Coloni israeliani rapiscono due bambini palestinesi e li legano a un albero

Fayha Shalash da Ramallah, Palestina

20 aprile 2025 – Middle East Eye

I bambini, di 13 e 3 anni, sono stati presi nei pressi della loro casa a Nablus, nella Cisgiordania occupata

Sabato coloni israeliani hanno rapito due bambini palestinesi e li hanno legati a un albero nei pressi della città di Nablus, nel nord della Cisgiordania occupata.

L’incidente è avvenuto nel pomeriggio quando alcuni bambini stavano giocando nei pressi delle proprie case nella periferia di Beit Furik, a est di Nablus. Un gruppo di coloni si è avvicinato ed ha rapito i due bambini.

Alcuni abitanti del posto sono riusciti a raggiungere i coloni e a salvare i bambini. Tuttavia essi sono ancora in preda all’angoscia.

Mohammed Hanani, lo zio dei bambini, racconta a Middle East Eye che le sue due figlie e i loro cugini stavano giocando fuori casa quando dall’avamposto costruito di recente sulla terra della cittadina è arrivato un gruppo di coloni.

Essi hanno rapito la tredicenne Maryam e suo fratello Ahmed, di 3 anni, portandoli in un luogo lontano in cui li hanno legati a un ulivo. Uno dei cugini ha cercato di intervenire ma i coloni gli hanno lanciato pietre.

“Le mie due ragazzine sono arrivate piangendo e gridando, quindi abbiamo inseguito i coloni. Alla fine abbiamo trovato i bambini in stato di incoscienza e legati a un albero,” afferma. “I coloni sono scappati verso l’avamposto su un ATV [tipo di veicolo fuoristrada, ndt.]. Abbiamo slegato i bambini e li abbiamo portati al centro medico,” aggiunge.

Benché essi non abbiano subito danni fisici, si trovano in uno stato di estremo terrore e di sofferenza psicologica.

Mia figlia, che ha assistito all’incidente, rifiuta ancora di lasciare la casa e piange in continuazione.”

Campanello d’allarme

Questo è il primo incidente rilevato in cui coloni hanno rapito bambini nella cittadina, che dalla creazione del nuovo avamposto dopo l’inizio della guerra contro Gaza ha subito ripetuti attacchi.

Hanani afferma che negli ultimi mesi i coloni hanno incendiato la sua macchina e il camion che usa per lavoro, dato fuoco alle sue coltivazioni e lanciato ripetutamente pietre contro la sua casa.

“Tutti questi danni materiali sono stati risarciti, ma rapire e aggredire bambini fa suonare un campanello d’allarme e mette direttamente in pericolo le nostre vite,” afferma.

Secondo Hanani lo scopo di questi attacchi è obbligare i palestinesi a lasciare le loro terre e case, aprendo la via all’occupazione della zona da parte dei coloni.

Gli abitanti dicono che l’esercito israeliano non è stato presente sul posto in nessun momento, mentre interviene rapidamente ovunque in Cisgiordania se i coloni sono minacciati.

Nel luglio 2014 coloni israeliani hanno rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdeir nella città di Shuafat, nella Gerusalemme est occupata. Lo hanno portato in una zona boscosa dove, prima di bruciarlo vivo, lo hanno torturato.

Con l’attuale governo di estrema destra gli attacchi dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania si sono intensificati. Da quando nel 2022 questo governo ha preso il potere si sono registrati i più alti tassi di confisca delle terre, aggressioni contro i proprietari di terreni, furti di bestiame e creazione di avamposti coloniali.

Ciò che distingue questo governo è il livello di appoggio e incoraggiamento garantito ai coloni, sia rifornendoli di armi che finanziando la creazione di nuovi avamposti. Questo sostegno ha permesso e incoraggiato i coloni a compiere aggressioni contro i palestinesi con lo scopo di espellere le comunità e occupare la loro terra.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Una fotoreporter di Gaza, protagonista di un documentario molto atteso, è stata uccisa da un attacco israeliano

Nagham Zbeedat

17 aprile 2025 – Haaretz

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e la morte di parenti la fotoreporter Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra.

Fatma Hassona, venticinquenne fotoreporter palestinese molto seguita in rete, è stata uccisa mercoledì da un attacco aereo israeliano insieme ad almeno altri nove membri della sua famiglia.

Su Hassona è stato girato un documentario molto atteso, “Metti l’anima nella tua mano e cammina,” che verrà proiettato al Festival del Cinema di Cannes a maggio. La sua morte ha suscitato una condanna unanime e un’ondata di cordoglio a Gaza e in tutto il mondo.

Nonostante i ripetuti ordini di evacuazione, le condizioni in continuo peggioramento e il fatto che 11 membri della sua famiglia siano stati uccisi lo scorso anno da un attacco israeliano, Fatma Hassona si è rifiutata di lasciare il nord di Gaza ed è rimasta a documentare la guerra. In mezzo alle distruzioni si stava anche preparando al matrimonio, previsto per la fine di aprile.

La scorsa estate, mesi prima della sua morte, Hassona, che è stata definita l’“Occhio di Gaza” e le cui foto sono apparse su testate internazionali, ha scritto in un post su Facebook un commovente appello, chiedendo che se fosse morta in guerra il suo decesso non passasse inosservato.

“Se muoio, voglio una morte che faccia rumore,” ha scritto. “Non voglio essere solo una notizia dell’ultima ora o un numero tra tanti, voglio che il mondo sappia della mia morte, un impatto che persista e un’immagine eterna che non possa essere sepolta né dal tempo né dallo spazio.”

Su X Miqdad Jameel, un giornalista di Gaza del giornale libanese Al-Akhbar, ha invitato l’opinione pubblica a tener viva la memoria di Hassona: “Parlate del suo martirio. Guardate le sue foto, leggete le sue parole, date testimonianza della vita a Gaza, della lotta dei suoi bambini durante la guerra attraverso le sue immagini e il suo obiettivo.”

Anas al-Shareef, reporter di Al Jazeera a Gaza, ha postato su X un messaggio rendendo omaggio ad Hassona come una persona che “fin dall’inizio non ha mai abbandonato il campo.” Ha ricordato che lei “attraverso il suo obiettivo ha documentato i massacri in mezzo a bombardamenti e sparatorie, cogliendo nelle sue foto la sofferenza e le grida delle persone.”

Al-Shareef ha affermato che Hassona ha affrontato quotidianamente la morte “senza risparmiarsi” fino al giorno in cui l’esercito israeliano “ha perpetrato il massacro finale contro di lei.” Ha aggiunto: “L’occupazione non uccide solo persone, fa tacere voci, cancella immagini e seppellisce la verità.”

Appena il giorno prima della morte di Hassona il programma ACID di Cannes, una sezione del festival gestita dall’Associazione del Cinema Francese Indipendente, ha annunciato che durante il festival di quest’anno sarà proiettato un documentario su di lei realizzato dalla regista di origine iraniana Sepideh Farsi.

Giovedì ACID ha postato su Instagram un omaggio ad Hassona: “Il suo sorriso era magico come la sua tenacia,” afferma il comunicato, “nel testimoniare, fotografare Gaza, distribuire cibo nonostante le bombe, i lutti e la fame. Abbiamo saputo della sua storia, abbiamo gioito ad ogni sua apparizione vedendo che era ancora viva, temevamo per lei.”

Su X Ahmad Hamdan, giornalista indipendente di Gaza, ha scritto un post sull’imminente matrimonio della giovane fotoreporter affermando che aveva già scelto per la prossima settimana un tanto agognato vestito bianco.” Invece, ha scritto, verrà avvolta in un ben diverso “vestito bianco”: un sudario. Un altro commovente omaggio è venuto da Haidar Ghazali, il poeta di Gaza preferito da Hassona. Ghazari ha raccontato che prima della sua morte Hassona lo aveva contattato chiedendogli di scrivere una poesia per lei “quando fosse morta”. Lui ha risposto con una preghiera per la sua incolumità, ma alla fine ne ha rispettato le volontà componendo una poesia per la sua defunta ammiratrice.

“Il sole di oggi non nuocerà,” inizia la poesia, immaginando l’arrivo di Fatma nell’aldilà, “le piante nei vasi si riprenderanno per una dolce ospite… Oggi il sole non picchierà forte, ma abbraccerà la città con l’affetto di una madre, tenero eppure inesperto.”

Il Council on American-Islamic Relations [Consiglio sui Rapporti Americano-Islamici] (CAIR), la principale organizzazione musulmana statunitense per i diritti civili e il sostegno, ha chiesto agli Stati Uniti e ai mezzi di comunicazione internazionali di “denunciare il fatto che Israele prende di mira intenzionalmente i giornalisti a Gaza dopo che una giornalista palestinese e dieci membri della sua famiglia sono stati massacrati da un attacco aereo israeliano.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stati fatti filtrare i dati di migliaia di soldati israeliani

Redazione di MEMO

16 aprile 2025 – Middle East Monitor

Ieri Haaretz [quotidiano liberale israeliano, ndt.] ha riferito che una violazione di sicurezza su un sito web esterno israeliano di biglietteria ha causato la diffusione in rete di dati sensibili dei soldati dell’esercito di occupazione israeliano, inclusi quelli del capo di stato maggiore Eyal Zamir.

Secondo il rapporto, la violazione ha permesso l’accesso ad informazioni personali, tra cui i loro nomi completi, i numeri dei documenti di identità e quelli telefonici, attraverso il sito web TickChak, che è usato dalle unità dell’esercito per offrire prestazioni ricreative ai propri impiegati.

La violazione, insieme alla scarsa sicurezza del sito web, permette a chiunque di accedere ai dati dei soldati inserendo il numero del loro documento d’identità senza passare attraverso alcuna ulteriore verifica. Questo ha permesso l’estrazione e la raccolta di informazioni personali di decine di migliaia di soldati.

La violazione è avvenuta usando semplici strumenti software creati da un utente anonimo, che si identifica come il “Principe Persiano”. L’utente è stato in grado di eseguire un programma che ha verificato i numeri potenziali dei documenti di identità ed estratto i dettagli dei loro possessori.

Secondo il quotidiano il sito web non adotta nessuna protezione automatica contro tentativi ripetuti o restrizioni geografiche, permettendo ad un attaccante di accedere ai dati da fuori Israele, anche da uno “Stato ostile”.

La banca dati delle informazioni rivelate conteneva informazioni su molti soldati in servizio attivo, incluso il capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir, fatto che è considerato una gravissima violazione della sicurezza, dato che parti esterne o ostili potrebbero usare queste informazioni per tracciare il personale militare o colpirlo elettronicamente o sul campo.

In risposta l’esercito ha affermato che “l’anomalia è stata immediatamente affrontata, si è investigato sull’incidente e le lezione è stata imparata.” TickChak, l’operatore della piattaforma, ha chiarito che il sito è sicuro secondo gli standard internazionali, ma ha ammesso che “il sistema di accesso semplice è stato usato in seguito alla richiesta del cliente, invece di una verifica in due fasi”. Ha aggiunto che i livelli di sicurezza sono stati rafforzati dopo aver ricevuto dei riscontri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




Centinaia di scrittori israeliani chiedono a Netanyahu di porre fine alla guerra a Gaza e garantire il rilascio dei prigionieri

Redazione di Middle East Monitor

15 aprile 2025 – Middle East Monitor

Oltre 350 letterati israeliani hanno firmato una lettera aperta che esorta il primo ministro Benjamin Netanyahu a porre fine alla guerra a Gaza e a garantire il ritorno dei 59 prigionieri israeliani rimasti.

I firmatari, che rappresentano un’ampia fetta della comunità letteraria israeliana, accusano Netanyahu di ostacolare deliberatamente un potenziale accordo con Hamas che garantirebbe un cessate il fuoco e il rilascio dei prigionieri, sostenendo che egli stia privilegiando la propria sopravvivenza politica rispetto agli interessi nazionali e umanitari.

“Hamas ha proposto un accordo per la restituzione degli ostaggi, il rilascio dei prigionieri e un cessate il fuoco. Il primo ministro ha delineato un accordo scandito in diverse fasi, ma negli ultimi diciassette mesi ha fatto tutto il possibile per ostacolarlo, temendo che la fine della guerra avrebbe significato la fine del suo governo e della sua libertà come imputato”, si legge nella lettera.

Gli scrittori lo accusano di prolungare la guerra per motivi personali, mettendo a rischio prigionieri, soldati e civili. Criticano inoltre il primo ministro per aver minato i valori democratici di Israele e eroso” la coesione sociale.

“Sta erodendo la responsabilità reciproca, l’uguaglianza e la giustizia, trasformandoci da cittadini alla pari in una democrazia funzionante a sudditi di una teocrazia autoritaria, in cui siamo obbligati a prestare servizio nell’esercito, a sacrificare i nostri figli all’idolo al potere, ma ci vengono negati pari diritti, responsabilità reciproca e la giustizia e sicurezza che uno Stato democratico deve ai suoi cittadini”.

La lettera evidenzia anche il crescente risentimento per il sostegno di Netanyahu a politiche che esentano le comunità ultraortodosse dal servizio militare ma al contempo condannano i riservisti che protestano contro la guerra, definendo questo atteggiamento un tradimento della responsabilità nazionale condivisa.

“Gli atti che vengono compiuti a Gaza e nei territori occupati non sono fatti in nostro nome, ma ricadranno comunque sulla nostra coscienza. Le chiediamo di fermare immediatamente la guerra, di riportare a casa tutti gli ostaggi e di tracciare un percorso futuro per Gaza che sia internazionale e concordato”, aggiungono.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Mahmoud Khalil e la necropolitica del regime trumpiano di deportazione È in questione la morte.

Natasha Lennard 

11 aprile 2025 – The Intercept

Questa settimana l’amministrazione di Donald Trump si è attivata per decretare la morte di migliaia di immigrati.

Le oltre 6.000 persone vive e vegete, per lo più immigrati latinoamericani senza documenti, continuano a mangiare, dormire, respirare e lavorare sul territorio statunitense. Ciononostante i loro nomi sono stati inseriti nell’“archivio principale dei defunti” della Previdenza Sociale, la banca dati utilizzata per elencare le persone morte che non dovrebbero più riceverne le prestazioni.

Il New York Times, il primo a informare sulla perversa riconversione dell’archivio principale dei defunti, ha rilevato con inusuale chiarezza che l’amministrazione stava includendo “i nomi di persone vive che il governo crede dovrebbero essere trattate come se fossero morte.”

Inserire gli immigrati nella lista dei defunti è uno sporco espediente per impedire rapidamente l’accesso alla sopravvivenza in questo Paese, tagliandoli fuori in modo permanente dall’accesso a prestazioni, conti bancari e dalla possibilità di lavorare legalmente. È solo l’ultima mossa per rendere invivibile l’esistenza agli immigrati, in modo che siano obbligati a scegliere di andarsene, se non sono stati prima rastrellati e deportati dall’Immigration and Customs Enforcement [ICE, l’agenzia federale USA per l’immigrazione e le frontiere, ndt.].

È qualcosa di più di un espediente crudele. È in questione la morte.

L’amministrazione Trump sta esprimendo apertamente la sua volontà di condannare milioni di persone alla morte civile e sociale su molteplici fronti, dagli immigrati catalogati come morti dalla Sicurezza Sociale al diniego del rilascio del passaporto ai trans, a una corretta documentazione o a ogni forma di esistenza in base alla documentazione governativa.

Non si tratta solo di un’uccisione metaforica: l’espulsione dalla vita pubblica ufficiale può essere realmente mortale. L’escalation del dominio necropolitico —il concetto dello storico Achille Mbembe del governo organizzato per esporre certe categorie di persone a una morte prematura e all’eliminazione — da parte di Trump sta determinando una situazione fascista, che minaccia di revocare i diritti giuridici di interi settori della popolazione.

In fin dei conti i morti non possono rivendicare alcun diritto.

Queste violazioni necropolitiche non sono visibili solo nei registri della Sicurezza Sociale. Sono anche una parte implicita di molti dei casi relativi all’immigrazione che ci troviamo davanti. Si prenda per esempio quello di Mahmoud Khalil, uno studente universitario della Columbia University, dove ha partecipato alle proteste contro il genocidio, residente permanente la cui moglie, cittadina statunitense, sta aspettando il primo figlio.

Chi ha diritto ad avere diritti?” ha chiesto Khalil in una lettera del marzo scorso da un centro di detenzione dell’ICE in Louisiana. “Non sono certo gli esseri umani ammassati in queste celle. Non è il senegalese che ho incontrato, il quale da un anno è stato privato della sua libertà, la sua situazione legale è in un limbo e la sua famiglia a distanza di un oceano. Non è il detenuto ventunenne che ho incontrato, che mise piede in questo Paese all’età di nove anni solo per essere deportato senza neanche un processo.”

Venerdì un giudice per l’immigrazione della Louisiana ha sentenziato che Khalil può essere deportato in base alle affermazioni senza fondamento dell’amministrazione Trump secondo cui rappresenta una minaccia per la politica estera statunitense.

Questa è esattamente la ragione per cui l’amministrazione Trump mi ha spedito in questo tribunale, a 1.000 miglia di distanza dalla mia famiglia,” ha detto Khalil alla giudice dopo che lei lo ha informato della sentenza. “Spero solo che l’urgenza che avete ritenuto opportuna nel mio caso sia garantita alle centinaia di altre persone che sono qui senza processo da mesi.”

Gli avvocati di Khalil presenteranno appello contro questa decisione e stanno promuovendo un ricorso di habeas corpus in un tribunale federale del New Jersey. Come il rapimento e la detenzione di Rümeysa Öztürk,  studentessa di dottorato alla Tufts University, perché ha scritto un editoriale e la revoca del visto a centinaia di studenti a quanto pare per aver partecipato a proteste contro un genocidio, la difficile situazione di Khalil si fa beffe delle garanzie costituzionali.

La lotta di Khalil contro la deportazione sulla base di accuse infondate di “antisemitismo” e minaccia alla “sicurezza nazionale” è in effetti un banco di prova dei limiti di fondamentali diritti costituzionali e umani sotto Trump.

Il diritto di avere diritti”, menzionato per la prima volta dalla filosofa Hannah Arendt, una rifugiata dalla Germania nazista, evidenzia che una persona non è intrinsecamente titolare di diritti ma perché le venga concesso ogni altro diritto deve essere riconosciuta come parte di una comunità politica. Si potrebbe parlare di diritti universali, ma essi devono essere riconosciuti ed hanno una forza materiale solo quando sono riconosciuti dai poteri di uno Stato.

È precisamente l’eliminazione del diritto di avere diritti, il diritto di essere riconosciuti come esseri umani per legge, a cui mira Trump.

Non è un caso che i palestinesi e i loro sostenitori siano tra i primi ad essere presi di mira. Israele, gli Stati Uniti e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole hanno dichiarato i palestinesi fuori dai confini del riconoscimento legittimo, vale a dire espellibili, arrestabili e potenzialmente vittime di uccisione, per 76 anni.

Vedo nella mia situazione delle somiglianze con l’uso da parte di Israele della detenzione amministrativa, l’incarcerazione senza processo o imputazione, per togliere ai palestinesi i loro diritti,” ha scritto Khalil nella sua lettera.

Gli avvocati di Khalil ritengono che sia stato preso di mira dall’amministrazione solo per aver espresso un’opinione che dovrebbe essere protetta dal Primo Emendamento. C’è persino una specifica misura nella legge su Immigrazione e Nazionalità del 1990 che dovrebbe impedire al governo di deportare persone in quanto minacce alla “politica estera” solo per aver espresso la propria opinione.

Eppure far valere questa protezione si è dimostrato inutile. Dove sono i diritti di Khalil?

Necropolitica alla luce del sole

Quando Trump ha invocato l’Alien Enemies Act [Legge sui Nemici Stranieri, ndt.] del 1798 per rastrellare immigrati venezuelani, anche quello è stato un attacco contro il diritto di avere diritti. E si è dimostrato un successo: la maggioranza degli oltre 200 uomini rastrellati sulla base di accuse assolutamente infondate di appartenenza a una gang non aveva precedenti penali. Ciò non ha impedito che venissero spediti, senza un regolare processo, in un brutale campo di prigionia nel Salvador.

Questa politica di consegna straordinaria come deportazione è diventata solo ancora più oscura con ogni nuovo dettaglio. La catalogazione come criminale da parte degli USA è stata a lungo utilizzata per togliere alla gente diritti fondamentali. La deportazione potenzialmente permanente verso un campo di prigionia totalitario non sarebbe giustificata neppure se ogni detenuto fosse stato condannato per gravi reati.

Si prenda il caso di un uomo che l’amministrazione Trump ammette sia stato erroneamente inviato nel Salvador. Nonostante questa ammissione il governo sta lottando per non dover riprendere questo uomo, arrivando venerdì perfino a sfidare un ordine del tribunale. Ciò riflette l’impegno a escludere persone ben definite dalla comunità che detiene diritti.

Il partito Repubblicano di Trump è stato definito come un “culto della morte” fin dal suo primo mandato, quando il negazionismo del COVID da parte dei MAGA [seguaci di Trump, ndt.] ha assunto forme omicide e suicide. Il rifiuto della scienza medica, l’accoglienza positiva a una decimazione ambientale, un vero e proprio attacco contro le fondamentali disposizioni del welfare, uno straordinario sfruttamento dei lavoratori, i veti all’assistenza sanitaria riproduttiva, un’inesauribile dedizione al potere delle armi sono tipiche ossessioni per la morte della reazione del capitalismo americano, imbevute sotto Trump di una carica messianica.

Come molti dei progetti trumpiani, questa volta l’amministrazione ha una modalità mortale più raffinata, violenta ed esplicitamente fascista.

Le politiche di Trump possono rendere l’intera popolazione, compresa la sua base devota, più vulnerabile a una morte e a una fragilità premature; le politiche trumpiane di dominio, tuttavia, si basano su cosiddetti nemici chiaramente definiti e minacciati come già morti, espellibili o potenzialmente vittime di uccisione.

Tuttavia c’è almeno un modo in cui il “culto della morte” di Trump fa ricadere la necropolitica sulla sua testa. Il governo necropolitico, l’ordinamento di vita e morte letale e razzista da parte delle democrazie liberali occidentali, ha tradizionalmente cercato di amministrare la morte dietro porte chiuse o lontano dalla patria.

Si supponeva che l’opinione pubblica non venisse a sapere delle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq o degli abusi a Guantanamo, delle uccisioni da parte della polizia, della brutalità razzista nelle prigioni, dell’inquinamento e della distribuzione grossolanamente diseguale della devastazione ambientale, e molto altro. La mossa trumpiana è indossare la testa da morto [simbolo utilizzato anche dalle SS naziste, ndt.], adottare e potenziare questo mostruoso e palesemente diseguale quadro di morte.

Tuttavia Khalil continua a dimostrarci cosa significhi lottare per la vita. “Dopo l’udienza Khalil si è girato a guardare in faccia i 22 osservatori e giornalisti fuori dall’aula di tribunale e ha formato un cuore con le sue mani,” ha riportato l’NPR [rete di radio indipendenti USA, ndt.]. “Ha sorriso.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Nella Siria meridionale nasce una nuova violenta occupazione israeliana

Tareq al-Salameh 

10 aprile 2025 – +972 magazine

Forze israeliane sono avanzate per miglia all’interno del territorio siriano, confiscando terre e case, uccidendo contadini e cercando di dividere le diverse popolazioni della regione.

Mentre riprendeva le operazioni militari nella Striscia di Gaza, nelle ultime settimane Israele ha esteso le sue incursioni terrestri nella Siria meridionale, lanciando anche attacchi aerei in tutto il Paese, da Latakia a Homs alla zona rurale di Damasco. In un pesante attacco del 25 marzo le forze israeliane hanno bombardato Koya, un piccolo villaggio nella valle dello Yarmouk nel governatorato di Deraa, facendo almeno sei morti.

(Truppe israeliane) hanno iniziato a sparare ai contadini appena li hanno visti,” ha detto a +972 Nadia Aboud, 28enne giornalista della vicina città di Deraa, raccogliendo testimonianze degli abitanti del villaggio: “I contadini, che hanno preso le armi per difendere la loro terra, hanno risposto al fuoco.” La situazione è degenerata in uno scontro più generalizzato e l’esercito israeliano ha lanciato almeno un attacco aereo contro il villaggio. “Due (dei contadini) sono stati uccisi sul posto. Quando altri sono corsi per aiutarli, i combattimenti si sono intensificati.”

Benché Aboud sottolinei che “la gente di Deraa vuole la pace e che venga rispettato (l’accordo siro-israeliano di disimpegno del 1974),” avverte che la resistenza continuerà: “Se Koya viene di nuovo attaccato, lo difenderanno fino all’ultimo uomo.”

L’attacco contro Koya è stato tra i più mortali da quando Israele ha invaso la Siria, circa quattro mesi fa. L’8 dicembre, poche ore dopo il crollo del regime dell’ex-presidente siriano Bashar Al-Assad, le forze israeliane si sono spostate rapidamente per impadronirsi di posti di controllo abbandonati sulla cima delle montagne e occupare territorio in violazione dell’accordo del 1974. 

Da allora aerei israeliani hanno condotto voli quasi quotidiani e colpito ex-siti militari di Assad, 600 attacchi nei primi otto giorni delle operazioni militari. Nel contempo truppe di terra sono avanzate per 12 miglia all’interno del territorio siriano, costruendo almeno nove basi militari ed estendendo reti stradali e altre infrastrutture per le comunicazioni.

L’alto comando israeliano giustifica questi bombardamenti come necessari per impedire che depositi militari cadano nelle mani del nuovo governo di Damasco, guidato dal presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Eppure al-Sharaa non ha dato alcun segno di cercare un conflitto con Israele, concentrando la propria attenzione sulla ricostruzione della Siria e facendo pressioni per togliere le sanzioni internazionali, mentre l’influenza dell’Iran in Siria è stata sistematicamente indebolita dalla partenza di Assad. E sul terreno nei pressi degli ex-avamposti militari spesso rimane una miriade di villaggi, che ospitano migliaia di siriani che sopportano il peso della nuova e violenta occupazione militare israeliana.

Divide et impera

A Rasm al-Rawadi, un piccolo villaggio nei pressi di Quneitra nella zona cuscinetto demilitarizzata tra Siria e Israele, l’8 dicembre gli abitanti si sono svegliati al suono di colpi di armi da fuoco e un bombardamento aereo. “Alle 11 del mattino soldati (israeliani) hanno buttato giù le porte delle case per controllare ogni cosa all’interno,” racconta Ali al-Ahmad, sessantacinquenne anziano abitante del villaggio. “Mentre l’esercito israeliano perquisiva le case e alcune le distruggeva, molte famiglie sono state sistemate in una scuola.” Negli ultimi quattro mesi il villaggio è rimasto sotto il controllo di Israele e quasi 350 persone sono state cacciate dalle proprie case occupate, secondo al-Ahmad, per uso militare.

Benché inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia definito “temporanea” l’incursione israeliana nel sud della Siria, la crescente presenza militare israeliana suggerisce tutt’altro. Più di recente il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che Israele è pronto a rimanere a tempo indefinito nel Paese.

A gennaio Mohammed Fayyad, un avvocato e attivista per i diritti umani, è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane mentre informava sulle loro operazioni nel villaggio di Hamidye. Nel suo ufficio a Quneitra racconta a +972 che, oltre a questo violento scontro, ufficiali militari israeliani sono “entrati nei villaggi con veicoli civili bianchi per raccogliere dati, compilando questionari statistici con il pretesto di offrire aiuto umanitario.” Inoltre sostiene che hanno offerto di pagare agli abitanti del posto “almeno 75 dollari al giorno per la costruzione delle infrastrutture di basi militari.”

Dopo averci preso tutto ci offrono cibo, medicine, elettricità e lavoro,” spiega Fayyad. “Intendono provocare divisione e separazione dalla nuova amministrazione [di Damasco].” Ma finora, segnala, gli abitanti hanno respinto queste offerte e “rifiutano ogni interferenza riguardo alla divisione della Siria.”

Dopo un mese di relativa calma, il 24 febbraio famiglie di Quneitra e Deraa hanno sperimentato una notte di bombardamenti israeliani. Il giorno successivo si sono svegliati con carri armati e pick-up armati che attraversavano i loro villaggi. L’attacco è giunto proprio dopo la prima Conferenza per il Dialogo Nazionale, in cui dirigenti politici e religiosi di tutte le comunità si sono riuniti per discutere del futuro del Paese.

Abbiamo appena finito una guerra, ma non abbiamo problemi a iniziarne un’altra con Israele per difendere il nostro Paese,” dice a +972 il quarantasettenne Omar Hanoun nella sua casa nel villaggio di Al-Rafeed, nei pressi di Quneitra. Hanoun è stato uno degli organizzatori della protesta civile del 25 febbraio contro l’incursione dell’esercito israeliano mentre i soldati avanzavano nel villaggio dal Monte Peres, rimasto sotto il controllo israeliano fin dall’occupazione del Golan nella guerra del 1967.

Secondo Hanoun e altri abitanti del posto intervistati da +972 il comportamento dei soldati israeliani invasori ha seguito un modello simile in molti villaggi della regione. “Hanno distrutto alberi secolari e sparato a chiunque si avvicinasse,” afferma, descrivendo l’arrivo dell’esercito israeliano ad Al Asbah, un piccolo villaggio nei pressi di Al-Rafeed. “Hanno persino ucciso due giovani su una moto che avevano con sé un fucile, cosa normale in questa regione per proteggere il bestiame.”

Bader Safi, un insegnante della scuola locale a Kodana, un villaggio sul confine del Golan occupato, racconta a +972 che decine di soldati israeliani hanno confiscato terre degli abitanti e pattugliato regolarmente la cittadina con cani. “Ho perso il conto di quante volte sono entrati nel nostro villaggio,” afferma. “Un mio vicino e amico la cui terra è stata presa (dai soldati) sta vivendo a casa mia. Piange ogni giorno perché ha perso tutto.”

Sheikh Abu Nasr, 70 anni, di Al-Rafeed, sostiene che, quando l’esercito israeliano l’ha occupato la popolazione locale ha resistito agli ordini di rimanere chiusi in casa. “Crediamo che questa sia la nostra terra. Qui abbiamo piantato viti e fichi. Non riconosciamo lo Stato occupante,” afferma, aggiungendo che le forze del nuovo governo siriano non sono mai entrate nel villaggio per offrire assistenza. “Siamo soli, ma rimarremo qui sulla nostra terra anche se qualcun altro ci controlla.”

Sfruttare i drusi

Un’altra strategia utilizzata da Israele per giustificare la sua occupazione è sostenere di appoggiare i drusi della Siria meridionale, la terza minoranza religiosa più numerosa, il 3% circa della popolazione del Paese. Ricorrendo alla lealtà dei drusi israeliani, che in numero significativo prestano servizio nelle sue forze armate, Israele cerca di dipingere la sua presenza come approvata a livello locale.

Il 1 marzo Netanyahu e Katz hanno ordinato alle forze dell’esercito israeliano di prepararsi a difendere Jaramana, un villaggio druso del sud della Siria. “Non consentiremo al regime islamico estremista siriano di danneggiare i drusi,” ha dichiarato Katz, in seguito a informazioni su scontri nella periferia di Damasco. “Se il regime attacca i drusi a Jaramana risponderemo.”

Una volta piccolo quartiere nei pressi di Damasco, oggi Jaramana ospita più di un milione di lavoratori siriani. Secondo K. Aboulhosn, studente di arte di 25 anni che vi abita, Jaramana ora è una “cittadina multietnica e multireligiosa”, la cui popolazione è notevolmente aumentata durante la guerra civile, quando per via della sua relativa calma è diventata un “rifugio per sfollati da altre zone di Damasco.”

Dall’esterno i due scontri a Jaramana che hanno provocato la reazione israeliana, uno all’ospedale Al-Mujtahed e l’altro al checkpoint di Jaramana, sono sembrate una diatriba tra il personale locale della sicurezza e le forze del nuovo governo siriano guidato da Ahmad al-Shara. Ma secondo Makram Oubaid, avvocato del Comitato di Azione Civica di Jaramana, di fatto sono stati “due incidenti di natura personale non legati tra loro” che sono trascesi fino a un conflitto su più vasta scala. Alla fine gli scontri hanno portato a un accordo che consente alle forze di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) [gruppo salafita attualmente al potere in Siria, ndt.] che, secondo Oubaid, “sono intervenute solo per porre fine ai combattimenti e ripristinare l’ordine,” di istituire un ufficio e condividere le responsabilità della sicurezza nel villaggio con la popolazione drusa del posto.

Indipendentemente dalla natura degli scontri, per il governo israeliano la situazione ha rappresentato un’opportunità per sfruttare la popolazione drusa e affermare ulteriormente la sua influenza sulla Siria. Una settimana prima dell’incidente di Jaramana Netanyahu ha annunciato che Israele non avrebbe tollerato “alcuna minaccia contro la comunità drusa nel sud della Siria.”

Ora, mentre i diversi gruppi religiosi ed etnici siriani negoziano una fragile coesistenza dopo la caduta di Assad, l’invasione israeliana minaccia di spezzare questo delicato equilibrio. “L’intervento israeliano sta allargando la divisione tra i drusi e le altre comunità siriane,” dice a +972 Farid Ayach, trentaduenne professore di arti visive nel suo appartamento di Jaramana. “Sta anche provocando nei Paesi vicini tensioni che favoriscono (anche) gli interessi di Israele.”

Finora tutto indica che l’esercito israeliano non si ritirerà dalle zone occupate nel sud della Siria. Invece molti indizi segnalano un’ulteriore escalation in quanto Israele continua a rafforzare le sue posizioni e occupa ulteriore territorio. Tuttavia, in seguito agli attacchi di febbraio a Quneitra e Deraa, la popolazione locale si sta impegnando sempre più nella resistenza all’offensiva israeliana.

In varie parti di Damasco, così come a Deraa, Khan Arnabeh, Suwayda e in molti altri villaggi e cittadine di Quneitra sono avvenute manifestazioni contro l’invasione. Persino la comunità drusa ha rifiutato le offerte di aiuto umanitario e si è opposta. Quando il ministro della Difesa Katz ha promesso di “assistere” i drusi di Jaramana, le milizie druse di Suwayda si sono spostate verso Damasco, decise a difendere la propria gente dalla presunta missione di soccorso israeliana.

Il sud della Siria conserverà la sua dignità,” ha affermato Fayyad, l’avvocato e attivista dei diritti umani. “Abbiamo dei chiari principi: non vogliamo che si ripetano gli eventi del 1967 né abbandonare le nostre case e terre.”

Tareq al-Salameh è lo pseudonimo di un giornalista residente a Damasco che ha chiesto di rimanere anonimo per timore di rappresaglie.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Avvocati italiani denunciano violazioni dei diritti dei palestinesi accusati di terrorismo

Katherine Hearst

9 aprile 2025 – Middle East Eye

Un tribunale ammette le trascrizioni degli interrogatori dello Shin Bet come prova contro imputati legati alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa.

Gli avvocati italiani dei tre palestinesi accusati di terrorismo hanno denunciato violazioni del giusto processo dopo l’udienza preliminare a L’Aquila.

I tre uomini – Anan Kamal Afif Yaeesh, Mansour Doghmosh e Ali Irar – vivevano nel capoluogo abruzzese, a nord-est di Roma, al momento dell’arresto.

Sono accusati di aver costituito una cellula legata alle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, gruppo armato associato a Fatah, il partito al governo nell’Autorità Palestinese. Le autorità sostengono che stessero pianificando attacchi “contro obiettivi civili e militari in territorio straniero”.

Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono considerate organizzazione terroristica da Israele, UE e USA, e i capi d’accusa contro il trio prevedono pene fino a 15 anni di carcere.

Tuttavia, i legali degli imputati affermano che l’udienza preliminare – nella quale si determina l’ammissibilità delle prove – ha registrato gravi violazioni procedurali.

Segnalano che il tribunale ha respinto la richiesta di escludere le trascrizioni degli interrogatori di detenuti palestinesi condotti dal servizio segreto israeliano Shin Bet, nonostante un altro giudice le avesse già ritenute inammissibili.

La difesa ha dichiarato in un comunicato che tale decisione viola il diritto alla difesa, poiché i testimoni non possono essere controinterrogati dagli avvocati.

L’articolo 111 della Costituzione italiana stabilisce che “l’imputato ha diritto di interrogare o far interrogare i testimoni d’accusa e di ottenere la convocazione di persone a discarico nelle stesse condizioni dell’accusa”.

I legali hanno inoltre evidenziato che i detenuti palestinesi subiscono ripetuti maltrattamenti durante gli interrogatori delle forze israeliane, tra cui torture e diniego di assistenza legale, in violazione della legge italiana.

“Il tribunale ha fatto finta che non esistano problemi”, ha dichiarato a Middle East Eye l’avvocato Flavio Rossi Albertini. “I giudici hanno dimostrato di non voler far emergere alcun elemento processuale che porti a valutazioni sfavorevoli a Israele”.

Testimoni respinti

Il tribunale ha inoltre respinto 46 dei 49 testimoni proposti dalla difesa, inclusi la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, esperti di diritto umanitario internazionale, operatori umanitari e volontari attivi in Cisgiordania occupata.

Gli unici tre testimoni ammessi riguardavano un solo imputato: un volontario italiano, la moglie dell’accusato e un consulente linguistico, negando così ogni possibilità di difesa agli altri due.

I difensori hanno sottolineato che l’unica testimonianza sulla situazione in Cisgiordania è fornita dalla Digos, l’unità antiterrorismo della polizia italiana.

Secondo Albertini ciò oscurerà il contesto cruciale dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania occupata, dove i coloni, protetti dall’esercito, compiono spesso attacchi contro i palestinesi.

Gli insediamenti israeliani nei territori occupati sono illegali secondo il diritto internazionale, ma i civili israeliani che vi risiedono non perdono le tutele previste dalle leggi di guerra. Tuttavia, quando partecipano attivamente alle ostilità, perdono l’immunità e diventano obiettivi militari legittimi.

“Il tribunale crede di poter giudicare i palestinesi per atti commessi in Cisgiordania attraverso testimonianze della polizia italiana”, ha affermato. “Parliamo di una piccola città abruzzese, a 100 km da Roma tra le montagne. Secondo i giudici, solo la polizia locale sarebbe in grado di descrivere ciò che accade in Cisgiordania”.

Albertini ha definito le decisioni del tribunale senza precedenti nella sua esperienza legale: “Non avevo mai visto un tribunale respingere le prove della difesa, né ammettere prove prodotte in un altro paese”.

Secondo l’avvocato, è improbabile che gli imputati siano estradati se condannati. A marzo una corte d’appello italiana ha respinto la richiesta israeliana di estradare Yaeesh, sostenendo che avrebbe subito “atti contrari ai diritti umani”.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Testimone del bombardamento ad una tenda dei giornalisti: “Abbiamo fatto di tutto per salvare Mansour”

Ahmed Aziz a Khan Younis, Palestina occupata

8 aprile 2025Middle East Eye

Ahmed Aziz, collaboratore di MEE, si trovava accanto alla tenda presa di mira. Ricorda una scena di caos e confusione, mentre le fiamme avvolgevano i giornalisti all’interno

Nota dell’editore: Il seguente racconto personale del giornalista palestinese e collaboratore di MEE Ahmed Aziz, che si trovava a Khan Younis sulla scena dell’attacco israeliano a una tenda di giornalisti, è stato riferito a Lubna Masarwa [giornalista del MEE, ndt.]. È stato modificato per brevità e chiarezza.

Intorno a mezzanotte mentre ci trovavamo nella tendopoli un bombardamento ha colpito una delle tende. All’interno c’erano i giornalisti Hassan Islayeh e Ahmed Mansour; Mansour stava svolgendo il turno di notte come redattore di Palestine Today.

In quel momento il giornalista Hilmi al-Faqawi, che lavora nei social media per Palestine Today, stava dormendo. Il suo telefono è stato colpito in pieno da una bomba.

Islayeh è uscito, ma è stato colpito al volto da una scheggia e le dita della mano destra sono state tranciate. Contemporaneamente le schegge hanno colpito Faqawi al torace, allo stomaco e al volto.

Vista la situazione, abbiamo cercato di spegnere il fuoco intenso nella tenda, alimentato anche dal materiale infiammabile di nylon e spugna.

Un altro frammento di scheggia ha colpito la tenda di fronte a noi, appartenente a Russia Today (RT). Ha colpito una bombola di gas. Sebbene la bombola fosse vuota, il gas rimasto al suo interno ha creato un’atmosfera nebbiosa.

A causa della nebbia abbiamo cercato di svegliare gli uomini e di controllare le loro condizioni. Il nostro collega Ehab al-Bourdaineh è stato colpito da una scheggia alla nuca, fuoriuscita lateralmente in corrispondenza dell’occhio destro. Lavora come fotografo per RT.

Era presente anche Yousef al-Khazindar, che spesso dorme dove alloggiano i giornalisti. Altri di loro, tra cui Abdullah al-Attar, sono stati colpiti da schegge alla milza e hanno iniziato a sanguinare copiosamente. Mohammed Fayeq è stato colpito alla mano sinistra.

Gli uomini hanno fatto tutto il possibile per sottrarre Mansour alle fiamme, ma le condizioni erano impossibili. Hanno cercato disperatamente di salvarlo, ma non è stato possibile.

Situazione critica

Ne è seguito il caos, in parte a causa della stanchezza accumulata nel documentare il massacro di Naffar a Khan Younis, dove quel giorno erano state uccise nove persone.

Questo ha lasciato gli uomini confusi, e faticavano a comprendere cosa stesse accadendo. Si sono perfino dimenticati come prestare il primo soccorso e non sapevano cosa fare.

Hanno iniziato a trasportare i feriti all’ospedale Nasser a piedi, dato che era nelle vicinanze.

Una volta arrivati ​​all’ospedale è diventato chiaro chi fosse in condizioni critiche.

Bourdaineh è ancora in terapia intensiva e le sue condizioni rimangono gravi.

Islayeh, un importante giornalista di Gaza, ha riportato gravi ferite. Ha subito l’amputazione della mano destra e presenta ferite da schegge al capo e alla gamba.

Mansour, rimasto ustionato, era inizialmente ricoverato in condizioni critiche nel reparto ustionati. Martedì è morto a causa delle ferite.

Sogni infranti

Lunedì abbiamo celebrato il funerale di Faqawi, che lavorava nei social media per Palestine Today.

Erano passati solo pochi giorni da quando aveva deciso di unirsi a me per documentare i cortei funebri e realizzare interviste.

Era tanto orgoglioso di sé per aver girato un video diventato virale solo il giorno dopo.

“Ho meno esperienza di te, ma diventerò più famoso”, mi ha detto con vanto.

Mi diceva che voleva “lavorare, lavorare e lavorare” e che sognava di farlo per un’agenzia di stampa internazionale.

Mansour, che ho conosciuto il 10 ottobre 2023, tre giorni dopo l’inizio della guerra, aveva una figlia e un figlio, Wissam, che andava a trovare ogni giorno nel quartiere di al-Amal.

Ospitava a casa sua molti dei suoi parenti sfollati.

Durante i primi tre mesi di guerra abbiamo lavorato insieme per lunghe ore, a volte trascorrendo 13 ore al giorno nello stesso posto, e sopportando la fame insieme.

Era gentile, dolce e sempre disponibile.

Era un bell’uomo che si prendeva sempre cura di sé. Si curava sempre la barba e si vestiva in modo ordinato.

Se fosse sopravvissuto, non avrebbe potuto convivere con la gravità delle sue ustioni. È stato straziante vederlo in ospedale.

È duro osservare la bicicletta che usava e la tenda dove alloggiava.

In loro memoria

Sono esausto. È passato più di un anno e mezzo. Non avrei mai immaginato che la mia carriera giornalistica sarebbe stata così.

Ho perso così tanti amici e colleghi, persone che conoscevo da oltre 10 anni.

Ora evito di stare nelle tende dei giornalisti. Evito di fare due chiacchiere con i colleghi intorno a me perché non sopporto il pensiero di perdere un altro amico.

La gente non può nemmeno immaginare cosa stiamo attraversando, bombardamenti e perdite quotidiane.

Non sono d’acciaio. Sono a pezzi dentro.

Lavoro ogni giorno solo per evitare di stare a casa, perché mi distruggerebbe.

Preferirei essere martirizzato sul campo.

Anche se sono ferito non posso smettere di lavorare. Per i miei colleghi e in loro memoria.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Queste sono le tue possibilità se sei un orfano palestinese a Gaza

Rajaa Natour

8 aprile 2025 – Haaretz

“Questo povero bambino ha perso il diritto di crescere con la sua famiglia”, dice la zia di Osama Al-Krinawi, di dieci mesi. Osama è uno delle migliaia di bambini palestinesi rimasti orfani a causa della guerra.

È nato nel dicembre 2023 da Mohammed e Alham dopo 16 anni di matrimonio. Dieci giorni dopo suo padre è stato ucciso, insieme al nonno e allo zio, in un attacco israeliano alla loro casa a Gaza. Lui e sua madre sono stati tirati fuori dalle macerie. Sua madre è fuggita a Deir Al-Balah in cerca di un rifugio, ma è stata uccisa insieme a decine di altre persone quando la casa in cui alloggiava è stata bombardata.

Fortunatamente per il piccolo Osama, dopo la perdita dei genitori, del nonno e dello zio, altri parenti ancora in vita lo hanno preso con sé salvandolo così dalla morte, dalla fame, dallo sfruttamento e dal traffico di minori. Ma questo non è certamente il destino di tutti i bambini di Gaza rimasti orfani o separati dai genitori.

Sebbene sia molto difficile verificare le informazioni nell’attuale situazione di guerra a Gaza, secondo Save the Children il numero di bambini “perduti”cioè separati dai genitori o di cui non si hanno più notizie (escludendo i morti sotto le macerie) – è di circa 17.000.

Gaza non è, come molti sostengono, solo un cimitero per i bambini palestinesi ma è anche un inferno per quelli sopravvissuti. Immaginate 17.000 bambini palestinesi che vagano tra le rovine e i cadaveri, esposti a ogni tipo di violenza e sfruttamento. Quindi se sei un bambino palestinese, e non ti trovi da un anno sotto le macerie e non sei considerato disperso o non stai vagando tra le rovine o non hai miracolosamente raggiunto uno degli orfanotrofi di Gaza non bombardati, ti trovi di fronte a tre scelte, una peggiore dell’altra.

Nel primo scenario, ti trovi insieme a dei parenti, che ti accolgono e proteggono, ma sono comunque degli estranei il cui impegno a mantenerti e proteggerti dipende fortemente dalle loro risorse. Dopotutto ti tengono con loro perché non hanno scelta, e stanno lottando per sfamare i propri figli. Quindi costituisci un peso imprevisto.

Nel secondo scenario, scappi e trovi rifugio in uno dei soli quattro orfanotrofi non ancora bombardati, divenuti riparo per migliaia di rifugiati palestinesi, dove ti unisci ai 33.000 bambini palestinesi orfani che vivevano lì prima della guerra. In entrambe le situazioni, sei un bambino palestinese all’interno di una comunità di persone che non conosci, in un ambiente con codici sociali ed equilibri di potere cambiati in modo irriconoscibile.

L’amore incondizionato, la cura e la protezione che ricevevi dal tuo nucleo familiare prima di questa guerra si trasformano in un “favore” che altri parenti e sconosciuti ti offrono, non esattamente per un profondo obbligo umano e morale. Inoltre, la tua sicurezza, la tua vita, la tua sopravvivenza e quella dei tuoi fratelli dipendono da sconosciuti che a loro volta affrontano una continua lotta per la sopravvivenza, mentre tu, senza stretti legami di sangue, non sei la loro priorità. Dopotutto, ognuno ha più bocche da sfamare.

Queste dinamiche, unite a solitudine, alienazione e necessità di sopravvivere, costringono i bambini palestinesi a mendicare cibo, riparo e protezione da sconosciuti. All’ombra della totale distruzione del tessuto sociale, questo è un periodo di vulnerabilità, umiliazione e sfruttamento.

Nel terzo scenario, se hai superato la prima infanzia, rischi di ritrovarti tra centinaia di palestinesi arrestati dall’esercito israeliano. Sì, per chi non lo sapesse, l’esercito israeliano fa irruzione in case e rifugi, arresta decine e persino centinaia di uomini sospettati di avere legami con Hamas e costringe le loro famiglie a trasferirsi in altre zone di Gaza. Ciò ha come risultato famiglie divise e, spesso, bambini perduti.

Lo dimostra la scomparsa di Massa Ajour, una bambina di quattro anni ferita dai soldati israeliani e separata dalla madre. La madre di Massa, Rim Ajour, ha visto la figlia e il marito per l’ultima volta nel marzo 2024, durante un raid nel nord di Gaza. Da allora sono passati dieci mesi e non conosce il loro destino. L’esercito nega qualsiasi collegamento tra l’incidente e l’arresto. Il Centro per la Difesa dell’Individuo HaMoked afferma che questo è solo uno delle migliaia di casi di palestinesi scomparsi ai sensi della legge sull’incarcerazione dei combattenti illegali.

“Sono viva e morta nel contempo”, ha dichiarato Rim Ajour in un’intervista. È importante notare, sulla base delle informazioni fornite da HaMoked, che rappresenta alcune delle famiglie scomparse, che il caso della famiglia Ajour è uno delle migliaia di casi di adulti e bambini palestinesi scomparsi durante la guerra.

La direttrice esecutiva di HaMoked, Jessica Montell, ha affermato che non si è mai verificato un caso di sparizioni di massa di questo tipo in cui le famiglie non abbiano ricevuto alcuna informazione per settimane. Ha aggiunto che HaMoked ha chiesto informazioni su 900 persone scomparse che, a sua conoscenza, sono sotto la giurisdizione israeliana. L’esercito ha confermato di detenere solo 500 prigionieri. Che fine hanno fatto le altre 400 persone? Nessuno lo sa.

Nemmeno le petizioni all’Alta Corte di Giustizia sono state d’aiuto. Una petizione presentata da HaMoked sulla questione è stata respinta senza che venissero nemmeno presi in esame i mezzi per impedire il ripetersi di casi simili in futuro. Le famiglie non sanno se i loro cari siano detenuti o morti.

Chiedo quindi perdono e misericordia ai bambini di Gaza perché, a quanto pare, esiste un quarto scenario. In questo alcuni giudici dell’Alta Corte si rifiutano di intervenire e costringere l’esercito israeliano a fornire risposte a migliaia di famiglie palestinesi che vivono nell’incertezza da oltre un anno.

Nel quarto scenario esiste un intero sistema israeliano, legale e ben rodato, che consente la perpetrazione di crimini di guerra e pulizia etnica a Gaza, e potrebbe persino esserne complice proprio per il suo rifiuto di fornire risposte.

E quel che è ancora peggio è che in questo scenario l’Alta Corte e alcuni dei suoi giudici, consapevoli che in tempo di guerra la famiglia e la comunità possono salvare la vita dei bambini palestinesi, sono complici della politica di distruzione sistematica del tessuto sociale palestinese. In questo scenario, se sei un bambino palestinese sei un subumano e la tua vita non vale nemmeno un’udienza presso l’Alta Corte. La tua famiglia non ha il diritto di ricevere risposte e ottenere giustizia, e tu non hai alcuna possibilità di sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un anziano palestinese muore dopo essere stato picchiato da soldati in Cisgiordania

Redazione di MEMO

9 aprile 2025 – Middle East Monitor

Secondo l’agenzia di notizie Wafa, ieri un anziano palestinese è morto dopo essere stato aggredito dai soldati dell’occupazione israeliana durante la demolizione di una casa nel sud della Cisgiordania occupata.

Le forze israeliane hanno picchiato un gruppo di abitanti palestinesi con i manganelli ed il calcio dei fucili mentre demolivano una casa a Wadi Fukin, ad ovest di Betlemme occupata.

Nell’aggressione sei persone hanno subito ematomi ed escoriazioni, incluso il settantenne Ghazi Badr Manasra, che ha avuto un ictus ed è stato successivamente dichiarato morto.

Un video che è circolato online mostra i soldati israeliani picchiare duramente molti palestinesi durante l’operazione.

Precedentemente lo stesso giorno l’esercito israeliano ha demolito sette case palestinesi in zone differenti della Cisgiordania in quanto “costruite senza permesso.”

Le autorità israeliane proibiscono la costruzione e la riqualificazione del territorio nelle aree classificate come “Area C” [in base agli accordi di Oslo sotto totale controllo israeliano, ndt.] nella Cisgiordania occupata senza un permesso rilasciato da Israele – che i palestinesi affermano essere per loro quasi impossibile da ottenere.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)