Gli USA valutano se definire “antisemite” importanti organizzazioni per i diritti umani

Nahal Toosi

21 ottobre 2020 – Politico

Secondo l’assistente di un parlamentare del Congresso in contatto con il Dipartimento di Stato, il segretario di Stato Mike Pompeo sta spingendo per questa dichiarazione.

Due persone a conoscenza della questione affermano che l’amministrazione Trump sta prendendo in considerazione di dichiarare che una serie di importanti Ong internazionali – tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e Oxfam – sono antisemite e che i governi non dovrebbero appoggiarle.

La dichiarazione proposta potrebbe essere resa pubblica dal Ddipartimento di Stato [il ministero degli Esteri USA, ndtr.] entro questa settimana. Se ciò venisse dichiarato, probabilmente provocherebbe una rivolta da parte delle associazioni della società civile e potrebbe scatenare un contenzioso legale. Chi critica questa possibile iniziativa teme che ciò possa portare anche altri governi a reprimere ulteriormente queste associazioni. Nel contempo le organizzazioni citate negano qualunque accusa di antisemitismo.

Secondo l’assistente di un parlamentare del Congresso in contatto con il Dipartimento di Stato, il segretario di Stato Mike Pompeo sta facendo pressioni per questa dichiarazione. Pompeo pensa ad una futura candidatura presidenziale ed ha preso una serie di misure per guadagnarsi i favori degli elettori filo-israeliani ed evangelici, una componente fondamentale della base elettorale di Trump.

Ma la proposta sta provocando l’opposizione di funzionari del Dipartimento di Stato. Tra i contrari ci sono avvocati del dipartimento che avvertono che ciò ha basi incerte riguardo a problemi di libertà di parola, potrebbe portare a denunce e potrebbe persino non avere legittime basi legali dal punto di vista amministrativo.

Mercoledì nessun portavoce del Dipartimento di Stato ha al momento risposto a una richiesta di commento. Un ex- funzionario del Dipartimento di Stato con contatti interni ha confermato il fondamento della dichiarazione ed ha affermato che potrebbe essere resa pubblica a breve.

Si prevede che la dichiarazione assumerà la forma di un rapporto dell’ufficio di Elan Carr, l’inviato speciale USA per il monitoraggio e la lotta all’antisemitismo. Il rapporto citerebbe organizzazioni che includono Oxfam, Human Rights Watch e Amnesty International. Dichiarerebbe che la politica USA è di non appoggiare, anche finanziariamente, tali organizzazioni e invita altri governi a smettere di sostenerle.

Il rapporto citerebbe l’appoggio, presunto o percepito, di tali organizzazioni al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni, che ha preso di mira Israele per la sua costruzione di colonie sulla terra che i palestinesi rivendicano per un futuro Stato.

Si prevede anche che punti su rapporti e comunicati stampa rilasciati da tali gruppi sull’impatto delle colonie israeliane, così come sul loro coinvolgimento o appoggio percepito a un elenco delle Nazioni Unite su imprese che operano nei territori contesi.

L’impatto concreto di tali organizzazioni non è immediatamente chiaro e potrebbe dipendere da quale branca o divisione di un gruppo venga presao in considerazione. Per esempio Human Rights Watch e Amnesty International USA non ricevono fondi dal governo USA. Oxfam America neppure, ma a seconda delle circostanze le sue sezioni all’estero potrebbero ricevere finanziamenti dagli americani.

Inoltre non tutte le associazioni citate appoggiano ufficialmente il movimento BDS o prendono posizione su di esso. Ma tutte hanno criticato in una misura o nell’altra le politiche di colonizzazione israeliana e il modo in cui vengono trattati i palestinesi, e organizzazioni filo-israeliane hanno sostenuto che le attività di queste associazioni rappresentano comunque un appoggio per il movimento e quindi sono antisemite.

Contattati da POLITICO, i rappresentanti ufficiali delle tre organizzazioni non erano a conoscenza della possibile dichiarazione del Dipartimento di Stato.

Bob Goodfellow, direttore esecutivo ad interim di Amnesty International USA, ha affermato che qualunque accusa di antisemitismo sarebbe “priva di fondamento”.

AI USA è profondamente impegnata a lottare contro l’antisemitismo e contro ogni forma di odio in tutto il mondo, e continuerà a proteggere le persone ovunque vengano negate giustizia, libertà, verità e dignità,” afferma in un comunicato. “Contestiamo risolutamente ogni accusa di antisemitismo e ci prepariamo di affrontare ogni attacco del Dipartimento di Stato.”

Anche Noah Gottschalk, responsabile della politica internazionale di Oxfam America, nega come “false” e “offensive” le accuse di antisemitismo.

Oxfam non appoggia il BDS né chiede il boicottaggio di Israele o di qualunque altro Paese,” ha affermato Gottschalk. “Oxfam e i nostri partner israeliani e palestinesi da decenni operano sul terreno per promuovere i diritti umani e contribuire alla sopravvivenza di comunità israeliane e palestinesi. Noi sosteniamo la nostra lunga storia di lavoro per proteggere le vite, i diritti umani e il futuro di ogni israeliano e palestinese.”

Il funzionario di Human Rights Watch Eric Goldstein ha notato che l’amministrazione Trump spesso si basa sul lavoro di gruppi come il suo per legittimare le sue stesse prese di posizione politiche.

  • Lottiamo contro ogni forma di discriminazione, compreso l’antisemitismo,” dice Goldstein in un comunicato. “Criticare politiche governative non equivale ad attaccare un gruppo di persone specifico. Per esempio, le nostre critiche al governo USA non ci rendono antiamericani.”

La bozza di dichiarazione del Dipartimento di Stato attinge molte delle sue informazioni da Ong Monitor, un sito filo-israeliano che controlla le attività di organizzazioni per i diritti umani e altre e spesso le accusa di essere anti-israeliane.

Lo scorso anno Israele ha espulso Omar Shakir, un ricercatore di Human Rights Watch, accusato di appoggiare il movimento BDS. Human Rights Watch e Shakir, cittadino USA, hanno negato questa accusa.

Mercoledì, alla domanda in merito alla possibile dichiarazione USA, nessun portavoce dell’ambasciata israeliana ha commentato.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Aerei da guerra israeliani attaccano le posizioni di Hamas nella Striscia di Gaza

Al-Jazeera e agenzie

21 ottobre 2020 – Al Jazeera

Fonti palestinesi dicono che l’esercito israeliano ha colpito due aree agricole a Khan Younis e Deir al-Balah.

Secondo l’esercito israeliano aerei da guerra israeliani hanno effettuato un’incursione colpendo posizioni di Hamas nella Striscia di Gaza assediata.

Il portavoce dell’esercito israeliano Avichay Adraee ha detto su Twitter che le incursioni di martedì hanno colpito un presunto tunnel dell’organizzazione palestinese Hamas, aggiungendo che l’attacco è stato effettuato in risposta al lancio di razzi da Gaza.

Tuttavia, testimoni oculari palestinesi affermano che due aree agricole a Khan Younis e Deir al-Balah sono state colpite da tre missili.

In precedenza, l’esercito israeliano aveva detto che un razzo lanciato dalla zona di Khan Younis era stato “intercettato dal sistema di difesa aerea Iron Dome”, senza indicare se abbia causato vittime o danni.

Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità del razzo né è stato fatto alcun commento in merito da parte delle autorità palestinesi.

Finora non si hanno informazioni su vittime in nessuno dei due attacchi.

Alcune ore prima che il razzo fosse lanciato da Khan Younis martedì, l’esercito israeliano ha annunciato di aver trovato un tunnel che da Gaza sconfina “per decine di metri dentro Israele”.

Il portavoce dell’esercito israeliano Jonathan Conricus ha affermato che Israele non sa chi abbia scavato il tunnel, ma di ritenere Hamas responsabile di tutte le attività nell’enclave palestinese.

I palestinesi hanno usato i tunnel sotterranei per contrabbandare ogni sorta di merci a Gaza.

La Striscia di Gaza, impoverita e densamente popolata, dal 2007 è sottoposta a un paralizzante blocco israeliano, dopo che Hamas ha preso il controllo dell’enclave costiera.

Alla fine di settembre Hamas e Israele hanno raggiunto un accordo per la cessazione delle ostilità, ma gli attacchi sono continuati.

Israele ha lanciato tre offensive contro la Striscia di Gaza dal 2008, e ci sono state numerose fasi acute di scontri.




L’inviato dell’ONU non ha niente da dire mentre Israele respinge i suoi colleghi

Maureen Clare Murphy

16 ottobre 2020 – The Electronic Intifada

Giovedì Middle East Eye ha riferito che Israele, con una nuova aggressione contro ogni forma di controllo, ha sospeso la concessione dei visti ai dipendenti dell’ OHCHR, Agenzia per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Israele a febbraio ha annunciato l’interruzione dei rapporti con l’ONU dopo che questa ha creato una lista di aziende coinvolte nelle colonie israeliane nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est.

La pubblicazione della lista è stata rinviata per anni, creando il sospetto che l’ONU stesse cedendo alla pressione politica affinché cancellasse l’informazione.

Ora che la notizia è stata resa pubblica, Israele sembra voler dar seguito alla sua promessa di punire l’agenzia ONU.

Secondo Middle East Eye “a partire da giugno nessuna delle richieste di nuovi visti ha ricevuto risposta, e i passaporti inviati per il rinnovo [del visto] sono tornati indietro vuoti”.

Nove dei 12 dipendenti stranieri dell’organizzazione hanno ora lasciato Israele e i territori palestinesi per timore di trovarsi là privi di documenti”, ha aggiunto Middle East Eye. “Tra loro vi è il direttore [della missione ONU] nel Paese, James Heenan.”

Divieto di ingresso

Da lungo tempo Israele, che controlla i movimenti verso e dalla Cisgiordania e Gaza, ha espulso e negato l’ingresso a cittadini stranieri legati ad associazioni per i diritti umani o di solidarietà con i palestinesi.

Da molto tempo ha negato l’ingresso a Michael Lynk, incaricato dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU di monitorare la situazione dei diritti umani in Cisgiordania e a Gaza.

Tuttavia altri responsabili dell’ONU, come Nickolay Mladenov, inviato di pace per il Medio Oriente del Segretario Generale dell’ONU, continuano a godere dei favori di Israele e dei suoi sostenitori – anche quando attaccano le agenzie per i diritti umani dell’ONU e le loro indagini.

Il contrastante trattamento di questi due rappresentanti dell’ONU è in linea con i loro sforzi – o con l’assenza di essi – di rendere Israele responsabile per le sue violazioni dei diritti dei palestinesi. Rispecchia anche le loro divergenti vedute riguardo ai diritti dei palestinesi come qualcosa da proteggere o come moneta di scambio da negoziare in colloqui con Israele.

Lynk ha approvato la pubblicazione della lista delle attività economiche con le colonie, dicendo che “la continua violazione da parte di una potenza occupante non rimarrà senza risposta.”

Ha aggiunto che, in assenza delle colonie, sostenute dall’attività economica di imprese israeliane e straniere, “l’occupazione israeliana che dura da cinquant’anni perderebbe la sua ragion d’essere coloniale.”

Mladenov invia regolari rapporti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU sull’applicazione (o violazione) della Risoluzione 2334, che chiede a Israele di cessare la costruzione di colonie in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.

Nonostante la rilevanza di ciò per il suo incarico, Mladenov è rimasto vistosamente in silenzio riguardo alla lista delle attività economiche con le colonie – sia prima che dopo la sua pubblicazione. Né ha aperto bocca contro il divieto d’ingresso israeliano nei confronti dei suoi colleghi dell’ONU, come Lynk.

Le richieste di intervento di Mladenov si limitano ad invitare a non specificati passi “verso una soluzione negoziata di due Stati.”

In evidente contrasto, Lynk ha accolto calorosamente la conclusione della procuratrice capo della Corte Penale Internazionale secondo cui vi è un ragionevole fondamento per indagare sui crimini di guerra (israeliani) in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Non così Mladenov.

Lynk ha evidenziato l’uso da parte di Israele di punizioni collettive per sottomettere i palestinesi che vivono sotto il suo governo militare. Ha invitato gli Stati terzi a prendere contromisure, incluse sanzioni “necessarie ad assicurare il rispetto da parte di Israele del suo obbligo di porre fine all’occupazione, conformemente al diritto internazionale.”

Invece Mladenov chiede che venga ripristinato “il dialogo tra tutti i decisori, senza precondizioni.”

Tuttavia il dialogo senza attribuzione di responsabilità non farà che consentire ad Israele di guadagnare altro tempo per colonizzare rapidamente la terra palestinese e reprimere violentemente la resistenza palestinese – come è stato negli ultimi 25 anni, segnati dal paradigma del processo di pace di Oslo.

Spazi ridotti

Nel frattempo le associazioni palestinesi impegnate nella responsabilizzazione [di Israele] stanno lavorando in un ambito sempre più ristretto, in quanto Israele cerca di limitare qualunque accesso alla giustizia.

I deputati del partito Likud del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno proposto di ampliare la definizione statale di agenti stranieri.

Come sottolinea il Consiglio palestinese per i Diritti Umani, la legge israeliana “impone una condanna a 15 anni di carcere nei confronti di chiunque abbia coscientemente contattato un agente straniero senza fornire spiegazioni di ciò”.

Attualmente la legge definisce agente straniero chi agisce “per conto di uno Stato straniero o di un’organizzazione terroristica” in modo che “potrebbe mettere a rischio la sicurezza di Israele”.

Un emendamento proposto a questa legge sostituirebbe “Stato straniero” con “entità politica straniera”. I parlamentari promotori dell’emendamento citano l’Autorità Nazionale Palestinese e l’Unione Europea – che non sono Stati – come la ragione della necessità di modificare il linguaggio.

Il Consiglio palestinese per i Diritti Umani ha affermato che l’emendamento prende di mira “organizzazioni che cooperano con, o ricevono appoggio da, UE e ANP. Esso cerca di limitare ulteriormente il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani presentando la nostra attività come contatti con enti stranieri.”

Israele ha già approvato una legge che impone severe sanzioni a coloro che difendono il boicottaggio di Israele o delle sue colonie nella Cisgiordania occupata e sulle alture del Golan.

Le associazioni palestinesi per i diritti umani hanno affermato che il boicottaggio è “il principale strumento di protesta civile…per porre fine all’occupazione.”

La legge israeliana impone anche alle associazioni per i diritti umani con sede nel Paese che ricevono più della metà dei loro finanziamenti da Stati esteri di dichiararlo nelle loro pubblicazioni.

Maureen Clare Murphy è vicedirettrice di The Electronic Intifada e vive a Chicago.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)




Creatività in tempi di COVID-19 in Palestina

di  Yumna Patel  

9 ottobre 2020 – Mondoweiss

Diciamoci la verità: il 2020, un anno non facile per quasi tutti, non lo è stato specialmente per i palestinesi imprigionati fra la pandemia e l’occupazione israeliana che però, nonostante le circostanze, hanno usato la pandemia per cercare soluzioni originali e creative ai problemi che dovevano fronteggiare.

In questo ultimo episodio della nostra serie sul COVID-19 in Palestina, vi facciamo conoscere dei palestinesi che hanno reagito alla pandemia usando innovazione e creatività per aiutare le loro comunità ad adattarsi alla crisi.

Iniziamo la nostra puntata a Ramallah, cuore economico e amministrativo della Cisgiordania occupata, sede dell’Autorità palestinese, di innumerevoli organizzazioni internazionali e aziende locali.

Vi portiamo nel campo profughi di Al-Amari dove un collettivo di donne ha portato la confezione di mascherine a un livello totalmente nuovo.

Ultimamente c’è stato un boom mondiale, sono stati creati migliaia di modelli diversi, ma appena il coronavirus è arrivato in questa comunità le donne hanno deciso di fare qualcosa di nuovo.

Volevano una soluzione poco costosa e riciclabile che includesse anche la tradizione palestinese del ricamo, tramandata da generazioni.

Abbiamo confezionato le mascherine in colori diversi e modelli semplici perché piacessero alla gente, dato che non molti amano indossarle,” ha detto a Mondoweiss Dowlat Abu Shawish, a capo del programma di fabbricazione delle mascherine del Centro delle donne al-Amari

Seguendo la nostra tradizione abbiamo ottenuto modelli bellissimi che ci proteggono,” continua, mostrandoci le mascherine a colori brillanti, con piccoli e intricati motivi ricamati.

Abbiamo creato vari modelli, uno con i cedri, un albero che ha un significato speciale per Ramallah, e uno con la stella di Betlemme, oltre alle kefiah [tipico copricapo arabo, ndtr.].”

Oltre alla protezione fornita alla loro comunità, il programma ha dato al gruppo delle donne del centro una fonte di sostentamento in un momento in cui i palestinesi stanno soffrendo per un livello di disoccupazione senza precedenti.

La cosa più importante è che abbiamo fatto buon uso del tempo a nostra disposizione. Molte delle signore che lavorano con noi vivono in circostanze difficili, mariti disoccupati o bambini con bisogni speciali, ognuna ha la sua storia. Fortunatamente siamo riuscite a creare dei lavori per quasi tutte,” conclude Abu Shawish. 

A Betlemme, a sud di Ramallah, il COVID ha colpito moltissimo la comunità locale che è andata in crisi per mancanza di turisti.

Quando alla Canaan Ecotourism, un’agenzia di viaggi alternativa, si sono resi conto che non ne sarebbero più arrivati per un bel po’, si sono rivolti a Internet e hanno deciso di sperimentare l’idea di tour politici della Palestina online.

Non ci aspettavamo assolutamente la pandemia e la crisi, avevamo altri progetti per il 2020,” ha detto a Mondoweiss Mohammad Abu Srour, uno dei fondatori del gruppo

Abbiamo dovuto adattarci e cercare modi alternativi per far vedere le nostre vite e la nostra condizione e per condividere la nostra situazione politica con chi non abita qui. A quel punto abbiamo dovuto cambiare e così abbiamo cominciato a offrire i tour online,” dice Abu Srour. 

Camminando lungo il muro di separazione israeliano che corre a nord di Betlemme separandola da Gerusalemme, Abu Srour, con il suo telefonino su un piccolo treppiede, comincia il suo tour per un gruppo in Danimarca.

Dai vostri schermi non potete farvi un’idea di quanto sia alto,” dice Abu Srour al suo gruppo. “Spero che quando questa crisi finirà avrete l’opportunità di venire a trovarci e vedere di persona quanto è alto e brutto e come impatta sulla vita quotidiana dei palestinesi.”

Abu Srour ci dice che lo scopo principale delle escursioni virtuali è di dare a quante più persone possibile accesso e opportunità di conoscere la Palestina, nonostante la pandemia. 

Uno dei nostri obiettivi è quello di presentare narrazioni, spiegazioni e percezioni alternative, concentrandoci sulla nostra situazione politica e culturale e sulle nostre tradizioni. Crediamo che i giovani abbiano molto di più da dire sul nostro Paese,” afferma Abu Srour. 

Così, nonostante l’occupazione israeliana e le difficoltà in cui ci troviamo fin dall’inizio della crisi, noi crediamo che i palestinesi siano ancora forti e pronti a continuare la lotta,” aggiunge. 

Tramite queste escursioni e attività stiamo offrendo alla gente la possibilità di imparare e saperne di più sulla Palestina. Anche questo fa parte della nostra lotta.”

Son passati sette mesi dal primo caso scoperto nella Palestina occupata. 

Da allora i palestinesi hanno affrontato, e probabilmente continueranno ad affrontare, una serie di sfide economiche e sanitarie eccezionali, esacerbate dalle annessioni e demolizioni israeliane e con la prospettiva di un vaccino ancora lontana.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Difensori dei diritti umani citano in giudizio il parlamento tedesco per una risoluzione contro il BDS

Adri Nieuwhof

5 ottobre 2020 – Electronic Intifada

Tre difensori dei diritti umani hanno presentato un ricorso in tribunale contro la risoluzione del parlamento tedesco che condanna il BDS – il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni per i diritti dei palestinesi.

I sostenitori del BDS hanno fatto causa al parlamento tedesco per violazione del loro diritto alla libertà di parola e di riunione.

Basandosi sulla definizione molto criticata dell’IHRA [organismo intergovernativo il cui scopo è conservare il ricordo dell’Olocausto, ndtr.] promossa da Israele e dalla sua lobby, la risoluzione approvata dal Bundestag [il parlamento tedesco, ndtr.] nel maggio del 2019 accusa gli attivisti del BDS di essere antisemiti.

La definizione dell’IHRA confonde deliberatamente le critiche contro le politiche antipalestinesi di Israele e l’ideologia dello Stato sionista con il fanatismo antiebraico.

La risoluzione del Bundestag equipara senza ragione gli appelli a non comprare prodotti israeliani allo slogan nazista “Non comprare dagli ebrei.”

Inoltre, dichiarando che chi “mette in discussione il diritto di esistere dello Stato di Israele ebraico e democratico o il diritto di Israele di difendersi dovrà affrontare la nostra risoluta resistenza”, essa onora il sistema razzista e di apartheid israeliano come un valore.

La risoluzione asserisce che “argomenti, caratteristiche e metodi del movimento BDS sono antisemiti.”

Di fatto le richieste del movimento BDS che Israele rispetti i diritti dei palestinesi sono profondamente radicate nel diritto internazionale.

La risoluzione del Bundestag invita anche le istituzioni tedesche e le autorità pubbliche a negare finanziamenti e strutture a organizzazioni della società civile che appoggino il movimento BDS.

Repressione in aumento

Pur non essendo vincolante, essa ha spinto le autorità di Francoforte sul Meno, Oldemburg, Monaco e Berlino a negare agli attivisti luoghi pubblici per i loro eventi.

Ma l’avvocato per i diritti umani Ahmed Abed ha rappresentato [gli attivisti] in azioni legali contro queste città, che nella maggioranza dei casi hanno dato come risultato l’annullamento delle decisioni.

Ora Abed assiste i tre querelanti nella sfida contro la stessa risoluzione del Buntestag.

Essi sono Judith Bernstein, un’attivista ebrea tedesca nata a Gerusalemme; Amir Ali, un palestinese cittadino tedesco la cui famiglia venne espulsa da Haifa durante la Nakba nel 1948; Christoph Glanz, un antirazzista e attivista per i diritti dei palestinesi.

I tre sperano di ottenere l’appoggio dell’opinione pubblica per la loro iniziativa, che include l’invito alle persone a pubblicizzare la denuncia e anche a contribuire al pagamento delle spese giudiziarie.

Nel 2017 Judith Bernstein, insieme a suo marito Rainer Bernstein, ha vinto un premio della Humanistische Union [organizzazione tedesca per i diritti civili, ndtr.] con il loro progetto “Pietre d’inciampo”, che commemora le vittime dell’Olocausto degli ebrei ponendo delle indicazioni fuori dalle case di Monaco in cui vivevano prima che il governo tedesco li deportasse e uccidesse.

Dopo l’adozione della risoluzione contro il BDS la Germania ha visto aumentare le campagne di diffamazione e di repressione contro gli scrittori, i musicisti, i giornalisti e gli accademici che hanno manifestato la propria solidarietà con i palestinesi o a favore della libertà d’espressione.

Sotto la pressione della lobby israeliana il direttore del museo ebraico di Berlino è stato obbligato a lasciare il suo incarico dopo che il museo a twittato un articolo sui 240 accademici ebrei ed israeliani che hanno firmato una petizione contro la risoluzione anti-BDS del parlamento tedesco.

#BT3P

La denuncia presentata presso il tribunale amministrativo di Berlino intende far annullare la risoluzione contro il BDS.

Il ricorso sostiene che la Germania ha il dovere di garantire la libertà di espressione dei difensori dei diritti umani.

I tre ricorrenti sperano che la loro azione contribuisca a portare un cambiamento fondamentale nel discorso pubblico tedesco su Palestina e Israele.

Nei loro tweet utilizzano l’hashtag #BT3P sulla loro campagna, che chiamano Bundestag 3 per la Palestina.

Sostengono che la risoluzione contro il BDS viola i loro diritti umani fondamentali alla libertà di espressione e riunione, protetta dalle leggi tedesche ed europee.

Essi sottolineano la storica sentenza dello scorso giugno da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo la quale l’appello al boicottaggio dei prodotti israeliani è un esercizio legittimo del diritto alla libertà d’espressione.

Sottolineano anche che la risoluzione è un’espressione del razzismo anti palestinese in Germania.

Il Centro Europeo per il Sostegno Giuridico [che difende i diritti dei militanti a favore dei palestinesi, ndtr.], i docenti di diritto internazionale Eric David, Xavier Dupré de Boulois, John Reynolds e l’ex- consulente speciale delle Nazioni Unite Richard Falk sostengono l’azione giudiziaria.

Nelle loro perizie da parte di esperti affermano che la risoluzione contro il BDS è incompatibile con le norme europee e internazionali in materia di diritti umani.

Il ruolo della lobby filo-israeliana

Prima che il Bundestag adottasse la risoluzione contro il BDS decine di accademici ebrei ed israeliani hanno messo in guardia il parlamento tedesco dal definire antisemiti i sostenitori dei diritti umani dei palestinesi.

Essi hanno dichiarato che le iniziative intese ad etichettare il BDS come antisemita sono state “promosse dal governo israeliano più a destra della storia” nel quadro di un tentativo inteso a “delegittimare ogni discorso sui diritti dei palestinesi e ogni forma di solidarietà internazionale con loro.”

Questa opinione è stata confermata da un rapporto di ricerca sulle attività dei gruppi di pressione israeliani pubblicato sul settimanale tedesco Der Spiegel, che ha rivelato l’influenza di due gruppi di pressione israeliani in merito all’adozione della risoluzione contro il BDS.

Il commissario del governo tedesco incaricato dell’antisemitismo, Felix Klein, ha tentato di mettere sotto silenzio le conclusioni dello Spiegel, accusando i giornalisti di utilizzare “degli stereotipi antisemiti come quello della onnipotente cospirazione ebraica mondiale.”

La politica dell’UE

Katharina von Schnurbein, responsabile dell’Unione Europea sull’antisemitismo, continua a promuovere la definizione dell’IHRA, lavorando a stretto contatto con i gruppi di pressione israeliani per promuovere il loro progetto e utilizzare la lotta contro l’antisemitismo come copertura pratica per reprimere la solidarietà con i palestinesi.

Con il sostegno di parlamenti, governi e autorità come l’UE, la definizione del’IHRA viene utilizzata per calunniare con false accuse di antisemitismo i militanti dei Paesi europei e del Nord America.

Una messa in discussione giudiziaria della risoluzione del parlamento tedesco contro il BDS invierebbe un messaggio chiaro ai governi europei e all’UE: smettete di censurare e di calunniare le critiche contro Israele e i difensori dei diritti umani.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Dopo le pressioni a favore di Israele The Lancet censura una lettera sulla situazione sanitaria a Gaza

Omar Karmi

1 ottobre 2020 – The Electronic Intifada

Con un nuovo picco nel numero di infezioni da coronavirus, Gaza sta ancora una volta affrontando la prospettiva molto concreta che il suo sistema sanitario venga sopraffatto.

Gaza non sta solo facendo fronte ad una pandemia globale. Sottoposta dal 2007 al blocco israeliano e ai successivi attacchi militari, la fascia costiera è alle prese con uno dei più alti livelli di povertà e disoccupazione del mondo, oltre che con infrastrutture fatiscenti, anche nel settore sanitario.

Una grave carenza di medicine e attrezzature mediche, direttamente collegate all’assedio israeliano, combinata con le devastazioni di una pandemia, potrebbe preludere al completo collasso del servizio sanitario.

Almeno una di queste cose potrebbe essere risolta abbastanza rapidamente se Israele allentasse o ponesse fine al blocco.

Ma rimarcarlo non è così semplice come potrebbe sembrare, come hanno scoperto con sgomento da varie parti del mondo quattro professionisti nel settore medico e nei diritti umani.

A marzo, quando la pandemia ha colpito per la prima volta Gaza, David Mills del Children’s Hospital e Bram Wispelwey del Brigham and Women’s Hospital, entrambi di Boston, Rania Muhareb, in precedenza aderente al gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq, e Mads Gilbert, dell’ospedale universitario della Norvegia settentrionale, hanno scritto una breve lettera a The Lancet, una delle principali riviste mediche del mondo.

Le pandemie causeranno maggiori danni alle “popolazioni gravate da povertà, occupazione militare, discriminazione e oppressione istituzionalizzata”, evidenziano gli autori, che esortano la comunità internazionale ad agire per porre fine alla “violenza strutturale” che viene inflitta ai palestinesi a Gaza.

“Una pandemia da COVID-19, in grado di paralizzare ulteriormente il sistema sanitario della Striscia di Gaza, non dovrebbe essere vista come un inevitabile fenomeno biomedico vissuto allo stesso modo dalla popolazione mondiale, ma come un’ingiustizia biosociale che si potrebbe prevenire, radicata in decenni di oppressione israeliana e complicità internazionali”, concludono.

La lettera – “La violenza strutturale nell’era di una nuova pandemia: il caso della Striscia di Gaza” – è stata puntualmente pubblicata online il 27 marzo.

Solo tre giorni dopo, tuttavia, con una mossa insolita se non senza precedenti per The Lancet, la lettera è stata ritirata senza commenti. (Può ancora essere letta, su un motore di ricerca che pubblica testi accademici). [https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0140673620307303]

Boicottaggio

“Una volta che abbiamo saputo [della cancellazione], abbiamo contattato The Lancet per una spiegazione”, ha detto Wispelwey, che insegna anche presso la Harvard Medical School.

Secondo Wispelwey The Lancet avrebbe solo detto che “il nostro commento aveva provocato una grave crisi”, ma non ha offerto alcun dettaglio, nessun ulteriore commento e nessuna spiegazione pubblica per i lettori.

Gli autori hanno dedotto che la lettera avesse suscitato scalpore tra i sostenitori di Israele all’interno della comunità medica.

Un attivista di spicco, Daniel Drucker, rinomato endocrinologo canadese, il 29 marzo su Twitter ha criticato The Lancet e il suo editore, Richard Horton.

“Mentre il mondo combatte contro COVID-19”, ha scritto, The Lancet e Richard Horton “colgono l’occasione” per pubblicare lettere “che colpiscono Israele”.

Drucker ha anche paragonato l’antisemitismo a un virus, sostenendo che “l’antisemitismo, l’antisionismo e l’invettiva anti-israeliana sono ceppi altamente correlati”.

Drucker non è nuovo a questo tipo di difesa a favore di Israele. Nel 2014, dopo che la rivista aveva pubblicato “Una lettera aperta a favore del popolo di Gaza” per protestare contro gli effetti dell’aggressione militare israeliana di quell’anno, ha preso parte ad una campagna molto efficace contro The Lancet.

L’ attacco provocò la morte di oltre 2.200 persone, per lo più civili, tra cui 550 minorenni.

Alla fine del luglio 2014, e nel bel mezzo dell’offensiva israeliana, quella lettera aveva ricevuto più di 20.000 adesioni e i cui nominativi The Lancet annunciò che, in seguito a “numerose dichiarazioni minacciose nei confronti dei firmatari”, non li avrebbe pubblicati.

Tra le dichiarazioni minacciose, è stato poi rivelato, c’erano attacchi personali contro Horton, con l’accusa di antisemitismo e la sua raffigurazione in uniforme nazista. Sua moglie è stata aggredita verbalmente e a sua figlia è stato detto dai compagni di classe che suo padre era un antisemita.

In risposta a quella lettera, Drucker ha avviato una petizione per mantenere le pubblicazioni scientifiche e di medicina “libere da opinioni politiche controverse”.

La petizione ha ottenuto più di 5.000 firme e ha indotto medici filo-israeliani in tutto il mondo, ma soprattutto in Nord America, a boicottare The Lancet per cinque anni.

Mettere a tacere il dissenso

Alla fine, e dopo che nel 2017 The Lancet ha dedicato un intero numero al sistema sanitario israeliano, il boicottaggio è stato revocato.

Ma Wispelwey afferma che il timore è che le riviste mediche siano ora soggette a censura indiretta o autocensura sulla Palestina a causa del “generalizzato effetto dissuasivo” della campagna contro The Lancet.

Il resoconto di cui è stato cofirmatario a marzo, dice Wispelwey, non era formulato con un tono più perentorio rispetto agli articoli pubblicati altrove negli organi di informazioni ordinari e in quelli israeliani.

Wispelwey sostiene: “La violenza della risposta suggerisce l’impressione che questo spazio – riviste mediche accademiche – sia interdetto anche a idee, documentazioni e narrazioni pubbliche sul contesto sanitario palestinese che contengano critiche a Israele”.

Electronic Intifada ha riferito a marzo che il prospetto di diffusione dei dati ampiamente utilizzato per il COVID-19, diffuso dal Center for Systems Science and Engineering della Johns Hopkins University, aveva effettivamente cancellato i palestinesi unificando i dati riguardanti Israele, la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza.

Quella decisione è stata alla fine revocata, ma silenziare le voci filo-palestinesi, nel mondo accademico e altrove, è stato ben documentato da tutti, da Edward Said [famoso intellettuale statunitense palestinese, deceduto nel 2003, ndtr.] a Judith Butler [filosofa post-strutturalista statunitense, esperta di filosofia politica ed etica, ndtr.].

È una prassi che mostra pochi segni di cedimento.

Proprio il mese scorso le principali compagnie di comunicazione sociale – Zoom, Facebook e YouTube – hanno fatto il possibile per impedire un evento organizzato dalla San Francisco State University con Leila Khaled, un’icona della resistenza palestinese ed ex combattente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, ora ultrasettantenne.

E in tutto il mondo i gruppi filo-israeliani stanno facendo pressioni sui governi a tutti i livelli per vietare il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, che accusano di antisemitismo.

L’argomento [utilizzato] per mettere a tacere le critiche al trattamento dei palestinesi da parte di Israele nelle pubblicazioni mediche e scientifiche è che queste dovrebbero essere prive di contenuto politico “divisivo”.

Ma questo, ha detto Rania Muhareb, studiosa e ricercatrice giuridica di Al-Haq nel momento in cui veniva scritta la lettera di marzo, è falso.

Le questioni di salute pubblica sono molto chiaramente politiche – l’assistenza sanitaria universale è un ovvio esempio – e le disuguaglianze sociali e politiche sono riconosciute come cause profonde dei problemi di salute. Nelle zone di conflitto è impossibile separare le cose.

“La concretizzazione del diritto alla salute è strettamente collegata al rispetto di altri diritti fondamentali”, ha detto Muhareb a The Electronic Intifada.

Vite in gioco

A Gaza, quando si tratta di salute la politica è sicuramente coinvolta.

Esercitando il controllo totale su tutte le importazioni a Gaza, compresi gli aiuti umanitari, l’esercito israeliano non è tuttavia riuscito a stabilire alcun piano di emergenza per Gaza mentre la regione impoverita cerca di far fronte al COVID-19.

Il rifiuto di Israele di agire persiste nonostante il fatto che in base al diritto internazionale risulti una potenza occupante e quindi sia legalmente responsabile del benessere di base di tutti a Gaza.

E ciò non avviene per mancanza di allarmi. Le organizzazioni per i diritti umani palestinesi, israeliane e internazionali hanno ripetutamente chiesto a Israele di formulare un piano o, più efficacemente, di revocare del tutto l’assedio prima che sia troppo tardi.

I numeri raccontano una storia inquietante: quando la pandemia ha colpito per la prima volta Gaza a marzo era limitata ai pochi viaggiatori che entravano e uscivano dalla fascia costiera assediata.

Era facile identificarli e metterli in quarantena.

Il primo decesso legato al COVID-19 si è verificato a maggio, circa due mesi dopo i primi casi confermati, ed è anche avvenuto in una struttura di isolamento.

Ma una volta che alla fine di agosto è iniziata la diffusione all’interno della comunità, i numeri sono aumentati.

I casi confermati sono balzati dai 200 alla fine di agosto a oltre 2.600 il 25 settembre. Ci sono stati 17 morti.

“Il sistema sanitario di Gaza è stato spinto sull’orlo del collasso”, afferma Mads Gilbert, un chirurgo che per molti anni ha lavorato a Gaza.

Il blocco israeliano e i ripetuti attacchi militari hanno minato irrimediabilmente l’erogazione di assistenza sanitaria a Gaza, dice, e hanno lasciato ospedali e cliniche incapaci e impreparati ad affrontare una pandemia.

Gilbert racconta a The Electronic Intifada: “Il timore è che un’epidemia incontrollata di COVID-19 nella Striscia di Gaza gravi in modo eccessivo sul sistema sanitario di Gaza, peggiorando in questo modo ulteriormente la vulnerabilità dei palestinesi alla pandemia in condizioni di violenza strutturale”.

Commento obiettivo

Commento obiettivo per i medici professionisti? Non secondo Zion Hagay dell’Israeli Medical Association, la cui risposta alla lettera ormai scomparsa scritta da Gilbert ed altri è stata pubblicata nell’ultima edizione online di The Lancet.

Hagay ha denunciato la lettera di marzo come “retorica politica” e ha difeso il blocco israeliano [di Gaza] come “una risposta necessaria al contrabbando di armi e alla violenza incessante contro Israele”.

Ha elogiato Israele per aver “permesso” ai pazienti palestinesi di “continuare a entrare in Israele per ricevere cure mediche salvavita”.

Ma i palestinesi di Gaza devono affrontare un percorso gravoso e ampiamente criticato per ottenere dai militari israeliani i permessi per viaggiare per curarsi o per qualsiasi altra ragione.

A causa del ritardo e del rifiuto dei permessi da parte di Israele i pazienti palestinesi muoiono regolarmente per mancanza di cure. Nel solo 2017 ci sono stati 54 decessi di questo tipo documentati dall’OMS.

Hagay ha anche omesso di notare che il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres – del quale invece cita le lodi per la cooperazione tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese in risposta al COVID-19 – ha ampiamente descritto Gaza come una delle crisi umanitarie più “drammatiche” del mondo e ha chiesto che venga revocato l’assedio.

Ma oltre a questo, dice Wispelwey, è stato “sbalorditivo” che The Lancet abbia deciso di pubblicare una lettera in risposta a un articolo che era già stato rimosso.

“Ciò rende l’intera situazione più assurda”, afferma Wispelwey. “Pubblicare una risposta a un articolo ora ‘scomparso’ e consentirgli di fare dei commenti sulla sua rimozione?”

“La censura e la sorveglianza sono metodi classici di controllo coloniale”, aggiunge.

Piuttosto che ambire ad un falso “equilibrio” di punti di vista che non riesca a tenere conto dei differenziali di potere, sostiene Wispelwey, dobbiamo “iniziare a riconoscere, chiamare col loro nome e resistere a queste costrizioni nella medicina accademica e altrove”.

The Lancet non ha voluto commentare.

Omar Karmi is an associate editor with The Electronic Intifada and a former Jerusalem and Washington, DC, correspondent for The National newspaper.

Omar Karmi è un redattore associato di The Electronic Intifada e un ex corrispondente da Gerusalemme e Washington per il quotidiano The National [quotidiano indipendentista scozzese, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Due palestinesi feriti dai soldati israeliani durante un attacco dei coloni ebrei

Redazione, WAFA e Social Media

26 settembre 2020 – Palestine Chronicle

Secondo l’agenzia di stampa palestinese WAFA, oggi (26 settembre) due palestinesi sono stati feriti dalle forze di occupazione israeliane durante gli scontri scoppiati nel villaggio di Qusra, vicino a Nablus in Cisgiordania, in seguito a un attacco di coloni ebrei contro due allevamenti di pollame di proprietà palestinese.

Ghassan Daghlas, che monitora le attività delle colonie ebree nella Cisgiordania settentrionale, ha riferito a WAFA che un gruppo di coloni ha attaccato le aziende situate alla periferia di Qusra, saccheggiandole e distruggendone il contenuto.

I coloni hanno anche incendiato un trattore parcheggiato in una delle fattorie e danneggiato dei serbatoi dell’acqua.

Daghlas ha detto che, mentre gli abitanti correvano per proteggere le loro proprietà, dei soldati israeliani che erano in zona sono intervenuti, ma solo per proteggere i coloni, attaccando i palestinesi.

Nel corso degli scontri i militari israeliani hanno sparato proiettili di gomma verso gli abitanti del villaggio, ferendone due.

La violenza dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania è di routine e raramente viene perseguita dalle autorità israeliane.

La violenza dei coloni non dovrebbe essere vista separatamente da quella inflitta dall’esercito israeliano, ma inquadrata nel più ampio contesto della violenta ideologia sionista che domina tutta la società israeliana,” scrive il palestinese Ramzy Baroud, scrittore e direttore di The Palestine Chronicle.”

Secondo B’tselem, gruppo [israeliano] per i diritti umani, “la violenza dei coloni ormai da lungo tempo fa parte della vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione. Le forze di sicurezza israeliane permettono queste azioni, in alcuni casi fanno persino da scorta armata o partecipano agli attacchi che finiscono con il ferimento o la morte di palestinesi, oltre a danni a terreni e proprietà.

Tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania occupata vivono tra i 500.000 e i 600.000 israeliani in colonie per soli ebrei in violazione delle leggi internazionali.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




PALESTINA. Si è spento il nostro caro amico Ali

25 settembre 2020, Nena News

  Redazione Abbiamo appreso qualche ora fa della scomparsa del nostro amico e compagno Alì Oraney. Alì se n’è andato come se ne sono andate oltre 35.000 persone da fine febbraio nel nostro Paese. Se n’è andato solo in una stanza di ospedale di Napoli lontano migliaia di chilometri dalla sua Terra, la Palestina. Di Alì la nostra redazione ricorda con dolore la sua bontà d’animo, la sua voglia irrefrenabile di riportare con forza al centro del dibattito politico la questione palestinese. Perché Alì amava sinceramente la sua terra e ha combattuto per la giustizia del suo popolo fino alla fine dei suoi giorni. Lo vogliamo ricordare ripubblicando un suo articolo di analisi che aveva scritto per noi: negli ultimi anni, infatti, aveva contribuito con i suoi preziosi contributi ad approfondire quanto accadeva in Palestina. Ci stringiamo al dolore della famiglia e degli amici che in queste ore piangono la sua scomparsa. Che la terra ti sia lieve caro Ali

Attese domani a Napoli le imbarcazioni della Freedom Flotilla diretta a Gaza. Due milioni di palestinesi sono soggetti a una punizione collettiva e a una crescente e spaventosa crisi umanitaria, scrive Ali Oraney

 

di Ali Oraney

Napoli, 10 luglio 2018, Nena News – Da mercoledì 11 luglio  sono previste a  Napoli una serie di iniziative a sostegno delle imbarcazioni della Freedom  Flotilla attraccata al porto, la flotta promossa da un movimento internazionale (Freedom Flotilla Coalition, FFC)  che dal 2008 organizza iniziative per portare aiuti alla popolazione palestinese  della Striscia di Gaza oramai stremata da 11 anni di assedio e per sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale sulle condizioni di vita di circa  2 milioni  di persone, di cui quasi la metà bambini, rinchiusi in un fazzoletto di terra di 363 km quadrati, oramai considerato la più grande prigione a cielo aperto della terra dalla quale è impossibile non solo uscire ma anche  entrare.

L’iniziativa della Freedom Flotilla è molto importante e delicata, è come il lavoro del mare che ha bisogno di pazienza e resistenza e la magia del suo equipaggio   sta nel fare durare il suo viaggio alla volta di Gaza il più possibile,  per raccontare la storia dell’assedio in più porti possibili presentando la vera faccia dell’occupante suscitando ovunque così momenti riflessione sul comportamento brutale di Israele e contribuendo a creare un movimento di pressione sullo stato di Israele.

Per questo  sicuramente Napoli, città aperta e solidale , farà  una grande accoglienza all’equipaggio della Freedom Flotilla per incoraggiarlo e stimolarlo ad andare avanti

Quest’anno le imbarcazioni della Freedom Flotilla, salpate dalla Norvegia e dalla Svezia,  dopo aver fatto tappa nel Mediterraneo a Cagliari ed Aiaccio, si fermeranno a Napoli dall’ 11 al 15 luglio, quindi  andranno a Palermo e a Messina per poi rimettersi in mare alla volta di Gaza sperando di riuscire a rompere l’assedio e rifornire la stremata popolazione degli aiuti umanitari raccolti, ma per chi rompe o semplicemente cerca di rompere il blocco è previsto l’arresto e la detenzione nelle carceri israeliane se non viene sparato prima.

Ma ciò nonostante la Freedom Flotilla è più che mai determinata a cercare di forzare il blocco. Si tratta di un blocco illegale che sottopone 2 milioni di abitanti a una punizione collettiva ed una crescente e spaventosa crisi umanitaria. Infatti,  il blocco totale (aereo marino e terrestre) imposto da Israele da 11 anni priva la popolazione civile di Gaza della quasi totalità dei beni di prima necessità ma anche di materiali da costruzione, di farmaci e presidi sanitari mentre l’acqua e l’energia elettrica vengono razionate per poche ore al giorno. L’ economia è oramai al collasso con un tasso di disoccupazione  che supera il 50% e secondo un rapporto delle Nazioni Unite (UNSCO 2017) la Striscia di Gaza rischia di divenire invivibile entro il 2020 se non si pone fine all’assedio.

Con le tappe nel Mediterraneo e negli altri porti la Freedom Flotilla vuole accendere i riflettori non solo su un assedio che dura da 11 anni a danno della popolazione civile di Gaza in violazione delle norme del diritto internazionale ma più in generale sulla lotta del popolo palestinese contro l’occupazione israeliana. Sono 70 anni che il popolo palestinese lotta contro l’occupazione della sua terra e per la sua libertà nonostante la violenta repressione israeliana con morti e feriti, arresti indiscriminati anche di donne e bambini, con quotidiane distruzioni  rapine e limitazioni alla libertà di movimento. Sono 70 anni che il popolo palestinese lotta contro la politica di occupazione israeliana  nonostante sia sempre più sostenuta dagli Stati Uniti che hanno riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele e il 14 maggio vi hanno trasferito la propria ambasciata. Ma nonostante tutto questo  il popolo palestinese non rinuncia  ai suoi diritti, non rinuncia al diritto al ritorno dai quei territori dai quali fu cacciato 70 anni fa.

Infatti, il popolo palestinese oggi è più che mai determinato a portare avanti la sua lotta come lo testimoniano le tante manifestazioni in Cisgiordania di questi giorni (a Ramallah, Nablus…..) e le marce di ritorno che dal 30 marzo ogni venerdì vengono organizzate a Gaza nonostante oltre 137 morti e 15.800 feriti

Nel caso specifico di Gaza non si può accettare l’obiezione sollevata da alcuni in base alla quale non si possa parlare di assedio dal momento che Israele si sarebbe ritirata da Gaza dal 2005 in quanto si può parlare di occupazione anche senza la presenza  militare se c’è un controllo reale del territorio ed Israele controlla il mare, la terra,  lo spazio aereo, insomma tutti i punti di passaggio da e per Gaza. Quindi, anche nei confronti di Gaza, Israele si configura come potenza occupante e come tale ha, in base al diritto internazionale, dei precisi obblighi nei confronti della popolazione a cui dovrebbe garantire i mezzi necessari per vivere e non colpire i civili. Israele non rispettando questi obblighi ed impedendo  a chiunque di portare aiuti alla popolazione  si macchia così di un doppio crimine.

Tutto ciò costituirà materia di riflessione nelle tante iniziative organizzate dal Comitato di Accoglienza alla Freedom Flotilla di Napoli , fra queste mercoledì 11 la conferenza stampa di presentazione  presso la Biblioteca Autogestita Gramasci Dax  della facoltà di Lettere e Filosofia in Via Porta di Massa (ore 11,00) e l’accoglienza al porto della Freedom Flotilla con la cittadinanza ed artisti di strada (ore 18,30); giovedì 12 dalle 19,00 nello splendido scenario offerto dal Castello del Maschio Angioino “Gli  Artisti Napoletani a sostegno della Palestina” daranno vita ad un concerto con l’esibizione appunto di artisti e gruppi tra i più noti nel panorama musicale partenopeo; venerdì  13 sarà organizzata una cena sociale presso la mensa Occupata di via Mezzocannone , mentre l’intera giornata di sabato  14 sarà destinata ad una assemblea nazionale  organizzata presso il complesso di Santa Fede Liberata in Via S. Giovanni Maggiore Pignatelli a sostegno della resistenza palestinese.

Gli organizzatori si augurano che a questa assemblea ci sia una grande partecipazione di associazioni, comitati, attivisti ma anche di semplici cittadini, tutti indignati per comportamento criminale di Israele che da 11 anni  ha imposto un blocco disumano, economicamente e socialmente paralizzante a 2 milioni di persone,  che occupa i territori palestinesi negando al popolo palestinese  i suoi più elementari diritti e libertà. L’obiettivo di questa assemblea nazionale  è di parlare di Palestina nella speranza di creare una rete a livello nazionale capace di esprimere una solidarietà solo annunciata ma anche soprattutto praticata,  che faccia sentire la sua voce per porre fine all’assedio di Gaza e che sostenga concretamente il popolo palestinese nella sua lotta per la libertà. Nena News




Zoom cancella la tavola rotonda con Leila Khaled per le proteste di gruppi pro-Israele

Michael Arria

  23 settembre 2020 – Mondoweiss

Zoom ha annunciato che oggi non avrebbe fornito il servizio alla San Francisco State University per impedire che il suo software venisse usato durante la tavola rotonda online con Leila Khaled. Gruppi pro-israeliani, tra cui uno parzialmente finanziato dal governo israeliano, si sono presi il merito della cancellazione.

Zoom ha annunciato che oggi [23 settembre] non avrebbe fornito il servizio alla San Francisco State University (SFSU), impedendo così l’uso del suo software durante la tavola rotonda online con Leila Khaled, militante nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e coinvolta in due dirottamenti aerei nel 1969 e 1970.

L’evento intitolato “Quali narrazioni? Genere, giustizia & resistenza”, doveva essere promosso dal Programma di etnie arabe e musulmane e studi delle diaspore dell’università e dal Dipartimento di studi delle donne e di genere. 

In una dichiarazione della piattaforma si legge: “Zoom è impegnato a sostenere il confronto aperto di idee e dibattiti, ma con le limitazioni contenute nelle nostre Condizioni Generali di Utilizzo, incluse quelle relative al rispetto da parte dell’utente delle leggi in vigore negli USA sul controllo delle esportazioni, sulle sanzioni e sull’anti-terrorismo. Alla luce della segnalata affiliazione o appartenenza dell’oratrice a un’organizzazione straniera che negli USA è definita terrorista e dell’impossibilità della SFSU di smentire questa informazione, abbiamo deciso che l’incontro contravvenisse alle Condizioni Generali di Utilizzo di Zoom e comunicato all’università che non poteva usare Zoom per questo specifico evento.”

Contro l’evento avevano protestato vari gruppi di destra pro-israeliani, incluso il Lawfare Project [ong americana che professa un impegno contro l’antisemitismo attraverso il finanziamento di azioni legali, ndtr.]. L’app ‘Act.IL’ che prende di mira il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) ed è in parte finanziata dal governo israeliano, si è presa il merito per aver contribuito a far cancellare l’evento. Michael Bueckert, dottorando in sociologia ed economia politica presso la Carleton University, che ha tracciato l’app online, ha fatto notare che i suoi utenti hanno mandato delle email al consiglio di facoltà dell’università per informarli che “fornendo sostegno a una terrorista avrebbero potuto violare la legge americana.”

Saree Makdisi, docente di inglese e letteratura comparata presso l’università della California, Los Angeles (UCLA), ha twittato: “Questo è ciò che succede quando subappaltiamo le nostre università a Zoom: loro decidono quali eventi sono accettabili e quali no. È uno scandalo.”

Questo è un pericoloso attacco alla libertà di parola e alla libertà accademica da parte di uno dei Big Tech: Zoom non può imporre il potere di veto sul contenuto di lezioni ed eventi pubblici nella nostra Nazione,” ha dichiarato Dima Khalidi, la direttrice di Legal Palestine: “La minaccia alla democrazia è aumentata dal fatto che la decisione di Zoom di reprimere la discussione sulla libertà palestinese arriva in risposta a una sistematica campagna di repressione guidata dal governo israeliano e dai suoi alleati.” 

Organizzatori e partecipanti legati all’evento hanno risposto alle critiche dal momento dell’annuncio dell’incontro. Dopo l’articolo di Lynn Mahoney, presidentessa della SFSU, in cui dichiara di accogliere la diversità, ma di condannare l’odio, Laura Whitehorn, ex prigioniera politica (e partecipante alla tavola rotonda), ha scritto una lettera a Mahoney a proposito del seminario online (webinar).

Leila Khaled è una leader del movimento per i diritti del popolo palestinese,” si legge nella lettera. “Ha combattuto in molti modi per il diritto al ritorno nella Palestina storica e avrebbe offerto lezioni e informazioni importanti sulla storia del coinvolgimento delle donne nel lavoro per i diritti del popolo palestinese sotto l’occupazione e in esilio. Penso che aver preso per buona la narrazione che la bolla come terrorista o odiatrice sia profondamente offensivo e in conflitto con ciò che credo un educatore debba dire, insegnare e promuovere.”

Chi si era registrato per l’evento ha ricevuto un’email dagli organizzatori dicendo che si aspettavano che l’università “avrebbe sostenuto la nostra libertà di parola e accademica e avrebbe fornito un’alternativa per tenere il seminario online su un’altra piattaforma.”

Aggiornamento: dalla pubblicazione di questo post, Facebook ha rimosso dal suo sito la pagina dell’evento e YouTube ha interrotto lo streaming a pochi minuti dall’inizio della conferenza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)




Israele provoca la distruzione di 100.000 tamponi per il coronavirus destinati ai territori palestinesi

22 settembre 2020 – Palestine Chronicle

Oggi la ministra della Salute [dell’ANP, ndtr.] Mai Alkaila ha affermato che le autorità di occupazione israeliane hanno provocato la distruzione di 100.000 tamponi per il coronavirus destinati ai territori palestinesi occupati.

Parlando a Voice of Palestine [Voce della Palestina, radio pubblica dell’ANP con sede a Ramallah, ndtr.], Alkaila ha confermato che qualche giorno fa le autorità dell’occupazione israeliana hanno impedito l’ingresso dalla Giordania ai territori palestinesi occupati di 100.000 tamponi per il test del COVID-19, provocandone la distruzione.

Ha evidenziato che l’ingresso dei tamponi era stato coordinato con le Nazioni Unite.

In seguito a ciò, ha aggiunto, ora in Palestina c’è una carenza di tamponi, in quanto quelli disponibili per il ministero saranno sufficienti per eseguire i test solo per tre giorni, dopodiché la Palestina rimarrà a corto di tamponi.

Ha aggiunto che il ministero dovrà quindi razionare l’uso dei tamponi disponibili limitando i test ai contatti ravvicinati con pazienti positivi o probabilmente contagiati dal COVID-19.

Ha sottolineato che mercoledì è previsto che la Palestina riceva altri tamponi ed ha affermato che 20.000 tamponi sono stati consegnati ieri a Gaza dall’Organizzazione Mondiale della Salute.

Secondo il ministero della Salute [dell’ANP] in Palestina sono morte di coronavirus cinque persone e sono stati confermati 557 nuovi casi insieme a 1.142 guarigioni.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)