre ad alcune delle “migliori” calunnie sfatate diffuse in seguito all’orribile massacro “dopo che i bambini qui sono stati bruciati, decapitati, messi in un forno” e conclude con fermezza: “Non c’era bisogno di mandare un container di vestiti per i loro bambini”.

Certo, anche lei un tempo era una persona compassionevole e sensibile “Non fraintendetemi, la pensavo esattamente come voi fino al 6 ottobre, ma se qualcuno viene a uccidervi… il caso è chiuso. Loro hanno iniziato e noi finiremo!!!” (non intendete forse “finire?“).

Ce ne sono tante nell’Israele contemporaneo. Persone spirituali che vedono l’annientamento dell’altro come una forma di crescita personale e l’eradicazione del nemico come un’acquisizione di potere. Vivono in un unico grande rifugio, dove la coscienza è così finemente sintonizzata che ogni rumore scompare, ogni disturbo è attutito, così che rimangono solo con se stesse, loro e il loro essere interiore puro, compassionevole, incontaminato e finalmente in grado di connettersi con ciò che è rimasto lì per tutto il tempo, in attesa di essere rivelato: il desiderio di annientare e distruggere milioni di persone, inclusi bambini, donne e anziani. Con grande amore.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La commemorazione della Nakba si è svolta come previsto di fronte all’Università di Tel Aviv, senza arresti né scontri

Noam Lehmann

14 maggio 2025 – Times of Israel

Con una massiccia presenza della polizia diverse decine di studenti arabi e israeliani di sinistra hanno celebrato una cerimonia in memoria della Nakba nella piazza Entin dell’università di Tel Aviv, mentre contromanifestanti di destra hanno cercato di impedire la manifestazione con musica assordante e insulti dietro uno schieramento di poliziotti.

Diversamente dagli ultimi anni non ci sono stati arresti o scontri tra le due parti.

La Nakba, o catastrofe, è il termine arabo usato per indicare l’esodo e l’espulsione di circa 700.000 palestinesi durante la guerra di indipendenza di Israele nel 1948.

L’annuale protesta quest’anno ha sollevato particolari polemiche, dopo che il Ministro dell’Educazione Yoav Kisch ha minacciato di revocare il finanziamento alle università di Tel Aviv e Ebraica a causa delle manifestazioni.

Studenti palestinesi attivisti hanno parlato da un palco dietro ad uno striscione che recitava in inglese e in arabo “La Nakba continua”. Da un lato del palco c’era una mappa della Palestina storica, su cui gli attivisti hanno evidenziato in rosso, verde e nero – i colori della bandiera palestinese – le comunità che sono state distrutte o pesantemente danneggiate nella guerra del 1948. La deputata Aida Touma-Suliman ha evidenziato le comunità di Nazareth, dove è nata, e di Acre.

Gli attivisti, molti dei quali indossavano kefiah palestinesi, reggevano anche cartelli con i nomi dei villaggi palestinesi rasi al suolo. Al posto delle bandiere palestinesi, che spesso la polizia confisca, i manifestanti reggevano cartoni ritagliati in forma di angurie, che identificano la causa palestinese per via dei colori del frutto, rosso, nero, verde e bianco.

In riferimento al divieto delle bandiere palestinesi, alcuni cartelli recavano la scritta in arabo “Hanno vietato le bandiere” e “Hanno paura persino delle angurie”. Altri cartelli chiedevano “No al genocidio a Gaza”.

I manifestanti palestinesi cantavano canzoni patriottiche, comprese le poesie “Ounadikum wa’Ashad’ Ayadkum” (Ti chiamo e ti stringo le mani) di Mahmoud Darwish e “Mawtini” (la mia patria) di Ibrahim Tuqan.

Una studentessa attivista palestinese ha raccontato in ebraico come la famiglia di suo nonno fu espulsa in Libano dal villaggio della Galilea Al-Bassa, dove adesso si trova la cittadina israeliana di Shlomi. In Libano, dice, diversi membri della sua famiglia, compresa sua sorella, furono trucidati nel 1982 nel massacro di Sabra e Shatila, quando Israele chiuse gli occhi di fronte alle atrocità perpetrate nel campo profughi dai suoi alleati antipalestinesi falangisti cristiano-libanesi.

La Nakba continua, non è solo una storia dei miei nonni”, dice. “Io sono una rifugiata nella mia stessa terra…il fatto che ho paura di sventolare la mia bandiera è una Nakba.”

Proprio mentre pensavo che queste fossero cose del passato, esse ritornano e le stiamo vedendo in tempo reale”, dice riferendosi a Gaza. Dietro ad uno schieramento di polizia un arabo-israeliano di destra urla “Bugiarda!”.

Rivolgendosi ai contro manifestanti, il conduttore della cerimonia dice che presto si troveranno in prigione per omicidio.

Allora vorrete non aver compiuto massacri, allora vorrete non aver assassinato”, dice.

Dall’altra parte della strada il gruppo di studenti di destra Im Tirzu tiene un comizio pieno di discorsi di rabbia contro l’università per aver permesso lo svolgimento della commemorazione della Nakba. Su un grande striscione è scritto “Nakba Harta”, cioè “la Nakba è un mucchio di stronzate”.

Il viceministro Almog Cohen, del partito di estrema destra Otzma Yehudit, si è avvicinato alla commemorazione con un megafono, cercando di sovrastare i manifestanti interpretando un assolo di “Hatikva”, l’inno nazionale di Israele.

Un portavoce dell’università di Tel Aviv – che sorge anch’essa sulle rovine del villaggio palestinese di Sheikh Munis – ha detto che l’istituto “è la più grande e più distinta università di Israele – liberale e pluralista – e ne va orgoglioso.”

In questi tempi difficili…l’università fa appello a tutti gli studenti di ogni tendenza politica a mostrare tolleranza e respingere ogni invito all’incitamento della violenza.”

Il portavoce ha sottolineato che la commemorazione della Nakba è un evento annuale che si svolge fuori dai cancelli dell’università e “si trova perciò sotto la responsabilità e l’approvazione della polizia”.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Un attacco israeliano uccide un giornalista palestinese mentre viene curato in ospedale a Gaza

Lubna Masarwa da Gerusalemme e Maha Hussaini da Gaza City, Palestina occupata

13 maggio 2025 – Middle East Eye

Il noto giornalista Hassan Islayeh è preso di mira direttamente dopo mesi di istigazioni contro di lui sui media israeliani

Martedì un drone israeliano ha ucciso il giornalista palestinese Hassan Islayeh mentre era in cura nell’ospedale Nasser di Khan Younis.

Islayeh, noto giornalista sul campo e direttore dell’agenzia Alam24 News, era convalescente per le ferite subite in un precedente attacco aereo israeliano del mese scorso, che aveva preso di mira una tenda di operatori dell’informazione vicino allo stesso ospedale.

L’attacco aveva ucciso due giornalisti e feriti diversi altri.

Il primo attacco sembrava avesse come obbiettivo diretto Islayeh, colpendo il suo cellulare, ma lui era sopravvissuto all’incidente.

I media locali hanno descritto l’attacco di martedì come “un assassinio deliberato”, sottolineando che lui è stato colpito nuovamente mentre veniva curato nel reparto grandi ustionati dell’ospedale.

Islayeh è stato a lungo oggetto di istigazioni sui media israeliani, in gran parte dovuti alla copertura in prima linea degli attacchi di Hamas a Israele del 7 ottobre.

Gli organi di stampa israeliani lo hanno etichettato come affiliato ad Hamas, benché non sia stata prodotta alcuna prova che corrobori queste accuse.

Prima di morire Islayeh ha smentito le accuse contro di lui, difendendo la sua copertura degli attacchi del 7 ottobre come rispettosa degli stessi standard giornalistici seguiti in altre situazioni.

Molti giornalisti israeliani sono entrati a Gaza durante la guerra al seguito dell’esercito israeliano. Hanno preso parte al bombardamento e alla distruzione delle case. Questo viene considerato normale per loro, ma non per noi?”, ha detto in una registrazione ascoltata da Middle East Eye.

Ha anche descritto come l’esercito israeliano abbia cercato più volte di raggiungerlo in modo indiretto, presentandosi sotto diverse identità, come giornalisti freelance che cercavano lavoro da lui.

Islayeh ha detto che i media israeliani hanno anche iniziato a diffondere parecchie voci su di lui, comprese diverse asserzioni secondo cui lui aveva programmato di lasciare Gaza –cosa che lui sostiene di non aver mai neppure lontanamente pensato.

Durante tutto il corso della guerra non c’è stato un solo organo di informazione israeliano che non abbia pubblicato rapporti su di me o istigato contro di me”, ha detto.

Ciò mi ha causato molta preoccupazione ed ha influito sul mio lavoro. Mi hanno lasciato senza un posto in cui fare il mio lavoro.”

Una guida

In quanto esperto corrispondente dal campo, Islayeh era diventato una guida e un riferimento influente per gli aspiranti giornalisti.

Ahmed Aziz, un collaboratore di MEE, ha detto che l’influenza di Islayeh su di lui è stata enorme.

E’ sempre stato uno di quelli che prendevano l’iniziativa per aiutare i colleghi, fornendo loro materiale, suggerendo nominativi e indicando luoghi dove potevamo andare per filmare”, ha detto Aziz a MEE.

Ha aggiunto che Islayeh era pienamente cosciente dei rischi per la propria vita e sperava solo che la sua morte non avrebbe comportato la perdita di altri giornalisti vicini a lui.

Inoltre secondo Aziz Islayeh forniva ogni mese aiuto economico alle famiglie di due operatori dell’informazione uccisi nell’attacco del mese scorso, che a quanto pare era diretto a lui.

Onestamente, per quanto io possa dire, non si potrà mai fare abbastanza per rendergli onore.”

Compiangendo la sua morte Alem24 ha detto: “Con profondo dolore e partecipazione, l’Agenzia Alem24 News piange la perdita del suo direttore, il giornalista Hassan Abdel Fattah Islayeh, in seguito al suo martirio in un attacco aereo israeliano che ha preso di mira il Complesso Medico Nasser a Khan Younis pochi minuti fa.”

Doppio crimine’

Secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza Islayeh è diventato il 215mo giornalista ucciso a Gaza dalle forze israeliane dall’inizio della guerra.

La guerra israeliana contro Gaza è stata descritta dai gruppi di monitoraggio come “il peggior conflitto in assoluto” per i giornalisti, per via del numero senza precedenti di giornalisti uccisi.

Questo doppio crimine rispecchia una deliberata insistenza nel prendere di mira i giornalisti palestinesi – non solo sul campo, ma anche negli ospedali mentre vengono curati”, ha dichiarato l’ufficio stampa.

E’ una flagrante violazione di tutti i valori umani e degli accordi internazionali e rappresenta un chiaro tentativo di silenziare le voci libere e sopprimere la verità.”

Il Ministro della Sanità palestinese ha condannato il “crimine infame” di colpire pazienti nell’ospedale di Khan Younis.

Prendere ripetutamente di mira gli ospedali, incluso perseguire ed uccidere i feriti dentro gli ambulatori, è un chiaro segno del deliberato intento dell’occupazione di infliggere il massimo danno al sistema sanitario”, ha detto in una dichiarazione il Ministro.

Attacchi simili inoltre compromettono le possibilità di cura dei feriti e dei malati – anche se giacciono in letti di ospedale.”

L’esercito israeliano ha confermato l’attacco all’ospedale, sostenendo di aver preso di mira un “commando e un centro di controllo di Hamas” all’interno della struttura e che l’operazione ha colpito “importanti terroristi di Hamas.”

Tuttavia la dichiarazione non ha menzionato Islayeh, né ha fornito alcuna prova per corroborare l’accusa di attività di Hamas dentro l’ospedale.

Hamas ha sistematicamente negato di utilizzare gli ospedali o altre infrastrutture civili a scopi militari.

L’esercito israeliano ha spesso giustificato i suoi attacchi a siti civili a Gaza, ospedali compresi, sostenendo che Hamas li usa per operazioni militari.

A marzo un drone ha colpito l’ospedale Nasser di Khan Younis uccidendo cinque persone e dando fuoco al pronto soccorso.

Israele ha sostenuto che l’attacco aveva come obbiettivo il dirigente di Hamas Da’alis, che in quel momento era curato nell’ospedale.

Secondo il Ministero della Sanità palestinese di Gaza ad aprile ripetuti attacchi israeliani hanno costretto 27 ospedali in tutta la Striscia di Gaza a chiudere.

Almeno 1.192 operatori sanitari, compresi 96 medici, sono stati uccisi dalle forze israeliane, sia in attacchi aerei che in carcere o con uccisioni mirate.

Complessivamente a partire da ottobre 2023 nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso più di 52.800 palestinesi, compresi almeno 15.000 bambini.

Si stima che altre 10.000 persone siano disperse e presumibilmente morte, mentre circa 120.000 sono state ferite.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)