Una vittoria contro la macchina della disinformazione: come Albanese ha sconfitto la lobby israeliana

Robert Inlakesh

6 aprile 2025 – The Palestine Chronicle

Francesca Albanese, forse la funzionaria delle Nazioni Unite più attaccata, è diventata uno delle più strenui difensori dei diritti umani nella Palestina occupata. Nonostante le innumerevoli accuse rivoltele, i divieti d’ingresso in diversi Paesi e persino le minacce di morte, è riuscita a ottenere il rinnovo del suo incarico alle Nazioni Unite.

Dopo aver ricevuto la nomina a Relatrice Speciale per i Territori Palestinesi Occupati nel maggio 2022, la studiosa e avvocata di diritto internazionale italiana, Francesca Albanese, ha rischiato di essere eventualmente estromessa dal suo incarico.

A seguito di notizie secondo cui una sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC) avrebbe deciso se la nota Relatrice Speciale avrebbe mantenuto il suo incarico, è emersa l’ennesima campagna diffamatoria.

L’UNHRC ha ufficialmente ribadito che Albanese manterrà il suo incarico fino al 2028, dissipando diverse voci su una sua possibile estromissione. Sebbene accuse infondate di “antisemitismo”, “sostegno ad Hamas” e “terrorismo” siano state a lungo rivolte al Relatore Speciale delle Nazioni Unite (UNSR), di recente i gruppi di pressione filo-israeliani hanno ovviamente intensificato le loro campagne.

Mentre la rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite ha recentemente tentato di esercitare pressioni per far licenziare Albanese, sostenendo che avesse sposato un “antisemitismo virulento, che demonizza Israele e sostiene Hamas”, l’amministrazione Trump si è ritirata dall’UNHRC in buona misura a causa delle sue critiche a Israele.

Questo fatto indebolisce la posizione del governo statunitense, fermamente filo-israeliano e anti-palestinese. Lo stesso Donald Trump usa persino il termine “palestinese” come insulto contro i suoi oppositori politici.

Albanese è stata oggetto di critiche fin dal suo ingresso alle Nazioni Unite nel 2022, il che ha spinto circa 65 studiosi ebrei a difenderla firmando una dichiarazione in cui si legge: “È evidente che la campagna contro (Albanese) non mira a combattere l’antisemitismo dei nostri giorni. Si tratta essenzialmente di tentativi di metterla a tacere e di indebolire il suo mandato di alto funzionario delle Nazioni Unite che denuncia le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte di Israele”.

Dopo il 7 ottobre 2023, con l’inizio della guerra a Gaza, le accuse contro Albanese hanno raggiunto livelli senza precedenti.

Si è rifiutata di moderare la sua opposizione ai crimini di guerra ed è stata una delle prime funzionarie delle Nazioni Unite a opporsi ai governi occidentali che cercavano di affermare che la storia fosse iniziata il 7 ottobre.

La rappresentante speciale dell’ONU ha ricevuto persino un divieto di ingresso in Francia dopo aver dichiarato che le affermazioni secondo cui l’attacco di Hamas sarebbe stato motivato da “antisemitismo” erano errate. Fin dall’inizio del conflitto ha lanciato l’allarme sui piani israeliani di pulizia etnica a Gaza, venendo etichettata come “sostenitrice di Hamas”, “antisemita” e “di parte”. Mentre il governo israeliano e i suoi difensori hanno sostenuto che tale politica non esistesse, definendo tali accuse “antisemite”, Israele ora persegue apertamente la pulizia etnica.

Nel marzo 2024 Albanese ha anche pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite intitolato “Anatomia di un genocidio”, che ha ricevuto un’enorme quantità di reazioni negative. I gruppi filo-israeliani sono stati implacabili nei loro attacchi alla Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite (UNSR). UN Watch, un sito web filo-israeliano che perseguita le figure di spicco che criticano le politiche di Tel Aviv, ha persino pubblicato un rapporto di 60 pagine in cui si afferma che la Relatrice Speciale promuove la propaganda di Hamas, alimentando “l’antisemitismo e il terrorismo jihadista”.

La litania di attacchi alla sua figura ha spaziato dal definirla “antisemita”, “simpatizzante del terrorismo”, fino a “negazionista dell’Olocausto” il tutto senza prove. Ha anche ricevuto attacchi personali e affermazioni infondate sui suoi finanziamenti.

Nel luglio del 2024 una notizia falsa utilizzata per delegittimare Albanese è stata quella secondo cui avrebbe ricevuto finanziamenti da una serie di gruppi di attivisti filo-palestinesi in Australia. Il sito web UN Watch ha affermato che associazioni australiane erano “filo-Hamas”, un’accusa anch’essa senza prove.

Tuttavia i media israeliani e alcuni settori dei media occidentali hanno diffuso la notizia secondo cui l’UNSR era accusata di ricevere fondi da un “gruppo filo-Hamas”. Queste affermazioni sono rimaste senza fondamento per mancanza di prove, mentre la funzionaria delle Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente che il suo lavoro non è retribuito.

Il 1° ottobre Francesca Albanese ha pubblicato un altro rapporto per le Nazioni Unite intitolato “Genocidio come cancellazione colonialista”. Proseguendo nel suo impegno per la causa dei diritti umani dei palestinesi, Albanese viaggia frequentemente, partecipa a conferenze e rilascia interviste, fornendo informazioni

A marzo, un gruppo estremista sionista chiamato “Betar”, che ha apertamente elogiato e minacciato tattiche descritte dall’ex direttore della CIA, Leon Panetta, come “terrorismo”, ha persino minacciato di consegnare un cercapersone ad Albanese. Questa intimidazione si basa sugli attacchi esplosivi con cercapersone perpetrati indiscriminatamente in tutto il Libano da Israele, che hanno ucciso e ferito civili e membri di Hezbollah.

Il fatto che la Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati rimanga al suo posto è una vittoria contro una montagna di organizzazioni filo-israeliane e funzionari governativi occidentali finanziati da gruppi della lobby filo-israeliana. È anche una prova del fatto che le accuse mosse contro Albanese sono infondate.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Testimone chiave degli “stupri di massa” del 7 ottobre denunciato come bugiardo da un giornalista israeliano

Ali Abunimah

4 aprile 2025 – Electronic Intifada

Un israeliano che ha sostenuto di aver eroicamente salvato centinaia di persone dai miliziani di Hamas il 7 ottobre 2023 è stato smascherato come assolutamente bugiardo che ha inventato storie “da cima a fondo”.

La smentita delle falsità di Rami Davidian da parte di un importante giornalista israeliano di alto profilo è estremamente significativa. Ma giunge un anno dopo che con una sua inchiesta The Electronic Intifada era giunto alla conclusione che i racconti vanagloriosi di Davidian erano pieni di incongruenze, assurdità e menzogne.

Davidian, che è stato un testimone chiave nel film di propaganda sulle atrocità del 7 ottobre Screams Before Silence [Urla prima del silenzio] di Sheryl Sandberg, ha anche sostenuto di aver visto decine di vittime di presunti stupri morte quel giorno, alcune con oggetti inseriti nei genitali.

Raviv Drucker, un giornalista dell’israeliano Channel 13 [televisione privata, ndt.], ha rivelato che la sua rete aveva previsto di diffondere nei prossimi giorni il reportage sulle bugie di Davidian.

Tuttavia il programma è stato cancellato dopo che una pubblicità per promuovere il programma ha provocato reazioni negative del pubblico. “Oggi nel primo pomeriggio l’amministratore delegato di Channel 13, Elimiano Calemzuk, ha chiamato per dire di aver deciso di non trasmettere la parte su Rami Davidian che doveva essere mandata in onda domenica,” ha rivelato Drucker venerdì in un post su Twitter/X. “È stata la prima volta che abbiamo parlato di questo argomento,” ha affermato Drucker. “Gli ho detto che sarebbe un grave errore.”

Inventato da cima a fondo”

Chiaramente arrabbiato per la cancellazione del lavoro del suo gruppo, Drucker ha proseguito descrivendo quanto meticolosamente sia stato preparato il reportage e specificando quanto rivela riguardo alle affermazioni di Davidian.

Quelle non sono lievi esagerazioni, che gonfiano un po’ il numero di quelli che sono stati salvati, assolutamente no,” ha scritto Drucker. “Sono storie inventate da cima a fondo. Storie agghiaccianti assolutamente mai avvenute.”

Drucker nota che le affermazioni di Davidian sul fatto di aver salvato israeliani “sono state citate in un autorevole documentario, sui giornali in tutto il mondo e in un importante libro.”

Quasi un anno fa The Electronic Intifada aveva già denunciato le menzogne di Davidian quando ha smascherato Screams Before Silence, probabilmente l’autorevole documentario a cui si riferisce Drucker.

Il film di Sandberg è stato promosso come un “documentario sulle violenze sessuali commesse da Hamas,” ma chi scrive lo ha denunciato il primo maggio 2024 come un assoluto falso su The Electronic Intifada Livestream.

A partire dalle contraddizioni sul suo account The Electronic Intifada ha anche concluso che Davidian ha inventato un profilo di supereroe per aver salvato un’israeliana legata a un albero da miliziani di Hamas.

Far soldi con le bugie

Secondo Drucker di Channel 13 fin dal 7 ottobre Davidian “ha trasformato i suoi racconti in un’attività economica,” partecipando a giri di conferenze a pagamento in Israele e all’estero, così come a campagne di finanziamento. In forse centinaia di interviste, scrive Drucker, Davidian “ripete continuamente storie che semplicemente non sono mai avvenute.”

Le affermazioni di Davidian che sono state smentite sono citate anche nel rapporto di un gruppo di parlamentari britannici di tutti i partiti. Il “Rapporto della Commissione Parlamentare sul 7 ottobre” sostiene di “documentare meticolosamente l’orribile destino di 1.182 persone uccise da Hamas e dal Jihad Islamico palestinese.”

Il rapporto parlamentare cita le storie di Davidian così come le ha raccontate a Sandberg come parti dei suoi “elementi probatori”, dando alle sue menzogne un’aura di credibilità ufficiale. Al momento non è stata identificata con certezza neppure una sola vittima, viva o morta, dei presunti stupri di massa del 7 ottobre 2023.

Come ha raccontato The Electronic Intifada fin dalle prime settimane del genocidio a Gaza, la narrazione israeliana degli stupri di massa è una propaganda di atrocità. È radicata negli stereotipi razzisti su popoli colonizzati e sottomessi, simili alle accuse costantemente inventate di violenze sessuali a donne bianche utilizzate per decenni al fine di giustificare i linciaggi di neri negli Stati Uniti.

Il piccolo numero di altri “testimoni oculari” degli stupri o di altre scene dei crimini del 7 ottobre hanno fatto parte di racconti totalmente smentiti alla prova dei fatti e c’è stato un gravissimo scandalo dopo che il New York Times ha pubblicato un noto articolo del dicembre 2023 in cui erano contenute denunce di stupri poi smentite. Né Davidian è il primo che a quanto pare cerca di ricavare soldi e fama dalle falsità sugli stupri di massa.

Dopo che Drucker ha denunciato le menzogne di Davidian, solo l’ultimo [presunto testimone] ad essere stato smentito sul 7 ottobre, non ci sono scuse perché i media e i politici occidentali continuino a ripetere una propaganda il cui unico scopo è incitare o cercare di giustificare il genocidio di Israele contro il popolo palestinese.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Netanyahu ha esercitato pressioni su von der Leyen in merito all’accusa di genocidio

David Cronin

21 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Israele cerca di tenere nascosta la sua attività di lobby contro un’azione legale finalizzata a fermare il genocidio a Gaza.

Attraverso una richiesta di accesso agli atti ho scoperto che Benjamin Netanyahu ha contattato Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in merito al procedimento avviato lo scorso anno dal Sudafrica.

L’ambasciata israeliana a Bruxelles si è opposta alla divulgazione della lettera del Primo Ministro. Vergognosamente, i funzionari di Von der Leyen hanno accettato la richiesta di Israele.

Perché la Commissione Europea concede a Israele il diritto di veto su quali documenti rendere pubblici? Cosa cercano di nascondere Von der Leyen e il suo entourage?

Il ricorso presentato dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia ha dimostrato che Netanyahu e i suoi collaboratori hanno manifestato una chiara intenzione genocida quando hanno dichiarato guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Nella sentenza preliminare del gennaio 2024, la Corte ha giudicato l’accusa plausibile e ha ordinato la cessazione degli attacchi israeliani.

La Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite impone ai governi di tutto il mondo il dovere di prevenire e punire questo crimine.

Nel mio ricorso contro il rifiuto di divulgare la lettera di Netanyahu, ho sostenuto che la trasparenza è un prerequisito per verificare se la Commissione Europea stia rispettando il diritto internazionale.

In base alle informazioni attualmente disponibili, non si può che concludere che Von der Leyen abbia favorito un genocidio.

Ha incontrato Netanyahu nell’ottobre 2023, mentre Israele compiva massacri e infliggeva enormi distruzioni a Gaza. Von der Leyen ha cercato di giustificare la violenza, suggerendo persino che Israele stesse adempiendo al dovere di proteggere la propria popolazione.

Non è la prima volta che Bruxelles occulta informazioni su richiesta di Israele.

L’Unione Europea ha precedentemente rifiutato di rispondere a semplici domande su quali ministeri e autorità israeliani partecipino ai “dialoghi sul contrasto al terrorismo” che essa organizza. Un documento interno da me ottenuto nel 2023 affermava che i diplomatici UE “temevano che gli israeliani si sarebbero offesi per la divulgazione”.

 

L’incubatore dell’industria bellica

Questa paura di offendere è evidente nel patetico comunicato diffuso dai leader UE dopo il vertice di questa settimana. Pur definendo “deplorevole” la fine della tregua a Gaza, non hanno specificato che è stato Israele a interromperla, uccidendo centinaia di palestinesi.

Dal canto suo Von der Leyen era troppo occupata a pompare denaro nell’industria bellica per versare lacrime sulla ripresa degli attacchi israeliani.

Israele trarrà quasi certamente vantaggio dall’agenda che lei sta dettando.

Lo sviluppo di nuovi droni e di sistemi di “difesa aerea” sono due priorità da lei indicate.

Israele si è ritagliata una nicchia redditizia nel mercato globale delle armi vendendo droni testati durante l’attuale genocidio e nelle precedenti offensive contro i palestinesi. E lo “scudo aereo” che Von der Leyen propone per l’Europa sembra una copia identica – o quantomeno ispirata – alla Cupola di Ferro israeliana.

Elbit Systems e Rafael – le principali aziende israeliane produttrici di droni e della Cupola di Ferro – stanno già beneficiando della corsa europea agli aumenti della spesa militare.

Le due società hanno annunciato di aver ottenuto un nuovo contratto per fornire a “paesi europei non specificati” un “sistema navale avanzato di lancio e diversione”.

I mercanti di armi riuniti al Tel Aviv Sparks Innovation Summit nei prossimi giorni discuteranno senza dubbio su come ottenere ancora più affari in Europa. “Investimenti nella difesa” è uno dei temi in programma.

I nuovi piani di Von der Leyen per sovvenzionare l’industria bellica dovrebbero favorire principalmente le aziende UE. La stessa Von der Leyen ha tuttavia garantito che le armi finanziate potranno includere fino al 35% di componenti di provenienza extra-UE.

Le società israeliane – già strettamente integrate con l’industria militare europea – trarranno vantaggio da questa sua “generosità”.

Tramite la mia sopra citata richiesta di accesso agli atti, ho anche appreso che la European Jewish Association (EJA) – un gruppo di pressione filo-israeliano – ha contattato l’ufficio di Von der Leyen (tramite diplomatici israeliani) per un possibile riconoscimento.

Sembra che l’associazione volesse premiarla ufficialmente per il suo sostegno alla guerra a Gaza. Ma è solo un’ipotesi: anche in questo caso, l’ambasciata israeliana presso l’UE si è opposta alla pubblicazione della lettera dell’EJA.

E, naturalmente, i lacchè di Von der Leyen hanno ancora una volta accettato le obiezioni di Israele. Dio non voglia che offendano uno Stato che sta commettendo un genocidio.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)




Il Regno Unito non renderà pubblici i filmati dell’aereo spia relativi all’uccisione di un operatore umanitario britannico a Gaza

Imran Mulla

1 aprile 2025 – Middle East Eye

James Kirby, 47 anni, era un ex fuciliere dell’esercito britannico che lavorava a Gaza come operatore umanitario quando lo scorso aprile è stato ucciso da Israele.

La famiglia di un operatore umanitario britannico ucciso a Gaza da un attacco di droni israeliani ha criticato duramente il governo britannico per essersi rifiutato di rilasciare informazioni sull’attacco raccolte da un aereo spia della Royal Air Force (RAF).

James Kirby, un ex fuciliere dell’esercito britannico di 47 anni, stava lavorando a Gaza per la World Central Kitchen quando lo scorso aprile è stato ucciso in un attacco mirato israeliano contro un convoglio di aiuti composto da tre auto. È morto insieme a molte altre persone, tra cui altri due veterani britannici.

Il Ministero della Difesa (MdD) del Regno Unito ha dichiarato al Times di possedere delle riprese effettuate da un aereo spia della RAF che il giorno dell’attacco stava sorvolando Gaza nel tentativo di localizzare prigionieri israeliani. Il MdD ha rifiutato di divulgare il filmato, adducendo motivi di sicurezza e difesa nazionale.

In un’intervista al Times la famiglia Kirby ha chiesto perché non le fosse consentito di essere informata su ciò che era stato ripreso.

“Voglio sapere chi e perché ha preso la decisione di non renderlo pubblico”, ha detto la madre di Kirby, Jacqui.

Adam Maguire, cugino di Kirby, ha detto: “Quale giustificazione hanno per non renderlo pubblico? Non cambierà il corso di niente di ciò che avviene a Gaza. Non influenzerà il governo israeliano”.

“Quali crimini abbiamo visto?”

La scorsa settimana un portavoce del MdD ha detto a Middle East Eye  che i voli di sorveglianza su Gaza “sono disarmati, non hanno un ruolo di combattimento e sono finalizzati esclusivamente a garantire la sicurezza del rilascio degli ostaggi”.

“Il Regno Unito controlla quali informazioni vengono trasmesse e solo le informazioni relative al salvataggio degli ostaggi sono trasmesse alle autorità israeliane competenti. Inviamo informazioni solo quando siamo certi che siano utilizzate in conformità con il diritto umanitario internazionale”.

Questo avviene solo poche settimane dopo un dibattito in parlamento che ha visto parlamentari indipendenti mettere sotto torchio il ministro della Difesa in merito ai voli di sorveglianza della RAF su Gaza.

“Se centinaia di voli del Regno Unito hanno avuto luogo su Gaza, cosa abbiamo osservato?” ha chiesto il parlamentare Shockat Adam. “Quali crimini, se ce ne sono stati, abbiamo visto?”

Ha aggiunto: “In un solo anno, da dicembre 2023 a novembre 2024, il Regno Unito ha condotto 645 missioni di sorveglianza e ricognizione, il che equivale a quasi due voli al giorno”.

Il ministro, Luke Pollard, non ha risposto alle domande di Adam.

Inizialmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’uccisione degli operatori umanitari britannici lo scorso aprile sarebbe stata “involontaria”. In seguito l’esercito israeliano ha messo in congedo due ufficiali e sanzionato due alti comandanti, affermando che un operatore di droni aveva erroneamente preso di mira il convoglio.

Ma in un’intervista al Times la famiglia Kirby ha criticato l’indagine dell’esercito definendola un “insabbiamento” e ha chiesto un’indagine indipendente.

Maguire ha affermato: “Prenderemmo in considerazione l’ipotesi di citare in giudizio Israele se la si considerasse un deterrente perché non colpiscano gli operatori umanitari senza essere chiamati a risponderne”.

Critiche al ministro degli Esteri

Jacqui Kirby ha affermato che la famiglia non è stata contattata dai funzionari israeliani per scusarsi di persona dell’omicidio.

Ha anche criticato il ministro degli Esteri britannico David Lammy, dicendo che lo scorso novembre durante un incontro al Foreign Office [ministero degli Esteri, ndt.] si era avvicinato a lei per chiederle chi fosse.

“Ho pensato, ‘Stai venendo qui per incontrare tutte queste famiglie e non hai nemmeno fatto i compiti per individuare l’identità di ognuno.’ Dopo di che mi sono imposta a malapena di parlargli.”

Un portavoce del Foreign Office ha detto al Times: “Stiamo facendo pressione su Israele affinché concluda rapidamente l’indagine dell’avvocatura generale militare sugli eventi del 1° aprile 2024. Israele deve garantire che vengano apprese le lezioni onde garantire in futuro una maggiore sicurezza per gli operatori umanitari sul campo.”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Il massacro dei soccorritori: 14 operatori umanitari trovati morti e sepolti con le mani legate

Tareq S. Hajjaj

31 marzo 2025 – Mondoweiss

Una squadra di operatori della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa palestinese a Gaza è scomparsa dopo essersi recata a Rafah per una missione di salvataggio. Una settimana dopo i corpi di 14 soccorritori sono stati trovati morti e sepolti nella sabbia dall’esercito israeliano.

All’ospedale Nasser di Khan Younis Taghreed al-Attar siede accanto al corpo del marito, ritrovato venerdì scorso a Rafah. Anwar al-Attar era partito la settimana prima per Rafah con altri soccorritori, ma nessuno è tornato.

Sua moglie racconta che quando hanno perso i contatti con suo marito le persone le hanno detto che era stato imprigionato dall’esercito israeliano. Ma afferma che lui le è apparso in sogno e lo ha visto in paradiso circondato da fiumi e frutteti. Non poteva credere che si trovasse in un carcere.

“Non ha mai perso un momento di lavoro da quando è iniziata la guerra. È stato ferito tre volte e tutti gli chiedevano di smettere di lavorare e di riposarsi”, racconta Taghreed in una testimonianza video a Mondoweiss. “Ma lui diceva sempre che doveva essere un modello per i suoi colleghi e che non avrebbe mai smesso di lavorare e servire la sua gente. Ha rischiato la vita penetrando tra le macerie e tirando fuori i martiri. Sono orgogliosa di lui e spero che i nostri figli saranno come lui”.

Ricorda che lui le parlava sempre dei pericoli che correva, a volte dicendole che i droni quadricotteri li inseguivano sempre e a volte sparavano. Lei gli chiedeva se aveva paura e lui le rispondeva che Dio era con lui.

“Anwar lascia tre figlie, la più piccola delle quali ha quattro anni”, dice la moglie.

La scorsa settimana Al-Attar era stato inviato con i suoi colleghi della Protezione Civile in una missione per salvare una squadra di paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS) scomparsa, ma l’unico risultato è stato il blocco delle comunicazioni anche con lui e la squadra di soccorso.

Il corpo di Anwar è stato trovato qualche giorno dopo sepolto sotto la sabbia. Questo è stato il primo segno evidente che l’esercito israeliano aveva preso di mira la Difesa Civile e gli equipaggi della PRCS a Rafah, ha detto un portavoce della Difesa civile a Mondoweiss.

Pochi giorni dopo aver trovato il corpo di al-Attar le squadre della Protezione Civile che hanno scavato nella zona dopo aver ottenuto il permesso dall’esercito israeliano hanno trovato 14 cadaveri.

In una dichiarazione del 30 marzo il Ministero della Salute di Gaza ha affermato che i corpi appartenevano a 8 paramedici del PRCS, 5 membri della Difesa Civile e una persona la cui identità rimane sconosciuta.

Si specificava che gli equipaggi erano stati “giustiziati” e “alcuni sono stati trovati con le mani legate”.

Il Ministero ha aggiunto che i corpi dei componenti delle squadre di soccorso mostravano i segni di un’azione deliberatamente mirata. “Alcuni di loro sono stati colpiti alla testa e al torace e sono stati sepolti in buche profonde per evitare che venissero trovati”, ha affermato il Ministero.

Al funerale di al-Attar la scorsa settimana i membri della Difesa Civile che hanno salutato il loro collega caduto con le lacrime agli occhi hanno raccontato a Mondoweiss tramite una testimonianza video la dedizione di al-Attar al suo lavoro. “Ha svolto un lavoro umanitario durante la guerra e la sua missione era quella di recuperare i feriti e i martiri dalle macerie”, ha affermato Abdul Rahman Ashour, uno dei membri della Difesa Civile che ha riportato il corpo di al-Attar da Rafah.

“Il giubbotto e l’elmetto di Anwar, che lo identificano come un operatore della Protezione Civile, sono stati perforati da oltre 20 fori di proiettile”, ha dichiarato Ashour a Mondoweiss. “È stato colpito alla testa, al torace e nella parte inferiore del corpo. È stato brutalmente assassinato”.

Ashour dice che l’ambulanza del PRCS inviata a Rafah per rispondere alle chiamate di soccorso ha preso fuoco dopo essere stata colpita dall’esercito israeliano. È stato allora che al-Attar e la sua squadra sono stati inviati a bordo di un’autopompa e un’altra ambulanza.

“Gli equipaggi dell’ambulanza e dell’auto dei pompieri sono stati presi di mira subito”, ha aggiunto Ashour, dicendo che al-Attar e i suoi colleghi sono stati “giustiziati sul campo”.

Come si è svolto il massacro dei primi soccorritori

Nella scorsa settimana l’esercito israeliano ha fatto irruzione in varie zone della Striscia di Gaza, tra cui il quartiere Tal al-Sultan a Rafah, in particolare in un’area della parte occidentale comunemente nota come “al-Baraksat”. Durante i primi giorni dell’irruzione gli abitanti hanno condiviso storie orribili di esecuzioni di massa, giovani uomini raggruppati dentro dei fossati e fucilati a bruciapelo e bambini uccisi davanti alle loro madri.

Diversi sopravvissuti che sono riusciti a lasciare la zona hanno ripetuto questi racconti a Mondoweiss, ma al momento il giornale non è stato in grado di verificarli dato che a nessun soccorritore è stato permesso di raggiungere la zona a causa del rigido blocco imposto dall’esercito israeliano. Da allora sono emerse sempre più testimonianze di sopravvissuti e soccorritori provenienti dalla zona.

Marwan al-Hams, direttore degli ospedali da campo a Gaza, ha detto a Mondoweiss nel corso di una testimonianza video di aver ricevuto segnalazioni del ritrovamento a Rafah di “molti corpi e resti umani”. “È quanto rimane di un gruppo di martiri”, ha detto. “Le persone hanno cercato di recuperarli ma non ci sono riuscite. Li hanno semplicemente coperti di sabbia per evitare che venissero mangiati dai cani randagi”.

È stato in questo contesto che la scorsa settimana i civili intrappolati a Tal al-Sultan hanno inviato chiamate di soccorso al PRCS e alla Difesa civile nell’area di Rafah. Sono stati inviati due veicoli, seguiti, dopo la loro scomparsa, dagli altri due guidati da Anwar al-Attar.

Il destino di tutti gli equipaggi è rimasto sconosciuto per oltre una settimana. Durante questo periodo il PRCS e la Difesa Civile hanno tentato di ottenere il permesso di coordinamento dall’esercito israeliano per entrare a Rafah e cercare i loro colleghi scomparsi.

Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile nella Striscia di Gaza, racconta che non appena la squadra di Attar è arrivata a Rafah, l’esercito israeliano ha chiuso gli ingressi e le uscite della località, assediando di fatto i primi soccorritori. È stato allora che le comunicazioni sono andate perse, dice Basal.

“Abbiamo chiesto alle organizzazioni internazionali e alla comunità internazionale di aiutarci a trovare un accordo con l’occupazione per ottenere l’accesso all’area, così da poter conoscere la sorte delle nostre squadre”, racconta Basal a Mondoweiss. “Per diversi giorni abbiamo tentato di coordinarci, ma l’occupazione ha categoricamente rifiutato”.

Dopo numerose richieste il 27 marzo la Difesa civile, la Mezzaluna Rossa e l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) hanno ottenuto il coordinamento dall’occupazione.

“Siamo entrati a Rafah dopo molte difficoltà, solo per rimanere sconvolti  dall’entità del massacro che vi si era verificato”, racconta Basal. “Le forze di occupazione hanno aperto il fuoco pesante sui veicoli della Mezzaluna Rossa e della Difesa civile. I bulldozer israeliani hanno persino posizionato barriere di sabbia sull’area [dove erano stati sepolti], alterandone completamente le caratteristiche”.

“Tutte le evidenze sulla scena mostrano che le forze di occupazione israeliane hanno giustiziato gli equipaggi medici”, continua Basal, aggiungendo che durante le ricerche del 27 marzo i team hanno identificato il corpo di Anwar al-Attar. “Abbiamo cercato di localizzare gli altri, ma è calato il buio e ci ha impedito di completare la ricerca”.

Tre giorni dopo le squadre della Difesa Civile hanno trovato il resto degli equipaggi dispersi: 14 persone sepolte, alcune con le mani legate e con segni di colpi di arma da fuoco alla testa e al torace.

Basal sottolinea che le squadre della Difesa Civile e della Mezzaluna Rossa godono dell’immunità internazionale e sono protette dal diritto umanitario internazionale.

“Ma sfortunatamente l’occupazione ha una marcata familiarità con gli eccidi. Stiamo parlando di 105 martiri della Difesa Civile, tutti con l’immunità, ma l’occupazione li ha uccisi”, afferma Basal. “Questo dimostra che l’occupazione non ha linee rosse e non rispetta il diritto internazionale o umanitario”.

Una dichiarazione dell’esercito israeliano all’AFP [agenzia di stampa francese, ndt.] ha affermato che “pochi minuti” dopo che i soldati “hanno eliminato diversi terroristi di Hamas” aprendo il fuoco sui loro veicoli, “altri automezzi sono avanzati in modo sospetto verso le truppe”. La dichiarazione ha aggiunto che l’esercito ha sparato “verso i veicoli sospetti, eliminando diversi terroristi di Hamas e della Jihad islamica”.

L’esercito ha ammesso che un’indagine appena avviata ha rivelato che “alcuni” dei veicoli erano ambulanze e camion dei pompieri, aggiungendo che l’esercito condanna l’uso di tali veicoli da parte di “organizzazioni terroristiche” per “scopi terroristici”.

Mahmoud Basal smentisce queste accuse, affermando che l’occupazione ha voluto coprire il crimine sostenendo che si trattava di combattenti di Hamas e della Jihad islamica. Afferma che la Difesa Civile ritiene l’occupazione israeliana pienamente responsabile per l’uccisione degli equipaggi, la violazione del diritto umanitario internazionale e il massacro di personale medico e soccorritori, identificabili per i loro giubbotti arancioni.

“[L’uso di] questo giubbotto è coordinato con l’occupazione israeliana”, afferma Basal. “L’operazione di ingresso [delle squadre di soccorso a Rafah] era chiara, ma l’occupazione ha commesso il massacro e ora vuole liberarsi dal peso dell’onta”.

“Quello che è successo ai nostri equipaggi è un massacro a tutti gli effetti e un crimine per il quale l’occupazione deve essere ritenuta responsabile dal mondo libero e dalle organizzazioni umanitarie”, aggiunge Basal. “Ciò ha gravi ripercussioni e il mondo deve rendersi conto che quanto è successo a Gaza costituisce una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale”.

Tareq S. Hajjaj è il corrispondente da Gaza di Mondoweiss e membro dell’Unione Scrittori Palestinesi. Ha studiato letteratura inglese all’università Al-Azhar di Gaza. Ha iniziato la sua carriera di giornalista nel 2015 lavorando come scrittore esordiente e traduttore per il giornale locale, Donia al-Watan. E’ stato corrispondente per Elbadi, Middle East Eye e Al Monitor.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




I continui sforzi per impedire la normalizzazione del genocidio

 Awad Abdelfattah

28 marzo 2025 – Middle East Monitor

I lineamenti del conflitto coloniale in Palestina e la direzione nella quale sta andando sono diventati più evidenti che mai, configurando un chiaro ed esplicito piano genocidario e di sterminio. Gli assassini proseguono con i loro massacri senza ritegno, controllo morale o alcun riguardo per le istituzioni giuridiche internazionali e senza preoccuparsi delle conseguenze che avrà per loro in futuro.

È un’ironia il fatto che quando queste caratteristiche non erano ancora così evidenti e le notizie dei crimini erano meno diffuse a livello internazionale sia tra le istituzioni che tra la pubblica opinione, vi era ancora un certo limite alla brutalità. Oggi invece, nonostante l’evidente natura del crimine e la sua barbarie senza precedenti, esso ha il supporto e la legittimazione dell’impero americano e della maggior parte dei regimi occidentali, nel silenzio e nell’indifferenza delle grandi potenze orientali. Ciò provoca terrore non solo a questa parte del mondo, ma a tutti i popoli.

Siamo di fronte ad una realtà in cui è in atto un processo di normalizzazione del genocidio e di giudaizzazione della Palestina. Viene avanzato un piano di deportazione in negoziati con regimi arabi che da tempo sono caduti nella palude della dipendenza e della vergogna. L’amministrazione imperiale americana cerca di attuare il piano e di imporre la normalizzazione ai regimi arabi come via per porre fine alla causa palestinese e stabilire un controllo diretto israeliano sulla regione. Questo viene ottenuto col normalizzare le relazioni tra il regime criminale israeliano e il regno dell’Arabia Saudita, che finora appare riluttante, proponendo ancora una volta la soluzione dei due Stati. Tuttavia riproporre tale soluzione senza definire in che cosa essa consisterà, compresi i confini dello Stato e la sua sovranità, significa sostanzialmente normalizzare le relazioni con il regime di apartheid, il progetto coloniale e gli sforzi per portare a compimento la giudaizzazione della Palestina.

Tramite la lobby sionista americana Israele trova nelle attuali circostanze internazionali una storica opportunità per risolvere il conflitto una volta per tutte a vantaggio del suo progetto, che si estende oltre la Palestina fino al Libano, alla Siria e al resto della regione araba. Le persone sensate con una formazione storica sanno che attuare il suo progetto strategico, che consiste nel seppellire la causa palestinese e risolvere il conflitto attraverso l’emarginazione politica o fisica del popolo palestinese, è impossibile. Il popolo palestinese non è la Germania o il Giappone durante la seconda guerra mondiale, come afferma la propaganda sionista. Questi due Paesi erano sotto regimi nazista e fascista nel primo caso, ed espansionista, coloniale e militarista nel secondo caso. La Palestina invece è una terra usurpata, in cui è nato un movimento di liberazione nazionale, che resiste e persegue l’indipendenza e la libertà, come avviene nella maggior parte dei Paesi colonizzati. La Palestina non ha invaso una potenza straniera ed il suo popolo non ha aggredito un’altra nazione.

Al contrario, la terra e il popolo sono stati, e continuano ad essere, vittime della barbara aggressione di un’alleanza coloniale occidentale-sionista. Prima e dopo la Nakba del 1948, soprattutto negli anni ’60 del 1900, questo movimento nazionale si offrì di accettare la presenza di ebrei europei in Palestina e la coesistenza in un unico Stato e questo movimento palestinese fece una concessione, senza precedenti in qualunque movimento di liberazione nazionale nella storia moderna, accettando l’ingiusta “soluzione dei due Stati” e firmò un accordo preliminare, gli Accordi di Oslo del 1993, sperando di ottenere uno Stato indipendente sul 22% della sua patria. Questo movimento nazionale ed il suo popolo hanno pagato e continuano a pagare un caro prezzo per essere caduti in questa illusione mortale. Ciò ha rivelato la natura del progetto sionista che non può tollerare la richiesta di pace e giustizia, poiché la sua struttura e ideologia sono fondate sull’assoluta negazione dell’altro, non sulla coesistenza con esso su un piano di parità.

Nessuno avrebbe potuto immaginare, in quest’epoca, che la discussione non avrebbe riguardato come rinnovare gli sforzi per arrivare alla pace e risolvere un lungo e vasto conflitto con una soluzione giusta, ma piuttosto quali strumenti usare per fare pulizia etnica di un popolo indigeno: vuoi attraverso una migrazione volontaria, vuoi continuando a spargere sangue e eliminare il maggior numero possibile di palestinesi. Così l’occidente ci ha riportati a quelle epoche oscure in cui ha spazzato via intere nazioni dalla faccia della terra per acquisire e ottenere ricchezza.

In questa fase violenta del conflitto il popolo palestinese ha fatto sacrifici astronomici ed ha subito gravi perdite che, agli occhi della maggioranza, sono il prezzo per ottenere la libertà. Questa libertà non può arrivare adesso, ma un giorno arriverà. Comunque questa questione deve essere oggetto di una sincera discussione e revisione, specialmente su come gestire il conflitto con il colonialismo, su quali costi il popolo può sopportare e, cosa più importante di tutte, su come affrontare la fase attuale e quelle future, con quali strumenti e strategie. Non c’è dubbio che il popolo palestinese e il suo movimento nazionale abbiano urgente bisogno di un radicale ripensamento della questione.

Stante il fatto che le speranze di raggiungere una liberazione anche parziale si stanno affievolendo, il popolo palestinese si trova ad un punto di svolta storico significativo e molto pericoloso. La sua priorità è diventata porre fine al genocidio prima di riprendere la strada della liberazione. Tuttavia questa catastrofe è esacerbata dal fatto che non vi è niente all’orizzonte per la sua salvezza se non la propria risolutezza nel sopportare questa fase del conflitto. L’aspetto più pericoloso è l’impossibilità di raggiungere l’unità dei palestinesi e un accordo su una leadership unita e responsabile che sia all’altezza dei sacrifici del suo popolo. Non realizzare questa missione resta una ferita profonda nella coscienza palestinese.

Perciò le priorità e i compiti del popolo palestinese, vista la diminuzione della sua influenza [sullo scenario mondiale, ndt.], restano imperniati sul mettere pressione per fermare il genocidio e proseguire negli sforzi e iniziative nazionali indipendenti per creare una forza popolare di pressione e mobilitare le masse, di concerto con i movimenti delle generazioni palestinesi all’estero e col movimento popolare mondiale che esemplifichi l’intersezionalità della lotta.

E’ diventato chiaro che non c’è soluzione all’orizzonte, neanche sul medio termine, a meno che intervengano improvvisi sviluppi che ribaltino gli equilibri. Vi saranno molti anni in cui il progetto israeliano prevarrà, grazie alla forza militare, al supporto dell’impero americano e all’assenza degli arabi e dei musulmani dal processo. Perciò il compito principale di affrontare questo progetto di sterminio pesa sulle spalle della forza popolare palestinese, sia dentro che fuori la Palestina, e sui suoi alleati, il cui numero è cresciuto e la cui consapevolezza della realtà del sistema criminale globale è anch’essa cresciuta.

Data questa brutalità e l’assenza di un supporto per il popolo palestinese, soprattutto da parte degli arabi, diviene più evidente l’importanza degli sforzi, della perseveranza e della determinazione delle forze libere professionali e politiche, sia palestinesi che internazionali, per impedire la normalizzazione del genocidio in Palestina. Questo deve accadere, per quanto brutali siano gli assassini, per quanto gli attivisti nel mondo, o i funzionari delle istituzioni internazionali, siano perseguitati, vilipesi e minacciati. Questi sforzi servono ad accumulare prove che valgano come strumenti per mettere all’angolo gli assassini e i loro complici in una lunga battaglia per ristabilire l’umanità e la giustizia. Il giorno in cui la battaglia si placherà e si svelerà la portata degli orribili crimini sta arrivando e Israele e i suoi leader verranno continuamente perseguiti fino a che si ottengano giustizia e punizione.

Questo articolo è apparso in arabo su Arab48 il 25 marzo 2025

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

 

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)Inizio modulo




Netanyahu revoca la nomina di Eli Sharvit come nuovo direttore dello Shin Bet

Redazione di MEMO

1 aprile 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha revocato la nomina del comandante della marina israeliana in pensione Eli Sharvit come nuovo direttore del servizio di sicurezza interno Shin Bet.

Una dichiarazione dell’ufficio di Netanyahu ha espresso ringraziamenti nei confronti di Sharvit per la “volontà di assumere l’incarico”, ma gli ha detto che “dopo ulteriori riflessioni, intende sottoporre a colloquio altri candidati.”

Secondo i media israeliani, incluso il sito web di notizie del Times of Israel, la coalizione di governo si è opposta alla sua nomina a causa della sua partecipazione alle proteste di massa contro il progetto del governo relativo alla riforma giudiziaria.

I media israeliani hanno anche legato la decisione a dichiarazioni fatte precedentemente quest’anno da Sharvit che ha pubblicamente criticato le precedenti politiche sul cambiamento climatico del presidente statunitense Donald Trump.

Lunedì Netanyahu aveva annunciato che il comandante in pensione della marina israeliana Eli Sharvit sarebbe stato il nuovo direttore dello Shin Bet per sostituire Ronen Bar, anche dopo che la Corte Suprema israeliana ha emesso una ingiunzione temporanea che impedisce di porre fine all’incarico di Bar fino all’8 aprile. La Corte, tuttavia, ha permesso al primo ministro di sottoporre a colloquio potenziali sostituti.

Il governo di Netanyahu si è si è attivato il 21 marzo per rendere effettiva la fine dell’incarico di Bar il 10 aprile, a meno che non fosse nominato prima un successore definitivo.

Il tentativo di licenziare Bar segna la prima volta che un governo israeliano ha cercato di rimuovere un capo dello Shin Bet. Netanyahu ha insistito che la decisione rientri nell’ambito dei poteri dell’esecutivo e che non dovrebbe essere sottoposta a valutazione giudiziaria.

Bar ha lasciato intendere che dietro la sua rimozione ci siano le motivazioni politiche, suggerendo che Netanyahu sta cercando una “fedeltà personale” che lui non gli avrebbe garantito.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)

 




Una conferenza israeliana sull’antisemitismo sta fallendo … perché ha invitato troppi antisemiti

Jonathan Ofir

26 marzo 2025- Mondoweiss

Una conferenza israeliana sull’antisemitismo è finita sotto accusa a causa della partecipazione di politici europei di estrema destra, molti dei quali con una storia di razzismo antiebraico. Sebbene questa lista di invitati sia offensiva, non dovrebbe sorprendere data la storia del sionismo.

Oggi il governo israeliano inizierà a ospitare una conferenza di due giorni sull’antisemitismo. Ironicamente l’iniziativa ha cominciato a sgretolarsi a causa delle accuse secondo cui troppe persone che vi partecipano sarebbero antisemite.

La conferenza di questa settimana è presieduta dal Ministero della Diaspora di Israele, che è guidato da Amichai Chikli (Likud). La conferenza intitolata “Conferenza internazionale sulla lotta all’antisemitismo” è il culmine della “settimana della Diaspora” di Israele, ma in realtà è pensata per raccogliere ulteriore sostegno alle politiche razziste di Israele. Chikli ha difeso Elon Musk l’anno scorso quando quest’ultimo ha attaccato George Soros come “odiatore dell’umanità” e paragonandolo al cattivo dei fumetti X-Men Magneto, che come Soros è un sopravvissuto all’Olocausto. Ora, la lista degli invitati alla sua conferenza sull’antisemitismo sta generando così tante polemiche che persino i sionisti reazionari non possono sostenerla. Secondo il Times of Israel, questi ospiti includono:

“L’elenco degli ospiti della conferenza include i controversi politici europei di destra Jordan Bardella, presidente del partito di estrema destra francese Rassemblement National fondato dal noto antisemita e negazionista dell’Olocausto Jean-Marie Le Pen; Marion Marechal, membro francese di estrema destra del Parlamento europeo e nipote di Le Pen; Hermann Tertsch, membro spagnolo di estrema destra del Parlamento europeo; Charlie Weimers del partito di estrema destra Sweden Democrats; e Kinga Gál, del partito ungherese Fidesz”.

Questo Who’s Who [almanacco, n.d.t.] dell’estrema destra europea ha portato alcuni dei più noti difensori di Israele, come il CEO dell’Anti-Defamation League Jonathan Greenblatt, il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis e altri, a ritirarsi dall’evento.

Ma uno sguardo alla storia del sionismo mostra che tali alleanze non sono insolite. Infatti i leader sionisti e lo stato israeliano hanno a lungo avuto rapporti con fascisti e antisemiti con l’obiettivo di colonizzare la Palestina.

La lunga storia di collaborazione tra sionisti e antisemiti

Sebbene possa sorprendere qualcuno, la conferenza e la sua lista di ospiti indecenti non sono fuori luogo nella storia del sionismo. Infatti, proprio agli albori del sionismo, il fondatore Theodor Herzl scrisse nel suo diario che “gli antisemiti diventeranno i nostri amici più affidabili, i paesi antisemiti i nostri alleati”. Ed è proprio così che si è svolta la storia.

Tali alleanze hanno avuto luogo in varie occasioni nel corso della storia del sionismo, per vari obiettivi specifici. Tali obiettivi includevano l'”Accordo di trasferimento”, progettato dello Yishuv sionista (la comunità politica ebraica in Palestina) negli anni 1933-39, in vista del quale ebbe luogo l’incontro di Berlino del 1937 tra Adolf Eichmann e l’ebreo sionista e agente dell’Haganah Feivel Polkes. L’incontro includeva una discussione sulla possibilità che i nazisti potessero fornire armi per la lotta sionista contro il Mandato britannico in Palestina. Lo stesso anno Eichmann visitò la Palestina, ospitato da Polkes.

Un altro esempio fu quando la banda Stern (o LEHI, una propaggine dell’Irgun, guidata da Yaakov Stern) tentò di stringere un’alleanza con la Germania nazista nel 1940-41. Le loro proposte a Hitler offrivano “una partecipazione attiva alla guerra dalla parte della Germania”, menzionavano una “partnership di interessi” tra “la visione del mondo tedesca e le vere aspirazioni nazionali del popolo ebraico”. Sostenevano che “l’istituzione dello storico stato ebraico su una base nazionale totalitaria, in un rapporto di alleanza con il Reich tedesco, è compatibile con la conservazione del potere della Germania”. L’Irgun e la banda Stern erano entrambi discendenti ideologici di Vladimir Jabotinsky e del suo “Muro di ferro”, che è anche l’ideologia fondante del partito Likud. I leader di questi gruppi paramilitari, Menachem Begin e Yitzhak Shamir, divennero poi primi ministri di Israele. Naturalmente anche l’attuale primo ministro, Benjamin Netanyahu, è un erede di questa ideologia.

Negli anni ’30 i seguaci di Jabotinsky si formarono in Italia sotto Mussolini, il cui governo fascista annotò:

“In accordo con tutte le autorità competenti è stato confermato che le opinioni e le inclinazioni politiche e sociali dei revisionisti sono note e che sono assolutamente in accordo con la dottrina fascista. Pertanto, come nostri studenti, porteranno la cultura italiana e fascista in Palestina”.

Anni dopo Netanyahu non ha fatto che rafforzare le alleanze con i governi di estrema destra e ha gettato a mare gli ebrei e la storia della persecuzione ebraica. Lo ha fatto quando ha “assolto” il presidente ungherese Victor Orban proprio mentre Orban elogiava i collaboratori nazisti e attaccava George Soros con una campagna antisemita, e quando ha aiutato la Polonia nel suo tentativo ultranazionalista e revisionista di occultare [gli episodi di collaborazionismo e attiva partecipazione n.d.t.] della propria storia durante l’Olocausto.

Questa storia evidenzia come sionisti e antisemiti abbiano spesso trovato un terreno politico comune, esattamente come aveva previsto Herzl. Per gli antisemiti l’idea dello “Stato ebraico” rappresenta qualcosa con cui possono identificarsi: il potere brutale e ultra-nazionalista contro una popolazione oppressa non bianca (che si sposa con le loro politiche anti-immigrazione ultra-nazionaliste).

L’approvazione sionista è stata anche usata per ripulire i propri precedenti: se lo Stato ebraico li “certifica”, non possono essere razzisti.

L’obiettivo di Israele: legittimare il genocidio

Ciò che l’intera vicenda ha chiarito è che niente di tutto questo riguarda realmente l’antisemitismo. L’obiettivo di Chikli è combattere coloro che criticano Israele.

Nella sua lettera aperta a Papa Francesco lo scorso dicembre, Chikli ha criticato il suggerimento fin troppo blando del Papa di studiare se Israele stesse effettivamente commettendo un genocidio. Chikli ha tirato fuori la carta dell’Olocausto e ha suggerito che il Papa stesso si stesse impegnando nella negazione dell’Olocausto attraverso la “banalizzazione”:

“Come popolo che ha perso sei milioni di figli e figlie nell’Olocausto, siamo particolarmente sensibili alla banalizzazione del termine “genocidio”, una banalizzazione che si avvicina pericolosamente alla negazione dell’Olocausto“.

Quando stabilisci il tuo “stato ebraico” attraverso l’espropriazione dei palestinesi il tuo sionismo alla fine porterà l’antisemitismo al punto di partenza rafforzando le stesse forze che hanno portato avanti la tua persecuzione storica.

Non esiste un “nuovo antisemitismo”. Israele sta solo cercando di costruire un sostegno per il suo razzismo anti-palestinese sfruttando la storia di oppressione del popolo ebraico.

Forse riusciranno ancora a spararsi sui piedi.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




‘Picchiato mentre era in arresto’: Israele scarcera il regista vincitore dell’Oscar

Redazione di MEMO

25 marzo 2025 – Middle East Monitor

Le autorità di occupazione israeliane hanno rilasciato Hamdan Ballal il regista palestinese vincitore del premio Oscar dopo che ieri è stato picchiato e imprigionato dalle forze di occupazione israeliane.

Dopo aver passato una notte ammanettato e picchiato in una base militare, Hamdan Ballal è adesso libero e sta per ricongiungersi alla sua famiglia,”, ha scritto il co-regista israeliano del film Yuval Abraham in un post sul social media X [precedentemente Twitter, ndt.].

Condividendo una fotografia di Ballal su Instagram, il loro co-regista Basil Adraa ha scritto: “Hamdan è stato scarcerato ed è adesso in un ospedale di Hebron per essere curato. È stato picchiato dai soldati e dai coloni su tutto il corpo. Durante la scorsa notte nella base militare i soldati lo hanno lasciato bendato e ammanettato.”

Ballal è stato portato via dalla sua casa presso il villaggio di Susya, nella Cisgiordania occupata, dopo che ieri i coloni l’hanno attaccata. Questi ultimi non solo lo hanno picchiato, ma hanno vandalizzato la sua proprietà, hanno frantumato i vetri dell’auto e squarciato le gomme.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polvere di amianto minaccia gran parte di Gaza

Shaimaa Eid

24 marzo 2025 – The Electronic Intifada

Mentre prosegue la rimozione delle macerie a Gaza, i funzionari sanitari segnalano crescenti preoccupazioni per le fibre di amianto contenute nelle polveri sospese nell’aria, con gravi rischi per la salute tra cui asbestosi, cancro e malattie respiratorie croniche.

L’amianto, un materiale fibroso un tempo utilizzato in edilizia per la sua resistenza al calore e al fuoco, è oggi classificato a livello globale come cancerogeno. A causa dei massicci bombardamenti israeliani su Gaza, che hanno distrutto circa il 92% delle unità abitative, l’amianto si è polverizzato e diffuso nell’aria.

Il dottor Shadi Awad, specialista in pneumologia e broncoscopia all’ospedale Al-Shifa, avverte che gli abitanti di Gaza inalano ogni giorno aria inquinata da fumi e residui della distruzione, con un impatto diretto sulla loro salute.

«L’aria contaminata penetra nelle vie respiratorie e danneggia direttamente i tessuti polmonari, provocando infiammazioni croniche e gravi disturbi respiratori. Nei prossimi anni potremmo assistere a un aumento dei casi di malattie polmonari a causa dell’esposizione continua a queste particelle nocive», ha dichiarato a The Electronic Intifada in un’intervista telefonica.

Secondo le Nazioni Unite, enormi quantità di macerie a Gaza contengono amianto, una sostanza vietata in almeno 55 paesi per il suo elevato rischio sanitario.

Le stime dell’ONU indicano che i detriti ammontano a circa 39 milioni di tonnellate, contenenti materiali pericolosi come amianto e ordigni inesplosi, complicando le operazioni di bonifica e mettendo a rischio i civili.

Aria pericolosa
A Shujaiya, quartiere di Gaza City pesantemente danneggiato, Widad al-Soutari, 63 anni, vive tra le rovine della sua casa di tre piani. Mentre cerca di riparare i muri crollati, esprime le sue paure per il dopo-guerra.

«Abbiamo perso la casa e i nostri cari, e ora temiamo di perdere anche la salute», dice. «Vogliamo solo vivere in pace, ma qui non è più sicuro nemmeno respirare l’aria ».

Widad, nonna di cinque nipoti, aggiunge: «Temo che un giorno i miei nipoti saranno condannati a una morte lenta a causa di questa polvere tossica».

Dall’altra parte della città, a Sheikh Radwan, Hala Salama, 55 anni, e la sua famiglia vivono costantemente nell’ansia. Dopo essere sopravvissuti ai bombardamenti israeliani, ora affrontano l’inquinamento causato dalle macerie.

«Soffro di asma e ultimamente sento bruciore al petto e ho difficoltà a respirare senza l’inalatore», racconta.

«Da quando ho saputo dei pericoli dell’amianto, non apriamo più le finestre. Ma la polvere degli edifici distrutti entra comunque. La guerra non ci ha uccisi, ma questa polvere potrebbe farlo».

Hala sottolinea che molti suoi vicini lamentano sintomi simili, senza alcuna campagna di sensibilizzazione o misura per ridurre i rischi.

Il dottor Awad avverte che le cure per le patologie legate all’amianto sono costose e complesse, spesso richiedono broncodilatatori, antibiotici, corticosteroidi e farmaci per la tosse. Nei casi avanzati, quando si sviluppa il cancro, le opzioni terapeutiche sono estremamente limitate.

Case potenzialmente letali

La situazione è ancora più critica nel campo profughi di Beach. Molti abitanti vivono in baracche costruite decenni fa con lastre di amianto.

Muhammad al-Hassani, 30 anni, residente nel campo, esprime le sue preoccupazioni dopo gli ultimi avvertimenti dell’ONU sull’esposizione all’amianto.

«A Beach viviamo in case fatte di amianto. Quello che ho sentito in questi giorni mi ha fatto temere per la mia salute e quella della mia famiglia», dice.

«La gente qui non ha alternative. Fa fatica a permettersi persino i pasti quotidiani».

Ahmad al-Farra, primario di pediatria presso l’ospedale del Complesso Medico Nasser, ha segnalato un aumento di casi legati all’amianto a causa delle ripercussioni ambientali e sanitarie del genocidio israeliano.

In una telefonata con The Electronic Intifada, al-Farra ha dichiarato che Gaza è sull’orlo di una catastrofe sanitaria, con un picco di malattie tra cui tumori e patologie correlate all’amianto.

Ha spiegato che in molte case a Gaza per proteggersi da vento e pioggia gli abitanti hanno utilizzato lastre di amianto per i tetti. Ha anche riferito del pericolo rappresentato dalla presenza di ordigni inesplosi tra le macerie.

Al-Farra ha evidenziato che il sistema sanitario di Gaza è al collasso, con numerose strutture mediche, tra cui ospedali e centri di assistenza primaria, distrutte o danneggiate dagli attacchi israeliani.

Un futuro aumento di patologie legate all’amianto costituirebbe una sfida al di sopra delle capacità del Ministero della Salute locale.

Il dottor Awad insiste sul fatto che ridurre l’esposizione alla polvere è il modo migliore per limitare questi rischi, per esempio indossando mascherine ed evitando le aree più inquinate.

Avverte tuttavia che si tratta di soluzioni temporanee: Gaza ha bisogno di un intervento ambientale e sanitario urgente per scongiurare conseguenze catastrofiche a lungo termine.

Shaimaa Eid è una giornalista di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Giacomo Coggiola)