Israele ha distrutto Mohammad Bakri per aver osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è

Gideon Levy

28 dicembre 2025 Haaretz

Israele si è girata dall’altra parte mentre la società palestinese israeliana piangeva la morte di Mohammad Bakri, una delle sue figure più celebri: attore, regista e icona culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile

Venerdì la sala adiacente alla moschea nel villaggio di Bi’ina, in Galilea, era affollata. Migliaia di persone tristi in volto venivano a rendergli omaggio e se ne andavano; ero l’unico ebreo tra loro.

La società palestinese israeliana piange la morte di uno dei suoi più grandi esponenti, attore, regista ed eroe culturale, patriota palestinese e uomo dall’animo nobile, Mohammad Bakri, e Israele, nella morte come nella vita, gli ha voltato le spalle. Solo un’emittente televisiva ha dedicato un servizio alla sua scomparsa. Un pugno di ebrei è sicuramente andato a porgere le condoglianze alla sua famiglia, ma venerdì pomeriggio non ce n’era nessuno.

Bakri è stato sepolto mercoledì a tarda notte, su richiesta della famiglia, senza che ci fosse stato alcuno spazio in Israele per elogiarlo, ringraziarlo per il suo lavoro, chinare il capo in segno di apprezzamento e chiedergli perdono.

Si meritava tutto. Bakri era un artista e un combattente per la libertà, di quelli di cui si parla nei libri di storia e a cui si intitolano vie. Non c’era posto per lui nell’Israele ultranazionalista, nemmeno dopo la sua morte.

Israele lo ha annientato solo perché ha osato esprimere la sofferenza palestinese così com’è. Molto prima dei giorni bui di Benjamin Netanyahu e Itamar Ben-Gvir, 20 anni prima del 7 ottobre e della guerra a Gaza, Israele lo ha trattato con un fascismo che non farebbe vergognare i ministri del Likud Yoav Kisch e Shlomo Karhi [ministri dell’Istruzione e delle Comunicazioni nell’attuale governo Netanyahu, ndt.].

L’insigne establishment giudiziario israeliano si è unito per condannare la sua opera. Un giudice del tribunale distrettuale di Lod ha vietato la proiezione del suo film Jenin, Jenin. Il procuratore generale dell’epoca si è unito alla guerra e l’illuminata Corte Suprema ha stabilito che il film era stato realizzato con “motivazioni scorrette “: questo era il livello delle argomentazioni addotte dal faro della giustizia.

E tutto a causa di una manciata di riservisti che si sentirono offesi” dal suo film e cercarono di pareggiare i conti. Non furono gli abitanti del campo profughi di Jenin a essere offesi, ma il soldato Nissim Magnaji. La sua richiesta fu accolta e Bakri fu distrutto. Tutto questo accadde molto prima dell’attuale Medioevo.

Pochi accorsero in suo aiuto. Gli artisti tacquero e l’affascinante interprete di Beyond the Walls [nel ruolo di prigioniero palestinese nel film israeliano del 1984 che gli valse riconoscimenti internazionali, ndt.] fu gettato in pasto ai cani. Non si riprese mai più.

Una volta pensavo che Jenin, Jenin un giorno sarebbe stato proiettato in ogni scuola del Paese, ma oggi è chiaro che questo non accadrà, non nell’Israele di oggi e presumibilmente nemmeno in futuro.

Ma il Bakri che conoscevo non provava rabbia né odio. Non l’ho mai sentito esprimere una sola parola di odio verso coloro che lo ostracizzavano, verso coloro che facevano del male a lui e al suo popolo. Suo figlio Saleh una volta disse: “[Israele] ha distrutto la mia vita, la vita di mio padre, la mia famiglia, la vita della mia Nazione”. Non credo che suo padre si sarebbe mai espresso a quel modo.

Venerdì questo ammirevole figlio si ergeva imponente, con una kefiah sulle spalle, e lui e i suoi fratelli, di cui il padre era così orgoglioso, salutavano coloro che erano venuti a porgere le loro condoglianze per la morte del padre.

Come lo amavo. In una piovosa notte invernale al campus del Monte Scopus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, quando la gente ci gridava “traditori” dopo la proiezione di Jenin, Jenin, e all’Israel Film Center Festival al Marlene Meyerson JCC di Manhattan a New York a cui era invitato ogni anno, e dove anche c’erano manifestanti che gridavano. All’ex Café Tamar di Tel Aviv, in cui passava di solito il venerdì, e nei dolorosi saggi che pubblicava su Haaretz. Liberi da cinismo, innocenti come un bambino e pieni di speranza, proprio come lui.

Il suo ultimo e breve film Le Monde, scritto da sua figlia Yafa, è ambientato a una festa di compleanno in un lussuoso hotel. Una ragazza distribuisce rose agli ospiti, un violinista suona “Tanti auguri a te”, in TV si vede Gaza bombardata e Bakri si alza con l’aiuto di una giovane donna che si era seduta accanto a lui e se ne va. È cieco.

Tre settimane fa mi ha scritto per dirmi che aveva intenzione di venire nella zona di Tel Aviv per il funerale di un uomo a lui caro, il regista Ram Loevy, e io gli ho risposto che ero malato e che non avremmo potuto incontrarci. Per quanto ne so, alla fine non è andato nemmeno lui al funerale.

“Stai bene e prenditi cura di te”, mi ha scritto l’uomo che non si è mai preso cura di sé.

Bakri è morto, il campo di Jenin è stato distrutto e tutti i suoi abitanti sono stati espulsi, di nuovo senza casa a causa di un altro crimine di guerra. Ma la speranza ha continuato a battere nel cuore di Bakri, fino alla sua morte; su questo non eravamo d’accordo.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Gli edifici sventrati di Gaza sono l’ultima risorsa per le famiglie in cerca di riparo

Huda Skaik

23 dicembre 2025 – The Electronic Intifada

Intorno all’ospedale Al-Shifa di Gaza City intere strutture ed edifici sono accartocciati, con i muri che sono inclinati ad angolo acuto. I pavimenti e i soffitti cedono, come se si stessero sgretolando, e le scale sono sospese a mezz’aria.

Queste rovine inzuppate dalla pioggia non sono adatte ad essere abitate; sono così instabili che una raffica di vento o una notte di pioggia intensa potrebbero farle crollare. Eppure, a causa della mancanza di tende e di spazio disponibile nei rifugi di Gaza, gli sfollati vivono al loro interno.

Sono andata in scuole e rifugi, ma nessuno ci ha accettati,” afferma Sumaya Nabhan, 32 anni.

“Semplicemente non c’era spazio. Ho un marito ferito e tre figli. Se avessi una tenda, anche se significasse vivere per strada, la preferirei a questo edificio.”

Prima del genocidio Nabhan e la sua famiglia vivevano in una modesta abitazione con una sola stanza nella zona di Tel al-Zaatar, nella Striscia di Gaza settentrionale, ma quella casa è stata distrutta dai bombardamenti israeliani.

Da sette mesi occupano questo edificio pericolante nel quartiere di al-Rimal, che pende così tanto verso destra che gli occupanti istintivamente cercano di mantenere l’equilibrio per contrastare la pendenza.

“Persino il bollitore del tè è inclinato”, dice Nabhan.

Nabhan e suo marito hanno rimosso le macerie quanto basta per potersi infilare all’interno dell’edificio, ma ogni volta che piove il tetto perde come un tubo rotto e di notte entrano cani randagi.

“Resto sveglia tutta la notte per proteggere i miei figli dai cani”, dice.

“Cosa significa questa casa per me?” afferma. “Un rifugio. Niente nella vita conta di più, nemmeno il cibo.”

Secondo la Protezione Civile palestinese almeno 17 edifici residenziali sono crollati in seguito alle tempeste invernali che hanno colpito Gaza nel mese di dicembre, mentre l’UN Agency for Palestine Refugees [agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] (UNRWA) ha segnalato 16 decessi come conseguenza delle stesse tempeste, in alcuni casi a causa del crollo di edifici allagati su famiglie che vi avevano trovato rifugio”.

Utenti di social media e organi di informazione hanno documentato il crollo di numerosi edifici a Gaza, con palestinesi rimasti intrappolati sotto le macerie di edifici che, danneggiati dai bombardamenti israeliani, sono poi collassati sotto la pioggia invernale.

Sumaya Nabhan afferma di essere ossessionata dal pericolo di vivere in un simile edificio.

Purtroppo le sue possibilità di trovare un alloggio sono molto limitate, dato che, secondo un’analisi delle immagini satellitari fatta dall’ONU, nell’ottobre 2025 l’81% degli edifici a Gaza è danneggiato.

“Vivo con tristezza e disperazione”, dice. “A volte desidero la morte piuttosto che questo”.

Il suo unico sogno ora è “una tenda chiusa”.

“Mi sento come se vivessi in un posto inadatto agli esseri umani”, afferma.

Come uno scivolo in un parco divertimenti

Nella stessa strada di al-Rimal dove vivono Nabhan e la sua famiglia, anche Serene al-Farra, 31 anni, occupa con il marito e i due figli una struttura parzialmente crollata.

Prima del genocidio la sua casa a Tel al-Zaatar era un luogo stabile e semplice, con “due stanze, un soggiorno, una cucina e un bagno”. Amava soprattutto il soggiorno.

Ma la loro casa fu distrutta nei primi giorni del genocidio e da allora si sono trasferiti da un posto all’altro, fino a stabilirsi, nel maggio 2025, in questa struttura vicino all’ospedale Al-Shifa.

Ci sentiamo abbastanza al sicuro anche sotto le macerie”, dice, ma quando si entra sembra di stare su uno scivolo in un parco giochi”.

L’edificio è talmente inclinato che gli occupanti più anziani, come i suoi genitori, spesso non riescono a stare in piedi.

Già nell’ottobre 2023 i raid aerei israeliani “rasero al suolo” il quartiere di al-Rimal, un tempo brulicante di vita: le riprese aeree di quel periodo mostravano una distruzione diffusa e cumuli di macerie.

Da allora non è cambiato molto, poiché interi isolati sono ancora irriconoscibili e il cessate il fuoco non ha contribuito in alcun modo a ridurre il pericolo di crollo di queste abitazioni.

Al-Farra racconta che quando piove la casa si allaga, quindi infila coperte negli angoli per assorbire l’acqua, cercando di evitare che raggiunga i suoi figli mentre dormono.

Non ci sono finestre, quindi il freddo è insopportabile,” dice. Non abbiamo un bagno. Per costruirne uno dovremmo scavare attraverso due piani crollati”.

Afferma che il suo carattere è completamente cambiato.

“Sono più irritabile e più apprensiva verso i miei figli.”

Teme che da un momento all’altro un muro crolli sul figlio mentre è chinato sul quaderno cercando di disegnare, o sulla figlia mentre gioca.

«Se mi sento al sicuro? No. Provo solo paura.»

Il suo desiderio è semplice come quello di Nabhan: “Una stanza. Una tenda. Qualsiasi cosa sia stabile.”

Pietre che cadono

Islam al-Faram, 37 anni, ha piantato una tenda in quello che un tempo era il cortile davanti alla sua casa, tra due strutture parzialmente crollate e pericolosamente inclinate.

“Da lì cadono detriti”, dice riferendosi agli edifici vicini. “Oggi delle pietre ci sono cadute addosso a causa della pioggia.”

Al-Faram e suo marito hanno rimosso le macerie dalla loro vecchia casa ad al-Rimal per poter montare dei teloni dove un tempo c’era il cortile. Hanno deciso di rimanere qui perché questa era la loro casa, anche se resta solo il terreno sottostante.

“Questo posto custodisce i nostri ricordi”, dice. “Anche se siamo in una tenda, sembra che parte della nostra anima sia ancora qui”.

Ma la tenda ha portato con sé le sue difficoltà: “Quando soffia il vento, vola via tutto. Quando piove, l’acqua inonda l’interno. Lavare, cucinare, tutto è una lotta“.

Afferma di sentirsi più al sicuro qui che in un rifugio affollato dove “non c’è nemmeno spazio per respirare”.

“Mi sento al sicuro perché qui c’era la mia casa”, sostiene.

La figlia di Al-Faram, Ghina, di 8 anni, dice: “Voglio guardare di nuovo la TV”.

Quando a dicembre è arrivata la pioggia l’acqua ha allagato la tenda e le macerie delle case circostanti, ormai pericolanti, sono crollate nelle vicinanze.

“A volte ho paura”, afferma Ghina.

La sua distrazione preferita è giocare a nascondino con suo cugino.

Le manca “molto” la scuola.

Huda Skaik è una studentessa di inglese e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




La macchina propagandistica israeliana mette in pericolo ogni ebreo sul pianeta, me compreso

Antony Loewenstein

23 dicembre 2025 – Middle East Eye

Inquadrando gli orrori di Bondi come giustificazione delle sue azioni genocide questo governo si sta dibattendo per riconquistare la sua legittimità

Dopo poche ore dall’orribile attacco antisemita di Bondi Beach a Sidney di questo mese il governo israeliano e i suoi sostenitori hanno iniziato a fare pressioni su una Nazione in lutto con false narrazioni, sfacciate menzogne e razzismo

Il primo ministro Benjamin Netanyahu e importanti ministri israeliani hanno accusato il governo australiano di “aver normalizzato il boicottaggio contro gli ebrei”, riconosciuto quest’anno lo Stato di Palestina e rifiutato di reprimere le manifestazioni a favore della Palestina.

L’ex-portavoce dell’esercito israeliano Eylon Levy ha postato su X (l’ex Twitter): “Gli ebrei di tutto il mondo vivono nella paura perché siamo braccati. Il 7 ottobre ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e dato il via a una guerra globale contro gli ebrei.”

Non c’erano né logica né senso per questo attacco nel momento in cui a Bondi Beach i cadaveri erano ancora caldi. A quel punto, e ancora adesso, non c’è un’immagine chiara delle motivazioni del padre e del figlio accusati del massacro, soprattutto di ebrei che si erano riuniti per celebrare la prima notte di Hannukkah, benché sia stato preso in considerazione un rapporto con lo Stato Islamico.

È stato un intervento vergognoso da parte di uno sciagurato governo israeliano accusato di aver commesso un genocidio a Gaza, eppure ancora in troppi sui media australiani e internazionali hanno trattato Netanyahu e i suoi compari come commentatori credibili, affidandosi alla loro presunta saggezza.

Molti giornalisti ed editori, persino quelli che potrebbero essere in sintonia con un’opinione più scettica, in conseguenza della strage di Bondi Beach sono terrorizzati dall’idea di esprimersi, soprattutto di criticare il governo israeliano e la lobby filo-israeliana, per timore di venire accusati di antisemitismo. Il risultato sono il silenzio e l’acquiescenza.

Per il governo israeliano e per molti dei suoi sostenitori in tutto il mondo demonizzare i difensori pacifici della Palestina e vomitare odio contro i musulmani è diventato all’ordine del giorno nel momento in cui stanno perdendo la guerra di propaganda dopo più di due anni di stragi di massa a Gaza.

Fomentare paure

Un recente studio commissionato dal ministero degli Esteri israeliano ha scoperto che dal 7 ottobre 2023 l’immagine del Paese è stata pregiudicata e il suo consulente per le pubbliche relazioni ha proposto di combattere questo fatto fomentando la paura dell’Islam radicale e del “jihadismo”. La risposta israeliana al massacro di Bondi Beach si inserisce chiaramente in questo piano.

Quello che Israele e i suoi difensori continuano volontariamente a ignorare è che è difficile convincere un’opinione pubblica internazionale della giustezza della propria causa quando l’esercito israeliano continua la pulizia etnica dei palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gaza.

Il problema non è un malfunzionamento nelle pubbliche relazioni, ma le politiche e azioni di odio contro i palestinesi. Ciononostante Israele sta intensificando la sua propaganda, prevedendo nel suo bilancio 2026 di spendere 2.35 miliardi di shekel (oltre 626.000 €) in campagne di sostegno.

Che cosa otterrà con questo? La comunità evangelica USA viene bombardata da contenuti filo-sionisti. Recentemente mille pastori statunitensi si sono recati in Israele per un viaggio pagato dal governo Netanyahu per addestrarli come ambasciatori del Paese. I cristiani palestinesi locali sono stati ignorati.

Israele sta tentando di rafforzare la sua base di appoggio all’interno della numerosissima comunità evangelica statunitense, tradizionalmente la sua maggior fonte di sostegno, perché i giovani evangelici stanno esprimendo uno scetticismo molto maggiore verso Israele e le sue politiche in Palestina.

Le mie fonti nella comunità evangelica mi dicono che il genocidio a Gaza ha avuto un profondo effetto sulle menti e sulle opinioni di molti giovani evangelici. In questi contesti religiosi preoccupazioni riguardo all’ingiustizia, in Palestina e altrove, stanno ricevendo il giusto spazio mediatico e Israele è preoccupato; da qui l’investimento di non si sa quanti milioni per diffondere propaganda a queste menti turbate.

Genocidio trasmesso in diretta

Israele deve affrontare un mondo che cambia, con il movimento MAGA di Trump sempre più diviso riguardo al suo, una volta solido, sostegno al sionismo. Gli ebrei progressisti negli USA e altrove sono largamente persi. L’estrema destra, dalla Svezia alla Francia, accoglie calorosamente Israele e la sua agenda etno-nazionalista.

Questo è l’effetto di anni di genocidio trasmesso dal vivo sulla reputazione di un Paese.

Il comportamento di Israele sta mettendo in pericolo direttamente ogni ebreo sul pianeta, me compreso. L’antisemitismo è reale e in crescita e ciò mi preoccupa profondamente in quanto ebreo. Ma l’Australia non è Berlino nel 1933, quando gli ebrei vennero improvvisamente trasformati in cittadini di seconda classe. È difficile prendere seriamente gli ebrei filoisraeliani che sostengono di sentirsi insicuri quando vedono un’anguria o sentono lo slogan “Palestina libera”.

Ma il desiderio di Tel Aviv di demonizzare il governo australiano non riguarda la protezione degli ebrei dall’antisemitismo: è un vergognoso tentativo di manipolare una discussione in cui i dirigenti israeliani non hanno un ruolo né importanza, in quanto si agitano per ristabilire la loro legittimità dopo anni di immagini quotidiane del massacro a Gaza.

Abbiamo bisogno di una classe giornalistica disposta a mettere in discussione le motivazioni di Netanyahu.

C’è una lunga storia di propaganda sionista, che risale a molto prima della nascita di Israele nel 1948, che intendeva spiegare e giustificare una presenza ebraica colonialista sulla terra.

Oggi gli strumenti di propaganda sono diffusi sulle reti sociali, e Israele sta scommettendo di poter riconquistare i sostenitori persi presentandosi come in prima linea nella “guerra al terrorismo” contro l’islamismo.

Consideratemi come profondamente scettico.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Antony Loewenstein è un giornalista indipendente, autore di bestseller, regista e co-fondatore di Declassified Australia [sito di giornalismo investigativo, ndt.]. Ha scritto per The Guardian, the New York Times, the New York Review of Books e molti altri. Il suo ultimo libro è Laboratorio Palestina: come Israele Esporta la Tecnologia dell’Occupazione in Tutto il Mondo (Fazi Editore, 2024). Gli altri suoi libri includono Pills, Powder and Smoke [Pillole, Polvere e Fumo], Disaster Capitalism [Capitalismo del disastro] e My Israel Question [La mia domanda Israele]. I suoi documentari includono Disaster Capitalism e i film di Al Jazeera in inglese West Africa’s Opioid Crisis [La crisi degli oppioidi in Africa occidentale] e Under the Cover of Covid [Sotto la copertura del COVID]. Ha vissuto a Gerusalemme est dal 2016 al 2020.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Il ministro della Difesa israeliano promette che non ci sarà un ritiro totale né da Gaza né dai territori siriani occupati

Redazione di MEMO

23 dicembre 2025 – Middle East Monitor

L’agenzia di notizie Anadolu riferisce che il quotidiano Yedioth Ahronoth ha riportato che martedì il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha promesso che Tel Aviv non si ritirerà dalla Striscia di Gaza né dai territori siriani occupati.

Noi ci troviamo in profondità dentro Gaza e non la lasceremo mai completamente,” ha detto Katz durante una conferenza stampa nella colonia Beit El, vicino a Ramallah, nella zona centrale della Cisgiordania.

Si è anche impegnato a creare nuove basi militari nel nord di Gaza al posto delle colonie che erano state evacuate dopo il disimpegno israeliano del 2005.

Quando arriverà il momento, nel nord di Gaza … noi costruiremo le unità Nahal al posto delle comunità (israeliane) che sono state sfollate,” ha affermato, elogiando l’attuale governo israeliano come quello della “colonizzazione.”

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz i siti Nahal fanno parte di un programma militare nel quale gruppi di giovani israeliani vanno insieme come volontari e successivamente formano delle comunità civili.

Secondo il portale del Times of Israel le affermazioni di Katz sulla costruzione di colonie nel nord di Gaza pongono una sfida al primo ministro Benjamin Netanyahu e a Washington. Ci si aspetta che il premier visiti gli Stati Uniti al termine del mese per colloqui con il presidente statunitense Donald Trump.

Sebbene il governo israeliano non abbia rilasciato chiarimenti relativamente alla dichiarazione di Katz, i leader dei coloni e l’opposizione l’hanno ritenuta una chiamata per la costruzione delle colonie.

Tuttavia l’ufficio di Katz ha chiarito in una dichiarazione che il governo non intende creare nessuna colonia nella Striscia di Gaza.

Ha affermato che il riferimento del ministro della Difesa alla costruzione degli avamposti Nahal nel nord di Gaza “è stato fatto solo in un contesto di sicurezza.”

Circa 750.000 coloni israeliani illegali, di cui 250.000 a Gerusalemme Est, vivono in centinaia di colonie in tutta la Cisgiordania. I coloni illegali portano avanti attacchi giornalieri contro i palestinesi con l’obiettivo di sfollarli con la forza.

Riguardo alle violazioni israeliane della sovranità siriana, Katz ha affermato: “Noi non ci ritireremo di un centimetro dalla Siria,” senza fornire ulteriori dettagli.

I dati del governo siriano mostrano che da dicembre 2024 Israele ha effettuato oltre 1.000 attacchi aerei in Siria e più di 400 incursioni lungo i confini nelle province del sud.

Dopo la caduta del regime di Bashar Al-Assad alla fine del 2024 Israele ha espanso la sua occupazione nelle Alture siriane del Golan confiscando la zona cuscinetto demilitarizzata, una azione che ha violato l’accordo del 1974 con la Siria.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)




La polizia arresta e aggredisce i medici che sostengono lo sciopero della fame di Palestine Action

Katherine Hearst

22 dicembre 2025 – Middle East Eye

I medici avevano chiesto un’ambulanza per una prigioniera di Palestine Action in sciopero della fame che accusava dolori al petto.

Una dottoressa del Servizio Sanitario Nazionale [britannico] afferma di essere stata “strangolata” dagli agenti di polizia durante una protesta fuori da una prigione britannica mentre chiedeva un’ambulanza per una prigioniera in condizioni critiche, legata a Palestine Action [gruppo britannico filo-palestinese autore di azioni non violente e inserito dal governo inglese nella lista dei gruppi terroristici, ndt.], in sciopero della fame.

Olivia Brandon, medico del pronto soccorso di un ospedale di Londra, ha raccontato a Middle East Eye di essere stata trascinata per il cappuccio del cappotto dagli agenti, cosa che le ha causato una compressione arteriosa che le ha fatto perdere conoscenza.

Ha anche riferito che un altro medico, Ayo Moiett, che aveva ripetutamente chiesto al carcere di Bronzefield di chiamare un’ambulanza per la prigioniera Qesser Zuhrah, è stato arrestato da due agenti di polizia con l’accusa di aver aggredito una guardia carceraria dopo essersi rifiutato di presentarsi a un “colloquio volontario”.

Entrambi i medici facevano parte di un gruppo di sostenitori che hanno atteso fuori dal carcere di Bronzefield tutta la notte del 17 dicembre chiedendo un’ambulanza per Zuhrah, in sciopero della fame da oltre 46 giorni.

Zuhrah è tra i sei prigionieri che hanno avviato uno sciopero della fame per protestare contro il trattamento riservato loro e contro la messa al bando del loro gruppo di azione diretta.

Il gesto di protesta è stato paragonato allo sciopero della fame del 1981 dei prigionieri repubblicani irlandesi guidati da Bobby Sands nell’Irlanda del Nord.

I prigionieri, tutti accusati di coinvolgimento con Palestine Action prima della sua messa al bando a luglio, quando verranno processati saranno stati in carcere per più di un anno. Chiedono la immediata libertà su cauzione.

Zuhrah ha dichiarato di soffrire di forti dolori al petto, alla parte bassa della schiena e nella zona dei reni dalle 17:00 circa di martedì.

Secondo i suoi amici, intorno alle 00:47 è finalmente arrivata un’infermiera a controllare le sue principali funzioni corporee e sottoporla a un ECG (elettrocardiogramma).

Brandon ha affermato che l’ospedale si è rifiutato di chiamare un’ambulanza perché i dati degli esami erano normali.

“Chiunque abbia forti dolori al petto deve recarsi immediatamente in ospedale”, ha detto Brandon a MEE.

Quando Brandon ha chiamato direttamente il South East Coast Ambulance Service, le è stato comunicato che non potevano inviare un’ambulanza perché la prigione aveva detto che l’avrebbero respinta.

La politica del Servizio Sanitario Nazionale stabilisce che i casi di dolore al petto “possono richiedere una valutazione rapida e/o un trasporto urgente” e prevede che il tempo di risposta dell’ambulanza “dovrebbe essere inferiore ai 19 minuti”.

In risposta a una richiesta di commento il South East Coast Ambulance Service ha dichiarato che “non inviano un’ambulanza in carcere su richiesta di terzi, ma collaborano con il team sanitario del carcere per stabilire se sia necessario un intervento”.

Un portavoce della prigione di Bronzefield ha dichiarato di non poter commentare i singoli casi.

“Un giorno finirete tutti in tribunale”

Brandon ha sottolineato che in caso di forte dolore toracico, dei risultati normali negli esami non escludono altre cause che possono includere un’embolia polmonare, un coagulo potenzialmente letale nei vasi che irrorano i polmoni, per cui Zuhrah è al momento ad alto rischio.

Brandon ha aggiunto che il forte dolore toracico che Zuhrah stava provando avrebbe potuto essere causato anche da polmonite.

“Se si sospetta una polmonite, è necessaria una radiografia del torace. Se si sospetta un coagulo, è necessaria una TAC urgente”, ha detto Brandon.

Secondo Brandon, nonostante l’infermiera si sia rifiutata di far vedere i risultati a Zuhrah, lei è riuscita a dare un’occhiata al monitor dell’elettrocardiogramma che rivelava una frequenza cardiaca di 127 battiti al minuto, molto elevata.

Secondo quanto riferito, l’infermiera ha anche avuto difficoltà a misurare la pressione sanguigna di Zuhrah, cosa che Brandon ha descritto come un “enorme campanello d’allarme”.

Ha spiegato che la combinazione di una frequenza cardiaca molto alta e di una pressione sanguigna bassa indica che la persona sta entrando in stato di shock.

In un filmato pubblicato su X si vede Brandon battere alla porta della prigione gridando: “Un giorno finirete tutti in tribunale”.

“Un forte dolore al petto comporta il trasferimento in ospedale… se prendessi nel mio ospedale le decisioni che state prendendo voi verrei licenziata, sarei processata e finirei in prigione”.

Mendicando un’ambulanza

James Smith, un altro medico del Servizio Sanitario Nazionale, è arrivato in prigione per sostenere Zuhrah intorno alle 9 di mercoledì mattina. A quell’ora una folla di circa 20 persone, tra cui la parlamentare Zarah Sultana, si era radunata fuori dal carcere. Smith ha raccontato che a un certo punto una delle guardie carcerarie ha aperto la porta di ingresso all’edificio e i manifestanti hanno seguito Sultana occupando la reception.

Il personale del carcere ha quindi chiamato le forze dell’ordine e, poco dopo, almeno 10 auto della polizia sono arrivate sul posto.

L’ambulanza è finalmente arrivata a prendere Zuhrah intorno alle 14:30, quindi il gruppo ha accettato di disperdersi e ripulire il luogo.

Smith ha raccontato che, mentre il gruppo se ne andava, due agenti di polizia si sono avvicinati a Moiett e gli hanno chiesto se poteva recarsi alla stazione di polizia per un “interrogatorio volontario”, poiché l’agente di polizia che aveva aperto la porta della reception del carcere aveva affermato di essere stata aggredita.

“Ho assistito a tutta la scena”, ha detto Smith. “Il dottor Moiett ha tenuto le mani alzate per tutto il tempo in cui sono entrati. Si è seduto per terra, è stato rispettoso, ha interagito con le guardie carcerarie e ha chiesto esplicitamente l’arrivo di un’ambulanza, prima di alzarsi e andarsene. Ero nell’atrio con loro. Non ha mai toccato un agente penitenziario o un agente di polizia.”

Secondo Smith, agli agenti che si sono avvicinati a Moiett è stato chiesto se fosse stato arrestato. Hanno risposto di no.

“È stato chiesto un parere legale ed è stato deciso che Ayo non sarebbe andato alla stazione di polizia, e a quel punto abbiamo iniziato a uscire insieme”, ha detto Smith.

Poi, i due agenti di polizia si sono avvicinati di nuovo a Moiett mentre il gruppo cercava di andarsene e uno degli agenti ha detto “non fatelo”.

“Mentre cercavamo di superarli, i due agenti lo hanno afferrato”, ha detto Smith.

“La situazione è degenerata molto rapidamente, altri agenti sono intervenuti di corsa… poi hanno trascinato Ayo verso una delle auto della polizia e lo hanno schiacciato con il petto contro l’auto e ammanettato con le mani dietro la schiena”, ha detto Smith a MEE.

Brandon ha detto di credere che Moiett fosse stato preso di mira perché è una persona di colore che “aveva fatto di tutto per far arrivare un’ambulanza per Qesser”.

Era rimasto in piedi davanti alle porte della prigione per ore e ore al gelo, scongiurando di chiamare un’ambulanza”, ha detto Brandon a MEE.

“Ho perso conoscenza”

Quando la polizia ha cercato di trasferire Moiett sul furgone, i manifestanti hanno iniziato a sedersi sulla strada, e quando il gruppo si è mosso per impedire al furgone di partire la polizia ha iniziato a trascinare le persone via dalla strada. Smith ha raccontato che lui e Brandon erano seduti sulla strada con le mani alla tracolla della borsa di lei quando la polizia li ha trascinati con la schiena sull’asfalto.

“Ho sentito i miei vestiti strapparsi e gli occhiali cadermi dal viso. La gente ha iniziato a gridare che la dottoressa Olivia veniva strangolata”, ha detto Smith, aggiungendo che unagente di polizia lo ha accusato di averla strangolata.

Il filmato dell’incidente mostra un agente di polizia che si avvicina a Brandon e la trascina per il cappuccio lungo la strada, mentre si sente lei che emette suoni di soffocamento.

“Mi hanno trascinata per diversi metri dall’altra parte della strada tirandomi per il cappuccio. Stavo per soffocare e poi ho perso conoscenza”, ha detto Brandon.

A seguito dell’incidente è stata portata in ospedale per una TAC.

In risposta a una richiesta di commento la polizia del Surrey ha dichiarato di non aver ricevuto una denuncia diretta relativa all’incidente, ma di aver deferito la questione per un esame all’Ufficio Indipendente per la Condotta della Polizia.

La polizia ha dichiarato in un comunicato che durante la manifestazione gli agenti hanno arrestato tre persone. Tra queste, un uomo di 29 anni accusato di aggressione con lesioni personali gravi, un uomo di 28 anni accusato di aggressione e una donna di 22 anni accusata di danneggiamento.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)




L’economia genocida di Israele è giunta al limite? (I parte)

Amos Brison

16 dicembre 2025 – +972 Magazine

L’economista Shir Hever spiega come la mobilitazione per la guerra a Gaza abbia puntellato un’‘economia zombie’ che in apparenza funziona ma non ha futuro.

Dall’ottobre 2023 Israele ha affrontato un insieme di contraccolpi economici. In seguito alle ostilità con Hamas ed Hezbollah decine di migliaia di persone sono sfollate dalle regioni di confine a sud e a nord, mentre decine di migliaia di riservisti sono stati esclusi dal mercato del lavoro per un lungo periodo, lasciando settori chiave con carenza di personale e una riduzione della produttività. Servizi pubblici, educazione e sanità sono peggiorati in quanto le finanze dello Stato sono state destinate alla guerra e circa 50.000 attività economiche sono fallite.

La fuga di capitali, soprattutto nel settore della tecnologia avanzata, insieme a un crescente ricorso a finanziamenti esteri, ha aggiunto una pressione significativa sull’economia, e si prevede che nel 2025 il debito arrivi al 70% del PIL. Anche la posizione internazionale di Israele si è indebolita: partner commerciali una volta stabili se ne sono andati, sanzioni e boicottaggi si sono estesi e importanti investitori hanno iniziato a rivolgersi altrove. Un rapporto sulla povertà annuale pubblicato l’8 dicembre dall’ONG israeliana Latet sottolinea la profondità della crisi sociale. Dall’inizio della guerra le spese familiari sono notevolmente aumentate, quasi il 27% delle famiglie e oltre 1/3 dei bambini ora subiscono un’“insicurezza alimentare”, circa 1/4 dei percettori di aiuti sono “nuovi poveri” spinti verso l’indigenza negli ultimi due anni.

Eppure l’economia israeliana nel contempo ha anche mostrato segni di resilienza. Dall’inizio della guerra lo shekel si è rivalutato di circa il 20% rispetto al dollaro USA e la borsa valori di Tel Aviv ha raggiunto livelli record, in parte grazie al sostegno delle spese di guerra e dell’intervento della banca centrale.

Per dare un senso a questi segnali apparentemente contraddittori — mercati in aumento insieme a un aggravamento della crisi sociale ed economica — è necessario vedere al di là dei tradizionali indicatori. L’ economista e attivista del BDS Shir Hever sostiene che ora Israele sta operando in quello che lui chiama un’“economia zombie”, che viene mantenuta in movimento attraverso massicce spese militari, credito estero e negazionismo politico.

Per oltre vent’anni Hever ha esaminato i legami tra l’economia israeliana, il militarismo e l’occupazione. In un’intervista a +972 Magazine egli spiega perché la crisi economica di Israele non può essere misurata solo in termini di PIL o inflazione e perché i pilastri che una volta sostenevano la sua crescita — investimenti esteri, innovazione tecnologica e integrazione a livello globale — hanno iniziato a venire erosi. Discute anche dell’illusione di un’economia di guerra sostenibile, del costo sociale ed economico di una prolungata mobilitazione di massa e di come il crescente isolamento di Israele sui mercati globali possa segnalare l’inizio di un declino a lungo termine.

L’intervista è stata modificata per motivi di lunghezza e chiarezza.

Per iniziare, se riteniamo che la guerra a Gaza, nel modo in cui è stata combattuta negli ultimi due anni, sia finalmente terminata, si prevede che l’economia israeliana si riprenda, e, in questo caso, come ciò potrebbe avvenire?

Penso che prima sia importante chiedere: riprendersi da cosa?

Il problema dell’economia israeliana è sfaccettato. Primo, c’è un danno diretto alla produttività a causa dello spostamento di decine di migliaia di nuclei famigliari da zone vicino ai confini con Gaza e il Libano e dei danni inflitti direttamente in quelle aree da missili e razzi.

Secondo, il reclutamento di circa 300.000 soldati della riserva per un periodo di tempo molto lungo ha provocato un notevole calo della partecipazione al mercato del lavoro. Ciò ha anche annullato innumerevoli giorni di formazione investita in questi lavoratori in un momento in cui i mezzi per formare e addestrare i loro sostituti sono lungi dalla piena funzionalità.

Terzo, la classe media istruita israeliana sta cominciando a prendere in considerazione l’idea di emigrare, e decine di migliaia di famiglie l’hanno già fatto.

Quarto, la crisi finanziaria: molti israeliani hanno portato all’estero i propri risparmi per prevenire l’inflazione, insieme a una perdita di valore della moneta israeliana, un crollo dell’affidabilità creditizia di Israele e un incremento degli interessi da pagare per compensare il rischio.

Poiché le risorse sono state spostate sulla guerra —con i dati dello stesso governo che dimostrano che ha comprato a credito un valore di decine di miliardi di dollari in armamenti — la qualità dei servizi pubblici e dell’educazione superiore è drammaticamente peggiorata. Nella sua storia Israele non è mai stato così vicino a raggiungere una spirale del debito (una situazione in cui lo Stato è obbligato a chiedere prestiti per coprire il pagamento degli interessi su prestiti precedenti).

Infine, e ciò è molto importante, il marchio Israele è diventato tossico. Deve affrontare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni a un livello mai visto finora. Le imprese israeliane scoprono che all’estero ex-partner in affari evitano di trattare con loro.

Ho letto un articolo su Ynet [versione in rete e in ebraico del quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, ndt.] in cui intervistano alcuni uomini d’affari israeliani che hanno raccontato come si sentano isolati e come le loro controparti commerciali, persino quelle di lunga data, affermino di non volerne più sapere di loro. Raccontano come, persino in “Paesi molto amichevoli (con Israele)” gli è stato detto “per favore, cancellate ogni traccia di questo incontro, non vogliamo che qualcuno sappia che vi abbiamo incontrati.” Molto probabilmente si riferivano alla Germania, in quanto prima dell’intervista c’era appena stata a Berlino la fiera IFA [di prodotti di alta tecnologia, ndt.].

Negli ultimi mesi lei ha descritto l’economia israeliana durante la guerra contro Gaza come un’“economia zombie”. Ci può spiegare cosa intende con questo?

La chiamo un’economia zombie nel senso che si muove ma non è consapevole del proprio stato di crisi o della sua imminente morte.

Un’economia capitalistica è basata sull’idea di un orizzonte futuro costante. Non puoi avere un mercato capitalista senza investimenti, e gli investimenti sono basati sull’idea che investi il denaro ora per ricavare un profitto nel futuro. Ma in Israele il governo ha approvato un bilancio slegato dalla spesa reale, portando fuori controllo il debito e la bozza del bilancio per il prossimo anno è altrettanto illusoria.

Nel contempo molte delle persone più talentuose e istruite stanno lasciando il Paese perché non vogliono far crescere i propri figli lì. Questo è l’esatto opposto di un orizzonte futuro, uno Stato che pianifica a brevissimo termine invece che sul lungo periodo.

Così, mentre in superficie può sembrare che l’economia stia funzionando, ciò è in buona misura dovuto al fatto che importanti settori della popolazione sono stati mobilitati nella riserva, armati, equipaggiati, alimentati e trasportati per sostenere la guerra. La guerra è la principale attività economica che il governo sta intraprendendo. Persino ora, due mesi dopo il cosiddetto cessate il fuoco di Trump, non c’è stato un massiccio ritorno dei riservisti alla vita civile.

Haaretz ha calcolato che la distruzione della Striscia di Gaza è il più grande progetto ingegneristico nella storia di Israele. La quantità di cemento, materiale da costruzione, veicoli e carburante che sono stati utilizzati supera la costruzione di HaMovil HaArtzi (l’acquedotto nazionale), che è stato il grande progetto infrastrutturale degli anni ’50, e del muro di separazione in Cisgiordania, il grande progetto ingegneristico dell’inizio degli anni ‘2000. Quindi questa è veramente un’economia che sembra funzionare, ma senza alcuna proiezione verso il futuro. E’ fondata su un’illusione.

Presumibilmente tutti i riservisti che hanno combattuto durante la guerra e tutte le persone che sono state sfollate dalle proprie case nel sud e nel nord prima o poi torneranno sul mercato del lavoro. Ciò potrebbe consentire a Israele di sfuggire a una crisi economica?

In primo luogo molti di questi riservisti semplicemente non avranno un lavoro a cui tornare perché più di 46.000 attività economiche sono fallite durante la guerra.

C’è anche l’aspetto psicologico. Non sono qualificato per rispondere a quello che succederà quando queste persone cercheranno di riprendere la vita civile, ma l’impatto probabilmente sarà drammatico. Faranno uso della violenza ogni volta che qualcosa li innervosirà, come hanno fatto per centinaia di giorni a Gaza? Avranno bisogno di un enorme quantità di trattamenti psicologici per gestire il trauma e il senso di colpa? Stiamo già vedendo il suicidio di molti soldati.

Si ricordi che ci sono anche persone che non hanno passato tempo a stare al passo con gli sviluppi delle loro professioni e invece hanno commesso un genocidio a Gaza, quindi anche questo rientra nella crisi tecnologica ed educativa. Le iscrizioni all’università non hanno tenuto il passo della crescita della popolazione, il che significa che a lungo termine Israele sta per diventare meno istruito.

Poi c’è circa 1/4 di milione di israeliani sfollati dalle proprie case vicino al confine con Gaza o il Libano che hanno vissuto per oltre un anno in hotel. Hanno vissuto con il presupposto che in qualunque momento gli sarebbe stato chiesto di tornare. È molto difficile trovare un nuovo lavoro in queste condizioni, in quanto la loro indennità dipende dalla loro volontà di tornare alle comunità d’origine. In altre parole hanno dovuto scegliere tra obbedire alle condizioni poste dal governo o rinunciare all’indennità e lasciare il Paese, cosa che effettivamente alcuni di loro hanno fatto.

Tuttavia vediamo che la borsa israeliana sta raggiungendo nuovi picchi e lo shekel è stabile. Come lo spiega?

È importante notare che il mercato azionario non va solo in una direzione. Per esempio è sceso dopo il “discorso di Sparta” di Netanyahu [in cui ha dichiarato che Israele è sempre più isolato, è circondato da nemici e deve basarsi sulla propria industria bellica, ndt.] a settembre. La gente si è fatta prendere davvero dal panico quando lo ha detto, perché ha riconosciuto in una certa misura che Israele è stato colpito da sanzioni e boicottaggi e dall’isolamento economico. È stata una puntura di spillo nel palloncino dell’illusione.

Ma ci sono altre ragioni per questo, una delle quali è che Israele ha cambiato le proprie regole riguardo a quanto paga i riservisti, fino al punto che ora vengono stipendiati con 29.000 shekel [oltre 7.000 €] al mese, più del doppio delle retribuzioni medie di mercato e più di quattro volte lo stipendio minimo. Alcuni ufficiali di carriera hanno persino lasciato l’esercito per ritornarvi come riservisti e guadagnare di più.

Questi riservisti non avevano di che spendere tutto questo denaro perché erano a Gaza, quindi li hanno investiti in azioni o messi in una qualche sorta di fondo di garanzia attraverso una banca, il che significa che finiscono di nuovo in azioni. Ciò continua a incanalare sempre più denaro in borsa, quindi ovviamente il mercato azionario è cresciuto. La domanda importante è: da dove viene questo denaro?

Il direttore generale del ministero delle Finanze ha notato che queste paghe ai riservisti non si notano — ancora — nel bilancio della difesa. Lo saranno retroattivamente, e quando ciò avverrà la differenza tra il bilancio approvato e la spesa reale risulterà evidente. Allora prevedo che la valutazione dell’affidabilità creditizia di Israele scenderà e le banche internazionali saranno molto timorose di operare con Israele.

Oltre a questo la massiccia spesa sta anche aumentando l’inflazione mentre la produttività non cresce. Le persone che hanno un reddito disponibile cercano di proteggere i propri risparmi investendo nel crescente mercato azionario, contribuendo alla bolla.

Quindi c’è una specie di stagflazione, in cui l’inflazione è in aumento insieme a un rallentamento dell’economia. La banca centrare israeliana ha gestito questa situazione comprando, soprattutto all’inizio della guerra, una grande quantità di dollari, il che ha creato l’impressione che tutto fosse sotto controllo e che Israele potesse permettersi di continuare a combattere. Questo trucco ha funzionato, soprattutto con gli investitori internazionali.

Ciò ha determinato una situazione molto strana, in cui da una parte gli economisti israeliani, scrivendo in ebraico, stanno dicendo: “Non è assurdo che le agenzie di rating abbiano ridotto il rating di Israele solo di un punto? Credono ancora che il governo ripagherà il suo debito. Quanto possono essere ingenui?” E dall’altra le agenzie di rating, anche se sicuramente leggono i media finanziari israeliani, si rifiutano di reagire.

Credo che sia una forma di complicità dei media finanziari internazionali. Temono che, se riportano i fatti, saranno accusati di essere “anti-israeliani”. Vedono come i governi negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania stiano diffondendo menzogne e agendo come se Israele stesse semplicemente attraversando una battuta d’arresto temporanea. Se i media finanziari contraddicessero questi governi rischierebbero la repressione, quindi preferiscono nascondere le notizie ai propri lettori. Sulla base di queste informazioni di parte, anche le agenzie di rating temono di prendere decisioni basate sui fatti.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata la situazione oggi (II parte).

Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione pervasiva di sconforto e che la resistenza sta lentamente diventando un ricordo.

A circa 16 km da Hebron c’è il villaggio collinare di Umm al-Khair, tristemente noto come teatro di violenti scontri con i coloni. Eid Siliman Hathaleen, un beduino palestinese e attivista di comunità del villaggio, ha sostenuto che i beduini comprarono quella terra nel 1952, ma i coloni e l’esercito israeliano stanno conducendo un’intensa campagna contro di loro. Alcune case palestinesi sono state demolite mentre i coloni estendono la loro presenza. A ottobre sette nuove case mobili sono comparse di notte in mezzo al villaggio, mentre è giunto un ordine israeliano di demolizione per altre 14 case palestinesi.

Come il resto della Cisgiordania il villaggio è sotto il costante controllo di telecamere, veicoli militari e droni. Mentre stavamo chiacchierando sono arrivati dei soldati israeliani. Hathaleen ha affermato che un’ora prima i pacifisti israeliani che si erano presentati per manifestare solidarietà con gli abitanti del villaggio erano stati portati via dopo che i soldati avevano dichiarato il posto una zona militare chiusa. I soldati ci hanno detto che anche il luogo in cui ci trovavamo era stato dichiarato ora una zona militare chiusa.

Mentre Hathaleen e i giovani soldati discutevano sull’ordine militare ci ha raggiunti un ufficiale di alto grado, pesantemente armato, con un passamontagna nero e occhiali scuri. Esasperato dalla conversazione alla fine ha detto: “Avete 4 minuti. Andatevene. Addio.” Hathaleen, secondo cui i soldati erano arrivati su richiesta dei coloni, ha filmato il battibecco con il telefonino, una provocazione potenzialmente pericolosa, ma che è finita in modo pacifico. Hathaleen ha affermato che suo padre, Siliman Hathleen, anche lui un attivista di comunità che lottava contro le demolizioni, è morto nel 2022 dopo essere stato investito da un camion della polizia israeliana. Suo cugino, Siliman Hathleen, un consulente del documentario che ha vinto l’Oscar No Other Land, a luglio è stato colpito a morte nel villaggio da un colono.

Nei villaggi palestinesi a sud di Nablus rappresentanti delle cooperative agricole e delle organizzazioni femminili ci hanno raccontato degli attacchi dei coloni che scendono dalla cima delle colline per picchiarli, distruggere le proprietà e spargere una polvere bianca velenosa per uccidere le greggi. In un villaggio i contadini, escogitando modi ingegnosi per contrastarli, hanno iniziato a coltivare verdure in barili pieni di terra non contaminata.

È possibile che la rabbia contro le incursioni dell’esercito israeliano e gli attacchi dei coloni, per non parlare della distruzione di Gaza, provochi una risposta su vasta scala, una terza intifada, in Cisgiordania? In un sondaggio di ottobre il Palestinian Center for Policy and Survey Research ha scoperto che il 49% dei palestinesi della Cisgiordania, e il 30% a Gaza, sono ancora favorevoli alla lotta armata come il modo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese.

Abdaljawad Omar, assistente in filosofia all’università di Birzeit, che scrive con lo pseudonimo di Abboud Hamayel, è scettico riguardo a questa possibilità. Ha scritto un libro di imminente pubblicazione sulla resistenza palestinese. Egli non sostiene un ritorno alla violenza ma lamenta la fatica e paralisi prevalenti, quello che chiama lo “svuotamento emotivo”. Sostiene: “La rabbia si è trasformata in un risentimento impotente. Oggi in Cisgiordania di rado si lanciano pietre. È una novità… La resistenza sta lentamente diventando un ricordo.”

Nella Seconda Intifada i focolai di resistenza furono i campi profughi, molti dei quali risalgono al 1948, quando circa 750.000 palestinesi furono espulsi o fuggirono dalle proprie case [che si trovavano] in quello che diventò lo Stato di Israele. All’ingresso del campo profughi di Aida, a Betlemme, c’è un arco sopra il quale poggia una enorme chiave che simboleggia la speranza che un giorno i suoi abitanti potranno tornare in Israele a riprendersi le loro vecchie case. Attorno alle mura del campo ci sono murales che vanno da una commemorazione degli eroi palestinesi, come i giovani lanciatori di pietre e la guerrigliera Leyla Khaled, fino a un poco lusinghiero ritratto del presidente USA Donald Trump. Affrettandosi per andare a pregare un venerdì a mezzogiorno gli abitanti avevano poco tempo per parlare ma erano sprezzanti riguardo al cessate il fuoco a Gaza – Quale cessate il fuoco? – e hanno ridicolizzato il progetto di Trump di una Gaza Riviera.

La chiave di metallo da una tonnellata fissata sull’arco e i murales che celebrano la resistenza sembrano simboli di un tempo passato, un’era che sta sfuggendo, non da ultimo a causa del fatto che il sogno dei profughi di un ritorno alle proprie case d’origine in Israele quasi sicuramente non verrà mai realizzato. Durante la Seconda Intifada in un altro campo profughi a Betlemme avevo intervistato un padre che era fermamente convinto che lui, come gli altri abitanti, non avrebbe lasciato il campo se non per tornare alla sua casa d’origine. Esiste ancora questa irriducibile ostinazione? Un ex-abitante dei campi si è sorpreso sentendo che famiglie che erano state tra le più irremovibili per la prima volta stavano prendendo in considerazione la possibilità di andarsene, logorate, in parte, da disoccupazione, povertà e debiti.

L’esercito israeliano non sta aspettando che se ne vadano. All’inizio dell’anno l’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] ha demolito vaste zone dei tre campi che erano stati all’avanguardia della resistenza durante la Seconda Intifada e fino al 2023, tutti e tre nel nord della Cisgiordania. Israele li descrive come “fulcri del terrorismo”: Tulkarem, Nur Shams e Jenin. I palestinesi dicono che l’esercito israeliano, con volantini e altoparlanti, ha avvertito gli abitanti di Aida e di altri campi che anche questi saranno distrutti, a meno che si comportino bene.

Quando nel 2002 gli israeliani organizzarono un attacco nel campo profughi di Jenin incontrarono una feroce resistenza. All’epoca intervistai un sergente israeliano, Israel Kaspi, un veterano che aveva combattuto durante la guerra dello Yom Kippur del 1973 e in Libano nel 1982 e che mi disse che gli scontri a Jenin erano stati i più intensi a cui avesse mai partecipato. Disse che i palestinesi avevano trasformato il campo profughi in una fortezza. Israele perse 23 soldati mentre combattevano di strada in strada, casa per casa e stanza per stanza, in mezzo a trappole esplosive, ordigni nascosti nei vicoli e in bidoni della spazzatura, dinamite inserita nei muri e palestinesi che sparavano da postazioni ben preparate.

All’inizio dell’anno, quando hanno attaccato i campi a Jenin, Tulkarem e Nur Shams, gli israeliani hanno perso tre soldati ma sono riusciti a svuotare i campi per un totale di 30.000 abitanti, frammentando comunità molto coese e disperdendole in sistemazioni temporanee altrove in Cisgiordania. Si stima che nei tre campi siano state distrutte 850 case e altri edifici.

Il mese scorso durante una visita ai campi di Tulkarem e Mur Shams ho potuto vedere tracce di carrarmati o bulldozer nella strada fangosa ma nessuno all’interno, in parte perché era buio, ma anche perché avventurarsi ulteriormente era pericoloso. L’esercito israeliano aveva avvertito che chiunque cercasse di entrare nei campi sarebbe stato colpito. Non si è trattato di una vana minaccia: tre giorni dopo un cameraman, Fady Yasmeen, è stato ferito nei pressi dell’ingresso durante una protesta.

Sono andato a Tulkarem con Aseel Tork, che lavora per il Bisan Centre for Research and Development, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce progetti comunitari in zone rurali, in particolare per donne e giovani. Nel 2021 è stata definita da Israele un’organizzazione terrorista, iniziativa condannata, tra gli altri, dall’ufficio dell’alto commissario per i diritti umani dell’ONU.

Tork mi ha detto di credere che una terza intifada in questo momento è impossibile: “Quando sono avvenute la Prima e la Seconda Intifada la comunità palestinese nel suo complesso era coesa. C’erano poche divisioni tra di noi: ideologicamente, politicamente, geograficamente. Ora non possiamo, e non abbiamo, difeso il popolo di Gaza come avremmo dovuto. Se ci fosse stata un’intifada, sarebbe avvenuta dopo il 7 e l’8 ottobre.”

In novembre, durante un evento intitolato Poetry after Gaza [Poesia dopo Gaza] a Ramallah, nella conversazione tra un europeo e un palestinese è saltata fuori una citazione di Kafka. L’avrei sentita due volte in una settimana da palestinesi in altri contesti: “C’è tanta speranza – per Dio, un’infinità quantità di speranza – solo non per noi.”

Dove possono cercare speranza i palestinesi? Ci sono a disposizione poche risposte. Un rinnovamento dell’Autorità Palestinese? Le elezioni sono attese da tempo, ma sono problematiche da un punto di vista internazionale, dato il livello di appoggio dichiarato ad Hamas. È possibile una soluzione a due Stati, una Palestina indipendente e Israele fianco a fianco, data la quantità di territorio occupata ora dai coloni in Cisgiordania? Una soluzione a uno Stato unico, con Israele come Stato di apartheid allargato in cui i palestinesi potrebbero lottare per avere uguali diritti, sostenuti dalla comunità internazionale, come in Sud Africa? Uno stanco scrittore palestinese, dopo aver dichiarato morta la soluzione a due Stati, ha detto che si accontenterebbe della soluzione a uno Stato anche solo se ciò significasse che potrebbe finalmente spostarsi liberamente.

Il mese scorso è iniziata una campagna globale per la liberazione di Marwan Barghouti, generalmente visto come la figura più adatta ad unificare i palestinesi. Barghouti, accusato da Israele di essere il leader dei miliziani di Fatah in Cisgiordania durante la Seconda Intifada, è in un carcere israeliano dal 2002, condannato per cinque omicidi, che lui nega. La speranza di lunga data dei palestinesi è che possa uscirne come un Nelson Mandela palestinese. Benché sia di Fatah, è popolare tra i sostenitori di Hamas e delle altre fazioni. Intervistai Barghouti a Ramallah l’anno prima che venisse catturato e all’epoca scrissi che pensavo potesse essere un futuro leader. Colpiva, però non aveva il calore umano di Mandela e mi sembrò, forse ingiustamente, che fosse più un combattente da strada che un politico con una visione. Ma forse in prigione è cambiato, come fece Mandela.

Dall’attacco del 7 ottobre Barghouti è stato tenuto in isolamento ed è stato picchiato quattro volte dalle guardie carcerarie, l’ultima nel settembre scorso, secondo suo figlio Arab fino a perdere conoscenza.

Barghouti era su una lista di prigionieri che Hamas ha presentato a Israele perché venisse liberato come parte dell’accordo di cessate il fuoco di ottobre. Benché Israele abbia liberato altri condannati per omicidio si rifiuta di rilasciare Barghouti. La sua decisione potrebbe riflettere la preferenza israeliana per un leader palestinese debole e manipolabile, Abbas, rispetto a una figura potenzialmente più forte.

Basem Ezbidi, un importante politologo e membro del centro studi Al-Shabaka, che ha fatto l’università con Barghouti, mette in guardia dall’aspettarsi un salvatore politico. “In tempi di disperazione la gente tende a creare miti in cui un supereroe arriva a salvarla,” ha detto. “La gente vede Marwan Barghouti in quel modo. Ma non è un uomo che fa miracoli. Può essere più puro di altri, ma non è sufficiente essere puri: devi avere capacità politiche e la giusta visione.”

Con una mancanza di alternative dall’interno, molti palestinesi vedono nella comunità internazionale la loro maggiore speranza, credendo che si sia raggiunto un punto di svolta a causa dell’indignazione mondiale per la distruzione di Gaza. Alla conferenza di Birzeit Saleh Hijazi, un coordinatore politico del Comitato Nazionale del [movimento per] Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) palestinese, ha detto che si devono fare più pressioni su Israele ponendo fine ai rapporti militari, applicando i mandati d’arresto contro gli israeliani accusati di crimini di guerra, disinvestendo dalle imprese complici ed espellendo Israele dalle istituzioni internazionali come l’ONU, la FIFA e il Comitato Olimpico. Ha detto che a livello di Stati, come in Malaysia, che ha chiuso i porti alle navi israeliane, e persino in Europa, sono state intraprese iniziative: “Ora possiamo iniziare a veder arrivare il nostro momento Sud Africa. Ma è necessaria un’intensificazione del BDS.”

Queste campagne possono funzionare sul lungo termine, come in Sud Africa. Ma a breve o medio termine non cambieranno la vita dei palestinesi in Cisgiordania, intrappolati tra l’Autorità Palestinese che non è in grado di proteggerli e Israele, con la sua repressione militare e i suoi coloni fuori controllo. Mentre in Cisgiordania durante la Seconda Intifada il conto dei morti era molto più alto, la vita è assolutamente peggiore ora per ogni altro aspetto, ha affermato Budour Hassan, un ricercatore giuridico di Amnesty International. Hassan, che è di Nazareth, ha affermato: “Persino allora c’era speranza, forse. Ora la gente sembra completamente disperata. Si sentono totalmente abbandonati.”

Negli ultimi due anni piazza Manger a Betlemme è stata deliberatamente lasciata al buio e in silenzio nel periodo di Natale per dimostrare solidarietà con Gaza. Il 6 dicembre di fronte a migliaia di palestinesi, musulmani e cristiani, e a un pugno di turisti il sindaco di Betlemme ha riacceso l’albero di Natale. Canawati sperava che la ripresa dei festeggiamenti avrebbe rilanciato il turismo. Considerava la riaccensione dell’albero un simbolo di speranza e resilienza.

“Quelli che hanno perso la speranza se ne sono andati,” mi ha detto Canawati (dal 2023 un numero stimato di 4.000 palestinesi ha lasciato Betlemme per andare all’estero). “Io non me ne andrò mai, indipendentemente da quello che succeda. So che ci sono molti come me,” ha affermato Canawati. Descrivendosi come un ottimista, spera che la reazione per Gaza spingerà i leader del mondo ad appoggiare la causa palestinese e che i negoziati avviati da Trump porteranno a un accordo di pace e a uno Stato palestinese sovrano.

Ma ha moderato questo ottimismo con sgomento nei confronti degli estremisti del governo israeliano e tra i coloni. Ribadendo la disperazione che ho trovato in tutta la Cisgiordania il sindaco ha detto: “Gli estremisti non vogliono una soluzione a due Stati o a uno Stato. Gli estremisti non vogliono darci il nostro Stato o che facciamo parte del loro Stato. Vogliono la terra senza il popolo. Vogliono solo che ce ne andiamo.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




A fronte della recente ondata di dimissioni l’esercito di Israele teme un “esodo in massa del personale”

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

Un rapporto segnala che con la guerra a Gaza c’è stata un’impennata delle domande di cessazione anticipata dal servizio tra le unità dell’esercito.

L’esercito israeliano ha messo in guardia circa un “esodo in massa del personale”, visto il considerevole aumento delle richieste di dimissioni da parte di militari d’ogni rango, ha reso noto martedì l’agenzia di stampa turca Anadolu.

L’esercito israeliano è afflitto da un “esodo in massa di ufficiali e sottufficiali che hanno presentato istanza di cessazione volontaria dal servizio”, scrive il quotidiano di Tel Aviv Yedioth Ahronoth.

Finora ci sono state 500 richieste da parte di ufficiali e sottufficiali in forza all’esercito regolare che volevano essere rimossi dalla loro posizione nell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.]”, afferma il giornale, pur senza specificare quando siano state presentate.

L’esercito “segnala un costante incremento delle domande di dimissioni, indice di una vera e propria crisi di organico riguardante ogni classe di età e ogni grado gerarchico, un fenomeno che ha raggiunto ormai proporzioni allarmanti”.

Secondo il quotidiano l’esercito israeliano prevede ulteriori defezioni da parte di membri dell’organico in pianta stabile che prestano servizio nelle forze regolari.

Il rapporto in questione rivela che alla Knesset sono attualmente al vaglio modifiche legislative che consentirebbero — a titolo d’incentivo — di apportare alle spettanze pensionistiche di ufficiali e soldati una maggiorazione compresa tra il 7% e l’11%.

Il giornale spiega che le 500 domande di dimissioni non sono state presentate da riservisti, ma da militari di professione impiegati nelle forze regolari, e sono riconducibili alla bassa retribuzione unita al notevole tasso di abbandono del servizio militare, che ha avuto i suoi effetti soprattutto durante la logorante guerra nella Striscia di Gaza.

L’esercito sta “faticando parecchio a convincere migliaia di ufficiali e sottufficiali affinché seguitino a prestare servizio stabilmente, con il prevedibile risultato che vi sarà un calo nelle prestazioni complessive dell’esercito”.

Dal mese di ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi 70.700 persone a Gaza, per lo più donne e bambini, ferendone oltre 171.000, e ha ridotto l’enclave a un cumulo di macerie.

(Traduzione dall’inglese di Chiara Guidi)




La Corte Penale Internazionale rigetta l’appello e quindi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant rimangono validi

Redazione di MEMO

16 dicembre 2025 – Middle East Monitor

La Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja ha rigettato un appello presentato dal governo israeliano contro i mandati di cattura emessi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex-ministro della Difesa Yoav Gallant.

Con una maggioranza di tre giudici a due la Corte d’Appello ha deciso di confermare i mandati, che rimangono in tal modo validi legalmente. I due politici sono accusati di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare nella Striscia di Gaza.

Israele ha presentato l’appello dopo che la Corte ha deciso di aprire un’inchiesta preliminare sulla guerra di Israele contro Gaza in seguito all’attacco condotto da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023. La Corte ha basato la sua decisione sul principio di complementarietà, che permette alla CPI di agire solo quando uno Stato non è in grado o non vuole perseguire dei sospetti attraverso il proprio sistema legale.

Nel suo appello Israele ha sostenuto che l’ufficio del procuratore avrebbe dovuto informare il governo in anticipo riguardo l’apertura del procedimento. Secondo Israele questo avrebbe permesso alle autorità di affrontare le accuse in Israele.

La Corte ha rigettato questo argomento, stabilendo che una notifica preliminare non era richiesta in questa fase del procedimento giudiziario.

(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)