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Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo B’Tselem Israele si serve della violenza dei coloni come “strumento” per accaparrarsi le terre palestinesi

Secondo l’Ong israeliana Israele “sostiene e asseconda in toto” i coloni e le loro tattiche di intimidazione che spesso comportano la perdita delle terre agricole e dei pascoli palestinesi.

Redazione di MEE

15 novembre 2021 – Middle East Eye

 

Il governo israeliano si serve della violenza dei coloni come “importante strumento informale” per impadronirsi di terre palestinesi nella Cisgiordania occupata, afferma un’importante organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani.

In un rapporto pubblicato domenica B’Tselem spiega che Israele si avvale di due metodi privilegiati per confiscare terre palestinesi in Cisgiordania: l’annessione ufficiale attraverso il proprio sistema giudiziario e le azioni ufficiose di intimidazione e violenza perpetrate dai coloni.

“Lo Stato sostiene ed asseconda in toto questi atti di violenza e i suoi soldati a volte vi partecipano direttamente”, denuncia la Ong israeliana nel suo rapporto.

“Così, la violenza dei coloni è una forma di politica governativa, con l’appoggio e l’incoraggiamento delle autorità statali ufficiali e la loro partecipazione attiva.”

Secondo questo documento i coloni israeliani negli ultimi cinque anni si sono appropriati di quasi 3.000 ettari di terreni agricoli e di pascoli nella Cisgiordania occupata.

“Mi hanno spezzato una gamba”

Attraverso cinque studi di caso per illustrare il modo in cui le sistematiche e costanti violenze perpetrate dai coloni fanno parte della politica ufficiale di Israele, B’Tselem dimostra che le autorità del Paese si servono della violenza dei coloni per procedere ad una “massiccia acquisizione” delle terre palestinesi.

Uno dei casi studiati riguarda la colonia di Ma’on Farm, che è stata costruita illegalmente nel sud della Cisgiordania e si estende su circa 260 ettari. I coloni hanno vessato, colpito e intimidito i palestinesi che utilizzano tradizionalmente questa terra per pascolare il loro bestiame e per le loro coltivazioni, cosa che ha provocato la sua confisca.

Jummah Ribii, di 48 anni, pastore del villaggio di al-Tuwani, ha raccontato a B’Tselem che i coloni hanno cercato per anni di allontanare la sua famiglia dall’agricoltura che le permetteva di nutrirsi. Nel 2018 i coloni l’hanno preso di mira e l’hanno picchiato, ferendolo in modo grave.

“Mi hanno spezzato una gamba e ho dovuto passare due settimane in ospedale e proseguire le terapie a casa”, ha raccontato Ribii alla Ong. “Ho dovuto vendere la maggior parte delle nostre pecore per pagare le cure.”

Secondo B’Tselem Israele legittima la violenza dei coloni sia legalizzando le loro acquisizioni di terre, non impedendo le violenze e non perseguendo i loro autori.

“L’esercito generalmente evita di scontrarsi con i coloni violenti, anche se i soldati hanno l’autorità e il dovere di arrestarli. Come norma generale, piuttosto che affrontare i coloni, l’esercito preferisce cacciare i palestinesi dalle terre agricole e dai pascoli che loro appartengono con tattiche diverse, come decretare delle zone militari chiuse che valgono solamente per i palestinesi o lanciare gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili di gomma, a volte proiettili veri”, elenca B’Tselem.

Moayyad Besharat, responsabile dei programmi e della progettazione dell’Unione dei Comitati di Lavoro Agricolo, riferisce a MEE che gli attacchi dei coloni contro i palestinesi quest’anno si sono moltiplicati, in particolare nel periodo della raccolta delle olive, in ottobre e novembre.

La raccolta delle olive è un’ancora di salvezza per circa 80.000-100.000 famiglie palestinesi nella Cisgiordania occupata. Quest’anno la stagione è stata la più difficile degli ultimi tempi, secondo Besharat che accompagna gli agricoltori come osservatore nei periodi di raccolta.

In linea con il rapporto di B’Tselem, sottolinea le difficoltà cui vanno incontro i palestinesi che vogliono cercare di resistere agli attacchi dei coloni e agli accaparramenti di terre a causa della frequenza con cui i coloni vengono scortati dall’esercito.

 “E’ violenza di Stato”

Anche se i palestinesi documentano e riferiscono regolarmente gli attacchi dei coloni (a volte per vie legali e attraverso libri, rapporti di ricerche e documentari), il governo israeliano non persegue quasi mai i coloni, lamenta il rapporto di B’Tselem.

“L’inazione di Israele persiste dopo gli attacchi dei coloni contro i palestinesi, le autorità fanno tutto il possibile per evitare di reagire a questi incidenti”, scrive l’organizzazione.

“È difficile sporgere denuncia e nei rari casi in cui viene avviata davvero un’indagine, il sistema la insabbia velocemente. Le incriminazioni contro i coloni che feriscono palestinesi sono estremamente rare e quando ciò accade si tratta di reati minori, con sanzioni simboliche per le rarissime condanne.”

Insomma, la mancanza di azione da parte del governo si traduce in un’approvazione de facto, riassume l’Ong.

“La violenza statale – ufficiale o di altro tipo – è parte integrante del regime di apartheid di Israele, che mira a creare uno spazio esclusivamente ebraico tra il fiume Giordano e il mar Mediterraneo”, ritiene B’Tselem.

“La combinazione tra la violenza statale e la violenza ‘non ufficiale’ consente a Israele due cose: garantirsi una smentita plausibile e addebitare la violenza ai coloni piuttosto che all’esercito, ai tribunali o all’amministrazione civile, procedendo intanto allo spossessamento dei palestinesi. Tuttavia i fatti escludono ogni negazione plausibile: quando la violenza avviene con il permesso e l’appoggio delle autorità israeliane e sotto la loro egida, si tratta di violenza di Stato. I coloni non sfidano lo Stato, sono ai suoi ordini.”

 

(Traduzione dal francese di Cristiana Cavagna)

 




Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Israele inasprisce la sorveglianza sui palestinesi in Cisgiordania con un sistema di riconoscimento facciale

Elizabeth Dwoskin

Lunedì 8 novembre 2021 – Washington Post

 

Hebron, Cisgiordania – Secondo la descrizione del progetto data da soldati israeliani da poco congedati, l’esercito israeliano sta conducendo nella Cisgiordania occupata un vasto tentativo di sorveglianza per monitorare i palestinesi implementando il riconoscimento facciale con una sempre più diffusa rete di telecamere e telefonini.

Il progetto di sorveglianza, sviluppato negli ultimi due anni, sfrutta in parte una tecnologia per smartphone chiamata “Blue Wolf”, che raccoglie le foto dei volti di palestinesi e li abbina a una banca dati di immagini così estesa che un ex-soldato l’ha descritta come un segreto “Facebook dei palestinesi” dell’esercito. L’applicazione lampeggia con colori diversi per avvertire i soldati se una persona deve essere fermata, arrestata o lasciata andare.

Per costruire la banca dati utilizzata da “Blue Wolf”, lo scorso anno i soldati hanno fatto a gara nel fotografare palestinesi, compresi bambini e anziani, con premi per il maggior numero di foto raccolte da ogni unità. Non si sa quale sia il numero di persone fotografate ma, come minimo, sono nell’ordine delle migliaia.

Il programma di sorveglianza è stato descritto in interviste del Washington Post a due ex-soldati israeliani e in resoconti separati che loro e altri quattro soldati da poco congedati hanno fornito al gruppo israeliano di solidarietà Breaking the Silence e in seguito condiviso con The Post. Buona parte del programma non era stato reso noto in precedenza. L’esercito israeliano ha ammesso l’esistenza del progetto in un opuscolo in rete, ma le interviste con gli ex-soldati offrono la prima descrizione pubblica della portata e del funzionamento del programma.

Oltre a “Blue Wolf” l’esercito israeliano ha installato telecamere per la scansione dei volti nella città divisa di Hebron per aiutare i soldati ai checkpoint a identificare i palestinesi prima ancora che esibiscano le loro carte d’identità. Una vasta rete di telecamere a circuito chiuso, denominata “Hebron Smart City” [Hebron Città Intelligente], fornisce in tempo reale il monitoraggio della popolazione della città e, come ha affermato un ex-soldato, può a volte spiare all’interno delle case private.

Gli ex-soldati che sono stati intervistati per questo articolo e che hanno parlato con Breaking the Silence, un’associazione di solidarietà composta da veterani dell’esercito israeliano che si oppongono all’occupazione, hanno descritto il programma di sorveglianza a condizione di mantenere l’anonimato per timore di ripercussioni sociali e professionali. L’associazione afferma di avere in progetto di rendere pubblica la sua ricerca.

I testimoni affermano che l’esercito ha detto loro che l’attività è un notevole miglioramento delle possibilità di difendere Israele contro i terroristi. Ma il progetto dimostra anche come le tecnologie della sorveglianza, tanto dibattute nelle democrazie occidentali, sono già utilizzate dietro le quinte in luoghi in cui le persone hanno meno libertà.

“Mettiamola così: non mi sentirei tranquilla se lo usassero nel supermercato (della mia città natale),” ha affermato una soldatessa israeliana appena congedata che ha prestato servizio in un’unità dell’intelligence. “La gente si preoccupa delle impronte digitali, ma questo è molto più grave.” Ha detto a The Post di sentirsi motivata a parlare perché il sistema di sorveglianza di Hebron è una “totale violazione della privacy di un intero popolo”.

Secondo gli esperti dell’associazione per i diritti civili digitali AccessNow, l’uso della sorveglianza e del riconoscimento facciale da parte di Israele sembra essere una delle applicazioni più estese ed elaborate di tale tecnologia da parte di un Paese che intende controllare una popolazione sottomessa.

In risposta alle domande sul programma di sorveglianza, l’esercito israeliano (IDF) ha affermato che “abituali operazioni per la sicurezza” sono “parte della lotta contro il terrorismo e degli sforzi per migliorare la qualità della vita della popolazione palestinese in Giudea e Samaria” (Giudea e Samaria è nome ufficiale israeliano per la Cisgiordania).

“Naturalmente non possiamo fare dichiarazioni sulle capacità operative dell’esercito israeliano in questo contesto,” aggiunge il comunicato.

Secondo l’organizzazione di sostegno “Surveillance Technology Oversight Project” [Progetto per il Controllo della Tecnologia di Sorveglianza] l’uso ufficiale di tecnologie per il riconoscimento facciale è stato vietato da almeno una decina di città USA, tra cui Boston e San Francisco. E questo mese il parlamento europeo ha sollecitato il divieto dell’uso da parte della polizia del riconoscimento facciale in luoghi pubblici.

Ma quest’estate uno studio del Government Accountability Office [Ufficio per la Responsabilità del Governo] degli USA ha scoperto che 20 agenzie federali hanno affermato di utilizzare sistemi di riconoscimento facciale e che sei agenzie delle forze dell’ordine affermano che la tecnologia ha contribuito a identificare persone sospettate di aver violato la legge durante rivolte civili. E l’Information Technology and Innovation Foundation, un gruppo commerciale che rappresenta le imprese tecnologiche, ha manifestato disaccordo riguardo alla proposta europea di divieto, affermando che danneggerebbe i tentativi delle forze dell’ordine di “rispondere efficacemente alla delinquenza e al terrorismo.”

In Israele una proposta da parte di funzionari di polizia di introdurre telecamere di riconoscimento facciale in luoghi pubblici ha incontrato una ferma opposizione e l’agenzia governativa incaricata di proteggere la privacy si è espressa contro la proposta. Ma nei territori occupati Israele applica criteri diversi.

“Mentre i Paesi sviluppati in tutto il mondo impongono restrizioni alla fotografia, al riconoscimento facciale e alla sorveglianza, la situazione descritta [a Hebron] costituisce una gravissima violazione dei diritti fondamentali come il diritto alla privacy, in quanto i soldati sono incentivati a raccogliere quante più foto possibile di uomini, donne e bambini palestinesi in una sorta di competizione,” afferma Roni Pelli, avvocatessa dell’Associazione per i Diritti Civili di Israele dopo aver saputo del progetto di sorveglianza. “L’esercito deve immediatamente smettere,” dice.

Ultime tracce di privacy

Yaser Abu Markhyah, un palestinese di 49 anni padre di quattro figli, afferma che la sua famiglia ha vissuto a Hebron per cinque generazioni e che ha imparato a fare i conti con i checkpoint, le restrizioni ai movimenti e i frequenti interrogatori dei soldati da quando Israele ha conquistato la città durante la guerra dei Sei giorni nel 1967. Ma sostiene che recentemente la sorveglianza ha tolto alla gente le ultime tracce di privacy. “Non ci sentiamo più a nostro agio a socializzare, perché le telecamere ci stanno sempre filmando,” afferma Abu Markhyah. Dice che non lascia più giocare i figli fuori, davanti a casa, e che parenti che vivono in quartieri meno controllati evitano di andarlo a trovare.

Hebron è stata a lungo un punto critico per la violenza, con un’enclave di coloni israeliani estremisti pesantemente protetti nei pressi della Città Vecchia circondati da centinaia di migliaia di palestinesi, e la gestione della sicurezza è divisa tra l’esercito israeliano e l’amministrazione palestinese.

Nel suo quartiere di Hebron, nei pressi della Tomba dei Patriarchi, luogo sacro per musulmani ed ebrei, sono state montate telecamere di sorveglianza ogni 100 metri, anche sui tetti delle case. Afferma che il monitoraggio in tempo reale sembra essere in aumento. Qualche mese fa, racconta, sua figlia di 6 anni ha fatto cadere un cucchiaino dal terrazzo sul tetto di casa e, benché la strada sembrasse vuota, poco dopo sono arrivati a casa sua dei soldati e hanno detto che sarebbe stato denunciato per aver lanciato pietre.

Issa Amro, abitante della città e attivista che guida il gruppo “Friends of Hebron” [Amici di Hebron], indica una serie di case vuote nel suo isolato. Afferma che le famiglie palestinesi se ne sono andate a causa delle restrizioni e della sorveglianza.

“Vogliono rendere la nostra vita così difficile che ce ne andremo per conto nostro, così potranno arrivare più coloni,” sostiene Amro.

“Le telecamere,” dice, “hanno solo un occhio, per vedere i palestinesi. Sei filmato dal momento in cui esci di casa al momento in cui rientri.”

Incentivi per le foto

Secondo i sei ex-militari che sono stati intervistati da The Post e da Breaking the Silence il progetto Blue Wolf combina un’applicazione per il cellulare con una banca dati di informazioni personali accessibile attraverso dispositivi mobili.

Uno di loro ha detto a The Post che questa banca dati è una versione ridotta di un’altra grande banca dati, chiamata “Wolf Pack” [Branco di Lupi], che contiene il profilo praticamente di ogni palestinese in Cisgiordania, comprese foto degli individui, le loro storie familiari, l’istruzione e il livello di pericolosità di ognuno. Questo soldato da poco congedato ha avuto esperienza diretta di “Wolf Pack”, che è accessibile solo su computer fissi in contesti più protetti (benché questo ex-soldato descriva la banca dati come “Facebook dei palestinesi”, non è collegata a Facebook).

Un altro ex-soldato dice a The Post che alla sua unità, che nel 2020 pattugliava le strade di Hebron, è stato chiesto di raccogliere quante più foto di palestinesi possibile durante una certa settimana utilizzando un vecchio cellulare fornito dall’esercito, facendo le foto durante missioni quotidiane che spesso duravano otto ore. I soldati caricavano le foto attraverso la app Blue Wolf installata sui telefonini.

Questo ex-soldato afferma che i bambini palestinesi tendevano a mettersi in posa per le foto, mentre le persone anziane, soprattutto le donne, spesso facevano resistenza. Descrive l’esperienza di obbligare le persone ad essere fotografate contro la loro volontà come traumatica per lui.

Le foto prese da ogni unità arrivavano alle centinaia per ogni settimana, e un ex-soldato afferma che era previsto che l’unità ne facesse almeno 1.500. Le unità dell’esercito in tutta la Cisgiordania competevano per i premi, ad esempio una serata libera concessa a chi faceva più foto, dice l’ex-soldato.

Spesso, quando un soldato scatta la foto di qualcuno, l’applicazione registra la corrispondenza con un profilo già esistente nel sistema Blue Wolf. Allora, secondo i cinque soldati e una schermata del sistema ottenuta da The Post, l’applicazione lampeggia in giallo, rosso o verde per indicare se la persona deve essere fermata, immediatamente arrestata o lasciata passare.

Il grande sforzo di costruire la banca dati Blue Wolf con le immagini è diminuito negli ultimi mesi, ma le truppe continuano ad usarla per identificare i palestinesi, afferma un ex-soldato.

Un altro ex-soldato ha detto a Breaking the Silence che una diversa applicazione per cellulare, chiamata “White Wolf”, è stata sviluppata per essere utilizzata da coloni ebrei in Cisgiordania. Benché ai coloni non sia consentito arrestare la gente, i volontari della sicurezza possono utilizzare White Wolf per scansionare il documento di riconoscimento di un palestinese prima che entri in una colonia, per esempio per lavorare nell’edilizia. Nel 2019 l’esercito ha ammesso l’esistenza di White Wolf in una pubblicazione israeliana di destra.

“I diritti sono semplicemente irrilevanti”

Nell’unico caso noto, l’esercito israeliano ha fatto riferimento alla tecnologia Blue Wolf in giugno in un opuscolo in rete con cui invitava i soldati a partecipare a “una nuova squadra” che “vi trasformerà in un ‘Blue Wolf’”. L’opuscolo afferma che la “tecnologia avanzata” comprenderebbe “telecamere intelligenti con sofisticati sistemi di analisi” e “sensori che possono individuare e segnalare in tempo reale le attività sospette e gli spostamenti di persone ricercate.”

In un articolo del 2020 sul suo sito l’esercito citava anche “Hebron Smart City”.  L’articolo, che mostra un gruppo di soldatesse chiamate “sentinelle” davanti a schermi di computer con visori per la realtà virtuale, descrive il progetto come una “pietra miliare” e una tecnologia “rivoluzionaria” per la sicurezza in Cisgiordania. L’articolo afferma che “in tutta la città è stato installato un nuovo sistema di telecamere e radar” che può documentare “qualunque cosa avvenga nei dintorni” e che “riconosce qualunque movimento o rumore insolito.”

Nel 2019 Microsoft ha investito in una nuova impresa israeliana per il riconoscimento facciale chiamata AnyVision, che secondo NBC e la rivista economica israeliana The Market [Il Mercato] stava lavorando con l’esercito per costituire una rete di telecamere di sicurezza intelligenti che utilizzano la tecnologia della scansione facciale in tutta la Cisgiordania (Microsoft ha affermato di essere uscita dall’investimento in AnyVision durante gli scontri di maggio tra Israele e l’organizzazione di miliziani Hamas a Gaza).

Sempre nel 2019 l’esercito israeliano ha annunciato l’introduzione di un progetto pubblico di riconoscimento facciale, con tecnologia fornita da AnyVision, nei principali posti di controllo in cui i palestinesi entrano in Israele dalla Cisgiordania. Il progetto utilizza postazioni per scansionare documenti di identità e volti simili a quelle aeroportuali utilizzate per controllare i viaggiatori che entrano negli Stati Uniti. Secondo informazioni di stampa il sistema israeliano è utilizzato per verificare se un palestinese ha il permesso per entrare in Israele, ad esempio per lavorare o per andare a trovare parenti, e per tenere sotto controllo chi sta entrando nel Paese. Questo controllo è obbligatorio per i palestinesi, come lo è quello negli aeroporti americani per gli stranieri.

Secondo un ex-soldato che ha partecipato al progetto e quattro abitanti palestinesi, a differenza dei controlli al confine il monitoraggio a Hebron avviene in una città palestinese senza informare la popolazione locale. L’ex-soldato ha detto a The Post che le telecamere ai checkpoint possono riconoscere anche i veicoli, anche senza registrare le targhe, e li abbina ai rispettivi proprietari.

Oltre a preoccupazioni riguardanti la privacy, una delle principali ragioni per cui la sorveglianza con il riconoscimento facciale è stata limitata in altri Paesi è che molti di questi sistemi hanno dimostrato livelli di precisione molto variabili, e alcune persone sono state messe a repentaglio perché identificate in modo errato.

L’esercito israeliano non ha fatto commenti riguardo alle preoccupazioni sollevate sul’uso di tecnologie per il riconoscimento facciale.

La Information Technology and Innovation Foundation [gruppo di analisi sulle politiche pubbliche USA relative all’industria e alla tecnologia, ndtr.] ha affermato che gli studi che dimostrano che questa tecnologia è inadeguata sono stati sopravvalutati. Contestando la proposta europea di divieto, l’associazione afferma che sarebbe meglio dedicarsi a sviluppare garanzie di un uso corretto della tecnologia da parte delle forze dell’ordine e standard di qualità dei sistemi di riconoscimento facciale utilizzati dal governo.

Tuttavia in Cisgiordania questa tecnologia è solo “un altro strumento di oppressione e sottomissione del popolo palestinese,” afferma Avner Gvaryahu, direttore esecutivo di Breaking the Silence. “Mentre la sorveglianza e la privacy sono una priorità nella discussione pubblica a livello mondiale, qui vediamo un altro vergognoso assunto del governo e dell’esercito israeliani secondo cui quando si tratta di palestinesi i diritti umani fondamentali sono semplicemente irrilevanti.”

Elizabeth Dwoskin

Lisa è entrata al Washington Post come corrispondente dalla Silicon Valley nel 2016, inviata del giornale nella zona. Si è concentrata sulle reti sociali e il potere dell’industria tecnologica in una società democratica. In precedenza è stata la prima cronista a tempo pieno del Wall Street Journal [prestigioso quotidiano economico statunitense, ndtr.] ad essersi occupata di intelligenza artificiale e dell’impatto degli algoritmi sulla vita delle persone.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)




La polizia israeliana ha preso di mira i palestinesi con arresti discriminatori, torture e uso illegale della forza

Amnesty International

24 giugno 2021

  • Arresti a tappeto contro attivisti palestinesi

  • Uso illegale della forza contro manifestanti palestinesi

  • Tortura nei confronti di detenuti palestinesi

  • Mancata protezione dei palestinesi da attacchi pianificati da parte di gruppi di suprematisti ebrei

Amnesty International oggi ha riferito che la polizia israeliana ha commesso in Israele e nella Gerusalemme est occupata una serie di reati nei confronti dei palestinesi conducendo, durante e dopo gli scontri in Israele e Gaza, una campagna repressiva discriminatoria attraverso arresti di massa, l’uso illegale della forza contro manifestanti pacifici e la pratica di torture e altri maltrattamenti nei confronti dei detenuti.

Inoltre la polizia israeliana ha omesso di proteggere i cittadini palestinesi di Israele da attacchi premeditati da parte di gruppi di suprematisti ebrei armati, anche quando le loro intenzioni sono state rese note in anticipo e la polizia ne era o avrebbe dovuto esserne a conoscenza.

“Le prove raccolte da Amnesty International dipingono un quadro accusatorio di discriminazione e uso eccessivo e spietato della forza da parte della polizia israeliana contro i palestinesi in Israele e nella Gerusalemme est occupata”, ha affermato Saleh Higazi, vicedirettore per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.

La polizia ha l’obbligo di proteggere tutte le persone sotto il controllo di Israele, siano esse ebree o palestinesi. Invece, la stragrande maggioranza degli arrestati durante la repressione della polizia che ha fatto seguito allo scoppio delle violenze tra comunità è palestinese. I pochi cittadini ebrei di Israele arrestati sono stati trattati con più indulgenza. Inoltre mentre i palestinesi subiscono la repressione, i suprematisti ebrei continuano a organizzare manifestazioni”.

I ricercatori di Amnesty International hanno parlato con 11 testimoni e il suo Crisis Evidence Lab [laboratorio delle prove durante le situazioni di crisi, ndtr.] ha esaminato 45 video e altri contenuti digitali per documentare più di 20 casi di violazioni da parte della polizia israeliana tra il 9 maggio e il 12 giugno 2021. Nel corso della repressione sono stati feriti centinaia di palestinesi e un ragazzo di 17 anni è stato ucciso.

Repressione discriminatoria

Dal 10 maggio, quando le manifestazioni si sono diffuse all’interno di Israele nelle città con popolazione palestinese, sono scoppiate delle violenze tra comunità. Decine di persone sono rimaste ferite e due cittadini ebrei di Israele e un cittadino palestinese sono stati uccisi. Sinagoghe e cimiteri musulmani sono stati vandalizzati. Il 13 maggio ad Haifa 90 auto di proprietà di palestinesi sono state distrutte e sono stati lanciati sassi contro le loro case. A Gerusalemme est i coloni israeliani hanno continuato a vessare con violenza gli abitanti palestinesi.

In risposta, il 24 maggio le autorità israeliane hanno lanciato l’operazione “Legge e ordine” principalmente contro i manifestanti palestinesi. I media israeliani hanno affermato che l’operazione mirava a “regolare i conti” con coloro che avevano partecipato alle manifestazioni e a “dissuaderli” dal continuare a farlo.

Secondo Mossawa, organizzazione palestinese a sostegno dei diritti umani, sino al 10 giugno la polizia ha arrestato più di 2.150 persone, oltre il 90% delle quali cittadini palestinesi di Israele o abitanti di Gerusalemme est. L’associazione ha anche affermato che sono state presentate 184 accuse contro 285 imputati. Secondo Adalah, un’altra organizzazione per i diritti umani, il 27 maggio un rappresentante della Procura di Stato ha dichiarato che tra gli indagati figuravano solo 30 cittadini ebrei di Israele.

Secondo la commissione di controllo per i cittadini arabi di Israele la maggior parte dei palestinesi è stata arrestata per reati come “insulto o aggressione a un agente di polizia” o “partecipazione a un raduno illegale” più che per violenze contro persone o proprietà.

“Questa repressione discriminatoria è stata orchestrata come atto di ritorsione e intimidazione per reprimere le manifestazioni pro-palestinesi e mettere a tacere coloro che fanno sentire la loro voce per condannare la discriminazione istituzionalizzata da parte di Israele e l’oppressione sistemica dei palestinesi”, ha affermato Saleh Higazi.

Uso illegale della forza contro i dimostranti

Amnesty International ha documentato l’uso eccessivo e non necessario della forza da parte della polizia israeliana per disperdere le proteste palestinesi contro gli sgomberi forzati a Gerusalemme est e contro l’offensiva a Gaza. Le proteste sono state per lo più pacifiche, anche se una minoranza ha attaccato beni della polizia e lanciato pietre. Al contrario, i suprematisti ebrei continuano impunemente a organizzare manifestazioni. Il 15 giugno migliaia di coloni ebrei e suprematisti hanno marciato provocatoriamente nei quartieri palestinesi di Gerusalemme est.

Le testimonianze e i video analizzati confermano che durante una protesta del 9 maggio nella Colonia Tedesca di Haifa [quartiere storico costruito nel 1869 come insediamento di una setta protestante proveniente dalla Germania, ndtr.], nel nord di Israele, un gruppo di circa 50 manifestanti stava protestando pacificamente quando la polizia armata, senza nessuna provocazione, li ha assaliti picchiando alcuni di loro.

Il 12 maggio Muhammad Mahmoud Kiwan, un ragazzo di 17 anni, è stato colpito da uno sparo alla testa vicino a Umm el-Fahem, nel nord di Israele, ed è morto una settimana dopo. Testimoni oculari hanno detto che era seduto in un’auto nei pressi di una manifestazione quando la polizia israeliana gli ha sparato. La polizia ha contestato l’accusa e ha sostenuto di aver avviato delle indagini.

Lo stesso giorno, agenti di polizia hanno disperso con la violenza e senza preavviso una protesta pacifica di circa 40 persone nella piazza del Pozzo di Santa Maria a Nazareth, nel nord di Israele, aggredendo fisicamente i manifestanti.

La polizia israeliana dovrebbe proteggere il diritto alla libertà di riunione, non assalire manifestanti pacifici. La Commissione d’inchiesta del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, istituita nel maggio 2021, deve indagare sull’allarmante sequenza di violazioni da parte della polizia israeliana”, ha affermato Saleh Higazi.

La polizia israeliana ha fatto un uso illegale della forza anche nella Gerusalemme est occupata. Il 18 maggio ha sparato alla schiena alla quindicenne Jana Kiswani mentre stava entrando nella sua casa a Sheikh Jarrah. Poche ore prima c’era stata una protesta davanti. Suo padre, Muhammad, ha detto ad Amnesty International che le sue vertebre sono state fratturate e che i medici non sanno se riprenderà a camminare. Le riprese video verificate mostrano Jana Kiswani che cade a terra mentre viene colpita alle spalle da uno sparo. Altre immagini prese in esame mostrano un agente di polizia israeliano che spara con freddezza con un lanciagranate IWI GL 40 Stand Alone verso una persona fuori dallo schermo, e subito dopo delle urla.

Violenze, torture e altri maltrattamenti della polizia

Il 12 maggio a Giaffa, a sud di Tel Aviv, Ibrahim Souri è stato colpito al volto da uno sparo da parte di agenti di polizia israeliani mentre dal balcone della sua casa filmava con il suo telefono cellulare la polizia mentre pattugliava la strada.

In un video verificato si sente uno degli agenti di polizia dire: “Cosa ha in mano?” Ibrahim Souri grida in risposta: Sto filmando, non è permesso? Spara, è tutto registrato”. In seguito ha detto ad Amnesty International: Non immaginavo che avrebbero sparato davvero. Pensavo di avere dei diritti e di trovarmi al sicuro in un Paese democratico”. Le fotografie esaminate dal patologo forense di Amnesty International e dai referti medici indicano che molto probabilmente è stato colpito da un KIP 40 mm, con conseguente frattura delle ossa facciali.

Amnesty International ha anche documentato le torture del 12 maggio nella stazione di polizia del Russian Compound (Moskobiya) [complesso di costruzioni edificate nei primi anni del 1900 per ospitare i pellegrini russi, ndtr.] a Nazareth. Un testimone oculare ha detto di aver visto forze speciali picchiare un gruppo di almeno otto detenuti legati che erano stati arrestati durante una protesta:

Era come un brutale campo di prigionieri di guerra. Gli ufficiali colpivano i giovani con manici di scopa e li prendevano a calci con stivali con rinforzo d’acciaio. Quattro di loro hanno dovuto essere portati via in ambulanza e uno aveva un braccio rotto”, ha riferito.

L’avvocato di Ziyad Taha, un altro manifestante rinchiuso il 14 maggio nel centro di detenzione di Kishon vicino ad Haifa, ha affermato che il suo cliente è stato legato per i polsi e le caviglie a una sedia e sottoposto per nove giorni a deprivazione del sonno.

Mancata protezione dei palestinesi dagli attacchi dei suprematisti ebraici

La polizia ha anche omesso di proteggere i palestinesi dagli attacchi organizzati da gruppi di suprematisti ebrei armati, le cui intenzioni erano state spesso rese note in anticipo.

Amnesty International ha verificato 29 messaggi di testo e audio provenienti da canali aperti di Telegram e WhatsApp, rivelando come le app siano state utilizzate per reclutare uomini armati e organizzare tra il 10 e 21 maggio aggressioni contro palestinesi in città con popolazioni ebraiche e arabe, come Haifa, Acri, Nazareth e Lod.

Tra i messaggi vi erano istruzioni su dove e quando riunirsi, il tipo di armi da usare e persino gli abiti da indossare per evitare di confondere gli ebrei di origine mediorientale con gli arabi palestinesi. I membri del gruppo hanno condiviso selfie in posa con pistole e messaggi come: “Stasera non siamo ebrei, siamo nazisti”.

Il 12 maggio centinaia di suprematisti ebrei si sono riuniti sul lungomare di Bat Yam [Bat Yam è una città situata nella parte centrale della fascia costiera, ndtr], nel centro di Israele, in risposta ai messaggi ricevuti dal partito politico Jewish Power [Potere Ebraico, di estrema destra, ndtr.] e da altri gruppi. I video esaminati mostrano decine di attivisti che attaccano gli esercizi commerciali di proprietà araba e incoraggiano gli aggressori. Una delle persone picchiate, Said Musa, è stato anche investito dagli aggressori ebrei con uno scooter. Sono solo sei gli israeliani sotto processo per l’attacco.

Anche politici e funzionari governativi hanno istigato alla violenza.

L’11 maggio sono scoppiati disordini dopo che Itamar Ben-Gvir, rappresentante parlamentare del partito Jewish Power, ha chiamato a raccolta i sostenitori perché si recassero a Lod e in altre città e ha incitato a sparare contro i lanciatori di pietre.

Il giorno prima, Musa Hassuna è stato ucciso da un cittadino ebreo di Israele a Lod durante violenze tra comunità. Un video lo mostra quando è stato colpito da uno sparo mentre si trova vicino a un gruppo di palestinesi che lanciano sassi. Suo padre ha accusato il sindaco della città, Yair Revivo, di “aver chiamato gli estremisti per compiere questo crimine brutale” in riferimento a una dichiarazione in cui il sindaco ha descritto gli eventi di Lod come un pogrom contro gli ebrei. Quattro sospetti, arrestati in seguito all’omicidio, sono stati tuttavia rilasciati su cauzione tre giorni dopo. Il ministro israeliano della Pubblica Sicurezza, Amir Ohana, ha condannato apertamente gli arresti, definendoli terribili”.

A titolo di esempio della discriminazione, Kamal al-Khatib, vice segretario del Movimento islamico del nord, è stato arrestato il 14 maggio con l’accusa di incitamento alla violenza e sostegno a un’organizzazione terroristica per i commenti pubblici in cui ha manifestato orgoglio per la solidarietà con la popolazione di Gaza e Gerusalemme Est e ha affermato che i cambiamenti allo status dei luoghi santi di Gerusalemme hanno portato alla violenza tra palestinesi ed ebrei.

Le ripetute omissioni da parte della polizia israeliana di esercitare la protezione dei palestinesi dagli attacchi organizzati da gruppi di suprematisti ebrei armati e la mancata assunzione di responsabilità per tali aggressioni sono vergognose e mostrano il disprezzo delle autorità per la vita palestinese”, Molly Malekar, direttrice di Amnesty Israel.

“Il fatto che ai cittadini ebrei di Israele, comprese figure preminenti, sia stato permesso di istigare apertamente alla violenza contro i palestinesi senza doverne rispondere evidenzia l’entità della discriminazione istituzionalizzata che affligge i palestinesi e l’urgente bisogno di protezione [nei loro confronti]”.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)




Sprofondate nella disperazione: le politiche di Israele colpiscono le famiglie di Gaza che vivono di pesca

9 settembre 2020 – B’Tselem

Il 12 agosto 2020 Israele ha ridotto da 15 a 8 miglia nautiche [da 27 a 15 km, ndtr.] la zona di pesca nelle acque di Gaza, ufficialmente a causa dei palloni esplosivi lanciati verso Israele. Il 16 agosto 2020 ha poi interdetto totalmente l’accesso al mare di Gaza, ma il 2 settembre 2020 l’ha riaperto entro le 15 miglia. Questa restrizione va ad aggiungersi a varie altre forme di pene collettive inflitte ai pescatori palestinesi dall’inizio del blocco imposto da Israele sulla Striscia nel 2007. Israele ha arrestato pescatori e ne ha confiscato le imbarcazioni, proibito l’importazione di materie prime usate per le riparazioni e sparato ai pescherecci accusati di oltrepassare i limiti permessi. A oggi il fuoco israeliano ha ucciso sette pescatori, ferendone centinaia. Le restrizioni hanno quasi portato al crollo dell’industria ittica: al momento ci sono meno di 4.000 pescatori invece dei circa 10.000 di vent’anni fa. Chi è rimasto soffre per le pericolose condizioni di lavoro imposte da Israele e vive con la propria famiglia in povertà estrema.

Le seguenti testimonianze sono state raccolte sul campo per noi da Olfat al-Kurd fra mogli e madri di pescatori e pescivendoli a Gaza. Descrivendo la loro dolorosa realtà e il loro futuro incerto, le donne hanno parlato della costante paura per i loro cari e dei gravi problemi economici creati dalle restrizioni israeliane al loro sostentamento e destinate a peggiorare a causa della pandemia.

Nella sua testimonianza del 5 agosto 2020, Intesar a-Sa’idi (52 anni), mamma con sei figli che vive nel campo rifugiati di a-Shati’ a Gaza City, descrive le difficoltà economiche e la tragedia personale che affliggono la sua famiglia:

Quando Muamen va a lavorare sono preoccupata perché penso che non ritornerà, mi tranquillizzo solo quando è di nuovo a casa.

Agli inizi del 2018, Muamen era andato a pesca e non era tornato per molto tempo. Ho avuto paura per la sua vita quando ho saputo da altri pescatori della nostra famiglia che i soldati l’avevano arrestato. Ero terrorizzata e in lacrime. All’epoca i soldati avevano in custodia anche suo fratello. Avevo paura che non sarebbe tornato a casa. Nostro figlio Muhammad aveva solo sette mesi.

Per tre settimane non abbiamo saputo dove lo tenessero e non ho quasi dormito o mangiato. Finalmente l’hanno liberato. Quando è entrato in casa, quasi non credevo ai miei occhi, piangevo e ridevo, l’ho abbracciato, ero così felice.

Dopo l’arresto, nonostante i rischi, è tornato a pescare, è l’unico lavoro che sa fare. Fra il 2013 e il 2017 i soldati hanno confiscato tre dei pescherecci della famiglia e finora ne hanno restituito solo uno. L’anno scorso i fratelli di Muamen hanno comprato una barca e lui ha ricominciato a lavorare con loro, 5 fratelli in una barca. Ogni fine-settimana riceve 150 shekel (circa 40 euro), ma non è abbastanza per noi quattro, specialmente perché i bambini sono piccoli e hanno bisogno di pannolini e latte ogni giorno. La mia vita gira intorno a prestiti e debiti con famigliari e amici. Mia suocera ogni tre o quattro mesi prende 750 shekel (185 euro) dal Ministero del Welfare e li divide fra i figli. Mio marito li usa tutti per saldare i nostri debiti. Qualche volta fa dei prestiti per comprare reti e remi e quando vende il pesce usa tutti i soldi per ripagare i debiti.

Quando sento che i soldati hanno aperto il fuoco contro i pescatori chiamo immediatamente i miei cognati per sapere di Muamen e non sono tranquilla finché non è a casa. Anche lui ha paura di essere arrestato o ucciso, questo mi rende ancora più agitata. Gli chiedo di non dire cose così e di tornare sano e salvo, se dio vuole.

Qualche volta dico a Muamen che spero cambi lavoro per i pericoli che vengono dal mare e dall’esercito israeliano. Gli chiedo di cercarsene un altro e di smettere con la pesca, ma lui dice che la situazione a Gaza è difficile e non c’è nient’altro. Mi chiede di essere paziente e sperare in tempi migliori.

Prego dio che tenga I’esercito israeliano lontano da mio marito e dagli altri pescatori. Prego che la nostra situazione economica migliori, per un futuro sicuro per i nostri figli e perché mio marito rimanga sano e salvo e che non venga ferito.

Anche ‘Ula a-Sa’idi (36), mamma di nove bambini che vive nel campo rifugiati di a-Shati’ a Gaza City, parla delle difficoltà di dipendere dalla pesca:

Mio marito (42 anni) ha fatto il pescatore fin da quando ci siamo sposati 18 anni fa. È un lavoro impegnativo e non mi piace perché è molto pericoloso, anche se tutti i miei parenti sono pescatori. Ma è la nostra sola fonte di reddito, così dobbiamo vivere con questo rischio.  Abbiamo dei problemi economici. Dall’inizio del blocco, il guadagno di mio marito è crollato a 700 shekel (~170 euro) al mese. Adesso, anche se lavora duro, guadagniamo al massimo 500 shekel (~120 euro). È piuttosto poco e non basta per le nostre necessità. Prendevo un sussidio di 1.800 shekel (~445 euro) dal Ministero dei servizi sociali ogni tre o quattro mesi. Dopo quattro anni è sceso a 700 shekel che non bastano per vivere e qualche volta neppure per i bisogni giornalieri o per comprare dei vestiti nuovi ai bambini per le vacanze.

Dallo scoppio del coronavirus, le cose sono persino peggiorate perché la situazione economica a Gaza è pessima e la gente compra meno pesce, ci sono meno stranieri, meno grandi eventi e ordinazioni.  

Mio marito lavora con il fratello sulla sua barca. Va in mare alle tre del mattino e torna dopo le tre del pomeriggio. Quando va a pesca, prego dio che lo tenga lontano dai soldati e dai loro proiettili. Non sono tranquilla fino a quando non torna a casa o mi chiama. Quando è fuori, sono molto in ansia, specialmente quando sento che sparano ai pescatori. Divento nervosa e lo chiamo immediatamente per controllare che stia bene. Anche i miei bambini stanno in ansia quando sentono degli spari e si chiedono quale dei pescatori è stato arrestato e sperano non sia papà. Io cerco di calmarli, dico di essere pazienti, che papà tornerà a casa. Quando mio marito è in ritardo, nostro figlio Anas di 9 anni è così preoccupato che va al porto ad aspettarlo.

Per una moglie avere un marito pescatore è la cosa peggiore. D’inverno mio marito soffre per il gran freddo e così mi preoccupo anche di quello, oltre ai pericoli del mare e più di tutto delle sparatorie contro i pescatori. Ogni volta che qualcuno mi dice che i soldati hanno sparato contro i pescatori, sento che sto per perdere mio marito. Prego dio che ce lo riporti sano e salvo.

I soldati hanno arrestato mio marito varie volte, l’ultima nel 2018. Nel 2007 è stato in prigione per sei mesi. Avevano anche confiscato due delle nostre barche e quattro motori e li hanno bloccati nel porto di Ashdod. Di solito l’esercito non li restituisce dopo la confisca.

Spero che un giorno la nostra situazione migliori. Vorrei che ci restituissero i nostri pescherecci, così mio marito avrebbe la sua barca, e che allarghino la zona di pesca. Voglio vivere dignitosamente, sicura per il futuro dei bambini e in grado di soddisfare i loro bisogni e desideri. Spero che non diventeranno pescatori, è un lavoro duro e pericoloso.

A.M. (49 anni), sposata e con nove figli, vive nel campo rifugiati di a-Shati’ a Gaza City, il cui marito è un commerciante di pesce, in una testimonianza rilasciata il 9 agosto 2020 dice:

Mi sono sposata nel 1989. Mio marito ha lavorato nel settore del pesce da quando aveva 12 anni. Lavorava con il padre pescivendolo e con altri parenti. Ho nove figli dai sei ai 29 anni. Viviamo vicino alla costa e molti dei nostri parenti sono in questo settore.

Nei primi anni di matrimonio c’era un sacco di pesce e poca concorrenza. Mio marito andava al mercato alle 3 del mattino e portava a casa grandi quantità di pesce, lo puliva e lo portava al mercato. Di solito lo vendeva tutto nel giro di due ore e tornava a casa. Avevamo un buon reddito di circa 3.000-4.000 shekel mensili (~ 740-990 euro).

È andata avanti così per anni e avevamo un alto livello di vita, ci siamo comprati la casa e avevamo tutto quello che ci serviva, mi ero persino comprata dei gioielli d’oro. Abbiamo allevato i nostri figli in un momento in cui le nostre finanze erano ottime, non gli è mancato niente, vivevamo felici e tranquilli.

Circa 13 anni fa, quando Israele ha cominciato il blocco su Gaza, le cose sono cambiate. Gli affari ne hanno sofferto, la zona di pesca è stata limitata e talvolta la pesca è stata completamente vietata. Il pesce era scarso e caro per i commercianti e i consumatori. D’estate quando ce n’era tanto, la gente ne comprava 4/5 chili, adesso uno o due.

Qualche volta mio marito deve portarsi a casa un po’ o quasi tutto il pesce. Sta al mercato tutto il pomeriggio e la sera cercando invano di venderlo. È impossibile tenere al fresco il pesce per la scarsità di energia elettrica e qualche volta va a male.    

Dall’inizio del blocco le nostre finanze sono peggiorate. Mio marito non possiede una bancarella al mercato e così affitta uno spazio largo un metro o due a circa 10 shekel (~2,50 euro) al giorno. I bambini lavorano con lui, ma in totale non guadagniamo più di 1,500 shekel (~ 370 euro) al mese e siamo in 14 in famiglia. Due figli sono sposati e uno ha dei bambini, ma viviamo tutti nella stessa casa. Anche se siamo una famiglia numerosa, non prendiamo sussidi perché mio marito lavora in proprio. Per saldare i debiti e pagare per i matrimoni dei nostri figli ho venduto tutto il mio oro e 250 mq di terra che avevo comprato. Uno dei nostri figli ha abbandonato l’università perché non potevamo continuare a pagare le rette. Dall’inizio della crisi da coronavirus la situazione è peggiorata: ristoranti e hotel non comprano quasi più pesce perché restano chiusi per lunghi periodi e a Gaza non ci sono visitatori perché i confini sono chiusi. La crisi ha veramente danneggiato il lavoro di mio marito al mercato.  

È molto dura non essere in grado di soddisfare le necessità dei miei figli. Non ho potuto comprare i vestiti per le vacanze da festa e per l’inizio dell’anno scolastico. Devono usare vestiti, zainetti e persino scarpe dell’anno scorso. Mi fa male al cuore perché avrei veramente voluto dar loro delle cose nuove! Ma non possiamo permettercelo e quando chiedono qualcosa, come andare in gita, ogni volta devo rimandare. Mi fa male perché mi piacerebbe vedere i loro occhi riempirsi di gioia.

La situazione è deprimente e opprimente, ma so che non c’è un altro lavoro per mio marito o per i nostri figli. Spero che la nostra situazione migliori.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)