Il governo israeliano informa la Corte Suprema che non permetterà ai pazienti di Gaza di ricevere cure in Cisgiordania o a Gerusalemme

Redazione di MEMO

27 gennaio 2025 – Middle East Monitor

Secondo il quotidiano Haaretz nella versione in ebraico, Israele ha informato la Corte Suprema che non permetterà l’evacuazione di pazienti gravemente ammalati dalla Striscia di Gaza verso ospedali nella Cisgiordania o a Gerusalemme Est occupate, citando quelli che ha definito come problemi di sicurezza.

La posizione del governo è stata inviata lunedì in risposta all’esposto presentato da organizzazioni israeliane per i diritti umani che cercano di costringere le autorità a permettere ai pazienti di Gaza di accedere alle cure mediche negli ospedali della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Secondo Haaretz il governo ha detto alla Corte che “continua a rifiutare” di approvare il trasferimento di abitanti di Gaza gravemente malati per cure in quelle aree, argomentando che i loro spostamenti potrebbero rappresentare rischi per la sicurezza, incluso il presunto trasferimento di informazioni e “l’esportazione di una struttura terroristica.”

Nonostante il mantenimento di un blocco contro Gaza, le autorità israeliane hanno suggerito che invece i pazienti dovrebbero viaggiare verso un Paese terzo per ricevere le cure.

Il governo ha dichiarato che migliaia di palestinesi di Gaza sono già stati trasferiti all’estero per cure mediche in nazioni tra cui Emirati Arabi Uniti, Romania, Giordania, Turchia, Francia, Italia, Belgio, Egitto, Lussemburgo, Malta e Norvegia.

Attivisti per i diritti umani hanno avvertito che tale politica nega di fatto cure salvavita a molti pazienti a Gaza, dove il settore della sanità è stato devastato e deve affrontare gravi carenze di medicine, strumentazione e servizi specializzati.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La “sindrome della tenda bagnata” sta uccidendo i neonati di Gaza

Michal Feldon

26 gennaio 2026 – +972 Magazine

Le restrizioni israeliane su strutture di riparo e medicinali hanno lasciato indifese le famiglie sfollate, mentre i neonati soccombono all’esposizione alle intemperie e a malattie prevenibili.

La scorsa settimana Mohamed Abu Jarad è tornato nella sua tenda nel quartiere di Al-Daraj a Gaza City e ha trovato la figlia di tre mesi, Shaza, congelata e senza più respiro. La famiglia ha portato d’urgenza la bambina in ospedale, dove i medici ne hanno dichiarato il decesso per ipotermia.

Questa tragedia è avvenuta solo una settimana dopo la morte per ipotermia di Aisha Ayesh Al-Agha, di un mese, a Khan Younis, e due settimane dopo il decesso per il freddo di altri due bambini palestinesi nel nord e nel centro della Striscia, a poche ore di distanza l’uno dall’altro: Mahmoud Al-Akra, di appena una settimana, e Mohammed Wissam Abu Harbid, di due mesi.

Secondo le autorità sanitarie locali e Save the Children quest’inverno sono morti per ipotermia e freddo estremo 10 bambini di età inferiore a un anno, portando il totale dall’inizio dell’attacco israeliano all’enclave nell’ottobre 2023 a circa due decine. Tutte le vittime vivevano in tende, e le loro famiglie non sono riuscite a tenerli al caldo a causa delle gelide temperature invernali.

I medici esperti di Gaza hanno coniato un nuovo termine per descrivere queste tragiche perdite. In un’intervista rilasciata all’inizio di questo mese il Dott. Abdul Raouf Al-Manama, professore di microbiologia presso l’Università Islamica di Gaza, ha usato l’espressione “sindrome della tenda bagnata” per lanciare l’allarme sull’intensificarsi della crisi sanitaria a Gaza. Una condizione piuttosto che una specifica malattia, ha spiegato, causata da condizioni di vita difficili, tra cui freddo estremo, umidità e scarsa ventilazione, tutti fattori che caratterizzano la vita all’interno delle tende.

Chi vive in tenda è esposto a molteplici rischi per la salute. Principalmente è vulnerabile a malattie respiratorie, tra cui infezioni ricorrenti delle vie respiratorie, bronchite, polmonite e peggioramento dell’asma. L’umidità e la mancanza di condizioni igieniche nelle tende, insieme all’accesso limitato a docce, indumenti asciutti e lavaggio delle mani, tendono anche a causare malattie della pelle, tra cui infezioni fungine, impetigine (un’infezione batterica), eruzioni cutanee e prurito.

È questo afflusso di stress simultanei sull’organismo a causare la “sindrome della tenda bagnata”, che colpisce principalmente bambini piccoli, anziani, donne incinte, malati cronici e persone con disabilità. E l’attuale situazione umanitaria a Gaza fa sì che centinaia di migliaia di persone siano a rischio.

Quasi tutti gli abitanti della Striscia sono attualmente sfollati, con 1,5 milioni di persone tre quarti della popolazione che vivono in tende o strutture provvisorie. La maggior parte dei campi profughi è esposta alle inondazioni; solo il mese scorso e non oltre 30.000 tende sono state distrutte o gravemente danneggiate a causa del maltempo, lasciando circa 250.000 persone senza riparo.

Nonostante il cessate il fuoco Israele impedisce l’ingresso a Gaza di roulotte, alloggi temporanei o materiali da costruzione, classificandoli come articoli “a duplice uso” utilizzabili, a suo dire, per scopi militari da Hamas. E sebbene l’esercito israeliano affermi di aver facilitato l’ingresso di “quasi 380.000 tende familiari, teloni e materiali per ripari” dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, le organizzazioni umanitarie affermano che si trattasse soprattutto di teloni, con l’arrivo di poco più di 90.000 tende, ben lungi da poter soddisfare le terribili esigenze della popolazione di Gaza dopo oltre due anni di genocidio.

Lezioni dall’estero

Sebbene nella letteratura medica non vi siano precedenti riferimenti ad una “sindrome della tenda bagnata”, le malattie associate alla condizione di profughi che vivono in tende in condizioni igieniche precarie sono comuni nelle zone di guerra e disastri. Negli ultimi anni il fenomeno è stato riscontrato in Afghanistan, Yemen e Siria.

La ricerca di un’analogia medica comparabile nel mondo occidentale mi ha portato a studiare le popolazioni senza fissa dimora negli Stati Uniti e in Canada durante la pandemia di COVID-19. Tra i senzatetto il tasso di infezione era molto più elevato. Anche le segnalazioni di complicazioni e ricoveri in terapia intensiva erano 20 volte superiori a quelle della popolazione generale e i tassi di mortalità cinque volte superiori a quelli delle persone che vivevano in case sicure.

Da molti anni l’opinione medica è unanime sul fatto che le condizioni di umidità favoriscano la crescita di muffe e batteri, aumentando di conseguenza il rischio di infezioni respiratorie, asma, allergie e, infine, gravi malattie polmonari croniche. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie hanno pubblicato linee guida nel 2009 e nel 2015, riconoscendo tali rischi, onde evitare condizioni di umidità inadeguate nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni.

Nel 2020 a Manchester, in Inghilterra, Awaab Ishak, un bambino di 2 anni, è morto a causa di una malattia respiratoria inspiegabile. Due anni dopo un’autopsia tardiva ha stabilito che il decesso era stato causato dall’esposizione a muffa nera sviluppatasi a causa di una ventilazione inadeguata e di un’eccessiva umidità nel monolocale della sua famiglia.

In risposta, nel 2023 il governo britannico ha emanato un emendamento alla legge sull’edilizia popolare la “Legge Awaab” che stabilisce che i proprietari di immobili devono rimediare ai rischi di umidità e muffa in qualsiasi immobile residenziale di loro proprietà. Inoltre nell’agosto 2024 il Ministero della Salute del Regno Unito ha aggiornato le sue linee guida sulla questione, stabilendo che, oltre a causare malattie respiratorie come nel caso di Awaab, condizioni abitative scadenti influiscono anche sulla salute della pelle, degli occhi e della mente.

Mentre la morte di un singolo bambino a causa di condizioni abitative inadeguate ha portato a cambiamenti nelle politiche pubbliche nel Regno Unito, centinaia di migliaia di persone a Gaza vivono in tende senza pavimenti o tetti, letti o coperte, elettricità o riscaldamento, e poco si sta facendo per garantire che le vittime della scorsa settimana siano le ultime.

Mancanza di strumenti essenziali

L’ondata di influenza A che ha colpito Israele a novembre e dicembre si è recentemente diffusa anche a Gaza. Di conseguenza i principali ospedali Al-Shifa a nord e Nasser a sud hanno segnalato un aumento significativo dei ricoveri e della morbilità, nonché complicazioni influenzali come bronchite, attacchi d’asma e polmonite.

Come pediatra che lavora in un grande ospedale pubblico nel centro di Israele non ricordo di aver visto un tasso di morbilità influenzale così grave come quello delle ultime settimane, a partire dalla pandemia di influenza suina del 2009. E ogni volta che ho trasferito un bambino con una complicazione influenzale come una polmonite estesa o un grave attacco d’asma da un reparto pediatrico alla terapia intensiva, pensavo a quanto possa essere mortale un’epidemia influenzale simile a Gaza.

All’interno della Striscia non solo le terribili condizioni di vita impediscono la guarigione dai virus respiratori, ma c’è anche una grave carenza di strumenti essenziali, inclusiolorifici, farmaci antipiretici e dispositivi medici necessari per il trattamento dell’asma.

All’inizio del mese il Dott. Ezz Al-Din Shahab, un medico di famiglia nel nord della Striscia che è in contatto con molti di noi in Israele, mi ha felicemente informato che i distanziatori piccoli dispositivi di plastica con una mascherina che si attaccano a un inalatore per somministrare il farmaco in modo più efficace erano arrivati ​​nella Striscia dopo un’attesa lunghissima. Questo è attualmente l’unico modo per curare i bambini piccoli di Gaza sofferenti di asma, poiché non c’è elettricità per far funzionare i nebulizzatori.

Ma il sollievo seguito al messaggio di Shahab è durato poco. Due settimane fa il Dott. Ahmed Al-Farra, primario del reparto di pediatria e maternità dell’Ospedale Nasser, mi ha informato che non ci sono inalatori Ventolin da nessuna parte nella Striscia, il che significa che, sebbene ci siano i distanziatori, non c’è nulla a cui collegarli.

La mancanza di attenzione della ricerca scientifica verso la morbilità causata dalle cattive condizioni abitative tra gli sfollati nelle zone di guerra e disastri non sorprende. Sebbene le ragioni siano molteplici, la principale è la mancanza di sufficienti dati clinici.

La portata della distruzione del sistema sanitario di Gaza da parte di Israele ha reso impossibile la documentazione informatizzata; persino la documentazione cartacea non è sempre stata possibile, costringendo i medici stranieri che si sono offerti volontari a Gaza a portare con sé carta e penna.

Le poche informazioni raccolte al di fuori della Striscia sulla situazione sanitaria al suo interno si basano su descrizioni di casi o resoconti verbali di squadre di medici sul campo, ma l’assenza di dati impedisce che questi resoconti possano essere inseriti in una ricerca formale. Pertanto presumo che non saremo mai in grado di dimostrare ufficialmente l’esistenza della “sindrome della tenda bagnata” in un modo che consenta la pubblicazione su riviste scientifiche e sensibilizzi gli operatori sanitari e umanitari.

Ma dubito che siano necessarie “prove” scientifiche per convincersi che le condizioni di vita nelle tende soprattutto durante la pioggia, il freddo e le inondazioni che l’inverno porta con sé – combinate con il collasso quasi totale del sistema sanitario di Gaza abbiano creato una catastrofe umanitaria. E ancora, nel pieno del suo terzo inverno, non c’è alcun segnale che possa cessare.

Il dott. Michal Feldon è un esperto pediatra presso lo Shamir Medical Center.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Israele sta combattendo un’altra guerra, una guerra che non fa notizia

Mariam Barghouti

20 gennaio 2026 Al Jazeera

Nella Cisgiordania occupata Israele ha mobilitato tutte le sue risorse militari e coloniali per rendere impossibile la vita ai palestinesi

Mentre gli Stati Uniti concentrano gli sforzi sul mantenimento dell’aggressione israeliana a Gaza attraverso la messa in scena di un cessate il fuoco, un’altra guerra è in corso in Cisgiordania.

Negli ultimi due anni Israele ha intensificato le sue “operazioni di controinsurrezione” in Cisgiordania per “contrastare il terrorismo palestinese”. L’uso di termini come “operazioni di controinsurrezione” non è casuale. Israele sfrutta termini militari per nascondere le intenzioni e manipolare la realtà. Dall’Operazione Muro di Ferro all’Operazione Campi Estivi e all’Operazione Cinque Pietre fino alla più recente operazione “antiterrorismo” ad al-Khalil (Hebron), le azioni vengono presentate e riportate come temporanee, mirate e di risposta.

Ma non lo sono. L’intensificazione dell’aggressione militare – insieme alla violenza delle milizie dei coloni, alla distruzione delle infrastrutture, alle demolizioni di case e al crescente numero di posti di blocco e checkpoint – mira a creare dati di fatto sul campo che rendano la vita impossibile ai palestinesi, proprio come a Gaza.

Le zone di guerra in Cisgiordania

Nel 2025 l’assalto militare israeliano in Cisgiordania ha provocato la più grande campagna di sfollamento di massa che i palestinesi abbiano mai affrontato dal 1967, con quasi 50.000 palestinesi cacciati con la violenza dalle loro case.

L’esercito israeliano ha distrutto i campi profughi di Jenin e Tulkarem e ha negato ai loro residenti il ​​diritto al ritorno. Ora ha di fatto trasformato i due campi nel suo quartier generale militare al nord.

Le truppe israeliane hanno anche intrapreso la quasi totale distruzione delle infrastrutture, tra cui strade, sistemi fognari e la rete elettrica. Almeno il 70% delle strade della città di Jenin è stato spianato con i bulldozer e la maggior parte delle condutture idriche e delle reti fognarie a Jenin e Tulkarem sono state distrutte nel giro di poche settimane, con perdite economiche per milioni di dollari.

In tutto il distretto migliaia di famiglie sono state private sia dell’acqua che dell’elettricità. E ancora oggi le famiglie sfollate vivono in aree difficili da raggiungere, con pochissime infrastrutture civili.

Parallelamente l’esercito israeliano ha ampliato la geografia della sua violenza. Le truppe israeliane ora effettuano incursioni regolari nelle città centrali della Cisgiordania, tra cui Ramallah e Ariha (Gerico), e nel sud di al-Khalil (Hebron) e a Betlemme. In questi attacchi i palestinesi vengono assediati, terrorizzati e talvolta giustiziati dai soldati israeliani che operano impunemente.

Questa settimana l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione su larga scala ad al-Khalil (Hebron) con il pretesto di riportare la legge e l’ordine. L’intera città è stata messa sotto assedio con carri armati israeliani a pattugliare le strade, mentre uomini e ragazzi vengono arrestati, sottoposti a interrogatori sul campo e trattenuti in condizioni brutali.

Ma la violenza israeliana non si limita alle incursioni e alle operazioni dell’esercito. Dove va l’esercito, seguono i coloni. Con vero spirito coloniale, l’esercito funge da apripista e accompagna gli attacchi delle milizie dei coloni israeliani contro la popolazione e le proprietà palestinesi e dà il via all’annessione delle terre dei pastori. Negli ultimi due anni gli israeliani che vivono illegalmente in Cisgiordania sono stati dotati di armi di livello militare che vanno dagli M16 di fabbricazione statunitense alle pistole e ai droni, e le usano a loro piacimento.

È ormai chiaro che le operazioni di “controinsurrezione” di Israele non mirano a ottenere la vittoria “sul campo di battaglia”. Sono uno sforzo coordinato con i coloni per riprogettare l’ambiente territoriale e sociale in Cisgiordania in modo che non possano esserci dissenso o resistenza.

Quando una logica di controinsurrezione viene applicata a una popolazione civile occupata è un modo di trasformare case, strade e pratiche quotidiane in strumenti di controllo.

L’infrastruttura della paura

Lo scorso gennaio i coloni israeliani hanno affisso manifesti sulle strade principali della Cisgiordania. Recavano scritto a caratteri cubitali: “Non c’è futuro in Palestina”. I palestinesi hanno capito quello che era: una dichiarazione di guerra. Siamo ora nel pieno svolgimento.

Ogni settimana, in media, nove palestinesi vengono uccisi, altri 88 feriti, 180 arrestati, una dozzina torturati in interrogatori sul campo, a cui si aggiungono una media di 100 attacchi di coloni israeliani, 300 raid e assalti militari e 10 demolizioni di case e proprietà palestinesi. Tutto questo è fatto in una sola settimana.

Questi dati non riflettono solo l’aumento del livello di violenza, ma anche la sua frequenza. L’obiettivo di questa intensificazione è erodere qualsiasi senso di normalità per i palestinesi.

Migliaia di raid nel corso di un anno, uniti all’espansione delle colonie, alle nuove tangenziali, a centinaia di nuovi posti di blocco militari e alla sorveglianza sistemica, non sono episodici; hanno trasformato la violenza da eccezione a routine, normalizzando la disgregazione in condizione dell’amministrazione.

La violenza coloniale dei coloni detta legge nella vita dei palestinesi; determina quando le persone dormono, dove giocano i bambini, quando possono andare a scuola, se le attività commerciali aprono e come viene immaginato il futuro. Impone la necessità di una costante ricalibrazione. Prosciuga ed esaurisce.

In tutta la Cisgiordania la vita quotidiana palestinese è strutturata attorno a violente interruzioni. Israele non solo sta ridisegnando la mappa attraverso l’annessione di fatto, ma sta usando la paura come infrastruttura per ridisegnare i confini di dove i palestinesi possano vivere in sicurezza.

Questo influenza ogni aspetto della vita. Come giornalista palestinese, ogni volta che mi metto in viaggio mi ritrovo ad affrontare una familiare e paralizzante ansia per ciò che potrebbe accadere. Raramente percorro la stessa strada due volte. Un giorno è chiuso un villaggio; il giorno dopo un’intera città. Un viaggio di un’ora si trasforma in un viaggio di tre ore, a volte quattro. Devio continuamente attraverso le montagne, mentre cancelli e posti di blocco israeliani compaiono a ogni entrata e uscita di ogni villaggio e città palestinese.

La nostra vita in Cisgiordania si misura in deviazioni. Che non solo evidenziano il furto sistematico e accelerato di territorio e risorse vitali da parte di Israele, ma servono anche a rubare tempo e a impoverire le capacità socioeconomiche. Israele non solo ha interrotto la continuità territoriale in Cisgiordania, ha distrutto anche la vita sociale, il radicamento psicologico e le possibilità politiche.

E così, mentre alcuni palestinesi vengono cacciati sotto la minaccia delle armi, gli altri vengono cacciati attraverso l’infrastruttura della paura.

Israele è riuscito a creare un ambiente ostile in cui persino le case possono trasformarsi in campi di battaglia in pochi minuti. Allo stesso tempo, la violenza delle milizie armate israeliane e la proliferazione di avamposti soffocano aree urbane come Nablus, Ramallah, Betlemme e al-Khalil (Hebron).

L’esercito israeliano ha persino iniziato a saccheggiare sistematicamente i negozi di cambiavalute e a rubare oggetti di valore, come oro e argento, dalle case. Questo è importante quanto il terrore quotidiano, perché Israele non solo sta distruggendo le infrastrutture fisiche, ma sta anche rendendo impossibile la ripresa e la ricostruzione.

Frammentare un popolo

Una terra disconnessa è un popolo disconnesso. Le città palestinesi in Cisgiordania si stanno riducendo e vengono inglobate in uno Stato coloniale israeliano in continua espansione.

L’anno scorso Israele ha formalizzato i piani per sviluppare il progetto della colonia illegale E1 e quest’anno si prevede che porterà avanti il ​​piano di espansione delle colonie vicino a Gerusalemme, nella Valle del Giordano e attorno a Ramallah. Questi sviluppi separerebbero di fatto Gerusalemme Est occupata dalla Cisgiordania e il nord dal sud. I coloni israeliani stanno ora issando bandiere israeliane su strade e case palestinesi come simbolo di conquista.

La Cisgiordania è fondamentale per comprendere che la guerra non arriva solo con le bombe; a volte arriva con posti di blocco, permessi, restrizioni urbanistiche, violenza sponsorizzata dallo Stato e il dirottamento di risorse vitali dai palestinesi alle colonie. Non si tratta semplicemente della frammentazione del territorio in preparazione della colonizzazione, ma del lento degrado della capacità della popolazione nativa di esistere come collettività. La Cisgiordania è il luogo in cui la guerra si scatena sotto la soglia delle notizie, senza alcuna linea del fronte.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Mariam Barghouti è una scrittrice palestinese-americana residente a Ramallah.

I commenti politici di Barghouti sono apparsi, tra gli altri, sull’International Business Times, sul New York Times e su TRT-World.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Il ministro di estrema destra Ben-Gvir sovrintende alla distruzione all’interno del complesso dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Redazione Palestine Chronicle

20 gennaio 2026 – The Palestine Chronicle

Le autorità israeliane hanno demolito le strutture all’interno della sede centrale dell’UNRWA a Gerusalemme Est, segnando una grave escalation contro l’agenzia delle Nazioni Unite e il suo ruolo al servizio dei rifugiati palestinesi.

Martedì le autorità di occupazione israeliane hanno effettuato operazioni di demolizione all’interno della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nella Gerusalemme Est occupata, in un’azione descritta dai funzionari palestinesi come una pericolosa escalation contro un organismo umanitario internazionale.

Le demolizioni hanno avuto luogo all’interno del complesso dell’UNRWA nel quartiere di Sheikh Jarrah. Secondo testimoni e palestinesi, sono state eseguite alla presenza del Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, esponente dell’estrema destra.

Mentre le squadre israeliane si muovevano per distruggere le strutture all’interno della sua sede di Gerusalemme Est, l’UNRWA ha dichiarato di trovarsi di fronte a un “attacco senza precedenti”,

All’interno del complesso ONU

Secondo il Governatorato di Gerusalemme, i bulldozer israeliani hanno demolito uffici mobili e altre strutture all’interno del complesso dell’UNRWA. Il Governatorato ha affermato che, mentre i lavori di demolizione continuavano, le forze israeliane hanno anche issato la bandiera israeliana sul complesso, sostituendo quella delle Nazioni Unite.

I funzionari palestinesi hanno descritto l’iniziativa come parte di una “politica sistematica e ufficiale” che prende di mira un’agenzia delle Nazioni Unite che gode di immunità giuridica internazionale e svolge un ruolo insostituibile nel fornire servizi ai rifugiati palestinesi.

L’UNRWA assiste circa 192.000 rifugiati palestinesi nella sola Gerusalemme, fornendo istruzione, assistenza sanitaria e servizi sociali.

Ben-Gvir elogia la demolizione

Ben-Gvir ha accolto con favore la demolizione degli uffici dell’UNRWA, descrivendola come una “giornata storica” ​​e una celebrazione di quella che ha definito la sovranità israeliana su Gerusalemme.

Il vicesindaco israeliano Aryeh King si è spinto oltre, pubblicando sui social media che la rimozione dell’UNRWA da Gerusalemme era ora in corso, utilizzando un linguaggio provocatorio per descrivere l’agenzia.

Contesto giuridico e politico

La demolizione fa seguito alle misure legislative israeliane contro l’UNRWA.

Nell’ottobre 2024 la Knesset israeliana ha approvato una legge che vieta le operazioni dell’UNRWA e proibisce alle autorità israeliane di collaborare con l’agenzia.

Una seconda legge adottata a dicembre ha ordinato l’interruzione dei servizi di elettricità e acqua alle proprietà utilizzate dall’UNRWA.

Gli organismi internazionali hanno ripetutamente avvertito che lo smantellamento dell’UNRWA avrebbe conseguenze catastrofiche per milioni di rifugiati palestinesi che dipendono dai suoi servizi a Gerusalemme, in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Giordania e in Siria.

UNRWA

L’UNRWA è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1949 per fornire assistenza e protezione ai palestinesi sfollati durante la creazione di Israele.

Israele ha a lungo cercato di indebolire l’agenzia, considerando la sua esistenza come un riconoscimento dei diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale.

La demolizione delle strutture dell’UNRWA a Gerusalemme Est avviene nel contesto di una più ampia campagna israeliana contro le istituzioni palestinesi nella città, che include chiusure forzate, demolizioni e restrizioni volte a ridisegnare il panorama demografico e politico di Gerusalemme.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Le esportazioni agricole israeliane rischiano un imminente “collasso” poiché il mondo rifiuta i suoi prodotti a causa del genocidio di Gaza

Jonathan Ofir

19 gennaio 2026 – Mondoweiss

I coltivatori israeliani segnalano che le esportazioni agricole del Paese stanno affrontando un imminente “collasso” dovuto all’opposizione internazionale al genocidio di Gaza. Recenti reportage mostrano l’impatto del boicottaggio contro Israele e perché il “marchio” Israele potrebbe non riprendersi mai più.

Negli ultimi mesi la rete pubblica israeliana ha messo in onda vari reportage sul grave problema in Israele per l’esportazione di frutta, soprattutto sui mercati europei. Trasmessi da Kan 11 [canale pubblico israeliano, ndt.], i servizi indicano quello che gli stessi agricoltori descrivono come un imminente “collasso”, testimoniando involontariamente l’importanza del continuo boicottaggio internazionale contro Israele.

Uno dei reportage della rete pubblica afferma che ora Israele si trova accanto alla Russia nell’ “alleanza dei boicottati”. È difficile identificare un unico soggetto responsabile di questa situazione di isolamento, ma l’Europa ha una parte importante nella vicenda.

“Non vogliono i nostri manghi,” dice a Kan 11 un coltivatore di manghi in uno dei servizi. “In Europa trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Solo allora comprano da noi. Se hanno un’alternativa evitano di farlo.”

Un altro aspetto della faccenda è Ansar Allah dello Yemen, più comunemente noto come “gli Houti”. Il blocco del Mar Rosso a sud — nonostante l’accordo di maggio con gli USA, che non li ha fatti desistere dal minacciare Israele — ha obbligato le compagnie di navigazione a ricorrere a rotte più lunghe e costose. Ciò ha compromesso anche il mercato asiatico.

Ma, nonostante non ci sia un unico fattore evidente, il genocidio israeliano a Gaza rimane chiaramente una causa comune ai vari fattori. Gli israeliani lo negano e contemporaneamente dichiarano il proprio appoggio, come evidenziato lo scorso anno da un ampio sondaggio che ha mostrato che la grande maggioranza di israeliani crede che non ci siano “innocenti a Gaza”.

A causa dell’arroganza nazionale degli israeliani, e della loro sensazione di aver il diritto di commettere un genocidio con il pretesto dell’“autodifesa”, la prima vittima della crisi delle esportazioni è l’ego collettivo israeliano. Nei reportage si vedono agricoltori che piangono e naturalmente la simpatia nazionale va ai coltivatori di agrumi e manghi, anche se uno di loro, un generale in congedo, dice a tutti quanto “ne abbia abbastanza” dei palestinesi.

In altre parole la reazione israeliana contro il boicottaggio globale accentua implicitamente l’odio verso i palestinesi e il disprezzo verso quanti non stanno con Israele.

Ma quello che di fatto subisce dei danni in Israele non è un settore economico piuttosto che un altro, ma il marchio Israele, che potrebbe non riprendersi.

Ironicamente la migliore rappresentazione di questo marchio sono gli “aranci Jaffa”, un marchio che di per sé rappresenta l’espropriazione della cultura palestinese da parte del colonialismo di insediamento israeliano, praticamente sparito dal mercato internazionale.

Prendiamo in considerazione due importanti servizi televisivi, uno sugli agrumi e l’altro sui manghi, che rappresentano due dei principali prodotti agricoli esportati da Israele.

Dove sono le arance?”

Il primo servizio di Kan 11, messo in onda alla fine di novembre 2025 e diffuso con il titolo di “Fine della Stagione delle Arance”, citando una canzone popolare israeliana, si concentra sugli agrumeti del kibbutz Givat Haim Ichud. Per inciso, è il kibbutz in cui sono nato e cresciuto.

Il campo si trova proprio vicino al punto in cui è ancora possibile trovare i cactus del villaggio di Khirbet al-Manshiyya in cui si è consumata la pulizia etnica [a danno dei palestinesi]. Il coltivatore del frutteto del kibbutz, Nitzan Weisberg, spiega che tutti gli agrumeti sono a rischio di essere sradicati per la mancanza di commesse per l’esportazione.

Weisberg ha iniziato a gestire le coltivazioni del kibbutz due anni fa e inizialmente aveva tagliato metà degli alberi di agrumi nel tentativo di rendere di nuovo conveniente il settore.

Ma poi hanno cominciato ad essere cancellati gli ordini dall’Europa e ora non può neppure vendere la produzione della metà rimasta. “Nonostante la sua alta qualità la frutta israeliana è attualmente meno richiesta in Europa,” afferma. “Dall’inizio della guerra (a Gaza) di fatto stiamo producendo in perdita.”

Se le cose peggiorano, dice Weisberg, ciò porterà al “collasso”.

Il giro prosegue appena dall’altra parte della strada, nelle coltivazioni del kibbutz Ein Hahoresh, dove è nato lo storico Benny Morris. Lì Gal Alon, un coltivatore di agrumi di terza generazione, parla di come la sua famiglia abbia deciso di non esportare niente dall’inizio della guerra. Quello dei mercati esteri è “un mondo molto difficile e aggressivo,” sostiene, quindi ha deciso di basarsi solo sul mercato interno.

La troupe televisiva poi si sposta di tre chilometri verso Hibat Zion, un moshav (insediamento agricolo) dove il coltivatore Ronen Alfasi sta contrattando il prezzo dei pompelmi con un mediatore che vuole venderli sui mercati di Gaza. Alfasi dice che i prodotti confezionati saranno troppo cari per loro, benché i suoi magazzini e depositi refrigerati siano pieni. Mostra che i frutti sugli alberi hanno superato il limite delle loro dimensioni e non potranno essere commercializzati come frutta, ancor meno per l’esportazione. Dovranno essere venduti localmente per farne dei succhi.

Il reportage nota anche che solo qualche arancio è coltivato. Ce ne sono alcuni, ma solo per il mercato locale. Il marchio “arancia Jaffa” è storico, ma era stato reso famoso in tutto il mondo dagli agricoltori palestinesi a metà dell’‘800, prendendo il nome dalla città portuale di Jaffa che li esportava, una città che subì una pulizia etnica quasi totale da parte delle milizie sioniste nel 1948. Allora Israele si impossessò del marchio, una parte della stessa appropriazione culturale che considera hummus e falafel come israeliani.

“Prima della guerra esportavamo alcune (arance) in Scandinavia,” dice Daniel Klusky, segretario generale dell’associazione israeliana dei coltivatori di agrumi. “Ma dopo la guerra non ne abbiamo esportato neppure un container.”

Alleanza dei boicottati”

Ronen Alfasi afferma che la maggior parte dei raccolti del suo settore venivano esportati in Paesi asiatici, ma cita il “problema logistico contro gli Houti” come la ragione per la quale “tutte le tratte della logistica sono cambiate.” Si sono cercati percorsi più lunghi e più costosi, dice Alfasi, con container che arrivano con un ritardo da 90 a 100 giorni. “E arrivano con gravi problemi di qualità,” racconta.

L’unico mercato rimasto, afferma Alfasi, è la Russia. Benché come coltivatore di agrumi stia perdendo soldi, sta esportando in Russia solo per coprire le spese di magazzino.

A un certo punto l’intervistatore gli fa una domanda scomoda: “Possiamo dire che la Russia è l’unico mercato che tratta ancora con noi?”

“Trattano ancora con noi,” dice Alfasi, “ma in Europa molto meno… trattano con noi solo se gli manca qualcosa. Se hanno un’alternativa evitano di comprare da noi.”

“E si dice esplicitamente che è a causa della… situazione nazionale di Israele?” chiede più esplicitamente l’intervistatore.

“Sì,” risponde chiaramente Alfasi.

“Quindi gli europei non ci prendono in considerazione e i mercati asiatici sono bloccati. Almeno i russi comprano ancora qualche prodotto da noi: l’alleanza dei boicottati,” conclude l’intervistatore [Israele è l’unico Paese occidentale che non ha aderito al boicottaggio della Russia, ndt.].

Manghi marciti

Il quadro è simile in un altro reportage di Kan sulla raccolta dei manghi nel nord della fine di agosto 2025. Qui viene presentato un generale a riposo ed ex-portavoce dell’esercito, Moti Almoz, ora coltivatore di manghi. Lo si vede mentre urla ordini ai lavoratori utilizzando un gergo militare.

I frutti sembrano abbastanza buoni, ma la voce narrante descrive la stagione come “una delle più dure vissute dai coltivatori di mango in Israele”. “Si parla di un vero collasso.” Almoz dice che non è a causa della cattiva produzione, questa stagione ha avuto “un raccolto pazzesco”, sostiene, ma piuttosto perché “il 25% è per terra.”

“Perché non li ha raccolti?” chiede l’intervistatore.

“Perché non avrei potuto farci niente. Dopo che i refrigeratori sono pieni e i mercanti hanno preso quello che avevano ordinato… la gente in Israele deve mangiare anche carne, un po’ di pane e formaggio. Non può mangiare solo manghi.”

Il reportage dice che quest’anno molti mercati agricoli si sono chiusi per i produttori di mango e Almoz nota che sta perdendo centinaia di migliaia di shekel, mentre le fattorie più grandi stanno perdendo milioni. Dodi Matalon, un agricoltore delle piantagioni collettive di mango dei kibbutz Moran e Lotem, dice che quest’anno non hanno neppure mandato frutta ai magazzini perché non sarebbe stato conveniente. Invece la gente arriva con la propria auto e compra casse direttamente dal campo. “Spero che ci aiuterà a rimanere almeno a galla,” commenta Matalon. “Ma non ci salverà”.

Su 1.200 tonnellate di frutta 700 rimarranno sugli alberi, cadranno a terra e marciranno. “Una crisi come questa non l’avevamo mai vissuta prima,” spiega Matalon.

Poi arriva l’inquadramento della voce narrante. Come l’altro reportage anche questo fa allusione al genocidio. “Questa crisi è stata creata dalla combinazione di vari fattori arrivati simultaneamente, e in maggioranza sono relativi alla guerra,” afferma il narratore. “Gaza, che detiene il 15% del mercato, è completamente chiusa. Anche i palestinesi della Cisgiordania comprano molto meno. Ma il colpo più duro è arrivato dall’estero: il 30% dei manghi israeliani va all’esportazione, soprattutto in Europa, ma quest’anno i porti hanno iniziato a chiudere.”

“A causa della guerra a Gaza stanno riducendo l’entità degli acquisti da Israele,” dice Almoz. “Non vogliono i nostri manghi.”

Matalon afferma che in Europa ci sono “piccole etichette che indicano da dove arriva il prodotto,” notando che “possiamo vedere che questo ha un effetto.”

Egli crede che il peggioramento dello stato dell’agricoltura da esportazione israeliana richiede un intervento del governo, se la si vuole salvare, oppure, avverte, “ci ritroveremo semplicemente senza esportazioni agricole.”

Andrebbe in rovina piuttosto che vendere ai gazawi

La voce narrante dice che Almoz è un vecchio militante del partito laburista, un “falco della sicurezza” che è diventato ancora più falco dal 7 ottobre. La posizione predominante di questo genere di persone è stata espressa nel marzo 2024 dal capo del movimento dei kibbutz Nir Meir: “Molti degli abitanti dei kibbutz che hanno subito il 7 ottobre non sopportano di sentir parlare arabo e vogliono vedere Gaza cancellata.”

Almoz ripete sentimenti simili, sostenendo che dopo il 7 ottobre “dobbiamo ripensare tutto, tutto. Io ero uno che diceva che più lavoratori (palestinesi) in Israele avrebbero significato meno terrorismo.”

“Ti sbagliavi?” gli chiedono.

“Certo, cosa credi? Ne ho abbastanza di loro,” dice enfaticamente. “Stai parlando con una persona che ne ha abbastanza di loro. Qualunque cosa tu mi possa dire, che potrebbero cambiare… è una favoletta…”

In effetti Almoz dice di non voler vendere a Gaza anche se ciò gli farebbe guadagnare qualcosa: “Se c’è una sola possibilità che io perda soldi perché questo (mango) si potrebbe trasformare in un beneficio per Hamas, allora preferisco perdere soldi.”

Nel reportage Matalon è scoppiato letteralmente a piangere, ma per il momento il senso generale di supponenza in Israele ha impedito a lui e a quelli come lui di riconoscere che il genocidio ha un prezzo. Questi sono i frutti amari del genocidio.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Cos’è il “Consiglio per la Pace” di Trump e chi governerà Gaza?

Faisal Edroos

19 gennaio 2026 – Middle East Eye

Una potenziale alternativa alle Nazioni Unite guidata dagli Stati Uniti, il Consiglio e gli organismi che operano sotto di esso emarginano i palestinesi e rafforzano gli esponenti filo-israeliani.

In base ad una copia del suo Statuto visionata da Middle East Eye l’iniziativa “Consiglio per la Pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe competere con le Nazioni Unite e mediare in altri conflitti globali.

L’organismo è stato originariamente concepito come parte dell’iniziativa di Trump volta alla creazione di un nuovo quadro di governance per la Striscia di Gaza devastata dalla guerra sulla scia del genocidio israeliano in corso da due anni.

Ma il testo del suo Statuto, che non menziona l’enclave palestinese, evoca un “organismo internazionale per la costruzione di una pace più agile ed efficace”, suggerendo che il suo ambito di azione potrebbe essere molto più ampio.

“Il Consiglio per la Pace è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”, afferma lo Statuto.

“Una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”, aggiunge.

Lo Statuto conferisce a Trump ampi poteri in qualità di presidente del Consiglio per la Pace, consentendogli di nominare e rimuovere gli Stati membri, una decisione che può essere annullata solo da una maggioranza di due terzi dei membri.

Vi si legge che i paesi che aderiscono al consiglio ricopriranno un mandato limitato di tre anni, a meno che non contribuiscano con oltre un miliardo di dollari entro il primo anno di attività.

Da quando è stato presentato sono stati invitati ad aderire diversi capi di Stato e di governo e, secondo fonti di MEE, il primo tra questi è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

Il 18 gennaio Egitto, India, Pakistan e Arabia Saudita sono stati tra le decine di paesi che hanno dichiarato di essere stati invitati e di stare valutando la questione.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro se fosse stato invitato anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu [in realtà il 21 gennaio è stato comunicato il sì di Netanyahu all’adesione, ndt.].

Cos’è il comitato esecutivo costituente per Gaza?

Alla base della struttura gerarchica del Consiglio per la Pace si trova il comitato esecutivo costituente” per Gaza.

Il 16 gennaio la Casa Bianca ha presentato il comitato esecutivo costituente, un organismo che, a suo dire, guiderà la prossima fase di governance e ricostruzione nel territorio devastato dalla guerra.

La Casa Bianca ha affermato che il comitato esecutivo costituente, composto da sette membri, è formato da persone con “esperienza in diplomazia, sviluppo, infrastrutture e strategia economica”.

Ha specificato che ciascun membro del consiglio sarebbe stato responsabile di una serie di compiti fondamentali per la stabilizzazione di Gaza”, tra cui lo sviluppo delle capacità di governance, le relazioni regionali, la ricostruzione, l’attrazione di investimenti, i finanziamenti su larga scala e la mobilitazione di capitali”.

Tuttavia al 19 gennaio non era ancora chiaro chi sarebbe stato responsabile di quali priorità.

Nella sua dichiarazione la Casa Bianca ha anche annunciato la nomina di due controversi consiglieri senior che riferiranno al comitato e supervisioneranno “la strategia e le operazioni quotidiane”.

Ha inoltre nominato un Alto Rappresentante per Gaza, annunciato i membri di un Consiglio Esecutivo separato per Gaza e indicato il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), un organismo la cui composizione resta avvolta nell’incertezza da mesi.

Gli annunci hanno immediatamente attirato critiche da parte di analisti e organizzazioni per i diritti umani palestinesi, che hanno sottolineato come nessuno dei suoi membri più importanti sia palestinese e come quasi tutti i componenti siano strettamente legati a Israele.

Non c’è stata alcuna risposta immediata da parte di Hamas, che in precedenza aveva dichiarato di essere pronta ad abbandonare i suoi compiti di governo nell’enclave, come delineato nel piano di Trump di ottobre.

Tuttavia la Jihad Islamica, la seconda organizzazione più rappresentativa a Gaza, ha criticato la composizione del consiglio, affermando che le nomine “sono in linea con le direttive israeliane” e servono gli interessi di Israele.

Chi sono i sette membri del consiglio esecutivo fondatore?

Marco Rubio

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio è stato indicato come primo membro del comitato esecutivo fondatore.

Da sempre sostenitore di Israele, Rubio si è ripetutamente opposto all’imposizione di vincoli agli aiuti militari statunitensi al Paese.

Come senatore, Rubio ha sponsorizzato il Combating BDS Act per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni che prendeva di mira Israele, sostenendo che boicottaggi e sanzioni discriminassero ingiustamente Israele e ne minassero la sicurezza e la posizione diplomatica.

All’indomani degli attacchi del 7 ottobre ha ripetutamente sostenuto gli attacchi israeliani a Gaza, definendo la guerra cruciale per la sicurezza di Israele.

Ha ripetutamente sostenuto che Hamas deve essere “sradicata” e ha respinto le indagini internazionali sulla condotta dell’esercito israeliano.

Dal momento della sua nomina a Segretario di Stato Rubio ha ribadito questa posizione, ma ha elogiato la prima fase dell’accordo di cessate il fuoco come il piano “migliore” e “unico”.

Jared Kushner

Jared Kushner, genero del presidente degli Stati Uniti, ha acquisito notorietà internazionale nel 2020 come uno degli artefici dell’ampiamente deriso “Accordo del Secolo” [piano di pace presentato da Donald Trump nel 2020 per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Proponeva uno Stato palestinese limitato, Gerusalemme come capitale indivisa di Israele e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania, ndt.].

Nonostante non avesse alcuna esperienza pregressa in politiche di governo o relazioni internazionali il suo controverso piano prevedeva l’annessione di ampie zone della Cisgiordania occupata e della Valle del Giordano in cambio del riconoscimento di uno Stato palestinese disarticolato, senza alcun controllo sui propri confini o spazio aereo.

Kushner si è scagliato contro i palestinesi quando hanno respinto il piano, definendoli “stupidi” e persino consigliando loro di “farsi una doccia fredda” e di valutarlo più attentamente.

L’anno scorso il piano ampiamente screditato di Trump di espellere con la forza i palestinesi e trasformare Gaza in una “riviera” di proprietà degli Stati Uniti riecheggiava quasi parola per parola i progetti precedentemente prospettati da Kushner per l’enclave.

Kushner ha lanciato per primo l’idea nel 2024 durante un discorso all’Università di Harvard, affermando che avrebbe “fatto del suo meglio per far evacuare la popolazione e poi ripulire la zona”.

“La proprietà costiera di Gaza potrebbe essere molto preziosa… se le persone si concentrassero sulla creazione di mezzi di sostentamento”, affermò all’epoca.

Secondo il piano ai palestinesi sarebbero stati pagati 5.000 dollari per lasciare la loro terra e Gaza sarebbe stata trasformata con la creazione di resort di lusso e isole artificiali.

Steve Witkoff

Steve Witkoff, un miliardario imprenditore immobiliare ebreo-americano, non aveva alcuna formazione diplomatica ufficiale prima di essere nominato inviato di Trump in Medio Oriente. Ma il 68enne ha ricevuto ampi elogi per aver portato a termine l’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Durante un incontro con i leader di Hamas a Sharm el-Sheikh, Witkoff ha condiviso nel corso dei negoziati con Khalil al-Hayya, alto dirigente dell’organizzazione palestinese, il dolore per la perdita del figlio a causa di un’overdose [Witkoff ha ricordato l’episodio, avvenuto nel 2011, nel formulare le condoglianze a Khalil al-Hayya per la morte del figlio, rimasto ucciso da un raid delle forze armate israeliane a Doha, ndt.].

All’inizio di questo mese Witkoff ha annunciato l’inizio della seconda fase del piano di Trump per porre fine alla guerra a Gaza, aggiungendo di aspettarsi che Hamas “rispettassei pienamente i suoi obblighi” previsti dall’accordo, altrimenti avrebbe dovuto affrontare “gravi conseguenze”.

Tony Blair

L’ex Primo Ministro britannico Tony Blair era stato a lungo indicato come potenziale membro del comitato che avrebbe supervisionato la situazione di Gaza nel dopoguerra, nonostante avesse trascinato il suo Paese nella disastrosa invasione e occupazione dell’Iraq del 2003.

A parte il suo ruolo nella guerra in Iraq, il suo mandato come inviato di pace in Medio Oriente non è riuscito a raggiungere una soluzione di pace duratura per Israele-Palestina ed è stato ampiamente criticato da entrambe le parti.

Dopo aver lasciato la carica, l’organizzazione di consulenza di Blair, il Tony Blair Institute (TBI), è stata oggetto di ampie critiche per aver fornito assistenza a una serie di governi autocratici, tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

L’istituto ha smentito le notizie secondo cui Blair avrebbe fornito consulenza al Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi nel 2014, dopo che il generale aveva deposto il primo leader democraticamente eletto del Paese, Mohamed Morsi.

Il TBI ha anche ricevuto denaro da un truffatore finanziario legato agli insediamenti illegali israeliani e a una rete islamofoba americana.

Da quando ha lasciato l’incarico Blair è stato anche sponsor onorario della filiale britannica del Jewish National Fund (JNF) di Israele, che ha dovuto affrontare pesanti critiche per le sue attività, tra cui la donazione di 1 milione di sterline (1,15 milioni di euro) a quella che è descritta come “la più grande milizia di Israele”, e la cancellazione della Palestina dalle sue mappe ufficiali.

Il TBI è stato più recentemente associato a un piano postbellico per Gaza, ampiamente disapprovato, che prevedeva la trasformazione della Striscia in un centro commerciale e lo sfollamento forzato dei palestinesi dall’enclave devastata dalla guerra.

Ajay Banga

Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale, è uno dei due esperti finanziari che entrano a far parte del comitato esecutivo costituente.

Dopo aver iniziato la sua carriera presso Nestlé India, ha poi svolto un ruolo decisivo nel lancio dei franchising di fast food di PepsiCo, Pizza Hut e KFC in India, durante la liberalizzazione dell’economia del paese.

In seguito ha svolto il ruolo di consulente per diversi politici statunitensi, tra cui l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, per essere poi nominato nel 2023 alla guida della Banca Mondiale dall’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Nel 2024 Banga ha elogiato il Primo Ministro indiano Narendra Modi per quella che ha definito la costruzione di un solido rapporto con gli Stati Uniti.

Anni prima Banga aveva ricevuto il Padma Shri, una delle più alte onorificenze indiane, precedentemente conferita dal governo indiano a Jawaharlal Nehru.

Marc Rowan

L’imprenditore miliardario Marc Rowan è l’altro esperto finanziario che entrerà a far parte del consiglio direttivo

In qualità di amministratore delegato di Apollo Global Management, la sua società di investimento privato, è fortemente impegnato in attività commerciali in Israele.

La sua società ha precedentemente collaborato con aziende come Phoenix Holdings, ora nota come Phoenix Financial, che, secondo i dati consultati da Middle East Eye, nel marzo 2025 deteneva azioni di società accusate dalle Nazioni Unite di operare in insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati.

In diverse interviste Rowan, 63 anni, si è definito un “orgoglioso sostenitore dello Stato di Israele” e ha definito Israele un “rifugio” per gli ebrei.

Attualmente è presidente del consiglio di amministrazione della UJA-Federation di New York, una delle più grandi organizzazioni filantropiche locali al mondo, che avrebbe inviato fondi a organizzazioni che sostengono le colonie israeliane.

Nell’ottobre 2023, diverse settimane dopo che la sua alma mater, l’Università della Pennsylvania, aveva organizzato un festival pro-palestinese, Rowan chiese le dimissioni del preside e del presidente del consiglio di amministrazione dell’università.

Nonostante l’evento si sia tenuto settimane prima degli attentati del 7 ottobre, entrambi i funzionari si sono poi dimessi.

Nel dicembre 2025, durante una raccolta fondi che raccolse circa 57 milioni di dollari per cause pro-Israele, Rowan ha accusato Zohran Mamdani, che si stava candidando a sindaco di New York, di essere un “nemico” degli ebrei .

Mamdani ha poi vinto la competizione con una vittoria schiacciante diventando sindaco di New York.

Robert Gabriel

Anche Robert Gabriel, relativamente sconosciuto, è stato nominato nel comitato esecutivo.

Gabriel è stato consulente politico nella prima campagna presidenziale di Trump e durante le rivolte del 6 gennaio scrisse un messaggio a una persona anonima, dicendo: “Sono sicuro che il POTUS [il Presidente degli Stati Uniti] sia entusiasta di questo“.

Secondo Politico Gabriel ha lavorato a stretto contatto con la responsabile dello staff Susie Wiles in qualità di “consigliere principale” e durante la campagna presidenziale del 2024 è stato il suo assistente.

Chi sono i consulenti senior nominati nel “Consiglio per la Pace“?

La Casa Bianca ha annunciato che sono stati nominati anche due consulenti senior per gestire la strategia e le operazioni quotidiane del Consiglio per la Pace: Aryeh Lightstone e Josh Gruenbaum.

Lightstone è stato consulente senior di David Friedman, un convinto difensore del movimento israeliano delle colonie illegali, quando questi era ambasciatore degli Stati Uniti in Israele tra il 2017 e il 2021.

È stato anche un ex direttore esecutivo di Shining Light, un’organizzazione statunitense per la raccolta fondi legata alla destra israeliana.

Secondo Haaretz Lightstone è stato anche profondamente coinvolto nella creazione della controversa Gaza Humanitarian Foundation.

Meno noto al grande pubblico è Gruenbaum, descritto dalla Casa Bianca come consulente senior responsabile del coordinamento operativo.

Tuttavia Gruenbaum è noto per aver collaborato con Kushner al piano “riviera” di Trump per Gaza.

Chi è l’Alto Rappresentante per Gaza?

La Casa Bianca ha anche annunciato che l’ex inviato delle Nazioni Unite Nikolay Mladenov è stato nominato Alto Rappresentante per Gaza e fungerà da collegamento chiave tra il Consiglio Esecutivo Costituente per Gaza e il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato tecnico composto da funzionari palestinesi che dovrebbe gestire l’enclave.

Mladenov, che risiede negli Emirati Arabi Uniti, ha stretto buoni rapporti con Kushner quando quest’ultimo stava negoziando gli Accordi di Abramo del 2020, che hanno visto Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan normalizzare i rapporti con Israele, come precedentemente riferito a MEE da funzionari arabi e occidentali.

Kushner ha dichiarato al New York Times che l’amministrazione Trump ha dato fiducia al diplomatico bulgaro durante i negoziati e ha tenuto conto dei suoi commenti costruttivi”.

Cos’è il Consiglio Esecutivo per Gaza?

La Casa Bianca ha anche nominato un “Consiglio Esecutivo per Gaza” composto da 11 membri, incaricato di garantire il coordinamento regionale e internazionale.

Non è chiaro quali responsabilità avrebbero il consiglio o i suoi membri.

Secondo l’elenco pubblicato dalla Casa Bianca il consiglio include Blair, Kushner, Rowan e Witkoff, molte delle stesse figure presenti nel consiglio esecutivo.

Il Consiglio Esecutivo per Gaza comprenderebbe anche alti funzionari degli Stati della regione, tra cui il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico del Qatar Ali Al-Thawadi, il funzionario dell’intelligence egiziana Hassan Rashad e il ministro degli Emirati Arabi Uniti Reem al-Hashimy.

Anche Sigrid Kaag, politica olandese e coordinatrice delle Nazioni Unite a Gaza, è stata nominata per un ruolo.

Il canale israeliano Channel 12 ha riferito che anche l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, che ha avuto stretti legami con Blair e Kushner, avrebbe fatto parte del consiglio.

Cos’è il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza?

Istituito a ottobre nell’ambito del piano di pace in 20 punti di Trump per Gaza.

Annunciato formalmente il 15 gennaio, i suoi membri devono ancora essere confermati ufficialmente, ma, secondo un elenco visionato da MEE, il comitato sarà guidato da Ali Shaath, ex viceministro palestinese per la pianificazione.

Parlando ai giornalisti il ​​18 gennaio Shaath ha affermato che l’organismo cercherà di ripristinare i servizi essenziali a Gaza e di coltivare una società “radicata nella pace”.

“Sotto la guida del Consiglio per la Pace, presieduto dal Presidente Donald J. Trump, e con il supporto e l’assistenza dell’Alto Rappresentante per Gaza, la nostra missione è quella di ricostruire la Striscia di Gaza non solo nelle infrastrutture, ma anche nello spirito”, ha affermato Shaath.

Ha aggiunto che il NCAG si concentrerà sul rafforzamento della sicurezza nell’enclave, di cui poco meno della metà è controllata da Hamas.

In seguito all’accordo di cessate il fuoco di ottobre Israele controlla almeno il 53% di Gaza occupando il territorio a est di un confine invisibile e in continua espansione noto come “Linea Gialla”.

Secondo l’elenco visionato da MEE gli altri membri dell’NCAG includono Omar Shamali, che supervisionerà le comunicazioni, Abdul Karim Ashour, incaricato dell’agricoltura, Aed Yaghi, responsabile del malandato sistema sanitario dell’enclave, e Aed Abu Ramadan, che guiderà l’industria e l’economia.

L’elenco indica inoltre che Jabr al-Daour si occuperà delle questioni relative all’istruzione, Bashir al-Rayes delle finanze, Ali Barhoum dell’acqua e dei comuni, Hanaa Tarzi dei soccorsi e della solidarietà e Adnan Salem Abu Warda della magistratura.

Precisa inoltre che Rami Tawfiq Helles si occuperà delle dotazioni e degli affari religiosi, Osama Hassan al-Saadawi supervisionerà l’edilizia abitativa e i lavori pubblici, mentre Samira Helles si occuperà dell’energia e dei trasporti.

Infine Sami Nasman, alto funzionario della sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese in pensione e critico di lunga data di Hamas, diventerà ministro della sicurezza.

Nel 2015 un tribunale di Gaza aveva condannato Nasman in contumacia a 15 anni di carcere per aver istigato al “caos” e presumibilmente orchestrato tentativi di assassinio contro i leader di Hamas.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




UNRWA: rischi di malattie a Gaza ai massimi livelli a causa della carenza di vaccini

Redazione di MEMO

19 gennaio 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che lunedì l’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) ha avvertito che i rischi di malattie nella Striscia di Gaza hanno raggiunto livelli record, dato che ai minori continuano a mancare vaccinazioni essenziali in mezzo a due anni di guerra, condizioni invernali difficili e il collasso del sistema sanitario.

Il commissario generale dell’UNRWA Philippe Lazzarini ha affermato che dall’inizio del conflitto i minori a Gaza sono stati ripetutamente privati dei cicli di immunizzazione necessari per proteggerli da malattie che possono essere prevenute.

In più di due anni di guerra a Gaza i minori hanno ripetutamente saltato le vaccinazioni di cui hanno bisogno per avere garantita la salute,” ha detto Lazzarini in una dichiarazione.

Ha affermato che le difficili condizioni atmosferiche invernali, incluse basse temperature, pesanti precipitazioni e inondazioni, stanno aggravando i rischi nell’enclave.

Queste condizioni si aggiungono ai già elevati rischi di malattie causate dall’acqua e dai servizi di sanitizzazione scadenti, ai rifugi sovrappopolati e al collasso del sistema sanitario,” ha aggiunto.

Lazzarini ha detto che domenica lo staff dell’UNRWA, in coordinamento con l’UNICEF, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e partner locali, ha cominciato il secondo ciclo di una campagna di vaccinazione di recupero avente come soggetti i bambini sotto i tre anni.

La vaccinazione in tali condizioni è più che mai importante,” ha detto, sottolineando che l’UNRWA continua a lavorare per salvare vite a Gaza.

L’esercito israeliano da ottobre 2023 ha ucciso più di 71.000 persone, molte delle quali donne e minori e ne ha ferite oltre 171.000 in una brutale offensiva che ha lasciato la Striscia di Gaza in macerie.

Nonostante un cessate il fuoco cominciato il 10 ottobre, secondo il ministero della sanità di Gaza l’esercito israeliano ha continuato i suoi attacchi, uccidendo 465 palestinesi e ferendone 1.287 altri.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Israele pronto ad avviare la costruzione di una tangenziale nel cuore della Cisgiordania

Emma Graham-Harrison

Martedì 13 gennaio 2026 – The Guardian

Il progetto stradale, parte del progetto per un nuovo insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme, è considerato uno strumento di annessione

Israele prevede di iniziare il mese prossimo i lavori di una tangenziale che chiuderà il cuore della Cisgiordania occupata ai palestinesi e consoliderà di fatto l’annessione di un’area fondamentale per la vitalità di un futuro Stato palestinese.

La strada è un elemento chiave del progetto di un nuovo vasto insediamento illegale nell’area E1 a est di Gerusalemme che frammenterebbe la Cisgiordania occupata. Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, ha affermato che i piani mirano a “seppellire l’idea di uno Stato palestinese”.

Concepita come un corridoio di transito chiuso ai veicoli palestinesi, la tangenziale fornirà a Israele un pretesto per impedire ai palestinesi di accedere alle strade esistenti nell’area dell’insediamento pianificato, dove saranno ammessi solo i veicoli israeliani.

La tangenziale venne soprannominata “strada della sovranità” quando la costruzione iniziale fu approvata nel 2020 dall’allora ministro della Difesa, Naftali Bennett, che celebrò il ruolo del progetto come strumento di annessione. “Stiamo applicando la sovranità nei fatti, non nelle parole”, affermò all’epoca. L’attuale ministro della Difesa, Israel Katz, ha affermato lo scorso anno che la costruzione di strade e l’espansione degli insediamenti avrebbero rafforzato la “presa” di Israele sulla Cisgiordania occupata.

L’area E1 copre circa il 3% della Cisgiordania occupata, un triangolo di terra tra Gerusalemme, Betlemme e Ramallah, fondamentale per lo sviluppo e la prosperità di un futuro Stato palestinese.

Gli oppositori chiamano la tangenziale “strada dell’apartheid” perché costringe palestinesi e israeliani a sistemi di trasporto separati.

Sarà anche uno strumento per la pulizia etnica delle restanti comunità palestinesi nella zona, ha affermato Hagit Ofran, esperta di insediamenti presso il gruppo di pressione israeliano Peace Now. “Vogliono la terra, non vogliono che ci sia la gente”, ha affermato.

Se il nuovo insediamento israeliano verrà costruito di fatto separerà per i palestinesi il nord e il sud della Cisgiordania occupata, e isolerà ulteriormente Gerusalemme Est occupata dalle altre comunità palestinesi.

Costruire una strada per il transito dei palestinesi in quest’area non compenserebbe l’impatto dell’annessione della terra stessa da parte dei i coloni israeliani, ha affermato Ofran. L’imminente inizio dei lavori è stato comunicato ai palestinesi interessati dalla strada, che avevano presentato istanza ai tribunali israeliani per bloccare la tangenziale. Il loro avvocato, Neta Amar-Sheif, ha ricevuto la scorsa settimana una lettera che concedeva 45 giorni di tempo per opporsi ai lavori.

Il tracciato previsto per la strada attraversa le case della comunità di As Saraiya, destinate alla demolizione. Altre comunità, tra cui Elazariya, Abu Dis e Sawahra, saranno isolate all’interno del blocco degli insediamenti israeliani.

“In teoria, potrebbero decidere di istituire un posto di blocco a Elazariya e concedere permessi per le auto dei residenti nella zona, ma non è possibile sostenere una vita comunitaria se ci si trova in un’enclave di israeliani”, ha detto Ofran.

“Quello che probabilmente accadrà è che queste comunità saranno isolate dal loro ambiente circostante e immediatamente sfrattate o espulse”.

La costruzione della strada procede mentre Israele si prepara a iniziare a costruire oltre 3.000 case nell’area E1, adiacente all’insediamento esistente di Ma’ale Adumim. Chiunque viaggi dall’area E1 verso Israele ora deve attraversare un checkpoint per raggiungere Gerusalemme. Una volta che i palestinesi saranno esclusi dalle strade di questa zona il checkpoint verrà rimosso, consentendo agli israeliani di entrare a Gerusalemme senza interruzioni.

“Possono iniziare i lavori senza asfaltare la strada, possono persino costruire l’E1 senza la strada, ma sarà molto difficile per il traffico”, ha detto Ofran. “Se si vuole davvero attrarre persone, allora serve la strada. Fa parte dell’idea generale.”

Quando Israele ha dato l’approvazione formale al progetto E1 l’anno scorso, più di 20 paesi, tra cui Regno Unito, Francia, Canada e Australia, hanno condannato tale decisione come un’inaccettabile violazione del diritto internazionale che rischiava di alimentare la violenza.

Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e, in un molto argomentato parere consultivo, ha ordinato a Israele di porvi fine “il più rapidamente possibile” e di effettuare riparazioni complete. Da allora, tuttavia, il governo israeliano ha perseguito un programma aggressivo di espansione degli insediamenti in tutta la Cisgiordania, con scarsa opposizione interna da parte dei principali partiti politici.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)




Non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori, e per questo mi dimetto da direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide

Louise Adler

12 gennaio 2026 – The Guardian

La cancellazione dell’invito all’autrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera

La decisione della direzione del festival di Adelaide – nonostante la mia forte opposizione – di annullare l’invito alla scrittrice australiano-palestinese Randa Abdel-Fattah alla settimana degli scrittori di Adelaide indebolisce la libertà di espressione ed è un’avvisaglia di una nazione meno libera, in cui l’attività di lobbying e la pressione politica determinano chi possa parlare e chi no.

In seguito alle atrocità di Bondi [l’attacco antisemita sulla spiaggia di Bondi, ndtr.] i governi statale e federale si sono affrettati a rabbonire la banda dei “te lo avevamo detto”. Con allarmante noncuranza le proteste vengono messe fuorilegge, la libertà di espressione viene limitata e i politici si precipitano a vietare frasi e slogan.

Adesso i leader religiosi devono essere sorvegliati dalla polizia, le università monitorate, le emittenti pubbliche controllate e le arti ridotte all’osso. Hai mai criticato Israele? Joe McCarthy [il responsabile della caccia alle streghe anticomunista negli USA degli anni ’50, ndt.] si congratulerebbe con gli eredi delle sue tattiche.

Gli artisti sono sempre stati un problema per lo Stato e i gruppi di interesse, ma in conseguenza della guerra di Gaza le contrapposizioni si sono intensificate. Sfruttando la retorica della coesione sociale, le crisi si sono moltiplicate: l’approvazione del finanziamento del governo israeliano al festival di Sydney nel 2022, le sanzioni comminate a giovani attori che indossavano delle kefiah alla Compagnia del Teatro di Sydney, il concerto di Jayson Gillham cancellato dalla Melbourne Symphony Orchestra, l’iniziale rimozione di Khaled Sabsabi come rappresentante dell’Australia alla Biennale di Venezia, l’annullamento da parte della Biblioteca Statale [dello Stato] di Victoria di un programma di scrittura giovanile, la cancellazione del festival degli scrittori di Bendigo [città australiana, ndt.] e una quantità di organizzazioni artistiche che hanno sommessamente ceduto alle pressioni per inserire in programma un artista piuttosto che un altro. A mio parere commissioni composte da persone con poca esperienza artistica e cieche alle implicazioni morali dell’abbandonare il principio di libertà di espressione sono state spaventate dalla pressione esercitata da politici interessati alle proprie prospettive elettorali e da continue e coordinate campagne di invio di lettere.

Nel 2023 l’AWW [Adelaide Writers Week, settimana degli scrittori di Adelaide, ndt.] ha programmato alcune sessioni dedicate agli scrittori palestinesi contemporanei. I propagandisti si sono precipitati a riesumare, travisare e citare erroneamente i post sui social media per creare le condizioni per sospendere gli inviti agli scrittori. Il premier dell’Australia meridionale, Peter Malinauskas, si è indignato per i tweet di uno scrittore, esprimendo la sua personale contrarietà, come era suo diritto in quanto cittadino in un Paese democratico.

È stato confortante ascoltare il suo successivo discorso al pubblico di un gremito Municipio. Ha condiviso il suo pensiero sulle arti, sul loro ruolo nella società e sulle responsabilità dell’attuale governo. Ha confessato di aver pensato di ritirare il finanziamento. Infine ha concluso che “se i politici decidono che cosa sia culturalmente appropriato…questo ci porta ad un futuro in cui i politici possono direttamente sopprimere eventi che sono fondati proprio sulla libertà di espressione… questa è una strada che ci conduce nel territorio della Russia di Putin.”

Il suo discorso resta un modello per dirigenti politici che si confrontano con produzioni artistiche che potrebbero offenderli personalmente, danneggiare le loro prospettive elettorali o turbare agguerriti gruppi di interesse.

La direzione del Festival di Adelaide adesso ha annullato il mio invito a Abdel-Fattah, che doveva parlare del suo ultimo racconto, ‘Disciplina’, a causa di preoccupazioni riguardo alla “sensibilità culturale” – e il premier ha appoggiato questa decisione. Di conseguenza, al momento in cui scrivo, più di 180 scrittori si sono ritirati (dal festival).

Si può solo supporre che a tempo debito queste preoccupazioni potrebbero essere addotte anche da oppositori della libertà di espressione per chiedere la cancellazione o la messa a tacere di altri che hanno chiesto giustizia per il popolo palestinese, scrittori che includono Kenneth Roth, Francesca Albanese e Najwan Darwish. Molti anni fa l’ex premier Don Dunstan ha vantato Adelaide come “la Atene del sud”. Adesso lo slogan turistico dell’Australia del sud potrebbe essere “Benvenuti nella Mosca sul Torrens [fiume dell’Australia meridionale, ndt.]

La dichiarazione della direzione cita la coesione della comunità, un’ansia spesso richiamata che dovrebbe essere considerata con scetticismo. È un termine manageriale finalizzato a inibire il pensiero. Chi, dopotutto, si esprimerebbe in favore della divisione sociale? Presumibilmente solo un terrorista o un nichilista. La ragion d’essere dell’arte e della letteratura è scompigliare lo status quo: non bisogna essere uno studioso di storia per sapere che l’arte al servizio della “coesione sociale” è propaganda.

A quanto pare le arti sono diventate “pericolose” e gli artisti sono un pericolo per il benessere psico-sociale della comunità. Ma, per essere del tutto chiari, l’abitudine di invocare “la sicurezza” è un modo per dire “non voglio ascoltare la tua opinione”. In questo caso sembra si applichi solo ad un’invitata palestinese.

Gli sforzi sempre più estremi e repressivi dei lobbisti filoisraeliani per soffocare anche le più blande critiche hanno avuto un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione e sulle istituzioni democratiche. Il nuovo mantra “Bondi ha cambiato tutto” ha offerto un’altra arma coercitiva a questa lobby, ai suoi stenografi sui media e ad una classe politica senza spina dorsale. Perciò nel 2026 la direzione, in un contesto di forte pressione politica, ha emesso un editto secondo cui un autore deve essere cancellato.

Nella storia dei 65 anni della settimana degli scrittori di Adelaide non vi sono stati disordini, eccettuate occasionali zuffe per le code al caffè o lamentele sul perché i croissant fossero ripieni di zucca. Si potrebbe chiedere se qualcuna delle persone “preoccupate” si sia avventurata nei giardini del ‘Pioneer Women’Memorial’ [parco e attuale sede del festival, ndt.], dove oltre 160.000 entusiasti si sono riuniti ogni anno dal 2023.

Ovviamente non c’è modo di proteggere chiunque di noi da un singolo estremista violento (anche se leggi più severe sul possesso di armi sono un ovvio punto di partenza). Ma la realtà è che i cittadini che vengono all’AWW sono estremamente educati (al di là della gara per assicurarsi un posto), ascoltano con il massimo rispetto gli scrittori e poi entrano nella tenda dei libri per comprarne un sacco.

Ma nulla di tutto ciò ha influenzato la decisione: una scrittrice deve essere esclusa su pressione di lobbisti filoisraeliani, burocrati e politici opportunisti.

Io non posso contribuire a mettere a tacere degli scrittori per cui, con immensa tristezza, mi dimetto dalla mia carica di direttrice dell’AWW. Gli scrittori e la scrittura hanno importanza, anche quando espongono idee che ci mettono a disagio e ci sfidano.

Ora più che mai, quando i nostri organi di informazione chiudono, i nostri politici diventano ogni giorno più timorosi del potere reale e l’Australia diventa più ingiusta e diseguale, abbiamo bisogno di scrittori.

AWW è il canarino nella miniera. Amici e colleghi artisti, state attenti al futuro.

Stanno venendo a cercarvi.

Louise Adler è stata direttrice della settimana degli scrittori di Adelaide dal 2023 al 2026. Fa parte del comitato consultivo del Consiglio Ebraico dell’Australia.

[Nota redazionale: l’Adelaide Writers’ Week 2026 è stata annullata a causa della rinuncia per protesta di moltissimi autori invitati contro l’esclusione di Randa Abdel-Fattah]

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)