Il leader dell’opposizione “liberale” israeliana concorda con Mike Huckabee sul fatto che la Bibbia dia a Israele il diritto alla terra dall’Egitto all’Iraq

Jonathan Ofir

24 febbraio 2026 – Mondoweiss

Mike Huckabee ha fatto notizia quando ha affermato che Israele ha il diritto biblico alla terra dall’Iraq all’Egitto in un’intervista con Tucker Carlson. I sostenitori di Israele hanno cercato di liquidare l’idea come assurda, ma il leader dell’opposizione israeliana Yair Lapid afferma di essere d’accordo.

Tutti parlano dell’intervista di Tucker Carlson all’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee. Ha ottenuto milioni di visualizzazioni e, se c’è un elemento che ha catturato l’attenzione, è stata l’opinione di Huckabee secondo cui Israele avrebbe un diritto biblico sulla terra che va dall’Eufrate in Iraq al Nilo in Egitto.

Carlson è rimasto scioccato e lo ha incalzato su questo punto:

“Cosa significa? Israele ha diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è l’atto originale.”

Huckabee è stato chiaro: “Sarebbe giusto la prendessero tutta.”

Alcuni sono rimasti scioccati. Sostenitori dell’Hasbara (propaganda) israeliana come Eylon Levy hanno cercato di smorzare i toni, rispondendo su X che “letteralmente nessuno” con potere in Israele ci crede e pensarlo è “una fantasia delirante dell’immaginazione dell’antisemita”. Poi ha aggiunto: “Smettetela di diffondere stupide stronzate cospirazioniste”.

Persino il giornalista di Haaretz Gideon Levy ha affermato che Huckabee è un estremista che non rappresenta né gli Stati Uniti né Israele: “ne rappresenta a malapena i pazzi”, ha scritto. “Huckabee parla con tracotanza in modi che non oserebbero neppure Ben-Gvir e Kahane”, era il titolo di Levy:

“Non per niente Carlson ha detto: quest’uomo non rappresenta il mio Paese; rappresenta Israele. Non è nessuna delle due cose, Carlson. Quest’uomo non rappresenta Israele, rappresenta a malapena i suoi pazzi. Ma è sicuramente possibile che rappresenti un’America in divenire, un’America il cui Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente elogiato “l’eredità cristiana” dell’Occidente durante una visita a Monaco.”

Ma poi, il leader dell’opposizione israeliana “liberale” Yair Lapid ha confutato entrambi i Levy.

Lunedì, in una conferenza stampa per il suo partito Yesh Atid (“C’è un futuro”), Lapid ha risposto a una domanda di un giornalista religioso del Kipa News:

“Buon pomeriggio signore. L’ambasciatore Huckabee ha dichiarato questa settimana, e conosciamo l’estensione dell’influenza americana sul nostro governo, che sostiene il controllo israeliano dall’Eufrate al Nilo, il che significa [controllo] su Libano, Giordania, Siria. Lei è d’accordo o pensa che questo debba essere fermato?”

“Guardi, non credo di avere dei dubbi a livello biblico su quali siano i confini originali di Israele. L’Eufrate, l’ultima volta che ho controllato, era in Iraq. Non credo che quando gli americani entrarono in Iraq abbiano provato un grande sollievo. Appoggio qualsiasi cosa che permetta agli ebrei di avere una terra grande, vasta e forte, e un rifugio sicuro per noi, per i nostri figli e per i figli dei nostri figli. Questo è ciò che sostengo.”

Il giornalista ha sfidato Lapid a definirne e dimensioni:

“Quanto grande?”

“Quanto possibile.”

“Fino all’Iraq?”

“La discussione riguarda la sicurezza. Il fatto che ci troviamo nella nostra terra ancestrale… La posizione di Yesh Atid è la seguente: il sionismo si basa sulla Bibbia. Il nostro mandato sulla terra di Israele è biblico. I confini biblici di Israele sono chiari. Ci sono anche considerazioni di sicurezza, di politica e di tempo. Siamo stati in esilio per 2000 anni… non vorrà mica ascoltare tutta questa lezione vero? Almeno non se lo aspettavaLa risposta è: ci sono considerazioni pratiche. Oltre alle considerazioni pratiche, credo che il nostro titolo di proprietà sulla terra di Israele sia la Bibbia, quindi i confini sono i confini biblici.”

Aspetti, quindi fondamentalmente, la grande, vasta terra di Israele?”

“Fondamentalmente, la grande, immensa e vasta Israele, per quanto è possibile [a seconda del momento, n.d.t.] entro i limiti della sicurezza israeliana e nel rispetto delle valutazioni della politica di Israele”.

Quindi ecco qua. La Bibbia è il nostro atto di proprietà. Come disse il primo Primo Ministro israeliano, David Ben-Gurion.

Lapid ha affermato il suo principio di “massimo numero di ebrei sul massimo di terra, con massima sicurezza e con minimo di palestinesi” più di dieci anni fa. Ora afferma che la “massima estensione di terra” è solo una questione di necessità – di “considerazioni pratiche”.

Un leader dell’opposizione israeliana “liberale” e “laico” ci ha appena detto che “il sionismo si basa sulla Bibbia”.

Penso che dovremmo credergli. Dobbiamo smetterla di parlare di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e Huckabee. È il sionismo, stupido.

(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)




Israele chiude cinque organi di informazione palestinesi a Gerusalemme

Redazione MEE

24 febbraio 2026 – Middle East Eye

Rabbia per i continui tentativi di eliminare la documentazione dei crimini israeliani contro i palestinesi, soprattutto alla Moschea di Al-Aqsa

Israele ha chiuso cinque organi di informazione palestinesi che riportano notizie su Gerusalemme est occupata, stigmatizzandoli come “organizzazioni terroristiche”.

Secondo la radio dell’esercito israeliano domenica il Ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato che le pubblicazioni Quds Plus, Maraj, Al-Maydan, Al Quds al-Asima e Asima Agency sarebbero state vietate.

Pare che la decisione sia stata presa dopo che lo Shin Bet, l’agenzia di sicurezza interna di Israele, ha detto che Hamas stava cercando di scatenare tensioni a Gerusalemme durante il mese di Ramadan, utilizzando siti web come “copertura per il movimento”.

Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna ulteriore prova a sostegno delle accuse.

Commentatori hanno affermato che la decisione fa parte di un continuo tentativo di eliminare la documentazione delle violazioni israeliane alla Moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, uno dei siti più sacri dell’islam.

Abdullah Marouf, professore di studi su Gerusalemme, ha scritto su X: “Questo significa una sola cosa: l’occupazione sta per attuare una mossa decisiva nei prossimi giorni e settimane a Gerusalemme e alla sacra Moschea di Al-Aqsa. Ecco perché sta mettendo a tacere preventivamente tutte le voci di informazione di Gerusalemme.

La Asima Agency ha detto di aver sospeso tutte le sue attività di informazione, “non per retrocedere dalle proprie posizioni o abbandonare la propria linea, ma per proteggere i corrispondenti e i giornalisti gerosolimitani dall’oppressione e dall’aggressione dell’occupazione”.

L’agenzia ha affermato di essere un organo di informazione da Gerusalemme indipendente e autofinanziato.

Gerusalemme resterà il nostro campo d’azione, la Moschea di Al-Aqsa la nostra causa e la libera espressione è un impegno che non si spegne col tempo”, ha dichiarato.

Secondo la radio dell’esercito israeliano definire le piattaforme di informazione “terroriste” in base alle leggi antiterrorismo permette alle autorità israeliane di chiuderle, di vietare i loro contenuti e bloccare tutte le loro attività digitali.

Soffocare le voci palestinesi indipendenti’

Alcuni giorni prima della decisione la giornalista palestinese Nisreen Salem Al-Abd è stata arrestata mentre svolgeva un reportage a Gerusalemme.

In seguito è stata rilasciata, secondo un avvocato, a condizione che sarebbe rimasta agli arresti domiciliari per 10 giorni, senza poter usare il suo telefonino o i suoi social media durante gli arresti e le è stato impedito di andare alla Moschea di Al-Aqsa per 180 giorni.

Il Forum dei media palestinesi ha condannato la decisione di censurare gli organi di informazione.

E’ un chiaro tentativo di soffocare le voci palestinesi indipendenti, stravolgere il loro ruolo di rendere nota la realtà di ciò che accade e mettere a tacere la loro narrazione verso il pubblico arabo e internazionale”, ha dichiarato.

Consideriamo la decisione una patente violazione della libertà di stampa e di espressione e una trasgressione degli standard internazionali che garantiscono la libertà del lavoro di informazione.”

Le autorità israeliane hanno vietato a migliaia di fedeli palestinesi di entrare alla Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme est occupata per praticare la preghiera del primo venerdì di Ramadan la scorsa settimana, nonostante avessero i permessi precedentemente concessi.

La Moschea di Al-Aqsa è stata al centro della pluridecennale occupazione israeliana della Palestina.

Per i palestinesi e per i musulmani di tutto il mondo la moschea simbolizza la lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza. Per molti israeliani ultra nazionalisti essa è il luogo in cui sperano di vedere eretto il terzo tempio ebraico.

Per decenni è stata governata da un accordo internazionale che manteneva il suo status religioso come esclusivo sito islamico.

Ma dall’occupazione di Gerusalemme est nel 1967 Israele ha gradualmente compromesso tale status attraverso continue restrizioni all’accesso per musulmani e palestinesi, espandendo al contempo la presenza e il controllo degli ebrei.

Negli ultimi anni vi sono state frequenti incursioni di coloni accompagnati dalle forze israeliane, mentre ai funzionari della Waqf islamica (antica istituzione del diritto islamico, fondazione pia a scopo di beneficenza, ndtr.) è stato impedito di amministrare il complesso della Moschea di Al-Aqsa.

La scorsa settimana la polizia israeliana ha arrestato l’imam di Al-Aqsa nel cortile della moschea, con un’iniziativa che secondo i palestinesi minaccia ulteriormente la sacralità del sito durante il mese sacro del Ramadan.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)

 




Arrestati numerosi palestinesi durante un raid delle forze israeliane in una città della Cisgiordania occupata

Redazione di Middle East Monitor

24 febbraio 2026 MEMo

Le forze israeliane hanno fatto irruzione in una città palestinese a sud di Nablus, nella Cisgiordania settentrionale, arrestando diverse persone e danneggiando proprietà, secondo quanto ha dichiarato martedì un funzionario locale.

Yaqub Oweis, presidente del consiglio locale di Lubban orientale, ha dichiarato ad Anadolu [agenzia stampa di proprietà del governo di Turchia, ndt.] che le truppe israeliane sono entrate in città intorno a mezzanotte, hanno perquisito diverse abitazioni e danneggiato alcune proprietà all’interno delle abitazioni.

Ha poi affermato che diversi giovani sono stati arrestati, senza specificarne il numero.

Oweis ha detto che dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023 la città, che ha una popolazione di circa 4.200 palestinesi, ha subito ripetute chiusure e l’inasprimento delle restrizioni da parte delle forze israeliane.

Ha aggiunto che anche coloni israeliani illegali hanno fatto irruzione nella città e compiuto atti di vandalismo.

Lubban orientale si trova lungo la strada principale che collega Ramallah a Nablus. Diversi insediamenti e avamposti israeliani sono stati costruiti su terreni di proprietà della città.

Asma al-Aboushi, una residente, ha raccontato il raid israeliano nella sua casa: “Ci hanno fatto sedere tutti, hanno perquisito la casa e ci hanno fotografato per verificare la nostra identità. Due soldati sono scesi in cucina per perquisirla”, ha raccontato ad Anadolu.

Ha detto che poi i soldati hanno detto che i loro colleghi in cucina al piano di sotto stavano mangiando e hanno iniziato a ridere. “Poi si sono coperti il ​​volto con delle mascherine e hanno iniziato a mangiarci sotto, guardandoci per vedere chi se ne fosse accorto”, ha detto.

Aboushi ha detto che i soldati hanno preso il suhoor (il pasto prima dell’alba durante il Ramadan) della famiglia e lasciato la casa a soqquadro.

Non ci sono stati commenti immediati sul raid da parte dell’esercito israeliano.

Altrove i testimoni hanno riferito che le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Silwad, a est di Ramallah, con decine di soldati dispiegati nei diversi quartieri.

L’esercito israeliano effettua regolarmente raid e perquisizioni nelle città e nelle case palestinesi in tutta la Cisgiordania occupata.

I palestinesi affermano che l’esercito ha intensificato gli arresti dall’inizio del Ramadan la scorsa settimana.

Domenica la Palestinian Prisoner Society, un’organizzazione non governativa, ha dichiarato che le forze israeliane hanno arrestato più di 100 palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del Ramadan.

Secondo dati palestinesi più di 9.300 palestinesi sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 66 donne e 350 bambini.

La violenza è aumentata in Cisgiordania dall’inizio della guerra di Gaza nell’ottobre 2023. Più di 1.116 palestinesi sono stati uccisi, circa 11.500 feriti e circa 22.000 arrestati, secondo dati palestinesi.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




“Al-Aqsa è un detonatore”: crolla l’accordo di oltre mezzo secolo sulla preghiera nel luogo sacro di Gerusalemme

Julian Borger ed Emma Graham-Harrison da Gerusalemme

Venerdì 20 feb 2026 The Guardian

La polizia israeliana fa irruzione nel complesso, arresta il personale e limita l’accesso ai musulmani all’inizio del Ramadan

Un accordo durato sei decenni che regolava la preghiera musulmana ed ebraica nel luogo sacro più sensibile di Gerusalemme è “collassato” sotto la pressione degli estremisti ebrei sostenuti dal governo israeliano, hanno segnalato gli esperti.

Una serie di arresti fra il personale musulmano addetto alla custodia, divieti di accesso per centinaia di musulmani e crescenti incursioni da parte di gruppi ebrei radicali sono culminati questa settimana nell’arresto di un imam della moschea di al-Aqsa e in un raid della polizia israeliana durante le preghiere serali della prima notte di Ramadan.

Gli interventi della polizia di Gerusalemme e delle forze di sicurezza interna dello Shin Bet, entrambe ora sotto una guida di estrema destra, rappresentano una rottura dell’accordo sullo status quo risalente all’indomani della guerra del 1967, che stabilisce che solo i musulmani possono pregare nel complesso sacro intorno alla moschea noto ai musulmani come al-Haram al-Sharif [il Nobile Santuario, ndt.], che comprende anche il santuario della Cupola della Roccia del VII secolo. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il sito del primo tempio, del X secolo a.C. [distrutto dai babilonesi nel 586 a.C., ndt.], e del secondo tempio, distrutto dai Romani nel 70 d.C.

Storicamente i cambiamenti nello status quo hanno dimostrato la potenziaità di innescare disordini e conflitti a Gerusalemme e nei territori palestinesi occupati, con ripercussioni in tutto il mondo. Una visita dell’allora leader dell’opposizione israeliana, Ariel Sharon, nel 2000 diede inizio alla seconda intifada palestinese, durata cinque anni, e Hamas diede il nome di “Alluvione di al-Aqsa” al suo attacco contro Israele nell’ottobre 2023, che uccise 1.200 israeliani e innescò la guerra contro Gaza, sostenendo che fosse stato provocato dalle violazioni israeliane nella moschea di Gerusalemme.

“Al-Aqsa è un detonatore”, ha affermato Daniel Seidemann, avvocato di Gerusalemme che ha regolarmente fornito consulenza a governi israeliani, palestinesi e stranieri su questioni legali e storiche della città. “Di solito è più o meno la stessa cosa: una minaccia reale o percepita all’integrità dello spazio sacro. Ed è ciò a cui stiamo assistendo. Ci sono state frequenti provocazioni durante il Ramadan, ma ora la situazione è esponenzialmente più delicata. La Cisgiordania è una polveriera.”

Le tensioni intorno alla moschea di al-Aqsa sono aumentate vertiginosamente da quando gli israeliani di estrema destra hanno assunto posizioni chiave nella sicurezza. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir – che aveva già otto condanne penali prima di entrare in carica, tra cui sostegno a un’organizzazione terroristica e incitamento al razzismo – ha dichiarato di voler issare la bandiera israeliana nel complesso e costruirvi una sinagoga.

Nell’ultimo anno Ben-Gvir ha compiuto diverse visite provocatorie ad al-Aqsa e ha sostenuto una serie di modifiche unilaterali allo status quo, consentendo agli ebrei di pregare e cantare nel complesso. A gennaio ha nominato un suo alleato ideologico, il maggiore generale Avshalom Peled, capo della polizia di Gerusalemme e, con il sostegno dichiarato del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha permesso agli ebrei di portare con sé sul sito foglietti con le preghiere stampate, in una violazione sempre più evidente.

“Lo status quo è crollato perché vi si prega ogni giorno”, ha detto Seidemann. “In passato, la polizia era molto severa nel prevenire qualsiasi tipo di provocazione… ma queste misure sono una dimostrazione del fatto che ‘qui siamo noi ad avere il controllo, adeguatevi o toglietevi di mezzo’.”

In vista del Ramadan di quest’anno il Waqf di Gerusalemme, la fondazione nominata dalla Giordania incaricata di gestire il sito di al-Aqsa nell’ambito dell’accordo di status quo, è stato oggetto di una pressione crescente. Fonti del Waqf hanno affermato che questa settimana cinque membri del suo personale sono stati posti in detenzione amministrativa (detenzione senza accusa) dallo Shin Bet, mentre a 38 membri del personale è stato vietato l’ingresso al sito. Hanno inoltre aggiunto che a sei imam della moschea è stato negato l’ingresso.

Hanno riferito che nelle ultime settimane sono stati saccheggiati sei uffici del Waqf e al personale è stato impedito di ristrutturare le porte o effettuare altre riparazioni. Al Waqf è stato impedito di installare ripari per il sole e la pioggia o ambulatori provvisori per i fedeli [nell’area di al Aqsa]. I funzionari sostengono che sia stato persino impedito loro di portare carta igienica all’interno del sito.

L’effetto cumulativo, hanno affermato i funzionari, ha messo a dura prova la capacità del Waqf di accudire i 10.000 musulmani che si prevede si recheranno a pregare nella moschea di al-Aqsa durante il mese del Ramadan.

Il governatorato di Gerusalemme controllato dai palestinesi ha fornito cifre diverse: 25 membri del personale del Waqf sono stati banditi e quattro sono stati arrestati. Né la polizia di Gerusalemme né lo Shin Bet hanno risposto alle richieste di commento sulle accuse.

Nella prima settimana del Ramadan la polizia ha esteso l’orario di visita mattutino per ebrei e turisti da tre a cinque ore, un’altra modifica unilaterale allo status quo. Secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa lunedì l’imam di al-Aqsa, sceicco Mohammed al-Abbasi è stato arrestato all’interno del cortile della moschea, e dei post sui social media hanno mostrato la polizia fare nuovamente irruzione nel complesso martedì sera durante la prima preghiera notturna del Ramadan.

Mercoledì mattina circa 400 coloni sono entrati nel complesso e, secondo dei testimoni, hanno cantato, ballato e pregato ad alta voce.

“Ci sono tantissimi ingredienti che rendono questo Ramadan particolarmente pericoloso”, ha affermato Amjad Iraqi, esperto analista su Israele/Palestina presso l’International Crisis Group. “L’anno scorso è stato relativamente tranquillo, ma quest’anno c’è una convergenza di così tanti fattori, sia da parte israeliana che palestinese, che potrebbero incentivare gli attivisti del Monte del Tempio a cercare di apportare nuove modifiche”.

“Se in passato il governo israeliano si sentiva obbligato a confrontarsi con le autorità regionali, oggi gli importa molto meno di ciò che queste hanno da dire e pensare”, ha aggiunto Iraqi.

“C’è stata un‘estensione dell’impunità… Gli israeliani sono riusciti ad arrivare molto oltre i vincoli che pensavano esistessero a livello politico, militare e diplomatico, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi perché dovrebbero sentirsi vincolati dall’opinione pubblica internazionale?”

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Un report riferisce di decine di giornalisti palestinesi picchiati, affamati o violentati

Lorenzo Tondo

19 febbraio 2026 The Guardian

Il servizio carcerario israeliano e le IDF respingono le accuse contenute nella ricerca del Comitato per la Protezione dei Giornalisti

Un rapporto sostiene che quasi 60 giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 sono stati picchiati, affamati e sottoposti a violenza sessuale, incluso lo stupro.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha esaminato decine di testimonianze, fotografie e cartelle cliniche che documentano quelli che descrive come gravi abusi da parte di soldati e guardie carcerarie israeliane ai danni di giornalisti palestinesi. Il rapporto si basa su interviste approfondite condotte su 59 giornalisti palestinesi. Degli intervistati, 58 hanno riferito di essere stati sottoposti a quelle che hanno descritto come torture durante la custodia israeliana.

“Sebbene le condizioni variassero nelle diverse strutture, i modi raccontati dagli intervistati – aggressioni fisiche, posizioni di stress forzato, deprivazione sensoriale, violenza sessuale e negligenza medica – erano sorprendentemente concordi”, afferma il rapporto.

Sia il servizio carcerario israeliano che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno respinto fermamente le accuse.

Il giornalista Sami al-Sai, che ha collaborato con l’emittente qatariota Al Jazeera Mubasher e l’emittente locale Al-Fajer TV, ha dichiarato di essere stato portato in una piccola cella nel carcere di Megiddo dove i soldati gli hanno strappato pantaloni e biancheria intima e lo hanno stuprato con manganelli e altri oggetti.

“Non ho parlato con nessuno all’interno del carcere di quanto accaduto, tranne che con due detenuti anziani che sono in carcere da 25 anni”, ha dichiarato Sai.

Nel dicembre 2025 la giornalista tedesca Anne Liedtke, arrestata a bordo di una flottiglia diretta a Gaza, ha affermato di essere stata violentata dai soldati israeliani durante la detenzione. Il giornalista italiano Vincenzo Fullone e l’attivista australiana Surya McEwen hanno mosso accuse simili.

Shadi Abu Sido, un giornalista palestinese di Gaza che lavora per Palestine Today, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 20 mesi di detenzione a Sde Teiman. Era stato rapito dalle forze israeliane all’ospedale al-Shifa il 18 marzo 2024 e ha dichiarato di essere stato “incatenato, bendato e costretto a passare attraverso un corridoio di soldati che lo hanno picchiato con manganelli e calci”. In seguito ha scoperto di avere una costola rotta.

Nel carcere di Ofer il giornalista radiofonico Mohammad al-Atrash ha descritto un’aggressione di massa concertata nel novembre 2023, che ha coinvolto decine di prigionieri e che lui e altri detenuti hanno definito ” Shin Bet party” o ” Ben-Gvir party” (dal nome del ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir). Al-Atrash ha affermato che “è stato ordinato a dei cani addestrati di attaccare i detenuti e sono stati utilizzati strumenti metallici per provocare emorragie e cicatrici persistenti”. Osama al-Sayed, in un servizio di Al-Aqsa TV, ha raccontato dell’uso intermittente di elettroshock e spray al peperoncino tra un pestaggio e l’altro, avvenuti poco dopo una visita di Ben-Gvir alla prigione.

Undici giornalisti palestinesi hanno menzionato l’uso di un metodo di tortura noto come strappado, o quello che i giornalisti palestinesi hanno definito “impiccagione fantasma”, in cui una persona viene appesa per le braccia legate dietro la schiena e poi tirata verso l’alto.

Cinquantacinque dei 59 giornalisti intervistati hanno riferito di aver sofferto di fame estrema o malnutrizione.

Le fotografie condivise con il Guardian dal CPJ mostrano i giornalisti prima e dopo la detenzione, ritraendo uomini visibilmente emaciati e fisicamente debilitati.

Il CPJ ha calcolato nel gruppo una perdita di peso media di 23,5 kg, confrontando il peso dichiarato dai giornalisti prima e dopo la detenzione.

Ahmed Shaqoura, un reporter di Palestine Today TV, ha perso 54 kg durante i 14 mesi di detenzione israeliana nelle prigioni di Ktzi’ot e Al-Jalama.

“Non si tratta di episodi isolati”, ha affermato Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ. “In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi nei confronti dei giornalisti a causa del loro lavoro”.

Quarantotto giornalisti, la maggioranza, non sono mai stati accusati di alcun reato e sono stati trattenuti secondo il sistema di detenzione amministrativa israeliano, che consente a un individuo di essere trattenuto senza accuse, in genere per sei mesi, rinnovabili a tempo indeterminato.

Un portavoce del servizio penitenziario israeliano (IPS) ha affermato che le accuse sono state “categoricamente respinte”, sottolineando che “qualsiasi denuncia concreta presentata attraverso i canali ufficiali viene esaminata dalle autorità competenti in conformità con le procedure stabilite”.

In una dichiarazione, l’IDF ha anche affermato di “respingere in toto le accuse relative agli abusi sistematici sui detenuti, comprese le accuse di abusi sessuali”.

“Nei casi appropriati quando vi è un ragionevole sospetto di reato”, ha aggiunto, “vengono adottate misure disciplinari nei confronti del personale della struttura e vengono avviate indagini penali”.

All’inizio del 2025 dei filmati di sorveglianza trapelati dal campo di detenzione di Sde Teiman sembravano mostrare soldati che aggredivano sessualmente i detenuti, scatenando uno scandalo nazionale. Il filmato è stato trasmesso dal giornalista israeliano Guy Peleg, che da allora ha denunciato di aver subito minacce e molestie.

Un recente rapporto di Medici per i Diritti Umani – Israele ha documentato 94 morti palestinesi sotto custodia israeliana dal 7 ottobre 2023.

Il CPJ stima a 252 il numero di giornalisti uccisi dall’inizio della guerra di Gaza.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Oltre 80 membri dell’ONU condannano le azioni israeliane per espandere la ‘presenza illegale’ nella Cisgiordania occupata

Redazione di MEMO

17 febbraio 2026 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che martedì più di 80 Stati membri dell’ONU e molte organizzazioni hanno condannato le decisioni “unilaterali” israeliane aventi come obiettivo l’espansione della “presenza illegale” di Israele nella Cisgiordania occupata.

Rilasciando una dichiarazione ad una conferenza stampa presso la sede dell’ONU a New York, l’inviato palestinese presso l’ONU Riyad Mansour ha affermato: “Ho l’onore di rilasciare la seguente dichiarazione a nome di 80 Stati e di un certo numero di organizzazioni sulle ultime decisioni israeliane relative alla Cisgiordania occupata.

Noi condanniamo duramente le decisioni israeliane e le misure che hanno l’obiettivo di espandere la presenza illegale di Israele in Cisgiordania. Tali decisioni sono contrarie agli obblighi secondo il diritto internazionale e devono essere immediatamente revocate,” ha detto, sottolineando “la nostra dura opposizione ad ogni forma di annessione.”

Il gruppo ha reiterato il suo rifiuto di “tutte le misure aventi l’obiettivo di alterare la composizione demografica, il carattere e lo stato dei territori palestinesi occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est.

Tali misure violano il diritto internazionale, compromettono gli sforzi in corso per la pace e la stabilità nella regione, vanno contro al Piano Complessivo [presunta tregua mediata da Trump a Gaza e accettata da Israele e Hamas, ndt.] e mettono a rischio la prospettiva di raggiungere un accordo di pace che faccia terminare il conflitto,” si afferma nella dichiarazione.

Gli Stati hanno anche riaffermato il loro impegno, riflesso nella dichiarazione di New York, a “prendere misure concrete in accordo al diritto internazionale,” e in linea con rilevanti risoluzioni ONU e con il parere consultivo di luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia che ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e ha chiesto l’evacuazione di tutte le colonie in Cisgiordania e Gerusalemme Est.

La dichiarazione sottolinea che una “pace giusta e duratura,” basata sulle più importanti risoluzioni ONU, il mandato di Madrid [accordi del 2021 che hanno posto le basi di quelli di Oslo nel 1993, ndt.], il principio di terra in cambio di pace e l’iniziativa araba di pace “rimane il solo percorso per assicurare la sicurezza e la stabilità nella regione.”

Da quando ha lanciato la sua guerra contro Gaza l’otto ottobre 2023 Israele ha intensificato le operazioni militari in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Secondo funzionari palestinesi che hanno detto che le misure hanno l’obiettivo di imporre una nuova realtà sul terreno, le operazioni hanno incluso uccisioni, arresti, deportazioni ed espansione delle colonie.

Almeno 1.114 palestinesi sono stati uccisi da allora [8 ottobre 2023], 11.500 feriti e 22.000 arrestati in Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est, secondo dati ufficiali palestinesi.

Domenica, per la prima volta da quando Tel Aviv ha occupato il territorio nel 1967, il governo israeliano ha approvato la proposta di registrare grandi aree nella Cisgiordania come “proprietà dello Stato”.

I palestinesi avvertono che le azioni israeliane spianano la strada per una annessione formale della Cisgiordania occupata che secondo loro porrebbe fine alla prospettiva di uno Stato palestinese come previsto nelle risoluzioni ONU.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Un chiaro atto di annessione”: il nuovo piano di Israele di dichiarare le terre palestinesi in Cisgiordania proprietà statale

Matan Golan

16 febbraio 2026 Haaretz

È la prima volta che un ente governativo israeliano decide di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania. Secondo il nuovo piano del governo, se i palestinesi non riusciranno a dimostrare la proprietà dei loro terreni nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano, questi verranno registrati come proprietà statale.

Con una decisione presa domenica dal governo, Israele prevede di incorporare il 15% del territorio nell’Area C della Cisgiordania, sotto il controllo israeliano [in base agli accordi di Oslo del 1993, ma solo provvisoriamente, ndt.], entro i prossimi cinque anni.

Domenica il governo israeliano ha stanziato 244 milioni di shekel (66,7 milioni di euro) per la procedura, che attribuirà ai palestinesi l’onere di dimostrare la proprietà. Se gli abitanti non riusciranno a dimostrare di possedere il terreno, questo verrà registrato come proprietà statale.

Gli esperti ritengono che la misura comporterà l’espropriazione delle terre di molti palestinesi, poiché avranno difficoltà a dimostrarne la proprietà. In base alla risoluzione, il governo ha incaricato i ministri e il comandante del Comando Centrale delle IDF di autorizzare il Ministero della Giustizia ad attuare la misura.

Questa è la prima volta che un ente governativo israeliano si propone di regolamentare la proprietà terriera in Cisgiordania.

La risoluzione è stata adottata dopo che nel maggio 2025 il governo aveva ordinato, per la prima volta da quando Israele l’ha occupata nel 1967, di avviare la regolamentazione della proprietà terriera in Cisgiordania. L’accordo prevede che i diritti di proprietà terriera nell’Area C saranno registrati in modo permanente nel Catasto israeliano.

Area C della Cisgiordania.

L’agenzia autorizzata a implementare la misura è una speciale “autorità di regolamentazione”, che sarà istituita presso l’Autorità per la Registrazione e la Regolamentazione dei Diritti Fondiari del Ministero della Giustizia.

L’Ufficio di Stato di Israele presso il Ministero dell’Edilizia Abitativa e delle Costruzioni sarà responsabile della mappatura e della suddivisione dei terreni per la registrazione.

La regolamentazione fondiaria si riferisce alla registrazione dei diritti di proprietà nel Catasto dopo la mappatura e la definizione delle rivendicazioni di proprietà. La proprietà registrata nel Catasto è definitiva e difficilmente impugnabile. In base a questa procedura, qualsiasi terreno per il quale non vi sia alcuna rivendicazione di proprietà viene trasferito allo Stato.

La registrazione dei terreni in Cisgiordania è iniziata durante il Mandato britannico [dal 1920 al 1948, ndt.] e la dominazione giordana [dal 1948 al 1967, ndt.], ma solo il 34% è stato completato. Israele ha sospeso il processo per ordine militare dopo l’occupazione della Cisgiordania.

Nella risoluzione approvata domenica il governo israeliano ha sostenuto che la misura è stata adottata in risposta ai tentativi dell’Autorità Nazionale Palestinese di registrare i terreni nell’Area C in violazione degli accordi firmati.

“L’Autorità Nazionale Palestinese gestisce il proprio insediamento territoriale per quanto riguarda tutta la Giudea e la Samaria[Il modo israeliano di chiamare la Cisgiordania,ndt], e ha persino istituito un’agenzia speciale indipendente incaricata di registrare i terreni, sebbene questo processo non rientri nella sua giurisdizione per quanto riguarda l’Area C”, si legge nella nota esplicativa della risoluzione.

Gli esperti hanno dichiarato ad Haaretz che la registrazione da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcun significato pratico, poiché il Catasto è sotto il controllo israeliano.

Il mese scorso l’Alta Corte di Giustizia ha respinto un ricorso contro la risoluzione del governo approvata a maggio, affermando che era improbabile che provocasse a breve “azioni che determinino ‘fatti sul campo’ o causino danni irreversibili”.

La petizione, presentata da Yesh Din – Volontari per i Diritti Umani, Bimkom – Agenda per i Diritti Urbanistici, l’Associazione per i Diritti Civili in Israele e HaMoked – Centro per la Difesa dell’Individuo, sosteneva che la risoluzione del governo fosse un chiaro atto di annessione che viola gli impegni di Israele nei confronti del diritto internazionale.

“La risoluzione del governo ribalta una politica messa in atto da sessant’anni, con la convinzione che regolamentare la gestione del territorio sotto occupazione [israeliana] significhi violare i diritti dei palestinesi”, ha dichiarato ad Haaretz l’avvocato Michael Sfard, esperto di diritto internazionale e legislazione di guerra.

Se la risoluzione venisse applicata, ha affermato Sfard, i diritti dei palestinesi sulla loro terra in tutta la Cisgiordania potrebbero essere violati.

“La risoluzione, che sottrae la gestione del territorio all’esercito e la cede a un ente governativo israeliano, è un’espressione di sovranità e quindi di annessione israeliana”, ha affermato Sfard.

“Stabilisce anche la supremazia politica ebraica. Non sono riusciti a ottenere una vittoria totale a Gaza e ora stanno cercando di mettere in atto una totale espropriazione in Cisgiordania.”

L’architetto Alon Cohen Lifshitz di Bimkom [associazione israeliana di architetti e urbanisti per i diritti umani, ndt.] ha dichiarato: “Nonostante il processo di registrazione palestinese dell’Area C sia privo di senso, il governo lo sta usando come argomento peraltro infondato per giustificare la revisione della regolamentazione fondiaria con una modalità che viola il diritto internazionale”.

“I palestinesi non possono procedere con quella registrazione, che è in pratica inutile. Ma, secondo il governo, tale processo minaccia il crescente controllo di Israele sulla Cisgiordania”.

La dott.ssa Michal Breyer della ONG Bimkom sostiene che la risoluzione fa parte dell’attuale strategia del governo per annettere vaste aree della Cisgiordania.

Afferma che esiste un ampio consenso, incluso un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, sul fatto che le procedure di regolamentazione fondiaria siano un chiaro esercizio di autorità sovrana e pertanto ai sensi del diritto internazionale siano vietate ad una potenza occupante.

“Lo Stato ha sostenuto che, nell’ambito della regolamentazione fondiaria in Cisgiordania, si possa dichiarare la proprietà statale”, ha affermato. “Questo rivela il vero intento del provvedimento: il continuo saccheggio delle terre palestinesi e l’espansione dell’attività di insediamento coloniale”.

La principale implicazione della risoluzione del governo è “l’espropriazione massiccia dei palestinesi dalla maggior parte delle loro terre nell’Area C e la dichiarazione [delle terre] come proprietà statale”, ha affermato Peace Now in una nota.

“Il processo di regolamentazione richiederà ai proprietari terrieri di dimostrare i propri diritti di proprietà in modo per loro quasi impossibile, e finché non saranno in grado di dimostrare la proprietà, la terra sarà automaticamente registrata come proprietà statale”, ha aggiunto la ONG.

“La registrazione fondiaria è un chiaro atto di sovranità, ed è vietata ad uno Stato occupante ai sensi del diritto internazionale”.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Durante una sparatoria in Cisgiordania forze dell’Autorità Palestinese hanno ucciso una bambina e un adolescente

Mera Aladam

16 febbraio 2026 – Middle East Eye

Un poliziotto ha ucciso due fratelli cercando di arrestare il loro padre ricercato dall’esercito israeliano.

Domenica forze dell’Autorità Palestinese hanno sparato e ucciso una bambina di tre anni e il suo fratello adolescente nella città di Tubas, nella Cisgiordania occupata.

Secondo media locali forze di sicurezza palestinesi hanno aperto il fuoco contro l’auto di Samer Samara, che pare fosse ricercato dall’esercito israeliano, mentre stava viaggiando con sua moglie e i figli. Suo figlio, il sedicenne Yazan, è rimasto ucciso sul colpo. La figlia di tre anni, Ronza, è deceduta in seguito per le gravissime ferite alla testa.

Samara è stato ferito alle gambe e in seguito arrestato dalle forze dell’AP. Le sue attuali condizioni rimangono sconosciute.

In seguito alle uccisioni sono scoppiate proteste contro l’ANP fuori dall’ospedale turco, che si trova nella città. Il Comitato delle Famiglie dei Detenuti Politici, che rappresenta le famiglie di palestinesi arbitrariamente detenuti dall’ANP, ha condannato gli omicidi, affermando che il “grave crimine” è parte di una politica sistematica indirizzata contro palestinesi ricercati da Israele, anche al prezzo di “versare sangue palestinese”.

Il Comitato ha affermato che le uccisioni segnano una “pericolosa deviazione”, accusando i servizi di sicurezza dell’ANP di rivolgere le proprie armi contro il loro stesso popolo invece di proteggerlo.

In un comunicato anche Hamas ha condannato l’incidente, affermando che l’attacco contro Samara e l’uccisione dei suoi figli “rappresenta una nuova macchia nera” sulle forze dell’ANP, che accusa di opprimere i palestinesi invece di garantirne la sicurezza.

Il movimento ha affermato che l’attacco riflette “pericolose politiche repressive” perseguite dall’ANP, in particolare in un momento che descrive come [caratterizzato da] una violenza israeliana senza precedenti in Cisgiordania. “Mettiamo in guardia dalle ripercussioni del fatto di continuare con questo pericoloso approccio al tessuto nazionale e consideriamo la dirigenza dell’Autorità Palestinese pienamente responsabile delle conseguenze di questi crimini,” ha aggiunto Hamas. “Il sangue del nostro popolo è una responsabilità di tutti noi e versarlo non può essere accettato per nessuna ragione.”

Ahmed Asaad, governatore di Tubas, ha descritto l’incidente come “sfortunato” e ha affermato che deve essere aperta un’inchiesta.

In seguito alla sparatoria l’ANP avrebbe inviato rinforzi supplementari di sicurezza nell’area. Anwar Rajab, portavoce delle forze di sicurezza dell’ANP, ha affermato che “mentre il sistema di sicurezza esprime il suo profondo rammarico per le vittime durante la missione, conferma che le circostanze dell’incidente sono ancora sotto indagine attenta e accurata.”

L’ANP affronta critiche

L’ANP deve affrontare crescenti critiche a causa del coordinamento per la sicurezza con Israele.

A dicembre un’organizzazione di base palestinese ha avvertito che le recenti decisioni politiche e amministrative dell’ANP rischiano di approfondire le divisioni interne in un momento che descrive come “una sfida esistenziale” che i palestinesi devono affrontare a Gaza, nella Cisgiordania occupata e nella diaspora.

“La dirigenza ufficiale (dell’ANP), sotto la pressione di Israele e dall’estero, continua a emanare decreti, misure e decisioni che contraddicono chiaramente la volontà popolare, sono prive di ogni consenso nazionale o popolare e approfondiscono ulteriormente le divisioni all’interno del campo palestinese,” ha affermato il forum.

L’associazione ha anche manifestato preoccupazione per la sospensione, all’inizio dell’anno, dei pagamenti alle famiglie di “martiri, palestinesi feriti e incarcerati” da parte dell’ANP.

Afferma che i pagamenti non erano misure di welfare discrezionali ma “un dovere nazionale, morale e popolare” radicato nella legge palestinese e un obbligo collettivo.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Un nuovo muro di separazione israeliano taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania

Oren Ziv

16 febbraio 2026 – +972 magazine

L’esercito sta emanando ordini di evacuazione ed espropriando terreni per preparare una barriera enorme, parte di un più complessivo progetto di annessione del “granaio” della Palestina.

Questa montagna è l’unico posto in cui posso respirare, l’unico in cui posso pascolare,” dice Tawfiq Bani Odeh, un abitante del villaggio palestinese di Atuf, che ogni giorno va sul monte Tammun con il suo gregge di centinaia di pecore.

Nell’Area C della Cisgiordania occupata, che Israele sta rapidamente svuotando dei suoi abitanti palestinesi, rimangono pochi posti come il monte Tammun: circa 50.000 dunam (5.000 ettari) di terra aperta, in altura e verde in cui i palestinesi, soprattutto pastori, possono vagare liberamente senza soprusi da parte di coloni e soldati israeliani.

Tuttavia ora Israele sta minacciando di chiudere l’area, espellere le sue comunità palestinesi ed annetterla di fatto.

Sulla montagna che sovrasta la cittadina palestinese di Tammun sono in corso progetti per fondarvi una nuova colonia israeliana, una delle 19 annunciate lo scorso anno dal ministro delle Finanze Bazalel Smotrich. Il piano include la ricostruzione di Ganim e Kadim, due delle quattro colonie nel nord della Cisgiordania che sono state smantellate durante il cosiddetto “disimpegno” israeliano da Gaza nel 2005.

Il destino di quest’area è stato ulteriormente deciso l’agosto scorso, quando il maggior generale Avi Bluth, capo del comando centrale dell’esercito israeliano, ha firmato nove ordini di “esproprio di terre” per la costruzione di una nuova barriera che attraverserà proprio il monte Tammun.

Gli ordini riguardano un’area che va dal posto di blocco di Tayasir a quello di Hamra, per quella che sarà alla fine una barriera di oltre 480 chilometri che si estenderà dalle Alture del Golan occupate al Mar Rosso, con un costo di 5,5 miliardi di shekel (circa 1,3 miliardi di euro).

Una mappa dell’area intorno al Monte Tammun nella parte settentrionale della Valle del Giordano, con la linea rossa che indica il percorso della barriera prevista e la linea blu che indica la strada di accesso all’insediamento previsto. (Per gentile concessione di Kerem Navot)

L’obiettivo dichiarato del progetto, noto come “Filo Cremisi”, è impedire il contrabbando di armi ai confini orientali della Cisgiordania con la Giordania e contrastare il terrorismo. “Questo progetto si basa su una evidente necessità di sicurezza, per conformare il territorio e controllare e monitorare la circolazione di veicoli tra il confine orientale e la valle, i cinque villaggi (Tubas, Tammun, Far’a, Tayasir e Aqaba) e la Giudea e la Samaria [cioè la Cisgiordania, ndt.],” ha detto un portavoce dell’esercito israeliano a +972 rispondendo a una domanda.

I territori della zona del monte Tammun sono, nella loro stragrande maggioranza, terre dello Stato,” ha continuato il portavoce, aggiungendo che gli ordini di esproprio “sono stati firmati attraverso una corretta procedura giudiziaria e consegnati in modo legale,” e che “gli ordini di demolizione sono stati emanati a quanti nella zona non si comportano in base alla legge.”

Ma secondo Dror Etkes, che guida l’osservatorio Kerem Navot [associazione israeliana, ndt.] che monitora le politiche territoriali israeliane e le attività di colonizzazione in Cisgiordania, in quest’area solo circa 3.500 dunam di territorio sono stati dichiarati terre statali. “La maggior parte della zone in cui i palestinesi non potranno assolutamente entrare, o solo con molte difficoltà, non è stata dichiarata terra dello Stato,” afferma, “e in gran parte si trova nell’Area B”, che è virtualmente sotto il controllo civile dell’Autorità Palestinese.

In pratica, secondo un ricorso presentato da varie amministrazioni locali e da oltre 100 abitanti all’Alta Corte israeliana, la barriera taglierà fuori la Valle del Giordano dal resto della Cisgiordania, i palestinesi da circa 50.000 dunam della loro terra (dei quali 777 dunam saranno espropriati e demoliti per la costruzione), impedirà a circa 900 abitanti a est della barriera di ricevere servizi municipali, compresi ambulatori medici, scuole e opportunità di lavoro, e obbligherà varie comunità ad andarsene. Alcune di queste hanno già ricevuto ordini di evacuazione. Altre sono già andate via.

Una prigione circondata da ogni lato”

Gli effetti sui contadini saranno particolarmente catastrofici. La Valle del Giordano è soprannominata “il granaio della Cisgiordania” a causa dell’uso estensivo della zona per l’agricoltura e l’allevamento. Il ricorso afferma che il danno diretto della barriera stimato per le comunità locali sarà di “circa 170 milioni di euro all’anno.”

Nel ricorso gli abitanti chiedono anche di sapere perché lo Stato non proponga un’alternativa “meno dannosa” della barriera. Sostengono che l’esercito non ha pubblicato gli ordini di esproprio “subito dopo che sono stati firmati” ad agosto: fino a novembre lo Stato li ha tenuti segreti, il che significa che quelli che vengono danneggiati non avevano idea che il governo intendesse prendersi la loro terra.

Il piano include la costruzione di una strada asfaltata per il pattugliamento adiacente alla barriera, oltre ai fossati e agli sbancamenti di terra nelle zone in cui l’esercito lo ritiene necessario. In parallelo Israele sta anche spostando il checkpoint di Hamra, che usualmente si trova agli incroci principali che uniscono la Valle del Giordano al resto della Cisgiordania, in un’area più vicina al villaggio di Ain Shibli, a est di Nablus, deviando il traffico palestinese in modo che non interferisca con i coloni israeliani che viaggiano lungo la Allon Road [importante strada che corre da nord a sud lungo il confine con la Giordania, ndt.]

Lo spostamento concederà inoltre alla Moshe’s Farm [Fattoria di Moshe], un avamposto sanzionato a livello internazionale, il controllo su altra terra dopo che, in seguito al 7 ottobre, esso ha già espulso famiglie palestinesi dalla zona. Una volta che la barriera verrà costruita, la Moshe’s Farm sarà collegata attraverso la strada di pattugliamento con Tzvi HaOfarim, un altro avamposto violento creato lo scorso anno nei pressi della parte più settentrionale della barriera.

Lo scopo della barriera è consentire ai coloni più aggressivi di spostarsi rapidamente nella zona est delle cittadine di Tammun e Tubas,” spiega Atkes. Così facendo, afferma, Israele consentirà a questi coloni di “prendere il controllo di decine di migliaia di dunam che rimarranno intrappolati a est della barriera prevista.”

Come nota Etkes, le poche comunità palestinesi che restano in quello che diventerà il lato “israeliano” della barriera, quelle che finora hanno resistito all’acuirsi della violenza dei coloni che ha già svuotato buona parte della zona, saranno in buona misura tagliate fuori dal resto della Cisgiordania. L’accesso alle città e cittadine palestinesi a ovest della Valle del Giordano sarà possibile solo attraverso i posti di controllo di Hamra e Tayasir, dove ci saranno attese di ore, invece che a piedi, come è stato finora.

Il muro circonderà la comunità di pastori di  Khirbet Yarza con un recinto, il che comporterà che gli abitanti potranno solo entrare ed uscire dal loro villaggio attraverso un cancello controllato dall’esercito israeliano. La conseguenza, come la descrive il ricorso degli abitanti, sarà “una prigione circondata da ogni lato.”

Dalla costruzione di una strada all’espulsione

A mezz’ora di macchina dal monte Tammun lungo la ventosa strada sterrata tra Khirbet Atuf e Tammun si arriva a Yarza, una piccola comunità palestinese di sei complessi abitativi che ospita qualche decina di abitanti. Si possono vedere a una certa distanza il posto di blocco di Tayasir e l’avamposto di Tzvi HaOfarim, che i coloni hanno creato lì vicino.

Questa è una comunità storica che esiste da migliaia di anni, e noi vi abbiamo vissuto da centinaia di anni,” dice a +972 Hafez Mas’ad, di 52 anni. “Io vivo qui, e così hanno fatto mio padre e mio nonno. Ora i coloni e l’esercito arrivano e ci dicono ‘andate via da Yarza, questa è una zona militare’. Questa è la nostra terra,” continua. “Noi siamo nati qui e questa [terra] è stata registrata a nostro nome da molti anni. Dove andremo, sulla luna? Non abbiamo un altro posto.”

Non sappiamo come ci potremo muovere per fare la spesa, per andare a scuola o in caso di emergenza quando ci sarà un cancello,” aggiunge Khaled Daraghmeh, un abitante sessantenne.

Il 15 gennaio l’esercito ha iniziato a lavorare a una strada sul versante occidentale del monte Tammun nei pressi della barriera prevista. Secondo l’esercito i lavori vengono effettuati in conformità con un nuovo ordine di esproprio (non uno dei nove originari di Bluth) e questa strada è diventata la via di accesso per la nuova colonia che si prevede di costruire lì.

Dieci giorni dopo l’Alta Corte [israeliana] ha emanato un ordine provvisorio che proibisce che lo Stato “compia qualunque azione irreversibile per l’attuazione degli ordini (di esproprio)” finché il 25 febbraio non risponderà alla richiesta di provvedimento cautelare. Gli abitanti raccontano che ciononostante i lavori sulla strada continuano. (Un portavoce dell’esercito ha chiarito che l’ingiunzione della Corte “non si applica agli urgenti lavori riguardanti la sicurezza che l’IDF sta realizzando in questa zona.”). 

L’asfaltatura della strada è stata accompagnata dall’espulsione di comunità beduine che si trovavano nei pressi,” dice a +972 Bilal Ghrayeb, un abitante di Tammun. “La mossa intende minacciare la sopravvivenza dei contadini impedendo loro l’accesso ai pascoli, tagliando le sorgenti di acqua e interrompendo le strade agricole utilizzate per trasportare il foraggio.”

Varie comunità di pastori della zona nei pressi del villaggio di Atuf sono già state gravemente colpite dalla costruzione.“ Sin da quando (le autorità israeliane) hanno iniziato a lavorare qui per il muro hanno minacciato di cacciarci,” racconta a +972 Abdel Karim Bani Odeh. “Ora ci stanno impedendo di pascolare sulla montagna.

L’esercito arriva due o tre volte al giorno per impedirci di uscire al pascolo, emanando ordini e dicendoci di andarcene. Questa terra è registrata, ci sono documenti (che lo dimostrano), ma loro dicono ‘La terra non è vostra, andate a Tammun.”

Vicino al complesso abitativo delle famiglie di questa zona ci sono campi agricoli e serre che si prevede verranno attraversati dalla barriera. La costruzione della strada, di cui gli abitanti non sono stati precedentemente informati, ha già danneggiato una conduttura che portava acqua a varie piccole comunità palestinesi. “Non ce l’hanno detto direttamente,” spiega Odeh, “ma lo abbiamo saputo dai notiziari che ci vogliono costruire una colonia.”

Ti trasformano in un colono sulla tua stessa terra”

Il 9 febbraio l’esercito ha demolito varie case a Al-Meite, una piccola comunità nei pressi del posto di blocco di Tayasir, che si trova sul lato orientale della barriera prevista. Il giorno seguente vari coloni sono arrivati sul posto con una mandria di mucche, sono entrati nella tenda improvvisata allestita da una famiglia la cui casa era stata demolita il giorno precedente e hanno distrutto le loro provviste di cibo.

Ho il permesso di pascolare qui,” ha detto agli attivisti uno dei coloni presenti sul posto. “Non ho bisogno di mostrare i documenti, chiedi al consiglio locale [dei coloni, ndt.]. Quella sera la famiglia aggredita è scappata. Durante il fine settimana una struttura adiacente è stata incendiata.

Dal 7 ottobre le autorità israeliane e i coloni hanno intensificato i tentativi di espellere le comunità palestinesi dalla Valle del Giordano. Demolizioni di case, blocchi stradali e avamposti dei coloni hanno completamente cancellato almeno sei comunità di questa zona.

Non abbiamo il permesso di andare oltre i 200 metri da casa per pascolare, “dice Najia Basharat, un’abitante di Khallet Makhul, una comunità da cui sono scappate varie famiglie a causa dell’attività dei coloni ( anche diverse case della comunità furono demolite dall’esercito israeliano più di dieci anni fa). “I coloni maltrattano i bambini e disturbano chiunque stia pascolando [i propri animali],” continua Basharat.

Questa settimana Basharat, suo marito Yusuf e uno dei loro figli sono stati arrestati dopo che un colono del vicino avamposto ha affermato che stavano pascolando in una zona di tiro e che avevano lanciato pietre. A gennaio due uomini della comunità sono stati arrestati e hanno passato cinque giorni agli arresti dopo che i coloni sono entrati nel terreno agricolo della comunità e gli hanno spruzzato addosso un liquido urticante.

Dall’inizio dell’anno i coloni hanno fondato un nuovo avamposto nei pressi di Al-Hadidiya, un’altra piccola comunità di pastori della zona. I coloni hanno ridotto le aree di pascolo del villaggio, piantato bandiere israeliane attorno alla comunità ed eretto un recinto per i propri animali nei pressi delle case dei palestinesi.

Creano un sacco di problemi,” dice Aref Basharat, il cui padre ha la casa nella comunità. “I coloni arrivano e dicono: ‘Perché siete qui? Questa è una zona israeliana. Andatevene.’ Da quando è stato fondato l’avamposto varie famiglie se ne sono andate.

Una storia simile è accaduta agli abitanti di Yarza dal momento in cui i coloni hanno costruito l’avamposto di Tzvi HaOfarim. “Mio nonno e il mio bisnonno hanno vissuto qui,” si lamenta Daraghmeh. “Sono cresciuto qui, sono andato a scuola qui, ho pascolato le nostre pecore qui, piantato e raccolto qui, mi sono sposato e avuto figli qui. Ora sono arrivati i coloni e la vita è diventata molto dura.”

Mentre i coloni possono entrare a Yarza quasi tutti i giorni, gli attivisti hanno difficoltà ad accedervi. A metà gennaio, quando due attivisti israeliani e un giornalista americano hanno tentato di entrare nel villaggio dal lato della Valle del Giordano, i coloni li hanno bloccati con una mandria di mucche e lanciato una pietra contro la loro macchina. I coloni hanno seguito l’auto all’interno della comunità e li hanno aggrediti fisicamente. Alla fine l’esercito è arrivato per scortare gli attivisti [fuori dal villaggio].

Un altro abitante, che vuole rimanere anonimo, ha sintetizzato quanto sperimentato dal villaggio nelle ultime settimane: “Trasformano te in un colono sulla tua stessa terra e i coloni in abitanti.”

Oren Ziv è un fotogiornalista, inviato di Local Call [la versione in ebraico di +972 Magazine, ndt.] e membro fondatore del collettivo di fotografi Activestills.

[traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi]




Gli Stati Uniti sostengono di opporsi all’annessione mentre le mosse israeliane la fanno di fatto avanzare

Redazione di Palestine Chronicle

10 febbraio 2026 The Palestine Chronicle

Snodi cruciali

– La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ribadisce la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania

– Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha assaltato la città di Ni’lin a seguito delle misure governative che ampliano l’autorità israeliana sul territorio

– Le autorità israeliane hanno aumentato i poteri di controllo nelle Aree A e B e ampliato le politiche sulla proprietà terriera e le colonie

– Le forze militari israeliane hanno ordinato alle famiglie palestinesi vicino a Jenin di evacuare le case in vista del ritorno di militari in un ex campo

– Coloni ebrei israeliani illegali hanno bloccato una delegazione diplomatica russa in visita a Salfit per documentare la violenza dei coloni

Posizione degli Stati Uniti e contesto diplomatico

La Casa Bianca ha dichiarato che il presidente Donald Trump ha ribadito la sua opposizione all’annessione israeliana della Cisgiordania occupata, sottolineando che l’obiettivo dell’amministrazione rimane il perseguimento della pace nella regione, secondo quanto ha riferito lunedì l’agenzia di stampa Reuters.

“Una Cisgiordania stabile mantiene Israele sicuro ed è in linea con l’obiettivo di questa amministrazione di raggiungere la pace nella regione”, ha affermato un funzionario della Casa Bianca citato da Reuters.

La dichiarazione è arrivata mentre le tensioni si intensificavano a seguito di decisioni israeliane, largamente considerate come un’annessione sempre più rapida, che hanno attirato una crescente attenzione internazionale.

L’incursione di Smotrich

Tuttavia sul campo il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha preso d’assalto la città di Ni’lin, a seguito dell’approvazione da parte di Israele di misure che ne ampliano l’autorità in tutta la Cisgiordania occupata, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Anadolu [di proprietà del governo della Turchia, ndt.]

Smotrich ha descritto l’iniziativa come parte del tentativo di “ripristinare il controllo”, comprese azioni di repressione all’interno delle Aree A e B già amministrate dall’Autorità Nazionale Palestinese nell’ambito degli accordi di Oslo.

Il governo israeliano ha abrogato le restrizioni alla vendita di terreni, ha reso accessibili i registri di proprietà e ha trasferito l’autorità per i permessi di costruzione in alcune parti di Hebron (Al-Khalil) all’amministrazione civile israeliana.

Le modifiche consentono demolizioni e sequestri di proprietà anche in aree formalmente sotto l’amministrazione civile palestinese e ci si aspetta che facilitino l’espansione delle colonie nei territori occupati.

Illegali secondo il diritto internazionale

Tali misure sono illegali ai sensi del diritto internazionale, poiché la Cisgiordania occupata rimane un territorio sotto occupazione di guerra, dove alla potenza occupante è vietato esercitare l’autorità sovrana.

Estendendo la giurisdizione amministrativa, modificando i meccanismi di proprietà terriera e consentendo le confische, Israele sta di fatto sostituendo un’occupazione militare temporanea con una struttura di governo civile permanente.

Ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante non può trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio che occupa, né può confiscare proprietà private se non per impellente necessità militare. Le nuove politiche facilitano invece l’espansione delle colonie, la legalizzazione retroattiva degli avamposti e cambiamenti demografici permanenti, azioni da sempre considerate gravi violazioni della Convenzione.

Gli organismi giuridici internazionali, tra cui la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, hanno ripetutamente affermato che le colonie israeliane in Cisgiordania non hanno validità giuridica e costituiscono violazioni del diritto internazionale. Le ultime misure pertanto non rappresentano riforme amministrative ma in pratica un consolidamento dell’annessione, alterando lo status giuridico del territorio senza una dichiarazione formale.

Evacuazioni forzate vicino a Jenin

In altro contesto, Anadolu ha riferito che le forze israeliane hanno ordinato a diverse famiglie palestinesi, più di cinquanta persone, di lasciare le loro case nel campo di Arraba, a sud di Jenin, in vista del previsto ritorno dei militari sul posto.

I residenti hanno iniziato a trasferire bestiame e beni senza alternative abitative dopo che gli è stato intimato di evacuare prima che l’esercito ristabilisca la sua presenza nell’ex campo militare sgombrato nel 2005.

Inviato russo ostacolato durante il tour in Cisgiordania

In un altro episodio, Anadolu ha riferito che nell’area di Salfit coloni ebrei israeliani illegali hanno ostacolato una visita sul campo dell’ambasciatore russo in Palestina, Gocha Buachidze, e dei funzionari al suo seguito.

La delegazione stava visitando le comunità colpite dagli attacchi dei coloni quando i coloni hanno bloccato il convoglio e lanciato minacce, impedendo la prosecuzione della visita.

I funzionari locali hanno descritto l’incidente come un’escalation della violenza dei coloni, sottolineando le centinaia di attacchi registrati negli ultimi anni e i piani in corso di decine di progetti di colonie nel governatorato.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)