Il capo dell’OMS: l’attacco all’ospedale Nasser di Gaza è un ‘enorme colpo ad un sistema sanitario già completamente travolto’

Redazione di MEMO

13 maggio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia Anadolu riferisce che il capo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha descritto l’attacco di martedì contro l’ospedale Nasser nella Striscia di Gaza come un ‘enorme colpo ad un sistema sanitario già completamente travolto’.

Ha detto che gli attacchi contro le strutture sanitarie dovrebbero essere impediti.

Tedros Adhanom Ghebreyesus ha osservato su X [precedentemente Twitter, ndt.] che l’attacco ha causato due morti e dodici feriti. Uno di questi è in “condizioni critiche e sta per essere sottoposto a molteplici operazioni chirurgiche,” ha detto.

Il reparto ustionati è stato colpito, 18 letti da ospedale nel reparto chirurgico, 8 letti nel reparto cure intensive e 10 letti dei lungodegenti sono stati distrutti,” ha aggiunto.

Ripetiamo il nostro appello: gli attacchi agli ospedali devono cessare,” ha chiesto.

Egli ha anche sollecitato la fine del blocco degli aiuti a Gaza messo in atto da Israele dal 2 marzo, al fine di far entrare nell’enclave cibo, medicine e apparecchiature per supportare i pazienti e per il ripristino degli ospedali.

Da ottobre 2003 più di 52.900 palestinesi, molti dei quali donne e minori, sono stati uccisi a Gaza in una brutale offensiva israeliana.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Ritratti del fascismo. Un progetto fotografico speciale

Oren Ziv

9 maggio 2025 – +972 magazine 

Dal 7 ottobre la polizia israeliana ha arrestato centinaia di oppositori alla guerra di Gaza ed ha pubblicato fotografie degradanti di molti detenuti. Sette di loro hanno accettato di essere di nuovo fotografati, questa volta alle loro condizioni.

Dall’ottobre 2023 centinaia di cittadini israeliani, per la stragrande maggioranza palestinesi, e almeno 17 attivisti stranieri sono stati arrestati come parte di una campagna per mettere a tacere quanti denunciano la guerra israeliana contro Gaza. In alcuni casi la polizia ha fotografato i detenuti di fronte a una bandiera israeliana e diffuso le immagini attraverso i suoi canali ufficiali oppure attraverso quelli del ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir o altri circuiti informali. Molte delle foto sono state postate sulle reti sociali e hanno portato a incitamento all’odio e minacce contro le persone ritratte.

Diffondendo queste immagini al suo interno e all’opinione pubblica la polizia ha totalmente eluso la procedura legale corretta riguardo ai diritti dei detenuti e dei sospettati. Oltretutto in molti casi la polizia non ha ottenuto, o neppure richiesto, l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero di indagare i detenuti per “incitamento all’odio” e invece li hanno arrestati con il pretesto di “comportamento che potrebbe disturbare la quiete pubblica”.

L’obiettivo di diffondere pubblicamente queste foto era chiaro: umiliare i detenuti e scoraggiare altri dal manifestare ogni opposizione all’offensiva israeliana contro Gaza. In effetti nei primi mesi della guerra molti sono rimasti in silenzio. Anche oggi molte persone scelgono di non parlare apertamente in pubblico per timore di conseguenze.

Ho stampato e incorniciato le immagini fatte circolare dalla polizia o da Ben Gvir e poi sono tornato dalle persone che vi sono ritratte. In questo modo le stesse immagini che intendevano umiliarle e creare un effetto dissuasivo sono diventate simboli di sfida: le persone sono state di nuovo fotografate, questa volta alle loro condizioni. Mi hanno anche raccontato la loro esperienza di detenzione e le loro riflessioni sulla diffusione pubblica delle loro immagini.

Molti di quanti sono stati fotografati hanno scoperto solo dopo essere stati rilasciati dal carcere israeliano che le loro immagini avevano circolato in pubblico. Hanno descritto una lotta continua con le conseguenze dell’umiliazione pubblica e per il fatto di essere stati definiti dalla polizia “nemici dello Stato”. Nessuno di quanti vengono documentati nel progetto è stato processato; alla fine la maggioranza dei casi è stata archiviata senza un’imputazione.

Intisar Hijazi

Psicologa scolastica di Tamra

Intisar Hijazi

Hijazi è stata arrestata il 7 ottobre 2024 dopo aver ri-condiviso un video di lei mentre danzava e che aveva originariamente pubblicato su TikTok un anno prima. Prima del suo arresto Ben Gvir ha mandato il video alla polizia. Una sua foto nel veicolo della polizia è stata poi pubblicata dall’ufficio del portavoce della polizia. Nel commissariato di Nazareth gli agenti l’hanno fotografata con gli occhi bendati davanti a una bandiera israeliana, e poi Ben Gvir ha condiviso l’immagine sulle sue reti sociali.

Hijazi racconta la sua disavventura: “Su TikTok puoi ri-condividere un post che hai caricato l’anno precedente. L’ho fatto la mattina e sono uscita di casa per fare la spesa con mia madre,” mi racconta. “Quando sono tornata a casa il coordinatore (della scuola in cui lavora) mi ha chiamata e ha detto che qualcuno aveva postato il video (sulle reti sociali) e aveva scritto che stavo festeggiando. Mi ha detto di cancellarlo, cosa che ho fatto, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Poi ha chiamato qualcuno del ministero dell’Educazione e mi ha chiesto: “Cos’è questo video, cosa stai festeggiando?’, e mi ha detto di cancellare il post originale. Mia madre mi ha chiamata per dire che la polizia era a casa (sua). Quindici minuti dopo sono arrivati a casa mia.”

Dopo che è stata arrestata, Hijazi è stata portata al commissariato di Tamra: “Hanno detto che sarebbe arrivato un veicolo da Nazareth per portarmi via. Mi hanno ammanettata e bendata. La foto (nell’auto della polizia) è stata presa quando sono arrivata (al commissariato) a Nazareth. Era tutto tranquillo, ma sapevo che stavano fotografando. Mi hanno portata di sopra, messa in una stanza, detto di indietreggiare e poi hanno scattato la foto (con la bandiera). Avevo visto la foto di Maisa Abd Elhadi (un’attrice arrestata e fotografata all’inizio della guerra), così quando (mi hanno detto di) andare indietro, ancora un po’” sapevo che c’era una bandiera sul muro e che mi stavano fotografando.”

Dopo aver passato la notte al commissariato di Nazareth è stata trasferita la centro di detenzione di Kishon, nei pressi di Haifa, prima di essere riportata il giorno dopo a Nazareth per ulteriori interrogatori e poi finalmente rilasciata: “Quando sono arrivata a casa, mia madre e la mia famiglia hanno detto: ‘Sai cosa è successo fuori?’ Mi hanno raccontato che ero stata fotografata e che tutte le fotografie erano state fatte circolare.”

Hijazi descrive l’impatto emotivo dell’umiliazione pubblica: “Onestamente è stato molto duro. Perché mi hanno fatto tutto questo? Perché hanno reso pubbliche le mie foto? Quando sono tornata a scuola dopo un mese tutti le avevano viste e mi hanno detto di aver pianto, che ciò li ha feriti molto.”

Durante l’interrogatorio la polizia ha chiesto a Hijazi se conoscesse i suoi follower sulle reti sociali: “Ho detto che molti dei miei follower su TikTok sono bambini, studenti e familiari. Ci sono anche educatori e persone che non conosco, ma la maggioranza sono bambini e i miei contenuti sono rivolti ai bambini. Ho spiegato che i video non hanno niente a che fare con la politica.”

Da quando è stata rilasciata è stato difficile per Hijazi tornare sulle reti sociali: “Molti bambini mi hanno chiesto quando posterò di nuovo un video e se ora ho paura. Volevo che vedessero che sono forte, ma è molto difficile. La sicurezza che avevo prima è cambiata. La mia vita era tranquilla. Non ho mai cercato di danneggiare nessuno o di fare qualcosa di male o di politico.

A volte la gente dice che sembro una persona slegata dalla realtà, dalle guerre, ma io (lavoro) con i bambini. Perché dovrebbero essere esposti a tutto questo?”

Rasha Karim Harami

Proprietaria di un salone di bellezza a Majd Al-Krum

Rasha Karim Harami

Karim è stata arrestata nel maggio 2024 per dei post in cui esprimeva indignazione per il fatto che le forze israeliane avevano bombardato un campo di tende a Rafah. “Qual è la differenza tra quello che sta facendo Netanyahu e quello che ha fatto Hitler? Corpi di bambini, giovani donne e anziani sono stati bruciati vivi,” ha scritto in una storia su Instagram. Un video del suo arresto ripreso da agenti, in cui una poliziotta ammanetta Karim con delle fascette, le copre il volto e la porta nel commissariato, è stato condiviso sulle reti sociali, provocando la condanna da parte di deputati palestinesi.

Stavo seduta nel mio ufficio in negozio, durante una consulenza, quando la polizia ha fatto irruzione,” racconta Karim. “L’atelier era pieno di donne ed è solo per donne, e ho chiesto loro di aspettare un momento, ma non mi hanno ascoltata. Sono entrati in ogni stanza, hanno preso i miei telefoni e mi hanno detto che ero in arresto. Ho cercato di capire perché e mi hanno detto che lo avrei scoperto al commissariato, ma prima mi hanno portata a casa. Lì hanno iniziato a cercare qualcosa riguardante la Palestina, Hamas, bandiere, libri, ma non hanno trovato niente.”

Poi la polizia ha portato Karim al commissariato: “Quando sono arrivata mi hanno fatta uscire dalla macchina della polizia e messo delle manette di plastica. Quando mi hanno messo una benda sugli occhi sono rimasta veramente scioccata e spaventata. Dopo che mi hanno coperto gli occhi mi hanno portata nel commissariato per essere interrogata. È durato quattro o cinque ore. L’investigatore è stato rude e ostile con me, mi ha trattata come se fossi di Hamas.”

Karim è stata trattenuta tutta la notte e poi messa agli arresti domiciliari per cinque giorni: “Dopo che sono stata rilasciata sono crollata. Fino ad allora non avevo paura. Pensavo che stessero filmando per uso interno. Non mi sono resa conto che (il video) era su un telefonino. Sono caduta in depressione per due mesi, con la paura di uscire di casa. Molti ebrei e arabi sono venuti a darmi il loro appoggio.”

Il suo avvocato, Hussein Manaa, ha spiegato di aver cercato di parlare con gli investigatori nel commissariato, sostenendo che la sua cliente non rappresentava un pericolo per nessuno. “Le sue azioni non erano un incitamento all’odio e, cosa più importante, (la polizia) non aveva l’autorizzazione dell’ufficio del pubblico ministero per iniziare un’indagine per incitamento. Quindi l’hanno interrogata per disturbo alla quiete pubblica, che non è un reato che comporta l’arresto,” spiega Manaa.

La polizia avrebbe potuto solo convocarla, lei ci sarebbe andata. Invece hanno mandato quattro o cinque auto con tra i 15 e i 20 agenti per arrestare questa donna, come se stessero catturando Yahya Sinwar [uno dei dirigenti di Hamas più ricercati da Israele, ndt.].”

Per Manaa è chiaro che il video dell’arresto intendeva mandare un messaggio: “Il video è stato preso all’interno del commissariato e non è stato reso pubblico attraverso l’ufficio del portavoce della polizia. Intendeva umiliare chiunque esprimesse una denuncia, per dire ‘Non avete libertà di parola’, per instillare timore, in modo che nessuno avrebbe parlato apertamente contro il governo o Netanyahu.

Non è un caso che abbiano diffuso illegalmente il video,” aggiunge Manaa. “Sapevano che si sarebbe propagato a macchia d’olio, ed è esattamente quello che è successo. Ho contattato l’ufficio del pubblico ministero, la polizia, il Ministero della Sicurezza Nazionale chiedendo una spiegazione. L’ufficio del pubblico ministero ha emesso un comunicato stampa (che critica l’arresto), sostenendo che non era stata fatta alcuna richiesta di aprire un’indagine per incitamento e di non aver concesso alcuna autorizzazione. C’è stata una grande indignazione che ha portato al suo rilascio, ma non abbiamo ancora ricevuto alcuna risposta.”

Sari Hurriyah

Avvocato immobiliarista di Shefa-‘Amr

Sari Hurriyah

Hurriyah è stato arrestato nel novembre 2023 per dei post pubblicati su Facebook nei giorni successivi al 7 ottobre. La polizia ha filmato il suo arresto nel suo ufficio e ha diffuso le immagini su varie reti sociali e anche Ben Gvir le ha pubblicate. È stato portato alla prigione di Megiddo, nel nord di Israele, in condizioni molto dure per 10 giorni, durante i quali è stato torturato e umiliato. Alla fine la denuncia contro Hurriyah è stata archiviata.

Ero nel mio ufficio quando sono entrati tre uomini in abiti civili,” ricorda Hurriyah. “Si sono presentati (per arrestarmi) con un’autorizzazione del pubblico ministero e dell’ordine degli avvocati. Uno di loro aveva una telecamera in mano, ma nella confusione del momento non mi sono reso conto che mi stava riprendendo. Hanno detto che mi dovevano ammanettare. Siamo scesi dalle scale e mi hanno filmato anche lì.”

Successivamente Hurriyah è stato portato al carcere di Megiddo, dove ha affrontato condizioni inumane e degradanti insieme ad altri palestinesi nell’ala per i prigionieri di massima sicurezza. Ha testimoniato la sua esperienza all’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem come parte di “Benvenuti all’Inferno”, un fondamentale rapporto che dettaglia i sistematici soprusi a danno dei palestinesi e le condizioni inumane dal 7 ottobre all’interno delle prigioni israeliane, che descrive come una “rete di campi di tortura”.

L’ottavo giorno della sua detenzione Hurriyah ha finalmente incontrato il suo avvocato dopo che gli era stato negato l’accesso, e questi gli ha detto che la sua foto era stata resa pubblica. “Ma non mi sono reso conto di tutto questo finché non sono uscito (dal carcere),” spiega Hurriyah. “Anche durante gli arresti domiciliari molte persone sono venute ad appoggiarmi. Poi un giorno, in un momento di tranquillità, mia moglie mi ha mostrato il video della polizia. Onestamente è stato umiliante. Non so cosa dire.”

La polizia israeliana ha pubblicato il video dell’arresto di Hurriyah sul suo sito web ufficiale. “Non puoi immaginare le reazioni: esortazioni ad uccidermi, a revocarmi la licenza e altre cose non proprio lusinghiere,” dice Hurriyah. “Sono venuto a sapere che le foto della polizia sono state ampiamente diffuse su siti web privati e su Facebook. In tutte le pubblicazioni hanno usato quella stessa foto e hanno sostenuto che sono un terrorista e un avvocato di Hamas.”

La moglie di Hurriyah gli ha mostrato poco alla volta i post e i commenti su Facebook. “Alla fine le ho chiesto di smetterla. Ho capito che questa è l’atmosfera nel Paese. La polizia israeliana, il principale organo di applicazione della legge, ha pubblicato la mia foto, mi ha raffigurato come un Che Guevara di Hamas, e ho capito che questo danno è irreparabile. Anche se mi pagassero dei milioni ciò non mi ridarebbe l’immagine che ho costruito in cinquant’anni di lavoro, carriera e servizio pubblico,” afferma.

Circa un anno dopo l’arresto Hurriyah era seduto e aspettava qualcuno al commissariato di Shefa-‘Amr. “Un giovane mi si è avvicinato e ha detto: ‘Come stai, Hurriyah?’ Ho detto ‘Chi sei?’ E lui ha risposto: ‘Tu non mi conosci, ma sono dell’intelligence della polizia. Sono stato una delle persone che ha raccomandato il tuo arresto. Sei un personaggio pubblico, un avvocato, un cristiano e il segretario del movimento Hadash [partito di sinistra arabo-ebraico, ndt.]. Sei l’unico che parla in pubblico senza riserve. Per quanto riguarda lo Shin Bet (il servizio di intelligence interno) tu sei un nazionalista estremista.”

A Hurriyah l’accusa sembra assurda: “Sono uno che sostiene i due Stati per due popoli e costruisce ponti per la pace, e lui mi dice che sono pericoloso. Questo ha davvero accentuato la mia angoscia.” 

Come molti detenuti le cui foto sono state prese e condivise sui media sociali, Hurriyah ha compreso che la polizia israeliana ha voluto dargli una lezione: “Col senno di poi ho capito che tutto quanto era stato pianificato, che era parte di una strategia. Sono stato membro dell’ordine degli avvocati del distretto di Haifa. Non volevano problemi con gli avvocati. Volevano far tacere tutti gli avvocati in modo che la gente comune capisse il messaggio.”

Meir Baruchin

Insegnante di filosofia ed educazione civica di Gerusalemme

Dr. Meir Baruchin

Baruchin è stato arrestato nel novembre 2023 dopo che aveva pubblicato sulle reti sociali due brevi post in cui condannava l’uccisione da parte di Israele di civili palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. L’arresto ha fatto seguito a una denuncia da parte della municipalità di Petah Tikva, dove Baruchin insegna in una scuola superiore, ed è stato tenuto per quattro giorni in isolamento come detenuto di massima sicurezza nel “Russian Compound” [edificio ottocentesco trasformato in famigerato centro di detenzione, ndt.] a Gerusalemme.

Dopo essere stato rilasciato ha combattuto una lunga battaglia legale contro il Comune per tornare ad insegnare. La polizia ha reso pubblica una foto sfocata di lui con alle spalle una bandiera israeliana, ma sue fotografie non sfocate hanno presto circolato in rete. In seguito la denuncia contro di lui è stata archiviata.

Baruchin racconta che, dopo che la fotografia sfocata è stata diffusa dal portavoce della polizia, il sindaco di Petah Tikva, insieme ad altri siti di notizie, l’ha condivisa. “Poi è stata condivisa la versione non sfocata. Ho ricevuto molte minacce. Per 15 giorni, dopo il mio rilascio, mi è stato impedito l’accesso alle reti sociali, compreso Facebook. Solo tre settimane dopo che sono stato liberato ho riavuto il mio telefono e allora ho visto i post,” afferma.

Non ci sono dubbi: la pubblicazione delle immagini intendeva scoraggiare altri,” conclude Baruchin. “Anche altri insegnanti sono stati vessati, ma sono stato l’unico ad essere arrestato. La diffusione della foto intendeva fare di me un esempio per mandare un messaggio a tutti: ‘Siete stati avvertiti’.”

Baruchin sostiene che tale repressione non è affatto nuova: “Non si può dire che siamo sulla via di una dittatura, ci siamo già da tempo. Più di mille insegnanti mi hanno contattato con messaggi e telefonate private, tutti in via ufficiosa, dicendo cose come ‘Senti, io ti sostengo, ma ho dei figli da mantenere’ oppure ‘Ho da pagare il mutuo’.”

Benché Baruchin sia tornato a insegnare, l’atmosfera è ancora ostile: “Ogni parola che dico viene controllata. Ogni giorno arrivo a scuola e alcuni studenti, neppure quelli delle mie classi, mi insultano,” dice. “Non lo denuncio neanche più perché non mi aspetto che venga fatto qualcosa. Un padre mi ha detto: ‘Non voglio che insegni a mio figlio di avere compassione del nemico.’ Mi è rimasto impresso.

In classe uno studente mi ha chiesto se, avendo la possibilità di uccidere tutti gli arabi schiacciando un pulsante, lo avrei fatto. Gli ho risposto: ‘Ovviamente no’ e lui ha detto: ‘E’ assurdo. Come mai non potresti?’ Ho detto agli studenti: ‘A pochi minuti da qui, nel Rabin Medical Center [grande ospedale di Petah Tikva, ndt.] ci sono medici e infermieri arabi. Volete che li uccida?’ E uno studente ha replicato: ‘Certo! Cosa intendi dire? Non permetterei mai che un medico arabo mi curasse. Piuttosto morirei.’ Questo è il modo di pensare,” continua Baruchin. “Non è una cosa marginale, è la maggioranza. Questi sono ragazzini, sì, ma dobbiamo prenderlo sul serio e contrastarlo. So bene che ripetono quello che ascoltano a casa e dai politici.”

Alison Russell

Attivista anglo-belga e insegnante di inglese proveniente dalla Scozia

Alison Russel

Russell è stata arrestata nel novembre 2023 mentre documentava la demolizione di una casa a Masafer Yatta, sulle colline meridionali di Hebron nella Cisgiordania occupata da Israele. Era arrivata in Cisgiordania prima del 7 ottobre per proteggere le comunità rurali palestinesi a rischio per le violenze dei coloni.

Dopo il suo arresto è stata interrogata dall’unità speciale istituita da Ben Gvir per occuparsi degli attivisti della solidarietà internazionale e poi ha passato due giorni agli arresti prima di essere portata all’aeroporto Ben Gurion, deportata e con il divieto di tornare nel Paese. Ma prima di essere espulsa alcuni poliziotti l’hanno fotografata davanti a una bandiera israeliana e in seguito Ben Gvir ha pubblicato la foto sulle reti sociali.

Il giorno del suo arresto Russell si trovava sul luogo della demolizione di una casa a Sha’ab Al-Botum quando è arrivata la polizia di frontiera [corpo paramilitare, ndt.]: “Hanno iniziato a chiedere i documenti alle persone. Nel momento in cui ho consegnato il mio passaporto l’ufficiale che l’ha preso si è entusiasmato e ha detto: ‘Guardate cos’ho trovato, lei non è israeliana!”

Sono stata portata a Ma’ale Adumim (colonia israeliana) e abbiamo passato molte ore lì mentre loro controllavano il mio Facebook utilizzando il traduttore automatico,” ricorda. “Quello che più li ha infastiditi sono stati i miei presunti rapporti con ‘terroristi’, come la mia partecipazione a una protesta di donne per i prigionieri di fronte all’edificio della Mezzaluna Rossa a Ramallah.”

Russell dice che il governo israeliano sta facendo esattamente quello che fanno molti governi europei: ‘Ti opponi a noi? Sei una terrorista.’ I governi europei sono meno espliciti a questo proposito, ma il principio è lo stesso. Più bugie diffondono su quelli che gli si oppongono, più la gente ha paura di resistere.

Parlo con persone che hanno paura di postare la loro foto, di essere etichettate come ‘terroristi’, ‘pazzi estremisti di sinistra’ o ‘inaffidabili’ solo per aver detto che si oppongono al genocidio. Lo vedo tra i miei studenti, sul posto di lavoro.”

Russell ha sentito il dovere di esprimere il suo dissenso e dimostrare solidarietà con i palestinesi sul terreno: “Ho saputo di persone a Gaza uccise per aver postato su Facebook, di palestinesi e arabi cittadini di Israele arrestati per cose che avevano postato (sulle reti sociali). Se altri sono stati uccisi per questo io ho l’obbligo di parlare chiaramente, di testimoniare, perché altri non lo possono fare. E lo ribadisco.”

M. e L.

Studenti attivisti tedeschi

M. e L.

M. e L. sono stati arrestati nell’ottobre 2024 a At-Tuwani, nella Cisgiordania meridionale, mentre accompagnavano la famiglia Huraini sulla terra di sua proprietà. Preoccupati per la loro sicurezza e per timore di potenziali ripercussioni legali in Germania, i due attivisti hanno chiesto di rimanere anonimi. Dopo il loro arresto sono stati interrogati dalla stessa unità che si è occupata di Alison Russell. Hanno passato vari giorni agli arresti e poi sono stati obbligati ad attraversare il confine con la Giordania. Prima di essere deportati i poliziotti hanno preso loro una fotografia che poi Ben Gvir ha pubblicato.

Tutto è cominciato quando un colono-soldato è venuto da noi e ci ha chiesto i passaporti,” ricorda L. “Non glieli abbiamo dati subito e gli abbiamo chiesto: ‘Ma tu chi sei? Sei un soldato? Hai l’autorità per farlo?’ Lui ha ripetuto la richiesta e poi ha iniziato a chiamare gente. Sono arrivati dei soldati, hanno preso i nostri passaporti, ce li hanno restituiti e sembrava che tutto fosse a posto. Ma poi è arrivato un colono che avevamo incontrato in precedenza e gli ha detto qualcosa riguardo a Ramallah. (Il colono) ha iniziato ad insistere e voleva anche vedere di nuovo i nostri passaporti. Abbiamo avuto l’impressione che stesse provocando (i soldati).”

M. continua: “Alla fine ci hanno accusati di ‘diffondere contenuti in appoggio al terrorismo’ sulle reti sociali o qualcosa del genere, e ciò in relazione a una foto di noi durante una protesta a Ramallah. Quella era l’immagine che il colono aveva riconosciuto e probabilmente era stata presa da un video che qualcuno aveva postato su Facebook. Il ragazzo che aveva parlato durante la protesta (a Ramallah) aveva postato sulla sua pagina privata di Facebook una foto di tutti quelli che erano lì. Non aveva molti followers o like, ma in qualche modo (i coloni) l’hanno trovata e l’hanno usata come prova contro di noi.”

Come nel caso di Russell, M. pensa che la loro foto sia stata presa poco prima che venissero deportati, ma questa volta al ponte di Allenby: “Avevamo completato tutte le procedure di frontiera e stavamo solo lì seduti. Poi improvvisamente un poliziotto è venuto da noi. Ci hanno fotografato varie volte, ma quella che è stata pubblicata è di noi semplicemente in attesa.”

L. aggiunge: “Ci ha anche detto di guardare dritto nella macchina fotografica. La foto è stata pubblicata quello stesso giorno, lo abbiamo scoperto quando siamo arrivati ad Amman, e qualcuno ci ha detto: ‘Avete visto? Ben Gvir ha pubblicato la vostra foto!’.” 

È stato così assurdo,” continua M. “Ho pensato subito: ‘Com’è che quella foto è arrivata in sole due ore da un poliziotto all’ufficio del ministro della Sicurezza Nazionale? Devono avere gruppi WhatsApp su cui condividono tutto. Onestamente ero contento che avessero sfuocato i nostri volti, perché ciò avrebbe potuto avere davvero delle gravi conseguenze.

In Germania gli Anti-Deutsch [Antitedesco, gruppo di estrema sinistra filo-israeliano, ndt.] fanno quasi esattamente quello che fanno i coloni: raccolgono foto di palestinesi e antisionisti e postano le immagini da luoghi in cui ci riuniamo,” spiega L. “E ci sono anche aggressioni. Mi sembra che sia ovviamente inteso a intimidire, a prendere di mira singole persone, a dimostrare che ‘vi teniamo d’occhio, internazionali.’ E soprattutto con tutto questo apparato poliziesco l’obiettivo è che siamo sotto il loro controllo e che siamo ricercati.”

Penso che il principale obiettivo sia scoraggiare nuovi attivisti. Gente che non è ancora stata in Palestina o che sta pensando di venirci vedrà questo e forse penserà di non venirci affatto,” aggiunge M. “E’ esattamente quello che vogliono.”

Abbiamo contattato la polizia israeliana e l’ufficio di Ben Gvir per un commento. Se e quando le riceveremo, le risposte verranno pubblicate.

Baker Zoabi ha collaborato a questo progetto.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




I professionisti della salute devono prendere posizione e agire per Gaza adesso

Talal Ali Khan

13 maggio 2025 – Aljazeera

Ho trascorso a Gaza 22 giorni. Ho visto tanta morte e distruzione, ma anche un coraggio, una compassione e una dedizione incredibili. Non dobbiamo abbandonare i nostri colleghi che sono lì.

Avevo seguito attentamente per nove mesi la guerra genocida a Gaza, quando mi si è presentata l’opportunità di fare volontariato nel contesto di una missione medica organizzata dall’ONU, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dalla Palestinian American Medical Association.

Essendo specializzato in nefrologia, una branca medica che si occupa di pazienti con malattie renali, ho capito che c’era un disperato bisogno di cure specialistiche a causa del collasso del sistema sanitario e dell’elevato numero di medici specializzati uccisi a Gaza.

Sentivo anche che fosse mio dovere, come musulmano, aiutare la popolazione di Gaza. L’Islam ci insegna che chiunque salvi una vita è come se avesse salvato l’umanità intera; prendersi cura degli altri è un atto religioso e opporsi all’ingiustizia è un obbligo morale.

Credo che i miei diplomi di laurea non siano semplicemente destinati a rimanere appesi alle pareti di uno studio climatizzato o permettermi di stare alla guida di una magnifica auto o vivere in un quartiere di benestanti. Sono una testimonianza del fatto che ho giurato di dedicare la mia competenza al servizio dell’umanità, di mantenere il massimo rispetto per la vita umana e di offrire le mie conoscenze mediche e la mia compassione a chi ne ha bisogno.

Così il 16 luglio sono partito per Gaza con alcuni colleghi.

Siamo entrati nella Striscia attraverso il valico di Karem Abu Salem. Siamo passati dalla prosperità, comfort e ricchezza della parte israeliana alla terribile distruzione, devastazione e miseria della parte palestinese. Abbiamo praticamente visto cos’è l’apartheid.

Durante il nostro breve viaggio attraverso la Striscia di Gaza meridionale per raggiungere la nostra destinazione a Khan Younis abbiamo visto molti edifici bombardati, danneggiati o distrutti. Case, scuole, negozi, ospedali, moschee… di tutto.

La quantità di macerie era raccapricciante. Ancora oggi non riesco a dimenticare gli scenari di distruzione che ho visto a Gaza.

Siamo stati ospitati all’ospedale Al-Nasser perché era troppo pericoloso stare in qualsiasi altro posto. Siamo stati accolti con tanta premura che mi sono sentito in imbarazzo. Eravamo visti come dei salvatori.

Ho curato pazienti con problemi renali, lavorato come medico di medicina generale e talvolta ho prestato assistenza al pronto soccorso durante eventi con moltissime vittime.

La dialisi richiede acqua pulita, materiali sterili, alimentazione elettrica affidabile, farmaci e attrezzature che devono essere sottoposte a manutenzione e sostituzione – niente di tutto questo era garantito a causa del blocco israeliano. Ogni seduta di dialisi era una sfida. Ogni ritardo aumentava il rischio di morte dei miei pazienti. Tanti sono morti – una realtà che ho faticato ad accettare, sapendo che in circostanze normali molti di loro avrebbero potuto essere salvati e vivere una vita normale.

Ricordo il volto sorridente di uno dei miei pazienti, Waleed, un giovane che soffriva di insufficienza renale causata da ipertensione precoce, una condizione che con l’accesso a cure adeguate avrebbe potuto essere gestita in modo appropriato.

La dialisi era l’ancora di salvezza per Waleed, ma non poteva sottoporsi a un numero adeguato di sedute a causa del blocco israeliano che causava una grave carenza di forniture mediche. La malnutrizione e il peggioramento delle condizioni di vita non hanno fatto che accelerare il suo declino.

Ricordo quanto era affannosa la sua respirazione, il suo corpo sovraccarico di liquidi e la sua pressione sanguigna pericolosamente alta. Eppure, ogni volta che lo vedevo Waleed mi accoglieva con un caldo sorriso, il suo spirito in qualche modo integro, sua madre sempre al suo fianco. Pochi mesi dopo la mia partenza da Gaza Waleed è morto.

Un altro mio paziente era Hussein, un uomo gentile, di buon cuore e molto rispettato. I suoi figli si prendevano cura di lui con amore e dignità.

Soffriva di grave ipokaliemia e acidosi: i livelli di potassio nel suo corpo erano pericolosamente bassi e l’acidità saliva fino a livelli tossici. Per affrontare la propria condizione aveva bisogno di farmaci di base: integratori di potassio e compresse di bicarbonato di sodio.

Si trattava di farmaci semplici, economici e salvavita, eppure il blocco israeliano non ne permetteva l’ingresso. Non riuscendo a trovare queste compresse Hussein è stato ricoverato più volte per un’integrazione di potassio per via endovenosa.

Nonostante l’immensa sofferenza Hussein restava gentile, coraggioso e pieno di fede. Quando parlava ripeteva sempre la frase Alhamdulillah (la lode a Dio). Ho saputo che è morto qualche settimana fa.

Waleed e Hussein dovrebbero essere qui: lieti, sorridenti, felici con le loro famiglie. Invece, sono diventati vittime dell’assedio e del silenzio. Queste sono due delle tante tragiche storie che conosco e a cui ho assistito. Tante vite meravigliose che avrebbero potuto essere salvate sono andate perdute.

Nonostante questa triste realtà i miei colleghi a Gaza continuano a fare tutto il possibile per i loro pazienti.

Questi sono medici oltraggiati in tutti i modi possibili. Non solo combattono le difficoltà quotidiane della vita come tutti gli altri palestinesi di Gaza, ma assistono anche agli orrori quotidiani di bambini decapitati, arti amputati, esseri umani totalmente ustionati e, a volte, dei corpi senza vita dei loro cari.

Immaginate di lavorare senza anestesia, con pochi antidolorifici e pochissimi antibiotici. Immaginate chirurghi che lavano con semplice acqua bambini sottoposti ad amputazioni senza sedazione e che cambiano senza antidolorifici le medicazioni di pazienti con ustioni diffuse in tutto il corpo.

Eppure questi eroi della sanità continuano ad andare avanti.

Uno degli infermieri con cui ho lavorato, Arafat, mi ha profondamente colpito. Viveva con diversi membri della famiglia in un rifugio di fortuna che non offriva alcuna protezione dagli elementi: il freddo invernale, il caldo torrido o la pioggia battente.

Pativa la fame, come tutti gli altri palestinesi di Gaza, e ha perso 15 kg in nove mesi. Ogni giorno percorreva dai 2 ai 3 km a piedi per andare al lavoro con sandali consumati, rischiando di essere bombardato dai droni o colpito dagli spari israeliani per strada.

Eppure il sorriso non abbandonava mai il suo volto. Si prendeva cura di oltre 280 pazienti in dialisi, trattandoli con cura, ascoltando attentamente le loro famiglie in ansia e incoraggiando i colleghi con un leggero umorismo.

Mi sentivo così piccolo accanto a eroi come Arafat. La sua resilienza e la sua perseveranza, così come quella dei suoi colleghi, erano incredibili.

Mentre ero a Gaza ho avuto l’opportunità di visitare l’ospedale Al-Shifa con una delegazione delle Nazioni Unite. Quello che un tempo era il più grande e vitale centro medico di Gaza era ridotto in rovina. L’ospedale, un tempo simbolo di speranza e guarigione, era diventato simbolo di morte e distruzione, della volontà di demolire l’assistenza sanitaria. È stato straziante vederne i resti carbonizzati e bombardati.

Sono rimasto a Gaza per 22 giorni. È stato un vero onore far visita e aiutare la popolazione resiliente di Gaza ricavandone lezioni di vita. Il loro instancabile coraggio e la loro determinazione mi accompagneranno fino alla morte.

Nonostante abbia assistito a ciò che non avrei mai potuto immaginare, non sentivo il bisogno di andarmene. Volevo restare. Tornato negli Stati Uniti ho provato un profondo senso di colpa per aver lasciato indietro i miei colleghi e i miei pazienti, per non essere rimasto, per non aver fatto abbastanza.

Nel provare questo dolore costante non riesco a comprendere come un crescente numero di persone si abitui ai resoconti quotidiani delle morti palestinesi e alle immagini di corpi straziati e bambini affamati.

Come esseri umani e come operatori sanitari non possiamo tacere su Gaza. Non possiamo rimanere in silenzio e passivi. Dobbiamo denunciare e agire contro la devastazione dell’assistenza sanitaria e gli attacchi ai nostri colleghi nella Striscia.

Sono già sempre meno gli operatori autorizzati a entrare a Gaza per missioni sanitarie. L’attuale blocco ha impedito l’arrivo di qualsiasi fornitura medica.

Come operatori sanitari dobbiamo mobilitarci per chiedere l’immediata cessazione dell’assedio e il libero accesso alle missioni mediche. Non dobbiamo smettere di offrirci come volontari per aiutare le équipe mediche in difficoltà a Gaza. Questi atti di denuncia e volontariato danno ai nostri colleghi a Gaza la speranza e il conforto di non essere stati abbandonati.

Non permettiamo che Gaza sia solo un simbolo di distruzione, che sia invece l’esempio di uno spirito incrollabile.

Alzatevi, parlate e agite: fate in modo che la storia ricordi non solo la tragedia, ma anche il trionfo della compassione umana.

Sosteniamo la dignità umana.

Diciamo a Gaza: non siete soli!

L’umanità è dalla vostra parte!

Le opinioni espresse in questo articolo sono dellautore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Talal Ali Khan

Talal Ali Khan è un medico statunitense, specialista in nefrologia.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Come la Cina sta silenziosamente aiutando l’impresa delle colonie israeliane

Razan Shawamreh

13 maggio 2025 Middle East Eye

Lontano dalla retorica di Pechino sulla difesa dei palestinesi, le aziende cinesi stanno contribuendo a sostenere le colonie illegali

“Non hai bisogno, Razan, di andare in Cina: vieni a Huwara, la Cina è qui”. Sebbene dette scherzosamente dal mio amico Ahmad, che ha chiesto di non rivelare il suo nome completo per motivi di sicurezza, queste parole racchiudono una dura verità.

Huwara è un piccolo villaggio palestinese vicino a Nablus, circondato da alcune delle colonie sioniste più violente e ideologicamente estremiste del paese, tra cui Yitzhar.

Quando gli ho chiesto cosa intendesse mi ha risposto: “I lavoratori cinesi vivono e lavorano nelle vicine colonie. Li vedo regolarmente per le strade del villaggio, a fare la spesa nei locali negozi palestinesi “.

Quella semplice osservazione di un paio di mesi fa mi ha spinto a indagare ulteriormente. Ho parlato con i palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata e ho raccolto le loro testimonianze. Ali, che vive a Ramallah vicino alla colonia di Beit El, mi ha detto: “Ho visto decine di operai cinesi costruire case e infrastrutture a Beit El”.

Saeed, di Hebron, ha ricordato che “durante la pandemia di Covid-19, i coloni hanno persino messo in quarantena i lavoratori cinesi, separandoli dagli altri”.

Queste testimonianze rivelano una scomoda verità: la manodopera cinese sta contribuendo attivamente e visibilmente alla costruzione di colonie israeliane sui territori palestinesi occupati.

Ironicamente, questa realtà è in aperta contraddizione con la politica dichiarata dalla Cina stessa, che un decennio fa ha proibito a imprese edili cinesi di lavorare nelle colonie israeliane.

Nel 2015 la Cina ha firmato un accordo bilaterale di lavoro con Israele con una clausola che impediva ai lavoratori cinesi di essere impiegati nella Cisgiordania occupata. In particolare, questa condizione era motivata da preoccupazioni per la sicurezza piuttosto che da una posizione di principio contro l’illegalità o l’immoralità della costruzione di colonie. Tuttavia, nel 2016 queste preoccupazioni per la sicurezza sembravano essersi attenuate con l’acquisizione da parte della Cina di Ahava, un’azienda con sede nella colonia di Mitzpe Shalem.

Un anno dopo entrambi i Paesi hanno firmato un altro accordo di lavoro per far entrare in Israele alle stesse condizioni 6000 lavoratori edili cinesi. Il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, ha confermato che l’accordo è stato steso “in base alla preoccupazione per la sicurezza dei lavoratori”. Tuttavia i funzionari cinesi hanno risposto affermando che “il vero problema non era la sicurezza, ma l’opposizione della Cina alle costruzioni nelle colonie”. Eppure, le mie interviste con gli abitanti – da Nablus a Ramallah a Hebron – hanno chiarito che i lavoratori cinesi sono presenti e coinvolti nell’espansione delle colonie. Ciò solleva seri dubbi sulla sincerità della presunta opposizione della Cina alle attività di colonizzazione israeliana.

“Pionieri contemporanei”

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, i funzionari cinesi hanno pubblicamente espresso preoccupazione per l’aumento della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha dichiarato a settembre dello scorso anno che Israele deve “fermare le attività di insediamento coloniale illegale in Cisgiordania”.

Ma mentre Pechino parla di moderazione le aziende cinesi agiscono a sostegno dell’occupazione e del progetto di insediamento coloniale in Palestina.

Uno degli esempi più eclatanti è Adama Agricultural Solutions, un’ex azienda israeliana ora interamente di proprietà della società statale cinese China National Chemical Corporation (ChemChina). Nel contesto della guerra di Gaza Adama ha mobilitato i suoi lavoratori “per sostenere gli agricoltori che hanno sofferto per la carenza di manodopera… [compresi] gli agricoltori del sud, gli abitanti delle zone circostanti la Striscia di Gaza e quelli delle colonie del nord”, secondo un articolo del Jerusalem Post.

Citato nello stesso rapporto, un rappresentante di Adama ha affermato: “Gli agricoltori del Paese, e in particolare quelli delle colonie intorno a Gaza, sono i pionieri contemporanei e il loro continuo lavoro è necessario per garantire la sicurezza del Paese. Oggi tornano a coltivare le loro terre con enormi sofferenze e la mancanza di braccia. Noi di Adama abbiamo il diritto di aiutarli nei momenti di normale lavoro e di sostenerli anche nei momenti di crisi”.

Nel gennaio 2024 Adama si è spinta oltre, istituendo un fondo di borse di studio di circa un milione di shekel (275.000 dollari) per sostenere lauree in agricoltura per i residenti dell’area di Gaza e delle colonie settentrionali.

Adama vanta una lunga storia di collaborazione con le istituzioni dei coloni. I suoi prodotti sono stati utilizzati in sperimentazioni agricole condotte nelle colonie israeliane della Valle del Giordano e, cosa ancora più inquietante, uno dei suoi erbicidi è stato utilizzato da un collaboratore esterno dell’esercito israeliano per irrorazioni aeree che hanno distrutto la vegetazione lungo il confine di Gaza.

Mentre la Cina si presenta nel conflitto come un attore neutrale o solidale, la sua proprietà di Adama la collega direttamente alla distruzione militarizzata dei mezzi di sussistenza palestinesi.

Collaborare al consolidamento delle colonie

Non si tratta di un caso isolato. Negli ultimi anni diverse aziende cinesi, statali e private, hanno investito direttamente o indirettamente nelle colonie israeliane o in aziende che vi operano.

Prendiamo il caso di Tnuva, un importante produttore alimentare israeliano che opera in colonie illegali. Nonostante le richieste internazionali di boicottaggio dell’azienda, nel 2014 il conglomerato statale cinese Bright Food ha acquisito una partecipazione del 56% in Tnuva. Nel 2021 Tnuva si è aggiudicata una gara d’appalto per la gestione di 22 linee di trasporto pubblico che servono 16 colonie a Mateh Yehuda, tutte costruite su terreni occupati a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Non si tratta di semplici autobus; ma di infrastrutture a supporto del radicamento coloniale, che rendono la vita dei coloni più facile e duratura.

Un altro esempio è l’acquisizione, nel 2016, da parte del gruppo cinese Fosun, di Ahava, un marchio di cosmetici la cui produzione ha sede nell’insediamento coloniale di Mitzpe Shalem. Ahava, bersaglio di una campagna di boicottaggio globale, era stata precedentemente identificata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come parte dell’attività di colonie illegali.

Nel frattempo, i diplomatici cinesi continuano a chiedere a Israele di fermare l’espansione delle colonie. L’ex ambasciatore Zhang Jun alla fine del 2023 ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: “Esortiamo Israele a frenare l’intensificarsi della violenza dei coloni in Cisgiordania, in modo da evitare la creazione di un nuovo focolaio e la diffusione del conflitto”. Il suo successore, Fu Cong, ha fatto eco a questo messaggio, esortando Israele a “fermare le sue attività di insediamento colonìale illegale in Cisgiordania”.

Ma che dire del coinvolgimento della Cina proprio in queste attività? L’agenzia delle Nazioni Unite per i Diritti Umani riferisce regolarmente sulle aziende coinvolte in attività legate alle colonie, eppure le aziende cinesi continuano tali collaborazioni.

Secondo numerose risoluzioni ONU, le colonie israeliane costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale. Le azioni della Cina contraddicono direttamente i principi giuridici che afferma di sostenere.

Mentre Pechino si oppone alle attività di insediamento coloniale, i suoi legami economici con Israele rafforzano le fondamenta del colonialismo sionista, a scapito dei diritti dei palestinesi. Ciò che è ancora più inquietante è come questi investimenti siano rimasti del tutto inosservati nel loro silenzioso sostegno all’apartheid, mentre Pechino parla di uno Stato palestinese indipendente.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Razan Shawamreh è una ricercatrice palestinese i cui ambiti di ricerca includono la politica estera cinese in Medio Oriente e la Grande Strategia della Cina a livello internazionale. È dottoranda in Relazioni Internazionali presso l’Università del Mediterraneo Orientale (EMU) a Cipro del Nord.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Netanyahu definisce “inevitabile” l’espulsione forzata dei palestinesi da Gaza

Redazione di MEE

12 maggio 2025 – Middle East Eye

Di fronte a una commissione parlamentare il primo ministro israeliano si vanta del fatto che l’esercito sta “distruggendo sempre più case” per obbligare la gente ad andarsene.

Domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “il risultato inevitabile” della distruzione di Gaza da parte dell’esercito israeliano sarà l’espulsione forzata dei palestinesi dal territorio. Maariv [giornale israeliano di centro destra, ndt.] ha riportato che, rivolgendosi alla Commissione Affari Esteri e Difesa, Netanyahu ha detto che le forze israeliane stanno distruggendo “sempre più case” e che l’“unico risultato inevitabile sarà il desiderio dei gazawi di emigrare fuori dalla Striscia di Gaza,”.

Nel suo discorso alla commissione Netanyahu ha anche fatto riferimento per la prima volta ai controversi piani di USA e Israele per la distribuzione di aiuti nell’enclave, affermando che i palestinesi li riceveranno solo se non torneranno nelle zone da cui sono arrivati.

Le sue affermazioni contraddicono quanto è stato detto finora dall’esercito israeliano, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale e dal Coordinatore per le Attività di Governo nei Territori (COGAT) riguardo al piano per la distribuzione degli aiuti.

Secondo il progetto di USA e Israele per consegnare aiuti alla Striscia, che è stato rifiutato dall’ONU in quanto “incompatibile con i principi umanitari”, i rappresentanti delle famiglie si recheranno a raccogliere gli aiuti da centri di distribuzione e li ripartiranno tra i propri familiari.

Per più di due mesi, da quando ha rotto unilateralmente il cessate il fuoco con Hamas, Israele si è rifiutato di consentire l’ingresso di ogni aiuto nella Striscia di Gaza.

Lunedì un istituto di monitoraggio della fame nel mondo ha sostenuto che a Gaza una carestia è imminente e che mezzo milione di persone è a rischio.

Far arrivare gli ebrei statunitensi”

Netanyahu ha anche detto alla commissione che il suo governo “per il momento non sta parlando di colonie israeliane nella Striscia”, ma ha confermato che gli USA sono interessati all’enclave.

Limor Son Har-Malech, parlamentare di estrema destra del partito Potere Ebraico che da molto tempo chiede la colonizzazione di Gaza, ha risposto alle affermazioni di Netanyahu suggerendo che Israele “faccia arrivare gli ebrei statunitensi in modo da prendere due piccioni con una fava.”

A febbraio il presidente USA Donald Trump ha affermato di progettare di impossessarsi della Striscia di Gaza, trasferire la popolazione palestinese in altri Paesi e ricostruire il territorio [trasformandolo] nella “Riviera del Medio Oriente”.

All’inizio di questo mese il governo Netanyahu ha ordinato l’estensione della guerra contro l’enclave palestinese, obbligando i palestinesi a spostarsi nel sud di Gaza.

Quando è stato annunciato il piano il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, di estrema destra, ha affermato che “alla fine” Israele occuperà Gaza.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Non siamo numeri: le voci dei giovani di Gaza

Yvonne Singh

5 maggio 2025 – Middle East Eye

L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.

“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.

Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.

Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.

Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.

Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.

Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.

Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.

Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.

Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.

«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.

La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.

“I colori della speranza”

Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.

I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.

Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.

Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].

Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.

Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.

Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.

Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.

Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.

La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).

Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.

“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”

In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).

Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.

Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.

L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.

A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.

In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.

La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.

Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.

Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.

Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.

Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).

Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.

Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.

Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.

Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.

I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.

We are Not Numbers: The Voices of Gazas Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].

Yvonne Singh

Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Brutalità alla luce del sole

Anonimo

5 maggio 2025 The Electronic Intifada

La mattina del 22 aprile l’esercito israeliano ha invaso il villaggio di al-Tuwani in Cisgiordania, con l’obiettivo esplicito di demolire un’abitazione palestinese.

Poco prima delle 10 le attività quotidiane sono state bruscamente interrotte dal rumore stridente di un convoglio di macchinari pesanti, veicoli blindati e agenti della Polizia di Frontiera israeliana che entravano rumorosamente nell’area. La carovana militare ha preso di mira una piccola casa sulla dolce collina che sovrasta la scuola della comunità.

Decine di soldati israeliani armati di fucili d’assalto, manganelli e lacrimogeni hanno rapidamente iniziato a “mettere in sicurezza” il perimetro, allontanando con la forza la famiglia.

Genitori e figli raccoglievano freneticamente gli oggetti che riuscivano a tenere tra le braccia stringendoli forte al petto. Venivano espulsi – con violenza – dalla loro casa. Mentre la famiglia si allontanava in preda all’angoscia, i soldati – con le armi ben strette e il grilletto pronto – marciavano contro gli organizzatori locali, i difensori dei diritti umani e i bambini disorientati, affinché l’ordine di demolizione potesse essere eseguito “in sicurezza” senza interruzioni né regressioni. Non appena i soldati israeliani con i volti ben nascosti da elmetti e passamontagna ebbero isolato l’area, è avanzato il bulldozer. Il perforatore pneumatico ha sfondato il tetto di lamiera con facilità e stridore, mentre il braccio meccanico del mezzo sfondava tutte le pareti della casa con indifferenza chirurgica.

A molti il suono prendeva allo stomaco ed era rivoltante. Nel giro di pochi minuti, l’intera casa di una famiglia era stata metodicamente distrutta e ridotta a un cumulo di polvere, macerie di cemento, lamiera contorta e filo spinato sfilacciato.

Sia i volontari internazionali che i membri della comunità hanno filmato la demolizione da una collina vicina.

In seguito un attivista palestinese ha affermato: “Ecco perché diciamo che la Nakba non è mai finita”, riferendosi all’espulsione di massa dei palestinesi da parte delle forze sioniste tra il 1947 e il 1949.

“Nemmeno la nostra resistenza, per la cronaca”, ha aggiunto l’attivista.

Intimidazioni e impunità

Per le truppe israeliane che sovrintendono “la procedura”, devastare la casa, le speranze e i sogni di una famiglia palestinese sembra essere nient’altro che un incarico quotidiano. Una direttiva gestionale, un compito da svolgere – impunemente – al servizio dell’espansione degli insediamenti israeliani con in mente l’annessione. Mentre la casa veniva rasa al suolo, i familiari addolorati e gli abitanti del villaggio, giustamente indignati, affrontavano verbalmente i soldati. Le donne palestinesi prendevano l’iniziativa nel rimproverare l’esercito, indicando direttamente i soldati e rifiutandosi di cedere di fronte alle loro intimidazioni. Alcune impugnavano i telefoni per filmare, altre gridavano di dolore e rabbia per i danni e il trauma che avveniva davanti ai loro occhi.

Su uno sfondo di macerie e detriti un piccolo bambino della famiglia abbracciava la madre.

“Questa è la vita sotto occupazione; distruggono tutto ciò che vogliono”, ha chiarito un manifestante locale dopo che la casa è stata rasa al suolo.

I soldati israeliani e la polizia di frontiera sono rimasti impassibili – alcuni hanno persino sorriso ironicamente o riso con disprezzo. Poco dopo, sia i palestinesi del posto che i simpatizzanti internazionali sono stati aggrediti fisicamente, colpiti con bombolette di gas lacrimogeno e minacciati di arresto dagli agenti israeliani.

Mentre polvere di cemento e grida di protesta riempivano l’aria, una cisterna e un serbatoio – cruciali per le comunità palestinesi che vivono in una regione arida e a cui è negato l’accesso alla rete idrica peraltro illegale di Israele – sono stati uno dopo l’altra schiacciati e sepolti da un bulldozer. “Si fissano sull’acqua perché sanno che è un buon modo per cacciarci dalla terra”, ha detto un residente della zona.

Se una cosa è certa degli eventi a cui ho assistito quella mattina è che le brutali macchinazioni del regime israeliano di apartheid e dell’occupazione coloniale della Cisgiordania non si svolgono solo con la copertura del buio.

La violenza viene esibita in pieno giorno, sfacciatamente, per lanciare un messaggio.

La continua violenza dei coloni

Le demolizioni ad al-Tuwani non sono un’aberrazione. Fanno parte di un più ampio sistema di dominio e di occupazione da parte dei coloni, secondo cui i funzionari israeliani considerano le abitazioni e le infrastrutture– se non addirittura le vite – dei palestinesi illegali e sacrificabili per giustificarne la distruzione e l’eliminazione.

In tutta la Cisgiordania occupata gli sfratti perseguono uno scopo analogo: sradicare ed espellere i palestinesi dalle zone a cui Israele mira per le colonie.

Pretese territoriali, diritti sull’acqua e legislazione nazionale israeliana sono usati come armi per frammentare le comunità, confiscare territori, criminalizzare la resistenza e cancellare l’esistenza palestinese.

Ad esempio, sia gli “avamposti agricoli” che le “zone di tiro” – termini asettici del discorso ufficiale – fungono da strumenti di espropriazione e sfollamento forzato.

Gli avamposti agricoli permettono ai coloni di rubare terreni col pretesto dell’imprenditorialità agricola. Allo stesso modo le zone di tiro proibiscono del tutto la presenza palestinese con il pretesto dell’addestramento militare.

Analogamente la detenzione amministrativa israeliana, un protocollo burocratico disumano che prevede la detenzione di persone senza processo e di fatto senza limiti di tempo – e per di più senza alcuna incriminazione – fornisce copertura legale ad espulsioni, arresti e incarcerazioni al fine di garantire la “sicurezza nazionale”.

Attualmente quasi 10.000 palestinesi languiscono nelle carceri israeliane, molti dei quali detenuti senza accusa in regime di detenzione amministrativa. Torture, abusi, umiliazioni e isolamento sono stati segnalati come prassi quotidiana.

Gli esperti sostengono da decenni come questa sia un’ulteriore innegabile prova di brutalità razzista e apartheid.

Incursioni e attacchi

In particolare l’escalation ad al-Tuwani è avvenuta insieme a un’ondata di aggressioni da parte di coloni e militari in tutta la Cisgiordania. Due giorni dopo la demolizione, nella città settentrionale di Bardala dei coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio, [tagliato tubature idriche, ndt.] ucciso bestiame, incendiato campi e sparato ai civili [vedi Zeitun]. L’esercito israeliano ha impedito ai camion dei pompieri di raggiungere le fiamme e ha ritardato l’arrivo delle ambulanze che trasportavano i feriti. Giorni prima della demolizione ad al-Tuwani, nel vicino villaggio di al-Rakeez i coloni avevano invaso dei terreni agricoli piantando pali di ferro tra gli ulivi. Quando un pastore palestinese e suo figlio adolescente li hanno affrontati, uno dei coloni che aveva violato la proprietà ha sparato al padre a una gamba.

I soldati israeliani giunti sul posto hanno impedito i primi soccorsi e hanno arrestato il figlio del pastore, subito bendandolo e poi trattenendolo per diversi giorni.

Il giorno seguente al padre è stata amputata la gamba ed è stato trattenuto in ospedale per altri giorni ammanettato al letto.

Più o meno nello stesso periodo, le aggressioni contro i palestinesi si andavano intensificando nelle città della Cisgiordania. A Hebron [sotto controllo palestinese, con un insediamento illegale pari al 20% del territorio, ndt.] i soldati israeliani hanno sfilato per le strade, lanciato gas lacrimogeni e arrestato un bambino.

A Gerusalemme i coloni hanno assaltato la moschea di al-Aqsa durante la Pasqua ebraica per celebrarvi riti, protetti da agenti di polizia e soldati israeliani. Ai fedeli musulmani è stato vietato l’ingresso per due giorni, un’azione ostile per affermare il controllo israeliano sul luogo sacro.

Esistere è resistere

Mentre infuria il genocidio a Gaza, infuria anche la guerra, lunga generazioni, contro l’esistenza palestinese in Cisgiordania.

I palestinesi continuano a essere vittime di un terrorismo spietato e di attacchi “prezzo da pagare” [per il rilascio di prigionieri palestinesi, ndt.] progettati per rendere le loro vite insopportabili.

Le demolizioni di case, le sparatorie indiscriminate, gli arresti arbitrari, le ostilità dei coloni, gli incendi dolosi, gli accaparramenti di terre e le incursioni nei luoghi della religione – che costituiscono il lungo assalto coloniale del movimento sionista – tutto lavora unitamente ad un unico obiettivo: una Nakba senza fine.

Ciò nonostante ad al-Tuwani e al-Rakeez le famiglie si sono riunite intorno alle macerie della casa demolita per offrire rifugio alla famiglia sfollata e cure al pastore ferito. Agricoltori e pastori di Bardala stanno tornando a piantare le colture e prendersi cura di ciò che resta delle loro mandrie.

Anche i giovani e i fedeli palestinesi di Hebron e Gerusalemme continuano a resistere agli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani nelle strade e nei luoghi sacri – e al diavolo le minacce di detenzione e morte.

Di fronte allo sterminio “esistere significa resistere” – è quello che afferma un sostenitore di lunga data della solidarietà palestinese della regione.

E dopo aver assistito all’apartheid israeliano e alla sfrenata campagna di sradicamento da parte dei coloni che continua a dilaniare la Cisgiordania occupata, è inequivocabile che la resistenza palestinese durerà.

L’autore, originario della città inglese di Liverpool, è un volontario dell’International Solidarity Movement e si è impegnato in azioni dirette e nella documentazione delle violazioni dei diritti umani in tutta la Cisgiordania occupata.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva all’unanimità l’espansione delle operazioni militari a Gaza

Jonathan Lis e Nir Hasson

5 maggio 2025 – Haaretz

Secondo un funzionario israeliano, Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana di lungo periodo a Gaza”.

Nella notte tra lunedì e venerdì il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato all’unanimità un piano per espandere le operazioni nella Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da fonti a conoscenza del dibattito. In linea di principio i ministri hanno anche approvato un progetto per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite compagnie straniere.

I ministri sono stati informati di un piano in varie tappe che, come prima fase, prevede la presa e l’occupazione di aree aggiuntive lungo la Striscia e l’espansione della zona cuscinetto in mano alle IDF [le forze armate israeliane, ndt.], nel tentativo di fornire a Israele una ulteriore leva nei negoziati con Hamas.

Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, era assente dalla riunione di gabinetto e ha inviato il suo vice al suo posto.

Il Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir, ha dichiarato domenica, durante la visita a una base di commando della marina, che le IDF “opereranno in aree aggiuntive e distruggeranno tutte le infrastrutture, sia sopra che sottoterra”.

Durante la discussione del gabinetto di sicurezza è stato chiarito che la prossima fase della manovra militare mira ad aumentare la pressione su Hamas e a spingerla a mostrare flessibilità e ad accettare il rilascio di altri ostaggi con un altro accordo.

Secondo un funzionario israeliano, il piano prevede il trasferimento della popolazione della Striscia di Gaza a sud dell’enclave. Il funzionario ha affermato che Netanyahu ha chiarito che questo piano differisce dai precedenti in quanto passa da operazioni basate su raid a “l’occupazione del territorio e una presenza israeliana prolungata a Gaza”.

“Nel corso della discussione Netanyahu ha affermato che questo è un buon piano poiché può raggiungere gli obiettivi di sconfiggere Hamas e riavere gli ostaggi”, ha affermato il funzionario, aggiungendo che Netanyahu sta ancora spingendo per il piano di trasferimento [dei palestinesi fuori da Gaza, ndt.] e che sono attualmente in corso negoziati con diversi paesi su questo progetto.

Il Forum degli Ostaggi e delle Famiglie Scomparse ha risposto che il piano dovrebbe essere denominato “piano Smotrich-Netanyahu” di “rinuncia agli ostaggi, alla sicurezza e alla resilienza nazionale di Israele”. Nella dichiarazione hanno affermato che questo piano è un’ammissione da parte del governo di scegliere i territori anziché gli ostaggi, il che, a loro dire, è contro la volontà di oltre il 70% degli israeliani.

In linea di principio i ministri del governo hanno anche approvato un piano per la futura distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza tramite aziende private straniere. Il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir è stato l’unico a opporsi a questa proposta, discutendo l’argomento con il capo di stato maggiore delle IDF. “Non capisco perché dovremmo dare loro qualcosa: hanno abbastanza cibo lì. Dovremmo bombardare le riserve alimentari di Hamas”, ha dichiarato Ben-Gvir. Il Capo di Stato Maggiore ha risposto: “Queste idee sono pericolose per noi” e Ben-Gvir ha replicato: “Non abbiamo alcun obbligo legale di sfamare coloro che stiamo combattendo, c’è abbastanza cibo”.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto, dicendo al Capo di Stato Maggiore che i ministri “possono esprimere opinioni diverse da quelle degli ufficiali dell’esercito”.

Il Procuratore Generale israeliano Gali Baharav-Miara ha osservato che Israele è legalmente obbligato a consentire l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Il Segretario di Gabinetto Yossi Fuchs ha osservato: “Per essere chiari, nessun ministro ha suggerito di farli morire di fame”. “Non l’ho detto”, ha replicato il Procuratore Generale.

Il Ministro Itamar Ben-Gvir ha interloquito: “C’è abbastanza cibo lì, non capisco. Da quando dovremmo automaticamente fornire aiuti a chiunque combatta contro di noi? Dove sta scritto esattamente nel diritto internazionale?”

A livello politico i presenti hanno indicato la prevista visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti tra circa dieci giorni come un potenziale catalizzatore che potrebbe spingere entrambe le parti verso un accordo, nonostante permangano significative divergenze.

Nel frattempo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha dichiarato domenica che nelle ultime nove settimane Israele ha bloccato l’ingresso di tutti i rifornimenti a Gaza. Di conseguenza, panetterie e mense comunitarie non sono più operative e i magazzini alimentari sono stati svuotati. “La struttura del piano che ci è stata presentata significherà che ampie zone di Gaza, comprese le persone meno mobili e più vulnerabili, continueranno a rimanere senza rifornimenti”, ha scritto l’organizzazione, aggiungendo che il piano “contravviene i fondamentali principi umanitari… È pericoloso costringere i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere cibo”. L’organizzazione ha inoltre osservato che il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il Coordinatore dei Soccorsi di Emergenza hanno chiarito che non parteciperanno a piani che non rispettino i “principi umanitari globali di umanità, imparzialità, indipendenza e neutralità”.

Il governo israeliano si è riunito domenica, dopo che le IDF sabato hanno iniziato a emettere migliaia di ordini di chiamata alle armi per i riservisti in preparazione dell’espansione della campagna a Gaza. Secondo fonti militari non è ancora chiaro quanto durerà il nuovo servizio dei riservisti, ma si prevede che sarà di “durata significativa”.

Le IDF hanno inoltre affermato che Hamas continua a respingere le proposte avanzate durante i negoziati e che gli obiettivi dichiarati della guerra, in particolare la restituzione degli ostaggi, non sono cambiati. La maggior parte dei riservisti verrà schierata per sostituire i soldati regolari attualmente in servizio al confine settentrionale e in Cisgiordania, liberando così ulteriori unità permanenti dell’esercito destinate a rafforzare le operazioni di combattimento a Gaza.

Questa mossa segna un allontanamento dal dispiegamento operativo pianificato per il prossimo anno, presentato in precedenza ai riservisti. Ancor prima della pubblicazione degli ordini di chiamata molti ufficiali e soldati avevano annunciato di non volersi presentare per la successiva tornata di combattimenti, spesso perché esausti.

Dopo che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu la scorsa settimana ha dichiarato che “l’obiettivo supremo è ottenere la vittoria sui nostri nemici”, il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha dichiarato ai ministri durante l’incontro che il ritorno degli ostaggi è più importante e che le IDF comprendono quanto questo sia un obiettivo cruciale per le decine di migliaia di riservisti che si arruolano per questo scopo.

Zamir ha anche recentemente chiarito ai ministri di opporsi all’impiego delle IDF per distribuire aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Ieri sera il governo ha approvato in linea di principio un piano per la distribuzione di aiuti umanitari a Gaza tramite aziende straniere.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Funzionaria ONU: il governo israeliano è il più criminale di tutti

Redazione di MEMO

6 maggio 2025 – Middle East Monitor

Quds Press ha riferito che Francesca Albanese, la Relatrice Speciale ONU sulla Situazione dei Diritti Umani nel territorio palestinese occupato dal 1967, ha descritto il governo israeliano come “il più criminale tra i governi,” aggiungendo che “Israele sta usando la fame come un’arma.”

Albanese ha accusato Israele di commettere un genocidio nella Striscia di Gaza ed ha affermato che l’assedio che continua ad imporre va contro il diritto umanitario internazionale.

Ha anche dichiarato che Israele deve essere sanzionato per le sue violazioni del diritto internazionale a Gaza, affermando che prima o poi i principi del diritto umanitario internazionale prevarranno sulla brutalità israeliana.

Israele ha completamente chiuso tutti i valichi verso Gaza il 2 marzo, vietando l’ingresso di cibo, acqua e carburante.

L’esercito di occupazione israeliano ha ripreso la sua aggressione a Gaza il 18 marzo, rompendo il cessate il fuoco e l’accordo di scambio dei prigionieri del 19 gennaio.

Dall’ottobre 2023 Israele ha ucciso più di 52.200 palestinesi nell’enclave, molti dei quali donne e minori.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Il servizio di soccorso afferma che Israele ha liberato un soccorritore di Gaza che era scomparso dopo l’attacco mortale ai medici

Redazione di MEMO

29 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia Reuters, oggi la Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) ha affermato che le forze di occupazione israeliane hanno liberato un soccorritore palestinese che era scomparso verso fine marzo quando 15 operatori umanitari erano stati uccisi dai soldati a Gaza mentre stavano rispondendo ad una chiamata.

Il membro della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) Asaad Al-Nsasrah era scomparso dopo che 15 paramedici ed altri soccorritori erano stati colpiti a morte il 23 marzo in tre diverse sparatorie nello stesso luogo vicino alla città di Rafah nel sud della Striscia di Gaza. Un filmato della scena mostra i soldati dell’occupazione israeliana aprire il fuoco indiscriminatamente mentre i soccorritori arrivavano sul posto.

I 15 sono stati seppelliti in una fossa poco profonda, vicino ai loro veicoli distrutti, dove i loro corpi sono stati trovati una settimana dopo da funzionari delle Nazioni Unite e della PRCS.

Le forze di occupazione hanno appena rilasciato il medico Asaad Al-Nsasrah, che era stato incarcerato il 23 marzo 2025 mentre stava svolgendo il suo compito umanitario durante il massacro del team medico nell’area Tel Al-Sultan del Governatorato di Rafah,” ha affermato la PRCS in un post su X (precedentemente Twitter, Ndt.).

L’esercito israeliano non ha commentato subito dopo l’evento.

L’esercito inizialmente ha mentito nella sua ricostruzione degli eventi, dichiarando che i soldati avevano aperto il fuoco su veicoli che si erano avvicinati “in modo sospetto” nel buio senza luci o segni distintivi. Ma il video recuperato dallo smartphone di uno degli uomini uccisi e pubblicato dalla PRCS mostrava i soccorritori nelle loro uniformi, ambulanze chiaramente segnalate e camion dei pompieri con le loro luci accese mentre venivano prese di mira dai soldati.

Il 20 aprile l’esercito israeliano ha affermato che una revisione dell’uccisione dei soccorritori a Gaza ha rilevato che sono stati fatti “molti errori professionali”. Ha affermato che il vice-comandante, un riservista che ricopriva il ruolo di comandante sul campo, sarebbe stato rimosso dal suo ruolo per aver fornito un rapporto incompleto e non accurato e ha aggiunto che il comandante sarebbe stato formalmente ammonito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)